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TESTI MEDIEVALI DI INTERESSE DANTESCO

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DAL <<DE LUCE)> DI R. GROSSATESTA


ALL'ISLAMICO <<LIBRO DELLA SCALA)>
IL PROBLEMA DELLE FONTI ARABE
UNA VOLTA ACCETTATA LA MEDIAZIONE OXFORDIANA
A CURA DI

EGIDIO GUIDUBALDI

FIRENZE

LEO S. OLSCHKI
MCMLXXVIII

TESTI MEDIEVALI DI INTERESSE DANTESCO


~--~~~~~-2~~~~~~~~

DAL <<DE LUCE)) DI R. GROSSATESTA


ALL'ISLAMICO LIBRO DELLA SCALA))
IL PROBLEMA DELLE FONTI ARABE
UNA VOLTA ACCETTATA LA MEDIAZIONE OXFORDIANA
A CURA DI

EGIDIO GUIDUBALDI

FIRENZE

LEO S. OLSCHKI
MCMLXXVIII

PREMESSA

DALL'INTESA ARABO-OXFORDIANA CONFLUITA NEL


POEMA SACRO COME PROFEZIA PER I NOSTRI GIORNI
AI COLLOQUI EUROARABO E CRISTIANO ISLAMICO
D'OGGI

Nel lungo titolo che introduce questa premessa vorrei subito bloccare l'attenzione del lettore sulle parole profezia per i
nostri giorni ; onde prevenire il pericolo dei metaforismi soliti a
caratterizzare, per tradizione tristemente secolare, la prophetia Dantis ; col conseguente svuotamento lessicale atto ad annullare anche
l'auspicata incidenza politica per la collana che, con questo mio contributo, passa dal primo al secondo volume.
Profezia in che senso? Lo capiremo richiamandoci all'altro termine che qui funge da correlato d'obbligo: visione; essa pure
secolarmente succube di metaforismi riusciti ad eliminare ogni traccia d'esperienzialit, previo relegamento (di tutti i rei di un simile
approccio al Poema Sacro) nel dimenticatoio pi invalicabile.
Non credo di dire alcunch di presuntuoso, segnalando, in questo settore, l'avvenuto approdo nel regno della sperimentalit pi
totale; s da potersi additare, senza timore di confutazioni, la piena
rispondenza tra i sogni del Poema Sacro e quanto di pi tecnico
v' nella scienza onirica odierna; come anche ravvisare nel linguaggio di Dante il timbro d'una conduzione inconscia agevolmente riportabile ai pili centrali canoni dell' criture automatica.
Traguardo analogo, senza la minima rinuncia, perseguiamo anche qui; ai sensi, cio, volendo essere totalmente precisi, che,
mentre aggiudicano a Dante quanto di pi accettato v' nella fenomenologia profetica d'ispirazione divina, per essa anche reclamano
quell'altro, particolarissimo, timbro esperienziale del metro socioana-1-

litico della time span of discretion di cui ci occuperemo al termine di questo volume.
Valida, infatti, la prima dimensione nell'ambito di un discorso
che, come or ora ricordato, ha gi percorso l'intero raggio d'argomenti relativi alla visio su cui poggia l'ofE.ciatura profetica, non
stenta a suffragarsi con altrettanta spontaneit anche la seconda
dimensione in un contesto espressivo che tutto ha giocato agli effetti
dei segni da cui far riconoscere, in noi uomini del secolo ventesimo, i veri destinatari del messaggio profetico.
quanto vedremo nel capitolo finale commisurando il profetismo dantesco sui due canoni pi centrali della scienza che consacra
i profeti dell'odierna era industriale; coloro, cio, cui spetta di
intuire il futuro cui adeguare i piani di sviluppo sia l dove tutto
procede lungo il tracciato del guadagno crescente, sia l dove c-'
invece da attraversare l'incomodo, a volte gravissimo, mare delle
perdite.
Cos' la Commedia? uno strano, ma genialissimo, esempio di
programmazione passato, su diretta conduzione del Dittatore divino, proprio attraverso questo secondo (scomodissimo, nel caso di
Dante) itinerario, ubicandovisi come il pi oculato rapporto ptofttiperdite che la storia conosca.
Sconfinato guadagno, da una parte, ravvisabile soprattutto nel
dato d'una emblematicit unitario-politica riuscita addirittura a coinvolgere gli stessi operatori meno disponibili per le pure commozioni
letterarie; ma dolorosamente passato attraverso un mare di perdite
mai verificatosi in proporzioni cosl colossali: ben cinque secoli
bui dovuti da Dante affrontare prima che la riaccesa emblematicit
politica desse il via al progressivo riaccendersi di tutte le sintonie di
gusto: modernit lirica, dimensione-teatro nel quadro d'una spettacolarit non meno aperta verso le conquiste cinematografiche odierne, genuinit musicale, gusto figurativo tra l'astrattismo d'un Kandinski e l' art brut d'un Dubuffet, espressivit da romanzo; le
sintonie di gusto che prima erano rimaste non solo inavvertite, ma
addirittura esposte al ridicolo pi totale.
Resta da precisare, a questo punto, il nucleo pi autentico di
questo messaggio profetico. il nucleo maturato da ultimo con
l'organica conclusione dell'arco politico servito da avvio; oggi riuscito
a sostituire con prospettiva marcatamente euromediterranea l'emble-

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maticit nazionalistica simultaneamente esplosa aali


inizi del secolo
0
scorso, in pi Stati d'Europa.
'
.
i~ .nu.cleo portato a schiuderci nel miracoloso quanto instabile eqmhbrio cantato da Dante (con lirismo da tramonto atto a
tran:utarsi per tal via anche in lirismo da ripresa) non gi il dissolversi della sola Respublica Christiana identificabile con la ZonaCarlomagno , ma il pieno esaurirsi del pi vasto ambito arabo-oxfordiano rivelatosi, in questi ultimi tempi, vero tessuto strutturale del
Poema Sacro; il pieno esaurirsi, cio, della stessa zona Maometto .
Di qui lo spontaneo congiungersi di tale tessuto con la ripresa
che simili istanze hanno nel mondo d'oggi come inevitabile traguardo
d'integrazione europea. Mi riferisco al colloquio euro-arabo in
crescente sviluppo dopo l'avvio avuto lo scorso anno a Firenze e pi
ancora, a quel colloquio cristiano-islamico in cui dato ravvisare
un autentico ritorno aIIe origini della bimiilenaria parabola culturale
europea fondata, al suo inizio, proprio sull'incontro tra le culture
cristiana ed islamica.

* * *
Con ci s' anche dato il perch d'un accoppiamento di testi
fatti apposta per rendere omaggio l'uno (il De luce di R. Grossatesta)
al Dante interprete dell'Europa di Carlo Magno, l'altro (l'islamico
Libro della Scala) al Dante interprete delI'Europa di Maometto;
accoppiamento pienamente giustificato, del resto, dall'intimit di nesso (d'autori, quando non addirittura di codici) che legava nell'orizzonte culturale dantesco tematiche perspectivistiche e tematiche escatologiche d'indubbia provenienza araba in ambedue i casi. Una volta,
infatti, accettate in sede dantesca quelle (e col calore d'accoglienza
loro riservato su diretta iniziativa-Contini in Studi Danteschi )
non ha davvero pi alcun significato espungere queste, trasmesseci
(ripeto ancora) dagli stessi autori (penso soprattutto a R. Bacone e
Tommaso di York). Ma aIIora (ecco il vero asse portante dell'accostamento di testi qui praticato) molto meglio l'accoglierle, tali
tematiche escatologiche, per la via deIIa porta rappresentata dal
Libro deIIa Scala , anzich per la via deIIa finestra rappresentata dalle sillogi, assai meno autorevoli in questo caso, provenienti da Oxford; stante anche la possibilit che oggi abbiamo, grazie

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ai noti versi di Fazio degli Uberti, di poter ritener circolante tale


Libro nel clima della Toscana predantesca.
Tanto pi ci apparir ragionevole se si riflette sul fatto che
con le recenti indicazioni junghiane sull' inconscio collettivo viene
assolutamente a svuotarsi l'arduo problema delle possibili trasmigrazioni culturali che ha fatto via via cadere la proposta-Asin Palacios. Non ha alcun bisogno di trasmigrare ci che gi non solo in
tutti noi (quale che sia l'area geografica in cui ci troviamo a stare),
ma anche in ogni tempo con identici depositi immaginistici fatti di
terrificanti abissi (al momento dell'inconscio d'espiazione), di montagne o scale ascensionali (quando in noi subentra l'istanza di purificazione) o di suggestivi geometrismi (come nomina Dei atti a significare il nostro incontro col divino). Niente di strano che chi per divino
intervento (e proprio questa la prospettiva in cui si lascia qui riproporre la linea-Asin Palacios) rivive simili, del tutto eccezionali, esperienze sia portato a corroborarle col ricorso a resoconti analoghi: in
alcuni casi come esplicita ricerca d'autenticazione grazie al cifrario
interpretativo desumibile da tali esperienze analoghe; in altri casi
come normale appello (per niente fatto alla chetichella, anzi volontariamente contando sulla spontanea associazione fantasmatica in chi
le conosce) al modo oggi descrittoci da T.S. Eliot.

E. G.
Cagliari, giugno '78

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LA LEZIONE OXFORDIANA IN R. GROSSATESTA

IL PERCHE' D'UNA SCELTA

Un'adeguata illustrazione dei testi, qui appresso leggibili, difficilmente potrebbe effettuarsi senza due premesse concernenti l'una
l'apparente timbro estremistico che Dante riceve gi con il solo venire a tali testi accostato e l'altra lo specifico incontro con essi che
a Dante si intende attribuire.
Mi riferisco (per quanto riguarda il primo punto) soprattutto
al contenuto di un De Intelligentiis che, non a caso, protegge con
volontario 1 anonimato, asserti nei quali la gi sospetta atmosfera emanatistica di R. Grossatesta :.? raggiunge compiacenze luministiche rendenti assai fragile lo stesso finale argine tra le creature e Dio.
Baster, a tal proposito, rievocare la vigorosa piattaforma mediana 3 da cui Dante prende il via per poi dirigersi, con altrettanto
entusiasmo, verso i due opposti estremismi in cui si lasciava reperire
il meglio dei patrimoni estetici offertigli dalla cultura del suo tempo:
metafisica della luce (nucleo vitale della lezione estetica neoplatonica) e psicologia di libert (nucleo dell'opposta lezione aristotelicotomista, artisticamente fertilissimo esso pure).
Fisionomia estremistica, d'accordo, quella che allo stesso Dante
qui verremo ad attribuire, sostituendo agli spunti bonaventuriani
1 Le esatte parole con cui tal volontario anonimato viene introdotto, cosi suonano: Procul igitur omnis invidiae livor absistat, ne statim cognito auctore quod
labore acquisitum est vilescat, sed quae dicantur lector diligenter inspiciat, ut quae
bene dieta sunt memoriae commendans et quae minus bene dieta corrigens ad veritatis cognitionem perveniat . Vedasi il significato di questo passo nel contesto
laggibile a p. 117.
2
Qui pure (per una pi vasta giustificazione di quanto asserito in merito alle
tracce emanatistiche individuabili nel Grossatesta) rinvio ai dettagli che verranno specificati a p. 46.
3
Previo richiamo sin d'ora alla sintesi figurale che tra questi due passi additeremo in Par. XXVIII ( cfr. p. 57) invito a confrontare i racconti creazionistici
da Dante trasmessici in Par. XIII e in Par. XXIX. Piu suffragata non potrebbe,

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(che fungono da abituale riscontro per il luminismo paradisiaco) le


ben pi audaci. prospettive metodologiche del Grossa testa e del De
Intelligentiis; ma lo nel felice bilanciarsi di due opposte tensioni
che, mentre si aggiudicano il tipico fascino delle posizioni di punta,
trovano poi modo (proprio per il loro reciproco stemprarsi) di vanificarne le possibili escrescenze negative, con ci approdando ad un
vicendevole arricchimento. Questo ci ha gi detto in nota la spontaneit con cui (su esatta contrapposizione platonico-aristotelica) reciprocamente si chiamano i due racconti creazionistici di Par. XIII e
di Par. XXIX; questo, in seguito, ci diranno i vari punti del Poema
Sacro in cui metafisica della luce e psicologia di libert vengono da
Dante simultaneamente chiamate a dare il meglio delle loro possidayvero,. riuscirne la vigorosa piattaforma mediana da cui. Dante parte per poi
sp1:gers1 . verso le pili audaci punte estetiche del neoplatonismo e del neoaristo
telismo Slillultaneamente vissute:
Ci eh~ non more e ci che pu morire
non e se non splendor di quella idea
:he partorisce, amando, il nostro Sire:
che quella viva luce che si mea
dal s:io lucente, che non si disuna
da lm n da l'amor ch'a lor s'intrea
per s~a bontate il suo raggiare adu~a
quasi specchiato, in nove sussistenze '
e~ter:almente rimanendosi una.
'
Q'-:1~di, disce~de a l'ultime potenze
gm d atto m atto tanto divenendo
che p''
'
iu non f a eh'e brevi contingenze.
(Par. XIII, vv. 52-63)

Non per aver a s di bene acquisto,


ch'esser non pu, ma perch suo splendore
potesse, risplendendo, dir 'Subsisto',
in sua etternit di tempo fore,
fuor d'ogne altro comprender, come i
[piacque,
s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.
N prima quasi t;>rpent~ si giacque;
ch n prima ne poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest'acque.
Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avfa fallo,
come d'arco tricordo tre saette.
(Par. XXIX, vv. 13-24).

. Si ?a qui a che fare con due moduli creazionistici apparentemente improntati a rispondenza totale come deducibile in ambedue i casi sia da quel Cristo
splend~r Patri? che ci viene presentato quale idea-archetipa da cui tutte le. creatur: der~vano sta dall'agilit con cui queste medesime cre~ture vengono .per rifles~o
a. s.1tuar~1, esse pure, quale splendida catena di splendori conclamanti la propria
?IOta ~ls~enziale. ~e palese, per, il precisarsi delle rispondenze, altretta,?to lo ~
11. d~~1rs1 de~e differenziazioni. In forza di queste Par. ~I}I non stentera ad . es1b~r~isi come discorso neoplatonico vissuto sino all'ossequio pm totale; l:ir;igo un g.ioco
d1 mtonazioni, cio, che pur partendo da mero motivo pseudoareopag1tl~o, vogliono
beneficiare il pili possibile del fascino estetico insito n~lla .con.catenaz1one causale
cara al neoplatonismo emanatista. Non meno deciso (ma m. d1rez1one completamente
opposta) ci apparir in Par. XXIX un riecheggiamento tomista ~he, pur. non smentendo il precedente motivo neoplatonico, tutto pervas<? dal bisogno di salvaguard.ar~ la pienezza di libert divina; cui, ad esempio, magnifica.men.te ~erve Ja perent~
r1eta con la quale il fuor d'oO'ne altro comprender - come 1 piacque... condiziona il fascino neoplatonico dei s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.

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bilit espressive; come, ad esempio, ci accadr di constatare analiz~ando il pal~se incoraggiamento che, nel cielo di Giove, l'impulso
Innovatore di Dante trae dalla duttilit d'una materia-luce da lui

plasmabile in libert assoluta.

Nel giro dei dettagli esplicativi postulati dalla seconda premessa (il tipo di contatto qui presupposto tra Dante e i testi che ci
accingiamo ad illustrare) il dato-base sar costituito dalla necessit
di dissipare al pi presto i sospetti causati da questa ripresa del motivo oxfordiano, forse associabile (nella mente di qualche lettore)
alle tante peregrinazioni extra-italiche spesso a Dante attribuite, ma
poi sempre risultate indocumentabili, soprattutto quando effettivamente indirizzate oltre Manica 1
A scanso di perplessit qui pure in tal senso originabili m'affretto a precisare subito che, pur con tutta l'intensit di riecheggiamento appresso documentato, il contatto qui presupposto non
solo non intende ricalcare la via delle indocumentabili peregrinazioni
europee:!' ma restringe al massimo, nella stessa Italia, la sfera dei
materiali soggiorni di Dante all'uopo necessari. Le sole Firenze e
Bologna appariranno pi che sufficienti, solo che ci si premuri di riflettere sui dati emersi in questi ultimi decenni 3 sia quanto a dimensione filosofica in Dante globalmente riscontrabile sia quanto a specifiche conoscenze luministiche a lui fondatamente attribuibili.
1

In merito alle ipotetiche peregrinazioni dantesche formulatesi in senso oxfordiano


basti una testimonianza di G. Serravalle, inserito quasi furtivamente nel precedente
tracciato di Benvenuto da Imola dal Serravalle fedelmente ricalcato, come deducibile
attraverso il confronto fattone dal Barbi. Iste auctor Dantes se in iuventute dedit
omnibus artibus liberalibus, studens eas Padue, Bononie, demum Oxoniis et Parisiis ... . (Cfr. M. BARBI, La lettura di Benvenuto da Imola e i suoi rapporti con
altri commenti, in Studi Danteschi, voi. XVIII, 1934, p. 79 ss.).
2 Superfluo il dire che, se assai problematica la dimostrabilit d'un Dante oxfordiano, non altrettanto Io il fatto del ventilato soggiorno francese di Dante, per il
quale (oltre alle molteplici ragioni di buon senso) ci fanno fede testimonianze di persone al poeta vicinissime. Si pensi al Villani e al Boccaccio che sulla cosa non una
sola volta ritornano.
3 Su di un piano alquanto pi integrale questa sistematica riscoperta di dati
concernenti l'impegno filosofico di Dante stata bene trattata da G. G. MEERSSEMANN in Dante come teologo, leggibile in Atti del Congresso Internazionale di
Studi Danteschi, G. C Sansoni Editore, Firenze, 1965, pp. 177-196. Del resto il
solo ricordo di apporti quali quelli di G. Busnelli, B. Nardi o E. Gilson gi piu
che sufficiente.

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Ai sensi che ci interessano indubbiamente utile gi il primo


di questi due dettagli. Grazie ad esso, infatti, il Dante filosoficamente impegnato veniva per forza di cose ad imbattersi con metodologie luministiche significanti (rispetto alle polemiche che vivificano il Medioevo) non gi un fatto puramente marginale, ma qual1
cosa di intimamente connesso con i pi centrali problemi agitati
Ancor pi utile, per, il secondo dettaglio, fatalmente destinato
ad immetterci nella tipica atmosfera risalente, come sue iniziali fonti
ispirative, proprio ai teorici di cui ci stiamo occupando 2 , come tra
poco ci dir lo stesso S. Bonaventura.
Vorremmo con ci parlare di diretto incontro, da Dante sicuramente avuto con gli specifici testi qui riportati, di ci forse tentando riprova in base al metro dei riscontri verbali solitamente praticati? Non ce ne sar alcun bisogno, stante l'assoluta centralit che
tali formulazioni primordiali detenevano nell'atmosfera estetica del
tempo e la conseguente possibilit di incontrarsi con esse che Dante
veniva ad avere per vie pressoch infinite. Quel che, invece, faremo,
sar il servirci di questi testi come ideali avvii ad una pienezza di
intenzioni espressive altrimenti inafferrabili in Dante; in ci, del
resto, incoraggiati da un gioco di rispondenze percepibili al livello
di precisione con cui il purgatoriale E una melodia dolce correva per l'aere luminoso 3 ci si lascer commisurare sul principio grossatestiano della luce che diventa suono mediandosi attraverso
I' aria o a quello con cui il vitalismo luministico del De I ntelligentiis 4 ci si tradurr in esatto metro con cui riconoscere l'interiore
struttura del Poema Sacro.
1
Ad attestarla, tale centralit. interverr tra poco la stessa esegesi dei primi
versetti biblici.
'
3
Appena necessario il rievocare il nesso in ci significato dal tema perspettlvtstlco , soprattutto attraverso due capisaldi della sua fortuna in Italia: Witelo e
G. Peckam. Sul primo (autore come noto della Perspectiva commissionatagli
nel 12_70. da Guglielmo di Moe~beka) pili che 'probanti sono i nessi ~i. derivazione
oxfordiam fissati da A. C. CROMBIE nel suo R. Grosseteste and the ortgzns of experimental science, Oxford at the Glarendon Press II ed. 1962. (Cfr. cap. VIII, Grosseteste, Oxford and European Sdence , pp. 218-219). Sul .sec~:mdo, poi, del tutto
superflua ogni bench minima volont di prova, trattandosi. d1 p~nsatore ?~ Oxfo~d
proveniente ed in Inghilterra nuovamente ritornato dopo gli anm trascorsi m Italia,
quale Lector Sacri Palatii .
:! Purg. XXIX, vv. 22-23.
4 Il punto sar a lungo trattato appresso in sede di concreta lettura.

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Dissipate in tal maniera (almeno in via introduttoria) le due pi


inevitabili pregiudiziali, l'ordine logico con cui ora procederemo ci
porter prima a documentare l'innegabile incidenza che queste tematiche luministiche operavano anche qui in Italia (cap. I). In secondo luogo ci impegner in una accurata rassegna dei pi importanti
canoni cui si affida la metafisica della luce oxfordianamente conformata (cap. II). Infine (cap. III) ci condurr di fronte al luminismo
dantesco per una concreta prova della lectio plenior per tal via
conseguibile.

11 -

R. GROSSATESTA E LA SUA INCIDENZA


NELLE POLEMICHE MEDIEVALI

Lo specifico tema con cui qui veniamo alle prese ben si lascia
avviare con una puntualizzazione di E. Gilson 1 particolarmente
adatta a svelarci il vero contesto in cui nel Medioevo si sviluppava
il discorso luministico col quale Dante non poteva non venire a
contatto. Mi riferisco alla fine indagine dal Gilson condotta sull'apparente~ equidistanza detenuta da S. Bonaventura tra la pienezza
di compiacenze luministiche riscontrabili in R. Grossa testa (o R. Bacone) e l'atteggiamento drasticamente ostile sempre, invece, assunto
da S. Tommaso 3
Ripercorrendo di tal puntualizzazione gli aspetti salienti avvertiremo forse un po' troppo, in un primo momento, il disagio d'una
lettura pi filosofica che letteraria, ma ne ritrarremo vantaggi tutt'altro che indifferenti; primo fra questi la vigorosa iniziazione oxfordiana per Dante rappresentata proprio dal pensatore al quale pi si
soliti accostare il suo luminismo.
Lo spunto al quale il Gilson fa, anzitutto, capo come indicazione
di bonaventuriana equidistanza concerne l'origine stessa del discorso
luministico: l'antefatto biblico servito da stimolo a tal discorso attraverso il misterioso fiat lux da Dio pronunciato in principio ;
con forte anticipo, cio, su quel dies quartus in cui, a seguito
1 E. GILSON, La philosophie de Saint Bonaventure, Parigi, Vrin, 1924, Cap. IX
Les corps inanims. La lumire , p. 217-235.
2 Come esaurientemente ci diranno i testi qui direttamente riportati, tale equidistanza esplicitamente voluta dallo stesso S. Bonaventura, senza per con ci
impedire un preciso affiorare delle sue preferenze oxfordiane.
:i Di tal drastico atteggiamento la riprova pi evidente l'avremo attraverso i
sui interventi sul De fotelligentiis (cfr. testi qui riportati a p. 106).

13 -

del fant luminaria in firmamento coeli


la luce del sole.

avrebbe avuto inizio

Sull'argomento S. Tommaso cosi s1 pronuncia:


Illa lux fuit lux solis, sed adhuc informis quantum ad hoc quod iam
erat substantia solis et habebat virtutem illuminativam in communi; sed
postmodum data est specialis et determinata virtus ad particulares effectus 2
Cosa ci voglia dire con esattezza lo capiremo riportandoci al
creazionismo totale 3 da S. Tommaso in Dio ravvisato sin dal primo
momento, anche se estrinsecatosi limitatamente ai quattro elementi
primigenii (terra, acqua, fuoco, aria) al cui particolare status di
quel momento primordiale andrebbe fatta risalire la terra inanis
et vacua di cui ci parla la Bibbia.
Ben diversa la posizione di S. Bonaventura che in questa terra
inanis et vacua ravvisa una fisica materia informis t munita, s,
d:una sua forma prima , ma ancora bisognosa di successive specificazioni formali: quelle per cui da semplice corpo sarebbe pas1
In tal cronologia gli esatti termini cosl suonano: In principio creavit Deus
caelum et terram. Terra autem erat inanis et vacua et tenebrae erant super faciem
f~~ssi et .sJ:?iritus Dei ferebatur super aquas. Dixitque Deus ~at lux ..Et facta. e~t
x. _Et v1d1t Deus quod esset bona et divisit lucem a tcnebns ... . S1 ha, qumd1,
c~nsistenza luministica totale gi in principio; cui solo nel dies quartus terr
dietr? _la luminosit solare, Dixit autem Deus: :fiant luminaria in firmamento coeli
~t dividant diem et noctem et sint in signa et tempora et dies et annos ut luceant
in firmamento coeli et illuminent terram. Fecitque Deus duo luminaria magna ... Et
factum

prinn
.ve_rs .
.es t . vespe.re et mane, dies quartus . Guardand o con attei:z1one
1
etu 9u1 riportati dal Genesi non si avr difficolt ad ammettere il fondato appiglio
che ci poteva costituire per i teorici del luminismo. Sulla cosa torner a riflett~re ~nche Cartesio, facendone parte integrante del piano che sarebbe dovuto sfocia~e in Le Trait du monde (mai in effetti potuto arrivare alla sua piena realiz
zazione). Gi negli accenni per ~he di qu~sto piano, egli ci fa nel suo Discours
, h od e assai chiara' anche
'
sur la met
in, lui l'idea di dimostrare che nel mondo tutto
proce?e dalla. luce. Sull'argomento, cfr. G. FEDERICI VESCOVINI, St:1di sulla prospettiva, medievale, G. Giappichelli Editore, Torino, 1964, Introduzione.
2
S. Th. I, Qu. LXVII, art. IV
:i Per un confronto tra il creazionismo totale postulato da S. Tommaso e
l'adesione. percepibile (o meno) in Dante, cfr. B. NARDI, Dante e la cultura. me_dioevale, Bari, Laterza, 2 11 ed. 1949. Particolare importanza, da questo punto d1 vista,
hanno i saggi Se la prima materia era da Dio intesa {p. 248) e Tutto il frutto
ricolto del girar di queste spese (p. 309). '
4 Assai felice la presentazione che di questa ~onaventuriana materia inform1s ci offre E. BETTONI, in s. Bonaventura, Brescia, .La Scuola Ed., 1945,
dove (a p. 94) del tutto esplicita l'interpretazione fisica data a questo presupposto bonaventuriano.

14 -

sata ad essere il tale o tal'altro corpo. Materia informis come


qualcosa di simile (ci precisa ancora E. Gilson sul filo d'un immaginismo particolarmente felice) la masse de chair encore indiff.renci~ qui ~onstitue l'embryon ; da vedere in quel suggestivo
clima di grandiosa attente universelle de Dieu cui chiaramente
allude lo stesso Bonaventura:
Materia in diversis suis partibus quamdam diversitatem imperfectam habebat, non ex diversis actibus completis, sed magis ex appetitibus ad
diversa 1

Che sul piano estetico tutto qui fili alla perfezione sarebbe ingiusto non ammetterlo; il campo, per, entro il quale ci stiamo
muovendo ha anche una sua logica strettamente metafisica; e da quest'angolo visuale l'apparente equidistanza di S. Bonaventura non tarda
a rivelare la vera meta verso la quale essa tende per una sua finale
giustificazione metodologica. In cosa, infatti, verr a precisarsi lo
specifico dinamismo da cui tale attente universelle sar soddisfatta? Si tratter di vero intervento divino esplicato nel pieno
respiro d'un creazionismo totale o si tratter d'un primo saggio di
esplosivit energetica praticamente controllata dalle leggi del luminismo grossatestiano? Ben riflettendoci non tarderemo ad optare per
questa seconda ipotesi verso la quale il Gilson ci spinge con chiarezza estrema, segnalandoci nelle premesse scientifiche oxfordiane il
vero sostegno della lux corporalis ~ in cui si concreta l'interpretazione da S. Bonaventura data al fiat lux . Solo, infatti, con
tali premesse (essenzialmente basate sul concetto della vis multiplicativa lucis ) diverr pienamente giustificabile il caposaldo metafisico che S. Bonaventura cos ci precisa:
Duplex est informatio materiae corporalis, quaedam generalis, quaedam
specialis; genernlis per formam communem omnibus corporalibus, et
haec est forma lucis; specialis vero per alias formas ... :i.

C' proprio molto spazio tra questa duplicit di formae da S.


Bonaventura sostenuta e il preciso' tracciato scientifico su cui poggiava
il luminismo grossatestiano? Tutt'altro!
1

In lib. II.ttm Sent. 12, 1, 3, concl. t. II, p. 300.


Secundum hanc igitur positionem ( quella cui S.

Bonaventura aderisce)
quod Scriptura per lucem illam, quam dicit prima esse factam, corporalem lucem
insinuant . In lib. Il.ttm Sent. 13, 1, 1, p. 313.
3 In lib. II.wn Sent., 13, divis. Textus, t. II, p. 31.
'.!

est~

-15-

Ancor pi chiaro ci diverr col passaggio immediatamente seguente. Stimolata, infatti, dal misterioso spunto biblico, la polemica
luministica trovava modo d'alimentarsi ulteriormente subito dopo,
approfondendo il presupposto su cui la prima conclusione si basava;
affrontando, cio, il problema dell'ubicazione da dare alla lux
entro l'ambito delle formae che dinamizzano la materia . Sar
vera realt di forma substantialis , come senza esitazione alcuna
aveva affermato il Grossatesta o, al contrario, sar semplice forma
accidentalis , come vuole S. Tommaso?
Il punto particolarmente adatto per ben cogliere l'esatta portata dello spazio polemico che si schiude di fronte a noi; e lo (non
sar male precisarlo sin d'ora) per un primo precisarsi di riflessi
che toccano la stessa sfera psicologica prima ancora che quella semplicemente logica. Accostiamoci ad esso prendendo prima atto della
meticolosit con cui S. Bonaventura fissa l'ambito raziocinativo in
cui collocare la sua posizione mediana:
Q~idam (, per l'esattezza, il punto di vista cui aderisce S. Tommaso)
enim dicere voluerunt, quod lux est accidens corpori luminoso, sicut sapientia sive scientia, quae est lux spiritualis, est accidens ipsi animae,
et sicut color est accidens corpori terminato, et sicut calar est accidens
corpori calido. Dixerunt enim, quod sic se habet corpus luminosum ad
lucem, sicut anima ad cognitionem, et sicut corpus terminatum ad colorem, et sicut corpus calidum ad calorem, quoniam per ipsam decoratur,
P~: ipsam sentitur et per ipsam operatur; et ideo, si dicatur forma nobihs, hoc non intelligitur quantum ad esse primum, sed quantum ad
esse secundum; sicut scientia et gratia nobilissimae formae ponuntur,
quamvis accidentia esse dicantur. Et sic pro magna parte rationes
evadunt 1

In senso diametralmente opposto suoner il punto di vista riportabile invece aila scuola oxfordiana:
est alia positio, quod lux est forma substantialis corporum, secundum. ~ius maiorem et minorem participationem corpora ha ben t verius
et d1gmus esse in genere entium. Unde nobilissimum corporum, sicut est
empyreum illud, est praecipue luminosum, infmum vero, sicut terra,
maxime est opacum, intermedia vero, secundum quod sunt magis et
minus nobiliora, participant plus et minus. Et quod omnia corpora naturam lucis participent, hoc satis de plano ostendunt, quia vix est corpus
1

In lib. II.um Sent., 13, t. II, p. 320.

16 --

opacum, quin per multam tensionem et politionem possit e.ffici luminosum, sicut pater, cum de cinere fit vitrum, et de terra carbunculus i.

In questo schermo polemico come si preciser il tentativo di


mediazione nuovamente praticato da S. Bonaventura?

es: ...

V,erum
qu~d lux, cum sit forma nobilissima inter corporalia, sicut
di~unt philosoph1 et Sancti, secundum cuius participationem maiorem et
mmorem s~nt corpora magis et minus entia, est substantialis forma. Verum est etrnm, quod cum lux sit per se sensibilis, sit etiam instrumentum operandi, sit etiam augmentabilis et minuibilis, salva forma substantiali, quod ipsa habet naturam formae accidentalis '.!.

Equidistanza perfetta, apparentemente. Non cos, per, andranno

le cose sul piano dei riscontri pratici, dove ben presto verremo a trovarci nuovamente in vera anticamera oxfordiana, come ci fa rilevare
il Gilson con un deciso Il n'y a pas de media via entre les deux
opinions 3
Il ragionamento, ovviamente, qui rischierebbe di vanificarsi nell'equivoco pi deteriore qualora fosse avulso dall'esatto contesto logico in cui il concetto di forma 1 viene a situarsi nei rispettivi
sistemi e dalle conseguenti, pressoch infinite, sfumature interpreta~
tive di cui esso era passibile. Fuor di dubbio , per, la possibilit
che qui pure si ha di stabilire un comune punto di riferimento nei
cui confronti veder poi automaticamente precisarsi gli atteggiamenti
1

In lib. II.um Se11t., 13, v. II, p. 320.

I bidcm, p. 321. Particolarmente significativa (nel giro delle precisazioni che


troviamo effetttrnte) quella cosl leggibile: non sentitur: (soggetto, naturalmente,
la luce) ratione suae essentiae, sed ratione fulgoris vel coloris cam inseparabiliter
concomitantis, maxime ubi est vehementia lucis .
3 L'expression dcs scoliastes (quella leggibile, esattamente, al termine della
Quaestio dedicata al problema di cui ci stiamo occupando) S. Bonav. pro
more suo viam mediam inter utramque opinionem aggreditur , n'cst pas tout fait
exacte, car, en acceptant la deuximc thse pour la lumire et la premire pour le
rayon 1umineux, Saint Bonaventure passe par-dessus l'objection fondamentale dc
Saint Thomas: Impossibile est ut id quod est forma substantialis in uno sit
forma accidentalis in alio . Si d'ailleurs tous Ics corps participent la meme forme
substantielle, la Iumire, il faut admettre la pluralit es formes. Il n'y a pas de
media via cntre les deux opinions .
-i Tale discorso sulla diversa interpretabilit del termine forma viene, naturalmente, ad acutizzarsi con il pensiero moderno, tanto da una parte portato ad
accentuare la centralit tematica detenuta da questo termine quanto a diversificarne
le possibili accezioni. Si pensi ad un Kant o, meglio ancora, alle varie forme
dello Spirito emerse in sede idealistica.
:2

17 -

pi diametralmente opposti; come, ad esempio, qui ci dato nuovamente riscontrare con un S. Tommaso per il quale la luce non
solo non forma substantialis universalmente concomitante la
materia, man stesso dove essa costituisce un nobilissimo fatto di presenza (nel sole, cio) si lascia agevolmente relegare a semplice ruolo
di qualitas activa appoggiata ad un'altra forma substantialis
del tutto autonoma ed indipendente: quella del sole, esattamente, rispetto alla quale la luce forma accidentalis nel senso pi esplicito della parola 1
La rassegna delle apparenti equidistanze potrebbe continuare
ancora; ad esempio, seguendo il propagarsi della luce lungo la quadripartizione (lux - lumen - radius - splender) che tanta incidenza
ha gi nello stesso Dante del Convivio 2 ; ma punto troppo connesso
con i presupposti gi visti per poter comportare vere differenziazioni
rispetto al gi detto. Pi utile ci sar fissare un'attenzione conclusiva sul problema non meno dibattuto e col quale dovremo per forza
incontrarci nell'esaminare il luminismo dantesco: l'entit celeste fungente da involucro al restante universo.
I termini della polemica questa volta cosl si lasciano riassumere:
semplice primo mobile fatto di luce come vorrebbe la tesi scientifica sostenuta dagli oxfordiani, o cristallino acqueo , come invece vorrebbe la tesi tomista qui pure ligia al biblico fiat frma~entum in medio aquarum, et dividat aquas ab aquis ? Ascoltiamo nuovamente S. Bonaventura:
aliqui (gli oxfordiani) sequentes viam rationis et mundanae philosophiae, dixerunt, quod supra firmamentum, quod est caelum sidereum,
nu.ll~e sunt aquae corporales, et Scriptura sacra intelligi debet de aquis
spmtualibus ... alii (posizione tomista) innitentes textui sacrae Scripturae,
secundum quod videtur sanare, dixerunt, quod aliquod caelum sursum
est, quod est aquae naturae, quod divina dispositio sursum posuit ad
refrigerandum ardorem aetheris ... est tertius modus dicendi (quello di
1

Cfr. testo qui riportato a p. 106.


H testo del Convivio cui qui subito dat? ~ensa.re quello leggibile al
Tr. III, XIV, 5-6: Dico che l'usanza de' filosofi e di ch1am~re <~luce lo lume,
in quanto esso nel suo fontale principio; di chiama.re r?gg1~ , m quanto per
mezzo, dal principio al primo corpo dove si termina; di cluamare splendore
m quanto esso in altra parte alluminata ripercosso.
'.!

!o

-18-

S. Bonaventura aderisce) quod supra frmamentum, sicut dicit Scriptura,


sunt aquae, guae tamen non habent naturam et speciem aquae elementi.
censentur tamen aquae nomine propter convenientiam in aliqua pro:
prietate 1.

Ancora una volta: c' molta differenza tra queste aquae


bonaventuriane che censentur aquae nomine propter convenientiam
in aliqua proprietate e le aquae spirituales di cui poco prima
ci ha parlato la scuola oxfordiana? Scorrendo le ulteriori delucidazioni che subito dopo ci vengono da S. Bonaventura offerte non lo si
direbbe davvero; donde il nuovo suffragio che per tal via viene ad
avere l'incidenza oxfordiana di cui ci stiamo occupando e con la
quale non pu non esser venuto a contatto un Dante che, oltre a
sorprenderci gi nel Convivio ~ con qualche omissione troppo scopertamente intenzionale, poi tutto intento nel Paradiso a delineare
i dettagli dai quali ogni traccia di spunti acquei sar completamente
assente 3
Con ci, beninteso, ci si guarda bene dallo sminuire il diretto
influsso esercitato su Dante in chiave luministica da S. Bonaventura,
del quale perfettamente valida resta l'intera incidenza solitamente
ammessa; e, prima ancora, ci si guarda dal ridurre a mero collezionatore d'insostenibili posizioni mediane un pensatore alla cui originalit rende fortemente omaggio, attraverso le pericolose conseguenze estreme tirate dal De Intelligentiis, proprio l'instabilit di
posizione subito avvertibile non appena usciti dal dosatissimo equilibrio che S. Bonaventura ha sempre cercato in tutte le maniere. Ci
di cui unicamente ci si preoccupa l'evitare che la lezione bonaventuriana continui ad ergersi, per nostro mancato approfondimento di
prospettive, quale argine negativo dolorosamente destinato a precludere un completo incontro col vero luminismo dantesco. Il S. Bo-

In lib. II.1m1 Sent., dist. XIV, Art. I, Quest. I, Conclusio, p. 337.

~Mi

riferisco sin d'ora alla specificazione acquea che vedremo soppressa


in un dettato dantesco totalmente ricalcante il precedente dettato tomista dove essa,
invece, era chiaramente leggibile. Per il confronto tra i due testi dr. quanto verr
detto a p.
3 Anche per questo dettaglio rimando a ci che verr pi ampiamente illustrato appresso.

-19-

naventura pi autentico (quello, per intenderci, del luminismo beatificante 1 , suggestivamente disteso tra lo splendore delle bianche
3
stole '.! e la refulgentia exstatica del Cristo glorioso ) rester
sempre, per di pi arricchendosi d'un merito forse a tutt'oggi scarsamente attribuitogli in critica dantesca: il merito, cio, d'aver allargato la lezione direttamente esercitata spingendo gi lui stesso le
attenzioni di Dante verso quella dimensione metafisico-scientifica
che questi, grazie ad un'eredit tomista altrettanto fervidamente
accettata, avrebbe poi saputo assorbire previa neutralizzazione delle
sue conseguenze estreme, come gi potutosi rilevare I.

Discorso del tutto identico quello che ora ci suggerir S. Tommaso, sul quale, dopo le chiamate in causa gi avvenute nelle pagine
precedenti, pochi rilievi potranno bastare.
Si , per caso, voluto far di lui un retrogrado esibendolo, rispetto al progressismo oxfordiano, in posizione ancora pi distanziata che non lo stesso S. Bonaventura? Tutt'altro! Se ne semplicemente voluto fare l'autorevole interprete di un'altra esigenza estetica non meno necessaria per la comprensione d'un respiro poetico
che svela la sua vera portata solo allorch si riusciti a sostituire l'in1

Per un completo raffronto della lezione bonaventuriana riflessasi in Dante

.sempre utilmente consultabile L. CICCHITTO, Postille bonaventuriano-dantesche,

I\.:ilano, .1.940. Sullo specifico tema del luminismo beatificante sono, ovviamente ..
ripens~b1h con estrema utilit tutti i dettagli da S. Bonaventura offertici a questo
proposito. n~ll' fo quartum librum sententiarum; sia nella parte I (Art. un.
De .beatztudme) che nella parte II (Sectio I: De gloria corporis in generali e
Sect10 II: De gloria corporis in speciali).
'.! Si ripensino, su questo tema, le felici annotazioni che
cosl frequentemente
S. Bon~ventu~a ci offr.e nei suoi Opuscula mystica: O anima, cogita, qualis tibi
tunc. ent gloria, cum mduta fueris illa stola nova et splendida, ornata omni lapide
pret10so, et est c.orpore glorificato, in quo tot fulgebunt gemmae pretiosissimae,
quod modo sunt virtutes in mente. Cfr. Seraphici Doctoris S. Bonaventurae Decem
Opuscula ad Theologiam mysticam spectantia. Ad claras aquas 1896, p. 157.
1

L'o~era ~eglio i~dicata. per questo motivo della rcfulgentia exstatica del
Cristo glorioso e Collatzones m Hexaemeron edita nel 1934 da F. DELORME. Soprattutto la visio IV ci ofire spunti particolarmente suggestivi quali: Prima ergo
consideratio caelestis Monarchae comparatur luci solari propter tria, scilicet propter
fulgorem puritatis praecipuae, propter fulgorem limpiditatis praeclarae, propter fulgorem inflammationis vivifcativae (p. 224 ).
1
Cfr. quanto gi documentato alla n. 3 di p. 7-8.

20

dole eclettica, tante volte in Dante ravvisatasi, con la cosciente sintesi


da lui praticata tra quanto di meglio era percepibile in chiave estetica
nei due mondi in contrasto 1
Qualche accenno in chiave di libert S. Tommaso ha gi saputo
offrircelo, oltre che con lo splendido come i piacque di Par. XXIX,
con quanto potutosi riscontrare agli inizi della polemica luministica;
laddove, cio, all'embrionale materia luce (cosl vicina alle istanze
emanatistiche di platonica origine) lo vedevamo opporre un libero
creazionismo divino gi estrinsecantesi in maniera integrale.
Se, dopo questa prima rivendicazione di libert da lui effettuata a
livello divino, noi potessimo seguirlo lungo l'intero discorso poi sviluppato in termini di libert, non stenteremmo a veder confermata
questa medesima linea, trasformantesi ad un certo punto da prerogativa di Dio in sacro retaggio dell'uomo, libero lui pure non gi
nell'evanescente misura consentita dall'indirizzo neoplatonico:!, ma
nel ben diverso clima emerso con S. Tommaso sia sul piano della
dignit individuale sia su completa prospettiva sociale. N gran ch
ci vorrebbe per vedere come tutto questo abbia potuto risolversi
per Dante in fonte di suggestioni estetiche altrettanto fertili di
quanto, su opposto registro, veniva per lui ad essere l'universo di
luce schiusogli innanzi dalle metodologie oxfordiane verso le quali
la lezione bonaventuriana lo spingeva.
Se a ci rinunciamo per non allontanarci troppo dal centrale
tracciato in cui ci stiamo muovendo, inevitabile, per, verr ad essere
il far leva sui suoi accalorati interventi polemici come spie d'una
presenza oxfordiana che, riconoscibile ancor oggi, tanto pi lo era
ai tempi di Dante.
1 Il tema del Dante <~sintesi platonico-aristotelica opera. in conti~t:itJ1 nel
sottosuolo di queste considerazioni. Ad esso 2rriviamo con particolare faciltt<~ lu~
1
go il binario delle scelte estetiche da Dante praticate, (indubbiamente pili dec_ise ~
lui che non le stesse scelte tematiche). Ben lontano, comunque, il. tempo rn cui
si poteva addirittura parlare di un Dante eclettico; come ad esem~10, c~u<lamente
affermat? da un G. Gentile giunto a relegar Dante nel mondo clt :h1 11~n. ha
grande mteresse ai profo11di motivi spirituali da cui nascono le lotte m religione
e filosofia .
:.'.Pi che indicativo (come discriminazione agevolmente ravvisabile tra i due
indirizzi filosofici su questo punto) gi il solo fatto dell'Intelletto Agente indivi
duale da S. Tommaso caldamente sostenuto contro l'opposta tesi della scuola agostiniano-bonaventuriana.

-21-

Ne vogliamo la prova? Baster ripercorrere i passi tomisti dei


quali, occupandoci di S. Bonaventura, abbiamo appreso solo in via
indiretta il contenuto. In essi, anche in atmosfera culturale ormai
lontanissima da quella in cui visse Dante, tutt'altro che difficile sar
individuare i pi autorevoli rappresentanti del pensiero oxfordiano
dietro gli a1ii ivi esibiti (pur in clima di pieno anonimato, come
voleva l'uso del tempo) sul banco degli accusati:

Alii... dixerunt, quod lux est forma substantialis Solis. Sed hoc etiam
apparet impossibile propter duo. Primo quidem quia nulla forma substantialis est per se sensibilis: quia quod quid est est obiectum intellectus ut dicitur in III de Anima lux autem est secundum se visibilis.
Secundo quia impossibile est ut id quod est forma substantialis in uno,
sit forma accidentalis in alio: quia formae substantiali per se convenit
constituere in specie: unde semper, et in omnibus adest ei. Lux autem
non est forma substantialis aeris: alioquin, ea recedente, corrumperetur.
Unde non potest esse forma substantialis Solis. Dicendum est ergo, quod
sicut calar est qualitas activa consequens formam substantialem ignis; ita
lux est qualitas activa consequens formam substantialem Solis, vel cuius1
cumque alterius corporis a se lucentis, si aliquod aliud tale est
Non solo i maestri oxfordiani saranno sempre presenti, in forma
ben riconoscibile, ma addirittura verranno fatti bersaglio di un calore
polemico che non esita perfino a tacciarli di ridicolo.
Si... lumen esset corpus, quando aer obtenebrescit per absentiam lumi-

n~ris, sequeretur quod corpus luminis corrumperetur, et quod materia

ems acciperet aliam formam; quod non apparet, nisi aliquis dicat, etiam
tenebras esse corpus. Nec etiam apparet, ex qua materia tantum corpus,
q~od re?let medium hemisphaerium quotidie generetur. Ridiculum est
etiam d1cere, quod ad solam absentiam Iuminaris tantum corpus corrumpat~r. Si quis etiam dicat, quod non corrumpitur, sed simul cum Sole acc~d1t.' et circumfertur, quid dici poterit de hoc quod ad interpositionem
2
alicums corporis circa candelam tota domus obscuratur ?

Di ci potremo ancor meglio prendere atto con il De I ntelligentiis, altro documento al cui proposito (nonostante gli accostamenti gi tante volte avutisi in pi che autorevoli settori dell'ese1

S. Th. I, qu. LXVII, art. III.


S. Th. I, qu. LXVII, art. II.

22 -

gesi dantesca 1 ), c' pure da faticare non poco per infrangere lo scetticismo tutt'ora esistente agli effetti della diretta conoscenza potutasene avere da parte di Dante.
Sull'argomento faranno luce in seguito vari elementi, tra i quali
lo stesso dettato poetico, destinato a rivelarci coincidenze troppo scoperte per non doversi parlare di precisi echi in Dante avvertibili.
Qui giover, invece, il rilevare riverberi incidenziali trasmessici da
S. Tommaso in termini che questa volta trasbordano completamente
il metodo dell'anonimato solitamente risoltosi in un generico alii .
Della precedente prassi polemica tomista rester ancora il calore, o,
per essere pi precisi, il tipico linguaggio da battaglia risoltosi in
chiara denuncia di nessuna autorit ( non.... auctoritatis alicuius ); del tutto esplicito, per, verr ad essere il riferimento:
Contrarium concedimus, quamvis Liber de intelligentiis non sit auctoritatis
alicuius, nec etiam verum sit quod omnis influxus sit ratione lucis, nisi
lux metophorice accipiatur pro omni actu ...2

Nei concreti sfondi polemici qui ricostruiti tutt'altro che ingiustificata verr ad apparirci, penso, l' incidenza di cui stiamo
parlando.
Estranei al discorso dantesco il Grossatesta e gli altri oxfordiani
potranno forse apparire a noi, lontanissimi da un clima nel quale la
schermaglia polemica soggiaceva ad identificabilit di bersagli facilitata dalle stesse ufficiali censure che con tanta frequenza a tali schermaglie so levano tener dietro sia di qua che di l della Manica;
estranei non apparivano affatto ad un Dante che (grazie, ripeto ancora, all'intimo nesso corrente tra i pi centrali canoni luministici e
la pi determinante tematica filosofica) se li vedeva comparire innanzi
continuamente anche soffermandosi sui manuali scolastici di pi inevitabile accesso; talch, se volessimo esprimerci per via di parad~~si,
dovremmo parlare di conoscenza con essi da Dante fatta non gia a
1 Mi limiter a ricordare gli accenni gi in tal senso fatti vari dece~ni. or
sono da B. NARDI (cfr., ad esempio, Intorno al tomismo di Dante e alla qmstron~
di Sigeri, Leo S. Olschki Editore, Firenze, Lungarno Acciaioli, 4, p. 8) e quelli
pi recenti effettuati da R. GUARDINI nel suo Landschaft der Ewigkeit, Kosel Verla~,
Mi.inchen, 1958 (cfr. p. 40) o da J. A. MAZZEO nel suo Structure and Thought m
the Paradiso, Comell University, Ithaca, New York, 1958.
2 Questiones quodlibetales VI, 11, 19.

23

seguito dei trenta mesi trascorsi m assiduo studio nelle scuole dei
religiosi, ma a seguito dei primi giorni appena.
....

;'(

;':

Un terzo elementQ su cm e dato far leva come riprova dell'incidenza oxfordiana da Dante avvertibile restringe ancor pi (come
gi precisato) l'ambito geografico doverosamente esplorabile. Dallo
schermo polemico parigino, in cui per lo pi ebbero a verificarsi le
dispute sin qui ricordate, c' da portarsi in zone sulle quali ogni possibile divergenza (rispetto all'avvenuto soggiorno di Dante e ai connessi contatti culturali) cessa nella maniera pi assoluta 1 : Firenze
e Bologna, ambedue analizzabili sia come centri di studio neoplatonicamente improntati sia come cenacoli francescani ovunque caratterizzati da ampie tracce dell'appoggio che l'Ordine aveva ricevuto in
Oxford da R. Grossatesta 2
Per quanto riguarda Firenze, il primo e principale aspetto
su cui fissare la nostra attenzione concerne, ovviamente, la Biblioteca di S. Croce ch' punto agevolmente verificabile grazie ai risultati ottenibili integrando le indicazioni dell'inventario-Mazzi 3 con
1

dati relativi all'accoglienza fatta in Inghilterra dal Grossatesta ai francescani c1 vengono trasmessi da T. EccLESTON (Fratris Thomae vulgo dicti de Eccleston Tractatus de adventu Fratrum Minorum in Angliam). Per quel che poi riguarda la ricca schiera di maestri francescani usciti dalla scuola del Grossatesta
n?n si stenta a ravvisare in essi il fior fiore dell'intellettualismo minorita: Adamo
d1 Marsh, Riccardo Rufo Tommaso di York Bartolomeo Anglico, Ruggero Bacone
cd altri.
'
'

:.? Molto a proposito qui interviene un ricordo delle prescrizioni piuttosto rigide che (a differenza di quanto praticato gi in questo campo dai Domenicani)
c~ntroll~vano gli sviluppi delle biblioteche francescane, visibilmente jmprontatc al
clima di austerit che regnava in tutta l'atmosfera dell'Ordine. Sull'argomento mi
sembra opportuno anticipare questi rilievi dal saggio di F. Mattesmi cui tra non
mol.to faremo abbondante ricorso. Per l'ordine domenicano noto che fino dal
capitolo della Provincia romana tenuto a Perugia nel 1261 i frati potevano, privata~en~e, ritenere danaro per l'acquisto di libri... Le Costituzioni provinciali dc:i frati
mmon ?ella Toscana promulgate subito dopo il 1316 mentre contemplano 11 caso
~el sacnsta .che senza licenza del superiore non poteva ven<l.ere o comprare nulla:
.Item. sta~mmus, quod nullus sacrista possit aliquod .n?tabile ver;de.re vel. emerc:
sme hcentta Guardiani" non chiarificano affatto la pos1z1one del b1bliotecar10 o d1
qualsiasi altro religioso ~he si interessi di acquistare o di .vendere. libri; si. pr~ibisce
soltanto il prestito e si ordina, qualora si effettui, di re~1~trar!o m apposito mventario "nullus Ii ber conventualis commodetur nisi de cons1lto directorum et tunc redigatur in scriptis in inventario".
:; C. MAZZI, L'inventario quattrocentistico della biblioteca di S. Croce i11 Firenze, in Rivista delle biblioteche e degli archivi, 8: 16-31, 99-113, 129-147, 1897.

24 -

glyi apporti recentemente offertici da F. Mattesini 1 e, pi ancora,


da Ch. T. Davis 2
Scorrendo l'inventario-Mazzi, registrante lo status di biblioteca esistente verso la met del sec. XV, non si tarda affatto a coaliere
l'impronta marcatamente oxfordiana che caratterizza l'intera biblioteca, centralmente strutturata in Firenze nell'esatta maniera in cui
avrebbe potuto esserlo in Oxford; come, anzitutto, attestatoci
dalla compatta presenza di tutti i maestri che oltre Manica avevano
pi cooperato al successo dello studium poi servito da rifornimento a tutti gli altri centri dell'Ordine.
Vediamone alcuni di questi maestri, senza lasciarci troppo impressionare dalla difficolt insita nel non trattarsi (per il Grossatesta)
degli specifici testi qui appresso leggibili o, nel caso degli altri maestri, d' opere prevalentemente impegnate su argomento luministico. Vale, infatti (qui assai pi che altrove), quanto abbiamo gi
detto circa l'assoluta centralit detenuta dal problema luministico
nell'intera tematica del tempo. Qui si ha, per di pi, a che fare proprio con la scuola che dalla luce faceva partire l'intero suo ragionamento filosofico. Per quanto poi riguarda il Grossatesta, il conte3
nuto luministico percepibile attraverso i suoi commenti aIIo pseudoDionigi non ha proprio nulla da invidiare ai trattatelli esplicitamente
impegnati su tal tema.
Ci premesso, accostiamoci agli autori maggiormente connessi
con il nostro assunto cominciando ovviamente dal Grossatesta soli' l'epiteto episcopale di lincolniensis . Di
tamente qualificato con
lui abbiamo:
1) Computus lincolniensis: invent. n. 109. (In decimo bancho ex
parte ecclesie).
1 F. MATTESINI, La biblioteca francescana di S. Croce e Fra Tebaldo della
Casa, in Studi Francescani, Anno 57, Luglio-Dicembre 1960, n. 3-4.
:! CH. T. DAvrs, lo studioso al quale si devono i contribut_i maggiort?ente d_ecisivi su questo argomento. Ai due saggi cui faremo tra poco ricorso aggmngo s111
d'ora il Dante and the Idea o/ Rome, Oxford, At the Clarendon Press, 1957.
:i A
volte tale fertilit metodoloo'ica Iuministicamente conformata potrebbe
apparire meno evidente nel Grossatesta~ traduttore dello pseudo-Dionigi. presso
il quale fortemente operante il puro rigore filologico; sl da trovarcisi assai spesso
di fronte ad espressioni assai meno esuberanti di quelle che in simili casi ci danno
altri traduttori. (Vedasi, ad esempio, il confronto fattibile attraverso il cap. III del
De coelesti hierarchia). Non cosl accade nel Grossatesta commentatore, portato
a riversarsi sugli originari spunti pseudo-aeropagitici con impegno luministico agevolmente riscontrabile.

-25-

2) Dyonisius, de ecclesiastica ierarchia, cum commento lincolniensi:

invent. n. 130.
3) Dyonisius aeropagita, de angelica ierarchia et De mistica theologia

cum commento lincolniensi: invent. n. 131.


4) Dyonisius, de divinis nominibus cum commento licolniensi (sic)

Dyonisius, de divinis nominibus: invent. n. 132-133. (43).

5) De mistica theologia 1 : invent. n. 141. Il Baldini glossa questo


manoscritto con le parole interprete anonymo, ut in Cod. II
huius plutei supra pag. 427 che corrisponde, precisamente, al
n. 131 qui sopra riportato.
6) Kalendarium linconiensis: invent. n. 593.
Con il caposcuola troviamo, uno dopo l'altro, tutti gli esponenti
pi significativi, spesso addirittura accompagnati da un gioco di vicinanze legato in Firenze al nesso logico tipicamente neoplatonico con
cui gi Oxford si giungeva a tali autori 2
Tra questi esponenti particolare importanza per noi rappresenteranno:
1) BARTHOLOMAEUS ANGLICUS , qui pure presente con l'abbon-

danza riscontrabile in tutta Italia

a) Liber de proprietatibus rerum. Invent. 598 (in XVI bancho


ex parte ecclesie).
b) Liber de proprietatibus rerum. Invent. 621 (in XVIII bancho
ex parte claustri).
c) De proprietatibus rerum. Invent. n. 6222 (ibidem).
1

il codice al .quale U. GAMBA si rif per il suo Il com11_1ento .di R. Grossatesta .al De mystzca theologia dello Pseudo-Dionigi Areopagita, Milano, Vita
e Pensiero, 1942.
2
~rte presenz~ arabe, ad es. (tra cui l'Algazel frequentement~ ricorrente nelle
opere d: Tomn;iaso di .York) 0 certe altre appartenenti alla Scuola d1 .Chartr~s (co~e,
ad es., il Guglielmo d1 Conches ricordato al n. 561 con un Dragmatzon phzlosophze)
soggiacciono, con ogni probabilit, proprio a questo criterio.
3 A parte la concreta documentabilit offribile sul piano dei codici, ci di ci
spia qualche volgarizzamento del suo pensiero avutosi anche in lin!?Da italiana,
quale quello che il notaio mantovano Messer di Vivaldo Belcazer fece m onore di
Guido Bonaccolsi.

26 -

2) GIOVANNI PECKAM:

a) Formula confessionis fratris iohannis de pecciano. Invent.


n. 444 (in tertio bancho ex parte claustri).
b) Scriptum ethicorum fratris iohannis de picchiano. Invent.
533 (in undecimo bancho ex parte claustri).
Nonch (sicuramente a lui attribuibile nonostante l'ancor
pi grave deformazione nominale):
c) Primus iohannis de parciano. Invent. 395 (in XXXIV bancho
ex parte ecclesie).
2

:
Scriptum methaphisica fratris thome de
eboraco. Invent. n. 552 (in XIII bancho ex parte ecclesie).

3) TOMMASO DI YoRK

Doverosamente commemorabile poi il nome che per noi riveste


speciale importanza agli effetti dell'indagine che appresso faremo
come ipotesi attribuzionale sul De intelligentiis: Adamo di Buckfield 3, riccamente rappresentato lui pure con un duplicato completo
di tutte le sue opere pi importanti, come avremo modo di vedere
appresso.
Sorpresa particolarmente gradita abbiamo al plut. XIII Dext.
Cod. XI dove, sotto il generico titolo Dionysi Aeropagitae opera,
Hugonis postilla in caelestem hierarchiam et Aristotelis quaedam)
ci imbattiamo in una dicitura cosl concepita: VI. pag. 92, Anonymi de Intelligentia Liber cum expositione. Inc. summa in hoc Capitulo nostrae intentionis est . Des. inter species quantitatis non
est enumerata .
, esattamente, il De Intelligentiis del quale ci stiamo qui occupando e, per di pi, proprio nel manoscritto-archetipo che tanto il
Bandini quanto il Baeumker 4 fanno risalire al sec. XIII.
1 Ce ne occuperemo ampiamente nelle derivazioni perspectivistiche che concludono questo volume.
2 A
Tommaso di York dato pensare come approfonditore d'un aspetto
che le pagine seguenti ci mostreranno assai centrale nella metafisica della luce:
la dimensione musicale, vista soprattutto come fatto cosmico.
3 Sin
d'ora rinvio a quanto (come diretta analisi di questo manoscrittoarchetipo) verr presto detto in sede di ipotesi attribuzionale per la paternit del
De I ntelligentiis.
1 II discorso (su queste indicazioni cronologiche del Baeumker) verr approfondito appresso in sede d'esame di manoscritti.

27 -

Un problema, ovviamente, subito si presenta alla cui soluzion~


difficilmente potrebbe bastare il puro fatto dell'intrinseca datab1hta
dei singoli codici (tutti, per lo pi, risalenti al sec. XIII) e ci per
la piena possibilit che essi siano giunti a Firenze dopo il soggiorno
di Pante. Tal problema, per, anche a prescindere dai preziosi schiarimenti che tra non molto ci verranno attraverso i contributi del
Mattesini e del Davis, tutt'altro che insolubile. Stante, infatti, la
marcatissima centralit strutturale oxfordiana individuabile nella biblioteca trasmessaci dall'inventario-Mazzi, non si cade davvero in
errore facendo risalire tale impronta sino ai primordi della biblioteca stessa. E in tal senso palesemente incoraggia sia il trattarsi di
testi significanti, per i francescani di tutto il mondo, u nautentico pntrimonio domestico 1 (quindi raggiungibile con particolare facilit
rispetto ad ogni altro fondo di biblioteca) sia il trattarsi di manuali
scolastici che gli stessi professori inviati ad insegnare da Oxford in
Firenze portavano con s 2 (Non si dimentichi tra l'altro che, come
fondi di biblioteca sicuramente addebitabili ai tempi posteriori, 3ci
sono varie altre zone totalizzanti numerose di codici assai cospicuo )
Se, di conseguenza, biblioteca c'era ai tempi di Dante (n di questo
potremo in alcun modo dubitare), essa non poteva gi non rispondere
all'impronta documentataci dall'inventario-Mazzi; quale equipaggiatissima piattaforma francescano-oxfordiana in tutto corrispondente,
come sua centrale fisionomia, a ci che, in senso diametralmente
opposto, stava a significare S. Maria Novella 1 totalmente struttu~ Particolarmente documentato, in tal senso, lo stesso studio del Mattesini <la
cui suamo attingendo.
2
Bastcreb?~, a questo proposito, scorrere il succoso Cronica Fratris Salimbene
de Adam Ordtms minorum (Monumenta Germaniae Historica Scriptorum, Tom.
~I~, I:Ian?ovcr et Lipsiac, MDCCCCV-MDCCCCXIII). Notizie concernenti percgrmaziom d1 Lectores muniti dei propri codici ricorrono in continuit.
3
~i:order, ad esempio, tutta la parte donata per testamento dal Niccoli al
sacratlss1mum portum (come lui stesso si esprime) di S. Croce.
1
A riprova cl: queste diversit di schieramento ci viene incontro un dat~ .<l,i
pretta ma~ca dantesca e per di pi strutturato in termini da attestarci un'os~ihta
estesa all'intero ordine domenicano. Mi riferisco al drastico decreto dcl capitolo
generale celebratosi proprio in S. Maria Novella nell'anno 1335: Item ut fratres
nostri ordinis theologiae studio plus intendant, in hac parte nostris costitutionibus
inherentes, prohibemus districte fratribus universis junioribus et antiquioribus quatenus poeticos libros sive Iibellos per illum qui Dante nominatur in vulgari compositos nec tenere vel in eis studere audeant. Contrarium facientes cum ad prelatos
eorum pervenerint, volumus libris praedictis cx vi presenti statuti privari. Mandantes prelatis cisdem quod si qui ordinationis huius inventi fuerint trasgressores,

28 -

rata, a .su~ volta, lungo. l'indirizzo aristotelico-tomista (a punto tale


da sen.tlr~1, non .s?lo spmt~ all'ostracismo pi completo per tutti i
maestn pm esplicitamente impegnati in senso oxfordiano, ma per lo
stesso S. Bonaventura, rappresentato in forma del tutto insignificante
se a verit risponde il quadro contemplabile nell'inventario illustratoci da St. Orlandi 1 ).
Su ci si aggiunga ora quanto il Mattesini si premurato di documentarci relativamente allo slancio con cui sin dal 1246 (data del1' acquisto del primo libro) subito ci si impegn per il rifornimento
d'uno studium chiaramente destinato, nelle prospettive dell'Ordine, a raggiungere posizione di primissimo piano ~. Molto, purtroppo, rimane ancora nell'oscurit sulla rigogliosa vita della S. Croce
primitiva; da ci che, per, siamo in grado di conoscere, del tutto
indubbio risulta il fatto dell'assoluto primato subito detenuto, tra i
problemi di sviluppo, dalla biblioteca, cui effettivamente si pens con
3
forte anticipo sulle preoccupazioni dirette in senso edilizio
Con tali premesse ci si porti al periodo che qui ci interessa per
il contatto che con S. Croce poteva avere un Dante ormai maturo alla
vita intellettuale. , esattamente, il momento in cui imponenza mondana (poggiante soprattutto sull'iniziativa di Matteo d'Acquasparta,
ministro generale deII'Ordine nel 1287 e Cardinale di S. Romana
sine mora priori provinciali studeant nuntiare . Contro tale atteggiamento viene,
invece, a situarsi un dato francescano (riferentesi a questo medesimo tempo) ua
smessoci da P. N. Papini nel suo elenco dei primi lectores in fiorentina Unlvc:i:
sitate : AccuRSIUS BoNFANTINI. .. Sacrae Theologie Doctor et Lcctor Regens in
Coenobio S. Crucis anno 1318, necnon humanioribus cxcultus litteris, edidit, teste
viro erudito Laurentio Mehus, in Vita B. Ambrosii Camaldulensis, Expositionem
Commcdiae Dantis Aligherii... Hunc puto primum delectum fuisse a Florentinis ad
explanandam diebus dominicis Sacram Commediam Dantis in Cathedrali . Cfr. (per
questo dato concernente l'ordine francescano) Miscellanea Francescana di Storia,
lettere cd arti edita dal Collegio Serafico Internazionale dei Frati Minori Conventuali, Roma, 1933, n. s., voi. XXXIII, p. 383. Per il dato, invece, concernente l'ordine domenicano cfr. Monumenta et antiquitates Romanae Provinciae O.P.I., Romae,
1864, p. 128 dove esso stato per la prima volta pubblicato da P. MASETTI.
1 ST. 0RLANDI O. P., La Biblioteca di S. Maria Novella in Firenze dal sec. XIV
al sec. XIX, Firenze, Ed. Il Rosario, 1952. Nell'inventario ivi leggibile l'unico testo
bonaventuriano ,registratoci il Sermo11es Bo11ave11ture per anni circulum, non certo
sufficiente a colmare la compatta assenza delle altre e ben pit1 importanti opere
bonaven turi.me.
2 La geografia scolastica francescana ricordataci dal Davidsohn colloca Firenze,
unitamente a Bologna, Tolosa e Colonia, al secondo posto subito dopo i tre
studia principalia di Parigi, Oxford e Cambridge.
3 Per Ja storia edilizia di S. Croce: P. S. MENCHERINI, Santa Croce di Firenze (memorie e documenti), Tip. Fiorenza, Firenze, 1929.

29 -

Chiesa nel 1288 1 ) e potere intellettuale (imperniato soprattutto


sulla presenza di Pier Giovanni Olivi 2 ) si danno cordialmente la
mano attorno ad una linea di studio di cui piuttosto facile definire
l'indirizzo. Stenteremo, con ci, a veder confermata gi su mera
chiave storica la fisionomia che ci preme fissare per la primitiva
atmosfera culturale da Dante respirabile in S. Croce?
Interviene a questo punto il prezioso contributo di Ch. J. Davis
del quale segnalo soprattutto due studi: The Early Collection of
Books of S. Croce in Florence 3 ed Education in Dante}s Florence 4
Dal suffragio storico qui passiamo a quello del paziente ricamo sui
singoli codici dal Davis analizzati con diligenza infinita onde coglierne, attraverso le annotazioni spesso fattevi dai rispettivi proprietari 5 ,
le possibili databilit di introitus .
Agli effetti nostri, purtroppo, un dato riesce particolarmente
nocivo: il senso gerarchico che caratterizzava queste annotazioni,
tanto facili ad intervenire l dove si trattava di importanti testi scritturistici o di auctores d'ormai secolare prestigio quanto, invece,
scarse l dove si trattava di puri fatti manualistici nel senso poco fa
ricordato proprio nei confronti dei maestri francescani pi frequentemente ritenuti patrimonio domestico. Ci, per, non impedisce allo
stesso Davis, mentre ci segnala le annotazioni che danno ormai per
avvenuto il pi massiccio introito di testi aristotelico-tomisti, di
riscontrare ancora una marcata impronta neo-platonica; e siamo, si
noti bene, gi nei primi decenni del sec. XIV, posteriormente cio
al soggiorno fiorentino di Dante.
Dopo quanto rilevato sull'atmosfera neoplatonica respirabile in
S. Croce da un Dante sulla cui stessa persona, tra l'altro, gravavano

~ due mansio?i qui rievocate per il D' Acquasparta si fasciano ravvisare gi


m. mumo nesso c?n il personaggio qui ricordato subito dopo: P. G. Olivi che proprio nel . passaggi~ del D'Acquasparta dalla prima alla seconda mansione vede
co~c:e!ars1 a~che il proprio passaggio dal clima di protezione (e quindi di tran
quilhta) al rmovato accendersi delle sue precedenti traversie.
2
in Firenze tra il 1287 e il 1289 unitamente all'Ubertino da Casale che
tanto gli assomiglia sia come linea ideologi~a che come traversie da lui pure subite.
3
CH. T. DAvrs, The Early collection of books of S. Croce in Florence in Procredings of the American Philosophical Society Vol. 107, N. 5, Ottobre, 1963.
1
Education in Dante's Florence in Speculum luglio 1965.
5
Ne ricorder, a puro titolo indicativo, una sola prelevata dal primo dei saggi
del Davis or ora indicati: Iste liber fuit Fratris Phylippi de Sancta Trinitate,
quod dedit armario Florentini Conventus .
1

30

ipoteche francescane 1 tendenti a rivelarsi sempre pi fondate, c10


che si rende doverosamente segnalabile per Bologna pu ben ridursi
a pura postilla passante attraverso la concorde indicazione fornitaci
da L. Olschki 2 e da C. Piana 3
Mi riferisco a Bartolomeo da Bologna, sicuramente vissuto in
questa citt lungo Pintero arco temporale da tener presente per il sogg.iorno quivi avuto da. Dante. (I documenti chiamabili in causa ci
attestano questa presenza di Bartolomeo da Bologna dall'anno 1282,
7 ottobre, all'anno 1294, 12 luglio). N si tratta di presenza in ruolo
di second'ordine, ma in posizione inevitabilmente avvertibile; in
qualit, cio, di rinomato professore nello studio qui pure tenuto
dai francescani e, pi ancora, in qualit di pi autorevole gerarchia
dell'Ordine in forza della sua nomina a Ministro Provinciale avvenuta nel 1285 e poi protrattasi sino al 1289.
Faremo qui pure leva, per un possibile contatto di Dante con
lui, sulle or ora ricordate ipoteche francescane ravvisabili nella stessa
persona di Dante? Le segnalazioni dell'Olschki e del Piana ci offrono
qualche altro argomento ancor pi confortevole dal punto di vista
filologico: le tracce di Bartolomeo da Bologna rilevabili nella struttura luministica del Convivio 4 e quelle non meno evidenti percepibili nella configurazione della candida rosa .
Ci premesso, non resterebbe, se lo spazio ce lo consentisse,
che aprire il Tractatus de luce in cui Bartolomeo da Bologna condensa il suo luminismo con un'apertura di respiro che dalle pure
premesse teoriche si porta alle ultime derivazioni mistiche. Tutto
questo accade (e con ci rientriamo sul nostro itinerario logico) con
un'incidenza grossatestiana che non solo fatto di spunti teorici
ininterrottamente assorbiti, ma esplicito richiamo alla autorit d'un
i Di queste "'<ipoteche francescane l'una, assai nota, si ricollega al dato t~asmes
soci dal Buti circa il noviziato francescano di Dante; l'altra, meno nota, c1 proviene invece da Fra' Mariano da Firenze: Dantes amissa omni spe reditus sui, Ravennam profcctus, ibidem sub principe Guidone Polentano amico suo, sub norma
quam S. Franciscus fratribus dedit de poenitentia vixit,. .. .
:.! L. OLSCHKI, Sacra dottrina e T heologia mystica, in Il Giornale Dantesco
n.s. VI (1933 ), p. 17.
:3 Si tratta delle sue attenzioni alle Questiones disputatae cui capiter di richiamarci pi volte.
4 Per un pi ampio ragguaglio su di lui rimando alla trattazione fattane in
Dante Europeo III, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1968, pp. 345, pp. 351.

31 -

Commentator

nel quale si lascia ravvisare esattamente R. Grossatesta, dal Maestro bolognese riverito all'interno d'un rispetto subito
dopo professato verso gli altri pensatori oxfordiani al Grossatesta
maggiormente uniti.
Un ultimo dettaglio vorrei ancora evidenziare a riprova della
qui asserita centralit grossatestiana: il suffragio che la cornice storica medievale viene in tal senso a stabilire attorno alla statura umana
di R. Grossatesta sia come energico animatore di studi, sia come indefesso riformatore ecclesiastico. Il primo dato, dopo le fruttuose
attenzioni ad esso dedicate da E. Franceschini 2, ormai di pubblico
dominio. Per renderci, invece, conto di ci che concretamente significasse il secondo aspetto, giover collocarsi di fronte ad uno dei
Papi che maggiormente hanno dominato l'orizzonte storico cui Dante
appoggia il suo sogno politico: Innocenzo IV (il Papa che ha trionfato su due imperatori l'uno pi terribile dell'altro: Federico II da
lui scomunicato al Concilio di Lione e Corrado IV, ridottosi, dopo
una tenace lotta, ad affidare al Papa, la tutela del proprio figlio Corradina). , tra l'altro, la scena in cui si ambientano le figure di Costanza da Dante immortalata fra i tre venti di Soave , del
Manfredi biondo .... e bello e di gentile aspetto nonch, su versante oltre-Manica, dell'inetto Arrigo ricordato nel Purg. VII e
dell' Inghilese folle commemorato nel Par. XIX.

Dell'argomento si gi occupato L. Olschki nel saggio gi rievocato in nota.


~Ricorder, tra gli altri contributi di E. FRANCESCHINI, R. Grossatesta, Vescovo
dt Lmcoln e le sue tradizioni latine in Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lette:c e? ~rti , XCIII, 1933; Intorno ad alcune opere di R. Grossatesta, Vescovo di
Lmcotn m Aevum , l\1ilano VIII, 1934, pp. 529 sgg.
.

32 -

LA METAFISICA DELLA LUCE


NEI SUOI CANONI ESSENZIALI

In materia notevolmente complessa qual' quella in cui ci stiamo


introducendo non sapr, spero, d'eccessivo rigore scolastico il ricorrere a schematizzazione ben precisa, anticipandone gi in apertura i
punti essenziali. Dieci per l'esattezza: sei facenti capo alla metodologia grossatestiana, quattro al pi che sospetto (ma, peraltro, coerentissimo) sconfinamento che l'autore del De Intelligentiis non a
caso proteggeva, come gi visto, col velo dell'anonimato.
I sei punti in cui si lascia raccogliere l'apporto metodologico di
R. Grossatesta sono i seguenti:
1) luce come essenza metafisica
2) luce come fatto dinamico

3) luce come impulso sferico


4) luce come gioco coloristico
5) luce come coronamento musicale
6) luce come imperiosit ritmica.

I quattro punti nei quali, invece, condensabile il nucleo estetico del De Intelligentiis (a cominciare proprio da quello su cui pi
si fonda la sospetta atmosfera di panteismo luministico) cosl si la-

33 -

sciano precisare alla luce del confronto dantesco

che ci funge da

meta:
1) luce divinizzata
2) luce spazializzata

3) luce principium motus et vitae


4) luce fonte di cognitio e causa di delectatio .

E. De Bruyne \ cui, credo, va riconosciuto il merito di aver n:eglio puntualizzato il significato estetico del luminismo grossatesuano, d il via alle sue considerazioni premurandosi, come prima
cosa, di mettere bene a fuoco le due eredit che in R. Grossatesta
vanno a confluire: la tradizione di Chartres 3 (vista soprattutto nei
suoi presupposti neoplatonici) e la tradizione araba 1 (vista soprattutto nella sua dimensione luministica).
Con tale patrimonio portiamoci nuovamente alle origini bibliche dalle quali, nell'occuparci di S. Bonaventura, abbiamo visto partire l'intero discorso luministico. Nel connubio tra lo specifico impegno che il Grossatesta attinge dalla sua indole di pensatore cristiano e la pienezza consentita da queste due eredit culturali cosa
verr ad essere il primo frutto della creazione divina?
1

Ad allargamento di quanto qui dichiarato circa la libert con cu~ pr~lev~amo dal De Intelligentiis i canoni maggiormente atti a lasciarsi ripensare m dtr~
zione dantesca, rinvio sin d'ora allo schema che appresso verr dato dell'intero sviluppo tematico cui tale trattato soggiace.
2

Mi riferisco (per la fondatezza di questo giudizio sulla felicit dei rilievi


fatti da . E. ~e Bruyne in merito all'estetica grossatestiana) a quanto leggibile nel
terzo. dei suoi Etudes d'esthtique mdivale, ed. cit., da p. 121 a p. 152. Di tal
contributo beneficeremo spesso in queste pagine.
:i Su di una possibile geografia strutturale della scuola di Chartres ho gi avuto
m?<lo di occuparmi nel mio Dante Europeo, vol. II (soprattutto a p. 218), raccogliendola dal s~o fondatore (Fulberto Vescovo) e primi maestri (Abbon du Flery e
Gerber~o d'Aur11lac, ~randi umanisti e matematici ambedue) agli esponenti PC:etic:
letterart (Bernardo d1 Chartres, Bernardo Silvestre e Alain de Lille) nonche agh
esponenti scientifici (Gilberto Porretano, Thierry de Chartres e Guglielmo di Conches). In cosl massiccio blocco culturale sar soprattutto ai tre esponenti scientifici
che occorrer far capo per individuare il punto d'aggancio del quale beneficer
R. Grossatesta.
1 Qui pure (oltre alla mera tradizione filosofica d'origine araba) converr tener
presente la notevole robustezza matematico-scientifica in essa riscontrabile, con particolare riguardo agli interessi fisico-ottici che cosl vivamente venivano coltivati in
seno a questa tradizione.

34 -

. Non_ sa~ certo la realt illustrataci da S. Tommaso in quel clima


d1 creaz10msmo totale sul quale ci siamo gi soffermati e nemmeno
(anche se qui siamo gi assai pi vicini) la pura materia informis
fisicamente concepita che soggiace ali' attesa universale descrittaci
da S. Bonaventura; ma un qualcosa di essenzialmente metafisico risultante dalla fusione di tre elementi:
1) la sacralit d'un indirizzo biblico (la terra inanis et vacua
gi contraddistinta di lux ).
2) l'autorit di un'indicazione :filosofica (la materia prima neopla tonicamen te concepita).
3) il fascino d'un suggerimento scientifico (l'esplosivit radiante della
luce fisicamente intesa).
Esimendoci dal sottolineare ancora il primo elemento, proviamo
ad occuparci del secondo ricorrendo a testo indubbiamente ideale
1
per noi che di esso beneficiamo, ma agevolmente sostituibile con
spunti analoghi al Grossatesta sicuramente noti. Si tratta d'un brano
di Porfirio ::! nel quale troviamo perfettamente resa l'evanescenza
d'una materia prima del tutto disponibile per l'innesto con una
lux in direzione radiante:

,f.'

vouc;, OU't'S 't'UX"I), ou

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X(X1.T S(XU't'O

&'JdEO, &\o':oc;, &m:Lpo, &v(Xoc;.


L o: ov, &' &1J~hvv ~ ov,
Etwov X(X. Cf>OCV't'XCJ(X oyxou O't'L

'
' oyxcp,
,,
'~'
't'O' 7tpC't'C
EV
't'O (X.OU'Jaov,

Materiae proprietates secundum antiquos hae sunt: quod sit incorporea;


diversa enim a corporibus est: quod
vitae expers; neque enim intellectus,
nec anima, nec aliquid per se vivens:
anima, nec aliquid per se vivens:
quod informis, variabilis, infinita,
impotens. Propterea neque ens,_ se~
non ens. Neque ita non ens, s1cut1
motus sed verum non ens. Simulachru:U et panthasma molle; quia
id est, quod primo subest moli: i.mpotens, et appetitio subsistenua:

1 Altro
riferimento d'obbligo , a questo proposito, Proda sul quale, tr~
l'altro, oggi piuttosto facile far luce (come gioco di dati ~ultura~mente operan~1
nel Medioevo) grazie agli acuti raffronti fissati dal Pera tra. ~li assc~t~ del De <;amrs
e il loro originario contenuto procliano. Cfr. C. PERA, edmone cnt1ca del L1bm~1~
'.2 Porphiri institutiones, p. XXXIV, leggibili in Platini Em1eades cum Marstlz
de causis expositio, Marietti, Torino, 1955.
Ficini interpretatione castigata a cura di FRID. CREUZER e GEORG. MosER, Parisiis,
Editoribus Firmin-Didot et Sociis, MDCCCXCVI.

35 -

consistens non in statu, semperque


contrarium in se ipso apparens: parvum et magnum, item minus et
maius deficiens et excedens: quod
semper fi.t, nec unquam permanet,
neque tamen effugere elabique po1
test: defectus omnis entis

<p' CY..U't'OU <pCY..V't'CY..~6EVO'J 1.xp'J,

xocl yoc xd -}j-.'t'ov, xcd iov


EL7tO'J x<Xl U7tEpXO'J

ad y~v6-

zvov xoct o zvov, oa' <X <psuyzw


auvcf.EVOV

Il terzo elemento (l'esplosivit radiante d'una lux fisicamente considerata) lo esemplificheremo con passi di Alkindi '.! visibilmente carichi di tonalit che la tradizione araba immetteva nella
cultura medievale per infinite vie e che al Grossatesta quindi erano
sicuramente note:
... omne quod habet actualem existentiam in mundo elementorum radios
emittit in omnem partem; qui totum replent suo modo 3
o con ancor pi accentuato tono di perentoriet:
Manifestum est quod res huius mundi sive sit substantia sive accidens
radios facit suo modo ad instar siderum ,, .
Sui risultati agevolmente intuibili dall'incontro tra il presupposto luministico d'origine biblica (la materia prima neoplatonicamente concepita) e l'esplosivit radiante qui esemplificataci da Alkindi s'applichi ora la specifica dimensione perspettivistica ereditabile da Alhazen 5 Il percorso logico di R. Grossatesta ci si schiude, in tal maniera, per intero.
1

Op. cit. p. XXXIV.


P~r :un pi~ v~sto incontro con l'opera di Alkindi meglio consultabile dal
punt? di v1~ta editoriale cfr. A. A. BJORNBO, S. VoGL., Alkindi, Tideus und Pseudo'.!

Euclzd, drei Optische Werke, Lipsia Teubner, 1912.


ff 3 Per il testo qui riportato dal De radiis di Alkindi rim:rndo alla trascrizione
0 ertacene (~i questo e di altri passi isolatamente presi) da G. FEDERICI VESCOVINI
nel suo Studz sulla prospettiva medievale, G. Giappichelli ed., Torino, 1964.
4
G. FEDERICI VESCOVINI, op. cit., p. 121.
5
Della fortuna goduta nel Medioevo da Alhazen fa fede, com' noto, lo stesso
Roman de la Rose
. .,

Alhacen, li mes Hucain,


Qui ne refu ne fos ne garz,
Cist fist le livre des Regarz:
De ce deit cil scicnce avcir
Qui veaut de l'arc en ciel saveir;
Car dc ce deit estre juigierres
Oers natureus e reregardierres.
Naturalmente pensando al Grossatesta, occorrer rivolgersi ad altro tipo di notoriet da Alhazen goduta (quella, cio, d'indole marcatamente scientifica); ma fuor
di dubbio che anche in Oxford il suo nome ha destato entusiasmi veramente sentiti.

