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Il Vangelo secondo Matteo.

Una carica di vitalit


di Pier Paolo Pasolini .
Mi secca molto dover parlare di un libro di duemila anni fa: mi sembra di essere un poeta ermetico, o una poetessa, o un professore che tiene una rubrica alla televisione. Parlare come di unultima lettura di un libro di duemila anni fa sempre qualcosa che rende molto rispettabili, grandi, o almeno partecipi della grandezza. Ma, per quel che mi riguarda, stato un puro caso. Ho riletto, per la quinta o la sesta volta in queste ultime settimane, il Vangelo secondo Matteo, per ragioni di lavoro. Infatti devo cominciare a trasporre il testo - senza la mediazione della sceneggiatura, ma cos com, come se fosse gi una sceneggiatura pronta - in un testo inalterato letteralmente, ma tecnicizzato. Per es.:

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1 - [figura intera] di Maria, vicina a essere madre. 2 - [primo piano o primissimo piano] di Maria che guarda addolorata, umile, vergognosa. 3 - [primo piano o primissimo piano] di Giuseppe che ricambia lo sguardo addolorato, ma rigido, severo. 4 - [figura intera] di Giuseppe che si allontana in [panoramica] dalla stanzetta. 5 - [figura intera] di Giuseppe che sempre in [panoramica] cammina lungo lorto (o un piccolo brolo, o un vigneto) e si distende sotto un albero. 6 - [primo piano] di Giuseppe, che stanco, dolente chiude gli occhi, e dorme. 7 - [figura intera] dellangelo che gli appare, dicendo: Giuseppe, figliol di Davide, non temere di prender teco Maria, tua moglie....

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la lettura migliore che si possa fare di un testo. Una analisi che mai stilista pot prevedere, quale studio della funzionalit dei lacerti, del potere di visualizzazione dei brani anche connettivi, degli elementi acceleranti, oltre che di quelli ritardanti, studiati da Spitzer (il san Matteo pieno di queste accelerazioni stilistiche, lellissi e la sproporzione sono le sue caratteristiche romantico -barbariche) ecc, ecc.

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Perch io abbia cominciato un simile lavoro, poi, sarebbe un discorso ben pi lungo, facile immaginarlo. Dir solo un fatto (sempre tecnico: e chi ha orecchi per intendere, intenda): appena finita la prima lettura del Vangelo secondo Matteo (un giorno di questo ottobre, ad Assisi, con intorno attutita, estranea, e, in fondo, ostile, la festa per larrivo del Papa), ho sentito subito il bisogno di fare qualcosa: una energia terribile,

quasi fisica, quasi manuale. Era laumento di vitalit di cui parlava Berenson - e ora nozione tanto cara alla mia cerchia: Soldati, Bassani, Bertolucci, Moravia... - laumento di vitalit che si concreta generalmente in uno sforzo di comprensione critica dellopera, in una sua esegesi: in un lavoro, insomma, che la illustri, e trasformi il primo impeto pregrammaticale dentusiasmo o commozione in un contributo logico, storico. Cosa potevo fare io per il san Matteo? Eppure qualcosa dovevo fare, non era possibile restare inerti, inefficienti, dopo una simile emozione, che, cos esteticamente profonda, poche volte mi aveva investito nella vita. Ho detto emozione estetica. E sinceramente, perch sotto questo aspetto si presentato, prepotente, visionario, laumento della vitalit. La mescolanza, nel testo sacro, di violenza mitica (ebraica, in un senso quasi razzistico e provinciale della parola) e di cultura pratica, quella entro cui Matteo, alfabeta, non poteva non operare, proiettava nella mia immaginazione una doppia serie di mondi figurativi, spesso connessi fra loro: quello fisiologico, brutalmente vivente, del tempo biblico come mi era apparso nei viaggi in India o sulle coste arabiche dellAfrica, e quello ricostruito dalla cultura figurativa del Rinascimento italiano, da Masaccio ai manieristi neri. Pensate alla prima inquadratura, alla F.I. di Maria, vicina a essere madre: si pu sfuggire alla suggestione della Madonna di Piero della Francesca a San Sepolcro? Quella bambina, di pelo biondo, o forse appena rossiccio, quasi senza ciglia, le palpebre gonfie, il ventre appuntito il cui profilo ha la stessa castit del profilo di un colle appenninico? E subito dopo, lorto, o il brolo, in cui Giuseppe si raccoglie a riposare, non uno di quegli spiazzi polverosi, rosa, con capre rosse, che ho visto nei villaggi egiziani intorno a Assuan, o ai piedi dei vulcani violetti di Aden? Ma, ripeto, questo era laspetto esterno, stupendamente visuale, dellaumento di vitalit. Nel fondo cera qualcosa di pi violento ancora, che mi scuoteva. Era la figura di Cristo come lo vede Matteo. E qui col mio vocabolario estetico-giornalistico dovrei fermarmi. Vorrei per soltanto aggiungere che nulla mi pare pi contrario al mondo moderno di quella figura: di quel Cristo mite nel cuore, ma mai nella ragione, che non desiste un attimo dalla propria terribile libert come volont di verifica continua della propria religione, come disprezzo continuo per la contraddizione e per lo scandalo. Seguendo le accelerazioni stilistiche di Matteo alla lettera, la funzionalit barbarico-pratica del suo racconto, labolizione dei tempi cronologici, i salti ellittici della storia con dentro le sproporzion i delle stasi didascaliche (lo stupendo, interminabile discorso della montagna), la figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando alluomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalit pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identit nei connotati della massa, odio per ogni diversit, rancore teologico senza religione.

(1963) da Pasolini per il cinema, a cura di Walter Siti e Franco Zabagli, vol. I, Mondadori, Milano 2001