Você está na página 1de 88

LA RISERVA NATURALE REGIONALE DI MONTERANO:

IL POPOLAMENTO A COLEOTTERI CARABIDI

1. Introduzione e scopo della ricerca . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 3

2. I Carabidi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
2.1 Sistematica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
2.2 Morfologia ed ecologia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5

3 . L’area di studio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
3.1 Aspetti geografici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
3.2 Aspetti climatici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
3.2.1 Temperature mensili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
3.2.2 Temperature annuali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
3.2.3 Regime termometrico e pluviometrico . . . . . . . . . . . . . 13
3.2.4 Indice di aridità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.2.5 Il clima . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.3 Aspetti geologici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
3.3.1 Inquadramento geomorfologico e geologico: il bacino
del fiume Mignone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
3.3.2 Formazioni sedimentarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
3.3.3 Unità vulcaniche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
3.3.4 Morfologia e lineamenti tettonici . . . . . . . . . . . . . . . 26
3.3.5 Vulcanismo secondario e idrotermalismo . . . . . . . . . . . 27
3.4 Aspetti vegetazionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.4.1 Il paesaggio vegetale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.4.2 Vegetazione secondaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
3.4.3 Emergenze floristiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
3.5 Aspetti faunistici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.5.1 Mammiferi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.5.2 Uccelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
3.5.3 Rettili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37

1
3.5.4 Anfibi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
3.5.5 Pesci . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
3.5.6 Artropodi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39

4. Metodi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
4.1 Campionamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
4.2 Smistamento e determinazione del materiale . . . . . . . . . . . . 42
4.3 Elaborazioni dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43

5. Le stazioni di raccolta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
5.1 Diosilla . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
5.2 Guallo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
5.3 Ara del Tufo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
5.4 Mola Ceccarelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49

6. Risultati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
6.1 Checklist . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
6.2 Elenco delle specie con fenologie . . . . . . . . . . . . . . . 52
6.3 Corologia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
6.4 Confronto tra le stazioni. L’indice di Baroni Urbani & Buser . . . . 67

7. Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
7.1 Distribuzione dei corotipi delle specie di Monterano . . . . . . . . 69
7.2 Caratterizzazione ecologica delle stazioni . . . . . . . . . . . . 70
.
Appendice 1. Il Catasto Gregoriano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73

Appendice 2. Le specie finora note per la R.N. R. Monterano . . . . . . . . . 75

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79

2
1. Introduzione e scopo della ricerca

Scopo del presente studio è l’analisi delle comunità di Coleotteri Carabidi nella Riserva Naturale
Regionale Monterano. La totale assenza di pubblicazioni sull’argomento ha suggerito l’opportunità
di condurre queste ricerche.
I campionamenti necessari sono stati eseguiti per la durata di un intero anno solare, dal Marzo 2007
al Marzo 2008.
Particolare attenzione è stata riservata alla scelta delle stazioni: Diosilla, Guallo, Ara del Tufo e
Mola Ceccarelli. Esse infatti rappresentano diversi tipi di bosco ceduo: diversi come composizione
originaria e quindi come vocazione, diversi come gestione forestale da parte dell'uomo, come
esposizione, clima e substrato.
Il confronto tra queste stazioni, ed in particolare la densità di attività e la fenologia delle specie
presenti (in totale 17), vengono elaborate e discusse nel capitolo sui Risultati.

3
2. I Coleotteri Carabidi
2.1 Sistematica

La famiglia Carabidae fa parte degli Adephaga Clairville, 1806, sottordine dei Coleoptera, ordine
considerato come il più ricco del regno animale (1.500.000 specie) ed in generale degli esseri
viventi (oltre 1.900.000). Al 2005 sono note infatti circa 400.000 specie di Coleotteri (Audisio &
Vigna Taglianti, 2005), di cui oltre 34.000 appartengono ai carabidi (Lorenz, 2005), su 1.200.000
specie di insetti conosciute. In Italia sono note 1.338 specie di Carabidae (Vigna Taglianti, com.
pers.), molte delle quali (378, cioè 28.25 % ad ottobre 2008) sono endemiche dell’Italia politica.
La classificazione attuale dei Coleotteri (Crowson, 1955; vedi anche Vigna Taglianti in Brandmayr
et al. 2005) riconosce 4 sottordini:
 Archostemata – 4 famiglie
 Adephaga – 6 famiglie di Idroadefagi (Gyrinidae, Haliplidae, Noteridae, Amphizoidae,
Hygrobiidae, Dytiscidae) e 2 di Geadefagi (Trachypachidae, Carabidae)
 Myxophaga – 3 famiglie
 Polyphaga - almeno 150 famiglie (come, tra la più numerose, Staphylinidae, Scarabaeidae,
Tenebrionidae, Cerambycidae, Chrysomelidae, Curculionidae ecc.)
Archostemata e Myxophaga sono piccoli gruppi avvicinabili rispettivamente ad Adephaga e
Polyphaga. Differenze fondamentali (Vigna Taglianti,1993) :

Adephaga (+Archostemata) Polyphaga (+Myxophaga)


Ali con nervature trasversali presenti Ali con nervature trasversali ridotte o
(oblongum) assenti
Metacoxe fuse al metasterno Metacoxe non fuse al metasterno
Tarsi di 5 articoli Tarsi di 3-5 articoli
Testicoli tubulari Testicoli follicolari
Ovarioli politrofici Ovarioli acrotrofici

Fanno parte di questa discussione tutte le famiglie e le sottofamiglie tradizionalmente raccolte nei
cosiddetti “Geoadefagi”, aventi come carattere distintivo evidente comune che le zampe sono da
insetto corridore sul terreno e non appiattite a forma di remo per il nuoto, caratteristica comune
degli “Idroadefagi”, tutti rigorosamente a vita acquaiola, cioè in acque dolci lentiche o lotiche in

4
grado di respirare sott'acqua grazie a una provvista di aria generalmente situata nel vano
sottoelitrale.
Ci sono alcune famiglie tra i Geoadefagi che si discostano in maniera evidente dal “modello
carabide”. Tra questi, sono maggiormente diversificate alcune sottofamiglie, come Cicindeline,
predatori di suoli nudi con larve particolari viventi in agguato all'imbocco di tunnel verticali in suoli
a bassa granulometria; Paussine, ospiti di nidi di formiche; Omofronine, abitanti delle rive sabbiose
di acque correnti molto simili agli Idroadefagi; Risodine, forme caratteristiche dei legni marcescenti
e Brachinine (i cosiddetti “Bombardieri”), dotati di una camera di scoppio con cui vaporizzano
sostanze tossiche per difesa.
Tra gli Adefagi, i Carabidi sono caratterizzati dal metasterno con sutura trasversa davanti alle
metacoxe, che isola una premetacoxa interna occupante tutto il margine posteriore del metasterno;
metacoxe semplici, che non raggiungono di lato le epipleure elitrali; parte mediana del primo
sternite addominale visibile molto piccola o assente; antenne sottili di 11 articoli; protibie con 2
speroni, e con un organo di toeletta (assente nei soli Paussinae). La larva è oligopode
campodeiforme, attiva predatrice con corpo depresso e sclerificato, zampe lunghe e apparato
boccale molto sviluppato.

2.2 Morfologia ed ecologia

Nei Carabidi esiste un discreto grado di variazione morfologica che riflette risposte eco-
comportamentali ben precise, a loro volta correlate a determinate tipologie di habitat o risorsa
trofica. Queste caratteristiche sono sempre più utilizzate ai fini di una valutazione dello status
dell'ambiente, se considerate come parametri tipologici di una comunità di specie correttamente
campionata.
Sicuramente la maggior parte delle specie conosciute è di costumi predatori a spese di altri
artropodi, molluschi gasteropodi e oligocheti, soprattutto lombrichi. Secondariamente sembra
diffusa una dieta almeno parzialmente fitofaga (Harpalinae, Zabrini, Amarini), soprattutto di semi
di piante erbacee.
Nella distinzione in “forme biologiche” che ne deriva distinguiamo come più diffusa quella del
predatore olfattivo-tattile, con occhi composti di medio o scarso sviluppo, o assenti nelle forme
ipogee, attività notturna, riconoscimento della preda basato su stimoli olfattivo-tattili, scelta della

5
preda in genere non specializzata.
Accanto a questo tipo più primitivo, esistono numerose varianti legate a una dieta più
specializzata: il gigantismo (ad esempio nel sottogenere Procerus che preda le grandi chiocciole del
genere Helix), o la cicrizzazione, tipica dei Cychrini con il capo e le mandibole sviluppati per la
predazione di piccoli gasteropodi terrestri.
Possiamo trovare inoltre forme macrocefale con mandibole di una forza sproporzionata (Scarites,
Termophilum, Mantichora), oppure tozze ed accorciate asimmetricamente come quelle del genere
Licinus, capace di aprire con tipico movimento a spirale il guscio delle chiocciole di cui si nutre
(Brandmayr & Zetto Brandmayr, 1986a).
Nei generi Leistus e Loricera troviamo un “cestello di cattura” formato dal corredo di setole
cefaliche e antennali, collegato alla cattura di prede piccole e mobili come ad esempio i Collemboli
(Bauer, 1986).
La radiazione adattativa dei carabidi ha visto svilupparsi precocemente una seconda forma
biologica, il predatore visivo (Bauer, 1975, 1979, 1981), che presenta le seguenti caratteristiche:
occhi composti più o meno dilatati, accresciuta acuità visiva con cui esplorano l'ambiente e
individuano la preda.
I predatori visivi hanno una notevole tendenza a colonizzare habitat con poca o scarsa vegetazione
erbacea.
Ancora a partire dalla prima forma biologica sembra poi essersi sviluppata quella degli spermofagi,
i predatori di semi a elevato potere nutritivo concentrato sulle infiorescenze delle piante erbacee. In
alcuni il comportamento predatorio è ancora presente (Amara, Harpalus, etc., “zoospermofagi”),
oppure può essere assente (“spermofagi esclusivi”), come si osserva nei generi Ophonus, Ditomus,
Carterus e Dixus (Brandmayr e Brandmayr Zetto, 1974; Brandmayr Zetto & Brandmayr, 1975;
Zetto Brandmayr, 1990; Bertrandi & Brandmayr, 1991).
Probabilmente i coleotteri carabidi si sono originati da una linea ancestrale vicina agli attuali
Idroadefagi, un gruppo di famiglie affini ma di habitat acquatico comprendente i Ditiscidi e i
Girinidi. Da questo habitat primitivo ripariale i Geoadefagi si sarebbero spinti a colonizzare
ambienti sempre più lontani dall'acqua, in seguito a reiterate sequenze di “taxon pulse” ipotizzate
da Erwin (1979, 1981, 1985).
I predatori olfattivo-tattili (OL) si ritrovano soprattutto in foreste, quelli visivi (OT) su suoli nudi,
gli spermatofagi (SP) in pascoli, praterie, steppe. E' interessante notare come la massima varietà di
forme biologiche si riscontri nelle associazioni vegetali tipiche dei letti fluviali. Esaminando

6
comunità ripariali lungo il corso di alcuni fiumi si nota una precisa dislocazione delle tre forme: gli
OL nei saliceti e nelle aree forestale, gli OT sui suoli umidi e sabbio limosi, molti SP dei generi
Amara, Harpalus e Anisodactylis nei tratti erbosi lontani dalle piene del fiume.
Questo dato ci suggerisce di utilizzare le preferenze alimentari dei carabidi come parametro
biologico per la valutazione dell'impatto antropico sull'habitat, in una scala di “opportunismo
crescente”: l'elemento più sensibile è il predatore più o meno specializzato (OL od OT), seguito dal
predatore (di solito OL) meno specializzato o generalista. Nella scala del disturbo antropico
crescente seguirebbero poi gli spermofagi esclusivi, come Ophonus ed i Ditomina, che dipendono
solitamente da piante selvatiche ed evitano i coltivi, infine gli zoospermofagi opportunisti in grado
di nutrirsi di prede varie come di semi di piante coltivate o infestanti.
Nei coltivi e negli ambienti antropizzati si è sempre osservato l'accumulo di forme opportuniste dei
generi Harpalus e Amara; Pseudoophonus rufipes in certi anni è talmente comune nel paesaggio
agrario da dare luogo a pullulazioni e aggregazioni di individui sui muri chiari delle case coloniche,
attratto dalle sorgenti di luce dell'illuminazione pubblica.
Anche dal tipo di riproduzione possiamo desumere informazioni sulla relazione con l'habitat delle
varie specie.
I coleotteri Carabidi delle zone a clima temperato presentano tutti riproduzione monovoltina, cioè
ogni anno si riproduce solo o soprattutto una delle serie di generazioni e che nel corso dell'anno si
configura chiaramente un solo periodo riproduttivo.
Sono presenti almeno tre categorie fondamentali di tipi riproduttivi:
1) specie con larve estive, a sviluppo molto veloce e “opportunista”,
2) specie con larve invernali a sviluppo più lento con una dormienza obbligatoria per il
freddo,
3) specie con larve a lento sviluppo con ciclo biennale, tra cui alcune forme ipogee.

Ai fini della valutazione dell'ambiente comunque le informazioni desunte dalla ritmicità


riproduttiva e dalle abitudini alimentari richiedono approfondite conoscenze e ricerche pregresse
per la loro interpretazione.
Possiamo considerare come ulteriore dato anche uno più semplicemente utilizzabile in quanto ben
definito da “markers morfologici”: il potere di dispersione e quindi la presenza (macrotterismo) o
l'assenza (brachitterismo) delle ali.
Molti autori hanno approfondito questo processo evolutivo dopo Darwin (1859) e l'entomologo

7
Wollastone: in particolare Darlington (1943) riteneva che il brachitterismo insorgesse in piccole
aree stabili dove le popolazioni sono molto dense e poco fluttuanti nei numeri.
Den Boer et al. (1980) teorizzarono poi che la progressione evolutiva verso il brachitterismo fosse
nei Carabidi un fatto attuale e continuo, dipendente dalla stabilità dell'habitat occupato dalla specie,
che sarebbe in grado di mantenere un'elevata attitudine al volo solo se costretta continuamente a
rifondare le proprie popolazioni.
In caso contrario, cioè negli habitat più stabili, avremo popolazioni con individui quasi totalmente
brachitteri. L'importanza della componente brachittera nella comunità sembra aumentare
rapidamente in seguito all'interazione positiva fra due tipi di stabilità dell'ecosistema (Brandmayr
1983b; 1991):
1. la stabilità dinamica, collegata alla posizione dell'ecosistema nella catena della
successione ecologica: si osserva come a partire da suoli nudi e degradati procedendo
verso termini più evoluti e stabili (in genere foreste, almeno in Europa), il numero di
specie brachittere tende ad aumentare. Ciò è in accordo anche con uno dei più diffusi
concetti di stabilità usati in ecologia: la persistenza o longevità dell'ecosistema. Uno dei
disturbi più frequenti a questa successione è quello antropico;
2. la stabilità idrica, cioè il rischio di inondazione dell'habitat: questa stabilità aumenta
fortemente passando dai greti fluviali ai boschi oltre i suoli alluvionali verso terreni più
aridi. Gli ecosistemi finali ospitano una maggior percentuale di specie con ali assenti o
ridotte.
Le oltre 1.300 specie di Carabidi rinvenute in Italia, comunque, si distribuiscono in modo
disomogeneo nei diversi biomi costituenti la biosfera e i manto vegetale del paese. Nel nostro paese
grazie a una notevolissima escursione attitudinale ci sono almeno cinque paesaggi ecologici
differenziati dal punto di vista bioclimatico:
1. Piano culminale e praterie alpine
2. Fascia delle conifere boreali
3. Orizzonte del faggio
4. Foreste miste a latifoglie
5. Macchia mediterranea, con formazioni a sclerofille

In generale, per quanto riguarda le preferenze ambientali dei Carabidi, una delle scelte
fondamentali che questo gruppo sembra operare immediatamente è quella tra ambienti forestali e

8
aperti, motivo per il quale una prima suddivisione in silvicoli e praticoli è molto informativa. Un
cenno particolare va dedicato a quelle specie che più di altre sono in grado di indicare lo stato
ottimale di conservazione del manto forestale.
Questi “indicatori” si ritrovano soprattutto tra specie molto legate alla natura del suolo forestale o
anche alla presenza di alberi secolari di grande mole e cospicua massa legnosa. Fra gli indicatori di
buona conservazione del suolo ricordiamo Carabus italicus, fra quelli di “antichità forestale” i
dendrofili Laemostenus venustus e Leistus sardous (Pizzolotto et al., 1991).
Le forme praticole sono legate a formazioni erbacee e sono obbligate a cercare i semi di cui si
nutrono in pascoli, prati da sfalcio suoli dissodati e coltivi).
Una terza grande suddivisione è rappresentata dalle specie legate alle rive delle acque correnti o
stagnanti: gli elementi “ripicoli” con orientamento zonale, cioè determinato dalla distanza dalla
linea di battigia.
Il paesaggio dei biomi climatozonali in realtà è reso estremamente più variegato dagli effetti
dell'intervento antropico, che tende a dissodare il climax forestale ed a rimpiazzarlo con un intricato
mosaico di ecosistemi secondari più o meno modificati e più o meno stabili e persistenti.
In ambienti dalla cotica erbosa fortemente degradata e soggetti al calpestio si espandono specie
termoxerofile, come Calathus cinctus, e molti rappresentanti dei generi Amara e Harpalus.
Ambienti antropici ancora più instabili sono i prati da sfalcio con varie specie di Amara e vari
generi di Harpalini.
Elementi più opportunisti o nitrofili però compaiono soprattutto nei campi coltivati con la
presenza costante di Harpalus distinguendus; ambienti antropizzati, discariche ed aree urbane sono
sede di specie sinantropiche (Harpalus atratus, Carabus coriaceus, Amara aenea).
Per concludere spiegheremo perché i coleotteri carabidi risultano utili indicatori biologici (den
Boer, 1977):

 sono organismi che possono essere campionati con continuità , in modo automatico
(trappole a caduta),
 sono facilmente manipolabili,
 presentano attività vitali abbastanza uniformi per la maggioranza delle specie, vivono entro i
primi centimetri del suolo, sono univoltini,
 sono un gruppo di artropodi ben conosciuto dal punto di vista tassonomico, biologico e
autoecologico,

9
 rappresentano un elemento importante nella rete alimentare, essendo predatori di piccoli
invertebrati, e facendo parte della dieta di anfibi, rettili, uccelli e piccoli mammiferi,
 si distribuiscono nell'ambiente secondo chiare preferenze di habitat, tali da permettere
l'identificazione di carabidocenosi, intese come raggruppamenti di specie definibili su base
faunistico-statistica, tipici di biomi, ecosistemi o unità ecologiche inferiori.

