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George Bernard Shaw

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Ecco che la necessità di por fine a questo interminabile libro si fa imperativa. Vi ho trattato
in massima di questioni sovente ripetute da me, e da altri prima di me. Eppure bisognerà
ridirle ancora, più sovente di quanto un martello abbia da battere su un chiodo per farlo
penetrare in un muro, se si vuole che queste cose entrino nella coscienza del signor
Ognuno.

Debbo pure considerare i critici e per questo mi ripeto qui. I miei primi passi nella carriera
letteraria li feci appunto come critico, e so benissimo che la lettura di un libro da parte del
revisore dipende dalla somma che riceverà per la sua recensione. A volte è un semplice
giudizio sulla copertina; in questo caso l'autore è fortunato perché il giudizio suona sempre
laudativo. Spero perciò anch'io in un giudizio attraente sulla copertina del mio libro. La
questione è, che alcuni critici, essendo ben pagati, si possono permettere il lusso di fare un
esame coscienzioso. Dato però che a leggere interamente un libro perderebbero troppo
tempo, non può far loro altro che piacere se qualcuno riassume lo scritto.

In ultimo è bene non dimenticare il lettore il quale, lui, paga per ottenere il privilegio di
leggere ciò per cui sono pagati i critici. Egli, o ella che sia, raggiunto il trentesimo capitolo
ha sovente una tale confusione in capo che abbisogna, a ritrovar equilibrio, di un breve
riassunto il quale serva a ricordargli quanto era scritto nelle prime pagine.

Ecco perché intendo fare un giro a volo d'uccello sui vari campi da me sorvolati in questo
mio libro.

Cinque sono i rami in cui una civiltà, specialmente se antiquata e appesantita da
superstizioni innestatesi sul suo tronco per mancanza di cure, potature eccetera può
perdersi, e cioè: l'economia, la politica, la scienza, l'educazione, la religione. A mio parere
in tutti e cinque questi rami siamo pericolosamente in ritardo sui tempi e finiremo a
catafascio come le precedenti civiltà a nostra conoscenza, se non ci decideremo a
revisionare con una certa frequenza le nostre istituzioni.

Sorge ora una questione: sotto quale punto di vista ci troviamo arretrati? Per il signor
Ognuno e Consorte non solo non siamo in ritardo con i tempi, ma addirittura in notevole
anticipo, e questo perché il signor Ognuno e Consorte son tanto ignoranti e ineducati nelle
questioni economiche, politiche, scientifiche e religiose da non sapersi autogovernare e,
meno ancora, scegliersi con una certa saggezza i propri governanti. Così, i loro mal scelti
governanti li conducono in tali pasticci che, colti dalla disperazione, i poveri signori
Chiunque cadono in balia di dittatori autonominatisi tali, i quali tosto si corrompono
nell'esercizio del potere assoluto. E qual è l'uomo, ammettendolo incorruttibile, che

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sarebbe capace da solo di maneggiare un simile potere? Presto o tardi questi despoti
invecchiano e muoiono lasciando i loro adoratori sperduti e angosciati fino a che non sorga
un nuovo avventuriero a raccogliere la sua messe di idolatria.

La sola cura radicale a tanta ignoranza la si troverebbe in una educazione completamente
aggiornata e a portata di tutti, tecnica e obbligatoria fino a un dato punto (si obbligano
bene i ragazzi a studiare la tavola pitagorica), e, oltre quel dato punto, volontaria razionale
ed estetica, spinta al limite dell'umana conoscenza e capacità. Questo limite varia tanto da
un individuo all'altro, che i nostri tentativi di imporre a menti di media levatura
l'istruzione superiore senza lasciarsi guidare da un qualche concetto discriminativo è non
soltanto una perdita di tempo, ma anche una perniciosa crudeltà. Tanto varrebbe mettere
un bimbo a remare nelle regate universitarie. D'altra parte, negarla a un Einstein o a un
Gilbert Murray significherebbe impedire il completo fiorire di qualche genio, di valore
forse inestimabile per la civiltà. Ecco perché l'istruzione superiore dovrebbe essere alla
portata di tutti e imposta a nessuno. Gli individui né troppo né troppo poco istruiti trovano
gioiosamente il loro posto nel mondo e ammettono per primi che l'idea, puramente teorica,
patrocinata dal nostro Ministero dell'Istruzione e dai nostri adulti suffragisti, idea per cui
chiunque può essere educato a scuola a divenire un matematico, uno scrittore di poesia
epica greca o latina, un filosofo che faccia epoca, un papa o un primate, un competente
Primo Ministro o il membro di un Governo, un maresciallo vittorioso o un ammiraglio, un
giudice di Cassazione, un abile negoziante o un direttore di fabbrica, e con molto minor
impegno un individuo qualificato a giudicare ed eleggere tutti costoro, è una sciocca
pedanteria. Chi si dedica alla carriera del governo deve possedere le necessarie qualità e
abilità, e deve acquistare una tecnica esecutiva pari a quella che nel loro campo possono
avere un falegname e un cuoco. Ecco perché nei loro vari gradi e incarichi i designati a
governare dovrebbero essere scelti da liste in cui fosse iscritto soltanto chi avesse superato
le prove più adatte a mostrar la sua capacità, e non a casaccio da un elenco telefonico o da
liste di contribuenti compilate senza alcun criterio discriminativo.

La natura fornisce miracolosamente il numero necessario di individui dotati delle più alte
qualità specifiche, e li fornisce sempre in eccesso - dando agli elettori un vasto campo di
scelta il quale, solo, rende possibile la democrazia - purché il rifornimento non ne risulti
impedito, come lo è oggi che si vuol negare ai nove decimi del popolo la necessaria
educazione. Questo speciale operato della natura viene chiamato divina provvidenza. Da
un secolo a questa parte i nostri scienziati di professione ne negano l'esistenza o la
ignorano allo stesso modo in cui la provvidenza diabolica produttrice della nostra
percentuale di idioti viene negata dai democratici dottrinari. Questa speciale provvidenza è
invece idoleggiata dai nostri partiti democratici, e generalmente dai nord-americani, i quali
sostengono che in politica non esiste ciò che si usa denominare specializzazione, dato che
qualsiasi maggioranza risulta in ugual modo infinitamente saggia quanto a filosofia sociale
e infallibile come elettrice.

Beninteso è questa una sciocchezza; la regola della maggioranza non è altro che
l'accettazione pacifica di una probabilità, che, nel caso in cui i vari partiti si battessero per
ottenere la supremazia, darebbe la vittoria al partito più numeroso, non certo a quello
dotato maggiormente d'ingegno. La natura, o divina provvidenza, comunque vogliate
chiamarla, è orientata tutta verso il governo di minoranza; e questo spiega perché i ministri
competenti siano in ben più esigua minoranza che non gli stagnini e i sarti. Non si
conoscono maggioranze professionali, e un Governo saggio è la vocazione più altamente
specializzata che vi sia. I sedicenti democratici di professione, ignari di questi fatti,
vengono nel mio libro trattati con la massima irreverenza e nominati "pubblica calamità".
Beninteso entrambe le categorie mi rendono pan per focaccia bollandomi di "nemico delle

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scienze" e "vecchio codino". Ma per quanto ci possiamo bisticciare, i fatti sono fatti e il
lettore farà bene a osservare il mondo senza prestar attenzione ai nostri reciproci vituperi.

Passiamo, ora, ai miei sommari.

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