36 -

Nel contesto qui delineatosi il primo dei ca.noni in cui ci parso


di poter riassumere l'apporto metodologico di R. Grossatesta non
stenta a chiarirci il suo vero significato:
Formam primam corporalem, quam quidam corporeitatem vocant, lucem
esse arbitrar. Lux enim per se in omnem partem se ipsam diffundit, ita
ut a puncto lucis sphaera lucis quamvis magna subito generetur, nisi obsistat umbrosum. Corporeitas vero est, quam de necessitate consequitur
extensio materiae secundum tres dimensiones, cum tamen utraque, corporeitas scilicet et materia, sit substantia in se ipsa simplex, omni carens
dimensione. Formam vero in se ipsa simplicem et dimensione carentem dimensionem in omnem partem inducete fuit impossibile, nisi seipsam multiplicando et in omnem partem subito se diffondendo et in
sui diffusione materiam extendendo, cum non possit ipsa forma materiam
derelinquere, quia non est separabilis, nec potest ipsa materia a forma evacuati. Atqui lucem esse proposui, cuius per se est haec operatio, scilicet
se ipsam multiplicare et in omnem partem subito diffundere. Quicquid
igitur hoc opus facit, aut est ipsa lux, aut est hoc opus faciens in quantum
participans ipsam lucem, guae hoc facit per se. Corporeitas ergo aut est
ipsa lux, aut est dictum opus faciens et in materiam dimensiones inducens,
in quantum participat ipsam lucem et agit per virtutem ipsius lucis. At
vero formam primam in materiam dimensiones inducete per virtutem formae consequentis ipsam est impossibile. Non est ergo lux forma conse
1
quens ipsam corporeitatem, sed est ipsa corporeitas

Vogliamo ben capire cos' la luce per il Grossatesta? Fissiamo


lo sguardo su quest'ultima espressione all'uopo evidenziata in
sivo. ci che, fondendosi a livello di forma con una materia
prima in tutto identica a quella poco fa descrittaci da Porfirio, crea
la corporei tas in s presa o, con altro termine, l' extensum .
Nell'atto, per, in cui ci definisce la lux in senso gen~ma
mente metafisico, il passo qui riportato ci spinge anche verso il secondo dei canoni che sopra c' parso di dover evidenziare: la luce
afferrata nel suo volto dinamico; nel suo esibirsi, cio, come origine
dello stesso movimento universale (alla luce effettivamente sempre

co:-

De motu corporali et luce, ed. cit., p. 92.

37 -

riportabile q~alunque sia lo specifi~o tipo di movimento cu1 nei singoli casi dato assistere).
Anche da questo punto di vista non potrebbe davvero essere
pi completa la casistica dal Grossatesta fissata al momento in cui
analizza il passaggio dalla fase strettamente metafisica (la lux-forma
prima corporeitatis ) alla susseguente fase dinamica (la lux-primum
motivum corporale ):
Dico enim quod forma prima corporalis est primum motivum corporale.
Illa autem est lux, quae cum se multiplicat et expandit absque hoc, quod
corpulentiam materiae secum moveat, eius pertransitio per diaphanum ft
subito et non est motus, sed mutatio. Quando vero est lux expandens
se in partes diversas, ista incorporatur materiae, si corpulentiam materiae
secum extendit, et ft rarefactio materiae vel augmentum. Quando vero
congregatur lux in se um corpulentia materiae, fi.t condensatio vel diminutio. Cum vero lux secundum unam viam se generat secum trahens
materiam, ft motus localis. Cum vero lux, aquae est intra materiam, mittatur foras et quod foris est, immittit intus, :ft alteratio. Et in hoc patet,
quod motio corporalis est vis multiplicativa lucis. Et hoc idem est appetitus corporalis et naturalis 1
Giungiamo con ci all'aspetto sul quale lo stesso E. De Bruyne
pi concentra la sua attenzione invitandoci a contemplare l'universo
d:scritto dal Grossatesta nel suggestivo volto di immense enchevetr~ment de sphres et de cones, de lignes et de plans, de courbes
et d angles 2
1

De luce seu de inchoatione formarum, ed cit., p. 51.


,Val la pena di ripercorrerselo tale testo, di E. De Bruyne, particolarmente
espressivo da questo punto di vista: En ce qui concerne les figures, rappelonsnous qu' l'exemple de la sphre universellc forme par la diffusion de la lumire,
~ous les volumes sont conus (dal Grossatesta evidentemente) comme des champs de
clirces .. La proprit fondamentale de la corporit est de s'tendre dans les trois
mension~,de l'espace. Or, le principe de cette extension ne peut tre que Ja force
de la lumiere ou une autre nergie qui participe de son pouvoir. Les volumes naissent clone
l'expansion d'une nergie fondamentale qui vainc diversement l'inertie
de la matiere, se diffusant plus facilement un endroit, se ramassant davantage
un autre. Si la farce lumineuse suit des lois mcaniques simples, il va de soi que
tous les volumes se rduisent des structures gomtriques lmentaires. Sur la
~onfiguration des volumes influent, d'autre part, les forces cosmiques qui agissent
a travers l'atmosphre. Le rayonnement de la matire produit, en effet, les sphres
celestes et par leur intermdiaire, les formes terrestres qui, leur tour, ragissent
les unes sur les autres. Toute action exprime l'nergie totale ou partielle de l'agent.
Lorsque l'agent n'engage qu'une partie de la farce, son mouvement s'exprime par
2

.?e

38 -

Luce come propagarsi sferico, anzitutto. l'autentico leitmotiv dell'intero De Luce che su di esso (all'interno del primo testo riportato) ci ha gi regalato un prezioso dettaglio agevolmente
impegnabile in senso dantesco come fondamento dei rapporti che
tante volte vedremo da Dante evidenziati tra centrale punto luminoso e sfera attorno ad esso generatasi:
Lux enim per se in omnem partem se ipsam diffundit, ita ut a puncto lu1
cis sphaera lucis quamvis magna subito generetur, nisi obsistat umbrosum

ma spunto altrettanto ritornante nei seguenti trattati dove esso


viene sottoposto ad approfondimenti sempre pi ricchi:
Omne enim agens multiplicat suam virtutem sphaerice, quoniam undique,
et in omnes diametros: sursum deorsum, ante retro, dextrorsum sinistrorsum. Quod patet per hoc, quod qua ratione ab agente posito loco
centri contingit protrahere lineam in unam partem et in omnem secun
. 2
dum omnes differentias positionis: quapropter oportet, quo d sphaence

e soprattutto tema destinato a schiuderci prospettive di suggestion~


immensa, come ad esempio constatabile con le grandiose c~scate ~t
luce cui ben si lascia accostare il formarsi delle sfere celesti descrittoci dal Grossatesta in base al principio della luce che incessa~te~
mente si raref e poi si condensa in sfere minori per tornare quindi
a rarefarsi subito dopo:
h am secun.
I
I
Stcut autem umen genitum a corpore primo comp ev1t sp aer,
dam et intra secundam sphaeram molem densiorem reliquit, sic lumen genitum ex sphaera secunda sphaeram tertiam perfcit et infra ipsam sphae-d

Atque a
ram terttam
molem adhuc densiorem congregauone
rei1quit.
donec complerentur
.
. .
. d'
h une ord mem processlt 1psa congregat10 1sgregans,
. f
novem sphaerae caelests et congregaretur inter sphaeram nonam in mam
d

,
' d'
'flchies perpendicu.
'
, ,
d es I1gnes ro1tes ou courbes directes ou bnsees, e est-a- tre re
laires ou obliques. Lorsque l:aoent agit de toutes ses nergies, le. mouvement sexprime par une sphre d'action 'I:> s'il ne vise pas un point particuher
un

- eouLpa~
rmzvers
eone ou une pyramide s'il concentra sa force totale sur un pomt umqu
d
'
d onc comme
'
..
de she'res et de ,cones.
se presente
un 1mmense enc hcvetrement
l
dPS
lignes et de plans, de cottrbes et d' angles, qui en dernire ,a?alyse resu trt u
rayonnement incessant de la lumire, diversifi d'aprs les reststences de a matire (Op. cit., Vol. III, p. 143).
1 Dettaglio interno dal passo del De luce citato da ultimo.

~De lineis angulis et figuris seu de fractionibus et refiexionibus radiorum,

ed. cit., p. 64.

39 -

moles densata, quae esset quattuor elcmentorum materia. Sphaera autem


infima, quae est sphaera lunae, ex se etiam lumen gignens, lumine suo et
molem infra se contentam congregavit et congregando partes eius extimas
subtiliavit et disgregavit 1

Nient'affatto minore sar la compiacenza con cui il Grossatesta


da questo primo trionfo geometrico sfericamente concretatosi passa
a ragguagliarci su aspetti affini traducentisi, ad un certo punto, in un
autentico cubismo energetico 2 gi denso di tonalit del tutto in linea
con esperienze artistiche a noi vicinissime. Materialmente presa,
l'espressione cubismo energetico ancora del De Bruyne; ma il
contenuto ad essa rispondente grossatestiano nel senso pi genuino,
fin a livello di conferme lessicali d'evidenza estrema:
Si enim lux multiplicatione sui infinita extendit materiam in dimensionem
bicubitam, eadem infinita multiplicatione duplicata extendit eam in din:ensionem tetracubitam, et eadem subduplicata extendit eam in dimensionem monocubitam; et sic secundum ceteras proportiones numerales et
non numerales 3

Tale sbizzarrimento geometrico dal Grossatesta ripercorso lungo


tu~te .~e possibili componenti di forza (si ricordi l'accentuazione con
cui gia sopra ci ha scandito il sursum deorsum, ante retro, dextrorsu~. sinistrorsum ) avr ancora qualche immagine da offrirci?
(Diciamo immagine , perch a questo punto impossibile sarebbe
non cogliere l'automatico riverbero artistico). la piramide i o me1

De luce seu de inchoatio11e formarum, ed. cit., p. 51.

: Cosl, ancora, E. De Bruyne nel preparare la felice espressione che qui da lui

pre1eviamo: . alors que tous les autres auteurs se bornent la "composition"


ou se contentent d'affirmer simultanment la "proportion" et la "couleur", Grossa~ste est le seul raliser d'une certaine manire l'unification de ces deux concepts.
ien ~lus, au lieu de se contenter de dcrire la "composition colore" telle qu'elle
a~parau. au regard, il s'efforce de la rduire scientifiquement un cubisme lmentaire qm en dernire analyse n'est pas d'ordre spatial mais nergtique . (Op. cit,
vol. III, p. 148-149).
3

De luce seu de inchoatione formarum, ed. cit., p. 53.


1:utt'altro che inopportuno mi sembra qui il richiamare sin d'ora l'attenzione
sm .fervidi rjfless! che questa specifica eredit immaginistica grossatestiana . (!a pirarmde, precisamente) determiner in Bartolomeo da Bologna, come deducibile da
P.assi di questo genere: Immaginemur etiam pyramidem i~tam intus concav~m ~e
s~ ess~t una pyramis cristallina splendidissima in modm:i u?ms camerae pyram1.d~hs,
siv:e 1ll ~odum unius papillionis imperialis et pyramidalis, recta arte ~c. divma,
cums lat1tudo in inferiori parte tanta esset ut totam spheram firmamenti cum om
1

40 -

glia, come subito vedremo, ad ennesima conferma dello sbizzarrimento di cui ci occupiamo, le infinitae pyramides :
Alia autem figura exigitur ad actionem naturalem, scilicet pyramidalis:
quoniam si virtus veniat ab una parte agentis et terminetur ad aliam pattern
patientis et sic de omnibus, ita quod semper veniat vittus ab una parte
agentis ad unam solam pattern patientis, numquam erit fottis actio sive
bona. Sed completa est actio, quando ab omnibus punctis agentis sive a
tota superficie eius veniet virtus agentis ad quemlibet punctum patientis.
Hoc autem est impossibile, nisi sub figura pyramidali, quoniam virtutes
venientes a singulis partibus agentis concurrunt in cono pyramidis et congtegantur et ideo omnes fortiter possunt agere in partem patientis concurrentem. Possunt ergo infnitae pytamides exire ab una superficie a.gentis,
quarum omnium una est basis, scilicet superfcies agentis, et coni sunt tot,
quot sunt pyramides, et cadunt in diversa puncta medii seu patientis undique; et ad unam pattern possunt infnitae exire, quarum una est brevior
et alia Iongior 1

A questo punto non c' che da esplicitare il titolo del trattatello cui quest'ultima citazione risale: De lineis angulis et figuris seu
de fractionibus et reflexionibus radiorum 2 Il compiaciuto gusto geometrico non potrebbe rivelarcisi con maggiore evidenza.

Dal mondo della dinamica e della geometria passiamo, col quarto


canone sopra anticipato, al regno delle suggestioni coloristiche, cui
il Grossatesta ci si rivela sensibile sino, addirittura, a finezza d'annotazioni liriche che non possono non sorprenderci in un pensatore
cosl rigidamente metafisico.
Idea matrice sat ancora una volta la definizione che gi in partenza ci viene fornita in immediato nesso con quella lux che
sempre funger da soggetto principale dell'intero discorso. Colore,
nibus, quae infra fumamentum continentur, capere se faciliter posset; et imm~gi
nemur basim eius esse superficicm circularem quasi inferiore longitudinis et latitu
dinis et esse supra convexum coeli cristallini et altitudincm eius erigi usque ad
summum coeli empirei, et immaginemur pyramidem istam lucidissimam ... . Il passo
preso dalle Quaestiones disputatae in una trascrizione gentilmente messami a disposizione da C. Piana.
1 De lineis, angulis et figuris seu de fractio11ibus et refiexionibus radiomm,
ed. cit., p. 64.
2 L'intero trattatello leggibile in ed. cit., da p. 59 a p. 65.

41 -

vale a dire, lux incorporata perspicuo o anche lumen admixtum


cum diaphano ; dove assai facile scorgere l'automatico protendersi di quello che abbiamo or ora definito soggetto principale. Solo,
infatti, che si esca dalla sfera dell'invisibile, la lux-forma prima
corporeitatis non tarda a precisarsi in veste coloristica all'interno
della ripartizione che il Grossatesta ci precisa subito dopo:
Lux autem quadri/arie partitur: quia aut est lux clara vel obscura, pauca
vel multa 1

Ancor pi feconda ci apparir, a questo proposito, la lezione


grossatestiana se dal De colore ci si porta simultaneamente ai vari
2
spunti su tal tema reperibili nel De iride seu de iride et speculo
al quale dovremo appresso far ricorso come embrionale nucleo di
tematica perspettivistica. La quadruplicit gi posta dal De colore
alla base del nuovo discorso che ci viene offerto condurr a dettagli
ancora esteticamente pi fertili:
Cum autem color sit lumen admixtum cum diaphano, diaphanum vero
diversifcetur secundum puritatem et impuritatem, lumen autem quadrifarie dividatur, secundum claritatem scilicet et obscuritatem et nmc secundum multitudinem et paucitatem, et secundum harum sex differentiarum connumerationes sint omnium colorum generationes et divertitates,
varietas coloris in diversis partibus unius et eiusdem iridis maxime eccidit
propter multitudinem et paucitatem radiorum solis. Ubi enim est maior
ra?iorum multiplicatio, apparet color magis clarus et luminosus; ub~ v~ro
mmor est radiorum multiplicatio, apparet color magis attinens hyazmtmo
et obscuro 3

. . Il termine di confronto cui qui stato fatto ricorso come possibile esemplificazione coloristica (l'iride) particolarmente fecondo.
Suo tramite non ci sar affatto difficile pervenire col Grossatesta
prima alla ricca catalogazione sfociante nei sedecim colores :
Erunt ergo in universo colores sedecim: duo scilicet extremi et hinc inde
septem extremis annexi hinc per intensionem ascendentes illinc per remissionem descendentes ac in medio in idem consurrentes 1
1

De colore, ed. cit., p. 78.

il trattato che appresso riporteremo come legame con le derivazioni

-;pectivistiche .
:i De iride, seu de iride et speculo, ed. cit., p. 77.
1
De colore, ed. cit., p. 79.

42 -

per-

e poi ( vision presa delle innumeri sfumature percepibili nell'interno


dei singoli colori) al totale rifiuto d'ogni argine numerico, decisamente infranto dalla nota d'infinit che finisce per contraddistinguere
la gamma coloristica sulla quale il Grossatesta ci invita a riflettere:
In quolibet autem colorum mediorum gradus intensionis et remissionis
sunt infiniti. l!nde qui per numerationem et combinationem eorum, quae
intenduntur et remittuntur, multitudinis scilicet et claritatis luminis et
etiam puritatis perspicui et oppositorum his, fiunt colores novero, per
1
numerationem graduum intensionis et remissionis erunt infiniti

* *

~:

Nel giro degli ulteriori arricchimenti al Grossatesta consentiti


dalla duttilit della sua iniziale premessa metafisica vengono ora a
profilarcisi due altri canoni alla cui simultanea assunzione (insieme
all'elemento-poesia) ci porta lo stesso De luce come suo coerente
sviluppo 2 : la luce-suono e la luce-danza.
Essenziale, per il primo di questi due canoni, il ruolo esercitato dall'aria. Di ci veniamo avvertiti non solo dall'esplicita definizione che nell'opera In analytica posteriora ci prospetta il suono come
luce incorporata nell'aria pi sottile 3, ma, in pari tempo e con egua~e
precisione tecnica, anche dal gioco dei richiami ovunque ritornanti;
come ci accadrebbe di riscontrare senza ombra di dubbio allargando
la motio sonativa secundum extensionem et contractionem in partibus minu tis , di cui ci parla il De generatione sonorum, con lo
spunto chiarificatore che di esso ci viene offerto nel poco fa ricordato
In anatytica posteriora:
Hic motus itaque extensionis et constrictionis in eodem secundum ~i~e~sos
diametros, cum pervenerit ad naturam luminis incorporati in subtthssimo
aere quod est sonativum, sonatio est 4
1

Ibidem, op. cit., p. 79.

.
la conclusione che (per quanto riguarda il secondo di questi cano.nt) dal
De luce vediamo tirata proprio al termine dei suoi passaggi. His aut~m mamfestum
est, quod solac quinque proportiones repertae in bis quattuor numens unum, . duo,
tria, quattuor aptantur compositioni et concordiae stabilient! omn~ . composttur;i.
Quapropter istae solae quinque proportiones concordes sunt m mus1c1s modulationibus gesticulationibus et rythmicis temporibus .
:i La specificazione concernente questo dettaglio (I' aria pi sottile ) .I~ ~ro
viamo in ambedue i testi qui sopra leggibili: .. .luminis incorporati in subttltssimo
aere . .. .luminosum quod est in aere subtilissimo .
1 In analytica posteriore, ed. veneta, 1954, fol. 33va.

43 -

Motio sonativa (o pi semplicemente suono) il riverbero


delle vibrazioni che pervengono ad naturam luminis incorporati in
subtilissimo aere ; cosl come, su opposto registro, la sonatio rediens (o pi semplicemente il fenomeno dell'eco) viene ad essere
la vehemens percussio pervemens usque ad luminosum, quod est
m aere subtilissimo 1
Essenziale, invece, nella seconda identit (la luce-danza) il
gioioso esibirsi del corpo umano come suggestivo dispiegarsi di quella
lux ch' pure alla base di esso; dispiegarsi articolato secondo
l'insieme di leggi che abbiamo gi visto emanare dall'iniziale premessa
metafisica. Danza, quindi, come poetico susseguirsi di composizioni
sferiche (si pensi gi qui alle ghirlande di cui tanto si compiace
Dante); come armonico proiettarsi di queste composizioni sugli sfondi
determinati dalla ricchissima gamma in cui ci si poco fa precisata
la lux color e, pi ancora, come splendore di proportio che
viene a brillare nelle nostre membra al momento in cui esse si abbandonano al fascino delle gesticulationes di cui parla il De luce
o delle exsaltationes et omnes flexus corporis , sulle quali, in per2
fetta sintonia con il Grossatesta, fissa il suo sguardo R. Bacone
,,

In merito all' evidenza mu.sicale- cui, proprio per la sua intrinseca essenza di luce, pu felicemente soggiacere il nostro corpo, il
linguaggio del Grossatesta non potrebbe essere pi esplicito:
Sapiens igitur est qui corporis humani signati novit debitam proportionem
et quibus proportionibus funt elementorum et humidarum partium principalium spirituum et animae cum corpore concordiae et easdem proportiones in numeris sonantibus effectas ut progressores et occursores animae
illaba.ntur et ex in commensuratione omnia redeunt ad propriam commensurat1onem; qui novit etiam qualiter spiritus dilatentur in gaudio, qualiter
in tristitia contrahantur, qualiter circumferantur in ira, qualiter in animosis super seipsos innudando sesc impellunt et excitant, qualiter in
timidis sese fugiant, qualiter in mitibus sese quadam tranquillitate sedeant
1
Partes enim aeris intumescentes et collidentes se ad obstaculum necessario
via reversa intumescunt. Haec inquam vehemens percussio perveniens usque ad
luminosum, quod est in aere subtilissimo, est sonatio rediens et haec est echo .
(In analytica posteriora, ibidem).
:2 Praeter vero (cos R. Bacone) has partes musicae quae sunt circa so;ium,
sunt aliae quae sunt circa visibile, quod est: gestus, qui comprehendit exsaltat1ones
et omnes flexus corporis .

44 -

et proportionando sonos in mus1c1s instrumentis, qui sciat educere, facile poterit, in quos voluerit affectus animi permature 1

Siamo, com' dato constatare, nel campo della trasparenza totale,


perfettamente in linea (mi si consenta d'anticipare) con i corpi-luce
che tra non molto Dante verr a ricordnrci con Purg. XXV :!
~:

;': *

Venendo ora a completare la formulazione grossatestiana con i


pm decisi asserti del De Intelligentiis (essi pure gi evidenziati in
apertura di capitolo) difficile sarebbe non avvertire la complessit
di problemi da tal passaggio comportati; a cominciare dalla stessa
necessit di giustificare l'apparente arbitrio qui compiuto ubicando
senza mezzi termini nella scia grossatestiana il nucleo tematico d'un
cos sospetto opuscolo; problemi, peraltro, di cos grossa mole (si
pensi, ad esempio, a quello d'indole attribuzionale del quale do
vremo a lungo occuparci nelle pagine seguenti) da consigliare essi
stessi un rinvio agli specifici momenti in cui sar possibile occuparcene in maniera alquanto pi completa. Qui basti il prendere atto
d'una continuit tematica che s'impone automaticamente, anche se
lungo i dettami d'una coerenza che , al tempo stesso, spericolatezza
suprema e quindi sicuramente non consentita all'ufficialit sacra del
vescovo di Lincoln.
Di reale coerenza , anzitutto, doveroso parlare con il primo dei
tre punti cui stato ridotto il pi originale nucleo tematico del
De Intelligentiis: la luce divinizzata; e a darcene ragione sar proprio
l'ostile atteggiamento sempre assunto, con altrettanta coerenza, da
S. Tommaso. Quale ne era stata la causa ispiratrice? L'intuto peri
colo d'un argine trascendentistico fatalmente destinato a cadare; di
qui il precauzionale atteggiamento da S. Tommaso trasmessoci proprio nell'occuparsi d'un De Intelligentiis previamente tncciato di
nessuna autorit 3 Niente di sttano che in clima di entusiasmo
luministico sempre crescente qualcuno (ricorrendo alla comoda coper

Il passo verr riportato, con adeguato commento, a p. 65.


Il passo verr riport~Ho cd adl'guatamcnte commentato nel capitolo seguente
a p. 106-107.
3 Il testo verr riportato a p. 106.
'.!

45 -

tura dell'anonimato 1 ) abbia effettivamente voluto far cadere tale argine gi di sua natura assai debole. .
Sul modo come ci si sia potuto verificare proprio lungo i dettami d'una tradizione grossatestiana fondamentalmente rispettata non
si stenta ad aver luce, riandando con E. Bettoni :! alcuni testi documentanti gli ardui sconfinamenti analogici praticati dallo stesso
Grossatesta; soprattutto a proposito del mistero dell SS.ma Trinit,
da lui dato per naturalmente dimostrabile proprio su esemplificazione attinta dagli aspetti d'una lux metafisicamente 3 concepita:
Cum sit una, est tamen lux lucens et splendor refulgens et calar calefaciens et in hoc herit inter res corporales manifestissimam similitudinem
unius et individue trinitatis, et inducit evidentissime intelligencia in in-

dividue trinitatis apprehensionem

o altrove in forma maggiormente riassuntiva:


Inter .... res corporeas manifestissimum Trinitati exemplum est ignis sive
lux ... 5

Qui pure testo gi riportato a p. 117.


Il contributo di E. BETTONI al quale qui attingo (Storia della filosofia me~ievale) , ufficialmente, ancora a livello di pro manuscripto ; d'altra parte i dati
m ~sso contenuti (oltre che, naturalmente, l'esplicito consenso dell'autore) ne suggerrscono in maniera pi che esplicita l'uso.
.
. :; In tali esemplificazioni troviamo ampiamente impegnato il quarto e il quinto
capitolo della settima parte dell'Exaemeron edito dal Muckle; dove il Grossatest.a
(dopo aver detto nel precedente capitolo che Dio non sarebbe Dio se non suss1st.esse in tre Persone) enumera gli escempla ... summae Trinitatis quae solent afferri .
S1 prenda atto, ad allargamento dei passi qui leggibili nel testo, di queste altre
espressioni: Quod autem Deus est in personis tribus inde sequitur quod Deus
~st lux non corporea, sed incorporea, immo magis, neque corporea est neque
I~c~rporea, sud supra utramque. Omnis autem lux hoc habet naturaliter et essenttaliter, .quod de se gignit suum splendorem. Lux autem gignens et splendor genitus
n~ce.ssario, sese amplectuntur mutuo et spirant de se mutuum fervorem ... . Oppure
s1 rifletta su questo altro passo: Cum enim lucis essencia una luceat et fulgeat et
calefaciat, necesse est hanc unitatem essencie triplicatam secundum virtutes et actus
reducere ad principium primum quod sit in ultimitate simplicis essencie exprimens
de se suam similitudinem ita quod qui exprimit et qui exprimitur sive qui gignit
et qui gignitur in se mutuum reflectunt amorem quemadmodum lux de se exprimit
vel gignit splendorem et in se mutuum reflectit calorem; quicquid enim in causato
reperitur, univoce vel excellentius oportet esse in causa et hoc est ultimitas rnagnitudinis; una videlicet essencia impartita singulorum et trium, non maior in tribus
quam in duobus vel in duobus vel in singulo, sed quanta in uno, tanta in duobus
et tanta in tribus et e converso.
' 1 Op. cit., p. 285.
:; Ibidem, p. 284.
2

46 -

Dal Dio come luce al Dio-luce ci sar molta distanza? No


davvero! E nemmeno molta distanza verr ad esserci tra l'estremistico
Unumquodque quantum habet de luce, tantum retinet esse divini
scandito senza mezzi termini dal De Intelligentiis e l'embrionale emanatismo 1 luministico dal Grossatesta fondamentalmente accettato an'
che se poi recuperato su piattaforma analogica:
Natura ... luminis est, non (solum) se profondere super sibi proximiora
illuminata, sed etiam ab illuminatis in ulteriore illuminanda. Unde ea guae
primum lumen illuminat et facit esse in ratione luminis, constituit in
ratione principii. Secundum quod igitur Deus est lux et se in lucem tradens omnibus secundum cuiuscumque analogia partecipandam et unumquodque - secundum quod sibi fas - in Ipso sit lux et fociat lucis opera,
Ipse est principians et principium principiorum '.!.

Con tali incoraggiamenti gi pi che palesi non potremo davvero meravigliarci se il tentato recupero analogico finir per cadere
completamente di fronte all'invadenza d'una lux che, nel frattempo, ha forzato ogni argine metafisico, spostandosi dal ruolo di
forma bisognosa della materia a quello di forma pura com3
pletamente autonoma, lei stessa assai elevata (come P. Duhem ci
dir in nota) ad autentica Intelligentia .
Lo spazio filosofico per tal via bruciatosi si lascia a questo punto
facilmente cronometrare nelle singole tappe verificatesi lungo il percorso seguito da queste nostre considerazioni.
1 Riprendo qui direttamente le parole con cui Io stesso E. Bettoni riassume il
proprio punto di vista in merito. appena necessario far notare fino a che
punto una simile concezione della realt in chiave metafisica della luce potesse
riuscire congeniale alla mentalit neoplatonica del Grossatesta; ~er qua?to corret~o
dalle dottrine dell'analogia, l'emanazionismo di fondo resta, con 11 d<?pp10 van!a~gm
di essere diventato accessibile alla fantasia e di apparire come l'ovvia trasposlZlone
metafisica di una teoria scientifica . (Op. cit., p. 289).
2

Op. cit., p. 288.


Mise au premier rang (cos P. Duhem) dans la hirarch~e des form7s corporelles, la lumire est, plus que tout autre voisine des lntelltgences: ~a1s elle
n'est pas une Intelligence, une forme spare; Grosseteste ne cesse de rpeter que
la lumirc ne pcut dlaisser la matire premire ne peut tre dpouill~e de sa corporit qui est In Iumire;. la Iumire est clone, pour l'Evque dc Lmcoln, la p~us
parfaite des formes corporelles, mais elle demeure une. forme cc:rporelle. Faire
de la lumire une forme spare, l'identifier aux Intell1gences, dedar~r 9-ue les
Intelligences sont des lumires, pousscr plus loin encore et poser en prmc1pe que
la lumire pure, c'est Dieu, c'est cc qu'osa faire 1:auteu: inconnu du Lzber de
Intelligentiis (P. DuHEM, Le systme du monde, L1b. Sc1ent. A. Herman et fils,
Parigi, 1915, t. V, p. 359).
1

47 -

Da S. Tommaso (assertore d'una lux solis sed adhuc informis )


siamo prima passati con S. Bonaventura ad una lux gi assurta a
vita totalmente autonoma rispetto a quella del sole, anche se contenuta entro meri limiti fisici . Con Grossatesta ci siamo spostati
dalla luce fisicamente concepita ad una lux gi espressamente carica di tonalit metafisiche, ma contemperate dalla simultaneit d'una
materia del tutto necessaria perch la lux potesse esplicare
il suo attivismo. Con il De Intelligentiis giungiamo all'autonomia
totale, per di pi affetta da slancio verticale tendente a farne la
prima substantia e quindi identificabile con un Dio che luce sar
nel pieno senso metafisico 1 per tal via acquisitosi e come supremo
stadio gerarchico d'una scala di esseri tutta recuperabile essa pure
(in maniera completamente univoca rispetto a Dio: la vera audacia,
ovviamente, sta proprio qui!) all'insegna di un'identica categoria luministica:
Prima substantiarum est lux. Ex quo sequitur naturam lucis participare
alia 2
il primo degli asserti definitori sui quali il De Intelligentiis si
impegna non appena esaurita la serie dei preamboli introduttivi; primo e, per di pi, seguito poco dopo da un altro asserto che viene
ad infrangere ogni dubbio (qualora ce ne fosse stata possibilit) circa
il significato da dare alla precedente affermazione:

Unumquodque quantum habet de luce, tantum retinet esse divini

del quale cos suoner la spiegazione fornita immediatamente dopo:

Ost~n.surr: est substantiam primam lucem esse; nunc ostenditur quod lucis
part1c1patio in aliis est participatio esse divini, et ideo dicitur; unumPi .che esplicito, a tal proposito, quanto leggiamo nel De Intell~gentii~
ad illustrazione della p. VI qui sopra riportata nel testo. Hoc marnfestari
potest per auctoritatem Beati Augustini in II super Genes. ad litteram dicentis,
quod Deus non dicitur lux, sicut dicitur agnus. Dicitur agnus translative et non
proprie, lux autem proprie et non translative . Sia questa che le altre citazioni
appresso leggibili provengono da CL. BAEUMKER, Witelo, ein Philosoph rmd Naturforscher des XIII ]ahrhundert in Beitrage zur Geschichte der Philosophie des
Mittelalters , III Mi.inster in \Y/., 1908.
:.! Ed cit., p. 8.
3
Ibidem, p. 9.
1

48 -

quodque quantum habet de luce etc. Cuius manifestatio est quod, si lux
est ens divinum per essentiam, sicut ostensum est, participatio lucis est
participatio esse divini, hoc enim manifestatur per effectus lucis apparentes
in partibus universi, qui dicuntur in propositionibus sequentibus tribus.
Unaquaeque enim substantia in ordine universi magis habens de luce quam
alia dicitur nobilior ipsa; nobilitas vero in omnibus attenditur secundum
1
appropinquationem maiorem et participationem esse divini

Siamo tutti luce! ci aveva prima detto R. Grossatesta. Siamo


tutti divini! viene, senza mezzi termini, a farci capire il De Intelligentiis, autorizzandocene un'accezione rigidamente metafisica ed offrendocene il metro interpretativo nella misura in cui di tal luce partecipiamo.

Verso l'alto ci spinge (come movente problematico, prima e


come modulo esemplificativo, poi) anche il secondo degli aspetti gi
evidenziati in apertura di capitolo: il senso della luce spazializzata .
Parlo di movente problematico per via dell'argomento dal
quale questo secondo aspetto prende il via: l'Empireo ed il suo possibile influsso su di noi.
In merito a tal problema (dibattutissimo esso pure, come ci attesta il ripensamento pratico da S. Tommaso rispetto al precedente
punto di vista da lui modellato su S. Alberto Magno~) le due 0 ~
poste scuole medievali tornavano a dividersi ancora, l'una stabilendo un distacco totale tra il posto destinato a significare P.er l'uomo obseqium .... in praesenti (la terra in cui viviamo) e il post?
destinato a significare obseqium perpetuum (l'Empireo, pr~cl
samente); l'altra, invece, optando per una influentia illius caeh ....

I bid., p. 10.
:..'.Il ripensamento di cui qui si parla concerne ci che S. Tom.maso fvev_a
prima scritto aderendo all'opinione del suo maestro Albc.rt~ .Mag.00 : il qua e
tiene che l'Empireo non esercita alcuna influenza sopra i c1ch mfertorI. Contro ta e
precedente punto di vista (leggibile ncll'fo lib. Il.um Seni., d. 2, q., a. 3 lo sen.tiremo esprimersi nei seguenti termini nella S. Tb I, q. LXVI, a. 3'. ad .2um.
Coelum empyreum habet influentiam super corpora quae moventur, hcet ipsum
non moveatur. Et propter hoc potcst dici quod influit in primum coclum quod
movetur, non aliquid transiens et adveniens per motum sed aliquid fornm et stabile; puta virtutem continendi et causandi .
1

49 -

consona corporibus nostris et animabus amica, non ratione sui, sed ratione suorum corporum, quae perfciut et informant 1
In questo preciso contrasto il De Intelligentiis fissa anzitutto
un presupposto basilare:
Omnia substantia influens m aliam est lux m essentia vel naturam lucis
habens 2

con ci strutturando in termini assai pi concreti la generica influentia ... consona corporibus nostris et animabus amica. Ci premesso compie un ulteriore passo scandito, esso pure, con perentoriet totale:
Unumquodque primorum corporum est locus et forma-inferioris sub ipso
per naturam lucis 3

La luce, in altre parole, nell'atto in cui si esibisce quale substantia influens in aliam , viene anche a costituirsi come locus et
forma (corporis) inferioris sub ipso per naturam lucis . Cogliere, a
questo punto, la differenza che tutto questo viene a comportare nei
confronti della polemica in cui il problema si inizialmente mosso
tutt'altro che difficile. Baster all'uopo seguire il Baeumker 4 nel confronto che gi lui fa, proprio a questo proposito, con la soluzione da
ta ~I problema da S. Bonaventura, qui pure portato a fondere le due
pos1z1oni:
Ideo in neutram pattern omnino declinando, dicendum videtur; quod cum
caelum empyreum sit primum creatum inter corpora, quod est maximum
1

~n lib. IIum Sent., d. II,

0 . II, art. I, qu. II Utrum coelum empyreum


haec inferiora , p. 74. '..! Prop. VI, ed. cit., p. 8.
:i Prop. VIII, par. 4, ibidem, p. 9.
1
' ~ll'Empireo (cos il Baeumker a proposito di S. Bonaventura) concepito
com; .intimamente e profondamente luminoso, egli attribuisce due caratteris~iche:
costltmre un luogo per tutti gli altri corpi attraverso il suo proprio estendersi e il
suo tutto abbracciare; dar vita e conservazione a tutto il resto attraverso l'impulso
~he da lui emana. In Bonaventura, per, questi due elementi (natura luminosa ed
mdole conservativo-localizzatrice) restano separati l'uno dall'altro. L'autore del nostro ~critto _( il :'~e. intellige;1tiis" precisamente) tira, invece, le conclu~ioni della
propria teoria lumm1st1ca. Il cielo si fa luogo attraverso la sua essenza d1 luce; da
ci segue (stante il fatto che l'influsso emanante dal cielo viene partecipato in scala
digradante e da ci risulta l'ordine spaziale) che la stessa luce spazio . (CL.
BAEUMKER, op. cit., p. 444).
.

mfluat

In

50 -

mole et virtute: quia est maximum mole, omnia corpora locat per ambitum et continentiam; quia maximum virtute, cetera vegetat et conservat
per suam influentiam 1

Una volta partiti dal principio che l'Empireo effettivamente influisce, ci che principio di questo influsso (la luce, come sopra ci ha
detto l'asserto VII) al tempo stesso anche causa di luogo. Non solo,
cio conservat (per rifarci alla terminologia di S. Bonaventura) ma
anche continet . La luce, quindi, anche spazio nel senso pi
proprio.
Non cos pronunciato, naturalmente, sarebbe il divario se al posto di S. Bonaventura suggeritoci come confronto del Baeumker mettessimo un Grossatesta, per il quale l'equivalenza luce-spazio gi
completamente operante; come potutosi riscontrare attraverso il susseguirsi di cieli facentisi ognuno spazio a quello da esso emerso. Qui
pure, per, non pu non meravigliare l'indole assolutamente esplicita
cui soggiace la nuova affermazione.

Il canone che subito dopo ci si presenta ci invita a contemplare


in termini di irrefrenabile imperiosit vitalistica :! ci che nel Gro~sa
testa ci aveva sorpreso in chiave di mero luminismo energetico
Apparentemente i due aspetti sembrerebbero coincidere, stante l,a
nota d'esplosivit che li accomuna in effetti le cose non stanno cosi.
E di ci spia il nuovo elemento che tende a farsi sempre pi visibile:
Lux in omni vivente est principium motus et vitae, calore disponente

a.

Nuovo (nello prospettiva luministica che ci vediamo offerta)~


gi il fatto d'una specificazione di pretta marca psicologica ~ prmcipium vitae ), venuta ad esplicarsi in una piattaforma che prima era
1

In Sent. L. II, dist., p. II, Act. I, 2 u. II, p. 74.


Assai ben reso, questo punto, da E. De Bruyne che cosi si

es~rime: Le
fond de l'etre est clone "amour" au sens mtaphysique. Au dessous du mveau de la
conscience, partout o apparal:t une co'incidence quekonque e.ntr~ un mc:_uvement
0
naturel et le lieu de son repos, il y a "dlectation". Pour Leibniz, tout etre .P ~
1
sde "perceptions", pour Adam, tout etre se meut en se dlect.ant: Avant la vie, ,1
Y a le dsir de vivre. Avant la consciencc claire, il y a une 1omssance sourde ou
s'panouit l'amour instinctif de l'existence . (Op. cit., vol. III, P 241 ). Su tal
motivo si impegna a fondo lo stesso Cl. Baeumker.
:i In lib. II.um Sent., <list., p. II, Act. I, 2 u. II, p. 74.
'..!

-51-

essenzialmente esaurita in dimensione scientifica; pi nuova ancora


l'altra aggiunta che vediamo praticata ( calore disponente ), per
di pi all'interno d'un contesto che trover modo di chiarirsi ancora
con la propositio immediatamente giustapposta come altro volto
d'una medaglia assolutamente unica:
Natura lucis est in omnibus: non tamen in omnibus operatur motum et
vitam; et defectus est ex parte materiae 1

.. .,--

Il punto (d'estremo interesse, come appresso vedremo, agli effetti del nostro discorso dantesco) ora assolutamente chiaro n stenteremo a rendercene conto facendo leva su questa seconda propositio quale cifrario interpretativo della prima.
Natura lucis est in omnibus . Di luce (metafisicamente strutturata, beninteso) impregnata la realt intera, anche l dove le apparenze esteriori sono quelle del pozzo scuro ~. Sed non in omnibus operatur motum et vitam . Esistono, cio, (in questa realt
che tutta immancabilmente impregnata di luce) degli stadi in cui la
qualifica di principium motus et vitae si vede, per forza di cose,
costretta a venir meno senza che ci minimamente vanifichi l'intrinseca essenza di luce che' ci nonostante caratterizza anche questi stadi.
'
'
Et defectus est ex parte materiae ; ci si aggiunge subito dopo con
un dettaglio che, confrontato sulla proposizione precedente, non stenta affatto a chiarirsi. Il defectus materiae , ovviamente, la mancanza di calor ; di quel calar , cio, in cui la precedente propositio si era premurata di additare il vero segreto del dinamismo
per il quale dall'essenza di luce si passa all'estrinsecazione di motus e di vitae .
E allora non c' che da riportarsi di fronte alla grandiosa configurazione (prima precisatasi come dosatissimo descensus fatto di
luce da Dio - luce prima alle ultime porzioni di realt, luce esse
pu:e) e subito dopo allargatasi su di una prospettiva spaziale fattasi essa stessa tutt'uno con la luce. In questa gerarchia di esseri-luce
(distribuiti nell'immensit della spazio-luce schiusocisi dinnanzi)
venuto ad inserirsi un nuovo elemento comportante funzionalit del
1

De Intelligentiis, prop. IX, par. 1, ed. cit., p. 11.

In sede di lettura, nel prossimo capitolo, non mancheremo di rilevare come

le stesse adiacenze poetiche del pozzo scuro risentano visibilmente di questa


coscienza di Dante d'aver lui pure a che fare con la luce autentica.

52 -

tutto identica sul piano del descensus gradatamente distribuito.


il descensus recuperabile in termini di calor , ~ sua volta
postulante un'analoga orchestrazione di motus e di vita , discensivamente raccolti essi pure.
S'impone con ci un nuovo valore metafisico come sottofondo essenziale di questa realt di luce. Il De Intelligentiis, in un primo momento, ce lo chiama calar , con ci definendolo in termini ancora
prevalentemente scientifici. Non occorrer, per, molto tempo perch
dal calar si passi a denominazioni pi esatte: l ' amor 1, vero valore-primo soggiacente all'intera realt come dinamismo di una
lux che da esso non solo attinge la sua indole di principium motus et vitae ,ma spontaneamente vede anche avviato il pi intimo dei
propri itinerari metafisici: luce-conoscenza-diletto. La vicinanza col
paradisiaco Luce intellettiial piena d'amor ... comincia, ovviamente,
ad imporsi da s 2
Parliamo (a proposito di questa triade in cui non si stenter a riconoscere l'ultimo dei canoni gi evidenziati in apertura di capitolo)
d'itinerario metafisico. Meglio sarebbe parlare di circolo vero e proprio ; nel quale (una volta ammessa una priorit d'amore come molla
del dinamismo generale e un attivismo di luce come fonte di conoscenza) poi difficile dire ci che viene prima e ci che viene dopo.
E a ci effettivamente tende il De Intelligentiis, altrettanto esplicito
nel parlarci d'una delectatio che stante il suo intimo nesso con
l' amor, precede la conoscenza( 'antecedit cognitionem ),quanto
nel parlarci d'una delectatio man mano che lei acquista coscienza
di se stessa.

Una vo1ta approdati a questa equivalenza


.
sarebbe Inon
ca1or-amor difficile
.
h

avvertire la cor:ison:rnza con le tematiche vittorine e, pi in. ~articolar~, ~on fua cat~
eco avutasene m Italia soprattutto l dove si trattato d1 1mpostaz1om. svi upp
armonia
con Oxford.
' Vedasi, ad esempio, la metod o1ogia
mis
t'ica d1 Tommaso
m
Gallo da Vercelli presso il quale questo interscambio tra amor e ~ ~alor ~u
scita intonazioni assai feconde. Divini radii amor cognitivus et cognit10. amativa
sive calor splendens et splendor calens... amplitudine et latitudine insigms est ut
Livanus, pulchritudine et fortitudine ... praepollens et cedrus .
2 Ed. cit., p. 23, commento alla prop. XVIII cos articolata: par. 1 ~x ~mione
potentiae activae cum exemplari, ad quod est ordinata, relinquitur deJectatlo! .m qua
est vita cognoscitiva ; par. 2: Amor in eodem naturaliter antecedit cogmt1onem:
perficitur tamen per cognitionem et deliberationem .

53 -

Prendiamo vlSlone diretta degli asserti, all'uopo evidenziati in


corsivo nelle espressioni che meglio suffragano la qui asserita circolarit:

... amor vel delectatio naturaliter in eodem antecedit cognitionem ms1 enim
esset aliquis appetitus substantiae cognoscentis ad ipsum cognoscibile,
nunquam esset ordinado huius ad hoc neque perfceretur unum ab allo,
delectatio autem vel amor est complementum appetitus, sed -rationalis appetitus amor, cuiuscunque vero delectatio nec tamen omnimo amor completus est, nisi participetur; et ideo per cognitionem et deliberationem
perficitur, non quia cognitio sit complementum amoris, sed quia ex cognitione multiplicatur et viget in se ipso. Cognitio enim ordinat appetitum
cum suo appetibili, in qua unione perfcitur amor et delectatio; ex cognitione enim perficitur amor. Non tamen cognitio est perfectio eius, sed
1
potius e contrario; ad delectationem enim et amorem ordinatur cognitio
Non meno utile ci sar il prendere atto di quest'altro asserto
(la terza parte della proposi tio XXII I: Quod sem per in telligi t
se intelligere, vita eius est cum summa delectatione ) nel quale nuovamente si sarebbe tentati di vedere precisi anticipi del linguaggio
dantesco (nel caso: il paradisiaco O luce etterna che sola in te sidi,
- sola t'intendi, e da te in telletta - e intendente te ami e arridi! ):
Si enim quicquid est in ipso, idem est quod ipsum: suum esse est suum
intelligere: et propter hoc, sicut semper est in esse, ita semper est actu
intelligens. Et actus qui est intelligere idem est cum exemplari quod est
obiectum illius; et ideo actus intelligendi in ipso semper si bi obicitur,
quem ad modum exemplar; et ideo, sicut semper intelligit in actu, ita
semper intelligit se intelligere. Et ex hoc sequitur quod vita eius est cum
summa dilectione. Intelligendo enim est delectatio: cum autem cognoscit
~e intelligere, adhuc maior est delectatio; et ideo semper intelligendo se
l?telligere, maxima est delectatio. Quod autem semper intelligit se intelhgere, hanc delectationem habet completam et continue, et ideo vita eius
est cum summa delectatione 2

I
2

Ed. cit., p. 28.


Ibidem.

54 -

TONALITA' OXFORDIANE DEL LUMINISMO DANTESCO

Nell'accingerci a tradurre in concreta lectura Dantis le premesse qui ricostruite converr ribadire, anzitutto, l'obiettivo sul
quale sin dall'inizio abbiamo puntato; tendente non gi a stabilire un
diretto incontro di Dante con i testi qui riportati (esteticamente da
lui fruibili anche in maniera indiretta in un Medioevo che ad essi
conduceva per vie infinite), ma unicamente a trar vantaggio da tali
testi per ricostruire il vero 1 respiro luministico del Poema Sacro. Riscontri testuali, quindi, ci guarderemo bene dal tentarne; nonostante
l'occasione gi fornita nel precedente capitolo delle rispondenze facilmente fissabili tra il gioco verbale del De I ntelligentiis ed alcuni dettagli del linguaggio paradisiaco :! Quel che invece faremo il ripercorrere i vari aspetti del luminismo dantesco commisurandoli, passo
passo, sui canoni gi illustrati e cos approdare a quella lectio plenior di cui si gi in partenza lasciato intravvedere la possibilit.
In effetti di tale lectio plenior non tardiamo a percepire i pri1 S

.
l'espressione

vero
arei tentato d"i evi"d enziare
ancora maggiormente
. . respiro
. 1.1
luministico, onde fissare un'accentuata divaricazione da altre interpretaziom cui 1li

d
I0 G. Busne
1umm1smo
antesc~ ~a spesso soggetto. In tal senso pecca n~m ~o
Padri
quando pretende di ridurre il luminismo dantesco a quello derivabile dai SS.
'
d
11

t
p
19)
o, a1 pm,, a ~ pseudo-Areopagita (Cosnzogenesi e antropogenest, CI ., ,. ' ma
1
anche van altl"l testi odierni nei quali fondamentalmente accettata resta 1 md? e
metaforica del luminismo stesso; e ci contro quel deciso sconfinamento i;netafisico
che ~ui, iD:vece, ci sembra di poter sostenere. Al di qua dell'argine metafisico resta:
a m10 ~v:r1so, anche uno studio al quale sarebbe difficile non pensare a~~pandosi
del ~umm1smo ~antesco: G. Dr Prno, La figurazione della luce nella Divina Commedra , Ed .. D Anna, Messina-Firenze, 2a ed., 1962.
:! Mi riferisco alla circolarit di valori (luce - amore - letizia) gi riscoi:itr~ta sia
nel De I ntelligentiis che nel Pol1hl Sacro nonch alle coinci<lenzc lcss1cah pure
rilevabili.
'

55 -

mi frutti gi in quella che, nel giro del nostro discorso, mera zona introduttiva: la dimensione neoplatonica solitamente riportata al descensus 1 degli esseri dal Dio etterna fon tana 2
Nel giro logico, infatti, schiusoci dalle metolodogie oxfordiane
tale dimensione, oltre a vedersi accolta nella misura abitualmente ammessa, riceve due ulteriori specificazioni per niente irrilevanti: la sigla
geometrico-numerale cui tutto si lascia ridurre e, pi ancora, l'impronta luministico-vitalistica di cui tutto viene ad arricchirsi.
Si ripensi (quanto a sigla geometrico-numerale caratterizzante il
nuovo descensus ) al canone dal Grossa testa precisato come
lux che .... per se in omnem partem se ipsam diffundit ita, ut a
puncto lucis sphaera lucis quamvis magna generatur 3 ; canone, per
di pi, gi da lui stesso convogliato verso l'indirizzo diffusivo-moltiplicativo servitogli come esemplificazione analogica dell'imperiosit
con cui Dio produce sia ad intra (la generazione trinitaria) sia ad
extra (la creazione vera e propria).
Tutt'altro che difficile ci sar allora riprendere il modulo discensivo solitamente esaurito in meri termini pseudo-areopagi1

Il tema ci riporta, come noto.

m Par. IV.

all'esplicita trattazione da

Dante

fattane

Sulla fe.rtilit .estetica d'un tale motivo fa gi fede lo spunto plotiniano che
potrebbe considerarsi vero atto di nascita di esso. il noto passo dell'Enneade III:
N6l)cro\I '~P htJY~" &pzljv (i).:r,v ox. Pensa ad una sorgente che non abbia alezoucrx\I OUG'X\I : no-.i:xoi:c; 7tFJ.Ci\I ,\I
t~O p~incipio che se StC~Sa, Ja q.u~lc per?
,

"1l ' dia d1 se stessa a tutti quanti 1 fiumi,


oux. O:\li:x,C.&e:forx\I -roi:c; no-.rxoi:c; ci).).ti senza lasciarsi esaurire mai da questi fut\loucrx\I i:x"J" -~cr6z@; -rouc; ' , ,- , mi, ma perseveri in s tranquillamente;
'
'
e: e:c, aurr,c; pensa invece ai fiumi nati da essa. i
rrpoe::IJ.u.&6-.i:x~, rrpt'J 11J,o\I &nn pe:i:v, quali, prima che scorrano qua e l dioo1J G'U\10\1 ...(lf". ., e-. , )J,,'i:'.r.
~ '!'

stinti ' se ne stanno ., insieme ancora


.,o., oz
o~o\I e:xrxcr-rouc;
l d' un
,
' tratto; ma ognuno gia sa, per cos
ire,
e:t06-rccc;, fo chp~O'oucrw w)-r\I -riX pe:11cx-:-Cf.. dove verser le sue correnti.
T~tt'altN. che difficile, per, avvertire i riflessi lirici di cui il motivo si arricchisce nei molteplici ritorni che di esso c' dato percepire in Dante. Si pensi sia
al passo di Par. XXXI:
I

Cos orai; e quella, sl lontana


come parea, sorrise e riguardommi;
poi si torn all'etterna fontana.
o anche a quello di Par. XX:
L'altra, per grazia che da s profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l'occhio infino alla prima onda.
3
Vedasi la diretta citazione integrale effettuata a p. 39.

56 -

tici e vederne accentuata la suggestivit non solo attraverso la mt1dezza figurale cui ora assurge ci che prima restava nel vago, ma anche attraverso l'allargato gioco panoramico in cui il nuovo descen
sus viene a distribuirsi, fino a recuperare, all'interno di questa unica sigla numeral-geometrica, la stessa realt infera.
Poniamoci a confronto con il passo di Par. XXVIII fungente, si
direbbe, da felice mediazione grossatestiana dei due moduli creazionistici (Par. XII, vv. 52-63 e Par. XXIX, vv. 13-24) gi serviti da
avvio 1 in apertura di considerazioni:
... com'io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ci che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
un punto vidi che raggiava lume
acuto s, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per la forte acume.
e quale stella par quinci pi poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si colloca.
Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta pi spesso,
distante intorno al punto un cerchio d'igne
si girava s ratto, ch'avra vinto
quel moto che pi1 tosto il mondo cigne;
e questo era d'un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo s sparto
gi di larghezza, che 'l messo di luno
intero a contenerlo sarebbe arto.

Cos l'ottavo e 'l nono ... :.:.


Dal punto luminoso significante Dio - prima lu~e p~s~
siamo, anzitutto, alla diffusione sferica concretatasi nei cerchi angelici
sui quali tal punto va a riflettersi. Da queste prime nove sfere
veniamo subito dopo condotti (lungo un'abbondanza di avvii che non
potrebbero essere pi espliciti da parte dello stesso Dante) al~e nov.e
sfere celesti; e da l ancora verso ulteriori rispecchiamenti preci1

Cfr. nota a p. 8.
Par. XXVIII, vv. 13-34.

57 -

satisi prima nelle nove ripartizioni purgatoriali e poi nei nove cerchi
dell'anfiteatro infernale (metafisicamente fatti di luce essi pure, anche
se a quel livello assai diminuito che tra poco vedremo).
Volendo, anzi, tale coerenza numeral-geometrica potrebbe rivelarsi anche pi splendida, come constatabile proiettando il Dio-Punto (or ora esibi tosi come origine-prima della realt in tera) su
quell'ultima ratio rerum ch' il Cristo - circulazion ... pinta de la
nostra effige 1 Affidato al pi legittimo dei moduli moltiplicativi
(1-3-9), il nuovo ritmo scalare si impone da s: 1) (il Cristo redentore
vera causa exemplaris 2 o idea-archetipa da cui promana sia ci
che non more sia ci che pu morire ); 3) (i giri trinitari nel
cui interno il cerchio supremo va spontaneamente a ricomporsi); 9)
3
(i cerchi angelici); 9) (le sacre scalee della candida rosa ) ;
9) (le sfere celesti); 9) (le ripartizioni purga tori ali); 9) (i cerchi infernali).
un unico rimbalzo dal principio alla fine; l'organico schiudersi di un unico splendore geometrico che, mentre qui svela le sue
strutture esteriori, gi si dispone alla specifica illuminazione interna
di cui c' dato prendere atto praticando su questa luce grossatestianamente configurata l'innesto della lux-principium motus et vitae calore disponente trasmessoci dal De Intelligentiis.
1
Non sfugga, a questo proposito, la profondit teologica del discorso dantesco . che a questo Cristo quale vera ratio rerum giunge fissando l'obiettivo
pr?prio sul Redentore; Cristo, cio, causa giustificativa della creazione non gi semplicemente in q.uanto Sapientia Patris , ma proprio in quanto predestinato ab
aeterno a redunere le creature dal disordine in cui sarebbero cadute.
2
,
il. concetto che S. Tommaso cos ci illustra. Deus est prima causa exemplarzs omnium rerum ... Manifestum est ... quod ea quae naturaliter fiunt, determinatas formas consequuntur. Haec autem formarum determinatio oportet quod reducat~r, ;icut ~n. primum principium, in divinam sapientiam, quae ordinem universi
e~cog1tav~t, '!-Ul m rerum distinctione consistit. Et ideo oportet dicere quod in div~n~ sap1~ntia sunt rationes omnium rerum... idest, formas exemplares in mente
d1vma ex1ste~tes .. (S. Th. I, q. XLIV, art. 3). Da questo presupposto del Ver?um ar~het:po di tutto il creato al Cristo redentore come ultima ratio rerum
11 passo e piuttosto naturale.
_
3 Sulla .nota enneadica individuabile negli stessi gradini della candida :osa

mi sembra piuttosto attendibile il suggerimento fornitoci da C. Piana nell'analizzare


i novem circuli individuabili nella configurazione anfiteatrica gi data da Bartolomeo da Bologna alle sue meditazioni sulla possibile collocazione dei Beati in
cielo. Il contesto in cui ci appaiono questi novero circuli ha troppe analogie
con la _candida rosa di Dante per non lasciarsi sospettare come possibile causa
ispirativa {cfr. C. PIANA, De glorificatione Beatae Mariae Virginis di Bartolomeo
da Bologna, O.F.M. e le concezioni del Paradiso Dantesco, Aldina, ed. in Bologna, 1938).

58 -

Per ben misurare la portata di ci che tale innesto verr a significare sul piano della lettura c' da ricollegarsi con uno degli spunti
pseudo-areopagitici che pi hanno commosso il Medioevo 1 : il gran
tema della partecipazione luministica verificantesi, nel gioco della
luce solare, in base alle capacit recettive delle singole creature. In
tal senso essa esemplificher ci che accade, in scala pi vasta, anche
lungo la scia che dal Dio - lux species primaeva '.! gradualmente
sfuma sino a risolversi in quell'autentica imago obscura che, rispetto a Dio, gi il sole di quaggi e, naturalmente, ancor pi lo
sono le cose che allo stesso sole si lasciano raffrontare come imago
obscura di esso.
Di cos fertile motivo estetico dato avvertire i riflessi nel
Poema Sacro? Fermo restando quanto gi anticipato circa la intensificata lettura ottenibile portandosi al di l del puro metro pseudoareopagitico, ci accade senz'altro com' facile dedurre contemplan'
do il graduale spostamento verificantesi da quell'autentica esplosione
di lux-species primaeva ch' il Paradiso a quell'altrettanto autentica lux-imago obscura ch' invece, l'Inferno: reale negativo
fotografico (diremmo oggi) opposto al positivo paradisiaco.
Chi a questo stadio, per, si ferma viene con ci stesso a perdere il meglio della vera intensit poetica che tale susseguirsi di pas~
saggi in grado di offrire a chi, invece, si premura di complet~rli
con il simultaneo descensus svelatoci dal canone della lux-prmcipium motus et vitae calore disponente . In questa nuova prospet:
tiva, infatti, il senso della lectio plenior non tarda a codificarsi
nuovamente in termini d'evidenza estrema; e ci accade sia in quello
che, nel giro del nostro discorso, elemento consequenziario (la con il noto passo del cap. IV del De divinis 11omi11ibus: Quema~moc!um
enim sol ille noster non cocritatione
aut voluntate sed eo ipso quod est, illummat
0

'

b onum (quod
umversa
quae quoquo modo lucis eius sunt capacia;
sic etrnm
1psum
.
non secus praest_at soli quam primaeva species imagini okscttrae) ipsa1;11et substa~tla
sua, rebus omnibus, pro cuiusque captu, totius bonitatts suae rad1os effundlt .
J. P. MIGNE, P. G., voi. III, col. 694.
:.? Tale terminologia (me ne rendo ben conto) cozza alquanto con l'ossequio
g;ossatestiano cui soggiacciono queste pagine. Esse, infatti, anzich nel!a t~adu
z1one del Grossatesta (dove abbiamo i termini di ut super obscuram 1magmem
segregate archetypum ) si lascia reperire in quella posteriore del Cordier trasmessaci dal Migne e qui all'uopo riportata nella nota precedente. D'altra parte la sua
f~cile app~ica~ilit al linguaggio dantesco milita in maniera assai eloquente a pro
d un suo impiego a preferenza della formula grossatestiana.
1

59 -

creta estrinsecazione dinamico-vitalistica cui soggiacciono le singole


zone del Poema Sacro) sia in quello che nella metodologia del De
I ntelligentiis funge da preciso antecedente : la quantit di calar che tale estrinsecazione di volta in volta alimenta.
I punti di raffronto qui pure s'impongono da s. Al vertice avremo, ovviamente, Dio - causa prima di ogni motus et vitae ,
attingente alla sua realt di infinito amor una non meno infinita
capacit di calor , da Dante espressa in termini altrettanto efficaci
come realt d'incendio globalmente reso ( non altrimenti ferro disfavilla - che bolle, come i cerchi sfavillaro. - L'incendio suo seguiva
ogne scintilla) quanto come misura di motus et vitae consentita
dalle rispettive lontananze nei confronti del calor infinito:
......... cin.:;cheduno
pi tardo si movea, secondo eh' era,
in numero distante pi da l'uno;
e quello avea la fiamma pi sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, per che pi di lei s'invera 1

Agli antipodi del vertice divino avremo Lucifero: luce esso


pure, ma a livello di. amor completamente annullato e quindi di
calar totalmente estinto, s da originare attorno a s quella glnciale immobilit che l'esatto contrappunto della dimensione mernfsica da Lucifero significata nel nuovo descensus vitalisticamentc
strutturato; con ci, anzi, fornendoci anche modo di vedere come
sull'arduit delle giustificazioni scientifiche non tardi invece ad imporsi la ben pi spedita fondatezza estetica riportabile alle giustificazioni genuinamente metafisiche. Quelle potranno avere del macchinoso; queste continueranno sempre a sedurci con la spontaneit di
rimbalzo per cui dalla lucentezza spettrale del lago di vetro di
In/. XXXII (perfetta sintesi immaginistica dell'atmosfera circostante
Lucifero) veniamo sospinti verso l'altro lago , cui Dante ricorre
come prima denuncia dell'avvenuto approdo in zona di immediato
influsso divino:
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a s mi fece atteso
con I' armonia che temperi e discerni,
1

Par. XXVIII, vv. 34-39.

60 -

parvemi tanto allor del cielo acceso


de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso 1

Una volta preso atto dell'evidente lectio plenior consentitaci dalla metodologia oxfordiana gi in questo pi esteriore stadio
del neoplatonismo dantesco, c' da riportarsi sui canoni metafisici
illustrati nel capitolo precedente, ripercorrendoli uno dopo l'altro e
su di essi commisurando i vari momenti luministici del Poema Sacro.

Per quanto riguarda l'iniziale presupposto teorico (gi visto


oscillare tra la lux metaphorica drasticamente postulata da S. Tommaso e l'estremista lux metaphisica affermantesi nel settore opposto) una considerazione verr subito ad imporsi.
Sar mai possibile che, in un contrasto codificatosi in termini
cosl perentori, Dante, luministicamente impegnatissimo, abbia potuto esimersi dal senso di scelta che il dilemma ovviamente comportava? Il pensarlo del tutto assurdo; di qui lo specifico signific~to
da dare a compiacenze luministiche che, anche se non sempre improntate a fede metafisica esplicitamente confessata, stanno ugua~
mente ad attestarci la precisa scelta da Dante effettuata in tal dilemma. Non gi lux metaphorica quella operante alla ba:~
ispirativa del Poema Sacro, ma lux metaphisica nel senso pm
vero della parola ed a perfetto livello di lux-forma prima corporeitatis .
A riprova di ci inizieremo con l'~ttingere conferme al livello
pi adatto: il Paradiso, nel quale un primo dato che verr se?z'alt~o
a colpirci (e proprio in chiave di materia-luce ) la termmologia
nominale ricorrente nel discorso di Dante; con fres11enz1 :-~le, tra l'nltro (oltre che con piena coerenza), da renderci dcl tutto superflua
una indagine meticolosamente effettuata. Anche, infatti, soffermandoci sui primi dettagli che si affacciano alla nostra mente si hanno gi
riprove pi che eloquenti.
1 Par, I, vv. 76-81. Su tal passo paradisiaco particolarmente felice il .ricam?
esegetico offertocene da S. PASQUAZI in All'eterno dal tempo, F. Le Monmer, Ft
renze, 1966. (Cfr. saggio La novit del suono e 'l grande lume - di lor cagion
m'accesero un disio, p. 193).

-61-

Con palese preferenza vedremo, anzitutto, usato lo stesso termine centrale: luce 1 (La quinta luce, ch' tra noi pi bella ... ~;
... a quella luce stessa - che pria m'avea parlato ... 3 ) a volte addirittura evidenziato a livello d'artificio( luce la luce di Romeo ... l ).
Accanto al termine centrale, come sua immediata variante troveremo lume ( ... e attesersi a noi quei santi lumi 5 ; ... e tutti
li altri lumi - facean sonate il nome di Maria tl, l'appostolico lume
al cui comando ... 1 ).
Subito dopo verranno gli equivalenti splendore ( s vid'io
ben pi di mille splendori 8 ; Ed ecco un altro di quelli splendo9
ri ; vid'io cos pi turbe di splendori 10 , fulgore ( cos
nel fiammeggiar del folgor santo 11 , sanza veder principio di folgori l:.! e candore( ciascun di quei candori in su si stese ... 13 ).
Variante particolarmente cara a questo Dante paradisiaco sar
costituita dal termine fuoco legato all'ambivalenza angeli-beati
( col canto di quei fuochi pii i-i; Questi altri fuochi tutti contem-

Nel giro degli infiniti ritorni cui lungo l'intero Poema Sacro tal termine

luce soggiace anche dato sottolineare gli specifici riflessi che !'.accompagnano

ma~ mano che ci si sposta da una cantica all'altra. Dai terrificanti accenni infernali ( ... balen una luce vermiglia, Inf. III, v. 134; io venni in loco d'ogne

luce muto, Inf. V, v. 28) passiamo ai gi vividi bagliori della luce purgatoriale
(Cos mi parve da luce rifratta, Purg. XV, v. 22; O isplendor di viva luc~
e.tterna , Purg. XXXI, v. 139) per poi sfociare nell'esplosivit della luce parad1si~ca (Di cherubica luce uno splendore, Par. XI, v. 39; Luce con luce gaudiose e blande, Par. XII, v. 24).
2
Par. X, v. 109.
:: Par. XVII, vv. 28-29.
1
Par. VI, v. 128.
'Par. XIII, v. 29.
6

Par.
; Par.
8
Par.
n Par.
10
Par.
11
Par.
1
:! Pa,..
':i Par.

XXIII, vv. 110-111.


XXIV, v. 153.
V, v. 103.

IX, v. 13.
XXIII,
XVIII,
XXIII,
XXIII,

v.
v.
v.
v.

82.
25.
84.
124.

H Vedasi, ad esempio, per tale ambivalenza il ifelices ignes di Par. VII, v. 3


o anche i due casi qui subito leggibili.

62

plan ti 1 ; vid 'io uscire un fuoco s felice '.?; Questo conforto


4
del foca secondo 3 , tal mi fec'io a quest'ultimo foca ).
Sempre lungo questo innesto del calar sulla lux ch', sl,
tipico suggerimento vittorino 5 ma che assai meglio si giustifica con le
metodologie di cui ci stiamo occupando, non mancheranno di organizzarsi subito di fronte alla nostra mente indicazioni totalmente
6
affini: incendio . ( Poi si quetaro quei lucenti incendi ), fiamma ( la benedetta fiamma per dir tolse 7 ) con le varianti verbali
8
di fiammare ( ... fiammando, volte, a guisa di candela ) e fiam9
meggiare ( Quell'altro fiammeggiare esce del riso ), Zampa
( e da Beatrice e dalla santa Zampa 10 ) cui far adeguato contrappunto l'altra indicazione luministica che nuovamente ci riporta sul
11
tracciato della denominazione centrale: lucerna ricorrente infinite volte dalle gi viste in essa luce altre lucerne del c. VIII alle
migliaia di lucerne che irrompono nel c. XXIII.
Il tutto poi, come finale pennellata di un quadro cosl ricco, lo si
integri con la tecnica vigorosamente intensificatrice alla quale. ~og:
giacciono gli stessi vocaboli nel concreto gioco di giustapposizioni
in cui li vediamo inseriti; il gioco, ad esempio, attestatoci da Par.

XXV:
Mentr'io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
subito e spesso a guisa di baleno I'.!.

Tanta insistenza di terminologia luministica (chiediamoci o~a)


vorr essere mero fatto di denominazioni metaforiche o, al contrario,
Par.
Par.
:i Par.
1 Par.
5 Par.
1

:.!

IX, v. 77.
XXII, v. 46.
XXIV, v. 20.
XXV, v. 37.

XXV, v. 121.
Una conferma (dell'indole vittorina di questo incontro tra ~~r
de3
0
7
lux l'abbiamo gi avuta pagine innanzi in nota attraverso Tommaso
Vercelli con i suoi fecondi ricami sullo splender calens e calor splendens .
l

Par.
Par.
!l Par.
10 Par.
11
Par.
l '.!Par.
i

i>

XIX, v. 100
XII, v. 2.
XXIV, v. 12.
X, v. 103.
XVII, v. 5.
XXV, vv. 79-81.

63 -

un insieme d'appellativi da Dante invocati talvolta ad introdurre e


tal'altra a concludere movenze che gi di per se stesse rivelano la carica luministica dal nome riassunta? Facendoci alquanto pi vicini
alla realt con tali nomi da Dante indicata non stenteremo affatto ad
orientarci anche su questo punto.
All'uopo giover scegliere come zona esemplificativa particolarmente convincente, il cielo di Giove; l dove Dante ci si esibisce
in uno sbizzarrimento pittorico d'audacia estrema (cos spesso, invece, liquidata ~agli esegeti come insieme d'artifici 1 poeticamente
meno validi):
E come augelli surti di rivera
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di s or tonda or altra schiera,
s. dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l'un di questi segni,
un poco s'arrestavano e taciensi '.:!.

C'era forse modo di celebrare con maggior evidenza v1s1va la


gioiosa certezza d'aversi a che fare con un'autentica materia-luce
trattabile in libert assoluta, lungo i dettami d'un abbandono onirico
perfettamente totale? Lo si paragoni, tale abbandono onirico, con la
cruda realt terrestre che gli funge da stimolo: quella, per l'esattezza,
che nel canto seguente ci sar resa dalle staffilate che Dante gene~
rosamente distribuisce sui discordi re d'Europa; dopo ci non si
stenter a cogliere (oltre al movente d'un cosl felice abbandono oni1

E. quanto viene fatto di concludere scorrendo le varie lecturae che questi


canti del cielo di Giove hanno ricevuto. Fa eccezione in certa misura, quella di
G. BAlU3ERI-SQUAROTTI leggibile in Letture Dantesche;> Sansoni; felice sotto tanti
punt.i di vista, m~ essa stessa non immune da troppo f;cili denunce di dispersior:i
poetiche.. Se, pero,. 11 p':lre ci si sposta da questa attenta lettura del Barb;.nSquarotu a quella 1mme<l1atamcnte seguente di S. U-IIME.NZ, questa tendenza ali m
giustificato disappunto esplcxle nella maniera pi chiara.
:! Par. XVIII, vv. 73-81.
:i In chiave <li staffilate da Dante generosamente distribuite sui discordi re
d'Europa si lascia sempre leggere utilmente un noto passo di N. TOMMASEO posto
a commento di Par. XIX, sotto il titolo L'Europa di Dante.

64 -

rico) anche il substrato metafisico che ne consente la realizzazione:


l'irresistenza, cio, di una materia-luce prontissima ad organizzarsi in base ai pi intimi desideri del Dante riformatore; fino a lasciarsi gustare, compiaciutamente, lettera per lettera, e, soprattutto,
sino a lasciarsi caricare (come ben ci avverte il Parodi) con la
profondit di significazioni resa, subito dopo, dall'ulteriore sbizzarrimento che, passando attraverso la M ingigliata 1 , andr a risolversi nel simbolo imperiale. Trasparenza di significazioni come logico
riflesso dell'assoluta irresistenza luministica.
autentica lux forma prima corporeitatis , qui splendidamente impegnata in un'affermazione dell'ideale crudamente smentito
in terra; altrove, invece, chiamata ad orchestrare le varie composizioni figurali in cui Dante distribuisce i Suoi corpi-luce .
Pi esplicitamente confessata (in termini di poesia naturalmente
e non gi di flosofa) non potrebbe essere davvero questa gioiosa
spontaneit di Dante nel riversarsi su di una duttilissima materialuce , accarezzata con altrettanto entusiasmo al momento in cui i
corpi da essa emanati si dispongono al primo incontro con l'obiettivo
dantesco (d'obbligo qui il rifarci allo specchio d'acqua in cui compaiono prima Piccarda 1 e poi Giustiniano 2 ) quanto al momen.to del
loro composto risolversi nella medesima materia-luce da cui sono
prima emersi:
Sl come di vapor gelati fiocca
in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
in su vid'io cos l'etera addorno
farsi e fioccar di vapor triunfanti
3
che fatto avien con noi quivi soggiorno

In qualche caso, anzi, il compiacimento con cui l'obiettivo da?:


11
tesco ritrae questi corpi-luce assume sfumature tali da trovarc .s,
di fronte a sprazzi di scoperta teoria che non potrebbero essere pm
1 Niente di pi suggestivo, in questa tematica dello specchiarsi, potremmo
trovare delle acque nitide e tranquille di Par. III, v. 11.
. .
fil
2 Altrettanto dicasi della peschiera ch' tranquilla e pura da cui st pro a
Giustiniano in Par. V, vv. 100-102.
:i Par. n\TII, vv. 67-72.

65 -

pertinenti al nostro caso; come il vere sustanze 1 son ci che tu


vedi in cui Beatrice si premura di precisare quelli che a Dante
sembrano specchiati sembianti o gli altri frequenti ritorni di
questo termine troppo centrale nel contesto polemico medievale (soprattutto in quello luministicamente impegnato), per poter essere
assunto senza un preciso senso di scelta. Sustanza , ad esempio,
Giustiniano 2 ; mentre con l'equivalente sussistenze 3 saranno indicate le anime della terza ghirlanda, nel cielo del sole. In qualche
altro caso, al posto della scoperta volont teorica, vedremo intervenire
un'intimizzata radiografia atta a farci cogliere fin le pi delicate vibrazioni provenienti da una corporeit totalmente dissolta in luce:
Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
cosl si veggion qui diritte e torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
moversi per lo raggio onde si lista
talvolta l'ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista 4
N le cose cambiano affatto quando dai corpi-luce contemp1abili a livello paradisiaco ci spostiamo a quelli descritti dalla seconda cantica. Proprio questi, anzi, occasioneranno un brano di scoperta metodologia metafisica superiore ad ogni confronto. Gustiamocelo prima nel diretto testo dantesco e poi ripercorriamone le debite conclusioni sulla falsariga qui esplicitamente offertaci dallo stesso
S. Tommaso:

Tosto che loco Il la circunscrive,


la virt formativa raggia intorno
cos e quanto ne le membra vive.

. ~ S~p~rfluo il rilevare che il nucleo della polemica medievale proprio qui si


lascia I~div1duare. Luce- substantia o luce- accidens ? Tal nucleo polemico risulta
con evidenza estrema dai passi di S. Tommaso apparsi nel testo pagine innanzi.
2
Cos, volgendosi alla nota sua, - fu viso a me cantare essa sustanza
(Par. VII, vv. 4-5).
3
4

Par. XIV, v. 74: Parvemi le novelle sussistenze - cominciare a vedere ... .


Par. XIV, vv. 109-117.

66 -

E come l'aere, quand' ben piorno,


per l'altrui raggio che 'n s si reflette
di diversi color diventa addorno
'
'
cos I' aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch' in lui suggella
virtualmente l'alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foca l 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
Per che quindi ha poscia sua paruta
chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infno a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ' sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
Secondo che ci affiiggono i disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura;
e quest' la cagion di che tu miri 1

Per ben cogliere la vera forza metodologica d'un tal passo dovremo ricorrere a S. Tommaso (come talvolta si tentato di fare
grazie a qualche coincidenza verbale::!) o a S. Bonaventura (del quale
ben pi ampiamente vediamo rispecchiato il linguaggio 3 ) o, senz'altro, a R. Grossatesta, di cui qui vediamo fedelmente ripreso il percorso logico che dalla lux-forma prima corporeitatis porta al suono
e al gesto attraverso la mediazione dell'aria? Il passo troppo stupendamente eloquente da s ai sensi che qui interessano. Si avverta,
anzitutto, la spontaneit di soluzione luministica cui soggiace l'anima
forma corporis ( la virt formativa raggia ... e e simigliante
poi a la fiammella ... ); se ne colga subito dopo la fecondit d'innesto con un aere messo a fuoco in una carica coloristica del
tutto in linea con l'etera addorno visto poco fa in Par. XXVII
( ... .l'aere, quand' ben piorno, - per l'altrui raggio che 'n s si
reflette - di diversi color diventa addorno ); e se ne afferri, in1

Purg. XXV, vv. 88-108.


Verso S. Bonaventura ci dirotta L. C1ccmTTO, nelle gi citate Postille bonadiligentemente il ripensamento di testi agostiniani fatto a questo proposito da
S. Tommaso, traendone la possibilit d'un dirottamento ispirativo in tal senso.
:i G. BusNELLI, Cosmogonia ed antropogenesi. cit., p. 292. L'autore esamina
venturiano-dante sche.
::!

67 -

fine il conclusivo sfocio in riflessi esteriori docilmente passanti attraver~o leggi del tutto identiche a quelle che il Grossatesta ci ha descritto sia nel suo De luce che nel suo De generatione sonorum
Diverso sar, per caso, il trattamento che vedremo praticato con
le ombre infernali? Fatta eccezione per i riflessi logicamente
comportati dal trovarcisi a livello di imago obscura anzich a livello di species primaeva , il procedimento ancora lo stesso: un
precisarsi di ombre nell'atmosfera circostante a mo' di blocchi
di1

luce emergenti dallo sfondo entro un gioco di piani prospettici
che, se lontanissimi ci appaiono dalle squisite soluzioni paradisiache
(valga, come raffronto, Par. XIV con la finissima differenziazione di
rilievi insita in un carbon che fiamma rende, - e per vivo candor
quella soverchia 2 ) soggiacciono, nondimeno, essi pure a cri terio
luministico come facilmente dato constatare, ad esempio, nel canto
d'Ulisse:
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole gi per la vallea,
forse col dov'e' vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sl com'io m'accorsi
tosto che fui l 've 'l fondo parea 3
Sono autentici tentativi da Dante fatti per strappar luce alle
te~ebre; e ci accade con tanta maggior violenza quanto pi opprimente tende ormai a farsi l'atmosfera del pozzo scuro ; come
elo~uenten:~nte attesta il lago di vetro di Inf. XXXII, sul quale
abbiamo gia avuto modo di sostare.
In un certo senso si sarebbe, anzi, portati a concludere che solo
a questo stadio l'universo di luce descrittoci da Dante rivela il senso
d:indubbia. scelta verificatosi tra le due grandi divaricazioni cui soggiaceva (e m cosl vivo contesto polemico da rendere del tutto impossibile il non pronunciarsi) il discorso luministico medievale. Lux
1

Valga, sin d'ora, quanto in merito appureremo nella seconda parte di questo

Par. XIV, vv. 52-53.


3 In/. XXVI, vv. 25-33.

68 -

metaphorica o lux metaphisica ? A quadro finalmente apparso


nella sua piena integralit, non stentiamo affatto ad individuare la
decisa opzione di Dante per questa seconda via. Se vero (per rifarci proprio ad uno dei pi centrali asserti tomisti) che l' agire
riflesso nell' essere ( operatio sequitur esse ) non ci sar possibile ridurre al metaforico l'essere di sustanze che, in ogni bench minima traccia d'operativit, rivelano un dinamizzarsi interiore
totalmente permeato di luce.
~':

* *

Con ci dallo stadio dell'iniziale definizione metafisica ci troviamo gi immessi nel canone immediatamente seguente: quello dell'estrinsecazione dinamica dal Grossatesta riassunto nel modulo della
lux-primum motivum corporale .
Un completo riscontro praticato sul Poema Sacro in base alla
casistica che il Grossatesta si premurato di offrirci consentirebbe a
questo punto sorprese tutt'altro che indifferenti; soprattutto come
fedelt di Dante allo specifico impiego tecnico dei vocaboli pi centrali. Ci vale sia per la gi ricordata quadripartizione del Convivio
(luce-lume-raggio-splendore 1 ) sia per le possibilit specifc~te .dal
Grossatesta, e, soprattutto, ci vale come (ininterrottamente nbad1t~)
coincidenza tra realt luministica e dinamismo sempre da Dante !1porta to all'essenza di luce:
Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond'usc la primizia
che lasci Cristo d'i vicari suoi ... :!
... voglio informar di luce sl vivace
3
che ti tremoler nel suo aspetto
6
Essenziale a questo proposito il passo leggibile nel tr., III, cap. XIV, 5Dico che l'usanza dei filosofi di chiamare "luce" lo lume, rn quanto esso ~e
suo fontale principio; di chiamare "raggio", in quanto esso per lo mezzo, dal pn?cipio al primo corpo dove si termina; di chiamare "splendore", in quanto. esso m
altra parte alluminata ripercosso. Assai fertile anche lo spunto che mvece .troviamo al cap. VII del Tr. II: ... i raggi non sono altro che un lume che viene
dal principio della luce per l'aere insino alla cosa illuminata ... .
:! Par. XXV, vv. 13-15.
3 Par. II, vv. 110-111.

69 -

... vid'io in essa luce altre lucerne


muoversi in giro pi e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne 1

Io vidi per la croce un lume tratto


dal nomar Iosu, com'el si feo :!;

Pi utile, in ogni modo, sar per noi (in quanto assai maggiormente indicativo agli effetti del discorso che stiamo sviluppando)
cogliere un tale aspetto dinamico in ci che nella formulazione grossatestiana ha costituito il dato pi caratteristico: l'impegno geometrico e, pi precisamente, sferico cui la luce in Dante stesso soggiace
sia quando si estrinseca in esseri umani sia quando si concreta in
altre realt riccamente distribuite tra le minuscole proporzioni dei
cerchi in tempra d'ori:uoli 3 e la grandiosit delle sfere celesti
Omettiamo pure il primo dettaglio (lo sferico comporsi dei
Beati) necessariamente destinato a ritornare tra non molto quando ci
occuperemo della luce-danza e basti, per il secondo, l'esempio ora offerto, estendibile tra l'altro con facilit estrema. Molto pi a proposito, invece, qui si inserir nel nostro discorso il terzo dettaglio sul
quale non tarderanno a precisarsi spunti decisamente indirizzati verso
gli aspetti meglio qualificanti nel senso che ci interessa sottolineare.
A dircelo saranno gi le esplosioni di luce di volta in volta da
Dante gustate nel passaggio di cielo in cielo, dove difficile sarebbe
non rivivere a ritroso l'impressione suscitata nel capitolo precedente
dal Grossatesta con il succedersi delle sfere celesti, da lui descritte
a mo' di cascate di luce soggiacenti al principio della congregatio
disgregans 4 Il fenomeno dei progressivi condensamenti (e susseguenti rarefazioni) Il si aveva modo di coglierlo lungo il generarsi dei
cieli minori da parte dei maggiori: dal cerchio massimo (il primo
mobile ) a quello minimo (la luna). In Dante , invece, dato riviverlo come progressivo superamento di fasce sempre accompagnate

Par. VIII, vv. 19-21.


Par. XVIII, w. 37-38.
3
Par. XXIV, v. 13.
4
Tale principio gi stato illustrato pagine innanzi a p. 39.
2

70 -

da un crescendo di splendore 1 ; progressivo superamento registrato


con rinnovato stupore, quando non addirittura gustato ancora prima
che la nuova fascia riveli da vicino le sue vere componenti interne.
Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che pi ferve e pi s'avviva
ne l'alito di Dio e nei costumi,
avea sopra di noi l'interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
l dov'io era, ancor non appariva ... :.!
Ripercorriamo alcuni di questi felici momenti di rinnovato
stupore:
Per entro s l'etterna margarita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce permanendo unita 3
e s come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
4
cos corremmo nel secondo regno
Ben m'accors'io ch'io era pi levato,
per l'affocato riso de la stella,
che mi parea pi roggia chel'usato

N fa difficolt l'apparente opzione tomista che, r.elati~amente


al cristallino , vediamo da Dante praticata su punto m cui, eff~t
tivamente, era impossibile ignorare gli esatti termini della polemica
gi rievocata nel primo capitolo (lo discorrer di Dio sovra quest'acque di Par. XXIX) 0
1 Ai passi paradisiaci che qui sotto verranno riportati si aggiunga si~ d'or,a !a
finale rivelazione che, lungo questo dosatissimo crescendo di splendore, si avra m
Par. XXX con l'approdo all'Empireo.
z Par. XXIII, vv. 112-117.
:i Par. II, vv. 34-36.
4 Par. V, vv. 91-93.
0 Par. XIV, vv. 85-87.
6
Par. XXIX, v. 21.

