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NINFEO ROSA

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Collana di studi e ricerche della Biblioteca Comunale
Luigi Cimarra

MAZZABBUBBÙ
Repertorio del folclore infantile civitonico

Illustrazioni di
MARIA BERTO

Edizioni Biblioteca Comunale «Enrico Minio»


Civita Castellana 1997
Organizzazione editoriale, progetto grafico
Alfredo Romano

Impaginazione
Marina Iacobelli
Alfredo Romano

Collaborazione
Marianna Tumeo

Sede editoriale
Biblioteca Comunale «Enrico Minio»
Via Ulderico Midossi
Civita Castellana (VT)
Tel. 0761-590223
Fax 0761-514180

Stampa
Tipografia Punto Stampa
Civita Castellana

ISBN 88-86903-03-0
A Lucia che illumina...,
ad Alessio Agostino Ivan Igor
che porta santi e terribili nomi,
a Jacopo piccolo e furbo come Pollicino.
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NOTA INTRODUTTIVA

Nel settembre 1953, presentando il primo numero della rivista 'La lapa' da lui fonda-
ta e diretta, Eugenio Cirese, uomo di scuola e poeta dialettale, fervido animatore cultura-
le e infaticabile indagatore delle tradizioni etnofolcloriche della Sabina e del Molise,
spiegava da quali legami profondi con il mondo contadino, con l'umanità casuale e mi-
sconosciuta dei 'semplici' nasceva la sua iniziativa editoriale. Più che da matrice ideolo-
gica, sostanziata dalla coscienza di classe, il suo invito, rivolto a tutti, di darsi "una stro-
picciata d'occhi per vedere uomini proprio dove fino ad ora hanno visto cafoni"1,
scaturiva dalla sua solidale sympátheia con le genti della nativa terra molisana, che si
portava dentro come patrimonio esistenziale. E più diffusamente scriveva: "Sono nato in
un paese dove gli uomini avevano dette parole in lingua soltanto a scuola. Lingua popo-
lare, vita lavoro sentimento popolari, riflessi e colorati tra i campi, le case e la piazzetta.
Ho sempre creduto in quel mondo, e sempre ho avuto il rammarico che la sua storia e la
sua letteratura restassero un campo chiuso di prove e di scavi riservato agli specialisti:
che fossero viste come terreni di indagini minori, incapaci di contribuire, come tutto
quanto è vita e umanità, al progresso della cultura; che si trascinassero dietro un ingrato
sapore di curiosità turistica o di colore locale".
Sarebbe davvero un errore considerare queste affermazioni come una riproposta ag-
giornata e riveduta di un motivo topico da parte di chi, maledicendo la nequizia dei tem-
pi, tediato dal frastuono della vita urbana, ricerca l'arcadico rifugio (o rus quando te vi-
sam!), per coltivare gli ozi letterari, e loda l'agreste semplicità del piccolo mondo antico.
Esse non rappresentano neppure il tentativo di idealizzare la cultura contadina, soprav-
valutandola mediante un rovesciamento interpretativo altrettanto mistificatorio e fuor-
viante, ma esprimono il convincimento intellettuale, corroborato dall'esperienza quoti-
diana, di chi è consapevole che le classi subordinate / dominate / illetterate sono
portatrici di una cultura che è (ed è stata) compresente e viva nella comunità nazionale:
questa cultura possiede valori intrinseci, costituiti da forme espressive, atteggiamenti e
mentalità, insomma una concezione della vita e una visione del mondo, che non sempre
e comunque risultano diverse od oppositive rispetto a quelle delle classi dominanti. La
realtà complessiva di questi fatti è degna perciò di studio, da demandarsi ad una disci-
plina, liberata da condizione ancillare, che sia dotata dello statuto di piena scientificità.

1
E. Cirese, Quasi un programma, in 'La Lapa', a. I, num. 1, settembre 1953, p. 1. Il passo merita
di essere riferito per esteso:"Quel mondo popolare è cosa assai seria. Se in tanti uomini e in tante
opere esso è solo eco, ombra, tenue segno, nel cuore della nostra vita associata esso sta - vivo an-
cora, anche se negato e respinto - come parte della nostra civiltà, e della nazione; e domanda di
essere riconosciuto come storia e verità umana; domanda che non solo pochi, ma tutti, si diano
una stropicciata d'occhi per vedere uomini proprio dove fino ad ora hanno visto 'cafoni'".

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In sintesi lo studioso rivendicava: 1- la dignità scientifica per una cultura depaupera-
ta con appropriazioni indebite, senza che le fosse concesso in molti casi neppure il dirit-
to di citazione; 2 - il riconoscimento per una cultura negata, perché secondo l'ideologia
borghese contrastava con l'ideale di patria e di nazione, unitaria ed unica come la cultura
che la deve rappresentare, mentre il folclore con il suo patrimonio è espressione del lo-
calismo e del particolarismo, afferma in alcuni casi le istanze di autonomia.
In quanto scriveva Cirese ritrovo per certi versi la mia vicenda personale, quasi una
'vita parallela'. Appartengo ad una famiglia di operai ceramisti, a quella classe proletaria
che ha attraversato gli anni del secondo dopoguerra tra illusioni e speranze, in tenaci lot-
te politiche, che oggi, come allora, qualcuno può giudicare ingenue, ma che nascevano
dalla fiducia in un avvenire più giusto, perché il presente era fatto di fatica e di privazio-
ni, e nei periodi più neri anche di disoccupazione, di stenti e di fame. La storia della
prima repubblica sta a dimostrare che forze oscure sono scese in campo nel tentativo di
risospingerla indietro, di ricacciarla forzatamente al margine della storia, sullo sfondo
indistinto di un crepuscolo senza giorno e senza orizzonti. La mia fanciullezza non è sta-
ta soltanto l'età dei giochi e della spensieratezza... e in tutti questi anni mi sono portato
dentro, senza rinnegare nulla della cultura ufficiale ed operare categoriche esclusioni,
l'impegno di essere testimone e tramite della memoria collettiva. Certo nella mia prima
giovinezza si trattava di una partecipazione emotiva, che piegava al populismo romanti-
co, confusa in un misto di proiezione mitica e di aspirazione al riscatto: qualcuno po-
trebbe osservare che mi difettava quel necessario distacco scientifico, che tuttavia,
quando si vuol affermare come assoluto, diventa alibi mistificante.
La cultura delle classi subordinate è stata spesso giudicata secondo opposizioni bina-
rie che ne marcavano la negatività (recettiva vs. reattiva, imitativa / ripetitiva vs. creati-
va, sedimentata / stratificata vs. unitaria / coerente, passiva / statica vs. attiva / dinamica,
positiva vs. propositiva), perché avrebbe derivato contenuti, modelli, strutture dalle clas-
si egemoni, mediante un processo di scadimento. Si tratterebbe di una cultura inerte,
quasi residuale, incapace di elaborare propri modelli in sintesi originali. Tuttavia si può
obiettare che qualsiasi scambio culturale tra popoli come tra classi o gruppi sociali non è
meccanico, ma implica interazione e reciprocità, non è trasmissione in senso unilaterale
(secondo le definizioni dell'antropologia anglosassone donor e recipient culture), ma è
anche processo mutuale nei due sensi, selettivo, plastico, autonomo con un suo sviluppo.
È fondamentalmente vero ed applicabile anche al nostro caso l'appunto critico che Lan-
ternari muove al concetto di assimilazione così come è stato elaborato da

14
alcuni antropologi2: "Chi veda nell'assimilazione [...] una possibile soluzione del proces-
so acculturativo [...] perde di vista la natura dialettica del rapporto interculturale, per cui
ciascuna cultura reagisce come corpo vivente al modello proposto da fuori di un'altra
cultura". Nel caso nostro poi non si è trattato di semplice coesistenza, di mondi separati
e conchiusi, ma caratterizzati da flussi ininterrotti nei due sensi, che ci obbligano a ri-
muovere il preconcetto di una opposizione dicotomica tra cultura complessa e cultura
semplice, tra cultura organica e cultura disorganica, tra cultura originale e cultura rifles-
sa, commensurata e parametrata su quella considerata superiore. Da diverso tempo or-
mai in Italia gli spiriti più avveduti si sono resi conto che il disegno socio-politico, per-
seguito in passato, di una reductio ad unum non ha soltanto obliterato un ricco
patrimonio di tradizioni, ma ha creato un centralismo burocratico, che ha mortificato
l'autonomia locale, favorendo per reazione l'insorgenza di spinte secessioniste.
La cultura di una comunità tradizionale è formata da un patrimonio etnofolclorico e
linguistico complesso ed articolato; investe l'uomo nelle sua interezza ed è fatto di cono-
scenze tecniche, di credenze magico-religiose, di consuetudini alimentari, di forme sa-
pienziali e letterarie, di comportamenti sociali; garantisce l'identità e rinsalda l'apparte-
nenza di un individuo ad un determinato gruppo. Non rimane immutabile nel tempo, ma
soggiace alle dinamiche sociali e ai mutamenti strutturali, che intervengono, ed è capace
di procedere sempre a nuove sintesi; di esso si può dare una visione globale ed analitica
insieme. Il problema è che l'approccio metodologico con cui gli studiosi si sono accosta-
ti al folclore ed alle tradizioni popolari non è stato sempre univoco e corretto, ma oscil-
lante, condizionato di volta in volta, in omaggio all'ideologia dominante, dalla suppo-
nenza per le superstitiones populares, considerate come aberrazioni irrazionali, o da
altre interpratezioni prevaricanti come l'idoleggiamento romantico e il paternalismo po-
sitivistico. Quello che necessita e di cui si sente l'urgenza è uno studio sistematico che
veda il concorso e l'apporto multidisciplinare soprattutto delle scienze umane come l'et-
nografia, l'antropologia, la sociologia. Per quanto mi riguarda ho cercato di dare il mio
contributo, partendo proprio da quello che molti continuano a considerare ancora un 'ter-
reno di indagine minore', cioè il folclore infantile.

È opinione vulgata che il gioco sia appunto 'gioco' (mi sia consentito il bisticcio ver-
bale, l'apparente truismo), cioè puro e semplice divertimento, non un'attività 'seria', in
cui occupare tempo e intelligenza, dato che ha valore autotelico senza alcun fine utilita-

2
Riteniamo altrettanto valida, per spiegare i rapporti interculturali, l'osservazione che G. Cocchia-
ra (Le origini della poesia popolare, p. 69) applicava alla poesia: "Non solo, ripetiamo, le due
poesie possono essere fra loro tributarie, ma anche in questo processo di possibile scambio si pos-
sono avere tanto degli abbellimenti quanto dei deterioramenti [...]. In generale gli assorbimenti, e
da una parte e dall'altra, di particolari strutture o temi, sono creazioni a nuovo e non passive ripe-
tizioni".

15
ristico per l'uomo. Questo luogo comune è stato largamente condiviso ed ha trovato in
passato giustificazione teorica da parte degli scienziati, se escludiamo le intuizioni di
Friedrich Schiller o le ricerche pionieristiche di H. Spencer, del Tylor e di pochi altri3.
Nella prefazione alla sua opera sulla psicologia del gioco infantile, Susanna Millar
molto opportunamente osserva: "per molto tempo la parola 'gioco' è stata un termine lin-
guistico di scarto usato per definire un comportamento apparentemente volontario, ma
che non sembrava avere alcuna utilità biologica o sociale"4, cioè come passatempo fine
a se stesso, che assolveva ad una funzione di svago. Tale giudizio trovava preciso ri-
scontro nelle affermaziomi, talvolta drastiche, degli studiosi delle varie discipline che
l'attività ludica non fosse meritevole di un'indagine scientifica o fosse tuttalpiù degna di
osservazioni occasionali5. Anche le moderne teorie sul gioco, come quelle del "surplus
di energia", della "ricapitolazione", della "Gestalt" od infine come la teoria elaborata da
Piaget non danno risposte risolutive al problema e possono essere soggette a rilievi criti-
ci, ad esse tuttavia bisogna riconoscere il merito di aver affermato la complessità del fe-
nomeno assieme all'importanza che assume l'attività ludica come componente essenziale
nell'evoluzione della specie e nello sviluppo dell'individuo: nel processo cognitivo come
in quello motorio, a livello individuale ed insieme sociale, nell'apprendimento del senso
ritmico e melodico, nel riconoscimento del rapporto spazio-temporale, nell'acquisizione
delle abilità fisiche, percettivo-motorie, relazionali. Anzi gli esperimenti portati avanti
dagli psicologi dimostrano che l'attività ludica della prima infanzia è correlata significa-
tivamente con l'inventiva e l'originalità rilevate nelle età successive. Lo Chateau6 ha sot-
tolineato a più riprese il ruolo fondamentale che il gioco assume nello incrementare le
abilità fisiche e mentali del bambino: "Di un fanciullo non si può dire soltanto che 'cre-
sce', bisognerebbe dire che 'si cresce' per mezzo del giuoco. Con il giuoco, egli mette in
azione le possibilità derivanti dalla sua particolare struttura, realizzale capacità virtuali
che affiorano successivamente alla superficie del suo essere, le assimila e le sviluppa, le
unisce e le complica, coordina il suo essere e gli dà vigore".
Dal canto suo la scienza etnologica ha raccolto copiosi materiali, che, attraverso l'e-
same comparato, illuminano la funzione e il valore originari dei giochi, collegandoli a

3
F. Schiller scriveva: "Der Mensch spielt nur wo er in voller bedeutung des Wortes ensch ist, und
er ist nur ganz a Mensch wo er spielt".

4
S. Millar, La psicologia del gioco infantile. Torino, Boringhieri, 1979, p. 9.

5
Questo spiega il tardivo (relativamente) interesse da parte degli studiosi per questo genere di do-
cumenti: "In Italia le prime raccolte di poesia popolare che includono rime infantili si pubblicano
tra il 1848 e 1871. Ma è solo da quella data e soprattutto dal 1877 con la raccolta di Corazzini che
si comincia a prestare attenzione a queste composizioni" (L. Gandini, Ambarabà, p. 11).

6
J. Chateau, Il fanciullo e il giuoco, p. 3.

16
credenze e a riti magici remoti, e ne confermano l'importanza per la storia delle religioni
e del folclore7: "Ciò che di antichissimo sopravvive sin entro ad epoche recenti, o con-
ferma direttamente i dati dell'etnologia, o, per l'ambiente stesso in cui si respira, diverso
da quello che gli ha dato origine, ha perduto, o può aver perduto, il suo significato ini-
ziale. Se arriviamo a ricostruirlo, è solo con l'accostare la costanza di elementi che si ri-
petono in vario modo attraverso ad aree piuttosto vaste e non necessariamente vicine,
con elementi simili, propri di una cultura di stadio anteriore al nostro attuale, di cui sto-
ria ed etnologia abbiano fatto intuire il significato. [...] È infatti sul fondamento delle no-
stre conoscenze etnologiche che potremmo intuire il significato originario di certe fila-
strocche ritmiche, apparentemente senza senso, che accompagnano i giochi infantili a
base di imitazione di animali".
Ne consegue che le prospettive di indagine possono essere diverse e complementari
e coinvolgere le competenze di molte discipline: dalla psicologia all'etologia, dalla so-
ciologia all'antropologia, dall'etnologia alla storia, dalla letteratura alla linguistica, alla
religione, alla musica, tanto per citare quelle più significative.

Diversamente dalle altre specie di animali, in cui i nati acquistano piena autonomia
in tempi piuttosto brevi, i primati (principalmente l'essere umano) sono caratterizzati da
una lunga fase di prematurità. Anzi si può affermare che nei primi mesi di vita la dipen-
denza dei cuccioli dagli adulti è assoluta, poi gradatamente le varie abilità e competenze
vengono acquisite attraverso un assiduo 'apprendistato', in cui tutte le potenzialità fisiche
e mentali si attualizzano e si consolidano: attraverso il gioco il bambino si orienta e si
confronta, collauda e sperimenta. Per quanto riguarda l'uomo durante l'infanzia il gioco
svolge una funzione essenziale di esplorazione e di conoscenza di sé e della realtà circo-
stante, di progressivo inserimento nella società adulta, attraverso l'assimilazione di nor-
me e regole8.

7
A. Seppilli, Poesia e magia, p. 171. L'etnologa prosegue: "I precedenti possono ascendere ad
epoche assai lontane, anche preistoriche, a originali propri di una cultura venatoria o di alleva-
mento, sul tipo di rappresentazioni totemiche australiane, o di canti vedda che conosciamo, o di
quelli degli Indi. La memoria si sarà conservata grazie all'enorme carica emozionale originaria,
così come si sono conservate la favola o l'epopea degli animali. Nel suo graduale decadere fino a
gioco infantile, il canto rituale originario avrà facilmente sollecitato, a vari livelli, il formarsi di
altri canti, canti non del tutto uguali agli esemplari, se di questi era venuta meno l'intima com-
prensione. E a lor volta i canti di imitazione avranno agito sugli elementi-tipo autentici, fino a tra-
sformarli profondamente".

8
E' del tutto condivisibile l'affermazione di J. S. Bruner, quando sostiene che "il gioco è l'impe-
gno principale dell'infanzia, il suo veicolo dell'improvvisazione e della combinazione, l'induttore
primario di sistemi regolativi, mediante i quali alle spinte impulsive viene a sostituirsi il mondo
dei freni culturali" (BJS, vol. I, Introduzione, p. 18).

17
Il rapporto piccolo-adulto si instaura fin dal primo momento dell'esistenza, con sti-
moli e sensazioni che madre e figlio si trasmettono reciprocamente durante la gestazione
nel grembo materno, ma che si manifestano ancor più visivamente dopo la nascita; col
trascorrere del tempo esso si allarga alla cerchia familiare e parentale, a quella degli a-
dulti e dei coetanei: attraverso l'osservazione e l'imitazione del comportamento collauda-
to dell'adulto, il bambino ne incorpora i modelli nei propri giochi, accetta l'influenza del
contesto sociale, comprende la differenza dei ruoli sessuali. Dunque il processo incultu-
rativo si sviluppa attraverso una interazione continua, dal momento in cui il bambino
germina alla vita e sugge il latte dal seno materno: dai primi balbettamenti, dalle prime
lallazioni9, dai primi passi, la comunicazione avviene attraverso il contatto fisico, l'e-
spressione del volto, il sorriso, il movimento e la nenia cullante delle ninne nanne, le
cantilene legate al dondolio sulle ginocchia, i primi semplici giochi come quello del 'fare
cucù' oppure 'bobbo-(s)sèttete'10 via via attraverso forme più complesse, con le quali gli
adulti trasmettono al bambino il patrimonio culturale, il paradigma dei valori propri del-
la comunità, di cui la famiglia fa parte.
Anche il linguaggio da elementi semplici e lineari, generalmente paratattici, arricchi-
ti dalla presenza di onomatopee o allitterazioni, di sillabe replicate o variate solo per
qualità apofonica (ninna-nanna, pappa, papà, pupo, tata, ciciò, mamma, dindolò), di i-
terazioni o anafore, di catene verbali, diviene sempre più articolato. Basterebbe accen-
nare alla glossolalia che caratterizza molte delle produzioni che avvengono nella prima
infanzia. In tal modo il bambino acquisisce una conoscenza elementare del vocabolario,

9
P. Levenstein, Lo sviluppo cognitivo attraverso la verbalizzazione del gioco: il programma do-
mestico madre-bambino, in BJS, III, pp. 351-352: "Questo progetto nacque dalla convinzione,
sostenuta dall'evidenza della ricerca, che lo sviluppo mentale è in stretta relazione con quello ver-
bale, e che la madre può influire sulla crescita cognitiva a seconda della quantità e della qualità
dell'interazione verbale che riesce a stabilire col proprio bambino. Ne sia consapevole o no, la
madre di un bambino in età pre-scolare è in effetti il principale agente ambientale del suo svilup-
po intellettivo. In questo ruolo - che è poi essenzialmente quello di un 'socializzatore' cognitivo
quale aspetto del più generale processo di socializzazione, essa è l'elemento rappresentativo della
famiglia, e cioè il canale più importante attraverso il quale la cultura da sociale diventa individua-
le".
10
A proposito di questo gioco che l'adulto (di solito la mamma) propone al bambino, vd. quanto
affermano J. S. Bruner e V. Sherwood (Il gioco del cucù e l'apprendimento delle strutture norma-
tive che lo regolano, in BJS, III, p. 341): "il gioco del cucù può essere considerato senza ombra di
dubbio come una delle più universali forme di gioco tra adulti e bambini". Simile al primo è
bbobbo...sèttete (vd. DEI, vol. I, p. 468, s.v. bausètte), che è in uso anche a Roma; l'esecuzione è
molto semplice e si fa ai bimbi intorno al primo anno di vita: l'adulto, nel pronunciare la prima
parola, si copre il volto, accostandovi le mani. Dopo qualche attimo, a sorpresa, si scopre, pro-
nunciando la seconda parola e atteggiando il volto al sorriso.

18
dei moduli intonazionali e ritmici, delle strutture linguistiche. La padronanza di questi
forme e strutture assume una funzione per lui rassicurante, agevolando un progressivo
arricchimento personale, anche se implica nel contempo un condizionamento.
L'educazione 'linguistica' prosegue senza interruzione, quando i genitori esercitano la
capacità mnemonico-imitativa, proponendo bisticci verbali come gli scioglilingua, o
quando sollecitano l'acume dell'ingegno, la capacità di riconoscere relazioni attraverso
la soluzione di indovinelli.
Principi morali e religiosi, regole di vita e di comportamento, vengono trasmessi con
l'insegnamento di semplici orazioni e di pratiche devozionali o con la citazione di pro-
verbi, che rappresentano un patrimonio di saggezza accumulato nella millenaria espe-
rienza dell'umanità. Si sviluppano il gusto narrativo, l'interesse per l'immaginario e il
fantastico, il rapporto magico con gli elementi naturali mediante la narrazione di fiabe e
favole; si rinsaldano i legami con la comunità attraverso il racconto delle leggende stori-
che o l'enunciazione dei blasoni popolari.

Il processo di trasmissione del patrimonio culturale tra generazioni avveniva in pas-


sato secondo modalità, diverse da quelle attuali, alle quali vale qui la pena accennare,
tenuto conto che, in linea con le trasformazioni economico-sociali che hanno caratteriz-
zato la società italiana, anche Civita Castellana ha subito dagli inizi del secolo profondi
cambiamenti: "è divenuta il polo dinamico al centro d'una vasta area industrializzata,
l'unica della provincia di Viterbo. Con profondi cambiamenti strutturali - che hanno vi-
sto il passaggio brusco, da un assetto preindustriale con prevalenza del primario accanto
a modeste attività artigianali, ad uno industriale specializzato - è cambiato l'intero modo
di vivere nel giro di un paio di generazioni"11.
Occorre preliminarmente precisare che il concetto di "infanzia" come età a sé stante,
come età protetta, cui si riconoscono particolari diritti, separata dal mondo degli adulti,
è acquisizione relativamente recente. Rientra nella ridefinizione delle varie fasi della vi-
ta che si è imposta negli ultimi secoli: si consideri per altro verso la formula 'terza età',
cui non si deve attribuire soltanto un valore eufemistico, poiché è postulata dal progres-
sivo allungamento dell'esistenza e dalla persistente vitalità che le mutate condizioni so-
cioeconomiche garantiscono, rispetto al precoce invecchiamento, all'usura fisica e al-
l'abbrutimento, cui la fatica condannava le generazioni passate.
A fronte di una scolarizzazione ormai generalizzata, occorre ricordare che, fino alla
seconda guerra mondiale, limitata è stata l'incidenza della scuola e che l'abbandono sco-
latico costituiva una regola: soltanto una esigua minoranza possedeva una buona padro-
nanza della lettura e della scrittura, rari erano i casi in cui si riusciva a conseguire la li-
cenza elementare.

11
F. Petroselli, Tradizione identità collettiva ecc., p. 92.

19
Il lavoro minorile era fenomeno largamente diffuso, non soltanto nelle campagne. In
un'economia chiusa, di sussistenza, dove il risparmio era un principio ferreo e le braccia
umane rappresentavano una risorsa irrinunciabile, anche i bambini venivano impiegati in
mansioni o in lavori poco remumerati, ma non per questo meno spossanti: si pensi, tanto
per fare un riferimento concreto ed immediato, ai biscini, cioè ai pastorelli, i piccoli gar-
zoni che erano adibiti nella custodia delle greggi, o ad operazioni minori come la spigo-
latura ('nnà a spica), dopo che nel campo erano passati i mietitori. Le testimonianze a
tal riguardo sono precise; il ricordo della fatica non è mai sfocato nella memoria degli
anziani: a scòla noi 'n ce semo potuti nná, perchè i ggenitori...de òtt'anni sò nnato a
riccòjje' 'a jjanna io. E ppijjàmjo sètte sòrdi ar giorno. E allora come facevi a 'nnà a
scòla?12. La mobilità nel territorio era ridotta: il ciclo dell'esistenza per molti si consu-
mava, se si eccettua la parentesi del servizio militare e le sortite nei paesi limitrofi in oc-
casione di fiere, all'ombra del proprio campanile. La trasmissione del 'sapere' aveva co-
me strumento l'oralità ed aveva come 'maestri' gli adulti, avveniva nel contesto della vita
quotidiana, spesso durante il lavoro nei campi oppure durante il lungo apprendistato nel-
la bottega di un artigiano: 'o mestière tòcca rubballo coll'òcchi; 'o novizziato se paga,
ammonivano con tono perentorio i proverbi.
Il primo ambito nel quale il bambino 'imparava' direttamente era la famiglia. Abbia-
mo già accennato al ruolo insostituibile svolto dalla madre, con la quale nei primi anni
di vita il bambino manteneva un rapporto privilegiato, per non dire esclusivo: era lei che
lo allattava, lo ninnava, gli insegnava i primi movimenti; il bambino viveva con lei quasi
in simbiosi. La prima voce che sentiva risuonare era quella della madre che parlava o
cantava, da lei venivano le prime sensazioni tattili, le effusioni, gli sfoghi, i rimproveri.
Significativo risultava, all'interno della famiglia allargata patriarcale, nella quale
convivevano più nuclei, il ruolo degli anziani, soprattutto dei nonni, depositari di espe-
rienze e conoscenze accumulate negli anni, archivi viventi di memoria e fonti inesauribi-
li di saggezza: nelle lunghe veglie invernali, durante i lavori nella stalla (scartocciatura
del granturco) o nei campi (raccolta delle olive, vendemmia, mietitura), nelle solennità
ricordevoli, essi trasmettevano alle generazioni più giovani, assieme ad una molteplicità
di utili nozioni empiriche, un vasto patrimonio di tradizioni.
Nei piccoli centri rurali non meno importante era il 'vicinato', che svolgeva beninteso
una funzione di controllo e di censura, ma garantiva pure solidali vincoli di mutua assi-
stenza, con una vigilanza assidua sui bambini, quando i genitori erano impegnati nel la-
voro dei campi, perché, quanno se 'nnava a llavorà fòra, se lavorava da levata a ccala-
ta. La presenza dei vicini era protettiva e rassicurante. Più forte risultava la coesione

12
Inform. Nazzareno Ricci. Nella raccolta delle ghiande venivano impiegate pure le bambine, che
trascorrevano l'intera giornata lontano da casa, sotto le grandi querce che dominavano nella soli-
tudine della campagna, spesso esposte alle intemperie, per un compenso irrisorio. Una anziana
donna, rievocando gli anni della sua infanzia, ha citato, a testimonianza di questa fatica, il verset-
to che veniva cantilenato: "Bbirèlla bbirèlla / pe' ssètte sòrdi tòcca mette' 'e mano per tèrra".

20
sociale, come l'adesione al complesso di valori etico-religiosi, che erano condivisi dal-
l'intera comunità, l'universo segnico utilizzato per comunicare era noto a tutti. La struttu-
ra stessa del centri agevolava la convivenza: l'abitato, contenuto per secoli entro limiti
precisi, non aveva avuto espansioni urbanistiche, e l'assetto delle case non era progettato
per garantire una privacy assoluta; esistevano spazi deputati all'incontro e alla aggrega-
zione (il cortile, la strada e gli slarghi tra le case per i bambini; la piazza e l'osteria per
gli uomini; la bottega, il lavatoio o il forno pubblico per le donne), offrendo continue
occasioni per rinsaldare i rapporti sociali. Nel mondo contemporaneo le occasioni per
stare insieme si sono rarefatte: il traffico intenso nelle strade, l'esistenza convulsa senza
pause, lo stesso assetto urbanistico (l'insediamento di Civita Castellana, in mezzo secolo,
ha travalicato le forre che delimitano il sito originario e si è estesa a macchia d'olio aldi-
là del ponte Clementino) non facilitano l'aggregazione dei bambini. Se poi pensiamo ai
processi di omologazione perseguiti dai massmedia, dai mezzi onnipervasivi con il loro
potere di persuasione (televisione, radio, la comunicazione informatica e telematica) ci
rendiamo conto come gli individui vengono trasformati in monadi isolate, marcate dal
medesimo senso di solitudine.
L'altro fattore che occorre tenere presente è il gruppo dei coetanei, nel quale non ve-
rificava lo stacco che ritroviamo oggi tra le giovani generazioni. In una comunità tradi-
zionale "non si manifesta quella rigida separazione che l'organizzazione istituzionale
prescolastica e scolastica impone e che conduce spesso al condizionamento stesso dei
comportamenti dei bambini (un gruppo di bambini di otto anni, per esempio non accetta
nel suo gioco bambini di cinque o sei anni). La tendenza oggi è che ogni bambino abbia
una vita circoscritta fra i suoi coetanei in modo che le esperienze comuni possano svi-
lupparsi meglio, senza pensare a quanto possa essere utile assorbire (anche senza capir-
le) esperienze dei bambini più grandi"13.

Abbiamo dunque individuato i due fondamentali assi di trasmissione dei giochi: da-
gli adulti ai bambini, da una generazione di bambini all'altra. Prima di concludere queste
brevi riflessioni, ci preme rimuovere il radicato pregiudizio che vede nella realizzazione
del rapporto adulto-bambino un flusso a senso unico. Qualche studioso continua a rite-
nere che il patrimonio dei giochi sia costituito essenzialmente da forme di 'scarto', cioè
decadute dal mondo adulto e riciclate in quello infantile. Riducendo l'autonomia dei
bambini ad un atteggiamento ricettivo, si nega loro la capacità di imitare, vale a dire la
'loro' capacità di selezionare e di rielaborare. Invece sono proprio essi, con il loro l'in-
tervento attivo, ad apportare continue innovazioni e modifiche alle rime e alle regole
apprese, ad inventarne di nuove, contribuendo a creare la loro cultura, in parte ricalcata
sul modello di quella adulta e in parte costruita in contrapposizione e in reazione ad es-
sa. Non intendiamo di certo affermare una creatività assoluta, che proceda quasi ex

13
S. Mantovani, Lo daremo all'uomo nero..., p. 70.

21
nihilo, ma nemmeno giustificare la trasmissione di un patrimonio così importante per
semplice forza d'inerzia. In un saggio sul 'linguaggio infantile ed afasia' Roman Jakob-
son ha svolto riflessioni che assumono anche per il folclorista un non trascurabile peso
14
: “La creatività del bambino non è evidentemente pura creatività, invenzione dal nulla;
dall'altro l'imitazione non è una meccanica e involontaria adozione. Il bambino crea
mentre riprende dagli altri. L'obiezione a ogni concezione che nega qualsiasi valore au-
tonomo a un 'bene culturale decaduto' è altrettanto valida per l'acquisizione del linguag-
gio nel bambino: il suo riprendere non è esattamente un copiare; ogni imitazione richie-
de una selezione e quindi un allontanamento creativo dal modello. Certi elementi del
modello vengono eliminati, mentre altri acquistano un nuovo valore".
Il repertorio folclorico, che sono riuscito a riunire in vari anni di ricerca a contatto
con gli anziani e i bambini di Civita Castellana, non costituisce soltanto una documenta-
zione retrospettiva, di intrinseco valore culturale, ma tenta di riproporre un quadro esau-
riente di quella attività ludica, grazie alla quale il bambino attraversava il mondo della
rappresentazione e del simbolo e passava a quello della realtà, per affrontare con sicure
mappe di orientamento la multiforme avventura dell'umana esistenza.
Luigi Cimarra

14
R. Jakobson, Il farsi e il disfarsi del linguaggio, p. 12.

22
AVVERTENZA

Questa raccolta rappresenta un esauriente repertorio di testi cantati e non cantati


propri, anche se non esclusivi (come per es. le categorie degli indovinelli e degli sciogli-
lingua), del folclore infantile in uso in una comunità, Civita Castellana appunto, interes-
sata negli ultimi cento anni da evidenti e profondi processi di trasformazione, che ne
hanno modificato l'assetto socio-economico, demografico, urbanistico e culturale.
L'indagine sul patrimonio folclorico e dialettale di Civita Castellana fu da me avvia-
ta, anche se in maniera non sistematica e continuativa, intorno agli anni '60 con la com-
pilazione di un piccolo glossario manoscritto, nel quale presi ad annotare voci che rite-
nevo peculiari della località e distanti dalle corrispondenti forme in lingua nazionale,
alcuni blasoni popolari (Foligno 'nfòjja), qualche breve tiritera sui nomi di persona
(Giuanni collí carzoni bbianghi), qualche formula fascinante (Fargo fargaccio). Ad in-
crementare la ricerca intervenne un decennio più tardi la tesi di laurea su "Le tradizioni
popolari delle terre comprese tra il Soratte ed il Cimino", discussa presso l'Università di
Roma nell'aprile 1970, relatrice la prof.ssa Bianca Maria Galanti.
Tuttavia gran parte dei materiali è stata messa insieme, adottando rigorosi criteri
d'inchiesta, nel periodo 1972-1985 con verifiche e controlli suppletivi effettuati negli
anni successivi. Sono stati registrati generalmente per iscritto sotto dettatura, ogni volta
che se n'è presentata l'occasione. Vi compaiono in numero ridotto testi còlti in situazione
dal vivo (indicati con l'aggiunta di un asterisco accanto all'esponente numerico), mentre
venivano utilizzati dai bambini per eseguire i loro giochi oppure dagli adulti per intrat-
tenere i piccoli, ma sono per lo più desunti da interviste o meglio da conversazioni in-
formali, da me sollecitate, con informatori anziani. Ho goduto invero della condizione
vantaggiosa, se non ideale, di essere un ricercatore nativo, in possesso di una conoscen-
za attiva del patrimonio folclorico per averlo usato od osservato durante la mia infanzia,
di essere cioè co-depositario della tradizione, per di più anche dialettofono; di vivere
nella realtà quotidiana a diretto contatto con i miei concittadini, quindi di non avere la
necessità di immedesimarmi nel ruolo di raccoglitore, ma di praticare il metodo della
partecipazione osservante con naturalezza, senza dover adottare particolari accorgimen-
ti; di poter cogliere a volo situazioni comunicative (conversazioni, memorie e rievoca-
zioni del passato, esecuzione di giochi), di poterle stimolare, senza simulazione, con uno
scarto minimo di artificiosità; di possedere, unita ad una preparazione teorica, una me-
todologia sufficientemente corretta, sviluppata in una trentennale esperienza di ricerche
etnofolcloriche e dialettologiche sul campo in tutta la provincia e nei territori limitrofi.
Tuttavia ho utilizzato la mia conoscenza della tradizione soltanto come termine di con-
fronto cronologico tra il patrimonio posseduto dalle altre generazioni e quello della mia
(i cinquantenni di oggi) oppure come stimolo durante le interviste, dato che, per obietti-
vità scientifica, ho preferito che fossero gli altri informatori a fornire i materiali, anche
quando testi e modalità esecutive mi erano perfettamente noti.

23
L'ordinamento della raccolta risulta piuttosto semplice: i testi sono contrassegnati da
un numero progressivo che li precede e che serve come utile rimando a quello delle note
di commento, che ho posto in fondo al volume. Le differenti versioni di uno stesso testo,
quando non sono riferite nelle note, sono presentate l'una di seguito all'altra, in ordine di
affinità formale, ma in maniera autonoma, per evidenziare il continuo e attivo processo
di rielaborazione e di rifacimento (sostituzioni, adattamenti, aggiunte, omissioni, modi-
ficazioni, contaminazioni e trasformazioni), intervenuto nel passaggio da una generazio-
ne all'altra, da un gruppo all'altro o, se vogliamo, per documentare in qualche caso il
processo di deterioramento, sfaldamento e deformazione di un testo (i lapsus mnemoni-
ci, gli equivoci, le incongruenze, le incoerenze, con i conseguenti ed immancabili travi-
samenti). Ho riunito ed ordinato i materiali per sezioni, seguendo come criterio il genere
o la funzione.
La seconda parte è costituita dall'indice degli informatori, dall'apparato di note di
commento, dal glossario, dall'indice dei testi e da quello generale. L'indice degli infor-
matori è formato da un elenco in ordine alfabetico, ove compaiono sinteticamente gli e-
lementi indispensabili per l'identificazione: i dati anagrafici, l'eventuale soprannome o
ipocoristico, il mestiere esecitato, il grado di istruzione, la mobilità territoriale di cia-
scuna persona con l'indicazione, mediante rinvio al numero, dei testi che ha fornito.
Più complessa risulta l'organizzazione delle note, nelle quali riporto la descrizione
delle modalità esecutive del gioco; le chiose e i commenti dell'informatore; le varianti
minime date da altri informatori rispetto al testo accolto come principe; il corredo di no-
tizie linguistiche, storiche ed etnofolcloriche che ritengo indispensabili per illustrare ed
interpretare il testo; il riferimento bibliografico ad altre versioni edite, privilegiando nel
raffronto quelle del territorio provinciale, della capitale, che considero centro primario
di irradiazione, e dell'area mediana in genere, non tanto per tentare una completa analisi
filologico-comparativa, quanto per delineare un contesto culturale complessivo, più am-
pio ed articolato. Il numero preposto a ciascuna nota corrisponde a quello del testo a cui
rimanda.
Per facilitare al lettore una retta comprensione, il volume è completato con un glos-
sario, nel quale sono accolte e spiegate, con l'equivalenze in lingua nazionale, le voci
vernacolari difformi.
Nella riproduzione grafica, ho trascurato di proposito le esigenze di una rigorosa tra-
scrizione fonetica, per agevolare l'intellegibilità dei testi; mi sono tuttavia sforzato di
conservare le caratteristiche fonetiche della parlata locale, cui essi appartengono: ten-
denza alla chiusura di o protonica in u (mundagna); pronuncia intensa di b e g palatale,
iniziali e intervocaliche (reggina, bbono); monottongamento di uo > o (del tipo bono
"buono"); rafforzamento della consonante m nella sillaba postonica dei proparossitoni
(càmmera, gómmito, fémmina, còmmido); rotacismo della L preconsonantica (curtèllo);
passaggio della affricata palatale sorda a fricativa palatale (pece); scadimento della late-
rale palatale a j (ajjo, fijjo, in pronuncia veloce anche fio); sonorizzazione dell'affricata
dentale sorda (porzo); lenizione di occlusive, affricate e fricative labiodentali nei nessi
dopo liquida e nasale (ardo, tembo, carzetta, cargagno), dopo nasale anche in fonosin-

24
tassi (n. 327 in guesto ggiorno; n. 345 ogni gallina um beccatore; n. 351 famme 'n gap-
pellaccio; n. 369 cojje 'n viore); assimilazione dei nessi -ND-> -nn- (monno, sponnà) e -
MB- > -mm- (ciammèlla, tómmala); esito dei nessi NJ e NG in ññ (piagne'); instabilità
delle postoniche mediane con frequente armonizzazione alla finale nei proparossitoni
(zùccoro, àrboro). Non ho tralasciato di registrare altri fenomeni ricorrenti come ad es.
l'aferesi ('nginòcchia, 'ngènnara); come l'apocope, sia in situazione normale (cambanó',
cappó', cannó') che negli allocutivi o nella sillaba finale dell'infinito talvolta con ritra-
zione dell'accento (zinnà, riccòjje, dormì, pia').
Sono stati sistematicamente rispettati i raddoppiamenti fonosintattici, la qualità delle
vocali toniche, la pronuncia di alcune consonanti. Con carattere corsivo ho indicato le
vocali toniche aperte, la s sonora, la c palatale intervocalica, la z sonora. Le sillabe toni-
che sono segnate in parole tronche e in quelle sdrucciole con accento grave o acuto, se-
condo le esigenze; con quello acuto ho evidenziato inoltre l'accento di insistenza non
necessariamente coincidente con quello tonico, così come è stato realizzato nella caden-
za ritmica durante l'esecuzione. Il trattino, se usato all'interno della stessa parola, avverte
della scansione netta di alcune sillabe, soprattutto nelle conte; se è interposto tra due pa-
role consecutive, segnala che sono realizzate in un'unica pronuncia. Ho posto tra paren-
tesi rotonde le vocali che in pronuncia cursoria sono state talvolta tralasciate dall'infor-
matore.
Ho riportato in apposita appendice i testi recuperati quando ormai l'ordinamento del-
la raccolta era definitivo e concluso e l'inclusione avrebbe potuto pregiudicarne l'assetto.
Sono consapevole che l'assenza della notazione musicale costituisce un grave limite,
poiché questa non rappresenta un elemento accessorio, ma coessenziale alla compren-
sione globale del testo, tuttavia ho preferito escludere del tutto la trascrizione piuttosto
che contrabbandare come fedele e scientificamente sicura una trascrizione approssimati-
va, quale che fosse.

25
ABBREVIAZIONI E SIMBOLI USATI

a. atto p.p. participio passato


agg. aggettivo sc. scena
alloc. allocutiva scherz. scherzoso, scherzosa
avv. avverbio, avverbiale scil. scilicet
cfr. confronta s.f. sostantivo femminile
CH. chiosa dell'informatore sing. singolare
coll. collettivo s.m. sostantivo maschile
dial. dialettale sopr. soprannome
dimin. diminutivo s.v. sub voce
es. esempio v. (vv.) verso (versi)
eufem. eufemismo, eufemistico vb. verbo
fig. figurato vd. vedi
ibid. ibidem vol. volume
impf. imperfetto vs. versus
infant. infantile X, Y sostituisce nome di persona
inform. informatore x, y sostituisce numero
ipocor. ipocoristico √: variante
ital. italiano > evolve in
l. libro < risulta da
lat. latino ( ) la vocale è tralasciata nella
lett. letterale, letteralmente pronuncia
Lnaz. Lingua Nazionale - le parole unite da trattino si
locuz. locuzione pronunciano insieme
n. (nn.) numero (numeri) * testo registrato in situazione
neoform. neoformazione (!) forma linguistica corrotta
p. (pp.) pagina (pagine) ~ sostituisce parola identica
par. paragrafo che precede
pers. persona […] lacuna nel testo
plur. plurale
poss. possessivo

26
NINNE NANNE

1. * Ninna-ò, ninna-ò
che ppazzienza che cce vo'!

2. * Ninna popò, ninna popò


che ppazzienza che cce vo'!

3. Ninna-ò, ninna-ò
colli pupi pazzienza ce vo'!
Colli pupi ce vo' ppace,
la pappetta nu-gne piace;
vonno stà sembr(e) a zzinnà,
ninna nanna, ninna-nà.

4. Ninna-ò ninna-ò
che ppazzienza che cce vo'!
Colli pupi ce vo' ppace,
'a pappetta nu-gne piace;
'a pappetta nun 'a vo',
che ppazzienza che cce vo'!

5. Ninna-ò, ninna-ò
che ppazzienza che cce vo'!
Co' 'sti fijji ce vo' ppace,
'a pappetta nu-gne piace.
'A pappetta 'a damo a nnino,
se ne magna 'n gucchiarino;
e sse magna ppan(e) e bbrace,
'a pappetta nu-gne piace.

6. Ninna nanna, pupo bbello,


mamma tua te metterà
l'abbituccio turchinello,
tutto pieno de volà.

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7. * Fate la ninna
fate la nanna
fate la ninna,
bbello de mamma.

8. Fate la ninna, se tte voi ddormire:


lo letto te l'ho ffatto de viole,
lo cuscinetto de fronne d'olive.

9. Fate la ninna, se tte voi ddormire:


lo letto te l'ho ffatto de viole,
lo cuscinetto de fiori d'aprile.

10. Fate la ninna ch'è ppassato Peppe,


l'ho cconosciuto dalla camminata;
portava le scarpette delle feste,
fate la ninna ch'è ppassato Peppe.

11. Fate la ninna ch'è ppassato 'l-lupo:


tutti li regazzini s'è mmagnato,
solo Ggiggetto mio nu-ll'ha veduto,
fate la ninna ch'è ppassato 'l-lupo.

12. Fate la ninna ch'è ppassato 'l-lupo


e dde Ggiggetto mio m'ha dumannato,
io jj'ho ddetto che ss'era ddormito.

13. Fate la ninna, bbello de mamma,


che ppapà l'è 'nnato alla fiera,
alla fiera de Bbologna,
porta la tigna, lo raspo e la rogna.

14. Fa' la ninna, fa' la nanna


questo bbello tesorino della mamma:
e sse ppiagne 'na settimana,
lo daremo alla bbefana.
E sse ppiagne um mese 'ndero,

28
lo daremo all'omo nero,
lo daremo all'omo bbiango
[...]

15. Fa' la ninna ch'ecco la micia


è ppapá senzá camicia;
'a camicia nun ge ll'ha,
fa' la ninna ch'ecco papà.

16. Faté la ninna, bbámbinello riccio,


che mmamma te le dà le sculacciate;
á ddormì te mette sopre 'm bajjericcio,
faté la ninna, bbámbinello riccio.

17. * Fa' la ninna, ìtolo mio,


che 'r Zignore te la leva la pelle;
te lo leva lo vizzio cattivo,
fa' la ninna, ìtolo mio.

18. Fa' la ninna popò


ch'è vvenuto papà
t'ha portato i ciciò.
Fa' la ninna e jjudi l'occhi:
esce esce la bbefana,
esce esce dalla tana,
su pp'i tetti se ne va.

19. Fijjo mmio, Doménico sando,


ecco i bbecchi te vènghino a ppia';
te se pòrtino a ccambosando,
fijjo mmio, Doménico sando.

20. Fijjo mmio, nun de morì


ch'a zzappà nun ge vojjo ì;
a rriccojje' 'o fieno mango,
fijjo mmio, Doménico sando.

29
21. È stato lo vendo
ch'ha bbuttato ggiù la canna,
sta' zzitto, bbell'e mamma,
che ttata vo' ddormì.

22. O ssonno o ssonno, che de qqui ppassasti


e dd'Arfredino mio me dumannasti,
me dumannasti che ccosa faceva,
stava alla culla e ddormì nun voleva.

23. Dindirindì ddindirindì


qui sse fa nnotte,
qui sse fa ddì:
bbeato quello sando
che tt'ha fatto venì!

24. Nina macigna


le pècore nella vigna,
i bbovi ner pajjaro,
canda canda, pecoraro.
Pecoraro pecoraretto
va a mmessa e 'n ze 'nginocchia,
nun ze leva 'o cappelletto,
pecoraro maledetto.

30
I MOVIMENTI DEL CORPO

25. * Bbùttolo bbùttolo bbùttolo via


ggiù pp''e scale de sanda Maria.

26. * Staccia stacciola


bbùttolo ggiù dde fora.

27. * Seta setola


X va-lla scola,
se porta la sediola
e vva ddalla maestra
che llo bbutta ggiù dalla finestra.

28. * Seta setola


Lucia va la scola,
se porta 'l canestrello,
pieno pieno de pizzutello.
La maestra jje fa ffesta
e lla bbutta dalla finestra.

29. Seta setola


X va a la scola
se porta 'l canestrino
tutto pieno de pizzutino.
La maestra jje lo leva
jje lo mette sul comò
jje fa ddì sì e nno.

30. Seta setola


l'òmmini so' dde sola,
'e fémmine so' dde stoppa,
X jje caca im bocca.

31
31. Seta moneta
le donne de Gaeta
che ffìlono la seta,
la seta e la bbammace,
la pappa nu-gne piace.

32. Seta moneta


le donne de Gaeta
che ffìlino la seta,
la seta e la bbammace,
X si tte piace.
Il gallo e lle galline
co' ttutti li purcini.
Guarda 'n quer pozzo:
c'è un galletto rosso.
Guarda in quell'andro:
c'è un galletto bbiango.
Guarda laggiù:
chi cc'è? Cuccurucù!

33. Sega sega lo segató'


magna pane e ccipolló'.
E qquann'avemo segato segato,
quarche ccosa emo guadagnato.

34. Sega sega, mastro Titta,


'na pagnotta e 'na sargiccia:
una a tté, una a mmé,
una (a) mmàmmita che sso' ttre.

35. Din-dò ddumani è ffesta,


se magna la minestra.
La minestra num-me piace,
se magna pan(e) e bbrace.
La bbrace è ttroppo nera,
se magna pan(e) e ppera.

32
La pera è ttroppo bbianga,
se magna pan(e) e ppanga.
La panga è ttroppo dura,
se va (a) lletto addirittura.

36. Dindolò dindolò


sona sona 'o cambanó'
per annare a la cappella
cc'era 'ná regazza bbella
che ssonava le venditré
uno ddue e ttre.

37. Dindolò dindolò


la campana de san Zimó'
tutto il dì che la sonava
pan(e) e vvino guadagnava
guadagnava um bel cappó'
per portarlo al zuo padró'.

38. Dindolò dindolò


le cambane de san Zimó'
san Zimó' collé cupelle
dà la dote allé zzitelle.
Le zzitelle stann'im piazza
una tira e ll'andra 'nnaspa
pe' cchi vvo' i cappelli de pajja
per andare alla bbattajja.
Allo sparo der cannó'
tutti quandi a ppecoró'.

39. Prucci prucci somaretto


su pp''a salita de Bborghetto
jj'hanno rubbato 'o bbanghetto
prucci prucci somaretto.

33
40. * Prucci cavalli
è mmorto Ribbardi
collá cavalleria
prùccilo via, prùccilo via!

41. Prucci prucci cavallucci


ppe' la strada de Vignanello
trovai ddu' zzitelle
che ffacévino 'e frittelle.
Me ne dette una
me seppe tando bbona.
Me ne dette 'n'andra
e 'a misi su 'a panga.
'A panga edera rotta
e ssotto c'era 'o pozzo.
'O pozzo era cupo
e ddendro c'era 'o lupo.
'O lupo era vecchio
e nun zapeva rifà 'o letto.
'O gatto sopre 'o tetto
a ssonà ll'orghinetto.

42. Prucci prucci cavallucci


llì 'a strada de Cicignano
ggirai ggirai
l'anello nun drovai.
Trovai 'na zzipitella (!)
ch'edera mordo bbella.
La misi sotto ar letto,
er letto era zzeppo
e ssotto c'era l'urchio.
L'urchio sartò ssu:
bbona notte Ggesù!
Bbona notte Ggesù
che ll'ojjo è ccaro:
costa 'n zordo a ccucchiaro!

34
43. * Prucci prucci cavallucci
pe-lla strada de Cicignano
cercai cercai
l'anello nun drovai.
Trovai du' bbelle zzitelle
che ffacévino le frittelle.
Me ne déttero una,
me seppe tando bbona;
me déttero un'andra,
la misi sott''a bbanga.
'A bbanga era cupa,
sotto c'era 'l-lupo;
'l-lupo era vecchio,
non zapeva fà 'l-letto.
Il-letto erá rifatto
e ssotto c'era 'l gatto.
Gatto e ggattó'
cendo làghine e 'm-maccaró';
gatto e ggattino
cendo làghine e 'n dajjolino.

44. Prucci prucci cavallucci


llì pp''a strada de Cicignano
cercai cercai,
trovai 'na fundanella;
me ce lavai le mano,
me ce cascò ll'anello.
Pescai pescai,
l'anello nun 'o trovai;
pescai tre ppescetti,
li portai a mmonzignore.
Monzignore nun g'era,
c'èrino tre zzitelle,
stàvin'a ffà 'e frittelle.
Me ne déttero una,
me seppe tando bbona;

35
me ne déttero un'andra,
'a misi sotto 'a bbanga.
Sotto 'a bbanga c'era 'o lupo,
'o lupo edera vecchio,
nun zapeva rifà 'o letto.
'O letto edera fatto,
de diedro c'era 'o gatto:
gatto gattó'
cendo làghine e 'm-maccaró'.

45. Prucci prucci cavallucci


llà 'a strada de Cicignano
ggirai ggirai,
l'anello nun drovai.
Trovai 'na zzipitella, (!)
me misi a ffà 'e frittelle:
me ne dette una,
me seppe tando bbona;
me ne dette 'n'andra,
la misi sotto ar bango.
Sotto ar bango c'era il-lupo,
il-lupo era vecchio,
non zapeva fare 'l-letto.
Il-letto era fatto,
l'aveva fatto 'l gatto:
'l gatto sur parchetto
che ssonava er ciufoletto;
la gallina ggiù pp''e scale
che cchiamava la commare.
Bbastonate a cchi? a cchi?
a cchi me sta (a) ssendì!

46. Cavallino arrì arrò


per la bbiada che tti do
per i ferri che tti metto
per andare a ssan Frangesco

36
san Frangesco bbona via
cavallino via via!

47. * - Chi è cche vva (a) ccavallo?


- Er-re der Portogallo.
- Chi è cche cce lo porta?
- È 'ná cavalla zzoppa.
- Chi ll'ha 'zzoppata?
- La stanga della porta.
- Dov'è lla porta?
- Ll'ha bbruciata 'l foco.
- Dov'è 'l foco?
- L'ha smorzato l'acqua.
- Dov'è ll'acqua?
- L'ha bbevuta 'o bbovo.
- Dov'è 'o bbovo?
- 'O bbovo sta llaggiù
pijja Checchino e bbùttolo ggiù.

48. - Arri Roma.


- Chi tte ce porta?
- La gallina zzoppa.
- Chi ll'ha 'zzoppata?
- 'E corna della capra.
- Ddov'è lla capra?
- L'avranno scorticata.
- Ddov'è lla pelle?
- Ci hanno fatto le ciaramelle.

49. * - Chicchirichì le tre ggalline.


- Chicchirichì ddo' so' ite?
- Chicchirichì so' ite al campo.
- Chicchirichì quanno verranno?
- Chicchirichì verranno stasera.
- Chicchirichì 'n g'è gnende a ccena?
- Chicchirichì cc'è ll'inzalata.

37
- Chicchirichì nun è ccapata.
- Chicchirichì la caperemo.
- Chicchirichì nun g'è ll'aceto.
- Chicchirichì nun g'è ll'ojjo.
- Anderemo ar Campidojjo
a ssonà lla campanella
scappa fora Purginella
con um piatto de maccaró'
se li magna tutto 'm boccó'.

50. - Cuccurucù le tre fformiche.


- Cuccurucù dové so' ite?
- Cuccurucù so' ite al ballo.
- Cuccurucù quandó verranno?
- Cuccurucù verranno stasera.
- Cuccurucù che cc'è pper cena?
- Cuccurucù cc'è ll'inzalata.
- Cuccurucù nun è llavata.
- Cuccurucù la laveremo.
- Cuccurucù la mangeremo.

51. * Ggi-ro ggi-ro ton-do


casca il mondo
casca la terra
tutti ggiù pper terra.

52. Ggira ggira rosa


la mamma ha fatto 'a sposa
ha fatto 'm bello pupo
vestito de velluto
co' carzette allá romana
ggira ggira castellana.

53. Ggira ggira rosa


mamma s'è ffatta sposa
ha fatto um bello pupo

38
colle scarpe di velluto
la cuffietta allá romana
ggira ggira castellana.

54. Ggiro ggiro-ton-no


cavallo 'mberatonno
cavallo d'argendo
che ccosta cinguecendo
cendocinguanda
la gallina canda
canda sola sola
nún vo' 'nnà (a)lla scola
gallina bbianga e nnera
te do la bbona sera
'a bbona sera e 'a bbona notte
'o lupo de dietro 'e porte
ha trovato 'na castagna
'a castagna è ttutta mia
bbona sera a' combagnia.

55. * Ggiro ggiro-tondo


cavallo 'mberatondo
cavallo d'argendo
che ccosta cinguecendo
cendocinguanda
la gallina canda
lasciàtala candà
che lla vojjo marità
jje vojjo dà ccipolla
cipolla è ttroppo forte
jje vojjo dà lla morte
la morte è ttroppo scura
jje vojjo dà lla luna
la luna è ttroppo bbella
cc'è ddendro mi' sorella
che ffà i bbiscottini

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per i pòveri bbambini
i bbambini stanno male
stann'all'ospedale
l'ospedale sta llaggiù
dajje 'n cargio e bbùttolo ggiù.

56. * Pumbara pumbara


ecco papà che vviè' dall'ara
colla zzappa e ccolla pala
púmburumbara púmburumbara.

57. * Scalla scalla mano


dumani viè' 'n villano
che pporta le ciammelle
pe' ddalle a' pupe bbelle
'a pupa nun 'e vo'
le daremo a Nnicolò
Nicolò le bbutta via
gnao gnao frusta via.

58. Micia micia


senza camicia:
nun g'è chi lla cuce,
nun g'è chi lla tajja,
frusta via, bbrutta gattaccia!

40
LE PARTI DEL CORPO

59. 'Mbrio 'mbrio 'mbrò


prucchi prucchi prò.

60. * Cianghe cianghine


cianghe cianghette
a ccasa der lupo furono andate.
Er lupo disse: cosa son queste?
Cianghe cianghine
cianghe cianghette.

61. * Pumpara pumpara


chi non lo sa l'impara:
Daniele che non lo sa
presto presto l'imparerà.

62. Bbatti le mani ch'è mmorta la micia:


tutti i micetti senza zzisa
senza zzisa come faranno?
Pori micetti se moriranno.

63. * Sopré 'sta bbella piazza


ce passa 'na pupazza
co' ttande pecorelle
che ffanno bbè-bbè-bbè!

64. Questa è 'na bbella piazza


ce passa 'na pupazza
ce passa 'a pècara pazza
co' ttutte 'e pecorelle
che ffanno bbeè-bbeè-bbeè!

65. * Pòllice: ho ffame.


Indice: nun g'è ppane.
Medio: come faremo?

41
Anulare: lo rubberemo.
Mìgnolo: nicca nicca
chi rrubba se 'mbicca.

66. * Pòllice: è ccascato dendro 'o pozzo.


Indice: l'ha riccordo.
Medio: l'ha 'sciuttato.
Anulare: jj'ha fatto 'a pappa.
Gnìgnolo: se lo magna.

67. * Questo (√: 'o lepre) casca dendro 'o pozzo.


Questo: 'o riccojje.
Questo: 'o 'sciutta.
Questo: ce fa 'a pastasciutta.
Questo: s''o magna.

68. Pìzzico menuto


ceco cecuto
cecuto e ccecuraccia
va ppià ll'acqua
giù pe' scaraccia
la gallina zzoppa
va pprèndere la bbrocca
vacce tu, vacce io
vacce tu, compagno mio.

69. * Chi cc'è ggiù ccasa d''a commare gorpe?


Una capra scapestrata,
mezza viva e mmezza scorticata,
um becco ddritto e 'm becco storto,
che ssi vvai ggiù te caccia 'n occhio.
E io che sso' 'o gallùzzolo
te caccio lo bbudellùzzolo.

42
70. Questo è ll'occhiuccio.
Questo è 'l fratelluccio.
Questa è lla guangetta.
Questa è lla sorelletta.
Questa è lla scaletta.
Questa è lla cchiesoletta.
Questo è 'l cambanaccio
'Ndi-ndò, 'ndi-ndò.

71. * Questo è ll'occhio bbello.


Questo è ssuo fratello.
Quest'è 'a guangia bbella.
Quest'è ssua sorella.
Quest'è 'ddoraloffe.
Quest'è mmagnaciccio.
Questa è 'a fronde rasa
prucci a ccasa, prucci a ccasa.