10
3. Area di studio

3.1 Aspetti geografici


La Riserva Regionale Monterano è stata istituita nel 1988 e comprende un'area di 1450 ettari, estesi
tra il comprensorio tolfetano e i rilievi Sabatini. Essa ricade interamente nel Comune di Canale
Monterano in provincia di Roma.
Il territorio della Riserva è caratterizzato da forre profonde e ampi pianori, risultato di una storia
geologica con alternanza di fasi di deposito di rocce sedimentarie e fenomeni di vulcanismo.
Le rocce calcaree che costituiscono l'ossatura principale di questa parte dell'alto Lazio sono flysch
calcareo-marnosi eocenici (Devoto e Lombardi, 1977), esse generano un paesaggio molto dolce con
colline poco accidentate e ampie vallate.
Sovrapposti stratigraficamente vi sono materiali vulcanici attribuibili a vari episodi magmatici
(vulcanismo Vicano e Sabatino) che si sono succeduti in una ampia zona del Viterbese a partire dal
Pliocene superiore (Lombardi et al., 1974). Il paesaggio delle vulcaniti è caratterizzato da altipiani
pressochè orizzontali interrotti da forre profonde, risultato di fattori legati a fenomeni tettonici e del
modellamento dei versanti creato dalla fitta rete idrografica dell'area, costituita da numerosi torrenti
che confluiscono nel fiume più importante: il Mignone.
Impostandosi sulle linee di discontinuità delle rocce vulcaniche, i torrenti con la loro capacità
erosiva hanno tracciato gole dalle pareti quasi verticali, dominate nella parte alta da cigli ben
soleggiati dalla tipica forma squadrata.
Ne risulta un paesaggio vario e ricco di ambienti di elevato valore ecologico e caratterizzati da una
notevole diversità biologica.

11
La Riserva Regionale di Monterano come tutto il comprensorio tolfetano svolge un ruolo
fondamentale quale testimonianza di quel paesaggio silvo-pastorale altrove quasi interamente
distrutto dall'espansione edilizia.
Profondamente modificato dall'uomo, questo paesaggio in cui i boschi sono stati ceduati e spesso
sostituiti da pascoli e cespuglieti anche nei recessi inaccessibili delle forre ha tuttavia raggiunto un
suo equilibrio con la componente antropica, equilibrio che rischia di scomparire per il rapido
modificarsi della struttura economica della popolazione: nelle aree adiacenti al parco ampi settori
del territorio stanno trasformandosi in zone a edilizia residenziale diffusa , collegata
all'urbanizzazione da parte dei romani, il che stravolge completamente l'assetto del territorio.

Paesaggio della riserva. (www.monteranoriserva.com)

12
3.2 Aspetti climatici

3.2.1 Temperature mensili


I valori medi mensili delle temperature massime sono compresi fra i 9,3 ° in gennaio nella stazione
di Vigna di Valle ed i 31,9 ° C in luglio nella stazione di Roma UCM.
Per la media generale relativa a tutto il territorio in esame si hanno come valori medi mensili 10,8
°C in gennaio e 29,8 ° C in luglio.
Per la media generale valida dell'intera unità idrogeologica considerata si hanno come valori medi
mensili della temperatura minima 3,5 °C in gennaio e 18,8 °C in luglio.

3.2.2 Temperature annuali

La media annua delle temperature massime è compresa fra i 19,4 °C della stazione di Vigna di
Valle ed i 20,8 ° C della stazione di Maccarese.
Quella delle temperature minime fra i 9,8 °C per la stazione di Vigna di Valle ed 11,7 ° C per la
stazione di Roma UCM. Quella delle temperature medie fra i 14,6 ° C della stazione di Vigna di
Valle ed i 16,1 ° C della stazione di Roma UCM.

3.2.3 Regime termometrico e pluviometrico

Dal punto di vista termico la regione ha un clima mediterraneo temperato caldo con un
prolungamento della stagione estiva e con un Inverno mite.
Le temperature medie invernali si mantengono per ogni stazione sempre superiore ai 5° C; le
escursioni sono piccole nei mesi freddi, relativamente elevate nei mesi caldi e sensibili anche nei
mesi primaverili ed autunnali. Le temperature minime assolute scendono raramente al disotto dello
0 termico , mentre le medie mensili delle minime sono più alte di -2° , anche nei mesi più freddi la
media mensile delle minime per tutta la regione è di +0,9 ° C . I termogrammi costruiti ponendo
sulle ascisse per ogni mese le temperature medie mensili e sulle ordinate le escursioni medie
termiche diurne mostrano tutte le caratteristiche essenziali del clima riguardo alla temperatura.
Essi appaiono tutti ristretti, il che indica piccole differenze delle temperature medie mensili fra il
mese più freddo ed il più caldo, piccole differenze tra la massima e la minima delle escursioni ,

13
piccole differenze tra la massima e la minima delle escursioni ed in definitiva indicano un clima
mite e regolare. Le precipitazioni medie mensili di tutta la regione della unità idrogeologica
sabatina, calcolate per il quarantacinquennio 1921-65, indicano che il mese più piovoso è novembre
in cui cadono in media circa 148 mm di pioggia, mentre il mese meno piovoso è quello di luglio
con circa 19 mm di pioggia.
La densità media mensile delle precipitazioni nell'ambito della unità sabatina si presenta moderata
in tutti i mesi dell'anno con un massimo di 16,47 mm/g in ottobre e con un minimo in maggio di
9,69 mm/gp. Valori prossimi al massimo si sono avuti in settembre (15,89 mm/GP) e novembre
(14,70 mm/gp) e valori prossimi al minimo si sono avuti in aprile (9,96 mm/gp) ed in giugno (10,28
mm/gp). Le piogge nella regione sabatina, presa a riferimento per l'area monteranese, sono più
abbondanti in corrispondenza delle zone a quote più elevate.
I massimi si hanno infatti nelle stazioni di Oriolo Romano (1405 mm); Riano (1224 mm),
Bracciano (1201 mm), mentre i minimi di piovosità si riscontrano verso la regione costiera a
Maccarese (743 mm). I valori più alti si hanno in novembre e superano la media anche del 180%; i
valori più bassi si hanno in luglio con precipitazioni che scendono anche al di sotto del 20% della
media mensile generale.
Si è ritenuto opportuno puntare l'attenzione sul regime pluviometrico fortemente anomalo che ha
caratterizzato i mesi relativi ai campionamenti del 2007-2008.
Sono stati prodotti vari grafici per sottolineare l' aridità che ha colpito la riserva (dati provenienti
da centralina interna alla riserva):

Piovosità medie
180
Piovosità media (mm)

160

140

120

100
2007-2008
1955-1985*
80

60

40

20

0
mar apr magg giu lugl ago sett ott nov dic genn febbr

Mesi

Confronto tra la piovosità media del SIC nel 2007-2008 con la piovosità media rilevata dal 1955 al 1985 (*Blasi 1994).

14
Di seguito, andando nel dettaglio della serie storica, abbiamo un confronto di dati più recenti
(2004-2007) in cui il 2007 risulta essere un anno molto arido, soprattutto nei mesi autunnali. E'
questa l'anomalia più significativa, poiché alle nostre latitudini sono proprio i mesi autunnali che
sono mediamente i più piovosi nell'arco dell'anno. (Blasi, 1994)

Precipitazioni mensili
300

250

200
2004
mm

2005
150 2006
2007

100

50

0
gennaio febbraio marzo aprile maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre

Mesi

La forte aridità potrebbe aver influito sull'andamento dei campionamenti, poiché gli esemplari
durante i periodi siccitosi si vanno a rifugiare in stazioni con microhabitat più umidi (cavità, grotte,
sotto le pietre) e vi rimangono fino a che le condizioni ambientali non migliorano. Ciò potrebbe
diminuire fortemente la probabilità di cattura con le trappole a caduta. I grafici seguenti sono volti a
sottolineare ulteriormente il fenomeno con il diagramma di Bagnouls-Gaussen e le piovosità
cumulate. In quest' ultimo è visibile come la linea relativa al 2007 si trovi prevalentemente sotto
quelle degli anni precedenti.

15
www.arsial.it

3.2.4 Indice di aridità

I valori minimi indicano che esiste per tutte le stazioni un periodo di clima semiarido (indice di
aridità Inferiorea 20) da giugno ad agosto; esiste un periodo di completa aridità (indice di aridità
inferiore a 10) per il solo mese di luglio per la stazione di Bracciano, mentre per l'intero territorio il
periodo di completa aridità comprende i mesi di luglio ed agosto. Il clima può essere definito un
tipico clima mediterraneo (xerotermico) o più precisamente mesomediterraneo.

3.2.5 Il clima
Riassumendo quanto sopra esposto riguardo al clima della unità idrogeologica sabatina si possono
sintetizzare le seguenti conclusioni (metodo di Thornthwaite):
 il clima è umido mesotermale, con larga deficienza di acqua in estate, e concentrazione
estiva della traspirazione del 49% circa
 l’accumulo di acqua nel terreno diminuisce, per la scarsezza delle precipitazioni, nei mesi di
maggio e giugno, si annulla nei mesi di luglio, agosto e settembre, aumenta di nuovo in
ottobre, mentre nei mesi da novembre ad aprile l'accumulo è massimo;
 la precipitazione media annua per tutta la regione è di 970 mm di
acqua e di questa è restituita all'atmosfera per evapotrapirazione circa il 55%
 il ruscellamento in superficie e l'alimentazione delle falde
sotterranee è alimentato e visibile soltanto nei mesi da novembre ad aprile;

16
Dalle indicazioni fornite dal metodo di De Martonne risulta che nel complesso il clima è
inquadrabile nel termotipo Mesomediterraneo medio, umbrotipo sub-umido superiore fino a umido
inferiore; l’area è ascrivibile alla regione Mediterranea di transizione, caratterizzata da un indice
xerotermico di Gaussen inferiore a 75 (Blasi 1994).
Secondo la classificazione fitoclimatica di Pavari (1916), l’area rientra nel Lauretum freddo II tipo.
Nella figura che segue è riportato il termopluviogramma della stazione di rilevamento di Rota
(Blasi 1994) che mostra come il clima sia classificabile come mesomediterraneo caratterizzato cioè
da una curva termica sempre positiva, da un periodo di 3-4 mesi “secchi” e dall’avere secchi i
giorni lunghi.

Termopluviogramma
180

160

140

120
Valori (mm,°C)

100
Precipitazioni
Temperatura
80

60

40

20

0
G F M A M G L A S O N D

Mesi

Termopluviogramma di Rota (115 m s.l.m.), temperatura media annua: 15,19 °C, precipitazioni medie annue:
1111 mm; periodo 1955-1985 (Blasi 1994).

Va notato, tuttavia, che in quest’area particolari condizioni microstazionali creano ambienti con
caratteri termici e udometrici molto diversi da quelli generali della zona; in particolare è sensibile
l’inversione termica nelle forre (stazione di Diosilla) e lungo la valle del Mignone (soprattutto nel
tratto ricadente nella Riserva Naturale Monterano),dove in inverno le temperature minime
scendono ben al di sotto di quelle dell’area circostante, causando persino la formazione di lastre di
ghiaccio sulla superficie dei corsi d’acqua. Le gelate tardive sono frequenti.

17
3.3 Aspetti geologici

3.3.1 Inquadramento geomorfologico e geologico: il bacino del fiume Mignone

Il bacino idrografico del fiume Mignone si estende per circa 496 Kmq, con una forma pressoché
rettangolare allungata in direzione est-ovest per circa 35 Km, in prossimità dei laghi di Vico e
Bracciano.
I centri abitati che si incontrano dalla sorgente fino alla foce sono: Veiano, Civitella Cesi,Monte
Virginio, Canale Monterano, Manziana, Bagni di Stigliano, Tolfa ed Allumiere.
Le sorgenti del Mignone si trovano sul monte Bassano ad un quota di circa 400 metri slm. Nei
primi 25 Km circa di corso, fino alla quota di 195 metri s.l.m. il Mignone riceve le acque di
numerosi piccoli affluenti, i maggiori dei quali, situati a destra, sono il fosso Scatenato (confluenza
a 346 metri slm) ed il fosso Gorgoglione (confluenza a 340 metri slm), mentre a sinistra il fosso
Biscione (confluenza a 300 metri slm) ed il fosso Fonte del Lupo (confluenza a 161 metri slm),

18
quest’ultimo in particolare è arricchito con acqua proveniente da sorgenti solforose.
Ad eccezione di qualche affioramento di lava e di tufi lapidei, la quasi totalità del bacino è ricoperta
da vegetazione, così ripartita: il 50% da seminativo, il 30% da bosco ceduo, il 20% da pascolo ed
incolto produttivo.
Il territorio è collinare con quote massime che superano raramente i 500 m slm: MontePaganello
(quota: 594 m slm), Poggio Coccia (quota: 613 m slm), Monte Cuoco (quota: 560 m slm), Monte
Calvario (quota: 545 m slm).
Profonde forre sono scavate sia dal Mignone che dai suoi affluenti. Di questi ultimi i principali
sono, procedendo da monte verso valle, il fosso Bicione (confluenza a 300 m slm), il fosso
Venarelle (confluenza a 260 m slm), il fosso Rafanello (confluenza a 155 m slm), il fosso Fortino
(confluenza a 130 m slm) ed il fosso Cerasolo (confluenza a 125 m slm).
Da quanto osservato risulta che i suoli dell’area sono sottili e poco sviluppati. La loro capacità
idrica è limitata e legata alla presenza di vegetazione che ne conserva la struttura e le caratteristiche
fisico-chimiche. Inoltre, l’area è interessata da forte erosione causata soprattutto da pendenze
accentuate ma anche da fenomeni di pascolo intensivo.
Le tecniche agro-pastorali in uso tendono ad erodere l’orizzonte superficiale dei suoli, già
interessato da un’erosione di tipo lineare dovuta ad un alto valore di piovosità. Legata a
quest’ultimo aspetto inoltre è l’erosione esercitata dal Mignone lungo le sponde per l’aumento del
carico solido derivante dal contributo degli affluenti che trasportano materiali in sospensione
dovute all’erosione dei versanti.

da: http://193.204.162.114/italia/lazio/bracciano/left-right.html

19
Gran parte del territorio è interessato da formazioni sedimentarie,ma non mancano terreni del
vulcanismo sabatino e vicano. Questi ultimi sono costituiti essenzialmente da tufo rosso a scorie
nere e da lave leucitiche.
Il territorio si presenta geologicamente e morfologicamente assai vario, per la presenza di rilievi
vulcanici, ampi pianori collinari con pendii poco acclivi che si alternano a valli spesso fortemente
incise e con fianchi scoscesi, fino a strapiombo nelle tipiche forre (stazione di Diosilla).
Si tratta di un territorio emerso in un periodo compreso tra la fine del Pliocene e il medio
Pleistocene, sconvolto nella sua matrice sedimentaria dalle vaste eruzioni avvenute circa 600.000
anni or sono lungo le principali linee di faglia, quando si formarono i rilievi del gruppo dei Monti
Sabatini. Ai margini si eleva il gruppo dei Monti della Tolfa, una delle più antiche manifestazioni
del vulcanismo dell'Antiappennino con apparati da tempo smantellati.
La riserva si snoda tra il sistema eruttivo Sabatino, caratterizzato da vulcaniti basiche, quello
tolfetano-cerite acido, e il sistema collinare a flysch eocenici.
Sul versante sinistro del Mignone prevalgono i prodotti del vulcanismo sabatino, mentre a destra
prevalgono formazioni sedimentarie, anche se (sempre a destra del Mignone) subito a monte della
confluenza del fosso Vecchierello e lungo la valle di detto affluente, affiorano il tufo rosso a scorie
nere, i tufi stratificati vicani e i peperini listati del Mignone di provenienza Sabatina.
Le formazioni sedimentarie, che rappresentano il 60% della superficie del bacino, sono costituite
prevalentemente da flysch. I prodotti vulcanici, prevalenti sul lato sinistro del Mignone,
costituiscono il 40% della superficie del bacino. Sono rappresentati da tufi stratificati varicolori ed
il tufo rosso a scorie nere, riconducibili al vulcanismo vicano, mentre il tufo di Bracciano risale
all’apparato vulcanico sabatino.
Le formazioni sedimentarie sono da considerare molto poco permeabili, mentre i prodotti vulcanici
possono essere considerati poco permeabili. In particolare, per la presenza di fratture, il tufo rosso a
scorie nere è considerabile da mediamente a poco permeabile, mentre, per la porosità, il tufo di
Bracciano è considerabile mediamente permeabile.
Proprio a causa di tali caratteristiche di permeabilità sono presenti in tale bacino modeste falde
acquifere che spesso danno luogo ad alcune sorgenti perenni di modesta importanza.
Fenomeni di frana sono riscontrabili in alcune zone di tale sottobacino.
Questi eventi sono dovuti all’erosione operata dal Mignone e dai suoi affluenti su formazioni di
flysch calcareo con intercalazioni pelitiche, ed hanno determinato il conseguente distacco di blocchi
di tufo rosso a scorie nere e dei peperini listati del Mignone ad essi sovrastanti.