71 -

Fa testo, come chiave interpretativa di cosl discusso verso, una


puntualizzazione di B. Nardi 1 stranamente ligia, questa volta, al dettato tomista. Anche, per, a prescindere dalla piena possibilit di giustificare il linguaggio dantesco come puro riecheggiamento del biblico
et spiritus Dei ferebatur super aquas 2 , sta il fatto che una pi
completa visione dell'intero contesto terminologico medievale gi da
noi potuto riscontrare attraverso S. Bonaventura, ci lascer agevolmente sostituire pi vaste prospettive esegetiche egualmente applicabili a tutte le posizioni (ivi comprese, quindi, quelle oxfordiane
che, pur interpretando tali acque in senso spirituale, non rifuggono affatto da un simile impiego lessicale).
Sulla nessuna necessit peraltro di vedere nelle misteriose
'
'
acque di Par. XXIX un possibile dirottamento di Dante dalla coerenza oxfordiana che qui gli stiamo attribuendo gi piuttosto rivelatrice, nel Convivio, una lacuna descrittiva che, confrontata su passo
tomista cui lo stesso G. Busnelli 3 sente di poter accostare il testo
dantesco, ha tutto il sapore di un'omissione scopertamente intenzionale:
... totaliter diaphanum quem vocant
coelum aquem et crystallinum ... 4

.. .Io quale chiamano multi Cristalli-

no, cio diafano o vero tutto trasparente ... 5

Nel ripetersi di tutti i dettagli definitori, per di pi ripercorsi


nelle stesse inflessioni lessicali, una parola, per, troviamo visibilmente omessa dal riecheggiamento dantesco. Ed proprio la parola
c~e meglio condensa il nucleo polemico concernente il cielo cristallmo: la sua indole acquea o meno; forse con ci da Dante sostanzialmente rifiutata nel ben noto senso voluto da S. Tommaso.
1

R
Mi riferisco, soprattutto, alla puntualizzazione leg!!ibile in Il mondo di Dante,
. om), l944, ~p .. 307-313, della quale dato e.)gliere echi (e in senso di totale adeyone presso 1 pi autorevoli lettori di Par. XXIX. Vedasi, ad esempio, G. GETTO,
l canto XXIX del Paradiso in Letture D.mtesche , Sansoni, e, pi recentemente,
A. E. QUAGLIO, nel saggio inserito in .Ateneo Veneto, numero speciale per il
VII centenario dantesco, pp. 311-326.
2
Genesi, I, cap. II.
3

G. BusNEur, commento a Il Convivio, ed. cit., vol. I, p. 113.


S. Th., qu. LXVIII, a. 4.
5
Convivio, tr. II, cap. III, 7.!J.
4

72 -

N meno rivelatore sar il Paradiso dove, proprio in momento


scopertamente definitorio, tutto risolto in un prodigio di luce non
solo completamente alieno da possibili sospetti acquei, ma compiaciutamente raccolto nel respiro della diade luce-amore gi cos bene
evidenziata dal De Intelligentiis:
Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
s come questo li altri; e quel precinto

colui che 'l cinge solamente intende 1


Interviene a questo punto, nell'ordine trasmessoci dal capitolo
precedente, l'identit lux-color, presente in Dante (e gi nel Convivio 2 ) con ricchezza di riverberi superiore ad ogni tentativo di catalogazione 3 Ci interessa, ad esempio. un visibile commento stilato
con aderenza estrema sulla stessa definizione che questa lux-color
dal Grossatesta riceve? Portiamoci ancora di fronte a Cacciaguida4
cogliendolo nel suo esibircisi a mo' di foca dietro ad alabastro
o anche si pensi al raggio che ... .in vetro, in ambra o in cristallo ... resplende 5 e, meglio ancora, (su nesso logico offertoci proprio da quest'ultima indicazione mineraria) al suggestivo scaleo
di Par. XXI:
Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogni malizia morta,
di color d'oro in che raggio traluce
vid'io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
1

Par. XXVII, vv. 112-114.

~ Frequenti sono o-Ii accenni che Junrro l'intero Convivio, troviamo al vtlrt

d 1
ti
'
ti

certe osserva.
t
aspettI e problema-colore generalmente preso. Finissime poi sono
zioni che riguardano l'uno o l'altro colore particolare. Vedasi, ad ~sempm, qu~n

u1 l
,
d.
e di nero ma vmce
~roviamo s co ore perso . ( Il perso e un colore 1 purpureo
. lo' d0 1 troll nero e da lui si denomina Tr IV cap XX) e ci che, qualche capito
P1 . ,
viamo a proposito del bianco'. Bian~hezz~ un colore pieno di luce corpora e, pm
che nullo altro ... (Tr. IV, cap. XXII).
,
:i A tal tentativo di catalogazione i colori danteschi. sfuggo~o anc~e .P~~~~
1
molto spesso soggiacciono a riflessi d'origine genuinamente mconscia e qun;di,
~i
1
cilmente spiegabile con i criteri normali. Genuinamente inconscio, ad esempio, e
giallo della rosa sempiterna di Par. XX,X; lo stesso dicasi di certe sfumature
di rosso concomitanti rievocazioni orientali.
1
Par. XV, v. 24 .
.i Par. XXIX, vv. 25-26.

-- 73 -

Vidi anche per li gradi scender giuso


tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso 1

Tra le due somme gi viste tirare dal Grossatesta (l'una sfociante nei sedecim colores e l'altra, invece, approdata nel colorum mediorum gradus intensionis et remissionis sunt infiniti )
senz'altro alla seconda che urge far capo per accostarsi adeguatamente
ad un gusto dantesco non solo proteso su gamma coloristica effettivamente infinita, ma addirittura portato non di rado verso simultaneit di combinazioni rafforzanti enormemente l'effetto finale, come
attestato da terzina in cui chiarissimo questo cercato gioco
d'insieme :
Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, gi prato di fiori
vider, coverti d'ombra, li occhi miei ~.

Gli esempi qui abbondano oltre ogni dire, a cominciare dagli


stessi sfondi dominanti nelle singole cantiche, dosatamente spostati
dalla buia luce d'Inferno (si ricordi il vidila mirabilmente oscura
leggibile al momento del primo ingresso in Malebolge) al tono squisitamente verde del Purgatorio (d'obbligo il pensare al Salve, Regina in sul verde e 'n su' fiori 3 ) ed infine a quello marcatamente
dorato del Paradiso (baster rifarsi alla figura di Cacciaguida corus~a - quale a raggio di sole specchio d'oro 1 o ai seguenti riverberi che avremo nei dettagli interni delle cantiche stesse).

. T~p~camente grossatestiano (e non gi genericamente luministico) e il canone evidenziato subito dal precedente capitolo: quello
della luce-suono, o meglio quello d'un suono risultante dal vibrare
della luce incorporata nell'aria pi sottile 5 Anche da questo punto
1

Par. XXI, vv 25-33.


z Par. XXIII, vv. 79-81.
3
Purg. VII, v. 82.
1
Par. XVII, vv. 122-123.

Vedasene la giustificazione terminologica gi riportata a p. 44.

74 -

di vista le possibilit documentative offerte da Dante non potrebbero essere pi puntuali, come del resto gi insinuato da quel E
una melodia dolce - correva per l'aere luminoso ... di Purg. XXIX
nel quale l'intimit di sintesi cui soggiace la triade luce-aria-suono
assurge ad evidenza estrema 1
A tal mediazione dell'aria, come sistematico passaggio dalla
luce al suono, l'immaginismo paradisiaco far capo con spunti distribuiti tra i fragorosi Osanna che nel cielo di Venere impetuosamente sopraggiungono a mo' di venti:! e la misteriosa suggestione
d'un parlare dell'aquila introdotto, nel cielo di Giove, come suono
al collo de la cetra - prende sua forma, e s com'al pertugio - de
la sampogna vento che penetra 3 Il Purgatorio a questo medesimo
immaginismo fatto di luce-suono-aria ricorrer con l'agilit attestata nel c. XVI dal folgore parve quando l'aere fende - voce che
giunse ... 1 Sensazione analoga ci dar, infne, l'Inferno con il confuso suon emesso dalla fiamma di Guido da Montefeltro e, pi
chiaramente ancora nel canto precedente, con i dettagli che introducono il parlare di Ulisse:
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominci a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori... 5

Superbamente rispecchiato troviamo (s da potersene quasi omettere la documentazione) il canone luministico che viene subito dopo:
la lux mutata in gesticulatio , da R. Bacone ulteriormente intensificata come gestus, qui comprehendit exsaltationes et omne~
flexus corporis . la luce-danza, per rifarci subito al caso per noi
pi esplicito. Senonch, pur affidandosi con visibile preferenza a
1

Purg. XXIX, vv. 22-23.


Par. VII, v. 22.
a Par. XX, vv. 22-24.
1
Purg. XIV, vv.
131-132 .
i fo/. XXVI, vv. 85-90.
:!

75 -

questa estrinsecazione finale, la lux-gestus rivissuta da J?ante


percorre tutt'intera la gamma dei possibili riverberi; dai tenui sorrisi 1 che cosl spesso emanano dalle luci paradisiache alle grandiose coreografie comportanti l'automatico aggancio con l'intrecciarsi
2
degli archi concolori
N, tra l'altro, si ometta di notare l'assoluta precisione con la
quale insistentemente ci viene scandito l'immediato nesso che lega
le specificazioni luministiche a quelle che costituiscono l'intero tracciato della lux-gestus : riso-danza-movenze ritmiche. Sar la luce,
senza alcun altro nesso immaginistico, a sorridere ( La luce in che
rideva il mio tesoro ) 3 ; a distribuirsi sfericamente ( Io vidi pi
fulgor vedi e vincenti - far di noi centro e di se far corona ... ); cosl,
come del resto, nel canone precedente, era stata la luce a cantare
4
( del cor de l'una de le luci nove - s1 mosse voce ... )

* * *
Nel passare ora dagli specifici riecheggiamenti grossatestiani
puntualizzabili nel Poema Sacro a quelli che, invece, si lasciano riportare alle ben pi spregiudicate affermazioni del De I ntelligentiis
c', anzitutto, da richiamarsi agli ausili di lettura gi potuti prelevare dal terzo dei canoni con i quali, pagine innanzi, ci parso di
poter riassumere il nucleo estetico di tale trattato: il canone d'una
lux-principium motus et vitae direttamente proporzionale al grado
di calar da essa nei singoli casi detenuto.
Il ricorso a tal canone cadeva come si ricorder, a proposito
'
della pi esteriore dimensione neoplatonica
rilevabile in Dante su
confidenza da lui stesso fattaci fin, diremmo, a livello di scoperta
indicazione bibliografica; com' dato concludere leggendo il quasi
specchiato in nove sussistenze di Par. XIII attraverso il preciso richiamo pseudoareopagitico offertoci dal par. 21 dell'Epistola a Can-

1 D'obbligo qui il pensare alla Piccarda che con quell'altr'ombre pria sorrise
un poco e alle infinite situazioni analoghe trasmesseci dal Paradiso quando attraverso la luce in che rideva il mio tesoro (Cacciaguida), quando attraverso la
letizia che raggia d'intorno Carlo Martello) ecc.
:; Cfr. Par. XII, v. 11 e gli altri casi analoghi.
3 Par. XVII, v. 121.
1 I'ar. XII, vv. 28-29.

76 -

grande 1 Fuor di dubbio, per, gi l era il senso di lectio plenior


subito emergente dallo specifico innesto oxfordiano di cui ci stiamo
occupando in questo momento.
Ci infatti (mi si lasci ripetere ancora) che col mero cifrario
pseudo-areopagitico si esauriva in un descensus :! contenuto entro
i limiti del vago; ci che, anche a livello grossatestiano, non superava
l'argine del mero splendore geometrico giungeva, invece (nella
nuova prospettiva), a proporzioni di coerenza infinitamente pi accentuate. Il che, per di pi, accadeva non solo per l'aggiungersi dell'elemento calor a quelli che avevano caratterizzato il precedente
descensus , ma anche per la concreta giustificazione in tal maniera
derivante ad immagini altrimenti destinate a sfumare nel vuoto o,
almeno, a non risultare giustificabili in maniera cos piena. (Si pensi
3
ancora alla spontaneit con cui il gi terrificante lago del cor
di Inf. I va prima ad allargarsi sullo spettrale lago di vetro di
Inf. XXXII per poi proiettarsi nel ben diverso lago che denuncia
l'ormai avvenuto approdo in sfera paradisiaca).
Pur nella brevit dei sommari accenni ivi fatti, pi evidente
non avrebbe potuto essere la rispondenza rilevabile tra la centrale
struttura del Poema Sacro e l'intensit di descensus svelataci da
tal canone. Esimendoci, quindi, dal riscontrare ancora il puntual~
verificarsi di questo aspetto, poniamoci ora a contatto con gli altri
tre canoni, affrontando subito quello che indubbiamente ci esibisce il
1
lato pi spinoso: il pratico panteismo luministico ' teorizzato dal
De Intelligentiis integrando l'esplicito Unumquodque quantui:i
habet de luce tantum retinet esse divini 5 con un altrettanto esplicito Natura lucis est in omnibus .
1 Epistola a Cangrande, par. XXI: Propter quod p~tet quod. omnis. essentia
et v1rtus procedat a prima, et intelligentie inferiores rec1piant quasi a rad:ante, et
reddant radios superioris ad suum inferius ad modum speculorum. Quod satls apert~
tangere videtur Dionysius de Coelesti Hierarchia loquens . Il passo del De Coelestz
Hierarcbia cui qui si fa cenno fa parte del cap. III.
:! Vedqsi a riprova il contenuto dei vv. 61-66 di Par. XIII.
:i In/.
I, V. 20.
1 Le possibili accentuazioni panteistiche del luminismo teorizzatoci dal ~e fo:
aelligentiis sono accuratamente analizzate da Cl. Baeumker a p. 444 dello studio cui
abbiamo ampiamente attinto.
5 Per una piena comprensione della jpropositio qui rie~ocata yedasene l'in.
tero contesto nei passi gi riportati a p. 48 e soprattutto nella diretta ripresa che ne
faremo appresso.

77 -

A scanso di sospetti sulla pericolosit dell'accostamento che qui


ci accingiamo a fare giover richiamarsi nuovamente alla vigorosa
piattaforma mediana da cui abbiamo gi visto Dante prendere il
via per poi entusiasticamente spingersi fin verso le punte pi audaci
delle due lezioni trasmessegli dal Medioevo.
Pericolo di sfiorare l'eresia non c'era davvero per lui, grazie al
potere dissolvente che l'un estremismo deteneva nei confronti dell'altro. Al posto di tale pericolo ci si prospettava, invece, il felice
gioco di due tensioni che reciprocamente si stemprano e quindi si
immunizzano contro depauperanti unilateralit nell'atto stesso in cui
riescono ad aggiudicarsi il clima di bellezza che solitamente concomita
ogni fase estremistica. N qui ci vuol molto a cogliere il dissolvente
su cui fa leva l'effettiva tensione panteistico-luministica in Dante
stesso reperibile.
E il robusto diaframma (fra Dio e le sue creature) che tutto
pervade, non solo additando nelle cose un libero frutto di creazione
(come i piacque 1 ), ma anche svelando in esse una gioiosa coscienza esistenziale che il meglio di s addita proprio nel suo rifarsi
a Dio - causa prima. il nesso concretatosi in una libert personale dell'uomo che in tanto costituisce il suo maggior don in
quanto il requisito pi conformato all'essenza stessa di quel Dio
da cui tale dono proviene.
In questa atmosfera di necessaritarismo emanatista, quindi, completamente infranto non ci spaventer affatto riprendere con calma
l'accostamento gi proposto, serenamente accettando quelle conclusioni che, gi sul piano della loro cornice esteriore, non potrebbero
esibirsi in termini pi positivi.
Si rifletta, anzitutto (nel giro delle conferme che spontaneamente emergono dal dettato dantesco) sulla specifica coerenza luministica che questo dosatissimo descensus (effettivamente privo, a
prima vista, d'ogni diaframma) prospetta lungo il percorso gi da
noi pi volte contemplato nel suo dispiegarsi tra i vertici della luxspecies primaeva e gli abissi dell'infernale imago obscura .
Un primo dato che in tal coerenza verr a colpirci il peso
che, nel concreto definirsi delle ambientazioni, ha gi il fattore-luce,
1 Sulla vera dosatura libertaria attribuibile a questo come i piacque >" rispetto
al s'aperse in nuovi amor l'etterno amore immediatamente seguente, richiamo le
acute osservazioni effettuate in merito a C. G1ACON.

78 -

vero elemento differenziatore in un gioco di dettagli che Dante vuole


identici sino alle sfumature minime; come attestatoci, ad esempio,
dalla precisione di rispondenze con cui sull'oscuro profilo dei nocchieri infernali vanno a commisurarsi i bianchi nocchieri purgatoriali:
.. .io mi volsi al mar di tutto 'l senno
dissi: Questo che dice? e eh~
[risponde
quell'altro foco? e chi son quei
[che 'I f enno?
Ed elli a me: Su per le sudice onde
gi scorgere puoi quello che
[s'aspetta
se 'l fummo del pantan nol ti
[nasconde
Corda non pinse mai da s saetta
che sl corresse via per l' aere
[snella,
com'io vidi una nave piccioletta
venir per l'acqua verso noi in quella,
sotto 'l governo d'un sol galeotto,
che gridava: Or se' giunta,
[anima fe1la ! 1

... m'apparve, s'io ancor lo veggia


un lume per lo mar venir s ratto,
che il muover suo nessun volar
[pareggia.
Del qual com'io un poco ebbi ri[ tratto
l'occhio per domandar lo duca
[mio,
rividil pi lucente e maggior fatto.
Poi d'ogni lato ad esso m'apparo
un non sapea che bianco, e di
[sotto
a poco a poco un altro a lui usco.
Lo mio maestro ancor non fece
[motto,
mentre che i primi bianchi ap[ parver ali;
2
allor che ben conobbe il galeotto

Tutto, a prima vista, ci appare assolutamente identico non solo


sul piano degli esteriori dettagli lungo i quali si snoda il racconto
(improvviso baleno luminoso, specchi d'acqua fungenti da sfondo,
rapidi arrivi profilantisi attraverso tali acque, ecc.), ma nella stessa
pi centrale terminologia (si pensi a quel galeotto che con spontaneit assoluta si proietta da Fleglas all'angelo). Quel che cambia
(con ci, ripeto, situandosi a vero elemento differenziatore) solo il
gioco luministico spostatosi dall'oscurit delle sucide onde al
lucente tremolar della marina. Altrettanto accade con i neri
cherubini d'Inferno che, al rosso bollente dei cherubini paradisiaci,
giungeranno attraverso dosature luministiche magistralmente curate
lungo l'intero Purgatorio:
e vidi uscir de l'alto e scender gie
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
I

In/. VIII, vv. 1-18.

'.!

Purg. II, vv. 16-27.

79 -

Verdi come fogliette pur mo nate


erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate 1

Ma v'ha di pi in questo ininterrotto commento da Dante offertoci nei confronti d'un natura lucis est in omnibus che anche
nel Poema Sacro, non meno che nel De Intelligentiis, subito portato a proiettarsi sull' Unumquodque quantum habet de luce tantum
retinet esse divini ; v'ha, cio, il fatto d'una coerenza espressiva destinata a rivelarci le tracce d'un timbro divino ovunque impresso
con i caratteri maggiormente specificanti.
Avr, ad esempio, del forzato l'invocare a questo proposito la
sigla trinitaria che gi in Satana (anzi nelle stesse fiere di Inf. I),
prima ancora che in Dio, viene a fungere da nota caratteristica? Se
qualche dubbio poteva ancora in noi essere rimasto relativamente a
questa coerente scalarit di simbologia divina luministicamente variata, esso non pu non cadere di fronte all'insistenza con cui Dante
(incoraggiato, ripeto ancora, dalla pienezza con cui su riecheggiamento tomistico riesce a salvare la trascendenza divina) si annette
la suggestione estetica derivante dal dosato sfumare di un'identica sigla.
'Pi chiaro, a questo proposito, il discorso diverrebbe se qui
fosse possibile suffragarlo con gli ausili d'una lectura effettuata
in chiave d'inconscio sotto forma cio di transfert psicologico
'
'
'
egualmente atto a far nascere dall'interiorit di Dante (come specchi
in cui riconoscersi) tanto il male quanto il bene (tanto Satana, quindi,
2
q~anto J?io ; ma anche soffermandosi ai pi esteriori ausili della
simbologia trinitaria da lui stesso esplicitati prima nella trimurti
inferna e poi nella trinit paradisiaca, quanto qui stiamo dicendo non
potrebbe non apparire completamente provato, soprattutto se ancora lo si riporta alla cornice coerenziale in cui ad identico descensus soggiacciono tutti i valori pi decisivi: luce, amore, vita,
calore.
1

Purg. VIII, vv. 25-30.

I vari ritorni da me effettuati su questo tema mi dispensano dall'insistervi

ancora.

80 -

-!:

Al 'canone della luce divinizzata tiene dietro, subito dopo,


la luce spazializzata cos ben illustrataci, pagine innanzi, dal
Baeumker 1 con riferimento a S. Bonaventura.
Chi volesse subito vedere come si orienti l'espressivit dantesca
anche su questo punto altrettanto controverso non ha che da ripercorrersi in chiave spaziale qualche stralcio paradisiaco su cui ci siamo
gi soffermati; quali il maestoso Luce ed amor d'un cerchio lui
comprende di Par. XXVII, gi servitoci come chiave interpretativa
dell'opzione da Dante effettuata in fatto di cristallino acqueo
o meno.
Luce nello spazio ( conservans , cio, e non continens )
quella con cui Dante ci pone a confronto o autentica luce-spazio
sic et simpliciter ?
Il nucleo dell'intera cosmografia dantesca non pu non apparirci palesemente orientato verso la seconda direzione; perfettamente
resaci, ad esempio, da un Empireo che si esibisce, nei confronti del
Primo Mobile, non solo come conservans , ma anche come continens nel senso pi reale della .parola tanto da non aver, questi,
altro dove - che la mente divina in ~he s'accende - l'amor che'l
'
.
volge e la virt ch'ei piove 2 Solo che si pensi alla reale attraz1on~
magnetica in cui (su costante giustificazione luministica) sempre si
risolve l'approssimarsi d'un nuovo cielo, non si stenta affatto a vedere nel Paradiso dantesco un'esatta riprova del basilare assioma
con cui il De I ntelligentiis evidenzia ancor meglio questa propria fede
nell'identit luce-spazio:
Unumquodque primorum corporum est locus et forma
inferioris sub ipso per naturam lucis 3

N meno esplicita verr ad essere questa coincidenza luministico-spaziale quando dall'Empireo (vero locus in cui tutti gli altri
corpi-luce hanno il loro dove )si passa a tutte le altre zone di luce.
Il tentativo di fissare una possibile scissione (anche solo teorica)
tra luce come elemento- conservans e luce come elemento- con1

Cfr. testo gi riportato e quello che riporteremo a p. 103.

'.~Par.
3

XXVII, vv. 109-111.

Vedasi l'intero contesto a p. 122.

81

tinens fatalmente destinato ad infrangersi di fronte alle insistenze con cui Dante sempre si pronuncia nel senso che qui ci preme
fissare. Dall'Empireo che comprende il Primo Mobile sino al
raggio in cui si nasconde chiusa chiusa la figura di Giustiniano, pressoch infiinite sono le conferme in tal senso derivabili dal
Poema Sacro, a volte addirittura scandite con la suggestiva nota fasciante cui gioiosamente plaude, come sua pi intima realt, Carlo
Martello:
La mia letizia mi t1 tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato 1

Resta a questo punto, da commisurare su Dante la carica vitalistica, cui, nel De I ntelligentiis, abbiamo visto assurgere una
lux sottoposta a passaggi tendenti ad esibircisi, in un primo momento, in chiave di sviluppo lineare. Lux fonte di cognitio ,
cognitio causa di delectatio , delectatio sorgente di vita ;
il tutto nella tensione verso quel grande traguardo di pienezza vitale
che Dio: totalit di luce, totalit di conoscenza, totalit di gioia
e totalit di via.
In effetti, per (l'abbiamo gi visto), al modulo della linearit
non tarda a sostituirsi quella della circolarit che tutto trascina.
i?1periosit irresistibile; interiorit che prorompe da tutte le par~1 t:avolgendo ogni elemento nel flusso vitale degli altri e a sua volta
invitandolo a convogliare gli altri nel flusso vi tale proprio.
Alcuni dettagli (nel logico articolarsi di quest'ultimo canone)
hanno avuto modo di rivelarci la loro agevole funzionalizzabilit
dantesca; quali, precisamente, il ritmo circolare in cui gi nel De
Intelligentiis vediamo risolversi i tre valori che Dante fonde nella terz~na Luce intellettiial piena d'amore ... oppure la coincidenza lessicale fissabile tra i ricami che tale trattato ci offre sul Quod semper intelligit se intelligere, vita eius cum summa delectatione e il
paradisiaco O luce etterna che ... da te intelletta - e intendente te
ami e arridi! '.?.

1 Par. VIII, vv. 52-54.


:: Par. XXXIII, vv. 124-126.

82 -

OPERE DEL GROSSATESTA

DE LUCE
SEU DE INCHOATIONE FORMARUM

Formam primam corporalem, quam quidam corporeitatem vocant, lucem esse arbitrar. Lux enim per se in omnem pattern se ipsam diffundit,
ita ut a puncto lucis sphaeta lucis quamvis magna subito generetur, nisi obsistat umbrosum. Corpoteitas vero est, quam de necessitate consequitur
extensio matetiae secundum tres dimensioes, cum tamen utraque, cotporeitas scilicet et materia, sit substantia in se ipsa simplex, omni carens dimensione. Formam vero in se ipsa simplicem et dimensione carentem in
materiam similiter simplicem et dimensione carentem dimensionem in omnem pattern inducere fuit impossibile, nisi seipsam multiplicando et in omnem partem subito se diffondendo et in sui diffusione materiam extendendo, cum non possit ipsa forma materiam derelinquere, quia non est separabilis, nec potest ipsa materia a forma evacuari. - Atqui lucem ess<:>
proposui, cuius per se est haec opetatio, scilicet se ipsam multiplicare et in
omnem partem subito diffondere. Quicquid igitur hoc opus facit, aut est
ipsa lux, aut est hoc opus faciens in quantum participans ipsam lucem, quae
hoc facit per se. Corporeitas ergo aut est ipsa lux, aut est dictum opus faciens et in materiam dimensiones inducens, in quantum participat ipsam lucem et agit per virtutem ipsius lucis. At vero formam primam in materiam
dimensiones inducete per virtutem formae consequentis ipsam est impossibile. Non est ergo lux forma consequens ipsam cotporeitatem, sed est
ipsa corporeitas.
Amplius: formam primam cotpotalem formis omnibus sequentibus
digniorem et excellentioris et nobiliotis essentiae et magis assimilatam formis stantibus separatis arbitrantur sapientes. Lux vero omnibus rebus corporalibus dignioris et nobilioris et excellentioris essentiae est, et magis omnibus cotporibus assimilatur formis stantibus sepatatis, guae sunt intelligentiae. Lux est ergo prima forma corporalis.
Lux ergo, guae est prima forma in materia prima creata, seipsam per
seipsam undique infnities multiplicans et in omnem pattern aequaliter porrigens, matetiam, quam relinquete non potuit, secum distrahens in tantam
molem, quanta est mundi machina, in principio tempotis extendebat. Nec
potuit extensio materiae fieri per finitam lucis multiplicationem, quia sim-

83 -

plex fnities replicatum quantum non generat, sicut ostendit Ar~stoteles in


de caelo et munda. Infnities vero multiplicatum necesse est fmtum quantum generare, quia productum ex infinita multiplicatione alicui_us. in infnitum excedit illud, ex cuius multiplicatione producitur. Atqu1 simplex
a simplici non exceditur in infnitum, sed solum quantum fnitum in infnitum excedit simplex. Quantum enim infnitum infinities infinite excedit
simplex. Lux igitur, quae est in se simplex, infinities multiplicata materiam
similiter simplicem in dimensiones fnitae magnituclinis necesse est extendere.
Est autem possibile, ut aggregatio numeri infinita ad congregationem
infnitam in omni numerali se habeat proportione et etiam in omni non numerali. Et sunt infinita aliis infnitis plura et alia aliis pauciora. Aggregatio
omnium numerorum tam parium quam imparium est infinita, et ita est
maior aggregatione omnium numerorum parium, quae nihilominus est infinita; Excedit namque eam aggregatione omnium numerorum imparium.
Aggregatio etiam numerorum ab unitate continue duplorum est infinita;
et similiter aggregatio omnium subduplorum illis duplis correspondentium est infinita. Quorum subduplorum aggregationem necesse est esse
subduplam ad aggregationem duplorum suorum. Similiter aggregatio
omnium numerorum ab unitate triplorum tripla est aggregationi omnium
subtriplorum suorum istis triplis respondentium. - Et similiter patet de
omnibus speciebus numeralis proportionis, quoniam secundum quamlibet
earum proportionari potest fnitum ad infnitum.
Si vero ponatur aggregatio infinita omnium duplorum continue ab
unitate et aggregatio infinita omnium subduplorum illis duplis correspondentium, tollaturque de aggregatione subduplorum unitas vel quivis numerus fnitus, iam subtractione facta non remanebit inter aggregationem
pr.imam et residuum de aggregatione secunda dupla proportio; sed nec
a.hqua numeralis proportio, quia si de numerali proportione per subtract1onem a minori extremitate relinquatur alia numeralis proportio, oportet,
ut. subtractum istius, a quo subtrahitur, sit pars aliquota vel aliquot partes
ahquotae. Numerus vero finitus numeri infiniti aliquota vel aliquot ali~uot~e esse non potest. Subtracto igitur numero de aggregatione subdupla
m~mta non r~manet proportio numeralis inter aggregationem dupbm infinitam et res1duum de aggregatione subdupla infinita .
. His. ergo ita se habentibus manifestum est, quod lux multiplicatione
sua mfmta extendit materiam in dimensiones finitas minores et dimensiones finitas maiores secundum quaslibet proportiones se habentes ad invicem, numerales scilicet et non numerales. Si enim lux multiplicatione sui
infinita extendit matcriam in dimensionem bicubitam, eadem infinita multiplicatione duplicata extendit eam in dimensionem tetracubitam, et eadem
subduplicata extendit eam in dimensionem monocubitam; et sic secundum ceteras proportiones numerales et non numerales.
Iste, ut reor, fuit intellectus philosophorum ponentium omnia com-

84 -

po_ni cx a:on;is et _dicentium, corpora ex superficiebus componi et superfic1es ex lme1s et lmeas ex punctis. - Nec contradicit haec sententia ei
guae. po?~t, magnitudinem solum ex magnitudinibus componi, quia to;
~odis d1c1tur totum, quot modis dicitur pars. Aliter namque dicitur med~etas i:ars totius, guae bis sumpta reddit totum, et aliter est costa pars
diametn, guae non aliquotiens sumpta reddit diametrum, sed aliquotiens
sumpta exsuperatur a diametro. Et aliter dicitur angulus contingentiae
pars anguli recti, in quo est infinities, et tamen finite subtractus ab eo diminuit illum; et aliter punctus pars lineae, in qua est infinities, et finite
subtractus ab ea non diminuit eam.
Rediens igitur ad sermonem meum dico, quod lux multiplicatione
~ui infinita in omnem partem aequaliter facta materiam undique aequaliter
m formam sphaericam extendit, consequiturque de necessitate huius extensionis partes extremas materiae plus extendi et magis rarefieri, quam
partes intimas centro propinquas. Et cum partes extremae fuerint ad
summum rarefactae, partes interiores adhuc erunt maioris rarefactionis
susceptibiles.
Lux ergo praedicto modo materiam primam in formam sphaericam
extendens et extremas partes ad summum rarefociens, in extima sphaera
~omplevit possibilit~tem materiae, nec reliquit eam susceptibilem ulterioris
tmpressionis. Et sic perfectum est corpus primum in extremitate sphaerae,
quod dicitur firmamentum, nihil habens in sui compositione nisi materiam
primam et formam primam. Et ideo est corpus simplicissimum quoad partes
constituentes essentiam et maximam quantitatem, non differens a corpor_e
genere nisi per hoc quod in ipso materia est completa pe:. formam. pnmam solum. Corpus vero genus, quod est in hoc et in alus corponbu~,
habcns in sui essentia materiam primam et formam primam, abstra~itt
a complemento materiae per formam primam et a diminutione matenae
per formam primam.
.
Hoc itaque modo completo corpore primo, quod est firm~mentum,
1psum expandit lumen suum ab omni parte sua in centrum totms .. C_um
enim sit lux perfectio primi corporis, guae naturaliter se ipsam r:iultiphcat
a corpore primo, de necessitate diffunditur lux in centrum totms. Quae
cu:n sit forma tota non separabilis a materia in sui ~iffu~io;ie a c_orpore
Pt11!-1o, secum extendit spiritualitatem materiae cor~~ns pnm_i. Et 51 ~ pr~
cedit a corpore primo lumen, quod est corpus spmtuale, s1ve mavis dicere spiritus corporalis. Quod lumen in suo transitu non dividit corpus per
quod transit, ideoque subito pertransit a corpore primi caeli usque ad centrum. Nec est eius transitus sicut si intellioeretur aliquid unum numero
transiens subito a caelo in c~ntrum - hoc ~nim forte est impossibile - ,
sed suus transitus est per sui multiplicationem et infnitam generationem
luminis. Ipsum ergo lumen a corpore primo in centrum expansum et collectum molem existentem infra corpus primum congregavit; et cum iam
non potuit minorari corpus primum, utpote completum et invariabile,

85 -

nec potuit locus fieri vacuus, necesse fuit, ipsa in congregati~me p~rtes
extimas molis extendi et disgregari. Et sic proveniebat in intim1s partibus
dictae molis maior densitas, et in extimis augmentabatur raritas; fuitq';1e
potentia tanta luminis congregantis et ipsa in congregatione segregantls,
ut ipsas partes extimas molis contentae infra corpus primum ad summum
subtiliarent et rarefacerent. Et ita febat in ipsis partibus extimis dictae
molis sphaera secunda completa nullius impressionis ultra receptibilis. Et
sic est complementum et perfectio sphaerae secundae: lumen quidem ~i
gnitur ex prima sphaera, et lux, quae in prima sphaera est simplex, m
secunda est duplicata.

Sicut autem lumen genitum a corpore primo complevit sphaeram


secundam et intra secundam sphaeram molem densiorem reliquit, sic lumen genitum ex sphaera secunda sphaeram tertiam perfcit et infra ipsam
sphaeram tertiam molem adhuc densiorem congregatione reliquit. Atque
ad bune ordinem processit ipsa congregatio disgregans, donec complerentur
novero sphaerae caelestes et congregaretur inter sphaeram nonam infmam
moles densata, guae esset quattuor elementorum materia. Sphaera autem
infima, guae est sphaera lunae, ex se etiam lumen gignens, lumine su.o et
molem infra se contentam congregavit et congregando partes eius extimas
subtiliavit et disgregavit. Non tamen fuit huius luminis potentia tanta,
ut congregando partes eius extimas disgregaret ad summum. Propterea
remansit in omni parte molis huius imperfectio et possibilitas receptionis
congregationis et disgregationis. Et pars suprema molis huius disgregata
non ~d summum, sua tamen disgratione ignis effecta, remansit adhuc
~ateria elementorum. Et hoc elementum ex se lumen gignens et mole~
mfra s: c_ontentam congregans eius partes extimas disgregavit, minori
tamen 1~s1us ignis disgregatione; et sic produxit ignem. - Ignis ver? ex
l~men gignens et molem infra contentam congregans eius partes ext1mas
di~gregavit, minori tamen ipsius disgregatione; et sic aerem produxit. ~er guogue ex se corpus spirituale vel spiritum corporalem generans et
mtra se contentum congregans et congregando exteriora eius disgregans
aguam produxit et terram. Sed quia in agua plus remansit de virtutae
congregante, guam disgregante, remansit etiam ipsa aqua curo terra ponderosa .
. f:I?c igitur modo productae sunt in esse sphaerae 13 mundi huius
sen~1b1hs: novem scilicet caelestes, inalterabiles, inaugmentabiles, ingenerab1les et incorruptibiles, utpote completae, et quattuor existentes modo
contrario, alterabiles, augmentabiles, generabiles et corruptibiles, utpote
incompletae. - Et patens est, guoniam omne corpus superius secundum
lumen ex se progenitum est species et perfectio corporis sequentis. Et sicut
unitas potentia est omnis numerus sequens, sic corpus primum multiplicatione sui luminis est omne corpus sequens.
Terra autem est omnia corpora superiora aggregatione in se luminum
superiorum. Propterea ipsa est, guae a poetis Pan dicitur id est totum; et

86 -

eadem Cybele, quasi cubile, a cubo id est soliditate nominatur, quia ipsa
est omnium corporum maxime compressa, hoc est Cybele mater deorum
omnium, quia, cum in ipsa superiora lumiha sint collecta, non sunt tamen
in ea per operationes suas exorta, sed possibile est educi ex ea in actum
et operationem lumen cuiuscumque sphaerae volueris; et ita ex ea quasi
ex matre quadam quivis deorum procreabitur. - Media autem corpora
in duabus se habent habitudinibus. Ad inferiora quidem namque se habent
sicut caelum .primum ad omnia reliqua; et ad superiora, sicut terra ad
omnia cetera. Et sic modis aliquibus in quolibet eorum sunt omnia reliqua.
Et species et perfectio corporum omnium est lux: sed superiorum
corporum magis spiritualis et simplex, inferiorum vero corporum magis
corporalis et multiplicata. Nec sunt omnia corpora eiusdem speciei, licet
a luce simpla vel multiplicata fuerint profecta, sicut nec omnes nume:i
sunt eiusdem speciei, cum tamen sint ab unitate maiori vel minori muluplica tione collecti.
Et in hoc sermone forte manifesta est intntio dicentium omnia
esse unum ab unius lucis perfectione et intentio dicentium ea, guae
sunt multa, esse multa ab ipsius lucis diversa multiplicatione .
Cum autem corpora inferiora participant formam superiorum corporum, corpus inferius participatione eiusdem formae curo superi.ore corpore est receptivum motus ab eadem virtute motiva incorporali, a qt~a
virtute motiva movetur corpus superius. Quapropter virtus incorporahs
intelligentiae vel animae, guae movet sphaeram primam et supr~mam
motu diurno, movet omnes spbaeras caelestes inferiores eodem ?i~rno
motu. Sed quanto inferiores fuerint, tanto debilius bune motum recipmn~,
quia quanto fuerit sphaera inferior, tanto est in ea lux prima corporahs
minus pura et debilior.
Licet autem eleme~ta y~rticipent formam c~eli primi, ~o_n ta~e~
moventur a motore caeh pnm 1 motu diurno. Quamguam paruc1pant ili
luce prima, non tamen oboediunt virtuti motivae primae, cum habeant
istam lucem impuram, debilem, elongatam a puritate eius in. co_r~ore
primo, et cum habeant etiam densitatem materiae, guae est prmci~m1?
resistentiae et inoboedientiae. Putant tamen aliqui, quod spbaera igms
circumrotetur motu diurno, et signifcationem ipsius ponunt cir~umrota
tionem cometarum, et dicunt etiam bune motum derivari usque m aquas
maris, ita ut ex eo proveniat flm.'Us marium. Verumtamen omnes recte
pbilosopbantes terram ab hoc motu dicunt esse immunem.
Eodem quogue modo spbaerae, quae sunt post spbae:am secundam
guae fere secundum computationem in sursum facta nommatur octava,
guia participant formam illius, communicant omnes in motu suo, quem
habent proprium praeter motum diurnum.
. .
Ipsae autem caelestes sphaerae, quia completae sunt, non recept~biles
rarefactionis aut condensationis, lux in eis non inclinat partes matenae a
centro, ut rarefaciat eas, vel ad centrum, ut condenset. Et propter hoc
-

87 -

ipsae sphaerae caelestes non sunt receptibiles motus sursum aut deorsum,
sed solummodo motus circularis a virtute motiva intellectiva, quae in sese
aspectum corporaliter reverberans ipsas sphaeras corporali circulat revolutione. Ipsa autem elementa, quia incompleta, rarefactibilia et condensabilia, inclinat lumen, quod in eis est, aut a centro, ut rarefaciat, aut ad
centrum, ut condenset. Et propter hoc ipsa sunt aut sursum aut deorsum
naturaliter mobilia.
In supremo autem corpore, quod est simplicissimum corporum, est
reperire quattuor, scilicet formam, materiam, compositionem et compositum. - Forma autem, utpote simplicissima, unitatis obtinet locum. -.
Materia autem propter duplicem potentiam ipsius, susceptibilitatem sc1licet impressionum et earundem receptibilitatem, et etiam propter densitatem, quae radicaliter est ipsius materiae, quae primo et principaliter accidit binario, binarii naturam merito sortitur. - Compositio vero ternarium in se tenet, quia in ea patet materia formata et forma materiata et
i~sa compositionis proprietas, quae a materia et forma alia et tertia repentur in unoquoque composito. - Et quod est compositum praeter haec
tria proprium, sub numero quaternario comprehenditur. - Est ergo in
primo corpore, in quo scilicet virtualiter cetera corpora sunt, quaternarius,
et i?eo radi~aliter numerus ceterorum corporum non ultra denarium invemtur. Urutas namque formae et binarius materiae et ternarius compo:sitionis et quaternarius compositi, cum aggregantur, denarium constituunt.
Propter hoc est denarius numerus corporum sphaerarum mundi, qui a
sph.aera elementorum licet dividatur in quattuor, una tamen est participauone naturae terrestris corruptibilis.
Ex his patet, quod denarius sit numerus universitatis perfectus, quia
omne totum et perfectum aliquid habet in se sicut formam et unitatem,
et ali~uid sicut materiam et binarium, et aliquid sicut compositionem et
ternarium, et aliquid sicut compositum et quaternarium. Nec contingit
ultra haec quattuor quintum addere. Quapropter omne totum et perfectum est decem.
in

hi~is autem manife~tum est, quod solae quinque proportiones rep~:ta~

qua~tuor numeris unum, duo, tria, quattuor aptantur compos1t10m


et concordi a~ stab"l

1 1ent1 omne compositum. Quapropter istae solae qumq~be proport1on~s. concordes sunt in musicis modulationibus, gesticulatiom us et rythm1c1s temporibus.
Explicit tractatus de luce Lincolniensis.

88 -

DE LINEIS ANGULIS ET FIGURIS


SEU DE FRACTIONIBUS ET REFLEXIONIBUS RADIORUM

Utilitas considerationis linearum, angulorum et figurarum est maxima, quoniam impossibile est sciri naturalem philosophiam sine illis. Valent autem in toto universo et partibus eius absolute. Valent etiam in proprietatibus relatis, sicut in motu recto et circulari. Valent quidem in actione et passione, et hoc sive sit in materiam sive in sensurn; et hoc sive
in sensum visus, secundum quod occurrit, sive in alias sensus in quorum
actione oportet addere alia super ea, quae faciunt visum.
Curn igitur in aliis dictum est de eis quae pertinent ad totum universum et partes eius absolute, et de his quae ad motum rectum et ci:cularem consequuntur, nunc dicendum est de actione universali, prout 1psa
recipit naturam inferiorum; quae est subiectum susceptivum diversorum
actuum, prout ad actionem in materiam mundi contingit descendere; possuntque aliqua in medium adduci, quae erudire possunt procedentem ad
Omnes enim causae effectuum naturalium habent dari per
maiora. lineas, angulus et fguras. Aliter enim impossibile est sciri propter quid
in illis. Quod manifestum sic: Agens naturale multiplicat virtutem s.uam
a se usque in patiens, sive agat in sensum, sive in materiarn. Quae v1rtus
aliquando vocatur spccies, aliquando sirnilitudo, et idem est, quocun~ue
modo vocetur; et idem irnmittet in sensum et idem in materiarn, s1ve
contrarium, ut calidum idem immittit in tactum et in frigidum. Non enim
agit per deliberationem et electionem et ideo uno modo agit, quicquid
. .
'
. . .
occurrat, s1ve slt sensus, sive sit aliud, sive animatum, s1ve mammatu~.
Sed propter diversitatem patientis diversificantur effectus. In sensu e?~m
ista virtus recepta facit operationem spiritualem quodammodo et ~obiho
rem; in contrario, sive in materia, facit operationem materialem, s1cut sol
pe~ e?nder:i virtutem in diversis passis diversos producit efiectus. Constrmg1t emm lutum et dissolvit glaciem.
Virtus igitur ab agente naturali aut veniet super lineam breviorem,
et tunc magis est activa, quia patiens minus distat ab agente, aut super
lineam longiorem, et tunc minus est activa, quia patiens magis distat. Sed
sive sic, sive non sic: aut veniet immediate a superficie agentis, aut mediate. Si immediate: aut per lineam rectam venict, aut per obliquam. Sed
-

89 -

si per lineam rectam: tunc est actio fortior et melior, ut vult Aristoteles
V Physicorum, quia natura operatur breviari modo, quo potest. Sed linea
recta omnium est brevissima, ut ibidem dicit.
Item, linea recta habet aequalitatem sine angulo; sed melius est
aequale, quam inaequale, ut dicit Boethius in aritmetica sua. Sed natura
operatur breviari et meliori modo, quo potest; quare melius operatur
super lineam rectam.
Item, omnis virtus unita est fortioris operationis. Sed maior unio et
u~tas est in linea recta quam in non recta, sicut dicitur in V Metaphys1cae. Quare fortior erit operatio super lineam rectam.
Sed linea recta aut cadit ad angulos aequales quae est perpendicularis, aut inaequales. Si ad angulos aequales, est operatio fortior propter
tres rationes praedictas, quia illa linea est brevior et aequalis et virtus
uniformiter venit per eam ad partes patientis.
Linea autem cadens ad angulos aequales super corpus aliquod cadit
ad rectos, quando cadit super planum; quando super concavum, ad acutos;
qu~ndc: autem super sphaeram, ad maiores recto. Quod manifestum .est,
qma, s1 ducatur linea incidentiae transiens per medium sphaerae cum lmea
contingentiae, facit angulos rectos, et ex linea contingentiae cum sphaera
causantur utrobique anguli contingentiae; quare linea cadens super sph~e
ram faciet angulos duos cum eius superficie, quorum uterque est maior
recto, quia valet angulum rectum et angulum contingentiae. - Quando
e:go cadit virtus ad angulos non solum aequales, sed omnino rectos, ~une
vi?etur esse actio fortissima, quoniam omnino est aequalitas et untform1tas completa.
Si vero sit linea non recta sive curva tunc cum non sit circularis,
quia agens naturale non facit v'irtutem sua~ sec~ndum circulum, sed sec~ndum diametrum circuli propter brevitatem, manifestum est, quod talis
linea habebit angulos. Et hoc non fet dum medium est unum, sive
du!11 est unum corpus occurrens; sed o~ortet, quod sint duo, unde in
pnmo multiplicatur virtus super lineas rectas, in secundo super alias. Hoc autem non potest esse, nisi duobus modis: aut scilicet quod corpus
patientis sit densum, ita ut impediat transitum virtutis, praecipue quai:tum ad sensum nostrum - et tunc dicitur linea reflexa ideo quod redlt
.
'
Vlt~us :--- ~ut corpus occurrens sit rarum, quod permittit transitun: virtutis. S1 pnmo modo, tunc virtus veniens ad corpus densum aut cadit ad
angulos aequales sive perpendiculariter, aut ad inaequales. Si p~imo mod?,
tunc redit in se per eandem viam, per quam venit. Cuius ratio est, qma
qualem angulum constituit linea cadens super corpus, talem et tantum
constituit linea reflexa. Et ideo oportet, quod ad eosdem angulos ~eflecta
tur, super quos cecidit et per eandem viam redeat. Si enim rediret per
alios angulos sive per aliam viam declinando a dextris si ve a sinistris' impossibile esset, quod ad aequalem angulum cum angulo incidentiae rediret;
faceret enim maiorem vel minorem. - Si vero cadit ad angulos inaequales,
-

90 -

tunc redibit per talem viam, qua possit facete angulum aequalem cum
superficie corporis resistentis angulo incidentiae, scilicet illi, quem constituit linea incidens cum illo corpore propter rationem praedictam. Universaliter enim angulus inddentiae et reflexionis facit angulos aequales,
quod supponatur nunc.
Cum ergo his duobus modis fiat reflexio, intelligendum est, quod
virtus reflexa in se propter geminationem virtutis in eodem loco fortior
est, quam virtus reflexa in aliam viam. Attamen, quantum est de ratione
reflexionis, debilior est actio, ubi est reflexio in eadem via, quia, cum
omnis reflexio debilitet virtutem, illa tamen, quae facit declinare omnino
virtutem ab incessu recto, quem deberet habere, si per medium corporis
transiret, magis debilitatur; et haec est, quae est in eadem via, a qua venit.
Haec enim via est omnino contraria et apposita incessui recto, quem deberet habere.
Quod si fiat reflexio a corporibus politis habentibus naturam speculi,
tunc est optima reflexio et fortior actio; cum vero a corporibus asperis,
tunc dissipatur species et actio est debilis. Cuius causam assignat Commentator super tractatum de sono dicens, quod partes corporis politi et levis
superficiei propter suam aequalitatem et uniformitatem concurrunt omnes
in unam actionem in reflexione speciei; et ideo tota integra, sicut venit,
reflectitur a corpore polito. - Sed partes corporis asperi sunt inaequales
et quae altior est, primo reflectit speciem; et ideo non concordant partes
in unam actionem, et propter hoc dissipatur species in partes, et ide9 non
est bonae operationis.
Quando etiam est reflexio a corporibus concavis, maior est actio, quam
a planis et convexis, eo quod radii reflexi a superficie concava concurrunt
in unum; non autem sic de aliis.
Si vero corpus concurrens non impediat transitum virtutis, tunc
radius cadens ad angulos aequales sive perpendiculariter tenet incessum
rectum et est fortissimus. - Sed ille, qui cadit ad angulos inaequ:llcs,
deviat ab incessu recto, quem habuit in corpore priore et quem deber~t
adhuc habere, si esset medium uniforme. Et ista deviatio vocatur fractto
radii. Et haec est dupliciter: Quoniam si illud corpus secundum est densius primo, tunc radius frangitur ad dexteram et vadit inter incessum
rectum et pe,rpendicularem ducendam a loco fractionis super illud corpus
secundum. Si vero sit corpus subtilius ' tunc franoitur
versus sinistrum
b

recedendo a perpendiculari ultra incessum rectum. Et cum haec sint 1ta,


intelligendum est tunc, quod virtus veniens super lineam fractam fortior
est, quam super reflexam, quia linea fracta parum recedit ab incessu recto,
qui est fortissimus, et reflexa linea multum recedit in oppositam partem,
unde reflexio plus debilitat virtutem quam fractio. - De virtute autem
fracta dupliciter potest dici, quod virtus fracta a dextris fortior est quam
~sta a sinistris, eo quod ista, quae frangitur a dextris. magis accedit ad
incessum perpendicularem, sive loquamur de illa perpendiculari, quaede-

91 -

citur a loco fractionis, sive ab agente, a cuius puncto eodem exeunt linea
perpendicularis et linea fracta.
Praeter vero istas lineas essentiales est quarta accidentalis, super
quam venit virtus accidentalis et debilis. Quae quidem venit non ab agente
immediate, sed a virtute multiplicata secundum aliquam trium linearum
dictarum; secundum quod a radio cadenti per fenestras venit lumen accidentale ad omnes angulos domus. Ista autem virtus est omnium debilissima, quoniam non ab agente exit immediate, sed a virtute agentis f:ac~a
secundum lineam rectam, reflexam vel fractam. - Haec igitur de lme1s
et angulis dicantur.
De figuris autem duae species ad praesens considerandae sunt. Quarum una est necessaria propter multiplicationem virtutis, scilicet sphaerica. Omne enim agens multiplicat suam virtutem sphaerice, quoniam
undique et in omnes diametros: sursum deorsum, ante retro, dextrorsum
sinistrorsum. Quod patet per hoc, quod, qua ratione ab agente posito loco
centri contingit protrahere lineam in unam partem, et in omnem secundum omnes differentias positionis; quapropter oportet, quod sphaerice. I ta
dicit Commentator super secundum de anima. Item ubicunque ponatur sensus, potest sentire tale agens in distantia debita; sed non nisi
per speciem sive virtutem venientem ab agente. Illa ergo virtus undique
multiplicatur.
Alia autem figura exigitur ad actionem naturalem, scilicet pyramid~lis: quoniam si virtus veniat ab una parte agentis et termi.netu: ad
aham partem patientis et sic de omnibus, ita quod semper vema~ vir~s
ab .un~ parte agentis ad unam solam pattern patientis, nunquam ~nt fort!s
a~tlo s1ve bona. Sed completa est actio, quando ab omnibus punct1s agenus
s~ve a tota superficie eius veniet virtus agentis ad quemlibet punctum pattentis. Hoc autem est impossibile nisi sub figura pyramidali, quoniam
virtutes venientes a singulis partibu~ agentis concurrunt in cono pyramidis
et congregantur et ideo omnes fortiter possunt agere in partem patientis
concu.rrentem. Possunt ergo infinitae pyramides exire ab una superficie
agentls, quarum omnium una est basis, scilicet supperficies agentis, et coni
sunt tot, quot sunt pyramides, et cadunt in diversa puncta medii seu
patientis undique; et ad unam partem possunt infnitae exire, quarum una
est ?re~ior et alia longior. Sed illae, quae sunt aequalis longitudinis et
brevltatls, non habent diversitatem, quia aequaliter agunt, quantum est
ex parte sua, licet varietas possit esse a paret materiae recipientis.
Quando autem una est brevior alia, et exeunt ab eodem agente, pulchra est difficultas, utrum conus pyramidis brevioris magis agat in patiens? Et oportet ponete, quod pyramis brevior magis agat, quia conus
eius minus distat a fonte suo, et ideo plus virtutis ibi invenitur, quam
in pyramide longiori et ideo patiens a pyramide breviari est magis coniunctus agenti et ideo fortius alteratur secundum virtutem.
-

92 -

. Praeterea si radii, qui sunt de corpore pyramidis brevioris, qui veruunt a dextra parte, protrahantur ultra conum in continuum et directum
fa~i~nt minores angulos cum radiis sinistris, qui sunt de corpore pyra:
mtd1s, quam radii similes, qui sunt a parte pyramidis longioris, ut patet
per 21 um primi geometriae Euclidis et etiam ad sensum. - Et eodem modo est de radiis venientibus a sinistra parte pyramidis, exeuntibus ultra conu?1 in continuum et directum, qui magis coniunguntur cum radiis dextris,
qm sunt de corpore pyramidis, quam consimiles faciunt a parte pyramidis
l?gioris. - Quapropter, cum omnis congregatio et unitio magis est actlva, conus pyramidis brevioris magis aget et etiam alterabit patiens quam
longioris. - Quapropter, cum omnis congregatio et unitio magis est acagentis venit virtus ad conum pyramidis longioris, ubi virtus magis congregatur, propter hoc quod conus ille magis est acutus quam in breviari, et
omnis virtus unita est maioris operationis, atque addatur ad haec, quod radii pyramidis longioris maois sunt propinqui radiis perpendicularibus ductis ab extremitatibus diam~tri agentis, quare sunt fortiores, quia incessus
perpendicularis est fortissimus: po test dici, quod istae rationes op time concludunt, quantum sufficiunt, et ideo procederent, nisi rationes fortiores essent in contrarium, guae praedictae sunt.
.
Explicit tractatus Lincolniensis de fractionibus et reflexionibus radiorum.

93

DE IRIDE SEU DE IRIDE ET SPECULO

Et perspectivi et physici est speculatio de iride. Sed ipsum "quid"


physici est scire, "propter quid" vero perspectivi. Propter hoc Aristoteles
in libro metereologicorum non manifestavit "propter quid", quod est perspectivi, sed ipsum "quid" de iride, quod est physici, in brevem sermonem
coarctavit. Ideoque in praesenti ipsum "propter quid", quod attinet ad pe:spectivum, pro modulo nostro et temporis opportunitate suscepimus exphcandum.
In primis igitur dicimus, quod Perspectiva est scientia, quae erigitur super fguras visuales, et haec subalternat sibi scientiam, quae erigitur super
tiguras, quas continent lineae et super.ficies radiosae, sive proiecta sint illa
radiosa ex sole, sive ex stellis, sive ex aliquo corpore radiante. Nec putan.dum, quod egressio radiorum visualium sit posltio imaginata solum absque re, sicut putant illi, qui partem considerant et non totum. Sed sciendum, quod species visibilis est substantia assimilata naturae solis lucC!J.S et
rad!ans, cuius radiatio coniuncra radiationi corporis lucentis exterius totaliter visum complet.
Unde philosophi naturales tangentes id, quod est ex parte visus naturale et passivum, dicunt visum :heri intussuscipiendo. Mathematici vero
et phisic1 considerantes ea, quae sunt supra naturam, tangentes id, quod est
parte visus supra naturam et activum, dicunt visum neri extramittendo .
.l-Ianc partem visus, quae fit per extramissionem, exprimit Aristoteles aperte in libro de animalibus ultimo dicens: "oculus profundus videt remote;
nam motus eius non dividitur, neque consumitur, sed exit ab eo virtus visualis et vadit recte ad res visas" . .Et iterum in eodem: "Tres dicti sensus
scilicet visus, auditus, olfactus exeunt ab instrumentis, sicut aqua exit a
canalibus, et propter hoc longiores nasus sunt boni oltactus".
Perspectiva igitur veridica est in positione radiorum egredientium.
Cuius partes principales sunt tres secundum triplicem modum transitionis radiorum ad rem visam. Aut enim transitus radii ad rem visam est
rectus per medium diaphani unius generis interposit inter videntem et rem
visam. - Aut transitus eius est secundum rectum ad corpus habens naturam huius modi spiritualis, per quam ipsum est speculum, et ab ipso
-

94 -

reflectitur ad rem visam. - Aut transitus radii est per plura diaphana
diversorum generum, in quorum contiguitate frangitur radius visualis et
facit angulum, et pervenit radius ad rem visam non per incessum rectum,
sed per viam plurium linearum rectarum angulariter conjunctarum.
Primam partem complet scientia nominata de visu; secundam illa,
guae vocatur de speculis. Tertia pars apud nos intacta et incognita usque ad
tempus hoc permansit. Scimus tamen, quod Aristoteles tertiam pattern complevit, guae plus ceteris partibus sui subtilitate multo diflcilior et naturarum profunditate longe mirabilior extitit. - Haec namque pars perspectivae perfecte cognita ostendit nobis modum, quo res longissime distantes faciamus apparere propinquissime positas et quo res magnas propinquas faciamus apparere brevissimas et quo res longe positas parvas faciamus apparere quantum volumus magnas, ita ut possibile sit nobis ex incredibili dstantia litteras minimas legere, aut arenam, aut granum, aut gramina, aut quaevis minuta numerare. Qualiter autem haec admiranda contingunt, sic fiet manifestum. Radius visualis penetrans per plura diaphana
diversarum naturarum in illorum contiguitate frangitur et eius partes in diversis diaphanis existentes in illorum contigui tate angulariter coniunguntur
- Hoc autem manifestum est per experimentum illud, quod ponitur principium in libro de speculis: si in vas mittatur quid, sumatur distantia, ut
iam non videatur et infundatur aqua, videbitur, quod immissum est. - Manifestatur etiam illud idem per hoc, quod subiectum continui est corpus
unius naturae; radium igitur visualem in contiguitate duorum diaphanorum
diversi generis necesse est a contiguitate decidere. Cum autem totali~ ~a
dius a principio uno sit generatus nec possit penitus continuitas 1~lms
solvi, nisi interrupte esset eius generatio necesse est, ut contigu1tate
duorum diaphanorum non sit completa 'radii discontinuatio; medium
autem inter plenam continuitatem et completam discontinuitatem non potest esse nisi punctus unius contingens duas partes non directe, sed
angulari ter.
. .
Quanta autem sit radii angulariter adiuncti a recto incessu declmatio,
sic imaginabimus. Intelligamus radium ab oculo per medium aeris secundum diaphanum incidentem in continuum et directum protrahi et a punc:o,
in quo incidit super diaphanum, lineam protrahi in profunditatem illius diaphani, guae cum superficie diaphani ex omni parte faciat angulos ae9uale~.
Dico igitur, quod incessus radii in secundo diaphano est secundum. via?: hneae dividentis per aequalia angulum, quem continet radius im:agmab~~itedr
in continuum et directum protractus et linea a puncto incidentiae radn a
angulos aequos super superfciem secundi diaphani in profunditatem eius
ducta.
Quod autem sic determinetur anguli quantitas in fractione radii, ~sten
dunt nobis experimenta similia illis, quibus cognovimus, quod refractlo radii super speculum fit in angulo acquali angulo incidentiae. - Et idem manifestavit nobis hoc principium philosophiae naturalis, scilicet quod "om-

95 -

nis operatio naturae est modo finitissimo, ordinatissimo, brevissimo et optimo, quo ei possible est".
Res autem, quae videtur per medium plurium perspicuorum, non apparet esse ut ipsa est secundum veritatem, sed apparet esse in concursu radii egredientis ab oculo in continuum et directum protractum et lineae ductae a re visa cadentis in super!iciem secundi perspicui propinguiorem oculo ad angulos aequales undique. Hoc autem nobis manifestum est per ide1:1
experimentum et consimiles ratiocinationes, quibus novimus, quod res v1sae in speculis apparent in concursu visus directe protracti et lineae ductae
super speculi superficiem ad angulos undique aequales.
His itaque manifestis, scilicet quantitate anguli, secundum quem frangitur radius in contiguitate duorum diaphanorum, et loco apparentiae rei
visae per medium diaphanorum plurium, adiunctis his principiis, quae sumit perspectivus a philosopho naturali, scilicet quod secundum quantitatem anguli, sub quo videtur aliquid, et situm et ordinem radiorum apparet
9uantitas et situs et ardo rei visae, et quod magna distantia non facit rem
mvisibilem, nisi per accidens, sed parvitas anguli, sub quo videtur: patens
est perfecte in rationibus geometralibus posito diaphano notae magnitudinis et figurae et notae ab oculo distantiae, qualiter apparebit res notae distantiae et notae magnitudinis et situs secundum locum et magnitudinem
et situm; et patens est eisdem modus fgurandi diaphana ita, ut illa diapha
na recipiant radios egredientes ab oculo secundum quantitatem anguli,
quem voluerint, in oculo facti, et restringant radios receptos, quomodocunque voluerint, super res visibiles, sive fuerint illae res visibiles ma
gnae sive parvae, sive longae sive prope positae; et ita appareant eis
omnes res visibiles in situ, quo voluerint, et in quantitate, qua voluerint;
et ~es maximas, cum voluerint, faciant apparere brevissimas, et e cont~ano brevissima et longe distantes faciant apparere magnas et optime
v1su perceptibiles.
Et. huic tertiae parti Perspectivae subalternata est scientia de iride.
Non .emm possibile est iridem fieri radiis solaribus per incessum rectum a
s?le m concavitatem nubis incidentibus. Facerent enim in nube illuminationem continuam non secundum figuram arcualem, sed secundum fguraI?
aperturae ex parte solis, per quam ingrederentur radii in nubis concav1tatem. - ~ec possibile est, ut iris fat per reflexionem radiorum solis super con~exitatem rora:ionis a nube descendentis, sicut super speculum ~~n
ve~m~ l~a, ut concav1tas nubis recipiat radios reflexos et sic appareat u1s,
qma, si stc esset, non esset iris omnino arcualis figurae, et accideret, quod
g~a~t? sol esset altior, tanto iris esset maior et altior, et quanto sol esset
dimm10r, esset etiam iris minor minor cuius contrarium sensui est
r:ia~ifestum: - Necesse est ergo, quod iris' fiat per fractionem radiorum solts m rorat1one nubis convexae. Dico ergo, quod exterius nubis est convexum et interius illius est concavum. Quod patet per naturam levis et ponderosi. Et illud, quod apparet nobis de nube, necessario est minor semi-

96 -

sphaera, licet appareat in visu semisphaera et cum a concavitate nubis descendat roratio, necesse est illam rorationem in summa esse conversam
pyramidaliter, ad terram descendentem, ideoque in propinquitate terrae
plus quam in superiori parte condensatam.
Erunt igitur in universo quattuor diaphana, per quae penetrat radius
solis scilicet aer purus continens nubem, secundo nubes ipsa, tertio supremum et rarius rorationis a nube venientis, quarto inferius et densius eiusdem rorationis. Necesse est igitur per ea, quae praedicta sunt de fractione
radii et quantitate anguli fractinnis in contiguitate duorum diaphanorum,
radios solares primo frangi in contiguitate aeris et nubis et deinde in contiguitate nubis et rorationis, ut per has fracturas concurrant radii in densitate rorationis, ibique iterum fracti sicut a cono pyramidali se diffundant
non in pyramidem secundi rotundam, sed in :6.guram assimilatam curvae ~u
perf.ciei pyramidis rotundae expansam in oppositum solis. Ideoque est. ems
figura arcualis, et apud nos apparet iris australis; et quia conus praed1ctae
:6.gurae est prope terram et ipsius expansio est in oppositum solis, necesse
est, ut medietas illius f.gurae vel amplius cadat in superficiem terme et
reliqua medietas vel minus cadat ex apposito solis in nubem. Ideoque .solexistente prope ortum vel occasum apparet iris semicircularis et est maior;
sole vero existente in aliis sitibus apparet iris portio semicirculi. Et quanto sol alti or, tanto portio iridis minor. Et propter hoc in locis multa e a~
cessionis solis ad zenith capitum non apparet omnino iris in bora meridiana. - Quod Aristoteles dicit arcum varium apud ortum et occasu?1 ~o
lis parvae esse mensurae, non intelliaendum est de parvitate quantttatts,
sed de parvitate luminositatis, quae ac~idit propter transitum radiorum yer
multitudinem vaporum in hac hora plus, quam in horis ceteris. 9uo? ipse
Aristoteles consequenter innuit dicens: hoc esse propter dimmuttonem
eius, quod resplendet de radio solis in nubibus.
Cum autem color sit lumen admixtum cum diaphano, diaphanum
vero diversif.cetur secundum puritatem et impuritatem, lumen autem quadrifarie dividatur, secundum claritatem scilicet et obscuritatem et tunc secundum multitudinem et paucitatem, et secundum harum sex di~ere~
tiarum connumerationes sint omnium colorum generationes et div~rsi
tates, varietas coloris in diversis partibus unius et eiusdem iridis maxime
accidit propter multitudinem et paucitatem radiorum scolis. Ubi enim est
maior radiorum multiplicatio, apparet color magis clarus et ~umin?sus;
ubi vero minor est radiorum multiplicatio, apparet color magi~ ~w~ens
hyazintino et obscuro. Et quia luminum multiplicatio et a muluphcauone
ordinata diminutio non sit, nisi per resplendentiam luminosis super speculum, vel a diaphano, quod per fguram suam in loco quodam c?ngre_g?t
lumen et in loco conveniente disgregando diminuit, et haec d1spositto
receptionis luminis non est dispositio f.xa, manifestum est, qu?n.d_o non
est in potestate pictorum assimilare iridem, cum tamen sit poss1b1hs eius
assimilatio secundum dispositionem non fixam.

97 -

Diversitas vero unius iridis ad aliam in coloribus suis tum accidit ex


puritane et impuritane diaphani recipientis, tum ex claritate et obscuritate
luminis imprimentis. Si enim fuerit diaphanum purum et lumen clarum,
erit color plus assimilatus albedini et luci. Si vero fuerit diaphanum recipiens habens permixtionem vaporum fumosorum et claritas luminis fuerit
pauca, sicut accidit prope ortum et occasum, erit color minoris splendoris et
magis obfuscatus. Et similiter secundum alias connumerationes claritatis et
obscuratis luminis et puritatis et impuritatis diaphani satis manifestae sunt
secundum colores omnes arcus varii variationes.
Explicit tractatus de iride secundum Lincolniensem.

I"'

98 -

DE COLORE

Color est lux incorporata perspicuo. - Perspicui vero duae sunt differentiae: est enim perspicuum aut purum separatum a terrestreitate, aut
impurum terrestreitatis admixtione. - Lux autem quadrifarie partitur:
quia aut est lux clara vel obscura, pauca vel multa. Nec dico lucem multam
per subiectum magnum diffusam. Sed in puncto colligitur lux multa, cum
speculum concavum opponitur soli et lux cadens super totam superficiem
speculi in centrum sphaerae speculi reflectitur. Cuius etiam lucis virtute
in ipso centro collecta combustibile citissime inflammatur.
Lux igitur clara multa in perspicuo puro albedo est. Lux pauca in
perspicuo impuro nigredo est. Et in hoc sermone explanatus est sermo Aristotelis et Averrois, qui ponunt nigredinem privationem et albedinem habitum sive formam.
Sequitur etiam ex hoc sermone, quod colores proximi albedini, in
quibus potest fieri recessus ab albedine et permutatio, septem sunt, nec plures nec pauciores. - Similiter septem erunt proximi nigredini, quibus a nigredine versus albedinem ascenditur donec fiat concursus aliorum septem
'
colorum, quibus ab albedine descenditur.
Cum enim albedinis essentiam
tria constituant, scilicet lucis multitudo, eiusdemque claritas et perspicui puritas, duobus manentibus cuiuslibet trium potest fieri remissio, eritque per
hunc modum trium colorum generatio; vel quolibet trium solo manen~e,
duorum reliquorum erit remissio, et sic fiet aliorum colorum a tribus pnoribus trina generatio; aut omnium trium simul erit remissio; et sic in universo ab albedine erit septem colorum immediata progressio.
Consimilis est ratio, per quam ostenditur a nigredine per septem colores illi proximos versus albedinem ascensio. Erunt ergo in universo colores
sedecim: duo scilicet ex tremi et hinc inde septem extremis annexi hinc per
intensionem ascendentes illinc per remissionem descendentes ac in medio
in idem concurrentes. In quolibet autem colorum mediorum gradus intensionis et remissionis sunt infiniti. Unde qui per numerationem et combina tionem eorum, qua e in tendun tur et remi ttun tur, multi tudinis scilicet
et claritatis luminis et etiam puritatis perspicui et oppositorum his, fiunt
colores novem, per numerationem graduum intensionis et remissionis erunt
-

99 -

infiniti. Quod autem secundum dictum modum se habeat colorum essentia


et eorundern multitudo, non solum ratione, verum etiam experimento manifestum est his, qui scientiae naturalis et Perspectivae profundis et interius
noverunt principia. Quod est, quia sciunt :figurare perspicuum, sive fuerit
purum sive impurum ita, ut in ipso recipiant lumen clarum, sive si maluit
obscurum et per figuram formatam in ipso perspicuo lumen paucum faciant
aut ipsam pro libito multiplicent; et sic per artificium omnes modos colorum, quos voluerint visibiliter ostendere possunt.
Explicit tractatus de colore secundum Lincolniensem.

100 -

II

DERIVAZIONI LUMINISTICO-PERSPECTIVISTICHE

LIBER DE INTELLIGENTIIS

(premessa sul problema della paternit)


I capitoli introduttivi all'intero volume, hanno gi illustrato l'intrinseca .fisionomia del trattato, documentando in pari tempo anche i
palesi nessi con Dante 1
Qui ci limiteremo a brevi cenni concernenti la fisionomia effettivamente integrabile giustapponendo tre auctoritates (C. L.
Baeumker, P. Duhem, S. Tommaso) e ad alcuni rilievi sulla paternit.
1) Tre auctoritates .

Cominciamo con C. L. Baeumker:


All'Empireo, concepito come intimamente e profondamente luminoso, egl~
attribuisce due caratteristiche: costituire un luogo per tutti gli altri corpi
attraverso il suo proprio estendersi e il suo tutto abbracciare; dar vita e
conservazione a tutto il resto attraverso l'impulso che da lui emana. In
Bonaventura, per, questi due elementi (natura luminosa ed indole conservativo-localizzatrice) restano separati l'uno dall'altro; l'autore del no?tr~
scritto ( il De Intelligentiis , precisamente) tira, invece, le conclus10nl
della propria teoria luministica. Il cielo si fa luogo attraverso la sua essenza
di luce; da ci segue (stante il fatto che l'influsso emanante dal cielo viene
partecipato in scala digradante e da ci risulta l'ordine spaziale) che la luce
stessa spazio 2

1
Per possibili riferimenti al Mastro Adamo dantesco rinvio al mio Dante
Europeo II, pp. 321, ss.
2
.

CL. BAEUMKER, op. cit., p. 444. Il punto di vista bonaventuriano cui si fa


riferimento da S. Bonaventura ampiamente svolto nella Distinctio XIV del
Commento alle Sentenze voi. II, tutta impegnata sul tema De natura caelorum .

103 -

L'elemento specificante che qui il Baeumker rivendica al De Intelligentiis rispetto a S. Bonaventura, si protende verso le deduzioni
estreme del luminismo postulato da questo discussissimo testo medievale: la luce che, aIIontanandosi dalla sorgente prima, si trasforma
a poco a poco (e proprio in quanto luce) in spazio cosmico. In direzione opposta si spinge, invece, una puntualizzazione di P. Duhem:
Roberto di Lincoln ha identificato la luce con la corporeit; con quella
forma originaria della materia prima da cui deriva ogni corpo ... Pur collocandola, per, al primo posto nella gerarchia delle forme corporali, vicino
alle Intelligentie , egli si guarda bene dal fare anche di essa una lntelligentia , una forma separata. Il Grossatesta non cessa mai di ripetere che
la luce non pu mai abbandonare la materia prima e che, d'altra parte, la
materia prima non pu essere spogliata di quella sua corporeit che , precisamente, la luce. La luce , quindi, per il vescovo di Lincoln la pili perfetta delle forme corporali, ma senza mai pensare di essere essa stessa forma
corporale. Fare della luce una forma separata, identificarla con le Intelligentie , proclamare luce le Intelligentie stesse, e spingersi ancor
pili oltre fino a stabilire il principio che la luce pura Dio, ci che
stato osato dallo sconosciuto autore del De Intelligentiis 1

Unendo i due giusti rilievi (quello del Baeumker e quello del


Duhem) non si stenta a cogliere i due sensi in cui opera, con l'ausilio
di un anonimato che, a questo punto, nessuno vorr pili attribuire a
quelle motivazioni ascetiche dietro le quali sembrerebbe volersi co~rire l'autore, la forza innovatrice del De I ntelligentiis: direzione verticale (o, se vogliamo centripeta ripensando alle leggi della sferica propagazione della luce) contro le remore antiemanatistiche che trattengono il Grossatesta dal tirar lui stesso le ultime conclusioni delle sue
premesse; direzione centrifuga in senso di spazio cosmico contro la
controllata moderazione fnale di S. Bonaventura.
Luce divinizzata (s'era detto gi pagine innanzi nell'introdurre
le caratteristiche del De Intelligentiis) e luce spazializzata . Sono i

Con chiarezza per niente minore a quella usata per ribadire questo dal
Baeumker, anche P. Duhem dirotta su Oxford la paternit di questo opuscolo. Ci,
tra l'altro, implicito nella stessa necessit che si ha di appoggiarlo al Grossatesta
per una sua vera illustrazione.

104 -

Liber dc lntclligcntiis
lAutorc anonimo)

due aspetti presto destinati a completarsi con il terzo: la luce psicologizzata come realt conoscitivo-affettiva.
A tale indole spericolatamente audace (implicitamente avallata,
per, come forza logica e peso d'autorit dai grossi nomi cui risalivano
le premesse sulle quali il De I ntelligentiis si basava) doveroso far
ricorso come causa adeguata d'un successo altrimenti non solo inspiegabile, ma addirittura in netto contrasto con le evidenti mende scientifiche che accompagnano tale testo, solitamente appoggiato a richiami
aristotelici che sono troppo palesemente lontani dal contesto per non
apparire mere coperture di comodo e spesso accompagnato da citazioni effettuate con spudorata negligenza.
Ciononostante, il libello , come oggi lo chiameremmo ( riecheggiando del resto, in questo caso, il linguaggio riscontrabile nella pili
antica citazione che di esso dato trovare 1 ) riusci a totalizzare le attenzioni dei massimi pensatori del tempo; sino, addirittura, ad aggiudicarsi attacchi (da parte di S. Tommaso) che per il giovane e spericolato autore dovevano sapere di autentica promozione.
Scorrendo questa letteratura creatasi sul De Intelligentiis vi si
incontra un Alessandro di Hales che in Parigi deteneva un primato
di indubbia autorit, un Vincenzo di Beauvais pure rinomato (anch~
in Italia), un Gerardo d'Abbeville, un Riccardo di Fournival ed altri
2
pure appartenenti all'aristocrazia intellettuale del tempo
Quanto a S. Tommaso, val la pena di puntualizzare con spe.~iale
attenzione i due pili importanti suoi interventi sul De Intelligentus.
Ut dicitur in Lib. de Intelligentiis, prima substantia est lux. Sed I_ux m~xime
habet virtutem activam, quod patet ex hoc quod se ipsam d1ffundit, ~t
multiplicat; est etiam cognoscibilis, unde et alia manifestat. Ergo substantia

1 Si tratta della citazione ampiamente commentata da G. Englhardt ind .R~:


1
1
cherches de thologie ancienne et mdivale VIII, 1936, pp. 61-78. Ocupa~ osi ~
Adam de Puteorumvilla l'Englhardt prende spunto da un anti~hissii:io codic~ Pt~l
gino; il Paris. Nat. lat. 15652, nel quale Adam de Putcorumv11la, nferend~sl .c ~ia
ramentc al De lntellige11tiis termina: ut habetur in libello Adae de puch vili,.
Sulla cosa ritorneremo pit'1 comodamente tra poco nell'affrontare il problema dell attribuzione.
2 Quanto agli specifici riferimenti connessi con l'attenzione dedicata al De Intellige11tiis dagli autori qui ricordati, cfr. CL. BAEUMKER, Miscellanea Ehrle, I, ~924,
P 87, Frage nach Abfasmngszeit tmd Ver/assen irrtumlich \Vitelo wgeschrteben
Liber Dc Intelligentiis.

-- 105 -

prima, quae Deus est, et habet potentiam activam ad cognoscendum, et


est cognoscibilis 1

Siamo, vero, gi nel mondo dell'opposizione, per cosi dire; ma


gli obiicientes tra i quali l'anonimo autore del De Intelligentiis
viene a trovarsi sono tutt'altro che spregevoli: il Liber de Causis
lo pseudo-Areopagita (che, tra l'altro, per S. Tommaso ancora risulta
nella luce di paolina rispettabilit di cui solo le future indagini umanistiche verranno a spogliarlo), S. Giovanni Damasceno, S. Agostino,
S. Anselmo, Algazel ed altri di questo medesimo livello.
Alquanto diverso sar invece il clima in cui ha luogo il secondo
intervento di S. Tommaso su cui qui vogliamo richiamare l'attenzione.
L'atmosfera gi palesemente polemica, il linguaggio si fa piuttosto
colorito, per non dire addirittura garbatamente offensivo. Lo troviamo,
tale intervento, nel volume dei Quodlibetales VI Quaestio XI, Art.
XIX, 'Utrum caelum empyreum habeat influentiam super alia corpora ' .
Il quesito (per noi di estremo interesse, in quanto veramente
legato ai temi danteschi di cui ci stiamo occupando) viene inizialmente
risolto in senso negativo. Dopo un insieme di passaggi su questo scott~nte problema, il pensiero di S. Tommaso si precisa sempre meglio,
ns?lvendosi infine in un accenno al De I ntelligentiis che il suo ton_o
c~iaramente attinge da un'espressione piuttosto precisa ( ... quanvis
L1ber de lntelligentiis non sit auctoritatis alicuius ... ):
C?nt:arium concedimus, quamvis Liber de Intelligentiis non sit auct~r~tatis
ahcmus, nec etiam verum sit quod omnis influxus sit ratione lucis, msi lux
methaphorice accipiatur pro omni actu, prout omne agens agit inquantum
est ens actu. Sed hoc potest esse verum in solis corporalibus, in quibus
pro?rie dicitur lux, inquantum scilicet lux corporalis est forma primi corports agentis, scilicet caeli, cuius virtute omnia corpora inferiora agunt. Et
haec ad presens dieta sufficiant 2

Con la sua consueta abilit dialettica, S. Tommaso ha messo a


fuoco l'esatto punto di divaricazione tra i due itinerari filosofici, de-

De veritate, Quaestio , II, art. 1.


Questiones quodlibetales, VI, 11, 19.

106

nunciando in pari tempo l'intera gravit del pericolo cm s1 va incontro perseguendo sino alle sue ultime conseguenze la seduzione luministica.

2) Il problema della paternit.

Di fronte alla rispondenza tra certe, determinanti, caratteristiche paradisiache dantesche e gli elementi maggiormente specificanti
del De I ntelligentiis troppo naturale volerne sapere un po' di pili
in fatto di suo autore.
Su questo problema si oggi, anzitutto, portati ad eliminare la
prima risposta che materialmente si presenta: quella, cio, che il lettore vede collocata graficamente in testa al trattato, nell'unica edizione
a stampa che di esso si ha: Witelo, ufficialmente dato come autore
del Baeumker sulle orme di W. Rubczynski 1
Del Baeumker per (mentre, per le ragioni che verranno tra non
molto indicate, non si accetta pili l'indicazione-Witelo ), non si possono, invece, non ritenere fortemente probanti le ragioni su cui tale
indicazione matura; le ragioni, cio, che apoditticamente assegnano
alla lezione oxfordiana un sI spericolato, ma, peraltro, anche cosI consequenziario opuscolo. Che l'autore viva nel mondo grossatestiano, seguendone con entusiasmo quella che stata l'affermazione pili importante (la lux forma prima corporeitatis ) troppo ovvio e il
Baeumker, con la sua consueta diligenza, ce ne illustra a perfezione le
coincidenze, autorizzando in pieno anche la qui affermata vicinanza
dello stesso Witelo a questo medesimo mondo oxfordiano '.!.
Qualcosa di pili preciso, seppur sotto forma di ipotesi, ci dice

1
La cronologia dell'attribuzione, prima, e non-attribuzione, poi, del De In:
telligentiis a Witelo porta come estremi l'anno 1891 (in cui Witold R~bczy_ns~
pratic tale attribuzione poi ripresa anche dal Baeumker) e l'anno 1922 (m CUI
Birke~majer rileva che. ormai tale attribuzione non pili tenuta da nessuno)._ Della
c?sa s1 <;JCcupa a lung~ 11 Baeumker in Frage nach Abfa.ssrmgzeit rmd Verfasser zrrtmnlrch \Vite/o zugeschnebenen Liber De Intelligentiis (Miscellanea Ehrle , I,
1924, p. 87).
2
Ii; questa in~irazione (leggibile nel saggio del Baeumker in Miscellanea
EhrJe ) e anche particolarmente importante l'esame stilistico che a un certo . .runto
ved1~rno effettuato ~ulle .citazioni aristoteliche leggibile nel De Intelligentus ~ e
che m nessuna mamera s1 lasciano ridurre alle traduzioni circolanti fuori del mondo
oxfordiano.

