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Melanconia e speranza

Cammino nella pioggia. Tutto scivola via; quelle voci di studenti con la rabbia nel cuore e con la tristezza negli occhi riecheggiano sole nella mia testa. Vane sono state quelle proteste cancellate dalla pioggia come se fosse un sogno. Nel silenzio che ammorba i corridoi dell'Universit ovattati come la neve che ricopre gli alberi d'inverno si accende in me un sentimento di rassegnazione e di mestizia, misto alla placida serenit di un ragazzo il quale, pur con mancanze e imperfezioni, ha fatto laboriosamente la sua parte per aggiungere un buon tassello all'interno del multiforme mosaico della societ. Il vuoto mi circonda come una coperta soffice, ricordandomi un amico silenzioso che come un'ombra mi ha accompagnato fino ad ora: il mio passato. Anche quest'anno si avvicina Natale che con i suoi luccichii e i suoi regali mi riporta ad atmosfere lontane e al tempo stesso liete e conosciute. La mercificazione consumistica segna il suo apice in questo periodo di feste, eppure oltre l'incanto dorato delle merci si erge attorno a me una societ divisa, solitaria, sempre pi impoverita ed egoista. I valori comunitari che a stento sopravvivevano in quella che gli antichi romani chiamavano "communitas" oggi sono sepolti sotto alle macerie di esistenze vuote che come automi si spostano e transitano all'interno dei negozi, discount e centri commerciali. Il disagio di tanti ragazzi che come me aspirano ad un'esistenza migliore di rado viene

ascoltato da parte di una generazione di adulti, che, formatasi sulla base delle conquiste libertarie del '68, non riuscita ad apportare nuova "linfa etica" all'interno di una globalit sociale sempre pi falsa e narcisistica. Pi passano i giorni e pi prende forza in me la convinzione che il Natale non sia solo un'occasione per festeggiare ma soprattutto un momento dell'anno che ci porti a riflettere su ci che stiamo facendo e su ci che lasciamo fare agli altri. Sembra che il "must" predominante, l'unico output accettabile sia quello di festeggiare. Ma festeggiare cosa? Un bambino che nato a Betlemme in una mangiatoia 33 anni dopo sar crocifisso da parte di un'umanit che al suo posto ha preferito salvare "Barabba"? D'accordo, lasciamo perdere l'aspetto religioso e volgiamo lo sguardo a quello sociale e politico dei nostri tempi: festeggeremo forse il record di disoccupazione giovanile in Italia consolidatosi negli ultimi mesi? Festeggeremo un governo che si salva grazie ai voti comprati come se fossero delle "figurine Panini" mentre si affossa il futuro dell'Universit, garantendolo invece alle guerre a suon di miliardi per finanziare soldati e cacciabombardieri? Leviamo tutta questa patina di ipocrisia, cari signori, qui non c' nulla da festeggiare, c' da rialzarsi tutti assieme risvegliando le nostre coscienze ammorbate da un inutile consumismo e utilizzare le nostre energie per creare un modo alternativo di far vivere la nostra societ. Risveglio per non significa violenza atavica in stile hobbesiano, come avveniva nelle rivoluzioni "vecchio stile": risveglio significa la possibilit di realizzare forme di protesta condivise ed eclatanti in grado di ridare voce agli oppressi utilizzando nuove strumenti di linguaggio; oggi per cambiare non servono le bombe della violenza terroristica: basta l'estetica! Ci che si vede acquisisce rilevanza ontologica e il cambiamento per essere reale deve essere visibile e mediaticamente presente oltre che largamente condiviso. Se la standardizzazione dei gesti non si ripete solo per i comportamenti che il sistema si aspetta da noi, ma si apre a nuove sperimentazioni che oltrepassino le solite etichettature ideologiche e moralistiche creeremo un nuovo solco grazie al quale non saremo pi presenti solo come cittadini-consumatori, ma finalmente conteremo come "persone". La persona deve riacquistare quella dignit ontologica e relazionale che ha perso esaurendosi all'interno di un circo mediatico, che , come un immenso Truman show, l'ha ipostatizzata a merce virtualmente scambiabile con qualsiasi altra cosa e quindi sempre pi controllabile da una forza di bio-politica globalizzata (Faucault docet). Se la visibilit mediatica conta, il cambiamento non va operato dall'esterno del sopracitato circo mediatico, bens dal suo interno, presupponendolo e rovesciandone dialetticamente i presupposti e le impalcature, democratizzandolo veramente creando una forma di "censura", anzi di "cesura" buona ed efficace che faccia da contro-potere alle lobbies che finora hanno fatto surrettiziamente di tutto pur di limitare "pseudo-democraticamente" le libert dei singoli. L'ingiunzione sfrenata al godimento che le strategie del marketing globale cercano di "iniettare" nei singoli non ci rende migliori e tanto meno pi liberi. Diventiamo schiavi anche se non ce ne accorgiamo, diventiamo "cattivi", proprio come indicato dall'originale etimo latino "captivus",cio "prigionieri" inconsapevoli come fiere ammaestrate, bisognosi e scalpitanti alla ricerca di nuove merci che ci diano l'illusione di essere "cool" per distinguerci dalla massa. Tutto questo dispositivo invece ci fa annegare nella standardizzazione e nell'anonimato numerico del consumo sfrenato, senza "ethos" e senza legami con chi ci sta vicino. La consapevolezza razionale di tutto ci all'inizio pesante da sopportare, tuttavia l'unico strumento che ci pu portare a quel rovesciamento dialettico da me tanto invocato che capovolga il concetto di "ragione della forza" con quello di "forza