20
3.3.2 Formazioni sedimentarie
Il territorio monteranese si inserisce nel quadro geologico-strutturale della più vasta regione
tolfetano – sabatina, della quale custodisce aspetti rappresentativi.
I termini stratigraficamente e geometricamente inferiori sono costituiti da sedimenti calcarei
giurassici (serie del "calcare massiccio” e calcari marnosi stratificati), frammenti di una successione
sedimentaria di età compresa tra il Trias superiore e l'Eocene riferibile alle serie toscana e sabina.
Queste formazioni, che trovano precisa rispondenza nei terreni delle serie coeve umbro
-marchigiano-sabina e toscana, sono considerate autoctone dalla maggioranza degli autori, a parte
eventuali movimenti a carattere regionale dovuti ad una tettonica di tipo gravitativo.
Sulla serie carbonatica basale poggia, con rapporti non ancora ben definiti con la serie basale, una
potente coltre a forte alloctonia, messa in posto durante la fase tettonica oligocenico-aquitaniana,
che si estende spazialmente dalle propaggini costiere dei rilievi tolfetani alle falde dei complessi
eruttivi Sabatini e Vicani. Questa coltre, che rappresenta gli affioramenti più meridionali delle
Liguridi, è costituita dai ben noti "Flysch” tolfetani attribuibili all'intervallo tra il Cretaceo ed il
Paleogene. L’unità dei Flysch alloctoni, in sovrapposizione tettonica sulle unità toscana e sabina, è
costituita dalla sovrapposizione di termini che comprendono marne, argilliti, arenarie e calcari
marnosi legati alla formazione di una precoce catena nella fase finale di chiusura del bacino ligure-
piemontese.

21
I Flysch costituiscono depositi sedimentatisi in fase coeva con l’azione delle forze tettoniche
compressive (depositi sinorogenici) mediante il meccanismo della corrente di torbida, consistente
nella deposizione su un preesistente fondale marino di sedimenti in sospensione a causa di eventi
differenti (frane sottomarine, tempeste, terremoti, ecc.).
Il ciclo sedimentario successivo Plio-pleistocenico è costituito in prevalenza da materiali depostisi
in ambiente marino e mostra, partendo dal basso, una successione di facies argillose, seguita da
termini calcarenitici, sabbiosi e di ciottolame e conglomerati di ambiente continentale. Questi
terreni assumono un'importanza limitata nell'ambito del settore del comprensorio interessato dalla
Riserva Naturale.

3.3.3 Unità vulcaniche

I terreni sedimentari sopra descritti sono in ampi tratti del comprensorio coperti da coltri di
vulcaniti appartenenti a diverse fasi eruttive:

1) Vulcanismo Tolfetano-Cerite-Manziate
Il vulcanismo più antico, di età assoluta compresa tra 4.2 e 2.3 milioni di anni, rappresenta una
delle più antiche manifestazioni che hanno interessato l’Italia centrale a seguito dell'evoluzione del
margine tirrenico, è caratterizzato da un chimismo acido ed è connesso alla risalita di magmi
anatettici in concomitanza con la fase di sollevamento che interessò nel Pliocene medio e superiore
il tratto costiero settentrionale del Lazio. La risalita dei magmi nella zona cerite è avvenuta con
prevalenza assoluta dell'attività effusiva rispetto a quella esplosiva. Le intrusioni laviche hanno
deformato e sollevato le argille del Pliocene inferiore e, nel settore tolfetano, inglobano frammenti
di sedimenti arenacei attribuibili al Pliocene superiore. L’attività' di questi complessi vulcanici ha
dato luogo a colate laviche, che hanno costituito i tipici rilievi cupoliformi o "domi" dai pendi ripidi
e ad espandimenti ignimbritici; entrambi i termini poggiano prevalentemente sul complesso dei
flysch o sulle formazioni argillose del Pliocene inferiore. Le cupole laviche, quali quella trachitica
del Monte Calvario, che svetta per 545 m s.l.m. sull'abitato di Canale Monterano, con pianta
subcircolare o ellittica.
Secondo Negretti ed altri (1969) negli apparati tolfetano-ceriti gli eventi vulcanici si sono succeduti
secondo la sequenza:

 attività di nubi ardenti (ignimbriti)

22
 attività effusiva lenta (lave),
 attività esalativa lineare e areale.

2) Prodotti vulcanici Sabatini


In sponda sinistra idrografica del Fiume Mignone affiorano in prevalenza termini riferibili a colate
piroclastiche raggruppabili in due subfacies, una più decisamente litoide, una più incoerente. La
prima è costituita da una matrice micropomicea con frammenti lavici, frammenti del basamento
sedimentario recristaltizzati, pomici anche grossolane, scorie di diverse forme e dimensioni; ad essa
si possono accomunare la formazione del "Tufo rosso a scorie nere", prodotto del vulcanismo
vicano, nonché le formazioni dei "peperini listati" e di una parte dei "Tufi di Bracciano", prodotti
entrambi del vulcanismo sabatino. La seconda sub facies è rappresentata dalla porzione superiore
del "Tufo di Bracciano", costituita da una colata piroclastica semi coerente con biotite, pirosseno,
leucite, inclusi lavici e sedimentari.
Il substrato sul quale poggiano queste coltri vulcaniche pleistoceniche, formato da argille e sabbie
plio-pleistoceniche e da terreni flyschoidi nel settore nord occidentale (presso il rilievo Tolfetano)
è, dal punto di vista tettonico, costituito da una estesa successione di ampie anticlinali con direzione
appenninica (NW-SE), successivamente interessata da dislocazioni neotettoniche che hanno portato
al sollevamento di blocchi del Pleistocene medio, in buona parte responsabile della profonda
incisione del reticolo fluviale.
Dopo una lunga fase di quiescenza, iniziata al termine dell'attività del complesso tolfetano-cerite-
manziate, si ebbe l’eruzione dei materiali che costituirono i cosiddetti "peperini listati" affioranti
lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione.
La messa in posto di questa formazione segnò una generale ripresa dell’attività vulcanica della
regione, che portò all'apertura, pressoché contemporanea, di centri eruttivi sia nell'area sabatina che
in quella vicana. Questa nuova, intensa attività vulcanica si formò in corrispondenza di uno di quei
"bassi strutturali", sopra citati, originatosi in precedenza (Siciliano), a partire da circa 700.000 anni
fa nel settore orientale del futuro comprensorio sabatino, nei pressi di Morlupo-Castelnuovo di
Porto e successivamente netta zona dell'attuale Sacrofano, per poi migrare gradualmente verso W.
Nonostante la vicinanza cronologica tra l'attività dei due complessi eruttivi, spiccate differenze nel
chimismo dei loro prodotti e nella morfologia li distinguono nettamente: I'apparato vicano si
configura , infatti, come un tipico stratovulcano a coni concentrici il cui ampio edificio è costituito

23
da uno o più crateri centrali successivamente collassati per sprofondamento tettonico, e da un
successivo cono vulcanico (Monte Venere) originatosi all'interno della depressione calderica; il
vulcano sabatino, al contrario, è costituito da più centri di emissione disposti in genere secondo ben
precisi allineamenti.
Per quanto riguarda la storia del complesso eruttivo, si distinguono tre fasi separate da periodi più
o meno prolungati di quiescenza.
Nella prima di queste fasi sono state identificate delle formazioni tufacee parzialmente obliterate
da successive emissioni del vulcano Vicano; tra queste formazioni il Tufo Rosso di Riano, i Tufi
stratificati di Rio Filetto, il Peperino della Via Flaminia, il Tufo Giallo della Via Tiberina ed altre
formazioni affioranti nel settore orientale del complesso.
La seconda fase è quella di azione congiunta tra i due complessi Vicano e Sabatino
precedentemente alla messa in posto del famoso Tufo Rosso a Scorie Nere ( Vicano), uno dei
materiali lapideo di maggiore impiego durante l'antichità. Una prolungata fase di attività di tipo
"stromboliano" si ebbe intorno ai 480-430.000 anni fa ed originò bancate tufacee con potenza anche
di 100 metri.
Si tratta del periodo che maggiormente riguarda la zona in esame, perché durante di esso si è avuta
l’emissione dei prodotti che sono all'origine delle compagini litoidi affioranti localmente. I prodotti
di questo periodo sono direttamente sovrapposti al Tufo rosso a scorie nere e coprono nel
complesso circa il 60% del bacino del Torrente Arrone.
L'attività vulcanica della terza fase della vita del Vulcano sabatino è legata alla ripresa, tra i
300.000 e i 250.000 anni fa, dell'attività dell'apparato periferico di Sacrofano, che precedentemente
aveva originato le coltri del Tufo giallo della via Tiberina e dei Tufi stratificati varicolori di
Sacrofano.
Il susseguirsi delle diverse fasi esplosive è ricavabile dall'osservazione della stratificazione del
bancone tufaceo, costituita da livelli omogenei, dello spessore di solito compreso tra 20 e 80 cm,
formati da tufi a consistenza variabile: si va, infatti, da materiali decisamente incoerenti, costituiti
pressoché esclusivamente da scorie e pomici, ad altri debolmente coerenti con inclusi pomicei,
lapilli e cineriti e addirittura a banchi fortemente compatti, grigiastri, a consistenza peperinica, con
frammenti leucitici e scorie di piccole dimensioni nella pasta di fondo.
Le lunghe fasi di quiete degli apparati vulcanici tra un periodo parossistico e l'altro, nel corso di
questa fase della storia del Vulcano sabatino, consentirono la formazione di spessori più o meno
consistenti di suoli pedogenizzati, come testimonia la presenza di tipici paleosuoli rossastri

24
intercalati ai livelli tufacei, o, laddove le condizioni geomorfologiche (presenza di livelli di tufi
argillificati, bassi morfologici) ed idrogeologiche lo consentivano, di bacini di acque dolci più o
meno estesi.
Nell'ambito di questi stagni o laghi si aveva la formazione dei tipici depositi di fondo con livelli
diatomitici ed accumulo di materiale organico, con differenziazione stagionale spesso ben evidente
dal contenuto più o meno abbondante di materia organica nei livelletti che si alternano a strati
cineritici, legati alla ricaduta di materiali piroclastici all'interno di ambienti acquatici.
Oltre ai tufi stratificati varicolori de "La Storta", nell'ambito considerato affiorano altre formazioni
quali il “tufo di Bracciano” costituito da banchi ignimbritici, originatisi da un centro eruttivo posto
tra Bracciano e Martignano, di colore variabile dal marrone al giallo, al grigio chiaro o scuro.
Nel tufo di Bracciano si rinvengono inglobati nella massa cineritica pomici giallastre, scorie
grigiastre, frammenti leucititici, cristalli di pirosseni, biotite, sanidino e leucite alterata.
Tra le formazioni extra-sabatine assume notevole importanza il vicano "Tufo rosso a scorie
nere” (zone del "Franco", “Poggio Fortino”, "Monterano", "Grottino", “Greppa dei Falchi") che é
spesso osservabile in tutto il settore sabatino meridionale, laddove è più facilmente messo a nudo
dall'azione erosiva dei corsi d’acqua.
Si tratta di un materiale solitamente a compattezza litoide, di colore rosso mattone con evidenti
inclusi vetrosi, di varie dimensioni, di colore nero e consistenza carboniosa.
Per la facile lavorabilità e le discrete qualità meccaniche questi tufi sono stati sovente utilizzati
come materiali da costruzione (anche in situ, come nel caso delle sepolture etrusche), sin
dall'antichità.

da: http://193.204.162.114/italia/lazio/bracciano/left-right.html

25
Il piccolo altopiano tufaceo su cui sorge l'abitato di Monterano è costituito dalla sovrapposizione di
più termini piroclastici (peperini listati del Mignone, Tufo rosso a scorie nere, Tufi stratificati
varicolori di La Storta): questo acrocoro appare in alcuni luoghi interessato da fessurazioni che
attraversano la massa rocciosa sia in senso verticale che orizzontale, determinando, sia a causa
dell'azione degli agenti atmosferici che di quella degli apparati radicali, la progressiva separazione
di massi di diverse dimensioni. Nella zona del "Casale Palombara" alle masse piroclastiche è
intercalata una colata di materiali lavici, originati da fasi in cui, alla preponderante attività
esplosiva, si accompagnavano momenti di intensa attività effusiva. Lungo tutte le pendici del
rilievo sabatino sono assai diffusi questi affioramenti di lave, emesse da una rete di fratture
originatasi per lo più intorno alla depressione calderica di Bracciano; non di rado esse formano veri
e propri campi lavici.
Dal punto di vista della composizione, questi materiali effusivi sono stati descritti come oscillanti
tra leucitico-fonolitici, leucitico-tefritici o chiaramente leucitici.
Le lave, assai meno erodibili delle coltri tufacee e alquanto più resistenti all'azione degli agenti
atmosferici, hanno dato spesso luogo ad imponenti rotture di pendio come quella su cui si è
impostata la grande cascata di Castel Giuliano.

3.3.4 Morfogenesi e lineamenti tettonici

Il motivo dominante delI’assetto strutturale della regione tolfetano-sabatina è costituito dalla


presenza di estese e spesse coltri alloctone sovrapposte sul basamento carbonatico.
L'assetto strutturale della regione toltetano-sabatina appare alquanto complesso, a causa del
sovrapporsi di diverse fasi tettoniche che hanno agito, a partire da una certa fase, su sedimenti a
forte alloctonìa , già fortemente deformati o su termini litologici poco coerenti.
Il corso del Fiume Mignone che stabilisce la sutura tra il comprensorio Tolfetano e quello Sabatino,
è caratterizzato, dal punto di vista strutturale, dalla citata sovrapposizione delle coltri a forte
alloctonia, costituite dai flysch tolfetani" sul basamento carbonatico Giurassico-Paleogenico,
sovrapposizione avvenuta nell'intervallo Oligocene-Miocene Inferiore.
A seguito della serie di eventi tettonici che costituirono la fase distensiva neogenica si andarono a
delineare ampie depressioni successivamente invase dai depositi plio-pleistocenici.
L'erosione ha agito, successivamente, in modo differenziale sui litotipi costituenti i diversi
affioramenti di origine sedimentaria o vulcanica, dando origine alle caratteristiche forme di

26
paesaggio che costituiscono la nota saliente di questo territorio.
In particolare è possibile evidenziare tre tipi di paesaggio geomorfologico principali, quello dei
rilievi flyschioidi e quello delle vulcaniti
Il primo tipo di paesaggio, quello dei rilievi flyschioidi e caratterizzato da ondulazioni collinari con
valli fluviali ampie, con versanti a declivio dolce.
Tutto l'insieme di questi affioramenti, per motivi connessi alla natura dei litotipi ma soprattutto
all'azione antropica prolungata, si presenta diffusamente interessato da fenomeni di erosione areale,
da smottamenti, frane e fenomeni gravitativi tipo soliflusso.
Il secondo tipo di paesaggio citato, quello delle vulcaniti originatosi per le emissioni dei prodotti
del vulcanismo quaternario sabatino e vicano, è caratterizzato da superfici “tabulari” che delineano
un vasto altopiano debolmente inclinato verso Ovest, inciso dal reticolo fluviale in numerosi
sistemi vallivi stretti e con pareti subverticali, che proprio nel territorio monteranese, dove è
maggiore il grado di fratturazione delle rocce, assume gli aspetti più imponenti.
La terza forma di paesaggio, marginale all'area protetta, è costituito da rilievi collinari costituiti da
litotipi prevalentemente argillosi con maggiore sviluppo di fenomeni erosivi, rispetto a quello delle
precedenti forme di paesaggio.
Il paesaggio del vulcanismo acido pliocenico tolfetano-cerite-manziate, caratterizzato da rilievi
cupoliformi (domi) a pianta subcircolare è osservabile, fuori dei confini della riserva naturale, a
monte dell’abitato di Canale Monterano, nel rilievo di Monte Calvario.

