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Margotti - Memorie Per La Storia Dei Nostri Tempi Dal Congresso Di Parigi (1856) Ai Giorni Nostri (1865)

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E I SECONDI VESPRI SICILIANI
(Pubblicato il 10 luglio 1862).

Garibaldi nel teatro di Palermo, la sera del 1° di luglio esclamava: «Viva il
popolo del Vespro Siciliano! L'Italia spera che ne farà un secondo, se ne avrà
il bisogno» (Diritto del 7 luglio, N° 186; Unità Italiana del 7 luglio, N° 182).
I Vespri Siciliani furono contro i Francesi, e Garibaldi avea parlato il giorno
prima del loro imperatore Napoleone III! Ecco, secondo alcuni giornali di
Palermo, le parole dette da Garibaldi, la mattina del 30 di giugno, dalla casa
comunale.

Secondo il giornale il Dies trae, supplimento al N° 17, Garibaldi «chiama
nazione sorella la Francia, il popolo francese amico, capace di sopportare
ogni sacrificio per il compimento della quistione italiana. — Volere Napoleo-
ne dissolverla, ambirne Io-sfacelo, la servitù; lui tiranno, usurpatore, nemico
d'ogni civile libertà. — Pretenderne la sudditanza. — L'occupazione di Roma
essere ingiusta, oppressiva, foggiata sull'arbitrio e sulla prepotenza. — Non
aver diritto lo straniero alla nostra devozione; l'Italia esser libera e reclama-
re la sua capitale. Parlando dei preti di Roma, dice che essi circondano il
Pontefice per ammazzare la libertà italiana; che sono cupidi, avari, feroci,
sanguinari-, che deturpano la stola ed il Vangelo, che costuprano la religione
di Cristo, ch'ammazzano ogni onesto consorzio. — Avere eglino seminato la
discordia, il veleno nelle provincie napolitane. — Frustrato la nazionalità ita-
liana, avvilita e schiacciata col segno della croce Roma. Fidassero in Dio, nel-
la giustizia della causa. — Siamo forti, uniti, concordi. — Avere avuto buoni
sacerdoti a Calatafimi e nei preti della Gancia sacerdoti di Cristo, e del dia-
volo a Roma e nei concili -).
Il Progresso, supplimento al N° 11, dà il testo del discorso di Garibaldi,
trascritto atla lettera per cura di un patriotta che trovavasì vicinissimo al-
l'oratore.
Qui pure si parla di Vespri. Leggete:
«Il murattismo condurrebbe al dispotismo, e peggio. Murat sarebbe un
proconsole di Bonaparte. Napoleone continua a tenere il cancro in Italia —
di Roma, egli ne ha fatto un covile di briganti, che infestano le provincie ita-
liane, lo debbo dirvi questo vero: — Napoleone, autocrata della Francia, non
può essere amico nostro. Questo è un disinganno, a cui deve giungere qual-
che italiano sventuratamente abbagliato. Con Bonaparte non intendete il po-
polo francese; esso, come noi, ha bisogno di libertà — Oggi, disgraziatamen-
te, è trascinato dal dispotismo; ma esso è fratello nostro — Voi dovete di-
scernere il popolo da chi lo tiranneggia — ovunque i popoli sono fratelli...
Parlandovi di concordia nazionale raccomando pure la concordia di famiglia
a famiglia, d'individuo a individuo, finché un ultimo soldato straniero calca
questa terra; finché, come nei Vespri, essa non ne sia intieramente libera».