72. * Mondecucco.
Piazza du' pidocchi.
Ddu' linderne màggiche.
'O sfogatore.
'No schiacciapagnotte.
O cche bber mendo!
O cche bber mendo!

73. * Fronde.
Bbottó'.
Pistola.
Cannó'.

43
INDOVINELLI

74. Ggennaro 'ngènnara


febbraro 'ndènnara
marzo 'bbotta
aprile sbotta
maggio spanne
e ggiugno 'ndosta.
Nenè nnenè
'nduina sì cch'edè?
i fiori d''a pianda (∼ dell'albero)

75. * Più 'a tiri


e ppiù se 'ccorcia.
'a sigheretta (la sigaretta)

76. * 'O sai quandi ggiri


fa 'na rùzzala?
Tutti quelli e ppoi nom biù (tutti quelli che fa)

77. Qual è quell'animale


che cci-ha 'o culo tonno
e ccaca quadro?
'o somaro (l'asino)

78. * Va ggiù rridenno


e vviè' ssu ppiagnenno.
'o secchio (il secchio)

79. * Bbevo acqua e nun gi-ho acqua


si cci-avessi acqua, bbeverei del vino.
'o mulinaro (il mugnaio)

80. Cori corenno


ficca ficchenno:
fa qquella cosa,

44
poi se riposa.
l'ape

81. Curri currero


ficca ficchero:
fa qquella cosa,
poi se riposa.
'a jjave (la chiave)

82. Ficca ficchella


fujji fujjella:
fa qquella cosa,
ppo' se riposa.
'a jjave (la chiave)

83. Pe' ppià mmojje ce vo':


'o pennende, 'o rizzende,
'o pisciannandi. Che è?
'o porco 'ppiccato, 'o sacco d''a farina, 'a bbotte -
(il maiale appeso, il sacco della farina, la botte del vino)

84. 'A sòciara d''a mojje de tu' fradello


a tte che tt'è?
'a matre (la madre)

85. Chi lla fa nu-lla 'ddopra,


chi lla 'ddopra nu-lla vede.
'a cassa da morto (la bara)

86. * Chi lla fa, la fa ppe' vvenne';


chi lla venne, nu-lla 'ddopra;
chi lla 'ddopra, nu-lla vede.
'a bbara (la bara)

87. * Scappá dar bosco un grand'animalaccio,


porta quattro zzambe come 'n gavallaccio.
Si vvoi sapé cchi è ccostui:

45
l'omo porta lei e llei porta lui.
'a bbara (la bara)

88. * Du' lucendi


du' pungendi
quattro bbasamendi
e 'n scacciamosche pe' ssopre-dde-ppiù.
'o bbovo (il bue)

89. Du' lucendi


du' pungendi
quattro zzòccoli
e 'na scopaccia.
'o bbovo (il bue)

90. Nun guardà che cci-ho le corna,


porto nove mesi come 'na donna.
'a vacca (la mucca)

91. Il patre è llungo lungo,


la madre è stortijjona,
la fijja tanto bbella
che ognun ze ne 'nnamora.
la vite

92. Bbella donna d'arto palazzo


bbianga so' e nnera mi faccio,
casco in derra e llume faccio.
l'oliva

93. * Tonno bbistonno


bbicchiere senza fonno;
bbicchiere nun è
'nduina sì cch'edè?
'a ciammella (la ciambella)

46
94. Tombolì' che ttombolava
senza piedi camminava,
senza culo se sedeva,
come ddiàvolo faceva?
'o gnómmoro (il gomitolo)

95. Pendolì' che ppendolava


la pelosa lo guardava;
jje diceva: quando sì bbella,
tu per aria e io per terra.
'a micia che gguarda 'a pangetta
(il gatto che osserva la pancetta appesa)

96. Du' piè' sopr'a ttre ppiè'


se stàvino a mmagnà um biè'.
'Riva quattro piè'
jje se pia 'o piè'.
Allora du' piè'
pia 'o tre ppiè'
'o tira a qquattro piè'
e sse ripia 'o piè'.
(Un uomo sta mangiando il prosciutto seduto su uno sgabello.
Il cane glielo ruba. L'uomo gli tira lo sgabello e recupera il prosciutto)

97. Du' piè' sta a ssede' su ttre ppiè',


se sta mmagnanno um biè'.
Arriva quattro piè',
jje rubba 'o piè'.
Allora 'o du' piè'
se arza im biè'
e ppia 'o tre ppiè'
e jj''o tira a qquattro piè'.
Allora quattro piè' lascia 'o piè'.
'O du' piè' riccojje 'o piè'

47
e sse rimette a ssede' su 'o tre ppiè'.
um becoraro sopre 'o treppiede se sta a mmagnà um biede
d'abbacchio. 'Rriva 'o ca' e jj''o rramba. Allora questo se arza su,
pia 'a banghetta e jj'a tira

98. Ce magnamo 'm bollastro stasera


pelato a ddo'-mani.
'e mano (le mani)

99. * Da véndi-cingue
lèvine.
Quìndici

100. Ggioveddì andiedi a ccaccia,


'cchiappai 'na bbeccaccia.
Venerdì me la magnai:
peccai o nom peccai?
'a mella (la mela).

101. * In gelo ce n'è uno


in terra nun ge n'è nnessuno.
Le zzitelle ce n'hanno due;
quello poro Pietro
nun ce ll'ha né ddavandi nné dde dietro.
la léttera L (la lèttera L)

102. * In gelo c'è, in derra nun g'è.


Luiggi ce ll'ha ddavandi,
Micchele ce ll'ha dde diedro.
Ragazze nun ge ll'hanno,
fangiulle ce n'hanno due
e 'llo poro Pietro
nun ge ll'ha nné ddavandi e nné dde diedro.
la léttera L (la lèttera L)

103. * De qqua e dde llà ddar mare


cc'è 'ná bbellá signora
cor cappellino 'n desta

48
e cco' 'na gamba sola.
'o fongo (il fungo)

104. * Su pp''a cùppala per aria


c'è 'na vecchia cendenaria:
sgrulla 'o dende
e jjama 'a ggende.
Ch'edè?
'a cambana (la campana)

105. * Sott''o ponde nicche nacche


c'è 'na donna a sciacquettasse
colle veste verdolì'
gran gavalliè' chi cce 'nduvì'.
'a ranocchia (la rana)

106. Sotto 'o ponde ciffe ciaffe


c'è bbrillino co' bbrillacche
colla vesta verdolina
gran dottó' che cce 'nduvina.
'a ranocchia (la rana)

107. Mille cavalliè' dde Frangia


chi colla spada, chi colla langia,
vanno vestiti tutto 'n golore,
fanno onore a Ddio e pperzone.
l'ape (le api)

108. * Trendadu' cavalli bbianghi:


ce n'è uno rosso
tira cargi a ttutti quandi
'a lingua co' dendi (la ~ e i denti)

109. Cci-ho mmille cavalli rossi:


quanno piscia uno, pìscino tutti.
'e tégole (le ~)

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110. * Ci-ho 'm brango de cavallucci:
piscia uno, pìscino tutti.
'e tévele (le tegole)

111. Ci-ho 'm brango de pècore nere:


passa 'o lupo e nun 'e vede.
'e formiche (le ~)

112. Ci-ho 'na fila de fratini


tutti bbianghi e gnignolini:
stanno sembre a jjacchierà
o a rride' o a mmagnà.
i dendi (i denti)

113. * Io ci-ho 'na cupertaccia:


va ppe' mmacchia e nun ze strappa,
va ppell'acqua e nun ze bbagna.
'a nùvala (la nuvola)

114. Io ci-ho 'na crapetta


scula sculetta:
'a mmerda che ccaca
'a magna pure 'r papa.
'a seta (la staccia)

115. Ci-ho 'na servetta


che sculetta sculetta:
'a mmerda che ccaca
s''a magna pure 'r papa.
'a farina (la ~)

116. Io ci-ho 'na cassetta


piena piena de ciccia secca.
A cchi cce 'nduina
jje ne do 'na fetta.
'a cassa da morto (la ~)

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117. Io ci-ho 'm brado:
'a sera è ffiorito,
'a mattina è ffargiato.
'o celo (il cielo)

118. C'è 'n gambo fior fiorellato:


de notte è ffiorito
e dde ggiorno è ffargiato.
'o celo (il cielo)

119. * Io ci-ho 'l-lenzolo tutto ricamato,


nun ge passa né ffilo e nné ago.
Nenè nnenè
'nduina sì cch'edè?
'o celo (il cielo)

120. Ci-ho ccend'occhi e nun ge vedo,


so' gguidato come 'n geco.
Fo sservizzio a ttanda ggende,
chi mme tocca, se ne pende.
'o scallaletto (lo scaldaletto)

121. Io ci-ho 'na cosa cosella


che ttrascina le bbudella.
'o gnómmoro (il gomitolo)

122. * Cci-ho 'na cosa


che pprofuma de rosa;
rosa nun è,
'nduvina ch'edè?
'a saponetta (la ~)

123. Io ci-ho 'na cosa


che 'n gàmmara se posa;
e ddo' se posa
ce forma 'na rosa.
'o purge (la pulce)

51
124. Io ci-ho 'na cosa
che 'n gàmmera se posa
co' 'na manina a ffiango.
'o vaso da notte (il ~ )

125. Io ci-ho 'na cosa arata


quatrata quatricche furata.
Nun ge fu omo che ll'arase
la quadrase la furase
che cce fu 'm becchetto che ll'arò
quadrì che lla furò.
(l'alveare)

126. Cci-ho 'na cosa tonna tonna


ci-ha li peli come la cionna.
Nnenè
'ndovina sì cch'edè.
'a cipolla (la ~)

127. Ci-ho 'na cosa liscia liscia,


quann''a pijji 'm-mano piscia.
'a bottia (la bottiglia)

128. Ci-ho 'n gosetto liscio liscio,


lo caccio fori quanno piscio.
Poi jje do 'na sgrullatina,
lo metto a pposto come pprima.
'o rubbinetto (il rubinetto)

129. Ci-ho 'na cosa lunga 'm barmo,


arza rosso e sputa bbiango.
'a cannela (la candela)

130. Io ce ll'ho, tu nun ge ll'hai,


viè' dda me che ll'averai:
metti 'l tuo accando al mio,
ce ll'avemo tu e io.
'o fogo d''a cannela (il fuoco della candela)

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131. * Io ci-ho u'-'nduvinarello
va 'mbrenanno quest'e qquello:
quanno ha fatto i fatti sua,
se ne torna a ccasa sua.
'o lèvito (il lievito)

132. * Bbiango me lo metto


e rrosso me lo levo.
'o sinale d''o macellaro (il grembiule del macellaio)

133. Lo metto dendro bbiango e rroscio,


lo tiro fora sporco e mmoscio.
'a mella cotta (la mela ~)

134. Bbiango rosso e scappucciato


dijje a ssòrita si ll'ha pprovato.
l'ovo (l'uovo)

135. Piando 'o passó',


'o bbugo m''o porto via.
'a cacata (la defecazione)

136. Annàmocene a ddormì 'na bbella coppia


e lla faremo quella cosa jjotta;
quella cosa jjotta la faremo,
peloso com pelosa metteremo.
'e cijja (le ciglia degli occhi)

137. * Um beloso de qqua


um beloso de llà
e 'm-mezzo c'è ffra nnanà.
l'aratro (l'aratro)

138. * Peloso de fora


peloso de dendro:
arza la coscia
e ffìccolo dendro.
'o petalino (il calzino)

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139. * Péll'amor de Ddio, mastro Pietro,
'nvece de méttimolo davandi,
méttimolo de dietro.
'o jjavistello (il chiavistello)

140. Arza sù lla camicetta indando indando


fino a cche nun de metto lo strumendo:
attende, bbella mia, num biagne' tando
che ppiano piano te lo ficco dendro.
l'ago dell'inizzió' (l' ~ della siringa)

141. * Quattro de strapazzo,


quattro de sollazzo,
tre bbuci de culo,
ddu' fiche e 'n gazzo.
mojje e mmarito sopre 'a miccia
(moglie e marito sopra la somara)

142. * Monzignore va pell'orto,


va mmostranno 'o patalocco:
jje se sbràghino i carzoni,
jje se vede 'o pindolocco.
'o tòtoro oppure 'o carciòfolo
(la pannocchia di granturco o il carciofo)

143. Sopre 'm-mondicello


c'era 'n vecchiarello:
se tira ggiù i carzoni,
jje se védino i cojjoni.
'o grandurco (il granturco)

144. * 'O padre nasce


e 'o fijjo ggià ccammina.
'o fume (Il fumo)

145. Papà 'o ddrizza


e mmamma lo mmoscia.
'o sacco d''a farina (il ~ della ~)

54
146. * Drizza scanizza
più 'o tocchi e ppiù sse ddrizza.
Si jje se dà 'n dandino dendro,
te se leva de sendimendo.
'o stoppino d''a cannela (lo ~ della candela)

147. * Mi' marito viè' a ccasa 'nvojjato


e pperchè gne-l'ho ttoccato.
Io pe' ffàjjolo ddrizzà,
jje lo tocco colle ma'.
'o pizzo d''o colletto (il colletto della camicia)

148. Mio marito bber cocò


me la tocca 'gni popò:
me la tocca quann'è ddura,
quann'è mmoscia 'n ze ne cura.
'a saccoccia (la tasca)

149. * Mi' regazzo viè' dda Milano


co' 'n fregno lungo im-mano.
Quanno vede la sua morosa,
jje lo ficca nella pelosa.
'o pèttine (il ~)

150. * Du' òmmini ponno fà.


Un òmmino e 'na fémmina 'o ponno fà
e ddu' fémmine se ponno pure 'rrabbià.
'a confessione (la ~)

151. Pendolì' che ffra le gambe penne


tutto peloso e sfoderato im punda.
Quanno la donna vede quer ber frutto,
arza le gambe e sse lo pappa tutto.
'o vitello che ppia 'o latte
(il ~ che succhia il ~)

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152. C'era mi' madre sopra 'na cassa
pare che rruma, pare che rraspa,
pare che ffa 'na gran fatica,
mette 'o cazzo dendro 'a fica.
'a 'nfirza de fichi (la serta di ~)

153. Gràvida so' e ggràvida me sendo


de fijji ce n'ho ccinguecendo:
ggiro de qqua, ggiro de llà,
nun drovo 'a bbuca pe' ffalli scappà.
'a cucuzza (la zzucca)

154. Catena lunga stènnite ggiù,


mastro Bbrunotto mmonda su:
'rriva mastro Rosciotto,
va ssotto ar culo de mastro Bbrunotto.
'o callaro c''o foco (il caldaio sul fuoco)

56
SCIOGLILINGUA

155. Tre ttravi 'ndravati tìrili su


tre cculi smerdolati lécchili tu.

156. Dendro la bbotte de zzi' frate


c'è 'n gran guazzo, 'n gran guazzo, 'n gran guazzo.

157. * Un vilo de fien greco


su ppe' la fila legna.

158. 'N garzon curto


e 'n garzon lungo.

159. Che jjodi


che jjodini
che jjodoni.

160. Dietro quer palazzo


c'è 'm bòvero cane pazzo
date 'm bezzo de pane
a qquer pòvero pazzo cane.

161. Tre mmazzi de carze


'ttaccati tutt'um-mazzo
voi testá de carze
quante carze avete fatto?

162. * Sopre u-rrìppise rìppise frasca


c'era u-rrìppise rìppise uccello
cor zuo rìppise rìppise bbecco
se la rìppise rìppise-llava.

163. La pica sopre lo streppo


co' la spica de grano sur becco:
casca la spica

57
ricala la pica
ripia la spica
rippiana sullo streppo
colla spica de grano sur becco.

164. * Pisa porta il pepe ar papa


il papa porta il pepe a Ppisa.

165. * Oggi seren non è,


doman zeré' ssarà;
se non zarà sseré',
si rasserenerà.

166. * Apelle fijjo d'Apollo


fece 'na palla de pelle de pollo
tutt'i pesci venivano a ggalla
per vedere la palla de pelle de pollo
fatta d'Apelle fijjo d'Apollo.

58
CHIAPPARELLI

167. * - Ajjo!
- Cipolla!

168. - 'Nduvina 'nduvinajja


chi ffeda l'ovo sopre 'a pajja?
- 'A gallina!
- Cargi 'n gulo a cchi cce 'nduina.

169. * - Ma', cci-ho ffame!


- Tira 'a coda (a) 'o cane:

170. - Ma', cci-ho ffame!


- Tira 'a coda a 'o cane,
tìrijjala più fforte
che tte dà 'n zacco de pane,
tte ne dà quattro pagnotte.

171. - Ma', ci-ho ffame!


- Ttir''a coda 'o cane,
tìrijjala più fforte,
te dà 'o pa' fin alla morte.

172. * - Che cc'è pe' ccena?


- 'E coste de Serena!

173. * - Ma', che cc'è pe' ccena?


- Gnende!
- Bbono pell'occhi e mmale p''o dende.

174. - Ch'ì fatto a ccena?


- 'A pizza.
- Curri, commà', che mme se ddrizza,
me se ddrizza la pistola,
curri, commà', coll'accettola.

59
175. * - Ma', mme fa mmal(e) 'a panza!
- Va' dda sora Costanza,
te dà 'n vago d'ua
e tte fa gguarì lla bbua.

176. * - A cche ggiogo ggiogamo?


- A 'o ggiogo dell'ua:
ognuno a ccasa sua.

177. * - Me so' ttajjato!


- Si tte se 'ccòrgin(o) 'e bbudella,
va' a ffinì sotto terra.

178. - Me so' ttajjato!


- Si tte se 'ccòjjino 'e bbudella,
vai a ffenì sotto terra.

179. - A cche ffà?


- A pportà ll'àsino a ccacà
e tte de diedro a lleccà.

180. - Mamma mia!


- Mamma mia e mmamma tua
se rubbàrono u-rrumbazzo d'ua.
- Mamma mia che ffu ppiù fforte
s''o rubbò fin alla morte.

181. * - Bèè!
- Mamma nun g'è:
è ita a ccacà,
se pozzi sponnà.

182. * - Chicchirichì!
- 'O gallo sta ssendì.

183. * - Bbona sera!


- L'acqua calla 'o culo te pela.

60
184. * - Bbona notte!
- 'E corde so' rrotte
nun ze pò ppiù ssonà.

185. * - Grazzie!
- Prego!
- Si ppozzo te frego.

186. * - Permesso?
- Avandi chi è ffesso.

187. * - Appresso?
- 'E patate coll'allesso.

188. * - Perdono!
- Perdono pietà
uno schiaffo te vojjo dà.

189. - Eccì!
- Salute e ffijji maschi!
- Chi li vole se li facci.

190. - Te saluta...
- 'O diàvolo dendr''a bbuga.
- A tte tt'è pparende,
a mme num-m'è gnende.

191. * - Me pìzzica.
- E ttu mmózzica.

192. - Ma cch'ì paura?


- De chi?
- D''a gatta fura!
- A mme num-m'è gnende,
a tte tt'è pparende.

61
193. - Che mme dai?...'na cosa?
- 'A ràdica de zzi' Rosa.
- A mme num-m'è gnende,
a tte tt'è pparende.

194. - Che tt'ha fatto tu' regazzo?


- 'O diamande!
- 'O diàvolo amande!

195. - Mannaggia...
- Ha' detto 'na parolaccia
tutt'i cani vann'a ccaccia.
Ha' detto 'na bbucia
tutt'i cani all'osteria.

196. * - Capace...
- Edè 'o fradello de cacapece.

197. * - Perché?
- Perché perché...
perché ddue nun fa ttre.

198. * - Allora?...
- Mejjo tardi ch'a bbonora.

199. * - Poi doppo? Poi doppo?


- C''a mojje se trìbbala troppo.

200. * - E ppoi e ppoi?


- Doppo 'e vacche vènghino i bboi.

201. - E ppoi e ppoi?


- E vacche fann'i bbovi.

202. * - Ch'è ssuccesso?


- Ch'è ssuccesso, ch'è ssuccesso...
è ccascato 'r diàvolo dendr''o cesso!

62
203. - Cch'ì fatto!?
- Ch'ho ffatto, ch'ho ffatto...
ho mmagnato 'o pero
e ho strappato 'o sacco.

204. - Cch'ì visto?


- Ch'ho vvisto, ch'ho vvisto...
un zomaro che stava a cculo ddritto!

205. - Te l'ho ddetto!


- Te l'ho ddetto
te lo prometto...
ì preso 'm borco pe' 'n grastabbecco!

206. - Mo' che ffo?


- 'Cchiàppite 'o naso
e ggìrite attorno.

207. * - Come fo?


- Fa' ccome l'andichi:
se magnàvino 'a coccia
e bbuttàvino via i fichi.

208. * - Te 'mbiccia?
- Bbacia la miccia.
- Te 'mborta?
- Bbacia la porta.
- Te frega?
- Bbacia la strega.

209. * - Ah regazzì', che sta' ffà llì?


Sto llì a' vigna de zzio:
quanno 'n ge sta esso, ce sto io.

210. - Ah regazzì', chi ssì?


A cchi ssì ffio?
- Si vvoi sapé chi sso' io,

63
so' 'o fio de mamma
e 'o nipote de zzio.

211. - E cche tte jjami Cremende?


- Perchè?
- Perchè 'n ge sendiva per gnende.

212. * - 'St'orologgio è dd'oro...


- Oro fugge, argendo scappa,
manga poco che nun è llatta.

213. * - ...è dd'oro.


- Quesso è ll'oro der Giappone
che in Itallia è vvero ottone.

214. - Che stai a fà?


- Sto a llèggere.
- Lèggere lùggere
num-me fa ssardà le bbùggere.

215. - Che stai a ffà?


- Fiato pe' nun grepà.

216. - Do' vai?...


- In gulo alla luna,
in gelo, a le stelle.

217. - Fa ccallo!
- Magna 'o pangiallo.
- Fa ffreddo!
- Magna 'o pandendo.

218. * - Piove!
- Chi sta bbene nun ze move.

219. - Fiocca!
- Maripallocca.

64
220. - Ha nevicato!
- A mmaccaroni e ccacio grattato.

221. * - Sona mezzuggiorno...


- Tutt'i frati stann'a ppadollo.
- Sona mezzodì...
- Tutt'i galli stann'a ssendì.

222. - Papà!...
- Port'i stracci de qqua e dde llà.
- Bbabbo!
- Arivorda 'o bbango.
- Tata!
- Arivorda 'a frittata.

223. * - Ha' raggione!


- 'A raggione è dd'i fessi.
- E 'o torto d'i cornuti.

224. * - Bbella!
- Com''o culo d''a padella.

225. * - Stùpida!
- Sarò stùpida, sarò ffelice,
ma è ppiù stùpida chi mme lo dice.

226. - Stùpida!
- Sarò stùpida, ma ccome Ddio m'ha fatto,
statte zzitta, mucio de gatto!
Mo' che tt'ho ddetto 'sta canzoncina,
sì mmucio de gatto più dde prima.

227. - Stronza!
- Stronza me trovi, stronza me lasci
d''a morte mia nun ta la ricordassi.

65
228. - Lópini dorgi!
- S''i màgnino i sorgi!
- Lópini 'mari!
- S''i màgnino i somari!

229. * - Ah quell'o'!
- Ah quell'òrghino che ssona.

230. * - Ah quella fe'!


- Ah quella fetta de salame.

231. - Ah quella do'!


- Ah quella dorme e ttu 'a svejji.

232. * - A e i o u...
- Che ssomaro che ssì ttu!

233. * - Di' um bo' mi' padre è 'n gale uno


fino a ddieci...
- Mi' padre è 'n gale-uno
mi' padre è 'n gale-due
mi' padre è 'n gale-tre
mi' padre è 'n gale-quattro
mi' padre è 'n gale-cingue
mi' padre è 'n gale-sei
mi' padre è 'n gale-sette
mi' padre è 'n gale-otto!

234. * - Uno ddue e ttre...


- Che ssomaro che ssì tte!

235. * - Uno ddue e ttre


- Fande cavallo e rre.

66
236. - Uno ddue e ttre
- Quello che ffai è ttutto per te.
- Uno ddue tre e qquattro
- Quello che ffai è ttutto p''o gatto.

237. - Quattro...
- Sotto c'è ttu' regazzo!

238. - Quattr'e qquattr'otto


adesso ritorno.
- Otto e otto sédici
tarda a vvenì.
- Sédici e ssédici trendadue
piàtivala 'nder culo tutt'e ddue.

239. * - Cingue...
- Pia tu' madre e mméttala a ffrigge'.

240. * - Sei...
- Che asino che ssei!

241. * - Otto...
- Bbacia culo a Ppasqualotto.

242. - Nove...
- Co' 'n carge nun de move'.

243. * - Sédici...
- se dice, ma nun ze fa.

244. * - Trenduno...
- 'A cambana llà 'm betto
e 'o bbadocchio lla 'n gulo.

67
245. * - Cendo...
- Tu' padre è dd'argendo
tu' madre è dd'oro
e ttu sì 'm bummidoro.

246. * - Ccendo...
- Tu' padre è dd'oro
tu' madre è dd'argendo
e ttu ssì 'm-monumendo.

68
FORMULE E VERSI APPARTENENTI
A FAVOLE, FAVOLE SENZA FINE

247. * C'era 'na vorda Dìmmolo e Ddàmmolo:


casca Dìmmolo, chi cce rimane?

248. Erino tre che 'nnàvino a ccaccia:


era Bbecchino, Bbeccone e Bbeccaccia.

249. * C'era 'na vorda ur-re


che mmagnava più dde te
che mmagnava pan e ccacio
tira su qquello naso.

250. C'era 'na vorda un re


che mmagnava più dde te
che mmagnava pane e ccacio
tiramo 'm bo' 'sto naso.
'O re mmorì
e 'a fàvola finì.

251. C'era 'na vorda


'n re e 'na reggina...
quell'andro pezzo
t''o riccondo dumattina.

252. * C'era 'na vorda


Caporivorda
casca p''e scale
e sse roppe la gobba.

253. * C'era 'na vorda um padre (e) 'na madre,


'na fijja e 'na fiaschetta
'nnéttero a ssanda Galizzia bbenedetta...
Se scordòrino d''o filo e ddell'ago
aricomingia um bo' dda capo.

69
254. * - C'era 'na vorda un zordadì'...
ma mme stai a ssendì?
- Sì!
- C'era 'na vorda un zordadì'...
ma mme stai a ssendì?

255. - 'A pastocchia de Pistello


che ppe' ddilla ce vo' gran dembo...
'a dico sì o nno?
- Sì!
- Sì! nun ze pò ddì
perchè 'a pastocchia è dde Pistello
che ppe' ddilla ce vo' gran dembo…

256. - Io so lla fàvola


della gatta gnàola
della circuìta
voi che tte la dica?
- Sì!
- Io so lla fàvola...

257. Pastocchia mia nun è ppiù llunga


'rriva X e cce mett''a ggiunda.

258. Pastocchia pastocchia


casa nun è nnostra
oggi ce stemo
e ddumani nun 'o sapemo.

259. Stretta la fojja


larga la via
dite la vostra
ch'ho ddetto la mia.

70
260. 'O celo co' 'e stelle
'a minestra co' 'e cicerchielle
'a bbocca tua piena de pidocchielle.

261. Er celo co' 'e stelle


'a bbocca tua piena de pidocchielle
'cciacca 'cciacca
'a bbocca tua piena de marcia.

262. Me diédero 'na polaccaccia


e mme dìssero: va' vvia, bbrutta vecchiaccia.

263. Piccichino passava 'r fiume


e lla madre jje faceva lume
e llo lume se smorzò
Piccichino se 'ffugò.

264. Bbulli bbulli, pignattella,


che cc'è ddendro mi' sorella:
mammina l'ha 'mmazzata
noi l'emo cucinata
tutti voi l'avete magnata.

265. Bbulli bbulli, callarella,


che cc'è ddendro 'na vitella:
tata l'ha rubbata
e mmamma l'ha cucinata.
'O curato de 'sto loco
va ddormì 'na notte pe' lloco
e stanotte tocca a mmamma
ecco 'a bborza che jje manna.

266. 'O prete de ddindirindì


co' ttutte 'e fémmine va a ddormì
e stasera tocca a mmamma
ecco 'a bborza che jje manna.

71
267. * Pecoraretto sònime bbe'
m'hanno 'mmazzato ggi(ù) a pponde pirè
e pper che e pper come
pe' 'na penna de 'cello grifone.

268. A lletto a lletto,


fijji de Marco vecchio:
sette a lletto vanno
e ssette accand'ar foco rimaniamo.

269. Quandi sete qua ddendro?


Tra bbùttiri e ccaceri
semo cendotrendasei:
ce so' li bbagajjoni,
pure quelli nun zo' ccojjoni;
ce so' li sciacquasecchi,
pure quelli so' pparecchi;
e cce so' li ribbiscini,
pure quelli so' ccanini.

270. - Chi cc'è ggiù (a)ll'orto?


- L'ànime senza corpo!
- Che sse fa in quell'andro monno?
- Se pia la fargia e sse tajja a ttondo.
- Se ne sarva nessuno?
- De quelli pìccoli quarcuno.

271. * - È nnùvolo e mmártemb'è


a ccasa d'andri 'n ze sta bbe'!
Come l'andri a ccasa mia
pio 'a scopa e li caccio via.
- Cara commare, num-me ne curo,
si lla pizza te coce lo culo.

72
272. * - O bbiscì', va' pper acqua!
- Oddio lo vendre!
- O bbiscì', va' ppe' llegna!
- Oddio la schiena!
- O bbiscì', viè' a mmagnà 'a ricotta.
- Lero lero me so' gguarito,
me s'è ppassata la panza e lla schiena,
la scudella la vojjo piena.

273. Er domo: Ho ffame! Ho ffame!


San Frangesco: Che vvoi? Che vvoi?
San Gregorio: Faciolì-'nfaciolì-'nfaciolì!
San Giuanni: Con ghè? con ghè? con ghè?
'E Mòniche: Colle cotichicchie! Colle cotichicchie!

73
BLASONI POPOLARI

274. * Si Ffàlleri nun falliva


Cìvita era Roma.

275. Cìvita Castellana


ogni passo 'na puttana.
A Ccatamello
ci-hanno la gabbia
e nun gi-hanno l'uccello.
A Stabbia
ci-hanno l'uccello,
ma nun gi-hanno la gabbia.

276. * Catamello 'o paese d''o sconforto:


o ppiove o ttira vendo o ppassa 'o morto.

277. * Majjano cornuto


do' vai è vveduto
do' vai è gguardato
do' vai è scapicollato.

278. * Majjano Sabbina


troppa pomba l'arrovina:
'o marito combra 'o grano,
e 'a mojje se venne 'a farina.

279. Majjano Sabbina


troppa pomba l'arrovina:
'o marito embe 'o sacco,
'a mojje se venne 'a farina.

280. * Fojja bbatte


Stimijjano sende
'o Poggetto sta llì
e 'n dice gnende.

74
281. Fojja piandata sopre 'n dufo
nun zo' 'rrivato che sso' stufo.

282. * Sando Polo e Ttarano


Collevecchio e Ccicignano:
Cicignano tonno tonno
co' ttre ccasette e 'n forno
im-mezzo c'è 'm bajjaro
demo foco a Ccicignano.

283. San Dolomeo de Nepi,


delìbberisci tu
da una bbrutta bbestia
che no-ll'ho vvista ppiù;
pporta la casa addosso
e lle corna per l'inzù.

284. Nepi città ddolende


circondata dalle cipolle
conda settemila abbitandi
fra ccani gatti topi e llo mució'...
Cce la dete la pretur(r)a?

285. Prìngipi e ccavalliè' so' lli romani


i circondari so' li viterbesi
i magnagatti so' dde Soriano
le facce sporche li canepinesi
i patalocchi so' dde Vallerano
i ladrongelli so' i vignanellesi
hanno rubbato 'na croce a Ccrocchiano
l'hanno vennuta a li bbassanellesi.

286. Prìncipi e ccavalier so' li romani


bboncittadini so' li viterbesi
li magnagatti che stanno a Ssuriano
li magnammerda li canepinesi

75
li patalocchi stanno a Vallerano
li ladroncelli li vignanellesi
hanno rubbato la croce a Ccrocchiano
l'hanno vennuta a li bbassanellesi.

287. A Otrìcoli i bbenvenuti


a Majjano i cornuti
a Ccìvita Castellana
ogni passo una puttana
a Nnepi i sapiendi
a Mmonderosi i prepotendi.

288. Terni tiranni


so' ppiù ttristi quelli de Narni;
e sse ppeggio li volete,
'nnate a Otrìcoli e lli troverete.
Se vvolete la ggente umana,
venite a Ccìvita Castellana.
A Bborghetto i pertichini,
a Ccìvita i bburrattini.

289. * Foligno 'nfojja


Spoleto spojja
Terni tiranni
bbaron fottuti so' qquelli de Narni.
Majjano parla piano,
Ponde Felice
nun ze dice.
Bborghetto i pertichini,
Ccìvita i bburrattini,
Nepi i sapiendi,
a Mmonderosi i prepotendi,
Cambagnano i pizzuti,
a La Storta i cornuti.
Si ppiù ccornuti li volete,
'nnate ar Cuppolone, li troverete.

76
290. * Foligno 'nfojja,
Spoleto spojja.
A Tterni i tiranni,
i bbirbi so' qquelli de Narni.
Se ppiù bbirbi li volete,
a Otrìcoli li troverete.
A Bborghetto i pertichini,
a Ccìvita i bburrattini,
a Nnepi i sapiendi,
a Mmonderosi i prepotendi,
a Bbaccano li pezzuti,
a La Storta li cornuti.
Se ppiù ccornuti li volete,
ar Cuppolone li troverete.
(CH.: c'era 'm-majjanese che rrideva:
'O paese mio nu-ll'ha toccato!
Quell'andro jje condinuò:)
Ho ggirato tandi paesi
i più ccornuti so' i majjanesi.

291. Fuligno fojja,


Spoleto spojja.
Terni tirandi,
so' ppiù ffottuti quelli de Narni.
Se ppiù avandi li volete,
a Otrìcoli li troverete.
A Bborghetto i pertichini,
a Ccìvita i bburrattini,
a Nnepi i sapiendi,
a Mmonderosi i prepotendi,
a La Storta li cornuti,
ar Cuppolone i proveduti.

292. * Foligno 'nvojja,


Spoleto spojja.
Terni tiranni,

77
bbecchi cornuti so' qquelli de Narni.
A Orte i scortichini,
a Bborghetto i pertichini,
a Ccìvita i bburrattini,
a Nnepi i sapiendi,
a Mmonderosi i prepotendi.
'A Storta rindorta.
E sse ppiù bbuffi li volete,
'nnate ar Cuppolone che lli troverete.

293. * Peruggia purga,


Foligno imbroglia,
Spoleto spoglia.
Terni tiranni,
i peggio so' dde Narni.
A Otrìcoli li saputi,
a Mmagliano li cornuti.
A Bborghetto i pertichini,
a Ccìvita i bburrattini.
A Nnepi i sapiendi,
a Mmonderosi i prepotendi.
A Ccastello l'òmmini edotti,
alla Storta i bbeccamorti.
Se più bbuffi li volete,
al Cuppolone li troverete.

78
I GIORNI DELLA SETTIMANA
E I MESI DELL'ANNO

294. Luneddì è ssa-Llunetorio


Marteddì san Gregorio.
Mercoleddì San Zisto.
Ggioveddì le piaghe de Cristo.
Venerdì la Madonna Addolorata.
Doménica festa commannata.

295. Luneddì tte pagherò.


Marteddì si cce ll'ho.
Mercoleddì llà a ssan Gremende.
Ggioveddì nun de do gnende.
Venerdì fra qquarche ora.
Si ppe' ssàbbito nun t'ho ppagato,
luneddì ricomingiamo.

296. La bbella che ss'è pperza la conocchia


tutto lo luneddì la va ccercanno.
Lo marteddì la trova tutta rotta,
mercoleddì la va ringonocchianno.
Ggioveddì [...]
Lo venerdì la pèttina la stoppa,
lo sàbbito la pèttina la testa,
doménica nu-llavora perchè è ffesta.

297. Luneddì luneddiai,


marteddì martediai,
mercoleddì mercoleddiai,
ggioveddì so' mmaccaró'.
Doménica ch'è ffesta
se magna la minestra.

79
298. Din-din-dì
la panonda lo venerdì
e lo sàbbito la ricotta
la doménica l'acquacotta.

299. * Ggennaro 'ngènnera


febbraro 'nfebbra
marzo li 'bbotta
aprile sconocchia.

300. * Marzo marzeggia,


aprile aprileggia,
maggio fa le bbelle donne
e ggiugno se le cojje.

301. Maggio fiorito


in garrettella
co' Llisabbella
a ppasseggià.

302. Pasqua Bbefania


tutte le feste se porta via.
Poi viè' ssam Benedetto
e cce ne porta 'n andro sacchetto.

303. * 'A Cannelora


dell'inverno semo fora.
Se cce piove, si cce fiocca,
si cce tira lo vendarello,
quaranda ggiorni ci-avemo d'inverno.

304. * Cannelora Cannelora


dell'inverno semo fora.
Si cce piove e ttira vendo,
dell'inverno semo dendro.
Arispose 'na vecchiaccia:

80
faccia o nun faccia,
è inverno fino a Ppasqua.

305. Due sanda Bbibbiana,


sei Nicolò che vva pper via,
sette sand'Ambrocio de Milano,
otto Congezzione de Maria.
Trédici che ffu sanda Lucia.
Ai venduno san Domasso canda,
ai vendicingue la Nascita Sanda.
Ai venduno san Domasso strilla,
ai vendicingue se 'mmazza la bbilla.

306. * Sanda Lucia


'a ggiornata più ccurta che cce sia.
Sanda Caterina
'm basso de gallina;
Natale
'm basso de cane;
Sand'Andonio
um basso de bbovo.

81
FILASTROCCHE E CANTI DI QUESTUA,
CANTI LEGATI A FESTIVITA' DELL'ANNO

307. A Ccapodanno
una spina pe' ccargagno
una su pp''e coste
se ponno riceve' 'e mange vostre?

308. 308. Ccìchele ccìchele


pporco mio non ha bbellìcole
'o tuo che cce ll'ha
dàmmine 'm pezzettino pe' ccarità.

309. Parma parmarella,


che vviei tre vvorde l'anno,
dimme si ccambo 'n andr'anno.

310. La Bbefana viè' dde notte


colle scarpe tutte rotte
cor vestito allá romana
viè' dde notte la Bbefana.

311. * La Bbefana viè' dde notte


colle scarpe tutte rotte
colle carze rosse e bblu
fich'e nnoci fich'e nnoci bbutta ggiù.

312. È vvenuta la Bbefana


tutta bbella 'nfiocchettata,
porta in desta un spicciatore,
porta im mano un vago fiore;
domandava allí spioni
se i bbambini èrino bboni.
Ce sta X 'mbertinende,
che nun vo' ffà ll'ubbidienze,

82
se lo porta via, se lo porta via
al paese de Bbefania.

313. È uscita dalla tana


collá gonnella inzuccherata,
porta in desta uno spicciatore,
porta im mano un vago fiore.
È ddi zzùcchero 'l zomarello
e un confetto pe' bbastongello.
Quando a Rroma fu arrivata,
all'albergo fu alloggiata:
domandò allí spioni
se i bbambini èrano bbuoni.
Ce n'era uno impertinente,
non voleva fare gnente.
La Bbefana lo portò vvia
al paese di Bbefania.

314. Bbona Pasqua


la cima sopra ll'arca
l'arco e la cima
la bbella Costantina
sopra la colomba
un'àquila ripomba (!)
sopra ll'àquila
i fiori d'un'àquila
sopra i fiori
gli sdòmmini maggiori
sopra gli sdòmmini (!)
'e bbraccia dell'òmmini
sopra le bbraccia
un'ora quando caccia
un'ora in cortesia
Bbuona Pasqua e Bbefania.

83
315. * Sand'Andogno c''a bbarba bbianga,
porta 'e pèchere a la mundagna:
falle bballà, falle candà,
fajje fà llo sardarello,
Sand'Andogno c''o bbanganello.

316. Ddumani è ffesta


se magna la minestra
se bbeve ner bocale
viva viva Carnevale:
Carnevale delle bbelle notte
mezze crude e mmezze cotte.

317. * Carnevale jjotto


co' ttre ccurtelli sotto
co' 'ná fettá de pa'
Carnevale se ne va.

318. Carésima bbaffuta


nun fusse mmai venuta:
pe' qquarandasei ggiornate
nun ze màgnino più ffrittate.

319. Ècchime, signora nonna,


che tte vengo a ttrovare
se mme volete dare quarche ccosa.
Io so' X,
che sso' 'n regazzino 'mpertinente:
che mme dirà la ggente
che sso' vvenuto in fretta!
Empìtime 'sta fiaschetta de ricotta,
sennò te do 'na bbotta
con questo mio segone,
te porto ar paragone der maestro.
Quattr'ova e ffate presto
che mme ne vojjo andà a ccasa mia.

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Me s'è rrotta 'na mezza canna,
damme l'ova pe' ssanta Susanna.
Me s'è rrotto lo segó',
damme l'ova p''o ciammelló'.

320. Ècchime, sora nonna,


che tte viengo a ttrova';
embìtime 'na bborzetta de ricotta,
sennò tte do la bbotta
co' qquesto mio segone,
te porto 'r paragone del maestro:
dieci-ova presto
che mme ne voglio andare a ccasa mia.
Do' sta la sora zzia
che ssalutar la voglio;
finimo quest'imbroglio
e mme ne vado via.

321. Curri curri, scardaó',


che ddumani è ll'Ascenzió':
e ssi ttu nun currerai,
tutto quando bbrucerai.

322. * Bbone feste e bbon Natale


famme 'a mangia si tte pare:
si num me la voi fà,
nun de jjamo ppiù ppapà.

323. Bbone feste e bbon Natale


mònica Cicia e ppadre Pasquale.

324. La ninna nanna, mio caro Bbambino,


la ninna nanna te vojjo cantà.
La ninna nanna, mio ggerme divino,
la ninna nanna te vojjo sonà.

85
325. Bbambinello mio grazzioso,
t'ho pportato un canestrino,
compatite, 'l piccinino,
accettàtelo com'è.
Ce so' ddendro 'e ciammellette,
amàndole dorate,
confettini e ppignoccate,
du' canditi e 'n torroncì'.

326. 'A notte de Natale è nnotte sanda


è nnato Ggesù alla cappanna:
zzomba, gatto; bballa, pècora,
l'angioletti fanno festa:
ssù ssù! venite a vvisitar Gesù,
nom più ddormite!
Ssù ssù! a vvisitar Gesù,
nom più ddormite!
Io ho pportato 'na ricotta fresca,
l'ha fatta stamattina la Frangesca,
l'ha fatta stamattina la Frangesca.
A-ppì a-ppì piri piri piri-pì:
sotto la cappannella canteremo
lo piripipì piripipì pì pì.

327. Zzomba, pècara, bballa, pècara!


Ll'angioletti tutt'intorno
fanno festa 'n guesto ggiorno:
'nnamo a cchiamà Ggesù
che ggià ll'è nnato.
De Maria fu 'ngannato (!)
de Maria Verginella
in guesta cappannella
vene e ggiace.
Arifacemo pace
de quello che t'ho ddetto,
àngelo bbenedetto,

86
spargi via
collá santá pietà, viva Maria.

328. * San Giuseppe vecchiarello


mette al foco 'l zuo mandello
pe' scardare nostro Signore
canda canda bbello fiore!
Bbello fiore ch'ha candato
Ggesù Cristo ha predicato
ha predicato 'n arda voce
Ggesù Cristo è mmorto in groce
è mmorto in groce per zarvarci
la Madonna che cci abbracci
che cci abbracci cor zuo Fijjolo
so' ttre ggiorni che nu-llo trovo
lo trovò 'n gima a um-monde
colle mani piegate e ggionde
sangue rosso che bbuttava
santa Verònica lo 'sciugava
lo 'sciugava cor zuo mando
Padre Fijjolo e Spirito Sando.

329. * Stanotte a mmezzanotte


che l'è nnato um ber bambino
bbianco rosso e rricciolino.
La sua mamma lo pijja e llo 'nfascia
e ppoi jje stringe i bbei piedini,
ammirate quell'occhini!
C'è 'na mìsera cappannella
che cc'è 'l bue e ll'asinella
co' Ggiuseppe e cco' Mmaria,
oh cche nnòbbile combagnia!

330. Maria lavava


Ggiuseppe stendeva
il figlio piangeva:

87
che ffame ci-aveva!
Il latte t'ho ddato
il pane no-ll'ho...
La neve scendeva
scendeva dal celo
Maria col zuo velo
copriva Ggesù.

331. * Maria lavava


Ggiuseppe stenneva
'o fijjo piagneva
p''o freddo che aveva.
Sta' zzitto, mio fijjo,
ch'adesso ti pijjo
la zzisa ti do.
Evviva Maria
e cchi lla creò.

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ORAZIONI

332. Madonna bbenedetta


guarda tando e gguarda stretta.

333. Io me ne vado a lletto


collá Madonna 'm betto
co' ssanda Margherita
che Iddio ce bbenedica.

334. M'inginocchio a qquel scalino


che cce viè' Ggesù Bbambino
cogli àngeli e cco' li santi,
m'inginocchio a ttutti quanti.
Il mio palato fosse celo stellato,
la mia lingua fosse oro,
per ricévere 'sto tesoro.

335. Venite, àngeli santi,


venite tutti quanti
con le chiavi d'amore,
per aprire questo cuore:
ha d'entrà nostro Signore.
Ecco qqua il nostro maestro,
che cci porta il corpo di Cristo;
io lo prendo con gran devozzione,
ogni peccato ci perdoni.

336. * Ggesù quann'era pìccolo ggiocava


coll'andri fangiulletti inzieme a lloro:
ogni pezzo de legno che ttrovava
oh che bbelle croce ce faceva!
E alla mamma sua jje lo diceva:
qui cci riposerà la vita mia.

89
337. Ggesù quann'era pìccolo ggiocava
coll'andri fangiulletti 'n gombagnia:
ogni pezzo de legno che ttrovava
oddió che bbelle croce ce faceva!
E llá sua mamma ce lo castigava:
che ffai co' qquelle croce, ànima mia?
Lui jje rispose có' 'na grazzia cara:
qui cce riposerà la vita mia.
Jje rispose Madalena e Mmarta:
volemo fà vvenì ffundana d'acqua.
Jje rispose Marta e Mmadalena:
volemo fà vvenì ffundana piena.

338. Quìndici misteri der rosario.


Quattòrdici òper di missericordia.
Trédici grazzie che ffa sand'Andònio.
Dódici apòstoli der Zignore.
Undicimila verginelle.
Dieci commandamendi de Ddio.
Nove l'arca de Novè.
Otto cori dell'àngeli.
Sette dolori de Maria.
Sei quanno er gallo candò in Galilei.
Cingue le piaghe der nostro Signore.
Quattro àngeli evangelisti.
I tre mmaggi c''a stella.
Primo è Ddio nostro Signó'.

339. Sam Pasquale Bbailonne


protettore delle donne,
famme trovà mmarito
grann'e ggrosso e ccolorito:
come tte ttal e qquale,
o gglorioso sam Basquale.

90
PARODIE DI ORAZIONI
E DI CANTI RELIGIOSI

340. * Allelujja allelujja


chi ccasca se 'ndrujja:
X è ccascato
e ss'è ttutto 'ndrujjato.

341. A vvoi donamo er core


le Rote, Pratolungo e Mmillecori.
E ssembre sia lodato
è mmejjo 'o vino rosso che ll'acquato.

342. * Sanda Maria:


i preti fann'a spia.
Ora pro nobbi:
i preti fann'i gobbi.

343. * Dòmmine subbisco:


opri 'a bbocca e tte ce piscio.

344. Pissi pissi


'nnetti a Rroma e jje lo dissi
jje lo dissi piano piano
Padrennostro quotidiano.

345. Signore Signore,


ogni gallina um beccatore.
Io che sso' 'm boro peccatoraccio
né 'na gallina né 'n gallinaccio.

346. È mmorto sguìnzeo


mmapì mmapó.
Che ccosa aveva?
mmapì mmapó.

91
Ci-aveva le lùcciole
co' li bbobbó'.
mmapì mmapó.

347. È mmorto 'o véscovo


zzin-ta-tà.
Che mmale aveva?
zzin-ta-tà.
La panza piena
zzin-ta-tà.
di bbaccalà
zzin-ta-tà.

92
FORMULE DI SCONGIURO,
DI INCANTESIMO O DI GIURAMENTO,
CANTILENE SU FENOMENI ATMOSFERICI

348. * Lùccica lùccica viè' cco' mme,


che ddumani verrò cco' tte;
a ssonà la cambanella,
lùccica lùccica viè' pper terra.

349. * Lùcciola lùcciola viè' dda me,


te darò pan da re;
te darò pan da reggina,
lùcciola lùcciola piccolina.

350. Lùccica lùccica pappagalla, (!)


lega la bbrijja e lla cavalla;
lla cavalla è dde rre,
lùccica lùccica viè' cco' mme.

351. * Fargo fargaccio,


famme 'n gappellaccio.
Fàmmolo bbello tonno,
sinnò tte bbutto a ffonno

352. Fargo farghetto,


fàmmolo 'm ber giretto.
Fàmmolo bbello tonno,
sinnò tte bbutto a ffonno.

353. * Ciumaga ciumaga,


caccia fora 'e bbraga,
'e bbraga e lle corna,
te jjama la Madonna,
te jjama sam Micchele
che tte dà 'o pa' cc''o mele.

93
354. Cucculo mio cucculo
c''o bbecco fiorito,
cóndime l'anni
pe' ppià mmarito.

355. Cucculo, mio cucculo,


quande penne porti in gulo?
E sse ne porti una d'oro,
cóndime l'anni pe' qquanno me moro.

356. * Tutto per te,


gnende per me.

357. * Signozzo signozzo,


va' llì all'acqua,
va' llì 'o pozzo,
lì 'a fundana,
va' llì 'o core
de chi mm'ama.
Si mm'ama, se lo tenga;
si num m'ama, me rivenga.

358. Muro muro novo,


tiette 'o dende vecchio
e ddamme quello novo.

359. Secca 'a spiga


secca 'o grano
secca quello
che pporta im-mano.

360. Caca culo


caca cardi
caca culo
che tt'arrabbi.

94
361. * Ggiuro straggiuro
ch'er diàvolo m'endri 'n gulo.

362. Si tte credi che tte pulizza,


llèvite ruzza, llèvite ruzza.

363. Sangue sanguinella,


ànima de bbudella,
bbovi e arati,
àrberi 'ndraverzati.
[...]

364. * Penna inghiostro calamajjo


dimmi 'l nome d'un tuo compagno.
Si qquesto dito scrocchierà,
lui ti a-me-rà.

365. Amor, se mmi voi bbe', me fai 'na rosa,


sinnò famme 'na piaga verminosa.

366. Si mme vo' bbe' la mi' morosa,


me fai 'na rosa,
sinnò mme fai 'na piaga verminosa.

367. * Piove e cc'è 'o sole,


tutt'i vecchi fanno l'amore.

368. Piove e cc'è 'o sole,


sparisce monzignore.
Piove e vviè' ll'acqua,
sparisce la cornacchia.

369. * Piove e ppió sole,


'a Madonna cojje 'n viore
e 'o cojje pe' Ggesù
e ddumani num biove ppiù.

95
370. * Piove e ppiovìccica
'o culo te se 'ppìccica
te se 'ppìccica su pp''o tetto
va ggiranno pajjaccetto.

371. * Tira tira tramundana


alle donne jje dà ppena:
jje se arza la sottana,
jje se vede la pendecana.

372. Tira tira tramundana


alle donne jje dà ppena:
jje se arza la sottana,
tira tira tramundana.

373. Tira tira tramondana


alle donne jje dà ppena:
jje se vede la sovrana,
tira tira tramondana:

374. Se ttira 'a tramondana,


ce ne 'nnamo su dda Mendana;
ce famo 'na bbazzichetta,
scappamo fora senza paghetta;
ce famo um bijjardino,
scappamo fora senza un guadrino.

375. Bbe-bba-bbà
che ffreddo che ffa!
Ma si ddura 'sta sperella,
ce ne fregamo de 'nnà a llegna.

96
TIRITERE DILEGGIATIVE
SU NOMI DI PERSONA

376. * 'Ndrea 'Ndrea 'Ndrea


che dd'un occhio nun ge vedeva
sette zzeppe llà 'n gulo ci-aveva
chi ccacciava e cchi mmetteva
sembre sette ce n'aveva.

377. Annìbbale
grazzietta amàbbile.

378. * 'Ndonio
quello che ccurre come 'n demonio.

379. * Bbiaggio
vai adaggio.

380. * Zzugutuzzù la mojje de Carlo


è ccascata da cavallo,
jje s'è rrotta la pecorina,
bbona notte zzi' Caterina!

381. Carolina, famme lume,


cci-ho 'na purge dendr''a 'recchia,
me se magna lo cerume,
Carolina, famme lume.

382. Ecco che ppassa la sora Colomba,


arza la gamba e ssona la tromba.

383. Tirittónghite, Ménica mia,


tutti li ggiorni so' mmaccaró':
oggi ch'è lla festa mia,
tirittónghite, Ménica mia.

97
384. Tando va, tando viè',
lo scopone im mano tiè':
si jje se pia la fandasia,
ttirittónghite, Ménica mia.

385. Donato
era mejjo che nun eri nato.

386. * Ernesto
fai presto.

387. * Ernesto
spara lesto.

388. Mastro Pippo ferratore,


ferra bbene 'sto cavallo,
nu-gne fa ppatì ddolore,
mastro Pippo ferratore.

389. * Pippo,
cammina ddritto,
sinnò tte metto
su 'o ggiornaletto.

390. * Filumena
quanno piscia, fa lla piena;
quanno stura la fundana,
pare 'na vacca maremmana;
quanno stura lo condutto,
Filumena va per tutto.

391. Filomè',
so' lle tre
io sto ssembre accand'a tte:
accand'a tte sur zofà
a ffà 'ndrìchete 'ndrìchete 'ndrà.

98
392. La sora Checca
ha fatto la cacca.

393. La sora Checca


prima la fa
poi se la lecca.

394. Ggiacomino Ggiacomino,


nun fa' ttando 'r-rugandino.

395. * Ggiuanni Bbordò


quello che vvede vo'.
Si vvede 'na cacata,
jje dà 'na spizzicata.

396. * Ggiuanni Ggiuanni


collí carzoni bbianghi
colló stoppino 'n gulo
tira cargi come 'm-mulo.

397. * Peppe bbomba


sona la tromba
sona 'l tamburo
cargi llà 'n gulo.

398. Lavora Isa!


Num posso lavorà
me fanno male 'e deta.

399. La sora Laura bben gombosta


lo so io quando me costa.

400. Laorina Laorina


fosse festa ogni mattina.

99
401. La sora Laura
endra in gàmmera,
scopa la càmmera
der zuo padró'.
Lava li piatti,
li roppe tutti quandi.
Lava li bbicchieri,
li roppe a ssei a ssei.
Pia la bbimba,
la mette a lletto,
le dà 'n gonvetto:
stai zzitta, ni';
stai zzitta, ni'!

402. La sora Laura


entra 'n càmmera,
scopa la càmmera
der zuo padró'.
Va in cucina,
lava i piatti
e li roppe tutti quanti.
Lava i bbicchieri,
'i roppe a ssei a ssei.
Lava 'a bbiangheria,
'a porta in stireria.
'Nfascia la bbimba,
la mette a lletto,
jje dà i confetti:
sta' zzitta llì,
sta' zzitta llì!
Fa 'na torta,
la mette ggiù in cantina
pe' 'a doménica a mattina:
quanno vènghino i parendi,
jje la sbatte sott'i dendi.

100
403. * Lodovico
sì ddorge come 'n fico.

404. * Oppe oppe


Ggiggi colle toppe.

405. * Ggiggi Ggiggi


collí carzoni griggi
colló stoppino 'n gulo
tira cargi come 'm-mulo.

406. * Ggiggi Moriggi


zzan-zan-zà
è nnato a Ppariggi
è mmorto a Mmilano
all'ùrtimo piano.

407. * Tu, Rrocco,


sùdicio come um porco,
vuoi sposare Madalena,
di sudiciume piena?
E ttu, Mmadalena,
di sudiciume piena,
vuoi sposare Rocco,
sùdicio come um porco?
Andate a lletto, smorzate il lume,
godédive il vostro sudiciume.

408. * Marco Marcaccio


bbucio de culo
ttesta de cazzo.

409. * Margherita fa llo pa',


tutte 'e mosche vanno llà:
cce n'è una trita trita
caccia l'occhi a Mmargherita.

101
410. Sora Maria
'a volete o 'a bbutto via?

411. Maria
'a sorella d''a miccia mia.

412. * Maria Cocò


quelló che vvede vo':
si vvede 'na cacata,
jje dà 'na spizzicata.

413. Commare Marì',


tedóndalò
le fave so' ccotte,
le cótiche no.

414. Mariòccola capelluta,


scappa fora da quella bbuga:
hai magnato 'o pa' ccoll'ojjo,
frusta via che 'n de ce vojjo!

415. * Zzugutuzzù Mmariggiuanna,


jje s'è rrotta la pisciarola;
jje la rifaremo de canna,
zzugutuzzù Mmariggiuanna.

416. * Mariarosa Mariarosa,


si mme bbaci te do 'na rosa.
Si mme bbaci e ddichi de sì,
te ne do um bezzetto così.

417. Marta,
tira fori quella carta.
Si qquella carta nun ge ll'hai,
saranno guai, saranno guai.

102
418. * All'osteria de Màssimo
annàssimo
bevéssimo
magnàssimo
e num bagàssimo.

419. * Micchele
va ppe' mmicche.

420. * Nello bbudello


sargicc'e ffegatello.

421. * Nicola
port'i stronzi a scola.

422. Nicolì' Nicolò


fra le bbraghe si cacò.
Si nnun era suo fratello,
se cacava ner cappello.

423. Nicolì' Nicolò


fra le bbraghe si cacò.
E lla matre lo pulò:
come puzza Nicolò!

424. Primo era primo.


Renato era ggià nnato.
Nicola 'nnava a scola.

425. Renata Renata


era mejjo che nun eri nata.

426. Rosa pelosa,


còcime 'n ovo.
Si tte ringresce,
còcime 'm besce.

103
427. * Sarvatore sarva tutti
sarva l'ànima d'i preciutti.
Sarva pure la sorella
che sse chiama mortadella.

428. Zinvarosa coll'aroplano,


che ccammini piano piano.

429. Susanna
tutta panna.

430. Teresina tabbaccona


quann'è vvecchia nun è ppiù bbona.

104
FILASTROCCHE DILEGGIATIVE
O SCHERZOSE SU PERSONE

431. * Roscio marpelo,


schizza veleno,
magna pagnotte,
scurreggia la notte.

432. * Cacasotto
piscialletto
mette 'e scarpe
sotto 'o letto.

433. * Vàttine a lletto, bbomma,


nun vedi che ssì 'mbriago:
tti sì ccacato sotto,
sì ttutto smerdolato.

434. * Si tte védino i bbiferari


che ttu pporti 'sto nasó',
te lo pìjjino, te lo tàjjino,
te ce fanno um ber coppó'.

435. * Si tte védino i bbiferari


che ttu pporti 'sto nasó',
te lo pìjjino, te lo tàjjino,
te lo fanno de cartó'.

436. Mannaggia sacch'e ttómmala


che cculo ci-ha 'sta fémmina:
ce ll'ha come 'na gnómmara,
mannaggia sacch'e ttómmala.

437. * Tizzo tozzo


maritozzo.

105
438. Grassa bbudella
sargiccia e ffegatella.
Grossa bbigonza
sargiccia e ffegatonza.

439. * Cciccio bbomma cammeriere


s'è mmagnato 'm ber bicchiere:
era pieno de ggelato
Ciccio bbomma carcerato.