3.3.5 Vulcanismo secondario

Numerosi i fenomeni riconducibili ad attività tardive del complesso eruttivo Sabatino che
caratterizzano fortemente il territorio della riserva: tra questi le sorgenti solfuree ed i campi di
emissione di gas e le zone di intensa mineralizzazione e metasomatismo delle rocce, con loro
decolorazione, soprattutto in corrispondenza dei livelli interessati dalla circolazione idrica di una
falda superficiale fortemente mineralizzata.
Tra i minerali presenti, abbondante lo zolfo che si rinviene sotto forma di
efflorescenze,incrostazioni, cristalli di piccole dimensioni
Caratteristica della riserva la diffusa mineralizzazione delle acque di falda, a queste acque si deve la
genesi delle caratteristiche “Solfatare” dove talvolta gorgogliano acque bianco latte, dove si può
osservare la mineralizzazione per incrostazione del substrato o di materiale organico, o di ristagni

27
con intensa colorazione rossastra dovuta alla forte mineralizzazione del sito.

Manifestazioni sulfuree nei pressi di Diosilla (www.monteranoriserva.com)

28
3.4 Aspetti vegetazionali
3.4.1 Il paesaggio vegetale

Benché la morfologia del territorio sia piuttosto varia, con aspetti di forra profonda e dalle pareti
acclivi, e altri di vallata più ampia e dolce, e benché la zonazione della vegetazione sia stata in parte
alterata dall’impatto antropico, il paesaggio vegetale del territorio è riconducibile a un’unica catena,
che parte dal fiume e dai suoi affluenti nel fondovalle con boscaglie e filari a Salix e Populus o
boschi ripariali, e termina oltre il ciglio della forra, ove presente, nelle formazioni prative e
soprattutto in quelle boscate .
Questa catena è costituita da:
1) vegetazione ripariale a Alnus glutinosa, localmente con Populus e Salix alba oppure, sui greti
sassosi, a Salix purpurea
2) vegetazione microterma a Carpinus betulus sui pendii meno acclivi e a Corylus avellana su
quelli più acclivi, con ampi tratti di vegetazione secondaria
3) vegetazione mediterranea delle pareti molto acclivi con Quercus ilex
4) vegetazione mesoterma a Quercus cerris localmente (ma probabilmente più diffusa in passato)
con Quercus petraea, molto spesso sostituita da vegetazione secondaria.

Questa catena corrisponde a un pattern riscontrabile in quasi tutti il Lazio centrale; il primo termine
della catena, quello della vegetazione ripariale, è tuttavia più sviluppato nella Riserva che in altre
località, sia per un migliore stato di conservazione generale di questa vegetazione, sia per il
particolare sviluppo dell’alveo del Mignone e in parte dei suoi affluenti.
Su questo schema generale si innestano inoltre alcune variazioni puntiformi e locali, come la
presenza locale di Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa, che rappresenta probabilmente un
frammentoestremamemente impoverito ed estremo della vegetazione igrofila dominata da questa
specie così diffusa, per esempio, sul litorale nei pressi della foce del Tevere. Questi elementi sono
generalmente frammentari, tuttavia costituiscono un aspetto importante della diversità biocenotica
del territorio.
A questa catena principale si affianca la vegetazione delle sorgenti e delle falde affioranti, con una
vegetazione erbacea a Juncus acutus e Cyperaceae oppure ad Agrostis canina subsp. monteluccii.
Queste comunità sono diffuse ed estese in tutto il territorio e hanno un notevolissimo interesse
vegetazionale. Anche i pascoli sono di notevole interesse floristico e vegetazionale. La flora è

29
molto ricca di specie, con un numero elevato di Orchidaceae, e specie rare nel Lazio come
Oenanthe globulosa, Ranunculus velutinus, e Achillea ageratum.
Le tipologie vegetazionali sono essenzialmente due:
1) prati igrofili con Cynosurus cristatus, Gaudinia fragilis, Orchis laxiflora, riferibili
all’associazione Gaudinio-Cynosuretum (di cui Monte Angiano, esterno alla riserva, rappresenta il
locus typicus); questa vegetazione presenta interessanti affinità con tipi vegetazionali provenzali.
2) prati xerofili sugli affioramenti calcarei riferibili alla classe Stipo-Trachynetea distachyae,
con Tordylium apulum, Trifolium campestre, Trifolium stellatum, Brachypodium distachyum etc.
Queste due tipologie si alternano in un mosaico ora a grana più grossolana, ora a grana più fine, in
relazione agli affioramenti rocciosi e al ristagno di acqua sulle argille
Alcuni di questi pascoli sono stabili probabilmente da lunghissimo tempo, e rappresentano un tipo
di paesaggio vegetale estensivo e seminaturale ormai estremamente raro.
Il tipo di uso del suolo (pascolo brado di bovini, in prevalenza maremmani) mantiene la cotica
erbosa bassa, garantendo la persistenza di specie poco competitive come molte Orchidaceae (queste
ultime, non a caso, hanno attualmente i loro pool popolazionistici più importanti lungo i margini
stradali sfalciati), mentre la mancata aratura e spietramento garantisce quella stabilità ambientale
che permette la diffusione di specie a lungo ciclo vitale (per esempio ancora molte Orchidaceae).

Fiume Mignone (www.monteranoriserva.com)

Le principali unità di vegetazione potenziale della catena sono:


1) Vegetazione alveale a ontano nero (Alnus glutinosa): per quanto non completamente tipico,

30
rientra tra le foreste miste riparie di grandi fiumi a Quercus robur, Ulmus laevis e Ulmus minor,
Fraxinus excelsior o Fraxinus angustifolia. Questa vegetazione si insedia su una stretta fascia
lungo il corso del fiume, spesso non più larga di una singola fila di alberi e talora frammentaria e
interrotta.
E’ caratterizzata dalla presenza di Alnus, mentre le specie erbacee sono poco rappresentate:
Osmunda regalis presso le sorgenti sulfuree del Bicione, Circaea lutetiana nel resto del corso del
fiume, oltre a numerose specie ruderali e nitrofile di scarso interesse.
Nella riserva si colloca il locus typicus di
un’associazione di ontaneto, il Circaeo Lutetianae-
Alnetum. I tratti con presenza (spesso quasi esclusiva
nello strato erbaceo) di Osmunda regalis sono prossimi
all’associazione, descritta per la Sardegna e qui
estremamente diffusa soprattutto su substrati granitici,
Osmundo-Alnetum glutinosae. Localmente, per
esempio lungo il fiume Lenta, si osservano esemplari di
Populus canescens, che rappresentano probabilmente
frammenti della vegetazione ripariale dei grandi fiumi
(Alno-Populetum). Sempre lungo il Lenta vi sono
frammenti di popolamento a Salix purpurea sui greti
sassosi. Questa vegetazione (Salicetea purpurea) per
quanto piuttosto frammentaria, è interessante, in quanto
diffusa generalmente molto più all’interno.

Diosilla (Foto: C. Chiesa)

2) Vegetazione di fondovalle a carpino bianco (Carpinus betulus) e marginalmente a nocciolo


(Corylus avellana) e castagno (Castanea sativa). Questa vegetazione occupa il fondo della vallata,
con una fascia continua e relativamente ampia lungo tutto il corso del fiume, e
costituisce la vegetazione più estesa realmente all’interno del riserva, i cui confini coincidono nella
maggior parte con il limite superiore di questa fascia. E’ caratterizzata dalla dominanza di Carpinus
betulus insieme con un ricco conteggio di specie erbacee nemorali, spesso bulbose o rizomatose,
come Galanthus nivalis, Polygonatum odoratum, Corydalis cava, Vinca minor ecc. Nei punti più

31
incassati è presente (particolarmente lungo il Bicione) sporadicamente il faggio (Fagus sylvatica,
stazione 4 Mola Ceccarelli) e più frequentemente l’agrifoglio (Ilex aquifolium), due elementi
microtermi di un certo interesse, benché la loro presenza non sia eccezionale a quote basse nel
Lazio settentrionale dalla Tolfa al fiume Fiora.
Localmente è presente anche abbondantemente l’alloro (Laurus nobilis), una situazione ricorrente
nell’ambiente di forra.
Il castagno è stato piantato qua e là senza che questo modifichi sostanzialmente la composizione
della vegetazione; al contrario, nelle situazioni più acclivi lo strato arboreo non è più costituito da
carpino bianco, ma da nocciolo (Corylus avellana), quasi certamente spontaneo, ma che
probabilmente è stato almeno parzialmente oggetto di cure colturali (come del resto nella maggior
parte delle forre del Lazio settentrionale). Le formazioni a nocciolo sono localmente sostituite, dove
sia intervenuto disturbo antropico o naturale (p.es. frane) da popolamenti a Sambucus nigra, che
rappresentano aspetti della associazione Humulo lupuli-Sambucetum nigrae.

3) Vegetazione a cerro (Quercus cerris) e secondariamente a carpino nero (Ostrya carpinifolia).


Questa vegetazione è presente marginalmente all’interno del parco, mentre è maggiormente
sviluppata più in alto lungo i fianchi della vallata. Si tratta di boschi cedui, molto degradati,
dominati del cerro su substrati piroclastici, e dal carpino nero su substrati più acclivi calcareo-
marnosi. La cerreta rappresenta una vegetazione potenziale, mentre l’ostrieta è una formazione
secondaria relativamente pioniera che tuttavia localmente forse preesisteva in situazioni acclivi. Il
sottobosco di queste formazioni è estremamente impoverito, a causa dell’elevato impatto antropico
e soprattutto dell’assottigliamento dei suoli. Su substrati piroclastici in gran parte del territorio è
stato piantato il castagno. Una ricostruzione della composizione floristica originale di questa
vegetazione si presenta oggi altamente problematica, a causa del forte stato di degradazione, che ha
portato in molti casi alla quasi totale scomparsa delle specie nemorali e soprattutto di quelle
diagnostiche.
Si riscontra tuttavia una compresenza di elementi tipici del Lazio meridionale, come il farnetto
(Quercus frainetto), presente in modo puntiforme al di fuori della riserva, e di altri microtermi e
acidofili, come Quercus petraea, abbastanza frequente presso Rota.
Non è da escludere una differenziazione, per esempio tra substrati piroclastici e substrati argilloso-
marnosi, o anche tra situazioni più fresche e altre relativamente più xeriche; attualmente purtroppo
la situazioneè sostanzialmente ininterpretabile.

32
4) Vegetazione a leccio (Quercus ilex). Questa vegetazione è presente sulle pareti pressoché
verticali al di sotto del ciglio della vallata del Mignone e dei suoi affluenti. E’ una vegetazione ben
conservata a causa della difficile accessibilità, ma povera di specie. Localmente è
sostituita da macchioni di Erica arborea, in altri casi è presente il Celtis australis, che in queste
situazioni spesso si osserva in contiguità con la lecceta. Questa tipologia è comunque riferibile
all’associazione Orno-Quercetum ilicis s.l..

3.4.2 Vegetazione secondaria

Lungo ampi tratti dell’area la vegetazione potenziale è sostituita da fitocenosi secondarie, che
generalmente rivestono scarso interesse vegetazionale. Queste comunità sono però spesso
importanti dal
punto di vista della fauna (per esempio i mantelli a Prunus spinosa come sito di nidificazione per
specie ornitiche).
Alcune delle formazioni secondarie sono strettamente associate con tipologie di vegetazione
potenziale, e sono state brevemente discusse sopra. Altre sono diffuse più erraticamente nel
territorio.

1) Mantello a Prunus spinosa, accompagnato da poche altre specie, con un sottobosco talora ricco
di specie, ma dalla composizione molto incostante. Questa vegetazione è di difficile inquadramento
sintassonomico, ma comunque riferibile alla classe Rhamno-Prunetea.
2) Cespuglieti a Cytisus scoparius e Adenocarpus complicatus, diffusi in tutto il territorio su
substrati acidi.
3) Campi abbandonati e a riposo: in molti tratti la vegetazione forestale potenziale è sostituita da
formazioni erbacee legate alla successione susseguente all’abbandono dei campi, con Ranunculus
bulbosus, Poa trivialis, Holcus lanatus, insieme con un gran numero di specie ruderali (Silybum
marianum, Stellaria neglecta etc.).

33
3.4.3 Emergenze floristiche

Il Parco riveste, oltre a un considerevole interesse vegetazionale, un notevole valore per le


emergenze floristiche.
In particolare si possono ricordare, tra le specie rare nel Lazio :
 Blechnum spicant
 Osmunda regalis
 Senecio squalidus
 Agrostis canina subsp. monteluccii
 Adenocarpus complicatus subsp. sabinus
 Lupinus cfr micranthus

Di particolare rarità (nella regione Lazio) sono le prime tre specie, mentre le altre sono molto
localizzate ma abbastanza diffuse nei territori vulcanici. Lupinus micranthus, se confermato,
rappresenterebbe una delle pochissime stazioni in Italia.
La maggior parte di queste specie si localizzano nella forra del torrente Bicione, che, come del resto
noto da lungo tempo nella letteratura floristica, riveste un particolare interesse fitogeografico.
Di interesse fitogeografico notevole, anche se abbastanza diffuso nel Lazio, è Buxus sempervirens,
specie a carattere subtropicale relitto presente con popolamenti consistenti lungo il Lenta e sul
Mignone.

34
3.5 Aspetti faunistici
La Riserva Naturale ospita una fauna ricca e varia. Complessivamente sono state censite 142 specie
di vertebrati, tra cui 24 specie inserite nelle Liste Rosse (Libro Rosso degli animali d'Italia). Si
tratta del 19% del totale, a testimoniare la concentrazione di specie animali di notevole valore
nell'area protetta. La classe con maggior percentuale di appartenenti alla Lista Rossa è quella degli
Anfibi con il 30% del totale.

3.5.1 Mammiferi. Tra i carnivori vi sono alcune delle specie di maggior valore, classificate
vulnerabili nella Lista Rossa, come il lupo (Canis lupus) e il gatto selvatico (Felis silvestris). Nella
Riserva Naturale sono inoltre presenti mustelidi come il tasso (Meles meles), la puzzola (Mustela
putorius), e la martora (Martes martes) una specie rara tipicamente forestale. E' invece assente la
lontra (Lutra lutra) scomparsa per le alterazioni ambientali causate dall'attività antropica. Nei
principali corsi d'acqua è invece presente ma non abbondante una specie introdotta dal Sud
America: la nutria (Myocastor coypus).
La lepre (Lepus europaeus) frequenta i pascoli cespugliati, gli incolti e le radure; la popolazione di
cinghiale, in passato ridotto a piccole popolazio-ni, a partire dagli anni cinquanta ha avuto un
graduale incremento per condizioni ambientali favorevoli e per immissioni con capi di provenienza
centro-europea che si sono incrociati con gli autoctoni. L'istrice (Hystrix cristata) è abbastanza
diffuso.Risulta la presenza di undici specie di micromammiferi tra cui il moscardino (Muscardinus
avellanarius), la crocidura dal ventre bianco (Crocidura leucodom), il toporagno appenninico
(Sorex samniticus) oltre ad arvicole (Microtus savii) e topi selvatici (come l'Apodemus flavicollis).

Martora e vacca maremmana (www.monteranoriserva.com)

35
3.5.2 Uccelli. La comunità ornitica è il taxa più conosciuto e comprende ben 92 specie di cui 79
nidificanti o migratori.
Gli ambienti aperti, come pascoli, seminativi, incolti e arbusteti, ospitano alcune delle specie di
maggior valore come ad esempio alcuni rapaci.
E' da segnalare in primo luogo il nibbio reale (Milvus milvus) protetto in Italia e a livello
internazionale insieme al biancone. Altro rapace di notevole interesse è appunto il biancone
(Circaetus gallicus), detto anche Aquila dei serpenti per la sua spiccata specializzazione alimentare.
Altri rapaci diurni sono il gheppio (Falco tinnuculus), la poiana (Buteo buteo), il lodolaio (Falco
subbuteo) e il nibbio bruno (Milvus migrans).
La civetta (Athene noctua) e l'assiolo (Otus scops) sono i due rapaci notturni qui presenti insieme
al succiacapre (Caprimulgus europaeus); tra i passeriformi una famiglia da ricordare è quella delle
silvie che sono ben rappresentate con nove specie tra cui la sterpazzola (Sylvia communis), il
canapino (Hippolais polyglotta), le averle (Lanius senator e Lanius collurio) e lo zigolo nero
(Emberiza cirlus).
Relativamente più comuni sono l'upupa (Upupa epops) ed un piccolo picchio, il torcicollo (Jynx
torquilla).
Gli ambienti più aperti sono caratterizzati dalla presenza di uccelli della famiglia degli alaudidi, tra
cui la calandrella (Calandrella brachydactyla), e i gruccioni (Merops apiaster).
La comunità ornitica dei boschi risente della condizione generale forestale lagata al tipo di governo
e alle utilizzazioni passate. Interessante la presenza di cince tra cui la cincia mora (Parus ater) e
cincia bigia (Parus palustris). Tra i picchi forestali vi sono il picchio verde (Picus viridis) e il
picchio rosso maggiore (Picoides major); occupano nicchie simili il rampichino (Certhia
brachydactyla) e il picchio muratore (Sitta europaea).
Altri passeriformi da segnalare sono il rigogolo (Oriolus oriolus), il fiorancino (Regulus
ignicapillus) e il codibugnolo (Aegithalos caudatus).
Il colombaccio (Columbus palumbus) è presente come nidificante ma in numero inferiore della
tortora (Streptotelia turtur).
Rapaci tipicamente forestali sono lo sparviere (Accipiter nisus) e l'allocco (Strix aluco); altre
specie sono il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) e il gufo comune (Asio otus).
Le zono umide pure ospitano un'avifauna interessante : nei laghetti della Mercareccia nidificano
alcune coppie di tuffetto (Tachybaptus ruficollis) e di gallinella d'acqua (Galinula chloropus)
mentre d'inverno vi svernano le folaghe (Fulica atra); i corsi d'acqua principali sono caratterizzati

36
dal martin pescatore (Alcedo atthis), dall'usignolo (Cettia cetti) e dalla ballerina gialla (Motacilla
flava) e bianca (Motacilla alba).
Nelle zone ruderali spicca la ghiandaia (Coracias garrulus), il barbagianni (Tyto alba), il gheppio,
la taccola (Coryus monedula) e la civetta, anche se tutti richiedono poi ambienti aperti per
l'alimentazione.

