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DISCESA NEGLI ABISSI

Vivevo la paura
di essere umano e cosa impura,
gi prima chio partissi
per questa mia discesa negli abissi.
La colpa dindulgenza
per ogni sacrificio
crollata come un vecchio edificio
negli abissi della nostra coscienza.
Cambiando ancora il verso
mi persi volutamente
e navigo cos perso
negli abissi della mente.
[Salomone Giagara, LAbisso,
da In Mare aperto, 1935]
L'uomo, di una certa et, apr la porta di casa per vedere chi avesse suonato il campanello.
Apr giusto uno spiraglio largo come la sua faccia.
Signor Livi?
A parlare era stata una ragazza sulla trentina, il corpo esile nascosto da un abbigliamento
casual molto pratico ma poco femminile, i capelli chiari raccolti in una treccia e due grossi
occhiali rotondi sul naso. Accanto a lei c'era un energumeno, una specie di buttafuori in
giacca e cravatta scura di et non molto definibile, la classica faccia da ragazzone di cui non
ci si bisogna fidare. Lei sorrideva. Lui no.
S, sono io rispose.
Si appoggi sulla maniglia della porta di casa per sporgersi verso i suoi interlocutori.
Aveva dimenticato gli occhiali sul tavolino vicino alla poltrona e la presbiopia gli impediva
di vedere bene i dettagli. Li scrut entrambi, con curiosit pi che con sospetto. Alla fine
decise che cera poco da guardare: non li conosceva, ma non gli sembravano cattivi ragazzi.
Come posso aiutarvi? disse.
Buongiorno signor Livi - disse la ragazza Piacere di conoscerla. Io sono Ilaria Saccelli,
sono un'archeologa, ci siamo sentiti ieri al telefono per quellintervista, lui Mario Rossi, ...
un mio collega.
La presentazione convinse e tranquillizz il padrone di casa, che apr un largo sorriso ai
suoi ospiti e li invit a entrare.
Ah, s, come no, prego entrate, entrate.
Li accompagn attraverso il piccolo atrio fino al salotto dove stava leggendo fino a poco
prima e li invit a sedersi sulle altre poltrone disposte attorno a un tavolino.
Potete chiamarmi Sandro, sapete? Sono vecchio, ma non ho studiato, tutto quello che so
l'ho imparato dai libri o vivendolo in prima persona.
Bene, Sandro, intanto grazie per aver accettato di riceverci.
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La ragazza si accomod davanti alluomo e tir fuori da una borsa una tablet con laria di
chi vuole cominciare a prendere appunti. Il suo compagno invece continu a vagare
distrattamente per la stanza guardando le foto e le suppellettili ben disposte sopra i mobili.
Figuratevi - disse Sandro sorridendo - mi fa piacere parlare un po dei tempi andati,
sapete, da quando morta mia moglie non ricevo pi molta gente in casa, era lei quella
socievole dei due.
Bene - disse Ilaria rispondendo al sorriso - allora cominciamo?
S, certo, per non ho capito una cosa dalla telefonata di ieri, sapete, sono un po sordo,
non ci sento bene: voi chi siete, cio, chi vi manda, per chi lavorate?
A questa domanda, Mario gir la testa e guard con aria interrogativa la sua collega, la
quale gli annu in modo impercettibile e torn a preoccuparsi del loro ospite.
Siamo agenti siamo operatori della S.P.T.1
Espiti?
Mario trattenne a stento una risata e si volt di nuovo verso le foto.
Esse, Pi, Ti, Sandro, si tratta di un'agenzia non governativa che opera... in buona parte del
mondo.
Ah, capisco
Sandro annu in apparenza soddisfatto della risposta, ma dopo poco cominci a scuotere la
testa.
Scusate se insisto, ma di cosa vi occupate?
Ilaria cerc di mantenere il sorriso.
Ehm, di varie cose, nella fattispecie cerchiamo
Va bene, va bene - Sandro fece un gesto amichevole con la mano - ma da me cosa
volete?
Pu dirci qualcosa del periodo in cui lavor sulle VLCC?
La domanda venne posta in tono calmo ma perentorio da Mario, quasi fosse un
interrogatorio ufficiale anzich unintervista.
Sandro si riprese subito dalla confusione iniziale e sembr doversi mettere a ridere da un
momento allaltro.
VLCC? chiese.
S, Very Large Crude Carrier.
Oh, so bene cosa sono le VLCC, solo che la gente normale di solito si limita a chiamarle
superpetroliere. Voi lavorate per una rivista nautica, per Green Peace, una cosa del
genere?
Mario si avvicin a una delle poltrone e si sedette al margine, sporgendosi in avanti sulle
ginocchia e mostrando alluomo una foto che aveva preso da un mobile: ritraeva un
equipaggio al varo di una nave di grande stazza.
Ecco, una cosa del genere, mio padre ha lavorato a bordo dellA. Sicilia fino al 1986.
Luomo si dimostr piacevolmente sorpreso dalla notizia.
Capisco, gi quelli s che erano giganti dei mari, quanto l'industria navale italiana era tra
le pi competitive al mondo... Quanti anni sono passati?"
"Pi di quaranta dai primi vari" rispose Mario.

Sodalitas Praesidio Tenebrae: alleanza per la difesa dall'oscurit.

Pietro si adagi sulla poltrona ed era quasi possibile vedere il flusso di ricordi che lo
avvolgeva e lo rapiva in quel momento.
"Cavolo..."
Lespressione del volto non perse l'aria allegra, seppure gli occhi erano preda della
nostalgia.
Ilaria allung la mano e con un sorriso dolce la poggi sul ginocchio di Sandro.
per quello che abbiamo chiesto il tuo aiuto, avremmo bisogno di venire a conoscenza
di alcuni fatti.
Eh speriamo che la memoria non faccia cilecca.
Lei cera - disse Mario - alcune cose non si dimenticano.
No, ha ragione, ma il tempo annebbia alcuni ricordi.
Dopo un sospiro profondo riprese.
Vediamo, quelli erano tempi strani, sapete, il mondo moderno si stava costruendo in
quegli anni, gli anni 70, tutto si muoveva e il petrolio muoveva tutto e le petroliere
muovevano il petrolio. In Italia, ma un po in tutto loccidente, il greggio lo si prendeva dal
Golfo Persico. Era lontano come la casa del diavolo. Quando hanno chiuso il Canale di Suez,
dopo la guerra dei sei giorni2, lunico modo per andarci era circumnavigare lAfrica. Cristo!
Pi di due mesi per andare e tornare, uneternit. Muovere delle barchette non era pi
conveniente, cos i governi avviarono la produzione di queste superpetroliere. Anche lItalia
fece lo stesso; al tempo la societ armatrice era la SNAM e mise in cantiere sei navi da
250.000 tonnellate, le VLCC appunto.
Il vecchio si volt e fece un cenno ammiccante a Mario.
Una di queste, anzi, la prima uscita dai cantieri, fu la A. Sicilia.
Mario rispose con un sorriso.
Poi il Canale lo riaprirono, il Canale di Suez intendo, era il 75 se non sbaglio. La portata
del canale non permetteva di far transitare navi di quella stazza a pieno carico, cos si poteva
utilizzare solo allandata con la nave in zavorra, mentre il ritorno andava fatto sempre attorno
allAfrica. Il risparmio di tempo era comunque notevole, ma non abbastanza se si poteva
usare il Canale solo per met del viaggio, cos le superpetroliere divennero un affare in
perdita; dovevano viaggiare a carico parziale o alleggerirsi del carico in pi riprese, insomma
divenne pi comodo usare petroliere di stazza minore.
Come la Monfalcone? chiese Ilaria.
Sandro sembr sorpreso della domanda e mentre rifletteva si fece scuro in volto.
S, come la Monfalcone, ma anche altre navi.
Lei ha lavorato a bordo di quella petroliera, vero? chiese Mario fissando luomo
anziano, il quale sembrava ora visibilmente a disagio.
S ma ci ho fatto un solo viaggio.
Quel viaggio Sandro - disse Ilaria - fu lultimo a bordo della Monfalcone per tutto
lequipaggio.
Gi, nessuno ebbe pi il coraggio di salire su quella nave dopo...
Gli ospiti aspettarono che luomo finisse la frase, ma si chiuse in se stesso borbottando
qualcosa di incomprensibile.

5-10 giungo 1967.

Stiamo indagando su quel viaggio, Sandro - gli disse con dolcezza Ilaria - e lei lunico
in grado di dirci qualcosa.
Il padrone di casa, guardava in terra inquieto, sembrava sul punto di dover piangere.
" tutto registrato sul diario di bordo..."
"Non tutto precis la ragazza.
Anzi, quasi niente - aggiunse Mario - non pensa che sia il caso di alleggerirsi il cuore di
quei ricordi?
Pietro poggi la schiena al sedile della poltrona, reclin la testa indietro e dopo aver tirato
un lungo sospiro, torn a guardare i suoi due ospiti e cominci il racconto.
***
Era fine luglio credo, comunque estate inoltrata, perch nonostante fosse calato il sole gi
da un pezzo, faceva un caldo soffocante. Avevamo appena cominciato il viaggio di ritorno
verso lItalia; quella notte, allaltezza dellIsola di Khark, lontano dalla costa, praticamente in
mezzo al Golfo Persico, avvistammo una petroliera in fiamme, ci sembr che battesse
bandiera iraniana, ma non rispondeva ai nostri tentativi di contatto radio.
In mezzo a quellincendio, che sembrava voler divorare ogni cosa, mandammo le lance di
bordo per vedere se vi fosse ancora qualcuno vivo, io ero a bordo di una di esse e mi accorsi
subito che lo scafo era inclinato verso di noi e in parte sommerso verso poppa, ci indicava
che i danni pi gravi dovevano essere stati nelle ultime cisterne di tribordo. Quando ci
avvicinammo vedemmo due uomini gettarsi in mare, uno di loro si era tuffato tenendo in
spalla laltro, privo di sensi. La cosa non ci stup molto, il cameratismo a bordo delle
petroliere era forte e quel marinaio era un vero colosso, lo vedemmo subito, nuotava con
poderose bracciate di una mano, mentre con laltra teneva a galla il suo compagno. Sal
proprio sulla lancia dove mi trovavo anche io, quindi riuscii a vederlo bene, era
impressionante: dietro di lui un muro fuoco, nuotava in quel mare rosso e nero come un
dannato in fuga dallInferno attraverso il Flegetonte, il corpo era teso per lo sforzo, ma la
faccia non era molto espressiva, anzi, qualcosa nei suoi lineamenti disturb tutti noi marinai,
sembrava uno spirito bestiale, i capelli pi di tutto lo facevano sembrare uno spettro uscito da
qualche dipinto, erano lunghi, e questo gi era molto strano per un marinaio, corvini, di un
nero impenetrabile, quasi fossero fatti dello stesso petrolio per cui stavano rischiando la vita,
gli ricadevano dritti davanti la faccia nascondendogli quasi del tutto gli occhi.
Ora che ci penso non riuscii mai a guardarlo bene in faccia, aveva i capelli che gli
ricadevano sempre davanti come se fossero bagnati o unti o solo troppo pesanti per essere
acconciati in qualche altro modo.
Ci vollero tre persone per issarlo a bordo tanto era grosso e pesante, mentre lui senza
sforz iss a bordo laltro marinaio. Sembrava che fosse stato sorpreso nel sonno perch a
parte un paio di rozze braghe di tela portava solo una canottiera scura, non aveva neanche le
scarpe; luomo che aveva issato a bordo invece indossava una divisa completa, doveva essere
un graduato, ma gli abiti erano talmente rovinati e bruciacchiati, che dal suo aspetto non fu
possibile desumere di pi. La cosa strana era che indossava diverse maglie e anche il
giaccone, nonostante il caldo soffocante.
Mentre li osservavamo, un altro uomo si affacci dal parapetto della nave urlando come se
lo stessero scannando; le fiamme gli lambivano le spalle, eppure eravamo sicuri che non si
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sarebbe buttato, era come se volesse proteggere la cosa che stringeva tra le braccia un
oggetto tondeggiante di pietra delle dimensioni di un pallone; doveva essere incandescente,
pensammo a causa del calore dell'incendio, nonostante questo luomo continuava a tenerselo
addosso stringendolo con le braccia bench gli ustionasse la carne in modo orribile, lo
stringeva come se da quella cosa dipendesse la sua vita o anche di pi.
Una delle lance riusc a recuperarlo solo perch alla fine svenne e cadde gi dal parapetto
della fiancata; a dire il vero il salvataggio anche in quel caso non fu facile perch il calore gli
aveva praticamente fuso addosso la pietra. L per l gli uomini della lancia non pensarono che
con quel peso sarebbe dovuto andare gi a fondo, come un pezzo di piombo, semplicemente
si tuffarono e lo trovarono appena sotto il pelo dellacqua, privo di sensi. Se avessimo
saputo Dio mi perdoni lo avremmo lasciato al suo destino...
Invece, come era nostro dovere li salvammo. Di tutto lequipaggio di una VLCC
riuscimmo a trarre in salvo appena tre uomini, tutti con ustioni rilevanti al punto da mettere
in dubbio la loro sopravvivenza.
Capimmo subito che eravamo di fronte a una sciagura di portata immane, ma non
potevamo sapere il reale piano su cui quella tragedia si era consumata e continuava a portare
avanti le sue conseguenze. Anche se qualcosa fosse stato intuibile non ci avremmo dato peso,
presi comeravamo dalla sorte dei tre marinai superstiti.
Quello messo peggio era ovviamente lultimo marinaio: privo di coscienza, continuava a
delirare cose senza senso e suoni gutturali; udendoli alcuni di noi mormorarono delle
preghiere affinch luomo fosse liberato dagli incubi che lo assediavano o forse per far s che
non si staccassero da lui per invadere anche le nostre menti.
Una volta a bordo della Monfalcone, lo portammo subito in infermeria, almeno per
sedarlo; quando poi lo staccarono da quella cosa sembr calmarsi, ma mor dopo qualche
ora. Da come venne ritrovato la mattina, dallespressione del volto sembrava fosse morto pi
di paura che per le ferite. Riuscii a dare un'occhiata solo di sfuggita a quel curioso quella
specie di grosso sasso sbreccato mentre veniva portato via su ordine del capitano: somigliava
a una testa rinsecchita.
Degli altri due, il colosso non disse una parola, sembrava in qualche modo shockato o
meglio, non reagiva agli stimoli, come se fosse concentrato a fondo su qualcosaltro.
Laltro si riprese dopo un po, era abbastanza messo male anche lui, ma dopo le prime
cure sembr disposta a parlare, cos in un francese un po stentato riuscimmo a capire che era
uno dei sottufficiali della petroliera, non conosceva il marinaio che lo aveva salvato, per cui
disse che poteva trattarsi di un un marinaio semplice entrato da poco nellequipaggio, dato lo
stato di confusione in cui versa nessuno chiede di pi; mentre laltro venne identificato come
il direttore di macchina.
Il sottufficiale volle sapere che giorno era e sembr sconvolto della nostra risposta;
secondo quanto raccont avevano avuto un incidente mentre rientravano senza carico al largo
dellisola di Halul, oltre venti giorni prima, ma probabilmente sbagliammo a capire o fu un
errore dettato dalla sua evidente confusione, perch Halul si trovava molto pi gi di dove
avevamo trovato la loro nave, verso il golfo di Oman, percorrere tutto quel tratto con lo scafo
in quelle condizioni era praticamente impossibile.
Vedendo che la sua agitazione cresceva, il medico di bordo somministr un sedativo anche
a lui e decise che tutti e tre dovevano riposare, cos per quella notte non proseguimmo la
discussione e poi non ci fu pi modo di tornare sullargomento.
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La mattina dopo, come ho gi detto, il macchinista era morto e le condizioni del


