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Margotti - Memorie Per La Storia Dei Nostri Tempi Dal Congresso Di Parigi (1856) Ai Giorni Nostri (1865)

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Pubblicato il 2 dicembre, i§62).

Urbano Rattazzi e i suoi colleghi non vollero aspettare d'essere uccisi da
un voto della Camera dei Deputati, e dopo aver parlato e straparlato, dopo
aver tentato ogni mezzo affine di mettere insieme un po' di maggioranza,
dopo di aver compilato e recitato le loro difese, essi stessi fecero la dovuta
giustizia dei loro discorsi, delle opere loro e delle loro persone, uccidendosi
da sè, e rassegnando le proprie dimissioni nelle mani del Re. Si è questo un
procedere affatto nuovo in un governo costituzionale, come di nuovo genere
fu la libertà accordata dal Rattazzi durante il suo governo. Se il ministero si
riconosceva dalla parte del torto, perché ingaggiar la battaglia? Se avea buo-
ne ragioni in mance confidava nel senno de' Deputati, perché fuggire nel fer-
vore della mischia?

Vi hanno sacrifizi che onorano quando sono fatti in tempo, e mostrano
che all'ambizione individuale ed al privato interesse va innanzi l'amor della
patria. Ma l'uomo che, dopo d'essersi messo volontariamente negl'imbrogli,
non ha il coraggio di subirne!e conseguenze, e per cessare una vergogna si fa
saltare in aria le cervella, non fu creduto mai un eroe né al tribunale di Dio, e
neppur a quello del mondo. E noi portiamo opinione che s'abbia a giudicare
il suicidio del ministero Rattazzi come si giudica il suicidio del banchiere che
dopo d'avere pessimamente amministrato, e fallito alla sua parola, e corbel-
lato mezzo mondo, vicino a far bancarotta, si toglie la vita.
Or chi piglierà il portafoglio abbandonato dai suicidi? Dicono che il mar-
chese di Torrearsa fosse chiamato dalla Corona a comporre un nuovo gabi-
netto, ma viste le immense difficoltà, per togliersi esso pure al pericolo di un
suicidio, rifiutasse l'incarico. Aggiungono che in seguito il marchese di Villa-
marina, che stava prefetto a Milano, e pretendeva insegnare giuscanonico a
quel Vicario Capitolare Mons. Caccia, fosse egli pure incaricato della compo-
sizione di un nuovo gabinetto, e siccome il Villamarina ha gran voglia di di-
ventare ministro, è probabile che si provi per riuscir nell'assunto. Ma riesca
o non riesca il gabinetto clic succederà al Rattazzi avrà una vita ancora più
breve di questo.

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Le ragioni sono molte. La nostra rivoluzione è poverissima di uomini, e
troppi desiderano il portafoglio, e pochissimi se lo meritano. Dall'altra parte
l'anarchia è entrata nella Camera dei Deputati, e non v'ha nessun gabinetto
che possa ripromettersene un sicuro, franco e leale appoggio. Da ultimo qua-
lunque ministero venga al potere, si pretende da lui ciò che non potrà dare
giammai; cioè la conquista di Roma, la pacificazione di Napoli e di Sicilia, la
ristorazione delle finanze. Or bene, per non parlare delle altre, queste sono
tre grandi impossibilità italiane. È impossibile trovare ministri che mettano
il piede nell'eterna città; impossibile trovare governanti che sradichino dal-
l'Italia meridionale quello che chiamasi brigantaggio; impossibile trovare
economisti che paghino i nostri debiti, crescano le nostre rendite, diminui-
scano le nostre spese, insomma ci salvino dalla bancarotta.
Se Cavour non fosse morto, sarebbe miseramente caduto in faccia alla
questione romana, alla questione napoletana, alla questione finanziaria; Ri-
casoli cadde meschinamente sopraffatto da tutte tre queste questioni; cadde
Rattazzi vergognosamente, e cadranno tutti coloro che verranno di poi, si
chiamino Torrearsa, o Villamarina, o d'Azeglio, o come volete. Le cose sono
giunte al punto che non v'ha più un uomo atto a guidar la barca in mezzo
agli scogli di immense difficoltà. La buona fortuna è passata pei rivoluziona-
ri, e toccata la sommità dell'arco, essi debbono declinare. Il moto di declina-
zione incominciò appunto quando ('. umilio Cavour morì, non perché questi
sia morto, come dicono i semplici, ma perché allora, cessata la facile opera
della distruzione, incominciava quella difficile anzi impossibile pei rivoluzio-
nari, l'opera della riedificazione.
L'antico ministro degli affari esteri, il generale Giacomo Durando, nel di-
scorso che disse alla Camera dei deputati il 29 novembre, accennò la ragio-
ne, per cuj né gli antichi né i nuovi ministri poterono o potranno avere lunga
vita. i 1 nostri vecchi progenitori, dicea il Durando, hanno stentato tanti se-
coli ad avere un territorio largo nulla pili che il nostro Piemonte; i Romani
stentarono tre secoli per avere un territorio equivalente appena ad una delle
nostre provincie. Ebbene, noi in tre anni abbiamo ottenuto cinquanta volte
di più di quello dei nostri progenitori t (Atti Uff, N" 921, pag. 3580).
Ma d'ordinario la durata delle opere risponde al lavoro sostenuto per
compierle. I fiaschi si fanno con un soffio, e si rompono con un semplice
urto, ed è molto tempo che Torquato Tasso cantò:

Che a voli troppo alti e repentini
Sogliono i precipizi esser vicini.

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