Poiana che si posa (www.monteranoriserva.com)

3.5.3 Rettili. Aree di elevata biodiversità per questi animali sono i pascoli cespugliati ed è da
ricordare che l'abbondanza di rettili sostiene in parte la ricca comunità di rapaci diurni.
La testuggine comune (Testudo hermanni) è l'unica rappresentante di quest'ordine; tipicamente
legati ad ambienti ruderali e ad abitazioni sono i gechi: la tarantola muraiola (Tarentola
mauritanica) e il geco verrucoso (Hemidactylus turcicus).
Le lucertole (Podarcis muralis e Podarcis sicula) sono molto diffuse così come il ramarro (Lacerta
viridis), da ricordare anche la luscengola (Chalcides chalcides).
Tra i serpenti più comuni c'è sicuramente il biacco (Coluber viridiflavus), diffuso in tutti gli

37
ambienti, insieme alla vipera (Vipera aspis). Meno diffusi il grande cervone (Elaphe
quatorlineata), specie in parte arboricola, così come il colubro di esculapio (Elaphe longissima).
La riserva ospita entrambe le coronelle (Coronella austriaca e Coronella girondica); vi sono due
specie di natrici: la tassellata (Natrix tassellata) e la natrice dal collare (Natrix natrix).

Luscegnola, Chalcides chalcides (www.monteranoriserva.com)

3.5.4 Anfibi. La classe degli anfibi nella riserva annovera nove specie: l'entità di maggior valore è
sicuramente la salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata).
Il tritone crestato (Triturus cristatus) e il tritone punteggiato (Triturus vulgaris meridionalis) sono
invece due anfibi urodeli presenti ma localizzati.
Tra gli anuri la specie più diffusa è la rana verde (Rana esculenta complex) che frequenta tutte le
zone umide della riserva, le rane rosse (Rana dalmatina e Rana italica)più esigenti e in parte

38
terricole sono invece localizzate lungo i torrenti.
Ancora meno diffusa risulta la raganella (Hyla italica) che si rinviene lungo i corsi d'acqua ed è ben
individualizzabile dal suo canto.
Infine tra i bufonidi abbiamo il rospo comune (Bufo bufo) ed il meno frequente rospo smeraldino
(Bufo viridis) legato ad ambienti termofili.

Salamandrina dagli occhiali, Salamandrina terdigitata (www.monteranoriserva.com)

3.5.5 Pesci. Il bacino del Mignone ricade nel distretto ittiofaunistico tosco-laziale, e presenta una
ittiofauna del tipo tosco-laziale ridotta, per l'assenza di alcune specie tipo.

3.5.6. Artropodi
Sono presenti tre specie significative di macrocrostacei: il gambero d'acqua dolce
(Austropotamobius italicus), il gamberetto di fiume (Palemonetes antennarius) e il granchio di

39
fiume (Potamon fluviatilis).
La fauna di insetti della Riserva è però ancora quasi sconosciuta, e sono in corso programmi di
ricerca per giungere ad una banca dati entomologica. Sono già state realizzate liste preliminari
relative agli Odonati, ad alcune famiglie di Ditteri, e soprattutto ai Lepidotteri
e Coleotteri. In particolare, per i Coleotteri Carabidae è già nota la presenza di 75 specie,
soprattutto di ambienti steppici e ripariali (Vigna Taglianti, com. pers.).

40
4. Metodi

4.1 Campionamento

All'interno dell'area della riserva i siti di campionamento sono stati definiti individuando dei biotopi
con habitat omogeneo per tipologia e fisionomia, cercando di rappresentare la fascia bioclimatica
lungo lo stesso gradiente altitudinale.
I campioni di materiale biologico vengono raccolti con metodo automatico, basato sull'utilizzo di
trappole a caduta (pitt-fall traps”).
L'impiego di questi strumenti non permette di raccogliere la totalità dei carabidi caratterizzanti un
sito, in quanto poco efficace nella cattura delle specie meno mobili e con densità di popolazione
estremamente ridotta.
Le trappole sono formate da bicchieri di plastica di circa 9 cm di diametro all'imboccatura e 7 cm
alla base, alti circa 11 cm. Ad ogni bicchiere viene praticato un piccolo foro (al massimo 0,5 cm di
diametro) a circa 4 cm dal bordo per evitare che l'eventuale caduta di acqua piovana provochi la
tracimazione del contenuto.
Le trappole vengono interrate fino all'orlo, in particolare curando l'eliminazione degli spazi vuoti
tra il bordo e il terreno, assicurando la continuità della superficie con l'impiego di terriccio fine o
muschio.
In ciascuna trappola viene introdotta una soluzione di aceto commerciale di vino e formalina al 5%
in volume, in quantità pari a circa 150 ml.
La preparazione dello scavo è stata effettuata con un perforatore manuale semplice in grado di
praticare piccoli carotaggi; le trappole sono state protette da robusti sassi piatti e intorno da griglie
composte da piccoli rametti.
Le trappole per ogni stazione sono 6, disposte in linea a una distanza reciproca di 6-10 metri.
La raccolta delle trappole è stata effettuata a intervalli di 30 giorni circa ed è durata 1 anno, il
materiale trovato nella trappola è stato raccolto sul campo, separato dai liquidi (acqua piovana e
soluzione di aceto e formalina) tramite un colino a maglia sottili (0,75 mm circa) ed introdotto in
appositi contenitori di plastica (volume di 0,25 litri?) con un imbuto per polveri con imboccatura
larga (3 cm di diametro). I contenitori hanno un doppio tappo di chiusura, uno interno a pressione e
uno esterno a vite.
Nelle stazioni in cui la lettiera è abbondante (Mola Ceccarelli) bisognava attuare una grossolana

41
pulitura del campione eliminando le numerose foglie e il materiale marcescente prima di versare il
contenuto nel colino, facendo attenzione a non eliminare anche eventuali piccoli esemplari di
carabidi.
Il contenuto di tutte le 6 trappole di un sito
viene raccolto in un unico contenitore,
dentro al quale viene aggiunto alcool 70°
per conservare il materiale fino al
momento dello smistamento.
Per il riconoscimento del campione , nel
contenitore viene messa una doppia
etichetta identificativa scritta a matita. Si
ottiene così un numero di campioni pari al
numero delle stazioni di campionamento
(4) per il numero di rilevamenti effettuati
(12). Foto C. Chiesa

4.2 Smistamento e determinazione del materiale


La raccolta dei dati biologici tramite trappole a caduta produce campione grezzo eterogeneo,
composto da coleotteri carabidi, ma anche da altri artropodi, invertebrati, vertebrati
(micromammiferi, anfibi, rettili) e detriti di vario tipo, poiché il metodo di campionamento è
automatico e non selettivo.
In laboratorio ogni contenitore viene svuotato dentro ad un colino con maglia fine e lavato con
acqua corrente per asportare la terra e il limo. Il contenuto del colino viene quindi versato in una
bacinella bianca con fondo a coste rilevate, dentro alla quale viene aggiunta abbondante acqua, così
che si troveranno a galleggiare gran parte degli organismi raccolti.
Con l'aiuto delle pinzette entomologiche si procede allo smistamento del materiale caduto nelle
trappole eliminando le componenti vegetali più grandi (foglie, corteccia, piccoli rami), e separando
gli organismi di interesse in base alla loro fisionomia. L'operazione è stata condotta concentrando
prima l'attenzione (“immagine di ricerca”) sugli individui di dimensioni maggiori e poi su quelli più

42
piccoli.
Tutti gli individui della vaschetta sono stati divisi in diverse provette secondo l'ordine di
appartenenza, sono stati messi in provette a parte i Carabidi.
Le provette contenenti i Carabidi sono infine state esaminate per la identificazione della specie, da
parte di uno specialista del gruppo (in questo caso, lo stesso relatore della tesi).

4.3 Elaborazione dei dati

La determinazione delle specie e il conteggio degli individui permettono di ottenere i dati


qualitativi (lista delle specie) e quantitativi (abbondanza di ogni specie) di base per una valutazione
della distribuzione delle specie nei diversi ambienti.
I dati vengono sintetizzati in una tabella, simile a quelle fitosociologiche, in cui lungo le righe
vengono disposte le specie e lungo le colonne i siti di campionamento, e all'interno di ciascuna
casella le quantità di individui campionati. Si costruisce in questo modo una matrice di eventi
congiunti rappresentante lo spazio ecologico che descrive l'area di studio. Lo spazio ecologico è
quindi definito da m variabili (con m=numero di specie) e da n stati (con n=numero di siti), ed è
uno spazio multidimensionale raffigurabile solo tramite una ipersfera.
E' possibile rapportare ogni raccolta ad un'unica unità di misura, ed eliminare vari fattori di
variabilità uniformando i dati grazie al calcolo della cosiddetta Densità di Attività (DA) per ogni
specie:

DA=[n° individui / (trapp x gg)] x10

La DA viene utilizzata per l'analisi delle fenologie, cioè l'andamento delle attività all'interno del
sito di campionamento durante il periodo di raccolta.
In questo modo è possibile individuare i valori di DA che sono correlati ai diversi ambienti (cfr.
Chemini e Pizzolotto, 1992, Pizzolotto, 1993).
Si distinguono così le seguenti tre categorie:
- valore centrale: dove la DA ha il valore massimo,
- valore nucleare: dove la DA è uguale o maggiore al valore di DA medio
- valore orbitale: dove la DA è inferiore alla media.

43
Nel caso ideale di una specie che mostri la massima preferenza ambientale tra un ampio insieme di
habitat, tutti i valori superiori alla media saranno concentrati in un solo habitat, cioè corrispondenti
al solo valore centrale. Se quell'habitat è realmente quello che presenta le migliori condizioni per
quella specie, allora aumentando il numero di campionamenti si andranno ad aggiungere solo valori
orbitali. Minore è il numero dei valori nucleari è maggiore è la preferenza per l'habitat in cui si
manifesta il valore centrale.
L'aspetto qualitativo dei dati raccolti non si riferisce solo alla diversità delle specie raccolte, ma
anche alla valutazione di quelle che chiameremo le caratteristiche biologiche della specie, che
vanno a identificare la “qualità” delle specie. Per quanto riguarda i Coleotteri Carabidi, le principali
caratteristiche biologiche a cui fare riferimento sono il potere di dispersione, la dislocazione
geografica, la dieta e la specializzazione.

44
5. Le stazioni

5.1 Stazione I. R.N.R. Monterano. Diosilla, 250 m.

Ambiente di forra a valle delle Cascate di Diosilla lungo il Bicione con esposizione sud-est, a
substrato vulcanico; il torrente è ricco di ossidi di origine vulcanica.
Questo bosco non è soggetto a una gestione forestale, attuali proposte sono assenti. L'ultimo taglio
risale a circa 30 anni fa, è un ceduo invecchiato. Pendenza 60-70%.
La copertura vegetale è del 90%, lo strato dominante è dell'85%, lo strato dominato è del 35%, lo
strato erbaceo soprattutto lungo il torrente per il continuo dilavamento è scarso.
Terreno di riporto alluvionale, dilavato: non esiste lettiera perchè l'accumulo di sostanza organica è
soggetto a dilavamento.

Diosilla (www.monteranoriserva.com)

Lo strato arboreo è costituito da Alnus glutinosa, Corylus avellana, Carpinus betulus, lo strato
arbustivo è pressochè assente.
Per quanto riguarda lo strato erbaceo da segnalare la felce rara Osmunda regalis,oltre a

45
Polystichum setiferum, Ranunculus bulbosus, Galium silvaticum.

Diosilla, Foto C .Chiesa

Ci troviamo quindi in una comunità impiantata su suoli permenentemente umidi, moderatamente


acidi e ricchi di nutrienti derivanti dal continuo apporto di materiali vegetali e minerali trasportati
dalle acque. Prevalgono specie euroasiatiche, con una buona componente di specie circumboreali
ed eurimediterranee.
Si tratta di alcune delle formazioni del parco con il più alto livello di naturalità, le cui specie
caratteristiche sono tutte rare o minacciate.
Le trappole sono state distribuite parallelamente al corso d'acqua, le prime tre appena a valle della
cascata a livello del torrente, le altre tre circa 40 metri più avanti, in terreno a lieve pendenza sulla
sinistra orografica del Bicione.

46
5.2 Stazione II. R.N.R. Monterano. Guallo, 179 m.

Guallo. (Foto: V.Rizzo)

Proprietà dell'Università di Agraria, ultimo taglio nel 2004; esposizione Est, sud-Est.
E' un ceduo di cerro composto, ciò vuol dire che anche se non esistono matricine abbastanza
vecchie (3-4 turni), ce ne sono un numero sufficiente per ettaro (140/ha) per cui è consentito il
taglio. La pendenza è del 30%, il substrato tufaceo, suolo evoluto, lettiera presente, abbondante
rocciosità affiorante. Copertura vegetale: 30% lo strato dominante, 30% strato arboreo, 30% strato
arbustivo. Particella soggetta a piano di assestamento adottato dalla proprietà ma non approvato
dalla Regione Lazio.
Questa classe di solito è a contatto inferiormente con le associazioni del Quercion ilicis e
superiormente con quelle del Fagion sylvaticae. Ci troviamo in una comunità vegetale
submediterranea tendenzialmente eliofila impiantata su un suolo asciutto, povero di nutrienti.
Questa cerreta non presenta una composizione floristica ben caratterizzata poichè l'uomo ha
impedito con i tagli il rinnovamento attraverso i semi, con la conseguente espressione della

47
variabilità naturale ristretta alle piante capaci di propagarsi in maniera vegetativa (ricacci da
ceppaia). L'ambiente è spiccatamente arido e compaiono specie caratteristiche dei Quercetalia
pubescentis con strato arboreo a : Quercus cerris, Quercus pubescens, Acer campestris, Acer
minor, Ulmus sp., Fraxinus ornus. Strato arbustivo: Prunus sp., Corylus avellana, Crataegus
monogyna, Rosa canina, Ligustrum sp, Ilex acutifolius. Le principali specie xerofile sono
Buglossoidea purpurocerulea, Asparagus acutifolius, Rubia peregrina, Rosa canina, mentre tra le
mesofile si rinvengono Lonicera etrusca, Viola suavis, Acer campestre, Crataegus monogyna.
Prevalgono ampiamente specie Eurasiatiche, più debole la componente mediterranea.
Le 6 trappole sono state dislocate in un'area di circa 200 mq a differenti altezze.

5.3 Stazione III R.N.R. Monterano. Ara del Tufo, 250 m.

Ara del Tufo (foto: V.Rizzo)

Proprietà dell'Univeristà di Agraria, l'ultimo taglio risale al 1995: è un ceduo invecchiato, non
tagliato. Suolo soggetto a pascolo, lettiera quindi molto soggetta a calpestio, suolo evoluto,

48
pendenza del 55%. Copertura: 95% strato arboreo dominante, 20% arbustivo, 5% erbaceo.
Elevata rocciosità, substrato tufaceo. Copertura vegetale rappresentata prevalentemente da
Carpinus betulus, Quercus pubescens, Quercus cerris, Acer sp. pl., Fraxinus ornus, Alnus
glutinosa.Si tratta di boschi cedui, molto degradati, dominati del cerro su substrati piroclastici, e dal
carpino nero su substrati più acclivi calcareo-marnosi. Il sottobosco di queste formazioni è
estremamente impoverito, a causa dell’elevato impatto antropico e soprattutto dell’assottigliamento
dei suoli. Una ricostruzione della composizione floristica originale di questa vegetazione si è oggi
altamente problematica, a causa del forte stato di degradazione, che ha portato in molti casi alla
quasi totale scomparsa delle specie nemorali e soprattutto di quelle diagnostiche. Le 6 trappole sono
state poste lungo lo stesso gradiente altitudinale a distanze omogenee (20 metri circa).