della ragione". Si scavalcherebbe cos ogni presupposto fatalistico e fideistico e le nostre assopite coscienze di uomini si riapproprierebbero dello "scettro dell'agire". Se il comportamento della nostra classe politica e dirigente grazie alla distorsione del dispositivo mercificante-spettacolare si tramutato in menzogna, impunit e diseguaglianza sociale, l'unico vero modo per contrastarlo instaurare razionalmente un processo in cui l'isotopia ieratica del leader non sia pi trascendente al singolo individuo, ma anzi immanente e lo porti a connettersi con gli altri suoi simili cercando sempre pacatamente nuove forme di confronto e di soluzione dei problemi. Se "Parlamento" diventa metafora di "fallimento" del disegno costituzionale della societ italiana, evidentemente, al di l delle cause, le soluzioni non possono provenire dalle "immorali" e "sempre meno segrete" stanze del potere, ma in seno alla cosiddetta societ civile, che, ritrovando di nuovo il vincolo sociale della communitas, ne abbandoni tuttavia i vetusti presupposti leaderistici e fideistici orientando l'agire morale all'interno di un'impronta pragmatica. Questo non significa eliminare i principi, ma significa cercarli e reperirli in luoghi diversi della nostra interiorit, percependoci come responsabilizzati e come "leader di noi stessi" in grado, tassello per tassello, di mutare il mosaico della globalit in cui viviamo. Per dirla tutta, necessario un nuovo tipo di umanesimo che raccolga le sfide della modernit non rifiutando aprioristicamente le nuove tecnologie, ma utilizzandole per unire anzich per dividere. In tutto ci l'elemento che pu fare la differenza si chiama "Internet"; la rete del "World wide web" al di l dei pericoli e dei lati negativi che essa reca con s, porta anche molte occasioni positive di progresso morale e civile per l'intero genere umano. Se utilizzata in modo responsabile e intelligente, la rete, oltre alla pornografia e alle banalit varie, pu diventare veicolo di auto-coscienza di milioni di cyber-cittadini del mondo, i quali, oltrepassando le barriere geografiche e culturali condividono la loro ricchezza ideale su come edificare un nuovo mondo che veda protagoniste proposte provenienti dal basso al fine di sconvolgere lo status quo delle architetture politiche ed economiche sovranazionali, infestate da banche, multinazionali e poteri forti di vara natura. Si devono oltrepassare i presupposti censori della "morale dei padroni" che attecchiscono purtroppo anche nelle obsolete norme che regolano il copyright digitale, le quali restringono di molto la possibilit di scambio di dati e di informazioni che servirebbero per formare coscienze pi aperte all'alterit e pi lontane dalla vecchia concezione del mondo come terra di conquista del pi forte e del pi ricco. Se la classe dominante borghese a partire dalla fine del XVIII secolo ha costruito la propria fortuna sul possesso individualistico dei beni economici e dei mezzi di produzione, oggi la vera chiave di volta per poter far parte della futura "classe dirigente" , e sempre di pi sar, il concetto dell'accesso come possibilit virtualizzata e condivisa di accedere a quell'insieme di conoscenze e informazioni che possono modificare il modo di organizzare le nostre vite mentre transitano in quella rete globale di relazioni sociali, reali e virtuali al tempo stesso. Ecco che le vecchie dicotimie servo-padrone, leader-massa che lo cerca, ricco-povero sono sempre pi inutili e lontane da ci che il mondo, con il suo ricco bagaglio di contraddizioni e di problemi pu diventare. In questa sede non mia intenzione proporre un'apologia estensiva della Rete, poich sono consapevole di tutte le contaminazioni moralmente ed eticamente controverse che purtroppo in alcuni siti la animano.