440. * Bboccio dell'acqua


magna la pappa
bbeve lo vino
'mmazza purgino.

441. * Zzucca pelata co' ssette capelli


tutta la notte te càndino i grilli
e tte fanno la serenata:
zzucca pelata zzucca pe-la-ta.

442. Mucio 'ndendo callararo


ha magnato 'n zordo d'ondo;
'a servetta l'ha strillato,
mucio 'ndendo callararo.

443. Gnudázzala gnudázzala


madonna mia ammàzzala!
Méttala ggiù 'n gandina
pe' ddoménica a mmattina:
quanno vènghino i parendi,
jj''a sbattemo sott'i dendi.

444. * 'A ciuetta su 'o mazzolo


fa ll'amore c''o pizzicarolo:
'o pizzicarolo jje dà 'm bacio,
'a ciuetta puzza de cacio.

106
445. La signora der tupè
te risponne si nun g'è:
se l'è pperza la ciavatta,
la signora è mmezza matta.

446. La signora di Lolò


oggi sì, ddumani no.

447. 'O regazzo c''a regazza


fanno l'amore im-mezzo a ppiazza.

448. Mojje e mmarito


c''o culo cucito.

449. * Sette quattòrdici venduno vendotto


è ccascata la mojje d''o zzoppo
e ll'ha fatto um bello scoppio
sette quattòrdici venduno vendotto.

450. Corpo de Bbacco perdico sannella


vidi 'na vecchia che stava a ccacà:
trascinava lo culo per terra,
corpo de Bbacco perdico sannella.

451. Vecchiarella c''o culo pezzuto


quanno piove num pole cacà:
jje se 'ttura lo bbuco der culo,
vecchiarella cor culo pezzuto.

452. * Rid'e ppiagne


va a ccastagne.

453. * Ridi ridi


che mmamma ha fatt'i gnocchi
cc''o sugo d''i bbacarozzi.

107
454. Caro combare, te faccio sapere
tutte le notte io faccio le pere.
E le faccio a ttre a ttre,
quelle che ffaccio so' ttutte per te.

455. * Congolina congolina


chi lla fa la sende prima.

456. Peruzza peruzza


chi ll'ha fatta sende 'a puzza:
l'ha fatta 'o stagnino,
'a sende chi sta vvicino.

457. Mirelicche è 'nnato in Frangia


colla spada e ccolla langia:
ha 'mmazzato 'n gapitano
Mirelicche carcerato.

458. A le bbirbe, cari fratelli,


la fatica per noi nun fa:
cce ne 'nnamo per li castelli
chiedenno la carità.

459. * Cristòfolo Colombo


cor naso de piombo
co' 'a testa de rame
strilla ch'ha fame.

460. * Alla larga, alla stretta


Pinocchio im bicicletta.

461. * Pinocchio im bicicletta


s'è pperzo la majjetta,
s'è pperzo le mutanne,
Pinocchio sotto ar tranve.

108
462. * Pinocchio im bicicletta
se perde la majjetta,
se perde le mutanne,
Pinocchio va (a) ccastagne.

463. * Pinocchietto va 'r caffè


e ddumanna sì cch'or-è:
è ssonata mezzanotte,
Pinocchietto pijja le bbotte.

464. * Spia spió',


porta lambió',
porta bbandiera,
trend'anni 'n galera.

465. * Ci-hai creduto


faccia de velluto.

466. * L'ha' guardato, l'ha' smirato,


cce l'hai messo 'o cappelletto,
fio de 'm becco, fio de 'm becco.

467. * Zzi' frate cappuccì'


st(a) a lletto pe' mmorì:
jje danno l'acqua sanda,
lo fanno riguarì.

468. * Ori ori


v'avemo 'mbottijjati
c''o vino de Frascati.

469. * Pia su e pporta a ccasa


di' a mmàmmita che sso' ccerasa.

470. * La rota e lla candata


ppulì ppulì ppulà.

109
Rosina è 'nnamorata,
chi sse la sposerà?

471. Fanàtica 'ndipàdica,


'n de pozzo più vvedé:
si ttu mme guardi in faccia,
te faccio 'na bboccaccia
mlè mlè mlè.

472. - Chi cci-ha la rabbia 'n gorpo


pia la medicina:
un gucchiaro pe' mattina
e la rabbia passerà.
- La rabbia è ggià ppassata
coll'acqua limonata
co' zzùccher'e ccaffè
ttiè ttiè ttiè per te.

473. È mmorto 'o pidocchio:


'o purge a ppiagne',
'a finestra sbatte,
l'uscio s'apre e sse serra,
l'uccelletto
s'è ppelato poveretto!

474. *Maramao, perchè ssì mmorto?


Pan(e) e vvino nun di mangava,
l'inzalata ll'avevi nell'orto,
Maramao, perchè ssì mmorto?

475. * Zzomba, grilletto, zzomba,


zzomba chi vvo' zzombare:
chi sse la pia more,
chi mmore se ne va
all'àrberi pizzuti
a ffà 'a terra pe' lli ceci,

110
come, grilletto, feci
nun ce penzamo ppiù.

476. * Topolino topoletto


zzum-ba-ppà
s'è fficcato sott'ar letto
zzum-ba-ppà
e lla madre poveretta
zzum-ba-ppà
jj'ha tirato la scopetta
zzum-ba-ppà
corri corri all'ospedale
zzum-ba-ppà
l'ospedale era chiuso
zzum-ba-ppà
corri corri al cimitero
zzum-ba-ppà
il cimitero era chiuso
zzum-ba-ppà .

477. * Tiritalla tiritalla


morirai senzá 'ssaggialla
'a pizza c''o zzibbibbo
calla calla.
Tiritalla tiritalla
'o prete sona e 'a serva bballa;
poi quanno jje va bbona,
'o prete bballa e 'a serva sona.

478. Sand'Ambrocio ci-aveva 'n gallo


bbiango rosso verd'e ggiallo,
tanto bbello, tando bbullo
che ppareva 'm bappagallo.

111
479. Ciucciurummella ci-aveva 'na mula,
tutti li ggiorni la portava 'n vettura;
jje metteva la bbrijja e lla sella,
ecco la mula de Ciucciurummella.
Ciucciurummella de nero de nero, de nero de nero.

480. Lero lero


tutte le donne ci-hanno lo pelo;
e cchi nun ge ll'ha
piano piano lo metterà.

481. Bbenedetto fra' Mmartello


che sta 'n gima a 'na mundagna:
riparato coll'ombrello,
bbenghé ppiove, nun ze bbagna.

482. Quanno la capra ce va (a) ccecio,


oh che ddanno che mme fece!
E qquanno che stette pe' ssardà 'o fosso,
se piccò co' 'na spina ner dorzo
e ffece: meo meo meo!

483. Co' 'na pizza


te manno a Nnizza.
Co' 'ná papagna
te manno in Spagna.

484. * Chi sta 'm bizzo


magna 'o pa' de Ggesù Cristo.
Chi sta 'm-mezzo
magna 'o pa' de sa-Llorenzo.

485. * Panico panico


tre vvorde t''o dico
ce viei?

112
486. * Mannaggia 'r diavoletto
che cci-ha fatto litigà
pace pace e llibbertà.

487. * - Scopìa scopìa


chi 'o trova s''o pia.
- Scopìa scopió'
chi 'o trova 'o ridà (a) 'o padró'.

488. * - Sì 'nnato a Rroma,


tti sì pperzo 'a portrona.
Sì 'nnato a Bborghetto,
tti sì pperzo 'o bbanghetto.
- So' 'nnato ar Cambidojjo,
'a portrona la rivojjo.

489. Er fornaro de Via Ripetta


è 'nnato a Nnàpoli im barchetta
pe' mmagnà li maccheroni
cotti cor zugo de' lumaconi.

490. E-rre del Portogallo


che 'nnava sempre a ccavallo
s'è vvennuto li speroni
pe' mmagnà li rigatoni
rigatoni rigatoni
e cchissà quanto so' bboni.

491. Io so 'na canzongina corta corta


me l'ha 'mbarata mamma dendr''a grotta:
sargicc'e maccaroni tutti 'm bocca.

492. Io so 'na canzongina corta corta


me l'ha 'mbarata mamma sott''a quercia:
sargicc'e mmaccaroni dendr''a bbocca.

113
493. Favorite e nun ve 'ccostate:
pane rotto nun 'o magnate,
quello sano nun 'o roppete,
favorite quando volete.

494. Magnate, fijji, quando volete:


'o pane rotto nun 'o toccate,
quello sano nun 'o roppete,
magnate, fijji, quando volete.

495. * Silenzio perfetto


chi pparla 'n gonfetto;
chi ddice 'na parola
fori della scola.

496. Pecoraretto magnaricotta


quanno va a mmessa 'n ze 'nginocchia,
nun ze leva 'o cappelletto,
pecoraro maledetto.

114
CONTE

497. * Pi-ri-pi-ri-pi-cchio
ddo' mme di-ce Gge-sù Cri-sto (bis/ter).

498. * Bi-mbu-mbà
llé ggiù.

499. Bbi-mbu-mbà
pesce fritto e bbaccalà
con i sordi de papà
ce ne 'nnamo a 'mbriagà.

500. Bbi-mbu-mbà
pesce fritto e bbaccalà
coi sordi de papà
ce combramo da magnà.
Si ppapà nu-llí guadagna,
questa sera nun ze magna.

501. Fazzoletto ricamato,


ben lavato e bben stirato.
Ho una spilla ricamata,
ma non zo chi mme l'ha data;
me l'ha data mi' sorella,
scappa fora la più bbella.

502. * Passa Paperino


colla pipa 'm bocca
guai a cchi lo tocca
sei sta-to pro-pio tu
sei sta-to pro-pio tu.

115
503. Trovato um biscotto
lo porto im bischeria (!)
chi è lladro, chi è spia
esca fori da casa mia.

504. Pomodoro oro oro


oro de bbilancia ancia ancia
quanti ggiorni sei stato in Francia?

505. Ggiggi Ggiggi


nnato a Ppariggi
morto a Mmilano
Via Polenta
telèfono mille
Ggiggi 'mbecille (ter).

506. * Mi chiamo Lola


sonó spagnola
per imparare l'italliano
vado a scuola.
La miá mammina
è ppariggina
e 'l mio papà è ddella Cina.
Cina Cina coccodè
uno due e ttre.

507. Tre ttazzine di caffè


me le bbevo tutt'e ttre:
tre più ttre fa ssei,
sei più ssei fa ddódici,
dódici più ddódici vendiquattro,
uno ddue tre e qquattro (ter).

508. * Uno ddue e ttre


la Peppina fa 'l caffè
il caffè colla cióccolata

116
la Peppina s'è mmalata.
Chiameremo 'l zor dottore:
sor dottore collé ciabbatte
qui mmi dole e qqui mmi bbatte,
qui mmi sento uná gran pena,
vado a lletto senza cena.

509. Lavare le mani


per fare il pane:
per uno per due per tre
per quattro per cingue per zei
per zette per otto bbiscotto.

510. Conda conda quìndici:


se non zaranno quìndici,
saranno venditré,
uno ddue e ttre (bis).

511. * Sotto la cappa del cammino


c'era 'n vecchio condadino
che ssonava la chitarra
uno due tre sbarra (bis).

512. Sotto ar ponde


cce so' ttre cconghe:
passa er lupo
e nno le rombe;
passa er-re
ne rombe tre.
Passa la reggina
ne rombe 'na dozzina.

513. Sotto 'l ponde


cce so' ttre cconghe:
passa 'l re
ne roppe tre;

117
passa la reggina
ne roppe 'na diecina;
passa il reggimendo
ne roppe cinguecendo.

514. * Sotto il ponde di Verona


c'è 'na vecchia scurreggiona
che scurreggia a ttrendatré
uno ddue e ttre, uno ddue e ttre.

515. * Sotto il ponde di Verona


c'è 'na vecchia scurreggiona
che scurreggia nott'e ddì
a-bbi-cci-dì, a-bbi-cci-dì.

516. * Sotto il ponde di Bbaracca


cc'è Mmimmì che ffa la cacca
la fa ffino a ttrendatré
uno ddue e ttre, uno ddue e ttre.

517. Sotto il ponte di Bbaracca


c'è Mmimmì che ffa la cacca
la fa ddura dura dura
il dottore la misura
la misura a ttrentatré
uno ddue e ttre, uno ddue e ttre.

518. Sotto il ponte di Milacca


c'è Nninì che ffa la cacca
la fa bbianca e vverdolina
il dottore l'indovina
l'indovina a ttrentatré
uno ddue e ttre.

118
519. * Pon-de po-nen-de (e-)ppon-de ppì
ta-ppe ta-ppe ru-ggia.
Pon-de po-nen-de ppon-de ppì
ta-ppe ta-ppe rì (bis).

520. * Tunzi tenzi tinzi


quali qualinzi
meli melinzi
riffe raffe e ddieci.

521. Unzi donzi trenzi


quale qualenzi
mile milenzi
riffe raffe e ddieci.

522. Unzi dunzi trenzi


quali qualinzi
peli pelinzi
riffe raffe e zzeta.

523. Nècchete pècchete


bbutte ffilè.
Fàbbile fàbbile
dommunè.
Bbulla strasse (ter)
tu scappi e io sto ssotto.

524. * Ai-bbá rácche-ttà


che-tté tú-bba-ré
alle racche
tu bbarà-cche bbisse.

525. A-bbá bbá-cche-ttà


se-bbé cú-bba-lé
rabbe cate
cuma chette bbisse.

119
526. A-bbá bbá-cche-ttà
se-bbé cú-bbané
da-lle ra-cche
tu-ma ca-tte bbisse.

527. Bbu!
Stìcchere mìcchere
bbu-mbu-mbù.
Bbattendo le nàcchere
dda-nda-ndà.
Stìcchere mì
stìcchere dù
stìcchere mìcchere
dun-dun-dù.

528. * A-mble-mblè
si-cu-tè mi-sdè.
Ttieni um bamboccino
te lo vojjo dà;
quest'è la conta de' tre ssordà':
ora peccatora
chi ddendro e cchi ffora (ter).

529. * A-mba-ra-pà cci-ccì cco-ccò


tre ggalline sur comò
che ffacévano l'amore
colla fijja der dottore
il dottore s'ammalò
a-mba-ra-pà cci-ccì cco-ccò.

530. * A-ngli-nglò
tre ggalline e ttre ccappó'
per andare allá cappella
c'era 'ná regazza bbella
che ssonava il venditré
uno ddue e ttre (bis).

120
531. A-ngli-nglò
tre ggalline e ttre ccappó'
per andare allá cappella
c'era 'ná regazza bbella
che ssonava 'l venditré
uno ddue e ttre.
Pia lo straccio e llo rivorta,
lo riporta im pescheria,
chi è lladro e cchi è spia
se ne va da ca-sa mi-a.

532. * A-bbi-cci-dì
il gattino mi morì
mi morì ddi ggioveddì
a-bbi-cci-dì.

533. * - Bbu!
Passa un camio' pien di sabbia
vero che ssì?
- Ssì!
- Vero che nno?
- Nno!
- Vero che ttu vvoi uscir di qqui?
- Nno!

534. - Cinesino di Sciangai


dove vai, dove vai?
- A Mmilano.
- Quanti ggiorni resterai,
cinesino di Sciangai?

535. * - Milano Torino una bbella città


si magna si bbeve l'amore si fa.
Ha-i visto mió mari-to?
- Sì!
- Di che ccolore erá vesti-to?

121
- Rosso.
- Ha-i tu questó colo-re?
- Sì!
- Te ne vai per favo-re?
- Nno!
- Quanti sordi aveva 'n ta-sca?
- Trenta!

122
GIOCHI A PALLA E
GIOCHI A CORDA

536. * Ho una mela


la dono a Ccarmela
Carmela nun g'è
la mela è pper me.

537. * Tre asinelli


vanno in Eggitto
oh cche ppiacere!
oh cche ttraggitto!
La stella polare
cade nel mare (ter).

538. Acqua sorgende


la bbeve 'l zerpende
la bbeve mio zzio
la bbevo angh'io.

539. Partenza una


sicura sicura:
se nnon è ssicura,
la rifarò;
ma è ssicura,
non la rifarò.

540. Entrai im bottega


ticche ticche tacche
pe' num benzà alla priggione
ticche ticche tacche
ma un giorno vénnero
i carabbigneri
ticche ticche tacche
e mmi portàrono
ticche ticche tacche

123
in priggione
ticche ticche tacche.

541. Palla ovo uno


palla ovo due
palla ovo tre
palla ovo quattro
palla ovo cingue
per la figlia der re
che ssi chiama
che nun ze chiama? X.

542. * Palla pallina


dove sei andata?
Dalla nonnina.
Cosa t'ha ddato?
Pan(e) e fformaggio.
Che ccosa hai bbevuto?
Acqua der mare.
Spùtala via
che tte fa mmale.

543. Palla pallina


dove sei ita?
Dalla nonnina.
Cosa t'ha ddato?
Un uccellino.
Dove l'hai messo?
Nel cassettino.
Càccialo fori,
fallo vedere.
Eccolo qqua!
Bbell'uccellino
dove sarà?
Ciccì ciccì.

124
544. Palla uno, palla due
palla tre, palla quattro
palla cingue, palla sei,
palla sette, palla otto,
palla nove, palla dieci.
Io mi cingo
mi sopraccingo
tocco terra
la vojjo ritoccare
la miá pallina bbella
bbáciare
il zole
la luna
le stelle
bblè-bblè
cco-ccò cco-ccò.

545. Palla uno, palla due, palla tre,


palla quattro, palla cingue.
Io mi cingo
mi sopraccingo
tocco terra
la ritocco
la vojjo ritoccare
faccio 'l zegno della loca
loca lochessa
madre bbadessa
ojjo pep(e) e ssale
se ccade a tterra non vale (ter).

546. * Movèndomi
stàndomi al fermo
cón um piede
con úna mano
cc'è dda bbàttere
allo zzìgolo-zzàgolo

125
al violino
um bacino
tocco terra
la ritocco
faccio 'l giro dell'orco
orco orchessa
madre bbadessa
occhio pepe e ssale
viva viva carnevale.

547. * Movèndomi
stàndomi al fermo
cón um piede
con úna mano
c'è dda bbàttere
llo zzìgolo-zzàgolo
al violino
um bacino
tocco terra
tocco core
fiorellin d'amore (bis).

548. * Ciro cironte


la palla sotto al ponte
chi ssarda
chi bballa
chi ggioca alla palla
chi sta sull'attendi
a' miei combrimendi
chi ddice bbongiorno
ggiràndomi attorno
ggira riggira
la testa mi ggira
non ne pozzo propio ppiù
palla pallina
scèndime ggiù.

126
549. So-riè
san-ducè
so-rì
ta-ppó
ttippe-ttappó
una le mè
l'altra le mè
um-piè
l'altro piè
mu-linè
ce-stiè
le mè.

550. Uno due tre e qquattro


quattro quattronne
china chinetta
callaretta
conta bbarili
e bbariló'
còntali bbe'
che ddieci so'.

551. Uno due tre


quattro quattronne
china chinetta
callaretta
prendi ggiglio
roppi bbarile
e bbariló'
còntali bben
che ddieci so'.

552. Uno: passa 'l-lupo


due: passa 'l bue
tre: passa 'l figlio der re
quattro: l'àsino a lo prato

127
quinto: cucitura
sesto: mulinelli ar vento
sèttimo: ppla-pplà.

553. * Mela
arangio
susina
limone
bbanana.

554. * Aiuto sorella


sorella più bbella
che si chiama
che non zi chiama? X.
Il capitano disse:
si sarvi chi ppuò
e cchi nom può
chi ppuò e cchi nom può.

555. * - È vvero che lla signorina se sposa X?


Sì! Nno! Sì! Nno!...
- Quandi fijji?
Uno due tre quattro...
- 'O colore d'i capelli come?
Bbiondi, mori, castani...
- Dove va a 'bbità?
Vicino lundano, vicino lundano...
- E cche sse combra?
Màchina aroplano artalena...
- Bbucia o vverità?
Bbucia o vverità...

128
CANTI E CANTILENE PER
ACCOMPAGNARE ALTRI GIOCHI

556. * Im-mezzo a qquesto cìrcolo


ce sta ppiandado um bròccolo
bbròccolo (ter) che ssì tté!

557. La condadinella che ssémina 'l grano


ggira la carta se vede il villano.
Il villano che zzappa la terra
ggira la carta e sse vede la guerra.
E lla guerra co' ttandi sordati
ggira la carta e sse vede i mmalati.
I malati co' ttando dolore
ggira la carta e sse vede il dottore.
Il dottore che ffa le ricette
ggira la carta e sse vede la ggende.
E la ggende che vva per la via
ggira la carta e sse vede Lucia.
E Llucia col zuo figlioletto
ggira la carta e sse vede 'l galletto.
Il galletto che ffa cchicchirichì
ggira la carta e ffinisce ccosì.

558. La contadina che ssémina 'r grano


ggira la carta e ssi vede 'l villano.
Il villano che zzappa la terra
ggira la carta e ssi vede la guerra.
E la guerra con tanti sordati
ggira la carta e ssi vede l'ammalati.
L'ammalati co' ttanto dolore.
ggira la carta e ssi vede 'r dottore.
Il dottore che ssarta e cche bballa
ggira la carta e ssi vede la farfalla.
La farfalla co' ttanti colori

129
ggira la carta e ssi vede i signori.
I signori che vvanno a ppasseggio
ggira la carta e ssi vede 'r galletto.
Il galletto fa: chicchirichì.

559. La contadinella che ssémina il grano


ggira la carta e ssi vede il villano.
Il villano che zzappa la terra
ggira la carta e ssi vede la guerra.
E la guerra co' ttanti sordati
ggira la carta e ssi vedono i malati.
I malati co' ttanto dolore.
ggira la carta e ssi vede il dottore.
Il dottore che fa la ricetta
ggira la carta e ssi vede Concetta.
E Cconcetta ché ffila il lino
ggira la carta e ssi vede Arlecchino.
Arlecchino che ssarta e cche bballa
ggira la carta e ssi vede la farfalla.
La farfalla che vvola sui fiori
ggira la carta e ssi védono i signori.
I signori che vvanno a ppasseggio
ggira la carta e ssi vede il galletto.
Il galletto che ffa cchicchirichì
e la storia finì.

560. L'andro ggiorno ner mio ggiardinetto


c'era um pìccolo uccelletto:
era pìccolo e ccarino
si chiamava cardellino.
A vvolare faceva ccosì ccosì
a ccantare faceva: cciccì cciccì.
Un cattivo cacciatore
collo schioppo fece: bbu!
Ed il pòvero uccelletto
cascò 'n terra e nnon c'è ppiù.

130
561. Ner mio ggiardino cci so' cciliegge
a cciocca a cciocca le vado a ccògliere
le vado a ccògliere cor canestrino
oh cche ggusto ner mio ggiardino:
il bustino
mi sta strettino;
la sottana
mi sta a ccampana;
le scarpette
mi stanno strette;
e ll'orologgio
me fa ndin-dì:
bballerei con ti,
bballerei con ti.
Bbatti bbatti mùsica
co' ttrallarillallero;
bbatti bbatti mùsica
co' ttrallarillallà.

562. Rosa rosella


la rosa è ffiorita
bbianga è lla rosa
im mezzo allé viole
fate la riverenza
a cchi vvolete voi.
Se X entra im ballo
ci entra senza inganno
falla bballà, falla bballà
si non ti piace, làsciala stà.

563. Bballate, bballate, vérgini,


che ll'àngeli soneranno:
soneranno co' rrose e ffiori
X, vordàtive voi.
Si X se riggirasse
e ll'àngelo la bbaciasse,

131
la bbaciasse co' rrose e ffiori,
X, vordàtive voi.

564. Bbella, che ddormi sul letto di fiori


mentre dormendo
um bacino d'amor.
Um bacio ed attèndere la cara bbambina
oh ppoverina, dove sarà?
Sarà in càmmera sola
intenta a ppettinarzi
o i ricciolini a ffarzi
co' lá cará mammá.
O Mmaria Ggiullia,
da dove sei venuta?
Arza l'occhi ar celo
fa' un zarto
fanne 'n andro
fa' lla ggiravolta
fa' lla riverenza
lèvite er cappello
pijja i fiori im mano
sona le cambanelle
occhi in zù
occhi in giù
dai um bacio a cchi vvoi tu.

565. - Che ccosa porti in testa


violina violetta?
Che ccosa porti in testa
violina violà?
- Porto in testa un fazzoletto
violina violetta;
porto in testa un fazzoletto
violina violà.
- E cchi tte ce l'ha mmesso
violina violetta?

132
E cchi tte ce l'ha mmesso
violina violà?
- Me ce l'ha mmesso X
violina violetta;
me ce l'ha mmesso X
violina violà.
- La più bbella della città
la più bbella è X;
la più bbella venga qqua
che um bacio jje vojjo dà.

566. È 'rrivato 'l pescatore


coll'amo e ccolla rete;
o ppesci, dove siete?
Venite tutti qqua.
I pesci so' nnel mare
venìteli a ppescare.
I pesci so' nnel mare
venìteli a ppescà.
Ssì! Ssì! che ppescherò
pesce delfino pescherò.
Ssì! Ssì! che ppescherò
pesce spada pescherò.
Ssì! Ssì! che ppescherò
Maria pescherò.

567. - O qquande bbelle fijje, madama Dorè,


o qquande bbelle fijje!
- So' bbelle e mme le tengo, madama Dorè,
so' bbelle e mme le tengo.
- Me ne prometti una, madama Dorè,
me ne prometti una?
- Che ccosa ne vuoi fare, madama Dorè,
che ccosa ne vuoi fare?

133
- La vojjo maritare, madama Dorè,
la vojjo maritare.
- Endrate ner mió castello, madama Dorè,
entrate ner mió castello.
- Nel castello ci sono endrata, madama Dorè,
nel castello ci sono endrata.
- Scejjétive la ppiù bbella, madama Dorè,
scejjétive la ppiù bbella.
- La più bbella me l'ho ccapata, madama Dorè,
la più bbella me l'ho ccapata.

568. - Oh cche bber castello


Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
Oh cche bber castello
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.
- È ppiù bbello il nostro
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
È ppiù bbello il nostro
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.
- E nnoi lo bbruceremo
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
E nnoi lo bbruceremo
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.
- E nnoi lo rifaremo
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
E nnoi lo rifaremo
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.
- E nnoi leveremo una pietra
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
E nnoi leveremo una pietra
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.
- E a nnoi nun ce ne 'mborta

134
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndello.
E a nnoi nun ce ne 'mborta
Marco 'ndiro 'ndiro 'ndà.

569. - O mmadonna ppollarola,


quanti polli hai nel pollaio?
- Cce n'ho ttanti, ce n'ho ttanti
che nom pozzo sopportalli.
- Dàmmine uno al mio passaggio,
quanno passo so' ssempre sola.
- Pìjjine pure quandi te ne pare,
ma lo più bbello làscialo stare.
- Ggirerò ggirerò,
lo più bbello caperò.
Ho ggirato ho ggirato,
lo più bbello l'ho pijjato.

570. * Ecco qqua questá vecchiaccia


che nun vole mmai ggiocà:
e ppe' pprima penitenza
in ginocchio deve stà.
Ecco qqua questá vecchiaccia
che nun vole mmai ggiocà:
e ppe' sseconda penitenza
a occhi cchiusi deve stà.
Ecco qqua questá vecchiaccia
che nun vole mmai ggiocà:
e ppe' tterza penitenza
c''a lingua de fora deve stà.
Ecco qqua questá vecchiaccia
che nun vole mmai ggiocà:
e ppe' qquarta penitenza
mano in arto deve stà.
Ecco qqua questá vecchiaccia

135
che nun vole mmai ggiocà:
e ppe' qquinta penitenza
um bacino deve dà.

571. - Gala gala sole


merinella e mmerinà.
- Dove 'nnarà a ggalà
merinella e merinà?
- Sopre 'Delina bbella
merinella e mmerinà.
- Chi jje volemo dà
merinella e mmerinà?
- Jje daremo Ggiggetto suo
merinella e mmerinà.
- Si sse lo pierà
merinella e mmerinà.
- Si Adelina edè 'nnamorata
qui dda me s'ha da vordà.
- E ll'ha fatta 'na bbella vorda
pare propio 'na crapa sciorda.
E ll'ha fatto um ber vordino
pare 'na rosa de ggiardino.
E ll'ha fatta 'na bbella vordata
pare 'na rosa spambanata.

572. Primo: mond'e la luna.


Secondo: 'l bue.
Terzo: la fijja der-re.
Quarto: la spiga si raccoglie.
Quindo: la mela.
Sesto: i tamburi.
Sèttimo: i tamburoni.
Ottavo: san Giuanni
a ccavallo sopre 'n doro.
Nono: l'ingrocio.
Dècimo: la mitrajja.

136
Undècimo: il cannone.
Dodicèsimo: parto e mme la sguajjo
e tte lascio un regaletto.

573. Primo: mond'e la luna


Secondo: 'l bue.
Terzo: la fijja del re.
Quarto: la cassetta se riccojje.
Quindo: 'l cioccolato.
Sesto: i piomboni.
Sèttimo: parto e mme la sguajjo
e tte lascio un regaletto.
Ottavo: mela bbacata.
Nono: i sordatini.
Dècimo: uno ddue e ttre
lìbbero tutti.
Undècimo: la mitrajjatrice.
Dodicèsimo: cannone.

574. Uno: mond'e la luna.


Due: 'r bue.
Tre: la fijja der-re.
Quattro: la spiga se riccojje.
Cingue: san Giuanni
a ccavallo sopre 'n doro.
Sei: i tamburini.
Sette: i tamburoni.
Otto: l'ingrocio.
Nove: 'na culata.
Dieci: 'na zzambata.
Undici: me preparo per partire.
Dódici: parto e mme la sguajjo
e tte lascio 'n regaletto.
Trédici: 'o cannó'.

137
575. Alla fresca inzalatina
cce ll'ho bbella e rricciolina
cce ll'ho bbella e dda pagà
la signora la va (a) ccombrà.
E nne combra um bajjocchetto
ce lo ficco e cce lo metto
ce lo metto fino al pundo
la signora ce sende gusto
cce sende gusto per un'ora ora ora.

576. Alla fresca 'nzalatina


ce ll'ho ffresca e rricciolina
ce ll'ho bbella e da pagà
la signora la vo' ccombrà.
E nne combra 'm bajjocchetto
ce lo ficco e cce lo metto
ce lo metto fino ar busto
la signora ce sende gusto
ce sende gusto per un'ora
ora ora agnello agnello
quanno che ppasso
la mia pezzola lascio
mo' che sso' ppassato
la pezzola ho llasciato.

577. * Bbocca mia bbocca tua


qual è ppiù bbella:
la mia o la tua?

578. * Alla mano di papà


dove sta: o qqui o qqua?

579. * A la làmbina a la làmbina


chi lla sfugge e cchi la scamba:
ccecio!

138
580. Nicche nacche
nicche nacche
sopre le stanghe:
bbucheto!

581. Bbiribbibbì
scarga bbarì';
bbiribbibbó
scarga bbaró'.

582. Zzomba padella


riccojji le mella
riccojji le cerasa
zzomba 'sta casa.

583. 'A sedia der papa


chi cce piscia e cchi cce caca,
chi cce dà 'na pitalata.

584. Cengio mollo viè' dda te:


si vvoi riderete,
si vvoi scherzerete,
cengio mollo in faccia avrete.

585. Sega seghetta


segamo 'sta vecchietta.
Sega segó'
segamo 'sto vecchió'.
Sega sega Lucïano
quanno pozzo sego piano;
se mme viene la fiacchetta,
abbandono la seghetta.

586. Bbella villana


che ppiandi le fava
come le piandi?

139
Le piando così.
Arivòrdite e ffa' ccosì:
accì accì.

587. * Pizza ricotta


oreste oreste bbu!
È ppassata la violetta
cicchitelletta cicchitelletta.
È ppassato lo violó'
cicchitelló' cicchitelló'.
È ppassato un gapitano
dajje la mano, dajje la mano.
È ppassato 'no tenende
dajje 'n dende, dajje 'n dende.

588. - Passeggio ppasseggio


in guesto ggiardino.
- Che ccosa passeggiate?
- Per cògliere un fiore.
- Che fiore?
- La rosa.
- La più bbella della città
è X venga qqua.

589. Ti rigalo questo fiore


edè un dono d'amore.
Dite se ll'accettate:
che rrisposta me date?

590. Stanotte a mmezzanotte


è ppassata la reggina:
Che jj'ì fatto pe' rrigalo?
Un anello.

591. Rosa e ggiglio


tocco e ppiglio.

140
592. * 'E colonne de sam Biedro
so' vvendiquattro
e cchi le conda
ci-ha 'n gram betto:
colonna uno, colonna due etc.

593. * - Mazzabbubbù
quande corna stanno quassù?
-x
- Si ddicevi y,
num-menavo tando;
mazzabbubbù
quande corna stanno quassù?

594. * Reggina regginella,


quandi passi mi darai
pe' 'rrivare ar tuo castello
colla fede e ccoll'anello
colla punda der cortello?

595. * Lucia ci-ha le trecce


Sergio jje le sciojje
la vo' ppià ppe' mmojje
quattro ggiorni la vo' sposà.
La porta in un gastello
se danno la fede e ll'anello
se danno du' bbacetti
ecco qqua li du' sposetti.

596. - Topo che ffai?


- Fo 'na pìccola bbucetta.
- Si tte vede 'o padró'?
- Fuggirei.
- 'O padró' sso' io!

141
597. - Scalì 'nzalì, scalì 'nzalì
chi ha rubbato 'o cacio qqui?
- 'O sorge.
- Dd'è 'ndrado?
- Dd''o bbuco d''a jjave.
- Dd'è scappato?
- Dd''a finestrella.
- Frusta via! Frusta via!

598. Sam Bietro sam Bàvolo


aprìtice le porte
che cc'è 'na pecorella
che vvole passà:
bbeè bbeè bbeè!

599. - Angelo, bbell'àngelo,


vieni qua dda me!
- Nom posso venire
che cc'è 'r diàvolo vicino.
- Stendi le tue ali
e ccorri qua dda me...
Im baradiso se bballa e sse sona
all'inverno se còcino l'ova!

600. - Fornaretta, è ccotto 'l pane?


- Anghe bbruciato!
- Dde chi è lla corpa?
- Der pòvero X.
- Poro X 'ngadenado
co' ccendo catene
morto di pene!

601. - G(r)attaceca jjotta jjotta


ddo' ne venghi?
- Da Milano.
- Che mme porti?

142
- Ppan(e) e ccacio.
- Me ne dai 'm bezzé'?
- Nno!
- G(r)attaceca jjotta jjotta (bis).

602. * Lupo che ffai?


- Sto a ddormì.
- Lupo che ffai?
- Me sto (a) arzà.
- Lupo che ffai?
- Me sto a mmette' i carzoni.
- Lupo che ffai?
- Me sto a llavà.
- Lupo che ffai?
- Sto (a) scegne' 'o primo scalino.
- Lupo che ffai?
- Sto a scegne' 'n andro scalino.
- Lupo che ffai?
- So' 'rrivato ggiù dda piede ('e) scale.
- Lupo che ffai?
- Ve vengo a 'jjappà!

603. - Commà', viei all'acqua?


- Porto le mano im basta.
- E mmànnice Sanda
- Sanda è mmaritata.
- E chi ll'ha piata?
- 'O nipote der papa.
- E cche jj'ha messo ar dito?
- L'anello de vetro.
- E ar collo?
- 'E cambane der Cambidojjo.

604. - Commà', ì visto i picciongini mii?


- Tetto pe' ttetto.
- E cche mmàgnino?

143
- L'erba der tetto.
- E cche bbévino?
- L'acqua der mare.

605. - Commà', ì visto gnende 'o fidanzato mio?


- Piazza pe' ppiazza.
- E cco' cchi stava?
- Co' 'ná bbellá regazza.
- Più bbella de me?
- Assai.
- Congolì congolà
io me vojjo marità.

606. Tinda tindàvola


s'è 'nnamorata Pàola
Pàola de Roma
s'è pperza la corona
corona d'argendo
che vvale cinguecendo
cingue e ccinguanda
la gallina canda
làsciala candare
la vojjo maritare
le vojjo dà ccipolla
ccipolla è ttroppo forte
le vojjo dà lla morte
la morte è ttroppo bbrutta
le vojjo dà lla luna
la luna è ttroppo bbella
cc'è ddendro mi' sorella
che ffa li bbiscottini
pe' ddalli allí bbambini.
Li bbambini stanno male
stanno ggi(ù) all'ospedale:
l'ospedale sta llaggiù
dajje 'n garcio e bbùttili ggiù.

144
607. * Piso pisello
colore così bbello
sando Martino
la bbella mulinara
che ppiana sulla scala
la scala e llo scalone
la penna der piccione
che ggioca a ppiastrella
col figlio der re
tira 'r piede che ttocca a tte.

608. - 'Ndilì 'ndilì


de chi è 'sto cambanì'?
- 'O mio.
- Fai 'a penitenza
che tte do io?
- Si ppozzo,
sinnò te caco addosso.

609. O ddonna pollinara,


che vva' pparà li polli
c'è la vorpe li parerà.
Vorpe da polli e ppolli de gra.
Sona la tromba
tutto rimbomba e ccaracà.
O ddonna pollinara,
cerca di parare la vorpe.
Si la vorpe nun vole parà,
c'è lo cane la parerà.
Cane da vorpe, vorpe da polli
polli da cra.
Sona la tromba
tutto rimbomba a ccaracà.
O ddonna pollinara,

145
cerca de parà lo cane.
Se 'r cane nun vole parà,
ce sta 'o lupo lo parerà.
Lupo da cane, cane da vorpe,
vorpe da polli e ppolli da cra.
Sona la tromba
tutto rimbomba e ccaracà.
O ddonna pollinara,
cercate de parà llo lupo.
Si llo lupo nun vole parà,
ce sta er bosco lo parerà.
Bosco da lupo, lupo da cane,
cane da vorpe, vorpe da polli
e ppolli da cra.
Sona la tromba
tutto rimbomba e ccaracà.

610. C'era un grillo in un cambo de lino


la formicuccia jje ne chiese un filo
laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Il grillo disse: che ccosa ne voi fare?
Carze e ccamicie mi vojjo maritare.
laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Il grillo disse: lo sposo sarò io.
La formicuccia: sarò condenda angh'io.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Ecco che 'rriva il giorno delle nozze:
un zorzo d'acqua e ttre ccastagne cotte.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Endrino in chiesa pe' mméttijje l'anello
il grillo cade e sse roppe il cervello.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
La formicuccia per un gran dolore

146
pijja la zzamba e sse la stringe al core.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Sono le otto e ddi là ddar mare
si sende dire che 'l grillo stava male.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Era le nove e ddi là ddar porto
si sende dire che 'l grillo era morto.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
Era le dieci e ddi là ddar prato
si sende dire che 'l grillo è ssotterrato.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
La formicuccia vestita di nero
va a 'ccombagnare il grillo al cimitero.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.
La formicuccia vestita di biango
va a 'ccombagnare il grillo al camposanto.
Laringiùffala rillallero laringiùffala rillallà.

611. Uno!
Nu' ddì gnende a nnessuno,
si tte voi marità.
Due!
Accidendi a ttutt'e ddue,
accidendi a qquesto qqua.
Tre!
'A signora viè' cco' tte
e cco' mme num bò vvenì.
Quattro!
La signora gioca cor gatto,
e ccor lupo 'n ge vo' ggiocà.

147
Cingue!
Pijja màmmita e mméttala a ffrigge'
[...]
Sei!
In giardin ti porterei
in giardino a ppasseggià.
Sette!
Le ggióvine colle vecchie
nun ze vonno paragonà.
Otto!
La signora fa 'r fagotto,
fa 'r fagotto pe' ppartì.
Nove!
La signora fa lle prove
fa lle prove pe' ppartì.
Dieci!
La pasta colli ceci
merluzzo e bbaccalà.
Undici!
Accidendi a ttutt'i ggiùdici
che nun zanno ggiudicà.
Dòdici!
È ffinita la canzongina
chi sta 'n gàmmara e cchi 'n gucina
chi sta (a) lletto a rriposà
Mìlita dondondella mìlita dondondà.

612. La tarandella l'ha ricacciata


e dde X ch'è 'nnamorata
è 'nnamorata de 'n regazzetto
che sse chiama (Y)-etto.
Ma Y nun la vole
e a X jje trema 'r core:

148
core core nun tremare
che ddumani 'nnamo a sposare.
'Nnamo a sposare lì un vicoletto
ce lo daremo um ber bacetto;
'nnamo a sposare d'un vicolaccio:
io co' la fede, tu cor marraccio.

613. - Dove vai, dove vai, bbella fandina? (bis)


- Vado a ppijjà ll'acqua pe' bbeve' e ccucinà
(bis).
- Mi daresti, mi daresti um bicchier d'acqua (bis).
- Io non ho ttazze né cchìcchere e bbicchiè'
pe' ddar da bbere a llei cavalliè' (bis).
- M'attaccherò m'attaccherò alla tua bbrocchella.
- Oh cche ggusto, oh cche ppiacer
da dà dda beve' a llei cavalliè'.
- Monda sul mio cavallo ti porterò al castè' (bis).
- Son troppo piccolina l'amor non lo so far (bis).
Mannaggia 'sto bbustaccio num me se vo' slaccià.
'Mbrèstime la spadina che mme se slaccerà.
- Oh ppòvera fandina è mmorta per amor
la ggende che qqui ppassa le ggetta rose e ffior.

149
APPENDICE

614. Bbatti le mano che ecco la micia


è ppapa senzá camicia
'a camicia nun ge ll'ha
bbatti le mano ch'ecco papà.

615. - Ma' ho ffame!


- Tira a coda a 'o cane
che tte dà ppan e ssalame.

616. - Ho ssete!
- Pisci(a) e bbevi!

617. - Come va?


- Più spigni e ppiù vva llà!

618. - Bbongiorno, signora!


- Te puzza o tt'odora?

619. - Permesso ?
- Chi num bò ccacà peggio per esso!

620. - Ch'ì fatto a ppranzo?


- I gnocchi.
- Gnocchi gnocchi padalocchi.

621. Ggiuanna, quanda sémmola ci-hai!


- Sotto 'a sémmola c'è 'o fiore;
sotto 'o fiore c'è ll'amore!

622. - Sàbbito doménica e lluneddì.


- Sia bbenedetto 'r gobbo che mme lo fece dì.

150
623. * Bbella signora
bbrutta signora
gglu-gglu-gglù.

624. Trita trita porta a ccasa


'a formica è 'na ladra.

625. Trita trita la formica


la formica ll'è una ladra
rubba er grano e pporta a ccasa.

626. * Questo se jjama Pietro


ritorna indiedro.

627. Trìcchete ttràcchete trallallà


senza cappotto che ffreddo che ffa!

628. Brìcida
sollécita.

629. Ggirò Ggirò


all'ùrdimo cascò

630. Ecco Rosanna


c''o bbuco de canna.

631. * Padr'e mmadre


mannate i vostri fii a ddottrina
sinnò ffarete 'n dispiacere a Ddio!

632. Angiolino mio carino,


stammi sempre qui vvicino:
fa' che ssia in compagnia
con Gesù, con Giuseppe, co' Mmaria.

151
633. Bbambinello mmeo meo
perché non vièni alla capanna mea
che ppure bbabb'e mmamma ci capea.
Io ti dono 'na ricotta
nun t'affanna e nun t'abbotta
O la viola
e qquant'è ttenerella e qquant'è bbona.

634. * Vedo la luna, vedo le stelle


vedo Caino che ffa lle frittelle;
vedo la tàvola 'pparecchiata,
vedo Caino che ffa la frittata.

635. * Amore, spicchio d'ajjo,


quanno vedo a tte ttutta me sguajjo!

636. * La bbella lavanderina


che llava i fazzoletti
per i poveretti
della città:
Fa' un zardo,
fanne 'n andro,
fa' la riverenza,
fa' la penitenza,
occhi in giù
occhi in zu
dai um bacio a cchi vvoi tu.

637. Fate la ninna ch'è ppassato Peppe,


l'ho cconosciuto dalla camminata
portava le scarpette co' le pezze
fate la ninna ch'è ppassato Peppe.
Peppe Bbotta, Peppe Bbommetta,
'o ggiocatore de zzecchinetta.
Pòvero Peppe Bbotti,
che sse ne va pe' 'sti fossetti:

152
quanno nun 'ghiappa pesci,
se ne va pe' ffacioletti.

638. Seta moneta


le donne de Gaeta
che ffilano la seta
la seta e la bbammace
a Ffrancesca che jje piace.
C'èrano tre zzitelle,
facévano le frittelle:
jje ne déttero una,
jje seppe tanto bbona;
jje ne déttero un'andra,
jje cascò sotto la panca.
La panca era cupa
e ssotto c'era la lupa;
la lupa e lla sorgente
fece affaccià tutta la ggente.
La ggente per paura
se 'rrampicavano sopra le mura.
Le mura se sbragarono,
er branco de pècore im-mezzo ar grano.
Er grano se meteva,
Francesca riccojjeva
e ffaceva lo mazzutiello,
pe' ggovernare lo purginello
lo purginello e lla cavalla
ggiù alla stalla,
che ssonava la chitarra;
e 'o cane fori la porta,
che 'spettava la pagnotta.

639. E nun giova cantà la nanna


se X nun vo' ddormì:
se sse rissomijja alla mamma,
gnente de bbono potrà vvenì.

153
640. Maccaroni, maccaroni,
quanto mmai saranno bboni!
Ce sta ll'oste de Villa Bborghese
l'ha 'mbottijjato 'l vino pugliese
n'ha riembiti sette bboccioni
e l'ha tturati co' maccaroni.
Ce sta 'r-re del Portogallo
se ne va sempre a ccavallo
s'è vvennuto li speroni
pe' mmagnà li maccaroni
maccaroni, maccaroni
quanto mmai saranno bboni!

641. Bbàllolo bbàllolo lungo


tìrite llà ch'è troppo lungo:
la catena s'è stuccata
e ffacemo 'na gginocchiata.

154
ELENCO DEI PRINCIPALI INFORMATORI

NOME E Α Ω ATTIVITÀ TITOLO MOBILITÀ TESTI FORNITI


COGNOME SVOLTA DI STUDIO TERR.LE
AGNITELLI Lea 1911 commerciante V Elem.re — 22, 61, 73
ANGELI Brunella 1943 casalinga V Elem.re — 29, 30
ANGELINI Daniele 1971 medico Laurea — 526
ARMINI Agostino 1926 cavatore, III Elem.re serv. militare 172, 173, 351, 363,
ceramista 461
BASILI Annamaria 1939 casalinga V Elem.re — 557
BASILI Mario 1894-1987 bracc.te agricolo, III Elem.re I guerra 74, 371
camionista mondiale
BASILI Costantino 1909-1990 muratore, III Elem.re serv. militare 69, 314
infermiere

BERTO Maria 1950 insegnante Accademia — 639, 640


Belle Arti
BOCCINI Laura 1919-1997 casalinga I Scuola — 23, 58, 121, 139,
Professiona- 160, 189, 194, 214,
le 216, 256, 331, 332,
376, 381, 400, 407,
410, 422, 433, 443,
446, 472, 480, 483,
537, 566, 569, 589,
628, 630
BRACONI Ilenia 1974 impiegata Ist. Prof. — 525
Commercio
BRAVINI Maria 1930 casalinga V Elem.re — 637, 638
CARABELLI Rita 1949 insegnante Laurea in Fi- — 37, 50, 53, 508,
losofia 615
CAROSELLI Giovan- 1904-1979 carradore, VI Elem.re — 258, 283, 296, 348,
ni Domenico (Memme) ceramista 512
CAROSELLI Ulderico 1907-1992 ceramista V Elem.re serv. militare 21, 32, 43, 48, 97,
163, 253, 296, 350,
576
CASSIERI Marianna 1895-1985 casalinga V Elem.re — 24
CAVALIERI Giovanna 1955 impiegata Laurea breve — 41

155
NOME E Α Ω ATTIVITÀ TITOLO MOBILITÀ TESTI FORNITI
COGNOME SVOLTA DI STUDIO TERR.LE
CAVALIERI Pietro 1915 contadino, n.t.* serv. militare 33, 456
ceramista II guerra
mondiale
CHELINI Antonio 1916 falegname V Elem.re serv. militare 641
CIMARRA Alessio 1912-1996 ceramista III Elem.re serv. militare 102, 157, 146, 158,
II guerra 162, 575, 580
mondiale
CIMARRA Eugenia 1918 casalinga III Elem.re — 103, 110, 113, 126,
132, 137, 140, 142,
147, 151
CIMARRA Lucia 1974 studentessa Liceo — 364, 502, 509, 514,
Classico 516, 530, 533
CONTENTI Wolferto 1899-1980 ceramista III Elem.re I guerra 354
(Goffèrto) mondiale
CONTI Augusto 1906-1986 ceramista V Elem.re serv. militare 289
CORAZZA Antonia 1951 impiegata Ist. Stat.le — 39, 551, 559
Arte
CORAZZA Cesare 1914-1991 materassaio, V Elem.re serv. militare 298
bidello
CORAZZA Ugo 1920-1995 ceramista V Elem.re serv. militare 278, 291
COSTANTINI Gino 1904-1988 meccanico, V Elem.re — 284
commerciante
COSTANTINI Maria 1887-1977 casalinga n.t.* — 107, 125
CRESTONI Valentina 1933-1991 casalinga V Elem.re — 96
CRUCIANI Antonia 1880-1977 fornaia n.t.* — 319
DE NICOLA Violante 1909-1993 casalinga n.t.* — 522
DEL PRIORE Antonia 1896-1992 ortolana III Elem.re — 324, 327, 328
DEL PRIORE Paolina 1889-1981 casalinga III Elem.re — 52, 329
DI NICOLA Gennasia 1904-1995 contadina n.t.* — 20
(Marietta)
D'ANTONI Anna A- 1909-1990 tessitrice, III Elem.re — 82, 271, 310, 413,
meris (Annamèrise) materassaia 584, 607
D'UBALDO Simona 1979 studentessa III Media — 406
ERCOLINI Ercole 1911 agricoltore V Elem.re serv. militare 91, 92
FANTERA Giulia 1897-1990 casalinga, n.t.* — 307, 571
bracc.te agricola

156
NOME E Α Ω ATTIVITÀ TITOLO MOBILITÀ TESTI FORNITI
COGNOME SVOLTA DI STUDIO TERR.LE
FANTERA Elidia 1909 sarta III Elem.re — 190, 229, 230, 301,
(Lidia) 430, 478, 496, 521,
551.
FANTERA Maddalena 1917-1991 casalinga V Elem.re — 50, 490
FILIPPETTI Patrizia 1953 casalinga III Media — 564
FINESI M. Maddalena 1904-1990 commerciante n.t.* — 338
FREZZA Mario 1925 falegname, V Elem.re — 4, 12, 13, 21, 393,
ceramista 424, 493
GIACOMINI Adalgisa 1923-1972 casalinga V Elem.re — 225, 226, 506, 513,
534, 540
GIACOMINI Giovanni 1906-1986 bracc.te agricolo, n.t.* serv. militare 299, 366
('O peloso) boscaiolo
MADAMI Gabriele 1970 ceramista II anno Itis serv. militare 95, 122
MANCINI Assunta 1925 casalinga III Elem.re — 81
('Ssundina)
MANCINI Emilia 1920 casalinga IV Elem.re — 11, 16, 49, 67, 70,
100, 120, 124, 153,
154, 188, 208, 228,
239, 241, 253, 257,
261, 273, 325, 414,
543, 544, 545, 549,
550, 552, 554, 582,
585, 590, 596, 597,
612, 629
MANCINI Fausto 1948 ceramista, restau- III Media serv. militare 362
ratore
MARCHETTI Galerana 1920-1969 casalinga n.t.* — 373
(Annita)
MARCHETTI Ivrea 1913 casalinga V Elem.re — 155, 156
(Falisca)
MEI Emilia 1912 casalinga, III Elem.re Roma 34, 330, 337, 531
ceramista
NOBILI Maria 1910-1993 tessitrice, casa- II Elem.re Torino, 16, 80, 114, 116,
(Porverièra) linga Francia 117, 119
ORIZIO Riccardo 1933 ceramista III Media — 341, 641
PESCITELLI Onorina 1910-1997 ricamatrice VI Elem.re — 313, 320, 633
RICCI Fernando 1900-1988 contadino n.t.* serv. militare 89, 98, 305, 308,
365

157
NOME E Α Ω ATTIVITÀ TITOLO MOBILITÀ TESTI FORNITI
COGNOME SVOLTA DI STUDIO TERR.LE
RICCI Nazzareno 1913-1990 Ceramista II Elem.re serv. militare 44, 66, 79, 263, 348,
351, 482, 585, 609
ROSELLA Agnese 1933 casalinga V Elem.re — 491, 523
('Gnesina)
ROSELLA Lilio (Lil- 1926 camionista, III Media serv. militare 90
lo) ceramista
ROSSI Rina 1944 insegnante Istituto Ma- Roma 3, 339, 427
gistrale
ROSSI Vincenzo 1935 muratore V Elem.re — 138, 145
(Zumào)
SERENA Giulia 1899-1986 casalinga III Elem.re — 115, 120
TONTONI Vera 1936 casalinga, V Elem.re — 294
commerciante
TUIA Ettore 1917-1994 barbiere V Elem.re serv. militare, 290
II guerra
mondiale
TUIA Nara 1910 sarta V Elem.re — 78, 130, 183
VALERIANI Massimo 1942 fornaio, murato- III media — 135, 265, 450
(L'òmo) re, ferroviere
VALLETTA Tito 1935 ceramista II scuola serv. militare 266
professionale
ZARGHETTA Pietro 1945 insegnante Itis Veneto, 261
Roma
ZITELLI Giuseppa 1918-1991 casalinga V Elem.re — 445, 589

* La sigla n.t. equivale a "nessun titolo" (di studio), dicitura che è stata desunta dalle schede anagrafiche del
Comune. In realtà essa significa che l'inform. ha frequentato le prime classi della scuola elementare senza
conseguire la licenza.

158
NOTE

1-2. Antichissima è la consuetudine di cantilenare nenie, accompagnandole con un mo-


vimento cullante, per far addormentare i fantolini (cfr. la formula latina lalla, lalla, lalla
aut dormi aut lacte in Aulus Persius Flaccus Saturae, a cura di N. Scivoletto. Firenze,
1956, III, 18, p. 57). La forma più elementare è rappresentata dal solo primo verso ripe-
tuto su una monotona melopea. I nn. 1-2 costituiscono l'articolazione minima in distico.
Espansioni per aggiunta si hanno nei testi successivi (nn. 3-5).
3. Una versione tuscanese limitata ai primi 4 vv. è in Cecilioni (p. 48, n.
2a) e un'altra di Capranica in Sarnacchioli (p. 33). Per un testo marchigiano affine, vd.
Ginobili 1956 (p. 85).
4-5. Si possono citare a raffronto le versioni di Rieti (Gandini, pp. 26-27, n. 17) e di
Montopoli (E. Cirese, p. 5, n. 17).
8-9. Testi affini di varie località della Sabina (Fara Sabina, Toffia, Borgo S. Pietro, Col-
todino, Monte S. Giovanni) sono state pubblicate da E. Cirese (p. 3, nn. 2-3 e nota 1, nn.
3a-3c).
10. Del tutto identica la ninnananna registrata a Bomarzo (Galli, p. 18, n. 16).
11-12. Altre lezioni altolaziali: Tuscania (Cecilioni, p. 48, n. 6) e Vasanello (Fuccellara-
Filesi, p. 92).
13. La ninnananna è strutturata in modo da regolare con l'utilizzo di artifici ritmico-
stilistici la scansione: la ripresa del v. 3 (anadiplosi di fièra), la dislocazione quasi sim-
metrica di rime ed assonanze (vv. 3-4: ...Bològna /...la tigna...la rogna), l'insistenza sul-
l'omoteleuto alla fine di un verso e all'inizio di quello seguente (vv. 3-4: ...Bològna /
pòrta). Inoltre nel trinomio della chiusa soggiace un gioco non facilmente percepibile al
primo impatto: è probabile che tigna (il cui significato primario è 'malattia contagiosa
del cuoio capelluto', oggi divenuto opaco alle generazioni più giovani) assuma il valore
traslato di 'ostinazione' (cfr. la serie dialettale: tignoso, 'ndignino 'ostinato', 'ndignà 'insi-
stere', tignosaggine 'ostinazione') con riferimento al pargolo che non intende prendere
sonno, suggerendo per meccanismo evocativo, oltre che per esigenze di rima, l'aggiunta
delle altre due infezioni cutanee molto temute nelle epoche passate.
14. Ninnenanne consimili sono attestate in tutto il Viterbese: Teverina (Galli, pp. 17-18,
nn. 6-7-8-9-10-11); Tuscania (Cecilioni, p. 48, n. 2b); Ischia di Castro (Nanni, p. 137, n.
5); Capranica (Sarnacchioli, p. 33); Tarquinia (Blasi, p. 207); Bolsena (Casaccia, pp.
69-70). Per la Sabina, vd. E. Cirese (p. 5, n. 18); per la Toscana, vd. Gandini (p. 24, n.
4) e MSS (p. 266, n. 13.49); per l'Umbria, vd. Placidi-Polidori (p. 23).
15. Il testo risulta sostanzialmente identico al n. 614, ma l'avvio e la chiusa ne eviden-
ziano la differente funzione: il primo è cantilenato come ninnananna, l'altro come tiritera

159
per invitare il bimbo a battere per imitazione le mani. La forma dialettale micia, che è di
probabile origine onomatopeica (cfr. DEI, IV, p. 2451, s.v. micio1; e p. 2523, s.v. mù-
cia; il GDLI, X, p. 349, s.v. micio1, riporta una significativa citazione dalle Note al
Malmantile, 2-701: 'così si chiama da' piccoli bambinelli il gatto, per essere la voce più
comoda alla loro pronunzia e perché è accompagnata da un certo suono, al quale quel-
l'animale facilmente risponde') e nell'uso parlato è concorrente con quella della LNaz.
'gatta', ritorna nei nn. 56 (sempre in rima con 'camicia') e 62.
18. L'informatrice ha aggiunto alla ninna nanna vera e propria la strofa di una filastrocca
sulla befana. Per un utile raffronto, vd. i testi di Roma (Zanazzo, Canti, p. 13, n. 3): Fa
la ninna bbò-bbò / ch'è vienuto papà; / T'ha pportato ér coccò / Fa la ninna bbò-bbò;
di Tarquinia (Blasi, p. 207): Fate la ninna, oh / che mo' viene papà / ve porta la bombò
/ fate la ninna oh; di Montopoli (E. Cirese, p. 4, n. 10). Per una attestazione marchigia-
na, vd. Ginobili 1956 (p. 84).
19-20. Aldilà di una oleografica e a volte nostalgica rievocazione del buon tempo antico
(depurata mediante rimozione delle immagini più crude, perché nel ricordo gli avveni-
menti lontani dell'infanzia si idealizzano o si esaltano in contrapposizione polemica alla
degenerazione e agli eccessi della modernità), occorre riconoscere che fino a nemmeno
un secolo fa le condizioni di vita, per la maggior parte della popolazione, soprattutto
nelle campagne, erano precarie, in taluni casi addirittura al limite della sopravvivenza.
La famiglia allargata di tipo patriarcale conviveva, costipata in ambienti angusti, con a-
nimali domestici; le abitazioni erano malsane, prive com'erano di servizi igienici e di
acqua corrente; del tutto carenti risultavano le strutture ospedaliere ed ambulatoriali nel
territorio. Non c'è da meravigliarsi se il parto costituisse per la madre e per il bambino
una oggettiva situazione a rischio. Ad assistere la partoriente era una levatrice ('a mam-
mana), per lo più in possesso di conoscenze ginecologiche e mediche elementari ed em-
piriche. Non infrequentemente insorgevano complicanze in partu e post partum, che
causavano infezioni letali come la setticemia per la carente sterilizzazione di panni e di
strumenti. La donna poi non adottava durante la gestazione, nemmeno negli ultimi mesi,
particolari misure profilattiche (a Carbognano ho registrato il soprannome Castagnéllo,
dato ad un uomo, appunto perché fu partorito dalla madre, mentre era occupata nella
raccolta delle castagne). Molto elevata risultava di conseguenza la mortalità infantile,
con una vera e propria falcidia nei primi mesi di vita. I due testi, forniti dalla stessa fon-
te, riflettono indirettamente le condizioni socio-economiche di quell'epoca; tuttavia la
puerpera nei giorni susseguenti il parto restava immobile a letto, non svolgeva attività
lavorative (le veniva risparmiata normalmente la dura fatica dei campi), doveva accudire
il figlio e nutrirsi per rimettersi in forze. La sopravvivenza del neonato le garantiva un
periodo, seppur breve, di tranquillità e di riposo.
21. La fonte ha fornito la ninnananna nel contesto di un breve racconto, nel quale si fa
chiara allusione all'infedeltà e all'astuzia di una donna. Questa, accortasi che l'amante
bussa furtivamente alla porta, intona la cantilena per avvertirlo che il marito è in casa e
nel contempo, per non destare sospetti, attribuisce il rumore al vento, che avrebbe fatto

160
cadere la canna usata per stendere il bucato. Il testo è diffuso in gran parte del Viterbese;
vd. in particolare, per la Teverina, Galli (p. 19, nn. 21-22-23-24-25) e per Bomarzo,
ALP, p. 187, n. 124. Per un'attestazione in area toscana, vd. Ciuffoletti, p. 39. Più artico-
lata la versione marchigiana registrata a Corinaldo (AN): È stato 'l vènto / ch'ha buttato
giù la canna; / ninì, vièn qua da mamma / che bàbete vòl dormì (bis). / Se 'l vènto non ti-
rava, / la canna non cascava, / ninì non se svegliava / e X veniva qua. Un inform. (Ma-
rio Frezza) ha citato un testo napoletano, che trae spunto dalla stessa situazione: o vèndo
che ffrullìccichi a la pòrta / marìtimo sta rendo e ttu vattenne.
22. Un testo pressoché identico di Fara Sabina si trova nella raccolta di E. Cirese (p. 4,
n. 13); un altro più articolato della Campagna Romana, con l'indicazione delle raccolte
regionali in cui figura, è in MSS (p. 273, n. 13.71).
24. Si può accostare per affinità di spunti ad una ninnananna di Montefiascone (Aspet-
ti..., p. 56): Nina putigna / le pecore ma la vigna / le bove ma 'r pajaro / curre curre pe-
coraro. I vv. 5-8 sono usati anche come cantilena dileggiativa autonoma sia a Civita Ca-
stellana sia altrove (Bomarzo: ALP, p. 227, n. 14; Canepina: Cimarra 1985, p. 70, n.
191); per un testo marchigiano, vd. Ginobili 1956 (p. 14). Un commento più puntuale
degli ultimi quattro versi è contenuto sotto il n. 496.
27-28. Altre versioni altolaziali: Bomarzo (ALP, pp. 240-241, n. 15), Capranica (Sar-
nacchioli, p. 31), Vasanello (Fuccellara-Filesi, p. 92), Tarquinia (Blasi, p. 199). Spunti
affini si possono ritrovare nella filastrocca romana (Zanazzo, Canti, p. 34, n. 43): Séta
setòla, / Carlino che vva a scola: / Papà jé compra la ssediola, / Mamma ér canestrèllo
/ Pieno zzéppo dé pizzutèllo. Un'altra versione romana testualmente più vicina è in Gan-
dini (p. 72, n. 161) e in Roberti (p. 30). Per attestazioni fuori regione (Marche), vd. Gi-
nobili 1956 (p. 11).
30. Giocata su immagini consimili è la cantilena romana pubblicata da Zanazzo (Usi, p.
337, n. 54).
32. Una versione romana molto simile è riferita da Chiappini (p. 310, s.v. seta moneta),
da Roberti (p. 27) e, con varianti, da Zanazzo (Usi, p. 336, n. 54; Canti, pp. 23-23); per
una filastrocca tuscanese, vd. Cecilioni (p. 80, n. 11).
34. La filastrocca veniva usata a Roma per eseguire il gioco A sséga-séga, le cui modali-
tà sono descritte da Zanazzo (Usi, p. 329, n. 43; Canti, p. 20, n. 30): "Due ragazzi, te-
nendo un pezzo di corda uno a una estremità e uno all'altra, o formando con lo spago
una specie di sega che ricavano dalla prima dell'altro giuoco detto acchiapparella, fingo-
no di segare una tavola ripetendo..." (cfr. anche Roberti, p. 26).
35. Una versione di Celleno è pubblicata da Galli (p. 34, n. 83), un' altra di Civitavec-
chia da Gandini (p. 171, n. 396). Un terza, anch'essa laziale, è in MSS (p. 401, n. 21.4).
Pressoché identico il testo di Città di Castello edito da Placidi-Polidori (p. 33).