sottufficiale si erano stabilizzate, mentre il grosso marinaio sembrava aver ripreso tutte le
energie e anche le ustioni, che la notte prima erano sembrate pi gravi, si rivelarono alla luce
del giorno di lieve entit.
Fra la colazione e il pranzo, il capitano della Monfalcone, Arturo Gracchi, cerc di parlare
con il graduato iraniano per capire cosi era successo, perch si fosse scatenato lincendio a
bordo.
Gracchi era un corpulento marinaio di vecchia data, era un bravuomo, stimato e rispettato
da tutti per la sua lunga esperienza e per le sue caratteristiche di umanit. Anche in quel caso
si prodig perch agli sventurati non mancasse nulla e si interess personalmente di ascoltare
il resoconto del sottufficiale.
A farla breve, anche perch non riuscimmo a capire molto pi dellessenziale, a largo di
Halul avevano urtato uno scoglio a fior dacqua non segnalato, inizialmente era sembrata un
incidente di lieve entit, invece scoprirono presto che la chiglia era stata gravemente
danneggiata da un lungo squarcio che interessava le ultime due e tre cisterne; la testa di
pietra fu ritrovata proprio in una di quelle cisterne, entrata probabilmente dalla rottura dello
scafo assieme alla punta dello scoglio. Perch non avessero inviato per tempo una richiesta
daiuto rimase un mistero, ma la notizia che al momento cerano dei problemi con i contatti
radio lo stravolse, ci guardava uno a uno con aria disperata in una silenziosa richiesta daiuto.
Gli fu assicurato che non appena fossero stati risolti i problemi di comunicazione, li
avremmo riportati a terra o fatti venire a prendere, ma continuando a piangere chiese a tutti
di uscire per poter riposare. Il capitano acconsent, in fondo non aveva fretta di risolvere la
faccenda e non voleva turbare il sottufficiale pi di quanto gi non lo fosse: quelluomo
doveva essere stato un marinaio deccellenza, noi lo vedevamo sfinito, disidratato, emaciato,
ma i segni dei difficili momenti subiti non riuscivano comunque a mitigarne il portamento
fiero.
Mentre uscivamo vidi che il marinaio semplice, che durante il nostro colloquio si era
limitato a fissare davanti a s, ora si guardava attorno scrutando lambiente, cos gli chiesi se
volesse fare un giro per la nave, invitandolo a gesti a uscire con noi e a seguirmi. Conosceva
bene litaliano, ma lo scoprii solo in seguito, comunque diede cenno di avermi compreso e si
mise al mio seguito. Nel vederlo in piedi mentre si rinfilava rapidamente la canottiera e i
pantaloni ancora umidi con cui lo avevamo trovato, ricordai e compresi la fatica incredibile
che avevamo fatto per issarlo sulla lancia: era alto pi di due metri, con le spalle larghe e
ricurve, le braccia lunghe, i muscoli gonfi anche se non molto definiti, le sue forme erano
troppo elementari per essere armoniose. Anche il volto aveva un certo aspetto grottesco: il
mento squadrato, il naso largo e sporgente, una peluria ispida sulle guance e sul mento, il
naso largo e la pelle scura come quella degli iraniani.
Mi ero rivolto a lui per buona educazione e per spirito cristiano, immaginavo che dopo
quello che aveva vissuto ogni minimo svago sarebbe stato gradito, per devo dire che,
almeno all'inizio, averlo vicino mi confermava la prima sensazione che avevo avuto sulla
lancia: che fosse un soggetto fuori dal contesto, in qualche modo alieno. Non so dire cosa
esattamente, se la massa imponente, se la postura ingobbita con cui camminava, se i capelli
che gli coprivano gli occhi, se lodore muschiato che emanava, se il respiro lento e
cavernoso, se le braccia cos lunghe, o se tutti questi fattori insieme, ma nel complesso ne
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risultava una presenza piuttosto sgradevole, seppure manifestava una sorta di carisma
animale che mi spingeva ad averlo vicino ignorando i presagi di sventura.
Dato che non voleva o non riusciva a parlare, cercai di intrattenerlo in maniera banale, per
avere un minimo di confidenza nel caso il capitano avesse voluto rivolgergli delle domande o
se a lui fosse venuta voglia di raccontarci qualcosa. Nel tempo di un paio dore gli feci
vedere la nave: la A. Sicilia era di taglia decisamente maggiore, ma con i suoi quasi trecento
metri la Monfalcone faceva comunque il suo spettacolo. Visitammo il cassero di poppa, le
cabine, la mensa, il piccolo cinema di bordo e la piccola biblioteca nella sala comune; mi
seguiva con diligenza, ma sembrava interessato pi alla struttura della nave e ai corridoi che
al resto, a cui riservava poco attenzione e un accenno con la testa di tanto in tanto. Solo tra i
pochi libri posati in disordine sulla scansia metallica della biblioteca si accese un po il suo
interesse, prese un piccolo libro di poesie, si intitolava In mare aperto, io non sapevo
neanche che fosse l. Sfogli qualche pagina, fermandosi di tanto in tanto a recitare in
silenzio alcuni versi, ma lo pos subito e guard verso lalto quando le luci della stanza
ebbero un sussulto. Ne approfittai per proporgli di visitare anche il ponte di coperta, dove gli
mostrai con orgoglio le diverse strutture di scarico e pompaggio; tutto ci che ottenni da lui
fu qualche occhiata fugace a quanto gli indicavo, data pi per educazione che per interesse:
allinizio pensai che largomento lo annoiasse, in fondo veniva anche lui da una petroliera e
di stazza ben superiore alla Monfalcone, ben presto per mi resi conto che la sua attenzione
era fissa sul mare, o meglio sulla densa coltre di nebbia che ci circondava e ci seguiva fin dal
mattino.
Dovresti esserci abituato, no? E poi, grande e grosso come sei, non avrai paura di un po
di nebbia? dissi per provare a catturare la sua attenzione.
In effetti si gir e pieg la testa; non potevo vedere i suoi occhi, ma era sicuro che mi
stesse guardando e in quel momento ebbi anche la certezza che era in grado di capire tutto
ci che dicevo. Io invece avevo molti dubbi sul significato del suo gesto, si rivolgeva a me
come se fossi io quello strano dei due, quello che non afferrava qualcosa circa la situazione
in cui ci trovavamo; allora guardai anchio verso la nebbia che ci isolava dal resto del mondo
e rabbrividii.
La paura, reale e quasi paralizzante, mi permise a stento di voltarmi verso di lui, che non
guardava pi n me, n la nebbia, ma verso linterno della nave, un punto preciso, da cui si
generarono un attimo dopo dei suoni violenti che si aggiunsero alle urla della mia anima che
mi risuonavano nella testa, delle grida che mi permisero di sbloccarmi e scattare in direzione
di quei suoni.
I marinai gridavano per attirare lattenzione dellequipaggio. Il capitano ci pass davanti di
corsa e lo seguimmo fino alla cambusa. Le spiegazioni dei marinaio erano molto confuse, ma
si capiva benissimo cosa stava succedendo o almeno quale fosse la causa della loro
agitazione: la porta della cambusa era chiusa, dallinterno a quanto pareva, e da dentro
risuonava un rumore cadenzato e metallico, come un gong malefico accompagnato da una
lugubre salmodia. Non era solo unimpressione; quando origliai alla porta sentii in maniera
distinta che qualcuno al suo interno di lamentava e piangeva in modo sommesso tra un colpo
e laltro, poi si ud un lieve rantolo e i colpi cessarono.
Non riuscii a fare altro che staccare lorecchio dalla porta e guardare confuso i miei
compagni scuotendo la testa. Ero quasi stordito, lo eravamo tutti, forse fu per quello che non
badammo troppo a quello che accadde subito dopo: di fronte a una situazione del tutto
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anomala e ignota, alcune stranezze, specie se di immediata risoluzione, non vengono valutate
nella giusta maniera e passano in secondo piano.
Cos avvenne quando il capitano ordin che la porta fosse abbattuta; un paio di marinai si
mossero per recuperare un piede di porco o qualcosa che fungesse da ariete di fortuna; il mio
nuovo compagno invece si fece spazio fino alla porta, ne saggi la superficie con le mani e si
gett su di essa con tutta la sua massa, con due spallate la porta fu divelta. Ancora mi chiedo
che razza di uomo potesse essere in grado di scardinare una porta tagliafuoco col telaio in
acciaio come quella, ma l per l, come ho detto, non ce ne curammo, perch linterno della
cambusa ci rivel uno spettacolo ben pi strano e preoccupante.
Riverso a terra, davanti ai forni, cera il cambusiere, con la testa immersa nel suo stesso
sangue, vicino a lui la grossa padella con la quale gli era stata spaccata la testa.
Accucciata davanti alla porta della dispensa, la sagoma contorta dal sottufficiale della nave
iraniana, una striscia di colore rosso che dal centro della porta arrivava fino a terra lasciava
poco adito a dubbi: il sottufficiale aveva continuato a sbattere la fronte contro il metallo fino
a sfondarsi il cranio. Vari arnesi improvvisati gettati attorno al corpo suggerivano che prima
di questo risultato estremo aveva provato ad aprire con altri mezzi, ma senza risultati.
Il cambusiere aveva subto un forte trauma alla nuca, ma era vivo, per cui fu trasferito in
infermeria, mentre per laltro non cera pi nulla da fare e il capitano dispose che venisse
data sepoltura in mare a lui e al direttore macchina morto per le ustioni la notte prima.
Poi volle parlare col terzo marinaio circa quello che era accaduto e siccome da qualche ora
ne ero un po il custode e linterprete, ero presente anche io. Il capitano cerc di ricostruire
gli eventi mentre passeggiava senza sosta avanti e indietro.
Ci disse che il sottufficiale, dopo una mezz'oretta di solitudine, si era calmato e aveva
richiesto di fare un giro sulla nave, lo aveva accompagnato lui stesso, ma in realt non gli era
sembrato per nulla interessato visto che per tutto il tempo si era guardato attorno, come se
cercasse qualcosa di preciso. A quelle parole provai un certo disagio, ripensandoci poi mi
venne in mente che latteggiamento del mio nuovo amico non era stato molto diverso.
Liraniano si era poi diretto verso la cambusa, cos il capitano la aveva affidato al
cambusiere per mostrargli le cucine di bordo. Quello che era successo in seguito era
facilmente ipotizzabile: il cambusiere era stato stordito, forse perch si era rifiutato di
mostragli la dispensa, era difficile dirlo, di certo il sottufficiale aveva provato ad aprire la
porta, i segni che vi trovammo sopra lo testimoniavano, ma non riuscendovi era impazzito
facendo la fine che aveva fatto.
La ricostruzione filava e per un attimo riusc a dare una parvenza di ragione a quanto era
accaduto. Si trattava solo di un modo per mantenere i nervi saldi e ne eravamo consci, perch
tutta quella dannata faccenda non aveva alcun senso; anche se il sottufficiale avesse ceduto
alla follia a causa dellesperienza a bordo della petroliera in fiamme, ci non spiegava perch
si fosse ossessionato nel voler varcare quella porta.
Il marinaio, che non sembrava aver bisogno di simili trucchi, forse perch era gi
scampato da un inferno, si avvicin allentrata del magazzino prima che il comandante lo
potesse interrogare, la fiss qualche istante e poi ci invit a fare la cosa pi logica, aprirla.
La chiave era tra gli arnesi utilizzati e gettati a terra, capimmo subito il perch era l, visto
che entrava nella toppa, girava, ma la porta non ne voleva sapere di aprirsi, come se fosse
bloccata dallinterno. Ancora una volta la forza bruta del marinaio risolse la situazione, ma ci
sprofond in dubbi e quesiti ben peggiori di quelli che speravamo di risolvere.
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La parte interna della porta si rivel un unico blocco di ruggine rigonfia, come se non
venisse usata da decenni; il magazzino, che scendeva nella stiva con una piccola rampa di
scale, era avvolto nelloscurit a eccezione della luce che veniva dalla cambusa e di una lieve
luminescenza in fondo alla stanza, n serv a qualcosa premere gli interruttori della luce.
Tutti gli impianti erano spenti, non si sentiva neanche il rumore dei refrigeratori. Lunica
cosa che usciva dal magazzino era una terribile puzza di chiuso e di decomposizione,
neanche avessimo profanato una tomba.
Con delle torce elettriche trovate negli armadietti delle emergenze cominciammo a
esplorare l'ambiente, grande, ma con quanto avevo immaginato e soprattutto pi... decadente.
Ne parlai con il capitano e anche lui non riusciva a credere a quello che vedevamo: di certo
non aveva l'aspetto di una dispensa utilizzata fino al giorno prima per i pasti di trenta
persone, i refrigeratori erano caldi come se fossero spenti da una settimana e il loro stesso
contenuto, cibi che dovevano essere freschi, erano ridotti a un marciume vecchio di giorni.
Le provviste disposte in ordine sui profondi scaffali arrugginiti del resto non avevano avuto
una sorte migliore, una strana e pesante umidit salmastra che permeava l'aria, aveva
impregnato e rovinato ogni cosa, inzuppandola e lasciando profonde scie biancastre e lo
scatolame era tutto rigonfio.
La maggior parte dei viveri a bordo era rovinata e inutilizzabile, si erano salvate solo le
poche cose che il cambusiere aveva tirato fuori la sera prima per il giorno dopo, ma questo
sembrava un problema l per l risolvibile, sarebbe stato sufficiente fare scalo in qualche
porto e rinnovare le scorte alimentari. Il vero sconcerto, che mi fece ritornare la stessa paura
che avevo provato guardando la nebbia, era come fosse stato possibile che il magazzino si
fosse ridotto in quello stato nell'arco di una sola notte, poco pi di mezza giornata era stata
sufficiente affinch quel posto portasse i segni di unusura decennale.
Le mie riflessioni furono interrotte da una voce profonda.
Ecco cosa cercava disse il marinaio.
Era la prima volta che lo sentivo parlare e provai una sensazione spiacevole; difficile da
descrivere: la sua voce era poco pi di sussurro roco, la gola si stava sforzando di emettere
suoni comprensibili e parole di senso compiuto, come se un animale si snaturasse per parlare
con linguaggio umano.
La sua indagine per aveva avuto pi successo della nostra, cos distogliemmo lattenzione
da lui per concentrarci sul frutto delle sue ricerche. Ignorando del tutto lambiente e la
stranezza delle sue condizioni, si era diretto quasi distinto alla fonte della luminescenza in
fondo al magazzino, una cassa di legno, e da l ci stava chiamando: coperto da pesanti ombre,
con i lineamenti illuminati dallalone che si emanava davanti a lui, la sua figura era un
tuttuno con i demoni della paura che mi facevano correre il cuore all'impazzata.
La cassa conteneva loggetto che era stato portato a bordo assieme al direttore di macchina
della nave iraniana. Non ci avevo fatto troppo caso prima, ma ora che potevo guardarlo
meglio era senza dubbio una testa, dai lineamenti vaghi, ma era una testa, rovinata e
incrostata di residui marini, forse apparteneva a qualche statua o idolo, perch riportava
modellata nella pietra una faccia quasi scheletrica, umana, ma lassenza delle orecchie e del
naso, la bocca distorta verso il basso in una smorfia di orrore e disgusto, e le gengive ritratte
sui denti sottili e aguzzi la facevano assomigliare a un pesce mostruoso.
stata messa qui dopo il vostro recupero - disse il capitano quasi a volersi giustificare
- Ma perch la cercava?
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Il marinaio torn nel suo mutismo e si limit a guardare con aria preoccupata linquietante
oggetto.
Passai il resto della giornata nella mia cabina, non mi sentivo bene e il capitano, che aveva
vissuto il mio stesso disagio, fu comprensivo e mi dispens dai miei incarichi per quel
giorno, l'ultimo lavoro che feci fu di richiudere il coperchio della casa per celare l'idolo
luminescente.
Provai a riposare, ma senza successo: appena chiudevo gli occhi mi tornava alla mente
limmagine del marinaio e dellidolo che si guardavano lun laltro e riuscivo a sentire nella
testa un rumore martellante, come di tamburi che da lontano si avvicinavano, e non so
perch, ma in quel momento avevo la certezza che quello fosse un modo di comunicare, una
lingua ancestrale e blasfema: stavo assistendo al loro dialogo e ne venivo assordato.
Alla fine, forse preso dalla stanchezza, mi addormentai nonostante il continuo pulsare
delle tempie, finch non mi svegliai di soprassalto immerso nel pi completo silenzio. Avrei
dovuto essere lieto di quegli istanti di pace, solo che il silenzio non era normale, non si
sentiva pi lo sciabordio delle onde, il vibrare dei generatori, n il brusio sommesso dei
motori. Era tutto silenzioso e buio.
Presi una torcia e uscii nel corridoio, dove per fortuna scomparve la sensazione di
solitudine totale che provavo: altri marinaio si muovevano di corsa e appresi che il capitano
ci voleva radunati sul ponte.
La comunicazione fu breve e concisa, alla maniera del capitano Gracchi. Ci disse che da
quella mattina la strumentazione di bordo, radio, radar e scandagli, erano inutilizzabili,
funzionavano, ma era come se attorno a loro non vi fosse nulla da captare o ricevere, la
nebbia fitta impediva di avere un contatto visivo con le coste, le nubi temporalesche non
consentivano neanche di individuare bene la posizione del sole. Aveva dato lordine di
proseguire sulla rotta gi tracciata fino al calare della notte, purtroppo il cielo non si era
aperto ed era impossibile stabilire la nostra posizione con laiuto delle stelle, mentre sotto di
noi lacqua era immobile, priva di qualsivoglia corrente. Se fossimo andati avanti alla cieca il
rischio di incidente in mare sarebbe stato molto alto. La cosa peggiore per era che prima che
potesse dare lordine di rallentare o fermare la nave, tutti i sistemi elettrici a bordo avevano
smesso di funzionare; il generatore principale, quelli ausiliari e anche quelli di emergenza si
erano spenti e non cera modo di riavviarli, cos come il motore; risultavano inutili anche le
pile e le batterie portatili, insomma, ogni strumento a bordo aveva smesso di funzionare,
specie I congegni elettrici; pensammo a un qualche tipo di fenomeno elettromagnetico locale,
ma in realt nessuno aveva idea di cosa potesse essere successo.
Menzion solo in maniera vaga la questione del magazzino e il fatto che non avessimo
quasi pi riserve di cibo, disse per che dal giorno seguente sarebbe cominciato il
razionamento dei viveri e dellacqua, visto che una situazione meteorologica cos anomala
poteva protrarsi a lungo. Sempre lindomani sarebbe stata inviata una lancia con tre uomini a
bordo per cercare di raggiungere la costa pi vicina e chiamare una nave che li rimorchiasse
in qualche porto per le riparazioni.
I miei compagni accolsero le notizie con disappunto, borbottarono qualche lamentela
contro chi aveva messo in mare questo catorcio di nave, ma in fin dei conti lo
considerarono solo uno dei tanti problemi che potevano accadere in una lunga traversata. Io