107 -

G. Englhardt, nel saggio cui abbiamo gi fatto accenno alcune pagine


innanzi 1
Occupandosi di Adam de Puteorumvilla (letto attraverso un co2
dice recentemente scoperto e quindi al Baeumker ignoto ) l'Englhardt
ha modo, attraverso una citazione che questo Adam de Puteorumvilla
fa del De Intelligentiis , di far definitivamente crollare l'attribuzione Adamo di Belladonna che per il De I ntelligentiis si era ormai
da tempo consolidata su istanza suffragata soprattutto dai codici Ber3
lin Electoral 972 lat. Q. 13 e Copenhagen Ny Kgl. S. 26 fol.
Contro tali codici, ambedue appartenenti al secolo XV, fortemente pili probativa l'attribuzione Adam de punch ' vill ' reperibile in questo codice parigino databile tra il 1240 e il 1250. Da tale
indicazione possibile (in base ad un procedimento piu che plausibile
nel gioco della prassi amanuense del tempo) approdare all'attribuzione-Adamo di Buckfeld che lo Englhardt stesso insinua sotto forma
d'ipotesi ricollegandosi alle indagini che M. Grabmann ci offre in proposito nel suo lungo saggio dal titolo Die Aristoteles-Kommentatoren
4
Adam von Bocfeld und Adam von Bouchermefort
Pili felice ancora l'Englhardt quando, tra i vari commenti aristotelici o pseudo-aristotelici di Adamo di Buckfield dal Grabmann
analizzati, ci invita ad approfondire il confronto tra il suo commento
al De Causis e il trattato di cui ci occupiamo in questo capitolo.
In effetti, procedendo a questo approfondimento, non si tarda ad
avere risultati estremamente convincenti, in parte, peraltro, gi suggeriti dallo stesso Grabmann.
Altamente indicativo, a questo proposito, il raffronto che il
Grabmann fa tra il De Intelligentis da una parte e, dall'altra, il com1 G. ENGLHARDT, Adam de Puteorumvilla in Recherches de Thologia An
cienne et Mdivale, VIII, 1936, p. 61-78.
2
Il. codice
cui si parla il gi ricordato Paris Nat. lat. 1~65?, risp 0 !1;
der:tc agli appunti che uno studente parigino soleva prendere sulle lezioni ~h~ P 1 ~
lo mtere~savano, re~istrandoci fedelmente per due anni consecutivi anche .tutti 1 suoi
P;ofess~:m. !aie ~od1ce come suo primo studioso ha avuto M. D. CHENU, 1!1 Etudes
d h1st01re httera1re et doctrinale du XI.II sicle . Della cosa lo Chenu s1 occupa a
proposito dei maestri e baccellieri dell'Universit di Parigi nel sec. XIII.
3 L'a~tribuzione Adamo di Belladonna (dall'edizione latina Adam~s. Pul:
chrae ~ulieri~ o ~nche Pulcherrimae Mulieris reperibile nei due cod1c1 qt~t
soi?ra ricordati: Berlino e Copenhagen) usata anche da E. De ~~uync, .c,he p_ero
abitualmente nel corso delle sue illustrnzioni la sostituisce con la dicitura pm sbrigativa di Ma!tre Adam .
1 M. GRABMANN, Die Aristoteleskommentatoren Adam von Bocfeld tmd Adam
von Bouchermefort i11 .Mittelalt. Geistesleben, II, Monaco 1936, pp. 138-182, p. 160.

9i

108 -

mento al De Causis qual leggibile m un codice reperibile alla


Marciana di Venezia:

Cod. lat. Class. X, n. 61

Liber de intelligentiis

Cuius una est causa, quod sicut dicitur in predicto tractatu de intelligentia, omnium cognoscit esemplaria, rationes autem non, sed ex deliberatione et mentis perspicacia.

(Ed. Baeumker) prop. n. 34.


lntelligentia in deo omnium cognoscit exemplaria, rationes autem non~
sed ex deliberatione et mentis perspicacia.

Jbid

Ibid., prop. n. 36

Scribitur in tractatu de intelligentia:


Cum in seipsa vel in rebus unum cognoscat intelligentia non cognoscit
alia, in exemplari vero cognoscendo
aliquid simul et omnia cognoscit.
Item in eodem scribitur: In exemplari divino cognoscit preterita presentia et futura, in se autem et in rebus preterita et presentia futura vero
non omnia 1

Intelligentia, cum in se ipsa vel in


rebus unum cognoscit, non cognoscit alia; in exemplari vero, cognoscendo aliquid, simul et cognoscit
omnia. In exemplari cognoscit praesentia, praeterita et futura; in se
autem et in rebus praesentia et praeterita futura autem non omnia.
'

Piu eloquente ancora il confronto tra i dati che il Grabmann ci


offre in merito al Codice G. 4355 della Biblioteca nazionale in Firenze
sempre relativamente al commento al De Causis cosparso di citazioni
coincidenti (rispetto al De I ntelligentiis ) non solo come rosa di
. auctoritates chiamate in causa ' ma anche come precisi riferimenti.
Interni alle opere da cui vien tratta ispirazione. (Importante per noi,
agli effetti delle conclusioni che ci sembrer di poter suggerire in via
di ipotesi, soprattutto la coincidenza in fatto di Alain de Lille presentissimo, come vedremo, nel De Intelligentiis) '.!.
Come non lasciarsi prendere dal sospetto (di fronte a questa rassegna di citazioni in tutto identica a quella che troviamo nel De Intelligentiis) che si tratti di un autentico pendant, per cosi dire, in
tutto corrispondente sia come pensiero che come suo sviluppo strutturale? Ci che nel De I ntelligentiis stato detto con occhi continuamente
lv1. GRABMANN, op. cii., p. 155.
F. 96 r: sicut dicit magister Alanus in libro De maximis theologis ... A
questa medesima opera si rif con preferenza anche il De Intelligentiis .
1

109 -

rivolti al De Causis, in questo commento al De Causis vien detto, dal


medesimo autore, ricalcando pari pari la linea di riferimenti gi seguita nel De Intelligentiis o, addirittura, facendo delle citazioni del D~
Jntelligentiis che sanno, nella maniera pili chiara, di autentica autocitazione.
Senonch, con l'eventuale approdo a comunanza di paternit tra
questo commento al De Causis e il trattato De Intelligentiis, l'anonimo
autore di cui ci stiamo occupando, automaticamente assurge (per quella
che doveva essere l'effettiva risonanza di notoriet operante alla mente
dantesca) a ruolo di primissimo piano, doverosamente incontrabile in
vari itinerari (soprattutto francescani) che Dante poteva percorrere al
suo tempo 1
Prescindendo per il momento da ci che Dante pu aver visto o
meno, proviamo solo a seguire l'itinerario oggi reso possibile dai contributi del Grabmann e dagli altri, pure autorevolissimi, filologi, messisi su questa medesima pista.
La comparsa di Adamo di Buckfeld nel mondo delle attenzioni
filosofiche risale al 1919: l'anno in cui A. Pelzer, nella sua qualit
di bibliotecario della Vaticana, serviva (precisamente tramite le Notulae Magistri Adam di cui ci occuperemo continuando a scorrere la
lezione oxfordiana) all'approfondimento delle fonti baconiane~.
I manoscritti raccolti entro questo Notulae erano d'estremo
interesse; di qui la spontaneit e vastit d'attenzioni creatasi subito
attorno ad un autore nei confronti del quale, peraltro, la Nota
Directionis riassuntiva del saggio del Pelzer, si esprimeva con un
laconico quisnam ille sit, ignoratur .
Ne nato (in forza delle biblioteche subito accortesi di essere
depositarie di documenti analoghi) un autentico. pellegrinaggio francescano, dovuto soprattutto alle diligenze del Grabmann che ne comunicava in pili occasioni i risultati 3
Su questo ~unto M. Gra~mann piuttosto esplicito nel farci osservare. che
nessun altro, tra 1 commentatori fisico-aristotelici vissuti attorno al 1250, c1 ha
lasciato cosi. gran copia di manoscritti: donde l'implicita sorpresa circa la misteriosa
scomparsa d1 questo personaggio da ogni orizzzonte di notoriet.
:! Di queste Notulae Magistri Adam ci occuperemo a proposito di Alfred
de Sareshel che, precisamente, la fonte sconosciuta illustrata dal Pelzer nel
suo saggio Une source inconnue de Roger Bacon in Archiviurn Franciscanum
Historicum 12 ( 1919), pp. 45-67. Il codice di cui si parla il 206 <lel Fon<lo Urbinate della Biblioteca Vaticana.
3
Sar in queste progressive riprese che il Grabmann ammetter l'unit di
persona tra l'Adam di Bocfeld e l'Adam di Bouchermefort che prima gli sono
apparsi due diversi commentatori.
1

110 -

Sempre restando in Roma, e quindi senza nemmeno distanziarsi


troppo dalla Biblioteca che prima notificava il deposito, ci si imbatte
nel convento francescano di S. Isidoro, dove si ha modo di consultare
un commento al De Meteoris in tutto coincidente a quello che il
Codice Vat. Urbin. 206 attribuisce al Magister Adam ed altri commenti fra cui un De Coelo et Munda.
Salendo verso il nord c' prima da sostare in Assisi per la cui
biblioteca francescana fa esplicita testimonianza il Wadding che, proprio in testa al volume degli Scriptores , elenca come opere del
Bocfeldius ( imsignis peripateticus ) i commenti In Topicorum ,
In Libros de Coelo et Mundo , In Libros de Generatione et Corruptione , e In Libros Metaphisicorum . (Quest'ultimo testo c'interessa in quanto per la prima volta ci pone a contatto con il processo
di vanificazione cui vanno incontro tutti gli accoppiamenti di questo
Adamo di Buckfeld con opere aristoteliche metafisiche. Subito infatti
dopo l'indicazione In Libros Metaphisicorum , troviamo la precisazione Omnia, praeter haec ultima in Metaphisicam, habeo manuscripta ).
Da Assisi c' da portarsi nella Firenze francescana: S. Croce, con
permanenza di codici egualmente attestata dalla Laurenziana che dalla
Nazionale. Alla Laurenziana c' da prendere visione del Plut. III,
Sin. XIII, Cod. 7, dove troviamo, tra le altre cose, un De Coelo et
Mundo e un De Meteoris .
Assai pili utile l'incontro che a Firenze dato effettuare alla
Biblioteca Nazionale; dove ci si trova di fronte ad un duplicato di
codici che non pu non far riflettere sulla vicinanza logicamente esistente tra S. Croce e l'autore di questi manoscritti. Riportandoci, infatti, all'inventario-Mazzi gi esaminato nei capitoli introduttivi vi troviamo al n. 549
Scriptum ade super omnes libros philosophie aristotilis, videlicet phisi~o
rum. De celo et munda. De generatione et corruptione. De theororu~ (sic).
De anima, De sensu et sensato. De somno et vigilia. De morte et vita .. De
memoria et reminiscentia. De differentia spiritus et anime. De vegetahbus
et plantis. De c::msis, cum commento thomae.
e al n. 560

Scriptum aole super libros philosophie aristotilis, videlicet: Phisicoru~n,


Methaphisica, De anima, De sensu et sensato. De memoria et riminiscentia,
Metheororum, De generatione et corruptione, De Somno et vigilia, De morte

111 -

et vita, De differentia spiritus et anime, De vegetabilibus et plantis, et De


celo et munda.

Come si vede, la differenza minima tra i due blocchi di manoscritti; si da obbligarci a non poter giustificare tale duplicato che con
il forte interesse esistente nella Firenze francescana per gli scritti di
questo autore.
Da Firenze si passa poi a Bologna, nel cui convento di S. Francesco si conservava un tempo l'odierno Cod. Vat. Barberini lat. 3185,
del quale dovremo parlare tra non molto. Sempre in Bologna (nell'odierna Biblioteca Universitaria, ma con provenienza S. Salvatore)
ci troviamo di fronte a commenti del De Generatione et Corruptione , del De Anima, del De memoria et Riminiscentia , del
De coelo et Mundo , della Fisica aristotelica , del De Meteoris , nonch di altre opere aristoteliche o pseudo-aristoteliche sempre
coincidenti con i gruppi di manoscritti gi incontrati in queste precedenti biblioteche francescane.
Finalmente si arriva alla biblioteca Marciana di Venezia, dove,
con provenienza dal Chiostro di S. Giovanni in Viridario di Padova,
si hanno tre manoscritti: Scriptum ade super librum de causis ,
Super librum phisicorum , Super librum de anima . Il primo
esattamente quello di cui gi ci siamo serviti per il confronto stilisticostrutturale con il De I ntelligentiis, additandovi un forte suffragio alla
comunanza di paternit gi insinuata dall'Englhardt.
Mentre pacifico il problema della databilit temporale di questi manoscritti (tutti collocabili nella seconda met del secolo XIII 0
al pili ai primi anni del secolo XIV) estremamente complesso il
problema, in un primo momento, dell'attribuzione d'autore.
!n. merito a tale problema, effettivamente, la prima impressione
che s1 riceve quella di una variet massima, legata, per lo piu ( quando, naturalmente, dato reperire un'attribuzione di autore) alle seguenti diciture: Notulae ade , Notulae Magistri Adam Scriptum ~de ; oppure alle piu complete indicazioni oscillanti lung~
quest arco: Adam Anglicus , Adam De Bouchermort , assai
spesso, Adam di Buchiphiz (Biblioteca Nazionale di Firenze),
Adam de Bonefeno (Padova), Adam de Bocfeld (Laurenziana).
Il problema poi si complica ulteriormente quando dall'Italia si
passa in Inghilterra: Adam Bucfield commentaria super Aristotelis
Metafisicam libros undecim , Balliol College di Oxford.
-

112 -

Complicato in apparenza, il problema si lascia, per, riportare a


ben pili miti proporzioni quando lo si ricolloca accanto all'instabilissimo motivo originario ch' dato contemplare relativamente al nome
stesso della contea di Bouchingham, vicino ad Oxford. Se al nome
Bucfield preferiamo arrivare, come lezione pili accettabile tra le tante
che se ne offrono attraverso i manoscritti sopra elencati, (oltre che
per attenerci alla scelta gi fatta da coloro che si sono occupati di tal
personaggio) anche perch questa, effettivamente, doveva essere l'antichissima lezione inglese ai' tempi cui noi ci riferiamo 1
Quello che invece rimane sempre aperto, a mio avviso, il grave
problema d'una duplicit di persone individuabili dietro questi manoscritti. stata la tesi iniziale del Grabmann poi, via via, da lui sostituita con una unit di persone suggeritagli soprattutto dalle obiezioni
del Pelster e del Salman.
Su tale problema giover qui soffermarci ulteriormente per la luce
che esso indubbiamente destinato a proiettare lungo l'itinerario luministico che stiamo percorrendo.
Una prima indicazione su questo argomento ha voluto fornirci
nel 1919 lo stesso Pelzer nella seguente maniera:
Or une source contemporaine de ce dernier, la correspondance d'Adam de
Marsh, mort en 1259, nous fixe sur la personnalit d'Adam de Bokefel~.
Dans une lettre adresse son ami Robert Grosseteste, le clbre franciscain lui recommande pour la cure vacante de Euere: magistrum AdaD? de
Bokefeld latorem praesentium, que tam divinorum eloquiorum quam litterarum humanarum professio reddit laudabilem ... et nous oblige a reporter
d'une siede en arrire, la date que les bibliographes lui assignent communment (cf. U. CHEVALIER, Rportoire des sources historiques du
moyen age, Bio-bibliographie, vol. I, Paris 1905, vol. 34, V. Adam de Buckfield) 2

1 Un'indicazione in
tal senso l'abbiamo, per es., anche attr~~'erso l'odierd~
nome dato ad una citt del Canad sita nella contea di Oxford. C10 all~ luce. I~1
nomi originali ovunque preferiti nelle citt americane coniate su ~odel~i non:una
eu~o.pci, ci d. un'esat~a conferm~ in questo senso. Quanto. alla .di".erstt ~ 1 nomi
cm e dato 1mbattc~s1 a p:oposit~ dcl personaggio di cm n?1 c1 occupiamo, Aci
luce A. B. Emdcn, m A bwwaphrcal Register of tbe Univewty of Oxford to
1500, I, Oxford 1957, p. 297 b: Buckfcld, Adam de Befeld, Bckcncfcud, B~kyng
feud, Bocfeld-c, Bochcfelde, Bogyngefeld Bokenfeld Bokefeld, Bokenfeud, Bokmfeld,
Bokingcfed, Bokingcfeud, Bokyngfeld, Bokingfeud, 'Bollyngefcud, Buckingfcud, Bukcfelde, Bukefeud, Bukfeld, Bocenfield, Northumb ... , ecc. ecc.
2 A. PELZER, Une source inconnue de Roger Bacon, Alfred de Sareshel in
Archivium Franciscanum Historicum , 1919, p. 44-67.

.c<t

113 -

Il dato offerto dal Pelzer (tramite testimonianza seria quale quella


attingibile dalle stesse lettere di Adam de Marsh) era troppo prezioso
perch esso non dovesse costituire (nei confronti di personaggio tanto
meritevole d'attenzioni, quanto, peraltro, sconosciuto) una pista obbligatoriamente seguibile. E lo si fatto, in realt, dal Grabmann, prima,
dal Pelster poi, nonch dal Salman e, in senso riassuntivo delle altrui
ricerche, dal Callus.
Senonch, ritornando su questa medesima pista con un dubbio
gi implicitamente avanzato dal Pelster 1 , non si tarda a cogliere l'illogicit del passaggio effettuato identificando in un Adamo di Buckfield
aspirante-canonico (e quindi appartenente al clero secolare) un filosofo
dalla fisionomia francescana assolutamente chiara qual'essa viene implicitamente ad emergere dai luoghi in cui con preferenza giacciono i
suoi manoscritti, da qualche esplicita dichiarazione di sua appartenenza
all'ordine francescano reperibile in qualcuno di questi manoscritti:!
e dalla pacifica fede in tal senso attestataci sia dal Wadding che da tutti
gli altri storici francescani, ivi compresi gli studiosi che in questo campo
storico si cimentano proprio oggi 3
A questo punto la duplicit di persona gi inizialmente sostenuta
dal Grabmann non pu non risorgere appoggiandosi, con ogni probabilit, a quell'evanescenza di commenti aristotelico-metafisici che abbiamo gi rilevato in qualche caso dove pili forte era la presenza di
commenti aristotelico-fisici e pili marcata era la :fisionomia francescana
del nostro Magister Adam > n alla luce di ci affatto avventato
'

'

Ari
F. PELST!rn, <~ Adam van Bocfeld (Bockin.gfold), ein <?xforder Erklarer des
un;i di~ M1.tte d~s 13. )ah:hun?~rts , m S~h.olast1k 12, 1936, P 19622 4.stoteles
Il dubbio d1 cm parliamo e 1mphcltamente diciamo avanzato dal Pelster
d~trBverso la soluzione che lui stesso tenta di darne presentandoci in questo Adamo
1
uckf.eld un docente appartenente al clero secolare ma vissuto all'ombra delle
h,e 1a raggiunta notoriet non gli
' avrebbe consentito
attiv1t~
'
cattedre fran cesca~e, s!nc
~~tonot;11a .. L~ sp1egaz1one del ~elster, per, difficilmente regge. ai r~lievi che qm
d pra ii;idi~hiamo come necessanan;ente postulanti una vera fis1o:iomia fran~escana
at_nbmre , al ~ostro. pei:sonagg10, che probabilmente, sul fmre della vita ha
a an onato 1Ordme cui prima apparteneva .
2
il Cod. Vat. Barberini lat. 3185 proveniente dal Convento di San Fr~ncescfo di Bologna ne~ quale allo Se. XI leggiamo Adae da Bocfeldi anglici ord. mm. .
c r. Pelster, op. c1t., p. 203.
3
A propos!to ?i studiosi francescani occupatisi di Adamo di Buckfield in qu~
sto s~nso, md1cat1va e l~ vo~e Adam di Buckfeld leggibile in U. CHEVALIER, R~
perto1re des source~ h_1sto!1q:ies du moyen age , Bio-bibliographie, vol. I, P!lns
1905, c~l. 34. ~e md1caz1om dello Chevalier cos! suonano: Adam de Buckfoeld
<Bocgeldrns): rehg._ ap. 1340. D.n.b. Fabricius, B.m.ae. (1734) I, 16-7-19 (2<>), 7, '8.
Ant.omo., Bibl. Francisc. (1732) I, 9 - Sbaralea - Suppl. W (1806), 'l Iohan, a
Tanner, B1bl. Bm. Hib. (1748), 137 - Wadding, Script. Min. (1650) 'l (2, '1).
1

bb

114 -

l'attribuire all'Adamo di Buckfield collegabile con la testimonianza epistolare di Adam di Marsh riportataci dal Pelzer la rete aristotelicometafisica; all'altro Magister Adam , invece, la rete aristotelica fisico-naturale.
Con il che, tra l'altro, diventa spiegabile non solo il fatto della
prevalenza Boukermefort (anzich Buckfield e indicazioni affini) riscontrabile in quasi tutti i manoscritti italiani, ma anche il fatto
ancor pili singolare d'un Magister Adam , sic et simpliciter ,
usato in tempi in cui gli stessi pili quotati pensatori (siano pure i
d'Aquino, i di Colonia, i d'Hales o i Bagnorea) sono costretti a specificarsi attraverso la referenza geografica. Se poi pensiamo alla pleiade
di Adami reperibili all'interno dei frati minori, la cosa ancor pili
strana 1 Con ogni verosimiglianza la forte notoriet gi precedentemente acquisita dall'Adamo di Buckfield aspirante- canonicus , ha
progressivamente creato attorno all'altro denominazione che, pur ricollegandosi sempre alla stessa contea di Bouchingham, era alquanto
diversa; quando, addirittura, non lo ha pili sbrigativamente legato alla
semplice etichetta di Magister Adam .

1 Tanto per non indicarne che alcuni tra questi Adami francescani, baster ricordare l'Adam de Marsh, l'Adamus Rufus che pure ci ~ato. incontrare nella
vita di R. Grossatesta, l'Adamus Wodham e nella stessa Italia il famoso Adamo
di Salimbene.

115 -

Parte Prima
LA CAUSA PRIMA (Prop. I-XXV)
1) Natura della Causa Prima (I-XV)

a)
b)
c)
d)
e)
f )

Esiste una Causa Prima (I)


unica (Il-IV)
sostanza (V)
luce (VI-XII)
semplice (XIII-XIV)
eterna e sempre in atto (XV)

2) Il conoscere della Causa Prima (XVI-XXV)

a)
b)
c)
d)
e)

Natura del suo conoscere (XVI-XX)


un conoscere intellettuale (XXI)

un conoscere sempre in atto (XXII)


un conoscere supremamente santo (XXIII)

Rapporto tra il conoscere delle essenze create e il conoscere di


Dio (XXIV-XXV)

Parte Seconda
LE INTELLIGENZE (XXVI-LVIII)
1) La forza conoscitiva delle Intelligenze (XXVI-XLII)
a) Oggetto del conoscere (XXVI)
b) Modi di conoscenza (XXVII-XLI)
- Differenza della Causa Prima (XXVII-XXIX)
- Caratteristiche (XXX-XXXIII)
- Sviluppo e oggetti in dettaglio (XXXIV-XLI)
c ) Il Conoscere dei demoni (XLII)
2) La
a)
b)
c)
d)

forza motrice delle Intelligenze (XLIII-XLIX)


Natura della forza motrice (XLIII-XLIV)
Due maniere di forza motrice (XLV)
Nell'Intelligenza nessun errore sostanziale (XLVI)
Come le Intelligenze muovono i corpi (XLVII-XLIX)

3) Rapporto delle Intelligenze con lo spazio e il tempo (L-LVIII)


a ) Relazione delle Intelligenze con lo spazio ( L-LII)
b) Il durare delle Intelligenze: eternit e tempo (LIII-LVIII)

116 -

LIBER DE INTELLIGENTIIS

PROEMIO

Summa in hoc capitulo nostrae intentionis est, rerum naturalium difficiliora breviter colligere, ut et ea memoriae facilius possimus commendare, et sequacibus nostris disciplinam sectantibus operose aliquantul~m
possimus proficere. Procul igitur omnis invidiae livor absistat, ne statlm
cognito auctore quod labore acquisitum est vilescat, sed quae dicantur lector diligenter inspiciat, ut quae bene dieta sunt memoriae commendans et
quae minus bene dieta corrigens ad veritatis cognitionem perveniat. _Qu_oniam igitur, sicur dicitur in libro III De Anima intellectus cum ahquid
intelligit valde intelligibile, non minus infima int~lligit, sed etiam magis,
ideo desiderium est intellectus ea quae maxime sunt intelligibilia aggredi.
Cuius desiderium sequentes, substantiarum separatarum proprietates, et
naturas proposuimus inquirere, primo de ea aliquid dicentes de qua non
est sibi fas dicere. Sed quia ad hoc se habet intellectus noster, sicut oculus
noctuae ad lucem diei, fontem lucis invocamus ut lucis suae radio mentis
nostrae dissolvat tenebras et ad aliquam praedictorum notitiam sine erroris
nebula nos perducat.

117 -

I.

SI EST CAUSAM ET CAUSATUM PONERE, NECESSE EST CAU-

SAM PRIMAM ES SE.

Expositio huius est, quia ratio causalitatis inest omnibus aliis a caus~
prima; quare si non sit causam primam ponere, neque alias causas; et s1
hoc, neque causatum.
.
Quod evidentius patet deducendo ad impossibile. Si enim non s1t
causa prima, et tamen ponantur causae et causata: erit semper ponete causam ante causatum in infnitum; ergo cum infinita non contingat pertransiri, non erit accipere aliquod primum causatum; et si non sit causatum primum, neque ipsum poterit esse causa secundaria consequentium.
Quare nullum erit primum vel consequens causatum; similiter autem neque
causa, quare necesse est ponere causam primam, si est ponere causam et
causatum.

Il. UNITAS EST PRINCIPIUM CUIUSLIBET MULTITUDINIS, OMNISQUE MULTITUDO AD UNITATEM REDUCITUR.
Quod est quia unitas est principium cognoscendi mttitudinem et essendi. Cognoscitur enim omne causatum per illud quod est indivisibile in
ipso, et maxime multitudo, quia in multitudine nihil est nisi unitas. Est
item unitas principium essendi multitudinem; et hoc intrinsecum et extrinsecum. Intrinsecum, quia pars est eius essentialis, et non solum secundu~
qnantitatem; unitas enim addita unitati non solum augmentat quantlt~tem, sed etiam variat speciem. Est etiam principium extrinsecurn essentrnle, a quo fit multitudo secundum naturam omnis enim multitudo fit per
recessum ab unitate simplici; quae quanto si~plicior, tanto ab ea fluit mu~
titudo maior, et ipsa est causa maioris multitudinis secundum quod d1citur in Elenchis: Principia maxima sunt potesta;e et minima quantitate ; et in V. Philosophiae primae dicitur, quod quanto aliquid simplicius est, tanto pluribus rebus indigetur et in pluribus invenitur.
Et sicut unitas est principium multitudinis, a qua exit in se actuali,
ita ad ipsam reducitur, ut in principio suo fi.rmetur, radicetur et conservetur, sicut rivulus in fonte; et haec reductio est per inclinationem natu"' Parte prima: La causa prima (propp. I-XXV) - 1 Natura della causa
prima {I-XV) - Esiste una causa prima (I).

118

ralem quam habet multitudo ad unitatem in cognoscendo et essendo; tum.


enim perfecta est cognitio;, cum reducitur multitudo conclusionum ad unum
principium a quo exivit; propter quod resolutoriae scientiae in essendo"
dicuntur; similiter reducitur multitudo ad unitatem per appetitum naturalem, ut quod habet esse exspersum, colligatur in unum cuius virtus est
unita et permanens, ut in multitudine ab ipso fumetur permanentia. Non
solum autem hoc accidit in rationibus et natura, sed etiam in moralibus
hoc vides; ibi enim ab unitate medii procedit vitiorum multitudo; et etiam
stat malum per illud quod habet de bono; bonum enim est complementum
mali, sicut dicitur in II Caeli et mundi; et iterum alibi: Malum pugnat
contra bonum ex virtute boni .
Ex his igitur manifestum est quod intenditur, scilicet quod unitas
est principium cuiuslibet multitudinis, omnisque multitudo ad unitat~I? reducitur . Et ex hoc colligitur quod unitas et simplicitas sunt cond1uones
principii.
Quare cum ostensum sit prius causam primam esse, necesse est causam primam unam esse.

III. 0MNE INCOMPLETUM ANTECEDIT COMPLETUM IN EODEM


GENERE, PLURA AUTEM ESSE OMNINO COMPLETA EST IMPOSSIBILE.
Haec manifesta est per illud quod dicitur in XI Philosophiae prim_a:,
scilicet quod omnes qui aestimabant opinionem Pythagorae et Achillis
quod bonum et nobile non est in principio, quia causae animalium et plantarum sunt principia et in eis non est perfectum, sed bonum et perfectum
est in eis quae sunt ex istis, non verum reputant; semina eni~ s~nt ex
aliis praecedentibus perfectis; primum enim non est semen sed ahquid perfectum; verbi gratia quod hominem oportet esse ante sperma.
Praeterea. Nullum incompletum de se est sufficiens; ab alio ergo habet
suam sufficientiam; quare non potest esse primum quod est inco~ple:Um.
Item. Omne incompletum habet aliquid de completo et m ahquo
deficit ab ipso; ergo ante incompletum necesse est completum esse, a quo
.
accipiat quod habet de completo.
Hoc etiam manifestum est per illud quod dicitur in IX Metaph!stca:,
quod actus prior est quam potentia non solum in diversis, sed euam m

ab actu separati
' pemtus

i bile' 'actus vero


eo d em; potentiam
emm
est 1mposs
a potentia omnino potest separati, sicut manifestum erit postea.
Probatum est igitur ex praecedentibus quod completum semper antecedit illud quod est incompletum in eodem genere.
Et licet in diversis generibus diversa possunt esse completa, nullum

:: La causa prima unica (propp. II-IV).

119 -

tamen eorum summe completum est, quia quod habet unum eorum, deficit in alio; propter quod plura impossibile est esse omnino completa.
Quod ergo summe completum est, unicum est. Si enim essent plura:
aut habet unum quicquid habet aliud, aut non. Si non: unum deficit ab
eo quod habet alterum. Ergo neutrum perfectum. Si quicquid habet unum,
et reliquum: aut igitur potest unum supra alterum, aut non. Si non: neutrum est omnipotens et neutrum omnino perfectum. Si unum potest supra alterum, et non e converso: alterum est principium respectu alterius,
et non e converso; quare non erunt duo principia, si utrumgue supra alterum potest: hoc est impossibile quod aliquid sit causa essendi alterum
et e converso; et iterum, si sic: neutrum esset principium primum.
Manifestum est ergo quod illud quod est completum, est principium,
et quod est omnino completum, hoc est unicum. Sic ergo causa omnium
completissima est unica; et hoc est quod intendimus: si est causam causantem ponere, necesse est unam omnium causam primam et non plures esse.

IV. 1 - CuM INTELLIGENTIA SIT UNIVERSALIS MATERIA DETERMINATUR UT OPERETUR. NATURA VERO DE POTENTIA IN ACTUM MUTATUR ET PERFICITUR. 2 - Ex HOC SEQUITUR UNUM ESSE PRINCIPIUM OMNIUM PRIMUM ET COMPLETUM.
1. Quod est quia causarum quaedam sunt per se, quaedam per accidens. Causae autem per accidens reducuntur ad causas per se. Causae aute?1 per se sunt duae, scilicet intelligentia et natura; quarum utraque deficiens. est quantum est de se. Intelligentia enim nihil potest nisi in subiecta
ma.terra; unde materiam ei oportet subici quia ipsa est principium agens
universale quod ad operationem hanc vel illam non est determinatum de se;
sed. ex materia subiecta quem ad modum ars carpentaria non ad hanc vel
ad tllai:n domum est determinata de se; sed per ligna et lapides ad hanc
vel ad 1lla~ domum determinatur; licet ergo ipsa sit causa actualis vel activa
ad operat1onem, tamen quoad effectum non est determinata. Natura vero
est principium in materia; et propter hoc ipsa est principium determinatum
non tamen activum simpliciter, sed magis materiale et passivum.
2. Ex his manifestum est quod, licet intelligentia et natura sint causae
per se~ utrumgue tamen eorum est principium incompletum; ergo cum
omne mcompletum antecedat completum in eodem genere, sicut dictum
est, necesse est supra istas duas causas incompletas esse unam causam com~letai:i e~ proprietatibus naturarum quae sit actualis et determinata intelltgentia s1mul et natura actualis, ut sit potens in operatione et determinata
ad effectum de se, non indigens susceptibili.
Manifestum est ergo quod intendimus, scilicet cum sint duae causae
per se, guarum utrague est incompleta, guod supra utramque necesse est
esse unicam causam guae omnino sit completa. Ostensum est ergo quod si
necesse est causam primam ponere, ipsam necesse est unicam esse.

120 -

V. SUBSTANTIA PRIMA EST OMNIUM RERUM DEFINITIONE, COGNITIONE ET TEMPORE.


Haec propositio sumpta est ex VII Philosophiae primae, cuius manifestatio potest haberi in bune modum. Substantia est omnium rerum definitione prima, eo quod definitiones accidentium ex additamento sunt, eo
quod in definitionibus eorum accipitur definitio substantiae, sicut ibidem
dicitur; accidentis enim esse est a subiecto vel principiis subiecti; et ideo
necesse est definitionem explicantem esse accidentis inchoari a subiecto vel
principiis subiecti. Et hoc intelligitur de definitione accidentis in quantum
accidens est, scilicet de defnitione dicente esse, et non quid est; definitio
enim dicens quid est ex genere et differentia consistit; et hoc est accidentis
in quantum est essentia vel universale; hoc autem modo accidens est substantia, quarto modo dicendi substantiam. Sic ergo manifestum est quod
substantia prima est omnium rerum definitione.
Cognitione etiam prima est; ipsa enim est primum cognoscibile; q~od
manifestum est per hoc quod primae differentiae cognoscibilium sunt differentiae substantiae, verbi gratia universale - particulare, sensibile-. insen:
sibile. Tempere etiam prior est; hoc est quia secundum actum ex1stend1
praecedit alia; causa enim est esse actualis omnium aliorum; et licet quoddam accidens prius sit quam aliqua substantia, substantia tamen generaliter est omnium prima.
..
Sic ergo substantia prima est omnium rerum definitione, cogmtmne
et tempore . Ex quo manifestum est, quod causam omnium primam et
principalem necesse est substantiam esse.
.
.
Sequitur ostendere quod ipsa sit substantia, quae est lux m sul
essentia.

VI.

PRIMA SUBSTANTIARUM EST LUX.

Ex

QUO SEQUITUR NA-

TURAM LUCIS PARTECIPARE ALIA.

Hoc manifestati potest per auctoritatem beati Augustini in II super


Genes. ad litteram dicentis quod Deus non dicitur lux, sicut dicitur agnu~;
dicitur enim agnus transla,tive et non proprie, lux autem dicitur proprie
et non translative.
Manifestati etiam potest per hoc quod ipsius est natura una., p:r
prius et posterius secundum magis et minus participata: et hoc est m. eis
maxime divinum et nobile; quod autem in istis sensibilibt~s. appa.renubus
maxime est nobile, hoc est lux; et propter hoc: Invisib1ha D~1 per. ea
quae. facta sunt inteIIecta conspiciuntur hoc idem de sub?t.anua prima
argmmus, scilicet quod ipsa sit lux. Quod etiam per propos1uones su.bsequentes, in quibus proprietates Iucis enarrantur, manifestius declarab1tur.
:: La causa prima sostanza ( prop. V).

* La causa prima luce (propp. VI-XII).


-

121 -

VII. 1 - 0MNIS SUBSTANTIA INFLUENS IN ALIAM EST LUX IN


ESSENTIA VEL NATURAM LUCIS HABENS. 2 - LUCIS PROPRIETATES
SUNT SIMPLICITAS ET SUI MULTIPLICATIO: PURITAS ET IMPURITAS
LUCIDI SUNT DIFFERENTIAE PROPRIAE. Ex QUO SEQUITUR TERRAM
ELEMENTORUM FAECEM ESSE.

1. Per istam propositionem probatur praecedens. Si enim a substant!a


prima est influentia in omnibus alis omnis autem substantia influens rn
aliam est lux in essentia vel naturam 'iucis habens: ipsa erit lux in ess:r:tia
et non per participationem dieta, cum ipsa influentiam ab alio non r~cipiat.
Quod autem omnis substatie influens in aliam etc., mamfestum
est per hoc quia omne illud quod caret lumine privatum est a ration~ influentiae, sicut terra, et quod magis de luce habet, magis habet de ra:ione
influentiae in aliud; quod manifestum est per inductionem in ommbus.
~er proprietates lucis idem ostenditur, quae in propositionibus .sequei:tl~us .dicentur, lucis enim proprietates sunt simplicitas et su~ multiphcatlo . Quod autem est huiusmodi diffusivum est sui esse et mfluens
in aliud .
. 2. Quod autem lucis proprietates sint simplicitas et sui multiplicat10 , manifestum est, quia in luce est privatio diversarum naturarum,
neque in ea est compositio ex grosso et subtili, sicut in aliquibus e~t per
par.tecipationem. Unde puritas et impuritas lucidi sunt differenu~e ;
luc1s autem differentia est sola puritas. Multiplicatio autem est propnetas
lucis .. Motus enim luminis est secundum expansionem, derivatioi:e~ et
m~lt1plicationem. Propter quod etiam fontis proprietatem habet; m ipsa
enim est fons et origo luminis.

VIII. 1 - UNUMQUODQUE QUANTUM HABET DE LUCE, TANTUM


RETINET ESSE DIVINI. 2 - UNAQUAQUE SUBSTANTIA HABENS MAGIS
DE LUCE QUAM ALIA DICITUR NOBILIOR IPSA. 3 - PERFECTIO OMNIUM
EORUM QUAE SUNT IN ORDINE UNIVERSI EST LUX. 4 - UNUMQUODQUE PRIMORUM CORPORUM EST LOCUS ET FORMA INFERIORIS SUB
IPSO PER NATURAM LUCIS.
1. Ostensum est substantiam primam lucem esse; nunc ostenditur
quod lucis participatio in aliis est participatio esse divini; et ideo dicitur:
unumquodque quantum habet de luce etc. Cuius manifestatio est
qu~d, si lux est ens divinum per essentiam, 'sicut ~stensum est, participati.0
lucis est participatio esse divini; hoc enim manifestatur per effectus luc~s
apparentes in partibus universi, qui dicuntur in propositionibus seqeuntlbus tribus. Unaquaeque enim substantia in ordine universi magis habens
de luce quam alia dicitur nobilior ipsa; nobilitas vero in omnibus attenditur
secundum appropinquationem maiorem et partecipationem esse divini.
Manifestari etiam per hoc posset quod, sicut postea dicetur, luci debetur
virtus quod ad praesens relinquimus.
-

122

2. Haec autem proposlt10 quod unaquaeque substantia magis habens


de luce quam alia etc., manifesta est per inductionem in omnibus corporibus primis, cum ad invicem camparantur. Aqua enim magis habet de
luce quam terra et in hoc dicitur nobilior ipsa, aer vero quam aqua, et
ignis quam aer, et corpus quintum magis quam omnia alla, et propter hoc
nobilissimum et primum dicitur inter ipsa. Hoc etiam in partibus elementorum considerando manifestum est. Quod enim in una parte magis habet
de luce quam in alia; ut aqua in parti superiori quam inferiori, quantum
ad hoc dicitur nobilius se ipso. Manifestari etiam potest per propositionem subsequentem, quia perfectio omnium eorum guae sunt, ut sunt
partes universi, est lux. Nobilitas autem in unoquoque attenditur quantum ad illud quod est in ipso optimum et perfectum.
3. Et dico quod lux est perfectio omnium eorum guae sunt in ordine universi, quia substantiae naturales, sicut elementa, dupliciter possunt
considerari: aut in quantum entia naturalia sunt transmutabilia ad invicem - et sic perfectio eorum non est lux, sed qualitates contrariae per
quas agunt et patiuntur ad invicem - ; vel in quantum sunt partes in ordine universi, et una influentiam recipit ab altera. Sic lux est eorum perfectio; et hoc modo unum est sicut forma et alterum sicut materia, unum
sit locus, reliquum sicut locatum; et hoc modo exponitur haec propositio
per subsequentem.
4. In hac dicitur quod unumquodque primorum corporum est locus
et forma inferioris sub ipso per naturam lucis. Cuius expositio est quod
locus est ultimum continentis immobilis; illud autem ultimum caeli est
ultimum per comparationem ad id ad quod determinatur locus unicuique
inferiori sub ipso, sicut manifestum est de navi et palo fixo in aqua; mutat
enim superfciem corporis continentis, scilicet aquae, non tamen mutat
locum, quia caeli non mutat pattern, per comparationem ad quam determinabatur ei locus; unde caeli ultimum locus est.
Hoc autem habet per naturam lucis. IIlud enim ultimum est contimens et conservans, cum sit locus; sed continens est per rationem ambitus, quoniam ambitum habet propter lucis simplicitatem; corpori enim
simplici debetur extensio, sicut aquae magis debetur extensio quam terrae:
et aeri quam aquae, quia simplicius; et iterum igni quam aeri, et corpo;1
quinto quam omnibus aliis. Quod enim subtilius est, in multiplici analogia
habet se respectu grossioris, et hoc habet ratione simplicitati. Lux autem
corporea subtilior est et simplicior inter omnia alia corpora; et ideo debetur ei terminus extensionis et tensia maxima; sic ergo illud ultimum,
quod est locus, continentiam et ambitum habet per naturam lucis. Non
solum autem continens est, sed etiam conservans conservare autem debetur ei per influentiam quam habet super alia, qua~ est per naturam lucis.
Et sic conservare et continere debetur corpori primo per naturam
lucis, et similiter aliis per partecipationem eiusdem. Et quod unum corpus
in ordine universi sit locus et forma alterius, hoc debetur per naturam
Iucis. Forma autem hic appellatur conservans extrinsecum.

123 -

IX. 1 - Lux IN OMNI VIVENTE EST PRINCIPIUM MOTUS ET VITAE, CALORE DISPONENTE. 2 - NATURA LUCIS EST IN OMNIBUS;
NON TAMEN IN OMNIBUS OPERATUR MOTUM ET VITAM; ET DEFECTUS EST PARTE MATERIAE.
.
1. Manifestatae sunt prius proprietates lucis apparentes in sensibihbus; nunc dicentur proprietates lucis occultiores in sensibilibus, per quas
non solum manifestantur praedicta, sed etiam principia ponentur ad subsequentia.
Est autem prima lucis operatio in sensibilibus quod motum et vita
operatur in viventibus. Cuius manifestatio haberi potest per illud quod
dicitur in II Caeli et mundi, quod orbis primus est causa vitae omnis vivi;
operationem autem et virtutem non habet nisi per naturam lucis; quare
effectus lucis est vivificare.
Sed hic est locus dubitationis maximae; videtur enim Aristoteles
supponete guod anima sit causa vitae in bis inferioribus. Impossibile est
autem animam causati a corpore, cum substantia incorporea a co_rpore
non descindatur; supponunt autem omnes vitam esse ab anima, et ipsam
esse substantiam incorpoream. Nisi quod dici posset orbem prim1:m es~e
~ausam vitae omnis vivi per naturam lucis guam multiplicat et d1ffundit
m omnibus istis inferioribus; guae lux diffusa vel est virtus div~n~, ve~
deferens virtutem divinam, propter quam ipsa habet virtutem v.1vi:fca~l
va~. Hoc autem sic dicimus quia scimus hanc esse opinionem Anstotehs,
~lus haec sunt verba in XVII De animalibus, cum loquitur de generatione eorum quae fiunt ex putrefactione dicens : Animalia ergo generantur in terra et humido, guoniam in terra est pars aquae, et in agua
e~t. pars aeris, et in eis calor animae (ita sunt arbores ), et aliquo modo
dicitur guod omnes istae res sunt plenae virtute animae; et propter
hoc sustentatur cito secundum virtutem istam retentam in corpore, et
~on retinentur in ea, nisi quando calefunt humores corporales et. efHcmntur similes spumae . Haec autem virtus est ab orbe primo, qui est
causa vitae omnis vivi secundum Aristotelem licet hoc habeat per virtutem originaliter ei insitam a Deo. Cui cons~nat illud guad dicit beatus
Augustinus: Omnium earum rerum guae corporaliter visibilitergu~ nascuntur occulta guaedam semina in corporeis huius mundi elementls latent .' guae Deus originaliter eis indidit. Manifestum est igitur ex dictis
guahter luci potest inesse virtus vivificans secundum opinionem Aristotelis.
. I.d~m etiam apparet per rationem vitae; est enim vita actus entis
dif~us1v1 sui esse in aliud; guod est huiusmodi, lux est proprie vel naturam
l~cis habens, sicut manifestum est ex praedictis, sive sit lux corporea,
sive incorporea; semper enim est multiplicativa sui et suae virtutis in
aliud; quod animae vivificando corpus convenit. Sic enim lux in omni
vivente operatur motum et vita~, id est motum vitalem, sive movet corpus
vivificando ipsum; et hoc calore disponente, guia calar naturam disponit
ad hoc guod suscipiat operationem virtutis, sicut calor ferrum disponit ad
-

124 -

hoc quod impressionem factam a fabro susc1piat, sicut in XVI De animalibus determinatur, et iterum in XVII dicitur quod virtus animae non
retinetur in istis inferioribus, nisi quando calefiunt humores corporales,
et subiungit postea; Calar enim terrae et maris digerit et alterat et distinguit et sustentat corpora novem modis. Et cum ille calar retentus
cipii animati ; et sic calore disponente est in corporibus principium vitae.
fuerit in eis, erit cum spiritu conceptio et principium sustentationis prin2. Sed illud principium, licet semper sit coniunctum, non tamen
semper operatur vitam, quia deest debita dispositio in suscipiente; et hoc
est quod dicitur in propositione seguente.

X. 1 - PROPRIUM ET PRIMUM PRINCIPIUM COGNITIONIS EST


LUX. SI AUTEM EXORDIUM COGNITIONIS INSPEXERIMUSJ DICEMUS:
LUX EST IPSA VIRTUS COGNOSCITIVA. 2 - PRINCIPIUM COGNITIONIS EST LUX, SENSITIVAE AUTEM OPERATIONIS CALOR.
1. Ostensum est quod lux est principium vitae; nunc ostendetur
quod lux est principium cognitionis in ea.
Cuius ratio est virtus exemplaris. Virtutem exemplarem appello secundum quod in ea rerum species possunt apparere; quae propria est
lucis, sicut manifestum est in speculo materiali, quod per naturam lucis
rerum intentiones suscipit, sed tamen non cognoscit, quia in ipso non est
virtus vivificans actualiter ordinata ad rerum exemplaria, et ideo convertere se non potest supra recepta ut de ipsis iudicet, quod possibile est
in substantia simplici vivente; ex unione enim potentiae activae cum
exemplari ad quod est ordinata relinquitur delectatio, in qua est vita c~
gnoscitiva, sicut manifestabitur postea, potentia autem activa et exemplans
convenit luci et nulli alii.
2. Sed notandum est quod in luce potest esse potentia exempla~i:,
noi: tamen activa sufficiens ad cognoscendum propter defectum siri:phc1tatls et complementi; et ideo per auxilium principii agentis naturahs est
in ea cognitio, non per se. Quod substantiae sensitivae convenit; est enim
anima sensibilis substantia simplex, cuius est potentia exemplaris non
activa; et ideo indiget principio naturali agente. Illud autem principium
est calor, sine quo nihil est sentire, sicut in multis locis patet ab Aristotele; et per hoc potest haberi expositio sequentis.

XI. 1 - 0MNIS SUBSTANTIA COGNOSCITIVA QUANTO LUX PURIOR EST ET SIMPLICIOR, TANTO MAGIS IN EA APPARENT RERUM SPECIES, ET POTENTIA EIUS SE EXTENDIT AD PLURA. 2 - QUANTO ALIQUID SIMPLICIUS EST) PLURIBUS REBUS INDIGETUR ET IN PLURIBUS REBUS INVENITUR.
1. Prima pars huius propositionis ex praecedentibus est manifesta.
Si enim luci debetur virtus cognoscitiva: quanto simplicior est et purior,
-

125 -

magis cognoscet et magis rerum species apparebunt in ea; sicut in speculo


materiali quanto magis politum est et tersum, tanto magis in eo apparent
imagines.
Pars vero ultima manifesta est per propositionem sequentem, quae
propter hoc est introducta in parte ista; si enim quod simplicius est, pluribus rebus indigetur et in pluribus invenitur: quanto simplicius est, potentia eius se extendit ad plura.
2. Illa vero propositio: Quanto aliquid simplicius est, pluribus rebus indigetur , scripta est etiam in V. Philosophiae primae, ubi dicit Aristoteles distinctionem elementi; hic est enim tertius modus elementi, sicut
ipse dicit. Eius autem manifestatio est, quia quanto est implicius, tanto
potentia eius magis est unita, et ideo magis infinita; et sic potenti~m
habet ad plura quae a sua potentia dependent; unde pluribus rebus 11~
d~getur et in pluribus invenitur, sicut principium essential~ in yr~n~~
piato, vel secundum virtutem. Hoc etiam manifestum est m prmc1p11s
per comparationem ad conclusiones; principia enim quanto minora sunt
quantitate, tanto maiora sunt potestate. Et iterum ex comparatione centri ad circumferentiam quanto enim punctus simplicior, tanto circumferentia maior (sive) distantia ipsius a centro, et plures lineae ab ipso ad
circumferentiam ducuntur.

XII. Lux INTER OMNIA APPREHENSIONI EST MAXIME DELECTABILE, SECUNDUM VERO NATURAM CALOR.
Quod est quia maxima delectatio est in coniunctione convenientis
cum convenienti. Ergo, si subiectum cognitionis vel virtus cognoscltlva
est l~x, ex unione lucis exterioris cum ipsa erit delectatio maxima; sed
age?tmm secundum naturam calor est primum et maxime perfectum;
et ideo r~spectu ipsius inest aliis appetitus, sicut turpe appetit bc:num.
~alor . enim est alterans et sustentas et producens omnia ad termmum,
s1cut m XVII De animalibus dicitur.
. Hoc etiam manifestari potest ex comparatione sensuum ad invicem,
sicut tactus ad visum. Visus enim inter omnes sensus maxime habet de
action~ anima!i et maxime cognoscitivus est - plurimas enim rerum. different1~s nob1s ostendit - ; tactus autem maxime habet de operauone
nar:urah et minus discretivus est. Operatio autem visus fit mediante luce,
et 1psa lux maxime delectabilis est unde Plato beneficium oculorum ostendens dixit: Quibus carentes debiles caecique maestam vitam lugubremque agunt . Tactus autem operatio fit mediante calore; maxime enim est
sensus alimenti, cuius motus perficitur a calore; et iterum tactui calor
maxime delectabilis est, sicut manifestum est unicuique.
Ex praedictis vero apparet quod virtuti cognoscitivae lux maxime
conveniens est, et maxime delectatur in ea virtuti vero naturali et eius
'
appetitui calar.

126 --

XIII.

Quon EST PRIMUM OMNIUM, SIMPLICISSIMUM EST.

Huius exposlt10 est quia quodlibet compositum est ex principiis


prioribus se.

XIV. 1 - Quon EST CAUSA OMNIUM PRIMA, SIMPLEX EST,


IDEO QUOD OMNIPOTENTIA DEBETUR SUSTANTIAE SIMPLICI. 2 - QuoD
OMNINO ACTUS EST, SIMPLICISSIMUM EST, ET IDEO POTENTIAE INFINITAE. 3 - AcTUS A POTENTIA OMNINO SEPARABILIS EST; PO
TENTIAM VERO AB ACTU SEPARAR! EST IMPOSSIBILE.

1. Ostensum est primam causam esse simplicem, quia non est aliquod principium priu~ se; nunc idem ostenditur considerando in eius proprietatibus; propter quod dicitur: Quod est causa omnium prima etc. .
Si enim est potentiae infnitae, necesse est quod sit simplex, quia, si~ut dicitur in III et VIII Physicorum, nulla potentia corporalis est infmt.a.
Et ratio huius est, quia virtus in simplici magis est unita; o~ms. autem virtus unita plus est infinita, quam multiplicata, sicut dicitur m Lz~ro
de causis; et ideo quod est infnitae potentiae, ipsum est simplex et ~im
plicissimum; sed quod est causa omnium, est potentiae infnitae, s1c~t
ostenditur in VIII Physicorum; est ergo simplex et simplicissimum, '!Ula
movet motum continuum et aeternum. Quod iterum sit potentiae infmtae
manifestum est per propositionem subsequentem; quod enim omnino .actus
est potentiae est infnitae, quia a nullo dependet eius potentia, et m se
est omnino completum. Nullum autem aliorum omnino est actus, sed ex
actu et potentia compositum.
2. Illa autem propositio: Quod omnino actus est, simplicissimum
est etc., manifesta est per propositionem subsequentem, quia actus a
potentia separabilis est, potentia vero ab actu nequaquam; et propte~ h~c
actus potest esse simplex, potentia vero non, sed semper habet ahquid
de actu.
3. Cuius manifes.tatio po test haberi per illud quod dicit A;rist~t:les
in IX Metaphysicae. Dicit enim quod in diversis actus prior est s1mphciter
quam potentia, in eodem vero uno modo prior, alio modo posterior, ac~s
enim prior est potentia in eodem definitione et complemento: potenua
vero prior est actu in eodem generatione et tempore, omnino autem n~que
tempore, eo quod impossibile est esse citharizantem qui omnino non citarizat, sicut ipse dicit, per hoc significans quod potentia, qua:tum h~br
1
de actu, tantum habet de esse. Unde cum nihil habet de actu, 1mposst e
est potentiam esse; esse enim est act~s entis; unde quod actum non habet,
nullo modo est.
Ex praedictis apparet, quod actus a potentia omnino separnbilis est,
La causa prima semplice (propp. XIII-XIV).

127 -

potentiam vero ab actu separari est impossibile . Et ex hoc sequitur quod


potentia omnino simplex non potest esse, actus vero potest. Primum autem omnino est actus, sicut ostendunt propositiones sequentes.

XV. 1 - ACTUS SIMPLICITER PRIOR EST QUAM POTENTIA; ET


IN EODEM POTENTIA AB ACTU HABET ES SE. 2 - SI ALIQUID EST
AETERNUM, ACTIO EST, QUIA QUOD EST IN POTENTIA, POSSIBILE EST
UT NON SIT ENS.
1. Ostensum est quod primum sit substantia simplex et simplicissima ; nunc ostendetur quod ipsum sit substantia aeterna et semper in actu.
Propter quod dicitur: Actus simpliciter prior est quam potentia . Ergo,
si ipsum est substantia simplex, primum omnino actus est, et non potentia. Reliqua pars propositionis ex praecedentibus est manifesta.
2. Idem ostenditur per subsequentem: Si aliquid est aeternum,
actio est ; ipsum autem est substantia aeterna.
Cuius expositio subiungitur, cum dicitur: quia quod est in potent~a, possibile est ut non sit ens , in ilio genere in quo est in pot:ntia~
ut s1 est substantia in potentia, possibile est quod non sit substanua; s1
est ~n potentia ad quantitatem, possibile est ut non sit quantum in a.ct;i;
et simile est in aliis. In quocumque enim genere est in potentia, poss1b1le
est quod non sit illud ad quod est in potentia, propterea quod id quod
est in potentia, de se non habet esse, sed ab alio. Ergo, cum inter esse et
non-esse ?on sit medium, de se habebit potentiam ad non-esse; quare
quod est 111 potentia, de se possibile est ut non sit ens.

XVI.
.

NULLA SUBSTANTIA CORPOREA DE SE EST COGNOSCITIVA.

Quod est quia oportet substantiam cognoscitivam esse simplicem, ut

sim~l tot~m rei intentionem suscipiat et de toto simul iudicet, et non

particulanter et successive. Si enim esset substantia cognoscens corporea,


non ~imul tota rei intentio reciperetur in ea, sed pars in parte; et ideo
aut s_1mul essent unius rei plura iudicia, si partibus substantiae cogno~centi~ d~beretur iudicium, aut successive, accipiendo partem post partem
rntentiorus receptae. Praeterea virtus activa non convenit corpori in quant~m corpus; in substantia autem cognoscente oportet esse virtutem actlvam et exemplarem, sicut manifestum erit postea.
Manifestatio autem huius propositionis habetur ab Aristotele et ab
Avicenna.
Aristoteles enim in I De Anima reprobat opinionem Platonis, qui
ponebat animam esse magnitudinem circularem; et quod anima non sit magnitudo, ostendit per duas rationes.
"< La causa prima eterna e sempre m atto {prop. XV).

128 -

Quarum prima ostendit quod anima magis deberet dici numerus


quam magnitudo, et est talis: Anima intellectualis est unum sicut intelligentia, et intelligentia sicut intelligibilia; haec autem non sunt unum con
tinuum, sed magis unum secundum subsequentiam, sicut numerus.
Secunda vero ostendit quod magnitudo non possit esse substantia
cognoscitiva aut intellectiva, quia, si magnitudo intelligeret, intelligeret
aut per aliquid sui indivisibile, aut per aliquid divisibile. Si per aliquid
indivisibile: indivisibilia in magnitudine sunt infinita; quare nulla operatio
intellectus esset finita. Si per aliquid divisibile: multotiens idem intelli
geret in eadem operatione; eadem enim esset virtus in qualibet parte ma
gnitudinis, si magnitudo in quantum huiusmodi cognosceret, sicut quae
libet pars magnitudinis est magnitudo. Quare aut totum cognosceret, aut
in qualibet parte esser virtus cognoscitiva; et sic, cum multae partes essent in ea, multotiens idem intelligeret in eadem operatione, quod impossibile est.
Idem ostenditur ab Avicenna in libro suo De anima per plures ra
tiones, quarum duae ad praesens nobis sunt utiles.
.
Prima talis est. Si subiectum intelligibilium esset divisibile: et omms
forma intellecta esset divisibilis et haberet partem et partem; ho~ a:it~I?
falsum est, quia omnis forma secundum quod intelligitur sicut md1v1~1
bilis accipitur. Et iterum aliqua sunt intelligibilia ita simplicia; quod m
eis non est partem et pattern ponere aliquo modo. Quare istud ~alsui:i
est et impossibile, quod omnis forma intellecta secundum quod mtelhgitur sit divisibilis. Et ad hoc inconveniens ducit ostendendo, quod magnitudo non intelligit per aliquid sui indivisibile, quia in puncto, dur:i ~it
terminus essentialis magnitudinis, nihil potest ita esse quod non sit m
ipsa magnitudine aliquo modo.
.
.
Alia eius ratio est talis. Formae intelligibiles secundum quod .mtelh
guntur sunt abstractae a quanti tate et si tu hoc autem non habent m esse
suo extrinsecus, sed sunt in materia sublecta loco et tempari; sed hoc
habent a potentia intelligente, in qua sunt secundum ipsius existentiam.
Ergo, cum in ipsa sint separatae a quantitate et situ, non dividi p~ssunt.
Quare subiectum earum non habebit aliquid huiusmodi; quare sub1ectum
intelligendi impossibile est esse corpus aut virtutem in corpore.

XVII.

SUBSTANTIA QUIA SIMPLEX EST ET IMPERMIXTA, OMNIUM EST COGNOSCITIVA.

Ostensum est nullam substantiam cognoscentem corpus esse; cuiusmodi substantiam cognoscitivam oportet esse, nunc restat ostendere;. quod
manifestatur in ista propositione: Substantia quia simplex est et 1mper
mixta etc. Haec autem propositio sumitur ab Aristotele in III De anima,
,., Parte prima: 2 Il conoscere della causa prima (propp. XVII XXV) - natura
del suo conoscere (propp. XVI-XX).

129 -

qui in hoc commendat opinionem Anaxagorae, qui dicebat intellectum impassibilem et impermixtum, quatenus scilicet haberet potentiam ad omnia.
Cuius manifestatio potest haberi in bune modum. Notandum est
enim quod in hac propositione dicuntur ea per quae substantia habet ~a
tionem cognoscendi, scilicet potentia agens et exemplaris, quae ad mvicem unitae potentiam unam cognoscitivam efHciunt in substantia cognoscente. Per hoc enim quod dicitur substantia simplex, dicitur substantia
cuius potentia est in actu, eo quod virtus simplicis et virtus unita etc.
Et iterum per hoc quod est simplex, habetur quod simul rerum intentiones suscipit, sicut dictum est prius. Per hoc vero quod dicitur substantia
impermixta, dicitur quod in se habeat puritatem, et quod ab alio non sit
dependens vel alii permixta; in se vero puritatem habet per naturam lucis,
per quam habet potentiam exemplarem, id est potentiam ad hoc quod
in ipsa appareant rerum species. Quia vero alteri impermixta dicitur, a
nullo dependet; et sic aequaliter se habet ad omnia: quare substantia,
quia simplex et impermixta, omnium est cognoscitiva .

XVIII. 1 -EX

UNIONE POTENTIAE ACTIVAE CUM EXEMPLARI, AD

QUOD EST ORDINATA, RELINQUITUR DELECTATIO, IN QUA EST VITA


COGNOSCITIVA. 2 - AMOR IN EODEM NATURALITER ANTECEDIT COGNlTIONEM; PERFICITUR TAMEN PER COGNITIONEM ET DELIBERATiONEM.

1. ~~opter ea quae dicuntur in propositione ista inceptum est ho~


opus, sc1hcet ut sciremus quid oportet esse in substantia ad hoc quod s1t
cog?~scitiva. Quae totaliter, secundum opinionem nostram, in hac propos1t1one sunt enarrata. Delectatio enim in substantia simplici vitam operatur; illa vero quae est in unione potentiae cum exemplari, ad quod
est ordinata, vitam cognoscitivam operatur, sicut manifestum erit postea.
2. Sed quia crederet aliquis delectationem esse consequens ad vitam
et c~gnitione.m, et non antecedens ad ipsam neque causam vitae: propter
hoc mt~oduc1tur propositio subsequens, in qua dicitur quod amor vel
d~lec.tat10 naturaliter in eodem antecedit cognitionem . Nisi enim esset
ahqms appetitus substantiae cognoscentis ad ipsum cognoscibile, nunquam
esset ordinatio huius ad hoc, neque perficeretur unum ab allo. Delectatio
autem vel amor est complementum appetitus, sed rationalis appctitus
amor, cuiuscunque vero delectatio. Nec tamen omnino amor completus
est, nisi participetur; et ideo per cognitionem et deliberationem perfcitur,
non quia cognitio sit complementum amoris, sed quia ex cognitione multiplicatur et viget in se ipso. Cognitio enim ordinat appetitum cum suo
appetibili, in qua unione perfcitur amor et delectatio, ex cognitione enim
perficitur amor; non tamen cognitio est perfectio eius, sed potius e contrario; ad delectationem enim et amorem ordinatur cognitio. Unde sicut

130 -

actus prior est potentia, in eodem, sed incompleta potentia tamen ab actu
perfcitur: ita et amor in eodem antecedit cognitionem, sed incompletus;
per cognitionem vero postea in se ipso multiplicatur et cognitionem perficit et in se ipso perfcitur.

XIX. 1 - APPETITUS NATURALIS, AMOR SENSIBILIS ET VOLUNTAS ORDINANT SUBSTANTIAM AD ALIUD SIBI CONVENIENS, EX CUIUS
PARTICIPATIONE FIT DELECTATIO IN EA. 2 - DELECTATIO IN SUBSTANTIA SIMPLICI OPERATUR VITAM, IN ALIIS AUTEM NON, SED AD
SUI COMPEMENTUM ORDINAT SUBSTANTIAM.
Istae duae propositiones introductae sunt ad manifestationem praecedentis, in qua dicitur: Ex unione potentiae activae cum exemplari
etc., et prima propter manifestationem primae partis, secunda vero ad manifestationem secundae partis illius propositionis.
1. In prima enim parte prioris propositionis dicitur quod ex unione
potentiae activae cum exemplari, ad quod est ordinata, relinquitur etc.
Cuius manifestatio habetur per propositionem hanc: Appetitus naturalis etc. Delectatio enim est ex coniunctione convenientis cum convenienti. Quae coniunctio vel unio ft per appetitum naturalem in substantia
non cognoscenti, per desiderium et amorem in substantia sensibili, per
voluntatem in rationali, unde appetitus, desiderium vel voluntas media
sunt per quae ordinatur vel unitur potentia activa cum exemplari. Ex qua
unione relinquitur delectatio, quia fit coniunctio convenientis cum convenienti, quia potentia unitur cum eo per quod nata est perfci.
2. Quod autem in hac delectatione sit vita, manifestatur in propositione sequente, qua dicitur quod delectatio in substantia simplici ope:
ratur vitam, in aliis autem non etc. Cuius manifestatio potest haben
per hoc quod vita est actus continuus substantiae simplicis. Qui actus
continuus est in substantia simplici ex eius ordinatione cum suo obiecto;
ad quod terminatur sua ordinatio et per quod nata est perfici: a quo ~ 1
separetur, iam non habet vitam actu, ut vegetabilis cum alimento, sens1tivae cum sensibili, rationalis cum intelligibili; nullum enim istorum ha~et
vitam in actu, si separetur a suo compari. Ordinatio autem illa subtantiae
simplicis cum suo obiecto, a quo nata est perfici, fit per appetitum, cuius
complcmentum est a suo appetibili. Viget autem appetitus ille ex delectatione quae est ex unione cum suo appetibili; delectatio enim sempre a~tus
est et operatio in substantia simplici, et non habitus. Unde substantiam
simplicem in appetendo vigere facit, et est actus vivifcans in ea. Propter
quod dictum est in XI Philosophiae primae quod sensus, imaginatio et
intellectus sunt voluptuosa, et quod voluptas est actio illius cuius vita est
actio, et cuius actio est intellectus.
Quod iterum delectatio vitam operetur, manifestum est in substantiis cognoscentibus; dicit enim Aristoteles quod sensus est simplex et in
delectatione perfcitur, intellectus autem in amore et delectatione. In sub-

131 -

stantiis autem aliis, verbi gratia corporis, non operatur vitam, q1:ia m eis
non est actus, sed habitus, nec esse eorum est esse in actu, sicut esse
substantiae simplicis; appetitus tamen substantiam corpoream ordinat
ad sui complementum.

XX. IN QUO POTENTIAE ACTIVAE CUM EXEMPLARI COMPLETO


SEMPITERNA EST UNIO, DELECTATIO EST COTINUA, ET VITA SECUNDUM SE DELECTABILIS EST IN EO.
Haec propositio sequitur ex praecedentibus et est ad manifestationem earum. Si enim in unione potentiae activae curo exemplari est delectatio, in quo sempiterna est unio, delectatio est continua, si sit exemplar completum; si enim sit incompletum, non est delectatio, nisi coniungitur ei a quo natum est perfci, sicut in eis quae de se non sunt rerum
exemplaria, potentiam tamen exemplarem habent ad ipsas. Quid aute~
intelligimus per potentiam exemplarem, saepe dictum est. Et si delectatlo
est continua in ipso, quia ipsum est rerum exemplar, vita secundum s~
delectabilis est in eo; delectabilis, quia potentiae activae cum exemplan
est unio; secundum se delectabilis quia haec unio non indiget aliquo extrinseco.
Et non solum vita secundum se delectabilis est in eo, sed etiam delectatio reflexa, eo quod idem est potentia activa cum exemplari in ipso.
Nor: autem in aliis, in quibus non est idem potentia activa _cum. exe?1plan; et hoc est in substantiis quae non sunt rerum exemplana, sicut mtelligentia et anima, quae non sunt rerum exemplaria sicut ostendetur
pos.tea. Primum autem solum est rerum exemplar, et propter hoc. eade?1
~n ipso est potentia activa cum exemplari, non autem in aliis et ideo ~n
ipso est delectatio et delectatio reflexa. Unde regula magistri Alani:
Monas gignit monadem et in se suum reflectit ardorem .
Potest autem potentia activa appropriari Patri, exemplar autem Filio,
amor autem reflexus, quo diligunt se Pater et Filius, Spiritui Sancta.

XXI.

0MNIS SUBSTANTIA COGNOSCITIVA SIMPLEX, QUAE DE SE

HABET POTENTIAM AD OMNIA, EST. SUBSTANTIA INTELLECTIVA .

. . Ostensum est quid oportet esse in substantia ad hoc quod sit cognosc1ttv~;. nunc remanet ostendere propter quid dicatur intellectiva. No~a?
dum 1gttur est quod duplex est potentia cognoscitiva, una, cuius cogmtlo
dependet. a materia et conditionibus materiae, et cognoscit ea q~a.e sunt
rei extenora, et haec appellatur sensus; alia vero est, cuius cogmuo non
dependet a materia et a corpore, et speculatur interiora rerum sensibilium
per abtsractionem a conditionibus sensibilibus, et etiam ea quae omnino
un conoscere intellettuale {prop. XXI).

132 -

sunt separata, quia eius potentia a nullo est dependens et ideo aequaliter
se habet ad omnia, et haec appellatur intellectus, sicut vult Aristoteles in
principio tertii De anima, hanc enim assignat differentiam sensus ad intellectum, sicut inspicienti manifestum est. Liquet ergo ex praecedentibus
quod substantia cognoscitiva, quae de se habet potentiam ad omnia, est
substantia intellectiva .

XXII. 1 - SUBSTANTIA INTELLECTIVA curus COGNITIO A NULLO


PENITUS DEPENDET, RERUM EXEMPLARI EST AB AETERNO. 2 - SUBSTANTIA QUAE EST RERUM EXEMPLAR, SEMPER HABET SCIENTIAM
REI SECUNDUM ACTUM.
Ex hac propositione ostenditur quod prima causa est rerum exemplar. Eius enim cognitio a nullo penitus dependet, sed res dependent a
sua cognitione. Sua enim scientia est causa rerum, sicut dicitur in Libro
de consolatione philosophiae.
Tu cuncta superno
Ducis ab exemplo
Omnis enim scientia vel est causa rerum vel a rebus est causata.
Scientia autem eius non causatur a rebus, quia' a nullo penitus dependet.
Quare ipsa est rerum causa. Et sicut eius scientia est ab aeterno, ita rerum
causa; et ita rerum causa exemplaris est ab aeterno. A potentia enim eius
exierunt res in esse, sapientia eius praevidente, disponente et gubernante,
et propter eius bonitatem, scilicet ut communicaret aliis suum esse.
2. Et cum ipsa sit rerum exemplar ab aeterno, ex hoc sequitur q;i?d
scientia eius semper est in actu: neque enim indiget rebus ad sui cogmtlonem, quia sic vilesceret eius intellectus.

XXIII. 1 - Quon

EST SIMPLEX ET SIMPLICISSIMUM, QUIC-

QUID IN IPSO EST IDEM EST QUOD IPSUM.

2 - Curus

ESSE EST

INTELLIGERE, SEMPER EST INTELLIGENS IN ACTU ET SEMPER INTELLIGIT SE INTELLIGERE.

3 - Quon

SEMPER INTELLIGIT SE INTEL-

LIGERE, VITA EIUS EST CUM SUMMA DELECTATIONE. ~:

Ostensum est prius quod prima causa est substantia simplex s.emp~r
actu intelligens; mmc remanet ostendere quod, sicut semper est mtelhgens, ita semper intelligit se intelligere, et ideo vita eius cum summa delectationc est.
l. Et ideo praeponitur istud principium, quod valet ad ostensi~ne?1
eorum quae clicuntur: Quod est simplex et simplicissimum, quicqutd m
"' un conoscere sempre in atto (prop. XXII).
* un conoscere superiormente santo (prop. XXIII).

133 -

ipso est, idem est quod ipsum. Cuius manifestatio est, quia, quod est simplicissimum, ipsum est in fine simplicitatis; et ideo non est in ipso aliquam
diversitatem reperire. Si enim in ipso esset reperta aliqua diversitas, non
iam esset in fine simplicitatis; et ideo quod est simplicissimum, non habet
diversitatem aliquam, sed quicquid est in ipso, idem est quod ipsum.
2. Ex hoc manifesta est propositio sequens. Si enim quicquid est in
ipso, idem est quod ipsum; suum esse est suum intelligere: et propter
hoc, sicut semper est in esse, ita semper est actu intelligens. Et actus qui
est intelligere idem est cum exemplari quod est obiectum illius; et ideo
actus intelligendi in ipso semper sibi obicitur, quem ad modum exemplar;
et ideo, sicut semper intelligit in actu, ita semper intelligit se intelligere.
3. Et ex hoc sequitur quod vita eius est cum summa delectatione .
Intelligendo enim est delectatio; cum autem cognoscit se intelligere, adhuc
maior est delectatio; et ideo semper intelligendo se intelligere, maxima
est delectatio. Et ita manifestum est per hoc quod, cum aliquis cognoscit
esse aliquid, per.ficitur potentia cognoscitiva et delectatur in sui perfectione: cum autem cognoscit se cognoscere, adhuc magis perfecta est potentia, quia confirmatur cognitio praecedens et plura cognoscit quam prius,
quia operationem et obiectum; et ideo potentia magis perficitur quam
prius. Quare et magis delectatur intelligendo se intelligere quam intelligendo solum. Sed adhuc potest esse quod intelligat se intelligere, non tamen hoc semper inteIIiget; quare delectatio existens ex actu non continuo
non est perfecta, sed deficiens. Quod autem semper intelligit se inte1ligerc,
hanc delectationem habet completam et continue, et ideo vita eius est cum
summa delectatione.

XXIV. DEUS SEMPER INTELLIGIT SE INTELLIGE"RE: INTELLIGENTIA SEMPER INTELLIGIT; IN HOMINE VERO NEUTRUM EST REPERIRE.
In hac propositione notatur differentia primae substantiae intelligentis
ad alias intellectuales substantias, et hoc quantum ad operationes intel1ectus, ad manifestationem praecedentium, et ut habeatur differentia vitae
in eis. Est ergo differentia quod Deus semper intelligit se intelligere, sicut
ostensum est prius. Intelligentia. vero semper intelligit, non tamen semper
intelligit se intelligere; et hoc est, quia suum intelligere non est obiectum
suae potentiae, sicut in primo idem est suum intelli~ere et quod est obiectum suo intellectui. Homo vero neque semper intelligit, quia non semper
intelligibi!ia ei unita sunt, neque semper intelligit se intclligere, sed quando praesentia sunt intelligibilia; intelligentia a~tem semoer intelligit, ouia
semper habet intelligibilia praesentia, nec intellectus eius potest impediti,
ouod in homine contingit.
* Raoporto tra il conoscere delle essenze cercate e il conoscere di Dio ( propp.
XXIV-XXV).

134 -

XXV. 1 - PRIMA CAUSA EST SUBSTANTIA SIMPLEX INTELLECTIVA, CUIUS POTENTIA SEMPER EST IN ACTU ET RERUM EXEMPLAR.
2 - lNTELLIGENTIA EST SUBSTANTIA SIMPLEX INTELLECTIVA, CUIUS
EST POTENTIA ACTIVA ET EXEMPLARIS, NON RERUM EXEMPLAR.
3 - ANIMA RATIONALIS EST SUBSTANTIA SIMPLEX INTELLECTIVA,
CUIUS EST POTENTIA ACTIVA ET EXEMPLARIS, ALIQUO MODO DE
PENDENS A CORPORE. 4 - ANIMA SENSIBILIS EST SUBSTANTIA
SIMPLEX, CUIUS EST POTENTIA EXEMPLARIS, NON ACTIVA, ET IDEO
INDIGET PRINCIPIO ACTIVO NATURALITER AGENTE.

Inquisita sunt prius principia et causae cognitionis in substantia. Nunc


secundum ea quae praedicta sunt dantur rationes substantiarum cognoscentivo naturaliter agente, quod est educens sensibile et sensitivum de potentia in actum, sicut manifestatum est ab Aristotele in II De anima.
In parte ergo manifestatae sunt proprietates substantiae cognoscentis
num in quantum sunt cognoscentes ut magis manifestentur praedicta; et
sunt quasi conclusiones ex praecedentibus.
1. Quod causa prima sit substantia simplex, ostensum est prius; dei?-de quod intellectiva; postea vero quod rerum exemplar, et ideo potenua
.
primae, et quae participationem ab ipsa sunt in aliis.
eius sempre est in actu. Unde ratio substantiae cognoscentis primae - s1
licet rationem dicere - totaliter manifesta est ex praecedentibus.
2. Similiter autem quod intelligentia sit substantia simplex et intellectiva, cuius est potentia activa et exemplaris, manifestum est. Est enim. substantia simplex et impermixta; omnis autem substantia huiusmodi est mt~l
lectiva; et si intellectiva, potentiam habet activam et exemplarem. Potenua
tamen exemplaris et activa non est omnino completa de se in ea, et id~o non
est rerum exemplar, licet habeat potentiam exemplarem; et in hoc d1~~rt a
primo; in ipsa enim non est idem potentia intelligens et quod intelhg1hlr,
et potentia eius non est omnino completa, sicut dicehlr postea.
.
3. Quod autem anima rationalis sit substantia simplex et intellectiva,
cuius est potentia activa et exemplaris, similiter manifestum est ex praec~
dentibus. Non tamen potentia activa et exemplaris in ea est ita perfecta, sicut in intelligentia, eo quod aliquo modo in ipsa est dependens a co;pore.;
scilicet quantum ad receptionem intelligibilium; et ideo non semper .mte~
git, nisi cum praesentia facta sunt intelligibilia intellectui. In.telhg~ntia
autem quantum ad potentiam suam non dependet a corpore; et 1~eo 1~tel
ligibilia sunt ei praesentia et semper intelligit, licet non semper mtelligat
se intelligere, sicut dictum est prius.
4. Quod autem anima sensibilis simplex sit substantia, manifestum
est ex praecedentibus. Nulla enim substantia cognoscens est corpus. Ipsa
autem est substantia cognoscens; unde etiam habet potentiam exemplare?1.
Sed non activam, proprie enim est virtus passiva, cuius potentia essentialiter dependet a corpore, et non quantum ad receptionem solum, quem ad

135 -

modum anima intellectiva. Et quia non habet potentiam activam, sed quantum ad sui potentiam essentialiter dependet a corpore, indiget principio activo naturaliter agente.

XXVI.

lNTELLIGENTIA EST

SUBSTANTIA OMNIUM

COGNOSCI-

TIVA.

Ostensum est prius quod necesse est causam primam t.sse et hanc unicam; deinde ipsam esse substantiam quae est lux in sui essentia; postea vero substantiam simplicem semper in actu et aeternam esse. Consequenter
ostensum est ipsam esse substantiam cognoscentem, intellectivam, semper
in actu intelligentem, cuius vita secundum se delectabilis est maxime.
Nunc de bis quae pertinent ad intelligentiam dicendum, et prius de
eius cognitione et modo cognoscendi, primo ostendendo quod ipsa non
est rerum exemplar, sed intellectus eius dependet ab alio, secundo quod,
licet intellectus eius dependeat ab extrinseco, nihil tamen quod sit de re intelligibili recipit, sed sibi format intellectum ex praesentia rei.
Primo ergo dicitur quid cognoscitur ab intelligentia, ut postea determinetur modus cognoscendi in ea; prima ergo propotisio est: Intelligentia est substantia omnium cognoscitiva . Cuius manifestatio habita est
e.x praecedentibus. Si enim est substantia simplex et impermixta, potentrnm habet ad omnia, sicut dictum est. Non tamen eodem modo cognosc~nt omnia Deus, intelligentia et anima, sicut manifestum crit postea. Deus
emn: eodem modo cognoscit praesentia, praeterita et futura, necessaria et
contmgentia, quod magis manifestum erit postea.

XXVII. 1 - lNTELLIGENTIA NON EST RERUM EXEMPLAR, NEQUE


EI INNATA SUNT RERUM EXEMPLARIA. 2. - lNTELLIGENTIA SE IPSAM COGNOSCENDO NON COGNOSCIT ALIA, QUEM AD MODUM CAUSA
PRIMA. 3 - lNTELLIGENTIA QUOD COGNOSCITIVA. QUARE POTENTIA
EIUS DE SE NON EST OMNINO COMPLETA.
Ostenso quod intelligentia cognoscit omnia, intentio est ostendere
modum cognoscendi in ea. Circa hoc autem sunt plures opiniones ad invicem discrepantes.
Quidam enim dicunt quod intelligentia est rerum exemplar, eo quod
in ipsa est scientia rei secundum actum; et iterum quia in separatis a materia idem est intellectus et quod intellegitur, sicut dicitur in III De anima. Dictum est etiam, quod omnium eorum est exemplar et in se ipsa co,., Parte seconda: Le intelligenze (propp. XXVI-LVIII) - 1 La forza conoscitiva delle Intelligenze (XXVI-XLII) - Oggetto del cnooscere (XXVI).

136 -

gnoscitiva omnium, quorum causa determinata est, praesentia, praeterita


et futura.
Alii vero supponentes quod omnis scientia vel est causa rei vel a
rebus est causata, dicunt quod, cum scientia intelligentiae non sit causa
rei, a rebus est causata, et sic scientiam rei non habet a se, sed a rebus
recipit earum exemplaria; dicentes non esse impossibile quod a rebus
recipiat, licet intellectum possibilem non habeat, quia quanto aliquid simplicius est, tanto magis rerum species in ipso apparere possunt, sicut videmus in speculo materiali; nec propter hoc solum dicitur intellectus possibilis quia rerum intentiones recipit, sed quia a corpore dependet secundum actum existendi. De qua opinione aliquando fuimus.
Tertia est opinio quod neque intelligentia est rerum exemplar, neque rei intentionem recipit, sed ad rei praesentiam intelligit; sicut intellectus agens ad rei praesentiam intelligit, non tamen aliquid a reb:is. re:
cipit neque omnino de se completus est sine praesentia rei. Cui op1mom
magis adhaeremus et eam magis manifestare proposuimus.
Cum enim tres sint substantiae intelligentes: Deus, inte_lligei;tia et
anima, cum utraque communicare debet in cognoscendo intelhgentla,. natura inter utramque posita, ut cocrnitio
eius sit incompleta comparauone
o
.
Dei, completa vero comparatione ad animam; cum ergo Deus s1t rerum
exemplar, neque per receptionem intelligit, anima vero non est ~erum
exemplar, sed exemplaria a rebus recipit: intelligentia per rece~tlonem
non intelligit, sicut anima, quia magis completa et in actu est ems ~o
tentia quam animae, neque est rerum exemplar, quia omnino esset ems
potentia completa de se, quem ad modum causae primae; sed praesente
intelligibili format intellectum sive cognitionem et habitum de re. Que1:1
ad modum ignis in materia combustibili multiplicat se, remoto cor:ibust.1bili non operatur, licet posset operati quantum est de se, ita intelhgentia
ad rei praesentiam intelligit. Unde rebus indiget eius cognito -. non ta~
men cognito Dei - licet quantum est de se semper actu intelhgeret, si
intelligibile esset praesens. Qui dicitur esse intellectus in actu et scientiam
rei habere secundum actum, quantum est de se. Absente enim intelligibili intelligere non potest, quia se habet sicut lux ad colores, quae semper
illuminaret eos, si semper essent praesentes.
Ex hoc manifestum est quod intellectus intelligentiae habet scientiam rei secundum actum, nec tamen propter hoc est rerum exemplar
Et propter hoc opinio prima falsa est.
Item. Nihil rei intelligibilis relinquitut in ipsa, quia ne9ue r~s ipsa,
neque rei species. Aliqua enim sunt quae per spedem non mtell1gu~tur'
sicut omnino abstracta, sed se ipsis. In essentialibus enim res est rat:o et
intellectus,_ si.cut dicitur in XI Philosophiae primae. Ergo ~um res 1psae
non fiant m mtellectu, sed solum ei obiciuntur, neque spec1es ear~m, ~o
quod per speciem non intelliguntur nihil rei cocrnoscibilis in intelhgent1~
recipitur. Ex his ergo manifestum' est quod d~e primac opiniones falsae sunt.

137 -

Tertia autem veritatcm habet. Et ideo dicitur quod intelligentia


non est rerum exemplar neque ei innata sunt rerum exemplaria .
Et huius propositionis prima pars manifestatur per duas propositiones sequentes immediate, secunda vero pars per alias subsequentes.
Si enim intelligentia se ipsam cognoscendo non cognoscit alia, non est
rerum exemplar; si enim esset rerum exemplar, se ipsam cognoscendo
cognosceret alia. Et iterum, quod cognoscit intelligentia, non est idem
cum sua potentia vel cum se ipsa, eo quod cognoscit aliud a se; et cognitio eius ab aliis dependet, cognitio autem Dei non; quare potentia
eius de se non est omnino completa, sicut dicitur in propositione tertia.
Ex his sequitur quod intelligentia non sit rerum exemplar.
Secunda vero pars manifestatur per alias subsequentes. Si enim ei
essent innata rerum exemplaria, aut nihil ignoraret, aut si aliquid ei obiceretur cuius exemplar non haberet, ipsum non cognosceret; quod evidentius erit postea.

XXVIII. 1 - Sr INTELLIGENTIA HABET RERUM SPECIES DE SE,


NECESSE EST HOC ESSE QUIA RERUM CAUSA EST, VEL QUIA SINE HIS
NON POTEST INTELLIGERE. 2 - IN ESSENTIALIBUS RES EST RATIO
ET INTELLECTUS. 3 - lNTELLIGENTIA, ANTEQUAM FIANT, IGNORAT
ALIQUA, QUAE POSTMODUM COGNOSCIT CUM FACTA SUNT ENTIA.
Manifestata est prius propositio illa: Intelligentia non est rerum exemplar, etc. Quae iterum manifestatur hic ratione alia ducente ad impossibile,
quod, si intelligentia esset rerum exemplar, vel ei essent innata rerum
exemplaria, hoc non posset esse nisi propter duas causas, sicut in hac
propositione dicitur. Aut enim rerum exemplaria haberet ut per ea rerum
causa esset, quod est impossibile - intelligentia enim non est causa rerum - ; aut quia sine exemplaribus vel speciebus rerum, quae haberet
de se, non posset intelligere, quod iterum falsum est et impossibile, sicut
ostendunt duae propositiones sequentes.
In essentialibus res est ratio et intellectus sicut dicitur in XI,
id e~t, res intellecta se ipsa intelligitur, quia omnino 'est abstracta; et ideo
spec1em non habet per quam ab intellectu abstrahatur, sed ipsa est ratio
~er q~am cognoscitur. Ex quo manifestum est quod non oportet in intelhgentia esse rerum species per quas cognoscat, si res ipsa est ratio per
quam cognosci tur.
Et iterum, si de se rerum species haberet, aut nihil ignoraret, aut
ea non congosceret quorum species non haberet. Intelligentia autem
multa ignorat etc., sicut dicit propositio sequens; in cognitione enim
rerum proficit, sicut manifestum est.
;, Modi di conoscenza (propp. XXVII-XII) - a)
(XXVII-XXIX).