161
36. Avvio a parte, la filastrocca risulta identica ai nn. 530-531, che si utilizzano come
conte. Soni noti i processi di 'contaminazione' dei testi folclorici o la loro polifunzionali-
tà, all'interno anche della stessa comunità, a prescindere dalle categorie classificatorie
proposte dagli studiosi.
38. Un testo romano con variante è in Zanazzo (Usi, p. 335, n. 52; Canti, p. 22, n. 38). Il
Roberti (p. 30), a commento del v. 3 (San Simò de le Coppelle), annota: “viene fatta
menzione della chiesa di san Simone alle Coppelle, dove, anticamente, una confraternita
ivi operante si incaricava, tra le altre caritatevoli occupazioni, di assegnare periodica-
mente una dote alle ragazze povere ed alle orfanelle in procinto di convolare a nozze”.
Se il centro di irradiazione è, come sembra suggerire il folclorista romano, la capitale,
allora bisogna supporre per il corrispondente verso della filastrocca civitonica un adat-
tamento a senso. Spunti in parte simili presenta quella di Ischia di Castro (Nanni, p. 139,
n. 7).
41-45. Gli ultimi quattro versi del n. 42 appartengono in realtà ad una favoletta: un sa-
grestano ogni sera, prima di chiudere la chiesa, spegne la lampada, che dovrebbe invece
ardere perennemente davanti all'altare del SS. Sacramento, e ne sottrae l'olio per usarlo
in casa come condimento dei cibi (A Roma sono citati a mo' di proverbio 'quando si è
costretti ad economie', vd. Chiappini, p. 432). La versione romana Quanno piove, che
viene intonata dai ragazzi quando comincia a cadere la pioggia, è riferita dallo Zanazzo
con varianti (Usi, pp. 354-356, n. 82; Canti, pp. 25-26, n. 49). Per la provincia di Viter-
bo sono noti i testi di varie località: Capranica (Sarnacchioli, p. 30), Vasanello (Fuccel-
lara-Filesi, pp. 91-92), Tarquinia (Blasi, pp. 205-206, con divergenze soprattutto nel-
l'avvio). Quelli raccolti a San Michele in Teverina (Galli, p. 35, n. 91) e a Bomarzo
(ALP, p. 240, n. 14) sono più brevi. Versioni di altre province o regioni con diverso svi-
luppo ed incipit sono pubblicate da Gandini (Marche, pp. 53-54, n. 113; Oneglia, pp.
83-84, n. 182; Civitavecchia, pp. 84-85, n. 184; Pistoia, p. 89, n. 191) e da MSS (Pesca-
ra, p. 192, n. 10.16; Livorno, p. 196, n. 10.23). Sempre in MSS vd. la versione di Cam-
pagnano di Roma e di Napoli (p. 303, n. 15.89; pp. 383-384, n. 19.30).
46. Una versione di Roma, diversa nella parte finale, è pubblicata da Zanazzo (Usi, p.
334, n. 50) e da Roberti (p. 30). Nella provincia di Viterbo molteplici sono i riscontri:
Valentano (Mancini-Luzi, p. 16, n. 5), Bassano in Teverina (Galli, p. 22, n. 29), Ischia
di Castro (Nanni, p. 137, n. 1), Capranica (Sarnacchioli, p. 31), Bomarzo (ALP, pp.
267-268, n. 24, ma vd. anche pp. 262-264, nn. 19-20-21-22), il cui testo risulta in realtà
una orazione, perché è combinato con il racconto della passione di Cristo. Altre corri-
spondenze: Firenze (Gandini, pp. 55-56, n. 118), Toscana e Piemonte (MSS, p. 295, nn.
15.62, 15.63), Umbria (Placidi-Polidori, p. 32), Marche (Ginobili 1956, p. 39).
47-48. La versione romana presenta un diverso sviluppo, soprattutto nella parte finale
(Zanazzo, Usi, pp. 333-334, n. 50; Canti, p. 21, n. 35; Roberti, p. 31). Riscontri nell'Al-
to Lazio: Civitavecchia (Gandini, p. 57, n. 124), Valentano (Ghiringhiringola, p. 16, n.
5), San Michele in Teverina (Galli, p. 35, n. 93), Tuscania (Cecilioni, p. 76, n. 2), Ischia

162
di Castro (Nanni, p. 138, n. 3), Bolsena (Casaccia, p. 68, con variante), Bomarzo (ALP,
p. 240, n. 13). In quest'ultima località è noto anche un altro testo con avvio simile a
quello dei nn. 42-45 della nostra raccolta (ALP, p. 239, n. 12). La struttura dialogica si
ritrova anche in filastrocche di altre regioni: cfr. Gandini (pp. 73-74, n. 165; p. 93, n.
199). Alcune versioni umbre sono in Chini (pp. 273-274, n. IV) e in Placidi-Polidori
(pp. 37-38), un'altra di Benevento, con sviluppo simile, in MSS (pp. 300-301, n. 15.79).
49-50. Raffronti areali: Tuscania (Cecilioni, p. 79, n. 9), Bomarzo (ALP, p. 231, n. 39),
Civitavecchia (Gandini, p. 143, n. 351); diverso nella finale è il testo di Capranica (Sar-
nacchioli, p. 32). Una filastrocca romana con spunti simili nella seconda parte è in Za-
nazzo (Canti, p. 31, n. 64), un'altra umbra è in Chini (p. 275, n. VII). Per le altre regioni,
vd. MSS (p. 144, n. 7.5).
51. Girotondo di diffusione pannazionale. All'interno dell'area è attestato a: Valentano
(Ghiringhiringola, p. 46, n. 3), Tuscania (Cecilioni, p. 84, d), Bomarzo (ALP, p. 243, n.
23). Identici i testi di Pistoia (Gandini, p. 241, n. 581) e di Città di Castello (Placidi-
Polidori, p. 63).
55. Del tutto simili risultano una versione romana (Zanazzo, Usi, p. 332, n. 48; Canti,
pp. 20-21, n. 33; Roberti, pp. 214-216) ed un'altra valentanese (Ghiringhiringola, pp.
46-47, n. 4). Differiscono nell'avvio quelle di Graffignano Zingheri, zingheri / che sso'
vvenuti i zzingheri (Galli, p. 35, n. 89) e di Tuscania (Cecilioni, p. 78, n. 8), mentre è i-
dentica quella della Sabina, pubblicata da Ranaldi 1983 (p. 87). A Bomarzo (ALP, p.
231, n. 40) la versione entra in combinazione con altre due filastrocche. Vd. anche i gi-
rotondi affini di altre regioni: Umbria (Chini, pp. 266-267, n. I), Marche (Ginobili 1956,
pp. 11-12).
56. Una versione romana è riferita dal Chiappini (p. 262, s.v. pumperumpara): Pumpe-
rumpara / Martin che vien dall'ara / co' la zappa e cco' la pala, / a piantato lu petrusel-
lo, e j'è nnata la maggiorana: / pumperumpara, pumperumpara. Anche a Tuscania la
parte finale differisce (Cecilioni, p. 78, n. 7).
57. Il gioco nel quale veniva impiegata a Roma la filastrocca è descritto da Zanazzo (U-
si, p. 331, n. 47; Canti, p. 20, n. 31): "Tre o quattro ragazzi posano ciascuno le proprie
mani alternativamente e ordinatamente l'una sull'altra sopra la gamba di uno di loro, o
sopra il tavolo, stando naturalmente seduti. Quindi chi l'ha prima, cioè più in fondo, la
tira fuori e la posa sulla mano più alta; così con movimento continuo vanno facendo i
giuocatori riducendo più volte ultime e piu alte le mani che erano prime e più basse...A
misura che il giuoco progredisce si fa più rapido e animato; finché, giunti al gnavo gna-
vo, frusta via, tutti, rompendo la colonna, si bisticciano con le mani fingendo di cacciare
il gatto".
59. Nel pronunciare le singole parole, l'adulto sollecita ripetutamente con la punta delle
dita il labbro inferiore rilassato, in modo da produrre una vibrazione sonora di sottofon-
do. Invita poi il bambino a fare la stessa cosa per imitazione.

163
60. La versione di Capranica incomincia Zampi zampini zampini zampetti (Sarnacchioli,
p. 35).
61. Vd. la versione di Valentano in Ghiringhiringola (p. 14, n. 1) e quella di Città di
Castello in Placidi-Polidori (p. 34).
63-64. Numerose le versioni laziali: Roma, Bbella bbella piazza (Zanazzo, Usi, p. 335,
n. 53; Canti, p. 23, n. 40; Roberti, p. 21); Valentano, Questa è la bella piazza (Ghirin-
ghiringola, p. 15, n. 64); Teverina (Galli, p. 23, nn. 39-40); Tuscania (Cecilioni, p. 75,
a); Ischia di Castro (Nanni, p. 138, n. 5); Bomarzo (ALP, p. 237, nn. 1-2); Vasanello
(Fuccellara-Filesi, p. 93).
65. Nel pronunciare ciascun verso, l'adulto tiene tra il pollice l'indice l'estremità di cia-
scun dito del bambino. Alla fine, quando è la volta del mignolo, lo stringe con maggior
energia e lo agita, imitando il dondolio del corpo dell'impiccato dopo l'esecuzione. Il
Chiappini (p. 65, s.v. nicche nicche) riporta una notazione moralistica: "Le mamme po-
polane dei tempi passati per inculcare di buon'ora ai loro figlioletti il santo timor della
forca solevano fare questo giochetto" (vd. pure Zanazzo, Usi, p. 333, n. 49; Canti, p. 20,
n. 32). Più articolato il commento del Roberti (p. 18, contà le dita): “Si tratta [...] di un
gioco abbastanza puerile che ha però, nel suo fondo, come in un apologo, una chiara
morale e un sano ammaestramento. Morale che d'altronde non era molto dissimile da
quella che emergeva, in passato, dall'usanza tutta romana di condurre i bambini ad assi-
stere alle pubbliche decapitazioni e di schiaffeggiarli sonoramente [...] nel preciso mo-
mento che la lama compiva il suo tragitto letale sul collo del condannato”. Altre versioni
altolaziali: Teverina (Galli, p. 24, nn. 45-46); Tuscania (Cecilioni, p. 75, b), Ischia di
Castro (Nanni, p. 137, n. 2), Bomarzo (ALP, p. 237, n. 4), Capranica (Sarnacchioli, p.
35). Corrispondenze nell'Italia centrale: Umbria (Placidi-Polidori, p. 31) e Marche (Gi-
nobili 1956, p. 65).
68. È probabile che la cantilena servisse per effettuare il gioco denominato Pizzichetto
descritto dal Belli nella nota 13 del sonetto 'Un'opera di misericordia' del 5 ottobre
1830 (vd. Zanazzo, Usi, p. 360, n. 92). Per una versione morlupese contenente le moda-
lità esecutive, vd. De Mattia (p. 98). Gli ultimi due versi ricalcano strutturalmente altre
espressioni fisse, proprie del parlato (che ricorrono quasi esclusivamente con i verbi 'be-
re' e 'mangiare'): bbevi tu, bbevi io, bbevi tu, ccombagno mio! (oppure: magna tu che
mmagno io, magna tu, combagno mio!) che servono per esprimere la reiterazione e l'in-
tensità dell'azione. In questo caso, tuttavia, è percepibile un differente significato: il di-
niego opposto via via da ognuno di andare ad attingere l'acqua con la brocca (per so-
vrapposizione di altro costrutto: ce vò io, ce vai tu, alla fine nun ge va nnessuno).
69. Recitando il primo verso, l'adulto muove alternativamente l'indice e il medio sul pia-
no del tavolo per imitare i passi dell'animale che avanza. Ai vv. 2-3 con i due mignoli ti-
ra le estremità della bocca e contemporaneamente con i due pollici gli angoli degli oc-
chi, per deformare il volto in una maschera terrificante; o distorce la bocca in una
smorfia paurosa oppure scruta il bambino con uno sguardo torvo e minaccioso, aggrot-

164
tando le ciglia. Ai vv. 4-5 fa le corna con l'indice e con il mignolo e le muove davanti al
bambino. Nel due versi conclusivi atteggia il volto al sorriso e con l'indice solletica, fin-
gendo di forarlo, l'ombelico del bambino.
70. Testi affini si rinvengono in tutte le raccolte di folclore infantile. Limitatamente a
Roma, vd. Roberti, p. 24.
71-72. Nelle tiritere, che svolgono funzione mnemotecnica, ricorrono con intenzione lu-
dica perifrasi e composti scherzosi: 'ddoralòffe (il naso) equivarrebbe ad 'annusapeti'
(lòffa = 'vento intestinale, flatulenza fetida', si usa per traslato come miconimo per desi-
gnare il lycoperdon, la 'vescia di lupo'); magnaciccio (la bocca) = 'mangiacarne' (cfr.
ciccia 'carne', ciccione 'grassone', cicciòtto 'paffuto', le locuz. sò' ppapp'e cciccia 'sono
un cuore ed un'anima', pare cicciobbomma 'è un grassone'). Nella seconda, mondecucco
= 'testa', come toponimo immaginario è probabilmente costruito, per analogia con altri
oronimi dell'area, sulla base KUKK- 'cima arrotondata dei monti' (vd. Conti, p. 146, top.
Cucco; DEI, II, p. 1183, s.v. cucco5), anche se non sembra estraneo l'intervento della lo-
cuz. con deissi: tu sì ccucco qqui! = 'tu sei proprio suonato!'. La fronte diventa una piaz-
za intitolata agli insetti parassiti, che in epoca passata, date le carenti condizioni igieni-
che, infestavano le teste dei bambini, obbligando le mamme a sottoporli ad una paziente
operazione di bonifica pressoché quotidiana (quest'ultima formazione scherzosa è da ac-
costare all'antico proverbio citato da G. C. Croce, p. 33: Non si dice per proverbio, testa
calva, piazza da pedocchi?). Con la carica espressiva del nome composto si tende a su-
perare l'opacità del termine comune o di ravvivarne icasticamente la compassata con-
venzionalità. Vd. in Zanazzo (Usi, p. 373, n. 110; Canti, p. 35, n. 79) la versione romana
con le modalità esecutive; per l'Alto Lazio, vd. quelle di Bomarzo (ALP, p. 238, n. 8) e
di Vasanello (Fuccellara-Filesi, p. 93).
73. Modalità di esecuzione: l'adulto, alla prima parola, con le punte delle dita dà al bam-
bino un buffetto sulla fronte; alla seconda, gli stringe il naso con il pollice e l'indice, tor-
cendolo appena; alla terza gli tocca il pene; alla quarta gli molla una lieve pacca sul se-
derino. Tranne la prima, le altre sono forme linguistiche scherzose, che trovano solo
parziale riscontro nell'uso parlato (per pistòla, vd. n. 175; per commentare l'emissione di
peti fragorosi, talvolta iperbolicamente si esclama: che ccannonata! sèndi come spara!).
74. Il testo viene in genere utilizzato come proverbio per designare le fasi della vegeta-
zione dell'albero: a gennaio compaiono sulla scorza i primi rigonfiamenti; a febbraio le
gemme incominciano a inturgidirsi; a marzo fanno i bocci che ad aprile si schiudono; a
maggio si ha la piena fioritura; a giugno il frutto allega. Cfr. il proverbio pubblicato da
Lapucci-Antoni (p. 34, n. 61): gennaio ingenera / febbraio intenera / marzo imboccia /
aprile sboccia (apre) / maggio fiorisce (fa le foglie), già presente in Giusti-Capponi (p.
184). Vd. anche, per affinità, il testo n. 299.
75. Per Tuscania, vd. Cecilioni (p. 90, n. 7). Una versione non localizzata è in MSS (p.
247, n. 12.130).

165
77. Dell'indovinello (forma dello sterco emesso dall'orifizio asinino) ho potuto rintrac-
ciare un antecedente letterario nello Exemplo LXXI (De justa responsione. Come lo re di
Napoli volse provare di veder lo senno di Dante da Firense in più modi) del Novelliere
di Giovanni Sercambi. I buffoni di corte, istigati da Roberto d'Angiò, re di Napoli, si di-
vertono a proporre a Dante alcuni quesiti paradossali, dei veri e propri nodi gordiani,
con la manifesta intenzione di farsi beffe di lui e della sua dabbenaggine. Ma il sommo
poeta, oltre a dar prova di possedere da buon 'loico' sottigliezza d'ingegno e dimesti-
chezza con i sofismi, converte le soluzioni in scorno per i buffoni e in pungente ripren-
sione per il sovrano: "Se Dante serà quel savio che lui medesmo si tiene, diffinita la
questione, ne converrà dire per che cagione l'acino che ha il culo tondo, fa lo sterco
quadro". L'indovinello rientra nell'alveo della tradizione millenaria della gara o prova
per enigmi, di cui si possono rinvenire testimonianze sia nella letteratura colta che in
quella folclorica. Per quest'ultima si vedano le due ottave a contrasto, che ho registrato
sempre a Civita Castellana: 1 - Caró poèta, le tue arme pijja / che dde candà co' tte ce
n'hò ggran vòjja: / dimme chi è cche ddòrme e ppar che vijja; / quar frutto nacque pri-
ma della fòglia; / qual è qquer fòco che sott'acqua piglia; / chi è ccolui che la ggettá la
spòglia. / Caró, se ssèi poèta, mo' tte pròvo: / dimme chi nnacque prima, la gallina o
ll'òvo? 2 - Guarda che lla rabbia a mmé mme pijja, / che dde risponne' a tté ce n'hò
ggran vòglia: / il-lèpre è qquel che ddòrme e ppar che vviglia (CH: perché ddòrme col-
l'òcchi apèrti); / la fico nacque prima della fòglia; / il-lambo è qquello che ssott'acqua
piglia; / è 'r zerpènte che ggettá la spòglia; / pòi cadde un òvo dar cèlo come a Ddio
piacque, / l'òvo si ruppe e lla gallina nacque (inform. Annameris D'Antoni). Nel genere
si può comprendere anche il frammento di risposta, raccolto a Corchiano: sole tra le
macchie non ze strappa, / sorce sotto la canna non s'accèca, / pesce sotto l'acqua non
z'annèga, / la dònna sotto l'òmo nun ze crèpa. Per un testo edito di Capranica, vd. Sar-
nacchioli, p. 39.
78. Identica la lezione edita dai folcloristi romani (Chiappini, p. 163, s.v. indovinarello;
Zanazzo, Usi, p. 393, n. 10; Roberti, p. 428). Per un'altra napoletana, vd. MSS (p. 246,
n. 12.129); per una terza umbra, vd. Chini (p. 251, n. 59, lu zicchju de lu puzzu).
79. L'indovinello ricorre ne "Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino" di G. C.
Croce, come quesito di cui la regina non riesce a trovare la soluzione e che propone a
sua volta a Marcolfa.
Esso era stato presentato in versi dallo stesso autore nei Venticinque enimmi ovvero in-
dovinelli belli e piacevoli: Non mi trovo aver acqua, / né bevo altro che acqua; / e s'io
avessi dell'acqua a mio domino, / acqua mai non berrei, ma sempre vino; con l'interpre-
tazione: "Un molinaro, che non ha acqua da macinare, perciò gli convien bere dell'ac-
qua". L'enigma "appartiene a una numerosissima famiglia, in cui è facile la filiazione e
difficile riconoscere la provenienza. Tuttavia se ne può trovare il modello nelle raccolte
stesse del Croce o altrove... Si può anche pensare che non sia estranea la novella quarta
del Sacchetti, in cui un mugnaio risolve le famose questioni" (G. Osella, Un classico del
ridere: Bertoldino, in "Convivium", VI, 1934, p. 601 nota).

166
80-82. Cori corènno / ficca ficchènno, non si tratta di puri giochi formali (anche se sif-
fatti bisticci verbali caratterizzano i testi enigmatici: vd. le variazioni intervenute nei vv.
1-2 dei nn. 81-82 e Zanazzo, Usi, p. 397, n. 38 Tondo bitondo; p. 400, n. 53 Alto altino;
p. 401, n. 56 Rossa rossetta), ma piuttosto della reliquia di un peculiare ed antico modu-
lo imperativale: curri currenno = 'corri corri', cioè dell'imperativo rafforzato con il ge-
rundio, che ha vari riscontri nei dialetti centromeridionali e che a Roma è attestato anco-
ra dallo Zanazzo sia in un indovinello affine ai nostri (Usi, p. 395, n. 28): Corri
corrènno / Ficca ficchènno / Fa quela cosa / E vvatt'a riposa; sia, nonostante la forma
italianizzata, in uno scioglilingua (ibid., p. 405, n. 6): Corri correndo / Bottoni coglien-
do: / Corri correndo / Cogliendo bottoni.
83. Lo stesso modulo trimembre ritorna nel proverbio umbro, pubblicato da Grifoni (p.
22, n. 21): Pe' pijà maritu ce vole: lu rizzante (il sacco del grano), lu pennente (la pacca
del lardo), lu pisciante (la botte del vino); e in quello ternano, edito da Frontini (p. 23):
La femmina non pija maritu se non penne (la pacca de lo lardo), se non piscia (la bbot-
te de lo vino) e sse non ce l'ha drittu (lu saccu de lo grano).
84. Identico, salvo microvarianti fonetiche, il testo di Bomarzo (ALP, p. 209, n. 75).
85-86. Altre attestazioni: Roma (Chiappini, p. 163, s.v. indovinarello; Zanazzo, Usi, p.
401, n. 57; Roberti, p. 428); Tuscania (Cecilioni, p. 91, n. 15); Bomarzo (ALP, p. 207,
n. 57). Per l'Umbria, vd. Chini (p. 240, n. 9); per il Veneto, vd. MSS (p. 231, n. 12.36).
88-89. I folcloristi romani pubblicano un testo affine (Chiappini, p. 163, s.v. indovina-
rello; Zanazzo, Usi, p. 394, n. 16; Roberti, p. 428). Sullo stesso modulo strutturale è co-
struito l'indovinello bomarzese: Quattro mazza / una scopaccia / ddue battènti / e ddue
lucenti (ALP, p. 206, n. 50) e quelli di molte altre regioni, come per es. la Sicilia (MSS,
p. 229, n. 12.22).
91. Compare già in Petroselli (Vite II, pp. 211-212) con la serie raccolta in varie località
del Viterbese. A completamento vd., per la Teverina, Galli (p. 49, n. 91); il testo bomar-
zese presenta un differente incipit: I' ppadre tanto bello (ALP, p. 206, n. 47). Una ver-
sione veneta è in MSS (p. 249, n. 12.146).
92. Vd. indovinello romano pubblicato da Zanazzo (Usi, p. 397, n. 40). Per la Teverina,
vd. Galli (p. 46, n. 166).
93. Vd. gli indovinelli romani editi in Zanazzo (Usi, p. 397, n. 38; p. 398, n. 42). Identi-
co è quello di Tuscania (Cecilioni, p. 91, n. 19). Per Bomarzo, vd. ALP (p. 201, n. 12);
per l'Umbria, Chini (pp. 246-247, n. 40, lu puzzu).
94. Per un analogo testo di Ischia di Castro, pubblicato assieme ad altri due, che presen-
tano lo stesso avvio, vd. Petroselli (Vite II, p. 230). Molto simile risulta la versione ro-
mana (Chiappini, p. 163, s.v. indovinarello; Zanazzo, Usi, p. 393, n. 13; Roberti, p.
428). Lievemente diversa quella maglianese: Cutolì che ccutolaa / sènza gambe cammi-

167
naa / sènza culu se reggea / sai te dimme sì cch'edèra?. Per l'Umbria, vd. Chini (p. 243,
n. 24); per attestazioni in altre regioni, vd. MSS (p. 239, n. 12.85).
96-97. È da mettere in relazione con l'indovinello siciliano pubblicato dal Pitrè (Indovi-
nelli, p. 289, n. 923): "Un uomo arrostiva un piede di porco e sedeva sopra un treppiedi.
Giunge un cane e tenta di rubare il piede del porco; ma l'uomo lo fece fuggire buttando-
gli il treppiedi addosso. Poi fece questo dubbio ad un amico: Cc'era un du'-pieri e avia
un peri: / Lu du'-pieri s'assetta supra un tri-pieri: / Veni un quattru-peri e voli un peri, /
Si susi 'u du'-peri e 'ncugna 'u tri-pieri (Modica)". Per raffronti a livello europeo, vd.
due indovinelli portoghesi in Thomaz Pires (nn. 13-14). L'indovinello-racconto sfrutta
un meccanismo analogo a quello utilizzato nel mitico enigma della Sfinge.
100. Indovinello di ampia diffusione: Roma (Zanazzo, Usi, p. 396, n. 32), Tuscania (Ce-
cilioni, p. 94, n. 33), Umbria (Chini, p. 245, n. 34), Lombardia (MSS, p. 242, n. 12.100).
101-102. Indovinelli sulla lettera L sono contenuti in quasi tutte le raccolte regionali.
Vd., per Roma, Zanazzo (Usi, p. 392, n. 3) e Roberti (p. 428); per Tuscania, Cecilioni
(p. 94, n. 34). La versione marchigiana suona: Ludovico l'ha davanti, / Michel l'ha di
dietro, / e per virtù / mio fratello ne tien du' (MSS, p. 240, n. 12.89).
105-106. L'indovinello è diffuso in varie località della provincia: per la Teverina, vd.
Galli (p. 37, n. 106). Il modulo ricorre anche in altri testi, come nel seguente di Maglia-
no Sabina: Sotto al ponte c'è un galletto / vestito de rossetto / co' 'na gamba verdolina /
cavalièr chi cce 'ndovina (la cerasa) e in quest'altro milanese: Sott al pont de sciff e
sciaff / dove sta Bargniff Bargnaff / colla vesta verdesina / gran dottor chi l'indovina!
(MSS, p. 246, n. 12.122).
108. Per attestazioni in altre regioni, vd. MSS (p. 237, n. 12.71).
109-110. Pressoché identici un testo bomarzese (ALP, p. 202, n. 110) ed un altro umbro
pubblicato da Chini (p. 259, n. 50).
111. A parte la veste linguistica, identico risulta il testo umbro, edito da Chini (p. 242, n.
21).
114-115. Altri riscontri laziali: Roma (Zanazzo, Usi, p. 402, n. 63); Teverina (Galli, pp.
47-48, nn. 184-185-186-187); Bomarzo (ALP, p. 203, n. 27).
117-118. Vd. versione di Roma in Zanazzo (Usi, p. 401, n. 58).
119. Attestazioni areali: Roma (Zanazzo, Usi, p. 401, n. 59); Teverina (Galli, p. 45, n.
146); Tuscania (Cecilioni, p. 92, n. 26); Bomarzo (ALP, p. 202, n. 119).
122. Per la Teverina, vd. Galli (p. 47, n. 183); per Tuscania, Cecilioni (p. 86, n. 6); per
la Sabina, Ranaldi 1983 (p. 96, n. I).
125. Un indovinello avente modulo strutturale affine è stato pubblicato per Tuscania da
Cecilioni (pp. 90-91, n. 14) con soluzione diversa (serratura): Quatra, quatrata, batrico-

168
la, furata / nun c'era niuno che l'arasse, / quatrasse, batricola, furasse / passò un vec-
chierello / l'arò, quatrò, batricola, ferrò.
128. Per la Sabina, vd. Ranaldi 1983 (p. 96, n. V); per Bomarzo, vd. ALP (p. 203, n.
29).
130. Vd. indovinello romano in Zanazzo (Usi, p. 392, n. 6) ed un altro bomarzese in
ALP (p. 203, n. 130).
132. Indovinelli costruiti sulla medesima immagine: Roma (Zanazzo, Usi, p. 394, n. 19);
Graffignano (Galli, p. 44, n. 132); Sabina (Ranaldi 1983, p. 96, n. VI).
136. Per altre attestazioni nell'area mediana: Castiglione in Teverina (Galli, p. 45, nn.
1501-151-52), Bomarzo (ALP, p. 200, n. 7), Sabina (Ranaldi 1983, p. 97, n. XI), Um-
bria (Chini, p. 240, n. 12).
137. Pressoché identici quelli di Castiglione in Teverina (Galli, p. 44, n. 131) e di Bo-
marzo (ALP, p. 209, n. 137).
138. Del tutto simile è l'indovinello bomarzese (ALP, p. 209, n. 73).
140. Per la Sabina, vd. Ranaldi 1983 (p. 97, n. VII); per Bomarzo, vd. ALP (p. 208, n.
62).
144. Molto simile il testo di Bomarzo (ALP, p. 211, n. 84).
145. Una versione umbra è in Chini (p. 247, n. 41, lu saccu de lu 'rane).
146. La versione bomarzese presenta un differente avvio: Scatizza riscatizza (ALP, p.
201, n. 13). Per un raffronto con le Marche, vd. Ginobili (Indovinelli, scioglilingua e
proverbi marchigiani, p. 25).
148. Una versione sabina è edita da Ranaldi 1983 (p. 96, n. IV).
149. Per la Teverina, vd. Galli (p. 47, n.149); per Bomarzo, vd. ALP (p. 200, n. 149);
per la Sabina, vd. Ranaldi 1983 (p. 96, n. III); per l'Umbria, vd. Chini (p. 246, n. 38).
150. Per raffronti nel territorio, vd. versione di Canepina (Mechelli, p. 99).
152. Per la Sabina, vd. Ranaldi 1983 (p. 97, n. VIII). Per l'Umbria un testo parzialmente
diverso è in Chini (p. 247, n. 44, la serta de carròzzi).
154. Differente l'avvio del testo bomarzese: Pèrtica lunga sdelóngate ggiù (ALP, p.
210, n. 79).
155. Affine risulta uno scioglilingua romano (Zanazzo, Usi, p. 406, n. 16; Roberti, p.
429) ed un altro veronese (Balladoro, ASTP XVII, 1898, p. 217, n. 17). Lievi differenze
si riscontrano in quelli di Bomarzo: Tre ttravi tìrili su / tre ttravi tìrili ggiù / tre cculi de
somari l'abbaci tu (ALP, p. 214, n. 9) e di Torre Alfina: Tre ttrave incrinate tirale su /

169
tre ccule de frate lécchele tu. Talora il testo viene utilizzato con funzione di chiapparel-
lo.
159. Più semplice la versione di Graffignano: Un chiodone, / du' chiodoni (Galli, p. 42,
n. 122).
160. Lo stesso testo ricorre in raccolte romane (Zanazzo (Usi, p. 404, n. 2; Roberti, p.
429). Per Civitavecchia De Paolis (p. 126, n. 1168) rinvia anche ad una versione ciocia-
ra. Altri riscontri: Bomarzo (ALP, p. 213, n. 5), Sabina (MSS, p. 216, n. 11.35), Umbria
(Chini, pp. 176-177, n. 4).
161. Molto simile è uno scioglilingua bomarzese (ALP, p. 214, n. 12).
163. Sostanzialmente identiche le versioni raccolte in altri centri del Viterbese: Civitella
d'Agliano (Galli, p. 42, n. 121), Bomarzo (ALP, p. 214, n. 8). Una umbra è in Chini (p.
276, n. 1).
164. Avvicinabile al testo toscano (Nieri, ASTP, XVIII, 1899, pp. 374-376, n. 16): Pisa
pesa e pesta il pepe al papa / il papa pesa e pesta il pepe a Pisa (noto anche in Lom-
bardia, vd. MSS, p. 215, n. 11.30). Il bisticcio Pisa / pesa è presente, con sequenza allit-
terativa e serie apofonica, anche nel proverbio della stessa regione (Bellonzi, p. 91, n.
1206): Pisa, pesa per chi posa.
165. Scioglilingua di diffusione pannazionale. Per raffronti nell'area altolaziale, vd. Ghi-
ringhiringola (p. 56, n. 2a-2b, Mechelli (p. 101) e ALP (p. 215, n. 17).
166. Noto in tutto l'Alto Lazio, vd. per es. Ghiringhiringola (p. 57, n. 7) e Galli (p. 42,
nn. 119-120). Per Roma, vd. Roberti (p. 429).
167. Si tratta di un bisticcio giocato sul doppio senso dell'omofono: ajjo1 = 'ahi!', inte-
riezione di dolore / ajjo2 = 'aglio' (Allium sativum L.), ortaggio impiegato in ricette di
cucina povera come ingrediente o come condimento per il suo sapore acre e piccante,
nella farmacopea popolare come vermifugo e come preparato contro l'arteriosclerosi e la
pressione sanguigna alta, nella magia come deterrente contro la potenza malefica delle
streghe (si ricordi l'usanza di appendere dietro la porta di casa con funzione apotropaica
una treccia d'agli). Lo stesso procedimento ricompare in un chiapparello di Roma
(Chiappini, p. 386, s.v. ajo): “Ajo, Ahi. Spesso si suole replicare: Cipolla e ccapo d'ajo!
con aria di corbellatura" e in un altro di Orvieto (Mattesini-Ugoccioni, p. 19, s.v. ajjo2 ):
Ajjo! Cipolla / marito e mmójja! Si confronti pure il proverbio: Dajje e ddajje / 'e
cipolle divèndino ajji. Sull'interiezione sono comunque costruiti 'dialoghetti' anche in
altre regioni, come questo di Rimini: - Ahi! / - Che cos'hai? / - M'innamorai. / - Di chi?
/ - Del gelsomino (MSS, p. 143, n. 7.1).
168. Data la sua polifunzionalità, il testo in molte raccolte è annoverato nella categoria
degli indovinelli, vd. ad es. Graffignano (Galli, p. 46, n. 160). Per Bomarzo, vd. ALP (p.
247, nn. 1-2); per un riscontro marchigiano, vd. Gianandrea (p. 554, n. XVIII). In alcune
località costituiva l'usuale formula d'apertura, quando due o più persone gareggiavano

170
nella citazione di indovinelli. A Civitacastellana si utilizzava comunemente come pre-
ambolo scherzoso, prima di passare a proporre la serie di indovinelli, o come dialogo
con battuta finale a sorpresa, quando l'adulto, per smettere il gioco, voleva dissuadere il
bambino dal richiedere altri indovinelli..
169 -171. Nelle aggiunte al Vocabolario romanesco (p. 423, s.v. fame) il Rolandi anno-
ta: "Ai bimbi che annojano col dire continuamente: Ho ffame, si risponde per dileggio:
Tira la coda ar cane che tte da ppane e ssalame!"; identico è quello di Bomarzo (ALP,
p. 247, n. 6). Lo Zanazzo (Proverbi, p. 352) riferisce: “Hai fame? / Tira la coda ar ca-
ne. / Hai sete? / piscia e beve. Per la contermine area sabina, vd. il chiapparello di Ma-
gliano: - A ma', ci-hò ffame! / - Tira 'a coda ar cane. / - E sse mme se rivòrda? / - Tìri-
jela 'n'andra vòrda. In forma identica al n. 169 ricorre in Toscana (Corsi, ASTP , XVII,
1898, pp. 220-224, n. 17). Battute del genere sono molto diffuse, anche se generalmente
ad esse non viene dedicata adeguata attenzione da parte dei folcloristi e dei linguisti.
Vd., per la nostra zona, il chiapparello di Bagnaia riportato da Petroselli (BlasPop, n.
31): Mamma, ho ffame! - Magna zzico polenna che vva mmale! e quello di Carbognano:
- O ma', hò ffame! / - Tira 'a coda ar cane / che tte dà ppan e ssalame; / si la tiri più
ffòrte / te dà quattro pagnòtte; la serie dell'area veneto-friulana: Gò fame! - magna co-
ràme. / Gò sede! - gràta careghe. / Gò sòno! - va in bràghe del nono (MSS, p. 25, n.
1.35) e lombarda: - Mi gh'hoo famm. / - Mangia el scagn. / El scagn l'è dur. / - Mangia
el mur. / - El mur l'è fatt. / Mangia el ratt. / - El ratt el cór. / Mangia l'amór (Svampa, p.
387).
173. I chiapparelli, come gli indovinelli, gli enigmi e le barzellette, sono spesso “basati
sulla manifestazione intellettuale del linguaggio, che disorganizza l'ordine consueto del
discorso creando ambiguità nel rapporto significante-significato e costruendo nuovi si-
gnificati [...] con pezzi di vecchi significati” (P. Clemente, in Ciuffoletti, p. 18). In que-
sto caso interviene un gioco semantico di sovrapposizione: l'apparente combinazione
oppositiva tra parti del corpo (occhio vs. dente, che implica l'altra tra sensi: vista vs. gu-
sto) ne simula un'altra, carica di ironia, tra terapia oftalmica ed alimentazione. L'occhio è
infatti un organo molto delicato, che è consigliabile non toccare o stropicciare, ricorren-
do all'applicazione di sostanze medicamentose soltanto in casi veramente indispensabili.
Il dente (notare la sineddoche per 'bocca'; cfr. la locuz. della LNaz. 'mettere qualcosa
sotto i denti' = 'mangiare') ha invece bisogno di masticare cibo, per garantire vigoria e
salute a tutto il corpo (si ricordi l'apologo di Menenio Agrippa). In termini più estrinseci,
il chiapparello 'coinvolge un antico bisticcio anfibologico: gli antichi usavano un collirio
a base di ossido di zinco, che chiamavano NIHIL ALBUM, perché leggero, da NIHIL e
NIHIL ALBUM sortì la locuzione diventata proverbiale' (Tassoni, 1981).
174. Un altro informatore (Gustavo Madami) ha fornito, in sede di verifica, una lezione
con lievi differenze: Um pèzzo de pa', um pèzzo de pizza, / curri, compà', che mme se
ddrizza, / mme se ddrizza la mazzòla, / curri, compà', coll'accettòla. Nella stessa circo-
stanza l'informatore ha citato una variante da lui stesso aggiornata, in cui l'intento ses-
suale è più scoperto: Um pèzzo de pa', um pèzzo de pizza, / curri, commà', che mme se

171
ddrizza, / mme se ddrizza la mazzòla, / curri, commà, colla piciòla (piciòla 'vulva' è
forma estemporanea scherzosa, ricalcata su piciòlo 'pene').
175. Risposta scherzosa, con cui le mamme, quando sono affaccendate nel lavoro dome-
stico, cercano di sdrammatizzare i piccoli malesseri (talvolta inconsistenti, talaltra in-
ventati), di cui i bambini si lamentano frignando. In forma identica ricorre anche a Ma-
gliano Sabina, aldilà del Tevere. L'antroponimo Costanza non sembra adottato soltanto
per esigenze di rima: in esso è possibile cogliere, mediante un bisticcio verbale, un ri-
mando al sostantivo astratto 'costanza'; difatti ricorre, oltre che nelle Marche (Ginobili
1956, p. 48; 1964, p. 56), anche in testi dell'area veneto-friulana: Gò mal de pànza! / Se
ti gà mal de pànza / va dalla siòra Costanza / che te darà un'aranza / e te passarà el
mal de pànza (MSS, p. 25, n. 1.36) e lombarda: Al ma dol la pansa / Ciama madòna
Costansa; / la t' farà so u palpòt / la t' guarirà 'n d'u bòt (Svampa, p. 389).
176. La polifunzionalità di consimili testi rende incerta la attribuzione ad un determinato
genere folclorico: nella raccolta di Bagnaia (Pierini I. e F., p. 115) Allora famo e' ggioco
dell'uva? Ognuno a ccasa sua è compreso tra i modi di dire. Per un riscontro marchi-
giano, vd. Ginobili (1956, p. 48).
177-178. Cfr. romanesco: "Accoglie, Accoje plebeo: Suppurare, marcire" (Chiappini, p.
5). Sotto la voce budella (p. 57) sempre il Chiappini annota: "si sse ne accorgheno le
budella, stai fresco. Si dice a un bambino che si lamenta per essersi fatto qualche picco-
la sgraffiatura". Un riferimento alla battuta è contenuto nell'autobiografia di Massimo
D'Azeglio (I miei ricordi. Con prefazione e note di G. Balsamo-Crivelli. Torino, G.B.
Paravia, 1929, p. 46): "Un giorno che mi feci una scalfittura e che piangevo, mi ricordo
benissimo, mia madre mi disse: 'Bada! se se n'accorgono le budella vorranno scappar di
lì!'. Io, a vedermi burlato, presi il cappello e finì il pianto, vinto dal dispetto".
179. Un altro informatore (Alessio Cimarra) ha fornito un testo differente: Quanno...
quanno...? / Quanno l'asino va ccacanno / e dde dièdro vai leccanno.
181. Il chiapparello, che nella forma usuale è limitato ai primi due versi come il corri-
spondente senese (Corsi, ASTP, XV, 1896, p. 20), viene citato dai bambini generalmen-
te come replica al verso delle pecore o degli agnelli. Si presta pure ad un bisticcio sul-
l'interiezione (beh!) di tono sospensivo o interrogativo per esprimere incertezza, con la
quale il belato coincide per omofonia. Per quanto riguarda la peculiare forma linguistica
sponnà ('schiattare', 'crepare') del verso finale, c'è da osservare che l'esito sf- > sp- , di
connotazione arcaica, rappresenta evoluzione fonetica normale nelle parlate della zona:
oltre a Civitacastellana (dove troviamo il soprannome individuale Sponna, la locuz. che
sì sponnato? 'sei senza fondo, insaziabile', spragne' 'frangere', spascià 'rompere', la lo-
cuz. avv. a spasciaculo 'a iosa, in abbondanza', spirzapippe 'nettapipe', spilà 'rompere la
spina dorsale'), ho potuto rilevare il fenomeno anche a Canepina, Capranica, Fabrica di
Roma e, aldilà del Tevere, a Magliano Sabina (RI).

172
182. La battuta fa eco al verso del gallo, quando canta, o a persona che ripeta l'onoma-
topea. Giocato sull'allitterazione, esiste anche il chiapparello: - Chi? / - Chicchirichì. Il
verso del gallo (inform. Agostino Armini) viene interpretato anche in altra maniera: d'i-
state sopre 'o mucchio de grano lì all'ara 'o gallo fa: vita da re! D'inverno quanno nun
g'è ppiù gnènde da magnà: appena appena se camba! (cfr. G. Pascoli, Primo canto, vv.
8-9, 'primi galletti, tutti cantate: / Vita da re...!' con la relativa nota dell'autore “chi può
ignorare che in Romagna nel chicchiricchì dei galletti sentono il grido: Vita da re”). Per
ulteriori notizie sul canto degli uccelli, vd. commento al n. 470.
185. Nella stessa situazione si può replicare con una battuta più semplice: - Grazzie! / -
Sì (√: E dde che?), da carròzza!
191. Il chiapparello sfrutta, con fraintendimento intenzionale e canzonatorio, la polise-
mia del verbo pizzicà che vale: 1 - 'pungere' (di un insetto: se lagna pure si jje pìzzica
um burge); 2 - 'mordere' (di ofidi e rettili: si tte pìzzica l'asprosordo, mòri); 3 - 'dare
pizzicotti' (aó, falla fenita de pizzicamme!); 4 - 'prudere' (me pìzzichino i lupini, è sse-
gno che mmette a acqua); 5 - 'friggere' (di disinfettanti: m'ha messo'o spìrito llì 'o graf-
fio, me pizzicava). Nella replica si utilizza mózzica! (sinonimo di pizzicà1), quando l'in-
terlocutore, in genere un bambino, usa in modo assoluto il verbo pìzzica! nel significato
5.
193. Cfr. il chiapparello registrato a Torre Alfina: - Vièni, te dò 'na còsa. / - Che ccòsa?
/ - La còscia de la si' Ròsa!
194. Per un analogo bisticcio, vd. Chiappini (p. 395, s.v. birbanti): ”Birbanti scherzosa
assonanza in luogo di brillanti: Ciaveva certi birbanti a l'orecchie!"
197. Un riferimento letterario è rintracciabile nella commedia La Trinuzia (a. I, sc. II) di
Agnolo Firenzuola: Uguccione: Buono per Dio! E questo perché? / Dormi: Perché le
due non fanno tre. Viene in genere usato per zittire i bambini troppo curiosi e insistenti,
come quest'altro lombardo (Svampa, p. 355): - Perchè, perchè? - Perchè la gamba l'è
tacada al pè, / el pè l'è tacà a la gamba / e l'è sciur Peder che cumanda.
198. La risposta ricorre talvolta autonomamente come proverbio. Da altro informatore
(A. Armini) ho sentito il chiapparello: - Allora? / - La bbionda e lla mòra! Più semplice
quello giocato sulla isocronia: - Allora? / - Sessanda minuti.
200-201. Serve a moderare la curiosità dell'interlocutore, in genere un bambino, che sol-
lecita insistentemente con la richiesta. Sulla stessa falsariga sono formulati i chiapparel-
li: - Eppoi? / - 'A vacca partorì e ffece du' bbòi (Magliano Sabina); - E ppòe e ppòe? / -
Lega ll'àseno e sciòjje le bbòve! (Blera). Un altro simile a quest'ultimo è documentato
per Siena (Corsi, ASTP, XVII, 1898, pp. 220-224, n. 15).
203. La stessa immagine ritorna nel proverbio che stigmatizza i sornioni, i soppiattoni, i
posapiano (corrispondenze dialettali: i sorgoni, 'e gattemòrte, i sandarèlli 'ppiccicati su

173
'o muro) che agiscono di sotterfugio: Sandificètu nòmen dua / ha strappato 'o sacco e
ss'è mmagnata l'ua.
207. Il testo ricorre anche a Capranica (Sarnacchioli, p. 48).
209. In altra variante l'òrto sostituisce 'a vigna. Come detto proverbiale è stato pubblica-
to, assieme ad un altro viterbese, da Petroselli (Vite II, p. 222). Una analoga versione è
fornita da De Paolis per Civitavecchia (p. 10, n. 119). Per gioco di rima zio-io ritornano
nel proverbio: caca zzio, caco pure io.
212. Replica a chi esibisce monili, vantandone l'inestimabile valore perché fatti con il
prezioso metallo, per affermare al contrario che si tratta di similoro di nessun pregio.
Microvarianti a parte (dovute soprattutto alla sonorizzazione dopo consonante nasale,
fenomeno che caratterizza la parlata civitonica), il testo risulta identico anche a Viterbo.
A Bagnaia è dato come proverbio (Pierini I. e F, p. 113). Lievemente diverso risulta ad
Acquapendente: Orosfugge, òro scappa / manca pòco si nn'è llatta (Mattesini-
Ugoccioni, p. 342, s.v. orosfugge). Nell'Amiatino l'oro falso (Fatini, p. 81, s.v.) viene
detto òro che fugge pe' tétti o semplicemente orofugge.
213. Ho avuto anche occasione di sentire: È ll'òro de BBològna / divènta rosso dalla
vergògna, che trova riscontro nel proverbio marchigiano: l'oro de Vologna / se fa niru
pe' la vergogna (Bellabarba, p. 162). Il GDLI (X, p. 136, s.v. oro) spiega il sintagma
oro di Bologna 'contenente una percentuale elevata di rame (quindi di colore rossastro)'
e cita il modo di dire da Cantoni, 79.
214. L'espressione num me fà ssardà le bbùggere significa 'non farmi incollerire, non
farmi saltar la mosca al naso'; per il significato di bùggera vd. Chiappini (p. 57, s.v.):
"buschera, rabbia", Je fanno le bùggere".
222. Il chiapparello, che l'informatrice faceva risalire all'anteguerra, è giocato sui diversi
significanti utilizzati per designare 'padre', mettendone in risalto la concorrenza secondo
il ceto sociale e il grado di istruzione. Tata era inteso come arcaismo (è termine oggi de-
sueto, che ricorre solo sporadicamente sulla bocca di persone molto anziane, quando
parlano del loro genitore). La forma babbo era considerata propria della lingua (mio pa-
dre la impiegava alternativamente a papà, quando rievocava la figura di mio nonno, so-
prattutto in unione con l'antroponimo: Bbabbo Ggiggi da ggióvine eva fatto'o finanziè-
re). Attualmente nella parlata civitonica si usa quasi esclusivamente papà.
224. Cfr. analoga battuta civitavecchiese in De Paolis (p. 44, n. 411). A Magliano Sabi-
na è diffuso come paragone: Sèi bbèlla come er culu da padèlla.
225. Cfr. analogo chiapparello marchigiano (Ginobili 1956, p. 50): - Scemu! / - So' sce-
mu, so 'nfilice / è più scemu chi me lu dice.
228. Con queste battute dileggiative i bambini facevano eco al grido del venditore am-
bulante di fusajja. A proposito dei semi di lupino, che costituivano lo sfizzio della pove-
ra gente nei giorni festivi (me sò' ccombrato'a mmòrda), al pari di quelli di zucca salati

174
e tostati al forno e delle arachidi (i bbruscolini, 'e noccioline americane), dei pezzettini
di mela, delle prugne e delle visciole secche ('e mella secche, 'e bbrunga secche, i vi-
scioletti), delle carrubbe e delle castagne secche ('e gainèlle,'e mosciarèlle), si tramanda
la leggenda di un'antica maledizione: 'a Madònna quanno scappò in Eggitto co' Ggesù
passò 'm-mèzzo a 'n gambo de lupini. I lupini èrino fatti e qquanno la Madònna passa-
va facévino rumore e allora 'a Madònna i maledì: non pòssa sazzià ccòrpo finghé 'a
còccia 'rriva ar ginòcchio! Altri gridi di venditori ambulanti, di cui i primi tre fanno
parte dei ricordi ormai remoti della mia infanzia e gli altri sono stati riferiti da inform.
anziani: Misticanzina fresca, fémmine! (venditrice di erbe selvatiche per fare l'insalata);
È vvivo vivo! (pescivendolo); Ombrellaro! Ombrellaroo! 'Ccòmmita piatti congoline
ombrèlli (ombrellaio); Fémmine ce ll'avete rotta?...l'ombrèlla! (ombrellaio); Come ce
ll'hò nnera! Come ce ll'hò nnera! (venditore di fichi; con gioco verbale osceno conte-
nente allusione a fica 'vulva'); Tràppole per i sorgi, fazzoletti de seta! (venditore di arti-
coli vari).
229-231. La forma apocopata di allocuzione, su cui è giocato il chiapparello, costituisce
un tratto caratteristico dei dialetti centro-meridionali. Il Chiappini (p. 266, s.v. Quell'o-
'...quella do'...) riporta per Roma i nn. 229 e 231 con il commento: "Sono modi usati dai
popolani per chiamare un uomo o una donna di cui non sanno il nome. I monelli, sempre
pronti a fare dispetti, si servono talvolta per corbellare la gente. Passa un uomo che va in
fretta, ed essi lo chiamano: Quell'o'...quell'o'...Quando questi si rivolta, essi, facendo vi-
sta di nulla si mettono a cantare: Quell'o...rgheno che sona ecc". In altra pagina (aggiun-
te del Rolandi p. 481, s.v. Quell'o') viene riferito il n. 230 ed un altro chiapparello, gio-
cato sulla parola 'ragazzo': que' rega'...que' regajo de gallina. A Civitavecchia, oltre a 'a
quell'o' e 'a quella do', ne era noto un altro su 'militare': Milità', milità'...mi li taji li ca-
pelli! (De Paolis, p. 18, n. 233).
232. Identici i chiapparelli pubblicati altrove: Civitavecchia (De Paolis, p. 7, n. 63), Tu-
scania (Cecilioni, p. 80, n. 13), Roma (Zanazzo, Canti, p. 19, n. 28). In Toscana è usato
come conta (Gandini, p. 293, n. 742).
233. "Scherzo che fra due ragazzi il più furbo fa all'altro" (Zanazzo, Usi, p. 373, n. 109;
Canti, p. 34, n. 75). La Gandini annovera il testo romano nella sezione conte (p. 287, n.
716). In MSS è riferito uno scherzo simile della provincia di Vicenza (p. 308, n.
15.112): Sem'in uno - sem'in do, / sem'in tre - sem'in quatro, / sem'in zinque - sem'in siè,
/ sem'in sete - semioto! (='scimmiotto').
234-235. I primi tre numeri ricorrono anche nella formula con cui chi sta sotto nel gioco
del nascondino (termini dialettali: 'nguattarèlla, tana, tana lìbbera tutti) chiude il con-
teggio prima di cominciare a cercare i compagni di gioco: Uno ddue e ttre / chi n'ha fat-
to rèsta a mmé, / io vèngo!
239-243. Per locuz. scherzose aventi come base i numeri, cfr. Chiappini (p. 458, s.v. nò-
ve): "A chi dice questo numero per es. alla tombola si replica scherzosamente Bon tem-
po si nun piòve". In realtà i chiapparelli ricorrono in prevalenza durante l'estrazione dei

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nummeretti nel gioco della tombola assieme ad altre forme sostitutive, attinte per lo più
dalla cabala: pippo (√: pippetto), 'o più cciuco = 1, i zzeppiletti = 11,'a fortuna = 13, 'a
disgrazzia = 17, i'mbriagoni = 19, 'e carrozzèll'e Nàpule = 22, bbucio de culo = 23,'a
viggilia ('a veggilia) = 24, Natale = 25, Sando Stèfino = 26, l'Innocendini = 28, l'anni
de Cristo = 33, pplapplà = 44, mòrto che pparla = 47, i picciongini = 55, su-e-ggiù =
69, 'e cianghe d''e vècchie = 77, l'occhialoni = 88, 'a paura,'o più ggròsso = 90.
244. A Blera il chiapparello si usa quando si estraggono i numeri della tombola: - ventu-
no! / - la mazza nel pètto e' l pistacchio nel culo. A Capranica (Sarnacchioli, p. 47) si
dice: Uno! pia stu schiaffo e nun dillo a nisciuno!
247. La formula si utilizza per fare uno scherzo ai bambini, soprattutto quando insistono
nella richiesta che si continui a raccontar loro le favole. Siccome la risposta che devono
dare è obbligata, appena essi pronunciano Dàmmolo, si dà loro un buffetto sulla guan-
cia.
248. Per raffronti nell'area, vd. versione maglianese: Erano tre ch'annàono a ccaccia:
Bbocchino, Bboccone, Bboccaccia. Più articolata quella usata a Sassari come conta: E-
rano tre che andavano a caccia, / era Bocchino, Bocchina e Boccaccia, / Boccaccia
non c'è: uno, due e tre (MSS, p. 90, n. 5.102).
249-250. Una lezione romana è in Zanazzo (Canti, p. 36, n. 85).
252. Cfr. la versione di Civitavecchia pubblicata da De Paolis (p. 55, n. 543): C'èra 'na
vòrta / Caporivòrta: / è cascato pe' le scale, / s'è rotto la tèsta, / e nun z'è fatto male. Ri-
sultano affini quella romana: Giovan de La Volta / Cascò ppe' le scale, / Sè ruppe ér
collo / E nun se fece male (Zanazzo, Canti, p. 37, n. 92) e quella di Città di Castello
(Placidi-Polidori, p. 41). Differenze presenta quella di Capranica (Sarnacchioli, p. 38):
C'era una vorta / Marco Rivorta, / cade d'e scale / e si rompe u pitale; / cade d'u tetto /
e si rompe 'u culetto.
253. A commento della versione romana Zanazzo (Novelle, p. 86, n. XII) annota: "Que-
sti scherzi sono scappatoje che si mettono in uso, parecchie volte, allorché dà noia il rac-
contare la favola". Sulle parole ago / capo è giocato anche il testo dialogato di Nepi: -
Do' cominciamo da la spilla o dall'ago? / - Dall'ago. / - Ricominciamo da capo. / - Da
la spilla. / Ricominciamo a dilla (vd., per Capranica, Sarnacchioli, p. 32).
255. Esempio di favola senza fine che serve a dissuadere i bambini, quando richiedono
con insistenza che si continui a raccontar loro le fiabe. Altre versioni locali: Canepina
('A cianvròttola de Bbistengo; Cimarra 1985, n. 256); Teverina (Galli, p. 36, n. 97); Va-
lentano (La storia di Cioccotento, in Ghiringhiringola, p. 18, n. 10).
256. Vd. versione romana edita dai folcloristi (Zanazzo, Novelle, p. 88, n. XIV; Chiap-
pini, p.122, s.v. favola; Roberti, p. 421).