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per non riuscivo a calmarmi, avevo addosso unangoscia che non permetteva al mio cuore
di rilassarsi un attimo e riassumere un ritmo regolare.
Dopo che fu sciolta la convocazione, mi diressi dal marinaio, che se ne stava in disparte
appoggiato al parapetto. Non so dove mi venne il coraggio di parlare a quella figura enorme
con tanta violenza.
Tu ne sai qualcosa? Vero? Dimmelo! gli urlai.
Senza prestare troppo caso alla mia aggressivit, mi pos una delle sue mani enormi sulla
spalla e si rivolse a me in tono calmo e sommesso.
solamente linizio - disse - Riposati se puoi e non ascoltare le voci.
Detto questo si allontan assieme agli altri e io rimasi l fermo per diversi minuti, incapace
di dare un senso a quello che stavo vivendo.
Lindomani, come stabilito, salutammo fiduciosi la lancia e il suo piccolo equipaggio
mentre scomparivano tra le nebbie che ci avvolgevano. Il clima non era negativo dopo tutto,
cera solo da aspettare che venissero a prenderci, questione di un paio di giorni al massimo,
nel frattempo il nemico peggiore sembrava dovesse essere costituito dalla noia. La luce era
quasi crepuscolare a causa della pesante cappa temporalesca, ma quel poco che filtrava dalle
nubi fu sufficiente a migliorare il mio umore: mi impegnai nelle pulizie e diedi una mano a
cucinare le poche scorte rimaste, insufficienti anche per arrivare al giorno dopo, cos
consigliai al capitano di predisporre turni di pesca. Mi preoccupavo meno dellacqua invece,
anche senza gli impianti di depurazione funzionanti, i serbatoi che avevamo potevano darci
acqua potabile per una settimana se ben razionata, anzi al riguardo ci scambiavamo battute
con gli altri, ridendo del fatto che non potendo fare la doccia ci avrebbero ritrovati profumati
come delle cozze lasciate al sole.
Ridevo anchio, ma per nulla convinto, avevo sempre limpressione di vedere al margine
del mio campo visivo la figura del marinaio iraniano; continuavamo a definirlo cos, anche se
ormai era evidente che era iraniano quanto lo ero io, cos a Pietro e al Sordo venne in mente
di chiamarlo lo Scuro, per via del suo carattere ombroso, poco incline a socializzare, e del
colore della sua pelle, che in verit condivideva con molti altri marinai. Quei due erano dei
poco di buono e tendevano a essere prepotenti con chiunque si mostrasse remissivo, quindi
non avevo legato molto con loro; del primo non ho mai saputo il cognome, mentre laltro si
chiamava Claudio Sardelli, detto il Sordo perch aveva perso lorecchio sinistro in un
incidente nautico. Con lo Scuro non si permisero di ingaggiare contrasti diretti,
probabilmente erano impressionati dalla sua stazza, ma non perdevano occasione ogni
qualvolta passava vicino al nostro gruppo, di prenderlo in giro ad alta voce e fare battute
poco decenti sul suo conto. Comunque, bench loro non mi stessero affatto simpatici e non
condividessi il loro atteggiamento sprezzante e volgare, anche io cercai di evitarlo quanto pi
possibile, non perch lo ritenessi causa del mio malessere o della situazione, ma perch dalla
sera prima avevo la forte sensazione, quasi la certezza, che lui sapesse cosa ci stava
accadendo realmente, e io non volevo saperlo Avevo la nausea al solo pensiero delle
conoscenze che si celavano oltre la nebbia. Arrivai a pensare che la nebbia forse neanche
esisteva, si trattava solo della follia che era calata pietosamente sulle nostre coscienze per
preservarci dalla realt.
Come accade ogni volta che il destino impietoso ci si para davanti, aspettai che fosse lui a
venirmi a cercare, mi immaginavo che da un momento allaltro la sagoma enorme dello
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Scuro adombrasse la poca luce residua e mi schiacciasse col peso delle sue rivelazioni:
poteva dirmi che ero pazzo, che era tutto normale o che invece eravamo tutti spacciati e che
avremmo condiviso la sorte dellequipaggio della nave iraniana, anche se lui era l come
testimone che dallinferno e dalla pazzia ci si pu salvare.
Pi il giorno andava avanti e pi era chiaro che le attese di tutti sarebbero state disattese: le
mie di un incontro rivelatore e in generale quelle dellequipaggio, sia di veder ritornare la
lancia con al seguito i soccorritori, sia di riuscire a far ripartire i generatori, sia di pescare
qualcosa.
Eravamo un oggetto immobile in un mare cristallizzato nel tempo, solo il variare ella
debole luminosit ambientale ci dava il senso del trascorrere delle ore, ma era un attesa
straziante.
Un po per rompere lattesa, un po per evitare di lavorare col buio, si decise di cenare
prima che calassero le tenebre totali. Erano state trovate durante le ricerche giornaliere delle
lampade a gas e un po di petrolio con cui fabbricare delle torce; era chiaro che sarebbero
durate poco, cos vennero lasciate accese solo in numero sufficiente a segnalare la nostra
posizione a eventuali navigatori notturni che potessero trarci in salvo. A parte questo
dovemmo accontentarci di restare al buio, sia i pochi che restarono svegli a chiacchierare, sia
quelli che, come me, decisero che era meglio andare a dormire, non fosse altro per affogare
lattesa nelloblio dei sensi.
Anche il sonno fu caratterizzato dal buio, non un semplice ottundimento che al risveglio
priva della memoria del sogno, ma anzi, il ricordo vivo di un spazio fisico, estremamente
reale anche nel sonno, un ambiente denso, pressante e freddo, ma sopra ogni cosa buio, come
se le tenebre assolute prendessero consistenza sul fondo delloceano.
La stessa sensazione, addirittura lo stesso sogno fatto da me, mi fu riportato anche dagli
altri marinai a cui chiesi, forse eravamo stati tutti impressionati dal freddo e dallumidit che
erano penetrate nei nostri alloggi durante la notte. Latmosfera era cambiata in maniera
radicale: eravamo andati a dormire in una fresca sera di fine estate e ci svegliavamo in una
fredda mattina dautunno, che ci costringeva a indossare la giacca di servizio per i lavori sul
ponte. Anche il sole, per quel poco che traspariva oltre la cortina di nubi, seguiva ritmi
rispondenti ad altre stagioni e altre latitudini: attendevamo che la fonte dellunica luce di cui
disponevamo si levasse sopra le nostre testa, e ancora una volta la nostra attesa fu frustrata,
perch non si alz dalla linea dellorizzonte se non di pochi gradi, come avviene in
prossimit dei poli.
In questa situazione difficile, il nervosismo e il malumore serpeggiava quasi palpabile
nellequipaggio, gi era sparito del tutto il clima cameratesco, di forzata allegria del giorno
prima, i marinai cominciavano a essere scorbutici gli uni con gli altri. Era praticamente
inevitabile che si generassero degli alterchi e cos accadde. Verso sera, Pietro e il Sordo si
erano azzuffati con due fratelli calabresi, una storia di sigarette rubate o una sciocchezza del
genere, nessuno era interessato a indagare pi a fondo, anche perch dovemmo metterci in
sei per fermarli, altrimenti le cose sarebbero di sicuro degenerate. Il capitano pens che
metterli al lavoro e tenerli occupati con qualcosa di utile avrebbe calmato gli animi, cos
dispose che le operazioni di manutenzione ordinaria della nave si spostassero sul ponte e
mise i due fratelli a selezionare la legna asciutta trovata a bordo per fare una sorta di fal in
un bidone, sempre per segnalare la nostra presenza. Agli altri due, visto che la pesca risultava
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ancora del tutto infruttuosa, vennero date le lanterne a gas e gli fu ordinato di cercare cibo
ancora commestibile nel magazzino; un lavoro che si prospettava inutile e schifoso, data la
puzza indecente che emanava quel posto.
Pensavamo cos di essercene liberati per qualche tempo, invece risalirono dopo neanche
mezzora portando con loro una cassa il cui aspetto risult subito strano. A essere strano in
realt era il malsano alone luminescente che permeava dal legno; riconobbi subito che quella
era la cassa dove avevamo chiuso la testa dellidolo che aveva portato il sottufficiale iraniano
alla pazzia. Girandomi vidi che anche il capitano e lo Scuro avevano riconosciuto quello che
portavano i due marinai e condividevano la mia ansia. Il primo ricambi il mio sguardo
preoccupato e fece un cenno di assenso con la testa. Il secondo si stava muovendo con
circospezione per guadagnare un posto avanti tra la folla che si stava radunando: tutto
lequipaggio aveva lasciato ci che stava facendo e si era disposto a cerchio attorno alla
cassa e ai suoi portatori. Per un attimo vi fu solo il silenzio, lultimo rumore che si ud fu
quello della cassa che veniva posata a terra, nessuno osava parlare o muoversi, finch il
capitano non entr nel cerchio vuoto e si port davanti ai due uomini. Prima che potesse
parlare, per, Pietro lo incalz con un discorso nervoso e quasi esaltato, aveva gli occhi
spalancati, la bocca aperta in una sorta di sorriso isterico e le mani non la smettevano di
agitarsi come dotate di vita propria.
Capitano - disse - siamo scesi come ci avete ordinato; per un po abbiamo rovistato tra i
pacchi di provviste, senza trovare nulla di buono, a parte qualche scatola di candele, poi
abbiamo sentito degli strani rumori, come se ci fosse qualcun altro nel magazzino oltre noi
due. Pensando che qualche marinaio si fosse imboscato per non fare i lavori abbiamo dato
una voce, ma nessuno ha risposto in modo chiaro. I rumori continuavano, ma in effetti non
erano rumori di movimenti o passi, era pi un brusio, una sorta di cantilena confusa che
veniva proprio da questa cassa; quando ci siamo avvicinati era calda e lo vedete, brilla.
Dobbiamo aprirla.
Il capitano si oppose in maniera ferrea, ordin che la cassa fosse riportata nel magazzino e
chiusa dentro una delle celle frigo, ma Pietro e Claudio insistettero.
C una luce, si sentono dei rumori, forse dentro c una radio o un altro apparecchio
funzionante con cui potremmo contattare la costa.
A questa ipotesi i marinai cominciarono a parlottare tra di loro con eccitazione e strinsero
il cerchio attorno alla cassa, tanto che il capitano fatic non poco a mantenere la disciplina e
a riportare il silenzio. Si trovava nellarena come un domatore di leoni; Pietro lo guardava in
cagnesco in evidente atteggiamento di sfida alla sua autorit, lui era fermo sugli ultimi ordini
dati, ma la situazione di stallo non dur molto: il Sordo nel frattempo si era procurato un
piede di porco e quando il suo compagno annu con la testa, senza staccare i suoi occhi da
quelli del capitano, ficc la punta sotto il coperchio della cassa.
Allora il povero Gracchi non pot far altro che ordinare pi volte in tono nervoso:
Posa quel piede di porco!
Ma inutilmente. Un angolo del coperchio era gi stato alzato a dallinterno proveniva un
chiaro bagliore, ancora pi evidente nellapprossimarsi delloscurit, e tuttintorno si
diffusero un tepore e un odore indistinguibile, ma poco piacevole. La puzza era tutto
sommato sopportabile e il calore una piacevole novit dopo una giornata passata al freddo
degli elementi. Era facile in quella condizione cadere vittima delle lusinghe della curiosit e
prendere tutto quello che lidolo aveva da dare senza preoccuparsi di quello che chiedeva in
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cambio, cos i marinai passarono oltre il capitano e si avvicinarono quanto poterono alla
cassa. Mentre questo avveniva solo in tre rimanemmo fermi: io, che avevo gi sperimentato
il contenuto della cassa e ne temevo linfluenza; il capitano, che guardava fisso davanti a s,
con gli occhi e lespressione di chi confuso e sconfitto; e Pietro, che guardava il capitano
sorridendo in maniera malvagia. Mi ci volle solo un attimo per chiarire nella mia mente la
situazione, ma quando cercai tra i marinai la sagoma torreggiante dello Scuro, vidi che era
passato dalla riflessione allazione e questo riusc a scuotere anche il mio torpore rassegnato.
Si trovava dallaltra parte della cassa ancora chiusa e stringeva nella sua mano lestremit
del piede di porco. Il Sordo, di fronte a lui, con il volto distorto dalla rabbia, lanciava urla e
insulti mentre con entrambe le mani provava a riprendere possesso dellarnese. Con un
rapido movimento del braccio, che in apparenza non gli cost alcuno sforzo, lo Scuro strapp
la spranga di ferro dalla presa dellaltro e lo gett alle sue spalle; abbastanza lontano da non
colpire nessuno dei marinai riuniti l attorno, ma abbastanza vicino affinch risuonassero
chiaramente i rumori che fece rimbalzando a terra.
Quegli echi metallici risuonarono per lunghi istanti nellaria riportando i presenti al
silenzio e alla realt. Era come se tutti si fossero svegliati da un sogno agitato: Pietro non
sorrideva pi e si guardando attorno con sguardo malevolo, quasi a chiedersi perch ci fosse
tutta quella gente attorno a lui; il Sordo ansimava e si teneva le mani doloranti, la faccia
mostrava ancora rabbia verso lo Scuro, ma non sembrava avere la chiara consapevolezza di
cosa fosse successo. Anche il capitano riprese vigore e per sbloccare la situazione dichiar
che la cassa sarebbe rimasta sul ponte, appena fuori dal cassero, affinch la sua luminosit
naturale consentisse di risparmiare le poche fonti di illuminazione che ancora rimanevano
loro per segnalare la presenza in mare della Monfalcone, ma proib di aprirla fino a che non
avesse riflettuto adeguatamente sulla faccenda e nessuno si oppose. Per quanto riguardava i
due dissidenti, non prese provvedimenti disciplinari, ma cambi la loro mansione
assegnandoli ai lunghi, noiosi e inutili turni di pesca.
Dopo che lequipaggio si fu disperso, cercai con lo sguardo lo Scuro. Con calma era
andato a raccogliere il piede di porco che aveva lanciato poco prima e con la stessa lentezza
si volt nella mia direzione. Era impossibile dire se stesse guardando me, gli occhi erano
perennemente coperti dai capelli, ma ebbi comunque quella sensazione e venne meno il
coraggio per andare da lui a parlargli. Ormai sentivo la necessit di farlo, se non altro per
attingere a un briciolo della sua sicurezza, cos mi riproposi di farlo di sicuro il giorno dopo.
Aiutai a distribuire le coperte di lana e mi infilai subito nella mia branda: il freddo e gli
ultimi minuti di tensioni avevano prosciugato le mie energie, gi minate da un giorno di
digiuno, cos caddi subito in un sonno profondo in preda dei sogni e degli incubi.
Sognai di essere su una scogliera antica, un altopiano roccioso a strapiombo sul mare.
Decine di metri sotto di me, lacqua ruggiva e si schiantava sugli scogli con una violenza tale
da assordarmi con il rumore della schiuma che ribolliva sotto di me, sembrava che le stesse
onde cercassero di fuggire da qualcosa, una massa vaga che riuscivo a distinguere a grande
distanza oltre la foschia, forse uno di quei cetacei enormi dei mari del nord, forse unisola.
Ma non poteva essere unisola quella che vedevo, perch si stava muovendo nella mia
direzione. Da quella cosa il mare fuggiva urlando. Non so per quanto tempo aspettai; poco a
poco nello schiamazzo delle onde infrante cominciai a udire un canto indistinto, prima solo
un brusio, poi dei suoni disarticolati provenienti senza dubbio da esseri viventi, voci e strilla
che componevano una strana cantilena. La nenia che veniva portata dal vento proveniva da
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un luogo incredibilmente lontano o dal profondo delle grotte che costellavano il versante
della scogliera e col tempo si faceva pi vicina finch quei suoni, che poco o nulla avevano
di umano, non mi circondarono. Dimprovviso pareva di trovarsi dentro un mattatoio: i versi
agonizzanti, lodore di carne morta e di sangue rappreso. Ero stretto da ogni lato da corpi
umanoidi, cos vicini a me e tra loro da non riuscire a distinguerne la fisionomia. Sopra di me
cera ancora il cielo velato e questo mi diede la certezza di essere ancora sulla scogliera.
Quando le invocazioni si alzarono di volume e i corpi ammassati gli uni agli altri si mossero
in una grottesca coreografia, urlai anchio, di paura, chiusi gli occhi e urlai cos forte che la
mia voce copr ogni altro rumore.
Poi una mano, gentile e lievemente tremante, mi accarezz la fronte. Stavo sognando o
solo ricordando, di essere un bambino nel letto della piccola casa dei suoi genitori. Davanti a
me, appena rischiarata dal lume che teneva in mano, cera mia nonna, la madre di mia madre.
Mi sorrideva con affetto e mentre continuava ad accarezzarmi mi parlava dei mostri.
Non urlare piccolo mio - diceva - I mostri si nutrono della tua paura, se non hai paura non
possono farti niente.
Smisi di urlare e mi calmai; in un attimo tornai adulto e sentii nel profondo che in quelle
parole si celava un insidioso inganno involontario, unindegna bugia di portata cosmica.
Ancora con leco di parole lontane nella testa, mi svegliai con un dolore lancinante tra gli
occhi: il freddo pungente cominciava a sortire i suoi effetti, nonostante le coperte di lana.
Quando aprii gli occhi pensai che fosse ancora notte fonda poich la luce che filtrava
dall'obl era a malapena quella che potrebbe esserci in una notte stellata di cielo terso, ma era
velata di un alone grigio.
Uscendo un po' stordito sul ponte, pensai subito di essermi sbagliato circa l'ora: anche se il
cielo era scuro, una certa luce rischiarava l'ambiente, per cui doveva essere gi mattina.
Senza orologi funzionanti e senza la posizione del sole a dare indicazione era difficile capire
che ore fossero, comunque doveva essere mattina inoltrata e probabilmente ero l'ultimo a
essersi svegliato, infatti trovai un nutrito gruppo di marinai intenti in un'animata discussione.
Mi avvicinai al capannello di uomini sia per curiosit, sia per un certo bisogno di contatto
umano; parlavano del freddo, della luce che non c'era, del sole che non si alzava, erano
spaventati, dicevano che non era normale, e io non riusciva a dargli torto, mi sembrava solo
strano che tutti si rendessero conto solo ora di una cosa che per me era ovvia da tempo: o
tutto lequipaggio della Monfalcone era vittima di un attacco di isteria collettiva, o il mondo,
la natura, la realt stavano degenerando attorno a noi.
Non mi ero accorto che a dirigere e fomentare la discussione erano Pietro e il Sordo, loro
invece si erano accorti che stavo ascoltando al margine del gruppo. Mi lanciarono
un'occhiata ostile, posero fine alla discussione e mentre gli altri si disperdevano, sorrisero
con aria beffarda e poi si allontanano anche loro.
Capii un attimo troppo tardi, sia il perch del loro sorriso, sia da dove venissero la luce e il
calore di cui beneficiano nonostante il cielo coperto: sulla cassa di legno che fino al giorno
prima la conteneva, poggiava l'orribile testa dell'ibrido uomo-pesce.
Guardavo quel feticcio di pietra, che sembrava quasi fiammeggiante nellumidit
pressoch totale, e pensai:
Ma che diavolo successo?