138 -

differenza della causa prima

XXIX. 1 - 0MNIS SCIENTIA VEL EST CAUSA RERUM VEL A REBUS CAUSATA. 2 - ScIENTIA INTELLIGENTIAE NON EST CAUSA RERUM, SED A REBUS EST CAUSATA.
Ostensum est quod intelligentia non est rerum exemplar. Neque ei
sunt innata rerum exemplaria; hic ostenditur quod scientia eius a rebus
est causata, nihil tamen rei intellectae derelinquitur in ea, neque rerum
species recipiendo cognoscit.
Primo autem ostenditur quod scientia eius est causata a rebus, propter quod dicitur: Omnis scientia etc.
1. Cuius manifestatio per inductionem potest haberi. Scientia enim
humana a rebus est causata, quod non est dubium. Scientia autem divina
rerum causa, et nullo modo a rebus est causata. Sed de scientia intelligentiae dubitatur; quidam enim dicunt quod neque rerum causa est neque ab eis est causata, sed comitans est; quod tamen falsum est et impossibile, quia a rebus dependet eius cognitio et in cognitione proficit,
quod non est verum dicere de primo; quare, si a rebus dependet eiu.s
cognitio, scientia eius causata est a rebus. Et sic per inductionem mamfestum est quod omnis scientia vel est causa rerum vel a rebus est causata ; omnis enim scientia vel est humana vel intelligentiae vel divina.
2. Ex praecedentibus etiam manifestum est quod scientia intelligentiae a rebus est causata; ostensum enim est quod ipsa non est rerum
exemplar; unde scientia eius est deficiens et ab extrinseco est causata.
Ex hoc ergo sequitur propositio secunda, quod scientia intelligentiae
non est causa rerum, sed a rebus est causata.

XXX.

NIHIL REI QUAE COGNOSCITUR RELINQUITUR IN INTELLIGENTIA, SED PER REI PRAESENTIAM NOVUM ALIQUID FIT IN EA.

Cuius manifestatio ex praecedentibus in parte potest haberi, .et p7r


propositiones subsequentes manifeste apparet eius probatio. Intelltgentia
enim solum est potentia activa, et non passiva, sicut manifestabitur P?stea:
Perfectio autem potentiae activae non est in recipiendo aliquid, se~ m sui
ipsius multiplicatione, sicut dicit propositio sequens. Ex hoc mamfestum
est quod per receptionem non intelligit, sed per rei praesentiam novum
aliquid fit in ea. Habitum enim sibi format et multiplicat ex rerum praesentia. Quod per simile postea manifestabitur in igne et in anima in duabus propositionibus sequentibus.
Hoc etiam manifestati potest per illud quod dicit Boethius in V De
consolatione. Ibi enim vult quod potentia cognoscitiva virtutem habe~t
per quam sibi formet habitum, et non ex rei proprietate, sed ex propria

b) caratteristiche dcl conoscere (XXX-XXXIII).

139 -

facultate. Dicit enim: Videsne igitur ut in cognoscendo cuncta sua potius facultate quam eorum quae cognoscentur utantur? Neque id iniuria.
Nam cum omne iudicium iudicantis actus existat, necesse est ut suam
quisque operam non ex aliena, sed ex propria perfciat potestate.

XXXI. 1 -

PASSIVAE POTENTIAE PERFECTIO EST IN RECEPTIONE

ACTIVAE VERO POTENTIAE IN SUI IPSIUS MULTIPLICATIONE. 2 - S1CUT IGNI INNATA EST POTENTIA QUA POTEST COMBURERE OMNIA,
ET SEMPER COMBURIT QUANTUM EST DE SE, NON TAMEN IN SE HABET OMNIA COMBUSTIBILIA NEC ALIQUID RECIPIT AB EIS: ITA IN
INTELLIGENTIA. 3 - SICUT ANIMA COMPOSITIO~ES ET INTENTIONES NOVAS SIBI FORMAT QUAE NON SUNT El INNATAE NEC SPECIEM
HABENT IN IPSA: ITA INTELLIGENTIA EX RERUM PRAESENTIA HABITUS SIBI FORMAT.

Istae tres propositiones introductae sunt ad manifestationem propositionis praecedentis, sicut in eius expositione dictum est.
1. Haec autem propositio: Perfectio potentiae passivae etc. ex
proprietatibus actionis et passionis sive agentis et patientis potest esse
m~ni~esta. Agens enim nihil recipit in quantum huiusmodi a patiente, sed
?h9md ei. attribuit; e contrario patiens in quantum huiusmodi nihil .dat
lps1 agenti, se ab ipso recipit; unde potentiae passive in quantum humsm~di perfectio est in receptione, activae vero in trihuendo se alii vel in
sm. multiplicatione, quia quod habet agens, multiplicat in patiente; nihil
emm dat quod non habet.
.
~ E~ sequentibus etiam manifestatur quomodo perfectio pote~tiae
mtelhgent1s est in sui multiplicatione et hoc per simile in icrne et amma.
I .
'
t:>
gnis e~i1:1. praesente combustibili se ipsum multiplicat; nihil tamen a
combust1b1h recipit, neque in se habet ipsa combustibilia; semper tamen
quantum est de se comburere potest, et combureret, nisi esset defectus
ex ~arte 1?~teriae. Ita etiam intellectus intelligentiae praesente intelligibili
h~bit.um 1b1 multiplicat, licet intelligibilia in se ipsa non habeat neque
al.1q.md ~e~ipiat ab eis; haec est ergo proprietas potentiae agentis., q.uod
mh~l r~c1p1t, sed se multiplicat in susceptibili. Sed differentia est m 1gne
et m mtellectu talis, quod intellectus non unitur intelligibili secundum
rem, sed solum per eius praesentiam et apprehensionem, ignis autem secundum rem unitur combustibili. Nihil tamen ab ipso recipit; et in hoc
est similitudo eius ad intellectum. Haec est manifestatio propositionis
praedictarum in exemplo sensibili.
3. Aliud etiam exemplum subiungitur, quod non est ita sensibile:
eius tamen similitudo magis est propinqua intellectui. Et est illa similitud.o
in operatione animae. Anima enim in se habet multa, et multa cognosc1t
quae ex rerum praesentia sibi format et per speciem non recipit; unde. in
ea est virtus qua potest formare nova ex rerum obiectarum praesentla;

140 -

et haec appellatur ab Avicenna virtus formativa. Si ergo sic est in anima,


multo magis sic erit intelligentia, in qua est magis virtus activa quam
in anima.
XXXII. INTELLIGENTIA NEQUE RERUM EST EXEMPLAR, NEQUE
A REBUS RECIPIT EXEMPLARIA, SED HABITUS SIBI FORMAT EX RERUM PRAESENTIA.

Sic ergo ostensum est quod intelligentia neque est rerum. exemplar,
neque de se vel per receptionem habet rerum exemplaria, sed habitum
format ex rerum praesentia; propter quod subiungitur propositio haec
sicut conclusio ex praecedentibus: intelligentia neque rerum est exemplar, neque recipit exemplaria, sed habitus sibi format ex rerum praesentia .

XXXIII.

QUANTO SUBSTANTIA SIMPLICIOR, TANTO RERUM RA-

TIONES PERSPICACIUS INTUETUR.

Ostensum est quod intelligentia neque est rerum exemplar, neque per
receptionem intelligit, sed ex rerum praesentia secum ratiocinando se
ipsam informat et habitum exquirit. Nunc intentio est ostendere quomodo
ad rerum rationes, quas sibi acquisivit ex rerum praesentia, se habeat;
et sollertia eius maior; et ideo perspicacius intuetur rerum rationes,
intuetur . Cuius ratio est quia quanto simplicior est, tanto subtilior est,
et sollertia eius maior; et ideo perspicacium intuetur rerum rationes,
quanto simplicior.
. ..
Notandum autem quod rationes hic appellantur non rerum s1m1lttudines vel exemplaria aut species, sed ratiocinationes ex deliberatione circa
res inspectas componendo et dividendo formatae et acquisitae.

XXXIV. INTELLIGENTIA IN DEO OMNIUM COGNOSCIT EXEMPLARIA, RATIONES AUTEM NON, SED EX DELIBERATIONE ET MENTIS
PERSPICACIA.

Illa enim cognitio guae est in exemplari, simplex est, illa ve~o qua~
est per rationes et ex deliberatione circa res, est complexa; humsmod1
autem rationes non videt in rebus, sicut exemplaria vel species, sed sibi
acguirit ex deliberatione circa res inspectas, sicut dictum est. Et quia crederet aliquis guod in excmplari primo non solum exemplaria rerum videret, sed etiam rationes, ideo subiungitur propositio sequens, in qua dicitur
' e) sviluppo e oggetti in dettaglio (XXXIV-XLI).

141 -

quod intelligentia in Deo omnium cognoscit exemplaria, rationes autem


non, sed ex deliberatione et mentis perspicacia .
Quod est quia cognitio in exemplari est cognitio simplex, sicut cognitio imaginis in speculo; sed post cognitionem illam simplicem secui:i
deliberat, componit et dividit intelligibilia; et sic rationes habet ex dehberatione circa res, quae est ex mentis acumine et perspicacia. Ration_e:
ergo rerum in exemplari ei non repraesentantur neque obiciuntur, ms1
ex divina revelatione; sed post inspectionem in exemplari eas sibi acquirit successive.

XXXV. 1 - lNTELLIGENTIA COGNOSCIT QUOD EST SUB SE ET


QUOD EST SUPRA SE, ET OMNIA SUNT IN IPSA SECUNDUM MODUM
SAE POTENTIAE. 2 - TRIPLEX EST COGNITIO IN INTELLIGENTIA:
IN EXEMPLARI, IN REBUS ET IN SE IPSA. 3 - IN EXEMPLARI PER
CAUSAS SUPERES SENTIALES, IN SE IPSA PER CAUSAS ES SENTIALES, IN SE IPSA PER CAUSAS ES SENTIALES, IN REBUS EX EARUM
PRAESENTIA. 4 - IN EXEMPLARI ET IN SE IPSA QUASI UNIVERSALITER, IN REBUS AUTEM PROPRIE ET PARTICULARITER.

Determinatus est modus generalis cognoscendi in intelligentia; nunc


determinantur modi cognoscendi speciales diversi. Quae diversitas in ea
non est ex parte suae potentiae, sed secundum diversitatem cognitorurn
et diversitatem eorum in quibus cognoscit et suorum consequentium; et
primo secundum diversitatem cognitorum ex parte eorum in quibus cognoscun tur.
1. Propter quod proponitur haec propositio generalis sumpta ex Libro de causis: Intelligentia cognoscit quod est sub se et quod est supra
se etc. . Cum enim sit substantia omnium cognoscitiva, cognoscit quod
est sub se et quod est supra se et se ipsam, sed diversim0de. Haec autem
diversitas non est ex parte sui, quoniam omnia sunt m ipsa secundum
n:o?u~ suae potentiae; receptibile enim est in recipiente per modum rec1p1enus, sicut dicit propositio illa De causis: Primorum omnium quaedam sunt in quibusdam per modum quo licet ut unum eorum sit in alio .
Unde res corporales sunt in intelligentia non modo corporali, sed modo
simplici, et omnia alia quae cognoscuntur ab ipsa, secundum modum suae
potentiae sunt in ipsa. Sic ergo intelligentia cognoscit quod est sub se
et quod est supra se, et omnia sunt in ipsa secundum modum suae potentiae .
Et non solum quod est sub se vel supra se cognoscit, sed se ipsam,
cum sit substantia omnium cognoscitiva, et se ipsam cognoscendo maxime
perfcitur eius potentia. Omnis enim substantia quae scit essentiam suam
est rediens ad ipsam reditione completa.
2. Et ex hoc manifesta est propositio sequens, in qua dicitur quod
-

142 -

triplicem habet cogrut10nem, scilicet in exemplari, in rebus et in se ipsa ; cuius probatio habetur per propositiones sequentes.
3. Non enim eodem modo in eis cognoscit. Sed in exemplari prime
per ideas rerum existentes in ipso cognoscit,quae sunt causae rerum super
essentiales. Et dicuntur superessentiales, quia ab eis procedunt rerum causae essentiales, sicut materia et forma etc., quae sunt principia rei actualia.
In se ipsa vero cognoscit cognoscendo rerum principia essentialia, sicut
intellectus humanus in se ipso rem cognoscit per eius principia essentialia,
quodam modo a rebus abstrahendo ea. In rebus autem cognoscit ex earum praesentia ..
4. Et haec cognitio, quae est ad rei praesentiam, est quasi particuiaris ad alias, quia secundum alias cognitiones causas rerum et principia
non in rebus ipsis cognoscit, sed quasi abstrahendo ab eis, et ita quasi universaliter; sed cum eadem postea in rebus cognoscit, non iam universaliter, sed particulariter magis, quia per causam in effectu videt et in esse
actuali. Et hoc est quod dicit propositio sequens: in exemplari et in se
ipsa quasi universaliter . Et dicitur quasi, quia ibi non est abstractio vera,
.:;ed sicut videns aliquam rem se avertit ab ea et deliberat de ipsa. Et hoc
modo in exemplari et in se ipsa quasi universaliter cognoscit, quia quodam
modo abstrahendo. In rebus autem proprie et particulariter , quia causam in effectu et in esse actuali cognosc1t.
Ex his ergo manifestae sunt quattuor propositiones praecedentes.

XXXVI. 1 - lNTELLIGENTIA CUM IN SE IPSA VEL IN REBUS


UNUM COGNOSCIT, NON COGNOSCIT ALIA; IN EXEMPLARI VERO, COGNOSCENDO ALIQUID, SIMUL ET COGNOSCIT OMNIA. 2 - lN EXEMPLARI COGNOSCIT PRAESENTIA, PRAETERITA ET FUTURA; IN SE AUTEM ET IN REBUS PRAESENTIA ET PRAETERITA, FUTURA AUTEM
NON OMNIA.
1. Hic terminatur haec quaestio, utrum omnia simul cognoscat praesentia, praeterita et futura; et ostenditur quod in s ipsa vei in reb~s
simul non cognoscit omnia, in exemplari autem primo simul cognoscit
omnia etc. Quod est, quia ipsa non omnium est exemplar; et ideo cognoscendo aliquid in se, non cognoscit omnia. Item neque in rebus. In rebu.s
enim unum non est semper in altero vel semper idem alteri, sed sunt divisa et diversa; et ideo unum cognoscendo non cognoscit sua. Sed exei:iplar primum est omnium similitudo una; et ideo ipsum cognoscen?o on:nia
cognoscit in illo. Simul tamen rationes omnium non cognoscit in illo, s1~ut
prius dictum est. Plura enim possunt ei simul esse obiecta, vel omnia;
sed simul de pluribus deliberare non potest, eo quod sua potentia .non
est omnipotentia. Primum autem et omnia in se ipso videt, et de omnibus
simul deliberat. Sua enim potentia est ad omnia, et ipsum est omnium
exemplar. Et sic patet propositio prima.

143 -

2. Per ipsam etiam manifestata est in parte secunda, quia in primo


simul sunt omnia, et praeterita et futura, et nihil praeterit vel futurnm
est in ipso. Item ipsum est omnium una similitudo, praesentium, praeteritorum et futurorum. Ideo in ipso simul cognoscuntur praesentia, praeterita et futura. Sed haec cognitio simplex est, qua cognoscuntur omnia in
verbo, sicut cognitio imaginis in speculo, quem ad modum dictum est.
In se autem et in rebus praesentia guae ei obiciuntur et praeterita
cognoscit, quia circa eam non cadit oblivio; futura autem non nisi quorum causae sunt determinatae et hoc ex mentis sollertia et deliberatione.
'

XXXVII. 1 - lNTELLIGENTIA COGNOSCIT SE PER ES SENTIAM,


PER OBIECTA VERO POTENTIAM; PER HAEC AUTEM UTRAQUE SIMILITER COGNOSCIT ES SENTIAM. 2 - POTENTIA INTELLIGENTIAE PRIMO
ORDINATUR AD INTELLIGIBILIA QUAM AD SE; AD EADEM TAMEN
PROPTER SE IPSAM ORDINATUR. 3 - lNTELLIGENTIA PER POTENTIAM COGNOSCIT INTELLIGIBILIA. CuM AUTEM PER EADEM POTENTIAM, ET POTENTIA SUBSTANTIAM COGNOSCIT, REDIENS EST SUPRA
SE REDITIONE COMPLETA.

1. Hic manifestatur quomodo se habeat intelligentia ad essentiam


suan:, potentiam et obiecta in cognoscendo; et determinatur quomodo haec
omm~ cognascat, et quid eorum primo; ideo dicitur: intelligentia se c~
g??sc1~ per essentiam etc. Quia cum ipsa de se sit substantia cognosc1?1lis, . 1~~ell~gibili autcm praesente intellectui semper cognoscitur: c~m
ipsa. s1b11ps1 semper sit praesens, sempre a se ipsa intelligitur. Cum ergo mter 1P?am ~t sui essentiam nihil sit essentiale medium pe rquod possit c~
gnosci, se 1psam cognoscet per essentiam suam. Per obiecta vero cognosc1t
pote.nt~a:n; cognoscuntur enim potentiae per actus, et actus per obiecta;
et .s1m1hter. substantiae per potentias, ut dicit Aristoteles in secundo De
anuna. E sic manifestum est quod potentiae per obiecta cognoscuntur, et
per haec utraque substantia .
. 2. _Sed quia se ipsam non solum cognoscit, sed etiam alia, i.dea
s~bmngitur propositio sequens, in qua manifestatur ad quid illorum pnmo
slt. ordinata eius potentia; et dicitur quod ad exteriora. Cuius rario. est
qma ad haec se habet in potentia, non respectu sui ipsius; et iteru?11~sa
non est rerum exemplar. Unde se ipsam coonoscendo
non cognosc1t aha;
0
sed alfa cognoscendo se ipsam cognoscit; _ et ideo etiam subiungitur in
eadem propositione quod ad cognitionem intelligibilium ordinatur propter se.
3. Unde finaliter potest dici quod primo ad se ipsam ordinatur, sed
non operis executionc; primo enim intelligit alia per potentiam suam,
guae ordinata est ad ea, ut illis cognitis cognoscatur potentia, et po~~ntia
cognita cognoscatur eius essentia. Et sic est rediens ad se ipsam redltlone

14-t -

completa, sicut dicitur in propos1t10ne tertia; primo enim :fit exitus a


substantia, cum per potentiam cognoscuntur obiecta. Cum vero per obiecta
cognoscitur potentia, et per potentiam substantia, ut reditus ad substantiam. Et haec reditio completa dicitur quia tunc non solum cognoscitur
substantia, sed substantia, potentia, operatio et obiecta, et quaecunque
exiguntur in cognitione intellectiva. Ec hoc est quod dicitur in propositione
tertia: Intelligentia per potentiam cognoscit intelligibilia; cum autern
per eadem potentiam, et potentia substantiam cognoscit, rediens est su
pra se etc.

XXXVIII. 1 - IN INTELLIGENTIA INTELLECTUS EST EADEM


POTENTIA AD OMNIA. 2 - QUAECUNQUE COGNOSCUNTUR IMAGINATIE ET PHANTASIA, SOLO INTELLECTU COGNOSCIT INTELLIGENTIA.
3 - QurcQUID POTEST VIRTUS INFERIOR ET MINUS ABSTRACTA, POTEST VIRTUS SUPERIOR; SED IN MODO EST DIFFERENTIA.
Dictum est de intellectu intelligentiae et modo intelligendi; nunc intentio est dicere de potentiis ipsius, quas scilicet potentias cognoscitivas
habeat, et quas non.
1. Et primo ostenditur quod non habeat sensum, irnaginationem aut
phantasiam, sed solum intellectu cognoscit omnia; propter quod dicitur in
propositione prima, quod in ipsa intellectus est eadem potentia ad omnia. Non enim habet sensum, imaginationem aut phantasiam; on:~es
enim istae virtutes dependentes sunt a corpore et materia aut a condici?nibus materiae. Nulla autem potentiarum ipsius dependens est a materia
vel corpore.
2. Quicquid tamen cognoscitur ab istis virtutibus, cognoscit intel_ligentia, sicut dicit propositio sequens; habet enim potentiam ad o~ma.
Huiusmodi autem potentia est potentia intellectiva, sicut prius dict~m
est; unde quaecunque cognoscutur sensu, imaginatione aut phantasia,
solo intellectu cognoscit intelligentia .
.
Quod manifestius ostenditur per propositionem tertiam. Virtus em.m
intellectiva est virtus superior ad omnes alias virtutes cognoscitivas; quicquid enim potest virtus inferior et minus abstracta, potest virtus superior, sed in modo est differentia sicut in IV De consolatione dicitur.
Et ideo quaecunque sensu cognosc~ntur, imaginatione aut phantasia, solo
intellectu cognoscit intelligentia .
3. Quod autem quicquid potest virtus inferior etc., manifestum est
eo quod virtus inferior minoris est potentiae et minoris simplicitatis, et
ideo minoris ambitus. Quanto enim aliquid simplicius est, pluribus .rebt~s
indigetur et in pluribus rebus invenitur. Cum ergo virtus inferior mmor~s
sit potentiae quam superior, si potentiae sunt ordinate, quicquid poterlt

145 -

virtus inferior, poterit et superior. - Sed differentia est in modo cognoscendi. Virtus enim superior nobiliari et veriori modo cognoscit. Cognoscibilia enim sunt in ipsa modo sirnpliciori, eo quod receptibile est in recipiente secundum modum recipientis.

XXXIX. 1 - IN INTELLIGENTIA
TELLECTUS AGENS ET POSSIBILIS.

NON

SUNT DIFFERENTIAE IN'-

2 - lNTELLECTUS IN EIS NON

DIVIDITUR, QUIA NON DIVIDITUR OMNE, QUOD NON HABET MATERIAM


UT INTELLECTUS HUMANUS.

1. Quod est quia intellectus agens dicitur ad possibilem; et ideo s~


quitur quod, si intellectus possibilem non habet, neque agentem. Agentls
enirn intellectus duae sunt operationes, scilicet abstrahere intelligibilia a
phantasmatibus, uniendo ea intellectui possibili, et cognoscere rerum quidditates. Sed ab hoc non dicitur agens in quantum huiusmodi, sed potius
ab eo quod est abstrahere et illuminare phantasmata, ut perficiatur intellectus possibilis; unde agens in quantum agens est propter possibilem et
ad ipsum dicitur. Cuius ergo intellectus non dependet a phantasmatibus,
non habet intellectum agentem in quantum huiusmodi. Neque etiam possibilem; possibilis enim dicitur cuius cognitio dependet a phantasmatibus,
in quo non est scientia rei secundum actum, sed indiget virtutibus praecedentibus, scilicet sensu, imaginatione et phantasia suae cognitioni adminiculantibus, quibus non indiget intellectus intelligentiae, sicut ostensum
est prius.
2. Quod item non habeat intcllectum possibilem, ostenditur per
propositionem subsequentem, in qua dicitur quod intellectus in eis non
dividitur, quia non dividitur omne, quod non habet materiam ut intellectus
humanuus , sicut dicitur in XI Primae philosophiae. Intellectus enim humanus aliquo modo dependet a corpore, alio autem modo non; unde et duplicem habet potentiam et operationem: unam, secundum quam dependet
a corpore, et haec materialis dicitur; aliam vero propriam, et secundum
hanc non dependet a corpore nec materialis dicitur; propter quod dividitur
humanus intellectus et habet duplicem potentiam, materialem, sive possibilem et agentem. Intellectus autem intelligentiae non est dependens a corpore secundum aliquid sui et secundum aliquid non, sed totaliter est actus
licet non omnino completur; et ideo non dividitur, quem ad modum intellectus agens in homine non dividitur, quia totaliter actus est, licet de se
non sit omnino completus. Sic ergo manifestum est quod Agens et possibilis non sunt differentiae intellectus in intellingentiis, quia non dividitur
omne quod non habet materiam, sicut intellectus humanus scilicet dividitur.

146 -

XL. 1 -

lNTELLIGENTIA DE PRATERITIS MEMORATUR PER PRAESENTIA, DE FUTURIS PRAEVIDET PER PRAESENTIA AUT PRAETERITA.
2 - SPECIES RERUM PRAETERITARUM NON SEMPER SUNT EI PRAESENTES, LICET SEMPER EARUM HABEAT RATIONES. 3 - RERUM RATIONES POSTQUAM COGNOVIT, NON AMITTIT; PROPTER QUOD IN IPSA
OBLIVIO NON CADIT. 4 - CIRCA COGNITIONEM RERUM 1N SE IPSIS
EXPERIMENTUM IPSIUS ET MEMORIA CONTINGIT.

1. Ostenso quod non habet intelligentia potentiam sens1uvam, imaginationem aut phantasiam, nisi dicendo translative, consequens est estendere quas potentias cognoscitivas habeat; et primo quoniam memoriam
habet et providentiam, non quia circa ipsam aliquid immutatum sit nisi ex
rei absentia; circa enim ipsam oblivio non contingit, sicut dicetur postea.
Propter hoc ergo dicitur quod intelligentia de praeteritis memoratur per
praesentia etc., quia, sicut dicitur in propositione sequenti, rerum species non semper habet praesentes, licet habitum de ipsis semper retineat.
Et ideo non semper in se habet cognitionem omnium quae cognovit, nisi
supra ea virtualiter se convertat; sed per aliquod praesens memoratur de
praeteritis, quem ad modum dicimus: homo habens habitum mathematicarum scientiarum non semper actu considerat in eis , nec tamen propter
hoc dicitur oblivisci; memoratur tamen et actu considerat de aliquo propter
praeseritiam alicuius sensibilis. Ex his ergo manifesta est prima propositio,
quae dicit quod propter praesentia memoratur de praeteritis et de futuris
praevidet per praesentia aut praeterita. Providentia enim est de futuris per
ea quae praecognita sunt; praecognita autem sunt praeterita et praesentia.
2. Et item secunda propositio ex praedictis est manifesta. Non enim
semper rerum species habet praesentes, quia non semper sunt res neque
rerum species.
3. Sed habitus et rationes semper habet. Propter quod circa ipsam
oblivio non cadit, sicut patet per simile in habente habitum, non considerante. Quod autem rerum habitus semper habeat, manifestum est ex his
quae dicuntur in IX Primae Philosophiae, quia in eis non est transmutatio
neque errar aut corruptio. Et intelligendum est: quantum est de se; sed
in comparatione ad res obiectas potest in eis aliqua transmutatio esse propter rerum mutationem.
4. Et ex hoc manifesta est propositio quarta, in qua dicitur quod
circa cognitionem rerum in se ipsis contingit experimentum et memoria .
Circa enim cognitionem rerum in exemplari vel in se ipsa nulla accidit
mutatio.
Patet igitur quatour praedictarum propositionem declaratio.

147 -

XLI. 1 - 0MNIS NOSTER INTELLECTUS SUB CONTINUO ET TEMPORE, NON AUTEM INTELLECTUS INTELLIGENTIAE. NE STATIM RES
OBICIANTUR INTELLIGENTIAE, LOCALIS DISTANTIA OPERATUR; QUAE
TAMEN NIHIL IMPEDIT, SI AD EADEM COGNOSCENDA CONVERTUR.
2 - QUANTO POTENTIA INTELLIGENTIAE QUAM ANIMAE SUBTILIOR,
ET LIBERIOR, TANTO IN OPERIBUS SUIS EST VELOCIOR. CoGNITIONEM INTELLIGENTIAE POST APPREHENSIONEM NON IMPEDIUNT TEMPORIS DIFFERENTIAE. QUAECUNQUE DICUNTUR DE INTELLIGENTIA,
EADEM FERE DICI POSSUNT DE ANIMA SEPARATA.
In his duabus propositionibus notatur comparatio intelligentiae ad .animam; quae comparatio secundum naturas et proprietates earum attenditur.
Et prima comparatio secundum excellentiam est, secunda vero secundum
qualitatem; utraque autem satis manifesta est de se, neque indiget explanatione.
Quanto enim potentia subtilior, maiori sollertia viget; sollertia en~m
est subtilitas quaedarn in non perspecto tempore medii, sicut in Posten~
ribus dicitur. Ex quo manifestum est quod subtilitas potentiae moram rmnuit in operatione ab ipsa procedente; unde quanto subtilior, tanto in operatione vel in cognitione sua est velocior. Item, quanto subtilior et liberior,
tanto potentior est et vehementius operatur; et quanto vehementius operatur, tanto in operatione sua velocior et frmior.
Dicitur utem liberior ad differentiam animae secundum quod est
unita corpori; quia quaecunque dicuntur de intelligentia, eadem fere dici
possunt de anima separata . Fere autem dicitur, quia inferioris ordinis natura est anima quam intelligentia, licet non affectu et gratia; et ideo intelligentiae subtilioris potentiae sunt natura.

XLII. 1 2 -

DAEMONES CARENT COGNITIONE RERUM EXEMPLARI.


TRIPLICI ACUMINE SCIENTIAE VIGENT

DAEMONES:

SUBTILITATE NATURAE, EXPERIENTIA TEMPORUM, REVELATIONE SUPERIORUM SPIRITUUM.

Quoniam de cognitione intelligentiarum dictum est, cum quibus in


pa~te ~on:municant daemones in cognoscendo et in parte differunt, sequens

fmt ahqmd tangere de cognitione daemonum.


1. Primo ergo tangitur in quo differat cognitio daemonum a cognitione angelomm, cum dicitur: Daemones carent cognitione rerum exemplari . Quod est quia cognitio vel visio rerum exemplaris est visio exemplaris primi, et ideo est vita beata; ex hac ergo visione illustratur intellectus, accenditur affectus et perficitur in amore. Haec ergo illustratio intellectus est vita beata; qui ergo caret vita beata, sine dubio hac visione caret,
-:, Il conoscere dei fenomeni (prop. XLII).

148 -

quae est vita intellectus. Hanc ergo cognitionem habent angeli, daemones
autem non, sicut dicit beatus Augustinus in libro De civitate Dei.
2. Licet autem hanc cognitionem non habeant, alium tamen triplicem
modum scientiae habet - in quo triplici genere scientiae communicant
cum angelis - , sicut dicit beatus Isidorus; et illi tres modi in seguenti
propositione enumerantur. Unus est quoad subtilitatem naturae; in qua
excellunt homines; bona enim naturalia remanserunt in eis post lapsum,
licet aliquantulum excaecata. Item scientiam habent per experientiam temporum; in qua communicant cum angelis, et homines excellunt propter du:
rationem maiorem, quia in tempore non corrumpuntur, sed potius tempon
adaequatur aut tempus excellit eorum duratio; sunt enim substantiae incorruptibiles. Habent iterum tertium modum scientiae ex revelatione superiorum spirituum, cum mittuntur ad explenda officia, vel in superioribu~
spiritibus cognoscunt ex eorum praesentia; et in hoc modo cogno.sce~d1
similiter communicant cum angelis; semper enim influit ordo supenor inferiori, revelando superiora mysteria quae ignota sunt inferiori.

XLIII.

SICUT IN ANIMA DUPLEX EST POTENTIA, APPREHENSIVA


SCILICET AC MOTIVA, ITA ET IN INTELLIGENTIA.

In praecedentibus dictum est de potentia cognoscitiva intelligentia~;


non solum autem in ipsa est potentia apprehensiva, sed motiva .. Ideo m
parte ista datur divisio potentiae ipsius per apprehensivam et motivam, ut
aliquid dicatur de motiva.
Ideo dicitur quod, sicut in anima duplex est potentia, ita ~n int~lli
gentia . Quod est quia quicquid potest substantia inferior et m.mus ~im
plex, potest substantia superior et maois abstracta sive simplic1or, s1cut
prius dictum est de potentia. Dicitur ~utem potentia apprehensiva q~ae
est in speculando solum, et est ordinata ad verum vel ad falsum; motiva
autem quae non solum in speculatione consistit, sed in operatione, et ad
bonum et ad malum ordinatur, sicut dicitur in III De anima.

XLIV. DUPLEX EST POTENTIA APPREHENSIVA IN INTELLIGENTIA IN QUA COGNOSCIT SUPERIORA ET INFERIORA, NON AUTEM IN
ANIMA.
Data divisione potentiae in apprehensivam et motivam, hic d~tur ?ivisio apprehensivae, ut manifestetur duas habere partes in intelhgentla,
sicut motiva in anima, scilicet superiorem et inferiorem, quod non est reperire in anima. Anima enim, licet cognoscat superiora et inferiora, supe~
riora tamen per inferiora cognoscit; et ideo in ipsa idem modus cognoscend1
"' 2 Parte ~econda: 2 La forza motrice delle Intelligenze (propp. IILIII-XLIX) natura della forza motrice (XLXXX-XLIV).

149 -

superiora et inferiora. Sed intelligentia superiora cognoscit non per infe~


riora, sed per se ipsam, et inferiora similiter; et ideo duplex est modus
cognoscendi in intelligentia, cognoscere inferiora et superiora. Et secundum
hoc distinguitur duplex potentia in ipsa, non autem in anima.
E contrario autem est in motiva vel affectiva non enim circa inferiora afficitur. Cum enim his inferiorubus condesce~dit vel ad ea mittitur,
numquam a contemplatione recedit, et propter hoc non est duplex pars in
eius affectiva proprie, sicut in anima secundum potentiam motivam duplex
est pars: una secundum quam unitur corpori ac affectiones ab ipso contrahit, quae pars dicitur inferior; et alia secundum quam se habet ad contemplandum superiora, et haec dicitur superior.

XLV. 1 -

MOTIVA INTELLIGENTIA DUPLEX EST, AD SITUM ET

AD FORMAM. 2 - MuTANTUR AD FORMAM SECUNDUM AFFECTIONES, NON MUTANDO SUAS FORMAS ESSENTIALES.

1. Quod est quia,sicut omnis motus est ad situm vel ad formam, ita
et omnis potentia motiva vel est ad situm vel ad formam. De motiva ad
situm postea dicetur; nunc autem de motiva ad formam.
2. Sed quoniam mutatio ad formam duobus modis est, sicut forma,
videlicet substantialis et accidentalis; ideo in propositione sequenti ostenditur quod non mutantur secundum formas substantiales, eo quod incorruptibiles de se sunt, sed secundum accidentales; non quascunque ad~uc,
quia formae naturales, sicut potentiae naturales, in eis non sunt mutab1les,
sed quae ex actu voluntatis procedunt ab extrinseco acquisitae. Mutantur
enim secundum affectiones, non mutatione aliqua alia; sed in Deo nequ.e
hanc neque aliam mutationem est ponere. Et ideo manifestum est quod dicitur in propositione secunda, scilicet quod mutantur secundum affectiones etc.

XLVI. 1 - NATURA EST INCORRUPTIBILIS INTELLIGENTTA.


Quon TAMEN NON CORRUMPATUR, HOC HABET AB ALIO. 2 - NATURA AD INCORRUPTIONEM INEST El APTITUDO. QUAE TAMEN IN
ACTU CONSERVATUR AB EXTRINSECO. 3 - 0MNIS SUBSTANTIA DESTRUCTIBILIS EST COMPOSITA, VEL DELATA SUPER REM ALIAM.
14 - 0MNIS INTELLIGENTIAE FIXIO EST PER BONITATEM PURAM
QUAE EST CAUSA PRIMA.
Hic manifestatur quod in praecedenti propositione supponebatur, scilicet quod intelligentiae non sint corruptibiles. Quod est quia sunt substantiae simplices, non habentes compositiones in se diversarum naturarum

* Due maniere di forza motrice ( prop. XLV).


* Nell'intelligenza nessun errore sostanziale ( prop. XLVJ).
-

150 -

quae sint separabiles ab invicem, vel a substantia alla supra quam deferantur, quem ad modum anima vegetabilis et sensibilis destructibiles sunt,
sicut dicit propositio tertia, quae scripta est in Libro de causis. Cum omnis
substantia destructibilis sit huiusmodi, scilicet composita in se vel delata
super rem aliam, intelligentiae non erunt substantiae corruptibiles de se.
Licet autem de natura sua non sint corruptibiles, quia tamen naturam
suam et quicquid est in eis habent a causa sua, subiungitur in eadem proposi tione; quod tamen non corrumpatur, hoc habet ab alio .
2. Et illud manifestatur per propositionem sequentem, in qua dicitur
quod ei inest aptitudi per naturam ut non corrumpatur, quae aptitudo non
inest substantiis compositis. Haec autem aptitudo in actu tenetur et conservatur a Deo, quia quod bona ratione factum est, velle Dei est non dissolvi. Est enim naturae ordinator et conservator; unde quod natura ad incorreptionem aptum est, in incorruptibilitate conservat et non permittit
corrumpi.
4. Quod autem haec aptitudo quam habet de natura ad incorru~tio
nem, a Deo conservetur in actu, ostendit quarta propositio, 9uae. s~r1pta
est in Libro de causis, in qua dicitur quod omnis intelligenuae fix10 est
per bonitatem puram quae est causa prima; nullum enim aliorum est
bonum per essentiam vel bonitas, sed a bonitate pura habent bomu:i P:r
participationem. Et ideo a bonitate pura bonum conservatur etiam m eis
quae habent per participationem.
Sic ergo per tertiam }Jtopositionem manifestata est prima, et per quartam secunda, per secundam vero prima.

XLVII. 1 - INTELLIGENTIA SE IPSAM MOVET AD SITUM ET


ALIA. 2 - SE IPSAM AD LOCUM MOVET NON LOCALITER, CORPORA
VERO AD LOCUM ET LOCALITER. 3 - IN MOTU INTELLIGENTIAE MAGNITUDO SPATI! NON OPERATUR DISTANTIAM. 4 - SICUT ANIMA
MEDITATIONE SOLA QUAELIBET LOCORUM SPATIA PERTRANSIT SUBITO ET NON LOCALITER, SIC INTELLIGENTIA PRO VOLUNTATE SUA
OMNIBUS ASSISTENS LOCA PERTRANSIT INFINITA.
Hic determinatur de motiva intellicrentiae ad locum. Et primo dicitut
quid ad locum movet, secundo vero quo~odo.
1. Dicit igitur quod se ipsam movet ad locum et alia . Qu~d. est
quia, si per voluntatem suam movet - voluntas autem sua semper s1b1 est
unita - : se ipsam potest movere pro voluntate sua; et alia similiter, eo
quod potentiam habet super ista inferiora, et ideo quae mobilia sunt ad
locum movere potest. Sic ergo se ipsam et alia ad locum movet; q10modo
autem differenter, ostendunt propositiones sequentes.
* Come le Intelligenze muovono i corpi (propp. XLVII-XLIX).

151 -

2. In secunda enim dicitur quod se ipsam movet ad locum, et non


localiter, alia vero ad locum, et localiter movet . Quod est quia solum
corpus localiter movetur. Impartibile enim impossibile est moveri, sicut in
VI Physicorum ostenditur, sed solum corpus localiter movetur; cum eni!Il
movetur corpus, prius est in una parte spatii vel magnitudinis quam m
alia. Unde successive procedit et magnitudo spatii in motu suo distantiam
operatur; in motu vero substantiae simplicis nequaquam, sicut dicit propositio sequens.
3. Cuius ratio est quia motus intelligentiae similiter se habet ad plenum et ad vacuum, et mutando secundum totalem magnitudinem similiter
mutatur ac si mutaretur de puncto ad punctum inter quae nullum esset
medium. Unde magnitudo spatii in eius mutatione distantiam non operatur,
aequaliter enim et in eodem momento pertransit totum et partem, maiorem
et minorem magnitudinem.
4. Sed quia istud quasi impossibile videtur, videlicet mutationem es~e
ad locum, et non successionem inea ideo subiungitur propositio quarta, m
qua quomodo istud non sit impossibile imaginari docetur; et ideo dicitur:
sicut anima meditatione sola etc. Anima enim aeque cito de propinquis
et de remotis meditatur et aequaliter omnibus secundum meditationem
coniungitur; non tamen eis secundum rem coniungitur pro voluntate sua,
eo quod unita est corpori quod subito non potest trahi ad loca diversa.
Inte~ligentia vero non est unita corpori; et ideo, sicut per meditationem
01:1m1bus est praesens, ita pro voluntate sua subito et secundum rem omnibus coniungitur.
Et sic manifestum est quod in istis guatuor propositionibus dicebatut

XLVIII. 1 - NULLUM ALIUD MOVENS A DEO MOVET VOLUNTATE SOLA. 2 - CUM CORPUS MOVET INTELLIGENTIA} QUODAM MODO El IMMITTITUR EIUS SUBSTANTIA. 3 - LIMITATA EST POTESTAS INTELLIGENTIAE. NULLUM ENIM CREATUM EST POTENTIAE
INFINITAE. 4 - INTELLIGENTIAE, LICET NON SINT COMPOSITAE EX
MATERIA ET FORMA, COMPOSITAE TAMEN SUNT EX ACTU ET POTENTIA .

. Hic o~tenditur di.fferentia intelligentiae ad Deum in movendo et in potent1a motiva, ut magis manifestetur modus potentiae motivae in intelligentia.
1. Est enim differentia quod Deus movet voluntate sola, intclligentia,
non, eo quod voluntas est actio eius sicut dicitur in XI voluntas autem
intelligentia est non est aedo illius, sed per voluntate~ agit, quae non
est omnino actus, eo quod intelligentiae non solum de actu habent, sed
de potentia. Sunt enim ex actu et potentia compositae, sicut dicit quarta
propositio; unde voluntas in eis non est motor sufficiens; et ideo non
movent voluntate sola.

152 -

2. Et ex hoc sequitur quod dicitur in propos1t10ne secunda, quod


cum movet corpus, quodam modo ei immittitur eius substantia . Cum

enim potentia eius vel virtus non sit infinita, per elongationem a substantia
cuius est debilitatur, et per unionem cum ipsa fortificatur; et ideo, cum
movet corpus, oportet quod substantia eius praesens sit in qua potentia
radicetur, ut substantia motum influat mobili, cuius virtus de se non sufficit. Propter quod existens in Hispania corpus non movet in Francia, sed
situaliter corpori coniungitur, cum per eius virtutem localiter movetur.
3. Quod autem virtus non sit sufficiens de se ad movendum, licet
virtus Dei sufficiat, manifestum est, quia non est infinita eius potentia,
sicut dicit propositio sequens. Limitata enim est potestas eius etc. A
Dea enim est limitata qui omnia creavit sub certo numero, pondere, et
mensura. Et iterum, sicut in eadem propositione dicitur, limitata est, quia
nullum creatum est potentiae infinitae.
4. Cuius manifestatio habetur per propositionem sequentem, in qua
dicitur quod, licet intelligentiae non sint compositae ex materia et forn:a,
compositae tamen sunt ex actu et potentia . Materia enim et forma principia sunt substantiarum compositarum; sed actus et potentia sunt in ~ub
stantia simplici quae actus est, scilicet non completus totaliter. Et ideo
actui admixta est potentia in eis et non sunt totus actus; quare neque
potentiae infinitae, sicut dictum e~t in praecedentibus. Quod enim omnino
actus est, simplicissimum est, et ideo potentiae infinitae.

XLIX.

lNTELLIGENTIA SI CORPORI UNIATUR, UNITUR El SICUT


MOTOR, ET NON SICUT ACTUS.

Haec propositio introducta est propter praedictam, in qua .dicitur:


Cum movet corpus intelligentia, quodam modo immittitur et. ems substantia . Cum enim ei immittitur, non unitur ei sicut actus, sed s1cut motor

solum, quia non est essentialiter dependens a corpore, quem ad modum


anima; et ideo peccaverunt qui dixerunt caelum habere animam vel c~rpora
supercaelestia, nisi a movendo solum dicatur anima, et non a perfic1endo,
quod tamen insolitum est dicere. Anima enim est perfectio prima etc. sicut
dicitur in II De anima; anima igitur non solum motor corporis, sed et
perfectio dicitur; intelligentia vero nequaquam ut perfectio, sed solum ut
motor unitur.

1.

SUBSTANTIA SIMPLEX, LICET LOCO DETERMINETUR, NON TAMEN LOCO CIRCUMSCRIBITUR.

Dictum est de motiva intelligentiae ad Iocum, ideo sequitur ostendere


quomodo intelligentia sit Iocalis et quae sit comparatio eius ad Iocum. Et
* Parte sec~nda: 3) Rapporto della Intelligenza con lo spazio e col tempo (propp.
L-LVIII) - Relazione delle Intelligenze con Io spazio (L-LII).

153 -

primo quomodo se habeat ad locum generaliter ostenditur; deinde vero


specifica tur.
Generaliter ergo quomodo se habeat ad locum ostenditur, cum dicitur:
Substantia simplex, licet loco determinetur, non tamen loco circumscribitur . Cuius manifestatio est, quia illud solum loco circumscribitur quod
secundum omnem sui dimensionem a corpore ambitur et ad corpus terminatur; hoc autem solum corpus est. Substantia autem simplex non est corpus vel habens dimensiones corporales; et ideo loco non circumscribitur.
Loco tamen determinatur propter dependentiam vel communicantiam
aut comparationem quam habet ad substantiam corporalem, quae in sequentibus propositionibus enarrantur. Dico autem substantiam simplicem
habere dependentiam ad corpus quantum ad operationem, communicantiam
quantum ad naturae similitudinem, comparationem ex proportione simplicis ad compositum; et hoc in sequentibus dicetur manifestins. Propter haec
tria dicitur determinare situm; est autem determinare situm ita esse hic
quod non alibi, vel in illo loco ita quod non in alio, licet non loco dimetiatur vel ab eodem circumscribatur. Essentia enim substantiae simplicis
loco non potest circumscribi, sicut dictum est.

LI. 1 - SuBSTANTrA

SIMPLEX, QUIA PARS UNIVERSI EST, INFRA-

TERMINOS EIUS CLAUDITUR. ERGO, CUM NON UBIQUE, SIBI PARTEM


DETERMINAT. 2 - SUBSTIANTIA
SIMPLEX LOCUM DETERMINAT
PROPTER MOTUM ET OPERATIONEM, AFFECTUM ET COGNITIONEM.
3 - SUBSTANTIA SIMPLEX SITUM DICITUR DETERMINARE, QUIA lNTER EA QUAE SUNT PO SITA HABET ES SE.

In istis tribus propositionibus tanguntur tres causae propter quas substantia simplex dicitur locum determinare.
1. Una est, quia pars universi est et non ubique; quare pattern universi sibi propriam determinat.
2. Alia causa est, quia dependet a corpore propter motum vel operationem, sicut intelligentia, quae per operationem suam locum sibi determinat. Propter affectum et cognitionem similiter, propter affetum, sicut
intelligentia quae in suo empyreo maiori affectu movetur quam alibi existens, et ideo quantum ad affectum dicitur determinare bune locum. Quantum ad cognitionem, sicut anima - non intelligentia, quia quantum ad
cognitionem a corpore non dependet - ; secundri ergo causa est, quia substantia simplex determinat locum propter operationem, affectum et cognitionem.
3. Tertia autem causa est, quia est inter ea quae positionem habent,
quem ad modum punctus positionem dicitur habere in linea, non quia
dimensionem habeat vel extensionem de se, sed propter comparationem
quam habet ad partes lineae quae positionem habent inter se.
-

154 -

Quarta etiam causa tangetur in propositione seguenti, guae est communicantia in natura, de qua dictum est prius et dicetur postea.
Sic ergo manifestum est quibus de causis substantia simplex situm
determinat, licet non sit corpore circumscripta.

LII. 1 - CAELUM EMPYREUM DETERMINAT INTELLIGENTIA, NON


SUBSTANTIAE INDIGENTIA, SED NATURAE CONVENIENTIA. 2 - EST
LOCUS INTELLIGENTIAE PER NATURAM DEBITUS ET IN QUEM MOVETUR ET QUIESCIT SUIS AFFECTIONIBUS.
Ostensum est prius quod intelligentia locum determinat in parte
ista determinatur quid sit locus eius proprius. Qui duplex assignatur, corporeus et incorporeus; corporeus, sicut caelum empyreum, incorporeus,
sicut Deus, in quem movetur et quiescit suis affectionibus.
1. In prima enim propositione dicitur locus eius corporeus et etiam
causa propter quam ab ipsa determinatur talis locus cum dicitur quod
caelum empyreum determinat intelligentia, non ex substantiae indi.g~n
tia etc. Quod est quia caelo empyreo non indiget ut influentiam rec1p1~t
vel conservetur ab eo - non enim est dependens a corpore - sed quia
hoc corpus inter omnia est simplicissimum, et maxime est conveniens. substantiae simplici per naturam suam. Et ideo cum non possit esse ub1que,
maxime hunc locum determinat propter naturae convenientiam; et hoc
est quod dicitur in propositione prima.
.
2. In seguenti vero non solum dicitur locus iste corporeus sed alms
incorporeus, qui scilicet est Deus, in quem moventur et quiescunt suis
affectionibus inte1ligentiae; locus enim quiescere facit unumquodque et
terminat motum. In ipso autem quiescunt per suas affectiones, quia qu?.d
faciunt gravitas et Ievitas in corporibus, hoc timor et amor in substa?tl~s
simplicibus, amor enim affectum elevat et perficit, timor autem depr1mit
et confundit. Quantum etiam ad affectiones dici potest caelum empyreum
earum locus, eo quod ex loci illius nobilitate et splendore intenditur earum affectus.
Ex praedictis ergo patet quomodo se habeat ad locum intelligentia.

LIII. 1 - AETERNITAS EST DURATIO PERMANENS, TEMPUS


AUTEM SUCCESSIVA. 2 - NEQUE AETERNITAS NEQUE ALIQUID IN
AETERNITATE PRAETERIT, IN TEMPORE VERO UTRUMOUE RF.PERTRF.
CONTINGIT. 3 - SUBIECTUM AETERNITATIS IMMOBILE, TEMPORIS
AUTEM MUTATIO.
Determinatum est prius de loco intelligentiarum; hic subiungitur de
duratione ipsarum. Sed cum duae sint duratlones scilicet tempus et aeternitas, quarum una est substantiae corruptibili;, non permanentis, alia
'' Il durare delle Intelligenze: eternit e tempo (propp. LIII-LVIII).

155 -

vero substantiae permanentis et incorruptibilis; primo datur differenti~


unius ad alteram, ut per hoc habeatur defnitio aeternitatis. Datur ergo
differentia prima temporis ad aeternitatem, quod aeternitas est duratio sine
successione, tempus vero non, et datur causa utriusque; secunda vero,
quod in aeterni~ate non est partem et partem ponere, nequ~ prius aut
posterius, sicut m tempore. Et ex his concluditur quod aetermtas est duratio tota simul, id est sine priori et posteriori, vel sine parte et parte.
1. Assignatur ergo prima differentia temporis ad aeternitatem, quod
aeternitas est duratio permanens , hoc est sine successione, tempus
au tem successi va .
2. Cuius expositio habetur per propositionem sequentem, in q1:a ~icitur quod neque aeternitas neque aliquid in aeternitate. pra~t~nt, m
tempore vero utrumque reperire contingit . In aeternitate emm mh1l praeteritum quod non sit praesens, nihil praesens quod non sit futurum; tamen proprie neque praeteritum neque futurum, sed praesens tantum est.
Sed in tempore non sic est, quia et tempus praeteriit et similiter aliquid
in tempore futurum est.
3. Ratio autem utriusque istorum dicitur in tertia propositione. Subiectum enim aeternitatis immobile scilicet in quo est et cuius esse
mensurat subiectum autem tempari~ est mutatio . Et ideo, cum accidens habeat esse a subiecto, necesse est quod aeternitas sequatur illud in
quo est, et tempus similiter, et ideo, si subiectum aeternitatis est immutabile, aeternitas ipsa est immutabilis, et nihil mutabitur in aeternitate. Et
ideo nulla mutatio in aeternitate aut successio neque ipsa praeteriit, neque
aliquid in aeternitate.
'
Quod tamen apparet mirabile, scilicet durationem esse sine successione; duratio enim successio videtur et iterum omne quod secundum
quantit~tem imp~rtibile, subito pertran~ibile. Quibus rationibus, secu~du1?
quod :idetur, aliqu~ndo acquievimus; sed per praedicta falsitatem m eis
percep1mus et solutiones earum habuimus.

LIV. 1 - TEMPUS REM A SUO PRINCIPIO DISTARE FACIT,


AETERNITAS VERO REM SUAE CAUSAE CONTINUAT ET CONiuNGIT.
2 - IN AETERNITATE NON EST PARS ET PARS NEQUE PRIUS AUT
POSTERIUS, SED PRIVATIONE PRIORIS ET POSTERIORIS INTELLIGITUR. 3 - IN AETERNITATE PONIMUS PRIUS ET POSTERIUS, CUM
IPSAM COMPARAMUS AD ALIUD.

Hic manifestatur quod in aeternitate non est pars et pars, neq~e


prius aut posterius, ut assignetur differentia aeternitatis ad tempus, et ut
manifestum sit quod dictum est in praecedentibus.
1. Propter quod dicitur quod tempus facit rem distare a suo principio etc. Quod est quia tempus sequitur motum quantum ad hoc quod
motus facit rem distare a suo principio; est enim motus distantia cum appropinquatione, non est autem cause durationis per appropinquationem

156 -

sed per naturam recessus est distantiae. Unde motum sequitur quantum
ad hoc quod motus facit distare; quod est sicut dicitur in IV Physicorum.
Et propter hoc etiam causa corrupti~nis est per se. Elongatio enim a
principio per se est causa corruptionis, sicut dicitur in fine Libri de
generatione. Per aeternitatem autem non distat a suo principio. Est enim
interminabilis vitae possessio tota simul; unde rem suo principio coniungit, a quo est vita interminabilis; quia tempus facit rem distare a suo
principio, elongat ipsam ab eo. Et secundum elongationem maiorem et
minorem ponitur prius et posterius in ipso; in aeternitate vero non, quia
in ipsa nulla est elongatio a suo principio, et ideo neque distantia prioris
et posterioris.
2. Et ex his manifesta sunt ea quae dicuntur in propositione seguenti, videlicet quod in aeternitate non est pars et pars neque prius et
posterius . Quod item manifestum est ex praecedentibus; si enim tibi esset pars et pars et prius et posterius, esset ibi successio; sed neque aeternitas succedit, neque aliquid in ea, sicut dictum est prius. Unde in qua non
est pars et pars aut prius et posterius; sed per privationem prioris. et
posterioris intelligitur. Cum enim a tempore privamus prius et posterms,
remanet nunc, guod est tota substantia temporis, et ipsum est mensura
substantiae guae fertur. Sicut enim se habet tempus ad motum, ita nunc
ad substantiam quae fertur; unde nunc est mensura substantiae guae
fertur; guae substanti ab aeternitate mensuratur. Potest enim motus substantiae esse in tempore; substantia vero erit in aeternitate; et ideo nunc,
quod est mensura substantiae, idem est quod aeternitas. Ipsum autem per
privationem prioris et posterioris accipitur; et sic idem est quod aeter~itas.
Unde per privationem prioris et posterioris aeternitas accipitur et mtelligitur.
3. Licet autem in aeternitate de se non sit prius aut posterius, in
ipsa tamen potest esse per comparationem ad aliud; dico vel quo? es.t
supra aeternitatem, ut ad Deum cuius duratio aeternitatem praeced1t, sicut dicitur in Libro de causis; 'vel ad posterius ipsa, quod est defci:ns
ab ea, sicut tempus et temporalia. Et hoc modo dicitur una anima pnm:
fuisse in aeternitate quam alia, licet nihil sit prius aut posterius in aeternitate ipsa. Et quantum ad hoc in aeternitate dicitur poni prius aut
posterius.

LV. 1 TOTA SIMUL.

AETERNITAS EST INTERMINABILIS VITAE POSSESSIO


2 - IDEM EST AEVUM QUOD AETERNITAS, SED COM-

PARATIONE DIFFERUNT.

1. Definitio ista aeternitatis posita est a Boethio in V De consolatione,


et est defnitio aeternitatis increatae. Potest tamen creatae aeternitati convenire. Habet enim Deus et similiter intelligentia vitam interminabilem;

157 -

sed intelligentia ab allo, Deus autem vitam possidet in se ipso, non autem
ab allo.
Expositio autem istius definitionis plane habetur a Boethio ex comparatione temporallum ad aeterna. Nam omne quod vivit in tempore, procedit a praeteritis per praesentia in futura, et nunquam totum spatium suae
vitae pariter amplectitur. Quod autem est in aeternitate, totum vitae suae
spatium simul habet, nihilque suae vitae praeteritum est aut futurum; et
ideo interminabilem vitam totam simul possidet. Tota autem dicitur, llcet
partem et partem non habeat, propter eius infinitatem et simpllcitatem;
simul autem propter eius permanentiam sine mutatione vel successione
aliqua. Propter hoc autem utraque dicitur esse perfecta. Unde ipsa a Boethio sic est proposita: Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et
perfecta possessio .
2. Sed ne crederetur praeter tempus et aeternitatem esse duratio
tertia, et etiam aevi et aeternitatis esse ratio alla, subiungitur quod
idem est aevum quod aeternitas, sed differunt comparatione sola . Illud
enim quod est aeternitas, cum comparatur ad vitam primam nobilem quae
ab intelligentia possidetur per participationem, illud idem dicitur aevum,
cum comparatur ad intelligentiam vel animam possidentem. Alia modo
etiam eorum differentia assignatur, scilicet per modum concretionis et
abstractionis, ut aevum dicatur per modum concreti, quod aeternitas per
modum abstracti dicitur.

LVI. 1 - NULLUM IMMUTABILE MENSURATUR MENSURA SUCCES1 ENIM SlC ESSET, IAM ALIQUID ESSET MUTATUM IN IPSO:
QUOD EST IMPOSSIBILE. 2 - Quon EST MUTABILE IN INTELLIGEN-

DENTE.

TIA, HOC MENSURATUR TEMPORE.

Hic manifestatur quid sit mensurabile ab aeternitate et quid a tempore. Et ostenditur quod intelligentia non mensuratur tempore secundum
suum esse, licet secundum affectiones suas mutando tempere mensuretur.
1. Propter qud dicitur quod nullum immutabile mensuratur mensur~. succedente; unde cum intelligentia secundum esse suum sit immutab1hs, tempere, quod est mensura succedens, non mensurabitur secundum
suum esse, sed potius aeternitate. Cuius manifestatio in eadem propositione subiungitur. Si enim esset mensuratum mensura succedente, quae
~uo esse .c~mpeteret, iam aliquid esset mutatum in ipsa, et sic non esset
1mmutab1lis, quod est contra praedicta.
2. Licet autem secundum suum esse tempere non mensuretur, cum
tamen secundum affectiones mutatur, hoc modo tempere mensuratur. Cum
enim tempus sit mensura mutationis vel motus aeternitas autem non: mutatio secundum affectiones tempere mensurabitur; unde cum triplex sit
mutatio: de non-esse ad esse, secundum affectiones, et mutatio localis:
secundum hanc triplicem mutationem Augustinus tempus tripliciter di-

158 -

stinguit. Unde dicit quod creatio tempore mensuratur, et mutatio secundum affectiones, ut in daemonibus, et similiter mutatio localis; et hoc
ultimo modo impropriissime dicitur tempus.

LVII. 1 -

NUNC EST PERMANENTIA ESSE ACTUALIS AB ALIQUI-

BUS PER MOTUM, AB ALIIS VERO SINE MOTU PARTICIPATA. 2 - SICUT


LOCUS ALIUS SIMPLEX ALIUS COMPOSITUS, ITA ET DURATIO. 3 SICUT LOCUS SIMPLEX EST ORIGO
SIMPLEX SUCCESSIVORUM.

CONTINUORUM, ITA

DURATIO

Data difierentia temporis ad aeternitatem, ostenso etiam quid sit aeternitas et cuius sit mensura, sequitur ostendere exitum temporis ab aeternitate. Fluit enim tempus ab aevo, iuxta illud quod dicitur in Libro de

consolatione:
Qui tempus ab aevo
Ire iubes stabilisque manens da~ cuncta moveri.
Eius autem exitus manifestatur in his tribus propositionibus.
1. Sed quia nunc est tota substantia aeternitatis et temporis, et ab
ipso fluit tempus per acceptionem prioris et posterioris: ideo non oport.et
ignorare quid sit nunc, ut ipso cognito proprietates aeternitatis temponsque magis cognoscamus et exitum temporis ab aeternitate magis videamus. Est igitur nunc permanentia esse actualis etc. Cuius expositio
est, quia ab eodem a quo est esse, ab eodem est permanentia essendi.
Et sicut esse est a primo ente per prius et posterius in simplicibus et
compositis, ita et in eis secundum prius et posterius est permanentia essendi; ita quod in eis quorum esse est ab ente primo immediate, et no:i
per motum primi mobilis, sit esse totum simul et permanentia essendi,
hoc est secundum proprietatem primae causae, cuius esse totum simul ~st~
in eis vero quae per motum exeunt ab eo sit esse cum priori et posterwn
et permanentia essendi. Similiterque permanentia essendi dicitur ~mnc,
quia sicut nunc est commune aeternitati et tempari, ita permanentta essendi tali et tali perm~mentiae est communis. Unde remoto quod est proprium in utraque remanet commune, quod est permanentia essendi; hoc
autem est nunc, quod est commune aeternitati et tempari. Hic autem e~t
unus modus investigandi defnitionem, sicut dicitur in Posterioribus) scilicet segregando differentias proprias et accipiendo quod est commune ..
Ex praedictis ergo manifestum est quod nunc est per?1.anentta
essendi, ab aliquibus per motum, ab aliis vero sine motu part1c1pata .
Et dicitur permanentia esse actualis, quia esse essentiae non habet permanentiam actualem vel mensuram huiusmodi, nisi ab actuali.
2. Expositum est ergo quod in propositione prima dicitur, et pe~
hoc manifestum est quod dicitur in sequenti, quia si permanentia essendi
ab aliis per motum, ab aliis vero sine motu est participata, quaedam est
-

159 -

cum priori et posteriori, quaedam vero non; et sic quaedam simplex et


quaedam composita, unde sicut locus alius simplex, alius compositus ,
ut dicitur in Sex principiis, ita est duratio .
3. Sed quoniam simplex semper est origo compositi in eodem genere,
ideo a duratione simplici fluit duratio composita per acceptionem prioris
et posterioris, secundum quod dictum est prius:
Qui tempus ab aevo
Ire iubes.
Ideo sequitur quod sicut locus simplex est origo continuorum , ut
dicitur in Sex principiis, ita duratio simplex successivorum .

LVIII. AETERNITAS DE SE NON EST MENSURA DETERMINATA.


PROPTER QUOD INTER SPECIES QUANTITATIS NON EST ENUMERATA.
Quod est quia, si esset mensura determinata, esset mensura sicut
~empus, id est numerus. Non ponimus autem numerum aut distinctionem

m aeternitate, nisi cum ipsam comparamus ad aliud, ut ad temporalia


vel ad tempus. Et ideo de se non est mensura determinata; sed, sicut
nunc, est principium mensurae, et non mensura.
Ideo inter species quantitatis non est enumerata .

160 -

STRALCIO DALLA PERSPECTIVA COMMUNIS


DI GIOVANNI PECKAM

1) nota introduttiva

Il discorso sulla proiezione verso il futuro insita nella sintesi


arabo-oxfordiana del Grossatesta porta, con spontaneit assoluta,
verso le coincidenze gi sottolineate da uno dei pi attenti medievalisti: E. De Bruyne 1
Alhacen exerce une grosse influence sur Grosseteste et Bacon et sur la
ligne des perspectivistes, tels Witelo et Jean Peckam. Le trait De
Perspectiva du premier, ddi Guillame de Moerbeke, (vers 1270),
sera comment par Kepler, le second inspire profondment le Trait de
la Peinture de Lonard de Vinci, dont on sait les tendences esthticoscientifques 2

Queste, in breve, le strutture portanti d'una prosecuzione specifico registro perspettivistico ), Peckam (e Vitelione, come da riscontro tra poco leggibile), Leonardo; e questi, pi esattamente, i due
estremi in cui inserire il breve stralcio di G. Peckam qui riportato
come anticipo sulle ben pi vaste attenzioni che a lui, tra non molto,
la presente collana dedicher :i.
Ostendere volo in hoc tractatu quid sit crepusculum, et guae causa necessario faciens eius apparitionem: inde vero progrediar ad cognoscendum
ultimum, guod elevatur a superficie terrae, de vaporibus subtilibus ascendentibus ex ea. Dico ergo, quod crepusculum matutinum et crepusculum
vespertinum sunt similis f.gurae: unum namque eorum ex accensione luminis solis, et alterum ex ipsius recessione contingit. Utrorumque vero
1
E. DE BRUYNE, Etudes D'Esthtique mclivale Dc Tempel Brugcs, 1946
vol. III.
'
:? Op. Cit., vol. III, p. 123.
:i Si tratta di un intero volume dedic.1to alla Perspectiva di G. Peckam.

161 -

colores diversis unt, propter diversitatem horizontum, in quibus sol est


apparens. Quoniam sol quando est in horizonte orientali, non multum
elevatum, est illic color eius alius a colore ipsius in vitibus, quando est
secundum aequalitatem illius altitudinis in horizonte occidentali. Et similiter radii eius, qui videtur in crepusculo, et quod videtur in aethere de
luminibus eius. Et ipse aether coloratus est, sequens illud, secundum
quod est sol in utrisque partibus eius. Nam qui ex illo est in oriente
color, est albedo et claritas: tt qui est in occidente, ad rubedinem aliquantulum vergit ... 1

Poeticissimo nel suo avvio, l'arco metodologico che stiamo analizzando non lo meno nel suo momento finale qui esemplificabile
per maggior vicinanza alle conclusiones di Peckam su cui fisseremo il nostro sguardo, con alcuni rilievi sul tema delle ombre in
Leonardo da Vinci 2
Che cosa ombra

L'ombra nominata per il proprio suo vocabolo, da esser chiamata alleviazione di lume applicato alla superficie de' corpi, della quale il principio nel fine della luce, ed il fine nelle tenebre .
Che differenza da ombra a tenebre

La differenza che da ombra a tenebre questa, che l'ombra alleviamento di luce e tenebre integralmente privamento di essa luce.
Da che deriva l'ombra

L'ombra deriva da due cose dissimili l'una dall'altra, imperocch l'una

~ corporea e l'altra spirituale: corporea il corpo ombroso, spirituale


il lume; adunque lume e corpo son cagione dell'ombra.
Dell'essere dell'ombra per s

L'ombra della natura delle cose universali, che tutte sono pit1 potenti
nel principio, e inverso il fine indeboliscono ...

Un pi completo incontro con la dipendenza di Leonardo dalle


perspectivae medievali, imporrebbe il passaggio attraverso Vitelione; sia perch esplicitamente denunciato dallo stesso Leonardo,
1

Opticae Thesaurus, p. 238.


Il breve stralcio qui riportato proviene dal Trattato della Pittura ncll'ed. Carabba Ed. Lanciano.
ALIIACEN,

162 -

sia per la notoriet derivante al trattato di Vitelione dalla sua particolare origine come opera emersa tra le esteriori celebrazioni d'un
concilio ecclesiastico; ma le due lezioni, quella di Vitelione e quella
di Peckam, coincidono in pieno, s da potersi accedere, con assoluta
tranquillit, attraverso Peckam al Leonardo segnalatoci da De Bruyne
come coerente sviluppo d'una cos robusta tradizione metodologica.

2) passi scelti
RADIUS LUCIS PRIMARIAE SIMILITER ET COLORIS SEMPER IN
RECTUM NISI DIVERSITATE MEDI! INCURVETUR, SE NHIHILOMiNUS
ACTUALITER DIFFUNDENDO.

Lux autem dicitur primaria, que radiose procedit a corpore luminoso,


autem secundaria et accidentalis, que est a latere extra radiorum incidentiam et que oblique per omnem partem medii se diffundit. Color
autem radiose multiplicatur, sicut sensibiliter patet, quod radius solis
transit per fenestram vitream; tunc enim propter lucis efficaciam colo:
sensibiliter radiat super densum sibi obiectum. Sed quando obviat luci
vel colori corpus densum reflectitur ut a speculo; quando vero obviat
magis vel minus diaphano, recedit a rectitudine et quasi frangitur vel
reflectitur in obliquum.
RADIUS LUCIS VEL COLORIS AD PERPENDICULAREM FRANGITUR
IN OCCORSU MEDI! DENSIORIS

SUPER QUOD NON EST PERPENDI-

CULARIS.

Rane tamen, licet in tertia parte huius perspectivae tractetur, hic


quoque dixi necessariam prelibare. Ratio autem generalis fractionis est
varietas diafaneitatis. Maior enim diafaneitatis minus resistit luci: quare
quun facilior sit transitus per unum medium quam per alterum, necessarium est quod, in secundo medio scilicet magis distante a luminoso
reperiatur gradus proportionalis primo in situ scilicet similis resistentiae.
Transitus autem perpendicolaris ingrediens vel egrediens fortissimu.s est:
Et transitus non perpendicularis tanto debilior quanto a perpend1culari
removetur. Et tanto fortior quanto propinquior. Quando igitur occurrit
medium densius et magis resistens, necessarius est radio, fortior situs et
directio propinquior: unde ut transitus per medium secundum proportionetur transitui per primum, radius declinat ad perpendicularem erigibilem a puncto casus sui super medium secundum. Unde patet quod
-

163 -

perpendicularis situs fortior est. Non tamen per egressum a corpore


luminoso, ymo per casum perpendicularem super medium, nec intelligendum est radium ad fortiorem situm declinare quasi per electionem,
ymo transitu per medium primum ad secundum proportionali in secun-

dum, quod patet in figura. Radius autem luminosi super quodcumque


medium perpendicular cadens omnino non frangitur, quia eius fortitudo
nullius diafani obiectu ebetatur. Aptius enim movet omnis radius recte
quam oblique. Verbi gratia: a corpore luminoso per aerem super aquam
cadit perpendiculariter A G, nec omnino frangitur; cadit oblique A C
(qui procederet in B, si esset medium sibi simile), frangitur versus perpendicularem D E, et cadit in E.

XVI
RADIUS LUCIS VEL COLORIS A PERPENDICULARI SE DIVERTIT
QUOM MEDIUM SUBTILIUS OCCURRIT.

Hoc sequitur ex premissa: quia medium secundum minus resistit.


Minor ergo fortitudo convenit radii in ipsum a densiori cadentibus, unde
frangitur a perpendiculari. Et hec est ratio quare res in quibusdam mediis apparent maiores et in quibusdam minores ut infra patebit in tertia
parte. Verbi gratia sit luminosum H in acqua existens, a quo cadit radius

164

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H K recte, et H L oblique: dico quod non procedit in O nec frangitur


versus perpendicularem P L sed ab illa cadens est in Q, sicut patet in
figura.

XVII
lN OMNI PUNCTO MEDI!, QUO EST A LUMINOSO REMOTIOR, EO
IN IPSO EXICIPITUR RADIUS MULTIPLITIOR.

Hec conclusio probatur quia punctis quanto plus distat a sole tanto
in eum descendit lumen a maiori arcu seu portione solis; et e contrario
quo propinquor est soli, eius lumen descendit a minori arcu. Ergo in
Lumiofm
G

puncto remotiori est lumen multiplicius, et distantia debilius: q uod


demonstratur sic. Accipiantur in corpore spherico luminoso, cuius centrum sit K, duo puncta apposita A B et diffundatur lumen a puncto A
per hemisperius ( ut patet per sextam conclusionem, supra); cuius he-

165 -

misperii dyameter est linea C A D. Certum igitur est quod a puncto A


cadit lumen in puncto D et non in aliquem propinquiorem locum corpori luminoso (sicut patet ex XII conclusione Tertii). Linea enim C A D
est contingens: quia inter eam et spheram nullam cadunt media, sicut
patet ex tertio Geometriae Euclidis. Amplius si sumutur punctus super
A in corpore luminoso, scilicet E radians per spacium obiectum, et terminus radiationis sit linea contingens F E G, certum est quod, in linea
K G punctus primus, ad quem pervenit lumen a puncto E, est G et
in nullum propinquiorem, sicut a puncto A in punctum D, sed in puncto
G venit radius a puncto A, et ab omni puncto luminoso mittente radi~m
suum in punctum propinquiorem, mittitur radius in punctum remot10rem et non e contra. Unde a toto arcu E B A O cadit lumen in punctum
G sed in D non venit nisi ab arcu A B; lux igitur in puncto recepta tan:o
multiplicior est quanto a luminoso remotior. Unde homo existens m
centro terrae plus videt de sole quam si in sphera lunae existeret. De
spherico enim plus videtur a longe quam a prope et quanto propinquius
tanto minus de eo videtur.

XVIII

IN PUNCTO PROPINQUIORI FORTIOR EST LUX UNIUS QUAM IN


REMOTIORI.
Multiplicitas enim luminis in puncto remotiori est ex confluentia radiorum oblique cadentium et per consequens debilium. Lux autem in
puncto propinquiori fortitudinem habet ex maiori coniuctione cum suo
fonte: qui maior est.
XIX
PYRAMIDES
GIORIBUS AB
DEBILIORES .

BREVIORES

EADEM

QUIA BREVIORES

BASI

PROCEDENTIBUS

PARTIM ESSE
FORTIORES

LON-

PARTIM

. Pyramides breviores ab eadem basi procedentes, partim dicuntur esse


fort10res longioribus, partim vero debiliores: breviores siquidem quia
breviores esse obtusiores necesse est: sicut patet ex primo Ettclidis. Sed
obtusioribus radii ad conos se intersecant ab obtusiorem angulum et
quanto angulus conalis est obtusior tanto magis eius latera lateribus pyramidis incisae mutuo appropinquant. Veri gratia sit pyramis obtusa
A B C et pertrahatur A C in D et B C in E. Igitur cum angulus A C B
sit sequalis angulo E C D quia contra positus est (pars XV, primis
Euclidis) necesse est tanto reliquos duos esse minores quanto hii duo

166 -

sunt maiores et quanto etiam sunt maiores tanto sibi sunt collaterales
radii propinquiores; ut C D tanto propinquior est radio B C et e converso
quanto maior est angulus D C E. Est autem luci proprietas ut quanto
propinquior alteri tanto sit fortior. Utraque igitur secundum hec fortiores
G

sunt pyramides breviores naturaliter non solum est causa in XXIII conclusione assignata; sed quia in pyramide lonoiori lux ad conum est adunata magis quam in breviori et per hoc ex~edit breviorem. Simpliciter
tamen fortiores sunt breviores unde naturaliter montes calidiores sunt
quam valles quanvis per accidens infrigidentur in quantum medio intersticio apropinquant.

xx
CuruSLIBET PYRAMIDIS RADIOSAE OMNES RADIOS

IN INDIVI-

s !BILI CONCURRERE.

Si enim conus pyramidis habet latitudinem, ego dividam per t~es


partes quarum prima si t A B secunda B C tertia C D. Ergo radms
cuius terminus est A non ~oncurrit tunc 'cum radio cuius terminus
est C D: quod falsum est, quia Iineas concurrentes necesse est sine
medio esse atque huiusmodi radiorum concursum ultimum fieri in puncto
mathematico.
XXI

LUMINOSO

CONCAVO

LUMEN

EFFICATIUS

RECIPITUR

IN

CENTRO.

Cuius ratio est quoniam ab omni concavi puncto perpendiculares radii qui sunt caeteris fortiores confluunt in centrum unde virtutes cor-

167 -

porum celestium in centro et iuxta ipsum efficacius orintur illicque confortior dicitur habitatio hominis ubi eius complexio propinquat summae
eorum simplicitati.

XXII
0MNE LUMINOSUM

SPHERICUM ILLUMINAT

SPHERAM

MINO-

REM,SIMILITER ET CYLINDRUM PLUS QUAM DIMIDIUM.

Si enim maior est diameter luminosi quam sit diameter opaci, radii
cadentes super extrema diametri opaci non oriuntur a terminis diametri
luminosi K G. Hoc nam si facerent eque distantes essent lineae lateris
diametrorum tam in corpore luminoso quam opaco: et utrobique rectos

angulos facerent cum dyametro: et per consequens essent equales diametri corporum inequalium quod est impossibile. Oriuntur ergo ab aliquo arcu minori quam sit hemisperium verbi gratia ab A B. Quam ergo
a punctis omnibus inter K et A lumen diffundatur per opacum: si ab A
puncto pervenit in C necesse A ab omni puncto superiori pervenire ultra
e, et per consequens quanto opacum est propinquius luminoso tanto latius lumen diffunditur: quod demonstratur sic. Ut supra ex IV a superficie luminosi porrigentur pyramides in omnem partem medi i obiecti.
Quam igitur minus sit opacum luminoso: et per consequens inter pyramides luminosas conclusibile: necessario illustratur plus medietate. Si

168 -

enim pyramis latera sua extremis diametri C D applicaret, sequerentur


duo inconvenientia: utrique enim angulos rectos costitueret, sicut patet
per XV tertii Euclidis, et per consequens essent equales diametri corporum inqualium, scilicet luminosi et corporis opaci, quod est contra ypotesim; et trigonus C D Z plus quam duos rectos contineret; et ex hoc
patet quod sol illuminat plus quam medietatem lunae.
Conci. XXIII
OMBROSI

MINORIS

LUMINOSO

MINOREM

UMBRAM,

SICUT

AEQUALEM ET MAIORIS ESSE MAIOREM.

Hec patet ex premissa, quoniam si luminosum maius est quam umbrosum, illuminat plus quam medietatem, si eguale, medietatem precise;
si minus, minus medietate, et loquor de umbris proiectis in plano, et
quantum ad latitudinem umbre.
XXIV
0MBROSUM SPHAERICUM LUMINOSO MINUS UMBRAM PROICERE
PYRAMIDALEM AEQUALE COLUMNALEM, MAIUS CURTAM ET EVERSAM PYRAMIDEM INFINITAM.

Ratio huius propositionis sumitur ex praehabitis quoniam ex XXII


patet quod umbrosum luminoso minus: ut terra sole illuminatur plus
quam in medietate radii autem a luminoso cadentes in umbrosum aeque

Vmbrac.y
lind.ric.a

distantes esse non possunt. Tangunt enim circulum non in extremis


diametri sed in extremis chordae alicuius minoris chorda semicirculi
Rectique anguli non erunt in conctactu sicut patet ex XV, tertii Euclidis.
Quam radii a maiori magnitudine descendant necesse est illos angulos

169 -

esse minores quos constituunt radii ex parte chordae predictae a luminoso


remotiori: concurrunt enim necessario ad partes illas ut docet quarta propositio Euclidis. Quod si equalia sibi sint umbrosum et luminosum radii
cadent necessario in extrema diametri umbrosi et per consequens aeque
distantes erunt nunquam concurrentes etiam si in infinitum producantur.
Si autem maius fuerit umbrosum necesse est umbram esse contrariae dispositionis cum prima istarum trium quare aversa erit et curtae pyramidis infinitae secundum longitudinem quam fguram calatoides appellant;
dico tamen luminosum et umbrosum esse super eodem plano.

xxv
0MBRAM ESSE LUMEN DIMINUTUM.

Sicut patet ex quarta quamvis opacum impediat transitum lucis directum et principalem non tamen secundarium cui circunferentialiter se
diffundit. In hoc autem differt umbra a tenebra quia umbra est lux
diminuta: ubi est privatio lucis primariae et derivatio secundariae. Tenebra vero est ubi nihil est luminis: nescio enim si aliquod corporum
mundanorum potest camino lucis transitum impedire quum nullum penitus natura perspicui sit privatum et adminus circunfulgentiam impedire
non potest lucis secundariae.

170 -

III
IL LIBRO DELLA SCALA OGGI

INDAGINE PRELIMINARE SUL LIBRO DELLA SCALA

Parr imperdonabile leggerezza quella che qui mi accingo a praticare liquidando in poche pagine (ulteriormente evidenziate, per di
pi, nella loro esiguit dal confronto con l'ampia cornice che accompagna gli altri testi) un documento di cosl basilare importanza qual
il Libro della Scala. In effetti anzich da leggerezza tal brevit nasce da tre ben diverse esigenze: volont d'omaggio, rinuncia al superfluo e soprattutto cerimoniale da preannuncio in vista dei son
daggi esplorativi richiesti dal pieno rilancio d'una (fin troppo!) ve
xata questio .
Omaggio a chi? presto detto: agli arabisti italiani che, trovatisi a dover far da mediatori tra le provocatorie (ma altamente
provvidenziali) avances del loro battagliero collega spagnolo
M. Asin Palacios 1 e l'interessato nazionalismo 2 dei dantisti nostrani, hanno gi pienamente esplorato l'intera area di ricerche
presupposte dall'argomento; in ci, per di pili, integrati dai loro successori appresso intervenuti con appropriati bilanci. Baster ricordare (oltre all'E. Cerulli di cui tra poco ci occuperemo) per la prima
5
fase G. Gabrieli 3 e C. A. Nallino 4 ; per la seconda F. Gabrieli ed
~ M. AsIN P~LACIOS, La escatologia musulmana en la Divina Comedia prima
pubblicata come discorso di ricevimento alla Real Academia Espanola (seduta del
26 gennaio 1919) e poi ristampata nel 1943 con l'aggiunta della Historia y critica de
una polemica, Madrid-Granada .
2

Il termine ( nazionalismo) risponde pienamente alle valutazioni ~he ~1. As~n


Palac~os, d.ette dell~ resistenze riscontrate in campo dantesco. Pili che di naz1onahsmo, 1 ~
effetti, e. il caso d1. pa!lare di psicologia italo-provenzale: ai sensi che vedremo sfatati
dal Curtms nella citazione che tra poco verr fatta.
.
3
G. GABRIELI, Intorno alle fonti rientali della Divii!a Commedia, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1919.
1

C. A. NALLINO~ Raccolta di scritti editi e inediti, vol. II L'Islam: Dogmatlca-Sufismo-Confratern1te , Roma Istituto per l'Oriente, 1940.

F. GABRIELI, Dal mondo dell'Islam (nuovi saggi di storia e civilt musulmana),

173 -

U. Rizzitano 1 , opportunamente completabili, essi pure, con le analoghe deduzioni consentite, su altri versanti orientalistici, da A. Bausani 2
Una volta muniti di tal materiale scientifico, per la diligenza
di cos illustri studiosi, non c' davvero da spaventarsi. Il presunto
Dante-copia 3 di cui s' parlato al primo apparire dei raffronti fatti
dall'Asin Palacios tra oltretomba dantesco ed escatologia mussulmana assumer presto connotazioni totalmente diverse. Ad invocarli, infatti, tali raffronti sar proprio Dante cos esplicito nel ricorrere a simili consonanze come autentici cifrari 4 di lettura, soprattutto agli effetti dell'identificazione mistica che gli preme rivendicare. Legant Danielem 5 : ci ha lui stesso detto in uno dei documenti fondamentali in questa direzione. Legant arabos ... : lo
sentiremmo tranquillamente risponderci, se interrogato in merito;
senza, quindi, alcun bisogno di ricorrere ai sotterfugi ingenuamente
sospettati dall' Asin Palacios 6 (ed qui il suo torto) o non meno ingenuamente paventati dai suoi oppositori come inevitabile conseguenza dell'aderire alle sue tesi; le quali, mentre crollano sul piano
metodologico concernente l'origine ispirativa del Poema Sacro, sempre valide invece restano sul piano degli accostamenti praticati fra testo dantesco e consonanze escatologiche islamiche 7 , tanto da aggiudicare ad Asin Palacios uno de posti-chiave nel ricordo dei futuri dantisti.
Milano-Napoli, Ricciardi 1954. Il saggio che ci interessa Nuova luce su Dante e
l'Islam (pp. 156-172) ove pi che ovvio, gi a livello di titolo, il riferimento a~ 1:1n
precedente contributo dal titolo Per una Divina Commedia mussulmana legg1b1le
m Storia e civilt mussulmana, Ricciardi, Napoli 1947, pp. 237-250.
1 U. Rrzz1TANO, Dante e il mondo arabo in Dante nel mondo (a cura di
V. Branca ed E. Caccia), Firenze Olschki, 1965.
2
Di A. BAUSANI vedasi Avicenna, opera poetica, Roma 1956.
3
(questa del Dante-copia) la tesi un po' troppo esplicita dell'Asin; e come
tale non poco servita a crear reazioni contro di lui.
1

Un esempio lo avremo appresso, nel testo, attraverso il richiamo a S. Paolo


d1 Par. XXX? ma il dato ricorre con frequenza estrema in Dante, come da me i~u
strato nel mio Dante Europeo III al termine delle considerazioni sulle terza cantica
(pp. 190-198).
;; Si vero ad dispositionem elevationis tantae propter peccatum loquentis oblatrarent, legant Danielem ubi et Nabuchodonosor invenient contra peccatores aliqua vidisse divinitus ... Epistola a Cangrande, par. 28.
6 Non vorrei sminuire, con questa e simili sottolineature, l'alto merito che comunque spetta al dotto arabista spagnolo.
7 La necessit di allargarsi, dal caso-Libro della Scala alle altre escatologie isla
miche, ci verr tra poco inculcata dallo stesso G. Gabrieli con la citazione che verr
riportata nel testo.