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259. Il secondo verso ricorre, con abbinamenti diversi, in altre chiuse di favola: Il fosso
sta tra il campo e la via / dite la vostra, che ho detto la mia (Firenze); In santa pace pia,
/ dite la vostra, che ho detta la mia (Toscana); Stretta la foglia, stretta la via, / dite la
vostra che ho detto la mia. / Stretta la foglia, stretta la bindella, / dite la vostra, che sa-
rà più bella (Marche) [MSS, p. 425, n. 22.84; p. 426, n. 22.85; p. 428, n. 22.104].
265-266. Zanazzo (Proverbi, p. 391) riferisce un chiapparello che trae spunto dalla stes-
sa favoletta: "...Sì te dico! - Tutte le donne de Montefico / vann'a a dormì con don Fede-
rico / e 'stasera che tocca a mamma / ecco la borsa che je manna".
267. Una breve sintesi della fiaba con i versi è stata pubblicata da De Paolis per Civita-
vecchia: Pecorarèllo che in bocca mi tieni, / suonami bbene mandami piano, m'hanno
ammazzato pe' ttòrta raggione / per una penna d'ucèllo grifone! (p. 81, n° 754). Non
differisce di molto la versione di Faleria: Pecoraretto, che im bocca mi tièni / sònime
bbène, sònime piano / mio fratèllo m'ha 'mmazzato / mi ha 'mmazzato sènza raggió' / pe'
la stella del cèllo grifó'. La favola dell'uccello grifone può essere letta in ASTP (Fina-
more, III, 1884, n. IX; Nardo Cibele, VII, 1888, pp. 93-94). La fiaba si ricollega a riti
della 'magia delle ossa' che alcuni paletnologi fanno risalire fino al paleolitico. A tal ri-
guardo la Seppilli nella stimolante opera sui rapporti tra poesia e magia (pp. 204-206)
annota: "Ecco dunque, di fronte a queste ossa umane o animali trasformate in istrumenti
parlanti, che ci dobbiamo domandare: ha avuto una sua anteriore realtà ben precisa quel-
la espressione che ha oggi sapore di figura poetica: le ossa che 'parlano', 'invocano', 'ac-
cusano'? Il motivo 'dell'osso che parla', dell'osso cioè, di una persona uccisa, spesso a
tradimento, di cui qualcuno, per lo più un pastore, foggia un flauto, la cui voce denunzia
il misfatto, è motivo di fiaba molto esteso. [...] Ma una realtà storica soggiacente al mo-
tivo appare in tutta la sua evidenza più cruda in quel gruppo di 'racconti di fate' che V. J.
Propp analizzò, facendo risalire il motivo, unitamente ad altri che gli sono costantemen-
te collegati in questi racconti, ai riti dei giovinetti che si celebravano nell'età della cac-
cia. Flauti, cetre, zampogne, zufoli, violini, ricavati da ossa o da tendini umani, costrin-
gono, senza eccezione, a danzare senza fine. [...] Dobbiamo confrontare questo primo
sorgere degli strumenti musicali ricavati da ossa umane o animali, col valore magico e
coll'alone che circonda gli strumenti nel mito e negli usi rituali. È uno spirito che parla
in essi, perché è la voce dei morti. Se la magia e l'ispirata mantica si son legate così
strettamente intorno al fenomeno della morte, non potevano mancare di legarsi pure agli
strumenti musicali".
268-269. I testi fanno parte di due favolette di contenuto affine: nella prima un vecchio,
che vive da solo, una sera, mentre è assopito accanto al focolare, viene destato da un in-
solito rumore: sono i ladri che stanno forzando la porta, con l'intenzione di penetrare al-
l'interno. Allora come deterrente recita la quartina ad alta voce, per cercare di metterli in
fuga, facendo loro credere che in casa, pronti a menar le mani e a difendere il padre, ci
sono ben 14 figli. Nella seconda i pastori, che riposano nella capanna, messi in allarme
dall'abbaiar dei cani, sentono avvicinarsi a passi frettolosi degli sconosciuti, forse dei
briganti. Alla secca richiesta rivolta dall'esterno, rispondono con un numero iperbolico,

177
che incrementano con la menzione aggiuntiva di altri lavoranti, dotati di indole per nulla
affatto remissiva (canini = 'ringhiosi e rissosi come cani'). Il termine ribbiscini è formato
su biscino 'garzone del pastore, pastorello', con il prefisso che ricalcherà il romanesco
ripiscitto (Chiappini, p. 276, s.v.): "pastorello che guarda le pecore; per estensione con-
tadinello" (termine mutuato, secondo il Rolandi, dal dialetto abruzzese, ibid. p. 484, s.v.
repiscitto). Sulla organizzazione e gli addetti dell'azienda della masseria, vd. Metalli (p.
56)
270. Il dialogo è contenuto nel contesto di una favoletta: in mezzo al campo uno scaltro
ladro, coperto da un lenzuolo bianco, a colpi di falce fienaia taglia a tondo le cime dei
cavolfiori, mettendole poi in un sacco, per portarsele via. Il contadino, padrone del cam-
po, da lontano al chiarore lunare assiste alla scena ed immagina che sia la morte in per-
sona.
Una situazione analoga ritorna in una storiella di Bolsena, nella quale si racconta: "così
cantavano salmodiando quattro buontemponi, coperti di un lenzuolo bianco, che anda-
vano a rubare cocomeri di notte, portando a spalla una bara: Semo quattro uscite da la
sepportura / camminamo a llume de luna / camminamo adacio adacio / andamo a la
cappanna a pprènde' Bbiacio (BlasPop n. 531).
Quest'ultimo testo tuttavia, stando alle note del Minucci al Malmantile (II, 314), si ricol-
legherebbe alla locuzione adagio Biagio: "Credo, che si dica per causa della rima e del
bisticcio; perché per altro il nome Biagio è superfluo all'espressione, valendo tanto il dir
solamente Adagio, quanto Adagio Biagio. Sebbene ci è una favola notissima d'un certo
contadino nominato Biagio, il quale, perché non gli fossero rubati i suoi fichi, se ne sta-
va tutta la notte a far loro la guardia; onde alcuni giovanotti, per levarlo da tal guardia, e
poter a lor gusto corre i fichi, fintisi demonj, una notte s'accostarono al capannetto di
Biagio, mentr'era dentro, e discorrendo fra loro di portar via la gente, ciascuno narrava
le sue bravure: ed uno di costoro disse ad alta voce: Se vogliamo fare un'opera buona,
entriamo nella capanna, e portiamo via Biagio. Biagio, ciò udito, scappò dal capannetto
tutto pieno di paura, gridando Adagio adagio. E di qui può forse avere origine il presen-
te dettato Adagio Biagio, o Adagio, disse Biagio".
271. La versione romana è inserita nel contesto della favoletta (Zanazzo, Novelle, n.
XLII, pp. 311-312) intitolata Quanno sona l'Avemmaria / chi sta a ccasa de ll'antri se
ne vadi via, che rimanda al proverbio riferito negli altri volumi (Usi, p. 96, n. 5; Prover-
bi, p. 118). Nella versione della Teverina (Sipicciano) intervengono come protagonisti
due compari (Galli, p. 66, n. 217, L'ospite inatteso); per Bagnaia, vd. Pierini I. e F.
(p.116).
In genere della storiella viene tramandato il solo dialogo in versi, dal quale tuttavia si
arguisce il contesto generale, come nel caso di Blera: quanno è nnùvolo e mmar templè,
/ a ccasa d'artre nun ze sta bbè. / Nu lo dico per voe, commare, / state pure quanto ve
pare. / Cara commare, 'n adè qquesto che tte noce, / ma è la pizza sott'ar culo che tte
còce (CH.: eva 'nguattato la pizza sott'ar culo pe' non dalla a la commare. Stava ffà le
pizze). I versi scorporati dal resto della favola compaiono spesso come proverbio in rac-

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colte paremiografiche di altre regioni: cfr. per l'Umbria Grifoni (p. 31, n. 21): Pioe e
maltempu fa; / a casa d'antri è un bruttu stà. / Se stess'io a casa d'antri, / come l'antri a
casa mia, / pijarìo la strae e me n'andrìa (ma vd. pure l'intero dialogo in Chini, p. 230,
n. VI); e per le Marche Ciavarini Doni (p. 229): Piove e nengue e mal temp'é; a casa
d'altri non c'é bon sté (stare); e s'io fossi a casa d'altri, come voi state a casa mia, pren-
derei la spiccia e anderei via. Per attestazioni nell'Italia meridionale, vd. Trotta
(M.Trotta, Società e cultura contadina nei proverbi di Monte S. Angelo. Introduzione di
G. B. Bronzini. Centro Studi Garganici, 1982, p. 89, n. 334): Quann'è scurde e mmale-
timbe fé, a cchésa d'àlete ne mbesogna sté (= Quando annotta e fa cattivo tempo in casa
d'altri non bisogna stare); Iosa (A. Iosa, La terra del silenzio. Proverbi contadini e tra-
dizioni popolari della Daunia. Bari, M. Adda edit., 1983, p. 176): Cummare sciòcche (=
nevica) e maletémpe fa: a casa de l'àvete ié male stà.
272. Un dialogo, costruito su battute affini, è noto a Capranica (Sarnacchioli, p. 36): Bi-
scì va a lè! / Mi fa mal 'u pie'! / Biscì va all'acqua! / Mi fa male a chiappa! / Biscì va a
pià 'a ricotta! / Lelo, lelo! Mi s'è passato lo male ch'avevo! e a Carbognano: - Bbescì,
va' a llena! / - Oddio 'a schiena! / - Bbescì, va' all'acqua! / - Oddio 'a panza! / - Bbescì
pia 'o callaro pe' 'a ricòtta / - Llero llero, me s'è ppassato 'o male ch'avevo! A Civita
Castellana è nota, venata di coloriture dialettali, anche una versione di presumibile pro-
venienza umbro-marchigiana: - A scì! Arzide che è ddì! / - Se è ddì vòjjo dormì. / - Arzi-
de che è ggiorno! / - Si è ggiorno vòjjo magnà. / - A scì! Va' a vvedé se ppiòve! / - Se 'o
ca' è bbagnato, allora piòve; se 'o ca' nun è bbagnato, allora num piòve. / - A scì! È
ppronta la ricòtta! / - Lero lero me sòn guareto! Lero lero me sòn guareto! (Inf. Gina
Riucci, nata 1920). Per stigmatizzare l'indolenza o evidenziare la scaltrezza sorniona dei
pastori si usano altre battute: 1) - A pecorà', ì visto gnènde 'a vaccarèlla mia? / - Tira lu
vèndo e 'bbajja lu cà' nun ze capisce cósa!; 2 - A pecorà', è bbòna 'ss'acqua? / - E ttu 'n
ha' sete!
273. Sulle campane è diffusa tra gli adulti quest'altra espressione per replicare ironica-
mente, a chi si vanta di poter comprare questa e quella cosa, che, non avendo egli i soldi,
non potrà fare proprio nulla: 'E cambane de Fòjja fanno: con-ghè! con-ghè! (cfr. Bla-
sPop n. 1156). Sulle campane mi è stato fornito anche un altro breve testo: 'E cambane
der dòmo: còci-le-fava! còci-le-fava! Quell'andre: coti-cotichèlle, coti-cotichèlle! Si
tratta di un gioco di onomatopee a rovescio, cioè di interpretazioni o invenzioni scherzo-
se sul suono delle campane, che assumono quasi valenza di wellerismi. Il procedimento
non è recente, si pensi ad espressioni: fare come le campane di San Ruffello (o di San
Remigio): vendi e 'mpegna (Bellincioni, in Gr. Diz. U.T.E.T, s.v. campana; Salviati, il
Granchio, IV, 13; anche nella raccolta Salviati: Le campane di San Ruffello: 'Vendi e
'mpegna'. Altri esempi in Pico Luri, pp. 405-406); le campane di Manfredonia, che di-
cono: damm'e dotti, damm'e dotti (Serdonati, III: La campana di Manfredonia: Di male
in peggio; nella raccolta Pescetti, p. 134, ricorre il paragone: L'anderà di male in peggio
come fé la campana di Manfredonia; vd. ibid. a p. 165: far le campane di Manfredonia.
Fanno un suono, che par, che dica: dammi, e dotti cioè Dà a me, e io dò a te). I dialo-

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ghi fantastici tra campane sono diffusi in molti luoghi: Roma (Zanazzo, Usi, p. 223, n.
193, Che ddiceveno e cche ddicheno li soni de certe campane); Bagnaia (Pierini I. e F.,
p. 119); Valentano (Mancini-Luzi, p. 136); altri centri della provincia (BlasPop nn. 57,
319, 426, 680-682, 824, 893, 1156, 1467, 1716, 1745).
Alla formazione di simili locuzioni ritengo che non sia estraneo il fatto che le campane,
come gli animali araldici, sono 'oggetti parlanti', stante l'antica consuetudine di apporvi
iscrizioni, nelle quali esse si esprimono generalmente in prima persona: 1- Laudo Deum
verum, plebem voco, congrego clerum / defunctos ploro, dissipo ventos, festa decoro. 2
- Funera plango, fulmina frango, sabbata pango, / excito lentos, dissipo ventos, paco
cruentos. 3 - Convoco, signo, noto, compello, ploro, / arma, dies, horas, fulgura, festa,
rogos.
274. Il proverbio si riferisce, secondo gli informatori, a Falerii Novi, centro che i Roma-
ni costruirono in un sito pianeggiante dopo aver distrutto nel 241 a. C. Falerii Veteres,
quindi contiene una incongruenza storica, che non è rilevata nella mentalità comune del-
le genti che abitano il basso Viterbese (BlasPop n. 17512: Se dice Sutri fabbricato su
ttré, lo terzo paese. Lo primo Fàlleri, lo secondo Vèroli e lo terzo Sutri. Dell'antichità,
formati li paesi, Così sse dice, pòi...[non so]. Il testo è giocato sulla paronomasia pseu-
doetimologica: Falleri (forma popolare) / fallire, che costituisce il tipo più produttivo
(cfr. per il Lazio meridionale: Quando Fumone fuma, tutta Campagna trema; per le
Marche: Quando Fermo vuol fermar, tutta la Marca fa tremar). In una indagine di veri-
fica, effettuata negli anni 1976-1977, ne ho potuto registrare la diffusione in vari centri
della zona. Mentre a Faleria, Magliano Sabina (RI) e a Mazzano (RM) la forma risulta
pressoché identica a questa di Civita Castellana, altrove la versioni hanno subìto adatta-
menti, con modifiche anche della struttura: a Corchiano (Si Ffàlliri nun fallìa / Corchia-
nuccio Roma venìa); Nepi (Si Ffàlleri non falliva / Roma Cìvita veniva); Vignanello (1-
Quanno Fàlleri fallì / Vignanèllo'mboverì; 2 - Se Ffàlleri non falliva, Vignanèllo Roma
serìa); Vasanello (Si Ffàlleri non fallia / Roma nun esistia); Rignano Flaminio (Si Ffàl-
leri non falliva / Roma non veniva). Non mancano tipi del tutto autonomi, che fanno ri-
ferimento a miti e leggende connessi alla fondazione della città: Si Ffàlleri bbuttava
ciàjjeri [= 'scaturigini d'acqua'] / Fàlleri èra chiamato Roma (Caprarola); Si Ffàlliri fa-
ceva i melànghili / èra Roma e nun èra Fàlliri (Fabrica di Roma). Il procedimento della
paronomasia trova un riscontro nelle opere di un letterato del Seicento: Giovan Battista
Lalli lo usa in un paragone del poema eroico-comico "La Moscheide": Come insomma
veggiamo essere sovente / misero e rio de' naviganti il fine, e de' mercanti flebile e do-
lente / che spesso van di Fallari al confine... E poi di nuovo nell'ode "Annuncio di buon
capo d'anno": Se si averà da fare un qualche miglio / come a dire verso Fallari, paese /
dove io d'andar corro periglio. La popolarità di tale modo di dire è confermata da un'o-
pera di antiquaria del sec. XVII (Famiani Nardini Veji antiqui seu dissertatio investi-
gans verum ejus Urbis situm. Lugduni Batavorum, sumptibus Petri Vander Bibliopolae,
Civitatis atque Academiae Typographi, col. 45 c): 'Solent etiam hodie dici: Fallerium
ire, tales, qui fallant”.

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275. Il testo (vd. BlasPop nn. 1141, 1984), carico di allusioni sessuali per l'anfibologia
oscena (gabbia / uccèllo), in altre zone della provincia è riferito a piccoli centri: Monte-
calvello (BlasPop nn. 39, 127, 240, 714, 992), Quadamello (BlasPop nn. 1317,1370),
Castel S. Elia (BlasPop n. 1024). I primi due versi sono usati solitamente in forma auto-
noma (BlasPop n. 1084). Una volta ho avuto modo di sentire da un meridionale in visita
a parenti immigrati a Civita la formazione estemporanea: Civita Castellana / ogni passo
una porce...llana (con apparente autocensura e il malizioso bisticcio 'porcella / porcella-
na').
276. Il blasone è riferito al rione Quadamèllo (o Catamèllo), il cui nome deriva dall'o-
monima frazione di Otricoli (TR), dalla quale provenivano alcune delle famiglie che lo
popolarono, quando era ancora in gran parte disabitato. Comunemente si riferisce a Vi-
terbo (Vidèrbo 'o paese do sconfòrto: / o ppiòve o ttira vèndo o ppassa 'o mòrto). Il te-
sto si ritrova in raccolte paremiografiche regionali riferito a varie località: Tivoli (Tivoli
der mar conforto, o tira vento, o piove, o suona a morto [Zanazzo, Proverbi, p. 196]);
Serravalle (Seraval senza conforto, o che piove, o che sventa, o che sona da morto [Pa-
squaligo, Proverbi veneti, p. 259]); Urbino (Urbin senza confort, o piov o tira vent o
sona a mort [Castellani, Proverbi marchigiani, p. 87, n. 508]); Monreale (Murriali, cità
senza cunfortu, / o chiovi o mina ventu o sona a mortu [Alaimo, Proverbi siciliani, p.
179, n. 1162]). Il modulo ricorre variato in altri proverbi: A San Miniato o tira vento o
sona a magistrato (Giusti-Capponi, p. 219).
277. La forma più nota è limitata ai primi due versi. A Bomarzo il modulo ricorre sia nei
blasoni che nei proverbi (ALP, p. 165, n. 36: Montefiascone cornuto ddo' vai si vveduto;
p. 64, n. 188: Ll'erce cornuto dove vai è vveduto).
283. Parodia di scongiuro apotropaico contro le chiocciole, immaginate come terrificanti
mostri. Il blasone (già in BlasPop n. 1139), utilizzato dai civitonici per farsi beffe della
presunta dabbenaggine dei Nepesini, contro i quali, fino al recente passato, si è esercita-
to l'antagonismo municipalistico (l'esprit de clocher), ritorna adattato a singole situazio-
ni (per la sua diffusione nell'area, vd. BlasPop nn. 302, 345, 371, 488, 988, 1010, 1058,
1059, 1140, 1271, 1313, 1367,1747). Per un raffronto aldilà del Tevere, in terra sabina,
vd. il testo di Magliano Sabina (RI): Sa-Llibberato nòstru / delìbberece tù / da quelle
bbrutte fère / co' 'e còrna a ppènne 'n zù.
284. L'avvio della cantilena ritmata parodia la pomposa frase latina che compare sulle
etichette delle bottiglie contenenti l'acqua minerale (l'acqua fòrte) di Nepi: Nepe civitas
nobilis atque potens in cuius fertilissimis agris balnea scaturiunt salutifere; ma anche il
resto è costruito su allusioni malevole, che ritornano puntualmente nella canzone invet-
tiva (parodia sull'aria di "Valencia" di Padilla-Frati) contro il comune limitrofo: Nèpi ci-
pollaro, è ppièno de bburì / e Ccìvita ha 'ffittato lavoro ai Nepesì. / E ssi a Ccìvita bbut-
ta male, / anneremo su a Pponde Lèpre, / quanno pàssino i Nepesini, li pijjamo a
tortorate. / O Nnèpi, 'sti bburini e 'sti marani / che vvonnó parlà rromani. / Nèpi, città
etrusca rinomata, / illustrata a la romana. / O Nnèpi, tu che ci-hai l'acquafòrte, / le ci-

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polle crude e còtte. / O Nnèpi, co' 'sto Tullio Cupelloni ce l'hai rotti li bbottoni! (cfr.
BlasPop n. 1050 e ibid. la versione acefala del n. 1143). In un altro frammento di paro-
dia, composto durante il ventennio, giocando sul saluto fascista ("A noi!"), si cantava
(l'infomatrice nepesina non ne ricordava la melodia): Se qquarche vvòrda ce ggira 'l
boccino / Ponte Clementino / ve famo sardà: / Nèpi, Nèpi, hai pòco da rugà! / Se
qquarche vvòrda te sènti male / io l'ospedale / te pòsso prestà: / a vvoi, a vvoi, e al vò-
stro podestà!
Il blasone risale ai tempi in cui i due centri si contendevano la sede della pretura circon-
dariale: si dileggiano i Nepesini, i quali, per dimostrare di possedere una popolazione
pari a quella di Civita Castellana, non avrebbero esitato a computare nel novero degli
abitanti: cani, gatti, topi e perfino... i maiali. Alla stessa situazione si rifanno altri due te-
1 2
sti pubblicati in BlasPop (nn. 1109 e 1109 ): A Ccìvita c'èra a pretura. Allora i nepesi-
ni èrano invidiosi de questa pretura che stav'a Ccìvita; e ttando ne parlàvino ai fijji de
sta pretura preturra, che i fijji dicévino: Ah mà', damme 'o pà' ca preturra.
285-286. Il n. 285 (ottava di tipo siciliano: ABABABAB) è già stato pubblicato dalla
Galanti (p. 181) e da Petroselli (BlasPop n. 232, ma vd. anche i nn. 1147, 1395, 1531,
1811, 1860-1861) ed elenca i soprannomi collettivi dei vari centri della zona cimina e
subcimina. Tra i due testi interviene qualche differenza: ad es. al v. 4 i Canepinesi sono
chiamati le facce spòrche e magnammèrda. Talvolta al v. 5 compare bbadalòcchi (=
"stupidi") con sonorizzazione iniziale, per sottolineare un tratto caratteristico della par-
lata valleranese (BlasPop n. 1780). La forma Crocchiano, con metatesi, e l'etnonimo
Bassanellesi sono del registro arcaico. La versione di Vasanello si conclude con riprese
finali: Prìncipi e ccavalièr sòno i romani. / Cittadini sò' i Viterbesi. / I magnagatti sò' i
Surianesi. / I magnammèrda sò' i Canepinesi. / I bbadalòcchi sò' de Vallerano. / La-
drongèlli sò' i Vignanellesi: / l'hanno rubbata la croce a Ccurchiano, / l'hanno vennuta
da li Bbassanellesi. / E qquesta croce l'èra maledetta / pe' um pignattèllo e 'na cazzaro-
letta. / E 'sta croce l'hanno riconzagrata / pe' um pignattèllo e 'na cazzaròla sfasciata .
287-293. Ho voluto pubblicare tutta la serie per esemplificare come un testo folclorico
sia soggetto ad un continuo ed incessante processo di adattamento e di rielaborazione
(con aggiunte, riduzioni, variazioni), funzionale alle esigenze e alle situazioni comunica-
tive (si veda per es. nel n. 288 la reinterpretazione benevola del giudizio negativo drasti-
camente espresso su Civitacastellana nel testo precedente), e come le differenti versioni
possano coesistere all'interno della stessa comunità. L'appellativo burrattini è stato
cchiosato da uno degli informatori: A Ccìvita semo stufarèlli, appòsta ce jjàmino bbur-
rattini. Una filastrocca blasonica con spunti analoghi è in Grifoni (p. 128, n. 25), ma è
limitata ai soli centri dell'Umbria: Spiellu spella, Fulignu sfoia, Spoleto spoia, Terni ti-
ranni, becchi c... quilli de Narni, e se più tristi li volete, annate a Otricoli e ce li troere-
te. Nei primi versi interviene una paronomasia allitterante con gioco pseudoetimologico;
il procedimento è frequente nei blasoni popolari di tutte le regioni: Grosseto ingros-
sa....(Giusti-Capponi, p. 220); Thiene, tienteli; Schio, schivete; e Malo, sed libera nos a
malo (Pasqualigo, p. 258). Il fatto che i centri menzionati si trovino sull'asse viario Fla-

182
minia-Nepesina-Cassia potrebbe fornire un terminus post quem, poiché la strada di col-
legamento tra le due vie consolari, sebbene in parte di tracciato antico, fu ampliata e si-
stemata nel 1787. Per altri riscontri vd. BlasPop n. 1056. Una fonte ultracinquantenne ha
fornito la seguente variante, attribuendone esplicitamente la creazione alla categoria dei
carrettieri: I funari ce vònno de Fuligno, / a Ttèrni li tiranni /e bbirbaccioni sò' qquelli
de Narni, / a Otrìcoli li pezzuti, / a Mmajjano li cornuti / Ponde Felice nun ze dice, / a
Bborghetto i pertichini, / a Ccìvita i bburrattini, / a Nnèpi li sapièndi, / a Mmonderòsi i
prepotèndi, / a la Stòrta li pezzuti. / E ssi bbuffi li volete, / nnate ar Cuppolone e li tro-
verete.
294-297. Filastrocche costruite sui giorni della settimana compaiono in tutte le raccolte
di folclore e svolgono una funzione mnemonica: per limitare i raffronti al Viterbese, vd.
per la Teverina Galli (p. 37, n. 102). In particolare il n. 295 si reitera per stigmatizzare i
debitori insolventi (a livello infantile anche chi non mantiene le promesse fatte), invece i
nn. 294, 296-297 per biasimare i fannulloni perdigiorno.
302. Il proverbio calendariale, che è diffuso in tutto il Viterbese (vd., per La Teverina,
Galli, p. 37, n. 106), segna due dei periodi fondamentali dell'anno agrario, su cui è com-
mensurato quello liturgico: l'Epifania (6 gennaio) conclude il ciclo natalizio o del solsti-
zio d'inverno. San Benedetto, la cui celebrazione nel riassetto del calendario liturgico è
stata spostata all'11 luglio, data del trapasso del santo patriarca, preannuncia la Pasqua,
cioè le feste legate all'equinozio di primavera.
303-304. Proverbi sulla Candelora (festum candelorum, cioè Festa della Purificazione di
Maria) sono registrati in tutte le raccolte paremiografiche. Per una versione valentanese,
vd. Mancini-Luzi (p. 88); per un'altra tuscanese, vd. Cecilioni (p. 191). Come spesso av-
viene, i nostri testi presentano un'espansione aggiuntiva, che nel n. 304 assume un aspet-
to dialogico quasi di wellerismo.
305. La filastrocca paremiologica, che ha valore mnemonico, serve per passare in rasse-
gna le feste del mese di dicembre. Un testo toscano è edito da Lapucci-Antoni (p. 269,
n. 1), un altro marchigiano da Ginobili (1968, p. 12; 1972, p. 20). La recente riforma del
calendario liturgico ha reso in parte inattuale il proverbio: secondo le nuove disposizioni
il 4 dicembre non è più s. Barbara (le notizie sulla cui vita non hanno grande attendibili-
tà), ma san Giovanni Damasceno. Versioni viterbesi: Teverina (Galli, p. 37, n° 104); Va-
lentano (Filastrocca dei santi di dicembre; Mancini-Luzi, p. 130); Ischia di Castro (Le
feste di dicembre; Nanni, p. 147, d), Tarquinia (Blasi, p. 194); Bolsena (Filastrocca di-
cembrina; Casaccia, p. 70). Il testo di Capranica (Sarnacchioli, p. 23), più sintetico, in-
corpora anche il proverbio sull'Epifania e su S. Benedetto. Per Roma, vd. ASTP, IX,
1890, pp. 276-277.
306. La festa di S. Lucia, prima delle riforma gregoriana del calendario, coincideva con
il solstilzio d'inverno. La diminuzione (Santa Caterina) e l'aumento (Natale, Epifania)
graduali della luce diurna vengono rappresentati mediante un dato spaziale empirico de-

183
sunto dall'esperienza diretta del mondo contadino: la lunghezza del passo di alcuni ani-
mali.
307. Secondo l'informatore la formula di questua era utilizzata per chiedere, nell'ambito
della cerchia parentale, la 'mancia' nei primi giorni del nuovo anno.
308. L'informatore (Fernando Ricci) ha chiosato: i regazzi più pporetti 'nnàvino co spi-
do pe' ccìchele-ccìchele. Bbussàvino llì 'e pòrte e ddicévino [la filastrocca]. I padroni de
casa jje 'nvilàvino cchi 'na sargiccia, cchi um bèzzo de vendresca e ttornàvino a ccasa
co' ccèrte spidate! La forma di questua e il nome richiamano un'usanza largamente dif-
fusa anche in Toscana (Fatini, p. 25, s.v. bucicciu e p. 43, s.v. cuccucicciu) e nelle
Marche (per quest'ultima regione si tenga presente la consistente immigrazione di
famiglie marchigiane nell'Alto Lazio, con il conseguente interscambio ed assimilazione
di forme culturali). Secondo la descrizione della Eustachi-Nardi (pp.106-107): "La
figura tipicamente caratteristica del giovedì grasso è quella 'dellu coccocicciu' ovvero
'dellu lardellu'. Bambini tutti tinti in viso di carbone, a guisa di spazzacamini, con uno
spiedo in mano, vanno per le case a chiedere in elemosina lardo, salsiccie, danaro ecc.
Sono i bambini poveri, cioè quelli che non hanno potuto ammazzare il maiale...Al
'ciccicocco' o coccocicciu' di Camerino e dintorni, corrisponde 'lu lardellu' di Macerata,
il 'ciucculaio' di Albacina, il 'cicolaio' di Campodonico, e in forma più...cittadina, il
'ciccolaio' di Fabriano". C'è da aggiungere che il termine cicco (Chiappini, p. 90 s.v.)
non è ignoto al romanesco: " È il nome con cui i contadini chiamano il maiale. Cicco
qua, cicco là: er porco s'ingruffa."
309. I primi giorni del nuovo ciclo annuale erano ritenuti nella civiltà contadina partico-
larmente propizi per trarre pronostici sul futuro. La formula accompagnava un rito divi-
natorio, basato sulla fillomanzia, che si effettuava la sera della vigilia dell'Epifania: l'in-
teressato, davanti al camino o ad un braciere, staccava da un ramoscello verde d'olivo
una fogliolina, la inumidiva con la saliva, passandola sulla lingua, e la gettava sulla bra-
ce ardente, scadendo nel contempo le parole. Se la foglia saltellava e scoppiettava, il re-
sponso risultava positivo; era da interpretarsi negativamente, se la foglia si arrotolava e
bruciava semplicemente. Più articolata è la formula in uso a Faleria: Parma parmarèlla /
che vviè' tre vvòrte l'anno / dimme vero quello che tte ddumanno: / se mme vò' bbè' la
regazza quest'anno. / Famme 'r ballo, famme 'r zòno / sìnno bbrùcete sur fòco (inform.
Germondo Rocchi). Nel rito interviene il potere magico non solo del numero tre (vd.
commento al n. 359), ma soprattutto della saliva, usata come mezzo per la prevenzione
di contagi e come difesa dagli incantesimi (Plinio il Vecchio, N.H., l. XXVIII: Despui-
mus comitiales morbos, hoc est contagia regerimus...simili modo et fascinationes reper-
cutimus). Occorre precisare che Parmarèlla (palma d'olivo) sostituisce Pasquarèlla (=
Epifania, da non confondere con Pasquetta, che designa il Lunedì dell'Angelo). In effetti
l'Epifania è la prima pasqua dell'anno, stante l'antica consuetudine di designare con tale
nome le festività principali del ciclo liturgico (Pasqua del ceppo = Natale-Epifania, Pa-
squa dell'uovo= Pasqua di Resurrezione, Pasqua Rosata = Pentecoste).

184
310. Una filastrocca affine di Valentano è in Mancini-Luzi (p. 85), un'altra di Tuscania
in Cecilioni (p. 189).
311. Una versione comasca, diversa solo nel verso finale, è in MSS (p. 173, n. 9.15)
312-313. Vd. filastrocca romana, con spunti simili nella parte finale, in Zanazzo (Canti,
p. 33, n. 72).
314. Una pastorèlla affine di Cittareale è pubblicata da E. Cirese (p. 143, n. 697).
316. Presenta un avvio pressoché identico la filastrocca cremonese: Duman l'è feesta /
se mangia la minestra / se beev in del buccaal / viva viva carnevaal... (Svampa, pp.
369-370); un'altra veneta è in MSS (p. 175, n. 9.24).
318. In effetti, durante il periodo della quaresima, il digiuno e l'astinenza erano un tem-
po rigorosamente osservati. Cfr. il proverbio romanesco (Chiappini, p. 134, s.v. frittata):
per quarantasei giornate non si mangiano più frittate.
319-320. I testi, già editi in Rito e Spettacolo (pp. 548-49, nn. 35-36), sono stati raccolti
rispettivamente nel 1968 e nel 1981. Nel primo caso la depositaria, una vecchia donna
quasi novantenne, ricordava che il canto di questua era intonato sino all'ultimo scorcio
del XIX secolo da gruppetti di bambini presso le abitazioni di parenti ed amici, soprat-
tutto anziani, alla fine della quaresima. Nel secondo caso, l'informatrice, oggi ultrottan-
tenne, affermava di aver appreso il canto poco dopo gli anni '20 da una vecchia di circa
90 anni, presso la famiglia dove lavorava come apprendista sarta. Un riferimento al rito
della "segavecchia" si può ravvisare anche nel testo n. 585. Per la diffusione della tradi-
zione della Vecchia nelle varie regioni d'Italia, vd. Toschi (cap. V, par. 5, pp. 139-149).
Nella chiusa del n. 319 si fa riferimento alla poggiata ('a scambagnata) del Lunedì del-
l'Angelo, nella quale i giovani scorrazzavano sui prati adiacenti la chiesetta rurale di
Santa Susanna, intonavano allegre melodie e raccoglievano fiori, consumavano sull'erba
dolci e cibi ('e ciammèlle, 'o ciammelló', 'a pizza de Pasqua,'o sammastiano, l'òva lesse)
ricchi di pregnanza rituale (l'uovo, simbolo di pienezza di vita, di potenza generatrice e
di fecondità, era benaugurante come auspicio di un copioso raccolto). Questa prima u-
scita primaverile assumeva una carica liberatoria (segnava il passaggio definitivo dai ri-
gori invernali al tepore della bella stagione ed insieme la conclusione del lungo periodo
quaresimale di astinenza e di digiuno), si rinnovellavano gli amori e si tentavano i primi
approcci. Sulla festa era nota una 'tarantèlla' dal contenuto lascivo, di cui riporto la stro-
fa d'avvio: Sandá Susanna dellé bbellé zzidèlle / nun ge portate quelle pidocchiose, /
portàtice quelle péttinate e bbèlle, / sandá Susanna dellé bbellé zzidèlle.
321. Cfr. Chiappini (p. 37, s.v. bagarone): "I monelli del volgo fanno una retata di que-
sti insetti la vigilia dell'Ascensione, e, posto loro sul dorso un cerinetto acceso, si diver-
tono a vederli camminare finché si abbruciano. Intanto essi cantano questa canzoncina:
Curri, curri, bagarone / che domani è l'Ascensione, / e si tu nun currerai / tutto il c...
t'abbrucerai". Il testo è pubblicato anche in Zanazzo (Usi, p. 162, n. 117; Canti, p. 35,
n. 82), con un commento in romanesco, e in Roberti (Brucia-bagarone, p. 50). Differen-

185
ti risultano la versione maglianese: Vola vola scardaó' / che ddomani è ll' Ascenzió' / e
sse ttu nun volerai / zeppu 'n culu porterai; e quella di Capranica: Vola vola matró / che
ti chiappa u scardafó (Sarnacchioli, p. 38). Per un'attestazione ottocentesca di Rocchette
(RI), in terra sabina, vd. Lumbroso (ASTP, 1884, III, pp. 190-191). Secondo le località
cambiava anche l'insetto, a cui si infliggeva il penoso trattamento: a Civita Castellana
era un coleottero, in genere il rinoceronte volante (Oryctes nasicornis) o il cervo volante
(Lucanus cervus); nelle Marche (Ginobili 1961, p. 96, Gola gola, mosco' / che domà' è
la 'Scinziò') era invece un moscone del genere Lucilia: “ È la nenia che i bambini ripeto-
no, allorché presi i mosconi dorati e legatili per una zampetta con filo, li girano per farli
volare”.
322-323. Numerose nell'area le formule che una volta i bambini utilizzavano per chiede-
re l'offerta di denaro all'interno della propria famiglia (genitori, nonni) o della cerchia
dei parenti, compari compresi, formule semplici ed immediate come la seguente di Va-
sanello: È Natale famme la mancia si te pare (Fuccellara-Filesi, p. 88); o più articolate
come quelle di Capranica: Natale, datimi a mancia si bi pare, sinnò buttatimi d'e scale
oppure: Caro papà, è Natale, senza mancia si sta male; per il bene che ti voglio, tira
fuori il portafoglio (Sarnacchioli, p. 23); e di Tarquinia: Bone feste e bon Natale / date-
me la mancia se ve pare / io non vojjo né oro né argento / d'un piccolo soldino me con-
tento (Blasi, p. 194). Per raffronto riferisco questa inedita di Magliano Sabina: Bbòne
fèste, bbòn Natale / fàtime la mancia se ve pare / o dd'òro o dd'argèndo / pure de pòcu
me 'ccondèndo. Il n. 323 è parodia scherzosa della precedente.
Oltre ai testi tramandati che tutti i bambini conoscevano, spesso in ambito familiare, su-
gli stessi temi e contenuti, se ne recitavano altri appresi a scuola o composti a bella posta
per l'occasione: 1) - sermone per i nonni (Natale 1928): Eccomi, cari nònni, / èccomi a
vvoi vicino: / vi àugura il buon Natale / il vòstro nipotino. / Io sòno Mario Frezza, /
bbirbone come 'n zorgetto: /se mmi fate la mancia, / vi dò um bèr bacetto. 2) - sermone
per i genitori (Natale 1931): Mièi cari ggenitori, òggi che ll'è Nnatale bbenedetto / di
diventare bbuòno vi prometto. / Vòglio andar sèmpre a scuòla, / a ccasa vòglio èssere
ubbidiènte: / di fare i capriccetti non vòglio sáper niènte. / Vòglio bbène a ppapà e a
mmamma mia: / se mi date una liretta, sarà la ggiòjja mia (inform. Mario Frezza).
327. Il testo denuncia corruttele in più parti per fraintendimenti (ad es. v. 6: De Maria fu
'ngannato < In Maria fu incarnato) e riduzioni dovute forse ad amnesia. Una versione
completa del canto è pubblicata per l'Umbria da Chini (pp. 31-32, n. I, I pastori a Bete-
lemme).
328. La versione romana, che ha come incipit Bbovi, bbovi, dove andate, differisce nella
prima parte (Zanazzo, Canti, p. 44, n. 113). Molteplici sono quelle raccolte in vari centri
del Viterbese: Civitella d'Agliano (Galli, p. 38, n. 109); Tuscania, con incipit identico,
ma con differente svolgimento, essendo combinata con l'orazione conosciuta come Pa-
dre nostro alla romana (Cecilioni, pp. 220-221); Canepina (Cimarra 1985, n. 268);
Bomarzo (ALP, pp. 262-263, n. 19). Per la Toscana, vd. Fornari (pp. 73-75). In realtà il
sermone natalizio si ispira al racconto della Passione: il Toschi (La poesia popolare re-

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ligiosa in Italia) classifica il testo come 'Passione V'. Una lezione della Sabina: A letto,
a letto me n'annai è pubblicata da La Sorsa (p. 66), il quale la registra come preghiera,
dato che l'avvio contiene formule che i bambini recitano prima di coricarsi; un'altra di
Forano è nella raccolta di E. Cirese (pp. 20-21, n. 55). Una versione marchigiana di Por-
to Potenza Picena, con diversa finale, è in Ginobili (1947, p. 33; 1971, pp. 23-23), un'al-
tra di Città di Castello in Placidi-Polidori (p. 45).
329. È il sermone natalizio tra i più noti e diffusi, che i bambini recitavano durante il ce-
none della vigilia, allo scopo di sollecitare una mancia. La funzione diviene più esplici-
ta, se si confronta il testo romano pubblicato da Chiappini (p. 278, s.v. robba) e da Za-
nazzo (Canti, p. 43, n. 109), dove compare la parte petitiva: Chiedo scusa a llor signori
/ Si ho ddetto qualche errore; / Ma sso' ccose da fanciulli / Nun so' ccose da dottori! / E
non chiedo né oro e né argènto, / Ma un po' dé robba dolce e mmé contènto. Anche la
versione valentanese chiude con una richiesta 'N de sto paese c'è 'na bella usanza / dop-
po ditto 'l sermone se fa la mancia! (Mancini-Luzi, p. 133). Versioni locali sono state
raccolte a: Tuscania (Cecilioni, p. 86, a), Ischia (Nanni, p. 147, n. 1), Canepina (Cimarra
1985, nn. 260-262), Bomarzo (ALP, p. 261, n. 329), Civitavecchia (Gandini, p. 99, n.
212). Per le altre regioni: Marche (Ginobili 1968, pp. 38-39); Lombardia (testo che ac-
corpa anche il n. 330, vd. MSS, pp. 181-182, n. 9.50); Toscana (Cioni, pp. 167-168;
Corsi 1891, pp. 253-254, n. 20); Umbria (Chini, pp. 60-61, n. XII). All'interno di una
comunità contadina, basata su un'economia di autosufficienza, con scarsa circolazione di
moneta, la petizione e il dono rispondono ritualmente ad una funzione propiziatoria be-
naugurale, la cui portata reale e simbolica va compresa nel contesto delle tradizioni pro-
prie dell'inizio del ciclo annuale: ai soldi (così come alla strenna, al consumo delle len-
ticchie e degli acini d'uva passa, alle offerte che si fanno a chi esegue le pastorelle, le
befanate ed altri canti di questua), è annesso il valore di abbondanza e ricchezza: coll'a-
zione del donare, che è legata intrinsecamente all'avere, ci si prefigura e ci si auspica re-
ciprocamente un'anno di benessere e di prosperità.
330-331. Cantilena natalizia, di impianto narrativo, avente ampia diffusione come il n.
329. Per Ischia di Castro vd. Nanni (p. 147, n. 2). Nella lezione romana dopo il v. 5 in-
terviene l'aggiunta: Té do la cioccolata. / Boccuccia 'nzuccherata: / Te do la ciammel-
letta, / Boccuccia bbenedetta: / Te do un ber maritozzo, / Boccuccia senza l' osso (Za-
nazzo, Canti, p. 44, n. 112), che è del tutto identica a quella di Tuscania (Cecilioni, p.
88, e); in quella di Bomarzo (ALP, p. 269, n. 26) interviene la combinazione con un gi-
rotondo. Per alcuni testi marchigiani, vd. Ginobili (1968, p. 36); per altri umbri, vd.
Chini (p. 61, n. XIII) e Santucci (1983, n. 141). Per l'area toscana, vd. Fornari (pp. 69-
71), che riporta anche la notazione musicale, e Cioni (p. 168, n. 668). È tuttavia ipotiz-
zabile una diffusione a livello nazionale, stanti le versioni raccolte in Sicilia (Burgaretta
1982, n. 29) e nell'Italia settentrionale (Tassoni 1964, p. 21).
334-335. Entrambe le orazioni venivano recitate mentre ci si accostava all'altare per ri-
cevere la comunione. Per una versione di Bomarzo, affine al n. 334, vd. ALP (p. 261, n.
13).

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336-337. Anche le due versioni di Nepi presentano alcune differenze: 1- Ggesù quan-
d'èra pìccolo ggiocava / coll'altri fanciulli in compagnia: / ogni pèzzo de legno che
ttrovava / oddio le bbèlle croci che ffaceva! / E la sua mamma glielo domandava: /
perché fai queste croci, anima mia? / Lui gli rispondeva colla grazzia cara: / Qui ci-ha
da riposà la vita mia; / ci-ha da riposà la vita e 'l cuòre, / rama d'olivo e ffiore de viole;
/ ci-ha da riposare la vita e ll'ànima / fiore d'olivo e rama di castagna. 2 - Ggesù
quand'èra pìccolo ggiocava / coll'altri fanciulletti in compagnia: / ogni pèzzo de legno
che ttrovava, / oddio che bbèlle croci che ffaceva! / La mamma lli dice con una grazzia
cara: / che tte ne fai, o ddolce ànima mia? / Qui cci-hò da riposare la vita e ll'arma, /
fiorin d'olivo e la prezziosa parma; / qui cci-hò da riposare la vita e 'l cuore / fiorin
d'olivo e rrami di viòle.
338. Si tratta dell'orazione "Le dodici parole della verità", che risulta ampiamente diffu-
sa, incorporata spesso in favole e racconti, nelle varie regioni d'Italia (per una versione
sabina, vd. Ranaldi 1981, pp. 121-122, nel contesto della storia intitolata San Martino).
Ma essa è nota in tutto l'arco del Mediterraneo, adottata ed adattata nelle debite versioni
dalle grandi religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo). Una variante
arabo-berbera è stata studiata e pubblicata da R. Corso (Varianti arabo-berbere delle
Dodici parole della verità. Napoli, 1939): Uno è Dio, due la notte e il giorno, tra il bal-
dacchino, il trono e la penna, quattro il Pentateuco, l'Evangelio, il Salterio, il Corano,
cinque le preghiere, sei i giorni, sette i sette cieli, otto i portatori del baldacchino, nove
le persone ricordate nella Sura, dieci gli amici del profeta undici i fratelli di Giuseppe,
dodici i mesi dell'anno. Ma alla base della orazione sta un valore più antico, che si rife-
risce all'interdizione dei numeri, una credenza primitiva che valutava come procedimen-
to negativo, come operazione da evitarsi contare uomini, animali e cose. Con l'enumera-
zione si mettevano le forze malefiche nella condizione di accertare e conoscere gli esseri
a cui nuocere. Nella Bibbia si racconta che fu Satana a suggerire al re David di fare il
censimento. Per togliere al numero o al conteggio ogni influsso maligno occorre affian-
care una formula magica. Da questa remotissima credenza sembrano derivare anche le
formule delle conte infantili.
Il testo, come nel caso di Civita Castellana e di Rieti (vd. Gandini, pp. 97-98, n. 207),
ricorre come orazione a sé stante, non senza funzione mnemonica. Infatti E. Cirese in
nota alla versione di Forano (pp. 31-32, n. 78) aggiunge: "preghiere ripetute per fornire
ai bimbi le prime nozioni di dottrina cristiana".
339. Preghiera che le zidèlle, rivolgono al santo catalano Pasquale Baylon, ritenuto pro-
tettore delle nubili, per trovare marito. Una lezione tuscanese è in Cecilioni (p. 99). Per
Roma, vd. Zanazzo (Canti, p. 41, n. 106) Orazione a SSan Pasquale Baylonne pe' trovà'
mmarito; per un testo affine calabrese, vd. Gandini (p. 106, n. 234).
340. Sulla voce biblica cfr. la tiritera di Magliano Sabina: Alleluja Alleluja / u prete se
sguja; per le Marche il proverbio edito da Ciavarini Doni (p. 10): Alleluja, alza la gam-
ba e fuja; per la Toscana quello della raccolta Giusti-Capponi (p. 178): Alleluia, ogni
mal fuia.

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341. Parodie dei versetti responsoriali: "- Vi adoro ogni momento, / o vivo pan del ciel,
gran Sacramento./ - E sempre sia lodato / l'amabile Gesù sacramentato". Il primo distico,
nel quale vengono menzionate tre contrade rurali del comune di Civita Castellana, era
rivolto con allusione maliziosa alle ragazze, qualcuna delle quali, spazientendosi, repli-
cava drasticamente: "e 'a fregna 'vulva' noi 'a damo a cchi cce pare!". Per un raffronto
areale con il secondo distico, vd. Valentano (Mancini-Luzi, p. 135).
Tra la gente del popolo esistono altre parafrasi scherzose di giaculatorie e invocazioni,
come ad es.: Vi adoro ogni momendo / scusate, cassettì, se vvi tormendo (quando si pre-
levano i soldi dal cassetto dove si conservano) oppure: Ggesù Ggesù / m'ì visto 'sta vòr-
da e nu mme vedi ppiù! (riferendosi a commerciante troppo esoso o a persona molesta
per il suo comportamento ineducato o petulante).
342. Una parodia simile è pubblicata in Chini (p. 236, n. IV): Santa Maria - li preti fa'
la spia! / Orapronobbi - lo risu co' li gobbi!
343. Pressoché identico risulta il testo raccolto a Viterbo: Dòmino'n zubbisco. / Apre la
bbocca che tte ce piscio! Sono note altre parodie di versetti latini: Mia culpa, mia culpa
/ quanno vò a Ccastèllo [Castel S. Elia, sede del santuario di Santa Maria ad rupes] pas-
so pa ccurta [= scorciatoia]; il proverbio: Sandificètu-nòmen-dua / a strappato o sacco
e ss'è mmagnata l'ua; il modo: chirieleisò, pòchi sò [scil. i danari].
344. L'iterazione pissi pissi ha valore onomatopeico, per rendere il bisbiglio della pre-
ghiera recitata in tono sommesso. Nella parlata civitonica la forma ha anche valore inte-
riettivo di richiamo (ps!ps!), come ad es. nella locuzione: Pissi de qqua! Pissi de llà! /
Accidèndi alle bbellezze e mmamma che mme le fece!, che serve per ironizzare sulle af-
fermazioni di quelle ragazze che si vantano di avere tanti ammiratori e di attirare l'atten-
zione dei passanti per la loro avvenenza. Vd., per raffronto, la versione canepinese (Ci-
marra 1985, n. 278).
345. Affine è il testo marchigiano pubblicato da Ginobili (1961, p. 88). Si tratta presu-
mibilmente di versi che facevano parte di una favola, riutilizzati per sottolineare, secon-
do un'ottica tutta umana (che non tiene conto della imprescrutabilità della mente di Dio),
come anche la provvidenza discrimina nell'elargire le grazie e nel sovvenire le creature,
non commensurando l'aiuto divino alle necessità di ognuno.
346-347. Lo Zanazzo (Canti, p. 98, n. 190; con relativa trascrizione musicale: n. XX, p.
413) ha pubblicato la versione romana intitolata È mmorto svizzero. Un'altra parodia ci-
vitavecchiese (anch'essa con notazione musicale) è in De Paolis (p. 140, n. 1297): È
mmorto Nìcchero (√: bischero ) / mapì mapò... La parodia ricalca la cadenza musicale
delle marce funebri che vengono eseguite dalle bande musicali di paese.
348-349. L'inform. Ulderico Caroselli ha chiosato: 'a lùccica è 'na spèce de cecarella
che jje lambava 'o culo. Le formule incantatorie o fascinanti, come queste rivolte alla
lucciola (Lampiris noctiluca), sono di diffusione pannazionale: ogni regione ne può for-
nire un notevole repertorio. Per limitare i raffronti al solo Viterbese, vd. per Bomarzo,

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ALP (p. 230, n. 34) e per Canepina, Cimarra 1985 (p. 74, n. 205). In molti testi della se-
zione il modulo d'apertura è costituito dalla geminazione del significante (che designa
l'animale, il fenomeno o l'oggetto) avente valore di vocativo (nn. 348, 349, 350, 353,
354, 355, 357, 358) oppure con uno stilema variato 'forma base + forma alterata' (per lo
più diminutivo) con la stessa funzione complementare (nn. 351, 352, 363). A parte le
implicazioni espressivo-stilistiche, mi sembra che con tale procedimento si intenda re-
cuperare la 'forza ineluttabile attribuita alla parola enunciata', la sua potenza evocatrice e
la sua pregnanza magica, come testimoniano le concezioni primeve della vita e del mon-
do, che ci tramandano le fonti storiche ed etnologiche. La Seppilli (p. 27) aggiunge che
“la parola è ineliminabile, fissa il destino, la sua attitudine ad agire fa intendere la fatali-
tà della maledizione e dell'incantesimo”. Parafrasando l'Addabbo (pp. 109-110) si può
affermare che l'iterazione è il dispositivo che amplifica la potenza dell'ordine, rendendo-
lo in tal modo ineludibile. Con la duplicazione diminutivale poi si attua “un'operazione
di adattamento della realtà al proprio fine: una realtà ostile che si vuole domare viene
presentata come domabile e nella magia la presentazione verbale equivale a realizzazio-
ne fattuale. Inoltre il diminutivo nelle apostrofi è indice di un particolare valore nella
funzione conativa della lingua; è una forma di cortesia, un mezzo per accattivarsi una
realtà che può essere pericolosa; l'apostrofe tende ad essere gentile come primo tramite
di contatto” (Addabbo, p. 116),
350. Vd. analoga formula umbra in Chini (p. 278, n. 3).
351-352. Un inform. (Agostino Armini) ha commentato: Io ci-hò ffatto caso
sa…quanno jje dichi così, 'o fargo pare che tte sènde, 'ngomingia a ggirà, e ggira ggi-
ra…La cantilena si ripeteva quando si scorgeva un rapace (falco, nibbio, poiana che fos-
se) roteare alto nel cielo: vd., per Bomarzo, ALP (p. 230, n. 35); per Canepina, Cimarra
1985 (p. 72, n. 196). Differente è il testo di Capranica (Sarnacchioli, p. 32): Fargo far-
gaccio / famm'un giraccio / fammilo tonno / sinnò ti sponno!
353. Un'analoga cantilena incantatoria è in Zanazzo (Usi, p. 164, n. 120; Canti, p. 34, n.
77): Esci, esci, corna; / fija de 'na donna, / fija de Micchele / che tte do ppane e mmele;
del tutto differente risulta quella di Nepi: Lumaca lumaca, caccia le còrna: / ècco Ma-
dònna, / ècco Filippo, / che tte pòrta pane e cciccio (inform. Salvatore Gabrielli). Nella
parlata di Latera il gasteropodo è designato, forse per credenza magica, con un compo-
sto sostitutivo: 'na magnata de cavacòrna emo fatto l'altra sera!
354-355. La prima delle due formule ornitomantiche è già stata pubblicata in Petroselli
(Vite II, p. 14) con altre due rispettivamente di Marta e di Castel S. Elia. A Tuscania le
ragazze utilizzavano il canto del cuculo per trarre pronostici circa il loro matrimonio:
Cucco-cucco che magni 'l panico: / quant'anni ci ò da fa' pe' trovà marito?; oppure:
Cucco-cucco dalle penne d'oro: / quant'anni devo stà prima de fa' l'oro? (Cecilioni, p.
97). Lo Zagaria aveva pubblicato in precedenza un'altra versione altolaziale non localiz-
zata (p. 52): Cucco, cucco, dal becco d'oro / quant'anni ho a stare per trovare il tesoro?
/ Cucco, cucco, dal becco fiorito / quanti anni ho a stare per trovar marito? / Cucco,

190
cucco dal becco d'avorio / quanti anni ho da stare in purgatorio? Il cuculo è, come la
rondine, uccello foriero della bella stagione. Si dice infatti: 'o cucculo si ppe mmarzo n'è
vvenuto / o è mmòrto o ss'è perduto. Intorno a questo uccello si concentrano alcune cre-
denze, come la convinzione che sia longevo: 1 - camba com''o cucculo, 'o cucculo num
mòre mmai; 2 - guarda 'm bò' quello vècchio, ci-ha 'no spìrito com''o cucculo. Viene
chiamata 'o sputo d''o cucculo la schiuma che gli afidi od altri piccoli insetti parassiti se-
cernono, in primavera, su alcune erbe selvatiche commestibili: 'o sputo d''o cucculo fa
llì dd''a lattucèia, lì dd'i mazzòcchi.
356. Per sfuggire alla cattura, la lucertola (Podarcis sicula, Podarcis campestris) e in
genere i piccoli sauri nostrani, hanno come difesa l'autoctonia della coda, la quale conti-
nua a muoversi ancora per qualche istante dopo il troncamento. Secondo la credenza
popolare, i movimenti convulsi rappresentano le maledizioni lanciate contro chi ha pro-
vocato la caduta (manna i corpi; a Latera con lo stesso processo di personificazione si
commenta: bestemmia), per annullare la cui efficacia i bambini ripetono varie volte la
breve formula apotropaica.
Stesso procedimento oppositivo ricorre quando due bambini (talvolta anche due adulti)
pronunciano contemporaneamente la stessa parola. In questo caso di solito si dice: passa
'n gornuto co' 'e mano 'n zaccòccia e si guarda fuori dalla finestra per verificare se passa
l'inconsapevole cornuto di turno. Ma esisteva un tempo un'altra usanza: l'uno si affretta-
va a dare un pizzicotto all'altro, dicendo: pìzzico a tte, sorpresa a mme!
Abbiamo documentato la credenza relativa alla lucertola (con identica formula) in altre
parti del Viterbese: Nepi, Fabrica di Roma, Bassano Romano, Canepina (dove lo scon-
giuro tutti per te, nullo per me! è rinforzato facendo con entrambe le mani il gesto delle
corna). A Magliano Sabina si replicava più volte: Un gorbu a tte e gnènde a mmé. Per
Villa San Giovanni abbiamo la testimonianza di uno scrittore prematuramente scompar-
so, le cui opere contengono frequenti e puntuali riferimenti alle tradizioni locali, costi-
tuendo una fonte preziosa di notizie (Cignini, La medicina di zia Lola, p. 89): "Non
mozzerete la coda ad una lucertola, perché la bestiola monca invia paralisi e colpi. Se
capita di farlo, ci si può salvare dicendo: Foglia foglia, foglia foglia, / chi li tira li racco-
glia!". Anche ad Arlena si reitera la formula oppositiva: diàvolo a tte / Signore a mmé!
357. A commento della versione romana Zanazzo (Usi, p. 23, n. 17, Pe' ffasse passa' er
singozzo) annota: "bevete sette sorsi d'acqua senza mai aripija' ffiato; e a 'gni sorso dite
all'imprescia all'imprescia [la filastrocca]". Di soli quattro versi è la formula maglianese:
Singhjozzu singhjozzu / 'a còrda du pozzu / 'a rama de l'olìa / singhjozzu va' via. Per la
Teverina, vd. Galli (p. 53, nn. 203-204-205-206); per Canepina, vd. Cimarra 1985 (p.
74, n. 206). A Tuscania (Cecilioni, p. 55) i sorsi d'acqua erano sette, ma la formula do-
veva essere ripetuta per tre volte (entrambi numeri di forte valenza magica). Nel testo
aquesiano la funzione magica si esplicita con la richiesta di trasferimento del singhiozzo
ad altra persona (Amici, p. 10). Per l'Umbria, vd. Chini (p. 71, n. I, 1-2).
358. L'usanza con la formula era conosciuta anche a Tuscania (Cecilioni, p. 51), a Bo-
marzo ( ALP, p. 280, nn. 6-7) e a Bagnoregio (Proietti, p. 101), dove cambiava la chiu-