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Nel cercare di arrivare a una soluzione logica dei miei dubbi, continuavo a pormi quella
domanda tanto banale quanto gravida di conseguenze e forse, probabilmente a causa del mal
di testa lancinante, mi lasciai sfuggire qualche parola, perch sentii alle mie spalle la voce
roca e cavernosa dello Scuro.
successo che il capitano ha accolto le richieste dellequipaggio disse.
Mi voltai di scatto, sorpreso da quellinterruzione improvvisa dei miei pensieri. Lui invece
continu a camminare come se nulla fosse e senza prestarmi particolare attenzione, quasi
stesse parlando a unaltra persona.
Il freddo e loscurit hanno spaventato i marinai - prosegu - Se non avesse dato lordine
di tirare fuori quella cosa a questora saresti tra i protagonisti di un ammutinamento e
probabilmente di un linciaggio.
Cercai il capitano con lo sguardo e lo trovai a prua, intento a fissare la nebbia con aria
sconsolata, sembrava privo di qualunque autorit, solo unaltra povera vittima di un destino
perverso che si divertiva a giocare con gli uomini.
Dato che lo Scuro si allontanava senza curarsi di me, lo seguii allungando il passo per
stare al suo ritmo e gli chiesi se non potesse essere una cosa buona.
In fondo - dissi - se non ci fosse lidolo non avremmo neanche questa poca luce e poi
almeno avremo una fonte di calore autonomo se i soccorsi dovessero impiegare ancora altro
tempo per raggiungerci...
Smisi di parlare perch nel frattempo si era fermato a guardarmi, curvo su di me, come se
avesse di fronte un bambino poco sveglio.
Nessuno verr mai a salvarci.
Disse queste parole con una tale ovviet che non potei fare altro che fissarlo sconcertato.
Nessuno pu raggiungerci - aggiunse - Il gelo e loscurit che stiamo sperimentando sono
quelli degli abissi.
Non riuscivo a comprendere cosa volesse dirmi e scossi la testa con espressione confusa,
per cui prov a spiegarsi meglio.
Le profondit delle fosse oceaniche o ancora di pi dello spazio esterno. Non facile
capire, immagina che in questo momento e in questo spazio questi diversi livelli fossero
sovrapposti.
Il contenuto delle sue parole continuava a essermi del tutto oscuro, avvertivo in esse una
verit raccapricciante, ma la ragione mi impediva di metterla a fuoco. La ragione:
quellultimo complesso baluardo contro lorrore reale, capace di sfidare persino la
testimonianza empirica dei sensi, pur di non negare alla vita fisica e mentale la speranza
necessaria a mantenerle coese.
Per questo lasciai da parte il contenuto del messaggio e mi focalizzai sul messaggero. In
fondo cosa sapevo di lui? Niente. Forse era solo un truffatore che voleva approfittare della
nostra situazione estrema, magari guadagnare ascendente sullequipaggio per chiss quale
motivo. Poteva essere un pirata, poteva essere stato lui stesso a sabotare gli strumenti e i
generatori della Monfalcone. Era sempre la ragione a suggerirmi queste ipotesi, piuttosto che
accettare che lo Scuro fosse onesto nel suo tenersi al margine della situazione e nelle sue
frasi enigmatiche.
Non lo avevo certo idealizzato, non lo conoscevo, per lappunto, e la sua presenza
continuava a suscitarmi un moto di repulsione, per mi si stava figurando come lantitesi
dellidolo. La testa pietrificata diffondeva luce e calore a buon mercato, in fondo chiedeva
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solo di essere lunica fonte a cui dovevano attingere i marinai; lo Scuro dava pochi stralci di
informazioni confuse, come chi sa, ma reticente a donare la proprio conoscenza a chi non
lo merita o a chi non pronto a sopportarne il peso.
Gli dissi che le assurdit filosofiche non ci avrebbero certo cavato dimpaccio e che se
voleva parlare con me doveva parlare chiaro.
Annu, e sembr sul punto di cominciare le spiegazioni, quando qualcosa alle mie spalle
attir la sua attenzione. Disse solo:
Ne parliamo dopo.
Provai a ribattere, ma lui insistette con un tono che non ammetteva repliche.
Ho detto dopo.
Al mio fianco comparve il Sordo; lui e il suo compare erano responsabili dei turni di pesca
per ordine del capitano e avevano bisogno che lo Scuro li aiutasse. Si trattava solo di una
scusa, visto che la pesca era del tutto improduttiva, un modo per avere ai loro ordini chi li
aveva umiliati il giorno prima.
Attesi che passasse il tempo vagando per il ponte, non ero il solo, vagare come anime in
pena, senza un occupazione o una meta era diventato il triste passatempo della maggior parte
dei marinai, non del capitano per. Lui se ne stava a prua, immobile, con le mani appoggiate
al parapetto e la faccia depressa, gli occhi gonfi di chi sta per scoppiare a piangere.
Colpa del vento - disse quando ci andai a parlare - Del vento e del freddo, con questo
freddo devo essermi ammalato"
Era palese quanto il suo fisico fosse provato dalle esperienze delle ultime ore, ma forse
ancor pi segnata era stata la sua mente: si era rotto qualcosa e non si sarebbe riaggiustato
tanto presto e tanto facilmente.
Dopo un tempo che sembr eterno, vidi i pescatori smontare dalle loro postazioni ai lati
della prua. Non era una pausa pranzo, non cera niente di commestibile con cui poter
pranzare, ma la giornata doveva essere arrivata circa a met, almeno lorologio biologico e i
brontolii dello stomaco dicevano questo.
Lo Scuro mi indirizz giusto uno sguardo, era il segnale che aspettavo, cos lo segu a una
certa distanza quando si infil sotto coperta; mi aspettava nella sala macchine, silenziosa in
modo irreale, seduto su uno sgabello con la faccia rivolta verso il basso; appena entrai, senza
parlare o muovere la testa, mi indic con la mano un altro sgabello per invitarmi a sedere.
Tra me e lui aveva messo un mozzicone di candela accesa, uno degli ultimi probabilmente,
ma invece di portare la luce, per strano che possa sembrare, non fece altro che moltiplicare le
ombre. In quella semi-ombra crepuscolare, lo Scuro era immobile, come una statua di pietra
scolpita dai primi uomini per adorare oscuri di.
Io ho paura.
Non so perch dissi cos, era la cosa pi naturale che mi era venuta. Volevo che lui fosse
sincero con me, pensai di doverlo essere prima io con lui, e in fondo la mia paura era ben pi
evidente e normale di ci che stava per dirmi.
"Le cose strane che mi hai detto prima - dissi - come fai a saperle? Te le sei inventate?"
Lui scosse la testa con calma prima di alzare la testa.
"No, ho solo vissuto abbastanza da scoprirle."
Tutto quel parlare per enigmi cominciava a darmi fastidio, lo avrebbe fatto comunque, ma
in quel momento di pi visto che esasperava una situazione per me gi critica e confusionale.
Glielo feci notare e gli chiesi di essere pi pratico e di spiegarmi cosa stava succedendo.
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Ci riflett sopra alcuni lunghi istanti e poi cominci la sua assurda spiegazione.
La realt... - disse quasi con un sussurro - La realt non come te la immagini. La
materia che la compone, l'energia che la anima, le leggi che la governano... La ricerca
scientifica arrivata solo in questi anni a sviluppare alcune teorie che possano spiegare in
qualche modo ci di cui ancora all'oscuro.
Si interruppe un attimo a riflettere su quanto aveva detto.
Le mie non sono teorie, solo quanto ho vissuto sulla mia pelle.
Annuii lentamente, il mio primo istinto fu di alzarmi e allontanarmi da lui, ero sicuro di
trovarmi di fronte un pazzo, ma non era forse folle, del tutto folle, lintera situazione che
stavo vivendo? Per cui lo invitai a proseguire.
Le onde del mare sono una realt concreta, fanno rumore, puoi vederle infrangersi sulla
riva, ti possono bagnare. Anche le onde radio sono reali, ma non puoi vederle, n sentirle
senza un'antenna che le trasmetta e uno strumento che le riceva; eppure sono costantemente
intorno a noi, ci vivi immerso senza accorgertene. Allo stesso modo esiste una realt, io la
chiamo Oscurit o Abisso, che si sovrappone a quella che percepiamo. La scienza parla di
una massa mancante nel cosmo e di energia... oscura dell'universo. Quello che l'uomo
in grado di conoscere solo una minima parte di ci che esiste, una parte quasi
insignificante... Tutto il resto fuori dalla portata dei sensi e della coscienza degli esseri
umani. A volte questa realt oscura e gli esseri che vi abitano si manifestano in modo
concreto e questa loro fugace presenza o apparizione in grado di destabilizzare i parametri
stessi della realt.
Avevo capito cosa cercava di dirmi, certo era assurdo, ma avevo deciso di assecondare la
sua pazzia fino in fondo, per dovetti interromperlo, perch la candela si stava consumando
del tutto e io non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
La testa pietrificata, quella cosa che chiami idolo, come unantenna in grado di
mettere in comunicazione la nave, le menti di coloro che vi sono a bordo, con l'Oscurit. Noi
per non abbiamo gli strumenti per comprendere i segnali che arrivano da l, percepiamo
attorno a noi una spazio di cui non conosciamo i parametri e le leggi, non possiamo
orientarci. Gli Oscuri sono in grado di farlo, e siamo alla loro merc.
Non sapevo se essere pi sconvolto da quello che aveva detto o dalla seriet che
dimostrava, ero sicuro che non mi stesse prendendo in giro, dal suo punto di vista doveva
essere assolutamente convinto della veridicit del suo discorso.
Forse una risata isterica sarebbe stata la giusta risposta a quelle rivelazioni, che per altro
non ci spostavano di un solo passo verso una possibile soluzione; forse non aveva ancora
finito di parlare e quello era solo il preambolo.
Perch sta succedendo a noi? chiesi infine.
Non ebbi il tempo di ascoltare la risposta, se ce ne fosse stata una, poich la nostra
discussione fu interrotta da rumori inequivocabili di gente che scendeva sotto coperta. Infatti
un attimo dopo entrarono nella cucina Pietro e il Sordo con al seguito altri tre marinai i cui
sguardi non ammettevano molti dubbi sulle loro intenzioni: volevano dare una lezione allo
Scuro; non credo che avessero progettato di prendersela anche con me, ma ci sarei finito di
mezzo se lo Scuro non si fosse mosso. Aspett che il piccolo gruppo fosse completamente
entrato e avesse mostrato con arroganza le spranghe che tenevano in mano, poi si alz e gli
and contro, camminando lentamente fino a portarsi davanti a Pietro, in quel modo li aveva

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chiusi a un angolo con la sua massa immensa; cap che lo aveva fatto per toglierli dalla porta
e darmi la possibilit di uscire.
Pensai che volesse mandarmi a cercare aiuto, cos non mi preoccupai di rimanere per
aiutarlo di persona, in due contro cinque sarebbe comunque stata una lotta impari. Mi
catapultai su per le scale e sbucai sul ponte guardandomi attorno; diversi marinai vagavano
sul ponte senza una meta, qualcuno parlava a voce bassa con un compagno, ma per lo pi
camminavano solitari trascinando i piedi, come sonnambuli; immersi nella nebbia che ormai
aveva invaso anche linterno della nave, sembravano gli spettri di anime tormentate incapaci
di trovare riposo nelloblio eterno. Capii che da loro non sarei riuscito a ottenere alcun aiuto,
quindi andai diritto dal capitano, che si trovava sempre fermo a prua, come se non si fosse
mai mosso dallultima volta che ci avevo parlato. Lo chiamai, ma non distolse lo sguardo dal
panorama immobile, cos gli raccontai quanto era accaduto, cio del mio incontro con lo
Scuro, evitando i dettagli di ci che mi aveva detto, e dellaggressione. Purtroppo capii che la
sua apatia aveva raggiunto livelli patologici da come si gir a guardarmi al termine della mia
breve relazione: indifferente, quasi catatonico, di sicuro il suo cervello non aveva registrato
n elaborato nulla di quanto gli avevo detto.
Mi sentii dimprovviso solo a dover gestire lennesima degenerazione di quella vicenda,
ma non ero solo; lo capii in quel momento, sebbene tutto spingesse per farmi cadere
nellabisso dellorrore, non ero solo e questa certezza mi aiuto di sicuro ad affrontare quanto
stava per accadere in maniera diversa e forse migliore del resto dellequipaggio; speravo
soltanto di non essermi affiancato a un orrore peggiore di quello da cui volevo fuggire.
Mentre cercavo di scuotere il capitano dal suo torpore, in parte con successo, sentii delle
urla alle mie spalle: erano i cinque aggressori che correvano sul ponte dalle scale che
conducevano nella stiva, chi zoppicando chi reggendosi un braccio o la testa con una mano,
sembravano feriti solo in maniera superficiale, come dopo una zuffa, ma le espressioni e le
grida erano quelli di uomini terrorizzati.
Dopo quellepisodio non vidi pi per tutta la giornata n lo Scuro n i nostri aggressori,
ma a dire il vero fui piuttosto occupato a parlare con il capitano, le urla e la fuga avevano
destato sia lui che gli altri marinai, e si confront con me circa alcuni piani che avrebbe
voluto tentare per risolvere la situazione, tutti abbastanza improbabili, come inviare unaltra
lancia, pompare il carburante dei motori per fare segnalazioni fiammeggianti e cose del
genere. Nel frattempo furono fatti dei tentativi di utilizzare al meglio il calore luminoso
prodotto dallidolo, purtroppo scoprimmo che se condotto allinterno, in una stanza coperta,
la luce si affievoliva e si spegneva in breve tempo. Esclusa la possibilit di utilizzarlo per
rendere abitabile il cassero, si decise allora che il luogo migliore dove posizionarlo era vicino
la prora, appena sotto il ponte rialzato. Strategicamente non era certo il posto migliore, ma
avere la luce verso il davanti della nave sembrava avere un effetto positivo sul morale
dellequipaggio. Stimai in quel momento che la luce avesse un raggio di una decina di metri,
poich illuminava circa met della larghezza del ponte.
Comunque anche la fine di quel giorno ci vide a digiuno di cibo e di buone previsione in
vista; con il calare delle tenebre si acquiet ogni rumore, i marinai non aveva pi voglia
neanche di parlare tra di loro. Dato il freddo, alcuni decisero di dormire vicino allidolo, che
emanava un calore piuttosto intenso, e il capitano non glielo imped, altri, come me, decisero
invece di rimanere nelle loro celle, beneficiando anche delle coperte degli altri per coprirsi.

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Per quanto mi riguarda, la decisione di non dormire vicino alla testa deriv da un mio
desiderio di mantenere una parvenza di normalit, almeno fin quando era possibile, ma il
gelo quella notte divenne ancora pi intenso, nulla sembrava poterlo dissipare, tanto meno le
coperte inzuppate dallumidit e dalla nebbia. Non riuscii a dormire neanche un minuto,
memore anche degli incubi della notte prima, e poco prima dellalba, forse unora o qualcosa
di pi, decisi di alzarmi dato che in ogni caso stare a letto in quelle condizioni si stava
rivelando un tormento e avevo paura di sognare ancora.
Inoltre avevo bisogno di mettere qualcosa nello stomaco, fosse anche solo un po dacqua,
cos andai per riempire una tazza, ma dal rubinetto collegato alle cisterne dellacqua potabile
non usc nulla, lo stesso accadde anche con i rubinetti sul ponte. A quel punto il problema
divenne evidente: le tubature erano state spaccate dallacqua che aveva ghiacciato al loro
interno. In pochi giorni eravamo passati da 40C a una temperatura inferiore allo 0.
Nel frattempo mi resi conto che da quando ero uscito percepivo uno strano odore
dolciastro e molto sgradevole.
Stavo riflettendo su questennesima sventura quando sentii dei rumori, provenivano da
fuori la nave, ma non dal mare aperto, come se lo scafo stesse incontrando degli ostacoli
nella sua avanzata. Corsi ad affacciarmi al parapetto; se come mi era parso la Monfalcone si
stava muovendo allora non avevamo nulla da temere, la nave aveva solo avuto dei guasti
simultanei ai suoi impianti, poteva succedere, eravamo solo stati sfortunati e forse la lancia
inviata a cercare soccorsi semplicemente aveva avuto dei problemi o non era riuscita pi a
trovarci nella nebbia. Mentre correvo verso prua pensai che ero stato un completo idiota a
dare retta anche solo per un attimo alle storie assurde di dimensioni, diavoli e fantasmi ce mi
aveva propinato lo Scuro.
Mi sporsi dal parapetto per guardare a strapiombo gi, verso lacqua: senza luce era
impossibile distinguere qualcosa in quel mare nero, ma di sicuro veniva da l la puzza che
ancora mi si infilava nelle narici. Non sentivo nessun movimento daria sul volto e nessun
rollio della nave che indicasse qualche movimento, ma avevo paura ad ammetterlo con me
stesso, anche perch qualcosa stava senza dubbio sbattendo contro lo scafo allaltezza
dellacqua, non solo sulla prua, ma lungo tutta la linea di galleggiamento.
Ero talmente agitato che mi sarei tuffato pur di scoprire lorigine di quel fenomeno. Mi
trattenni dal farlo solo perch vidi un debole rossore cominciare a diffondersi allorizzonte: il
sole stava sorgendo, sempre pi debole come ogni mattina, quasi che fossimo stati catapultati
alla fine dei tempi e stessimo assistendo alle ultime albe del mondo.
Quando la luce arriv a lambire la nave, consentendomi di capire cosa stava accadendo,
per poco non svenni per la visione e per il terribile fetore che veniva dal mare, mi accasciai al
suolo con la schiena la parapetto e le braccia stratte attorno alle ginocchia. Forse soltanto gli
orrori della guerra sono paragonabili allorrore che vivemmo in quei giorni, con lanima che
veniva smembrata pezzo a pezzo, poco per volta, scorticata di ogni minima traccia di
speranza. Piansi per la disperazione e cap che non poteva trattarsi di semplice sfortuna, a
quel punto ne ero certo, ma di una maledizione o peggio ancora di un castigo divino, quelle
erano le piaghe inviate su di noi, i segni per marchiare gli uomini colpevoli di orribili
peccati: la Monfalcone era immobile, circondata da un mare di pesci morti e putrefatti fin
dove locchio riusciva a posare il suo sguardo.

