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La Stampa 22 settembre 2001

Se l'Iraq diventasse un alleato


E se, oltre a sollecitare l'adesione dei paesi arabi moderati alla grande coalizione antiterrorista, Bush cercasse anche quella dell'Iraq? Sarebbe questa la vera grande sorpresa, la risposta ancora pi imprevista del sanguinoso attacco alle Torri Gemelle, che potrebbe spiazzare la logica folle di Bin Laden o di chi per lui. E' un'idea paradossale, ma proprio Bush, nei giorni scorsi, ha chiesto ai suoi strateghi di farsi venire in mente soluzioni nuove, che non ritornino nella logica militare tradizionale. L'esempio viene da Israele e dalla Palestina: mentre dovunque fervono i preparativi di guerra, Peres e Arafat si incontreranno domani stipulando un debolissimo, ma significativo, accordo di cessate il fuoco. Nei giorni scorsi alcune poche voci, pur nel lutto e nella deprecazione per i fatti di New York, ci hanno ricordato che in Iraq muore in media un bambino ogni otto minuti a causa dell'embargo che impedisce di importare farmaci - farmaci, non armi o componenti per cannoni o strumenti di guerra chimica o batteriologica. Nel terrorismo di cui oggi siamo tutti vittime (anche noi per ora in zone "sicure": se non ci bombarderanno, perderemo comunque una buona parte delle nostre libert) vi sicuramente una componente di violenza cieca e folle, che non sembra si possa ridurre alla ragione senza annientarla con le sue stesse armi. Ma lo sfondo su cui pazzi e fanatici si muovono costituito da questi bambini iracheni morti per mancanza di medicine o anche solo di cibo. E' appena il caso di ricordare che il calcolo a cui ci riferiamo non di fonte irachena, ma occidentale. L'embargo contro l'Iraq dura da anni, e se questi sono i risultati, varrebbe la pena davvero di riesaminare le nostre occidentali strategie. Si potrebbe scoprire che ci costa meno, in termini di vite umane ma anche di soldi, risorse, qualit della vita, fare qualche passo simile a quello esemplare, di sicuro molto precario, che si sta compiendo in Israele. Il quale merita di riuscire; ma che certamente avrebbe molte pi probabilit di successo se fosse accompagnato da una pi generale politica di pacificazione. Qualcuno evocher l'esempio di Monaco, il fallimento degli sforzi per evitare la seconda guerra mondiale a costo di tollerare l'espansionismo di Hitler? Almeno una differenza fondamentale qui c', che non c'era nemmeno ai tempi della guerra del Golfo. Il "nemico" - e non sappiamo esattamente chi sia - non occupa territori che debbano essere difesi. Coloro in nome di cui pensa di parlare rivendicano, spesso giustamente, diritti elementari di sopravvivenza. Riconoscere e rispettare questi diritti si pu, senza mettere in pericolo la nostra sicurezza. Non si vede perch alleggerire l'embargo su merci essenziali e medicinali per l'Iraq potrebbe minacciare l'Occidente. Fortunatamente, e lo dobbiamo anche alla saggezza di Bush che non ha reagito a caldo, il lutto per le vittime si accompagna sempre di pi alla preoccupazione di agire in modo che il fare giustizia non significhi necessariamente altri lutti. La ricerca dei colpevoli e la loro esemplare punizione in nome delle leggi deve continuare senza tregua, certo. Ma se accanto ad essa cominciasse, da parte della potenza pi forte, un'azione di pi ampia pacificazione appunto, un semplice ma generale "cessate il fuoco" - vorrebbe dire che la politica

e il dialogo non sono del tutto ammutoliti, e che forse, nonostante tutto, non abbiamo ancora distrutto il nostro comune futuro.

GIANNI VATTIMO