191
sa: Muro, muro vecchio / dammi un dente novo, / che io te lo dò uno vecchio; e metti-
molo forte / per rosicar le fave toste. Per riscontri nelle aree contermini toscana ed um-
bra vd. rispettivamente Corsi (ASTP, XIII, 1894, p. 483) e Placidi-Polidori (p. 51). L'u-
so di nascondere il dente deciduo ('o dènde da latte) in una piccola cavità del muro o
gettarlo sul tetto non è limitato alla sola Italia: Para que los segundos dientes le salgan
derechos, à un niño, deben tirarse al tejado los que se llaman dientes de leche cuando
éstos se le cae, à los sietes años, diciendo en hacerlo asì: Tejadito nuevo / toma este
diente viejo / y traeme otro nuevo (E. De Olavarria y Huarte, ASTP, IV, 1885, p. 269, n.
38).
359. La formula esecratoria si ripeteva quando si vedeva un uomo, che, al margine di un
campo di grano, orinava sulle spighe. È facilmente riconoscibile un distico in rima, ma
ho rispettato i cola secondo l'effettiva scansione della fonte. Si noti la triplice ripetizione
del verbo 'seccare', a conferma del valore magico del numero tre (la cui sacralità ritorna
nel Cristianesimo: la trinità, i tre giorni della passione e resurrezione di Cristo, i tridui di
preghiera in onore dei santi ecc.). In effetti i numeri tre e sette (con i relativi multipli),
ma più in generale i dispari, sono considerati dotati di maggior potenza rispetto a quelli
pari e ricorrono in proverbi, formule, incantesimi e riti: "il dispari era caro agli dei"
(Virgilio, Eclogae 8.76). E Plinio il Vecchio conferma "Cur inpares numeros et omnia
vehementiores credimus...(N.H., l. XXVIII).
360. La formula esecratoria, secondo gli informatori, si recitava quando si vedeva una
persona defecare. Per la scansione vale quanto detto nella nota precedente, stante anche
l'identico modulo strutturale. Il quarto verso presenta una variante arcaica: che tt'arrajji,
forma verbale, nella quale, se non si tratta di eufemismo attenuativo del tipo arràschite o
ammàppite, è possibile riconoscere una reliquia dell'esito j < BJ (cfr. il romanesco anti-
co aio 'ho' < HABEO).
361. Formula di giuramento che si richiede ai compagni di gioco (Di': ggiuro!), quando
si dubita che non rispettino le regole o che non dicano la verità. Lo stesso procedimento
si utilizza anche a Valentano (Ghiringhiringola, p. 55): 1 - Giuro, giuro ferro / cchi ddi-
ce le bbucie va all'inferno; 2 - Giuro, spergiuro / un topo su ppe 'l culo / mezzo fòra e
mezzo drento / ecco fatto 'l giuramento; un altro testo affine è in uso tra i bambini ad I-
schia di Castro (Nanni, p. 140, n. 3): Giuro, spergiuro / cento ghiavele / su pel culo. /
Cento fora / e cento drento: / ecco fatto 'l mi' giuramento. A Cave (RM) il giuramento è
più semplice: Lo giuro, lo giuro, / con la mano sul muro.
362. Nella prima intervista l'inform. Fausto Mancini, a proposito dell'utilizzazione del
testo, aveva commentato genericamente che la 'formuletta' si recitava prima di pulire un
oggetto o un attrezzo di ferro ricoperto di ruggine. Nell'ultimo controllo effettuato,
quando ormai il volume era prossimo alle stampe, di fronte ai dubbi espressi dal ricerca-
tore sull'esattezza di siffatta interpretazione, la fonte si è corretta, precisando che si trat-
tava invece di un proverbio usato in due situazioni: 1 - come espressione di noia o di
stanchezza, quando il locutore interrompe un lavoro che non gli riesce e che prevede va-

192
da troppo per le lunghe; 2 - quando il locutore ribatte ad altra persona che il lavoro da
effettuarsi non è di sua competenza e che non ci si deve aspettare da parte sua aiuto o
collaborazione (= 'se pensi che spetti a me fare il lavoro o che io ti aiuti, ti sbagli davve-
ro! Allora ti dico che rimane tutto come sta!')
363. La formula è incompleta. L'informatore non ricorda più in quale situazione o per
quale funzione venisse utilizzata.
364. La scherzosa formula divinatoria viene recitata dai bambini per sapere se i compa-
gni o le compagne di gioco ricambiano la loro simpatia: toccandosi ad uno ad uno prima
i diti della mano sinistra, poi quelli della destra rispettivamente con l'indice dell'altra
mano, scandiscono la formula. Il responso sarà dato dal dito su cui terminerà l'ultima sil-
laba: sarà positivo solo se le giunture dell'arto stesso, tirato con forza, produrranno un
leggero scricchiolio. La Gandini (p. 49, n. 101) ha pubblicato una versione di Pistoia, at-
tribuendola alla sezione "Le mani-le dita": Hai tu penna e calamaio? / Hai qualcuno
che ti ama? / Sai tu dir come si chiama? / Se quell'uno t'amerà / questo dito scrocchie-
rà. Per l'Umbria, vd. Placidi-Polidori (p. 115).
365-366. L'informatore Giovanni Giacomini, ha chiosato: coll'èrba sanda se jjamava,
oppure èrba dell'amore. A Bomarzo identici risultano la formula e il procedimento an-
tomantico (ALP, p. 279, n. 2). Una diversa chiusa presenta la formula della Sabina:
Fammela dolorosa e puzzolente / da facce venì il prete con la gente (Ranaldi 1983, p.
50). L'uso era noto anche nelle Marche: "In quel di Senigallia si crede ancora al prono-
stico dell'erba dell'amore; un'erba grassa somigliante alla lupinella che, in primavera,
cresce tra il grano. Si prende una foglia, si mastica indi si applica ad un braccio e bat-
tendovi sopra con le dita perché vi aderisca e il succo penetri nella pelle si canticchia:
Erba, erba dell'amore / se mi vuol bene, fammi un fiore / se mi vuol male, fammi un ro-
sa / o una bòja (vescica) che mi cocia. Dopo qualche ora, si vedrà sul braccio forte ar-
rossamento che sarà interpretato fiore oppure rosa" (Ginobili 1963, pp. 116-117). Nelle
Marche (Spotti p. 52) l'erba d'amore designa la "leguminosa ornithopus scorpioides, piè
di corvo, erba d'amore". L'identità è confermata dal DEI (II, p. 1509, s.v. erba), che con-
sidera la voce erba d'amore propria dell'area toscana, marchigiana e abruzzese. A Civita
Castellana un'informatrice ultrottantenne l'ha invece identificata con la rogna 'erba ca-
lenzuola' (Euphorbia helioscopia).
369. Del tutto simili sono i testi di Pistoia (Gandini, pp. 126-127, n. 294), Città di Ca-
stello (Placidi-Polidori, p. 51), Capranica (Sarnacchioli, p. 35), Vasanello (Fuccellara-
Filesi, p. 95), Canepina (Cimarra 1985, n. 214). Simile nell'avvio la cantilena di Tarqui-
nia, che ha uno sviluppo più articolato (Blasi, p. 208)
370. In molte regioni è diffusa una cantilena tetrastica, che i bambini cantilenano quando
cominciano a cadere le prime rade gocce di pioggia: vd. la versione romana in Zanazzo
(Canti, p. 27, n. 51): Piove, piovìccica / La vecchia s'appìccica: S'appìccica a 'na co-
lònna, / Quant'è bbrutta quela donna! I testi di Bomarzo (ALP, p. 226, nn. 10-11), Ca-
nepina (Cimarra 1985, n. 213) e Tarquinia (Blasi, p. 208) hanno identico incipit, ma di-

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verso sviluppo (viene citata la vecchia, termine nel quale è da riconoscere la figura della
strega). Differente è anche quello di Nepi: Piòve piovìccica / lo lèpre se 'ppìccica, / se
'ppìccica là la Massa, / curi, nònno, che tte 'cchiappa (inform. Salvatore Gabrielli). Per
un altro marchigiano, vd. Ginobili (1968, p. 108).
371-373. Cfr., oltre a quelli di Bomarzo (ALP, p. 228, n. 21) e di Canepina (Cimarra
1985, n. 212), i testi affini pubblicati da Chini per l'Umbria (p. 234, n. XXI) e da Gino-
bili per le Marche (1961, p. 86). Pentecana e sovrana sono nomi sostitutivi per 'vulva',
secondo un traslato eufemistico che ricorre anche nei modi di dire: Pòvera me come sò'
rridotta: sènza quatrini e lla signora rotta!
374. Un altro informatore, Mario Frezza, ha fornito la variante: Tira tira tramundana /
alle dònne jje se arza la sottana / ce ne 'nnamo llì dda Mendana / ce famo 'na bbazzi-
chetta / ce sfregnamo tutta 'a paghetta.
377. Sui nomi di Annibale e di Asdrubale anche a Civitavecchia gli alunni delle scuole
elementari si divertivano a cantilenare il nonsenso: Annibbale Asdrubbale ciaveva 'n au-
tomòbbile (De Paolis, p. 42, n. 394).
379. Viene impiegato più spesso come proverbio per moderare l'impulsività e l'impa-
zienza dell'interlocutore. A Roma si combina con un altro testo sulla calma (Cibotto-Del
Drago, n. 221): Adacio Biacio: Roma mica se frabbicò tutt'in un botto. Un esame più
puntuale dell'espressione è svolto a commento del n. 270.
381. Lo Zanazzo (Canti, p. 80, n. 160) pubblica, nel contesto di una canzocina dileggia-
tiva, una quartina affine: Mariannina, famme lume, / Ciò 'na purcia in d'un'orecchia, /
Me sé magna ér tenerume, / Mariannina, famme lume! Una versione marchigiana, con
medesimo avvio, è in Ginobili (1971, p. 47): Carolina famme lume / che me pizzica un
calcagnu / me fa tantu rosume / Carolina, famme lume. Per l'Umbria, vd. Placidi-
Polidori (p. 41).
382. In una variante si adopera anche l'antroponimo Gioconda: La sòra Ggioconda / ar-
za la gamba e ssòna la tromba.
383. Una formula di Tuscania con avvio identico è edita da Cecilioni (p. 76, d). La tiri-
tera è polifunzionale: viene utilizzata sia per celiare le donne di nome Domenica, sia per
esprimere il proprio disappunto per le cose ripetute alla nausea (cibi, vestiti, situazioni
ecc.). La versione di Roma è in parte differente: Tiritùppete, Menica mia, / Tutti li
ggiorni so' maccaró'. / E lo bbrodo lo bbutto via, / Tiritùppete, Menica mia! (Zanazzo,
Canti, p. 37, n. 89) e ricorre come ultima strofe nella canzone Tiritiriritombolà (Zanaz-
zo, Canti, pp. 89-90, n. 176).
390. Sostanzialmente identica la tiritera di Bomarzo (ALP, p. 229, n. 28).
391. Cfr. in Gandini (p. 274, n. 662) la filastrocca sarda di Calangianus Luisé son le tre,
usata dai bambini per un gioco ad eliminazione.

194
396. A Civita Castellana la tiritera è autonoma. A Roma costituisce invece la parte con-
clusiva di una filastrocca (Zanazzo, Usi, p. 336, n. 54, nota 2). Diversa nella finale la
versione maglianese: Ggiovanni, Ggiovanni, / co' li carzoni bbianghi / co' la pezzetta 'n
culu / scurizza come 'm-mulu, con la quale concorda quella di Bomarzo (ALP, p. 230, n.
30).
399. Originariamente la tiritera doveva essere inserita in un favoletta oscena, che aveva
come protagonisti un prete e una donna. Un'altra fonte (Laura Boccini) ha fornito la va-
riante con il dialogo: - La sòra Laura bbèn gombòsta / lo sò io quando me còsta! / - E io
che nnon ebbi né bborza e nné bborzière / il culo me servì da cannelière.
401-402. Il testo ricalca una canzonetta romana pubblicata da Zanazzo (Canti, p. 81, n.
162) col titolo 'La servetta'.
404. Una versione viterbese (inform. Attilio Carosi) si ripete a commento quando il
bambino viene preso a sculacciate: Oppe oppe / Ggiggi colle chiappe: / mamma jje l'ha
ffatte / e bbabbo jje ll'ha rrotte.
405. Vd., per un utile raffronto, la tiritera marchigiana: Luisci co li carzitti lisci / co lu
stoppacciu llà lu culu / cargia comme un mulu (Ginobili 1956, p. 43).
406. Viene utilizzata una parte della conta n. 505.
407. È la parodia della formula, con la quale il sacerdote invita gli sposi, quando con-
traggono il matrimonio, ad esprimere pubblicamente il loro assenso. Del tutto simile il
testo di Graffignano pubblicato da Galli (p. 26, n. 65). Per un'attestazione toscana, più
precisamente di Camaldoli, risalente al secolo scorso, vd. Siciliano (p. 430).
409. Cfr. versione di Carbognano: Margherita fa 'o pa' / tutt''e mosche vanno llà. / Ce
n'è una più ardita / pìzzic(a) e mmózzica Margherita.
411. Assume talvolta la forma di chiapparello: - Maria.../ - Chi Mmaria? /- 'A sorèlla
d''a miccia mia! Sull'antroponimo, che risulta tuttora molto diffuso sia nella forma sem-
plice che in combinazione con altri (Maria Assunta, Maria Grazia, Anna Maria, Maria
Giovanna), ho registrato altrove (Torre Alfina) quest'altro chiapparello: - Me chiame la
Maria? / - Chi Mmaria? / - Quella che ppòrta la mmèrda 'm pizzicaria!
412. Tranne l'antroponimo risulta del tutto identica al n. 395. Nelle Marche una tiritera
con lo stesso spunto serve a dileggiare i bambini di nome Antonio: Andò', quello che
vede vo', / si vede 'na cacata / ne vo' 'na cucchiarata (Ginobili 1956, p. 43). A Caprani-
ca (Sarnacchioli, p. 52) assume la forma di proverbio: Vovò: quillo che vede vò.
415. Per un analogo testo marchigiano, vd. Ginobili (1971, p. 48).
417. Nei centri rivieraschi del Lago di Bolsena e in quelli dell'immediato entroterra la ti-
ritera non è riferita all'antroponimo, bensì all'omonimo paese di Marta (BlasPop n. 663).
Il blasone popolare trova riscontro in altri testi della stessa raccolta, che sembrano allu-
dere ad antiche e mai sopite rivalità con i comuni limitrofi e alla composizione di liti re-

195
lative ai confini territoriali (BlasPop nn. 82, 845) ovvero a particolari usi nuziali in vigo-
re nei secoli passati (consumazione del matrimonio e conseguente convivenza more uxo-
rio senza la formalizzazione di rito e la relativa registrazione dell'atto?): Capodimonte,
Valentano e Marta, / tutte le donne pijjono marito, / lo strumento lo fanno senza carta, /
Capodimonte, Valentano e Marta (BlasPop n. 605); Capodimonte, Valentano e Marta
fanno lo sposalizio senza carta (BlasPop n. 1952).
418. Cfr. la versione pubblicata da De Paolis (p. 10, n. 121: "Cantilena parodistica del
dialetto romanesco e dei civitavecchiesi che si atteggiano a romani assumendone la par-
lata: All'osteria de Massimo / magnassimo e bevessimo / e poi ce riposassimo / e quan-
no ce svegliassimo / le botte che ci dassimo / perchè ci ritrovassino / all'osteria de Mas-
simo). Un'altra di Allerona è riportata da Mattesini-Ugoccioni (p. 67, s.v. bbé). Simili
combinazioni di rime ed assonanze proparossitone compaiono già nel poema eroico-
comico “Meo Patacca” del Berneri (fine XVIII sec.): nella chiusa di un'ottava (c. III, ot.
23) ritorna addirittura lo stesso antroponimo 'di quel signor che fu tre volte Massimo'.
Nella parlata civitonica le forme verbali del registro arcaico sono tuttora sporadicamente
usate in locuzioni scherzose (Si arrivàssivo prima, magnàssivo co' nnoi, 2^ pers. plur.
del congiuntivo impf. con concrezione dell'elemento pronominale -vo, attestata nel ro-
manesco a partire dagli inizi del XVI sec.), in proverbi (Si ognuno ce 'mbicciàssimo per
zene / sarèbbe um monno de felicitane) o come esempi per caratterizzare, in maniera
approssimativa, la parlata di un tempo (1 - Pettinétela, pettinétela... che stanòtte Queri-
no jje spascia 'o ciuffo. 2 - Nun gurrete che ssi ccaschete ve rruinete inzinènde che
ccambete, con metaplasmo di coniugazione).
421. L'antroponimo è utilizzato, per esigenze di rima, anche in un paragone eufemistico
per alludere copertamente al coito: faceva come Nnicòla, / dendro e ffòra.
422-423. È conosciuta anche una variante diversa nei primi due versi: Nicolò che nnico-
lava / fra le bbraghe se cacava ecc. A Faleria la cantilena suona: Nicolino Nicolò / sulle
bbrache si cacò / si nnun èra la sorèlla / se cacava le bbudèlla.
427. La tiritera, che è nota in molti centri del Viterbese, è comunemente limitata ai primi
due versi. Il testo di Bomarzo differisce nei vv. 3-4 (ALP, p. 230, n. 29); anche un altro
di Nepi, in registro italianizzante, varia nella finale: Sarvatore sarva tutti / sarva l'ànimo
dei prosciutti. / I prosciutti vanno a ggalla / Sarvatore ggiòca a ppalla.
428. Il termine aroplano, che fornisce un preciso indizio cronologico, indica con intento
satirico l'abbigliamento demodé, indossato dalla signora Sinforosa: un cappello a larghe
falde e un falpalà con lembi svolazzanti. L'effetto comico della tiritera si basa su un'anti-
tesi: nonostante il velocissimo mezzo di trasporto di cui disporrebbe, la donna, a causa
forse degli anni e degli acciacchi, incede con un'andatura tarda e lenta.
431. Cfr. l'analoga formula maglianese: Rosciu marpelo / schizza veleno / male pagnòt-
te, / più bbruttu da mòrte; e l'altra marchigiana, quasi identita, edita dal Ginobili (1961,
p. 94). In realtà nella mentalità comune la persona dalla capigliatura fulva o rossiccia,

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come quella mancina, in quanto appartenenete ad una minoranza deviante (si pensi al
timore del diverso, al valore negativo di bàrbaros nella cultura dell'antica Grecia) è con-
siderata essere anomalo, quindi temibile, dotato di occulti poteri malefici, che occorre
esorcizzare. A rinforzare la credenza interviene l'ambivalenza del colore (non bisogna
dimenticare che il rosso simboleggia sì l'amore e il fuoco, ma anche il sangue e il diavo-
lo).
432-433. Le due tiritere si ripetevano per dileggiare i bambini, che se la facevano ad-
dosso, perché avevano un'attacco di diarrrea o perché non possedevano ancora il
controllo dello sfintere anale.
434-435. Tiritere dileggiative di persone che hanno il naso prominente o di notevole di-
mensione (dial.: bìfara, nasca, pèpara, peperó'; ital.: nappa).
437-440. Per prendersi burla dei bambini ipernutriti, paffuti e grassocci, che avevano
difficoltà nei movimenti: camminavano in modo goffo ed impacciato, correvano in mo-
do disarmonico ed affannoso ecc. In forma identica ricorre a Bagnaia (Pierini I. e F., p.
118). Si usa anche per effettuare il gioco della pallamuro, accompagnando il lancio. Su
tòzzo era diffuso, soprattutto tra i ragazzi, il chiapparello osceno: - 'O sai chi hanno car-
cerato? Tòzzo! / - Chid'è Ttòzzo? / - 'O fratèllo de 'sto cazzo! Così come è frequente ad
una certa età il ricorso ad espressioni disfemiche, legate alla sessualità o alla parola bas-
sa, attinente alle sfere fisiologica e alla scatologica, sentite sì come allusioni maliziose,
ma pure come componenti del gioco verbale. Vd. a riguardo quest'altro chiapparello: -
'O sai chi è mmòrto? Peloroscio! / - Chi Ppeloroscio? / - Quello che cci-aveva 'o cazzo
moscio; oppure la filastrocca sulla defecazione: Un omminetto bbasso bbasso / che cca-
cava sopra 'n zasso; / e ppe' ffalla ppiù ppulita, / se puliva er culo co' ddièci dita (in-
form. Agnese Rosella).
441. Fino a primi anni Cinquanta, quando le malattie del cuoio capelluto erano ancora
diffuse tra i bambini, un sistema di prevenzione era appunto quello di raparli a zero, per
garantire una migliore igiene della testa ed evitare eventuali forme di infezione (croste,
scabbia, pediculosi). Un'identica cantilena dileggiativa è diffusa a Civitavecchia (De Pa-
olis, p. 118, n. 1065), Bagnaia (Pierini I. e F., p. 118), Bomarzo (ALP, p. 229, n. 25). La
versione romana, pubblicata da Zanazzo (Canti, p. 19, n. 25), è difforme nei primi quat-
tro versi e nella finale. Un testo affine abruzzese è edito da Gandini (p. 204, n. 505), uno
marchigiano da Ginobili (1956, p. 40; 1971, p. 46), un altro umbro da Placidi-Polidori
(p. 40), un altro dell'Amiatino da Fatini (p. 141, s.v. zucca pelata). A Capranica sono
diffusi due testi (Sarnacchioli, p. 37), di cui il secondo, avvio a parte, risulta differente.
Altre versioni più articolate sono pubblicate in MSS (p. 35, n. 1.91; pp. 69-70, n. 4.34).

442. Si ripeteva con intento canzonatorio ai bambini, che consumavano il cibo (la me-
renda era spesso costituita da una fetta di pane condita con olio e sale) senza badare a
non sporcarsi e rimanevano con la faccia imbrattata di unto o di sugo.

197
443. La fonte ha commentato che si cantilenava alle bimbe, quando non si volevano ve-
stire. I versi finali ricompaiono nel n. 402.
444. Si ripete per celia alle bambine civettuole. Altre attestazioni nell'area: Roma
(Chiappini (p. 409, s.v. ciovetta; Zanazzo, Canti, p.19, n. 26), Teverina (Galli, p. 35, n.
90), Tuscania (Cecilioni, p. 77, n. 2), Tarquinia (Blasi 1986, pp. 212-213). Diversa la
finale nel testo di Canepina (Cimarra 1985, p. 70, n. 190) e di Torre Alfina: La ciovetta
sul barzòlo / fa ll'amore col pizzicaròlo / 'l pizzicaròlo jje dette um bacio / e la ciovetta
se lecca 'l naso.
445. In altre raccolte, ad es. quella di Bagnaia, il testo è annoverato tra i proverbi (Pieri-
ni I e F., p. 113).
448. A Roma compare in una quartina a rima baciata (Zanazzo, Canti, p. 37, n. 90): Mo-
je e mmarito, / Col culo cucito: / Cucito co' ll'ago, / Marito imbriàgo!
449. Nella versione di Bomarzo cambia il 3 v.: e ss'è ffatta male d'un òcchio (ALP, p.
229, n. 24). Identica quella di Canepina (Cimarra 1985, p. 92, n. 250); un'altra versione
non localizzata (Bartolozzi-Migliori, vol. II, p. 498, n. 10) coincide per i primi quattro
versi.
450. Il primo verso, reiterato in chiusura, è costituito da una serie di espressioni sostitu-
tive di forme disfemiche o blasfeme. La tiritera, come quella che segue, costituisce un
esempio di filastrocche cosiddette scatologiche, che di frequente si ritrovano nel lin-
guaggio e nel folclore infantile.
453. Per Roma vd. Chiappini (p. 274, s.v. ride): Ride, ride ché mamma a fatto li gnoc-
chi. A Capranica, nella stessa situazione, si dice: Ride ride, che mamma ha fatto i gnoc-
chi! cu sapó! (Sarnacchioli, p. 47). Al contrario a Tarquinia a chi piangeva troppo si di-
ceva per celia (Blasi, p. 200): Piagne, piagne moccolò / che la mamma te fa li gnocchi
cor sapò / piagne, piagne moccolò.
454. Nel testo si imita il registro civile come se si sforzasse di scrivere in italiano una
missiva ad un imprecisato compare. In realtà si gioca sulla parola "compare", che nei
dialetti centro-meridionali, oltre a quello di 'padrino di battesimo', può assumere anche il
significato generico di 'amico', per sfumare ironicamente l'ingiuria, come nella seguente
quartina: Caro combare, te vòjjo 'nvità a ccena: / te vòjjo fà li gnòcchi, nun ci-hò 'a fa-
rina; / te vòjjo 'pparecchià, nun ci-hò'a tovajja; / te vòjjo 'ffettà 'o pa', 'o curtèllo nun
dajja.
455-456. Il primo verso con iterazione è funzionale alla rima, ma forse cela un riferi-
mento allusivo: con-colina può richiamare mediante bisticcio 'con (il) culo'. Un analogo
procedimento sembra essere alla base anche della tiritera successiva: Peruzza peruzza,
dato che il sostantivo pera in civitonico, come nel romanesco (cfr. testo precedente e l'e-
spressione eufemistica: Ma va ffà pera!), significa con anfibologia oscena 'peto, vento

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intestinale'. Quando una persona faceva un rutto o una flatulenza, si diceva: Alla faccia
della Spagna / chi ll'ha fatta se la rimagna!
459. Analoga cantilena su Cristoforo Colombo è stata edita dal De Paolis (p. 116, n.
1056) per Civitavecchia: Cristoforo Colombo / cor naso de piombo / la testa de rame /
che mmagna er zalame (√: gridava: Ciò ffame).
460. Si usa anche, combinato talora con il testo che segue, per eseguire semplici movi-
menti ritmici con le gambe: si inizia a piedi uniti che, scandendo il primo emistichio,
prima si divaricano, poi si riportano in posizione di partenza. A Valentano la tiritera ac-
compagna lo stesso gioco: "I bambini saltellano allargando e unendo le gambe alternati-
vamente" (Ghiringhiringola, p. 46, n. 2). Anche in Veneto è usata per eseguire un sem-
plice ballo: A la larga, a la streta, / Pinochio in bicicleta, oilì, oilà - Pinochio l'è cascà
(MSS, p. 319, n. 16.6). Per una corrispondente forma umbra, vd. Placidi-Polidori (p. 30)
464. Un testo di Roma, del tutto simile, è annoverato tra le conte da Gandini (p. 300, n.
774); per un altro di Capranica, vd. Sarnacchioli (p. 38).
465-466. Le due tiritere venivano usate in situazioni simili, per gabbare la credulità al-
trui: la prima di recente adozione (anni 1960-1970), quando si traeva in inganno un coe-
taneo, comunicandogli una notizia inventata, a cui egli ingenuamente mostrava di prestar
fede; la seconda quando il coetaneo veniva sollecitato a voltarsi con un'espressione cari-
ca di apparente meraviglia (guarda um bò' chi [√: che] cc'è!) e quando lo faceva, consta-
tava che si trattava solo di uno scherzo.
467. Talvolta un bambino durante il gioco, perché riceveva un colpo involontario e mal-
destro oppure perché simulava (non volendo sottostare alla penitenza prevista o assume-
re un ruolo a lui sgradito), si accasciava al suolo come se fosse stato preso da un im-
provviso malore. Qualcuno dei compagni più compassionevole lo soccorreva. Qualcun
altro, più smaliziato, intuiva la finzione o la lievità del danno e allora intonava per celia
la tiritera
468-469. Le tiritere si utilizzano per canzonare i ragazzi che subiscono una sconfitta nel
gioco. L'iterazione ori-ori! del primo può svolgere la stessa funzione anche da sola. Una
formula identica al n.469 ricorre a Roma (Chiappini, p. 407, s.v. cerasa). Cfr. espressio-
ni analoghe, come questa di Capranica (Sarnacchioli, p. 47): Va su 'n casa, che mammi-
ta ti coce l'ovo su pu spito.
470. Della tiritera che serve per dileggiare i bambini che perdono tutto al gioco (cfr. le
forme dialettali correnti, che hanno come base il verbo 'pulire': m'hanno mannato pulito;
m'hanno pulito 'e saccòcce; m'hanno pulito come 'n dordo; sò' ppulito come 'n òsso de
prunga), ho potuto registrare due avvii differenti: 1 - La ròsa e lla candata...; 2 - La lò-
dola candava... Nel secondo caso si tratterebbe della interpretazione del verso degli uc-
celli (cfr. il wellerismo: 'a ciuetta fa: tutto io! tutto io!), come conferma il testo dell'A-
miatino (Fatini, p. 37, s.v. ciulì-ciulì-ciulai): Ciulì ciulì ciulai, avevo un poderino e

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quello me ciulai, ciulì ciulì ciulai, la lodola cantai. Per altri contesti o favolette, in cui il
verso degli uccelli viene inteso come segnale (tradotto in corrispondente messaggio lin-
guistico) per effettuare i lavori stagionali, e i relativi rimandi letterari, soprattutto all'o-
pera del Pascoli, vd. Petroselli (Vite II, par. 184) e ALP (pp. 151-152). In aggiunta un
esempio significativo si può desumere dalla prefazione dei “Primi Poemetti”: “E quel
fringuello che canta da vicino il suo francesco mio e il suo barbazipio, non è stato sem-
pre così vicino? [...] Quelle verlette (son venute da poco a portare il caldo), quelle cani-
parole (vennero quando c'era da seminar la canapa; vennero a dirlo ai contadini), che
sembrano ninnare i loro nidiaci con una fila di note sempre uguali; [...] gli sgriccioli che
... Parlano romagnolo? Dicono magnè, magnè, magnè!”.
471-472. I due testi, di cui il secondo presenta forma dialogica, venivano ripetuti dalle
bambine, quando bisticciavano e si tenevano il broncio. Erano accompagnati l'uno con
boccacce e smorfie, l'altro con il gesto delle corna.
473. Frammento di una filastrocca cumulativa con aggiunte successive nel contesto di
una favola, come si può desumere da Madonna Piccinina (M. Menghini, Favole roma-
nesche, in 'Il volgo di Roma'. Roma, E. Loescher, II, MDCCCXC, pp. 141-159; ora in
"Da Rugantino a Ghetanaccio”. Feste, canzoni e tradizioni romane - Il volgo di Roma.
Roma, Gli Antipodi, s.a.) oppure da Ragno e Sarciccia e Purcia e ppidocchio (Zanazzo,
Novelle, III, pp. 33-34; IX, pp. 64-67).
474. Il testo, banalizzato in una canzonetta fox trot di Consiglio-Panzeri, è riportato dal
Chiappini (p. 191, s.v. maramao). Lo Zanazzo (Canti, p. 426, nota 63) riconnette la pa-
rola maramao ad un personaggio storico: "Si suppone ricordi un Maramaldo o Maromao
che, al sacco di Roma datovi dal Borbone, faceva parte di quelle orde ispano tedesche".
In realtà il presunto antroponimo deriva dalla fusione del grido di dolore 'Amara me!' (si
pensi alle condizioni di emarginazione sociale e di solitudine in cui un tempo erano con-
dannate le donne che perdevano il marito; non è un caso che nel Meridione, per designa-
re la vedova, si usi il termine cattiva) e nel testo si può riconoscere la degradazione a li-
vello infantile dell'antichissima forma di pianto rituale, noto in Abruzzo come Mara
maje! La formula iniziale è documentata anche per Roma, vd. "maro lui, mara lei Pove-
ro Lui! Povera Lei! Espressioni usate dagli Ebrei, e spesso anche dal volgo dei cristiani"
(Chiappini, p. 193 s.v.). Commentando una lezione abruzzese del pianto funebre per la
morte di carnevale, il Toschi annota (p. 319): "Tra le varianti più significative è quella
che nel primo verso comincia così: Maramao perché sei morto? In molti paesi ove il si-
gnificato della parola maramao non viene compreso, si dice anche marameo quasi come
sberleffo di Carnevale, o genericamente a qualcuno: ma non v'è dubbio che maramao o
marameo, è la parola iniziale dei canti funebri dell'Italia centrale e vuol dire amara me,
povera me”. La canzoncina ha un'ampia diffusione: vd. MSS (p. 28, n. 1.50) per la To-
scana; Placidi-Polidori (p. 42) per l'Umbria; Ginobili (1956, p. 45) per le Marche.
Ritengo che il v. 3 non debba considerarsi un'aggiunta, magari scherzosa o parodistica,
dovuta a rielaborazione del testo per il diverso uso carnevalesco, ma elemento origina-
rio, se si considera l'importanza dell'orto e dei suoi prodotti in un'economia di sussisten-

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za. Una conferma indiretta viene da un lamento funebre di Amatrice, pubblicato da E.
Cirese (p. 8, n. 27, vv. 7-8): Maritu miu, perchè te sì mortu / co tanta robba che hai
messo jo all'ortu....
475. Cfr. versione civitavecchiese in De Paolis (p. 13, n. 168).
476. Vd. testo napoletano, usato come conta, ed un altro di San Leonardo (CH) in MSS
(p. 123, n. 5.276; p. 417, n. 22.37).
477. Nella tiritera si può cogliere una allusione oscena (chi la recita fa di solito una si-
gnificativa pausa alla fine del v. 2). A Magliano Sabina l'avvio è costituito dall'iterazio-
ne di un antroponimo: Sora Lalla, sora Lalla / morì sènz'assaggialla / 'a pizza co' zzib-
bibbo calla calla. Differiscono quelle di Bomarzo: Tiritalla tiritalla / pprète sòna la
sèrva bballa / e la chiappa pi ccotozzo / pprète sopra la sèrva sotto (ALP, p. 227, n° 16)
e di Torre Alfina: Tiritalla tiritalla / 'l prète sòna, la sèrva bballa. / Se jje ggira la car-
riòla / 'l prète bballa, la sèrva sòna. / Se jje ggira la bbizzarria / 'l prète bballa, la sèrva
va via. Per la versione di Canepina, vd. Cimarra 1985 (n. 249). Gli ultimi quattro versi
ricorrono anche in una raccolta marchigiana (Ginobili 1961, p. 93). La Gandini ha pub-
blicato una versione della Basilicata: Taràll e taralle / u prévete sone a sèrev abballe / e
se non z'abballe bone / u prèvet abballe a sèreve sone (pp. 174-175, n. 411). Il Chini
per l'Umbria pubblica due testi separati (p. 234, n. XX, Il prete e la serva; n. XXII, Va-
gheggino sfortunato).
479. Per Civitavecchia, cfr. la cantilena Cicirinèlla ciaveva 'na vacca (De Paolis, p. 100,
n. 932). La Gandini pubblica una versione senese più lunga, che incorpora anche la no-
stra quartina (p. 158, n. 479); Ginobili un testo marchigiano affine (1968, p. 84). L'an-
troponimo varia secondo le località: a Capranica Cincirimpillo, Cincirimpella (Sarnac-
chioli, p. 36), a Vasanello Cinvirincella (Fuccellara-Filesi, p. 92), a Bolsena
Dirindindella céa na mula (Casaccia, p. 69). Spunti affini contengono un testo umbro
(Chini, pp. 261-262, n. IX) ed un altro marchigiano (Ginobili 1956, p. 40).
480. È evidente l'allusione scherzosa allo sviluppo puberale delle ragazze, che segna il
passaggio dall'infanzia alla maturità sessuale. Il Rolandi nelle aggiunte al Vocabolario
romanesco (p. 518, s.v. trallallero) annota: "Scherzoso accenno come ad una canzonci-
na, cui spesso si fa seguire un secondo verso in assonanza: Er carciofolo ha mmesso er
pelo". Lo Zanazzo (Proverbi, p. 165) riporta: Tiritùppete la lallero, / er carciofolo ha
messo er pelo: / e l'ha messo d'avantaggio / fora aprile e drento maggio. Simili a que-
st'ultimo le tiritere di Tarquinia (Blasi 1983, p. 122) e di Bomarzo, che si riferiscono al
pieno sbocciare della primavera: Trallalallero trallalallero / lo scarciòfo l'ha messo
ppelo / si la ròsa pija vantaggio / fòri aprile e ddentro maggio (ALP, p. 229, n. 23). Più
articolata quella di Faleria: Ecco maggio ch'è ffiorito / sò' ttre ggiorni che ll' hò sappu-
to; / l'hò ssaputo su cco' 'm pero / lo carciòfolo ha messo lo pelo / lo porchetto ha dato
vantaggio: / fòri aprile e ddendro maggio.

201
481. Il testo, che presenta la veste di indovinello, è stato recitato come filastrocca in rife-
rimento a persone, che, quando piove a dirotto, se ne stanno ben riparate senza bagnarsi.
482. Il Ginobili (1956, p. 16) pubblica una filastrocca marchigiana più articolata che
presenta alcune affinità negli ultimi 6 vv. Nel nostro caso sembra trattarsi di versi scor-
porati da una favoletta, riutilizzati dai bambini per accompagnare smorfie e boccacce in
segno di irrisione.
483. L'iperbolica minaccia serve per far intendere all'interlocutore che non si tollerano
soprusi e che si è pronti a passare subito a vie di fatto e a mollargliene due. Le espres-
sioni trovano corrispondenza in forme proprie del parlato: co' 'no schiaffo te manno a
sbatte' a Rroma!
484. Il testo ha valore proverbiale e viene enunciato sia da adulti che da bambini quando
a tavola si trovano ad occupare un posto all'estremità, non al centro. Qualche volta si
completa con l'aggiunta scherzosa: ...magna 'o pa' de Sa-Llorènzo / coi sassi! Si vuole
affermare con tono di rivalsa che chi si siede al centro, tra gli altri commensali, è co-
stretto a voltarsi ora da un lato ora dall'altro, proprio come avrebbe fatto il santo martire
quando fu sottoposto al tormento della graticola. In riferimento agli ardori della canico-
la, quando il caldo diventa insopportabile, si usa con valore traslato il wellerismo: Sa-
Llorènzo: rivòrdime che ssò' ccòtto.
485. Nelle Marche la stessa funzione è esplicata da una formula consimile: "Se un ra-
gazzo faceva le bizze e non voleva ricevere più un oggetto o un giocattolo, anche se gli
apparteneva, l'altro suo compagno gli dava un termine perentorio, ripetendo per tre volte
i seguenti versetti: Panico panico / tre ote lo dico: / lu voli? Se alla fine della terza vol-
ta, l'amico non prendeva ciò che gli dava l'altro (il detentore), non era più tenuto a resti-
tuire" (Ginobili 1956, p. 41).
486. La formuletta, che risulta di recente adozione (anni 1960-1970), viene utilizzata dai
bambini per riappacificarsi (fà ppace), dopo che hanno bisticciato e si sono tenuti il
broncio. Essi scandiscono insieme le parole, agganciando i mignoli e girando le mani
chiuse a destra e a sinistra.
487. Quando un bambino smarrisce un piccolo oggetto (una moneta, un anellino, una
biglia), gli altri, che lo aiutano nella ricerca, recitano il primo distico per affermare il
principio giuridico che il possesso spetta a colui che riesce a ritrovarlo. Nella replica,
con incipit variato per esigenze di rima, il proprietario ribadisce, invece, il suo inaliena-
bile diritto a riaverlo.
488. Un dialogo con avvio simile è stata registrato per le Marche da Ginobili (1956, p.
50): - Chi va a Roma / se perde la portrona. / - Io so' ghjitu a sanda Maria / te daco n
schiaffu e tu te vai via. Borghetto, anticamente Borgo San Leonardo, è frazione di Civi-
tacastellana e scalo ferroviario; nota stazione di posta nel medioevo, si trova sulla Via
Flaminia, nei pressi del Tevere (vd. anche n. 39). Il toponimo ritorna anche in altri testi

202
formalizzati come il seguente stornello a dispetto: La strada de Bborghetto è ttutta paj-
ja, / te lo credevi de portamme im brijja, / io te ce pòrto a tté e lla tua canajja.
489-490. I due testi, dati dall'informatrice come autonomi, servono per elogiare i mac-
cheroni come prelibata leccornia e per invogliare i bambini inappetenti a mangiarli. Più
articolato risulta il n. 640.
493-494. Vd. versione romana (Chiappini, p. 123, s.v. favorite); quelle di Blera: favori-
te, ma nom magnate, / er pane fresco no lo toccate, / quello da roppa' no lo roppete, /
favorite quanto volete; e di Fabrica di Roma: Fijji mii, magnate e bbevete, / 'o pane rot-
to nun lo toccate, / e qquello sano nun lo roppete, / fijji mii, magnate e bevete; altre af-
fini sono state raccolte a Capranica (Sarnacchioli, p. 36), a Viterbo e ad Onano.
495. Vd. versione fiorentina in Gandini (p. 188, n. 454): Silenzio perfetto / si mangia un
confetto / chi fa una parola / va fuori di scuola. Spunti scatologici contiene quella lom-
barda (Svampa, p. 363): - Sciura maestra, me scapa un pètt. / - Fall, ma cun rispètt; / se
te diset una parola / te casci fora de scola.
496. Nel testo, che ricorre con varianti minime anche a Capranica (Sarnacchioli, p. 36),
traspare l'eco delle rivalità tra categorie rurali, organizzate secondo una rigida gerarchia
(cfr. Metalli, pp. 53-61 e il proverbio: Vaccar gendile e ccavallar pomboso, craparo
matto e ppecorar zozzoso). I contrasti all'interno di una comunità tradizionale, dove vi-
geva scarsa mobilità interna, si traducevano non solo in atteggiamenti di reciproca ostili-
tà, ma anche in forme di ingiuria verbale (come satire, motteggi, insulti). Il pastore viene
giudicato un essere primitivo ed asociale, relegato in uno spazio selvaggio, lontano dal
consorzio civile. Magnaricòtta è il soprannome collettivo che caratterizza la categoria,
costruito secondo il modulo V(erbo) + S(ostantivo), che risulta molto produttivo sia nel-
la LNaz. che nel dialetto (cfr. la formazione analoga nel proverbio: cacciatori pistamen-
duccia). Oltre ad evidenziare il disprezzo verso la rozzezza e l'irriverenza del pastore, se
ne sottolinea lo specifico status sociale, infimo ed emarginato, attraverso il riferimento
alimentare: la ricotta è l'ultimo prodotto che si ottiene trattando il latte raccolto con la
mungitura; è alimento minore, dotato di scarso potere nutritivo (cfr. il proverbio sui cibi
propri del pastore: Acquacòtta, pècara mòrta e ffior de ricòtta). Il pastore non solo si
comporta in maniera ineducata, ma è anche debole ed incapace di sostenere gli sforzi fi-
sici e la fatica che richiede il duro lavoro dei campi.
499-500. Simile è il testo marchigiano pubblicato da Gandini (p. 297, n. 759). Un altro
quasi identico al n. 500 è in MSS (p. 108, n. 5.200).
501. Una conta senese con l'incipit Una spilla ricamata è in MSS (p. 128, n° 5.296).
502. Vd. conta bergamasca pubblicata da Gandini (p. 292, n. 736) ed un'altra perugina
da MSS (p. 105, n. 5.182), pressoché identiche.

203
503. Vd. un'altra conta affine di Tuscania (Cecilioni, p. 85, n. 7). La forma bischeria,
priva di significato riecheggia, ricalcandolo, biscòtto dell'avvio. I versi, con lievi modi-
fiche, entrano in combinazione con un altro testo (vd. n. 531).
505. Una conta romana presenta incipit diverso Rita Pavone / nata in Giappone (Gandi-
ni, pp. 336-337, n. 927; MSS, p. 113, n. 5.227). Identica risulta, invece, la filastrocca di-
leggiativa di Firenze (MSS, p. 25, n. 1.33).
506. Una versione di Campegine (RE), con qualche lieve differenza, è pubblicata da
MSS (p. 100, n. 5.157).
507. Nota in varie parti d'Italia (MSS, p. 124, n. 5.279).
508. Nelle aggiunte al Vocabolario romanesco, il Rolandi riporta la seconda parte della
filastrocca (p. 420, s.v. Dottor de le ciavatte), che figura per intero in Zanazzo (Canti,
pp. 34-35, n. 78). A Magliano Sabina manca la prima parte e cambia la chiusa: Sòr dot-
tó' de le ciavatte, / qui mme dòle e qqui me bbatte, / qui mme sèndo 'na gran pena, / sòr
dottó', che mmagno a ccena? Lievi differenze presenta la versione di Fabrica di Roma,
che veniva utilizzata per il gioco della palla a muro: La Peppina fa 'r caffè / fa 'r caffè
colla cioccolata / la Peppina s'è mmalata / s'è mmalata co' li ggeloni / va cchiamà 'l zi-
gnor dottore, / signor dottore collé ciabbatte / qui mmi dòle e qqui mmi bbatte, / qui
mmi sènto una gran pena, / signor dottore bbòna sera! Per Tuscania, vd. Cecilioni (p.
80, n. 12). Una versione bergamasca è in Gandini (p. 306, n. 796), altre due umbre ri-
spettivamente in Chini (p. 231, n. IX) e in Placidi-Polidori (p. 56). Per le Marche, vd.
Ginobili (1968, p. 86; 1971, p. 94).
509. Testi simili di Casale Monferrato e di Firenze sono in Gandini (p. 330, n. 899; p.
351, n. 985); altri due di Cesano Boscone (MI) e di Chiari (BS) in MSS (p. 100, n.
5.159; p. 105, n. 5.188). Per l'Umbria, vd. Placidi-Polidori (p. 56).
510. A Roma ne era in uso una simile: Conto conto quindici, / Si queste nun so' quindi-
ci, / Ritorn'a ccontà' quindici; / Uno, dua e ttre (Zanazzo, Canti, p. 29, n. 56). Cfr. an-
che la versione canepinese Pesa pesa quindici (Cimarra 1985, n. 219).
511. Pressoché identica a Valentano (Ghiringhiringola, pp. 53-54, n. 5), Tuscania (Ce-
cilioni, p. 86, n. 10), Bomarzo (ALP, p. 233, n. 3), Canepina (Cimarra 1985, n. 227) ed
in altre parti d'Italia: Marche, (Ginobili 1956, p. 54; Ginobili 1968, p. 77); Toscana
(Ciuffoletti, p. 40); Umbria (Placidi-Polidori, p. 55); Bergamo (Gandini, p. 293, n. 741).
Per altri riscontri su territorio nazionale, vd. MSS (p. 119, n. 5.255).
512-513. A Tuscania è usata per il gioco della pallamuro (Cecilioni, p. 82, c). Come
conta è nota anche a Napoli (Gandini, p. 289, n. 726; p. 352, n. 989), in Umbria (Placi-
di-Polidori, p. 54) ed in molte altre parti d'Italia (MSS, p. 117, n. 5.247 e n. 5.249).
516-518. Identica a Bomarzo (ALP, p. 234, n. 7). Una conta napoletana del tutto simile
al n. 517 è in Gandini (p. 308, n. 804), un'altra livornese in MSS (p. 118, n. 5.250). Per
l'Umbria, vd. Placidi-Polidori (pp. 56-57).

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519. In provincia la conta è documentata: a Valentano (Ghiringhiringola, p. 54, n. 6),
Canepina (Mechelli, p. 139), Civita di Bagnoregio (Galli, p. 30, n. 71), Bomarzo (ALP,
p. 234, n. 8). Ho potuto registrarne la diffusione, oltre che in quasi tutti i centri della
provincia di Viterbo, nelle regioni dell'Italia centrale (ma anche in Calabria, Spezzano
della Sila): Lazio, Umbria, Marche, Abruzzi. A Roma accompagna pure l'esecuzione di
un girotondo denominato Avanti e indié (Roberti, p. 216). In altre raccolte di folclore in-
fantile ne è attestata la presenza in Piemonte, in Toscana e in Sardegna. Il testo risulta in
genere identico, microvarianti a parte (assimilazioni, sonorizzazioni, raddoppiamenti,
percezioni e reinterpretazioni a senso delle singole parole o sequenze). La versione di
Corchiano è ampliata da un'aggiunta finale: Ponte potènte ponte ppì / ttappe ttappe rug-
gia. / Ponte potènte ponteppì / ttappe ttappe rì. / Passa il flò / la mano gnò. Differenze
più consistenti intervengono in quelle di Monserrato (CA): Pone ponente, pone tape
tape rugi / pone ponente pone tape ru; e in quella di Firenze: Monte petì petappete -
monte petì Perugia. / monte petì petappete - ponte petì petù (MSS, p. 101, n. 5.162; p.
112, n. 5.219). La conta è di derivazione francese: si tratta di una comptine aux poings
tendus, di cui ho rintracciato nel 1969 il prototipo in Folklore du Dauphiné del Van
Gennep (vol. II, p. 636): Pomme reinette, pomme d'api / tapis, tapis rouge. / Pomme
reinette, pomme d'api / tapis tapis gris. In territorio francese il numero delle versioni e
delle varianti è assai elevato, anzi la comptine copre l'intera area francofona, ben oltre i
confini della Francia. È nota, oltre a quella canadese, anche una versione adattata alla
lingua spagnola in Venezuela: Pon tirineta / ponta ti / Tapiripati / muy agri. Secondo i
ricercatori francesi: "il s'agit du refrain d'une chanson dont on connaît une version de
1821, sur un air qui est noté dans la Clé du Caveau, n. 456, sous le titre de 'La Pâris',
contredanse, et qui a servi à Désaugiers pour sa célèbre chanson 'Le délire bachique'.
Ce refrain provient lui-même d'un cri de marchand du XVIIIe siècle selon Rolland" (J.
Baucomont - F. Guibat - T. Lucile - R. Pinon - P. Soupault, pp. 249-250).
520-522. La conta, che compare in numerose raccolte di folclore infantile, è impiantata
sui numeri francesi. A Canepina (Cimarra 1985, n. 228) presenta uno sviluppo più arti-
colato: Unzi dunzi trenzi / quali qualinzi / meli melinzi / rippe roppe e ddenza. / Unica
dódica trédica / divèrza bbandiera / sandì sandò ssalamò / novè ddicè. A Valentano la
tiritera veniva utilizzata per il gioco della palla (Ghiringhiringola, p. 39, n. 6); a Tusca-
nia per un particolare gioco con le dita della mano (Cecilioni, p. 61, n. 10). Vd. le ver-
sioni di Casale Monferrato e di Pistoia in Gandini (p. 335, n. 922; p. 349, n. 978), altre
due di Sampierdarena (GE) e di Trento in MSS (p. 128, n. 5.297; p. 133, n. 5.317),
quella di Città di Castello in Placidi-Polidori (p. 55).
523. A riscontro ho potuto rintracciare soltanto testi appartenenti all'area settentrionale:
Bergamo (Gandini, pp. 315-316, n. 836) e Milano (Svampa, p. 364): Enchete pènchete
puff tiné / Abeli, fabeli dominé: Ench, pench, puff, gnuff, strauss e rauss. Quest'ultimo
riferisce il commento del Romussi, lo studioso che l'aveva pubblicata nel 1889: "Ma che
voci ostrogote son queste? Ma che cosa significa questa accozzaglia di aspri suoni? Noi
avevamo di ben meglio..." ed aggiunge che "l'influenza della lingua tedesca è evidente".

205
Una versione del Canton Ticino fu pubblicata nel 1897 (V. Pellandini, Saggi sul folklore
ticinese raccolti nelle campagne di Bellinzona e di Lugano, in ASTP, XVI, 1897, p.
525): Enghene pènghene / pupadinè / àbili fàbili / Domininè / Ess pess puss tràu. Altre
due una di Bergamo e l'altra di Alessandria sono in MSS (p. 90, n. 5.99 e n. 5.101). Il
testo di Civita Castellana, fornito da una sola fonte, rappresenta l'attestazione più meri-
dionale di cui sono a conoscenza. L'area di diffusione è ampia e comprende anche la
Francia: Enic benic top trèy / trip trop com' de mèy / Aguenau zinguenau / Tif fan' tous-
se / Housse. Secondo i folcloristi francesi è ipotizzabile un centro di irradiazione nei pa-
esi germanici, partendo da un testo del tipo: Enige benige toppelte / triffel traffel trum-
mer mehr, / Ackerbrot sunder Not, sunder Pfanne, / Doss auf, stoss; anzi: "ce serait une
ancienne formulette allemande des lansquenets au jeu de dés. L'enige benige est large-
ment représenté dans les pays de langue allemande, et langue néerlandaise, au Dane-
mark, et en pays rhéto-roumanche, même autessin; en France, attestations dans l'Ain et
en Savoie" (J. Baucomont - F. Guibat - T. Lucile - R. Pinon - Ph. Soupault, p. 115).
524-526. Con diversa scansione a Bomarzo: Ambaracchettasse / bèn companè / delle
racchettù mmettacche bbisse (ALP, p. 235, n. 10). La conta risulta di recente adozione,
presumibilmente in epoca successiva agli anni Sessanta, con adattamenti a senso. La
Gandini (p. 278, n. 677) pubblica una versione veneta: An dan tike tan / se me comparè
/ ale lake puine te / bis. In MSS (p. 76, n. 5.27) compare un'altra di Chiavari (GE): Anda
che ta se, ne cumonè, / tale rache bume, tache bis!
527. Cfr. un testo pistoiese ed un altro perugino in Gandini (p. 174, n. 407; p. 303, n.
785). Un terzo di Tarquinia, usato per accompagnare il ballo, è in MSS (p. 320, n.
16.10).
528. Con varianti minime la conta di Tuscania (Cecilioni, pp. 84-85, n. 4) e quella di
Bomarzo (ALP, 234, n. 5). La Gandini (p. 289, n. 724; pp. 290-291, n. 730) pubblica
una conta lucana di Melfi ed un'altra veneziana con spunti simili. In MSS (pp. 356-357,
nn. 16.153, 16.155, 16.156, 16.159, 16.160) sono presenti testi di varie regioni usati nel
gioco Allo schiaffo del soldato.
529. In forma sostanzialmente identica ricorre a Bagnaia (Pierini I. e F, p. 118), Valen-
tano (Ghiringhiringola, p. 53, n. 4), Canepina (Cimarra 1985, n. 216; Mechelli, p. 134),
Bomarzo (ALP, p. 234, n. 5). Con alcune differenze a Civita di Bagnoregio (Galli, p. 30,
n. 69) e a Vasanello (Fuccellara-Filesi, p. 94). Per un riscontro marchigiano, vd. Ginobi-
li (1968, p. 77); per uno civitavecchiese, vd. Gandini (p. 280, n. 684); per un altro um-
bro, vd. Placidi-Polidori (p. 56).
530-531. Numerose le versioni e gli adattamenti nell'area: Roma (Zanazzo, Canti, p. 30,
n. 61), Civitavecchia (De Paolis, p. 12, n. 159), Valentano (Ghiringhiringola, p. 53, n.
3), Teverina (Galli, p. 30, nn. 66-67-68), Tuscania (Cecilioni, p. 85, n. 5), Bomarzo
(ALP, p. 233, n. 1). Per la limitrofa area umbra, vd. Placidi-Polidori (pp. 54-55). Un te-
sto pisano è in Gandini (p. 332, n. 908). Una versione marchigiana compare in Ginobili

206
1968 (p. 77); due lombarde ed un'altra veneta in MSS (p. 72, n. 5.5; p. 73, n. 5.6; p. 78,
n. 5.39).
532. Pressoché identica la conta marchigiana pubblicata da Ginobili 1956 (p. 54).
535. Esempio di conta-dialogo. Riscontri nell'area: Valentano (Ghiringhiringola, pp.
54-55, n. 8), Canepina (Cimarra 1985, n. 216; Mechelli, p. 133), Bomarzo (ALP, p. 235,
n. 9), Tuscania (Cecilioni, p. 86, n. 11). Fuori del Lazio, vd. la conta marchigiana edita
da Ginobili (1968, p. 77); un'altra piemontese molto simile è in Gandini (p. 298, n. 764);
una terza di Cenaia (PI) con incipit identico al n. 534 è in MSS (pp. 85-86, n. 5.80).
537. Testi pressoché identici sono stati raccolti a Bergamo (Gandini, p. 263, n. 637) e a
Città di Castello (Placidi-Polidori, p. 149); per la nostra zona (Canepina), vd. Cimarra
1985 (n. 233).
538. Come gioco a pallamuro è in uso a Canepina (Mechelli, pp. 137-138); in Toscana
ed in Umbria un testo analogo con elenco finale dei giorni della settimana è impiegato
per il salto alla corda (Gandini, p. 258, n. 624; Placidi-Polidori, pp. 100-101). Si trattava
originariamente di uno scongiuro recitato prima di dissetarsi, bevendo l'acqua di un ru-
scello o di un torrente.
540. Un testo di Riolo Terme (RA) più lungo, ascritto alla sezione "Simili incatenati e
intercalari", è in MSS (p. 402, n. 21.6).
542. Versioni viterbesi con qualche differenza a: Valentano (Ghiringhiringola, p. 39, n.
5), San Michele in Teverina (Galli, p. 25, n. 56), Tuscania (Cecilioni, p. 82, c), Bomarzo
(ALP, pp. 245-246, n. 31), Canepina (Cimarra 1985, nn. 230-231). Spunti simili presen-
ta un'altra raccolta nel Casertano (Gandini, p. 262, n. 633). La Sorsa (p. 323) ne pubbli-
ca una umbra con diverso avvio: Luigina / dove sei stata / dalla nonna ecc.
544. Il gioco a pallamuro, come gli altri che seguono nell'ordine, è accompagnato dall'e-
secuzione di figure: vv. 1-5 - lanciare la palla e riprenderla con le mani senza farla cade-
re a terra; v. 6 - poggiare le mani sui fianchi; v. 7 - poggiare le mani poco sopra i fian-
chi; v. 8 - chinarsi e toccare la terra con una mano; v. 9 - idem; vv. 10-11 - lanciare un
bacio con la mano; v. 12 - alzare in alto le braccia e formare il disco solare; v. 13 - for-
mare, avvicinando le mani, il disco lunare, più piccolo; v. 14 - formare, unendo il pollice
e l'indice di ciascuna mano, due cerchietti, cioè le stelle; vv. 15-16 - far scorrere per tre
volte sul labbro inferiore le punte della dita
545. Il gioco a pallamuro è accompagnato da figure: vv. 1-2 - semplice battuta al muro e
ripresa della palla con le mani; v. 3 - poggiare le mani ai fianchi; v. 4 - poggiare le mani
poco sopra i fianchi; v. 5 - chinarsi e toccare terra con una mano; vv. 6-7 - idem; v. 8 -
fare un mulinello con le mani. Una versione valentanese con diverso finale è in Ghirin-
ghiringola (p. 38, n. 4), altre due della Teverina in Galli (p. 25, nn. 51-52), Tuscania
(Cecilioni, p. 82). Diverse nell'avvio e nello svolgimento quella canepinese (Cimarra
1985, n. 229) ed un'altra dell'Alto Lazio non localizzata (Bartolozzi-Migliori, II, p. 502,

207
n. 31). Un testo livornese è stato pubblicato da Gandini (p. 261, n. 630), un altro di Città
di Castello da Placidi-Polidori (p. 147).
546. L'esecuzione del gioco a pallamuro è accompagnato da figure che la bambina deve
eseguire prima di riprendere la palla al volo, senza farla cadere a terra: v. 1 - semplice
lancio; v. 2 - rimanere ferma; v. 3 - mantenersi in equilibrio su un solo piede; v. 4 - pren-
dere la palla con una sola mano; v. 5 - battere la mani davanti a sé; v. 6 - battere la mani
davanti e dietro a sé; v. 7 - fare il mulinello con le mani; v. 8 - tirare un bacio con la ma-
no; v. 9 - chinarsi a toccare la terra con la mano; v. 10 - idem; v. 11 - girare su se stessa;
v. 12 - idem; v. 13 - portare le mani all'altezza del volto, fingendo di aggiustarsi il velo;
v. 14 - toccarsi l'occhio con la mano, v. 15 - battere le mani.
Riscontri altolaziali: Valentano (Ghiringhiringola, p. 38, n. 3), Graffignano (Galli, p.
25, n° 55), Bomarzo (ALP, p. 245, nn. 29-30). Con qualche differenza il testo da me rac-
colto a Soriano nel Cimino: La mia pallina è ppazza / lasciàtela impazzire / la vòglio
compatire: / oh mi cingo / mi costringo / tòcco tèrra / la ritòcco / faccio il ballo dell'or-
co / della lorchessa / madre badessa / òcchio di sale / viva viva carnevale / la mia pal-
letta dentro i-zzinale (inform.: sorelle Ranucci). Per una versione livornese, vd. Gandini
(pp. 261-262, n. 631); per altre del Veneto e della Liguria, vd. MSS (p. 339, nn. 16.80,
16.81, 16.82).
547. I movimenti sono gli stessi del gioco precedente fino al v. 9, ma cambiano in quelli
successivi: v. 10 - toccare il petto con entrambe le mani; v. 11 incrociare gli avambracci
sul petto con le mani aperte.
548. Il gioco della pallamuro è accompagnato da figure che la bambina deve eseguire,
prima di riprendere la palla al volo, senza lasciarla cadere: v. 1 - mulinello con le mani;
v. 2 - lanciare la palla, facendola passare sotto le gambe; v. 3 - effettuare un saltello; v. 4
- far rimbalzare semplicemente la palla al muro; v. 5 - mettersi sull'attenti; v. 6 - allarga-
re le braccia e accennare ad un inchino; v. 7 - accennare ad un saluto; v. 8 - effettuare
una giravolta su se stessa; v. 9 - idem; v. 10 - toccarsi la testa con la mano; v. 11 - allar-
gare le braccia e scuotere la testa; v. 12 - raccogliere la palla nel lembo anteriore della
veste oppure dopo averla fatta rimbalzare a terra.
Altre versioni altolaziali: Valentano (Ghirighiringola, p. 37, n. 2); Teverina, con diversa
finale (Galli, p. 25, nn. 53-54); Tuscania (Cecilioni, p. 83); Bomarzo (ALP, pp. 244-
245, n. 28); Vasanello (Fuccellara-Filesi, pp. 93-94). Per la Sabina (Orvinio), vd. AMPL
p. 51, n. 51; per l'Umbria Placidi-Polidori (pp. 147-149). MSS pubblicano un testo di
Bovisio Masciago (MI) Il rinoceronte che passa sul ponte, modificato nel verso finale e
usato per la conta (p. 95, n. 5.125) ed un altro per la pallamuro della provincia di Vicen-
za (p. 339, n. 16.78).
549. Modalità di esecuzione: 1. riprendere la palla con due mani dopo averla lanciata al
muro; 2. idem; 3. idem; 4. battere le mani davanti a sé; 5. battere la mani davanti e die-
tro di sé; 6. r. la p. con la sola mano destra; 7. r. la p. con la sola mano sinistra; 8. r. la p.
restando in equilibrio sul solo piede destro; 9. r. la p. restando in equilibrio sul solo pie-

208
de sinistro; 10. effettuare un mulinello con le mani; 11 formare con le mani accostate e
le dita intrecciate un cestello nel quale far cadere la palla; 12. allargare le braccia e r. la
p. con due mani.
Ho registrato la prima volta questo testo, di chiara origine francese, nel 1969 a Faleria:
Sorè / Santucè / Sorì / Tappó / Tuppletamó / Una-le-mè / 'N'antra-le-mè / 'L piè / L'un-
tre-piè / Mulè / Paniè / Le-miè. In una successiva indagine ho raccolto altre versioni a
Sant'Oreste, Civita Castellana e in altri centri della provincia, che ho reso note in un sag-
gio (Come la mela divenne ponte). Per quanto riguarda l'Alto Viterbese: in Ghiringhin-
gola (p. 37, n. 1) compare una versione, che, primo verso a parte, è completamente ita-
lianizzata: Oè Mustafè / con un piède / con una mano / batter di mano / davanti e
ddiètro / la ruòta / il mulino / la sedia / 'l tavolino. In quella di Latera è intervenuta una
contaminazione con altra canzoncina: Oliè /senza bbucè / sènza rìdere / con un piè / con
una mano / ciòcco le mani / lo zzìchete zzàchete / un violino / un bacino / tòcco tèrra /
tòcco còre / amore, amore, amore (inform. Luigi Fioriti). Notevole affinità presentano i
testi di Bassano in T. e di san Michele in T. (Galli, p. 25, nn. 49-50) e a Tivoli (AMPL,
p. 55, n. 167, Sorrì sorrè tambuscè). Più articolata la serie di battute nella versione ro-
mana, riportata dal Roberti (pp. 196-197). Fuori regione l'unica attestazione a me nota è
quella marchigiana, pubblicata da Eustachi-Nardi (pp. 41-42, n. 179), che ne conferma
la diffusione anche nell'Alta Umbria, più precisamente nella zona di Città di Castello:
Oè / Samugè / Mm / Dempiè / Dinemè / Tampètte / Devanderié / Petì / Gra-gra.
550-551. Modalità di esecuzione: nel recitare la tiritera, la prima giocatrice palleggia a
terra con una sola mano, evitando di fare errori. Il numero citato nell'ultimo verso indica
la serie di palleggi aggiuntivi che deve eseguire. Se non commette falli, continua alla
stessa maniera, aumentando ogni volta la quota di una decina. Se invece sbaglia, lascia
la palla ad un'altra bambina, che subentra, per proseguire il gioco.
552. Gioco a pallamuro che si esegue con il semplice lancio e con la ripresa a due mani.
Al settino ed ultimo verso, prima di concludere, la bambina deve ribattere la palla per
tre volte consecutive con una sola mano.
553. I testi che seguono sono utilizzati per il gioco della corda. Due bambine, tenendo
ognuna un capo, cominciano a far girare la corda, dopo aver impresso il ritmo giusto,
scandiscono ad alta voce: E-vì e-vì e-và! Sull'ultima sillaba entra la prima bambina e
comincia a saltare, badando a non rimanere impigliata nella corda: ogni salto è scandito
dal nome di un frutto. Può continuare da sola fino a che commette un fallo oppure via
via si possono aggiungere altre bambine per effettuare salti a coppia o in gruppo. A Ro-
ma le modalità di esecuzione sono differenti e la serie dei nomi può variare: 1 - Bianco,
rosso, turchino; 2 - Mela, pera, guainelle (Roberti, pp. 220-221).
554. A Roma la tiritera viene impiegata per lo svolgimento di un altro gioco (Roberti,
pp. 246-247).