-- 174 -

Non meno giustificabile , a mio avviso, la seconda motivazione poco fa sostituita all'apparente leggerezza di procedura: la parsimonia introduttiva. A parte la vastit d'indicazioni fornite in merito prima dagli arabisti immediatamente intervenuti nella polemica
sulle fonti dantesche e poi da coloro che hanno via via fatto il punto,
qui stesso s' ampiamente recensito l'intero ambito di premesse ora
dirottabili verso il Libro della Scala. Al punto, infatti, in cui ci ha
condotti la nostra indagine (mostrandoci gli arabi a casa nostra in
maniera cos totale da additarceli a maestri anche nel momento
pi tipicamente latino visto attraverso Leonardo) non far, davvero,
alcuna difficolt l'ultimo passaggio contemplato dai traguardi scientifici di questo volume: la necessit, cio, d'un via libera o, come
suol dirsi con termine ancor pi metaforico ma per niente fuori luogo,
del semaforo verde nei confronti della pi contestata 1 fra le proposte avutesi in fatto di dipendenza di Dante dalle culture estranee
all'area italo-provenzale.
Per quanto poi concerne la terza motivazione accennata (il cerimoniale da preannuncio) penso che essa trovi la sua automatica ambientazione nel titolo stesso della collana cui il presente volume
appartiene: Testi medievali d'interesse dantesco . In una simile
iniziativa editoriale globalmente affacciata sui documenti che pi
hanno collaborato al clima di cui risente la Commedia l'incontro col
Libro della Scala obbligatorio a livello d'edizione integrale; di qui
l'opportunit (date le polemiche gi avutesi in merito) di cominciare
a preparare il nuovo mondo dantesco .

. _, * *
Giover, per ben predisporci alla prospettiva araba, riepilogare
prima brevemente i faticosi sviluppi verificatisi in seno allo opposto
versante derivazionistico, ricordatoci da un E. R. Curtius 2 tutt'altro
che indeciso nel ripeterci il suo drastico:

1 Si scorra (a riprova di questa qualifica di proposta pi contestata) l'ampia


rassegna che lo stesso M. Asin Palacios fa (nella sua Historia y critica de una polemica) degli infiniti interventi avutisi in merito in tutto il mondo.
2 Valga in merito l'intero, ponderoso, Europaiscbe Literatur m!d Lateinisc~es
.
Mzttelalter (Bern, Francke, II ed. 1954) come indicazione d'impeeno m questa direzione.

175 -

Checch ne dica la dantologia ufficiale che pretende spiegare Dante con

fonti esclusivamente romanze o, al pi, con la produzione latina del Medio


Evo italiano o che vorrebbe applicare il principio dell'autarchia nazionale
ad un'epoca contrassegnata dalle tre potenze universali (Impero, Sacerdozio
e Studio), non c' alcun dubbio sul fatto che Dante si sentisse perfettamente a suo agio nell'atmosfera intellettuale del Medio Evo latino 1
Cosa ci comporti sul piano delle scelte filologiche non tardiamo
a vederlo confrontando l'esiguo Dante romanzo caro alla filologia
ufficiale (a stento spintasi verso la sola Parigi sui possibili nessi col
Roman de la Rose 2 recentemente rafforzati dalle indicazioni continiane sulla paternit de Il fiore 3 ) con tutte le altre traiettorie nel frattempo schiusesi o meglio ripropostesi, stante il loro pacifico esistere
prima che esse venissero radiate da una presunta seriet filologica
poi finita al modo che vedremo sia su questo che sugli altri fronti.
Chartres 4, anzitutto; e qui nuovamente il Curtius a farcisi
sentire:
E' da ritenersi certo che Dante ha conosciuto Alain de Lille. Questi, risolutamente opposto all'epopea latina del suo tempo che era di gusto antico,
aveva stabilito le premesse d'un nuovo genere poetico; l'ascesa della ragione verso il regno della realt trascendente.... I suoi contemporanei
e i suoi successori (come Giovanni d'Hanville) una idea del genere non
l'hanno compresa e non ne hanno dato che una imitazione formale. Dante
stato il primo e il solo a saperla fare sua, dandole nuova vita e portandola su nuova direzione 5

Oxford, in secondo luogo 6 ; ed , penso, discorso pi che rnperfluo nel tessuto d'un volume tutto imperniato su questo tema. Germania, subito dopo, stanti le pi che plausibili consonanze agevol1

Op. cit., p. 355.


. ~ Siamo alle prese col vero punto di divaricazione rispetto alla metodologia
qm prospettata come nuovo metodo d'approccio alle fonti dantesche. Con la via d'inc<;mscio certi ~punti prima riportati al Roman de la Rose (vedi in particolare la candida rosa d1 Par. XXX) trovano ben altre origini.
3
Non difficile (sin dall'attenta riassuntivit della comunicazione in Cultura
e Scuola 14-15) trovare conforti in merito.
1
Sul tema rinvio al capitolo del mio Dante Europeo II
in cui affronto l'intero
problema dci rapporti tra Dante e la Scuola <li Chartrcs.
'
5 Op. cit., p. 364.
G Si rilegga il confronto fatto alla n. 1 di p. 7 tra il testo di Giovanni da Serravalle contenente anche l'indicazione-Oxford nell'ambito degli itinerari esteri di Dante
e il diverso atteggiamento di M. Barbi in La lettura di Benvenuto da Imola e i suoi
rapporti con altri commenti in Studi Danteschi voi. XVIII 1953 p. 79.

176 -

mente fissabili con Hildegarde di Bingen 1 ed altri modelli culturali assai operanti all'orizzonte da cui Dante trae la sua ispirazione
quale eco globale. Culture slave, infne, lungo le piste in tal senso
ampiamente percorse dal Tommaseo 2 e da altri.
In cos vasta esplorazione di territori totalmente al di fuori del
mondo romanzo (nata su istanza d'allargamento cui la proposta Asin
Palacios era stata tutt'altro che estranea) il problema che ci accingiamo ad affrontare prospetta naturalmente risvolti lontanissimi da quelli
in cui ebbe a trovarsi all'inizio; per di pi nell'imminenza di un centenario per niente incline a proposte estensive 3

Soffermiamoci brevemente, anzitutto, sulle quattro strutture portanti dell'opera di M. Asin Palacios, ripensandole nei loro aspetti
essenziali con un Nallino 4 felicemente sintetico nel prospettarcele:
I - Il gruppo di leggende 5 sul viaggio notturno (isra) e sull'ascensione
di Maometto al cielo (mi rag), e relativi confronti con la Divina Commedia; commenti teologici mussulmani ed applicazioni allegorico-mistiche
(od anche semplicemente letterarie, nel caso d'Abu I-Ala al-Ma arri) che
presentano analogie con l'opera dantesca.
II - I regni d'oltretomba n (topografia, abitanti, premi e pene) quali risultano dai libri musulmani d'escatologia: limbo, inferno, raffigurazioni
che hanno qualche somiglianza con quelle del purgatorio, paradiso terrestre, paradiso celeste, e raffronti di tutto ci con la Divina Commedia.
III - Gli elementi 7 mussulmani reperibili nelle leggende cristiane dei
precursori della Divina Commedia: i tre monaci di S. Patrizio, la visione di frate Alberigo, la visione di Turcillo e la navigazione di S. Brandano, ecc.
IV - Indagine sulla possibilit di trasmissione 8 dei modelli islamici al1'Europa cristiana in generale e a Dante in particolare.
1

Qui pure rinvio alla trattazione che l'argomento riceve nel mio Dante Euro-

peo III.
2

Si scorrano i puntuali rilievi distribuiti in tal senso nel suo commento alla

Commedia.
3 Un solo richiamo: La poesia di Dante di B. Croce. quanto basta p:r confermarci quest'impressione di centenario tutt'altro che incline a proposte estensive.
1
Op. cit., p. 440.
:; Le pagine dell'opera di M. Asin cui il Nallino ci rinvia sono 7-97 con appendice a pp. 357-368.
G Qui pure: rinvio del Nallino alle pp. 99-228.
7
Rinvio alle pp. 229-296.
8
Rinvio alle pp. 297-353.

177 -

Quali sono i principali spunti che, nel respiro di cos massiccia


possibilit trasmigratoria, dall'oltretomba islamico sono passati nel
Poema Sacro? Un adeguato censimento delle indicazioni offerteci dal1' Asin G. Gabrieli a fornircelo con la sua dotta comunicazione Intorno alle fonti orientali della Divina Commedia 1 cui qui quindi
rinvio, brevemente peraltro ad essa rifacendomi con i seguenti dettagli:
a - Inferno: topografia esteriore (in ambedue i casi a mo' di
profondo abisso con ingresso sotto Gerusalemme, graduali scaglioni
e strati circolari), identica direzione di marcia (verso sinistra tanto
in Dante e Virgilio quanto nei reprobi mussulmani), coincidenza in
fatto di pene (violento uragano dei golosi e lussuriosi, fiamme incandescenti per chi froda, mutilazione dei seminatori di scandali, supplizio del freddo e del gelo, ecc.), raffigurazione dei giganti in termini
tanto dissimili dai profili biblici quanto invece affini a quelli della tradizione mussulmana e finalmente concezione orribilmente grandiosa
del Lucifero che controlla i due oltretomba.
b - Purgatorio: ricorrente motivo dell'informazione ai propri
parenti onde intervengano con i suffragi, grosse pietre che opprimono i superbi, cecit degli invidiosi, denso e buio fumo degli iracondi, tormento degli avari conficcati a terra, supplizio del fuoco con
sete rabbiosa; ma, soprattutto, coreografia del ritorno di Beatrice perfettamente stilata su analoghi momenti di feminino islamicamente
strutturato.
e - Paradiso: Valga un solo spunto qui direttamente ripreso dal
contributo di G. Gabrieli, impegnato in tal caso non pi sulle consonanze riportabili al Libro della Scala, ma su altri momenti del patrimonio islamico chiamabili in causa con altrettanto fondatezza.
Il mistico ibn 'Arabi fra tutti questi pensatori colui che con pi rilievo
ci si offre quale possibile modello d'imitazione per quel che si riferisce
all'architettura dantesca dell'oltretomba, nella quale tutta predomina il medesimo disegno circolare o sferico che caratterizza appunto i piani tracciati
da ibn 'Arabi. I gironi infernali, i cieli astronomici, i circoli della rosa mi-

1 Si scorrano soprattutto le pp. 28-43 esemplarmente condotte fino al dettaglio


minimo nell'analisi delle possibili coincidenze tra dettato dantesco ed escatologia
islamica.

178 -

stica, i cori angelici roteanti attorno al foco della luce divina, i tre circoli
che simbolizzano la Trinit delle persone, sono per magistero di parola
descritti dal poeta fiorentino a somiglianza di quelli descritti da ibn 'Arabi,
il quale inoltre li rappresenta graficamente in schizzi e disegni essenzialmente simili a quelli tracciati tanti secoli pi tardi dai moderni illustratori e dichiaratori della D. C. Questa identit nei piani - conchiude il
prof. Asin - accusa relazione tra copia e modello: moralmente impossibile che si debba a coincidenza casuale. La casualit non una spiegazione scientifica dei fatti storici.
Or - incalza l' Asin - il fatto storico, che salta agli occhi, questo:
ibn 'Arabi, nel sec. XIII, venticinque anni avanti che il poeta fiorentino
venisse al mondo, lascia inseriti in quattro fogli consecutivi delle sue
Futuhat i disegni del regno d'oltretomba, tutti ispirati al simbolo circolare o sferico, che nel sistema pseudo-empedocleo o masarrita (proprio
cio del mistico spagnuolo ibn Masarrah, di cui era seguace e continuatore ibn 'Arabi) rappresenta il cosmo e il suo principio. Dante ottanta
anni dopo ci d in meravigliosa terzina una descrizione poetica di quei
medesimi luoghi d'oltretomba: gli elementi topografici di questa descrizione sono tanto minuziosi e precisi, che permettono ai suoi comme~ta:
tori del secolo XX di rappresentarli graficamente mediante piani o schizzi
geometrici i quali risultano eguali nella loro essenza a quelli tracciati sette
secoli avanti dal mistico murciano. Senza il nesso d'imitazione di questi
ultimi da parte dell'Alighieri, la comprovata identit un enigma senza
chiave o un miracolo di originalit 1
;': ..k

Proviamo a riflettere, prima di procedere, su dato non poco sorprendente. Si tratta di un calo di fede (nel possibile supporto arabo
dell'ispirazione dantesca) inversamente proporzionale all'aumentata
consistenza degli ausili filologici atti a suffragare l'eventuale conoscenza, di tali supporti, da parte di Dante; calo, in effetti, verificatosi anche ad anello di congiungimento ormai fissato tra testo originario 2 e sua divulgazone in Occidente. A trovarlo tale anello , sappiamo bene, proprio il Cerulli 3 che di ci da atto riproducendo in
ambedue le versioni (francese e latina) la trascrizione dell'Halma
1

op. cit., pp. 43-44.


A scanso di equivoci il riferimento qui va alla versione curata da Bonaventura
da Siena, non gi all'originario testo islamico di cui non si ha traccia.
3
Fu U. Monneret de Villard a richiamare nel 1944 l'attenzione degli studiosi
s;ii .c?dici di Oxford e di Parigi che poi il Cer~lli studi' e trascrisse fornendoci sia
1 ed1z1one francese che quella latina.
G. GABRIELI,

!!

179 -

Chereig curata per conto di Re Alfonso il Savio da Bonaventura da


Siena 1
Eppure chi scorre il meditato ripensamento 2 cui, uno dopo l'altro, soggiacciono nel Cerulli i vari punti d'incontro (tra Dante e l'escatologia mussulmana) fissati dall'Asin Palacios, non tarda ad accorgersi
dell'avvenuto sfaldamento della granitica fede che aveva accompagnato la trovata . N il Cerulli il solo ad attestarci un simile sfaldamento d'entusiasmi, come ricordatoci nei confronti del Gabrieli se3
nior dal suo figlio Francesco. Dalla Commedia assimilata alla moschea
di Cordova 4 (architettonicamente rimasta pressoch intatta nel suo
aprirsi a parentele cristiane) si via via passati ad un Poema Sacro
assimilabile, invece, alla colonna araba che addirittura naufraga nella
ben pi varia compagine architettonica della Cattedrale di Pisa. Ed
passaggio del tutto ingiustificabile, a mio avviso, data la centralit indubbiamente detenuta dai modelli arabi nella basilica dantesca
e data anche la fondamentale positivit della proposta-Asin Palacios.
Da cosa dipende un tal calo? Dalle resistenze filologiche 5 del
dantismo ufficiale? Non direi davvero, stante la ben pi completa
bancarotta 6 ravvisabile anche in questo settore proprio di fronte
ad un nuovo tipo d'avanzata extra-romanza che non pi semplicemente araba, ma indiana, cinese e, in non minor misura, africana, latino-americana, ecc., ferma restando l'assoluta centralit che i modelli
arabi continuano a detenere nell'ambito d'una possibile biblioteca
di Dante 7
1
Le due edizioni curate dal notaio Bonaventura da Siena (vivente in Castiglia
alla corte del re Alfonso X il Savio) provengono, esse pure, non gi direttamente ciail'ar~bo, ma da una precedente trascrizione in castigliano curata, per ordine del re
Sa~io, da Abraham fisico. Vedasi in proposito l'intero corredo informativo fornitoci dal Cerulli a p. 12 sgg. della sua opera.
'.! Particolarmente indicative in merito sono le pp. 503-550 su Dante e l'Islam;
ove l~ singole consonanze sottolineate dall'Asin vengono riprese e regolarmente ridimensionate.
3
Ricordo vagamente (cos il Gabrieli junior) le discor<lanti voci della critica
<lante?ca e orientalistica, nel clima riscaldato delle celebrazioni centen~ric del '21, gli
entu~ias!lli dei neofiti, gli scandali degli idolatri, l'eco profonda di consensi e dissensi
eh~ il libro dell'Asin suscit, certo come nessuna altra pubblicazione del centenario
Po1? u~ po' ovunque ma soprattutto in Italia, le voci di dissenso prevalsero, tra incredul~ pm o meno ragionevoli e ragionanti e credenti della prima ora in cui venne poi a
vacillare la fede, come fu appunto il caso di mio padre (Dal mondo dell'Islam, p. 156).
1
Il paragone qui ripreso dal Gabrieli or ora citato: p. 165.
:. Le recensiremo, tali resistenze, al termine del testo.
i; Ne prova quanto pi dettagliatamente verr documentato appresso.
7
A suggerirci questa necessit di ricorrere alla bibiloteca dell'inconscio provvede, dopo tutto, anche un dettacrlio tutt'altro che insignificante: il Dante eterno esule.
Di biblioteca nel vero senso del~ parola c'era assai poco la possibilit.

180 -

Tra le pit1 geni;1li intuizioni Ji C. G. Jung va, senz'altro, anno\'crata quella d\1\'cr saputo
additare nei mandala orientali non gi dei puri disegni impegnati su tema religios(?
(come per lo pit1 si riteneva), ma delle autentiche figurazioni d'inco11scio visualizzant~
profondissime esperienze del di\'ino. A questi mandala ci rinvia gi R. Gu;~rdi1~ 1
come ideale commento alla Jantesca candida rosa. In effetti il mandala SchnYantra qui ripreso da Psicologia cd Alchimia di C. G. Jung, Astrolabio, Roma 1?50
(pag. 115) non stenta minimamente a lasciarsi impegnare in tal senso. La spe~d~ca
applicabilit alla candida rosa sar oggetto d'esame nella tavola seguente. Qt.tt, 111 ~
vece, converr riflettere sulla precisione tecnica con cui il divino viene reso net sum
connotati maggiormente specificanti: la perfezione (prima passata al fltro d'una c~rco
larit visibilmente scanditaci e poi a quella, ancora pii suggestiva, d'una t1orcal1zznzione essa pure circolare) e l'i11somlahilitt, superbamenk garantita da un'cst~ri~r~ orn::mentazionc quadr~mgolare il cui compito proprio quello di dissolvere nell 111f~111.to. c10
che prima avev:1 imposto il proprio timbro di perfezione. li tutto lo si osservi,. 11.1f111c,
nel piacevole g10c~) di triangoli che spicca all'interno del mandala in ter1111111 che
non stentano a nlevare essi pure la propria funzionalit sacra, soprnttutto se confrontati con la tctractis platonica.

Nel procedere alla sistematica scomposizione del mandala Schr-Yantrn globalment~


resoci dalla tavola precedente fondamentale anzitutto evidenzi.ire i due dettagli
che meglio si lasciano impegnare in direzion; dantesca '(con ovvio riferimento alla
candida rosa): una !llllf'Catt1 circolarit (tanto simile alla lunghezza divenuta
tonda) cd un'on1c1mc11tt1zio11e flore,dc fatta apposta, si direbbe. per ricordarci le
estreme foglie su cui converge la nostra attenzione lo stesso D,mte. !v1ctafo~a
(proviamo a chiederci) o autentico status interiore fgurnlmcnte codifcato, previo
assorbimento del concetto che ne funge da giustificazione logica? La padrona~1 za
ormai acquisitasi in fotto di mandala non consente pi1 dubbi. Si veda in mento,
proprio su piste orientalistiche, G. Tuccr. Teoria e prlltica dcl "''111da!a, Astrolabio
Roma 1949. l 1 materiak ivi consultabile (debitamente filtrato con le indicazioni junghiane ricordate nella tavola precedente) confuta in pieno l'inc\'itabilit di diretta
derivazione postulata da M. Asin Palacios, nel c1so di Dante, dai cerci di l hn Arabi.

La vera risposta l'avremo attraverso la tavola a fianco visibile, attissima a congiungerci con uno dei dettagli su cui, come abbiamo visto, pi vigorosamente scattata la fede dell'Asin: i cerchi
paradisiaci da lui riportati ad ibn 'Arabi.
A chi andranno attribuiti i cerchi ritratti nella tavola che
1
stiamo esaminando su parametri indiani offertici da G. Tucci , autorevolissimo orientalista lui pure? O quelli, del tutto analoghi, fiori ti su terra tedesca con Hildegarde de Bingen 2 o nel Per con S. Rosa
da Lima 3 , o, oggi stesso, a Zurigo 4 come ritornante motivo delle
terapie condotte su scia junghiana?
Siamo in tutti questi casi ( stato proprio Jung a darci su tal
punto una delle sue pi illuminanti indicazioni) nella comune terra
chiamata inconscio collettivo ; ch' la terra da cui, in ogni tempo
e in ogni luogo, germinano abissi 5 come inconscio d'espiazione, montagne 6 come stati ascensionali e suggestivi geometrismi 7 come preferiti veicoli del divino in tal senso teorizzati proprio da quel S. Agostino giovane cui, non a caso, si richiama Dante nel medesimo contesto da cui nasce l'accorato legant Danielem ricordato in apertura
di considerazioni.

G. Tuccr, Teoria e pratica del mandala, Roma Astrolabio, 1949.

Quod autem (cos leggiamo in Hildeg,arde di Bingen) in cjus suprema parte

per circuitum rotunditatis suae circulis in similitudinem lucidi ignis apparet, hoc est
quod primum elementum quod ignis est primum existit, quia levis ~st, caetera9ue
elementa comprehcndit, et illuminat, ac omnes creatures pertransit e1sque g_audmr:i
luminis sui subministrat, significans potentiam Dei qui super omnes est, qm om~l
!ms. v~tam tribuit. Sub quo circulus alius sicut circ~lus nigri ignis demonstrat;ir,. quta
igms 1ste sub potestate prioris existens judicialis et fere gehennalis est ad vmdictam
~alorum factus _nec ulli rei parcit super quam jiusto judicio cadit, quoniam i_n eo ostend1tur, quod qm se J?eo opponi~, in casum nigredinis multarumq;i~ calam~~at~m vedi
tetur . Come dato riscontrare, il topos del circolo ha rad1c1 ben p1u 'aste
quelle dall'Asin riportate a Ibn 'Arabi.
3 A. RULLA, Santa Rosa da Lima, Alba Societ S. Paolo 1944. Si legga, a P 27 9
il resoconto d'una visione in cui interviene analogo modulo mistico.
1 Si scorrano le tavole documentative che corredano il mio Dante Europeo
III. Accanto ai reperti di provenienza mistica od onirica o anche lisergica ce ne sono
vari provenienti dalle terapie condotte su scia junghiana a Zurigo.
5 Ottima silloge di tali germinazioni immaginistiche quella offertaci da J
CAMPBELL in The hero witb thousand faces, New York 1959.
i; Vedasi gi in questa prospettiva il Gerard de Nerval cui tra poco faremo
ricorso nel testo.
7
D'obbligo, a questo proposito il riferimento al De quantitate animae ricordatoci dal Dante dell'Epistola a Cmg~ande.

181

Lo stesso dicasi per l'altro topos che, gi a livello di titolo,


s'impone come caposaldo strutturale dell'opera che ci accingiamo ad
esaminare: la scala. Chi ne cercasse esemplificazioni, in questo sconfinato territorio chiamato inconscio collettivo , non ha che da
scorrere la letteratura mistica d'ogni tempo o (su diverso stimolo,
ma con analoghi risultati) nella fioritura d'inconscio variamente attivato, come attestatoci da questo splendido stralcio di Gerard de
Nerval:
Mon guide me ft gravir des rues escarpes et bruyantes o retentissaient
les bruits divers de !'industrie. Nous montmes encore par le longues sries
d' escaliers, au del desquels la vue se dcouvrit 1

N la situazione muta affatto su tematica di femminino , essa


pure ricorsa tra le consonanze sottolineate dall' Asin a proposito di
Beatrice. Se c' un punto in cui Dante non aveva nulla da apprendere era proprio l'itinerario di sublimazione percorribile su tal scia:
semplicemente ammirevole in lui sia come gradualit di sviluppi (dal
f eminino colto nei suoi stadi pi bassi anzi additi ttura fuso col
2
masculino al feminino pervenuto, via-Beatrice, ai vertici della
Vergine-Madre) sia come ricchezza immaginistica. Ma dinamica di
schietta derivazione inconscia, non gi scienza appresa sui libri, com'
immediatamente dato cogliere tanto attraverso la resa grafica 3 di questa sublimazione interiore (autentica scala essa pure grazie al dosatissimo ascensus che la caratterizza) quanto attraverso il perfetto
rispondersi tra scomparsa e ritrovamento di Beatrice: resi con moduli di ritorno , gi dettagliatamente fissati nell'opposta fase della
scomparsa senz'alcun bisogno quindi (almeno come dinamica d'avvio) di prender l'imbeccata da nessuno:
Levava li occhi mei bagnati in pianti,
vedea,. che parean pioggia di manna,
h angeli che tornavan suso in cielo
e una nuvoletta avean davanti
'
dopo la qual gridavan tutti:
'
Osanna.
<::

cosl dentro una nuvola di fiori


che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in gi dentro e di fuori,
sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestiva di color di fiamma viva 4

D~ A. BEGUIN e J. RrCHER, Oeuvres de Gerard de Nerval - Texte tabli, annot


et presente par A. Beguin e J. Richer, Paris, Gallimard 1952, p. 369.
~ Lungo sarebbe soffermarsi qui sul Ganimede quale ricordo di trascorsi omosessuali da Dante diaristicamente annotati come fase iniziale della sua sublimazione.
Rinvio in merito al mio Dante Europeo III.
3
Vedasi grafico riportato a p. 268.
4
Vita Nuova cap. XXIII per i versi riportati a sinistra, Purg. XXX vv. 28-33
per i versi leggibili a destra.
1

182 -

;': ;': *
Una volta ricostruito il territorio che tutti ci accomuna (s da
rendere del tutto inutile il fatto delle trasmigrazioni, trovandosi la
stessa cosa ovunque) e una volta chiarita la via d'accensione per le
tante, anzi infinite, luci potenziali del nostro inconscio, si tratter
ora di cogliere la concreta prassi ispirativa che porta Dante verso le
cosiddette fonti culturali da vedere nel nostro caso (s' gi detto all'inizio) non gi come stimoli iniziali, ma come susseguenti moduli
d'autenticazione: sotto forma di cifrari di lettura, cio, da Dante stesso
invocati per farsi meglio riconoscere o come conseguenti arricchimenti
di tradizione al modo oggi teorizzato da T. S. Eliot. Semplici copie,
in poche parole, sono quelle da lui offerteci o irresistibile proiezione
esperienziale sull'intero mondo di consonanze che si schiudono al suo
sguardo? Pura ripetizione del gi detto da altri o spontaneo affacciarsi
del suo spirito su mondi altrettanto belli e per di pi portati a lasciarsi coinvolgere essi pure?
Nel presupposto che impronta il mio discorso (fondandosi, dopo
tutto, sul suffragio delle reiterate prove da me addotte dal mio Dante
Europeo III 2 in poi) quanto qui stiamo dicendo non stenta affatto a
configurarsi nel suo vero profilo.
Siamo in stato di vera e propria esperienza mistica; al modo originariamente scandito da Guido da Pisa 3 ed oggi ripropostosi nei
termini felicemente accostati a Jung gi da R. Guardini 4 situazione forse autoanalizzabile ai nostri tempi, grazie agli infiniti ausili
di letteratura psicoanalitica ovunque reperibili. Ben diversa era, invece, la situazione al tempo di Dante; donde i tanti prudenziali for-

1 Tra le prove da me addotte in questa direzione ricordo anche Paradiso


XXXIII: rassegna di ponti semantici analizzati con J. Lacan in Psicoanalisi e Strutturalismo di fronte a Dante vol. II, Firenze, Olschki 1973.
~ R. GUARDINI, Landscha/t der Ewigkeit, Monaco 1958.
3
Si provi a scorrere una qualunqque delle autobiografie mistiche (<1d esempio
quella di S. Teresa d'Avila). La necessit di confortarsi ricorrendo ad altro interprete
vi traspare immediatamente.

183 -

se i o altrove i sussurrati parea 2 che contrappuntano il suo linguaggio nei due momenti poetici maggiormente connessi con la esperienza mistica: Inferno I e Paradiso XXXIII. In questo (assolutamente eccezionale e totalmente nuovo) status la via del legant
Danielem non solo la pi spontanea, ma anche la pi onesta e la
pi intelligente. Tutto sta, evidentemente, a cogliere le molteplici
varianti cui tal modulo si affida. A volte avremo la versione bibliografica esplicitamente affacciata sui teorici pi accreditati: il S. Agostino del De quantitate animae, il Riccardo del De contemplatione 3
e il Bernardo del De consideratione 4 Altre volte avremo il ricorso a
frasari troppo depositati per non lasciarsi automaticamente riconoscere: quali il Come subito lampo ... cos mi circonfulse luce viva
che fatalmente costringe ogni esegeta a ricongiungersi col paolino
... subito de caelo circumfulsit me lux copiosa ... . Altrove, invece,
avremo il richiamo meno esplicito, ma comunque mai subdolamente
nascosto con psicologia da inconfessato plagio.
C' inoltre (gi chiaramente operante nel Poema Sacro) l'altra
via oggi riportabile a T. S. Eliot. il volontario ricorso alla tradi5
zione praticato come corroboramento della propria ispirazione tramite aggancio con analoghe situazioni artistiche: con ci stesso non
solo non plagiate aIIa chetichella, ma addirittura cercate per il loro
potere di mediazione suIIa fantasia di chi le conosce. Ora a somme
tirate ha la via eliottiana del ricorso alla tradizione e quella della voluta autenticazione mistica, non risulter per niente difficile appurare
la chiara vocazione araba di Dante quale zona preferenziale di chiamate
in causa sia nell'uno che nell'altro senso.
Il risultato che ne avremo sar quello del vate finalmente
sbugiardato? No davvero. Il risultato sar quello, assai pi nobile,
del Dante voce espressiva d'una pi vasta Europa distribuita dal Nord
1

.. C. M?satt! a cogliere in Dante questo stile prudenziale in tutto identico a


quello tipico de1 pazienti in seduta analitica. Trattato di Psicoanalisi, Torino, Einaudi
1949, vol. II, pp. 54-57.
2

Un solo richiamo: questi parea che contro me venesse ... .


moti della contemplazione nccardiana: la mentis dilatatio la mentis sublcmatio e la mentis
'
alienatio . Le analogie balzano subito.
1
Altrettanto dicasi per i gradus bernardiani.
'' Sul piano teorico T. S. Eliot ci ragguaglia (a proposito del canone poesia
come senso della tradizione ) in T he Sacred W' ood. Sul concreto piano poetico, invece,
ce ne d infinite prove. Vedasi, ad esempio l'intero movimento finale della prima sezione di The Waste Land.
'
3

Ba.stere~be commisurare sul tessuto dantesco i tre tipici

184 -

pi Nord (le terre anglosassoni ricordateci dal Grossatesta) al Sud


pi Sud (le sponde afro-asiatiche mediterranee ricordateci dall'islamico Libro della Scala). Inconvenienti potrebbero aversi qualora, oltre al fatto della consonanza nata per pura volont di copiare anzich per le esigenze or ora descritte, venisse a mancare il debito spazio poetico a carattere assolutamente personale. Ma nella Commedia
non si ha la minima ombra di un tale pericolo 1 Anzi proprio dal
confronto tra l'altrui situazione originaria e la dilatazione espressiva
da Dante sempre praticata che emerge la vera fertilit dell'incontro
di volta in volta verificatosi tra fonti primigenie e ripensamento dantesco; com' dato subito verificare accostando al prosaico paradiso
del Libro della Scala 2 la genuinit lirica d'una espressivit dantesca
sempre timbrata di inconscio.
Varrebbe la pena di chiedersi a questo punto (ferma restando
l'opinione gi ripetutamente scandita sull'originalissima propostaAsin Palacios) cosa invece andrebbe detto sulla macroscopica sordit
di cui i pi autorevoli dantisti hanno dato prova in simile circostanza.
Meglio portarsi subito all'ultima, accettabilissima, parola avutasi
in merito a mo' di implicita autocritica del tutto ammirevole. Mi riferisco a quella (forse del tutto inconscia, ma fatta dal pi alto livello
d'ufficialit oltre che di prestigio personale) praticata, per conto di
tutti, da G. Contini 3 con l'ospitare su Studi Danteschi le indicazioni di un A. Parronchi 4 che, pur mediandosi attraverso Oxford, rendeva un preciso omaggio all'ipoteca araba felicemente gravante sul
Poema Sacro: omaggio, a dir vero, assai timido a quello stadio, ma gi
sulla via che qui s' ritenuto di dover percorrere senza esitazione
alcuna .

Basti pensar~ al tracciato di geometrismi che intervengono come e~pressione


del d1vmo (punto, lmea, cerchi, ecc.). Di tutto ci nemmeno l'ombra nel Libro della
Scala .
1

:.! Si scorrano in proposito i passi che verranno riportati nella selezione antologica .
3

Se non per altro tal merito gli va almeno attribuito in quanto Direttore, a
quel tempo, della rivista.
1

Di tali contributi gi stata data ripetutamente notizia nel corso del presente
volume.

185 -

DIDASCALIE RIASSUNTIVE DEI DUECENTOSEDICI PARAGRAFI

1) Proemio del traduttore


2) Indice dei capitoli
3) L'Angelo Gabriele appare a Mao-

metto
Intimazione del viagio
Descrizione ad il-Buraq
Maometto monta al-Buraq
Le tre voci che vogliono fermare
Maometto
8) Gabriele spiega le tre voci
9) Arrivo al Tempio di Gerusalemme
10) Incontro con i Profeti al Tempio
11) La scala dal Tempio al cielo
12) Maometto sale la scala
13) !~contro con l'Angelo della morte
14) Dialogo con l'Angelo della morte
15) Come l'Angelo della morte compie il suo offizio
16) L'Angelo della morte e la guerra
17) L'Angelo alla morte del giusto
18) L'Angelo alla morte del peccatcre
19) L'Angelo della preghiera
20) L'Angelo di fuoco e neve
21 ) Il quarto Angelo
22) L'Angelo tesoriere dell'Inferno
23) I disobbedienti a Dio
24) L:Inferno di fuoco e gli Angeli
di fuoco dell'Inferno
25) Le porte del primo cielo del Paradiso
26) Gli Angeli del primo cielo del
Paradiso
27) Incontro con Giovanni e Ges
28) Le porte del secondo cielo
29) Gli Angeli del secondo cielo
30) Incontro con Giuseppe
31) Le porte del terzo cielo
32) Gli Angeli del terzo cielo
33) Incontro con Enoc et Elia
4)
5)
6)
7)

34) Le porte del quarto ci~lo

35) Gli Angeli del quarto cielo


36) Incontro con Aronne
3 7) Le porte del quinto cielo
38) Gli Angeli del quinto cielo
39) Incontro con Mos
40) Le porte del sesto cielo
41) Gli Angeli del sesto cielo
42) Incontro con Abramo
43) Le porte del settimo cielo
44) Gli Angeli dd settimo cielo
45) L'Angelo chiama alla preghiera
46) Incontro con Adamo
47) Le porte dell'ottavo cielo
48) I Cherubini dell'ottavo cielo
49) Le cortine tra Dio e gli Angeli
50) Gabriele lascia solo Maometto
51) Maometto riceve dal Signore la
legge della preghiera e del digiuno
52) Il trono di Dio, la tavola e la
penna
53) Gli Angeli portatori del trono di
Dio
54) Le dimensioni del trono e le cortine
55) Le figure dei quattro Angeli del
trono
56) Le schiere degli Angeli osannanti
57) Gli Angeli a sostegno del cielo del
trono
58) Ritorno al settimo cielo. Descrizione dei Cherubini
59) I fiumi e le mont2gne tra le schiere angeliche
60) Gli Angeli dell'Oceano primo
61) Gli Angeli dell'Oceano secondo
ed i quattro fiumi

186

62) Le

settantamila lingue osannanti


63) I mondi e le creature
64) Gli Angeli
65) La Terra Bianca e le sue creature
66) Natura misteriosa delle creature
della Terra BiaP-ca
6 7) Ritorno di Maometto verso le sette terre
68) Incontro con lAngelo Anquotrofin
69) Il gallo del cielo
70) L'Angelo di neve e fuoco
71) Il muro del Paradiso
72) Gabriele indica il Paradiso duraturo
7 3) Maometto alb. porta del Paradiso duraturo
7 4) Dimensioni del Paradiso
75) Che diverr del Paradiso e delEden dopo il Giudizio Universale?
7 6) Dimensioni dell'Eden
77) Distanza dalla terra al primo cielo
78) Distanza dal settimo cielo alla
terra e luce del settimo cielo
79) Distanze tra i vr~ri cieli
80) Gli alberi ombrosi dell'Eden
81) Le sorgenti del Nilo, Eufrate, Tigri e Gihon
82) L'iscrizione sulla porta del Paradiso
83) Nomi dei sette cieli del Paradiso
84) Le due colonne all'ingresso del
settimo cielo
85) c~stelli, giardini e frutta dei primi sei cieli
86) Le dame del Paradiso
87) Canto delle dame del Paradiso
88) Fedelt dele dame del Paradiso
per i loro mariti
89) Abiti dele dame del Paradiso
90) L'iscrizione del settimo cielo
91) I beati nel settimo cielo
92) Le donne dei beati
9 3) La mensa dei beati
94) Frutti degli alberi del quinto cielo ai beati del settimo cielo
95) Come i beati digeriscono il cibo
96) Due fiumi che mondano i bea ti

97) I fanciulli del Paradiso e le nozze dei beati


98) L'arrivo dei beati nella loro casa
nuziale
99) L'clbero tiiba nel Paradiso
100) Le fontane di vino ai piedi del1' albero tiiba
101) L'Angelo narratore ed i beati che
giungono al Paradiso
.
102) Arrivo della carovana degli Angeli presso l'albero dell'Angelo narratore
103) I nuovi beati partono ver?o il
trono con la carovana angelica
104) I nuovi beati si presentano ad
. .
adorare il Signore
105) Il Signore accord2 la beatltudme
ai nuovi suoi eletti
106) I castelli dei nuovi beati
107) Le lettighe per i nuovi b~ati
.
108) Gli Angeli conducono i nuovi
beati nei loro castelli
109) I fiumi, i monti e le sorgenti del
Paradiso
.
110) I frutti del giardino del Paradiso
.
111) Le Url del P~ra~iso .
112) Il Signore visita 1 nuovi ?eatl
113) L'Angelo Ridwan, tesoriere del
P~radiso

114) Ridwan mostra a Maometto le


.
bellezze del Paradiw
115) Il fiume Kettinen nel Paradiso
116) Le tende delle belle dame sul
fiume Kettinen
117) L'Angelo va a prendere la ~ella
dama e la fa vestire di drappi
118) L'Angelo conduce la dam~ al castello del suo nuovo m~nto
119) Perch le dame co~oscc;mo i nomi dei nuovi beati cm saranno
assegnate e come le f;utta .del
Paradiso obbediscono ai beat!
120) I beati gi in Paradiso accolgono
i nuovi arrivati
121) L'albero di perla
122) La sorgente al-Kawtar
.
123) Maometto traversa le ~ortme e
torna in presenza del Signore
124) Il Signore consegna a Maometto
il Corano
125) Il Signore d a Maometto il sapere

187

126) Dio prescrive le orazioni ed i di-

giuni dei Mussulmani


127) Maometto ottiene dal Signore che
le preghiere siano cinque sole al
giorno
128) Maometto incontra nuovamente
Mos
129) Mos induce Maometto a tornare dal Signore, che riduce il digiuno a 30 giorni
130) L'Angelo Ridwan d a Maometto
le quattro bevande
131) Significato allegorico delle quattro bevande
132) La chiusa d'acqua chiara
133) A chi destinata l'acqua chiara
della chiusa
134) Gabriele annunzia a Maometto il
volere del Signore che egli visiti
l'inferno
135) La costruzione dell'inferno ed il
pesce che la sostiene
136) La terra e l' Anselo che sul dorso di un pesce la sostiene
137) Il vento distruggitore ed il popolo di Ad
138) Il vento distruggitore tormenta
i dannati
139) La seconda terra dell'inferno ed
i suoi scorpioni
140) Come gli scorpioni tormentano i
dannati
141) La terza terra dell'inferno e le
fiere catas
142) Come le fiere catas tormentano i dannati
143) La quarta terra dell'inferno e
St!oi serpenti
144) Come i serrenti tormentano
dannati
145) La quinta terra dell'inferno e le
pietre di solfo
146) Come i dannati sono tormentati
con le pietre di solfo
147) La sesta terra dell'inferno e il libro dei pecca ti
148) Il mare delle acque orribili nel
sesto inferno
149) La settima terra dell'inferno e
Sa tana legato
150) La dimora di Satana nel settimo
inferno

151) Gabriele spiega a Maometto come averr la fine del mondo


152) Gabriele spiega a Maometto la

prima creazione delle sette terre


153) Il Signore, supplicato dagli An154)

155)
156)
157)

158)
159)

160)
161 )
162)
163)

164)
165)
166)
167)
168)
169)
170)

171)
172)
17 3)
17 4)

175)

188 -

geli, ferma le sette terre e le fa


sostenere
Il bue Behamot ed il pesce Leviathan che sostengono le sette
terre
I quattordici mari e la funzione
dell'Oceano
L'atmosfera al di sopra dell'inferno
La terra, il pesce che la sostiene
ed il monte al-Oaf
Le dimensioni delle sette terre
L'2tmosfera Halmange e gli uccelli punitori
La lealt e le sue lodi
Le rane lodano la lealt
Gabriele spiega a Maometto come gli uomini si riuniranno il
giorno del Giudizio
Perch nel giorno del Giudizio
non si avr l'i vergogna della
propria nudit
Come il Signore verr al Giudizio
G::ibriele spiega a Maometto come
il Signore giudicher
Gabriele spiega a Maometto la
costruzione del mondo
Gli esseri vivono al di l dell'al-Qaf
Il gallo celeste si sostiene sulal-Qaf
I rami dell'al-Qaf sostengono i
cieli
I sostegni del mondo sino al Behemot ed al Leviathan
I mari di fuoco alla bocca dell'inferno
Il ponte al-Sirat ed il Mawg almukfuf
Distanze e dimensioni dei prati
inclusi nelle sette terre
Gabriele spiega a Maometto come
il Signore alla creazione ripartl
la sua grazia tra gli Angeli, gli
uomini e gli altri esseri viventi
Come il Signore riptrl il male

176) Le porte dell'inferno


177) I castelli di fuoco dell'inferno
178) Le dame di fuoco nei castelli infernali
179) Alberi e frutt~ dell'inferno
180) I draghi infernali
181) Come sono ripartiti i peccatori
nelle varie terre delrinferno
182) L::i. bestia infernale dalle trentamila bocche
183) Gli Angeli conducono dinanzi al
Signore la bestia dalle trentamila
bocche
184) Il Signore d mandato alla bestia dalle trentamila bocche di
tormentare i cbnnati
185) La bestia dalle trentamila bocche
torna in inferno
186) La bestia dalle trentamila bocche
nel giorno del Giudizio
187) La bilancia del Giudizio
188) Valore decisivo della professione
di fede (5ahda) per la bilancia
del Giudizio
189) Durata del giorn0 del Giudizio
190) La Resurrezione dei morti
191) I morti risorti in attesa del Giudizio
192) Gabriele spiega a Maometto come fatto il ponte al -Sirat
19 3) Come i Musulmani passeranno i
sette ponti che compongono alSirt
194) Montagne e valli dell'al-Sirat
195) Le fiamme che circondano l'alSirt
196) I draghi e gli scorpioni infernali
intorno all'al-Sirat
197) Con quale velocit i Musulmani
passeranno l'al-Sirt
198) Quanto durer il passaggio dcl1' al-Sirt

199) Le pene per i seminatori di discordie ed i falsi testimoni


200) Le pene per eli adulteri e le fornicatrici
201) Le pene per i ricchi orgogliosi
202) Conclusione della visita all'inferno e al Paradiso
203) Maometto ritorna sull'al-Burq
alln Mecca
204) Maometto ritrova sua moglie
Umm Hani'
205) Incontro di Maometto con sua
moolie
'A'isah e sua figlia Fatio
mah
206) Incontro di Maometto con Habenabez suo cugino
207) Maometto va alla moschea per
trovare i corei~ci ti
208) Maometto racconta ai coreisciti
il suo viaggio in inferno e Paradiso
209) I coreisciti rifiutano di credere al
viaggio di Maometto
21 O) I coreisci ti chiedono in prova che
Maometto parli della loro carovana a Gerusalemme
211 ) Il Signore fa vedere a Maometto
la carovana Coi:eiscita a Gerusalemme
.
212) Maometto annuncia ai Coreisc1ti la composizio.i.e della loro carovana
213) I Coreisciti sono fermi nella loro
incredulit
214) Passi del Corano in biasimo della Mecca ed in lode di Medina
215) Perch fu scritto in fede il Lib!:"o delb Scala
216) Attestazione i Abubakr ed
Abnez

189 -

SELEZIONE ANTOLOGICA

1) Tema della scala e primi incontri


(Paragr. 11-16)

Orationibus a me Machometo peractis in Templo superius nominato


cum prophetis ibidem astantibus ac me honorifice recepto ab eis, et prout
intellexisti, eciam amplexato, ecce Gabriel me par manum accipiens duxit
extra Templum et ostendit mihi quamdam scalam que durabat a primo
celo usque ad terram ubi stabam. Erat enim scala illa pulcrior res quam
unquam visa extiterit. Et ipsius pedes juncti erant ad lapidem illum ad
quem discenderam ego primo. Gradus quidem ejus sub hac manerie facti
erant: videlicet quod primus erat de rubinis, secundus de smaragdo, tercius
' de perla albissima et quilibet aliorum de precioso lapide juxta naturam
suam, cum perlis operatus, et auro purissimo, tam ditissime quam nullum
cor hominis cogitare hoc posset. Erat nichilominus cooperta samito viridi
clariori etiam quam smaragdus et tota circumdata angelis qui custodiebant eamdem. Nam ipsius claritas tanta erat quod vix poterat respicere
homo ipsam.
Gabriel quoque me per manum accepit et elevans a terra posuit me
super primum scale gradum et dixit mihi: 'Ascende, Machomete! ' Et
ascendi, et Gabriel mecum similiter. Angeli vero cuncti associabant me
qui erant ad scale custodiam deputati. Gabriel namque dicebat michi valde
bona nova d~ maximo bono quod preparaverat mihi Deus.
Dum ego Machometus similiter cum Gabriele per scalam supradictam ascenderem, respiciens vidi in aree quemdam angelum valde magnum qui super cathedram sedens tenebat in manu sua tabulam quamdam
que ab oriente durabat usque ad occidentem. Habebat enim hic angelus a
dextris suis multos alias angelos quorum facies lucebant ad modum lune
quando plena existit, et tota hec claritas glorie Dei erat. Hii quidem angeli omnes erant vestimentis viridibus induti que magis clara erant quam
ullus smaragdus. Et eciam supra muscum et ambram suaviter redolebant.
-

190 -

A sinistris quoque ipsius habebat similiter alias quam multos angelos qui
omnes nigriores erant quam atramentum, habentes oculos rubicundos ad
modum ignis et fetentes etiam ultra modum, habebant autem voces fortories quam tonitruum et omnes mirabiliter erant horribiles in aspectu.
Gabriel quoque dixit michi: 'Procede, Machomete, et saluta angelum illum magnum et bene scias quod ipse magnum locum coram
Dea obtinet '. At ego salutavi eum et ipse reddidit salutacionem mihi capite suo, non tamem ore. Postea quidem respexi et vidi quod ipse una
hora tabulam respiciebat, et alia mundum; et valde miratus sum quomodo
ipse sic obediens erat Domino Deo suo. Tunc vero Gabriel locutus est
illi angelo magno dicens: 'Quomodo non salutatis hominem meliorem de
munda? '. Et angelus quesivit a Gabriele et dixi: 'Quis ergo hic est? '
Gabriel namque respondit: 'Hic est Machometus, nuncius Dei nostri '.
Tunc angelus Gabrieli: 'Estne ipse jam missus? ' Et Gabriel dixit:
'Utique, sine dubio '. Et statim me salutavit angelus, dicens valde bona
nova de maximo bono quod Deus michi preparaverat largiendum. Dixit
et adhuc angelus ille quod ego eram ultior et honorabilior nunciis omnibus, et de jure cunctorum dominus populorum, rogans me ut cum ipso simul orarem. Tunc ergo procidens aliquantulum feci duas oraciones flexis
genibus satis leves, postea vero erexi me pedes. Et confestim me angelus
ille et omnes qui cum ipso erant alii salutarunt. Salutacione quidem peracta, dixit angelus ille magnus: 'Scias, Machomete, quod populus tuus
erit ille qui in hoc mundo manebit posterior et plus durabit quam alii
populi unuiversi, quia Deus multum diligit gentes tuas, propterea quod
vitant malum et faciunt quidem bonum '.
.

Intellecto quid de me Machometo et populo meo dixerit supradictus

iII: angelus magnus, prout in precedentibus audivistis, quesivi ego a Gabriele quis angelus ille esset. Gabriel quoque respondens dixit quod angelus mortis? 'Ipse tandem respondi: 'Utique '. Postea vero quesivi ab eo
rogans quod diceret michi quomodo ipsi de corporibus hominum animas
extrahebat cum mori contigebat eosdem. At idem mihi respondit, dicens:
' Scias, Machomete, qucd ab illa hora qua Adam, qui fuit primus hominum, creatus est a Deo et positus super terram, dedit michi Deus hoc officium ut extraham animas de corporibus hominum usque ad venturam judicii diem magnam, ita quod nemo vivus remaneat, excepto solum Deo et
me eciam cum eodem. Debet namque postea Deus michi animam extrahere ac ~pse postmodum sine fine solus 1 vita perdurabili remanere '. Hoc
autem dicto feci sibi interrogacionem aliam in hunc modum: 'quando una
et ead~m hora duo homines moriuntur ita quod unus in oriente et alter
m occidente, quo modo insimul extrahis animas eorumdem? ' Idem vero

191 -

respondit: 'Nonne vides tu, Machomete, quod totum seculum coram me est ita quod ad valorem solitis denarii quicquam mihi abscondi
non potest quin viderim ipsum totum. Et ideo quia totus mundus est ante
me valde parvus, non gravor extrahere simul animas unam hic et alteram
quidem ibi '.
Post hec autem ipsum interrogatus adhuc dixi: 'Quando grandia
bella funt et multi homines moriuntur in ipsis, quomodo te generis in extrahendo simul animas hujusmodi mortuorum? ' At ipse michi: ' Scias,
Machomete, quod cum illud super quomodo quesivisti contigit existere,
tunc emitto vocem magnam et animas simul voco, ipsas quia ad me venire
faciens, accipio postmodum eas omnes ' Et cum hec michi dixisset, quesivi ab eo dicens: 'Dic michi, angele mortis, quando anime sunt coram
te, quomodo cognoscis que ipsarum iture sint in Paradisum et que eciam
in infernum? ' Ipse quidem sic mihi respondit: 'Machomete, nonne vides
tu quod nomina cunctorum hominum qui quondam fuerunt et qui modo
sunt, et erunt usque fnem presentis seculi omnia in hac tabula scripta
patent, et eciam mors quam habiturus est ipsorum quilibet, necnon et bonum atque malum quod Deus jam illis preparavit juxta meritum singulorum? Et ideo bene scio qui eorum in Paradisum et qui in infernum
etiam sunt i turi '.

2) Ascesa az vari cicli


(Paragr. 25-49)

Dum ego Machometus et Gabriel mecum similiter venissemus ad primum celum superius nominatum, ecce respicientes vidimus quod totum
erat ferreum; et habebat tantum in spisso vel spissi solididate quantum
posset homo ire in Ve annis. Et tantundem spacii erat inter ipsum et
aliud secundum celum. Gabriel autem pulsavit ad portam. Et statim
venit ad nos quidam angelus ita magnus quod ipse in longitudine sua
habebat spacium itineris hominis per mille annos et tantumdem in latitudine quidem sua. Vidimus enim portas celi que mirabiliter pulcre erant
et multos eciam angelos qui custodientes easdem erant valde bene ac ditissime perornati. Tunc vero Gabriel venit ad unam portarum ut intraret.
Et cum vellet hoc facere, quidam angelus dixit ei: ' Gabriel, qui vis et
quis tecum est? ' Ipse quoque respondit: 'Mecum est Machometus, prophetarum sigillum omnium et cunctorum dominus nunciorum et volumus
ibi intus intrare '. Hoc autem <lieto mox nobis porte aperte sunt et
intravimus.

192 -

Et cum introissemus, omnes angeli qui erant ibi salutaverunt me et


dixerunt michi valde bona nova de quibus non modicum sum gavisus. Et
dum michi nova referrent hujusmodi, respiciens vidi quod ipsi habebant
facies hominum et corpora ad modum vaccarum; habebant eciam ad modum aquilarum alas. Et erant hii angeli numero septuaginta milia. Quorum quilibet habebat septuaginta milia capitum et quodlibet caput
septuaginta milia cornuum et quodlibet cornu septuaginta milia nodorum;
et inter unum nodum et alium erat spacium itineris hominis per quadraginta annos. Vidi eciam adhuc plus in hiis angelis: videlicet, quod in quolibet predictorum capitum erant septuaginta milia facierum et quelibet facies habebat septuaginta milia orum et quidlibet os septuaginta milia linguarum. Et quelibet ex linguis illis sciebat septuaginta milia loquelarum
et eciam laudabat Deum septuaginta milibus horarum in die.
Et cum ego Machometus ista respexerim ac multum eciam fuerim
respiciendo miratus, ecce inter angelos illos vidi duos homines, qui sedentes super duas sedes claritads nimis pulcri erant; et tam corporum statura
quam facierum forma mirabiliter bene facti. Habebant enim capillos suos
omnes albos ad modum nivis et barbas eciam magnas et in eundem similiter modum albas, vestimenta quidem ipsorur.1 erant ita albissima quod
vix poterat respicere homo ipsa. Nam circa ipsorum capita valde maximam claritatem habebant. Hiis autem sic visis, quesivi ego a Gabriele qui
illi essent. Idem quoque michi respondens dixit: ' Scias, Machomete, quod
ille qui sedet in inferiori sede vocatur Yohanna ibni Zacharia, quod interpretatur Johannes flius Zacharie. Est enim hic ex Dei prophetis unus.
Ille tamen alius qui altius sedet vocatur Yza ibni Mariem, quod interpretatur Jhesus flius Marie. Hic enim Jhesus spiritus Dei est et ipsius eciam
genius verbo fuit '. Quo audito ivi versus eos et ipsos eciam salutavi.
Iidem tandem quesiverunt a Gabriele quis ego essem. Gabriel autem nomen meum dixit eisdem. At ipsi confestim salutaverunt mc et dixerunt
eciam michi valde bona nova de maximo bono quod Deus michi preparavera t largiendum.
Postquam ego Machomctus et Gabriel vidimus ea que super narrata
sunt, processimus ultra, quousque venimus ad secundum celum, quod totum eistens eneum, habebat in spisso tantum spacii quantum posset homo
ire in Ve annis; et tantumdem inter ipsum et aliud celum tercium erat.
Gabriel vero pulsavit ad portam; et confestim venit ad nos quidam angelus qui aperuit nobis eam. Hic autem angelus ita magnus erat quod ipse
tenebat caput suum ad celum septimum et ad fundum terre eciam pedes
suos. Nam angelus iste accipiens me per manum misit in celum.
-

193 -

Et cum introissemus ego et Gabriel, respicientes vidimus angelos qui


septuagesies milies habebant majora corpora quam habuerint alii angeli
quos in celo videramus priori. Ego autem ivi versus angelos illos et salutavi illos. Ipsi vero quesiverut a Gabriele quis ego essem; et Gabriel dixit
eis quis eram. At ipsi, audito meo nomine, gavisi sunt valde et dixerunt
4
estne Machometus jam missus? ' Et Gabriel respondit 'utique '. Tunc
ipsi me subito salutantes dixerunt michi valde bona nova de maximo amore quem Deus habebat erga me, necnon et de maximo bono quod michi
facere intendebat.
Et dum nova michi referrent hujusmodi, ecce resp1c1ens vidi inter
eos quemdam hominem valde pulcrum et mirabili modo bene formatum
in omnibus, qui, non senex existens, etatis erat pulcherrime ac sedens super quamdam claritatis sedem, habebat capillos ac vestimenta sua ita purissime claritatis quod vix ea respicere poterat homo ullus. Hic autem
erat ita res pulcherrima ad videndum quod nemo recitare hoc posset; et
cum ipsum satis respexerim quesivi a Gabriele quis esset. At idem michi
respondens dixit quod erat Joseph flius Jacob. Hoc autem audito, ivi
versus eum et salutavi ipsum. Idem quoque a Gabriele quis essem quesivit. Et intellecto quis eram, statim me valde salutavit hilariter, dicens
michi nova de magno bono quod preparaverat michi Deus. Novis autem
sic dictis recessimus ab eo, ego et Gabriel, et tantum ultra ivimus quod
ad celum venimus tercium.
Cum ego Machometus, una cum Gabriele, venissem ad celum tercium supradictum, ecce invenimus ipsum totum fore argenteum et habere
in spisso spacium itineris hominis per quingentos annos; et tantumdem
erat eciam inter ipsum et aliud celum quartum. Gabriele autem venit
ad portam et vocavit. Et confestim venit ad nos quidam angelus qui ita
magnus et fortis erat quod, si quis poneret super palmam ejus totum
mundum cum omnibus que in eo sunt, nichil inde sentiret. Hic vero
angelus nobis portam aperuit et intravimus.
Et cum fuimus ibi intus, ecce vidimus angelos multos qui magni omnes mirabiliter existentes habebant facies vaccarum et manus eciam claritatis. Hii namque angeli Deum laudare devotissime non cessabant. Nam
cum ipsos vidissem salutavi eos. Gabriel quidem scire fecit ipsos quis essem. Tunc ipsi quesiverunt ab eo si ego eram Machomctus ille qui mitti
debebat. Gabriel vero dixit eis: 'utique '. At ipsi mox salutaverunt me,
narrantes michi quan<lam partem maximi boni quod Deus michi facere
intendebat et dum narrarent hujusmodi respiciens eos vidi quod ipsi
erant omnes per acies ordinati et tam stricte eciam juncti simul quod
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194 -

homo non posset solum pilum mittere inter eos. Et nichilominus omnes
pre timore, quem de Dea habebant, sua tenebant versus terram capita
inclinata. Erant enim ita obedientes quod, si quis eorum iret in orientem
aut in occidentem, nullus ex aliis removeret se, quousque ille rediret;
nec acies eciam unde ille separatus existeret inter se in aliquo permisceret.
Acies quoque predicte circulatim ibant omnes laudando Deum et ipsius
benedicendo eciam nomen sanctum.
Et cum ista vidissem, respiciens adhuc vidi inter hos angelos duos
senes homines super duas sedes claritatis et habentes circumvoluta capita
sua tela claritatitis purissime ac ejusdem maneriei eciam vestes omnes.
Erant enim ad videndum res pulcrior que fuerit visa unquam. Et cum
ipsos per more spacium respexissem quesivi a Gabriele qui essent. Gabriel autem respondens dixit quod unus eorum erat Enoc, alter vero Helyas, et quod Deus in altum, utpote ad celum, levaverat eos ambos. Post
hec namque respiciens vidi quod ipsi una cum angelis in oracionibus exi~
stentes nichil aliud faciebant quam arare ad Deum ipsum quia devote
laudare et hoc quidem facere non tantum cessabant quantum homo claudere oculum solum posset. Verumptamen Gabriel nunquam propter hoc
dimisit quin appropinquaret eisdem et meum sibi nomen ac negocia enarraret. Quibus auditis, illico salutaverunt me et valde bona nova michi
dixerunt de maximo bono quod preparaverat michi Deus. Et cum ipsa dixissent, recessimus ab eis, ego et Gabriel, et profecti sumus usquequo venimus ad celum quartum.
Postquam ego Machometus et Gabriel venimus ad quartum celum
nominatum superius, invenimus quod ipsum totum erat de auro purissimo
et habebat in spisso tantum spacii quantum posset homo ire in Ve annis;
et tantumdem erat inter ipsum et aliud celum quintum. Gabriel autem
pulsavit ad portam; et statim venit ad nos quidam angelus qui ita magnus
erat quod ipse super pollicem dextere sue manus tenebat omnes aquas
dulces et super pollicem sinistre amaras. Erat enim de claritate angelus
ille totus. Et cum Gabriel sibi dixisset quomodo ego eram Machometus,
mox nobis portam aperuit et salutavit me et ego ipsum.
Nam cum introissemus ecce invenimus ibi septuaginta milia angelorum qui omnes habebant ad modum aquilarum facies et eorum quilibet
septuaginta milia [alarum et quelibet ala septuaginta milia] pennarum et
quelibet penna in longitudine habebat septuaginta [milia] cubitorum.
Et dum angelos respicerem antedictos, nichilominus inter eos adhuc
respiciens vidi quemdam hominem mirabiliter pulcre forme; qui sedens
super quamdam claritatis sedem ac vestibus eciam lucidissime claritatis

195 -

indutus, habebat de claritate sedem ac vestibus eciam lucidissime claritatis indutus, habebat de claritate in capite suo diadema tam splendidum
quod vix respicere poterat homo ipsum. Sed cum per more spacium hominem illum respexerim, quesivi a Gabriele quis esset. Idem vero respondit
quod erat Aaron. Quo dieta, ivi versus eum et salutavi ipsum. At idem a
Gabriele quis ego eram quesivit. Gabriel namque sibi exposuit nomen
meum. Et cum ipse hoc audivit, confestim salutavit me, narrans michi
bona nova de bono quod Deus michi largiendum paraverat, unde in corde meo habui gaudium valde magnum. Narracione quoque ad finem
perducta jujusmodi, ego et Gabriel ab eo recessimus, tantum ultra profciscentes quod attigimus quintum celum.
Venientibus autem nobis, scilicet me Machometo et Gabriele, ad celum quintum superius enarratum, invenimus quod ipsum totum erat de
perla una solummodo, que totaliter sincera existens, super nivem equidem
alba erat. Habebat enim in spisso spacium itineris hominis per V c annos
et tantumdem inter ipsum et sextum aliud celum erat. Et cum ibi fuimus,
Gabriel vocavit ad portam; et incontinenti venit ad nos quidam angelus
qui, totus de igne existens, habebat LXX milia brachiorum et in quolibet
brachio septuaginta milia manuum et in qualibet manu LXX milia digitorum. Et quilibet ipsorum digitorum laudabat Deum LXX milibus horarum in die. Angelus quidem ille nobis portam aperuit.
Et cum introissemus, ecce invenimus ibi angelos qui, corpora quam
plurimum habentes nobilia, facies tamen habebant ad modum vulturum
et i~sorum quoque ale purissima claritate splendebant. Hii namque angeli
contmue Deum laudabant nec a laudibus cessabant ipsius. Ego autem
versus ipsos ivi et salutavi eos. Et cum Gabriel dixisset eisdcm quomodo
ego eram Machometus, mox ipsi salutavcrunt me et dixerunt michi aliquam partem honoris maximi quem Deus michi facete intendebat.
. Nam iterum respiciens inter eos, vidi quemdam pulcherrimum hommem sedentem super quamdam claritatis sedem, qui habebat caput circumvolutum hujus claritatis tela. Tencbat in manu sua virgam eciam claritatis. Quem cum vidissem, quesivi a Gabriele quis esset. At ipse michi
respondit quod erat Moyses, qui loqutus est Deo. Quo intellecto, ivi ad
eum et eciam salutavi. Et postquam Gabriel ei retulit me Machometum
existere, ipse me confestim salutans narravit michi valde bona nova de
maximo bono quod Deus michi preparaverat et populo quidem meo. Dixit
adhuc ita: ' Scias, Machomete, quod Deus te vult et populum tuum magnis jejuniis et non paucis oracionibus onerare. Tu autem roga ipsum ut
alleviet ea tibi quia populus tuus aliter sustinere non posset. Nam ego

196 -

ipse aliquando super hiis rebus in tanto labore fui cum fliis Israel quod
hoc nemo recitare valeat. Sepe namque rogavi Domina ut michi alleviaret
hujusmodi nec voluit pro me facere inde quicquam. Quare consulo tibi
laborare instanter ut populus tuus non sit nimium oneratus. Quod si feceris, populus tuus te diliget et sequetur quocumque volueris. Sin autem,
scias quod ipsi non te diligent, immo habebunt odio, nec eciam credent
in aliquo verbis tuis '. Ego vero Machometus juro per nomen Dei quod
nunquam vidi hominem aliquem qui tantam habebat pietatem de populo
meo quantam Moyses frater meus habebat. Hiis quoque peractis, cepi ab
eo licenciam et recessimus ego et Gabriel; et tantum ultra ivimus quod
ad celum pervenimus sextum.
Sextum quidem celum quod ego Machometus et Gabriel invenimus
quando ibi fuimus, erat eciam in hunc modum, videlicet quod ipsum totum erat de smaragdo tam viridissimo quod in viriditate cuncta viridia
precellebat. Habebat enim in spisso iter quingentorum annorum et tantumdem itineris erat inter ipsum et aliud celum septimum. Gabriel autem
pulsavit ad portam et confestim venit ad nos quidam angelus, qui septuagies milies major erat quam aliquis ex aliis quos primitus videramus.
Magnitudo quidem ejus tali modo erat quod, si ipse vellet hoc facere,
celum absorberet atque terram, nec quicquam inde persentiret. Hic v~ro
angelus nobis portam aperiens dixit: 'Intretis in pace'. Nos autem mtravimus.
Et cum fuimus intus, vidimus ibi angelos quosdam qui septuagesie~
milies majores erant omnibus aliis prius visis. Habebant enim hii a.n.geh
facies ad modum equorum omnes et armati eciam cuncti erant. Et quihbet
eorumdem similiter habebat LXX milia equorum et quilibet equs LX.X
milia sellarum que omnes erant de smaragdis, de rubinis et de pe:h~,
auro nichilominus et argento eciam intermixtis. Equus quidem Gabnehs
erat similiter inter eos. Hii namque anaeli erant omnes ordinati per
acies et arma ipsorum ita fortiter res;lendebant quod vix poterat
inspicere homo illa. Ego tandem quesivi a Gabriele qui angeli illi ess~nt.
Ipse quidem respondens dixit quod familia Dei erant. Quo audito,
incontinenti salutavi eos. Ipsi vero quesiverunt a Gabriele quis ego essem,
et Gabriel hoc eis narravit. Tunc ipsi dixerunt: ' Est jam missus Machometus nuncius Dei magnus? Gabriel namque respondit: ' Etiam ' A_ t
ipsi statim salutaverunt me et dixerunt michi satis bona verba de qui:
bus plurimum sum letatus. Post hec autem quesivi a Gabriele cur an~eh
illi tenebant equos suos coram se ita sellatos. Ipse namque dixit: ' Scia~,
Machomete, quod hoc de mandato Dei est, quia cum aliquis ex servis
ipsius opus habet auxilio, ego accipio ex angelis istis prout necesse habeo

197 -

ed vado illuc. Hii vero equi nunquam disferrantur et cibus atque potus
ipsorum nichil aliud est quam Dominum collaudare. Et omnes hii angeli
juvabunt te cum necesse habueris, et ego simul cum eis in adjutorium
tuum si vocaveris me descendam '.
Perducta quidem Gabriel relacione ad fnem, ecce resp1c1ens vidi inter angelos antedictos quemdam hominem qui super sedem claritatis sedebat; et erat eciam totus claritatis circumvolutus vestibus, que plus quam
sol in estate splendore lucebant. Habebat enim in capite suo de claritate
coronam et nichilominus totus erat circumdatus angelis qui Deum cum
ipso simul devote laudabant. Ego vero a Gabriele quesivi quis ille esset.
Gabriel quoque respondit quod erat Abraham, Dei nuncius [e] amicus.
Quo audito, versus ipsum ivi et salutavi eum. Gabriel autem sibi dixit
quomodo ego eram Machometus. At ipse confestim me salutans dixit
eciam ita michi: 'Scias, Machomete, quod Deus multum te diligit ac te
inter alios nuncios suos precolligens, amore tui valde populum tuum
amat. Dico namque tibi quod Paradisus totus plenus hiis verbis existit,
scilicet: zokay balla, bille dille ylle balla, quod interpretatur: Sit honor
et laus Dea et sibi gracias referamus quia non est deus alius preter eum.
Nec est virtus aut potestas alia nisi ipsius Dei altissimi atque magni '. Post
hec namque rogavit me Abraham ut monerem populum meum frequenter
dicere verba illa; quanto magis ea dixerint tanto plus habebunt de solacio
Paradisi. Et similiter quod dicerem eis Paradisum tali factum esse manerie: videlicet quod muri eius omnes sunt de auro purissimo usque ad menia. Superastancia menia quoque de puro argento, et calx eciam de musco,
qua _compacti sunt muri; et quod hic Paradisus michi preparatus est et
omrubus qui michi credent et tenebunt eciam legem meam. Et cum hoc
michi dixisset, ego et Gabriel recessimus ab eo; et ultra profecti sumus
usquequo venimus ad celum septimum.
Cum ego Machometus et Gabriel venissemus ad celum septimum

sup~adict.um, invenimus quod ipsum totum erat de rubino clariori et

~ub1cur:d1ori quam dicere aliquis homo posset. Habebat enim in spisso


Iter qumgentorum annorum et tantumdem inter ipsum et octavum aliud
celu1:1 er~t. Gabriel autem veniens ad portam vocavit hostiarium et in
contment1 venit ad nos quidam angelus qui nemo qualis esset recitare valeat, excepto solum Deo qui ipsum facerat et crearat. Ipse namque
angelus nobis portam aperuit et intravimus.
Et cum introissemus, ecce invenimus ibi quosdam angelos qui tam
grandis magnitudinis tamque mirabilis forme erant quod nullo modo possem hoc dicere nec recitare auderem, quia Deus michi inhibuit ne loque-

198 -

rer alicui viventi homini inde quicquam. Verumptamen tantum vobis dicere possum quod ipsi omnes tenebant oculos suos versus Deum erectos
et nichil aliud quam canere ipsumque laudare devotissime faciebant. Hii
quoque angeli statim cum viderunt me, elevaverunt mirabiliter voces
suas. Erat enim cantus ipsorum tam magnus eciam et tam fortis quod michi visum fuit ut omnes angeli, quos in celis omnibus antedictis jam videram, essent velut semisopiti facti ad modum syncopin parientum; et similiter quod omnes celi cuncteque terre audiverint cantum illum. Tunc ego
et Gabriel mecum eciam plorare incepimus pre timore quem de Domino
habebamus.
Et dum ita ploraremus ecce quidam angelus inter eos surrexit qui
erat Celi halmokaden , quod interpretatur arabico eloquio velut: ille
qui vocat Sarracenos, cum oraciones facere suas debent. Et tam cito tamen
surrexit, ad oraciones vacare incepit, id est balla huha kybar quod
interpretatur: magnus est Deus. Post hec autem dixit le hille balla
hilalla quod interpretatur: non est deus alius nisi Deus. Dixit eciam
adhuc Haxedu le balla hilalla quod interpretatur: testificemus similiter Machometum nuncium Dei esse. Dixit eciam postea: haya lazala
haya lalfala quod interpretatur: venite ad oraciones vestras ed ad proficuum quidem vestrum. Et cum hoc ille angelus cecinisset, Gabriel vocavit me dicens: 'Procede Machomete et fac oracionem, quia Deus prefecit
te super omnes nuncios alias et super cunctos eciam quos vidisti in celis
septem superius ennarratis '. Et cum hoc audivissem, processi et flectens
me super cubitos atque genua, feci duas oraciones equidem satis parvas.
Et mox angeli omnes quos videram in septem celis jam dictis, ceciderunt
super facies suas et mecum insimul arare ceperunt. Me autem surgente,
surrexerunt eciam ipsi omnes, rogantes Deum ut michi plus boni daret
quam preparaverat largiendum; et narrantes eciam michi multa bona verba ex quibus plurimum sum letatus.
De Adam.
Nam dum verba narrarent hujusmodi, ecce respiciens inter eos vi~i
quemdam hominem sedentem super claritatis sedem, qui, vestibus e~1 :
stens pure claritatis indutus, habebat in capite suo coronam, que maner:e1
ejusdem totaliter existebat. Splendebat eciam claritate purissima fac1es
ejus tota. Et cum ipsum respexerim, quesivi a Gabriele quis esset. Idem
quoque respondit quod erat Adam pater noster qui hominum primus
fuit At ego ipsum illico salutavi. Tunc ipse a Gabriele quis ego essem
quesivit. Gabriel vero dixit quod Machometus eram. Et confestim ipse
me salutans ostendit michi maani amoris indicia et honoris contulit quidem satis. Post hec autem dixh quod Deus volebat plus michi boni plu-

199 -

sque honoris conferre quam unquam contulit omnibus aliis homi?ibus,_ q1:1i
adhuc in seculo hoc fuerint vel qui erunt; dicens adhuc eciam lta m1ch1:
' Scias Machomete tu qui pater es fliorum meorum quod Paradisus clausus est et quod neque propheta neque homo alius introibit quousque tu ibi
sis et populus quidem tuus. Statuit quoque Dominus ita esse'. Et curo
ista dicere perduxisset ad fnem, venit et amplexatus est me ac ponens
manus super caput meum, pro me valde intente et curo magna eciam humilitate atque devocione ad Dominum exoravit. Oracione namque finita,
cepi ab eo licenciam et recessimus ego et Gabriel profscentes ultra
quousque pervenimus ad octavum celum.
Octavum quidem celum superius nominatum ego Machometus et Gabriel invenimus quod totum erat de uno topacio, et eciam res pulcrior ad
videndum quam unquam oculi mortales vidissent. Habebat autem in spisso quingentorum annorum iter. Gabriel enim pulsavit ad portam. Et mox
venit ad nos quidam angelus de claritate totus, cujus claritas septuagesies
milies major erat quam claritas solis extat. Habebat eciam angelus ille septuaginta milia capitum et quodlibet caput septuaginta milia facierum, et
quelibet facies septuaginta milia oculorum, et quilibet oculus LXX. milia
pupillarum, et quelibet pupilla tremebat LXX. milibus horarum in die,
territa Dei metu. Ille namque angelus nobis portam aperuit et intravimus.
Nobis vero existentibus ibi intus, ivimus tantum per celum illud donec pervenimus ad quandam separacionem factam de cortinis que inter
Deum et angelos separabant. Erant ibi similiter circuli quidam qui aliam
separacionis manierem faciebant. Et circa eosdem circulos erat angelorum
multitudo quam maxima, qui dicuntur Cherubin. Horum quidem numerum nemo sciebat, nisi solus Deus, nec etiam scire posset. Verumptamen
tan~m vobis dicere possum quod ipsi erant in dupli septuagesies milies
ma1ores omnibus aliis angelis quos vidissem. Hii quoque angeli laudabant
Deum et nichil aliud faciebant. Et cum venissemus ad eos, Gabriel cepit
laudare Dominum et ego similiter.
Peractis autem laudibus, intravimus in predictos circulos et cortinas.
Tunc ego respiciens vidi quod cortine prioris separacionis erant LXX,
omnes de . samito tam rubro tamque claro quod vix poterat respicere homo 1psum. Et post istas cortinas erant alie LXX cortine, omnes
sam~to vir_idi magis claro magisque lucido quam res ulla. Nam et post
1stas ecrnm ahc erant LXX cortine; et sic de septuaginta cortinis in septuaginta procedebant, que omnium colorum erant quos possit homo aliquis
enarrare; et omnes quidem erant dare ac lucide ad modum priorum eciam
cortinarum. Et postquam transivimus has cortinas, ecce invenimus alias

?e

200 -

septuaginta separaciones, que omnes erant de perlis magis albis quam res
aliqua esse possit. Et totidem separaciones erant ibi de rubinis et totidem
de smaragdis. Et ita separaciones erant una post aliam de septuaginta in
septuaginta, que omnes erant de preciosis Iapidibus et cunctarum manerierum eciam que cogitati possint per hominem aut modo aliquo recitati.
Post predictas quidem separaciones invenimus adhuc alias LXX separaciones, que erant eciam aque omnes. Erant ibi similiter totidem separaciones nivis, totidem grandinis, totidem nebularum, totidem tenebrarum,
totidem ignis, totidem claritatis, totidem glorie Dei. Et totidem colorum
omnium quos homo valeat cogitare. Et inter omnes separaciones hujusmodi erant tot angeli quod a nemine dici posset numerus eorumdem. Hii
qutdem angeli circumcirca eundo ac veniendo nunquam Deum laudare
cessabant.

3) Fiumi - montagne - acque


(Paragr. 58-61)

Postquam ego Machometus et Gabriel vidimus que supra narrata


sunt, descendimus ad septimum celum , ubi erant anodi
qui dicuntur Cheb
rubin. Et cum ibi fuimus, respexi ego et vidi quod hii angeli tot erant
quod nemo posset hoc dicere, nisi solus Deus qui fecit eosdem. Et omnes
eciam Iaudabant Deum; et Iaudantes exaltabant tam fortiter voces suas
quod, si gentes mundi audirent solum vocem unius eorum, morerentur
omnes pre timore quem de sono vocis haberent. Sunt enim angeli illi tali
facti manerie quod nuIIus eorum assimilatur alii, neque in forma, neque
in l~quela, neque in aliquo membrorum. Et, cum Deum laudent, cuj~sli
bet ipsorum Iaus in nuIIo assimilatur Iaudibus aliorum. Sunt ita obedientes Deo quod, post quam creati fuerunt nullus eorum volvit caput suum
~d ~espiciendu.m socium; sed omnes se~per tenent versus t~rra~n capi~a
rnclmata pre timore quem habent de ipso et quia ita sibi sub1ect1 sunt m
omnibus ac devoti. Vidi quoque LXX milia acierum unam ante aliam inter angelos illos, qui satis erant quam alii angeli grandiores. Erat eciam
horum magnitudo tam maxima quod ipsi cum capitibus suis qui supra
celum septimum et subtus abyssum cum pedibus penetrabant. Nam inter
istas LXX a.cierum erant alie novem angelorum acies [una ante aliam:
quaru?1 quehbet erat nonagies tam grandior quam aliqua aliarum. ~ngeh
vero istarum novero acierum] nullum habentes spacium inter capita et
humeros eorumdem ita sibi similes exstunt in omnibus quod nulla est
differencia inter eos; et inter unam istarum acierum et aliam erat tantum
spacii quantum posset homo ire in quinquaginta milibus annorum.
-

201 -

Visis autem superius enarratis, respexi ego Machometus adhuc; et vidi quod ille novem angelorum acies, de quo locutus sum vobis, cingunt se
inter se, ita quod acies intrat in aciem, ad modum marche ponderis qua
untuntur in ponderando campsores. Et inter easdem acies currit quoddam
flumen aque, cujus principium nemo novit nec eciam finem, nisi solus
Deus qui fecit ipsum. Est enim aqua illa ita alba et tam clara et resplendens quod nullus eam respicere audet, ne visum timens respiciendo
amittat. Et post flumen illud erat quoddam aliud flumen maximum, totum
tenebrarum existens, que magis fortes erant magisque obscure quam res
ulla fuerit quam unquam Deus fecerit vel crearit. Et post hoc flumen eciam erat quoddam aliud existens de igne totum, qui per se ipsum semper
ardebat. Nam ipsius ardor ita fortis erat et ita magnus quod nemo ipsum
cogitare valeret. Post predicta vero fluvia erant montana quam maxima
de nive solum, que in tantum erant albissima quod vix poterat respicere
homo ipsa.
Et post illa montana nivea erat mare illud magnum, quod transit
omnes terras septem, de quibus loqui in sequentibus audietis. Hoc autem
mare totum est plenum angelis qui sunt et morantur ibidem; et sunt eciam ita magni quod mare non attingit eos akius quam ad anchas. Hii quoque angeli rogabunt Deum in die judicii pro piscibus maris et aguarum
omnium aliarum. Et, licet ipsi multum sunt Dei amici, nesciunt tamen ea
que subtus mare sunt, videlicet ubi teneant pedes suos. Cum capitibus vero suis attingunt ipsi celum illud, in quo est Dei cathedra, de qua locutus
sum vobis. Sunt eciam ita obedientes Deo quod ipsum die noctuque laudare non cessant et dicere: 'Benedictus sis tu Deus, qui circumdatus es
cortinis, nebulis, aqua, tenebris, igne, mari et eciam claritate '
Cum ego Machometus supradicta vidissem nichilominus respiciens
vidi quod, post illud mare magnum, de quo s~pra locutus sum vobis,
erat quoddam aliud maximum mare, quod totum erat aque tam mirabiliter dare quod ejus claritas precellebat cuncta que super terram clara existunt. Et in hoc mari sunt multi angeli, qui, semper stantes super pedes
~uos erecti, Deum laudare non cessant et dicere: le hillo halalla , quod
mterpretatur: Non ests deus alius nisi Deus. Hoc autem semper dixerunt
po:tquam creati sunt et usque ad diem judicii dicere non cessabunt. Sunt
enim hii angeli ita pressim ordinati per acies quod videntur quasi murus
alicujus civitatis vel castri per lineas instauratus.
Vidi namque quoddam mirabile valde magnum, videlicet quod celum
illud in quo sunt isti angeli circumdatum est quatuor magnis fluminibus,
quorum unum erat ita maxime claritatis guod ipsa superemi~ebat cuncta,
que sunt clara alia, preter Deum. Aliud enim erat aque mag1s albe quam
-

202 -

lac aut nix sive alia res quecumque. Erat eciam aqua illa ita clara quod
quicquid in fundo ejus erat ita bene homo videre poterat velut si in manu
sua teneret. Altitudo enim aque ipsius sive profunditas tanta erat quod
a nemine dici posset. Arena quoque hujus fluminis tota erat de lapidibus preciosis, qui omnium manerierum erant que possint ab homine
cogitati. Et de hoc flumine oriuntur cetera flumina paradisi. Post hoc autem flumen niveum est quoddam aliud quod est totum aque ita dare, ita
sanue ac ecian saporose quod hoc dicere nemo posset. Et hoc flumen
totum est plenum angelis qui, stantes super pedes suos erecti, in multis
maneriebus eundo ac veniendo continue Deum laudant. Et quomodocumque angelos flumina et alia respexerim supradicta, nunquam propter illa
videre obmisi quin semper celum viderem illud, ubi Dei cathedra est, de
qua locutus sum vobis.

4) Donne - cibi - altre gioie corporali


(Paragr. 92-95)

Adhuc dico ego Machometus, filius Abdillehe nuncius Dei, ita quod
ille, qui est in inferiori graduum illius Dei Paradisi superius nominati, habet ad opus suum per omnes partes circa se tantum spacii quantur:i
posset homo ire in Ve annis; et donat eciam huic Deus quingentas feminas in uxores et quatuor milia virginum, ex quibus ipse uxores faciet ~um
sibi placuerit, et octo milia aliarum que non sunt virgines ad ei serviendum in omnibus rebus suis. Illa vero quam ipse plus diligent, cum. voluerit amplexari eamdem, per se ipsam ad eum veniet, hoc factura. Er1t qu_oque sub tali manerie ipsorum amplexus ut, quamdiu ipse eam dilexerit,
ipsa se ab eo separati non poterit, nec ipse eciam ab eadem.
Habebunt namque ei mensam quamdam paratam ante se quod_ nui:quam eis quicquam defi.ciet quod ipsi velint comedere vel potare, qurn, sic

manus suas super mensam posuerint, ita re f ectl erun t velut


cito
cum 1ps1
si cuncta quasi de mundo cibaria comedissent. Et ita potu eciam habundabunt similiter ceu si ciphum ab ore proprio amoverent. Et post h~c
veniet ad eos quidam angelus omni die qui afferet eis centum alf~lha
que sunt velut panni aurei, ad vestiendum; et dicet ipsis: 'Hoc exe~ruum
mittit vobis Deus. Placetne vobis? At ipsi respondentes tunc dicent:
' Hoc magis placet nobis quam res ulla quam unquam viderimus '
Nam et si forte ipsi voluntatem habeant eundi ad Paradisum qui nominatur Genet halkolde , de quo Ioqui superius audivistis, [et] vide~
ant arbores que ibi sunt et gustent de fructibus earumdem, incontinenti
-

203 -

veniet ad eos quidam angelus, qui ducet ipsos illuc et dicet priori arbori
quam invenerint: ' Date michi pro servis Dei de comestionibus vestris '.
Et mox arbor illa dabit ei LXX milia scutellarum cibariorum preparatorum de tot carnium maneriebus et avium, quod nullum cor hominis cogitare hoc posset. Et sciatis quod hujusmodi aves non habent plumas neque
pennas aliquas vel os ullum nec sunt in aqua decocte [nec] ad ignem assate; et ita saporose ad comedendum sunt velut butirum et mel eciam simul mixta; redolent quoque ad modum musei et ambre. Et de hujus modi
comestionibus comedent ipsi bis in die quantum voluerint, videlicet in
prandio atque cena. Erit enim ipsis ita saporosus posterior morsellus cibariorum hujusmodi velut prior. Et hiis omnibus sic habitis, nichilominus
mittet eis de celo Deus alia exennia per angelos suos multa.
Sciant gentes que hunc librum viderint quod postquam comederint
servi Dei, de quibus supra locutus sum vobis, ipsorum comestio fet in
ventre eorum velut vapor et convertetur extrinsecus in sudorem. Ille
quidem sudar suavis redolebit quam muscus.