5.4 STAZIONE IV. R.N.R. Monterano. Mola Ceccarelli, 250m.

Mola Ceccarelli (foto: V.Rizzo)

Associazione forestale a elevata pendenza (oltre il 100%) in corrispondenza dell'alto corso del
Mignone.

49
Presenta un terreno ad alta franosità, con substrato vulcanico tufaceo con tracce di fillosilicati e
pirosseni. Sottobosco con lettiera abbondante, soggetto a dilavamento e calpestio da pascolo e
antropico.
Copertura arborea vicina al 100%, strato arbustivo pressochè assente. Specie arboree: Fagus
sylvatica, Ostrya carpinifolia, Carpinus betulus, Fraxinus ornus, Castanea sativa. Ilex acutifolius
Le 6 trappole sono state messe a distanza di 10-15 metri lungo lo stesso gradiente altitudinale.

50
6. Risultati del campionamento
6.1 CHECKLIST E COROTIPI DELLE SPECIE DI CARABIDAE DELLA R.N.R. MONTERANO (LAZIO,
ROMA).

Carabinae Carabini Calosomatina


1. Calosoma (Calosoma) sycophanta (Linné, 1758) N S Si Sa PAL(OLA)

Carabinae Carabini Carabina


2. Carabus (Archicarabus) rossii Dejean, 1826 N S Si Sa? ESEU(APPE)

3. Carabus (Tomocarabus) convexus Fabricius, 1775 SIE


convexus convexus Fabricius, 1775 N S Si

Carabinae Cychrini
4. Cychrus italicus Bonelli, 1810 NS E SEU(ALAP)

Nebriinae Notiophilini
5. Notiophilus rufipes Curtis, 1829 N S Si Sa EUR

Trechinae Trechini Trechina


6. Trechus (Trechus) quadristriatus (Schrank, 1781) N S Si Sa TEM

Pterostichinae Pterostichini Pterostichina


7. Pterostichus (Feronidius) melas (Creutzer, 1799) EUR
melas italicus (Dejean, 1828) N S Si
8. Pterostichus (Pterostichus) micans Heer, 1841 NS E SEU(ALAP)

Pterostichinae Zabrini
9. Amara (Amara) anthobia A. Villa & G.B. Villa, 183) N S Si Sa? EUR

Harpalinae Anisodactylini
10. Anisodactylus (Anisodactylus) binotatus (Fabricius, 1787) N S Si Sa ASE

Harpalinae Harpalini Harpalina


11. Pseudoophonus (Pseudoophonus) rufipes (De Geer, 1774) N S Si Sa PAL(OLA)
12. Harpalus (Harpalus) atratus Latreille, 1804 N S Si Sa? EUR

Harpalinae Harpalini Ditomina


13. Carterus (Carterus) gilvipes (Piochard de la Brûlerie, 1873) S Si Sa MED

Platyninae Sphodrini Atranopsina


14. Platyderus (Platyderus) neapolitanus (Reiche, 1855) NS E SEU(APPE)

Platyninae Sphodrini Calathina


15. Calathus (Calathus) fuscipes (Goeze, 1777) EUM
fuscipes graecus Dejean, 1831 N S Si Sa?

Platyninae Sphodrini Sphodrina


16. Laemostenus (Actenipus) latialis Leoni, 1907 S E WME(APPC)

Platyninae Platynini
17. Paranchus albipes (Fabricius, 1796) N S Si Sa EUM(OLA)

51
6.2 Elenco delle specie con fenologie
Per le specie con un numero da 10 in sù di individui campionati sono stati costruiti dei grafici con
la Densità di Attività secondo il metodo già esposto.

1. Calosoma (Calosoma) sycophanta (Linné, 1758)

Corotipo: Paleartico; specie introdotta in America settentrionale. Habitat: bosco misto termofilo.
E' una specie ampiamente diffusa in tutta Italia ed isole maggiori, particolarmente frequente nelle
regioni appenniniche e tirreniche centro-meridionali, dal piano basale a quello montano e
subalpino, rinvenibile nelle foreste decidue, soprattutto di querce, dove si comporta da attivo
predatore delle larve di Lepidotteri Geometridi e Tortricidi; presente anche nei coltivi e nei prati
alberati (Casale et al., 1982).
Di questa specie è stata rinvenuta solo una larva, ad Ara del Tufo, in tarda primavera (V-VI).

Calosoma sycophanta, www.wikipedia.org

2.Carabus (Archicarabus) rossii Dejean, 1826

Specie endemica italiana, da riferire al corotipo Sud-Europeo, a distribuzione appenninica, diffusa

52
dalle colline piemontesi alla Sicilia. Elemento euritopo ed eurizonale, steppico, di formazioni
aperte, primarie e secondarie, anche antropizzate, dal piano basale a quello alpino, presente anche
in formazioni chiuse (macchia alta, bosco termofilo), soprattutto secondarie.
La specie è stata rinvenuta a Guallo con una larva (inizio primavera, III-IV) e con un resto (tarda
primavera, V-VI) nella stazione Mola Ceccarelli.

Carabus rossii, Foto A. Vigna Taglianti

3. Carabus (Tomocarabus) convexus convexus Fabricius, 1775

Corotipo Sibirico-Europeo. Specie diffusa e frequente in Italia continentale e peninsulare (presente


anche nell'Appennino siculo). Le popolazioni delle Alpi occidentali e dell'Appennino sono da
riferire alla razza tipica, quelle delle Alpi e Prealpi centro-orientali ad una razza orientale distinta
(dilatatus Dejean, 1826). Elemento silvicolo, di boschi termofili, presente anche in radure e
formazioni aperte marginali, dal piano basale a quello montano e subalpino.
La specie è stata trovata in tutte le stazioni, in numero maggiore nella stazione di Diosilla (16
individui) e Mola Ceccarelli (35 individui) : la prima è una ontaneta, la seconda un bosco mesofilo
a Fagus sylvaticae, Ostrya carpinifolia, Carpinus betulus, Fraxinus ornus, entrambe con un

53
carattere igrofilo.
E' un riproduttore primaverile, con un primo picco in marzo-aprile e comparsa massima della nuova
generazione tra la fine di luglio e i primi di settembre.

Carabus convexus, Foto A. Vigna Taglianti

Diosilla. Carabus convexus


0.25

0.2
DA

0.15

0.1

0.05

0
18.IV 15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III
Raccolte

54
Mola Ceccarelli. Carabus convexus
0.8

0.7

0.6

0.5
DA

0.4

0.3

0.2

0.1

0
18.IV 15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III

Raccolte

4. Cychrus italicus Bonelli, 1810

Specie subendemica italiana (estesa alle Alpi Marittime francesi), a corologia alpino-appenninica,
da riferire al corotipo Sud-Europeo. Elemento forestale, termofilo.
La specie è stata rinvenuta solamente nella stazione di Ara del Tufo con un solo individuo in
primavera, IV-V). E' un riproduttore autunnale.

Cychrus angustatus, Foto A. Vigna Taglianti

55
5. Notiophilus rufipes Curtis, 1829

Corotipo Europeo. Specie diffusa in tutta Italia ed isole. Elemento termofilo, forestale, dal piano
basale a quello montano.
Questa specie è stata rinvenuta solo nella stazione di Mola Ceccarelli, in primavera (III-IV), con
due soli individui .

6. Trechus (Trechus) quadristriatus (Schrank, 1781)

Corotipo Turanico-Europeo-Mediterraneo. Specie diffusa in tutta Italia ed isole, anche minori.


Elemento euritopo ed eurizonale, soprattutto di formazioni aperte, steppiche, su suoli umidi, anche
in ecosistemi agrari.
La specie è stata rinvenuta nella stazione di Diosilla e della Mola Ceccarelli, in entrambe con tre
individui, in periodo tardo-primaverile ed autunnale.
E' un riproduttore autunnale a lungo sviluppo larvale, pertanto senza estivazione dell'adulto, con
ricomparsa primaverile della vecchia generazione (Drioli, 1987).

7. Pterostichus (Feronidius) melas italicus (Dejean, 1828)

Corotipo Europeo. Specie ampiamente diffusa in Italia ed in Sicilia. Le popolazioni italiane sono da
riferire alla ssp. italicus, mentre la razza tipica europea (melas Creutzer, 1799) è presente solo nella
regione alpina orientale.
Elemento euritopo ed eurizonale, ma soprattutto steppico, di formazioni aperte, anche antropizzate.
A Monterano la specie è stata ritrovata solo nella stazione di Guallo, a carattere spiccatamente
xerofilo.
E' un riproduttore autunnale, con un lungo sviluppo larvale e quindi senza estivazione dell'imago;
ricomparsa della vecchia generazione in primavera (Drioli, 1987).

56
Guallo. Pterostichus melas italicus

0.5

0.4
DA

0.3

0.2

0.1

0
15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III
Raccolte

8.Pterostichus (Pterostichus) micans Heer,1841

Corotipo Sud-Europeo. Specie subendemica italiana (presente anche in Canton Ticino), a corologia
alpino-appenninica disgiunta, diffusa nelle Alpi centro-orientali e negli Appennini, dalla Liguria
orientale al Pollino. Elemento silvicolo igrofilo, mesofilo, dal piano basale a quello subalpino. La
specie è stata rinvenuta solo nella stazione di Diosilla, con 132 individui, l'ontaneta che rappresenta
il bosco più igrofilo delle quattro stazioni campionate, in accordo con le osservazioni sopra
riportate.

Diosilla. Pterostichus micans


2.5

2
DA

1.5

0.5

0
15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III
Raccolte

57
9. Amara (Amara) anthobia A. Villa & G.B. Villa, 1833

Corotipo: Europeo, esteso all’Anatolia. Habitat: formazioni aperte, di tipo steppico.


Specie diffusa in tutta Italia e Sicilia, nel piano basale e montano. Elemento tipicamente steppico,
presente anche nelle formazioni colturali, su suoli umidi argillosi .
Attività primaverile.
Qui rinvenuta ad Ara del Tufo, con due soli individui, oltre ad una larva, in primavera (IV-V, V-
VI).

10. Anisodactylus (Anisodactylus) binotatus (Fabricius, 1787)

Corotipo: Asiatico-Europeo. Habitat: formazioni aperte , steppiche, ed igrofile.


Specie ad ampia diffusione in tutta Italia ed isole maggiori.
Rinvenuta qui in un solo individuo a Diosilla, in primavera (IV-V).

11. Pseodoophonus (Pseudoophonus) rufipes (De Geer, 1774)

Corotipo Paleartico (introdotta in Nord America). Specie ampiamente diffusa e frequente in tutta
Italia ed isole. Elemento steppico, termofilo, euritopo ed eurizonale, soprattutto su suoli umidi
argillosi, anche negli ecosistemi agrari.
Rinvenuta qui a Diosilla ed a Guallo, a fine estate (VII-VIII).

12. Harpalus (Harpalus) atratus Latreille, 1804

Corotipo Europeo. Specie presente in tutta Italia ed isole maggiori (dubbia la presenza in
Sardegna). Elemento silvicolo o di radure in formazioni forestali, mesofilo, eurizonale, dal piano
basale a quello subalpino. La specie è stata trovata nella stazione di Diosilla, con un solo individuo
in primavera. Riproduttore primaverile, con attività tra marzo e settembre (Drioli, 1987).

58
13. Carterus (Carterus) gilvipes (Piochard de la Brûlerie, 1873)

Corotipo : Mediterraneo. Habitat : formazioni termofile aperte, su suoli umidi argillosi. Specie
spesso confusa con la affine C. dama (P. Rossi, 1792), più termofila e tipicamente tirrenica, diffusa
lungo le coste italiane del centro-sud. Elemento granivoro, di formazioni aperte, anche colturali.
E' stato ritrovato un solo individuo a Guallo in tarda primavera.

14. Platyderus neapolitanus (Reiche, 1855)

Specie endemica italiana, a distribuzione appenninica (dalla liguria alla Calabria),da riferire al
corotipo Sud-Europeo. Elemento termofilo forestale, euritopo ed eurizonale, presente dalle
formazioni dunali alle faggete ed alle praterie pseudoalpine delle montagne appenniniche.
Questa specie è stata trovata in tutte e quattro le stazioni con pochissimi individui.

15. Calathus (Calathus) fuscipes graecus Dejean, 1831

Corotipo Europeo-Mediterraneo. Specie diffusa in tutta Italia ed in parte della Sicilia con
popolazioni da riferire alla razza graecus. Elemento euritopo ed eurizonale, di formazioni aperte, di
tipo steppico, anche di origine antropica, ma anche di formazioni ripariali, su suoli umidi.
Questa specie è stata ritrovata solo a Guallo, con un individuo (in tarda estate). E' un riproduttore
autunnale, a breve sviluppo larvale ed estivazione dell'adulto, con un aumento di frequenza in
primavera dovuto alla ricomparsa della vecchia generazione (Drioli, 1987)

16. Laemostenus (Actenipus) latialis Leoni, 1907

Specie endemica italiana, diffusa nell'Appennino centrale, da Firenze al Matese, con affinità
tirreniche, da riferire al corotipo W-Mediterraneo. Elemento caratterizzante le formazioni forestali
termofile appenniniche, dalla lecceta alla faggeta di quota, spesso troglofilo, in cavità naturali ed
artificiali, dal piano basale a quello subalpino.

59
E' stato trovato in tutte le stazioni tranne che a Guallo (la più xerica), con una decina di individui a
Diosilla e Ara del Tufo, e con 194 individui alla Mola Ceccarelli.

Laemostenus latialis, Foto A. Vigna Taglianti

Diosilla. Laemostenus latialis

0.25

0.2

0.15
DA

0.1

0.05

0
18.IV 15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III

Raccolte

60
Ara del Tufo. Laemostenus latialis
0.7

0.6

0.5

0.4
DA

0.3

0.2

0.1

0
18.IV 15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III
Raccolte

Mola Ceccarelli. Laemostenus latialis


5

4.5

3.5

3
DA

2.5

1.5

0.5

0
15.V 15.VI 17.VII 22.VIII 18.IX 16.X 16.XI 14.XII 15.I 15.II 14.III

Raccolte

61
17. Paranchus albipes (Fabricius, 1796)

Corotipo Europeo-Mediterraneo (introdotto in Nord America). Specie diffusa in tutta Italia ed isole,
anche minori. Elemento di zone umide, anche di piccola estensione, euritopo ed eurizonale.
Qui rinvenuta a Diosilla, una sola larva in periodo invernale (XI-XII).

62
6.3 Corologia

Ogni specie ha un proprio tipo di distribuzione o “corotipo”, che può essere ricondotto a modelli di
distribuzione più generali e più facilmente utilizzabili nelle sintesi interpretative (“corotipi
fondamentali”, Vigna Taglianti et al., 1993, 1999).
Questi corotipi fondamentali possono poi essere riuniti per gruppi, particolarmente utili per la
valutazione delle faune in chiave biogeografico-ecologica.
A parte vanno considerati gli elementi cosmopoliti e subcosmopoliti, che non rientrano nella
definizione dei corotipi fondamentali, e gli elementi endemici, ad areali ristretti, che vanno riferiti
caso per caso a determinati corotipi fondamentali di riferimento sulla base delle affinità
filogenetiche.
Di seguito è riportata la classificazione dei corotipi fondamentali relativi alla fauna italiana:

DENOMINAZIONE SIGLA N° DI SPECIE


Olartico OLA 28
Paleartico PAL 29
W – Paleartico WPA 15
Asiatico – Europeo ASE 56
Sibirico – Europeo SIE 81
Centroasiatico – Europeo – Mediterraneo CEM 6
Centroasiatico – Europeo CAE 11
Centroasiatico – Mediterraneo CAM 1
Turanico – Europeo – Mediterraneo TEM 12
Turanico – Europeo TUE 39
Turanico – Mediterraneo TUM 15
Europeo – Mediterraneo EUM 36
SW-Asiatico SWA 1

Tabella 1. Corotipi di specie ad ampia distribuzione nella regione olartica.


Le specie di Carabidi della fauna italiana da riferire a questo gruppo sono 330 (25,13%).

63
DENOMINAZIONE SIGLA N° DI SPECIE
Europeo EUR 91
Centroeuropeo CEU 59
S – Europeo SEU 63
W – Europeo WEU 4
E-Europeo EEU 2

Tabella 2. Corotipi di specie ad ampia distribuzione in Europa. Le specie di Carabidi della fauna
italiana da riferire a questo gruppo sono 219 (16,68%), cui vanno aggiunte ulteriori 356 specie ad
areale ristretto (endemiche e subendemiche).

DENOMINAZIONE SIGLA N° DI SPECIE


Mediterraneo MED 74
W – Mediterraneo WME 80
E – Mediterraneo EME 25
N-Africano NAF 30

Tabella 3. Corotipi di specie ad ampia distribuzione nel bacino Mediterraneo. Le specie di


Carabidi della fauna italiana ascrivibili a questo gruppo sono 209 (15,91%), a cui vanno aggiunte
ulteriori 180 specie ad areale ristretto ( endemiche o subendemiche).