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Fui il primo a vedere quel macabro spettacolo; gli altri marinai si svegliarono poco dopo
lalba e vennero a scoprire con i loro occhi lorigine di quel tanfo nauseabondo. Vedendo
quel mare di morte, qualcuno scoppi a piangere, qualcuno si limit a mormorare qualche
preghiera sottovoce. Dovemmo anche calmare con la forza qualcuno in preda a crisi
isteriche, forse a cause delle forme assurde che avevano alcune delle creature i cui corpi
affioravano a pelo dacqua: enormi e rigonfi in modo orribile, dovevano essere gli abitatori
delle profondit pi remote, di cui la zoologia sapeva ancora poco, capaci di risvegliare
nelluomo terrori ancestrali.
Calmate le crisi di quei poveretti, non ci furono molte altre conseguenze: lequipaggio
ormai accettava tutto con rassegnazione, freddo, fame, puzza, probabilmente anche la morte
se fosse arrivata senza fare troppo rumore.
Pochi reagivano alla situazione, fra questi Pietro e il Sordo, che ancora ricoprivano il ruolo
di responsabili della pesca, si fecero aiutare a tirare a bordo dei secchi riempiti con gli strani
pesci che ci galleggiavano attorno, li esaminarono per capire se fosse possibile ricavarne
qualcosa di commestibile. Andarono avanti per ore e riuscirono a selezionare solo un paio di
carcasse ridotte meno peggio delle altre, anche se a detta di buona parte dellequipaggio,
capitano in testa, era impensabile mangiare quella roba gelatinosa, in qualunque modo la si
potesse cucinare. Gli animi si scaldarono anche in quelloccasione, sarebbe scattata una rissa,
stavolta con esisti negativi, se il capitano non avesse scelto di rinunciare alle sue giuste
pretese di comando.
Dato che non c nulla di commestibile a bordo - disse - non imporr pi alcun vincolo
per i pasti. Ognuno responsabile per s di quello che mangia. Potete consultarvi con il
dottor Righi se lo ritenete importante. La discussione chiusa, ma non voglio vedere questa
schifezza sul ponte della Monfalcone, per cui se non volete rigettarla in mare, portatela via e
ripulite tutto.
Detto questo se ne and e sul volto di Pietro torn il ghigno malvagio che portava due
giorni prima, mentre il Sordo e gli altri suoi compagni, portavano il pesce morto verso la
cucina e cominciavano a dare lo straccio sul ponte.
Senza dubbio una vittoria personale di Pietro, che bramava da tempo una rivalsa contro il
capitano, forse anche perch non era riuscito a ottenere quella contro lo Scuro. Sua ma anche
di quelli che in quel modo pensavano di aver risolto, almeno per un po, il problema della
fame. Una vittoria piccola, meschina e assurda perch nessuno sembrava prendere in
considerazione che ci trovavamo del tutto privi di acqua da bere. I calcoli che mi ero fatto in
precedenza circa il tempo che avremmo potuto resistere senza che funzionassero gli impianti
di desalinizzazione, riguardavano la possibilit di assumere liquidi dagli alimenti, dal pesce
fresco soprattutto e da quella, in estremo, di poter assumere ridotte quantitativi di acqua
marina assieme ad acqua pura. In quello stato, invece, privati allimprovviso delle riserve
delle cisterne, saremmo potuti resistere quanti giorni? Senza bere pochi, due o tre, poi
saremmo impazziti di sete, avremmo venduto lanima al diavolo per un sorso dacqua e
avremmo bevuto quella del mare, morendo di nefrite. Mentre riflettevo non riuscivo a
togliermi dalla mente limmagine di noi stessi fra non molti giorni: pallidi, con il ventre, la
faccia, le mani e i piedi gonfi, gli occhi rossi, la lingua riarsa e le labbra spaccate per la sete, i
pantaloni sporchi di lurido piscio color sangue.
Non eravamo ancora a quel punto, nonostante tutto eravamo tutti abbastanza in buona
salute, a parte qualche febbriciattola causata dal freddo, eppure in modo strano, quasi
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allucinatorio, limmagine di questa possibilit, quella stessa immagine che si stagliava con
vivida nettezza nella mia mente, mi venne descritta anche da molti altri marinai a cui chiesi
conferma, come se qualcuno avesse mostrato a tutti noi lo stesso dipinto.
Fra coloro che non aveva avuto quella visione cera anche lo Scuro. Corsi da lui per
vedere se era in grado di darmi qualche spiegazione, e fare un po di chiarezza: ero ormai
convinto che le nostre sensazioni, le mie per lo meno, non fossero casuali e che non fossero
delle semplici risposte psichiche agli stimoli estremi a cui venivano sottoposte le nostre
menti, dovevano essere dei messaggi di chiss quali realt estranee alluomo, forse quelle di
cui mi aveva parlato lo Scuro, forse il mondo degli spiriti, forse gli alieni, non lo so; so solo
che andavo da lui come un selvaggio si sarebbe rivolto allo sciamano della sua trib per
sapere lorigine e interpretare il significato di un fulmine.
Gli raccontai in maniera concitata come mi ero ritrovato senza accorgermene da una realt
allaltra e di nuovo alla nostra una volta vissuto quellorribile scenario. Io mi sbracciavo per
farmi comprendere, gli vomitavo addosso una sfilza di parole senza pause e credo di aver
alzato abbastanza il tono di voce, visto che notai alcune occhiate infastidite da parte di altri
marinai, ma lui continuava ad armeggiare attorno ai tubi e ai rubinetti delle cisterne senza
darmi seguito. Solo quando mi fermai per riprendere fiato, si gir con calma verso di me.
Hai sete? mi chiese.
La risposta era ovvia e comunque la mia faccia dovette essere piuttosto esplicita, infatti
continu.
Se ti dicessi che non berrai mai pi un goccio dacqua e morirai di sete? Cosa ti viene in
mente?
Ho paura che lipotesi non sia tanto assurda - risposi - la sola idea mi fa venire ancora pi
sete, se ci penso ho una paura folle, non sono mai stato cos vicino alla possibilit di morire,
potrei impazzire.
Lo Scuro annu e torn a trafficare con le cisterne, mentre diceva:
proprio quello che sta accadendo.
Arrivarono altri marinai per dargli una mano con le cisterne, cos lasciai decadere il
discorso. Riuscirono a fare ben poco in realt: sciolsero un po di ghiaccio con una piccola
saldatrice a gas, di quelle a mano, giusto quanto era necessario per un sorso a testa prima di
andare a dormire, poi la bomboletta si esaur. Nel frattempo chi aveva mangiato il pesce
pescato da Pietro e dai suoi si era sentito male, chiaramente intossicato e aveva rimesso
anche lanima, cos la poca acqua rimediata con quello stratagemma fu riservata a loro per
consentirgli di reintegrare almeno un po di liquidi.
Visto che era inutile ormai cercare di accomodare la situazione con mezzi ordinari, ci
disponemmo tutti come meglio potevamo attorno alla cassa che emanava luce e calore,
almeno per riuscire a dormire qualche ora; prima di chiudere gli occhi vidi che gli unici
assenti erano il capitano e lo Scuro.
Ci svegliammo tutti assieme, poteva essere lalba, ma era impossibile da definire con
certezza. Il cielo era completamente coperto di nubi lontane e fumose, simili a quelle che la
meteorologia definisce altostrati, ma anche di altra natura, sicuramente diverse qualsiasi altra
cosa abbia visto in seguito: si muovevano, entravano luna nellaltra, lentamente, si
avviluppavano su loro stesse in spirali e vortici, rimanendo sempre compatte e illuminate da
qualcosa dietro che non era il sole, non poteva essere il sole perch le tingeva di rosso cupo e
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si spandeva ovunque allungando e ritraendo i suoi lampi cremisi. Le nuvole avvolgevano


ogni cosa, confondendosi allorizzonte con la nebbia fitta e spessa che serrava i suoi tentacoli
sulla Monfalcone e sulle nostre gole rendendo difficile anche respirare, lunico effetto
positivo della nebbia era che copriva il mare di carcasse marine nel quale ci trovavamo,
anche se il puzzo di morte era inestinguibile.
Ci svegliammo tutti assieme, cos come ci eravamo coricati, attorno allidolo, avevamo
fatto tutti lo stesso sogno. Non lo chiesi, in realt, non ce nera bisogno, lo sapevamo e basta,
perch ci eravamo visti e riconosciuti tutti l, nel sogno intendo.
Nel cuore della notte, uscivamo in processione da una specie di tempio colossale, costruito
secondo strane tecniche architettoniche, o forse scavato direttamente nella roccia. Attorno a
noi cerano altre direi persone, il loro aspetto, i lineamenti del loro volto soprattutto erano
animaleschi, ma camminavano erette e solenni: degli uomini-scimmia dalla pelle rossa e
coriacea, una civilt cos avanzata da essere caduta nella corruzione della sua stessa
superiorit. Il loro aspetto era sicuramente strano, ma non mi dest alcuna curiosit perch
era il mio stesso aspetto, ero uno di loro e mi stavo recando in processione sulla scogliera
salmodiando una cantilena impossibile da riprodurre. Mi trovavo in fondo al corteo, per cui
cercai di portarmi avanti per vedere cosa sarebbe successo e solo allora capii il perch di quel
sogno.
Sul limitare della scogliera era infisso un alto palo istoriato con simboli propiziatori,
legato con la schiena al palo cera uno di noi, non riuscivo a capire chi fosse, ma ero sicuro
che fosse uno dei sognatori della Monfalcone, sembrava drogato, continuava a far ciondolare
la testa mormorando qualcosa, non pensava neanche di ribellarsi al proprio destino. Uno
stuolo di creature scimmiesche circondavano a una certa distanza il palo, illuminando lo
spiazzo con delle torce, davanti al palo una di loro, si rivolgeva al mare oltre la scogliera
gesticolando e lanciando verso il cielo urla oscene, ai suoi fianchi altre due creature, della
stessa specie, ma in qualche modo pi grottesche, grandi e deformi, servivano lofficiante del
rito. Mi ricordarono lo Scuro, mi parve anche che una voltasse un attimo il mento per
guardarmi quando i portatori delle torce cominciarono ad arretrare. Man mano che
arretravano la luce si faceva sempre pi debole sulla scogliera, fino a che il palo e la vittima
che vi era legata non rimasero completamente al buio e solo allora cominciarono le urla; la
vittima sacrificale strillava nel buio, prima di terrore, poi gli strilli si trasformarono in una
risata isterica, quando cominciarono quei suoni orribili, di ossa infrante e di carne strappata,
le urla divennero di dolore e la folla di creature alz al cielo le sue grida di esultanza perch
il rito aveva avuto successo.
Gli strilli e le urla isteriche continuarono a risuonarci nelle orecchie anche quando ci
ritrovammo sul ponte della Monfalcone; erano reali e provenivano senza dubbio dalla prua
della nave, da un punto troppo distante perch fosse illuminato dal bagliore che dall'idolo e le
saette color sangue segnavano le nuvole come venature fantasma, ma non gettavano un filo
di luce sul ponte.
Appena mi fui ripreso dallo shock iniziale chiesi a due marinai che sembravano pi pronti
a reagire di venire con me per vedere cosa stesse succedendo, qualche marinaio, muovendosi
al buio poteva aver avuto un incidente; accendemmo una candela e ci inoltrammo
nelloscurit.
Mentre avanzavamo le urla divennero dei sussulti, un pianto disperato e infine dei
singhiozzi sommessi, erano i gemiti emessi dal capitano, o almeno di ci che rimaneva di
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quelluomo che tanto avevo ammirato in precedenza. Era rannicchiato in posizione fatale, i
muscoli contratti in uno spasmo dangoscia, i denti snudati, gli occhi sbarrati fissi davanti a
s nel vuoto, era madido di sudore e tremava con violenti scatti, sarebbe morto congelato se
non fosse stato avvolto da una coperta di lana tra le braccia enormi dello Scuro,
inginocchiato accanto a lui nel tentativo di calmarlo. Ci accorgemmo di lui, in realt, solo
quando si mosse; gir il volto nella nostra direzione come se ci avesse notato appena.
Ha visto qualcosa disse.
Poi lo prese in braccio come se fosse un bambino e lo port vicino alla cassa, dove si
calm e cadde in un sonno da cui si sarebbe svegliato solo alcuni giorno dopo, quando la
nostra brutta vicenda si era gi conclusa.
Risolto lenigma delle urla eravamo tornati allimbarazzo di decifrare il sogno che
avevamo vissuto tutti e, almeno per me, al dubbio, ancora pi angosciante su cosa avesse
visto il capitano di cos orribile da ridurlo in quello stato. La cosa era pi grave di quanto non
possa sembrare, perch con il capitano era venuta a mancare anche lunica persona che
avesse cercato di guidarci e farci mantenere la calma da che avevamo soccorso la nave
iraniana.
Forse notando che lufficiale in seconda, Augusto Richelli, era andato nel panico allidea
di dover prendere il comando in una situazione cos critica, Pietro prese la parola e diede la
sua interpretazione del sogno e di cosa bisognasse fare. Dico diede, ma il termine pi
giusto sarebbe impose: i marinai erano cos spaventati, angosciati, stanchi, e le loro menti
cos deboli e provate, che nessuno pens di ribellarsi, n alla sua auto-proclamazione a
nuovo leader dellequipaggio, esautorando di fatto lautorit di Richelli, n ai suoi ordini. Io
stesso capivo che cera qualcosa di terribile e umanamente sbagliato nelle sue parole, ma la
domanda che mi perseguitava in quel momento era che altro fare?. La disperazione ci
spingeva a credere a qualunque cosa ci fosse stata detta con convinzione.
Secondo Pietro eravamo entrati in contatto con lo Spirito del mare, il dio che in verit
pregano tutti i marinai quando salpano con le loro navi e quando sulle acque cala la notte,
unintelligenza superiore che da sempre dispensa ricchezze e crudelt ai coraggiosi che
solcano gli oceani; il sogno non era altro che un manuale di istruzioni, se lo avessimo seguito
ci saremmo mostrati riconoscenti con la divinit che ci aveva fatto dono dellidolo, licona
delluomo-pesce che simboleggiava la capacit delluomo di mediare con lo Spirito, di
fondersi con lui e di raggiungerlo, di comunicare con lui e di richiederne i benefici: la stessa
capacit che ci sarebbe stata data se avessimo effettuato i sacrifici richiesti. La prova di
quanto stava dicendo era che la luce e il calore dispensati dall'idolo erano cresciuti, coprendo
quasi per intero la larghezza del ponte.
Non tutti i marinai avevano seguito il suo ragionamento, anzi, la maggior parte erano
soltanto cos sfiniti nel corpo e nello spirito da comportarsi come se fossero privi di volont.
Non si ribellarono quindi quando Pietro e il Sordo decisero che bisognava fare un palco
rialzato con delle casse di legno al centro del quale alzare una colonnina di casse sovrapposte
per adagiare lidolo, libero di diffondere la sua luce aliena. Nelloscurit totale e nella nebbia
che circondavano e invadevano la nave, la testa risultava avvolta da un alone fiammeggiante.
Nessuno sembr neanche sconvolto quando Pietro comunic come fosse una cosa ovvia
che era venuto il momento di sorteggiare il primo di noi che si sarebbe sacrificato allo
Spirito del mare. Una proposta che fino a pochi giorni prima ci sarebbe apparsa assurda,