Sono consapevole per del fatto che caratterizzare la Rete solo in termini negativi sia un grosso errore indotto da una complessit di sistemi sociali e bio-politici messi in atto per controllare le nostre coscienze, attuando cos, come sopra ho gi specificato, una forma di censura preventiva che si arroga il diritto di limitare la libera creativit dei singoli, anche quando essa pu rivelarsi utile e funzionale al progresso del consorzio sociale. Il cambiamento che la rete porter all'umanit del terzo millennio sar lento ma inarrestabile: i vecchi dispositivi biopolitici, sia quelli mercificanti-mercatistici, che quelli legalisticosecuritari, saranno armi spuntate pronte a soccombere non appena una "massa critica" di cyber-cittadini prender coscienza che ormai il "dado tratto" e il mondo non pi appannaggio di leader e salvatori che "messianicamente" risolveranno i nostri problemi senza l'intervento dell'opinione pubblica costituita dai cittadini. La "cyber-democracy" esige un rapporto di parit gerarchica e funzionale tra la massa e il leader, facendo s che quest'ultimo perda quella legittimazione quasi divinizzante di cui ha goduto nell'epoca che ha visto l'accaparramento inconsulto di risorse depredate dall'ambiente, grazie allo sfruttamento sfrenato dei combustibili fossili, sempre pi vicini alla fase di esaurimento. Quest'epoca cos piena di ingiustizie compiute anche rovinando l'ambiente sta per concludersi e la logica conseguenza che questo sistema capitalistico costruito sul possesso delle ricchezze da parte dei "furbetti del quartierino" di fatto gi fallito (lo testimonia la recente crisi finanziaria conclamata dal fallimento della Lehman Brothers nell'autunno del 2008). Tutti i presupposti politici, economici e finanziari che hanno tenuto in piede questo sistema fatto di guerre, sangue e persone spogliate dalla loro dignit per mantenere i privilegi di pochi deve essere messo radicalmente in discussione, ora pi che mai. La storia ci ha insegnato che i sogni idealizzati del cambiamento possono diventare realt. Nonostante gli errori fatti l'umanit si resa capace di redigere Costituzioni di enorme spessore etico e morale ( come ad esempio quella italiana) e di abbattere fisicamente i muri che la disumanizzavano ( ad esempio quello di Berlino nel 1989). Ora occorre abbattere i muri dell'ipocrisia e del conformismo che ancora troviamo celati in noi, prima di riuscire a cambiare fisicamente la "fisionomia morale" della societ intera. Mentre ho scritto tutto ci la storia ha nel frattempo proseguito il suo tortuoso cammino, chiss, forse anche con qualche piccola goccia di speranza nel confuso oceano del divenire.

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