SIGLA N° DI SPECIE
DENOMINAZIONE
Afrotropicale – Indiano – Mediterraneo AIM 4
Afrotropicale – Mediterraneo AFM 7
Sahariano – Sindico SAS 2
Afrotropicale e Paleartico AFP 1
Paleartico e E-Africano PAL+EAF 1

Tabella 4. Corotipi di specie afrotropicali ed orientali presenti anche nell'area mediterranea. Una
specie cosmopolita (COS) e tre Subcosmopolite (SCO), introdotte nella fauna italiana, mostrano
affinità afrotropicali e possono essere ricondotte a questo gruppo. Le specie di Carabidi della
fauna italiana da riferire a questo gruppo sono complessivamente 19 (1,45%), di cui 4
Cosmopolite o Subcosmopolite ad affinità Afrotropicale.

Un elevato numero di specie di Carabidi della fauna italiana (536, cioè il 40,82%) ha areali ristretti.
Sulla base delle affinità filogenetiche delle singole specie i loro areali possono essere ricondotti a
corotipi fondamentali di riferimento del gruppo europeo (SEU e CEU) e mediterraneo (MED e
WME).

64
DENOMINAZIONE SIGLA
S – Alpini ALPS
Centro – S – Alpini ALPC
W – Alpini ALPW
SW – Alpini ALSW
E – Alpini ALPE
SE – Alpini (Carso – Istriani) ALSE
Carso – Istriano – Dinarici CADI
Alpino – Dinarici ALDI
Alpino – Appenninici ALAP
Appenninici APPE
N – Appenninici APPN
Centro – Appenninici APPC
S – Appenninici APPS
Appennino – Dinarici APDI
Tirrenici TYRR
Sardo – Corsi SACO
Sardi SARD
Siculi SICI

Tabella 5 . I corotipi delle specie endemiche italiane.

In riferimento ai campionamenti effettuati a Monterano è possibile ascrivere le varie specie


ritrovate nelle seguenti categorie:

1.Corotipi di specie ad ampia distribuzione nella regione olartica (Paleartici s.l.)

1.2 Paleartico. Corotipo che comprende il continente eurasiatico, a sud fino alla catena
himalayana, Africa a nord del Sahara e Macaronesia. Calosoma sycophanta e
Pseudoophonus rufipes appartengono a questa categoria.
1.3 Asiatico-Europeo. Corotipo che comprende il continente eurasiatico, a sud fino alla
catena himalayana.
Anysodactilus binotatus appartiene a questa categoria.
1.4 Sibirico–Europeo. Corotipo di specie distribuite nella fascia siberiana e in Europa con
possibili estensioni nelle aree montane dell'Asia occidentale. Carabus convexus appartiene a
questa categoria.
1.5 Turanico–Europeo–Mediterraneo. Corotipo che comprende l'Europa
centromeridionale : Nord Africa, Medio Oriente, Caucaso, Iran e Turkestan occidentale.

65
Trechus quadristriatus appartiene a questa categoria.
1.6 Europeo–Mediterraneo. Corotipo di specie ad ampia diffusione nell'Europa centro –
meridionale e sulle coste del Mediterraneo. Calathus fuscipes e Paranchus albipes
appartengono a questa categoria.

2.Corotipi di specie ad ampia distribuzione in Europa.


2.1 Europeo. Corotipo di specie ampiamente distribuite in Europa. Notiophilus rufipes,
Pterostichus melas, Amara anthobia e Harpalus atratus appartengono a questa categoria.

3. Corotipo di specie ad ampia distribuzione nel Mediterraneo


3.1 Mediterraneo. Corotipo di specie ampiamente distribuite nel
bacino Mediterraneo.
Fa parte di questa categoria Carterus gilvipes.

4. Elementi endemici italiani con affinità di tipo


4.1 S-Europeo:
Alpino-appenninici. Cychrus italicus e Pterostichus micans.
Appenninici. Carabus rossii, Platyderus neapolitanus.

4.2 W-Mediterraneo:
Centro-Appenninici. Laemostenus latialis.

66
6.4 Confronto tra le stazioni.
Indice di Baroni Urbani & Buser.

Nella seguente tabella sono riportati i dati del campionamento sotto forma di presenza/assenza
delle 17 specie nelle 4 stazioni:

Genere specie staz. 1 staz.2 staz. 3 staz. 4


Diosilla Guallo Ara del Tufo M.Ceccarelli
Calosoma sycophanta 0 0 1 0
Carabus rossii 0 1 0 1
Carabus convexus 1 1 1 1
Cychrus italicus 0 0 1 0
Notiophilus rufipes 0 0 0 1
Trechus quadristriatus 1 0 0 1
Pterostichus micans 1 0 0 0
Pterostichus melas 0 1 0 0
Amara anthobia 0 0 1 0
Anisodactylus binotatus 1 0 0 0
Pseudoophonus rufipes 1 1 0 0
Harpalus atratus 1 0 0 0
Carterus gilvipes 0 1 0 0
Platyderus neapolitanus 1 1 1 1
Calathus fuscipes 0 1 0 0
Laemostenus latialis 1 0 1 1
Paranchus albipes 1 0 0 0

17 spp 9 spp 7 spp 6 spp 6 spp

La distribuzione delle specie nelle stazioni è stata sottoposta ad analisi numerica, tramite il classico
coefficiente di similarità su dati binari (S) di BARONI URBANI & BUSER (1976) :

S i,j =
  a⋅d  +a
 a⋅d  +a+b+c
dove
(i,j) = coppia di stazioni in esame
a = numero di attributi (presenze) comuni alle due stazioni
b = numero di attributi presenti nella prima stazione e non nella seconda
c = numero di attributi presenti nella seconda stazione e non nella prima
d = numero di attributi assenti in entrambe le stazioni (ma presenti in altre)

Una volta ottenuta la matrice di similarità, si è scelto di utilizzare il metodo UPGMA (Unweighted
Pair Group Method with Aritmetic mean) per raggruppare le stazioni in insiemi aventi una

67
omogeneità interna ottimale a diversi livelli di somiglianza. Con i coefficienti di similarità ottenuti
UPGMA
tramite UPGMA ( S A,B , dove A e B indicano insiemi composti da singole stazioni e coppie di
stazioni) si è costruito il seguente dendrogramma:

SUPGMA
 3,4 =S  3,4 =0. 570

SUPGMA
 1, 3,4 =0 . 470

SUPGMA =0 . 445
 2, 1, 3,4 

Tagliando il dendrogramma al 50% di similarità si evidenziano 3 divisioni: una corrisponde alle


stazioni 3 e 4 (Ara del Tufo e Mola Ceccarelli), una alla sola stazione 1 (Diosilla) e una alla
stazione 2 (Guallo). Se taglio al 45%, la stazione più simile al gruppo (3,4) è Diosilla, mentre
Guallo rimane la più distante dal gruppo (1,(3,4)).
Ciò e compatibile con le caratteristiche fitosociologiche delle stazioni: la composizione floristica di
Ara del Tufo e Mola Ceccarelli è simile, sono cioè entrambe riferibili a boschi caducifogli termofili
a dominanza di Carpinus betulus (Fagetalia Sylvaticae ), Diosilla è la stazione che conserva la più
elevata naturalità, e rappresenta una comunità igrofila ripariale a dominanza di Alnus glutinosa.
Guallo risulta essere la comunità più distante dalle 4 stazioni, con caratteristiche peculiari quali la
xerofilia e la forte degradazione dovuta all'impatto antropico.

68
7. Conclusioni

7.1 Distribuzione dei corotipi delle specie di Monterano.


La distribuzione delle varie specie campionate dal Marzo 2007 al Marzo 2008 nei corotipi
considerati è stata schematizzata con l'aiuto di un aerogramma che permette di visualizzare la
situazione globale.

Endemici 29%

Olartici 41%

Mediterranei 6%

Europei 24%

Complessivamente appare che i corotipi della regione olartica siano quelli più rappresentati, con
quasi metà delle specie campionate.
Le specie endemiche campionate sono 5 (29,41%): due elementi appenninici, due alpino-
appenninici, uno centro-appenninico.
Gli elementi endemici mostrano affinità riferibili a corotipi settentrionali, europei o alpini, e sono
da considerare come caratterizzanti le comunità vegetazionali di boschi microtermi (con elementi
settentrionali ed orientali).
Solo Laemostenus latialis, endemita centro-appenninico, ha affinità mediterranee, ed in particolare
mediterranee occidentali, ed è da considerare caratterizzante le comunità vegetazionali di
formazioni termofile (dalla lecceta alla faggeta).

69
7.2 Caratterizzazione ecologica delle stazioni

Per quanto riguarda il significato ecologico delle specie rinvenute (17), tutte campionate in
ambienti boschivi, abbiamo :
 8 specie forestali, di cui 7 termofile ed una (Pterostichus micans)
frigofila o mesofila
 9 specie di formazioni aperte, o steppiche, legate a suoli umidi argillosi, di cui 8 ad
affinità settentrionali ed orientali, ed una (Carterus gilvipes) termofila, ad affinità
mediterranee.

Diosilla.
E' il bosco ceduo più vecchio, l'ultimo taglio risale a 30 anni fa.
I suoli sono permanentemente umidi e ricchi di nutrienti, nell'analisi floristica risulta una comunità
forestale mesofila ed igrofila. In accordo con queste caratteristiche ospita pochi elementi termofili.
E' importante sottolineare come questa stazione sia l'unica con presenza di Pterostichus micans
(132 individui), specie positivamente legata al quantitativo di acqua presente nel terreno
(Pospischil,1981).
Sono stati ritrovati nelle trappole altri elementi igrofili come Parancus albipes, frequente nelle zone
umide anche di piccole estensioni, e Anisodactylus binotatus.

Diosilla
3.5
Numero di specie

2.5

1.5

0.5

0
steppici termofili steppici igrofili silvicoli termofili silvicoli igrofili

Guallo.
La stazione 2 si rivela una comunità forestale eliofila, termofila, estremamente povera: ci troviamo
in un bosco molto degradato, il cui ultimo taglio risale al 2004. La copertura vegetale è scarsa, il

70
sottobosco è quasi assente, i suoli sono poveri di nutrienti.
Coerentemente con queste caratteristiche fitosociologiche, troviamo pochi elementi steppici
xerofili come Carterus gilvipes, elemento granivoro di formazioni aperte anche colturali.
Ma soprattutto è da sottolineare come Guallo sia l'unica stazione con presenza di Pterostichus
melas, specie steppica con una certa preferenza per formazioni aperte anche antropizzate (coltivi),
dove spesso è uno dei dominanti della comunità dei Carabidi (Brandmayr, 1975).

Guallo
3.5

3
Numero di specie

2.5

1.5

0.5

0
steppici steppici termofili silvicoli termofili

Ara del Tufo.


La terza stazione, Ara del Tufo, è una comunità forestale termofila. E' anch'essa un bosco molto
degradato, sfruttato a ceduo (con conseguente quasi totale scomparsa delle specie diagnostiche) il
cui sottobosco è molto impoverito a causa dell'elevato impatto antropico e con un notevole
assotigliamento dei suoli. Troviamo infatti una carabidocenosi molto povera, con qualche elemento
tipicamente steppico, tra cui Amara anthobia, specie presente anche nelle formazioni colturali.

Ara del Tufo


6
Numero di specie

0
steppici silvicoli termofili

71
Mola Ceccarelli.
L'ultima stazione è una comunità forestale che sulla base della carabidocenosi rilevata si presenta
termofila. Ospita infatti abbondanti popolazioni di Carabus convexus, elemento silvicolo di boschi
termofili, e Laemostenus latialis, elemento caratterizzante le formazioni forestali termofile
appenniniche, dalla lecceta alla faggeta di quota. Tuttavia questa formazione mostra alcune
caratteristiche di minor termofilia rispetto agli altri, come la presenza di un nucleo di Fagus
sylvatica, nonchè la vicinanza al fiume Mignone, che potrebbero far pensare a una recente
trasformazione da bosco misto mesofilo in uno più termofilo, a causa dei tagli, i quali creando zone
più aperte e soleggiate, favoriscono lo sviluppo di specie eliofile (Ostrya carpinifolia, Carpinus
betulus, Fraxinus ornus).

Mola Ceccarelli
4.5

4
Numero di specie

3.5

2.5

1.5

0.5

0
steppici termofili silvicoli termofili

In totale le specie ritrovate nella Riserva dal 1964 al 2008 sono 75 (Vigna Taglianti & Bonavita,
in prep), numero che rappresenta il 13,7% delle 544 specie note nel Lazio.
La Riserva di Monterano rivela pertanto una buona rappresentanza faunistica della campagna
romana, con specie di pregio naturalistico come Carabus alysidotus, specie che può assumere il
ruolo di “ombrella” o “bandiera” per l' intera cenosi delle formazioni aperte su suoli argillosi a forte
ritenuta idrica.

72
APPENDICE 1
Il Catasto Gregoriano (1818)

La ricostruzione della carta dell'uso del suolo dalle mappe del Catasto Gregoriano ha permesso di
fotografare la situazione esistente nel 1818. Per rappresentare il territorio che ricade all'interno della
riserva sono state utilizzate le mappe ridotte di Stigliano e Monterano redatte dallo Stato
Ecclesiastico e attualmente conservate presso l'Archivio di Stato di Roma.
Alle diverse particelle di terreno riportate nelle mappe è stato possibile associare il tipo di uso del
suolo tramite i brogliardi relativi alle due mappe citate, in cui venivano registrati per ogni terreno
tutte le informazioni catastali note compreso il genere di coltivazione.
Dall'analisi dei dati storici si evidenzia uno sfruttamento del territorio secondo uno schema tipico
dell'epoca: la coltivazione del terreno si estendeva a raggiera a partire dall'antico abitato di
Monterano passando da una coltivazione intensiva con orti ad una coltivazione intermedia con
colture arboree, fino ad arrivare a coltivazioni estensive con seminativi frammiste a zone di pascolo
e di bosco residuale.
Intorno al 1872 si registra un definitivo abbandono della zona, che viene adibita a pascolo. Le
colture arboree erano concentrate tra il corso del fiume Mignone e il fosso della Palombara ed
erano costituite essenzialmente da vigne, forse in memoria dell'antica produzione di vino pregiato
che aveva reso famoso Monterano all'epoca di Papa Paolo III. Le aree destinate a colture
predominavano nettamente rispetto a quelle forestali, che rappresentavano unità di minor
importanza concentrate per lo più nelle zone di ripa. Secondo quanto riportato nei documenti
dell'epoca, i boschi erano ampiamente sfruttati a ceduo.

Le trasformazioni territoriali.

La comparazione storica con l'uso del suolo attuale ha messo in evidenza la crescente
marginalizzazione delle attività agricole a vantaggio di quelle extragricole.
Nel periodo 1818-1974 infatti, si assiste ad una contrazione marcatissima della superficie adibita a
seminativo (68%) in contrapposizione con l'espandersi delle superfici boscate (21%).
Nel periodo 1974–1990 si osserva una lieve inversione di tendenza con un incremento della
superficie a seminativo del 24%, mentre si conferma e rafforza la tendenza delle zone boschive ad
espandersi (35%).

73
Inoltre, in questo stesso intervallo di tempo si registra un brusco calo (80%) delle superfici ad uso
pascolivo. Dai dati aerofotogrammetici più recenti emerge una netta predominanza del bosco (51%
della superficie totale) contornato da ampie superfici a pascolo arborato (23,3%).
Raffrontando la carta dell'uso attuale del suolo con quella del 1818 si può osservare come
l'espansione del bosco abbia soprattutto interessato quelle aree una volta dibite a pascolo, come in
località Gatta Pelosa e lungo tutto il corso del fiume Mignone con formazioni di tipo ripariale. I
boschi ricoprono anche aree prima destinate a seminativo e poi abbandonate.
Diversamente, l'espansione dei pascoli appare oggigiorno molto ridotta (4,2%) e così pure limitate
le colture arboree e i seminativi (4,5% e 17%). Rispetto ai dati del Catasto Gregoriano si evidenzia
comunque un aumento delle colture legnose specializzate, rappresentate dai vigneti, oliveti e frutteti
che occupano oltre alle aree già nello scorso secolo adibite a simile uso, anche tutta la zona della
Riserva prossima alla Strada Provinciale per Tolfa, in assoluto la più sfruttata e in gran parte
urbanizzata del territorio. Volendo sintetizzare il quadro nel suo complesso si può affermare che la
graduale riduzione dell'attività agricola e del pascolo allo stato brado ha consentito l'evoluzione
dell'ambiente naturale secondo una classica serie dinamica.
I seminativi abbandonati si sono evoluti
Suddivisione attuale delle superfici forestali in prati permanenti, mentre i pascoli
sempre meno utilizzati dal bestiame
Boschi di querce
caducifoglie
Boschi di latifoglie
sono stati colonizzati da specie
mesofile
Boschi di castagno
Boschi di specie ig-
arbustive caratteristiche delle zone di
rofile

mantello o di margine dei boschi. Le


superfici aperte, abbandonate dalle
pratiche agricole e in via di
colonizzazione da parte della
vegetazione spontanea, rappresentano
un elemento di discontinuità all'interno
del territorio boschivo. Una crescente naturalizzazione dell'ambiente è stata in parte favorita dalla
passata attività pastorale, che ha consentito un arricchimento in humus del terreno, altrimenti
impossibile con una attività agricola intensiva.
In conclusione rispetto allo scorso secolo negli ultimi decenni il territorio si è arricchito di comunità
biotiche con crescente complessità e organizzazione, come dimostrato dalle variazioni nella
composizione della vegetazione.