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folle e criminale, in quella situazione vide come risposta solo dei cenni di assenso e delle
facce rassegnate: in fondo tutti avevamo fatto lo stesso sogno quella notte.
Pietro tagli da una scopa una manciata di setole e ne cont ventuno, una per ognuno dei
presenti esclusi il capitano e il cambusiere ferito, come se le vittime dovessero essere in
discrete condizioni di salute mentale e fisica; poi ne accorci una con i denti e la rimise tra le
altre. Tutti ci stringemmo attorno a lui, lo Scuro invece rimase in disparte, immobile, con le
braccia lungo i fianchi, appoggiato al parapetto al limite dellarea illuminata. Come era
logico lattenzione si focalizz su di lui. Qualcuno disse che dovevamo sacrificare proprio
lui, senza sorteggiare, perch tutti i problemi erano cominciati da quando era salito a bordo
della Monfalcone. Pietro sembr felice che lidea fosse venuta a qualcun altro; invit lo
Scuro a dire la sua, lo sfid a difendersi, senza ottenere alcuna risposta e neanche un cenno di
movimento, cos subito dopo diede lordine al sordo di distribuire gli arponi e le accette che
avevano recuperato in precedenza, evidentemente in vista di un ammutinamento.
Solo lufficiale in seconda si oppose, non alla distribuzione delle armi, che ormai stava gi
avvenendo, quanto al prendere lo Scuro come capro espiatorio.
Non ha alcun senso prendersela con lui - disse - no, si far come abbiamo stabilito, a
bordo della Monfalcone non verranno uccisi uomini per vendetta Faremo solo quello che
necessario Quello che ci stato indicato. E poi avete visto tutti che ruolo aveva nel
sacrificio sulla scogliera
A queste ultime annotazioni i marinai sembrarono colti da una sorta di timore
superstizioso e si rivolsero verso Pietro per avere indicazioni. Ma anche lui sembrava in
difficolt, faticava a trattenere la rabbia; come tutti noi, aveva visto che le creature simili allo
Scuro sembravano essere parte del rituale del sacrificio, non cerano dubbi al riguardo. Alla
fine sfoder ancora il suo sorriso maligno e disse:
Va bene, sono daccordo, non saremo noi a scegliere, ma seguir le sorti di tutti noi.
Dicendo cos allung la mano in cui stringeva le pagliuzze verso di lui. Lo Scuro non
mosse un muscolo, sembr solamente concentrare la sua attenzione su Pietro, con aria cos
minacciosa, che questi fu costretto a rinunciare al suo sorriso e a distogliere lo sguardo,
prima di rivolgersi a noi.
Se non vuole pescare - disse - lo faremo noi per lui. Chi vuole farlo?
Dato che nessuno si muoveva, mi feci avanti io e pescai per lui una pagliuzza lunga. A
seguire pescarono tutti gli altri, tutti pagliuzze lunghe, finch non rimasero solo Pietro,
ghignante, con due pagliuzze che spuntavano dal suo pugno chiuso e di fronte a lui Richelli,
che tremava come una foglia. Lufficiale in seconda estrasse per primo, la sua era la
pagliuzza corta, rimase a fissarla sconvolto mentre laltro mostrava a tutti lultima pagliuzza
lunga a testimonianza della sua salvezza.
Richelli continuava a ripetere:
No, non giusto, no
Prima fra s e s, sotto voce, poi sempre pi forte, rivolto al resto dellequipaggio, urlava e
nel frattempo arretrava, mettendo una mano in avanti per tenere lontani i suoi vecchi
compagni che ora gli si facevano incontro minacciosi, con laltra mano stringeva ancora al
petto la pagliuzza corta che lo aveva condannato.
Io ero dietro la folla inebetita che si accalcava lentamente contro Richelli, mi disgustava
lidea di quello che stava per accadere, anzi, che stavamo per fare; non si trattava di un
temporale, un evento del destino o una cosa inevitabile, stavamo scegliendo
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consapevolmente di fare il male. Da quella posizione vidi solo unombra colossale muoversi
come un fulmine, poi, mentre si spandeva un rumore di rissa, alcuni marinai vennero respinti
con violenza e si accasciarono privi di sensi, colpiti da impatti potenti come i calci di mulo.
Lo Scuro si era frapposto tra la folla e lufficiale in seconda, attorno a loro si era creato una
certa distanza dopo che londata iniziale era stata allontanata di forza e cinque marinai ancora
dovevano riprendersi dai colpi ricevuti.
La situazione era di stallo: i marinai avevano paura di avvicinarsi nonostante le incitazioni
di Pietro e del Sordo, lo Scuro era piegato in avanti con le braccia allargate in posa
minacciosa mentre Richelli dietro di lui piagnucolava disperato.
Confuso con i rumori sordi dello scontro, sentii un lieve sciabordio, come di remi, mi
affacciai al parapetto di babordo in direzione di quel suono. Avevo larea illuminata alle
spalle e non riuscivo a vedere con chiarezza, ma senza dubbio qualcosa si stava avvicinando
dal mare: era una piccola barca a remi ed ebbi la netta impressione di vedere tre sagome a
bordo di quella scialuppa. Non riuscii a vedere molto di pi, perch la luce diventava sempre
pi debole. La testa dellidolo si stava spegnendo, fino a lasciare solo una debole aura
luminosa nel buio.
Quando mi rigirai di nuovo verso il mare, non vedevo quasi nulla, capii per che la barca
era vuota, non cerano pi sagome a bordo.
Percepii uno spostamento daria al mio fianco e subito dopo qualcosa mi sfior il fianco
destro con incredibile rapidit, la mano tocc qualcosa di viscido, freddo ed elastico, poteva
sembrare pelle bagnata di fango. La cosa o le cose che mi erano venute addosso si stavano
dirigendo verso i marinai, sentii delle urla e qualcuno che si ritraeva spaventato dal contatto.
Quando si sovrapposero allalone dellidolo vidi le loro silhouette che si muovevano a
scatti, in maniera goffa e dinoccolata, a volte a due, a volte a quattro zampe, eppure si
trattava chiaramente di creature umanoidi. Saltarono letteralmente addosso allo Scuro, o
meglio furono bloccate dallo Scuro mentre saltavano per raggiungere la loro vittima
designata, Rihelli, e cominci una lotta che di umano aveva molto poco: le creature, incuranti
dei colpi con cui venivano martellate, cercavano di allungare le mani verso lufficiale per
ghermirlo, lo Scuro provava a trattenerle e colpirle approfittando della sua enorme massa, ma
non cera modo di rallentarle, scalciavano, graffiavano e mordevano senza cedimenti e nel
pi assoluto silenzio.
Richelli, schiacciato e accucciato con la schiena contro dei grossi fusti di latta, lanciava dei
ghigni e dei sibili isterici, mentre armeggiava con qualcosa che aveva in mano, da cui
partivano brevi scintille, era un accendino.
Quando riusc ad accenderlo si illumin per un attimo lintera scena. Passando dal buio
pressoch totale a quella luce, seppure minuscola, ci volle un attimo per riuscire a dare un
senso a quello che veniva mostrato: le tre creature erano degli uomini, bianchi esangui,
coperti in parte da alghe, grondavano acqua dai capelli corti e dai vestiti stracciati che
avevano indosso, le divise dellequipaggio della Monfalcone. Io potevo vederli solo di
schiena, ma lo sguardo sconvolto dallorrore di Richelli fu sufficiente a confermare i miei
sospetti: quelle creature erano i marinai partiti cinque giorni prima a bordo della lancia.
Con un urlo di terrore si spense laccendino e, di nuovo nelloscurit, solo i rumori mi
suggerivano cosa stesse succedendo: nel momento in cui le creature erano balzate di nuovo
all'attacco, lufficiale doveva essersi arrampicato sui fusti per scappare rovesciandone alcuni.
Lo Scuro, preso alla sprovvista, forse aveva provato a bloccarli, ma la lotta doveva essere
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stata breve, perch si sentirono solo le urla che si allontanavano per un lungo istante e poi pi
nulla.
Con il silenzio torn poco a poco anche la luce, la testa aveva ricominciato a brillare, in
maniera ancora pi vigorosa di prima e in pochi secondi il ponte era di nuovo illuminato.
Lo Scuro era in ginocchio vicino ai fusti rovesciati, ansimava con un ringhio sommesso
per riprendere fiato, aveva ferite, segni di morsi e contusioni in tutto il corpo, si teneva su
poggiando una delle lunghe braccia a terra, mentre laltra pendeva inerte sul fianco a causa di
una profonda ferita slabbrata appena sotto la spalla, una delle caviglia era piegata in modo
anomalo, forse slogata.
Vedete? - url Pietro alzando le braccia armate di rampone - Non ci si pu opporre allo
Spirito del mare. Se vogliamo uscirne vincitori dobbiamo agire tutti insieme, dobbiamo fare
ci che ci stato mostrato e non avere dubbi. Lo Scuro non fa parte del nostro equipaggio,
non dei nostri, e ha cercato di ribellarsi al destino che tutti noi abbiamo gi visto, ed stato
abbattuto per questo - punt il dito con cattiveria verso la figura piegata che ci guardava
ansimando - Lo Spirito del male non vuole perdenti al suo fianco e dico che dora in poi la
sua sorte non pi affare nostro.
Visto che lasciarlo in mare sarebbe stato inutile, per limmobilit totale dellacqua e della
nave, si decise di chiuderlo nella cella di servizio. I marinai gli si fecero attorno puntando le
armi in avanti, per racimolare un po di coraggio e gli intimarono di seguirli. Lo Scuro
rimase un attimo immobile, girando la testa per guardare uno a uno i volti dei marinai che lo
circondavano, poi, quando ebbe ripreso fiato, si alz e si arrese. Mi diede lidea che si stesse
consegnando prigioniero pi per paura di poter far male a qualche innocente, che per quella
che potessero sopraffarlo; l segu zoppicando verso il cassero.
Quando furono scomparsi nelle ombre del ponte, visibili solo come minuscole fiammelle
di candela, il Sordo venne da me per comunicarmi che visto che mi ero trovato bene con
quel demonio, mi sarei preso cura di lui. Insomma lui e Pietro mi affidarono la custodia del
prigioniero, avevano paura di agire apertamente contro di lui, per via dei timori superstiziosi
diffusi tra i marinai dopo il sogno, ma lo vedevano come una minaccia alla loro leadership e
ai loro piani, qualunque fossero.
Quellincarico comunque non mi dispiaceva, cominciavo a pensare di avere pi cose in
comune con quello strano figuro dalla personalit contorta che non con la massa di uomini
tremanti e imbarbariti che affollavano il ponte, e poi dover tenere docchio la cella mi
permetteva di passare abbastanza tempo nel cassero, lontano dallinfluenza nefasta
dellidolo.
Trovai lo Scuro seduto a terra, in un angolo della stanza umida e gelida, con la testa
abbassata e i polsi legati da una robusta corda. Quando entrai reggendo una candela accesa,
alz il volto verso di me.
Provai a sentire come stava, anche a scusarmi per come erano andate le cose, non so se
avesse pensato che io potessi aiutarlo in qualche modo, magari schierandomi dalla sua parte
nello scontro, non lo sapevo, ma sentivo il bisogno di giustificarmi con qualcuno per la
degenerazione di cui ero parte.
Lui non si dimostr affatto interessato alle mie scuse, non sembrava neanche deluso, tanto
meno arrabbiato, anzi, mi parl con la sua solita calma, come se stesse riprendendo un
discorso interrotto poco prima.

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Quel marinaio ha ragione - si riferiva senza dubbio a Pietro L'Oscurit sta comunicando
con tutti, invia a tutti i suoi segnali. Lui si dimostrato pi ricettivo.
Gli Oscuri - mi spieg - sono esseri viventi, ma la loro vita qualcosa di diverso dalla
semplice vita biologica. Per questo dico che ha ragione: siamo di fronte a entit superiori,
talvolta sono stati venerati come di, ma non lo sono, non hanno nessun progetto per noi, non
c nessun piano nelle loro menti aliene che ci riguarda. Si nutrono di energia negativa,
psichica ed emotiva, perci i servi degli Oscuri si adoperano costantemente per mantenere
l'umanit e l'intero pianeta in uno stato di sofferenza e asservimento, in cambio ricevono
grande potere e vengono loro svelati segreti innominabili, le chiavi di lettura di ci che viene
chiamata la verit terribile e che spesso li porta alla follia.
Tu... sei uno di loro?
No, ma ho imparato a conoscere gli Oscuri e so che non hanno subdoli piani che
riguardano il genere umano, per chi vive da sempre e per sempre nelle infinit del cosmo le
forme di vita di questo pianeta sono troppo insignificanti, anche se a volte torturano l'umanit
per un sadico divertimento infantile, loro agiscono per istinto. Il loro istinto, la loro stessa
esistenza sono eccessivamente alieni per essere compresi, questo li rende secondo i metri di
giudizio umano assolutamente malvagi.
Se qualcuno dovesse ripetermi ora, a distanza di anni, quelle stesse parole, di certo lo
prenderei per pazzo o penserei di avere di fronte uno di quei esaltati fanatici di occultismo e
romanzi horror, in quel momento invece non me la sentii affatto di rifiutare come pura
fantasia quanto mi stava dicendo lo Scuro. Anche se non si trattava di una descrizione
realistica, era comunque un modo per cercare di razionalizzare la follia che aveva invaso e
distrutto in pochi giorni le nostre vite e rifletterci sopra aiutava anche me a rimanere
razionale.
Non sapevo come reagire, per cui presi tempo e senza commentare il suo discorso mi
allontanai con la scusa di cercare dei vestiti con cui potesse ripararsi un minimo dal freddo.
In realt lo Scuro non si era affatto lamentato per il freddo, n sembrava patirlo, avevo
solo constatato che lontano dalla luce irradiata dallidolo la temperatura era cos bassa che
persino io che avevo indosso la giacca di servizio e una coperta di lana, facevo fatica a
respirare.
Tornai nel magazzino portando un po' di indumenti che ero riuscito a trovare sulla nave:
rifiut di mettere ai piedi ogni tipo di scarpe che gli portai, come se la cosa non lo
interessasse granch, n del resto saremmo riusciti a trovare delle scarpe che gli andassero
bene date le dimensioni dei suoi piedi. Accett invece di indossare un vecchio giaccone
impermeabile con cappuccio, una specie di montgomery lungo, di quelli che di solito
mettono i marinai dei pescherecci che viaggiano verso nord in inverno, con varie maglie e
maglioni sotto, a lui stava giusto con indosso solo la canottiera, n gli sarebbe entrato con
altro abbigliamento, visto che gi cos sul petto quasi non riusciva a chiudere gli alamari.
Per consentirgli di infilarsi il giaccone fui costretto a sciogliere i legacci attorno ai suoi
polsi, lo avevo visto abbattere una porta di ferro a spallate, tenere a bada un equipaggio
armato e lottare contro tre mostri emersi dagli abissi, eppure ero sicuro che non mi avrebbe
fatto del male e che non avrebbe cercato di scappare, infatti terminata la vestizione mi porse
le mani giunte affinch gliele legassi di nuovo. Prima per rovist in una tasca dei pantaloni
e ne tir fuori una catenina da cui pendeva un ciondolo.
Portala con te disse.
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Forse era il suo modo per ringraziarmi delle mie attenzioni.


Quando uscii fuori dal cassero doveva essere ormai quasi notte, bench alla luce dell'idolo
persistesse un perenne stato di tramonto; stesi per terra la mia coperta e mi misi a pensare
guardando in alto le nubi scosse da lampi rossi.
Non ricordo di essermi addormentato, ricordo per di essermi svegliato in un forte stato di
agitazione e spossato, con i muscoli tesi e doloranti, come se fossero stati contratti per lungo
tempo. Aveva ancora nella testa la sensazione fortissima di qualcosa, una forza, non saprei
come altro definirla, che aveva cercato per tutto larco del sonno di ghermire la mia mente, di
entrare nei miei sogni e di prenderne possesso, di indirizzarli e riempirli di immagini e
memorie che non mi appartenevano. In qualche modo ero riuscito a difendermi da
quellaggressione mentale, a differenza di quanto era accaduto nelle notti passate e di quanto
era accaduto agli altri anche quella stessa notte. Da solo non ce lavrei fatta, ero stato aiutato,
qualcosa mi aveva difeso; nei miei sogni quel qualcosa aveva preso la forma di mio padre, io
ero ancora bambino e lo guardavo dal basso in alto, lui mi teneva la mano con fermezza e
tranquillit. Mi ero svegliato nellesatto momento in cui avevo visto mio padre guardare in
basso verso di me, sorridermi e cominciare a dirmi qualcosa che non ero in grado di capire e
che ben presto divennero nelle miei orecchie delle grida quasi di gioia.
Il passaggio dal sonno alla veglia non fu brusco, nonostante la sensazione spiacevole, mi
pareva di sentire ancora sul palmo e sulle dita il calore della mano di mio padre; solo quando
mi destai del tutto capii che stavo solo stringendo nel pugno il ciondolo che mi aveva
regalato lo Scuro. Non aveva avuto n voglia, n motivo prima di prestarci troppa attenzione,
ora invece avevo modo di osservarlo meglio e non mi sembrava niente di speciale: una
semplice croce iscritta in un cerchio, con delle lettera a caso incise sopra, era di pietra grigia,
chiara e piuttosto consumata, una cosa tipo i ninnoli con il simbolo della pace che trovi nei
mercatini etnici, rimasi quasi deluso, data lenfasi con cui lo Scuro me laveva consegnato.
A svegliarmi comunque erano state le urla dei marinai: erano affacciati ai parapetti e
urlavano e si abbracciavano, come tifosi allo stadio quando segna la loro squadra.
I pesci! - gridavano - I pesci! Siamo salvi!
Pesci vivi che sbattevano sullo scafo. Questo aveva suscitato le reazioni di esultanza
dell'equipaggio, quei pesci rappresentavano la speranza di evitare una morte orribile per fame
di per sete. Tanto la situazione era disperata, tanto quella visione nelle acque immobili venne
presa come un miracolo, per un attimo anche io fui preso dall'euforia collettiva e cominciai a
ridere come un demente. Ben presto per i due elementi mi spinsero a rivedere tutto sotto
una luce diversa e d'improvviso il miracolo si trasform nella stregoneria sacrilega di un
negromante travestito da santo.
Da una parte i pesci che rappresentavano forse la nostra unica salvezza sembravano allora
volta spinti da una disperazione assoluta, stavano fuggendo da qualcosa, forse la stessa cosa
che aveva ucciso tutte le altre creature marine erano affiorate a galla il giorno prima, e si
accalcavano sulla linea di galleggiamento della nave come se volessero salvarsi saltando a
bordo.
Dall'altra parte i marinai, da prima sussurrando tra di loro, poi in modo sempre pi
conclamato, presero a dire che le promesse fatte dall'idolo erano state mantenute a seguito
del sacrificio.