5) Esemplificazione di pene dei dannati


(Paragr. 138-146)

Post ista quidem dixit Gabriel adhuc michi quod Deus cum hoc vento peccatores in inferno torqueri faciet, quia iste ventus excoriabit eos
omnes et uret ipsos postmodum flamma ignis. Et sic ipsi cruciabuntur
tam duriter quam nullus est qui dicere illud posset.
Vas jam audivistis quomodo Gabriel narravit michi ea que in prima
terra erant de supradictis septem terris et quomodo ipse omnes et similiter maria, gentes, pisces et universe creature alie ignea cuncta erant. Modo
et vobis de secundo narrabo, prout ipse idem michi ostendit. Sciatis quod
hec terra nominatur Halgelada et est eciam valde magna. In 11anc
qu~que terram misit Deus scorpiones inferni, qui velut muli magni sunt;
et ipsorum caude longe velut basta lancee si ve magis; et in qualibet caudarum sunt trescenti et sexaginta nodi et quilibet nodorum habet trecenta et sexaginta cornua et in quolibet cornuum trescenta et sexaginta vasa, que plena omnia sunt veneno. Est autem venenum hoc venenum ita
forte quod, si quis in medio mundi poneret solum unicum ex hiis vasis,
tam arbores quam aque, gentes, bestie ac alia universa que ibi vivunt destruerentur pre fetore maximo, qui exit ex eo, et pre nimia eciam abhorribilitate quam reddit.

204 -

Dedit enim Deus scorpionibus istis potestatem super peccatores inferni; nam, quando eos inveniunt, accipiunt illos per capillos capitum suorum et excoriant eos a capitibus usque ad pedes, ita quod ipsi sic stupefacti remanent, quod homo discernere non potest utrum existant mortui
aut vivi. Et postquam ipsos ita excoriaverunt, fundunt super eos venenum
vasis unius ex vasis predictis. Et illud eciam ita fortissimum est quod in
una parte separat carnem, in alia vero ossa et in alia quidem nervos
et hoc modo totaliter ipsos vastant. Verumptamen Deus iterum facit eos
velut prius existerant ad hoc ut amplius torqueantur.
Dum Gabriel michi retulerit de secunda terra prout jam audivistis,
ipse quidem de terra que Area nominatur postsmodum enarravit. Hanc
enim terram replevit Deus bestiis inferni, quibus nomen est catas ;
et hec bestie magne sunt velut montana grandia; et, omnes de igne atque
terra mixtis insimul existentes, horribiles sunt et nigriores eciam nocte
obscura valde. Sunt enim nichilominus omnes circumdate quam sit obscurius noctis alicujus tenebris que magis obscure sunt quando nimium est
obscura. Nam quelibet earum bestiarum habet in se venenum ita fortissimum quod satis urit durius quam inferni faciat ignis magnus.
Et quando Deus precipit hujusmodi bestiis quod torqueant peccatores,
max ipse capiunt eos et sub se prosternunt crudeliter; et postmodum
aperientes ora sua effundunt super eos venenum, ita quod ipsi liquefiunt,
prout liqueft ante faciem ignis cera. Hec namque pena major est peccatoribus atque durior quam fuerint omnes alie, quas ipsi primo in inferno
viderint vel duxerint senciendas.
Audivistis jam de tertia terra. Nunc autem vobis dicam de quarta
que nominatur Alhurba . Et sciatis quod hanc terram replevit Deus
serpentibus inferni, qui ita magni et grossi sunt quod hoc dicere nemo
posset. Nam unusquisque ex hiis serpentibus habet in ore suo decem .:t
octo milia dencium, quorum quilibet ita magnus est prout aliqua ex hus
et arboribus que dicuntur palme, grandior eciam quam possit homo ullus
in universo seculo reperire Radices autem cujusque illorum den~ium habent LXX milia vasorum, que omnia sunt plena venen.o, qu.od
1ta forte et ardens et quod ignem adurit inferni. Et adhuc ecian dico
vobis quod, si Deus preciperet uni ex hiis serpentibus quod ipse percuteret majorem montem tocius mundi cum unico solum dente, ipsum totum
destrueret et reduceret in cinerem, ita sunt ejus vires maxime ac venenun:
Sunt namque magis nigri et plus eciam ad videndum horribiles quam sit
res ulla, que possit per os alicujus hominis recitati.
Et cum. peccato:es inveniunt, tangunt eos aliquantulum cum dentibus
suis et mod1cum quid super eos de hujusmodi veneno effundunt; ac ve-

205 -

nenum mox eos destruit et minute per membra dividit ac eciam per juncturas a capitibus eorum usque ad pedum ungues. Et minor quidem pena,
quam inferunt peccatoribus hii serpentes, fortior est eis et durior quam
alia que major sit totius inferni, ita quod ipsi libenter mille vicibus et
amplius morerentur in die, nisi esset quod Deus hoc fieri non consentit
ut iidem plus sustineant tormentorum
Ego, Machometus propheta et nuncius Dei, recitavi vobis de quarta
terra. Nunc autem volo vobis de quinta que nominatur Malca narrare,
prout Gabriel michi ostendit. Sciatis quod Deus misit in hanc terram lapides inferni sulphureos et ipsam totam replevit eisdem. Hii quoque lapides sunt illi, quos Deus preparavit ad torquendum peccatore qui in inferno
existent. Assimilantur enim rubeo sulphuri et ita sunt dari eciam, excepto
quod minor ipsorum lapidum septuagies milies grandior quam sit major
mons hujus seculi universi.
Sunt enim lapides isti de quibus Deus in Alkoran loquitur ubi dicit:
Nos preparavimus in inferno lapides ad incendendum et torquendum eciam peccatore quia sine dubio ita est quod, quando angeli inferni ligant
ad ~ollum peccatoris unum ex lapidibus prenotatis, ducunt eum postmodum
ad 1gnem inferni. Et cum ibi est, apponunt ignem lapidi et igne apposito
mox lapis incendit, ita quod lapis et peccator faciunt insimul flammam unam. Nam flamma illa in tantum super peccatorem ascendit quod hoc credere nemo posset. Et hoc est illud quod Deus in Alkoran locutus est: Cooperientur igne facies peceatorum . Et adhuc eciam aliud verbum dicit:
Qui sunt illi qui non timebunt cum dederit eis Dominus penas super faciese suas posts diem judicii in inferno? Et ideo debet se homo multum
c~stodire ne faciat contro legem; debet similiter et penas valde timere pred1ctas, velut lapides sulphureos hujus modi et serpentes, bestias tantas,
scorpiones et ventum sterilem antedictum, quia omnes iste pene sunt
una super aliam; sicut Deus loqutus est in Alkoran: 'Nos adauximus penam peccatoribus in inferno ut ipsi durius crucientur '.

6) Altre pene dei dannati


(Paragr. 199-202)

Finita relacione a Gabriele de hiis que superius enarrantur, ego Machometus, propheta et nuncius Dei respiciens vidi peccatores tanti diversarum manerierum supplicia in inferno, ex quibus in corde m~o ita magnam
habui pietatem quod pre angustia totaliter sudare incepi; qmd vidi aliquos
-

206 -

ex eisdem quibus erant forcipibus igneis urentibus labia amputata. Tunc


enim quesivi a Gabriele qui illi essent. Ipse quidem michi respondens dixit
quod erant illi qui verba seminant ut mittant discordiam inter gentes. Alii
vero quibus lingue amputabuntur erant qui falsum testimonium dixerant
perhibendum.
Vidi quoque alias qui unchos igneos per virilia pendentes manebunt; et hii erant qui adulteria commiserant in hoc munda. Post hec namque vidi tot mulieres quam quasi mirabile quoddam erat; et omnes qudem
ad maximos trunchos igneos per medium ipsarum naturarum pendebant.
Nam et ipsi trunchi pendentes erant ad cathenas ignis, qui ita mirabiliter
ardebat quod nullus exprimere hoc valeret. Ego autem quesivi a Gabriele
que essent hujusmodi mulieres. At idem respondit quod erant meretrices
que luxuriam et fornicacionem facere non cessarant.
Vidi adhus eciam multos homines, qui pulcri existentes quam plurimum in aspectu et valde videbantur bene induti. Et cognovi quod erant
divites e gente mea, et omnes quidem ignis incendiis cremabantur. Quesivi
enim a Gabriele cur hujusmodi homines sic faciebant. Gabriel quoque
respondit quod, licet ipsi elemosinarii fuerint, nichilominus valde pieni
superbia existentes multum injusticie gentibus minoribus inferebant. Sub
hujusmodi namque manerie vidi peccatores omnes qui, prout erant singulorum peccata, ita diverso modo suppliciis torquebantur.
Tunc ego rogavi Gabrielem ut amoveret me a loco illo in quo eramus,
quia tantum premebar, tum pietate, tum et dolore, videndo predicta quod
illud non poteram aliquatenus sustinere. At ipse michi dixit: 'Machomete,
quid tibi visum est de tot et tam magnis que Deus tibi sua pietate ostendit? ' Ego vero respondi: 'Certe nullum cor hominis cogitare potest hon~
rem atque bonum quem contulit Deus michi; postquam ipse me videre fecit
suum posse suamque gloriam et michi ostendit bona et honorem, que preparata sunt bonis, et penas atque tormenta peccatoribus inferenda ' Post
hec autem dixit michi Gabriel: 'Machomete habes tu bene cordetenus omnia que vidisti? 'Ego quidem respodi: 'Uti~ue '. Tunc ipse: 'Vade .ergo et
prout hec vidisti, sic omnia tuo dicas papula et ostendas ut ea scian~, et
legis teneant viam rectam; pensent eciam et procurent quod in Paradisum
vadant et se custodiant ab inferno '.

207 -

IV
RILIEVI CONCLUSIVI

PSICOANALISI E SOCIOANALISI
DI FRONTE ALLA SVOLTA MEDITERRANEA
DI ' PARADISO ' XXVII
(Dante e il canone profetico-industriale
della time span of discretion )

Chi ha seguito le precedenti pubblicazioni dell' Istituto Dantesco-Europeo , non avr difficolt a cogliere il perch di questo pas
saggio dalla psicoanalisi impegnata nella lettura mistica del Poema
.
Sacro alla socioanalisi impegnata nella lettura politica.
Riportiamoci agli inizi di una lectura Dantis condotta pruna
col metro junghiano 1 del discorso archetipico che tanto spazio ha. nell'ingresso alla selva oscura e nel finale paradisiaco; poi col
metro kleiniano ~ dell'immaginismo sessuale distribuito fra il collemammella di Inf. I e la candida rosa di Par. XXX; infine col me-

.,., 1 d" I
d"t cm ho dato atto per la pruna

p er una
feno1 ~ 1 tipo .1. ettura
vo1ta. m
.
. ,
menologia della v1s1one dantesca, Annuali dell'Istituto di st11d1 danteschi, Societa
editrice Vita e Pensiero, Milano, 1967, pp. 17-154.
, . ~ In merito all'impiego da mc fotto della metodologia critica riport?bil~ a M.
Klem e alla sua scuola (entrata nel discorso _ I.D.E. attraverso F. Fornart) rimando
soprattutto al mio saggio Radiografia d'una candida rosa' in Dante Europeo,
III, L. S. Olschki ed., Firenze, 1968, pp. 491-516.

211 -

tra lacaniano 1 della trasformazionalit sfociato nelle suggestive contrapposizioni verificabili in nota 2
In questo gioco di rispondenze fra i reclami di metodologia inconscia formulati da Dante e quanto di pili accettato c' nella letteratura psicoanalitica odierna, non tardava ad imporsi, pur nella compresenza di uno smaliziatissimo mestiere poetico, il dato d'una Commedia codificata am di scarno diario di una visione mistica realmente
fruita; anche se modestamente riportata dallo stesso Dante al pili basso
fra gli stadi in tal senso ricorrenti ( ad conversionem , lo sentiremo
dire, anzich ad praemium 3 ). Tanto pili che a confortare questa
ipotesi si imponeva, nell'ambito delle nostre ricerche, la riprova nel
frattempo potuta fornire con le indagini praticate sulla prima esegesi
trecentesca -1. La spericolata lettura psicoanalitica, gi costretta a farsi

1 Il maggior uso del metodo lacaniano l'ho fatto in Paradiso XXXIII: rassegna di ponti semantici analizzati con J. Lacan, Psicoanalisi e strutturalismo di fronte
a Dante, L. S. Olschki ed., Firenze, 1973, pp. 357-457.
2 Queste, in grafico, le contrapposizioni riportabili al metodo lacaniano della
trasformazionalit :

MORTE

VITA

(-)

(+)

Selva oscura
Trimurti inferna

Trinit celeste

Candida rosa

Sconfinato pelago dall'acqua perigliosa

Miro gurge solcato su legno che


cantando varca

Colle-mammella protetto da fantasmi


divoranti a mo' di belve

Mammella-clivo fatta bersaglio di infantile voracit

Stelle nello sfondo d'un sisio discorde dal velle

Stelle a commento d'una raggiunta armonia sl'. come rota ch'igualmente


mossa

Cieco fume e triste riviera

Lume in forma di riviera

Anime-foglie in atmosfera autunnale


sulla riva d'Acheronte

Anime-foglie su rive dipinte di mirabil primavera

Smarrito senso della vita all'interno d'una selva-labirinto

Riemerso senso della vita a contatto col codice originario

---

3 Epistola a Cangrande, paragrafo XXVIII: Nam qui oriri solem suum facit
super bonos et malos et pluit super iustos et iniustos', aliquando misericorditer ad
conversionem, aliquando severe ad punitionem, plus, et minus, ut vult, gloriam suam
quantumcumque male viventibus manifestar .
4 Qui pure mi richiamo ad uno schema piuttosto efficace, nella sua riassuntivit,
come indicazione del ruolo centrale avuto da Guido da Pisa nell'indirizzo onirico che
ha serpeggiato lungo l'intero primo centennio esegetico. Io schema illustrato alla n. 70.

212 -

strada fra i tanti sospetti, ora non tardava a precisarsi come semplice
formulazione nuova di un messaggio antico trasmessoci soprattutto da Guido da Pisa sin dalle lapidarie parole che aprono il suo
Commentarium 1 , conferendogli tonalit fatte apposta per rimbalzare sulla scrittura automatica formulata dal miglior Freud~.
In questo contesto profetico il nuovo sviluppo qui prospettato
sa farsi spazio senza difficolt alcuna, lasciandosi recuperare in maniera pienamente legittima tanto sul piano dell'autenticit mistica da
cui emerge il mandato che dinamizza Dante, quanto sul piano della
sperimentalit tecnica postulata dall'odierna scienza del futuro o,
con un linguaggio pili proprio, dalla strategia delle progettazioni a
distanza 3 care alla socioanalisi inglese nel quadro di concreta antiveggenza richiesta dai miliardi d'investimento connessi con le pratiche
applicazioni di questa scienza di modernissimo conio.
Profezia solo generica quella di Dante; si da suonare ad utopismo pili che ad intuitus vero e proprio? , sappiamo bene, la
didascalia che ha trionfato nei secoli. Qui confrontandola sul canone
socioanalitico delle progettazioni a distanza , precisamente, riteniamo di poterla sostituire con prospettiva diametralmente opposta;
quella di un Dante che, pur muovendosi nell' indefinito dell'espressivit profetica (al modo gi praticato dal Daniele degli arrotondamenti
5
cronologici., o, dell'Apocalisse delle compiacenze numeriche ), si
proietta verso un futuro sentitamente partecipato anche come precisa
ubicazione temporale.
Nasce in questo clima il lirismo di tramonto che, mentre piange
sullo scontro tra la languente Europa ufficiale e l'anti-Europa ormai

1 Scribitur Danielis quinto capitulo quod cum Balthasar Rex Babiloniae sed~ret
ad mensam apparuit contra eum manus scribens in pariete: Mane, Tecl~el! Phares. s~'l
manus est novus poeta Dantes, qui scripsit idest composuit istam aluss1mam et su tilissimam Comediam que dividitur in tres partes .
.
~ Il tema della scrittura automatica troppo centrale in Freud per abbisognare
di prova e di rinvio bibliografico.
3 In merito al possibile impiego dantesco di questa metodologia de_lle progettazioni a distanza non posso che rifarmi nuovamente a F. foRNARI 1I1 tal s~n.so
espressosi nel suo Le strutture affettivo-simboliche della ' Monarchia ' , Psicoanaltsl e
Strutturalismo di fronte a Dante, cit., III. pp. 113-150.
.
.
1 V alga sin d'ora il riferimento al Daniele delle settanta settimane di cm
a pag. 239.

5 Qui viene. ~'obbligo il 666 del capitolo 13: Qui sta la sapi,enza. Chi ha
mtell1genza calcoli 11 numero della bestia: essa rappresenta un nome duomo. E tal
cifra seicentosessantasei .

213 -

irresistibilmente scatenata contro di lei, sa anche mutarsi m lirismo


di ripresa proiettando verso i nostri tempi il sogno irrealizzabile allora.
Europa (quella ufficialmente basata sulle strutture Studium .
Imperium - Sacerdotium ); antiEuropa (quella che con Filippo il
Bello consacra l'insorgere de' nazionalismi); altra Europa (quella
culturalmente affacciatasi nel Medio Evo come sintesi arabo-oxfordiana
e destinata a tramutarsi in realt politica oggi).
Resterebbe a questo punto, da chiedersi quanto, in linea esegetica gi fortemente minata da sospetti di inconsistenza filologica, venga
a giovare uno sconfinamento destinato a dissolversi, pili presto di
quanto non si pensi, nell'aspro contrasto esistente fra la robustezza
delle odierne pianificazioni politiche ( eurocomuniste o eurocapitaliste
che siano) e la vaghezza della profezia euro mediterranea qui a Dante
attribuita come messaggio proteso sui nostri tempi.
Sul punto faranno progressivamente luce i rilievi distribuiti lungo
questo intero saggio conclusivo. Al momento c' solo da mettersi
senza troppe esitazioni nel concreto contesto polemico da cui emerge
la riattuazione del confronto-base sul quale dovremo far leva per un
pieno incontro con l'Europa riassuntasi in Dante: zona-Maometto
e zona-Carlomagno insieme prese.
1) Dante come riassunto dell'Europa che muore

Recenti polemiche emerse su terreno eurocomunista hanno effetti_vamente restituito attualit piena a dati che ormai da tempo scarseggiavano d'incidenza, nonostante l'attenzione loro dedicata da H. Pirenne col suo documentatissimo Mahomet et Charlemagne 1
Dall'esistenza di una opposta articolazione ( Zona-Maometto
come sintesi della sfera culturale mediterranea e Zona-Carlomagno
come sintesi della sfera culturale nordica) tutti eravamo al corrente;
ma lo eravamo nell'ambito dei cosidetti elementi d'archivio totalmente privi di operativit; non gi nel contesto di un'antitesi fatta di
P?li ~ialettici reciprocamente bisognosi, l'uno dell'altro, per potersi
gmstifcare nella rispettiva specificit individuale. Si trattava, in poche
parole, di un bipolarismo appartenente alla storia piu che all'attualit;
1

2a cd.

Mabomet et Cbarlemagne di H. PrnENNE, Alcan (Paris) - N.S.E. (Bruxelles)

214 -

diversamente da quanto, invece, dato appurare lungo il flusso polemico occasionato dai riflessi italiani della proposta eurocomunista:
stranamente affacciatasi, proprio ai sensi che qui pili ci interessano,
su questa articolazione 1
Varr la pena di soffermarsi su tale coincidenza; senza troppo
spaventarsi per la sua apparente lontananza dall'assunto medievalistico qui perseguito. Al Medio Evo torneremo al piu presto, e senza
ombra di equivoci, in forza di un richiamo terminologico fatalmente
destinato a risolversi anche in un gioco di confronti che, proprio in
Dante, trovano il pili chiaro riferimento sia come riassunto medievalistico che come manifesto proiettato verso i nostri giorni '.!.
Con il cipiglio di un ministro degli Esteri (argutamente ricama
F. Compagna 3 , calcando l'accento sulla protesta dei laburisti inglesi
nei confronti di queste abusive passeggiate a Bruxelles ) Guido
Fanti, presidente comunista dell'Emilia-Romagna\ si reca presso la
Comunit Europea per sollecitare un nuovo tipo di rapporti con particolare riguardo alla necessit di sostituire, con pili appropriati accessi
al fondo economico delle Regioni, gli screditati canali esemplificabili con la Cassa del Mezzogiorno.
Motivo di ci? Il rafforzamento delle risorse potenziali della
Padania 5 viste come vera via di salvatacrgio per le stesse aree depresse meridionali, alle quali (sempre nell~ personali valutazioni del
Fanti) si farebbe assai miglior servizio facendo loro pervenire, attraverso un ritrovato benessere delle regioni forti, quell'utilit che per
decenni ci si illusi di poter ottenere attraverso la Cassa del Mezzogiorno.
1 Il richiamo pit'.i tecnico lo avremo nel passo di G. Miglio che tra poco verr
riportato; ma, in termini pili sfumati il discorso vale anche per l'intera letteratura
. .
originatasi a seguito della proposta-Be~linguer.
'.! Prendo spunto da questo Dante- manifesto proiettato verso i nostr~ g.todm
per dare sin d'ora atto a T. S. Eliot del debito che mi lega a lui in queste mie m agini sull'odierna emblcmaticit di Dante.
3 F. C0.!\1PAGNA, Il Mezzogiorno nella crisi Ed. de La Voce, Roma, 197.6. e~.
Contro la Padania : pp. 59-76. Per i due saggi in cui si articola il testo veda~~ a~rue
la prec~dente edizione di Una proposta avventata in Nord. e Sud. n.
e a
III sene, novembre 1975; e di Nord e Sud n. 12 della III sene, genna!O 1976 .
1 Passeggiata personale o ... iniziativa ufficiale a nome del
I.1 qu~sit~
e tutt'altro che indifferente aoli
effetti delle connivenze dei comunisti mcndionah nei
0
confronti di questa autentica insidb ai danni del Sud.
5 Non s~ ometta di riflettere sul fotto che pienamente ~oncorde ~c;in questa voc~
della Padama Est (Guido Fanti, Presidente della Reg10ne Em1lia:Romal?na) e
anche la voce della Padania Ovest .: II Presidente della Liguria comumsta lm pure.
1

r.c.?.

215 -

Pura logica economica, in poche parole. Questa l'impressione


che si ricava dalle evidenti spiegazioni che lo stesso Fanti ha pouto
fornire nell'ampia ospitalit concessagli, sotto forma d'intervista, da
1

La Stampa di Torino
Le cose, per, cambiano notevolmente con il pendant solitamente chiamato in causa dagli addetti ai lavori: G. Miglio, Preside
della Facolt di Scienze Politiche nell'Universit Cattolica di Milano~.
Cambiano, mi affretto a precisare,in forza del dichiarato approdo nei
3
territori di una vera e propria Filosofia delle civilt ; peraltro
assai presto bruciata da interferenze industriali che, nel concreto processo storico, hanno sempre saputo modificarsi come sviluppo," non gi
come surrogato delle dinamiche ideologiche solitamente affermatesi
come prima estrinsecazione dei vari corsi e ricorsi succedutesi nell'arco dei secoli.
Proviamo a staccare dal ragionamento del Miglio alcuni passi
particolarmente utili agli effetti di ci che noi stessi dovremo dire:

L pili recente indagine storica ritiene che lo spostamento del baricentro


della civilt, dal Mediterraneo all'Europa centrale (e la nascita quindi dell'Occidente moderno, di cui l'industrialismo 4 costituisce il momento
culminante) sia legato alle maggiori possibilit produttive offerte dalle
terre fredde e nebbiose, ma profondamente coltivabili e ricche di acque,
del Nord, rispetto a quelle calde e soleggiate, ma superficiali e aride dcl
Sud. Non colpa di nessuno se il con.fine tra l'Europa di Carlomagno e
quella di Maometto passa proprio sull'Appennino tosco-emiliano, tagliando
in due la penisola italiana.

e appresso:
... non smetto mai un solo momento di pensare che la restaurazione dello
di essere rea-

Stato Unitario , oggi come oggi, ha una sola possibilit


1

La Stampa, 6 settembre 1975.


Il primo intervento di Gianfranco Miglio; quello uscito su Il Corriere
della Sera del 28 dicembre 1975 .
3

Anche se. I~ str_ozzature. industriale cui soggiace il baricentro della civilt


:mal.1zzatC? dal !'Jigli<? c~ po~ta 1~ altre direzioni, in effetti il campo in cui immette
11. g;1rc: d1 con.s1deraziom qm avv~ate .P~oprio quella d'una genuina Filosofia delle
Civilta ambientata, senza mezzi termmt, neUe proposte-Vico-Hegel-Spengler, ecc.
1
Nulla da eccepire contro il fatto di un industrialismo visto come momento
culminante della cultura d'occidente; da ci, per, non ne segue il diritto a bruciare
l'.int:ro spazio. ~ult~ralc che antecede le ripercussioni economiche. gi qui che
I otttca del .Miglio riv~la. le sue lacune. Quanto appresso diremo sul cosidetto momento faustiano dell anima europea, prospetta spazio sufficientemente ampio da non
poter essere proposto all' industrialismo come volto maggiormente specificante dell'Occidente moderno.
'.!

216 -

lizzata: attraverso il centralismo democratico di un sistema nazionalcomunista di tipo staliniano. Poich questo modello sembra che neppure i
comunisti italiani lo accettino~ e siccome non conosco pluralismi meglio
garantiti di quelli che si formano in solide e reali strutture federative ,
cosi penso che le grandi regioni potrebbero costruire una caratteristica in
Italia, dell' eurocomunismo: di quello vero; con il quale, anche senza
danzare per la gioia, potremmo essere costretti presto o tardi a fare i
conti 1

Dei passi qui riportati il primo funge da premessa; il secondo,


invece, da conclusione operativa portata a scoprire, nella maniera pili
ovvia, tutte le lacune gi esistenti sin dall'inizio. Quali lacune? Molteplici; ma, particolarmente grave, quella rilevabile nella crudezza
con cui spariscono tutti gli spazi culturali situati fra lo spostarsi del
baricentro della civilt e i finali sfoci economici da esso derivanti,
qui stranamente caratterizzati da un inevitabile approdo, piaccia o
non piaccia, in societ eurocomunistizzata anzich nella Respublica
Christiana 2 per cui invece propende (e da analisi assai pili profonda)
il T. S. Eliot cui tra poco ci dovremo rivolgere.
Proviamo a sostare noi pure di fronte al baricentro della civilt,
visualizzandone un organico spostamento cronometrabile in termini
culturali minimamente bisognosi d'andar subito a naufragare, per presupposta inconsistenza, in pili solide strutture economiche.
ANIME
MEDITERRANEA
architettura
bizantino-mussulmana

LATINA
scultura
pittura
italiana

NORDICA
musica
tedesca

SOCIET
CRISTIANA

SOCIET
UMANISTICA

SOCIET
FAUSTIANA

SINTESI EUROMEDITERRANEA
(il Dante della totalit e della compresenza di forme )
1
.
_Cito .n?n d~l prir~o articolo del Miglio, ma dalla Tribuna aperta del Corriere m cm 11 Miglio risponde al Compagna.
2
Vedasi in merito il noto ~tudio The Idea of a Christian Society.

217 -

La dinamica del baricentro con i suoi graduali passaggi dal Mediterraneo 1 all'Europa nordica (proporrei io al posto dell'Europa centrale chiamata in causa dal Miglio, stante l'odierna scoperta di una
Mitteleuropa 2 lontanissima dall'asse Berlino Londr::i cui giocoforza pensare per un'integrale visione dell'apertura d'arco richiamata
dal baricentro delle civilt) chiaramente individuabile; ma in un
contesto d'indicazioni che non possono non portare a traguardi diametralmente opposti. Traguardi unitari all'interno di un'Europa che
alla Zona-Maometto e Zona-Carlomagno guarda, si, come a
due opposte entit, ma destinate ad affermarsi solo nella misura in
cui sanno recuperarsi all'unit resa nel grafico prima in termini kantiani 3 (il progressivo spostamento dalla forma- spazio alla forma tempo ) poi in termini spengleriani 4, il sistematico succedersi
degli appelli di civilt che hanno attivato le tre anime d'Europa
originando, in pari tempo, i tre diversi tipi di societ) e finalmente in
termini danteschi 5, attraverso l'unitario riassunto di cui tutti i, pur
mimmi, riflessi del baricentro in moto sono passibili.

Dallo spazio al tempo , anzitutto, come volti, solo apparentemente antitetici, d'un medesimo processo culturale chiamato parabola europea .
la costatazione cui si approda contemplando ne lo stremo

1 L'ingresso in questa prospettiva storiografica mi obbliga ad attribuire il meglio di quanto qui verr detto alle lezioni tenute in Roma, presso la Pont. Universit
Gregoriana, dal Prof. E. Kirschbaum, Docente di Storia dell'Arte; lezioni rimaste
purtroppo a livello di semplici dispense curate dagli studenti per puro uso d'esami.
Di qui la mia impossibilit d'effettuare diretti rinvii bibliografici.
!! Per un diretto incontro con la cultura miteleuropea, segnalo l'ottimo saggio
di A. BRATUZ in Sardegna in prospettiva euromediterranea, L. S. Olschki ed., Firenze, 1976.
3 Pu! ispirandosi a Kant, la diade spazio-tempo qui per soggiace a pi libera
.
m terpretaz1one.
4 Del tutto superfluo qui ricordare la notissima opera di O. SPENGLER, Das
Untergang des Abendlandes.
'i In fatto di riassuntivit dantesca non si ometta di cogliere anche il ruolo in
tal senso da Dante esplicato agli effetti della triade momento cristiano - momento umanistico - momento faustiano. Calcherei l'accento soprattutto su questo
terzo momento atto a svelarci un Dante gi perfettamente in linea con la dimensione
modernissima di un demoniaco in qu:rnto nostro altro o, meglio, per dirla alla
] . Green, in quanto nostro autre .

218 -

L_

d'Europa 1 {la Bisanzio di Par. VI) o, pili vicino a noi, nella Ravenna
dell'ultimo Dante la ieraticit :! di mosaici eternizzanti, nella totale
scorporizzazione di figure umane con ci stesso estraniate dal tempo,
questa componente kantiana del reale: la forma- spazio ; cosi come
con evidenza per niente minore, portandoci ai vertici della Zona
Carlomagno , assistiamo al primato della forma-<< tempo concretatasi in predominio musicale del tutto parallelo, come espressione del
nuovo contesto, alla conferma che la forma- spazio aveva ricevuto
attraverso l'architettura bizantina. Tra i due momenti estremi: l'affermarsi di una dimensione plastica 3 , con la pittura e scultura italiana,
ch' simultaneit di spazio e tempo , colti nel passaggio da una
forma all'altra. Unit inscindibile, quindi, nella fattispecie d'una complementariet assolutamente reciproca.
Pili visibile ancora il senso unitario che contraddistingue il
gioco degli appelli 1 (eccoci, con questo lessico brevettato, alla
chiamata in causa di O. Spengler) da cui dipende il successivo attivarsi delle tre anime europee avvicendatesi, con senso di continuit totale, prima come risveglio mediterraneo 5 (bizantino-mussulmano ), poi come risveglio latino 6 (particolarmente timbrato di italianit) e finalmente come risveglio nordico 1 (dalla Mitteleuropa in su).
1 Poscia che Constantin l'aquila volse contr'al corso del ciel... Cento e
cent'anni e pili l'uccel di Dio - nello stremo d'Europa si ritenne ... Par. VI, vv. 1-5.
Il passo si lascia obbligatoriamente registrare per due dettagli assai vicini al. no~tr~
assunto: il corso del ciel cosi in linea con la Filosofia delle Civilt di cui c~
stiamo occupando e lo stremo d'Europa cosi felice, esso pure, come indicazione di
quella pili vasta geografia continentale cui qui plaudiamo.
:c Fin troppo scontat~ l'os~ervazione concernente il peso dei riflessi eh~ ques~a
presenza ravvennate, proprio grazie ai mosaici qui ricordati ha avuto sulla fisionomia
artistica della III Cantica.
'
3
Vedasi in merito quanto ben puntualizza nel suo Studi sulla dolce prospettiva, ed. A. Martello, Milano, 1964, A. PAR~ONCHI.
4
Non sfugga il senso d'avvenuta democraticizzazione lirnruistica insito in questo
linguaggio di Spe~gler ( appelli ) rispetto alle connotazio~i piuttosto dispotiche
della fortuna dt Dante (questa provede giudica e persegue - suo regno come
il loro gli altri Dei - Inf. VII vv. 86-89). '
'
5
L'accento .che qui poniamo sulla componenti bizantina e mussulmana n~n. intendono affatto dimenticare una terza componente mediterranea non meno declSlva:
quella ellenica.
6
. qui soprattutt? che la componente ellenica ricordata nella nota precedente
accentua il suo potere di trasmissione dal Mediterraneo verso il Nord mentre le altre
componenti tendono a conservare il loro puro volto mediterraneo.
'
7
J?arliamo di risv~glio. no!dico com; dato coinvolgente la zona dalla 1';fitteleuropa m s~ c~m pre~1so nfenmento all accento che lo stesso Eliot pone su Vienna
nello squ.arc1<;> nassuntivo della parabola culturale europea: Gerusalemme-AteneAlessandna-V1enna .

219 -

Zona-Maometto all'inizio e Zona-Carlomagno alla fine su glo-

bale sfondo che al senso unitario rende omaggio non solo come organico susseguirsi dei corsi di civilt portatisi dal sud piu sud (le
sponde mediterranee afroasiatiche rappresentate dal triangolo Gerusalemme-Bisanzio-Alessandria 1 ) al nord piu nord (l'asse Berlino-Londra
cui abbiamo gi accennato), ma anche come centrale orbita d'influsso
rispettivamente fruita da ogni anima in fase di appello e quindi
d'attivazione.
Parr strano quest'ultimo rilievo, tutt'altro che indifferente esso
pure, sul piano dell' unit culturale qui rivendicata? No davvero
per la fase nordica, riuscita a romanticizzare non solo l'orbita geografica dell'anima latina, ma lo stesso perimetro pili spiccatamente
mediterraneo; e nemmeno per la fase latina, come ci attestano le infinite retoriche umanistiche 2, portate a contrabbandare come cultura
europea quella che, in effetti, era mera proiezione continentale d'una
anima latina in fase d'appello. Per niente diverso, per, il discorso
da fare con l'anima mediterranea, nei cui confronti sempre valide restano certe magistrali indicazioni di H. Pirenne cosi esemplificabili:
Par Constantinople, la byzantinisation de l'Occident se rpand peu peu
vers l'Occident qui n'a rien a lui opposer. Ses modcs et son art s'y propagent
par la navigation. Il prend pied Rome ... et dans toute l'Italie du sud.
Son influence est visible en Espagne ... Evidemment une byzantinisation
mitige d'irlandisme et d' anglosasonisme tait dans la direction de l' avenir ...

e altrove:
Cette pntration orientale se remarque partout cn Gaule, cn Italie, en
Afrique, en Espagne. Elle imprime tout fOccident une empreinte byzantine 3

1
Integrazione d'obbligo (la specificazione Bisanzio rispetto a ci ch'era solo
implicito nella triade eliotiana ricordata poco fa).
'..:! Un evidente rigurgito, di queste retoriche umanistiche, lo abbiamo avuto anche nelle recenti commemorazioni petrarchesce; ma una via molto pericolosa questa
delle retoriche , stante l'implicita legittimazione che essa conferisce ad eccessi ana
loghi; com' dato constatare proprio con Spengler che, nel tratteggiare lui pure una
sua parabola bimillenaria europea, raschia pari pari l'intera esperienza umanistica.
3 H. PrnENNE, lvfahometh et Charlemagne, Alcan, (Paris) - H.S.E. (Bruxelles) 2"
ed. Il primo passo citato a pag. 54; il secondo a pag. 115.

220 -

Ma si diceva, c' anche una terza possibilit di riscontro agli effetti di una prima scoperta del filo unitario che sottende la parabola
europea. quella, esattamente, offertaci da Dante in duplice prospettiva. Anzitutto come poetica espressione della sintesi arabo-oxfordiana
effettivamente recepita ai suoi tempi, sul piano culturale, nel clima
d'entusiasmo che traspare da questo sguardo di Bacone al perspettivismo arabo:
aliqua (scientia) potest esse melior et maior, sed nulla pulchrior 1

E qui, superfluo il dirlo, balza subito la grandiosa riprova che


proviene da questo intero volume, con gli infiniti dettagli sulla
maturit poetica d'una sintesi che lungi dall'esigere ancora travagli
d'assorbimento intellettivo, cala nel lirismo pili totale la mediazione
oxfordiana ricordateci da Bacone,, per di pili cospargendola con quelle
tonalit da tramonto di cui tra. poco ci parleranno, oltre a N. Sapegno \ A. Tate e J. Maritain. Non meno eloquente, per, come parallelo risvolto della totalit sottolineata dal grafico, l'altro aspetto
su cui esso pure ci fa riflettere. Si tratta (ed esclusivit tutta tipica di
Dante) d'una compresenza di forme espressive, particolarmente
atta a suffragare, contro ogni arbitraria volont divisionistica, quanto
sopra emerso circa il nesso unitario che impronta l'armonico distribuirsi, tra spazio e tempo , di tutte le espressioni artistiche
avutesi lungo il flusso bimillenario della parabola europea recuperabile
fra l'originario primato dell'architettura (quale estremo espressivo
della forma- spazio ) e il finale primato della musica (quale estremo espressivo della forma- tempo ). Ce ne occuperemo, con piu
che sufficiente dovizia di rilievi, nella seconda parte di questo saggio.

* * *
Tre indicazioni pienamente convergenti: quelle che a pro dell'assunto unitario abbiamo visto profilarsi prima nel rapporto spazio - tempo , poi sotto forma di appelli di civilt e, infine, come
1
La citazione fa parte dell'entusiastica lettera con cui R. Bacone illustra a
Clemente IV le note ~sscnziali della perspectiva . Se ne veda l'edizione curata
da E. BETTONI per la B1bl. Frane. Prov., Milano 1964 .
:! !l passo, ~i N. Sapegno, verr commentato nelln seconda parte. di questo
saggio, in preparazione al commento che H pure verr fatto delle testimoni:mzc TatcMaritain.

221 -

felice riassunto dantesco. Di qui la palese assurdit insita in richiami


all'antitesi Zona-Maometto e Zona-Carlomagno come supporto
antiunitario. Raccolta, infatti, nella sua irriducibile dimensione culturale, l'apparente antitesi_ non tarda a svelare due facce di una medesima parabola superbamente distesa sull'arco di venti secoli.
Non c' Europa, ci ricorda E. R. Curtius 1 , se non nell'ambito
bimillenario bilanciato tra il classicismo ellenico e il nuovo classicismo
della Germania goethiana. Non c' Europa, precisiamo noi, se non
nel respiro unitario recuperabile fra la prima civilt cristiano-mussulmana del bacino mediterraneo e il finale approdo romantico della
cultura gi riportata all'asse Berlino-Londra. Arco bimillenario improntato al senso della pili assoluta continuit, senz'ombra d'interruzione o, tanto meno, d'antitesi; la quale (se proprio vogliamo insistervi sopra) non ha mai oltrapassato i puri termini militari. Poitiers
come scontro bellico 2 , non gi come insuperabile conflitto di pensiero, stante l'agilit con cui le avanguardie arabe proseguivano la
loro marcia non solo verso Parigi, ma addirittura verso Oxford, come
in questo volume ci si premurati di documentare.
* -.,':

~':

Sta, per, il fatto che sul gioco unitario qui emerso da tre diverse
angolazioni noi vediamo, ad un certo punto, sovrapporsi le dinamiche
dello scontro frontale drasticamente intervenuto, ad iniziativa della
Zona-Carlomagno , nei confronti della Zona-Maometto , fra l'altro degradata a puro palliativo di copertura 3 per l'urto esistente all'interno della stessa Zona-Carlomagno .
Eccoci nuovamente alle prese con un'evidenza editoriale per
niente minore di quella che poco fa abbiamo visto concretarsi nella
spontaneit con cui questo intero volume si profila a riprova del1
Rimando d'obbligo a E. R. CuRTIUS, Europaische Literatur imd LaitenischesMittelalter, Francke, Verlag; Bern, 2~ ed., 1954.
2
La battaglia di Poitiers crea, si, una spartizione di aree politiche che d'ora
innanzi risulteranno pili o meno stabilizzate; ma non annulla affatto l'avanzata culturale araba di cui parliamo.
:i il palliativo (come ha gi ben documentato il primo volume di questa
collana) che s'impone addirittura a livello di titolo ufficiale nell'opera che vorrebbe
giustificare di fronte agli intellettuali 'ingiusta politica di Filippo il Bello.

222 -

l'assunto unitario. Con non minor efficacia, infatti, ha provveduto


il precedente volume, a cura di A. Diotti 1, ad intervenire sotto forma
di spietata documentazione d'un primo insorgere di nazionalismi
portato a frazionarsi sempre piu.
Vi approderemo gradualmente percorrendo prima la fase dell'alternativa tomista 2 (pili che legittima, come subito vedremo, ma non
per questo meno avvertibile sul piano delle mutazioni ambientali) e
poi la fase del disordine vero e proprio teorizzata nel De Recuperatione
Terre Sancte di P. Dubois.
Si provi, anzitutto, a ripercorrere, con metro tomista, quei pensatori arabi che abbiamo visto accolti cosi entusiasticamente da Bacone.
A scomparire dall'ambito degli apprezzamenti ufficiali sar, come
primo risultato, l'intero reparto scientifico che tanto ascolto aveva
avuto in Oxford: il luminismo arabo, precisamente, da S. Tommaso
subito messo a fuoco (e non senza fondamento, dopotutto, come ci
3
hanno gi detto gli asserti piu centrali del trattato De Intelligentis )
nel suo volto panteistico-emantista 1 Di qui (una volta eliminato il
settore pili prestigioso) la riduzione decrli arabi ai loro, assai pili vulnerabili, contributi filosofici e il conseg~ente loro confinamento tra gli
5
adversarii da combattere in tutte le maniere; con lo zelo di cui
proprio S. Tommaso offrir l'esempio pili cospicuo.
Ma i veri mali non vanno ritrovati a questo stadio; cui invece
doveroso pensare come novit altrettanto importante tra le conquiste
scientifiche del tempo: come scoperta, cio, della libert; come .vera
nascita d'un individuo 6 prima destinato a naufragare nel panteismo
emanatista cui, per le loro compiacenze luministiche, non sapevano
effettivamente sottrarsi agli oxfordiani. Ai mali veri e propri arriveremo pili tardi: col tragico scontro che segn la fine della Respubblica Christiana .
1
A. DIOTTI, Il De recuperatio11e terre sane/e di P. Dubois, L. S. Olschki
Editore, Firenze 1977.
2

Per un'adeg1:ata. documentazione di questa alternativa tomista rimio agli ampi


capitoli ad essa ded1cat1 nel mio Dante Europeo III, pp. 355-432.
. .
3

Non c' che da richiamarsi alle dirette dichiarazioni di S. Tommaso, leggibile


rn questo stesso volume a pag. 106.
1
Da tal pericolo non immune lo stesso Grossatesta
come stato documentato nei precedenti capitoli.
'
~ V c~lasi in 1~erito. (tra le tante opere di S. Tommaso stilate in questo tono
polemico) il De mutate mtellectus.
6
Qui pure rinvio ai capitoli gi richiamati del Dante Europeo III.

223 -

Bonifacio VIII vi approda sulla scia d'una tradizione ierocratica


fatta, prima, di summae teoriche 1 chiaramente plaudenti alla potestas directa dei Papi in temporalibus e poi di concreta conquista di potere al modo verificatosi con i Papi della famiglia -Segni ~;
donde l'amaro contrasto finale tra l'aspirazione alla plenipotenza,
sacra e profana, teorizzata nell' Unam Sanctam 3 e la cruda smentita sfociata nello schiaffo di Anagni. Filippo il Bello, da parte sua,
vi giunge sull'onda d'una attrezzatura politica d'imponenza estrema
(tanto da poter abbattere ostacoli della robustezza dei Templari 4 )
e, al tempo stesso, con il pili spudorato armamentario libellistico.
l'Anti-Europa che con ci nasce, ipocritamente portata a scaricare contro la Zona-Maometto , nella fattispecie dei luoghi santi
da recuperare al Cristianesimo, quelle che, in effetti, sono pure liti
interne proprie di un'area-Carlomagno ormai in balia non pili dell'unit, ma del frazionamento pili totale.

2) Dante come preannuncio dell'Europa odierna

Chi, a questo punto, volesse ben cogliere il nesso che lega il


Dante rivolto al passato con il Dante rivolto al futuro, non ha che da
ripensare questo tragico scontro nei riflessi poetici della Commedia;
guardando, cio, al Poema Sacro come tensione verso il totum geograficamente pili esteso: Maometto e Carlo Magno (ripeto ancora) insieme fusi dal sud pitt sud (distribuito tra lo stremo di Giustiniano
1
Il pri~o riferimento d'obbligo, nell'ambito di queste Summae ispirate a
crescente lievitazione ierocratica, costituito da I. De Chartres (celebre canonista del
1100) presso il quale la teoria della potestas directa in temporalibus gi chiaramente configurata.
: Nell'ordi!"le cosi si susseguono questi Papi della famiglia Segni; Innocenzo III
(Lotario. de'Segm, tutore di Federico II); Gregorio IX {Ugolino de'Segni, preceduto
da O~~rio I_II che, pur appartenendo ad altra famiglia, i Sabelli, continua pienamente
la politica di Innocenzo III); Alessandro IV (Rainaldo de'Segni) .. Poi si avr una serie
di brevissimi pontificati conclusi da Bonifacio VIII con un pieno ritorno alla tradizione ierocratica della famiglia Segni.
3 Si pensi ai soli dettagli dei duo gladii o dei duo luminaria nella specifica impostazione che ricevono da parte di Bonifacio VIII.
1 Superfluo ricordare che questo attacco ai Templari soggiace alla stessa logica
( prestestuosamente riformistica) da cui trae motivo lo sbandieramento della Crociata
in Terra Santa: i fondi economici da prelevare ovunque essi fossero.

224 -

e le coste africane cui riporta, come sua prima origine, la cultura araba),
al nord pitt nord (costituito dalla scuola oxfordiana); tensione vissuta
proprio nel momento in cui la stessa pars simboleggiata dal Carlo
Magno della Respubblica Christiana non solo intensifica (per un
presunto recupero dei luoghi santi ormai scopertamente timbrato di
colonialismo) il suo imperialismo antimediterraneo, ma anche nel suo
interno sempre piu chiaramente avverte i primi sintomi dell'ormai imminente contrasto. l'abbraccio del tutto intiero gioiosamente
gustato (ci suggerirebbe Holderlin 1 ) mentre lo stesso Occidente si
frantuma: a) culturalmente per il progressivo affermarsi delle scuole
locali sulle rovine del precedente Studium unitario e, quindi, per
l'inevitabile consolidarsi dei nazionalismi gi in via di sviluppo:
b) ideologicamente: per le configurazioni estremistiche assunte, proprio sotto gli occhi di Dante, dalle due civitates ; quella coelestis affidatasi nel 1303, come suo manifesto piu riassuntivo, all'U nam Sanctam di Bonifacio VIII, e quella terrestris affidatasi,
appena quattro anni dopo, con ancor piu accesa drasticit, al De Recuperatione Terrae Sanctae 2 del libellista di Filippo il Bello, P. Dubois.
Senonch al poeta che tutto passa al filtro della sua ispirazione
lirica, c' ora da sostituire il profeta _visto per nei termini piu marcatamente manageriali; nella fattispecie, cio, d'un oculatissimo pianificatore di perdite (accortamente preventive per ben cinque secoli privi d'ammiratoti in maniera pressoch totale) onde puntare sulla riscoperta proiettata verso i nostri tempi come test da cui far
riconoscere i veri destinatari del suo messaggio.
Nucleo base della logica in cui ora ci apprestiamo ad entrare
3
un profetismo dantesco recuperato nel mentro socioanalitico che
consacra i nuovi profeti dell'era odierna; il metro delle proget-

1 _, come noto, questo del tutto intiero , uno degli spunti che. pit1 chiara:
mente immettono Holderlin sulla via di quella totalit che anche m Dante si
lascia riportare a cifrario jhunghiano.
2 Strumento doverosamente integrabile con l'altro braccio cui si. affida .Fi:
lippa il Bello per operazioni meno culturali: il Nogaret pronto agli schiaffi m_atenah
con la stessa speditezza ri\elata dal Dubois nel giustificare gli schiaffi culturali .
3 A F. Fornari spetta il merito di aver, proprio nell'ambito - I.D.E., trasport~to m sede dantesca il nucleo estetico della scuola socioanalitica inglese; della. quale?
ai. sensi metodologici che ci interessano, sar opportuno ricordare soprattut~o glt st~1d1
d~ \Y/. BROWN (vedasi in traduzione italiana L'organizzazione con testo .mtro?ut~1vo
d.1 P. Gennaro: ISEDI, Milano 1973) e E. JACQUES (del quale in traduzione italiana
ricordo La valutazione delle responsabilit, lsper Edizioni, Torino 1966).

225 -

tazioni a distanza da cui dipende tanta industria d'oggi o, in linguaggio pili tecnico, della time span of discretion 1
Si tratta di legge psichica (ma in pari tempo squisitamente economica) ben focalizzabile nei due seguenti aspetti:
a) sguardo al futuro sentitamente partecipato come concreta

ubicazione temporale, pur nel contesto di vaghezza che accompagna


ogni progetto a termine non immediato;
sistematica e dettagliata organizzazione delle sintonie di
gusto atte a facilitare il buon esito delle pianificazioni.
b)

Questa, ridotta all'osso (come suol dirsi), la pratica articolazione della time span of discretion oggi pervenuta alla sperimentalit di controllo richiesta dai miliardi d'investimento 2 che accompagnano le sue reali applicazioni sia come materiale da approntare per
il futuro (si pensi, ad es., all'impiego tessile supposto dai nuovi orientamenti di moda 3 ) sia come apparato pubblicitario con cui orchestrare
le indispensabili sintonie di gusto a volte con formule obbiettivamente
valide, a volte, invece, sollecitate con i pili spudorati lavaggi di
cervello.
Tutto sta, ora, a ben cogliere il concreto verificarsi di questi due
aspetti in Dante; ch' quanto cercheremo di fare lungo il percorso
meglio suffragabile col tessuto poetico, anche se ci comporter l'inversione dei termini di verifica. All'analisi di un messaggio profetico
forse destinato a schiuderci alquanto meglio, in questa prospettiva,
le profonde verit sottostanti al velame degli strani versi con
cui si chiude Par. XXVII perverremo dopo un rapido censimento delle
principali sintonie di gusto di Dante proiettate verso il futuro.
1
N?n saprei indicare miglior definizione, per questa Time span of discretion
a ~ura d1 L. Pagliarani: ... ne consegue (dalla gestione dei tempi d'autonomia
pnma esaminati) che, non solo ogni compito coinvouge un certo grado di ansia
correlato alla lunghezza del periodo d'autonomia e di discrezionalit ( Time span
of .discretion obiettivamente misurabile), ma anche che deve esistere una equiparazione - almeno potenziale - tra il livello di ansia di ogni ruolo e il grado di
tolleranza dell'ansia attesa ... .
2
un'evidenza da strada, saremmo tentati di dire; con ci intendendosi l'apparente spreco pubblicitario di cui le grosse industrie danno ripetutamente atto simultaneamente sui muri di tutte le citt italiane. In effetti, anzich di spreco, si tratta
d'un calcolo meticolosamente fatto proprio con criteri suggeriti dalla scienza di cui
ci stiamo occupando.
3
Testo d'obbligo, tanto come analisi delle formule pubblicitarie obiettivamente
valide quanto dei pili spudorati lavaggi di cervello, il Sistema della moda, di R.
BARTHES. Einaudi Ed., Torino 1970.

226 -

S' sopra accennato, anche se di sfuggita, a certe preziose indicazioni di A. Tate e di J. Maritain atte a fungere da lectio plenior
nei confronti d'una puntualizzazione del Sapegno alle prese, lui pure,
col tempo in cui Dante visse; tempo
di suprema fermentazione e di miracoloso quanto instabile equilibrio, sulla
soglia di una crisi che sta per investire e che ben presto travolger l'aspetto
dell'Europa cristiana, scardinandone le basi ideali e distruggendo ad uno
ad uno gli schemi della sua organizzazione politica 1
Torniamoci ora, su tali indicazioni, in maniera alquanto piu diffusa cogliendo, tramite loro, il duplice volto della compresenza
che in Dante celebra un'esclusiva di portata eccezionale. Compresenza, anzitutto, come simultaneit di forme espressive in s prese.
quanto dice A. Tate'.? identificando i periodi di maggior fortuna
artistica con quelli in cui una grande civilt sul punto di declinare.
Si assiste, in tali circostanze, ad un'ultima liberazione di forme creative giunte al massimo della loro possibilit e, per di piu, irrobustita
dal cozzo con le nuove tendenze che ormai stanno per imporsi. Ora
(conclude A. Tate) difficilmente si trover un altro periodo cui piu si
addica questa situazione di trapasso di quanto non accada con quello
interpretato da Dante.
Su angolazione piu tipicamente letteraria, ma in termini egualmente applicabili a tutte le arti, cosi si esprime J. Maritain a proposito di un Dante emerso proprio nel momento in cui la poesia medievale toccava il suo ultimo punto di crescita; sull'orlo della differenziazione, ma non ancora differenziata.

La Commedia abbraccia nella sua unit sostanziale forma di creazione poetica che richiedono per s di essere separate e che in effetti si sep~reran~o
dopo Dante. Essa allo stesso tempo e con la stessa intensiva realta, poesia
del canto, poesia del teatro e poesia del racconto; le tre epifanie dell'intuizione poetica compongono insieme la sua anima singola o entelechia 3
1

N.

SAPEGNO,

Stor1 letteraria del trecento, Ricciardi, Milano, Napoli 1963

p. XII.
'.!

Vedasi, per questo spunto di A. Tate, S. Maritain.

:i Il MARITAIN, Creative lntuition in Art an Poetry, trnd.

Brescia 1957, p. 383.

227 -

it. Morcelliana,

Che se poi dal mero confronto tra le forme in s prese noi


passiamo al loro concreto distribuirsi storico e geografico la realt
della compresenza ci svela un'esclusiva ancora pili ammirevole:
quella del Dante che, mentre riassume le arti verificatesi prima di lui,
1
sa anche anticipare tutti i modi espressivi che gli terranno dietro
nella bimillenaria parabola europea.
C', a questo punto, da chiedersi su quale tessuto Dante faccia
leva come zona d'espansione per una cosi ampia gamma espressiva;
ed eccoci con ci immessi nella piattaforma culturale tipicamente euromediterranea da lui assorbita nella sintesi luministica arabo-oxfordiana costituita da una materia di duttilissimo tessuto neoplatonico 2 e da traiettorie celesti gi esemplarmente esplorate in tutte le
loro possibili estrinsecazioni. Di qui la spontaneit di un connubio destinato a generare spazi-luce (come iniziale riserva scenografica beneficiante delle infinite possibilit spettacolari 3 connesse con la machina mundi), anime-luce (manovrabili verso i pili audaci 1 movimenti di massa), musica-luce (filtrata attraverso suggestioni atmosferiche (quali e una melodia dolce corre per l'aer luminoso 5 ) e, infine, danza-luce (al livello di sublimit attestatoci dalle migliaia di

1
Questo sguardo ai modi espressivi posteriori a Dante e da lui anticipati,
ren~~ d'obb_ligo uno spunto del regista O. Costa per il quale Dante ha addirittura
anticipato situazioni artistiche future anche nei compianti del nostro tempo; si da
non potersene ancora trovare gli analogati tecnici.
2
. . soprattutto Proclo il pensatore neoplatonico da cui dipendono gli oxfordiam.
3

Valgano, a riprova di queste possibilit spettacolari derivabili dalla rnateriaI uce , le note terzine
... Si come di vapor gelati fiocca
In giuso l'acre nostro, quando il corno
Della capra del ciel col sol si tocca,
In su vid'io cosf l'etera adorno
farsi e fioccar di vapor triunfonti
che fatto avcan con noi quivi soggiorno ...
4

Il dato gi implicito nel passo citato alla nota precedente. Piu eloquente

sari. mvcce documentare la densit simbolica che questi movimenti di massa possono
rapgmn~ere; ~ome, ad esempio accade in Par.
~t1 mc:v1me~t1, ~cdiamo sostituito il simbolo

imperiale (l aqmla):

XVIII, l dove, proprio attraverso qucregale di Francia (il giglio) con quello

L'altra beatitudo, che contenta


pareva prima d'ingigliarsi all'emme,
con poco moto seguit la 'mprcnta ...
" N meno importante, agli effetti della sintesi luministica arabo-oxfordiana che
stiamo illustrando, la componente luce-aria ravvisabile nel verso di Par. XXIX,
vv. 22-23.

228 -

lucerne 1 in essa coinvolte in Par. XXIII). Il tutto lo si riporti ora al


vero motore che dinamizza l'ispirazione dantesca: l'esplosivit di un
inconscio attivato nei suoi strati pili profondi. Con ci abbiamo, realmente, in mano i principali aspetti cui doveroso guardare per un
pieno incontro con l'eredit che Dante trasmette ai posteri: compresenza di forme espressive come finale risultato poetico, strutture euromediterranee come zona d'espansione per tale compresenza, motore
d'inconscio come primo avvio e continuo alimento di un processo ispirativo sempre condotto nel ricordo del dolce nato dalla visione
iniziale.

S' parlato di posteri, ma quali? Arguendo infatti, dal piano dei


concreti riscontri critici, il fatto degli auditores cui Dante affida
i suoi messaggi non pu non sorprendere per una sua strana singolarit. Ben cinque secoli andranno, pari pari, scavalvati per poter assistere a una reinventio dantis liberatrice di virtualit espressive
non solo rimaste inizialmente sepolte, ma addirittura state oggetto di
crescente ludibrio prima che una ritrovata sintonia unitario-politica
venisse a provocare lo scatto di tutte le altre sintonie progettate a
distanza .
Chiariamo, uno dopo l'altro, i termini storici in cui va ad appoggiarsi quanto qui diciamo chiedendoci quale accoglienza abbiano
ricevuto, in seno ai commentatori del primo centennio, i vari vol~i
della totalit dantesca visti poco fa. A trovarsi in difficolt, anz~
tutto, sar la stessa causa-prima di tanta totalit l'esperienza mistica che, recepita in un primo momento da Guido da Pisa'.! e dai suoi

1 Val la pena riascoltarsi, proprio in questo ritmo di danza, le sue terzine che
fanno da sfondo al migliaia di lucerne qui riportato:
Quale ne' plenilunii sereni
Trivia ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vidi sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l'accendea,
com fa il nostro le viste supernc; ...
t. Vedasi ancora il lapidnrio inizio del suo Commentarium gij riportato
nella n. 7.

229 -

prosecutori 1 , si vede subito costretta ad un insieme di fuorviamenti


sia per eccessi da sinistra (il letargo non onirico sostenuto da Benvenuto :! e dal Villani 3 ), sia per eccessi di destra (la fictio poetica che, partita con P. Alighieri come voce di minoranza\ si trasforma presto in maggioranza destinata ad imporsi per secoli).
Del tutto vana risulterebbe ogni ricerca connessa con l'eco avuta
fra i commentatori tracenteschi, dalla lezione arabo-oxfordiana illustrata poco fa, pur trattandosi di tematiche che nel fratempo continuavano a beneficiare d'attenzione estrema, come documentabile con
l'influsso avuto su Leonardo dall'oxfordiano G. Peckam 5 ; n diverso
il risultato riscontrabile in fatto di compresenza di forme cui costi1

Niente potrebbe essere pili eloquente del prospetto qui contemplabile:

I
I

Op
. zlone p er ~ n misti - Esplicita opzione per Disponibilit per una Adesione alla fictio
Clsmo da' alttor
gran - un misticismo onirico lettura onirica
contro ogni traccia di
.
dus prophetiac
' - - - - - - - - - - - - - - - - _c_sp_c_ri_c_nz_i_al_it__ _ _ _ ,
I

1) Benvenuto da

I!

Imola
2) Filippo Villani
3) Giovanni da
Serra valle

'

1) Guido da Pisa

2) Chiose
Ambrosiane
3) Laur. XL. 2

Il

1) Jacopo della

Lana
I 2) Ottimo
Commento
1
I 3) Anonimo
I fiorentino

1) Jacopo di

Dante
2) Pietro di
Dante
3) Boccaccio

:! Basti il solo accenno alla testimonianza che, sul vero pensiero di Benvenuto,
ci proviene dal suo discepolo Giovanni da Serravalle: Optima comparatio nam ista
descriptio fuit una visio, ut ipse ostendit alibi, idest in Inferno. Nam multi habent
mirabilia sompnia, et aliqui bene recondantur omnium ;aliqui nisi in confuso; aliqui
minime; aliqui gaudent in sornpniis; aliqui tristantur. Scribit enim Rasis, magnus
medicus, in quondam suo libro de medicina, qui dicitur Totum continens, quod
semel quidam ivit ad eum dicens: Succurre michi, quia male sto. Cui Rasis: Quid
habes? Cui ille: Ego sepissirne sompnio mirabilia, scilicet esse cum Deo, loqui cum
ipso, videre angelos. Cui dixit Rasis: Hoc non provenir ex spiritu melancolico, imo
hec (est) visio philosophica que nedum est removenda, imo, si fieri posset, deberet
augeri. Cur de hoc tristaris? Non debeo tibi dare remedium contra hoc Talis fuit visio
Dantis ... .
3
Un solo accenno alla drasticit con cui il Villani esclude l'ipotesi onirica,
suffrag~ quanto stia.mo dicendo: ... qui eum in somiis tanta suscepisse dogmatizzant,
meo v1dcre, sompmant .
1
'
Sul P. Alighieri in quanto voce di minoranza fa gi testo il prospetto poco
fa. nportato; sop~attutto se lo si coglie alla luce del prezzo che lui stesso, nella sua
prtma redazione, e. costretto a pagare all'esistenza, tra i pili, dell'ipotesi onirica: .. Sed
g~od es hoc medmm camini nostrae vitae? Viderentur quod esset somnus ... Tamen
d1c.:. q~.10d ad tempus humanae vitae se refert ... (Petri Allegherii super Dantis ipsius
gemtons Comoed1am commentarium curantem Vince11tio Namwcci Firenze 1845
p. 24).
}
,
,

" Il punto d'incontro tra l'oxfordiano G. Peckam e la pittura di Leonardo


dato dai riflessi che le tematiche delle ombre, illustrate nella Perspectiva di G.
Peckam, hanno nel noto trattato di Leonardo sulla pittura. Vedasi la documentazione
offerta da pag. 161 a pag. 170.

230 -

tuzionalmente allergica una linea esegetica completamente presa dal1' assillo dell' explanatio litterae . Che se poi andiamo a chiederci
cosa accada sul piano dell'emblematicit politica attribuita a Dante ci
imbattiamo nello spaesamento pili totale, grazie all'assoluto predominio ormai detenuto dalle linee nazionaliste sull'impero universale da
Dante sognato.
Quel che accada nei secoli seguenti balza alla mente da s solo
che si pensi alle ironie del Salutati 1 sul Dante-poeta da ciabattini, al
drastico rifiuto del Bembo'.! o, per il '700, ai compiaciuti sarcasmi del
Bettinelli 3

A quando l'avvio dell'operazione liberatrice? Per un primo incontro fra questa strana trasmittente dantesca, attivatasi nel Trecento
ma rimasta inascoltata per secoli, c' da portarsi in Romagna sul finire
del '700 nel contesto d'una manifestazione politica 4 (il conferimento
della cittadinanza ravennate a Dante) che, pur nel clima quasi carnevalesco avviato dalle donne danzanti al centro del corteo diretto verso
la tomba di Dante e concluso con il gran perdono invocato dal Monti
(in nome di quello gi da lui stesso avuto per la passata adesione al
Papa-Re) sul Dante di Monarchia'\ quanto basta, in effetti, per
distruggere la plurisecolare cintura d'ostacoli frappostasi alla sorprendente reinventio Dantis cui, d'ora innanzi, sar dato assistere;
reinventio (ci suggerirebbe ancora il Maritain) di canto , di
teatro , di racconto ; ma al tempo stesso fatta anche di musica
e d'aggiornatissimo gusto figurativo da parte d'artisti che, liberando
Dante, liberano suo tramite anche le proprie ispirazioni.
1 Non sfugga pera Itro (come completa radiografia del tempo) lo strano contrasto tra un Salutati cosi ostile a Dante e un Andrea da Volterra che, pur appartenen?o
alla cerchia del Salutati, centra in pieno il messaggio dantesco riversandovi un interesse estremo.
2 .i?., sappiamo, nel Bembo l'esatta controfaccia del suo super-amore per il
Petrarca.
3 A quest'ultimo documento antidantesco (il Bcttinclli delle note Let!ere _Yfrgiliane) si aggiunga pure, per l'ottocento, l'iniziale atteggiamento del Leopardi poi per
passato a migliori consigli nei confronti di Dante.
4 il periodo in cui V. Monti si trova a Ravenna come commiss~uio. napol~o
nico per la Repubblica Cisalpina; e a lui, effettivamente, va fotto risalire 11 mento
dell'iniziativa comunale per il conferimento della cittadinanza a Dante.
" Niente di strano che un (cosi originale!) discorso non venga mai inserito nelle
edizioni ufficiali delle opere del Monti.

231 -

Un discorso tutt'altro che fuggevole andrebbe fatto sul progressivo consolidarsi della sintonia politica presto riuscita a trasformarsi nell'edificante episodio dei tanti patrioti ottocenteschi 1, soprattutto esuli, raccoltisi attorno alla simbologia unitaria di Dante non
solo in Italia ma anche n Europa'.!, pili importante per, per noi,
venir subito alla scoperta del canto di Dante.
I suffragi si allineano, l'uno dopo l'altro, da s: con spontaneit
assoluta non meno che con ricchezza di presenze, obbligatoriamente
avviabili attraverso il Foscolo. Con lui, infatti, si apre il capitolo dei
riverberi danteschi riscontrabili nella poesia dell'800:
'
O mio poeta, o altissimo Signor del sommo canto,
Che con sublime cetera per la casa del pianto
Girasti, e fra la gente, che o gioisce, o si pente,
Tu vivi eterno ... 3
Siamo alle prese con un Foscolo ancor giovane, come lui stesso
ama presentarsi:
O Padre! O Vate! Un giovane cui l'estro ai cieli
innalza, che pel genio che l'agita fervidamente
sbalza a inerudita cetra canti spargendo all'etra,
a Te si postra ... 1
un giovane, per, che ha gi visto pervenire a sufficiente maturit il
proprio incontro con Dante, si da poter totalmente fondere con lui i
suoi drammi e il suo destino e da poter addirittura trarre conforto
'
'
'
dall'eternit dantesca come sicura Qaranzia di un'eternit anche propria. E con l'eternit, i drammi e iJ destino insieme condivisi si pro-

L'esempio che pili facilmente balza alla nostra mente (in quanto personaggio
impegnato nella politica, piu che nella letteratura) il Mazzini che tra poco incontreremo anche nella sua vicinanza al Foscolo ma il discorso si lascia applicare con
altrettanta facilit anche a vari fra i patrioti-~suli. Tra questi: i fratelli Rossetti encomiabili anche per la sintonia stabilita, proprio in chiave di esilio, col Poema Sacro
meditato in termini purgatoriali.
'.! Dall'inglese
Lord Byron (si ricordi il vibrato Ungrateful Florence nel
Chi!de Haro!d's Pilgrmage) al russo Puskin, gli esempi si presentano da s con estrema
facilit.
:i A Dante.
1

Ibidem.

232 -

fla a poco a poco anche una coincidenza ambientale che sempre pili
accentua le attenzioni fiorentine del Foscolo:
E tu ne' carmi avrai perenne vita
Sponda eh' Arno saluta in suo cammino,
Partendo la citt che dal latino
Nome accogliea finor l'ombra fuggita.
Gi dal tuo ponte all'onda impaurita
Il papale furor e il ghibellino
Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
Dal fero vate la magion s'addita 1
su questa coincidenza d'itinerari che vedremo a un certo punto

scaturire il vibratissimo:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che rallegr l'ira al ghibellin fuggiasco ... ~

dove il lettore non stenta a cogliere il nuovo tipo d'incontro ormai destinato a prevalere: il poeta alle prese con il poeta. Gli uomini, i due
uomini, si sono perfettamente fusi. L'esilio dell'uno si gi da tempo
risolto in vibrazione lirica dell'altro (e con quale intesit! ); l'eloquenza
della tomba ravennate fa presagire la illacrimata sepoltura d'un Foscolo che medita sulla sua Zacinto i furori anticlericali 3 di questo si
commisurano con l'ira del ghibellin' fuggiasco. Ma qualcosa di nuovo
definitivamente spuntato. La passione del filologo s' ormai aggiunta
alle coincidenze umane, destinata a esplicarsi in un sapientissimo r:cu:
pero del testo da Dante tramandatoci; passione che, mentre qut s~
precisa in riverente fede nel dato boccaccesco dei primi sette canti
della Commedia, fa gi prevedere i quattro grossi volumi di annotazioni londinesi 4
1 Sonetto IV, cd. U.T.E.T. 1966
a cura di E. Bottasso (noto come A
Firenze ).
'
2 I Sepolcri, pp. 173-174.
3 un dettaglio, questo dei furori anticlericali commisurati su quelli (erroneamen~e a~t~ibuiti!) di Dante, che ci obbliga a rievocare .I~ strano .attegg:am~nt~ del
Manzo!1i;. vicmo, lui. pure, a Dante sicch pu modellarvi 11 proprio anticle!icahsm~
(vedasi il suo Trionfo della libert ) ma poi stranamente allontanatosi da hu
quando si converte alla fede.
4
Su tale i!11presa fos~ol~~na val la pena di riascoltare la sincer~ l?re~e.ntazion~
fattane cl.al Mazzm1: Comrnc10 tra le lodi e gl'incoraggiamenti dei m1glton mtell~ttl
d~ll'l_ngh11te:ra, tra le sp~ran~e d'una riposata vecchiaia e d'una gloria vagheggiat:i
d antico; fim tra le angustie duna povert che pochi saprebbero sopportare senza avvi-

233 -

Alla seconda epifania (il teatro), se vista col metro di pienezza oggi possibile, si approda pili tardi; ma gi 1'800 ha inteso il bisogno di sviscerare momenti teatrali del Poema Sacro quando sceneggiando passi pili pronunciati in questa direzione (a trarne profitto
stata, naturalmente, soprattutto la Francesca da Rimini 1 ) quando, almeno, intervenendo in tal senso in sede di recensione critica. Ma veniamo ad oggi attraverso un felice intervento di F. Fergusson '.! che,
nell'occuparsi della idea non realizzata di teatro , non esita ad additare nella Commedia il modello meglio adducibile al proposito in
quanto
... include in ritmica relazione i modi dell'azione e la consapevolezza che
nelle forme teatrali moderne sono assoluti e isolati. Dante presenta i suoi
3
contemporanei con l'accuratezza fotografica di Ibsen e di Cecov ...
cui poco dopo aggiunge in sintonia col T. S. Eliot alle prese con un
Poema Sacro splendidamente bilanciato tra le pili grandi altezze e le
pili grandi profondit dell'esperienza umana .
Esiste solo un'opera suscettibile di esaurire le possibilit della definizione
di Aristotele: imitare tutti i modi dell'azione umana in relazione ordinata e
ritmica. Quest'opera, ovvio, la Divina Commedia 1

lirsi, tra le persecuzioni de' creditori fra i dolori inacerbiti dall'opera assidua, della
ID;alattia. eh~ lo condusse a morire, e ~ell'amarczza del sentirsi impotente per mancanza
di, mezzi, d1, te~po. e di pane, a compirlo com'ei l'aveva per venerazione ~ Dante ed
all amore all I~aha, ideato. Cfr. U. FoscoLO, Opere, edite da F. Le Monnier; val. 3,
~- 91 al termme della prefazione all'edizione 1842 di G. Mazzini, firmato Un ita~iano (o, per l'esattezza storica, Un'italiana ). Su questo motivo il Mazzini si
e espresso anche in altri posti; per es., nel saggio sul Moto Letterario in I tali a ,
dove tra l'.altro a proposito dcl Foscolo leggiamo; Non riusci fin do:re ayrebbe
P~tuto: glt furono ostacolo la vita povera, errante, travagliata in ogm guisa, le
sciagure d'Italia; l'esilio. Una filosofia inferiore all'intento e nutrita di sconforto e
scetticismo ... .
1
Il riferimento (all'opera di S. Pellico) s'impone da s.
2 D. F. Fergusson, alle prese col diretto testo dantesco, si ricordi il Dantc's
Drama of the Mind (A modem reading of the Purgatorio), Princeton 1953.
:i La citazione proviene dall'altra opera di Fergusson cui doveroso riportarsi:
The Idea of a Theatre (Princeton University Press, 1949).
4 Ibidem.

234 -

Per quanto concerne il racconto ( la terza epifania cui,


volendo, potremmo subito aggiungerne una quarta sfuggita al Maritain: la favola 1 appartenente essa pure al campo letterario e in
Dante facilmente documentabile) basti ascoltare G. Lucks:? che, nel
definire il romanzo come passaggio dalla interna sicurt del
mondo epico al rischio delle possibili avventure in perdita da cui,
precisamente, in quanto storia dell'anima ,il romanzo trae alimento,
cosi si esprime:
Dante costituisce l'unico esempio cospicuo li univoca vittoria dell'architettura sull'organicit e, come tale, la sua opera un trapasso storico-filosofico dalla pura epopea al romanzo. In Dante si ritrova ancora la completa, immanente mancanza di distanza e l'isolamento della vera epopea, ma
le figure sono gi individui che consciamente ed energicamente si contrappongono ad una realt scissa da loro e in quest'opposizione assurgono a
vere individualit. E anche il principio costitutivo della totalit dantesca
un principio sistematico, che eleva l'epica autonomia delle parziali unit
organiche e le tramuta in vere e proprie parti... 3

Pochi cenni varrano ora a ragguagliarci sull'analoga liberazione


di valenze concernenti la musica e le arti figurative. Ad ambedue
i settori guarderemo basandoci non tanto su ausili esteriori (col metro, cio, degli interventi critici applicato ai settori teatro e racconto ) quanto su ausili interiorizzati al massimo; sotto forma di simultanea liberazione e delle dimensioni registrate nel Poema Sacro e
delle analoghe attivazioni in artisti che, proprio dal contatto co~ q~e~
ste dimensioni dantesche, hanno visto maturare momenti ispirativi
prima restii a trovare la loro via di uscita. Lo abbiamo riscontrato,
per il settore canto , con il Foscolo. Lo riscontreremo ora, in maniera non meno eloquente per il settore musica, con un Wagner
estremamente esplicito nel riportare le sue \Valchirie a questa simultaneit d'operazione liberatrice:
1 discorso, questo del tessuto favolistico in Dante, applicabile sopra~tutto. alla
I Cantica dove noi troviamo gi pienamente anticipato quanto ai nostri tempi abb 1 ~1 mo
saputo dalle diagnosi del Propp e degli altri. Vedasi in merito F. GABRIELLl, <;ierwne
tra mito e favola: Dante attraverso Propp in Psicoanalisi e Strutturalismo dt fronte
a Dante, cit. val. II, pp. 65-89.
2 L'opera di G. Lukacs piu opportunamente chiamabile in causa Die Theori~
des Romans, 1920, qui citata nell'edizione italiana Teoria del Romanzo, Sugar editore.' Mila_no, 1962. Del tutto a proposito per qui ricorre anche il testo della produzione di s1 fecondo autore; soprattutto il precedente L'anima e le forme.
a Teoria del Romanzo, cit. p. 105.

235

La strumentazione della Walchirie che avevo sperato di terminare a Londra


in effetti non riusd ad oltrepassare un centinaio di pagine. Ci che sopratutto mi ostacolava in questo lavoro era il fatto che gli spazi su cui io dovevo basare questa strumentazione non erano stati considerati in previsione del lungo intervallo che avrebbe tenuto dietro alla concezione iniziale. Spesso mi trovai di fronte alle mie carte dipinte a matita come di
fronte a pagine coperte di segni a me stesso indecifrabili. Disperato mi
gettai nella lettura di Dante. Era la prima volta che io studiavo con vera
seriet la sua opera e nell'atmosfera di Londra l'Inferno raggiunse forza
d'indimenticabile realismo 1

Non diverso il caso di Liszt::, di Boito 3 e di Direttori d'orchestra., che nella Commedia hanno intuito densit sinfoniche del tutto
identiche a quelle depositate negli spartiti di maggior effetto.

Per il settore-arti figurative (gi contemplato, pagine innanzi, nel


suo armonico distribuirsi tra la ieraticit spaziale dell'arte bizantina e
la genuina ritmicit musicale di tanta pittura nordica) i liberatori
di valenze dantesche (ma, al tempo stesso, anche di valenze proprie
attivatesi sul tessuto figurativo del Poema Sacro) s'impongono con
evidenza ancor maggiore a m di grandiosa riparazione, verrebbe fatto
di dire, per il brusco silenzio di secoli dopo il fervido omaggio reso a
Dante dai pili autorevoli pittori quattrocenteschi 5 A venirci incontro
~ l'Ingres di Paolo e Francesca, il Delacroix di Dante e Virgilio,
il Rodin di Porta d'Inferno cosi come, su anticipo surrealista, lo era

':u~t'altro che infondato il vedere una prosecuzione di questi felici riflessi


danteschi, m quello che suol passare come momento paradisiaco di \X'agner: Parsifal.
2
D'obbligo la Da11te-Sy11pho11ie, che nuovamente, con la sua dedica, ci riporta a W agner.
1

~ A: Bo!T?, Dante e la musica, (Lettera a C. Bellaigue), oggi leggibile in

T uttt glt scrtttt a cura di P. Nardi, A. Mondadori ed., Milano 1942, pp. 1320-1323.
-t V. Gur, Dante e la musica. in Il Ponte 1954, X pp. 80-94. Un breve stralcio,
da questa splendida lettura del Gui, sar piu che sufficiente: Seguendo lo svolgimento della descrizione (cosi leggiamo a conclusione dci rilievi sul Purgatorio)
a_vrete .osservato, per quanto riguarda la presenza dell'elemento musicale, come Dante
sia ~alito con un vero e proprio crescendo, dalle forme piu semplici, dal canto monodico, alle forme piu complesse, come la polifonia vocale, con ferrea logica e infallibile istinto ... .
;, Dal Signorelli agli altri commentatori pittorici quattrocenteschi
nomi
s'impongono da s.

236 -

stato il Fiissli i N, in tempi ancor pili vicini, si stenta a trovare campionature pittoriche attissime a fissare immediate vicinanze col tessuto pittorico. (Si pensi a quanto facile analogia infera balzi dal1' art brut 2 d'un Dubuffet o, pili eloquentemente ancora, all'identit ispirativa fissabile tra i geometrismi d'un Kandinski 3 e lo specifico immaginismo cui ricorre Dante nel finale paradisiaco).
Non resta, a riprova di questo gran gioco di sintonie proiettate
verso il futuro, che affrontare le due ultime liberazioni avutesi nell'ambito della eredit dantesca rimasta sepolta per secoli: la riscoperta delle strutture euromediterranee insite nella sintesi luministica
arabo-oxfordiana e, in maniera ancor pili accentuata, la riscoperta d'un
motore inconscio ricco di riverberi semiologici interpretabili a livello
4
di rivoluzione vera e propria. Un sol nome (quello di A. Parronchi )
basti per il primo caso, stante la celerit d'accoglienza di cui i suoi contributi hanno potuto fruire in seno al pili autorevole organo del dantismo italiano. Una turba di nomi potrebbe e dovrebbe venir fatta relativamente al secondo settore; vittima, al contrario, dell'ostilit pili
palese da parte di questo medesimo dantismo ufficiale. Nella turba
(gi, peraltro, ampiamente e ripetutamente recensita dal David 5 ) baster localizzare gli estremi distribuiti tra la pura applicazione del
canone psicanalitico (si pensi ad un M. Abadi 6 o, pili vicino a noi, ad
8
un F. Fornari 7 ) e la esplicita lectura mystica avviata dal Guardini
1
Nel ricorc;Iare dalle opere di J. H. Fiissli il Dante sul girone del ghiaccio non
posso non sottolmeare la profondit d'incidenza da lui avuta in direzione dantesca
anche attraverso il fatto che proprio dalla sua scuola, esce \V. Blake.
'..! Giovi in tal senso la tavola riportata nel mio Dante Europeo III.
3

A parte. la co?fer!11a qui pure derivabile dai suoi dipinti non c' che da
apnre il testo di Kandinsk1 Das Geistige in der Krmst l" ed. tedesca R. Piper & Co;
Munchen ~12, oggi lcggi~ile anche in recentissima ed. italiana (con traduzion.e di G. A.
Colonna Di Cesaro, e aggiornata da M. Carpi) a cura di Dc Donato editore, Milano 1968.
1
,
, Del Parr~mchi gi stato riportato il titolo dell'ipera principale: Stu~i .s!illa
dol~e p~osf!el~t,va e~.,. A. Martello, Milano 1964. Ivi da pp. 3-91 son.o legg1b1h. le
considerazioni gia anticipate, nel senso che qui ci interessa, in Studi danteschi,
voi. XXXVI.
5 M. David.

'" V ~cl.asi il suo s~ggio. Una teoria psicoanalitica come clave para el descifre
dela D1vma Commedia, m Psicoanalisi e Strutturalismo vol. II.
. . ' D~ F .. fornari, gi~ segnalato in altra nota nel suo saggio su i\fonarchia , q~i
richiamo 1 ott11na prova di lettura data in direzione-Poema Sacro col precedente saggio
in Lectura Dantis mystica.
'
'
8
In fatto di esi;>licite negaz~oni mi richiamo sin d'ora a quanto appresso verr
documentato a proposito dcl dantismo uflciale dal Barbi in poi.

237 -

Queste, per sommi capi meramente esemplificativi, sono le tappe


d'una riscoperta di sintonie emersa non gi dalle sole ceneri dell'oblio,
ma da quelle ben piu gravi del ludibrio o, addirittura, della negazione
piu esplicita. Ad analogo risultato sar ora possibile pervenire, senza
pericolo di cadere nel banale, attraverso un diretto incontro con i
sigoli nuclei tematici del messaggio profetico dantesco?
Tal pericolo non ci sar davvero relativamente al punto centrale
della prophetia Dantis : limpidamente decifrabile se riportata al
momento di suprema fermentazione e di miracoloso quanto instabile
equilibrio gi descrittoci dal Sapegno.
Cos' in effetti, l'opera dantesca? (lo abbiam gi visto, ma giover riflettere ancora) la tensione verso il totum geograficamente
pili esteso: Maometto e Carlo Magno insieme fusi dal sud pitt sud
(distribuito tra Io stremo di Giustiniano e le coste africane cui riporta, come sua prima origin~, la cultura araba), al nord piu nord ( costituito dalla scuola oxfordiana); tensione vissuta proprio nel momento in cui la stessa pars simboleggiata dal Carlo Magno della
Respubblica Christiana non solo intensifica il suo imperialismo
antimediterraneo 1, ma anche nel suo interno sempre piu chiaramente
avverte i primi sintomi dell'ormai imminente contrasto. Di qui la
facile individuabilit della prophetia Dantis colta a questo primo,
golbale, stadio; agilmente diagnosticabile (s' gi detto in sede di
preamboli iniziali) come lineare passaggio dall'intesa arabo-oxfordiana
confluita nel Poema Sacro all'odierno colloquio euro-arabo.
6;':

~:

~:

Meno facile, forse, sar la decodifica col finale di Par. XXVII:


Ma pria che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch' la gi negletta,
ruggeran si' questi cerchi superni,
che la fortuna, che tanto s'aspetta,
le poppe volger u' son le prore,
si' che la classe correr diretta;
e vero frutto verr dopo 'I fiore 2
1

Il riferimento qui tocca nuovamente il De recupaatione terre sancte di P.