209
555. Nell'effettuare il salto della corda, la bambina si diverte a prevedere il futuro di una
delle sue amiche. Il 'responso' è dato ogni volta dalla parola, pronunciando la quale ella
commente l'errore.
556. Un testo identico è noto a Valentano (Ghiringhiringola, p. 47, n. 5).
557-559. La forma linguistica rivela che queste filastrocche, come anche le altre che se-
guono immediatamente, sono state apprese e tramandate presumibilmente in ambiente
scolastico: non bisogna dimenticare che a Civita Castellana un asilo comunale entrò in
funzione almeno dal 1913. Semplice l'esecuzione: le bambine, mentre si muovono in gi-
rotondo, eseguono una rotazione su se stesse quando pronunciano la parola "gira", per
mimare il movimento della carta.
Per il Viterbese si può citare la versione di Montefiascone (Aspetti..., pp. 54-55) che si
differenzia nella parte conclusiva: ...e Lucia / che fa uno zompetto / si gira la carta / si
vede il galletto / e il galletto che canta forte / si gira la carta / si vede la morte / e la
morte spaventa la gente / si gira la carta / non si vede più niente.
Nella versione pistoiese la filastrocca iterativa inizia: La vecchina che semina il grano
(Gandini, pp. 158-159, n. 363). Altre con incipit lievemente diverso sono in MSS: La
donnetta che semina il grano / alza la carta ecc. (Napoli, pp. 432-433, n. 23.5); La
donnina che semina il grano / volta la carta ecc. (Lombardia, p. 433, n. 23.6); Le vil-
leggiane che mietono il grano / volta la pagina ecc. (Roma, p. 433, n. 23.7); Villanella
che semina il grano / volta la carta ecc. (Veneto, p. 435, n. 23.11). Diverso è anche
l'avvio della versione umbra di Città di Castello: La morettina che sémina 'l greno (Pla-
cidi -Polidori, pp. 63-64).
560. Cfr. le canzoncine umbre in MSS (p. 329, n. 16.38, Questa mattina nel mio giardi-
netto / c'era un povero uccelletto, / era piccolo e carino / e si chiamava cardellino ecc.)
e in Placidi-Polidori (p. 64).
561. Per un riscontro nell'area, cfr. testo di Tarquinia: Quann'è tempo de le ciliege / la
villanella, la villanella ecc. (Blasi, p. 206); per un altro umbro, vd. Placidi-Polidori (A
la villanèla, p. 68).
562. Pressoché identico il testo di Valentano (Ghiringhiringola, p. 43, n. 5). Quello del-
la Sabina, di due sole strofe, inizia: Rosina entra in ballo (Ranaldi 1983, p. 85). Per
l'Umbria, vd. Placidi-Polidori (p. 76).
563. A Roma la canzoncina Palazzo vergine si intonava per eseguire un girotondo se-
condo le modalità descritte dallo Zanazzo (Usi, p. 348, n. 73) e dal Roberti (p. 227). Per
la Sabina, vd. Ranaldi 1983 (p. 83); per Bomarzo, ALP (p. 242, n. 21); per Tarquinia,
Blasi (p. 201).
564. A Roma Maria Giulia accompagnava un girotondo secondo le modalità descritte
dallo Zanazzo (Usi, pp. 349-350, n. 75; Canti, p. 25, n. 47; Roberti, pp. 224-225). Altre
versioni laziali: Sabina (Ranaldi 1983, p. 83), Bomarzo (ALP, pp. 242-243, n. 22), Tar-
quinia (Blasi, p. 201). La canzoncina ha un'ampia diffusione: per un testo bergamasco

210
con lo stesso incipit ed altri due, rispettivamente calabrese e mantovano, contenenti
spunti analoghi, vd. Gandini (pp. 249-250, nn. 601-602; pp. 251- 252, n. 608). Annove-
rata tra le ninnenanne in MSS (p. 270, n. 13.62), con l'indicazione delle varie raccolte
regionali in cui compare. Per versioni di altre regioni, vd. MSS (pp. 335-336, nn. 16.65,
16.66, 16.67); per le Marche in particolare, vd. Ginobili 1956 (pp. 77-78). Sull'origina-
ria funzione di canzonetta a ballo discesa a gioco infantile (vd. Santoli, p. 45, nota 3).
566. L'informatrice, che aveva memorizzato il testo quand'era bambina, non ricordava
più con esattezza le modalità di esecuzione. Una cantilena affine, anch'essa italianizzan-
te, è riportata per il gioco 'il pescatore' di Golfo Aranci (Maroni Lumbroso, p. 116).
567. Attestata a Valentano in Ghiringhiringola (pp. 42-43, n. 4). Una filastrocca con di-
verso sviluppo è pubblicata per Prato da Gandini (pp. 265-266, n. 639). Per versioni di
altre regioni italiane, vd. MSS (p. 354, n. 16.146).
568.La canzoncina accompagnava un gioco, le cui modalità esecutive sono state descrit-
te dallo Zanazzo (Usi, p. 348, n. 74) e da Roberti (pp. 226-227); per Valentano, vd. Ghi-
ringhiringola (pp. 43-44, n. 6); per Tarquinia, vd. Blasi (p. 202); per la Sabina, vd. Ra-
naldi 1983, p. 88. Versioni di altre regioni sono contenute in MSS (p. 354, n. 16.145).
569. Il Chiappini (p. 183 s.v. madama) riporta il testo con la descrizione del gioco:
"Giuoco di bambine. Si riuniscono insieme diverse bambine; si sceglie a sorte quella che
dev'essere la direttrice del giuoco, e tutte le altre si dispongono in circolo. La direttrice
comincia a girare intorno a questo circolo a passi misurati canterellando questa canzon-
cina: - o madama pollarola....A ciascuna delle ultime parole la direttrice tocca una spal-
la d'una bambina e quella che è toccata per ultima, essendo dichiarata la più bella, esce
dal circolo, s'attacca alle vesti della direttrice e la segue. Ricomincia il giro, finché ri-
mangono due o tre bambine che, essendo dichiarate le più brutte, hanno le beffe delle
vincitrici". Una minuziosa descrizione delle modalità esecutive è contenuta anche in
Roberti (pp. 218-219). Una versione marchigiana di Urbino è in Gandini (p. 266, n.
641), un'altra toscana in MSS (p. 146, n. 7.14), una terza umbra in Chini (p. 267, n. II).
A livello locale, vd. La mi' nonna è 'na pollaiola / quanti polli ha al suo pollaio! di
Tarquinia (Blasi, pp. 203-204). Per l'attestazione di questa canzone a ballo nella seconda
metà del XVI sec. in Toscana e per il suo passaggio a gioco infantile, vd. Santoli (p. 41
nota 2).
570. La versione sabina (Ranaldi 1983, p. 91) comincia Guarda guarda la vecchietta.
Identici il testo e il gioco riferiti per Tuscania da Cecilioni (pp. 58-59, n. 5), per Canepi-
na da Cimarra 1985 (n. 240). Per quelli umbri, vd. Gandini (pp. 246-247, n. 593) e Pla-
cidi- Polidori (pp. 67-68). Un altro più articolato di Prato è riferito da La Sorsa (p. 357).
571. Non mi è stato possibile registrare la melodia della canzone dall'informatrice, una
donna molto anziana, malaticcia e con la voce arrochita. La parte di avvio si può colle-
gare con un testo arpinate (A. Saviotti, Canti e ninnanne arpinati, in ASTP, X, 1891, p.
534, n. XXXI): Cala cala sole / e ddo' voì a ccalà? Secondo il Toschi canzoni e giochi

211
di questo genere sono testimonianze di antichi riti nuziali (p. 434): "Forme embrionali di
mogliazzo, che possono anche rispecchiare schemi assai antichi, si ritrovano qua e là nel
folklore contemporaneo. Nella zona degli Aurunci, fra il Lazio meridionale e la Campa-
nia - ma l'uso è testimoniato anche per l'Abruzzo - durante i lavori della mietitura vige
ancora un giuoco da adulti chiamato 'cala sole' dall'invocazione con cui si inizia il canto,
ma anche lo 'sposalizio' perché rievoca tutta la cerimonia delle nozze, dalla scelta dello
sposo al dono nuziale, al banchetto e al ballo che immancabilmente lo chiude. È una ve-
ra e propria rappresentazione con alcuni personaggi (due pronube, la sposa e il coro) e la
relativa distribuzione delle parti". Su questa linea interpretativa si potrebbe collocare
anche il n. 595.
572-574. Modalità di esecuzione del gioco, che rappresenta una variante più complessa
di Sardamondoni: uno dei giocatori fa da cavallina. Il primo comincia a saltare e chiama
per nome chi deve seguire. L'ultimo che chiude la serie, dice ad alta voce: Viva l'òste co'
ttutt'i bbicchièri! Si prosegue nello stesso ordine e ciascuno, mentre effettua il salto, de-
ve pronunciare una frase ed eseguire alcune figure o 'mòsse': v. 1 - semplice salto; v. 2 -
idem; v. 3 - idem; v. 4 - eseguire il gesto di raccogliere qualcosa da terra; v. 5 - rimanere
un istante a cavalcioni; v. 6 - dare piccoli colpi sulla schiena; v. 7 - dare colpi più forti
sulla schiena; v. 8 - fermarsi a cavalcioni sulla schiena; v. 9 - dopo aver saltato, toccare
terra a gambe incrociate; v. 10 - dare pedate nel deretano; v. 11 - d. pedate più forti; v.
12 - d. piccoli colpi tambureggianti sulla schiena; v. 13 - d. altri piccoli colpi tambureg-
gianti. Il giocatore che fa da cavallina, al termine traccia un cerchio in terra, conta fino a
dieci, poi esce dal cerchio e insegue i compagni. Chi è preso sta a sua volta sotto. Va-
rianti dello stesso gioco sono presenti in vari centri dell'Alto Lazio: una è pubblicata in
Ghiringhiringola (pp. 23-24, n. 7), senza accennare ai movimenti che l'accompagnano;
un'altra di Canepina con la denominazione di Giggifiasco è in Mechelli (descrizione del
gioco, pp. 28-30, n. 27; testo pp. 105-106; vd. anche Cimarra 1985, n. 243). A Tuscania
per questo gioco, che è una variante del Saltacerro, si usa una tiritera diversa (Cecilioni,
pp. 64-65, n. 20).
575-576. Una versione romana della filastrocca con la spiegazione del gioco, del tutto
simile a Sartalaquaia, compare in Zanazzo (Usi, p. 304, n. 14). Lo studioso romano, che
pubblica una variante nell'altra opera (Canti, p. 18, n. 21), osserva: "A' miei tempi non
era affatto conosciuto". Una versione di Bomarzo è in ALP (p. 246, n. 33).
577. Per Zanazzo la formula accompagna un gioco tra due bambini (Usi, pp. 369-370, n.
105; Canti, p. 36, n. 86) . A Tuscania è usata 'per indurre il piccolo capriccioso a man-
giare' (Cecilioni, p. 76, d). A Civita Castellana gli adulti la ripetono per invogliare un
bambino inappetente a consumare il cibo od anche quando vogliono offrire un confetto,
una caramella, una chicca, una ciliegia ad un bambino, avvicinandoli alternativamente
alla bocca di quest'ultimo e alla propria. La formula ricorre pressoché identica in Um-
bria (vd. Placidi-Polidori, p. 33) e nelle Marche (Ginobili 1956, p. 44). Vedasi per raf-
fronto anche la strofetta veneta in MSS (p. 312, n. 15.137): Boca mi, - boca ti, / boca
can, - boca, ahm! Con un procedimento più semplice, se si vuol fare una sorpresa, si di-

212
ce: òpri a bbocca e jjudi l'òcchi. Appena il bambino esegue l'ordine, gli si deposita la
leccornia sulla lingua.
578. Modalità di esecuzione: il bambino che conduce il gioco mostra ad un altro un pic-
colo oggetto che può essere contenuto nel pugno della mano. Poi porta le mani dietro la
schiena e passa ripetutamente l'oggetto dall'una all'altra, finché decide in quale delle due
racchiuderlo. Protende le braccia in avanti, tenendo i pugni chiusi. Mentre recita la for-
mula, con un leggero movimento sovrappone alternativamente un pugno all'altro, incro-
ciando gli avambracci all'altezza dei polsi. Alla fine li distende entrambi in avanti in po-
sizione parallela. Il secondo bambino deve riuscire ad indovinare in quale pugno sia
l'oggetto. Se vi riesce, le parti si invertono. Per Roma, vd. Roberti (p. 19).
579. Modalità di esecuzione: il conduttore stende il braccio destro più o meno all'altezza
della propria spalla e tiene la mano aperta a dita unite rivolta verso il basso. I compagni,
in semicerchio davanti a lui, puntano sotto i loro indici. Alla fine del versetto il condut-
tore chiude repentinamente la mano, cercando di prendere e imprigionare i diti di coloro
che non sono stati pronti a toglierli via. Chi rimane preso per tre volte è obbligato a pa-
gare un pegno o ad eseguire una penitenza. Ad Orvieto il gioco, chiamato Piro piro paj-
ja, è accompagnato da una diversa tiritera (Mattesini-Ugoccioni, p. 372, s.v.).
582. Modalità di esecuzione: l'adulto pone il bimbo in piedi sul ripiano di uno scalino;
gli si mette di fronte e gli prende le mani. Scandendo le parole, lo tira e lo fa ondeggiare.
All'ultimo verso, sollevandolo di peso, gli fa spiccare un salto fino a terra. Possibile il
raffronto con un testo di Bomarzo, non corredato da commento: Zzompa pianella / la
noce e lle mella / le noce e le cerasa / zzompa ggiù che 'nnamo a ccasa (ALP, p. 225, n.
5).
583. La Gandini (pp. 237-238) annovera le filastrocche di questo tipo nella sezione
"Seggiolina". Questo semplice gioco, che a Firenze è chiamato predellucce, trae scher-
zosamente nome dalla sedia gestatoria: due bambini, mettendosi l'uno di fronte all'altro,
prendono ciascuno con la mano sinistra il proprio polso destro; quindi afferrano l'uno
con la propria mano destra il polso sinistro dell'altro, formando un piano sopra il quale
fanno sedere un terzo bambino. Lo trasportano così in giro, recitando varie volte la fila-
strocca, poi disgiungono le mani, cercando di farlo cadere.
584. Secondo l'informatrice il gioco si faceva tenendo a turno un piccolo straccio o un
panno inzuppato davanti al viso di una delle bambine che erano disposte tutte intorno in
circolo. Scandendo i versi, la conduttrice doveva riuscire a farla ridere. Se aveva succes-
so, le strofinava il panno sul volto; altrimenti passava a provare con un'altra bambina.
Una affine è in uso a Bomarzo (ALP, pp. 238-239, n. 10): in nota è riferita la modalità
esecutiva ripresa da altra pubblicazione. Nell'Orvietano, identica è la modalità esecutiva,
ma differente il testo: Cenciarèllo è dda voe bbèn tornato / si vvoe ridarete e sgriffigna-
rete / bbaciarete. / Io no rridarò e sgriffignarò e manco / bbacerò (Mattesini-Ugoccioni,
p. 117, s.v. cenciarèllo). Per Città di Castello, vd. Placidi-Polidori (p. 157); per l'Amia-
tino, Fatini (p. 32, s.v. cénciu mòllu). Il Roberti, nel commentare la versione romana del

213
gioco, che ha uno svolgimento più complesso (p. 44), sostiene l'ipotesi dell'origine to-
scana, denunciata dalla presenza di una spia linguistica, e ne attribuisce la diffusione a
seguito dei numerosi flussi di immigrazione di colonie fiorentine e maremmane avvenuti
nel 1600: ”a denunciare la radice tosca del gioco è proprio quel cencio che nella lingua
romanesca si sarebbe dovuto indiscutibilmente chiamare straccio”.
585. Nel testo, che accompagnava un tempo due giochi di destrezza e di abilità manuale
ormai dimenticati, si coglie un riferimento al rito della "segavecchia": 1) - due bambini,
ponendosi l'uno di fronte all'altro, protendono la mano destra e, stringendosela, tirano al-
ternativamente prima da una banda e poi dall'altra, imitando il movimento dei tagliabo-
schi quando segano il tronco di un albero. 2) - Un bambino (o un ragazzo), avvolge un
filo od uno spago, congiunto ai due capi, sul dorso o fra le dita delle mani fino a ricavare
mediante varie disposizioni una particolare figura convenzionale (oggetto, animale, stru-
mento di lavoro). Interviene un secondo bambino, che, riprendendo a sua volta con le di-
ta la trama così disposta, ne muove opportunamente le fila, per comporre un'altra com-
binazione. Si seguita a turno fino ad esaurire l'ultima delle figure note, cioè quella della
sega, allora i bambini concludono il gioco recitando la cantilena. Si tratta delle figure di
corda o del 'ripiglino', gioco di amplissima diffusione con un repertorio di figure ricco di
complessi significati presso le varie culture (vd. Lanternari, pp. 251-254).
586. La cantilena accompagna il girotondo. Al termine della strofa, le bambine si ferma-
no e fingono di fare uno starnuto, chinando la testa e portando la mano davanti alla boc-
ca.
587. La Gandini (pp. 233-235) annovera filastrocche di questo tipo nella sezione "For-
bicetta". Modalità esecutive: Due bambini si tengono le mani a braccia incrociate,
camminano velocemente cantilenando la filastrocca; ogni volta che arrivano all'ultimo
verso, invertono, con un brusco dietrofront, la direzione e, senza staccare le mani,
ricominciano daccapo. In forma ridotta è diffusa in altri centri della provincia: Bagnaia,
Mamma ch'or'è? / Latte e ccaffè, / pizza ricotta, Oreste bbu (Pierini I. e F., p. 118);
Valentano (Ghiringhiringola, p. 46, n. 1); Bomarzo (ALP, p. 242, n. 20), Mamma dorè /
atte ccaffè / pizza ricòtta Orèste bbù; Tarquinia (Blasi, p. 199), Mamma ch'or'è / latte e
caffè / pizza, ricotta / Oreste, bum!; Capranica (Sarnacchioli, p. 35), Alla mola di zi
Francè / pizza ricottà Oreste bu!; Canepina (Cimarra 1985, nn. 234-235).
590. Formula di apertura del 'gioco del perché', con cui il conduttore, secondo un turno
prestabilito, avvia il dialogo con ciascuno dei partecipanti. Alla sequenza delle doman-
de, che cominciano sempre con 'Perché....?', l'interrogato deve rispondere evitando di
pronunciare la congiunzione causale, altrimenti è obbligato a pagare un pegno ed alla fi-
ne del gioco ad eseguire la penitenza imposta dal conduttore e dagli altri compagni di
gioco (ad es. da' un bacetto a X, fa' una pernacchia ad Y, raggiungi quell'albero saltel-
lando su un solo piede).
591. Secondo l'informatrice costituiva la formula d'avvio dell'antico gioco dei 'cinque
noccioli', per il quale vd. Arnold (pp. 204-205, n. 159).

214
592. La tiritera veniva utilizzata per effettuare una gara di resistenza respiratoria: i bam-
bini dovevano riuscire a recitarla per intero senza mai riprendere fiato. A Tuscania la fi-
lastrocca è impiegata per effetttuare la conta (Cecilioni, p. 84, n. 2). Costruito sullo stes-
so modulo è il testo milanese: I colonn de sant Lorenz hin sedes. / Chi l'è bon de contaj /
senza tirà el fià, / l'è segn de sanità ecc. (MSS, p. 379, n. 19.8).
593. Modalità di esecuzione: Il conduttore del gioco si mette seduto, l'altro si dispone
davanti e gli poggia la testa sulle ginocchia. Il primo comincia a battere con la mano a-
perta sulla schiena, scandendo i primi due versi. Poi, con uno o più diti, forma un nume-
ro e chiede al bambino che sta sotto di indovinare. Se quest'ultimo vi riesce, si invertono
le parti, altrimenti il conduttore recita il resto della filastrocca e ricomincia alla stessa
maniera. A Roma il gioco, secondo la descrizione dei folcloristi (Chiappini, p. 194, s.v.
mazza bbu bbu; Zanazzo, Usi, p. 320, n. 33; Roberti, pp. 63-64), presenta lievi differen-
ze. Pressoché identica una formula marchigiana pubblicata da Ginobili 1956 (pp. 59-
60). Una delle più antiche testimonianze della tiritera è contenuta nella commedia I Me-
gliacci (anno 1530) del perugino M. Podiani (F. A. Ugolini, Il perugino Mario Podiani
e la sua commedia 'I megliacci'. III. Commentario a I megliacci con repertorio lessica-
le. Perugia, 1974, p. 134, 72. 13): cepetel mio cuccù, quante corna vanno in su?
594. Modalità di esecuzione: la reggina, designata dal tocco a svolgere la funzione di
moderatrice del gioco, si pone in piedi con le spalle rivolte ad un muro (castèllo). Di
fronte a lei, alla distanza di 8-12 metri, si dispongono in riga gli altri giocatori. A turno,
a cominciare dal primo bambino che sta a sinistra della regina, ciascuno rivolge la ri-
chiesta: reggina regginèlla ecc. La regina concede a suo piacimento un determinato nu-
mero di passi, diversi per lunghezza e per modalità, che comportano un avanzamento o
un arretramento (i più ricorrenti ed usuali sono: passo da leó' 'balzo in avanti', p. da
canguro 'salto a piè pari in avanti', p. da bbarràttolo 'piccola giravolta in avanti', p. da
formìcola 'piccolo passo, mettendo un piede davanti all'altro', p. da gàmbero 'piccolo
passo all'indietro', p. da cavallo 'salto in avanti scalciando con i piedi', p. da coccodrillo
''passo in avanti, procedendo a carponi'). Evidentemente la varietà dei passi dipende dal-
la fantasia della regina e l'esecuzione dall'abilità del giocatore. In tal modo la regina può
regolare l'andamento del gioco e avvantaggiare un partecipante rispetto agli altri. Risulta
vincitore colui che riesce per primo a raggiungere il castello, cioè il muro: spodesta in
tal modo la regina e subentra nella conduzione del gioco. Per quanto riguarda Roma,
una minuziosa descrizione è contenuta nella raccolta del Roberti (pp. 55-57).
Del tutto simili sono il testo (salvo la variante riferita in nota) e le modalità esecutive del
gioco a Valentano (Ghiringhiringola, p. 41, n. 3), a Canepina (Mechelli, modalità ese-
cutive, p. 41, n. 41; testo, p. 146; Cimarra 1985, n. 242), a Lubriano (Galli, p. 26, n. 59)
e a Tuscania (Cecilioni, p. 57, n. 1). Per la Toscana, vd. La Sorsa (p. 346); per l'Umbria,
vd. Placidi-Polidori (pp. 95-96).
596. Modalità di esecuzione: si stabilisce mediante la conta o il sorteggio chi deve as-
sumere il ruolo di gatto e chi quello di topo. Quindi tutti gli altri, distanziandosi e tenen-
dosi per mano, formano un circolo, al centro si pone il topo e all'esterno, di fronte a lui,

215
il gatto.Tra i due si svolge il breve dialogo, poi il topo prende a correre precipitosamente
a zig-zag, ora uscendo ora rientrando nel cerchio attraverso gli spazi lasciati vuoti dai
compagni, inseguito dal gatto, che, per catturarlo, è obbligato a compiere lo stesso per-
corso. Il gioco si conclude o perché il gatto desiste dall'inseguimento o perché cattura il
topo. Un gioco simile, in uso un tempo a Tuscania con il nome Sorcetto, è descritto da
Cecilioni (p. 58, n. 3).
597. Anche a Bomarzo per il gioco è usata una tiritera affine (ALP, p. 238, n. 7).
598. La canzoncina accompagnava un gioco molto simile a San Pietro e San Paolo u-
prìtece le porte (descritto da Zanazzo, Usi, pp. 337-338, n. 55; Canti, p. 25, n. 46; e da
Camilli, p. 196, n. 31) ed alla sua variante Cucchiaro o forchetta? (Roberti, pp. 77-78).
Modalità esecutive: nella fase preliminare mediante la conta si determinano i due con-
duttori del gioco. I due prescelti si appartano per concordare in segreto il ruolo che cia-
scuno dovrà ricoprire (angelo o diavolo) e sul nome convenzionale da adottare per non
rivelare la vera identità (in genere cucchiaro = 'angelo', furchetta = 'diavolo' o vicever-
sa). Quindi i due si pongono l'uno di fronte all'altro, protendono le braccia e si afferrano
le mani in modo da formare due sbarre orizzontali e parallele. Gli altri bambini si di-
spongono uno dietro l'altro e a turno si presentano davanti alle sbarre. I due sollevano le
braccia in modo da formare un arco sotto al quale passano via via i giocatori recitando:
Sam Biètro ecc. I due a loro piacimento possono all'improvviso riabbassare la braccia,
bloccare un bambino e obbligarlo a scegliere tra cucchiaro e furchetta. Lo fanno passare
oltre, ma, secondo la scelta operata, lo invitano a disporsi in fila alle spalle dell'uno o
dell'altro. Si procede per giri successivi, finché tutti i bambini hanno compiuto la loro
opzione. In tal modo si formano due schiere: quella degli eletti e quella dei reprobi. Alla
fine l'angelo e il diavolo dichiarano la propria identità e la schiera dei beati effettua un
girotondo intorno agli altri, cantando per celia: Im baradiso ecc. Per un'altra versione
della zona (Canepina), vd. Cimarra 1985 (n. 239).
599. Modalità di esecuzione: i bambini si riuniscono insieme, formando la schiera degli
angeli; di fronte a loro, appoggiato ad un muro, si pone il conduttore del gioco. Spostato
a lato ad una certa distanza, al vertice di un triangolo ideale, sta l'antagonista che rappre-
senta il diavolo, armato di un fazzoletto annodato ('a mazzarèlla). Tra il conduttore e il
primo bambino-angelo si svolge il dialogo, alla fine del quale l'angelo allarga le braccia
e, slanciandosi, cerca di raggiungere il muro. Il diavolo però vigila, seguendo ogni sua
mossa, e cerca di intercettarlo, lanciando su di lui la mazzarèlla. Se riesce a toccare il
muro indenne, l'angelo è salvo; se, invece, viene colpito, diventa prigioniero del diavolo.
Alla fine quelli che sono stati catturati vengono derisi e sbeffeggiati dagli altri. Per un
raffronto, vd. testo di Tarquinia (Blasi, pp. 201-202).
600. Modalità di esecuzione: un gruppo di bambini e bambine si dispone in riga, tenen-
dosi per mano. I due che si trovano alle estremità assumono rispettivamente il ruolo del
fornaio e del cliente. Protendendosi appena fuori della riga, svolgono il dialogo: forna-
retta è ccòtto il pane ecc. A conclusione la fornaia pronuncia il nome del bambino a cui

216
stringe la mano. Allora il cliente, tirandosi dietro la fila degli altri partecipanti, passa
sotto l'arco formato dal braccio del suo interlocutore e del bambino incolpato, in modo
che quest'ultimo venga a trovarsi con le braccia conserte, con tutta la persona rivolta nel-
la parte opposta. Una volta che tutti sono tornati perfettamente in riga, il dialogo rico-
mincia daccapo. Questa volta il colpevole sarà il bambino accanto a quello precedente-
mente punito. Così si procede fino all'ultimo bambino. Al termine, quando tutti i
partecipanti sono allineati, uniti con le mani e con le braccia conserte, i due protagonisti
dal loro posto danno uno strattone e tirano fino a rompere la catena. A Roma gli ultimi
quattro versi chiudevano il gioco denominato Chi st'a ccapo a la mi' pigna (Zanazzo,
Usi, pp. 344-345, n. 67). A Valentano il gioco, che si sviluppa con le stesse modalità, si
denomina Compà, è cotto 'l pane? (Ghiringhiringola, pp. 47-48, n. 6), così pure a Tu-
scania (Cecilioni, p. 59, n. 6). Per Graffignano, vd. Galli (p. 26, n. 61). Una versione a-
bruzzese di Lanciano è in Gandini (p. 267, n. 643), un'altra umbra in Placidi-Polidori (p.
102), una terza marchigiana in Ginobili 1956 (p. 69).
601. Vd. la filastrocca dialogata con la descrizione delle modalità esecutive del gioco in
Zanazzo (Usi, p. 299, n. 7) e in Roberti (pp. 137-138).
602. Modalità di esecuzione: preliminarmente si lega l'estremità di una funicella ad un
anello di ferro o ad un altro appiglio fisso; l'altra viene tenuta da un bambino che assume
il ruolo di lupo. Egli si accuccia sulla sommità di una scala e finge di dormire. I compa-
gni con clamori e grida lo svegliano, poi avviano un dialogo alla fine del quale il lupo,
senza mai lasciare l'estremità della fune, si slancia all'inseguimento degli altri che si
danno alla fuga, tentando di afferrare qualcuno che prenda il suo posto. Un dialogo con-
simile si sviluppa tra la mamma e il portiere nel gioco già in uso a Roma Er diavolo
zzoppo (Zanazzo, Usi, pp. 364-365, n. 99).
603-605. Filastrocche-dialogo non sono infrequenti, vd. per la Teverina Galli (p. 36, n.
94). Nella raccolta di Bomarzo il n. 603 è posto impropriamente tra i chiapparelli (ALP,
p. 248, n. 9); è presumibile che i dialoghi fossero utilizzati per lo svolgimento di giochi,
dei quali non sono riuscito a trovare notizie più precise.
606. Il testo, pur risultando identico tranne che nell'avvio al n. 55, aveva una differente
funzione: secondo l'informatrice veniva utilizzato per scandire il movimento altalenante
della biciancola. Una filastrocca di Latina con incipit Triticche, ticche, tavola è edita in
MSS (pp. 202-203, n. 10.38).
607. Modalità di esecuzione: i bambini si pongono a sedere su uno scalino o su un mu-
ricciolo l'uno accanto all'altro a gambe tese e a piè pari. Di fronte a loro in piedi sta il
conduttore del gioco, che prende a sillabare la tiritera, toccando in corrispondenza ad
uno ad uno i piedi dei compagni. Il bimbo, a cui egli tocca un arto nel pronunciare l'ul-
tima sillaba, lo deve ritrarre, mantenendo nella posizione iniziale l'altro assieme ai com-
pagni di gioco. La stessa operazione si ripete tante volte finché ad uno ad uno i vari
giocatori ritraggono i piedi e vengono eliminati. L'ultimo che rimane in lizza risulta
vincitore ed acquisisce il diritto di dirigere il gioco nel turno successivo.

217
Una filastrocca romana del tutto simile è riferita, assieme alla descrizione delle modali-
tà esecutive del gioco, dai folcloristi (Chiappini,p. 251, s.v. Pis'e ppisello; Zanazzo, Usi,
p. 317, n. 30; Canti, p. 18, n. 22; Roberti, pp. 70-72). A Valentano svolge la funzione di
conta (Ghiringhiringola, p. 52-53, n. 2). Altre versioni altolaziali: Teverina (Galli, pp.
30-31, nn. 72-73-74-75-76-77-78); Tuscania (Cecilioni, pp. 63-64, n. 17; p. 85, n. 8);
Canepina (Cimarra 1985, nn. 220-221); Ischia di Castro, con avvio diverso: Riso risello
(Nanni, p. 141, n. 4); Tarquinia (Blasi, p. 204; MSS, p. 110, n. 5.209, con differenze
nella parte finale). Gandini (p. 291, n. 732) pubblica un testo marchigiano ed un altro
del Mugello (p. 335, n. 923). La Sorsa (pp. 172-173) descrive l'esecuzione del gioco
come avviene nel Viterbese. Una versione umbra difforme nell' avvio è in Chini (p. 268,
n. V): Piso pisello, / nell'occhjo tu sei bello, / colore tu hai fino ecc.
608. Un'analoga forma romana è in Zanazzo (Usi, p. 306, n. 15) con il commento: "Que-
sti pegni vanno alla mamma, la quale, a giuoco finito, cioè quando non resta nessun altro
a perdere, assegna le penitenze. Nell'assegnar queste, il capogiuoco o la mamma che sia,
per sapere a quali giocatori appartengano i singoli pegni, dice le sacramentali parole:
Cinci-cincinello / di chi è 'sto campanello?". A Capranica (Sarnacchioli, p. 33) si ripete
invece: Ndilì, 'ndilì, 'ndilì: di chi è stu pendolì? Una delle penitenze canoniche consiste
nel percorrere un tratto di strada genuflettendo di volta in volta e nel cantilenare senza
ridere: Io vò a Ggerusalèmme / sènza ride' e ssènza piagne' (che a Roma è usata per il
gioco A chi ride con la canzoncina, vd. Roberti, pp. 17-18).
609. Si tratta di una filastrocca classificabile tra quelle iterative e cumulative. Molto più
lunga e articolata la versione di Pistoia pubblicata da Gandini (pp. 149-154, n. 357).
610. La storia del grillo e della formica presenta un'ampia area di diffusione, soprattutto
nell'Italia centrosettentrionale (vd. MSS, p. 64, n. 4.25). Una versione umbra è in Chini
(pp. 269-270, n. I).
611. Semplici le modalità esecutive di questa canzoncina intitolata a Roma Mireladon-
dondella (Zanazzo, Usi, pp. 366-367, n. 101; Canti, pp. 28-29, n. 55; Roberti, pp. 222-
223). Per una versione napoletana, vd. MSS (pp. 68-69, n. 4.32).
613. Canto di diffusione pannazionale. Per raffronto mi limito a citare, oltre a quella
romana (Zanazzo, Canti, pp. 49-52, n. 120) molto più articolata, le versioni di Tarquinia
(Blasi, pp. 210-211) e della Sabina (Ranaldi 1983, p. 89).
614. Leggermente diverso il testo romano pubblicato da Zanazzo (Canti, p. 22, n. 37).
623. È la cantilena che i bambini ripetono più volte, convinti che, provocando i tacchini,
questi facciano la ruota. Vd. per il romanesco (Chiappini, p. 140, s.v. gallinaccio e p.
316, s.v. signora) l'espressione: "fa la signora. Si dice del tacchino quando fa la ruota
con la coda". Anche a Montefiascone fà la signóra vale fà la ròta (Mattesini-Ugoccioni,
p. 471, s.v. signóra).

218
624-625. Vd. il testo di Capranica (Sarnacchioli, p. 32): Trita trita la formica, / la for-
mica è una latra / trita trita e porta a casa.
626. L'antroponimo compare con semplice funzione di rima. Una formula simile si usa a
Roma (Chiappini, p. 247, s.v. Pietro): "Si chiama Pietro. Si dice di un oggetto che si dà
in prestito, intendendo che venga restituito; si sottintende: che torni indietro". Il prono-
me ha valore deittico: serve ad indicare l'oggetto che si impresta, come quando mostran-
do, uno dopo l'altro, i pugni si minaccia: Questo edè o fratèllo de questo!
631. Appartiene ai ricordi della mia prima infanzia la figura di un chierichetto, che reg-
geva una croce di legno, affiancato da altri due più piccoli, e percorreva, la domenica
mattina, le vie adiacenti alla parrocchia di San Benedetto, rinnovando con voce cantile-
nante l'invito ai genitori, affinché mandassero i loro figli al catechismo. Il seguito via via
si infoltiva, finché non faceva ritorno in chiesa, dove l'amorevole parroco don Vincenzo
Rossini ci faceva sedere sulle panche al centro della navata. Dopo aver spiegato i prin-
cipi della dottrina cristiana ed aver impartito gli insegnamenti morali, distribuiva a cia-
scuno di noi una ciambella o un maritozzo e ci lasciava liberi di scorrazzare nel piccolo
cortile attiguo alla chiesa. Da fonte anziana mi è stata riferita la parodia: Patr'e matre
mannate i vostri fijji ggiù o Tirató' sinnò facete 'n dispiacere a Ddio! Zanazzo (Usi, p.
425, n. 11) riferisce la formula romana: Padri e mmadri, mandate li vostri figlioli a la
dottrina cristiana; chè si nun ce li manderete, ne renderete conto a Ddio! Non molto
dissimile è quella in uso fino a qualche decennio addietro a Morlupo: Padri e madri,
mandate i vostri figli a duttrina cristiana. Se nun li mannerete annerete con-tro Id-di-o
(De Mattia, p. 87). Nell'AMPL (p. 404, n. 46.2) della versione romana è pubblicata la
trascrizione musicale a cura di G. Nataletti.
Il testo è antico di qualche secolo, se l'ho potuto rintracciare in un editto del 1703, con-
servato nell'Archivio dell'Arciconfraternita della Dottrina Cristiana: "Si manderanno due
putti accompagnati da alcuno de' fratelli, con il campanello per le strade solite, dicendo:
'Padri, Madri, mandate li vostri figliuoli alla Dottrina Christiana, se non ce li manderete
ne renderete conto a Dio'“ (Rivabene, ASRSP, 1982, n. 105, p. 304, nota 20, ADDC, t.
440, f. 2).
634. Il testo si rifà alla credenza popolare secondo la quale nelle macchie lunari sarebbe
raffigurato il profilo del fratricida Caino, condannato a vagare per l'eternità, portando un
fascio di sterpi spinosi sulle spalle, per aver sempre offerto a Dio i prodotti più vili dei
raccolti (alla leggenda fa riferimento Dante in Inf. XX, 124-126: ...già tiene 'l confine /
d'amendue li emisperi e tocca / l'onda sotto Sobilia Caino e le spine; con un richiamo in
Par. II, 49-51: ...che son li segni bui / di questo corpo, che là giuso in terra / fan di Cain
favoleggiare altrui?). Numerose sono le cantilene popolari che si ispirano alla leggenda:
affini al testo di Civita Castellana sono quelle di Tuscania (Cecilioni, p. 80, n. 14 ), di
Capranica (Sarnacchioli, p. 32) e di Canepina (Cimarra 1985, n. 215); un'altra con svi-
luppo più ampio compare in Bartolozzi-Migliori (II, p. 50, n. 29). Per la Toscana, vd. La
Sorsa (p. 82); per l'Umbria, Placidi-Polidori (p. 42); per Bergamo, Gandini (p. 168, n.
391).

219
635. Pressoché identica, salvo inversione te vedo, è la formula viterbese, che a Blera
suona: amore struccio d'ajjo / quanno te veggo tutto me squajjo; e nell'Orvietano: amo-
re, struccio d'ajjo, quanno te vedo me travajjo (Mattesini-Ugoccioni, p. 502, s.v. struc-
cio). Per un'altra romana, vd. Zanazzo (Proverbi, p. 291). A Magliano ritorna in uno di
stornello: Amore mio, spicchio dell'ajjo, / quanno parli te tutto me squajjo; / quanno
parlo io, sèmbre me 'mbròjjo. Il nucleo è comunque più antico, trovandosi nella com-
media “La Trinuzia” di Agnolo Firenzuola (a. III, sc. 4): Ciò che tu vuoi, anima mia,
spicchio d'aglio. L'espressione, nella sua intenzionale banalità, ironizza su chi si
abbandona a vistose effusioni o fa smancerie inopportune per la circostanza o il luogo,
al pari di questa che si usa per rispondere in tono intenzionalmente svenevole: Io per te
spiripicchio e mmòro / come 'l zugo der pomodòro (= per te non spasimo davvero!); o di
quest'altra, per asserire che non intercorre nessun rapporto di parentela con la persona di
cui o con cui si parla: Mm'è (√: Me sì) ccacio còtto e bburro sguajjato! (vd. la
corrispondente battuta romanesca in Zanazzo 1960, p. 332: Esse, a uno, cacio cotto e
butiro squajato).
636. Modalità di esecuzione: inizialmente (vv. 1-4) le bambine, tenendosi per mano, for-
mano un circolo, e girano attorno ad una di loro, la lavanderina, che rimane senza muo-
versi al centro. Quindi si fermano e, senza tenersi più per mano, continuano a cantare,
mentre la lavanderina esegue e mima i movimenti suggeriti dalle compagne. All'ultimo
verso la lavanderina si avvicina alle altre, con un bacio sceglie quella che deve prendere
il suo posto e si ricomincia da capo. Per riscontri nell'Italia centrale, vd. testi di Tarqui-
nia (Blasi, p. 207), di Livorno (Gandini, p. 245, n. 590) La bella lavandaia / che lava i
pannolini e delle Marche (Ginobili 1956, pp. 76-77).
641. Serviva per effettuare il girotondo, prendendosi per mano e nello stesso tempo ti-
rando e allentando. Alla fine dell'ultimo verso tutti i partecipanti flettevano le ginocchia
"accucciandosi". Un inform. più giovane (Orizio Riccardo) ha fornito una differente ver-
sione: Bbàllolo bbàllolo lungo / tìrite llà ch'è ppòco lungo; / co' 'a cannèlla nzucchera-
ta / ce facemo 'na gginocchiata. Secondo la testimonianza di quest'ultimo, il testo ac-
compagnava un gioco che ragazzi e ragazze improvvisavano, soprattutto nel mese di
maggio, quando si recavano in pellegrinaggio a Santa Maria ad rupes, un santuario sca-
vato nella roccia presso Castel Sant'Elia, percorrendo a piedi per devozione una distanza
di circa 8 chilometri.
I giovani si prendevano per mano ed occupavano la strada, formando una sorta di barrie-
ra. Mentre recitavano la tiritera, avanzavano tutti insieme, distendendosi e stringendosi a
fisarmonica. All'ultimo verso il ragazzo che occupava la posizione centrale, in genere un
tipo di robusta costituzione, si spingeva d'impeto in avanti, tirandosi dietro gli altri, in tal
modo quelli che si trovavano ai lati venivano trascinati via e perdevano in qualche caso
l'equilibrio.
Un'altra figura era 'o serpènde: i ragazzi si prendevano per mano e componevano lungo
il percorso volute e serpentine. Ad un certo punto il capofila con un movimento veloce e

220
repentino obbligava la fila a descrivere una spirale, facendo sì che gli ultimi (la coda)
subissero, per contraccolpo, una brusca sbandata.

221
GLOSSARIO

abbacchio, agnello 97. Ascenzió', Ascensione 321.


abbituccio, vestitino 6. attènde, attenta! 140.
abbòtta, gonfia (vb.) 633. avemo, abbiamo 33, 130, 303.
accettòla, piccola accetta 174. averai, avrai 130.
acquacòtta, acqua bollita con sale, olio,
aglio e mentuccia, che si versa ben bacaròzzi, scarafaggi 453.
calda sopra il pane affettato 298. badòcchio, battaglio (s.m.) 244.
ajjo, aglio 635. bagajjoni, manovali (s.m.) 269.
ajjo, ahi! 167. bagàssimo, pagammo 418.
allesso, lesso (s.m.) 187. bajjaro, pagliaio 282.
amàndole, mandorle 325. bajjericcio, pagliericcio 16.
Ambròcio, Ambrogio 478. bamboccino, schiaffetto 528.
andiedi, andai 100. bammace, bambagia 31-32, 638.
andra, altra 38, 41, 43-45, 638. banga, panca 43-44.
andr'anno (un ~), il prossimo anno banganèllo, verga da pastore, bordone
309. (lett. manganello) 315.
andri, altri 271, 337. banghetta, sgabello 97.
andro, altro 32, 251, 270, 290, 302, banghetto, sgabello 39.
560, 564, 602, 636. bango, panca 45, 222.
annàmocene, andiamocene! 136. Baradiso, paradiso 599.
annàssimo, andammo 418. barì', barili (forma tronca) 581.
ape, api 107. barmo, palmo 129.
aprìtice, apriteci! 598. bassanellesi, ab. di Vasanello 285-286.
ara, aia 56. battajja, battaglia (s.f.) 38.
arangio, arancia 553. batte, suona la campana 280.
arati, aratri 363. Bàvolo (Sam ~), San Paolo 598.
arato, aratro 137. 'bbità, abitare 555.
àrberi pizzuti (se ne va all'~), muore 'bbòtta, fa imbocciare 74, 299.
(eufem.) 475. bè', bene 267, 271, 365-366, 550.
arda, alta 328. beccamòrti, delinquenti 293.
aricomingia, ricomincia! 253. becchi, becchini 19.
arifacemo, rifacciamo! 327. becoraro, pastore 97.
arispose, rispose 304. bellìcole, ombelico 308.
arivòrda, rivolta (vb.) 222. benzà, pensare 540.
arivòrdite, voltati! 586. bèr, bel 329, 434, 439, 612.
aroplano, aeroplano 428, 555. beve', bere 613.
arrovina, rovina (vb.) 278-279. beverèi, berrei 79.
arza, alza 97, 151, 371-372, 564 . bevéssimo, bevemmo 418.
bévino, bevono 604.

223
bezzé', pezzettino (forma tronca) 601. buga, buca (s.f.) 190, 414.
biagne', piangere 140. bùggere, paturnie 214.
biè', piede 96-97. bugo, buco (s.m.) 135.
biède, piede (= coscio) 97. bulli, bollisci! 264-265.
Bièdro / Biètro (Sam ~), San Pietro bullo, spavaldo 478.
592, 598. bummidòro, stupido (fig.) 245.
biferari, pifferai 434-435. burrattini, burattini 288-293.
bigonza, stupida (fig.) 438. buttàvino, buttavano 207.
bijjardino, bigliardino 374. bùttili, buttali! 606.
billa, tacchina 305. bùttiri, butteri 269.
biòve, piove 369.
birbi, scaltri 290. ca', cane 97.
biscì', garzone del pastore caccia, cava (vb.) 69, 409.
(forma tronca alloc.) 272. caccia fòra, tira fuori! 353.
bizzo ('m ~), nell'estremità 484. caccialo fòri, cavalo fuori! 543.
bò, può 611, 619. cacciava, cavava 376.
bò', poco 233, 250, 253. caccio, cavo (vb.) 69, 128, 220.
bobbó', bubboni 346. cacèri, pastori addetti alla
bocale, boccale 316. confezione del formaggio 269.
bòccio, grassone 440. cacio, formaggio 220, 249-250, 444,
boccioni, bottiglioni 640. 597, 601.
boccó' (tutto 'm ~), con un calla, calda 183, 477.
sol boccone 49. callararo, calderaio 442.
bòi, buoi 200. callarèlla, caldaia 265.
bollastro, pollo 98. callaretta, paiolo 550-551.
bomma, grassone (fig.) 433. callaro, caldaio, paiolo 154.
bòro, povero 345. callo, caldo 217.
bottia, bottiglia 127. cambana, campana 104, 244.
bottó', bottone 73. cambane, campane 603.
bòvi, buoi 363. cambanèlla, campanella 348.
bòvo, bue 47, 88, 306. cambanèlle, campanelle 564.
brado, prato 117. cambanì', campanello
braga, brache 353. (forma tronca) 608.
braghe, brache 422-423. Cambidòjjo, Campidoglio 488, 603.
brango, branco 111. cambosando, cimitero 19.
Brìcida, Brigida 628. camio', camion, autocarro 533.
brijja, briglia 350, 479. càmmera, camera 401-402, 564.
bua, malattia (voce infant.) 175. cammerière, cameriere 439.
bucetta, piccola buca 596. cammino, camino 511.
buci, buchi (s.m.) 141. càndino, cantano 441.
bucìa, bugia 195, 555. canini, rabbiosi come cani 269.
bucio, buco (s.m.) 408. cannela, candela 129-130, 146.

224
Cannelòra, Candelora 303-304. ciammellette, ciambellette 325.
cannó', cannone 38, 73, 574. ciammelló', ciambellone 319.
capata, scelta, pulita (p.p.) 49, 567. cianghe, gambe 60.
capea (ce ~), ci entrava 633. ciaramèlle, zampogne 48.
caperemo, sceglieremo 49. ciavatta, ciabatta 445.
caperò, sceglierò 569. ciccia, carne 116.
cappanna, capanna 326. Ciccio bbomma, grassone 439.
cappannèlla, capannella 326-327, 329. ciciò, chicche 18.
cappó', capponi 530-531. cijja ('e ~), le ciglia 136.
cappuccì', cappuccino (forma cionna, vulva 126.
tronca) 467. ciuetta, civetta 444.
carciòfolo, carciofo 142. ciufoletto, zufolo 45.
Carésima, Quaresima 318. ciumaga, chiocciola 353.
cargagno, calcagno 307. còccia, buccia 207.
carge, calcio, pedata 242. còcime, cuocimi! 426.
cargi, calci, pedate 108, 168, còcino, cuociono 599.
396-397, 405. còjje, coglie 300, 369.
cargio, calcio, pedata 55. cojjoni, coglioni 143.
cartó', cartone 435. cojjoni, minchioni, stupidi 269.
Castèllo, Castel S. Elia 293. combagnia, compagnia 329.
Catamèllo, Quadamello (quartiere cit- combra, compra 278.
tadino) 276. combramo, compriamo 500.
cavalliè', cavalieri 107, 285. combrimendi, complimenti 548.
'cchiappai, acchiappai 100. commà', comare (forma tronca
'cchiàppite, acchiappati! 206. alloc.) 174, 603-605.
'cciacca, schiaccia! 261. commandamendi, comandamenti 338.
'ccòjjino (se ~), suppurano 178. commannata, comandata 294.
'ccorcia (se ~), si accorcia 75. commare, comare 45, 69, 271, 413.
'ccòrgino (se ~), si accorgono 177. comò, canterano 29.
'ccostate (nun ve ~), non vi cóndime, contami! 354-355.
accostate! 493. condutto, condotto (s.m.) 390.
cecio, cece 482, 579. conghe, conche per fare il bucato 512.
'cèllo, uccello 267. congolina, bacinella 455.
cèlo, cielo 117-119. coppó', coppa 435.
cengio, cencio 584. còste, costole 172, 307.
cerasa, ciliege 469, 582. cótiche, cotenne di maiale 413.
Checca, Francesca (ipocor.) cotichicchie, cotenne di maiale (forma-
392-393. zione scherz. su cótiche) 273.
Checchino, Francesco (dimin.-ipocor.) crapa, capra 571.
47. crapetta, capretta 114.
ciammèlla, ciambella 57, 93. Crocchiano, Corchiano 285.
ciammèlle, ciambelle 57. croce, croci 336-337.

225
cucchiaro, cucchiaio 42. Domasso, Tommaso 305.
cucculo, cuculo 354-355. dòppo, dopo 199-200.
cucuzza, zucca 153. dorge, dolce 403.
cupa, profonda 43, 638. dorgi, dolci 228.
cupèlle, barilotti per il trasporto del dottó', dottore 106.
vino o dell'acqua 38. du', due 72, 88-89, 96-97, 150.
cupertaccia, copertaccia 113. dumani, domani 258, 316, 321,
cupo, profondo 41. 348, 369, 446, 612.
cùppala, cupola 104. dumanna, domanda (vb.) 463.
Cuppolone (er ~), Roma (sineddoche) dumannasti, domandasti 22.
290-293. dumannato, domandato 12.
curre, corre 378. dumattina, domani mattina 251.
currerai, correrai 321.
curri, corri! 174, 321. ècchime, eccomi! 319-320.
curta, corta 306. edè, è 93, 104, 119, 122, 126, 196,
curtèlli, coltelli 317. 571, 589.
curto, corto 158. edèra, era 41-42, 44.
edòtti, dotti 293.
dajje, dagli! 55, 587, 606. èmbe, riempie 279.
dajjolino, tagliolino 43. embìtime, riempitemi! 320.
damo, diamo 5. emo, abbiamo 33, 264.
'ddòpra, adopera 85, 86. empìtime, riempitemi! 319.
'ddoralòffe, naso (= 'annusapeti', èrino, erano 248, 312.
composto scherz.) 71.
'ddormito, addormentato 12. Facemo, facciamo 641.
delìbberisci, liberaci! 283. facévino, facevano 41, 43.
'Delina, Adele 571. facioletti, fagiolini 637.
dèmbo, tempo 255. faciòli, fagioli 273.
demo, diamo! 282. fajje, fagli! 315.
dènde, dente 104, 173, 358, 587. fàjjolo, farglielo 147.
dèndi, denti 108, 112, 402, 443. fàmmolo, fammelo! 351-352.
dendro, dentro 55, 66-67, 133, 138, famo, facciamo 374.
140, 146, 156, 190, 202, 264-265, fargia, falce 270.
269, 304, 325, 381, 491-492. fargiato, falciato 117-118.
deta ( e ~), le dita 398. fargo, falco 351-352.
dete, date (vb.) 284. febbraro, febbraio 74, 299.
dichi, dici 416. feda, cova (vb.) 168.
dièdro, dietro 179. fémmina, donna 150, 436.
dijje, dille! 134. fémmine, donne 30, 150, 266.
do', dove 123, 216, 277, 320, 497. fenì, finire 178.
d(o'), da dove 597, 601. ferratore, maniscalco 388.
do', due 98. ffonno (a ~), a fondo 351-352.