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In tutto ci, Pietro e il Sordo giravano tra gli uomini e parlavano della giusta ricompensa
data a chi era stato fedele e davano disposizioni che i pesci venissero raccolti, cucinati come
meglio era possibile e distribuiti per il primo vero pasto che veniva consumato da giorni a
bordo della Monfalcone. I pesci in realt non erano abbastanza da saziare adeguatamente tutti
quanti, per cui i due leader stabilirono che ne mangiassero prima loro, che erano il tramite
diretto con lo Spirito del mare, e che il restante venisse diviso tra gli altri. Per quanto la
decisione fosse apertamente iniqua nessuno si ribell.
Scoprii cos che il sogno di quella notte, lo stesso da cui io ero riuscito a sottrarmi per
intercessione esterna, aveva fiaccato ulteriormente le difese mentali e la volont dei marinai,
non riuscivo per a farmelo raccontare, nelle descrizioni dell'equipaggio somigliava pi ad
un concerto di sensazioni ed emozioni che non a degli eventi, in qualche modo per
sapevano che sarebbero arrivati i pesci cos come sapevano che sarebbe successo
qualcos'altro, un altro segno che stavano tutti aspettando guardando nell'oscurit dal ponte di
prua.
"Guardate!" disse uno puntando il dito in avanti.
" un'isola!" disse un altro.
Dall'orizzonte completamente avvolto nelle ombre aveva fatto capolino una sagoma i cui
contorni erano delineati da un debole alone luminoso. Non era possibile stabilire con
esattezza la distanza, ma senza dubbio sembrava essere una piccola isola.
Forse durante la notte eravamo stati trasportati dalla corrente verso qualche terra emersa
senza che nessuno se ne accorgesse; una corrente di cui per non rimaneva alcuna traccia,
poich le acqua attorno a noi erano del tutto immobili. Lisola era comparsa allorizzonte
come se si fosse dissipata allimprovviso una coltre di nebbia che prima la celava alla vista,
eppure limpressione, assurda, che si stesse avvicinando era davvero forte.
Nessuno per era intenzionato a barattare la speranza ritrovata con le inquietanti stranezze
di cui solo io sembravo preoccuparmi; anzi, molti intonarono improvvisate preghiere allo
Spirito del mare che ci aveva salvato, qualcuno corse vicino alla piramide di casse e si
inginocchi sotto lo sguardo pietrificato dellidolo.
Pietro, nella sua nuova veste di sacerdote, fren queste manifestazioni spontanee di
devozione dicendo che dopo pranzo avrebbero avuto tutti una visione che al momento era
stata rivelata soltanto a lui.
Il pasto, poco pi di un boccone a testa, fu consumato in uno stato di euforia del tutto
artificiale, avrei giurato che tutti i miei compagni fossero stati drogati, senonch le proposte
o gli ordini a cui aderivano era molto concrete; come quella di recarci tutti nella saletta video
per ricevere la rivelazione promessa.
Ci sedemmo nel minuscolo cinema di bordo, mentre Pietro dava indicazione che
cominciasse la proiezione. Ero curioso di vedere cosa ci avrebbe mostrato, per cui allinizio
guardai il riquadro luminoso comparso sul telo bianco senza rendermi conto di una cosa
assurda: la luce. Il proiettore stava funzionando, voleva dire che lelettricit era tornata,
almeno in parte, o cera dellenergia ancora accumulata nei generatori. Scattai in piedi per
controllare ed era proprio cos, vedevo chiaramente la polvere intercettare il fascio luminoso
proveniente dal proiettore.
Il primo istinto fu quello di gridare la mia scoperta, poi per guardai i volti degli altri
marinai nella sala: erano completamente inebetiti, guardavano lo schermo, ancora bianco,
con un sorriso idiota stampato sui volti emaciati e deformati dalla stanchezza; solo Pietro si
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era reso conto delle mie azioni e mi fissava con unaria di rimprovero che non ammetteva
obiezioni, cos mi rimisi a sedere e cercai quanto pi possibile di assumere unespressione
inebetita, sebbene di fronte a me continuassi a vedere solo il nulla.
Alla fine della proiezione, cio quando si spense il fascio di luce, parlai con gli altri
marinai e, con la scusa di discutere della proiezione, riuscii a farmi raccontare cosa avevano
visto; poich era evidente che avevano assistito a uno spettacolo dal quale io ero stato
precluso, un po come era accaduto per il sogno di quella notte.
Nel pomeriggio andai a far visita allo Scuro per portargli un pezzo di pesce che ero
riuscito a nascondere, ma lui insistette perch lo mangiassi io, diceva che ne avevo pi
bisogno. Non obiettai troppo perch la fame continuava a tormentarmi, cos mentre
mangiavo lo aggiornai sulla situazione e si mostr molto curioso di sapere cosa i marinai
credevano di aver visto e sentito nel corso della fantomatica proiezione.
Doveva essere apparso loro come una specie di documentario circa lisola che si poteva
vedere allorizzonte, veniva presentata come il prototipo della terra felice, priva dei pericoli
dei territori selvaggi, ma anche della degenerazione della moderna civilt consumistica, ricca
di risorse, con un clima clemente in ogni stagione, mari generosi di pesci, un vero e proprio
giardino dellEden a cui avrebbero potuto accedere solo gli eletti che avessero superato delle
dure prove e percorso limpietoso cammino dellascesa, in pratica quello che stava
accadendo allequipaggio della Monfalcone, agli eletti dellisola sarebbe poi stato
consegnato il nuovo mondo quando i tempi sarebbero stati maturi per la fine di quello
vecchio.
Un mucchio di assurdit dissi alla fine.
Lui ci riflett un po sopra, ma non espresse giudizi, cos continuai a esporgli i miei dubbi.
Mi hai detto che la testa dellidolo come unantenna, pu captare gli impulsi della realt
oscura, ma... ecco, mi chiedevo...?
Mi rispose ancor prima che potessi finire la domanda.
Non si limita a fare questo, riceve ed emette dei segnali mentali.
Segnali mentali? - chiesi agitato - Vuoi dire che quella cosa ha una mente, viva?
Lo Scuro si rivolse a me con lespressione che gli avevo visto assumere gi altre volte
quando gli chiedevo spiegazione per qualcosa che doveva essere ovvio per lui; a parte questo
non mi diede altre risposte e continu le sue riflessioni.
A causa di questi segnali, anche le entit che popolano le realt oscure possono percepire
una porzione della nostra realt. Ora non ci sono pi dubbi: qualcosa era in ascolto e ha
notato l'origine del segnale dell'antenna.
Devi sapere che gli Oscuri lottano da sempre tra di loro per accaparrarsi ogni briciolo di
energia vivente del cosmo.
Vedendo la mia confusione, precis.
Gi, le epiche battaglie tra di altro non sono che battaglie tra pezzenti per strapparsi
dalle mani un tozzo di pane. In questo caso il tozzo di pane siamo noi.
Parlava con me, ma ebbi limpressione che stesse pi che altro riflettendo ad alta voce,
almeno fino a che non mi chiese se a proposito dellisola era stato menzionato qualche nome
particolare. Non mi aspettavo questa domanda, non la ritenevo neanche una cosa utile da dire
o da sapere, per in effetti un nome era risuonato nei racconti di tutti i marinai che avevo
interpellato, e glielo dissi.
Kerghesh
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Lo Scuro mastic quel nome lentamente, come se lo conoscesse o ne intuisse il significato


e per la prima volta vidi unombra di preoccupazione velargli il volto.
Sai cos, cosa vuol dire? gli chiesi.
Kerghesh un Oscuro maggiore, mi sono gi imbattuto nel suo nome. Ora cosciente
della nostra presenza, ma a differenza nostra non sperduto, ha una sapienza e una
consapevolezza inimmaginabile, sa esattamente come muoversi e come approfittarsi delle
nostre debolezze. Vedi, in determinate condizioni e congiunzioni, le realt si sovrappongono
e l'Oscurit diviene concreta, o se preferisci: precipitiamo nell'Abisso. I messaggi che
arrivano dalla testa di pietra ci stanno portando a realizzare proprio queste condizioni.
Perch? la domanda mi usc spontanea, anche se conoscevo gi la risposta.
Per divorarci.
Tutto qui? - fui preso da una crisi isterica Questo l'unico motivo per ci che ci sta
accadendo? Siamo solo mangime per i pesci?
Un suono ripetuto di campanella, a indicare unadunata generale, interruppe il mio sfogo e
riusc a destabilizzarmi abbastanza da calmarmi; promisi a lui e a me di ritornare appena
possibile e corsi fuori, dove lequipaggio era gi riunito davanti allidolo. Pietro, sulla prima
fila di casse della piramide, attese che tutti furono giunti e ci spieg che, come era stato
mostrato dal sogno, era necessario effettuare un altro sacrificio, la strada che avevamo
intrapreso era dura e necessitava di altre dure prove, ma eravamo i prescelti. Tante di quelle
parole da stordire tutti i presenti, da toglierci la voglia e la forza di reagire. Ci ritrovammo
cos a estrarre ognuno la sua pagliuzza dal pugno chiuso del Sordo. A dire il vero io neanche
pescai, qualcuno estrasse la pagliuzza corta prima che fosse il mio turno, mi tocc solo
assistere impotente allo svolgimento del rito sacrificale.
Il povero marinaio, con cui avevamo tutti condiviso giorni e giorni di viaggio, compreso
gli ultimi, venne legato al parapetto di prua, da un piccolo gruppo accompagnato da uomini
con candele, proprio sulla punta del ponte rialzato; poi, in una riproduzione grottesca del rito
sulla scogliera visto in sogno, si allontanarono tutti tornando verso la zona illuminata
dallidolo e lasciando la vittima alloscurit e alle sue urla di terrore, urla che salirono al
massimo prima di spegnersi tra i rumori umidi di brutali sevizie a opera di assalitori invisibili
e silenziosi.
Appena fu tornato il silenzio, alcuni marinai furono inviati a controllare e riferirono che
sullisola di Kerghesh si era accesa una luce, alta sul profilo delle terre emerse, come un faro.
Mentre la notizia scatenava una sfrenata esultanza, io sentivo che ero sul punto di svenire
o vomitare, andai nella piccola biblioteca, presi un libro ben preciso e mi recai nel cassero.
Lo Scuro mi aspettava seduto, era immobile a dire il vero e non fece alcun cenno quando
entrai, per non ebbi dubbi sul fatto che stesse aspettando proprio me. Gli consegnai il libro,
era quello di poesie che aveva preso durante la nostra prima visita ai locali di servizio della
nave, e gli chiesi di leggere, io non riuscivo quasi a parlare perch la sete mi rendeva la
lingua e le labbra aride e rigonfie, e non sarei stato in grado di sostenere una conversazione
tanta era la vergogna che provavo per il sacrificio.
La voce roca e bassa, monotona e quasi priva di intonazione, non aveva nulla di poetico,
col tempo diveniva sempre pi fastidiosa, ma avevo paura di dormire e mi feci raccontare
tutto quello che aveva voglia di dirmi, per passare la notte, stavo crollando dal sonno, per cui
ricordo solo alcuni stralci del suo racconto.

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Mi disse di essersi imbarcato come clandestino a bordo della petroliera iraniana per
seguire un tizio, a suo dire malvagio, una specie di stregone, no, strego, lo ha chiamato
strego; comunque era qualcuno che cercava da molto tempo, era sicuro che fosse salito a
bordo, ma non ho capito perch non era in grado di identificarlo subito nell'equipaggio,
aspettava che in qualche modo gli si rivelasse, se non ho capito male con un accentuato
strabismo. Purtroppo si era reso conto troppo tardi della sua presenza, quando aveva gi
compiuto qualcosa di blasfemo e innominabile, c'era stata una breve scossa di terremoto e
poi era scesa la nebbia.
Per un po' avevano continuato a navigare privi di punti di riferimento, poi c'era stato
l'incidente, uno scoglio roccioso, affiorato forse a causa del terremoto sottomarino, aveva
aperto uno squarcio nello scafo e l'impatto probabilmente aveva staccato la testa dal corpo
originale dell'idolo. D quel momento in poi tutto si era svolto come sulla Monfalcone, fino
all'incendio che aveva condannato le loro vite e salvato le loro anime.
Lo Scuro in realt non us queste parole, anzi, sembrava non credere o comunque non
tenere allesistenza dellanima e cose del genere, parlava di dimensioni assurde e grottesche,
di magie e sortilegi, ma trattava tutto con estremo pragmatismo e razionalit, quasi stesse
discutendo di calcoli matematici semplici ed esatti.
Quanto accadde dopo, per, lo turb; era strano perch levento in s non aveva nulla di
orribile, di certo non pi orribile dei giorni precedenti. Si agit e io di conseguenza; avevo
capito ormai che le sue reazioni riguardavano sempre le conseguenze future, non lattimo
presente.
La Monfalcone ebbe un violento sussulto, uno scossone, come se avessimo speronato uno
scoglio e meglio come si fosse disincagliata allimprovviso.
Io finii a terra per il contraccolpo, mentre lo scuro balzava addosso alle inferriate della
cella aggrappandosi alle sbarre.
Non ci furono altre scosse seguenti, per cui mi rialzai; il cuore batteva a mille e lo stato di
torpore aveva lasciato il posto a unansia adrenalinica.
Vado fuori a vedere cosa succede dissi.
Lo Scuro forz un braccio attraverso dalle sbarre muovendo la mano nella mia direzione
come per afferrarmi, sembrava molto scosso e parlava con una voce pi simile a ringhio
animale.
Liberami. Se ci stiamo muovendo significa che gi troppo tardi, tra poco non ci sar pi
speranza, liberami!
Rimasi un po incerto su ci che dovevo fare, non lo aveva mai visto cos nei giorni prima,
sentivo che cera del vero nelle sue parole, ma avevo una paura dannata ad avvicinarmi a lui;
in quel momento riuscivo a percepire solo le sue anomalie, non mi sembrava pi neanche
umano, somigliava a una bestia mitologica in gabbia.
Spinto dalla necessit di allontanarmi gli dissi in maniera sbrigativa che sarei tornato
appena possibile, anche se la sola idea mi disturbava. Mentre uscivo dalla prigione, la sua
voce roca disse:
Guarda lidolo, guarda nei suoi occhi, fallo!
E sentii un brivido corrermi lungo la schiena.
Fuori mi accorsi subito che qualcosa era cambiato, in meglio allapparenza: si vedevano
ancora i nuvoloni temporaleschi e lampeggianti, ma solo allorizzonte, sopra la nave adesso
cera un cielo limpido e sgombro, solcato da stelle che non avevo mai visto nel nostro
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emisfero, si trattava di una visione inquietante, come se stessi guardando luniverso da