Dubois.
~

Par. XXVII. vv. 142-148.

238 -

dove tutto dipender, ovviamente, dall'interpretazione che riterremo


di poter dare alla centesma negletta nei computi del calendario giuliano e addirittura ridicolizzata nei tanti commentari che, proprio in
questo ricorso all'incontrollabilit di tempi gi lunghissimi, vedono
una chiara ammissione d'utopismo da parte dello stesso Dante, portato
a consolarsi delle delusioni del presente col rifugio in un futuro mai
destinato a verificarsi.
Accostiamoci a questa centesma col drastico legant Danielem 1 reclamato dallo stesso Dante per l'intera sua missione profetica:
Settanta settimane sono fissate
per il tuo popolo e per la tua santa citt
per mettere fine all'empiet,
mettere i sigilli ai peccati, espiare l'iniquit,
portare una giustizia eterna,
suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi.
Sappi e intendi bene:
da quando usd la parola
sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme
fino a un principe consacrato,
vi saranno sette settimane.
Durante sessantadue settimane
saranno restaurati, riedificati piazze e fossati,
e ci in tempi angosciosi.
Dopo sessantadue settimane
un consacrato sar soppresso senza colpa in lui;
il popolo di un principe che verr
distruggera ma citt e il santuario;
la sua fine sar un'inondazione e fino alla fine
'
guerra e desolazioni decretate 2
Siamo alle prese con un Daniele palesemente affacciato sul
tempo; di cui taglia macroporzioni e microporzioni con un'esattezza
che, all'apparenza, non potrebbe essere pili precisa, ma che, vista in-

1
il reclamo che Dante (con eloquenza gridata, come tra poco diremo) fa
nel par. 29 dell' Epistola a Ca11gra11de .
2 Da la Bibbia, a cura di La Civilt Cattolica edizioni Ancora n. 2435,
1970, p. 1420.
'

239 -

vece nei singoli dettagli, non una sola volta risulta assai lontana dal
cronologico svolgersi degli avvenimenti preannunciati. Si forse ingannato allora (ci chiediamo anche noi insieme col glossatore dell'edizione da cui qui ci ti amo) il profeta nel fare il conteggio? Non si affatto ingannato; ha semplicemente assolto, con piena docilit, una
funzione medianica bloccata, per preciso volere di Chi ditta dentro , sui dati essenziali.
Sembrer strano; ma il profeta capace di decifrare il messaggio
da Dio trasmesso ad altri ispirati (d'obbligo il riferimento al Nabucodonosor cui ci riporta proprio il legant Danielem ricordato poco
fa) pu lui stesso divenire latore di un messaggio a piu strati ampiamente incomprensibile; da registrare, quindi, medianicamente col metodo degli arrotondamenti di cui pieno il florilegio scritturistico 1
chiamabile in causa. In termini linguistici parleremmo di livelli semiologici violentemente intersecati a diretta iniziativa del dittatore
che fa condensare in un breve giro di parole allusioni lontanissime fra
loro.
Alla luce di tutto ci io non credo che l'oscuro 2 finale di
Par. XXVII possa risultare allergico ad un tipo di lettura cosi strutturabile in termini grafici.

quota parte non inclusa


nel calendario

la centeS1na... l gi negletta

pura volont d'ubicazione in un tempo lontano, ma certamente storicizzabilc

provvidenza storica m
quanto
connessa
col
Velltro e gli altri fantasmi salvifici

fortuna

provvidenza storica in
quanto vera e propria
autrice degli appelli di
civilt

1
Valga in tal senso, fra i vari passi chiamabili in causa, il seicentosessantasei
dell'Apocalisse.
2 II tema dell' oscurit, a proposito delle terzine conclusive di Par. XXVII,
fa parte degli spunti maggiormente ricorrenti tra i commentatori d'ogni tempo. Di qui
il suggerimento a vedere se per caso il problema non si risolva cambiando l'ottica ermeneutica; sostituendo, cio, l'inapplicabile logica normale con la logica d'inconscio
gi praticata dal Guardini in casi analoghi: ad es. all'ingresso di Dnnte nella selva
dove i tanti ricorsi alla logica normale ci hanno portati alle aporie felicemente riassunte
dal Croce parlando si selva che non selva, colle che non colle, belve che non
sono belve. ecc.

240 -

salvezza collegabile con


la .rinascita dei due poteri

... che tanto s'aspetta

direttamente
salvezza
connessa col passaggio
dal momento faustiano ad un rinato momento cristiano come
nuovo motore della cultura europea

cambio di rotta come


comportamento
morale
(dal male al bene)

le poppe volger u' son


le prore

mutato corso del ciel


o di civilt (dal Nord
al Sud)

spedito cammino
via del bene

si che la classe correr


diretta

immaginismo marino archetipicamen te connesso


con le zone cui spetta il
nuovo appello di civilt

vero frutto verr dopo

coronamento floreale di
una gioiosa certezza sperimentata a livello d'inconscio

sulla

situazione opposta alle


susine mutate in bozzacchioni

il fiore

Dal grafico con glosse appena appena abbozzate (e, quindi, forse
con ci destinate ad apparire meno giustificabili) passiamo ora alle
spiegazioni vere e proprie nel completo respiro reclamato da ognuna
di esse. Il tutto, per altro, in un contesto espositivo che, se da una
parte, soggiace alla prudenza richiesta dalle ipotesi di lavoro , dall'altra non esita a dirottare sullo specifico assunto di questo momento
le conclusioni derivabili dal gioco di sintonie gi viste proiettarsi sui
nostri giorni.
1) La centesma eh' laggiti negletta. I computi scientifici

concernenti la quota-parte minimale non compresa nel calendario giuliano 1 suppongono migliaia di anni prima che gennaio tutto si
sverni . Se, per, al mero rigore dei computi scientifici noi sostituiamo
l'intenzionale vaghezza propria degli annunci profetici non avremo,
penso, difficolt alcuna a scarnificare questa volont d'ubicazione temporale quanto occorre perch, anche per questa via, si giunga all'incontro con i nostri giorni: sufficientemente lontani, rispetto all'annuo1

Per un esatto calcolo delle migliaia d'anni richieste prima che gennaio tutt~
s~ sverni , rimando alle nobili gare decifratorie fotte da tanti esegeti. Dal punto ~h

vista nostro (nel ridimensionamento cio che qui riceve l'indicazione temporale m
quanto pura volont storicizzante) i mille 'anni in pili o in meno, contano assai poco.
1

241 -

cio dantesco per poter giustificare un confronto cosi distanziato nel


tempo, ma nient'affatto pili vaghi di quanto consenta la loro volont
d'ubicarsi nella storia. Se, come vedremo, tutto il resto calza ai sensi
che qui ci interessa sottolineare, la stessa centesma non solo offre
un esplicito nihil obstat , ma addirittura viene a corredarsi delle
pili tipiche dosature della metodologia profetica: certezza temporalizzata da una parte e senso dell'indefinito dall'altra: nel contesto di
spazi interpretativi pienamente disponibili col gi visto messaggio
delle sintonie affacciate sull'oggi.
2) la fortuna che tanto s'aspetta. La littera solitamente
invocata dai dantisti fa qui scattare d'obbligo il richiamo al Veltro e
agli altri spunti salvifici da Dante sempre: cosparsi di consonanze bibliche (si pensi al cinquecentodieci e cinque di Purg. XXXIII 1 ) e qui
pure, fermo restando sin d'ora il ricorso da fare a pro della littera
concernente la fortuna , ci orienteremo senza difficolt alcuna in
questo medesimo senso, peraltro guardandoci bene dal personalizzare
in chiave singola ci che lo stesso Dante ha sempre sfumato nell'impersonalit d'un DUX 2 plaudente ad un imperium pili che ad
un impera tor (o pontifex ) individualmente figurato. Si parli
pure, ribadendo anche da questa angolazione lo sguardo sui nostri
tempi, di intuito passaggio dal clima-Givanni XXII 3 (il Papa grazie
1

Si ricordino i versi <li Purg. XXXIII, vv. 40-45:


... ch'io veggio certamente, e per il narro,
a darne tempo gi stelle propinque,
secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, ancider la fuia
con quel gigante che con lei delinque ...
2
A parte il nesso con il inquecento dicce e cinque gi visto in nota prece?ente,. questo. ~ccenno allo sfumare del DUX nell'impersonalit plaudente ad un
lmpem.~m P~u che ad u~1 imperator ci porta d'obbligo all'intero tessuto di
Afonarchr~ particolarmente timbrato dal linguaggio dell'impersonalit.
3
.Vien qui d'obbligo il richiamo al crudo finale di Par. XVIII dove Giovanni
XXII viene reso nei termini pili plateali:
'
Ma tu che sol per cancelbre scrivi
pensa che Pietro e Paulo che m;riro
per la vigna che guasti, ~ncor son vivi.
Ben puoi tu dire: I' ho fermo 'l disiro
si a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martirio
ch'io non conosco il pescator n Pol~.
N meno opportuno risulta il richiamo al Petrarca del son .. XXVII ( il successor di
Carlo ... ) dove il. vicario de Crist~ (G!ovanni XXII, esattamente) viene visto in
luce totalmente diversa. Petrarca <lara credito alle voci (ma ci accade qualche anno

242 -

al quale letteralmente vaca la sede romana di Pietro nel momento


in cui Dante parla al clima Giovanni XXIII 1 (il Papa oggi assurto
a simbolo d'un recuperato ecumenismo diametralmente opposto ai
progetti anti-mussulmani del Filippo il Bello 2 emerso, col beneplacito di Giovanni XXII, tra le rovine del Papato ierocratico e quelle
dell'Impero irresponsabile). Senonch, una volta conferito il debito
respiro salvifico-religioso alla fortuna che tanto s'aspetta , si
proprio sicuri d'avere con ci esaurito non dico il denso intersecarsi
di livelli semiologici, ma le stesse, pili elementari, istanze concernenti
la li ttera della fortuna ? Lo vedremo col nuovo dettaglio che
ci si offre in esame.
3) le poppe volger a' son le prore . qui, a mio avviso, che
l'interrogativo or ora sollevato trova il suo pili solido avallo. Rileggiamoci la descrizione che la robustissima Fortuna dantesca (metodologicamente strutturata in termini altrettanto atti ad anticipare
3
il meglio di Vico quanto ad avitare le mende dell'hegeliana Ragione eterna ) riceve in I nf. XXII:
Colui lo cui saver tutto trascende
fece li cieli e di lor chi conduce
sf, ch'ogni parte ad ogni parte splende,
dopo) che attribuiscono a Giovanni :XX:II le intenzioni di ritornare a Roma, previo
soggiorno nella Bologna in tal senso preparata dal Bertrando del Poggetto, ostilissimo
non solo a Dante, ma addirittura alle sue ceneri. Dante lo aveva ritratto nel suo
primo momento di servilismo francese.
1 Non staremo qui a riascoltare le facili affermazioni di chi nel luogo di nascita
di Giovanni XXIII ha y~sto l'esatta punta del triangolo che dep<?sita l~ altre <;Iue
punte nella Fcltrc . trevigiana e nella romagnola Montefeltro. Qm fo~c1~mo. ,untca
mente leva (e propr10 per questo parliamo di clima-Giova1111i XXIII anz1chc, p1u seni:
plicemente, di Giovanni XXIII) su di una globalit ambientale che. pur richiaman~osi
a tale Papa come simbolo di recuperato ecumenismo, non pu in alc~ma .ma~icra
prescindere dai dati piu esteriormente determinanti quali il passaggio, cui noi sttbam1
assistendo, dalla civilt fausti<ma che ha concluso ~el Nord-Europa la prima para. 0 a
culturale europea alla nuova civilt cristiana che consacra, da piattaforma mediterranea, la. ripresa del ciclo.
~ Nuovamente s'impone qui la recuperatio Terrae Sanctae che, ?a p~lliativl
imperialista di Filippo il Bello, presto si trasformer in palliativo naz1onal!sV 1d:
Petrarca e di tutti coloro che alla Crociata effettivamente indetta da .Carlo ~ 1 a oh~
e da Giovanni XXII guardano senza il minimo interesse per la liberaz1on~ dt;t Lt~og1 1!
1
Santi. C~ ~he ~oro u~1icar~1ente importa il titolo di ~enemerenza d'aggiudicarsi de1
confronti eh G10van111 XXII onde meglio indurlo a riportare a Roma la sede e
Papato.
3 Parlando di mende, a proposito della hegeliana ragione eterna , non si
pu non pensare alle spietate ironie crociane contro gli arbitrii e, piu ancora, contro
i tecnicismi di tal ragione etern;1 che dialettizza tutto nel ritmo triadrico dell'essercnon essere-divenire; Asia-Africa-Europa: naso-bocca-occhi, ecc.

243 -

distribuendo igualmente la luce:


similemente alli splendor mondani
ordin general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue
oltre la difension di senni umani;
per ch'una gente impera ed altra langue
seguendo lo giudicio di costei,
che occulto come in erba l'angue.
Vostro saver non ha contrasto a lei:
questa provvede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dei.
Le sue permutazioni non hanno triegue:
necessit la fa esser veloce;
si spesso vien chi vicenda consegue.
Quest' colei ch' tanto posta in croce
pur da color che le dovrian dar lode
dandole biasmo a torto e mala voce 1

Chiederebbe troppo chi, dopo aver rispettato tutte le esigenze di


spazio richieste dalla littera della salvezza che tanto s'aspetta ,
reclamasse analogo rispetto per una Fortuna cosi timbrata di connotati maiuscoli? Il ruolo per lei da Dante reclamato con l'iniziativa
esplicitamente attribuitale ( le poppe volver ... ) quello d'un generico intervento salvifico o un preciso intervento tecnico quale
Dea :! sollevatrice ed, al tempo stesso, umiliatrice di popoli, pronta
ad annunciare l'ora del risveglio con la stessa perentoriet con cui anche segnala l'ora del rientro nell'oblio?
La risposta viene da s; una volta, infatti, ammesso il criterio ;i
del ricorso agli avvenimenti atti a far luce a posteriori , il cambio
di rotta insito nell'annunciato coinvolgimento delle poppe chiama
I

Jnf.

VII, vv. 73-93.

:: Nor.i .din.1entic.hiamo i_l t?cco finale che il dispotismo di questa dea solleva:
.
tnce e um1hatnce di popoli riceve dai tre versi immediatamente seguenti a quelli
riportati nel testo:
... ma ella s' beata e ci non ode:
con l'altrc prime creature lieta
valve sua spera e beata si gode.
Non un po' semplicistico, alla luce di tutto ci, il voler vanificare la Fortuna
nelle spirali dell'annuncio salvifico che tanto s'aspetta?
3 il criterio, non 10 si dimentichi, che ci viene inculcato proprio dai commenti dei testi profetici piu uiliciali.

244 -

in causa un rapporto del tutto nuovo tra 1 la zona-Carlo-Magno e


la zona-Maometto gi riemerse a piena amist come logica conseguenza del messaggio connesso col gioco di sintonie da Dante proiettate verso i nostri giorni. il cambio di rotta prospettato da un T. S.
Eiiot 2 che, mentre, proclama la fine dela bimillenaria parabola culturale euromediterranea iniziata sulle sponde afroasiatiche e poi portatasi verso le zone anglosassoni, ne annuncia anche la ripresa.
Suo infatti il tragico squarcio
Torri crollanti
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
Irreale 3

ma sua anche gioiosa diagnosi dell' End and Beginning 4 Fine


e principio allo stesso tempo nella fattispecie di un gran ritorno alle
origini e quindi alla riemergente societas christiana 5 che Eliot
sente di dover modellare proprio su piattaforma dantesca particolarmente timbrata di connotazioni paradisiache. Del momento faustiano esploso, ma poi esauritosi, nel nord-Europa ad un nuovo
momento cristiano di marcata connotazione mediterranea col riaccendersi del triangolo Gerusalemme-Atene-Alessandria che aveva
dato il via.
proprio questo che Dante ha voluto significare o, almeno,
proprio questo che il dittatore ha voluto, suo tramite, sovrapporre
al pili epidermico dei livelli semiologici qui afferrabili? Siamo, con:e
anticipato sin dall'inizio, nell'ambito delle ipotesi di lavoro e in
1
.
I-:Jon sappia di vuoto prez1os1smo il prospettare un possibile ricorso alle part1~elle m al t'osto del tra qui leggibile. Oltre, infatti, al nuovo, rapporto fissab.1le tra .Zona-Carlomagno e .Zona-!:'laometto contrapposte l:un 1 a~tr~, v::i an~he
ricordato il nuovo rapporto fissabile all mterno di esse tra centri magg1ontari d un
tempo e centri minoritari oggi passati al comando culturale.
~ Basta pensare al passaggio da The \Vaste Land al susseguente Four Quartets.
Il trapasso cui qui alludiamo risulta gi documentato.
3 Cfr. Ci che disse il tuono, 5" sez. di The \Vaste La11d dove ai vv. 374-378
troviamo il passo qui riportato nella traduzione di M. Praz, Fussi ed., Firenze 1949 . .
' 1 Vedasi su tale equivalenza (fine e principio) e l'inizio del 2 movimento di
Four Quartets: East Coker .
.
5 A parte la conferma che in tal senso ci proviene dall'opera gi altrove chi~
mata in causa (The Idea of a Christian Society) torna qui assai opportuno uno strakw
dell'introduzione di M. Praz, poco fa ricordato: Ma Dante era colui che av~va meglio d'ogni altro saputo dare espressione suprema a un'esperienza di cara~tcre. un1versdhl.
Anche l'epoca di Dante assisteva alla disgregazione d'un mondo: il d1sfac1mento . ~ l'Impero, l'ascesa della borghesia. Dante vedeva la salvezza in un restaurato pr~s~rgio
della potenza imperiale, in un Papato veramente illuminato circa la propria m1ss10ne

245 -

tal contesto non sar poi cosi illegittimo formulare una proposta di
lectio plenior attissima a giustificare la conduzione d'inconscio
che timbra il linguaggio di squisito immaginismo marino, come ribadito dal verso seguente,
4) si che la classe correr diretta. Morte per acqua 1
prima (saremmo nuovamente tentati di dire con sigla eliottiana) nel
contesto di una fiumara 2 di pretto sapore infero:
Oh cupidigia che i mortali affonde
sf sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fu or delle tue onde!

salvezza per acqua ora, nel quadro di una accentuazione immaginistica cosi genuinamente archetipica 4 da lasciarsi con estrema difficolt esaurire nel contesto d'un cambio di rotta puramente morale
per quanto socializzato al massimo.
Dopotutto chi dubitasse ancora della genuinit d'inconscio qui
sottostante al tessuto poetico non ha che da meditare sull'ultimo verso.

5) e vero frutto varr dopo il fiore . La lettura epidermica


pu ritenersi paga dal contrasto tra i fiori che finalmente danno frutto

i~ t~rra:, Sebb.ene il. parallelo tra la posizione sociale di Dante e quel!a di El!ot non
sia il p1u. ?VVI~ a risaltare dallo studio dei due poeti, cionondimeno ~1 va delineando
sempre pm: gmnto all'estremo limite della disgregazione pessimistica (T he \Vaste
Land), vedendo l'anima umana debole contaminata e impotente, Eliot ha trovato
c~<=: s,olo la guida di un'autorit sovru~ana pu salvare la civilt. ~ubbio se. la
ci_vilta poss~ durare. senza religione, e la religione senza chiesa. Il nobile te!1tat!v<?
di salvar~ 11 salvabile tra i valori occidentali insidiati da una nuova barbarie si e
espress?. m opere drammatiche (The Rock Murder in the Cathedral) e pili ancora
nelle lmche meditative di Ash-\\7 ednesday 'e dei Four Quartets: in queste opere il
~?et_a
non esprime pili il senti~e comune dell'et dell'ansia o dell'angoscia, n:ia cerca
1
ne~ mo~do alcunche della luce lavata del Purgatorio e della luce In?maco1a~ariportare
del Paradrs? d1 Dante, intonando anche il suo verso sul canone della PI?na e
so enne affermazione dantesca: e'n la sua volontade nostra pace.
1
hAltro accenno al The Waste Land qui ricordato nel titolo della sua 4n sez.:
D eat by Water.

:.!

Si ricordi, per una piena visione dell'eredit semantica che qui incombe, la

t~agica fiumara ove il mar non ha vanto di Inf. II oggi ricordataci, con encomia-

bile assonanza, dal Montale degli Ossi.


3
Par. XXVII, vv. 121-123.
4
L'accento poco fa fatto alla fiumara d'inferno basta gi da solo a ricord~rci la completissima antologia in nero cui H soggiace l'archet_ipicit. i1:1magi?ist1ca del tema acqua. In Par. XXVII mentre con i versi poco fa riportati s1 eredita
per intero 9uesto primo momento di a;chetipicit acquatica, si crea anche l'adeguato
sfondo per il passaggio all'archetipicit in bianco su cui viene modellato il finale
paradisiaco.

246 -

e i prece.denti germi di susine finite in bozzacchioni 1 Una pili attenta analisi, per, non trover per niente fuor di luogo chiamare in
causa la dinamica d'inconscio che suol sempre coronare (come timbro
d'operazione in successo) simili esperienze interiori che, proprio a
questo stadio (a livello d'inconscio, preciso ancora, fiorealmente 2
esploso), trovano la coerente conclusione di un discorso improntato
ad armonia totale: sia nell'esiguo nucleo tematico certamente intuito
dal poeta-profeta sia nelle sovrapposizioni allusive che il dittatore
ha voluto proiettare verso la conferma dei tempi futuri.

Conferme
Due, per l'esattezza: conferma umana la prima, testuale la seconda.
a) conferma umana.

Ma (vien fatto necessariamente di chiedersi a questo punto) c'


proprio ragione di prendere cosi'. alla lettera una prophetia Dantis
solitamente dissolta nella pura metafora?
Piu che giustificabile per chi pone a questo stadio tale quesito,
esso lo assai meno per chi in sede di prophetia accede dopo
aver ben perlustrato quella, metodologicamente anteriore, della visio . Lo si accetti o no tale precedente stadio, fuor di dubbio il
nesso che lega questi due momenti. Metafora la prophetia sar,
senza esitazione alcuna, per chi rifiuta l'esperienzialit della visio >?;
tale, invece, essa non sar affatto per chi ritiene di prender sul ser10
i reclami di un Dante che in tal direzione impegna il meglio di se
stesso: dall'eloquenza gridata (e a suon d'insulti: precisiamo pe~
sando al drastico si qui oblatrarent... dell'Epistola a Congrande )
1 Vl:dasi la terzina di Pur. XXVII, vv. 124-126: ( ... Ben fiorisce. nelli uomi}i
il volere - ma la pioggia continua e converte - in bozzacchioni le susine ~ere ...

2 Non ho che da richiamarmi alle tavole gi da me ripor~?~e nel. n:10 Dat~te


Europeo III. La florealit cui soggiace il momento conclusivo dell itmerano inconscio,
vi documentata con particolare insistenza.
. .
3 Dante Europeo III, pag. 68: Si vero in disposit!onem elevationis tan~ae
propter peccatum loquentis oblatrarent, legant Danielem. ub1 et Nabuchodonosor m:
vcnient contra pcccatores ali qua vidisse divinitus, oblivionique mandass~ .. Nam Qt~l
oriri solem suum facit super bonos et malos, et pluit super just?~ et 111JUStos , al~
quando misericorditer ad conversionem, aliquando severe ad pumttonem, plus et minus, ut vult, gloriam suam quantumcumque male viventibus manifestat .

247 -

all'eloquenza muta (ma ancor pili efficace) insita in una coerenza


inconscia che gi qui soggiace a vero e proprio ruolo medianico ..In
questa seconda prospettiva, anzi, lo sfocio profetico sar il log1~0
coronamento d'una esperienza soprannaturale altrimenti inspiegabile
in individuo cosi portato all'operativit 1
Troppo lungo, ovviamente, si farebbe il discorso (o, quel ch'
peggio, troppo ampia verrebbe ad essere la divagazione rispetto all'assunto centrale) se ci si dovesse qui stesso impegnare nelle prove
concernenti la visio mistica; nei confronti della quale, quindi,
sar invece pili opportuno rinviare alle prove gi da me fornite altrove. Ci che vorrei, comunque, sottolineare, a conferma della legittimit di questo passaggio dalla psicoanalisi alla socioanalisi l'uso
qui pure fattibile di due argomenti gi chiamati in causa (da altri studiosi prima ancora che da me) a proposito della stessa esperienza mistica di Dante: 1) l'assurdit di situazione che verrebbe a crearsi
(nel caso in cui il profetismo non fosse realmente esperienziale) per
l'insistenza con cui Dante si rif al pili ufficiale vocabolario profetico
come cifrario interpretativo del propiro caso - 2) i visibili frutti di
raggiunta maturit spirituale percepibili attraverso certi strani silenzi
di Monarchia ed attraverso il personale contegno di Dante nei confronti de le pili alte cime :!
1) assurdit di situazione.

Ce lo dir il confronto con un altro passo della Commedia impegnato, esso pure, nel resoconto della consegna profetica: l'incontro
c?n Cacciaguida in Par. XV-XVIII di cui giover prima riascoltare l'avv10 accostandogli subito dopo due analoghe situazioni prelevate l'una
dalla Legenda S. Francisci e l'altra dalla gi riportata visione di
Daniele:
Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or subito foca
movendo li occhi che stavan sicu~i
e pare ste1la che tramuti loco
'
se non che dalla parte ond'~l s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco;
1 Si ricordi, sempre dall'Epistola a Ca11gra11de il totum ad opus che funge
da manifesto riassuntivo dell'intero Poema Sacro. '
:! Le ~semplificheremo dettagliatamente, tali piu alte cime , tra non molto in
questo saggio.

248 -

tale dal corno che 'n destro si stende


a i:-ie' i quella croce corse un astro
della costellazion che li resplende;
n si parti la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foca dietro ad alabastro ... 1
... vidit (soggetto S. Francesco)
quasi unius Seraphim, sex alas tam
fulgidas quam ignitas habentem, de
caelorum sublimitate ad aeris locum
viro Dei propinquum perveniens,
non solum alatus sed crucifi.xus apparuit ... 2

... et vidi, et ecce vir unus vestitus


lineis, et renes eius accincti auro
obrizio, et corpus eius quasi chrysolithus, et facies eius velut species
fulguris, et oculi eius u t lampas ardens. (soggetto qui Daniele)

Chi il Dante qui fatto oggetto di autopresentazione? pari pari un


S. Francesco da stimmate. Alla luce, infatti, del libero ripensamento
cui, dalla precedente cultura agiografica, i dati immaginistici cadono
nel caleidoscopio dantesco, non riesce davvero faticoso confrontare
con il passo della Legenda S. Francisci i vari dettagli che accompagnano l'apparire d(Cacciaguida e con ci vedere fissato, in ambedue
i casi, un autentico rapporto da croce (quella di S. Francesco e, al
tempo stesso, di Dante) proveniente da croce (quella di Cristo). Per
niente difficile, infatti (nel clima di autentica exaltatio sanctae Crucis gi suffragatoci dallo stesso sfondo in cui Cacciaguida dissolve il
suo messaggio) ci sar il ricondurre prima allo splendore del sex
alas tam fulgidas quam ignitas la gemma che per la lista radia! trascorse ( foco lei stessa, e per di piu, anticipatamente rafforzata dal subito foco che l'ha preceduta); poi al de caelorum
sublimitate descendere lo spettacolarismo delle stelle cadenti che
qui funge da paragone introduttivo e, infine, al volatu celerrimo ad
aeris locum viro Dei propinqum perveniens il rapido portarsi dello
stesso Cacciaguida ( a pi di quella croce corse un astro nel posto
a Dante piu vicino; n, minore, subito dopo la spontaneit con cui
sul crucifixus apparuit si rispecchia l'intimit figurale che Caccia-

Par. XV, vv. 13-24.

~ Cito dalla Legenda S. Fracisci proposta dal Breviario Romano per le stigmate di S. Francesco. (17 s~tt~mbre ). Per quanto poi concerne il passo riportato accanti, cfr., Prophetia Damelis (da una qualunque Bibbia in latino) cap. X ver-

setti 5-6.

249 -

guida continua a detenere rispetto alla croce ( n si pard la gemma


dal suo nastro), da essa differenziandosi solo coloristicamente (a mo'
di foca dietro ad alabastro ). Dall'iniziale logica di consacrazione ci
spostiamo con ci a puntuale atmosfera da stimmate.
Non diverso il risultato derivabile dal confronto col passo di
Daniele, esso pure portato a schiuderci analogie non meno probanti
tanto sul piano delle situazioni quanto su quello del linguaggio.
Ed ora venimo al finale conferimento di mandato con cui pure si
conclude la sequenza di Cacciaguida:
... Coscienza frusca
o della propria o dell'altrui vergogna
pur sentir la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,
tutta la tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov' la rogna.
Ch se la voce tua sar molesta
nel primo gusto, vita! nutrimento
lascer poi, quando sar digesta.
Questo tuo grido far come vento,
che le piu alte cime pili percuote;
e ci non fa d'onor poco argomento.
Per ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l' anime che son di fama note 1

. Anche a voler prescindere dal peso ereditario che sul passo qui
citato, grava proprio attraverso la valle dolorosa del penultimo
v~rso (fatta apposta, si direbbe, per ricordarci il tragico In dimidio
dierum eorum vadam ad portas inferi 2 che, sempre attraverso
1

Par. XVII, vv. 124-138.


'.! .Jsai~ cap. XXXVIII v. 10: Ego dixi: in dimidio dierum eorum vadam ad
P?tt.as mferi . Sulla grandiosit di intonazioni qui percepibili attraverso il sapore
biblico con. cui Dante timbra l'avvio del Poema Sacro particolarmente felice
G .. qETTo, m Il canto I dell'Inferno, Firenze, Le Monnier 1960. Il verso con
cm SI apre l'Inferno, e insieme la Divina Commedia, emerge da una memoria tutta
percorsa da echi biblici e profetici. Il testo d'Isaia, Ego dixi in dimidio dierum
eorum: vadam ad portas inferi, direttamente citato dalle parole di Dante, e il
testo del salmo LXXXIX, dies annorum nostrorum septuaginta anni, da esse indirettamente alluso, evocano un'atmosfera solenne in cui il discorso acquista come una
dignit liturgica, il sigillo sacro di un annunzio misterioso. Quel soffio profetico che
attraversa tutto il Poema, e ne agita qua e l con voce arcana le pagine, intona fino
dall'inizio il linguaggio dantesco.

250 -

Isaia, funge da epitaffio all'intero Poema Sacro sin dal primo verso di
I nf. I) non si stenta affatto a corredare le singole parole qui evidenziate in corsivo con la fitta rete di spunti che, dalle pagine di Isaia,
subito si levano come naturalissima orchestrazione.
a) il tema della parola brusca :

Lonquimini ad cor Ierusalem advocate eam; quoniam completa


mali tia eius ... 1
b) il tema della rogna :
... omnes quasi vestimentum conterentur, tinea comedet eos ... 2

e) il tema della voce molesta:


... adnuntia populo meo scelera eorum est domui Iacob peccata
eorum 3

d) il tema del vital nutrimento :

Dominus det mihi linguam eruditam ut sciam sustentnre qui


lassus est verbo ... Dominus Deus auxiliator meus, quis est qui con4
temnet me?

e) il tema dell'ottimismo profetico che da ci deriver:


Ecce Deus Salvator meus, fiducialiter agam et non timebo

f) il tema del grido :


Clama ... ex;Ita in fortitudine vocem tuam; qui evangelizas Ierusalem exalta ... ,
' Clama, ne cesses, quasi tuba exalta vocem tuam 1
g) il tema del vento :

... ecce nomen Domini venit de longinquo: ardens furor eius,


et gravis ad portandum, labia eius repleta sunt indignatione et lingua
i

3
4

5
l

Ibidem, cap. XL, v. 2.


Ibidem, cap. L, v. 9.
Ibid., cap. LVIII, v. 1.
Ibid., cap. L, v. 4.
Ibid., cap. XII, v. 2.
Ibid., cap. XL, v. 9.
Ibid., cap. LVIII, v. 1.

251 -

eius quasi ignis devorans; spmtus eius velut torrens inundas usque
ad medium colli ... flatus Domini sicut torrens sulphuris succedans
eam 1
h) il tema delle piu alte cime :

Ego posui te quasi plaustrum triturans novum, rostra serrantia; triturabis montes et comminues et colles quasi pulverem ponens,
ventilabilis eos et ventus tollet, et turbo disperget eos; et tu exultabis
in Domino, in Sancta Israel laetabetis ~
Desertos faciam montes et colles
et omne gramen eorum exsicabo
et ponam flumina in insulas et stagna arefaciam

. Il dilemma da cui abbiamo preso il via qui che si lascia riprendere in maniera definitiva; in controluce, cio, della perentoriet con
cui il Dante-Isaia si staglia progressivamente al nostro sguardo.
Sar mai compatibile (senza l'automatica caduta nell'umanamente
comico) tanta volont autoattribuzionale? _I tempi con i quali ci si
trova ad aver a che fare (sottolineerebbe molto opportunamente, a
questo punto, B. Nardi 1 ) sono tali da non consentire troppo facile
scherzo con simili prospettive; n Dante, col clima d'equilibrio umano
di cui ci d atto lungo l'intero Poema avrebbe avuto alcuna ragione
d'insistervi tanto senza un'interiore ca;ica atta ad inculcargli non solo
l'~rri?u~ciabilit che qui traspare ma, al tempo stesso, anche il coraggio richiesto dalle conseguenze cui si sapeva di andare con ci incontro.
2) maturit spirituale.

Venendo ora alle manifestazioni d'acquisita maturit spirituale,


il discorso non pu non cadere su Monarchia nel ricordo delle conclusioni che il Witte 5 ritenne di poter trarre dallo strano silenzio di
1

~
3

Ibid., cap. XXiX, vv. 27-33.


Ibid., cap. XLI, w. 15-16.
Ibid., cap. XLII v. 15.

... qual cristiano del medioevo (cosi B. Nardi) che non fosse stato uno
sciocco o un miscredente, avrebbe mai osato di parodiare il raptus di S. Paolo per
farne una finzione poetica, cio una bella menzogna, sia pure questa che celasse
una verit? . (B. NARDI, Dante e la cultura medievale, cit., pag. 365).
5 addirittura agli ultimi anni del secolo tredicesimo che il Witte ci porta
come datazione da lui proposta per Monarchia.

252 -

Dante su fatti storici e, pili ancora, su documenti troppo drasticamente


opposti al suo punto di vista per poter non provocare la sua animosit
e, quindi, non venir fatti oggetto d'aspro commento; d'onde (per venire al primo tra i riferimenti d'obbligo) la datazione da lui proposta
per Monarchia anteriore all'Unam Sanctam di Bonifacio VIII. Cosa
dire, ora, alla luce della crescente tendenza a posticipare al massimo
la datazione di Monarchia? Ovviamente qualcosa di assai incisivo
dev'essere accaduto in questo Dante se, anche sui temi pili cruciali,
sa mantenere l'imperturbabilit del silenzio pieno. Lo stesso dicasi
con il coraggioso (e carente!) atteggiamento riscontrabile in lui, pur
cosi provato nelle necessit pili materiali 1 , di fronte a le piu alte
cime del suo tempo da tutti riverite in un clima di prostituzione
totale.
quanto vedremo in ambedue i rovesci della medaglia: correggendo, cio, prima certi, troppo frettolosi, giudizi sul suo atteggia:
mento verso Bonifacio VIII e poi illuminando le sue vere prese d1
posizione verso l'ossequiatissimo Filippo il Bello.

Tra i pili scontati luoghi comuni nei quali dato imbattersi,


quando si parla del progressivo affinamento spirituale causato dalla
coscienza d'investitura, v' senz'altro il tema delle tante scorie umane
reperibili fin nell'ultimo Dante e di tal tema il caso-Bonifacio VIII
suole sempre costituire l'esemplificazione piu gradita.
Su tal punto giover, quindi, ora brevemente soffermarsi nella
previa convinzione di potervi ravvisare non gi un capo d'accusa, n:a
un vero test altamente indicativo (soprattutto se lo si vede m
controluce dell'analogo caso-Filippo il Bello) del vero atteggiamento
da Dante tenuto, come logica conseguenza della propria oflciatu:a
profetica, con le pili alte cime . Non solo, ma potremo per tal via
anche renderci conto dell'intera superficialit cui soggiacciono certe
accuse, dimentiche, nel nostro caso, fn del pili esteriore dettato poetico chiamabile in causa e qui avviabile non gi con lo sguardo apocalittico di Inf. XIX, bens1 con il commosso pianto di Purg. XX.
1
Basti ricordare l'accenno che in questo senso vediamo fatto, in direzione
Cangrande della Scala, nella Epistola a lui diretta.

253 -

Rileggiamo prima le terzine da cui lo schiaffo di Anagni viene inserito in teologia da corpo mistico di gusto squisitamente moderno:
Perch men paia il mal futuro e il fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser deriso;
Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Veggio il novo Pilato sf crudele,
che ci non sazia, ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele 1

Meglio non potrebbe emergere la possibilit che ci viene data


di distinguere ci che, nei personali confronti di Bonifacio VIII, viene
detto sull' uomo da ci che, invece, viene detto sul vicario di
Cristo , com' facile dedurre commisurando l'atteggiamento dantesco sull'insieme di giudizi che, a tal proposito, la letteratura del tempo
ci registra.
Si ascolti, anzitutto, Cecco d'Ascoli che allo schiaffo d'Anagni
guarda non gi con il pianto espressoci da Dante, ma con l'entusiasmo
di chi in esso vede una delle azioni da cui i Colonna riceveranno pili
lustro:
O Colonnesi, o figlioli di Marte,
Toccaste il cielo con l'armata mano
Che sempre suoner per ogni parte.
Subita spada con gigliato grido
Faravvi ognora nel terren romano
Gli inimici tener col becco al nido ~.

Un'altra testimonianza del tempo verr a rivelarcisi tanto pm


eloquente se nel suo autore (oltre alla dimensione di ufficiale perso3
naggio sacro ) sapremo anche vedere quella di un individuo forte1

Purg. XX, vv. 85-93.

L' Acerba, lib. II, cap. VI (Della fortezza), vv. 1091-1096.


3 Ricorder in merito proprio l'aspetto che nel Girolami ci viene suggerito dal
passo qui riportato: il ruolo d'oratore ufficiale dal Girolami detenuto in Firenze
nelle occasioni piu solenni, quali il discorso pronunciato per Carlo I d'Angi (1281),
::!

quello per Carlo II d'Angi (12~4 ), quel!o per Carlo Martello (1294 ), e i due discorsi
ai Priori della citt del, febbraio e luglio 1295.

254 -

mente beneficato da Bonifacio VIII (Remigio de' Girolami), il cui


punto di vista, quindi, verr tanto pili facilmente a significarci l'espressione di quella che, nell'intera comunit cristiana, non tard ad affermarsi come vera linea ufficiale dopo i primi stupori causati dal
misfatto anagnino. Vediamone l'elogio funebre tenuto alla morte di
colui al quale tale misfatto riportava come responsabile primo:
... fuit pulcher in corpore et in anima, quia abstinens, qui elemosinarius,
quia auditor officii et predicationum, quia habebat semper confessorem
spccialem etc. Item fuit verus et taciturnus in sermonibus. Mansuetus in
moribus ... , iustus in expeditionibus seu operibus ... 1
All'entusiasmo con cui Cecco d'Ascoli si congratulato con i
Colonna e alla facilit con cui Remigio de' Girolami ha saputo dimenticare le responsabilit di Filippo il Bello aggiungiamo ora un'altra testimonianza con la quale dall'atteggiamento dantesco ci si allontana
sempre pili sin quasi a rammaricarsi (verrebbe fatto di dire) per non
essersi trovati al posto di chi ebbe l'onore di realizzare i piani previamente stabiliti dall' inclytus Philippus :
Aliter possumus vulnus bestiae (la bestia di cui qui si parla non pitt
la Roma pagana o la Roma cristiana o almeno la Curia pontificia genericamente presa) ma Bonifacio VIII in persona) et curationem eius exponere
ut vulnus ipsius sit horrenda mors et finis eius et solemnis percussio auctoritatis suae superbae tamquam principalis capitis eius facta per inclytum
Philippum regem francorum, principum, militum et populorum multorum
die praecursoris Jesu vel in sitis horribilibus quae de ea ed eius aures pervenerat dum fuit vilissime captivatus in gladio multae vilitatis et fugae et
persecutionis est mortuus ... '.!
Chi cosi parla Ubertino da Casale che, oltre a riuscire utile per
la possibilit qui dataci di poter ben valutare l'intero senso d'eccezionalit reperibile nell'atteggiamento rivelatoci da Purg. XX, ci d anche modo di dissolvere nel piu normale tracciato della letteratura 3
1 Il testo qui ripreso da G. SALVADORI-V. FEDERICI
I sermoni d'occasione,
le sequenze e i ritmi di Remigio Girolami in Scritti va'ri di filolooia
ad Ernesto
0
Monaci. 1901, pp. 455-508.
z UBERTINO DA CASALE, Arbor vitae cricifixae Venetiis 1385 per Andream De
Bonettis dc Papia, lib. V., cap. VIII fol. 232 ca. '
'
3
la conclusione feli~en~ente tirabile confrontando i sinooli dettagli su cui
pi{1 indugia Dante con ql!elh ~t r~peribili (ma con molta pili ~lsprezza) nel passo
di Ubevtino da Casale qm subito citato.

255 -

contemporanea quell'animosit che in Inf. XIX e XXVIII noi sogliamo


considerare personale invenzione di Dante.
Vedasi anzitutto in merito come lo stesso Ubertino aveva prece'
'
.
dentemente calcato il motivo della bestia apocalittica trasmessac1
da Inf. XIX:
Pro prima dicit quod vidit de mari, id est de tempestuosa vita clericali,
bestiam ascendisse, quia ascendit usque ad summum ecclesiae statum. Dicitur autem habere VII capita haec efiertur contra decalogi mandata. Dicit
autem X diademata esse super cornua, quia laetatur cum malefecerit et exsultat in rebus peximis. Dicitur autem similis pardo propter dolosas veritates et fraudes et simulationes quas scit ad explendas deversas malitias ...
Os eius sicut os leonis, quia comminative et terrifice et concertive in suo
furore magis videbitur leonine fremere quam loqui humane, nisi quano
veritas pardi requireret 1

Non ci vuol molto, attraverso il crudo verismo di Ubertino, a


trarre la debita luce sull'effettiva meditazione cui soggiace un presunto
ghibellinismo dantesco per lo pili ritenuto frutto d'immediata dettatura interiore. In realt il linguaggio dantesco non solo vede diluita
la propria asprezza nel genere letterario cui assurgeva la letteratura
creatasi contro Bonifacio VIII 2 , ma addirittura riporta ad una pili
vasta panoramica ecclesiastica quella polemica apocalittica che Ubertino aveva invece personalmente concentrato su Bonifacio VIII, fatto
bestia in proprio (diremmo), passibile di tutti i ricami che Ubertino
ha saputo offrirci in merito.
Non diverso il giudizio da dare su altri aspetti del linguaggio
dantesco forse destinati ad apparire pili fastidiosi in quanto apparentemente maturati a freddo, anzich nel calore dell'impulso polemico.
Mi riferisco a certi spunti sarcastici quali il se' tu gi costi ritto, Bo3
nifazio?) di In/. XIX, o, peggio, l'intero contenuto di In/. XXVII.
Anche in tema di sarcasmo Ubertino non manca di fungere da
pili che eloquente guida col suo escogitare, ad es., un Dio che, vo1

Arbor vitae cricifixae, fol. 230 d.


Basterebbe rievocare gli amari sarcasmi affidati da Jacopone da Todi alla
sua Epistola III a Bonifacio VIII , in cui i vari accenti al Lucifero novello ,
raggiungono punte d'asprezza eccezionale. (Cfr. Le laudi, Libreria edizione Fiorentina 1955, p. 191).
2

:i

In/. XIX,

V.

53.

256 -

lendo punire la chiesa, quasi si scusa di non aver trovato come Papa
altro individuo peggiore di Bonifacio VIII.
Alicui amico revelavit misericorditer quod si habuisset pejorem, ipsum
permisisset a diabolo locati in sede, quia hoc peccata ecclesiae exigebat 1

Senso di misura quindi (s' detto) v' in questo Dante che mentre non nuovo (e perci assai meno ghibellino ) nei momenti in
cui colpisce l'uomo che gli ha fatto del male, nuovissimo e addirittura unico l dove compiange il vicario di Cristo; ma al tempo
stesso anche autentico coraggio dato reperire in lui, come attestato
dai tanti dettagli che ci precisano l'atteggiamento assunto verso
colui che per gli altri oscillava tra l' inclytus Philippus di Ubertino
e il pulcher non solo in corpore , ma anche in anima ( quia
abstinens, quia elemosinarius, quia auditor o:fficii et predicationum,
quia habebat semper confessorem specialem, etc. ) di Remigio de'
Girolami. Per Dante il corteggiatissimo despota che ha potuto permettersi il lusso di schiaffeggiare il vicario di Cristo il mal di Francia
(Purg. VII, v. 109), colui che in Purg. XX diviene:
... il novo Pilato sf crudele,
che ci nol sazia ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele; 2

ed infine colui che, oltre a venir esibito in Pttrg. XXXIII nel poco
nobile profilo di gigante portato ad infierire su di una Chiesa divenuta misera foia , affida il suo ultimo ricordo al crudo
Li si vedr il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morr di colpo di cotenna 3

b) conferma testuale.

Te sto (quello, esattamente, di Par. XXVII visto nelle terzine finali e negli altri spunti che fungono da periferia obbligatoria; quali
l'alta provvedenza del v. 61 portata a rimbalzare sulla fortuna
1

2
3

Arbor vitae crucifixae, ibidem.


Purg. XX, vv. 91-93.
Par. XIX, vv. 118-120.

257 -

del v. 145) e contesto (che qui ora convoglieremo da tutte le altre parti
della Commedia atte a chiamarsi reciprocamente).
Risultato? Uno strano incontro, raramente cosi fertile ai fini della
pili concreta lectura , tra progesso e tradizione. Progresso in qua.nto
indubbia sorgente di luce su varie tra le questioni che pili hanno affiitto
il dantismo sin dai primi secoli senza mai approdare 31 grado di accettabilit qui forse raggiunto; ma con ci stesso, quindi, anche
tradizione.
L'episodio, dopotutto, tutt'altro che nuovo nelle vicende di questa lectura mystica avviata dieci anni orsono col dar piena credibilit letterale al reclamo d'esperienzialit da Dante addirittura gridato, pili che semplicemente chiesto, nel noto paragrafo dell'Epistola
a Cangrande:
Et ubi ista invidis non sufficiant, legant Ricardum de sancta Vietare in
libro de contemplatione; legant Bernardum in libro de Consideratione;
legant Augustinum in libro de Quantitate animae et non invidebunt. Si
vero in dispositionem elevationis tantae propter peccatum loquentis oblatrarent, LEGANT DANIELEM, ubi et Nabuchodonosor invenient contra
peccatores aliqua vidisse divinitus oblivionique mandasse. Nam Qui
oriri solem suum facit super bonos et malos, et pluit super justos et
injustos , aliquando misericorditer ad conversionem, aliquando severe ad
punitionem, plus et minus, ut vult, gloriam suam quantumcumque male
viventibus manifestat 1
Quali furono allora, pur nel clima scandalistico subito orchestrato dal dantismo-bene 2 , le conseguenze emerse dalla letterale interpretazione data a quel sonno 3 che lo stesso Dante voleva letteralmente interpretato? Ripercorse ora (a clima scandalistico ormai infranto grazie alle tante zone letterarie oggi fatte oggetto 4 di indagine
1

Epistola a Cangrande paragr. 28.


J\!essuno me n~ voglia se, nel ricordo dei tanti attacchi piovutimi addosso per
questa n:ua. proposta d1 l~ttura >~ (europeistica prima e psicanalitica poi) io mi per2

metto di rievocare l'atto di nascita di un simile atteggiamento: G. PETRONIO, L'in-

fern_o: .Problemi di met.odo in .Cultura e scuola, Vol. 13-14.) che, bont sua, mi
attnbmsce un Dante simbolo eh un'Europa cristianamente e democristianamente
unita (pag. 366).
3
Cosl precisa in Dante questa visio in somniis da darci con estrema precisione tanto l'inizio della parabola onirica (fo/. I) quanto l'avvicinarsi della fine (Par.
XLXII: E contro al maggior padre di famiglia siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a minar, le ciglia? - Ma perch '1 tempo fugge che t'assonna, qui farcm punto ... ).
4 Per un'adeguata documentazione in merito (almeno limitatamente al periodo
anteriore) invio a M. DAVID, La psicanalisi nella letteratura italiana, Boringhieri,
Torino.

258 -

psicanalitica in ogni parte del mondo) tali conseguenze non tardano a


riassumersi nella ristabilita credibilit poetica per un tessuto espressivo prima circondato da dubbi a non finire tanto da facilitare la brutalit crociana cui doveroso richiamarsi. Al posto di una selva
che non selva con un colle che non colle e fiere che
non sono fiere emergeva l'intima coerenza immaginistica junghianamente raccolta attorno ad un archetipo- ombra 1 atto a recuperare ogni cosa nel dosatissimo equilibrio di un transfert finemente distribuito tra livello istoriale e livello allegorico; proprio
come, ancora una volta, reclamato dallo stesso Dante in un altro tra
i pili decisici paragrafi. dell'Epistola ricordata poco fa:
Ad evidentiam itaque dicendorum sciendum est quod istius operis non est
simplex sensus, ymo dici potest polysemos, hoc est plurium sensuum; nam
primus est sensus qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram. Et primus dicitur litteralis, secundus vero allegoricus 2
Questi saranno,, graficamente resi, i concreti riflessi poetici:
Livello istoriale

_I___T_e_st_o_d_a_n_t_es_c_o_ _ _ _L_1_v_el_lo_a_ll_eg_o_r_ic_o_ _
1

a) all'et di 35 anni

nel mezzo del cammin


di nostra vita

l'allargamento derivante dalla consonanza


con il biblico in dimidio dierum meorum

\Selva vera e propria


nella sua genuina figurali t d'inconscio

mi ritrovai per una


selva oscura

Selva dei vizi e smarrito senso del vivere

Reale smarrimento all"interno di una selva


che, nella tipologia di
inconscio, spontaneamente associabile al labirinto

che la diritta via era

allontanamento dalla via


bene

Senso di sorpresa in
tutto identico a quello
reso da S. Teresa col
suo senza saper come,
mi ritrovai...

io non so ben ridir


com'io vi entrai

b) in stato di sonno

smarrita

L'esperienza comune a
tutti coloro che si trovano a un certo punto ingolfati nei vizi senza spiegarsi come ci
possa essere accaduto

Sul div~rso con?gurarsi dell'archetipo- Ombra (come primo momento d'.og~i

pr~cesso autoncost~u~tlvo) sarebbe possibile mobilitare un'intera letteratura distn-

?ulta tra quel ~< mm1mum .ch' il cosiddetto lato oscuro di cui ogni paziente,

m sede terapeu~1ca, deve farsi padrone a quel maximum che l'intero nostro

ter ego negativo.


2
Epistola a Cangrande, par. 8.

259 -

Al-

Sonno vero e proprio


nel decorso di una notte altrettanto reale

tant'era pieno di sonno


... la notte che passai
con tanta pieta

Torpore del v1z10 associato ad una nox di


chiaro ricordo paolino

Colle-mammella
come
visiva immagine di un
Eden perduto e, quindi
di seno proibito.

al pi d'un colle giunto ...

Dio come traguardo in


lontananza

Animalesche
incarnazioni di colpa visualizzate nell'inconscio di
Dante proprio al modo
in cui ci viene raccontato

una lonza leggera ...


la vista d'un leone ...
Una lupa che di tutte
brame ...

Tripartizione del male


affacciato sulle tre belve di cui parla Geremia

Vera e propria immagine canina

Infn che 'l Veltro ...

Dante come messo


d'un Dio persecutore
del male ed inseguitore
dell'anima peccatrice

Non solo! Non meno che le strutture d'avvio recuperate a poesia piena, le stesse strutture conclusive agilmente si inseriscono nel
ritmo d'una trasformazionalit lacanianamente 1 ineccepibile:
MORTE

VITA

(-)

( +)

Selva oscura

Candida rosa

Trimurti inferna

Trinit celeste

Sconfinato pelago dall'acqua


gliosa .

peri-

Miro gurge solcato su legno che


cantando varca .

1
C', ovviamente, da rifarsi al quadrato lacaniano che ripetutamente interviene in questo discorso e che qui stesso si lascia facilmente applicare depositando
l'intera colonna di sinistra (nello schema qui sotto leggibile) sul settore S (il soggetto-Dante) e l'intera colonna di destra sul settore A (l'alterit divina da cui provengono gli appelli ).
S
M

//

,//

/'
A

260 -

Colle-mammella protetto da fantasmi


divoranti a m di belve.

Mammella-clivo fatta bersaglio di infantile voracit.

Stelle nello sfondo d'un disio discorde dal velle .

Stelle a commento d'una raggiunta


armonia sl come rata ch'igualmente
mossa.

Cieco fiume e triste riviera .

Lume in forma di rivera .

Anime-foglie in atmosfera autunnale


sulla riva d'Acheronte.

Anime-foglie su rive dipinte di rnirabil primavera.

Smarrito senso della vita all'interno d'una selva-labirinto.

Riemerso senso della vita a contatto col codice originario.

Altrettanto evidente veniva 1 ad essere l'armonia delle strutture intermedie riassuntivamente affidate da Dante a tre sogni purgatoriali tanto precisi come ascensus purificale quanto perfetti
nelle loro interne configurazioni contrastive gi pienamente in linea
con quanto di pili sperimentale v' nella scienza onirica odierna 2 :
struttura confiittuale dei tre sogni
CANTO IX
Aquila

Lucia
(+)

(-)

CANTO XIX
Femmina balba

Donna santa e presta


( +)

(-)

CANTO XXVII
Lia

Rachele
(+)

(-)

1 In tema d'armonia fanno testo, dopotutto, gli stessi inizi di canto Ne l'ora
che comincia i tristi lai (Purg. IX, 13) - Ne l'ora che non pu 'l calor diurno
(Purg. XIX, 1) - Ne l'ora, credo, che de l'oriente (Purg. XXVII, 9-l).
2
Due soli rilievi saranno pili che eloquenti in merito. Il primo concerne la
tecnica dei risvegli, fedelmente graduati sul ritmo delle rispettive conflittualit, sl da
spostarsi dal maximum contrastivo del primo sogno ( mi fuggf 'l sonno, e diventai
smorto, come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia) al minimum del terzo
sogno ( le tenebre fuggion da tutti lati e 'I sonno mio con esse ... ). Il secondo riliev~ concer~e invece .le connotazioni termiche dei singoli sogni qui pure distribuita
tra t1 maximum d1 calore ( e si lo 'ncendio imaginato cosse P11rg. IX, 32) al
minimum visto poco fa a livello di autentico gelo.

261 -

Da ardimento passibile .di scandalo la nuova metodol?gia d~ve


niva, in poche parole, concreto ausilio di lettura tanto da mvoghare
qualche autorevole 1 esegeta a gemellare con essa (in ~uanto formulazione nuova d'un messaggio antico ) la stessa prima lectura
Dantis trecentesca, fondatamentee riportabile dall'abusivo tracciato della fictio poetica 2 a quello, assai pili storico e piu robusto,
della visio in somniis 3

Dal censimento dei risultati potuti conseguire con gli ausili della
psicanalisi, passiamo ora al censimento dei risultati conseguibili coi,
non meno validi, ausili della socioanalisi gi precisati nel canone delle
progettazioni a distanza (o time span of discretion ). Si tratter di fissare, anzitutto, un primo ponte fra la certezza temporalizzata che dalla centesma di Par. XXVII abbiamo visto proiettarsi
verso i secoli futuri e l'arco quinquesecolare portato ad imporcisi,
come autentico Leit-motiv , sia col richiamo gi fatto, per analogia
di linguaggio profetico, alle settanta settimane d'anni di Daniele
sia col cinquecentodieci e cinque che funge da connotazione numerica 4 all'annunciato Dux di Purg. XXXIII:
... ch'io veggio certamente, e per il narro,
a darne tempo gi stelle propinque,
sicure d'ogni intoppo e d'ogni sbarro,
1 Penso (co~ vero senso di gratitudine per l'alto servizio resomi da tanto stud1os~) ~d A. Pagharo di cui giover rievocare il seguente passo: Nei commenti mod~rm s1 ass~me, senz'altro, tale dato cronologico (si tratta di nel mezzo del cammi11
dt nostra ~zta ).come part~ del significato parabolico, e si intende che a tale et,
~el ~rentacm9uesu~o anno,. 11 poeta ebbe la coscienza di trov<u-si nel peccato e senti
11 .b1sogn.~ d1. scgu~re la via ?el_la salvazione, che la grazia gli rivelava. Nessuno si
c?1ede .Pm. (st noti _or~) se v1 sia sotto altro significato letterale o istoriale, che dir
s1 voglia, il 9uale sia m congruenza con la fabula e anzi possa costituire un elemento organico <l_ella sua struttura. Non fu cosi presso gli antichi commentatori . A.
PAGLIARO, Proemzo e prol~go della Divina Commedia, in Atti del convegno di Studi
su Dante e la Magna Cuna, Palermo Centro di Studi Filologici e Linguisti Siciliani,
1967, pagg. 3-29.
~ Rinvio tant~ per. la fi~.tio poetica quanto per l'opposta visio in somniis
al grafico ove ho smtet1zzato I mtero quadro della esegesi trecentesca.
:i E' proprio su questa visio in somniis che fa leva la presente proposta come
semplice formulazione nuova d'un messaggio antico .
4 Dove guardi Dante con questo arrotondamento numerico addirittura adatto
al traguardo lessicale DUX non si ha difficolt a comprenderlo: chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia; perch il numero di uomo 666 (che letto
in lettere-numeri ebraici d Neron Caesar ), Apocalisse.
.

262 -

nel quale un cinquecento diece e cinque,


messo di Dio, ancider la foia
con quel gigante che con lei delinque 1

Si d il caso che, col metro dei cinquecento anni applicato al periodo in cui fu seri tto il Poema Sacro, si vada pari pari a sfociare tra
fine '700 e inizio '800; ovverosia proprio nel momento in cui Dante
diviene salute 2 dell' umile Italia attorno a lui effettivamente
raccolta come simbolo unitario rivelatosi politicamente efficacissimo;
ed ecco con ci avallate le quotazioni d'un Dante-Veltro ripropostesi
con particolare insistenza proprio in questi ultimi tempi 3
Si d anche il caso che, proprio sui frutti emersi dall'intesa risorgimentale cementata con Dante, l'ignobile flirt tra gigante e
foia per cui tante speranze erano state riposte in Enrico VII si
veda finalmente fiaccato nelle sue stesse radici tramite abbattimento
del potere temporale dei Papi; e ci accade con cosi scarso impiego
bellico da ricordare, con assoluta naturalezza, il senza danno di pecore e di biade 4 che vedremo tra poco.
XXXIII, 40-45.
Si provi a ricordare: di quella umle Italia fia s~1lute - per cui morf la
vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute .
. :i Il Veltro annunciato da Virgilio (cosi G. Getto) Dante stesse:. L'id~ntifi
caz1one a me pare ineluttabile. Qualunqu~ personaggio storico ben detcrmmnto. si pr~
ponga, la soluzione dell'enigma apparir sempre inadeguata, sia per. la d1ficolta
c~e. incontra negli ~lementi che compongono la profezia, s~a per I~ limttat~zza stess~
direi de~ personaggio proposto, che apparir sempre inferiore all attesa di. Dante
al compito assegnatogli. N si pu d'altra parte lasciare che il mistero sussista com~
n:iistero !1ella. mei:ite e pertanto nella volont del poeta. Il poeta do\:eva p~rlare co
lmguagg10 misterioso perch tale era il linauacmio profetico; e perche cosi imponeva
la situazione iniziale in cui era convenien;e cl;e Dante personaggio non ancora capisse. Ma quando Dante nel canto secondo esprimer il proprio dubbio di fron!e
al viaggio ad immortale secolo che sta per intraprendere (Io non Enea,. 10
non Paulo sono ) Virgilio potr rassicurarlo, rimproverandolo prima. ( La an!ll1a
tua da viltatc offesa: dalla pusillanimit cio, dal sentimento proprio del p:isi a.
.
1 Convrvto
. . sempre
, s1. tiene
.
mme,
c h e, come spiega
1
meno cI1e non ) e poi rassicurandolo sulla volont delle tr~ donne benedette che curan di lui nella corte
del cielo . Dante destinato dunque a ripetere il viaggio di Enea e San Pao10 per

' essi hanno


'

m comoperare evidentemente
quel che
operato, per svolgere una missione.
l f ..
pito di rinnovamento, che Cacciaguida manifester al termine della sua pro ezt~~
Questo tuo grido far come vento - che le piu alte cime piu p~rc~1 ?te; ~
clo
non fa d'onor poco argomento. Mi sembra perci evidente che Virgilio apren
a
11
serie delle profezie culminanti in quella di Cacciaguida, riferisce le sue oscure a usioni a Dante. Cito da Il canto I dell' Inferno nell'ed. leggibile in Cultura e
scuola Vol. 13-14 pagg. 413-414.
1
' Per una ricostruzione dei possibili Antenati di Dante e Pio. IX nei rispettivi ruoli di Veltro Liberatore e di foia schiavizzata dal gigante (in
tal caso il potere temporale sic et simpliciter ) rinvio ai tanti elenchi ovunque
1

Purg.

:.?

263 -

Si erra proiettando sulla littera poetica questa luc: a _P?steriori proveniente da episodi pur lontanissimi dagli enigmatici annunci di Dante? Lasciamo rispondere lo stesso poeta con un passo
che, proprio per la sua nebulosit, lascia trasparire l'origine spic~a~a:
mente autobiografica e, soprattutto, una sua commovente stonc1ta
del tutto in linea con i dubbiosi parvermi 1 che altrove contrappuntano il racconto della visio suprema:
E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
ma tosto fen li fatti le Naiade
che salveranno questo enigma forte
senza danno di pecore e di biade.
Tu nota; e s come da me son porte,
cos queste parole segna a' vivi
del viver ch' un correre alla morte'..!.

Proprio cosi! Il cifrario da usare quello che oggi indicheremmo


col termine marxiano di prassi . Avrebbero provveduto i fatti
(scandisce Dante trasmettendoci di peso quanto lui stesso si sente
inculcare) a rendere chiari i precedenti enigmi ; che tali sono, prima
ancora che per il lettore, per lo stesso poeta ridotto, nei loro confronti,
a puro ruolo di scriba , di semplice medium ( Tu nota ... )
con tutti gli imprevisti soliti ad intervenire (lo stesso Daniele ne ha
saputo qualcosa 3 ) nel passaggio dalla fase della cieca obbedienza al

consultabili; tra i quali, al primo posto, naturalmente, il caso di Enrico VII che
pili vivamente balen agli occhi di Dante.
1 Parea e parvermi sono i due moduli maggiormente ricorrenti non solo
in Dante, ma (rileva giustamente il Musatti a proposito del primo sogno di Vita
'!uova ~>) anche nella pili ;iatural.e. espressivit <l'inconscio, qual dato sperimentare
rn ogni normale seduta ps1coanaht1ca. Cfr., per una pili vasta documentazione, C. L.
Iv1usATTI, Trattato di psicoanalisi, Torino, Einaudi 1949, vol. II pagg. 54-57. Per
quanto concerne Dante penso sia fin troppo facile passare dal parea or ora ricordato ai vari momenti nei quali tal modulo ricorre in Inf. I ( Questi parea che contro
me venesse , In/. I, 46) o dal parvermi ai tre giri di Par. XXXIII.
~ Purg. XXXIII, vv. 46-54.
3 Vedasi in La Bibbia a cura de La civilt Cattolica, Roma 1974 a pag. 1420
dove cos leggiamo: Le prime sette settimane, quarantanove anni, coprono assai
bene la durata dell'esilio: nel cinquecentotrentotto il sacerdote Giosu presiede al
ristabilimento della Comunit ebrea in Palestina, ma la ricostruzione del tempio avviene nel cinquecentoquindici, quella delle mura della citt nel quattrocentoquaranta0

264 -

Dittatore (fase sibillina, ma, dopotutto, alquanto comoda perch


spersonalizzata) a quella, assai pili impegnativa, della stesura per i
destinatari.
Ora, sinceramente, non si pu non rimanere sorpresi per la gran
coerenza di conferme riscontrabili sul piano dei fatti, pur trattandosi,
(sottolineo ancora) di eventi lontani di ben cinque secoli se rapporta ti al momento in cui Dante-Veltro entra inizialmente in scena e di
ben sette secoli al momento (quello da noi stessi vissuto) in cui prendono corpo i finali riverberi della sua prophetia sotto forma di
definitivo ritorno dalla nordica civilt faustiana alla mediterranea civilt cristiano-islamica 1 da cui ha preso il via la bimillenaria parabola europea. E, pili ancora, sorprende la cornice democratica, diremmo, che caratterizza questo attivismo del Dante-Veltro nel
particolare caleidoscopio dei livelli su cui scatta la conferma dei
fatti ; attivismo portato ad imporsi non gi previa eliminazione
delle altre ipotesi , ma in una loro compartecipazione a pieno respiro. Spazio, infatti, trova non solo Dante effettivamente giustificato
fin nei pur minimi dettagli che lo riguardano (si pensi alla pienezza di
significato che, con l'odierna proposta di T. S. Eliot di una societas
christiana modellata su Dante, trova l'occhio cupido 2 di Purg.
XXXII rivolto al poeta dalla stessa foia , con ansia liberatoria e
desiderio di sublimazione); ma spazio, in pari tempo, trovano l'ipotesi
Veltro-Cristo cui il Veltro-Dante pienamente funzionalizzato e l'ipotesi Veltro-Papa che, rapporta a Giovanni XXIII 3 , ricinque: E le . sess.antadue s~ttimane seguenti non corrispondono pi alla storia, _infatti
dall editto di Ciro del cinquecentotrentotto all'assassinio del sacerdote Oma III
nel centosettanta (il consacrato soppresso di cui parla il verso 26) mancano. sessantasette anni perch il conto torni. L'autore si forse inoannato nel conteggio? ...
q che. con.ta in 5lueste profezie non che predica, piu 0 ~eno una d~ta, m~. che
mcoragg1 gli ebrei a... perseverare. In un simile contesto di errori leciti .al
profeta non credo che sia difficile accettare la tecnica di arrotondamenti rilevabile
anche nella prophetia di Dante.
1
Vedasi, per tale ritorno dalla nordica civilt faustiana alla mediterranea
civilt cristiano-islamica il grafico di pag. 217.
2
Ma perch l'occhio cupido e vagante - a me rivolse, quel feroce drudo la flagell dal capo infin le piante (Purg. XXXII, 154-156) .
3

Per un~ P!li vasta giustificazione dell'ipotesi Veltro-Papa applicata .a Giovanni XXIII rmv10 a quanto gi detto pagine innanzi. E vorrei anche aggiungere
c?~ lo .ste~so dettaf?lio .sua nazion sar feltro e feltro non presenterebbe sca?rosita ubicat1va maggiore di quanto non sia dato riscontrare nelle diaoonali
geografiche
0
con cui il Velluttello applicava un simile dettaglio a Cangrande della Scala. Tanto per
la Verona di Cangrande quanto per la Bergamo di Giovanni XXIII il principio
sempre quello del terzo a~gc;>lo d'ut? triangolo che appunta gli altri due angoli tra
le Feltre della Marca Trevigiana e il Montefeltro vicino a Urbino.

265 -

ceve non solo il suffragio del confronto numerico col Giovanni XXII
in cui s'incarna, nella logica della Commedia, il pili operante riscontro
negativo 1, ma pili ancora quello della Chiesa idealizzata al modo sognato da Dante. E spazio trovano, oserei dire, le stesse ipotesi umanamente pili temerarie gi spintesi verso i nostri tempi; quali un Veltro-Napoleone 2 che, visto in tale prospettiva, non tarda a rivelarsi assai funzionale agli effetti di un ritorno alla geografia culturale
confluita nel Poema Sacro come profezia per i nostri giorni. (L'idea
d'una Europa nuovamente distesa dal Nord anglosassone al Sud afroasiatico delle sponde mediterranee proprio con lui risorge; cosi come
con lui risorge, in chiave egiziana 3 , l'iniziativa araba di cui oggi celebriamo i fecondi sviluppi).
Ma, al solito, mentre plaudiamo all'ausilio dei fatti esteriori, la
migliore conferma la chiediamo anche qui alla lectura poetica che
nuovamente ci viene incontro con una piena chiarificazione testuale,
l dove gli stessi ultimi pili equipaggiati critici hanno ancora trovato
aporie a non finire.
Accostiamoci ad In/. I con fede nel Dante-Veltro intonata
non solo alla perentoriet scandita in nota da G. Getto, ma al ben piu
fondato consenso suggerito dal canone socioanalitico delle progettazioni a distanza. I fatti esteriori nell'avvento del Dante-Veltro ci
hanno additato sia lo scatto delle sintonie atte a far individuare i veri
destinatari del messaggio dantesco (dopo i ben cinque secoli bui
funzionalizzati a perdita intenzionalmente preventivata nella dinamica
della Time span of discretion ) sia la progressiva orchestrazione
delle conferme sociali. L'interiore analisi del testo ci far ora assistere
ad un meraviglioso gioco di armonie strutturali prima raccolte, come
sezioni espressive, attorno agli archetipi 4 in azione:

1 Si ripensi ancora alle crude terzine finali di Par. XVIII in cui Giovanni XVIII
viene reso in piena prospettiva commercializzata.
:.? In Napoleone l'idea di un'Europa distesa dal Nord anglosassone al Sud
afroasiatico delle coste mediterranee nasce per esigenze strategiche di lotta realmente efficace contro l'Inghilterra. Fuor di dubbio, per, la felicissima ed attualissima geografia europea che da ci deriva.
3 Rinvio in merito a C. R1sLER, L'Islam moderne, ed. P. B. Payot, Parigi 1963:
L'arrive de Napoleon Bonaparte en Egyptc (cosi leggiamo a pag. 11) fut l'etincclle qui devait provoquer le rveil de l'Islam.
1 Archetipo- Ombra (molla dinamica della prima cantica), Archetipo- Anima (molla dinamica della seconda cantica) e Archetipo- Vecchio saggio (molla
dinamica della terza cantica) non a caso conclusa con un ritrovato senso delle

-- 266 -

(archetipo- Ombra )

(archetipo- Vecchio saggio )

VALENZA DIALETTICA

VALENZA SAPIENZALE

Dalla selva oscura alle tre fiere


Inf I, vv. 1/60}

(Da Virgilio al Veltro lnf. I, vv. 61/


136)

t-VALENZA DINAMICA-t
(Beatrice: In/. II, vv. 51/115)

e poi composte attorno a due transfert perfettamente simmetrici


sia nel loro rifarsi all'unico soggetto-Dante sia nel triangolarizzarsi in
termini pienamente rispondenti:
Transfert

animalesco

triangolarizzato in negativo {lonza leone - lupa, 1 come volti del male}


nella selva oscura .

Transfert animalesco

triangolarizzato in positivo (sapienza amore - virtute come immagini del


bene) attraverso il Veltro.

Si parla di I nf. I come proemio e prologo all'intera Commedia.


Penso che nessun'altra formula riesca a rendere con altrettanta efficacia una simile funzione stante la possibilit che, con questo ultimo
grafico, abbiamo di giustapporre principio e fine dell'itinerario dantesco; e, prima ancora, stante la spontaneit con cui il grafico immediatamente precedente si proietta sulle tre cantiche: anticipate la prima
attraverso la riassuntivit dell'archetipo- Ombra (descritto nei
vv. 1-60), la seconda attraverso la riassuntivit dell'archetipo- Anima (chiamato in causa dallo stesso Virgilio in In/. II a giustificazione della sua presenza nella selva) e la terza attraverso la riassuntivit dell'archetipo- Vecchio saggio (descritto nei vv. 61-136).
Parleremo ancora di aporie (al modo brutalmente denunciato da
Croce) o di scompensi per via di una intenzione allegorica destinata a

cose tramite approdo al Cristo-archetipo primo. Da molle dinamiche delle due


sezioni cofllposit.ive da cu~ risul~a I~1f. I (affidato all'archetipo- Ombra in
yv. 1-60 c. all a~~hetipo- V;cchio sagg10 m vv. 61-136) tali archetipi si trasformano
rn sorgenti dell mtero movimento (La Beatrice- Anima di fo/. II).
1
I s.em~ologi 9-ui diflcilme1:it~ . si. asterrebbero dall'esprimere le loro compia
cenze per il r.1peters1 delle L m1.z1ali: ~o_nza - leone _ lupa. Effettivamente anche
questo dettaglio fa parte della perfezione stilistica maturata su conduzione d'inconscio.

267 -

fungere da germe che corrode il canto (al modo lamentato, pur


nella sua finezza d'annotazioni, da A. Momigliano 1 ) o, almeno, di
ipoteca visionaria portata a ritardare il racconto sinch non scatta
il modulo narrativo del viaggio (al modo denunciato da quello
stesso apprezzatissimo lettore che il Sapegno 2 )? Sinceramente non
se ne vede il perch con questa nuova proiezione dantesca transferizzata in nero nella prima parte e in bianco nella seconda su mediazione dinamica condotta da una Beatrice che gi qui, da suggestiva
piattaforma d'assenza, rivela l'intera carica a lei propria tra Purg. XXX
e Par. XXX.

.
L'immagine della selva (cosi Momigliano in apertura del suo, peraltro feliczssrmo,. commento) d modo a Dante di drammatizzare e di ambientare suggestivame~;~ il s~o stato d'animo. Ma la qualit del luogo, la selva, suggerita a Dante
dall. m~enz1,?ne allegorica: questo il germe che corrode il canto. Poich esso deve
costitmre l.rmpos.tazione generale del poema, non solo nelle sue apparenze ma anche
n.elle sue mtenz10ni. Dante vi intreccia, con l'impostazione dcl viaggio, l'impostadel ~uo. significato. Di qui nascono la continua alternativa tra lettera e simo o, e qumd1 le soluzioni di discontinuit della poesia. Il canto il pili incertamente concepito dell'Inferno. Cominciato con sicurezza, sembrerebbe subito voler
entrare nel fatto; ma poi svia nell'allegoria, nel programma e poi nell'intelaiatura
genera~e del poema. Per la sua struttura composita e per il gusto allegoricamente
fig~rat1vo esso ancor troppo tiranneggiato dalla tradizione artistica medievale .
(Cito dal commento alla Divina Commedia, Sansoni ed., Firenze 1945, voi. I pag. 5).
~ Per ricavare dalla caratteristica del nostro canto (cosi il Sapegno a proposito 41 In/. III gi alquanto lontano, quindi, dall'iniziale ipoteca visionaria) baster
comp~e:e la non difficile operazione di ricondurre sotto segno positivo gli elementi
negativi ... e ragionarli nei loro rapporti interni: ne risulteranno netti i lineamenti
d~ll'arte di Dante in questi suoi primordi. Diremo dunque che un impulso polemico gi potente (connaturato con le radici stesse dell'ispirazione del poema), ma
a:icora i_ndeterminato nel suo soggetto e nei suoi limiti, scarsamente sorretto da pre~1se ragioni ideologiche e dall'apporto di una concreta esperienza, si esplica in una
mvenzione strutturale alquanto incerta, di tipo paratattico, e in formule un po' im~acciate, Donde il prevalere per ora (e persister a lungo) dello schema della vis10ne che isola il pellegrino di fronte alla materia del suo contemplare, concepita
a sua volta come una serie di fotogrammi, e non come un processo, uno svolgimento
orga~ico: solo a poco a poco, maturan.<losi l'ar~c ~sllo sc~ittore, !~le tema sar~ riassorbito e sciolto in quello del viagg10 assai p1u ~utttlc e pm fecor.ido d1 J:?fOspettive, e per cui anche la vicenda dcl pcrsonagg10-Dante, travolta 111 . un ciel?
cli peripezie interne ed esterne, sar immessa con somma na~uralezza n~l ritmo unitario della rappresentazione (N. SAPEGNO, Il canto III del! Inferno, Firenze 1960).

bIOte

268 -

POSTILLA OPERATIVA

Non ci sar bisogno di grandi aggiunte in un contesto che ormai


parla da s, solo che si confronti la vera apertura filologica venuta via
via precisandosi nel respiro dantesco con le prime istanze unitario-politiche sulle quali ebbe a scattare la forza emblematica di Dante.
Era, anzitutto, un insieme di istanze nazionalistiche riportabili
forse al taglio politico del Petrarca, ma non certo alle strutture euromediterranee della Commedia; e, ciononostante, la simbologia unitaria funzion alla perfezione.
Si trattava, inoltre, d'una adesione a Dante fortemente improntata ad un presunto anticlericalismo (come tale impegnabile contro
il Papa-Re da privare dello Stato pontificio) diametralmente opposto
al vero atteggiamento qui illustrato nei confronti di Bonifacio VIII.
Ora si d il caso che le strutture euromediterranee di Dante collimino in pieno con la nuova area unitaria che si va sempre meglio delineando attraverso l' altra Europa ormai irresistibilmente destinata ad emergere dal nuovo contrasto fra l'Europa ufficiale (dei 9 legati a Bruxelles e dei 19 legati a Strasburgo) e l' antiEuropa variamente
delineata (con fantasmi oscillanti fra i gollisti jobertiani e il sempre piu imprevedibile Gheddaf libico 1 ). E tal crescente coincidenza
(fra strutture dantesche e nuova area unitaria) viene a realizzarsi nello
sfondo d'un ecumenismo religioso (quello gi siglato come clima-Giovanni XXIII) perfettamente in linea col finale auspicio di Par. XXVII.
V'ha anzi di pili in una situazione odierna fatta apposta per lasciar individuare i nuovi esuli atti a mediare, col loro agile stringersi attorno all'esule Dante come gi nel secolo scorso, l'auspicato
1

M~ r.iferisco. a due tr~ le configur~zioni latino-mediterranee pronunciatesi il!


questi ult1m1 tempi, contro I Europa ufficiale.. Autentici volti d'antiEuropa portati
a far auspicare la nascita di un' altra Europa comprensiva e dell'Europa e dell'antiEuropa.

269 -

incontro fra mondo odierno e messaggio dantesco. Si tratta delle tante


sacche d'emarginati che, nei confronti della gran madre chiamata
Europa, vivono una vera e propria realt d'esilio. Sono le sacche minoritarie: un'autentica altra Europa esse pure; caratterizzate, al
tempo stesso, e dal marchio dell'esclusione (da parte dei grandi insiemi che da secoli le comprimono) e dalla fondatissima qualifica
d'unici vivai di ricambio nell'odierna civilt in disagio.
Non c' che da evidenziare sempre meglio queste nuove fonti
di sintonie potenzialmente cariche d'operativit assai maggiore di
quella emanante dall'equivoco simbolo d'unit nazionale ravvisato in
Dante nel secolo scorso. L'auspicata emblematicit euromediterranea
scatter da s: ad utilit del processo unitario-politico (che ne trarr
luce su tante scelte tutt'ora minate dall'incertezza e dall'errore) e ad
utilit dello- stesso dantismo (che potr derivarne incremento d'attenzioni sul tipo di quelle che nel secolo scorso strapparono Dante dall'incuria dei cinque ~< secoli bui ).

270 -

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

1) ROBERTO GROSSATESTA
a) Opere introduttive:

L.

BAUR, Die philosophischen 1Verke des Robert Grossateste, Bischof


van Lincoln in Beitrage zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters,
IX, Munster in W. 1912.

L.

Das Licht in der Naturphilosophie des Robert Grosseteste,


in Festschrift Georg van Hertling, Freiburg 1912.
BAuR,

D. A.

CALLUS,

A.

CROMBIE,

Robert Grosseteste Scholar and Bishop, Oxford at Claredon Press 19 5 5.


Robert Grosseteste and the origins o/ experimental
science, Oxford at the Claredon Press 1953 sec. ed. 1962.
C.

soprattutto in Roberto Grossatesta e le sue tradt~


zioni latine in Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere e arti,
XCIII, 1933 ed Intorno ad alcune opere di R. Grossatesta, Vescovo
di Lincoln, in Aevum , Milano 1934, pp. 529 sgg.

E.

FRANCESCHINI,

E. DE BRUYNE, Etudes d'Esthtique Mdivale, De Tempel Bruges,


121
1946 vol. III cap. Grossateste et l'esthtique mathmatique PP
153 e con E. BETTONI, Storia della Filosofia Medievale (pro manuscripto ), dispense del corso all'Universit Cattolica del S. Cuore l 960l 961.
b) Testi del Grossatesta:

L.

BAUR, Die philosophischen \Verke des Robert Grossateste, Bischof


of Lincoln in Beitrage zur Geschischte der Philosophie des Mittelalter,
IX, Munster in W. 1912.

271 -

2) LIBER DE INTELLIGENTIIS
a) Testo:

CL. BAEUMKER, Witelo ein Philosoph und Naturfoscher des XIII ]ahrhundert, in Beitrage zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters,
vol. III, Miinster 1908.
1

b) Paternit:

CL. BAEUMKER, Frage nach abfassungszeit und Verfasser irrtumlich Witelo


zugeschieben Liber de Intelligentiis, in Miscellanea Ehrle, I, 1924,
p. 87 sgg.

G. ENGLHART, Adam de Puteorumvilla, in Recherches de Thologie Ancienne et Mdivale , VIII, 1936, pp. 61-78.
M. GRABMANN, Die Aristoteles Kommentatoren Adam van Bocfeld und
Adam van Bauchermerfort in Mittelalt. Geisteben, II, Monaco 1936, pp.
138-182, p. 160.
A. PELZER, Une source inconnue de Roger Bacon, Alfred de Sareshel, in
Archivium Franciscanum Historicum , 1919, p. 44-67.
e) Rilievi estetici:

E. DE BuYNE, op. cit., vol. III, cap. L'esthtique visuelle I (Le


Liber de Intelligentia ) pp. 239 sgg.
3) DA G. PECKAM A LEONARDO
a) Testi:

Passi da PECKAM Jo. Archiescopi Canturiensis Perspectiva communis


Venetiis per Jo. Bapt. Sessam. col. Jun. MCCCCIV. Con citazioni da
ALHACEN, Opticae Thesaurus, Ed. Risner e da LEONARDO DA VINCI,

Trattato della Pittura, nell'edizione Carabba Ed. Lanciano con prefazione


di A. Borselli, Parte Quinta val. IL
4) APPLICAZIONI A DANTE

Vedasi soprattutto A. PARRONCHI, La perspectiva dantesca, prima in


Studi Danteschi val. XXXVI e poi in Studi sulla '' dolce " prospettiva,

A. Martello Ed., Milano 1964.


272 -

5) DALLA SINTESI ARABo-OxFORDIANA MEnrnvALE ALL'EuRo-MEDITERRANEisMo ODIERNO

Particolare attenzione, nel saggio finale, hanno avuto H. PIRENNE, Mahomet


et Charlemagne, Alcan (Paris) - N.S.E. (Bruxelles) II ed.; O. SPENGLER,
Das Untergang des Abendlandes (Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte), 2 voll., 1918-22.

273 -

INDICE

Premessa - Dall'intesa arabo-oxfordiana confluita nel Poema


Sacro come profezia per i nostri giorni ai colloqui euroarabo e cristiano-islamico d'oggi

pag.

I
LA LEZIONE OXFORDIANA IN R. GROSSATESTA
Il perch d'una scelta
.
.
.
.
.
.
.

R. Grossatesta e la sua incidenza nelle polemiche medievali


La metafisica della luce nei suoi canoni essenziali .
.

Tonalit oxfordiane del luminismo dantesco

7
13
33

55

83

89
94
99

OPERE DEL GROSSATESTA

De luce seu de inchoatione formarum


De lineis angulis et figuris seu de fractionibus et reflexionibus radiorum .
.
De iride seu de iride et de speculo
De colore

II
DERIVAZIONI LUMINISTICO-PERSPECTIVISTICHE

Li ber de I ntelligentiis
Testo integrale .
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Stralcio dalla Perspectiva communis di Giovanni Peckam

103
117
161

173
190

211

III
IL LIBRO DELLA SCALA OGGI
Indagine preliminare sul Libro della Scala
Selezione antologica

IV
RILIEVI CONCLUSIVI
Psicoanalisi e socioanalisi di fronte alla svolta mediterranea
di ' Paradiso ' XXVI I
Postilla operativa
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Indicazioni bibliografiche .

269
271

Dal de Luce

39,00

111111111111111111111111111111
9 78 8822 2 14 270