— 23 —
La Mola, Gazzetta Popolare di Sicilia, organo della società garibaldina,
nel suo NO 185, del 30 di giugno, mette queste parole in bocca di Garibaldi:
«Noi abbiamo il cancro in Italia... A Roma! ove il despota di Francia, l'auto-
crate della Francia, c'impedisce d'andare. E quando parlo di Francia intendo
di Napoleone, non del popolo — Il popolo di Francia, come quello di Germa-
nia, come qualunque popolo del mondo, è nostro fratello — Il popolo di
Francia, calpestalo dal suo autocrate, abbisogna di libertà. Un altro cancro
per l'Italia è il Papa, e con lui i preti. Però quando io parlo di preti intendo
coloro che stanno a Roma stretti a conciliabolo col Papa... Costoro sono i
preti del demonio, non i preti del Cristo. I preti del Cristo sono i nostri bravi
Padri della Gancia, i nostri Padri che con noi pugnarono sulle barricate».
L'Unità Politica di Palermo, N° 78 del 30 di giugno, scrive a sua volta:
«Garibaldi ha detto, e più volte ripetuto: — Le piaghe dell'Italia sono tre, Na-
poleone, la consorteria, il Papa. Ci chiamino come vogliono — uomini della
rivoluzione — ma dove siamo noi vi è l'ordine; e ne abbiamo dato delle pro-
ve; dove sono essi vi è l'anarchia». —
Finalmente, ommettendo altri giornali, citeremo la Forbice, Gazzetta Po-
polare di Sicilia,
N° 181 del 30 di giugno, che fa parlare Garibaldi così: «II
Murattismo è per noi la peste, il cholera morbus. Murat non sarebbe per noi
che il proconsole di un despota. Murat ci divide (Bene, bravo! A Roma! A
Venezia!).
Ci rivedremo a Roma, a Venezia. L'autocrata padrone della Fran-
cia non è amico nostro, non è amico dell'Italia.
«Quando io vi parlo del padrone della Francia, non vi parlo del popolo
francese. Il popolo francese è nostro amico come quello dell'Alemagna (Ap-
plausi vivissimi).
Noi, popoli liberi, siamo amici di tutti i popoli...
«Terzo malanno è il Papa. 1 preti che fanno corona al Papa in Roma sono
sacerdoti del diavolo, mentre qui io ne ho conosciuti molti di buoni, come
sono i frati della Gancia e tutti quelli che pugnarono con noi sulle barricate:
costoro sono i veri sacerdoti di Cristo».
Non avendo noi una relazione officiale delle parole delle da Garibaldi, vi
abbiamo supplito colla moltiplicità delle citazioni. I rivoluzionari hanno tre
nemici in Italia, il Papa, Napoleone, i Vescovi. Il Papa dee venire pienamente
spogliato; i Vescovi sono sacerdoti del diavolo; Napoleone è un despota, un
cancro, una piaga, e l'Italia spera che il popolo siciliano farà un secondo ve-
spro, se ne avrà il bisogno. Per capire il secondo vespro bisogna conoscere la
storia del primo, e scriviamola brevemente:
Nell'anno 1282 i Francesi dominavano in Sicilia, che obbediva a re Carlo
d'Angiò. «Da nuovi dazi, gabelle, taglie e confische erano al sommo aggrava-
ti que' popoli. La superbia de' Francesi ogni dì più cresceva; insopportabile
era la loro incontinenza e la violenza fatta alle donne. Di quesli disordini
parlano tutti gli scrittori d'allora, ed anche i più parziali della nazione fran-
zese «. (Muratori, Annali d'Italia, tom. VIII, pag. 356. Lucca 1763).
I Siciliani, ben lungi dal considerare a que' dì il Papa come un cancro e
una piaga d'Italia, lo tenevano come il padre e il protettore degli oppressi; e
più volte ricorsero a lui per rimedio, e ben si leggono negli Annali Ecclesia-
stici i buoni uffizi che più volte fecero i Romani Pontefici in favore e sollievo

— 24 —
di essi popoli, con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro
affetto. (Raynaldus in Ann. Eccles. , e Muratori loc. cit. ).
Ma re Carlo niun conto faceva di questi ammonimenti, e raddoppiava le
tirannie e le estorsioni, sicché i Palermitani, perduta la pazienza. il 30 di
marzo 1282, lunedì di Pasqua, mentre suonavano i Vespri presero le armi,
insorsero contro i Francesi, e quanti ne trovarono passarono tutti a filo di
spada, non perdonando né a donne, né a fanciulli, né alle siciliane incinte di
Francesi. E questa insurrezione prese il nome nelle istorie di Vespro Sicilia-
no.
Dopo tanto macello i Palermitani alzarono le bandiere della Chiesa Ro-
mana, proclamando per loro Sovrano il Papa.
Questa storia dice da sè che cosa intendesse Garibaldi quando il 1° di lu-
glio parlava del secondo Vespro Siciliano. Solo egli dimenticò che il primo
Vespro fu susseguito da un omaggio al Pontefice, e il secondo avrebbe di
mira la sua totale spogliazione. Napoleone 1Il, che si dà tanto pensiero dei
sagrestani dell'Armonia, dovrebbe pensare piuttosto ai Vespri dei garibaldi-
ni; e il marchese di Lavalette che si lagna dell'indirizzo dei Vescovi, non do-
vrebbe dimenticare i discorsi di Garibaldi. Noi non diciamo di più perché le
citazioni premesse dicono assai.
Solo ci piace soggiungere un'osservazione della Politica del Popolo, gior-
nale lombardo. Come s'è visto, Garibaldi distinse tra l'autocrata padrone
della Francia
ed il popolo francese. Napoleone III, il potente tiranno della
Francia, non è amico nostro
ma il popolo francese è sempre nostro fratello.
Or bene la Politica del Popolo, N° 81 dell'8 di luglio, risponde così:
«Non ci si parli del popolo fratello. Il soldato francese ci è battuto in Italia
pour la gloire et pour la France, come si è battuto per la gloria e per la Fran-
cia nel Cairo e nella Cocincina... Non ci parlate dunque del popolo fratello
senza Napoleone III — l'autocrata, il potente tiranno — l'Italia del 62 sareb-
be né più, né meno dell'Italia del 58».
Sicché i Garibaldini l'hanno amara contro Napoleone 1Il, e abbracciano il
popolo fratello, laddove i ministeriali se la pigliano col popolo fratello e ge-
nuflettono a' piedi dell'Imperatore. E questa è una delle più curiose scene
del sanguinoso dramma intitolato: I Francesi in Italia.

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