lontano, potevo vedere le galassie, le nebulose, infiniti soli di pianeti sconosciuti e alieni; non
era il nostro cielo, ne ero sicuro. Cos come era sicuro che ci stavamo muovendo; laria
attorno si muoveva, una lieve brezza mi raggelava le guance e potevo sentire il debole rollio
del ponte sotto i piedi.
Gli altri marinai non ne sapevano pi di me, semplicemente a un certo punto Pietro aveva
annunciato che avremmo incontrato presto lo Spirito del mare, che eravamo stati invitati alla
sua corte, e di punto in bianco la Monfalcone era stata catturata da una corrente marina
piuttosto forte e adesso puntava dritta verso lisola.
Tra i membri dellequipaggio si respirava unaria di trepidante attesa e di euforia, in fondo
dopo tanta sofferenza stavano per sbarcare sulla terra che gli era stata promessa in sogno. Ero
lunico che vedeva la totale assurdit degli eventi, la follia che ci stava risucchiando e verso
cui veleggiavamo allegri e sorridenti. Forse erano gi impazziti tutti. Tutti sul ponte di prua
urlavano alla volta dellisolotto di terra emersa che si avvicinava sempre di pi. Nel giro
qualche minuto fu possibile distinguerlo in maniera pi nitida: era una sorta di collina bassa e
irregolare, coperta di una fitta vegetazione dallaspetto inquietante di colore verde militare,
scuro, lo stesso delle alghe in decomposizione sulla battigia; la fosforescenza che ci aveva
permesso di individuarne la presenza doveva provenire proprio da quelle strane piante.
Sul fronte dellisola rivolto nella nostra direzione, si stagliava altissimo e sottile quello che
doveva essere il faro, in cima al quale si vedeva ancora brillare la nostra luce guida. Attorno
allisola, a non molta distanza dalla costa si ergevano dal mare degli scogli sottili, appuntiti e
molto alti, come delle punte di lancia.
La luce del faro punt contro la nave; mi sembr che pulsasse con una certa frequenza
ipnotica, un aumentare e diminuire dintensit a cui rispondevano altrettante e pari variazioni
dellalone luminoso dellidolo. Se lecito pensare che due oggetti possano parlare tra loro,
lidea che mi suscit fu proprio quella.
Tutto lequipaggio era prigioniero degli impulsi che giungevano dal faro; la mia attenzione
invece fu catturata dalla testa, forse perch avevo intuito di star assistendo a una
comunicazione aliena, o forse per linvito lanciatomi dalle ultime parole dello Scuro. Le
orbite vuote scavate nella roccia assumevano differenti espressioni, in base ai giochi d'ombra
che si producevano al loro interno al variare della luce: minacciose, esultanti, disperate, folli,
ma in ogni caso vive. Alterate in modo inconcepibile dal passare del tempo e dalla
conoscenza di altri mondi, quelle che vedevo erano senza dubbio le manifestazioni di volont
di un essere vivente. Cercai di sfuggire allattrazione di quegli occhi fantasma, ma alla fine
mi trovai catapultato nellabisso senza fondo dei ricordi.
Non erano i miei ricordi, aveva pi che altro limpressione di vivere un sogno da
spettatore, anzi da visitatore. Mi trovavo legato a una colonna di pietra, circondato da quegli
uomini scimmia che gi avevo sognato, si stavano allontanando da me portandosi dietro le
torce, privandomi della luce, lasciandomi alla merc di creature viscide e amorfe, che con
sadismo inumano operarono sul mio corpo in ogni sua giuntura per slogarlo, torcerlo,
romperlo senza rimedio, piegarne la resistenza, affinch, un attimo prima che la morte
potesse accogliermi pietosa, fossi pronto allincontro con il loro signore: Kerghesh.
LOscuro si avvent su di me emergendo dal mare sotto la scogliera, e in ogni attimo mi
stritolava tra i suoi tentacoli piatti e ruvidi, mi divorava serrando su di me i denti ricurvi della
sua bocca rotonda, mi soffocava con il suo alito velenoso, mi consumava con la sua luce
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accecante, mi trascinava con s nel vuoto della sua dimora, e mentre pativo la morte infinite
volte precipitavo in un pozzo senza fine che mi proiettava nello spazio profondo privo di
dimensioni, fino ad annullare ogni pi piccola particella del mio essere e rigenerarmi di
nuova materia oscura. Potevo sentire il corpo raggrinzirsi, essiccarsi e mummificarsi,
diventare pietra fossile fino a fondersi con la colonna a cui ero legato e con lo scoglio stesso,
cellula dopo cellula, morire e diventare incorruttibile perch gi corrotto oltre ogni modo.
Mentre il corpo si paralizzava in una forma grottesca e inalterabile, la mente continuava a
precipitare tra le ombre della demenza e dellisteria, conservando la memoria e lo scopo,
sorretta dalla resistenza vitale di quella razza antica e disumana, con lunico folle e sublime
desiderio di riunirsi allOscuro Kerghesh.
Urlai senza sosta mentre risalivo il tunnel della pazzia per ritornare in possesso del mio
corpo e del mio cervello e continuai a farlo anche mentre correvo al buio verso la poppa,
cercando di raggiungere alla cieca il cassero. Sentivo dei rumori umidi attorno a me, come
passi su un pavimento bagnato, corpi molli che sbattono su ostacoli solidi, melma
gocciolante.
Nonostante la paura avesse rischiato di prendere il sopravvento, arrivai al locale dove era
rinchiuso lo Scuro ed ebbi la razionalit di mettere il blocco alla porta dingresso.
Ho guardato negli occhi dellidolo! - urlai verso il colosso che mi aspettava immobile al
di l delle sbarre - Ho guardato nei suoi occhi e ho visto.
Le lacrime mi impedirono di continuare, ma lo fece lui.
...Kerghesh. Quello che hai visto Kerghesh, labisso della mente, la sorte delle sue
vittime.
Allora mi uccider prima che lui mi divori dissi, ed ero disposto a farlo davvero.
inutile, ti prenderebbe comunque, ora siamo nella sua realt.
Un attimo dopo queste sue parole, cominciarono dei colpi decisi alla porta dingresso.
Sono quelle creature che manda a prendere le sue vittime, ho visto anche questo, cosa
possiamo fare? chiesi.
Prima disse solo:
Liberami.
Credo per farmi capire che lunica possibilit, lunica speranza era nelle sue mani, poi
continu.
Forse c un modo per portarlo lontano da voi, ma devo fare presto.
Non interpretai subito in modo esatto quel voi, ero troppo impaurito; con le mani
tremanti riuscii a mala pena a prendere il mazzo di chiavi appese al muro e a centrare il buco
della toppa.
Appena la porta fu aperta, lo Scuro gonfi i muscoli e con uno scatto deciso delle braccia
strapp le corde che gli legavano i polsi. Senza darmi il tempo di replicare, mi prese per una
spalla e mi gett con poca grazia nella cella dal quale era appena uscito, chiudendo la porta
con una mandata delle chiavi rimaste nella serratura.
Mentre cercavo di rialzarmi, lo vidi scattare come un felino verso la porta dal quale
provenivano i colpi; la apr e con un gesto violento prese per la faccia una di quelle creature,
che una volta erano stati i marinai della Monfalcone, e la gett contro la parete alle sue spalle
e poi usc sul ponte. La creatura urt con immane violenza la parete, sentii rumori di ossa
rotte e carne schiacciata, ma si rialz non appena tocc terra per poi uscire rapidamente passo
dinoccolato e saltellante.
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Si gir a guardarmi solo un attimo, forse solo il tempo di valutare che non valeva la pena
perdere tempo con me; solo il tempo di rendermi conto che io avevo conosciuto quel volto,
che ora si presentava bianco, quasi traslucido, con la pelle gonfia e flaccida, la bocca aperta
in una smorfia di orrore, con la mandibola cadente e priva di forza, gli occhi velati e privi di
ogni espressione; forse ci eravamo riconosciuti a vicenda e con quel barlume di intelligenza
che rimaneva in quellessere martoriato aveva deciso di risparmiarmi.
Sentendo rumori di lotta provenire da fuori, decisi di muovermi, misi il braccio tra le
sbarre, aprii la porta e corsi fuori anche io. Nelle immediate vicinanze del cassero tutto era
buio e calmo, ma in lontananza vedevo sagome e ombre muoversi a grande velocit attorno
allidolo, coprendone a tratti la luce, cos corsi nuovamente verso prua.
La scena che vidi mi indusse a rallentare la mia corsa e a nascondermi ai margini
dellalone di luce: tutti i marinai attorniavano lo Scuro, in parte privi di sensi, probabilmente
tramortiti da lui nel suo percorso per arrivare dovera, in parte serrati davanti a lui a una certa
distanza, con gli arpioni e le accette in mano. Lo vidi che lottava nelle ombre, a ridosso del
parapetto contro le creature di Kerghesh, ne aveva tre, forse quattro attaccate addosso, ma era
difficile dirlo, perch le buttava fuori dalla nave e quelle risalivano a bordo arrampicandosi.
Sembrava dover vincere quello scontro entro poco, anche se ridotto piuttosto male; il
problema, lo capii subito, era che i marinai, per quanto storditi, avrebbero preso coraggio del
loro numero e della fatica del loro avversario e si sarebbero gettati su di lui nel caso le
creature avessero fallito.
Il mio intervento diretto non sarebbe stato di alcun aiuto, anche se mi fossi battuto al suo
fianco ci avrebbero sopraffatto di sicuro; pensavo piuttosto a un modo per distogliere
lattenzione dellequipaggio da lui, a costo di attirarla su di me. Mentre riflettevo su cosa
fare, notai che vicino alla testa dell'idolo erano rimasti due uomini, guardavano la scena da
una certa distanza, cos raccolsi larpione da uno dei marinai tramortiti e mi avvicinai alle
loro spalle. Pi mi avvicinavo e pi aumentava la temperatura, lidolo sembrava fosse
avvolto dalle fiamme tanto era intenso lalone luminoso e il calore che emanava, quando fui
abbastanza vicino da toccarli, il caldo era quasi insopportabile, ma non ci pensai; colpii
quello che mi sembrava il pi esile dei due alla nuca con lasta dellarpione e lo vidi
accasciarsi ai miei piedi e solo a quel punto mi resi conto che si trattava del Sordo, laltro era
Pietro e con la faccia stravolta dallira mi salt con le mani al collo urlando imprecazioni. Per
la sorpresa avevo lasciato la presa sullarpione per cui non avevo nulla per difendermi
quando mi gett a terra cercando di strangolarmi, provai a divincolarmi, ma Pietro sembrava
animato da una forza demoniaca e le parole che mi erano sembrate insulti ora risuonavano
come le invocazioni blasfeme di un invasato.
Sarei sicuramente morto soffocato se Pietro non avesse lasciato la presa sul mio collo per
correre appresso a qualcosa che riteneva pi importante. Il mio stratagemma banale aveva
funzionato: le urla di Pietro avevano attirato lattenzione dei marinai e lo Scuro ne aveva
approfittato per liberarsi delle creature e farsi largo tra i marinai a spallate e pugni fino a
raggiungere lidolo. Tutto questo lo intuii dalla scena che vedevo attorno, cos come intuii
che doveva aver avvolto la testa incandescente con il suo giaccone, per evitare di finire come
il responsabile di macchina che avevano recuperato dalla nave iraniana.
Alzando la testa nel tentativo di riprendere fiato, vidi lo Scuro che correva con il fagotto
sottobraccio verso il ponte rialzato di prua; Pietro gli stava correndo dietro e non dubito che
lo avrebbe raggiunto se, per uno strano scherzo del destino, non fosse inciampato in una
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matassa di sartiame, lo stesso tipo di corde che erano state usate per legare i marinai
sacrificati allo Spirito del mare.
Mi alzai come meglio potevo, ma era quasi impossibile restare in piedi: la petroliera
saltava e rullava come se fosse stata una zattera in balia della tempesta, accelerava
allimprovviso, per poi subire delle violente frenate infrangendosi contro onde immani.
Cercando di mantenere l'equilibrio e avanzando a fatica, raggiunsi le scalette e mi trascinai a
forza di braccia fino al ponte superiore; a quel punto fui costretto ad aggrapparmi con forza
disperata al corrimano delle scale perch la Monfalcone si stava inclinando in avanti fin
quasi ad affondare la prua dentro il mare, o forse era il mare stesso a essersi gonfiato sopra la
nave.
Davanti a noi si era aperto un enorme gorgo che sembrava dover risucchiare tutta lacqua
delloceano nel suo irresistibile mulinello; era stato probabilmente quello a generare la
corrente che aveva smosso la nave il giorno prima e ora che stavamo per finirci dentro la
corrente era troppo forte per tentare qualsiasi manovra. Eppure non era quella visione
delloblio e della fine la cosa pi spaventosa: oltre il gorgo si distingueva chiaramente una
sagoma gigantesca emergere dal mare, un ammasso tondeggiante grande come unisola, ma
non era unisola; alta sopra quella cosa c'era una luce, come quella di un faro, ma non era un
faro. Le stesse sporgenze che prima avevo scambiato per creste scogliose, ora si muovevano,
viscide e sinuose come pinne tentacolari: quella cosa, Kerghesh, era un essere vivente.
Mentre osservavo lorrore pi vicino di quanto un essere umano dovrebbe fare, lo Scuro
gli stava correndo incontro; aveva ormai raggiunto la punta estrema del castello di prua e si
apprestava a scavalcare il parapetto. Sentivo alle mie spalle rumori di passi rapidi e bagnati,
ma non ero capace di distogliere lo sguardo da quellessere che ci sovrastava da livelli
superiori di coscienza e incombeva su di noi come il destino inevitabile, grande come dieci
balene, dalla forma vagamente polipoide, contorta e deforme, con unantenna sulla fronte
dotata di fotoforo, come i pesci degli abissi.
Non mossi un muscolo neanche quando quelle creature, quattro forse, mi passarono a
fianco senza curarsi di me, la mia attenzione era focalizzata sullo Scuro: sal con i piedi sul
parapetto e, dopo aver lanciato unultima occhiata alle sue spalle, si tuff direttamente nel
gorgo, con lidolo infagottato tenuto davanti a s, seguito a breve giro da tutte le creature che
erano salite a bordo. Kerghesh, come una bestia impazzita, alz la sua massa enorme fuori
dallacqua, mostrando la parte inferiore del suo corpo titanico composta da tentacoli a foglia,
piatti e frastagliati, davanti ai quali, appena sotto lantenna, si apriva una bocca rotonda da
parassita munita di denti a uncino. Con le fauci in avanti lOscuro si tuff anchesso nel
gorgo, inghiottendolo.
Solo a quel punto riuscii a sbloccarmi e a riprendere il controllo del mio corpo; le nostre
fonti di luci, lidolo e il fotoforo era finite entrambe infondo al mare e nel buio pi completo,
la nave subiva violenti scossoni a causa dei movimenti di quellessere grande come unisola.
Corsi al parapetto di prua per cercare di capire cosa stesse succedendo, ma fui investito da un
muro dacqua lanciato contro di me a velocit assurda: limpatto fu sufficiente a stordirmi e
prima che lacqua avesse terminato di trascinarmi con s nella sua corsa, aveva gi perso i
sensi per la mancanza di ossigeno.
Quando mi risvegliai mi trovavo in un letto dospedale. Uninfermiera notando cenni di
coscienza da parte mia, mi disse qualcosa, ma non parlava Italiano. Poco dopo entr nella
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stanza il capitano Gracchi e dopo i convenevoli Come sta? Come si sente? mi spieg con
molto tatto che la maggior parte dellequipaggio si era svegliato sulla Monfalcone ricordando
solo che cerano stati dei problemi tecnici a bordo dopo il ritrovamento della nave iraniana in
fiamme e poi che erano incappati in una tempesta di inaudita violenza. Nessuno si spiegava
perch fossero tutti sul ponte, in evidente stato di confusione, malnutrizione e disidratazione,
erano solo contenti di sentire i raggi del sole caldo sulla pelle, di vedere sopra di loro il cielo
sgombero di nubi e in lontananza lisola di Halul e di poter contattare via radio il pi vicino
porto. Altri marinai, come me, erano messi piuttosto male fisicamente ed era stato necessario
ricoverarli. Quasi tutti comunque portavano segni di cedimenti nervosi e i loro sogni erano
agitati da incubi ricorrenti.
Quella spiegazione andava bene a tutti, doveva andare bene, era l'unica che ci avrebbe
permesso di continuare a vivere una vita normale. Ma io ricordavo cosa era successo e,
guardandolo negli occhi, capii che anche il capitano ricordava ci che era accaduto fino al
suo svenimento.
Cosa ha visto nel mare prima di perdere la ragione e i sensi? gli chiesi.
Lui mi fiss per qualche istante, quando le lacrime cominciarono a salirgli agli occhi
distolse lo sguardo.
Questo quanto dovevo dirle - mi disse mentre usciva dalla camera - di pi non ho
intenzione di sapere.
***
Lanziano marinaio serr le labbra in una smorfia imbronciata ed emise un sonoro sospiro,
continuava a guardare nel vuoto annuendo, perso nei ricordi.
Ilaria e Mario si guardarono un attimo interdetti, poi la ragazza poggi di nuovo la mano
sul ginocchio delluomo e cerc di riportarlo al presente.
Grazie mille, signor Livi Sandro, il suo resoconto stato per noi molto prezioso.
Luomo alz lo sguardo imbarazzato verso di lei, quasi come se si fosse accorto solo in
quel momento della sua presenza.
Vuol dire che mi credete? chiese.
Crediamo che lei ci abbia riportato fedelmente i suoi ricordi - disse Mario - Riguardo a
quello che successo davvero durante il primo viaggio della Monfalcone, non possiamo
essere sicuri di nulla.
A volte - continu Sandro - neanche io riesco a dare fede ai miei ricordi. Sapete, eravamo
spariti per otto giorni, nessuno riusciva a mettersi in contatto con noi e nessuno aveva
avvistato la nave, per cui ci fu un'indagine interna, molto accurata per quanto posso saperne
io, ma non port a nulla. Lazienda dichiar ufficialmente che eravamo stati vittime di pirati,
cos da giustificare le perdite subite. Noi confermammo e in questo modo ne uscivamo tutti
puliti, nonostante in cuor mio sapessi che avevamo condannato a un fato peggiore della
morte alcuni di noi...
Ha pi rivisto qualcuno degli altri? chiese Ilaria.
No, fu una specie di tacito patto, nessuno cerc mai pi altri, per tutti lultimo contatto fu
il capitano Gracchi, tutti salparono su altre navi o cambiarono lavoro. Ho saputo qualcosa,
ma solo per caso, su Pietro e il Sordo: erano stati destituiti per insubordinazione, credo che

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loro ricordassero quanto era accaduto e lazienda cerc in tutti i modi di allontanarli; so che
si sono fatti degli anni di carcere per brutte storie, non lo so, forse sono ancora dentro.
Non importa Sandro - lo interruppe la ragazza - davvero, le voglio fare solo un ultima
domanda, poi le prometto che toglieremo il disturbo. Quello che lei ha chiamato lo Scuro,
quanti anni aveva secondo lei?
Non saprei dirlo con esattezza, la pelle era ruvida e segnata come quella dei pescatori o
dei contadini di una volta, di chi passa anni sotto il sole o al vento, ma dai lineamenti non
sembrava avere pi di trentacinque o al massimo quarantanni. Ma perch queste domande?
Le dir la verit disse Mario.
La sua collega lo guard con unaria allarmata a cui lui rispose con un sorriso sardonico.
Le dir la verit perch lei lha detta a noi, nonostante fosse difficile e doloroso ricordare.
Avevamo bisogno di verificare il... curriculum, diciamo, di un nostro nuovo
collaboratore.
Sandro annu, Ilaria allora tir fuori da una tasca un biglietto e glielo porse.
Le lascio i miei recapiti, nel caso le venisse in mente qualcosaltro, o anche se avesse
solo voglia di fare due chiacchiere.
Luomo rigir il biglietto tra le mani: era molto semplice, riportava il nome il cognome, e
un numero di cellulare. In alto cera la sigla S.P.T. e il logo dellassociazione, una ruota di
carro a quattro raggi stilizzata a linee spesse.
Curioso disse.
I due ospiti lo guardarono con curiosit.
Vedete - prosegu - Alla mia et non faccio neanche pi finta di capire le cose che non
capisco. Per questo - e mostr il biglietto da visita - mi fa credere che siate qui per una
buona ragione, vi faccio vedere una cosa.
Luomo si alz lentamente dalla poltrona e si diresse verso uno dei mobili allingresso.
Vi chiedo di farmi un favore, e credo che lo farete.
Apr un cassetto e si mise a rovistare al suo interno, per trarne poco dopo una sacchetto di
panno. Mentre accompagnava i suoi ospiti alla porta, porse a Ilaria il sacchetto.
Quando lo vedr - disse - potrebbe restituirgli questo?
La ragazza fece scivolare il contenuto del sacchetto nel palmo della sua mano: si trattava
di un ciondolo a forma di ruota di carro, una croce inscritta in in cerchio, fatto di pietra grigia
con delle incisioni, che il suo occhio esperto di oggetti antichi riconobbe come pi recenti del
manufatto.
Non ho mai capito cosa volessero dire quelle lettere.
Sono iniziali di parole latine, questa una versione piuttosto grezza della medaglia di San
Benedetto, si tratta di formule di scongiuri contro il male 3.
Quello che sia, sono convinto che mi abbia protetto, quella volta e in tutti questi anni,
non mi serve pi, bene che la restituisca al suo proprietario.
3

La medaglia di San Benedetto riporta scritto sullasse verticale C.S.S.M.L. (Crux Sacra Sit Mihi Lux, La Croce
Santa sia la mia luce), sullasse orizzontale N.D.S.M.D. (Non Drago Sit Mihi Dux, Non sia il demonio il mio
condottiero) e sul cerchio V.R.S. (Vade Retro, Satana, Allontanati, Sanata), N.S.M.V. (Numquam Suade Mihi Vana,
Non mi attirare alle vanit), S.M.Q.L. (Sunt Mala Quae Libas, Son mali le tue bevande), I.V.B. (Ipse Venena Bibas,
Bevi tu stesso i tuoi veleni).

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A proposito chiese la ragazza si sempre riferito a lui con il soprannome che gli
avevate dato, lo Scuro, ma qual' il suo nome, glielo ha detto?
S, me lo disse, ma... sapete, non lo ricordo pi rispose toccandosi la testa con la mano
Voi come lo chiamate?
Ogre. Vuole farsi chiamare Ogre.
Ogre... Ho sentito cose pi strane e sorrise.
Ilaria rimise il ciondolo nel sacchetto e lo salut ancora, mentre Mario gli faceva cenno da
dentro la macchina di raggiungerlo.
Lei ha sentito e visto pi della maggior parte degli uomini, Sandro.
Ho visto pi di quanto un uomo dovrebbe essere in grado di vedere disse luomo
mentre chiudeva la porta.

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