226
'ffugò (se ~), si affogò 263. gambo, campo 118.
fiacchetta, fiacchezza 585. gàmmara, camera 123, 611.
fijja, figlia 253, 529, 572-574. gàmmera, camera 124, 401.
fijje, figlie 567. gandina, cantina 443.
fijji, bimbi 5. garcio, pedata 606.
fijji, figli 153, 189, 268, 494, 555. garzon(e), calzone 158.
fijjo, figlio 19-20, 144, 153, 331. garrettèlla, carrozzella 301.
Fijjòlo, Figliolo 328. gatta fura, animale immaginario 192.
fii, figli 631. gatta gnàola, animale
filono (fìlino), filano 31-32. immaginario 256.
Filomè', Filomena (forma gavalliè', cavaliere 105.
tronca alloc.) 391. gèco, cieco 120.
Filumèna, Filomena 390. gèlo, cielo 101-102.
finimo, finiamo! 320. gennaro, gennaio 74, 299.
fio, figlio 210, 466. 'ghiappa, acchiappa 637.
fòco, fuoco 328. Giggetto, Luigino (ipocor.)
fògo, fuoco 130. 11-12, 571.
Fòjja, fraz. di Magliano Sabina (RI) Giggi, Luigi (ipocor.)
280-281. 404-406, 505.
fòjja, foglia 259. giogamo, giochiamo 176.
fongo, fungo 103. giògo, gioco 176.
fonno, fondo (s.m.) 93. gionde, congiunte 328.
fòra, fuori 133, 138, 303-304, 528. gióvine (le ~ ), le donne giovani 611.
fòra (de ~), fuori di casa 26, 570. gìrite, girati! 206.
fornaretta, fornaia 600. Girò, Girolamo (ipocor.) 629.
fornaro, fornaio 489. Giuanna, Giovanna 621.
fòrte, acre 55, 606. Giuanni, Giovanni 273, 395-396, 572,
fregno, aggeggio 149. 574.
fronne, fronde, rami 8. giunda, aggiunta 257.
frusta via, passa via! 57-58, 414, 597. gnao gnao, miao! 57.
fujji, fuggi! 82. gne-l(o), non glielo 147.
fume, fumo 144. gnènde, niente 49, 173, 190, 192-193,
fundana, fontana 337, 357, 390. 211, 280, 295, 356, 605, 611.
fundanèlla, fontanella 44. gnènte, niente 313, 639.
furata, forata 125. 'gni, ogni 148.
furò, forò 125. gnignolini, piccolini 112.
fusse, fosse (vb.) 318. gnìgnolo, mignolo 66.
gnómmara, grosso gomitolo 436.
galà, tramontare 571. gnómmoro, gomitolo 94, 121.
gala, tramonta! 571. gnudàzzala, nuda 443.
gallinaccio, tacchino 345. godédive, godetevi! 407.
gallùzzolo, galletto 69. gombòsta, compunta 399.

227
gonfètto, confetto 495. lòca, oca (forma agglutinata) 545.
gonvètto, confetto 401. lòco, luogo 265.
gorpe, volpe 69. lopini, lupini 228.
grastabbecco, becco (maschio lùccica, lucciola 348, 350.
della capra) 205. lùcciole, ulcere (forma
grattato, grattugiato 220. agglutinata) 346.
Gremènde, Clemente 295. lundano, lontano 555.
guadrino, quattrino 374.
guangia, guancia 71. ma', mamma! (forma tronca alloc.)
guazzo, sguazzo (s.m.) 156. 169, 170-171, 173, 175, 615.
gucchiarino, cucchiaino 5. ma', mani (forma tronca) 147.
gucchiaro, cucchiaio 472. maccaró', maccherone 43-44.
maccaró', maccheroni 49, 297, 383.
ì, hai, 174, 192, 203-205, maccaroni, maccheroni 220, 491-492,
590, 604-605, 620. 640.
ì, andare 20. macellaro, macellaio 132.
inizzió', iniezione 140. màchina, automobile 555.
invèrno, inferno 303-304, 599. Madalèna, Maddalena 337, 407.
ita, andata (p.p.) 181, 543. magnà, mangiare 96-97, 112,
ite, andate (p.p.) 49-50. 272, 489-490, 500.
ìtolo, idolo, gioiello 17. magna, mangia 5, 35, 49, 66-67, 114,
115, 297, 316, 381, 431, 440,
jjacchierà, chiacchierare 112. 484, 500, 535.
jjama, chiama 104, 353, 626. magna, mangia! 217.
jjami, chiami 211. magnaciccio, bocca (= 'mangiacarne',
jjamo, chiamo 322. composto scherz.) 71.
'jjappà, acchiappare 602. magnagatti, mangiagatti (sopr.
jjave, chiave 81-82, 597. coll.) 285-286.
jjavistello, chiavistello 139. magnai, mangiai 100.
jjòdi, chiodi 159. magnammèrda, mangiamerda
jjotta, ghiotta 136, 601. (sopr. coll.) 286.
jjotto, ghiotto 317. magnamo, mangiamo 98.
jjudi, chiudi! 18. magnanno, mangiando 97.
magnaricòtta, mangiaricotta
làghine, pasta sfoglia 43-44. (sopr. di categoria) 496.
lambió', lampione 464. magnàssimo, mangiammo 418.
Laorina, Laura 400. magnata, mangiata (p.p.) 264.
lé, fermi! 498. magnate, mangiate! 493-494.
lécchili, leccali! 155. magnato, mangiato 11, 203, 414,
lèvite, levati! 362. 439, 442.
lèvito, lievito 131. magnava, mangiava 249-250.
lindèrne, lanterne 72. magnàvino, mangiavano 207.

228
màgnino, mangiano 228, 318, 604. mella, mela 100, 133.
majjanese, ab. di Magliano Sabina (RI) mella, mele 582.
290. menavo, picchiavo 593.
Majjano, Magliano Sabina (RI) 277- Ménica, Domenica (ipocor.)
279, 287. 383-384.
majjetta, maglia 461-462. meteva, mieteva 638.
màmmita, tua madre (con agg. poss. méttala, mettila! 443.
enclitico) 34, 469, 611. méttijje, metterle 610.
mange, mance 307. méttimolo, mettermelo 139.
mangia, mancia 322. mettimolo, mettimelo! 139.
mango, nemmeno 20. mezzuggiorno, mezzogiorno 221.
manna, manda 265-266. mi', mia 152, 264, 366, 501, 606.
mannaggia, mannaggio!, accidenti! mi', mio 147, 149.
195, 436, 486. micche (va ppe' ~) bara al gioco 419.
mannate, mandate! 631. Micchèle, Michele 102, 353, 419.
mànnice, mandaci! 603. miccia, somara 141, 208, 411.
manno, mando 483. micetti, gattini 62.
mano (e ~), mani 98, 570, 614. micia, gatta 15, 58, 62, 95, 614.
'mari, amari (forma aferetica) 228. mitrajja, mitragliatrice 572.
Marì', Maria (forma tronca mitrajjatrice, mitragliatrice 573.
alloc.) 413. 'mmazza, ammazza 305, 440.
Mariggiuanna, Maria Giovanna 415. 'mmazzata, ammazzata 264.
Mariòccola, Mariuccia 414. 'mmazzato, ammazzato 267, 457.
marraccio, roncola 612. 'mmoscia, ammoscia 145.
martèmbo, maltempo 271. mo', adesso 206, 226, 576.
matre, madre 84, 423. mojje, moglie 83-84, 141, 199, 278,
mazzòlo, gruccia della civetta 444. 279, 380, 448-449, 595.
'mbarata, insegnata 491-492. mòllo, inzuppato, bagnato 584.
'mbecille, imbecille 505. mònica, monaca 323.
'mbertinènde, impertinente, 312. Mòniche ('e ~), la chiesa del Carmine.
'mbicca (se ~), viene impiccato 65. monno, mondo 270.
'mbiccia (te ~), ti impiccia 208. mordo, molto 42.
'mbòrta (te / ce ~), ti / ci importa mòro, muoio 356.
208, 568. morosa, innamorata, fidanzata
'mbottijjati, imbottigliati 468. 149, 366.
'mbottijjato, imbottigliato 640. mòrto (passa o ~), passa il
'mbrenanno, impregnando 131. corteo funebre 276.
'mbriagà, ubriacare 499. moscio, raggrinzato 133.
'mbriago, ubriaco 433. mózzica, mordi! 191.
mèjjo, meglio 198, 385, 425. mucio, muso 226, 442.
mèjjo, migliore 341. mució', maiale 284.
mèle, miele 353. mulinara, mugnaia 607.

229
mulinaro, mugnaio 79. 'nnato, andato 13, 457, 488-489.
mundagna, montagna 315, 481. 'nnava, andava 424, 490.
mutanne, mutande 461-462. 'nnàvino, andavano 248.
'nnéttero, andarono 253.
nasó', naso grande, nappa 434-435. 'nnetti, andai 344.
'ndendo, tinto 442. Novè, Noè 338.
'ndènnara, intenerisce 74. nùvala, nuvola 113.
'ndèro, intero 14. nùvolo, nuvoloso 271.
'ndipàdica, antipatica 471. 'nvece, invece 139.
'Ndònio, Antonio 378. 'nvojjato, imbronciato 147.
'ndòsta, indurisce, fa allegare il frutto
74. òjjo, olio 42, 49, 414, 545.
'ndovina, indovina! 126. òmmini, uomini 30, 150, 293, 314.
'ndrado, entrato 597. òmmino, uomo 150.
'ndraverzati, posti di traverso 363. òmo, uomo 87, 125.
'Ndrea, Andrea 376. òmo nero, babau 14.
'ndrujja (se ~), si imbratta 340. ondo, lardo 442.
'ndrujjato, imbrattato 340. òpri, apri! 343.
'nduina, indovina (vb.) 116, 168. orghinetto, organetto 41.
'nduina, indovina! 93, 119. òrghino, organo 229.
'nduvì', indovina (vb.) 105. òva, uova 319, 320, 599.
'nduvina, indovina (vb.) 106. òvo, uovo 134, 168, 426.
'nduvina, indovina! 122, 168.
'nduvinarèllo, indovinello 131. pa', pane 171, 317, 353, 409, 414, 484.
'nfascia, infascia 329, 402. padalòcchi, stupidi (fig.) 620.
'nfèbbra, muove gli umori vitali 299. padró', padrone 401-402, 487, 596.
'nfirza, filza di fichi 152. paghetta, danari che i genitori danno al
'ngadenado, incatenato 600. figlio per lo sciupo 374.
'ngènnara, genera 74. pajja, paglia 38, 168.
'ngènnera, genera, 299. pajjaccetto, pagliaccio 370.
'nginòcchia, ('n ze ~) non si pajjaro, pagliaio 24.
inginocchia 496. pandendo, panunto 217.
nì', bimba (forma tronca pangiallo, dolce natalizio confezionato
alloc.) 401. con impasto di mandorle, noci,
nino, bimbo, fantolino 5. miele e latte 217.
'nnà, andare 54, 375. panonda, panunto 298.
'nnamo, andiamo 374, 457, 499, 612. panza, pancia 175, 272, 347.
'nnamo, andiamo! 327. papagna, schiaffo 483.
'nnamorata, innamorata 571, 606, 612. parà, pascolare 609.
'nnarà, andrà 571. parma, palma 309.
'nnaspa, lavora con l'aspo 38. Pasqua Bbefania, Epifania 302.
'nnate, andate! 288-289, 292. passó', palo, passone 135.

230
pastòcchia, favola 255, 257-258. pignoccate, pinoccate 325.
patalòcco, pene (fig.) 142. pijjà, pigliare 613.
patalòcchi, stupidi (fig.) 285-286. pijja, piglia 329, 463.
patre, padre 91. pijja, piglia! 611.
pècara, pecora 64, 327. pijjato, pigliato 569.
pèchere, pecore 315. pijji, pigli 127.
pecoraretto, pastorello 267, 496. pìjjine, pigliane! 569.
pecoraro, pastore 24, 496. pìjjino, pigliano 434-435.
pecorina, vulva 380. pijjo, piglio (vb.) 331.
pèggio, peggiori 288, 293. pindolòcco, pene (eufem.) 142.
pela, scotta 183. pio, piglio (vb.) 271, 369.
pelato (s'è ~), ha perso le penne 473. piovìccica, pioviggina 370.
pendecana, vulva (fig.) 371. Pippo, Filippo (ipocor.) 388-389.
pènne, pende 151. pisciaròla, vulva 415.
Pèppe, Giuseppe (ipocor.) pìscino, pisciano 109- 110.
10, 397, 637. pizza, schiaffo (fig.) 483.
Peppina, Giuseppina (ipocor.) pìzzica, frigge 191.
508. pizzicaròlo, pizzicagnolo 444.
pere, peti 454. pizzutèllo, zibibbo 28.
pero, pera 203. pizzuti, scaltri, avveduti 289.
pertichini, profittatori 288-293. pizzutino, zibibbo (neoform.
petalino, calzino (s.m.) 138. infant.) 29.
pezzuti, scaltri, avveduti 293. pò, può 184.
pezzuto, puntuto 451. Poggetto, Poggio Sommavilla, fraz. di
pià, pigliare 68, 83, 354, 595. Collevecchio (RI) 280.
pia', pigliare, prendere 19. pòle, può 451.
pia, piglia 96-97, 151, 270, 384, pollaròla, pollaiola 569.
401, 472, 475, 487, 531. pomba, pompa, lusso 278-279.
pia, piglia! 239, 469. pònno, possono 150, 307.
piagne', piangere 473. popò ('gni ~) ogni tanto 148.
piagne, piange 14, 452. popò, fantolino, pargolo, bimbo 2, 18.
piagnènno, piangendo 78. pòri, poveri 62.
piagneva, piangeva 331. pòro, povero 101-102, 600.
piana, sale (vb.) 607. pòzzi, possa 181.
piata, pigliata 603. pòzzo, posso 185, 471, 548, 569,
piàtivala, pigliatevela! 238. 585, 608.
pica, gazza 163. ppadollo (a ~), a riposare 221.
piccò, punse 482. 'pparecchiata, apparecchiata 634.
piè', piede 96-97. ppecoró' (a ~), carponi 38.
piè', piedi , 96-97. 'ppiccato, appeso 83.
piède (da ~), in fondo 602. 'ppìccica, appiccica 370.
pierà, piglierà 571. preciutti, prosciutti 427.

231
pròpio, proprio 502, 548, 571. la conocchia 296.
proveduti, scaltri 291. ripia, ripiglia 96, 163.
pupa, bimba 57. rippiana, risale 163.
pupazza, bambola 63-64. risponne, risponde 445.
pupi, fantolini, bimbi, pargoli 3, 4. rissomijja, assomiglia 639.
pupo, fantolino, pargolo 52-53. 'riva, arriva 96.
purge, pulce 123, 381, 473. rivòjjo, rivoglio 488.
purginèllo, pulcino 638. roppe, rompe 252, 401-402, 513, 610.
purgino, pulcino 440. roppete, rompete! 493-494.
roppi, rompi! 551.
quadro, quadrato 77. roscio, rosso, fulvo 133, 431.
quanno, quando 33, 49, 127, 128, 131, 'rrabbià, arrabbiare 150.
148-149, 151, 209, 355, 390, 430, 'rramba, arraffa, ghermisce 97.
443, 451, 477, 482, 496, 569, 637. 'rrambicavano (se ~), si arrampicavano
quesso, codesto 213. 638.
'rriva, arriva 97, 154, 257.
ràdica, pene (fig.) 193. 'rrivare, arrivare 594.
ranòcchia, rana 105-106. 'rrivato, arrivato 281.
rasa, piatta 71. rugandino, arrogante 394.
raspo, specie di rogna che colpisce in ruma, rumina 152.
particolar modo gli animali. 13. rumbazzo, grappolo, rumpazzo 180.
'recchia, orecchia 381. ruzza, ruggine 362.
regazza, ragazza 36, 530, 531, 605. rùzzala, ruzzola 76.
regazza, fidanzata 447.
regazzetto, ragazzo 612. sàbbito, sabato 295-296, 298, 622.
regazzì', bambino (forma tronca saccòccia, tasca 148.
alloc.) 209-210. sano, intero 493-494.
regazzini, bambini 11. sapemo, sappiamo 258.
regazzino, bambino 319. sapièndi, saccenti 287, 289-293.
regazzo, fidanzato 149, 194, 237, 447. saputi, saccenti 293.
ribbiscini, garzoni del pastore 269. sardà, saltare 214, 482.
ricala, ridiscende 163. sarda, salta 548.
ricatoni, rigatoni 490. sardarèllo, saltarello 315.
riccojje', raccogliere 20. sargicce, salsicce 491-492.
riccòjje, raccoglie 67, 97, 573. sargiccia, salsiccia 34, 420, 438.
riccojjeva, raccoglieva 638. sbòtta, fa sbocciare 74.
riccòjji, raccogli! 582.
sbragàrono (se ~), crollarono 638.
riccondo, racconto (vb.) 251.
sbràghino, calano 142.
riccòrdo, raccolto (p.p.) 66.
scalla, scalda 57.
rigalo, regalo (vb.) 589.
scallalètto, scaldaletto 120.
rigalo, regalo (s.m.) 590.
scapicollato, dirupato 277.
ringonocchianno, risistemando
scappà, uscire 153.

232
scappa, esce 87. sguajjo (me la ~), me la squaglio 572-
scappa fòra, esci fuori! 414. 574.
scappa fòra, esce fuori 49, 501. sì, sei (v.) 210, 245-246, 433, 474, 488,
scappamo fòra, usciamo fuori 374. 555.
scappato, uscito 597. sigheretta, sigaretta 75.
scardaó', scarabeo (forma tronca alloc.) Signó', Signore (forma tronca) 338.
321. signozzo, singhiozzo (s.m.) 357.
scarga, scarica (vb.) 581. sinale, grembiule 131.
scegne', scendere 602. sinnò, sennò 351-352, 365-366,
schiacciapagnòtte, bocca (composto 389, 608, 631.
scherz.) 72. smerdolati, smerdati 155.
sciacquasecchi, operai addetti alla smerdolato, smerdato 433.
risciacquatura dei recipienti usati smirato, osservato 466.
per la mungitura 269. sò', sono (1 sing.) 69, 153, 177-178,
sciòjje, scioglie 595. 210, 272, 281, 319, 345, 488, 569,
sciòrda, sciolta 571. 577, 596, 602.
'sciugava, asciugava 328. sò', sono (3 plur.) 30, 49-50, 184, 269,
'sciutta, asciuga 67. 285-286, 288-289, 290-293, 297,
'sciuttato, asciugato 66. 325, 328, 383, 391, 413, 469, 490,
sconòcchia, fa sbocciare (fig.). 550-551, 561, 566-567, 592.
scòppio, stramazzone 449. sòciara, suocera 84.
scordòrino, scordarono 253. sònime, suonami! 267.
scortichini, taccagni, tirati 292. sopre, sopra 16, 41, 63, 97, 141, 143,
scudèlla, scodella 272. 162-163, 281, 571-572, 574, 580.
sculetta, ancheggia 114-115. sopre dde ppiù, in aggiunta 88.
scurreggia, scoreggia, spetezza, 431, sòra, signora 175, 320, 382, 392-393,
514-515. 399, 401-402, 410.
scurreggiona, scorreggiona 514-515. sordà', soldati (forma tronca), 528.
sede', sedere 97. sòrdi, soldi 499-500, 535.
sediòla, seggiolina 27. sorge, topo 597.
segó', segone 319. sorgi, topi 228.
sèmbre, sempre 3, 112, 376, 391. sòrita, tua sorella (con agg.
sémmola, lentiggini (coll.) 621. poss. enclitico) 134.
semo, siamo 269, 303-304. sovrana, vulva (fig.) 373.
seta, buratto, staccia 27-31,114. sperella, spera del sole, raggio o
sete, siete 269. chiarore solare che filtra tra le
sfogatore, naso (nome scherz. non nubi. 375.
lessicalizzato) 72. 'spettava, aspettava 638.
sgrulla, scrolla, agita 104. spicciatore, pettine a denti radi
sgrullatina, scrollata 128. 312-313.
sguajjo (me ~), vado in deliquio 635. spigni, spingi 617.
spizzicata, spizzicatura 395, 412.

233
spòjja, spoglia 289-292. trita, trebbia (vb.) 624-625.
sponnà, sfondare 181. tròva', trovare 320.
'ssaggialla, assaggiarla 477. 'ttaccati, attaccati 161.
Stabbia, Pian Paradisi (contrada rurale) tu', tuo 194.
275.
stagnino, idraulico, lattoniere 456. ua, uva 175-176, 180.
stàvino, stavano 96. urchio, orco 42.
stemo, stiamo 258.
stenneva, stendeva i panni 331. vago, acino, chicco 175.
stènnite, stenditi! 154. vàttine, vattene! 433.
Stimijjano, Stimigliano (RI) 280. védino, vedono 434-435.
streppo, sterpo, ramo 163. vène, viene 327.
strillato, sgridato 442. vènghi, vieni 601.
stuccata, spezzata 641. vènghino, vengono 19, 200, 402, 443.
sua, suoi 131. venne', vendere 86.
Suriano, Soriano 286. venne, vende 86, 278-279.
svejji, svegli (vb.) 231. vennuta, venduta 285-286.
vennuto, venduto 490, 640.
tajja, taglia (vb.) 58, 270. viè', viene 56-57, 147, 149, 302, 310-
tajjato, tagliato 177-178. 312, 334, 368, 384, 584, 611, 639.
tàjjino, tagliano 434-435. viè', vieni! 130, 272, 348-350.
tata, babbo 21, 222, 265. vièi, vieni 309, 485, 603.
tévele, tegole 110. vièngo, vengo 320.
tiè', tiene 384. vilo, filo 157.
tiè', tieni! 472. viore, fiore 369.
tiètte, tieniti! 358. vò', vuole 1-5, 21, 38, 54, 57, 83,
tigna, ostinazione (fig.) 13. 255, 312, 366, 395, 412, 576, 595,
tìrijjala, tiragliela! 170-171. 611, 613, 639.
tìrili, tìrali! 155. vòi, vuoi 8-9, 87, 210, 273, 322, 365,
tirittònghite, dagli di nuovo! (ideofono) 533, 610-611.
383-384. vòjjo, voglio 20, 55, 188, 272, 319,
Titta, Battista (ipocor.) 34. 324, 414, 528, 544-545, 565, 605-
tómmala, tombola 436. 606, 610, 632.
tonna, rotonda 126. volà, falpalà, gala 6.
tonno, rotondo 77, 93, 282, 351-352. volemo, vogliamo 337, 571.
torroncì', torroncino (forma vònno, vogliono 3, 611.
tronca) 325. vordà, voltare 571.
tòtoro, pannocchia di granturco 142. vòrda, giravolta 571.
tramundana, tramontana 371-372. vòrda ('na ~), una volta 247, 249-254.
tranve, tram 461. vordàdive, voltatevi! 563.
trendadu', trentadue 108. vordata, voltata 571.
trìbbala, tribola 199. vòrde, volte 309, 485.

234
zambata, pedata 574.
zambe, zampe 87.
zardo, salto (s.m.) 636.
zibbibbo, zibibbo 477.
Zimo' (san ~), San Simone 37-38.
Zinvaròsa, Sinforosa 428.
zinnà, poppare, succhiare il latte
dal seno materno 3.
zisa, poppa, mammella 62, 331.
zò', sono (3 plur.) 269, 281.
zòr, signore 508.
zomba, salta! 326-327, 475, 582.
zombare, saltare 475.
'zzoppata, azzoppata 47-48.
zordadì', soldatino (forma tronca) 254.
zòrdo, soldo 442.

235
INDICE GENERALE

pag.

BIBLIOGRAFIA......................................................................................................... 7

NOTA INTRODUTTIVA......................................................................................... 13

AVVERTENZA ........................................................................................................ 23

ABBREVIAZIONI E SIMBOLI USATI .................................................................. 26

NINNE NANNE................................................................................................... 27
1. * Ninna-ò, ninna-ò ........................................................................ 27
2. * Ninna popò, ninna popò ............................................................. 27
3. Ninna-ò, ninna-ò ........................................................................... 27
4. Ninna-ò ninna-ò ............................................................................ 27
5. Ninna-ò, ninna-ò ........................................................................... 27
6. Ninna nanna, pupo bbello, ............................................................ 27
7. * Fate la ninna............................................................................... 28
8. Fate la ninna, se tte voi ddormire:................................................. 28
9. Fate la ninna, se tte voi ddormire:................................................. 28
10. Fate la ninna ch'è ppassato Peppe, ................................................ 28
11. Fate la ninna ch'è ppassato 'l-lupo:................................................ 28
12. Fate la ninna ch'è ppassato 'l-lupo................................................. 28
13. Fate la ninna, bbello de mamma,................................................... 28
14. Fa' la ninna, fa' la nanna ................................................................ 28
15. Fa' la ninna ch'ecco la micia.......................................................... 29
16. Faté la ninna, bbámbinello riccio, ................................................. 29
17. * Fa' la ninna, ìtolo mio,................................................................ 29
18. Fa' la ninna popò ........................................................................... 29
19. Fijjo mmio, Doménico sando,....................................................... 29
20. Fijjo mmio, nun de morì ............................................................... 29
21. È stato lo vendo ............................................................................ 30
22. O ssonno o ssonno, che de qqui ppassasti..................................... 30
23. Dindirindì ddindirindì ................................................................... 30
24. Nina macigna ................................................................................ 30
I MOVIMENTI DEL CORPO.............................................................................. 31
25. * Bbùttolo bbùttolo bbùttolo via ................................................... 31
26. * Staccia stacciola ......................................................................... 31
27. * Seta setola...................................................................................31
28. * Seta setola...................................................................................31
29. Seta setola......................................................................................31
30. Seta setola......................................................................................31
31. Seta moneta ...................................................................................32
32. Seta moneta ...................................................................................32
33. Sega sega lo segató' .......................................................................32
34. Sega sega, mastro Titta,.................................................................32
35. Din-dò ddumani è ffesta, ...............................................................32
36. Dindolò dindolò ............................................................................33
37. Dindolò dindolò ............................................................................33
38. Dindolò dindolò ............................................................................33
39. Prucci prucci somaretto .................................................................33
40. * Prucci cavalli ..............................................................................34
41. Prucci prucci cavallucci.................................................................34
42. Prucci prucci cavallucci.................................................................34
43. * Prucci prucci cavallucci..............................................................35
44. Prucci prucci cavallucci.................................................................35
45. Prucci prucci cavallucci.................................................................36
46. Cavallino arrì arrò .........................................................................36
47. * - Chi è cche vva (a) ccavallo?.....................................................37
48. - Arri Roma. ..................................................................................37
49. * - Chicchirichì le tre ggalline. ......................................................37
50. - Cuccurucù le tre fformiche..........................................................38
51. * Ggi-ro ggi-ro ton-do ...................................................................38
52. Ggira ggira rosa.............................................................................38
53. Ggira ggira rosa.............................................................................38
54. Ggiro ggiro-ton-no ........................................................................39
55. * Ggiro ggiro-tondo.......................................................................39
56. * Pumbara pumbara.......................................................................40
57. * Scalla scalla mano ......................................................................40
58. Micia micia....................................................................................40
LE PARTI DEL CORPO ......................................................................................41
59. 'Mbrio 'mbrio 'mbrò .......................................................................41
60. * Cianghe cianghine ......................................................................41
61. * Pumpara pumpara.......................................................................41
62. Bbatti le mani ch'è mmorta la micia: .............................................41
63. * Sopré 'sta bbella piazza...............................................................41
64. Questa è 'na bbella piazza..............................................................41
65. * Pòllice: ho ffame.........................................................................41
66. * Pòllice: è ccascato dendro 'o pozzo. ...........................................42
67. * Questo (√: 'o lepre) casca dendro 'o pozzo................................. 42
68. Pìzzico menuto.............................................................................. 42
69. * Chi cc'è ggiù ccasa d''a commare gorpe?.................................... 42
70. Questo è ll'occhiuccio. .................................................................. 43
71. * Questo è ll'occhio bbello............................................................ 43
72. * Mondecucco............................................................................... 43
73. * Fronde. ....................................................................................... 43
INDOVINELLI .................................................................................................... 44
74. Ggennaro 'ngènnara ...................................................................... 44
75. * Più 'a tiri..................................................................................... 44
76. * 'O sai quandi ggiri ...................................................................... 44
77. Qual è quell'animale...................................................................... 44
78. * Va ggiù rridenno ........................................................................ 44
79. * Bbevo acqua e nun gi-ho acqua ................................................. 44
80. Cori corenno ................................................................................. 44
81. Curri currero ................................................................................. 45
82. Ficca ficchella ............................................................................... 45
83. Pe' ppià mmojje ce vo': ................................................................. 45
84. 'A sòciara d''a mojje de tu' fradello ............................................... 45
85. Chi lla fa nu-lla 'ddopra,................................................................ 45
86. * Chi lla fa, la fa ppe' vvenne'; ...................................................... 45
87. * Scappá dar bosco un grand'animalaccio,.................................... 45
88. * Du' lucendi ................................................................................. 46
89. Du' lucendi .................................................................................... 46
90. Nun guardà che cci-ho le corna,.................................................... 46
91. Il patre è llungo lungo, .................................................................. 46
92. Bbella donna d'arto palazzo .......................................................... 46
93. * Tonno bbistonno ........................................................................ 46
94. Tombolì' che ttombolava............................................................... 47
95. Pendolì' che ppendolava................................................................ 47
96. Du' piè' sopr'a ttre ppiè' ................................................................. 47
97. Du' piè' sta a ssede' su ttre ppiè', ................................................... 47
98. Ce magnamo 'm bollastro stasera .................................................. 48
99. * Da véndi-cingue ......................................................................... 48
100. Ggioveddì andiedi a ccaccia, ....................................................... 48
101. * In gelo ce n'è uno ...................................................................... 48
102. * In gelo c'è, in derra nun g'è. ...................................................... 48
103. * De qqua e dde llà ddar mare ..................................................... 48
104. * Su pp''a cùppala per aria............................................................ 49
105. * Sott''o ponde nicche nacche ...................................................... 49
106. Sotto 'o ponde ciffe ciaffe ............................................................ 49
107. Mille cavalliè' dde Frangia ...........................................................49
108. * Trendadu' cavalli bbianghi: .......................................................49
109. Cci-ho mmille cavalli rossi:..........................................................49
110. * Ci-ho 'm brango de cavallucci: ..................................................50
111. Ci-ho 'm brango de pècore nere:...................................................50
112. Ci-ho 'na fila de fratini..................................................................50
113. * Io ci-ho 'na cupertaccia:.............................................................50
114. Io ci-ho 'na crapetta ......................................................................50
115. Ci-ho 'na servetta..........................................................................50
116. Io ci-ho 'na cassetta ......................................................................50
117. Io ci-ho 'm brado: .........................................................................51
118. C'è 'n gambo fior fiorellato:..........................................................51
119. * Io ci-ho 'l-lenzolo tutto ricamato,...............................................51
120. Ci-ho ccend'occhi e nun ge vedo, .................................................51
121. Io ci-ho 'na cosa cosella................................................................51
122. * Cci-ho 'na cosa ..........................................................................51
123. Io ci-ho 'na cosa............................................................................51
124. Io ci-ho 'na cosa............................................................................52
125. Io ci-ho 'na cosa arata ...................................................................52
126. Cci-ho 'na cosa tonna tonna..........................................................52
127. Ci-ho 'na cosa liscia liscia, ...........................................................52
128. Ci-ho 'n gosetto liscio liscio, ........................................................52
129. Ci-ho 'na cosa lunga 'm barmo,.....................................................52
130. Io ce ll'ho, tu nun ge ll'hai,............................................................52
131. * Io ci-ho u'-'nduvinarello.............................................................53
132. * Bbiango me lo metto .................................................................53
133. Lo metto dendro bbiango e rroscio,..............................................53
134. Bbiango rosso e scappucciato ......................................................53
135. Piando 'o passó', ...........................................................................53
136. Annàmocene a ddormì 'na bbella coppia......................................53
137. * Um beloso de qqua....................................................................53
138. * Peloso de fora............................................................................53
139. * Péll'amor de Ddio, mastro Pietro,..............................................54
140. Arza sù lla camicetta indando indando .........................................54
141. * Quattro de strapazzo,.................................................................54
142. * Monzignore va pell'orto,............................................................54
143. Sopre 'm-mondicello.....................................................................54
144. * 'O padre nasce ...........................................................................54
145. Papà 'o ddrizza .............................................................................54
146. * Drizza scanizza..........................................................................55
147. * Mi' marito viè' a ccasa 'nvojjato.................................................55
148. Mio marito bber cocò ...................................................................55
149. * Mi' regazzo viè' dda Milano...................................................... 55
150. * Du' òmmini ponno fà................................................................. 55
151. Pendolì' che ffra le gambe penne ................................................. 55
152. C'era mi' madre sopra 'na cassa .................................................... 56
153. Gràvida so' e ggràvida me sendo.................................................. 56
154. Catena lunga stènnite ggiù, .......................................................... 56
SCIOGLILINGUA ............................................................................................... 57
155. Tre ttravi 'ndravati tìrili su ........................................................... 57
156. Dendro la bbotte de zzi' frate ....................................................... 57
157. * Un vilo de fien greco................................................................. 57
158. 'N garzon curto............................................................................. 57
159. Che jjodi ...................................................................................... 57
160. Dietro quer palazzo...................................................................... 57
161. Tre mmazzi de carze .................................................................... 57
162. * Sopre u-rrìppise rìppise frasca .................................................. 57
163. La pica sopre lo streppo............................................................... 57
164. * Pisa porta il pepe ar papa .......................................................... 58
165. * Oggi seren non è, ...................................................................... 58
166. * Apelle fijjo d'Apollo ................................................................. 58
CHIAPPARELLI.................................................................................................. 59
167. * - Ajjo! ....................................................................................... 59
168. - 'Nduvina 'nduvinajja .................................................................. 59
169. * - Ma', cci-ho ffame!................................................................... 59
170. - Ma', cci-ho ffame!...................................................................... 59
171. - Ma', ci-ho ffame! ....................................................................... 59
172. * - Che cc'è pe' ccena? ................................................................. 59
173. * - Ma', che cc'è pe' ccena? .......................................................... 59
174. - Ch'ì fatto a ccena?...................................................................... 59
175. * - Ma', mme fa mmal(e) 'a panza! ............................................... 60
176. * - A cche ggiogo ggiogamo? ...................................................... 60
177. * - Me so' ttajjato! ........................................................................ 60
178. - Me so' ttajjato!........................................................................... 60
179. - A cche ffà?................................................................................. 60
180. - Mamma mia!.............................................................................. 60
181. * - Bèè! ........................................................................................ 60
182. * - Chicchirichì! ........................................................................... 60
183. * - Bbona sera!............................................................................. 60
184. * - Bbona notte! ........................................................................... 61
185. * - Grazzie! .................................................................................. 61
186. * - Permesso? ............................................................................... 61
187. * - Appresso? ............................................................................... 61
188. * - Perdono!..................................................................................61
189. - Eccì!...........................................................................................61
190. - Te saluta.....................................................................................61
191. * - Me pìzzica...............................................................................61
192. - Ma cch'ì paura? ..........................................................................61
193. - Che mme dai?...'na cosa? ...........................................................62
194. - Che tt'ha fatto tu' regazzo? .........................................................62
195. - Mannaggia..................................................................................62
196. * - Capace.....................................................................................62
197. * - Perché?....................................................................................62
198. * - Allora?... .................................................................................62
199. * - Poi doppo? Poi doppo? ...........................................................62
200. * - E ppoi e ppoi? .........................................................................62
201. - E ppoi e ppoi? ............................................................................62
202. * - Ch'è ssuccesso? .......................................................................62
203. - Cch'ì fatto!?................................................................................63
204. - Cch'ì visto?.................................................................................63
205. - Te l'ho ddetto! ............................................................................63
206. - Mo' che ffo? ...............................................................................63
207. * - Come fo?.................................................................................63
208. * - Te 'mbiccia? ............................................................................63
209. * - Ah regazzì', che sta' ffà llì?......................................................63
210. - Ah regazzì', chi ssì?....................................................................63
211. - E cche tte jjami Cremende? .......................................................64
212. * - 'St'orologgio è dd'oro...............................................................64
213. * - ...è dd'oro.................................................................................64
214. - Che stai a fà?..............................................................................64
215. - Che stai a ffà?.............................................................................64
216. - Do' vai?... ...................................................................................64
217. - Fa ccallo!....................................................................................64
218. * - Piove! ......................................................................................64
219. - Fiocca! .......................................................................................64
220. - Ha nevicato! ...............................................................................65
221. * - Sona mezzuggiorno... ..............................................................65
222. - Papà!... .......................................................................................65
223. * - Ha' raggione! ...........................................................................65
224. * - Bbella!.....................................................................................65
225. * - Stùpida! ...................................................................................65
226. - Stùpida!......................................................................................65
227. - Stronza!......................................................................................65
228. - Lópini dorgi! ..............................................................................66
229. * - Ah quell'o'! ..............................................................................66
230. * - Ah quella fe'! .......................................................................... 66
231. - Ah quella do'! ............................................................................ 66
232. * - A e i o u... ............................................................................... 66
233. * - Di' um bo' mi' padre è 'n gale uno ........................................... 66
234. * - Uno ddue e ttre... .................................................................... 66
235. * - Uno ddue e ttre ....................................................................... 66
236. - Uno ddue e ttre .......................................................................... 67
237. - Quattro....................................................................................... 67
238. - Quattr'e qquattr'otto ................................................................... 67
239. * - Cingue..................................................................................... 67
240. * - Sei........................................................................................... 67
241. * - Otto......................................................................................... 67
242. - Nove... ....................................................................................... 67
243. * - Sédici... ................................................................................... 67
244. * - Trenduno... ............................................................................. 67
245. * - Cendo...................................................................................... 68
246. * - Ccendo.................................................................................... 68
FORMULE E VERSI APPARTENENTI A FAVOLE, FAVOLE SENZA FINE69
247. * C'era 'na vorda Dìmmolo e Ddàmmolo: .................................... 69
248. Erino tre che 'nnàvino a ccaccia:.................................................. 69
249. * C'era 'na vorda ur-re.................................................................. 69
250. C'era 'na vorda un re .................................................................... 69
251. C'era 'na vorda ............................................................................. 69
252. * C'era 'na vorda........................................................................... 69
253. * C'era 'na vorda um padre (e) 'na madre, .................................... 69
254. * - C'era 'na vorda un zordadì'... ................................................... 70
255. - 'A pastocchia de Pistello ............................................................ 70
256. - Io so lla fàvola ........................................................................... 70
257. Pastocchia mia nun è ppiù llunga................................................. 70
258. Pastocchia pastocchia .................................................................. 70
259. Stretta la fojja............................................................................... 70
260. 'O celo co' 'e stelle........................................................................ 71
261. Er celo co' 'e stelle ....................................................................... 71
262. Me diédero 'na polaccaccia.......................................................... 71
263. Piccichino passava 'r fiume .......................................................... 71
264. Bbulli bbulli, pignattella, ............................................................. 71
265. Bbulli bbulli, callarella, ............................................................... 71
266. 'O prete de ddindirindì ................................................................. 71
267. * Pecoraretto sònime bbe' ............................................................ 72
268. A lletto a lletto, ............................................................................ 72
269. Quandi sete qua ddendro?............................................................ 72
270. - Chi cc'è ggiù (a)ll'orto?.............................................................. 72
271. * - È nnùvolo e mmártemb'è.........................................................72
272. * - O bbiscì', va' pper acqua! ........................................................73
273. Er domo: Ho ffame! Ho ffame! ....................................................73
BLASONI POPOLARI .........................................................................................74
274. * Si Ffàlleri nun falliva.................................................................74
275. Cìvita Castellana ..........................................................................74
276. * Catamello 'o paese d''o sconforto:..............................................74
277. * Majjano cornuto ........................................................................74
278. * Majjano Sabbina........................................................................74
279. Majjano Sabbina ..........................................................................74
280. * Fojja bbatte................................................................................74
281. Fojja piandata sopre 'n dufo .........................................................75
282. * Sando Polo e Ttarano ................................................................75
283. San Dolomeo de Nepi, .................................................................75
284. Nepi città ddolende ......................................................................75
285. Prìngipi e ccavalliè' so' lli romani.................................................75
286. Prìncipi e ccavalier so' li romani ..................................................75
287. A Otrìcoli i bbenvenuti.................................................................76
288. Terni tiranni..................................................................................76
289. * Foligno 'nfojja ...........................................................................76
290. * Foligno 'nfojja, ..........................................................................77
291. Fuligno fojja, ................................................................................77
292. * Foligno 'nvojja,..........................................................................77
293. * Peruggia purga,..........................................................................78
I GIORNI DELLA SETTIMANA E I MESI DELL'ANNO .................................79
294. Luneddì è ssa-Llunetorio..............................................................79
295. Luneddì tte pagherò......................................................................79
296. La bbella che ss'è pperza la conocchia .........................................79
297. Luneddì luneddiai,........................................................................79
298. Din-din-dì.....................................................................................80
299. * Ggennaro 'ngènnera ...................................................................80
300. * Marzo marzeggia,......................................................................80
301. Maggio fiorito ..............................................................................80
302. Pasqua Bbefania ...........................................................................80
303. * 'A Cannelora..............................................................................80
304. * Cannelora Cannelora .................................................................80
305. Due sanda Bbibbiana,...................................................................81
306. * Sanda Lucia ...............................................................................81
FILASTROCCHE E CANTI DI QUESTUA, CANTI LEGATI A FESTIVITA'
DELL'ANNO ........................................................................................................82
307. A Ccapodanno ..............................................................................82
308. 308. Ccìchele ccìchele ................................................................. 82
309. Parma parmarella, ........................................................................ 82
310. La Bbefana viè' dde notte............................................................. 82
311. * La Bbefana viè' dde notte.......................................................... 82
312. È vvenuta la Bbefana ................................................................... 82
313. È uscita dalla tana ........................................................................ 83
314. Bbona Pasqua .............................................................................. 83
315. * Sand'Andogno c''a bbarba bbianga,........................................... 84
316. Ddumani è ffesta .......................................................................... 84
317. * Carnevale jjotto......................................................................... 84
318. Carésima bbaffuta ........................................................................ 84
319. Ècchime, signora nonna, .............................................................. 84
320. Ècchime, sora nonna, ................................................................... 85
321. Curri curri, scardaó', .................................................................... 85
322. * Bbone feste e bbon Natale ........................................................ 85
323. Bbone feste e bbon Natale ........................................................... 85
324. La ninna nanna, mio caro Bbambino, .......................................... 85
325. Bbambinello mio grazzioso, ........................................................ 86
326. 'A notte de Natale è nnotte sanda ................................................. 86
327. Zzomba, pècara, bballa, pècara! .................................................. 86
328. * San Giuseppe vecchiarello ........................................................ 87
329. * Stanotte a mmezzanotte ............................................................. 87
330. Maria lavava ................................................................................ 87
331. * Maria lavava ............................................................................. 88
ORAZIONI........................................................................................................... 89
332. Madonna bbenedetta.................................................................... 89
333. Io me ne vado a lletto................................................................... 89
334. M'inginocchio a qquel scalino ..................................................... 89
335. Venite, àngeli santi, ..................................................................... 89
336. * Ggesù quann'era pìccolo ggiocava ............................................ 89
337. Ggesù quann'era pìccolo ggiocava............................................... 90
338. Quìndici misteri der rosario. ........................................................ 90
339. Sam Pasquale Bbailonne.............................................................. 90
PARODIE DI ORAZIONI E DI CANTI RELIGIOSI ......................................... 91
340. * Allelujja allelujja ...................................................................... 91
341. A vvoi donamo er core................................................................. 91
342. * Sanda Maria:............................................................................. 91
343. * Dòmmine subbisco:................................................................... 91
344. Pissi pissi ..................................................................................... 91
345. Signore Signore, .......................................................................... 91
346. È mmorto sguìnzeo ...................................................................... 91
347. È mmorto 'o véscovo ....................................................................92
FORMULE DI SCONGIURO, DI INCANTESIMO O DI GIURAMENTO,
CANTILENE SU FENOMENI ATMOSFERICI .................................................93
348. * Lùccica lùccica viè' cco' mme,...................................................93
349. * Lùcciola lùcciola viè' dda me, ...................................................93
350. Lùccica lùccica pappagalla, (!).....................................................93
351. * Fargo fargaccio,.........................................................................93
352. Fargo farghetto, ............................................................................93
353. * Ciumaga ciumaga, .....................................................................93
354. Cucculo mio cucculo ....................................................................94
355. Cucculo, mio cucculo, ..................................................................94
356. * Tutto per te, ...............................................................................94
357. * Signozzo signozzo,....................................................................94
358. Muro muro novo,..........................................................................94
359. Secca 'a spiga................................................................................94
360. Caca culo......................................................................................94
361. * Ggiuro straggiuro ......................................................................95
362. Si tte credi che tte pulizza, ...........................................................95
363. Sangue sanguinella, ......................................................................95
364. * Penna inghiostro calamajjo........................................................95
365. Amor, se mmi voi bbe', me fai 'na rosa,........................................95
366. Si mme vo' bbe' la mi' morosa, .....................................................95
367. * Piove e cc'è 'o sole,....................................................................95
368. Piove e cc'è 'o sole,.......................................................................95
369. * Piove e ppió sole, ......................................................................95
370. * Piove e ppiovìccica....................................................................96
371. * Tira tira tramundana ..................................................................96
372. Tira tira tramundana .....................................................................96
373. Tira tira tramondana .....................................................................96
374. Se ttira 'a tramondana, ..................................................................96
375. Bbe-bba-bbà .................................................................................96
TIRITERE DILEGGIATIVE SU NOMI DI PERSONA......................................97
376. * 'Ndrea 'Ndrea 'Ndrea .................................................................97
377. Annìbbale .....................................................................................97
378. * 'Ndonio ......................................................................................97
379. * Bbiaggio ....................................................................................97
380. * Zzugutuzzù la mojje de Carlo.....................................................97
381. Carolina, famme lume, .................................................................97
382. Ecco che ppassa la sora Colomba,................................................97
383. Tirittónghite, Ménica mia,............................................................97
384. Tando va, tando viè', ....................................................................98
385. Donato ......................................................................................... 98
386. * Ernesto ...................................................................................... 98
387. * Ernesto ...................................................................................... 98
388. Mastro Pippo ferratore,................................................................ 98
389. * Pippo,........................................................................................ 98
390. * Filumena ................................................................................... 98
391. Filomè', ........................................................................................ 98
392. La sora Checca............................................................................. 99
393. La sora Checca............................................................................. 99
394. Ggiacomino Ggiacomino, ............................................................ 99
395. * Ggiuanni Bbordò....................................................................... 99
396. * Ggiuanni Ggiuanni.................................................................... 99
397. * Peppe bbomba........................................................................... 99
398. Lavora Isa! ................................................................................... 99
399. La sora Laura bben gombosta ...................................................... 99
400. Laorina Laorina ........................................................................... 99
401. La sora Laura ............................................................................. 100
402. La sora Laura ............................................................................. 100
403. * Lodovico ................................................................................. 101
404. * Oppe oppe............................................................................... 101
405. * Ggiggi Ggiggi ......................................................................... 101
406. * Ggiggi Moriggi ....................................................................... 101
407. * Tu, Rrocco, ............................................................................. 101
408. * Marco Marcaccio .................................................................... 101
409. * Margherita fa llo pa',............................................................... 101
410. Sora Maria ................................................................................. 102
411. Maria.......................................................................................... 102
412. * Maria Cocò ............................................................................. 102
413. Commare Marì', ......................................................................... 102
414. Mariòccola capelluta,................................................................. 102
415. * Zzugutuzzù Mmariggiuanna, ................................................... 102
416. * Mariarosa Mariarosa, .............................................................. 102
417. Marta,......................................................................................... 102
418. * All'osteria de Màssimo............................................................ 103
419. * Micchele ................................................................................. 103
420. * Nello bbudello ........................................................................ 103
421. * Nicola...................................................................................... 103
422. Nicolì' Nicolò............................................................................. 103
423. Nicolì' Nicolò............................................................................. 103
424. Primo era primo. ........................................................................ 103
425. Renata Renata ............................................................................ 103
426. Rosa pelosa, ............................................................................... 103
427. * Sarvatore sarva tutti.................................................................104
428. Zinvarosa coll'aroplano, .............................................................104
429. Susanna ......................................................................................104
430. Teresina tabbaccona ...................................................................104
FILASTROCCHE DILEGGIATIVE O SCHERZOSE SU PERSONE ..............105
431. * Roscio marpelo,.......................................................................105
432. * Cacasotto .................................................................................105
433. * Vàttine a lletto, bbomma, ........................................................105
434. * Si tte védino i bbiferari............................................................105
435. * Si tte védino i bbiferari............................................................105
436. Mannaggia sacch'e ttómmala......................................................105
437. * Tizzo tozzo ..............................................................................105
438. Grassa bbudella ..........................................................................106
439. * Cciccio bbomma cammeriere ..................................................106
440. * Bboccio dell'acqua ..................................................................106
441. * Zzucca pelata co' ssette capelli ................................................106
442. Mucio 'ndendo callararo .............................................................106
443. Gnudázzala gnudázzala ..............................................................106
444. * 'A ciuetta su 'o mazzolo ...........................................................106
445. La signora der tupè.....................................................................107
446. La signora di Lolò ......................................................................107
447. 'O regazzo c''a regazza................................................................107
448. Mojje e mmarito .........................................................................107
449. * Sette quattòrdici venduno vendotto .........................................107
450. Corpo de Bbacco perdico sannella .............................................107
451. Vecchiarella c''o culo pezzuto ....................................................107
452. * Rid'e ppiagne ...........................................................................107
453. * Ridi ridi ...................................................................................107
454. Caro combare, te faccio sapere...................................................108
455. * Congolina congolina................................................................108
456. Peruzza peruzza..........................................................................108
457. Mirelicche è 'nnato in Frangia ....................................................108
458. A le bbirbe, cari fratelli, .............................................................108
459. * Cristòfolo Colombo.................................................................108
460. * Alla larga, alla stretta...............................................................108
461. * Pinocchio im bicicletta ............................................................108
462. * Pinocchio im bicicletta ............................................................109
463. * Pinocchietto va 'r caffè ............................................................109
464. * Spia spió', ................................................................................109
465. * Ci-hai creduto..........................................................................109
466. * L'ha' guardato, l'ha' smirato, ....................................................109
467. * Zzi' frate cappuccì'...................................................................109
468. * Ori ori ..................................................................................... 109
469. * Pia su e pporta a ccasa ............................................................ 109
470. * La rota e lla candata ppulì ppulì ppulà.................................... 109
470. Rosina è 'nnamorata, chi sse la sposerà?.................................... 110
471. Fanàtica 'ndipàdica,.................................................................... 110
472. - Chi cci-ha la rabbia 'n gorpo.................................................... 110
473. È mmorto 'o pidocchio:.............................................................. 110
474. *Maramao, perchè ssì mmorto? ................................................. 110
475. * Zzomba, grilletto, zzomba, ..................................................... 110
476. * Topolino topoletto .................................................................. 111
477. * Tiritalla tiritalla....................................................................... 111
478. Sand'Ambrocio ci-aveva 'n gallo................................................ 111
479. Ciucciurummella ci-aveva 'na mula, .......................................... 112
480. Lero lero .................................................................................... 112
481. Bbenedetto fra' Mmartello ......................................................... 112
482. Quanno la capra ce va (a) ccecio, .............................................. 112
483. Co' 'na pizza ............................................................................... 112
484. * Chi sta 'm bizzo....................................................................... 112
485. * Panico panico.......................................................................... 112
486. * Mannaggia 'r diavoletto........................................................... 113
487. * - Scopìa scopìa........................................................................ 113
488. * - Sì 'nnato a Rroma,................................................................. 113
489. Er fornaro de Via Ripetta........................................................... 113
490. E-rre del Portogallo ................................................................... 113
491. Io so 'na canzongina corta corta ................................................. 113
492. Io so 'na canzongina corta corta ................................................. 113
493. Favorite e nun ve 'ccostate: ........................................................ 114
494. Magnate, fijji, quando volete: .................................................... 114
495. * Silenzio perfetto...................................................................... 114
496. Pecoraretto magnaricotta ........................................................... 114
CONTE............................................................................................................... 115
497. * Pi-ri-pi-ri-pi-cchio................................................................... 115
498. * Bi-mbu-mbà ............................................................................ 115
499. Bbi-mbu-mbà ............................................................................. 115
500. Bbi-mbu-mbà ............................................................................. 115
501. Fazzoletto ricamato,................................................................... 115
502. * Passa Paperino ........................................................................ 115
503. Trovato um biscotto ................................................................... 116
504. Pomodoro oro oro...................................................................... 116
505. Ggiggi Ggiggi ............................................................................ 116
506. * Mi chiamo Lola....................................................................... 116
507. Tre ttazzine di caffè ................................................................... 116
508. * Uno ddue e ttre ........................................................................116
509. Lavare le mani............................................................................117
510. Conda conda quìndici:................................................................117
511. * Sotto la cappa del cammino.....................................................117
512. Sotto ar ponde ............................................................................117
513. Sotto 'l ponde..............................................................................117
514. * Sotto il ponde di Verona..........................................................118
515. * Sotto il ponde di Verona..........................................................118
516. * Sotto il ponde di Bbaracca ......................................................118
517. Sotto il ponte di Bbaracca ..........................................................118
518. Sotto il ponte di Milacca ............................................................118
519. * Pon-de po-nen-de (e-)ppon-de ppì...........................................119
520. * Tunzi tenzi tinzi .......................................................................119
521. Unzi donzi trenzi.........................................................................119
522. Unzi dunzi trenzi.........................................................................119
523. Nècchete pècchete ......................................................................119
524. * Ai-bbá rácche-ttà .....................................................................119
525. A-bbá bbá-cche-ttà .....................................................................119
526. A-bbá bbá-cche-ttà .....................................................................120
527. Bbu!............................................................................................120
528. * A-mble-mblè............................................................................120
529. * A-mba-ra-pà cci-ccì cco-ccò ...................................................120
530. * A-ngli-nglò ..............................................................................120
531. A-ngli-nglò .................................................................................121
532. * A-bbi-cci-dì .............................................................................121
533. * - Bbu! ......................................................................................121
534. - Cinesino di Sciangai.................................................................121
535. * - Milano Torino una bbella città..............................................121
GIOCHI A PALLA E GIOCHI A CORDA ........................................................123
536. * Ho una mela ............................................................................123
537. * Tre asinelli...............................................................................123
538. Acqua sorgende ..........................................................................123
539. Partenza una ...............................................................................123
540. Entrai im bottega ........................................................................123
541. Palla ovo uno..............................................................................124
542. * Palla pallina.............................................................................124
543. Palla pallina................................................................................124
544. Palla uno, palla due ....................................................................125
545. Palla uno, palla due, palla tre, ....................................................125
546. * Movèndomi .............................................................................125
547. * Movèndomi .............................................................................126
548. * Ciro cironte..............................................................................126
549. So-riè ......................................................................................... 127
550. Uno due tre e qquattro ............................................................... 127
551. Uno due tre ................................................................................ 127
552. Uno: passa 'l-lupo ...................................................................... 127
553. * Mela ........................................................................................ 128
554. * Aiuto sorella............................................................................ 128
555. * - È vvero che lla signorina se sposa X?................................... 128
CANTI E CANTILENE PER ACCOMPAGNARE ALTRI GIOCHI ............... 129
556. * Im-mezzo a qquesto cìrcolo..................................................... 129
557. La condadinella che ssémina 'l grano......................................... 129
558. La contadina che ssémina 'r grano ............................................. 129
559. La contadinella che ssémina il grano ......................................... 130
560. L'andro ggiorno ner mio ggiardinetto ........................................ 130
561. Ner mio ggiardino cci so' cciliegge............................................ 131
562. Rosa rosella................................................................................ 131
563. Bballate, bballate, vérgini, ......................................................... 131
564. Bbella, che ddormi sul letto di fiori ........................................... 132
565. - Che ccosa porti in testa............................................................ 132
566. È 'rrivato 'l pescatore.................................................................. 133
567. - O qquande bbelle fijje, madama Dorè, .................................... 133
568. - Oh cche bber castello............................................................... 134
569. - O mmadonna ppollarola, ......................................................... 135
570. * Ecco qqua questá vecchiaccia ................................................. 135
571. - Gala gala sole .......................................................................... 136
572. Primo: mond'e la luna. ............................................................... 136
573. Primo: mond'e la luna ................................................................ 137
574. Uno: mond'e la luna. .................................................................. 137
575. Alla fresca inzalatina.................................................................. 138
576. Alla fresca 'nzalatina .................................................................. 138
577. * Bbocca mia bbocca tua ........................................................... 138
578. * Alla mano di papà ................................................................... 138
579. * A la làmbina a la làmbina........................................................ 138
580. Nicche nacche............................................................................ 139
581. Bbiribbibbì................................................................................. 139
582. Zzomba padella.......................................................................... 139
583. 'A sedia der papa........................................................................ 139
584. Cengio mollo viè' dda te: ........................................................... 139
585. Sega seghetta ............................................................................. 139
586. Bbella villana ............................................................................. 139
587. * Pizza ricotta ............................................................................ 140
588. - Passeggio ppasseggio .............................................................. 140
589. Ti rigalo questo fiore ................................................................. 140
590. Stanotte a mmezzanotte ..............................................................140
591. Rosa e ggiglio.............................................................................140
592. * 'E colonne de sam Biedro ........................................................141
593. * - Mazzabbubbù........................................................................141
594. * Reggina regginella,..................................................................141
595. * Lucia ci-ha le trecce ................................................................141
596. - Topo che ffai? ..........................................................................141
597. - Scalì 'nzalì, scalì 'nzalì..............................................................142
598. Sam Bietro sam Bàvolo..............................................................142
599. - Angelo, bbell'àngelo,................................................................142
600. - Fornaretta, è ccotto 'l pane? .....................................................142
601. - G(r)attaceca jjotta jjotta ...........................................................142
602. * Lupo che ffai?..........................................................................143
603. - Commà', viei all'acqua?............................................................143
604. - Commà', ì visto i picciongini mii?............................................143
605. - Commà', ì visto gnende 'o fidanzato mio?................................144
606. Tinda tindàvola...........................................................................144
607. * Piso pisello ..............................................................................145
608. - 'Ndilì 'ndilì................................................................................145
609. O ddonna pollinara,....................................................................145
610. C'era un grillo in un cambo de lino.............................................146
611. Uno! ...........................................................................................147
612. La tarandella l'ha ricacciata ........................................................148
613. - Dove vai, dove vai, bbella fandina? (bis).................................149
APPENDICE.......................................................................................................150
614. Bbatti le mano che ecco la micia................................................150
615. - Ma' ho ffame! ...........................................................................150
616. - Ho ssete! ..................................................................................150
617. - Come va? .................................................................................150
618. - Bbongiorno, signora! ...............................................................150
619. - Permesso ? ...............................................................................150
620. - Ch'ì fatto a ppranzo?.................................................................150
621. Ggiuanna, quanda sémmola ci-hai! ............................................150
622. - Sàbbito doménica e lluneddì. ...................................................150
623. * Bbella signora..........................................................................151
624. Trita trita porta a ccasa...............................................................151
625. Trita trita la formica ...................................................................151
626. * Questo se jjama Pietro.............................................................151
627. Trìcchete ttràcchete trallallà .......................................................151
628. Brìcida........................................................................................151
629. Ggirò Ggirò ................................................................................151
630. Ecco Rosanna .............................................................................151
631. * Padr'e mmadre......................................................................... 151
632. Angiolino mio carino, ................................................................ 151
633. Bbambinello mmeo meo ............................................................ 152
634. * Vedo la luna, vedo le stelle ..................................................... 152
635. * Amore, spicchio d'ajjo, ........................................................... 152
636. * La bbella lavanderina.............................................................. 152
637. Fate la ninna ch'è ppassato Peppe, ............................................. 152
638. Seta moneta................................................................................ 153
639. E nun giova cantà la nanna ........................................................ 153
640. Maccaroni, maccaroni,............................................................... 154
641. Bbàllolo bbàllolo lungo ............................................................. 154
ELENCO DEI PRINCIPALI INFORMATORI ...................................................... 155

NOTE ...................................................................................................................... 159

GLOSSARIO........................................................................................................... 223

INDICE GENERALE.............................................................................................. 237