74
APPENDICE 2
Le specie finora note per la R.N.R. Monterano

Vengono qui elencate tutte le specie di Coleotteri Carabidae sensu lato (incluse le Cicindelinae)
finora rinvenute nell’area della Riserva Naturale Regionale Monterano (Vigna Taglianti &
Bonavita, in prep.)
Oltre al materiale recentemente esaminato, rinvenuto durante le ricerche appositamente svolte nel
2007-2008 nell’ambito della Convenzione tra il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo
dell’Università di Roma “La Sapienza” ed il Comune di Canale Monterano – Ente gestore della
Riserva stessa, è stato riesaminato tutto il materiale rinvenuto in precedenza nell’area, a partire dal
1964, nelle ricerche svolte saltuariamente da Vigna Taglianti e collaboratori, e per lo più
conservato nella omonima collezione, attualmente presso il Museo di Zoologia dell’Università “La
Sapienza”.

1. Brachinus (Brachinus) crepitans (Linné, 1758) PAL

2. Brachinus (Brachynidius) sclopeta (Fabricius, 1792) EUM

3. Brachinus (Brachinoaptinus) italicus (Dejean, 1831) E WME(APPE)

4. Cicindela (Cicindela) campestris campestris Linné, 1758 PAL

5. Calomera littoralis nemoralis (Olivier, 1790) CEM

6. Calosoma (Calosoma) sycophanta (Linné, 1758) PAL

7. Carabus (Archicarabus) alysidotus alysidotus Illiger, 1798 WME

8. Carabus (Archicarabus) rossii Dejean, 1826 E SEU(APPE)

9. Carabus (Tomocarabus) convexus convexus Fabricius, 1775 SIE

10.Carabus (Procrustes) coriaceus coriaceus Linné, 1758 EUR

11.Cychrus italicus Bonelli, 1810 SEU(ALAP)

12.Nebria (Nebria) brevicollis (Fabricius, 1792) TUE

13.Nebria (Eunebria) psammodes (P. Rossi, 1792) SEU

14.Notiophilus rufipes Curtis, 1829 EUR

15.Siagona europaea Dejean, 1826 AIM

16.Trechus (Trechus) quadristriatus (Schrank, 1781) TEM

17.Paratachys bistriatus (Duftschmid, 1812) WPA

75
18.Ocys harpaloides (Audinet-Serville, 1821) EUM

19.Asaphidion curtum curtum (Heyden, 1870) WME

20.Princidium (Princidium) punctulatum punctulatum (Drapiez, 1821) CEM

21.Emphanes (Emphanes) azurescens azurescens (Dalla Torre, 1877) EUR

22.Trepanes (Trepanes) articulatus (Panzer, 1796) ASE

23.Trepanes (Trepanes) octomaculatus (Goeze, 1777) PAL

24.Philochthus lunulatus (Geffroy in Fourcroy, 1785) EUM

25.Ocydromus (Bembidionetolitzkya) coeruleus (Audinet-Serville, 1821) WME

26.Ocydromus (Peryphanes) latinus (Netolitzky, 1911) SEU

27.Ocydromus (Peryphus) tetracolus tetracolus (Say, 1823) PAL(OLA)

28.Ocydromus (Nepha) callosus callosus (Küster, 1847) MED

29.Ocydromus (Nepha) genei illigeri (Netolitzky, 1914) EUM

30.Ocydromus (Ocydromus) decorus decorus (Panzer, 1800) CAE

31.Pterostichus (Pseudomaseus) nigrita (Paykull, 1790) PAL

32.Pterostichus (Feronidius) melas italicus (Dejean, 1828) EUR

33.Pterostichus (Pterostichus) micans Heer, 1841 SEU

34.Amara (Amara) aenea (De Geer, 1774) PAL

35.Amara (Amara) anthobia A. Villa & G.B. Villa, 1833 EUR

36.Chlaeniellus nigricornis (Fabricius, 1787) ASE

37.Chlaeniellus olivieri (Crotch, 1871) SEU

38.Chlaeniellus vestitus (Paykull, 1790) EUM

39.Chlaenius (Chlaenites) spoliatus spoliatus (P. Rossi, 1792) PAL

40.Chlaenius (Chlaenius) festivus (Panzer, 1796) TUE

41.Licinus (Licinus) silphoides (P. Rossi, 1790) SEU

42.Scybalicus oblongiusculus (Dejean, 1829) MED

43.Anisodactylus (Anisodactylus) binotatus (Fabricius, 1787) ASE

76
44.Stenolophus (Stenolophus) persicus Mannerheim in Chaudoir, 1844 EME

45.Stenolophus (Stenolophus) teutonus (Schrank, 1781) TEM

46.Acupalpus (Acupalpus) maculatus (Schaum, 1860) EUM

47.Acupalpus (Acupalpus) notatus Mulsant & Rey, 1861 MED

48.Ophonus (Ophonus) sabulicola (Panzer, 1796) TUE

49.Ophonus (Hesperophonus) rotundatus (Dejean, 1829) WME

50.Ophonus (Hesperophonus) subquadratus (Dejean, 1829) MED

51.Pseudoophonus (Pseudoophonus) rufipes (De Geer, 1774) PAL

52.Harpalus (Harpalus) atratus Latreille, 1804 EUR

53.Harpalus (Harpalus) dimidiatus (P. Rossi, 1790) EUR

54.Harpalus (Harpalus) distinguendus distinguendus (Duftschmid, 1812) PAL

55.Harpalus (Harpalus) oblitus oblitus Dejean, 1829 TEM

56.Harpalus (Harpalus) rufipalpis rufipalpis Sturm, 1818 SIE

57.Parophonus (Parophonus) maculicornis (Duftschmid, 1812) SEU

58.Carterus (Carterus) gilvipes (Piochard de la Brûlerie, 1873) MED

59.Carterus (Carterus) rotundicollis (Rambur, 1842) WME

60.Ditomus tricuspidatus (Fabricius, 1792) MED

61.Dixus clypeatus (P. Rossi, 1790) WME

62.Platyderus (Platyderus) neapolitanus (Reiche, 1855) E SEU(APPE)

63.Calathus (Calathus) fuscipes graecus Dejean, 1831 EUM

64.Calathus (Neocalathus) cinctus Motschulsky, 1850 WPA

65.Laemostenus (Actenipus) latialis Leoni, 1907 EWME(APPC)

66.Olisthopus fuscatus Dejean, 1828 MED

67.Olisthopus glabricollis (Germar, 1817) EME

68.Agonum (Agonum) marginatum (Linné, 1758) WPA

69.Agonum (Agonum) nigrum Dejean, 1828 TEM

77
70.Agonum (Agonothorax) permoestum Puel, 1938 SEU

71.Anchomenus (Anchomenus) dorsalis (Pontoppidan, 1763) PAL

72.Paranchus albipes (Fabricius, 1796) EUM

73.Microlestes fissuralis (Reitter, 1901) TUE

74.Drypta (Drypta) dentata (P. Rossi, 1790) AFP

75.Zuphium (Zuphium) olens (P. Rossi, 1790) AIM

Diagrammi corologici relativi al totale delle specie finora note della riserva:

14

12

10

0
AFP AIM P AL ASE SIE WP A CAE TEM TUE CEM EUM EUR SEU ALAPAP P CAP P E MED WME EME

25%

51%

20% europee
mediterranee
afromediterranee
ampia distribuzione
4%

78
BIBLIOGRAFIA

AAVV. senza data. Primi contributi alla conoscenza del territorio della Riserva Naturale Regionale
Monterano. Quaderni della Riserva Naturale Regionale Monterano. 7. Monterano. 322 pp.

ANDERSEN J. 1968. The effect of inundation and choice of hibernation sites of Coleoptera living
on river banks. Norsk Entomologisk Tidsskrift, 15:115-133.

ASSMANN T. 2003. Biology and ecology. pp. 287-305. In: Turin H., Penev L., Casale A. (eds.)
The genus Carabus in Europe, Pensoft, Sofia-Moscow.

BALL G.E., A. CASALE & A.VIGNA TAGLIANTI (eds.) 1998. Phylogeny and classification of
Caraboidea (Coleoptera: Adephaga). Proceedings of a Symposium (28 August, 1996, Florence,
Italy), XX International Congress of Entomology. Museo Regionale di Scienze Naturali, Torino,
Atti: 543 pp.

BARONI URBANI C., RUFFO S. & VIGNA TAGLIANTI A. 1978. Materiali per una
biogeografia italiana fondata su alcuni generi di Coleotteri Cicindelidi, Carabidi e Crisomelidi.
Memorie della Società entomologica italiana, 56: 35-92.

BARONI URBANI C. & BUSER M.W. 1976. Similarityof binary data. Systematic Zoology, 25:
251-259.

BAUER T. 1974. Ethologische, autökologische und ökophysiologische Untersuchungen an


Elaphrus cupreus Dft. und Elaphrus riparius L. (Coleoptera, Carabidae). Zum Lebensformtyp des
optisch jagenden Räubers unter den Laufkäfern. Oecologia (Berlin) 14: 139-196.

79
BLASI C. 1994. Fitoclimatologia del Lazio. Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,
Regione Lazio, 56 pp.

BOER P.J. den, 1977. Dispersal power and survival. Carabids in a cultivated countryside.
Miscellaneous Papers Landbouwhogeschool Wageningen, 14: 190 pp.

BOER P.J. den & BOER-DAANJE W. den, 1990. On Life History Tactics in Carabid Beetles: are
there only Spring and Autumn Breeders? pp. 247-258. In: Stork N.E. (ed.): The Role of Ground
Beetles in Ecological and Environmental Studies. Intercept, Andover.

BOER P.J. den & DIJK T.S. van, 1998. The relevance of life-history theory for carabid species of
Western Europe. pp. 193-203. In: Baumgärtner J., Brandmayr P. & Manly F.J. (eds): Population
and Community Ecology for Insect Management and Conservation, Balkema, Rotterdam.

BOER P.J. den, VAN HUIZEN T. H. P., BOER-DAANJE W. den, AUKEMA B., BIEMAN C. F.
M. den, 1980. Wing polymorphism and dimorphism in ground beetles as stages in an evolutionary
process (Coleoptera, Carabidae). Entomologia Generalis 6(2/4): 107-134.

BONN A. 2000. Flight activity of carabid beetles on a river margin in relation to fluctuating water
levels. pp. 147-160. In: Brandmayr P., Lövei G., Zetto T.,Casale A & Vigna Taglianti A. (eds):
Natural History and Applied Ecology of Carabid Beetles. Pensoft, Sofia-Moscow.

BRANDMAYR P. 1975. Un gruppo di invertebrati del suolo, i Coleotteri Carabidi in relazione al


grado di trasformazione dei biotopi agrari e forestali del basso Friuli: sua importanza nella
ricostruzione ambientale. Informatore Botanico Italiano, 7: 91 – 97.

BRANDMAYR P. 1983a. Entomocenosi come indicatori delle modificazioni antropiche del


paesaggio e pianificazione del territorio: esempi basati sullo studio di popolamenti a Coleotteri

80
Carabidi. Relazione al Simposio “Entomologia e qualità dell’ambiente”, Atti XII Congresso
nazionale italiano di Entomologia, Roma, 1980, 2: 263-283.

BRANDMAYR P. 1983b. The main axes of the coenoclinal continuum from macroptery to
brachyptery in carabid communities of the temperate zone. Report 4th Meeting of European
Carabidologists, “Haus Rothenberge”, Westphalia, September 24-26, 1981 [Publ. Agric. Univ.
Wageningen (1983)]: 147-169.

BRANDMAYR P. 2002. Ambienti e fauna nel paesaggio Italiano. pp. 30-45. In: Minelli A.,
Chemini C., Argano R. & Ruffo S. (eds): La Fauna in Italia. Touring Editore, Milano e Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Roma.

BRANDMAYR P., BRUNELLO ZANITTI C. & ZETTO BRANDMAYR T. 1981. Frequency of


the main life forms of imaginal Carabidae (Coleoptera) in communities of some environments of
different vegetation and soil type. Monitore zoologico italiano, (n.s.) 15: 303-304.

BRANDMAYR P., LÖVEI G., ZETTO T., CASALE A & VIGNA TAGLIANTI A. (eds). 2000.
Natural History and Applied Ecology of Carabid Beetles. Pensoft, Sofia-Moscow, xv+304 pp.

BRANDMAYR P. & ZETTO BRANDMAYR T. 1986a. Food and feeding behaviour of some
Licinus species (Coloptera, Carabidae, Licinini). Monitore zoologico italiano, (n.s.) 20: 171-181.

BRANDMAYR P. & ZETTO BRANDMAYR T. 1986b. Phenology of Ground Beetles and its
Ecological Significance in Some of the Main Habitat Types of Southen Europe. pp. 195-220. In:
den Boer et al.(eds), Carabid Beetles. Gustav Fischer, Stuttgart, New York.

BURGESS A.F. 1911. Calosoma sycophanta: its life history, behavior and successful colonization
in New England. Bulletin of the Bureau of Entomology, U.S. Department of Agricolture, 101:
1-94.

81
BURMEISTER F. 1939. Biologie, Ökologie und Vertbreitung der europäischen Käfer auf
systematischer Grundlage. 1. Adephaga, Caraboidea. Krefeld, 206 pp.

CASALE A., STURANI M. & VIGNA TAGLIANTI A., 1982. Coleoptera. Carabidae. I.
Introduzione, Paussinae, Carabinae. Fauna d’Italia, 18. Calderini, Bologna, xii+499 pp..

CASALE A. & VIGNA TAGLIANTI A. 1996. Coleotteri Carabidi di Sardegna e delle piccole
isole circumsarde, e loro significato biogeografico (Coleoptera, Carabidae). Biogeographia (n.s.)
18: 391-427.

CROWSON R.A. 1955. The natural classification of the families of Coleoptera. Nathaniel Lloyd &
Co. Ltd. London.

CROWSON R.A. 1981. The biology of the Coleoptera. Academic Press, 802 pp.

DARLINGTON P. J. 1943. Carabidae of mountains and islands: data on the evolution of isolated
faunas, and on atrophy of wings. Ecol. Monogr. 13:37-61.

DARWIN Ch. R. 1859. The origin of species by means of natural selection. Murray, London.

DRIOLI G. 1983. Comunità di coleotteri geoadefagi di un sistema collinare del Carso sloveno
litorale nordadriatico. Gortania, Atti Museo Friulano di Storia naturale, 5: 145 – 232.

DRIOLI G. 1987. Tipi e tempi di sviluppo dei Coleotteri Geoadefagi presenti sul basso Carso trie-
stino. Tip. Adriatica Trieste.

82
ERWIN T.L. 1967. Bombardier beetles (Coleoptera, Carabidae) of North America: Part II. Biology
and behaviour of Brachinus pallidus Erwin in California. Coleopterists Bulletin, 21: 41-55.

ERWIN T.L. 1979. Thoughts on the Evolutionary History of Ground Beetles: Hypotheses Gener-
ated from Comparative Faunal Analyses of Lowland Forest Sites in Temperate and Tropical Re-
gions. pp. 539-592. In: Erwin T.L., Ball G. E., Whitehead D.R. (eds): Carabid Beetles, their evolu-
tion, natural history, and classification. Dr. W. Junk, The Hague.

ERWIN T.L. 1981. Taxon pulses, vicariance and dispersal: an Evolutionary synthesis illustrated by
carabid beetles, pp. 159-183. In: Nelson G. & D. Rosen (eds). Vicariance Biogeography: A Cri-
tique. Columbia University Press, New York.

ERWIN T.L. 1985. The taxon pulse: A general pattern of lineage radiation and extinction among
carabid beetles. pp. 437-472. In: Ball G. (ed.): Taxonomy, phylogeny and zoogeography of beetles
and ants: A volume dedicated to the memory of Philip Jackson Darlington Jr. 1904-1983. Dr. W.
Junk publishers, The Hague.

FANELLI G., MENEGONI P. Carta della Vegetazione della Riserva Naturale Monterano . Diparti-
mento Biologia Vegetale Università degli Studi La Sapienza di Roma

HALSALL N. B. AND S. D. WRATTEN. 1988. The efficiency of pitfall trapping for polyphagous
predatory Carabidae. Ecological Entomology, 13 (3): 293 – 299.

JEANNEL R. 1941-42. Coléoptères Carabiques I -II. Faune de France, 39, 40. Lechevalier, Paris.

JEANNEL R. 1949. Ordre des Coléoptères. Partie generale. pp. 771-1077. In : P. Grassé: Traité de
Zoologie, Anatomie, Systématique et Biologie, 19.

JOHNSON N.E. & R.S. CAMERON.1969. Phytophagous ground beetles. Annals of Entomological
Society of America, 62: 909-914.

83
LA GRECA M. 1954. La riduzione e la scomparsa delle ali negli Insetti Pterigoti. Rendiconti del-
l’Accademia di Scienze fisiche, matematiche e della Società di Sciennze, Lettera ed Arti di Napoli,
(4) 39: 361-440.

LORENZ W. 1998a. Systematic list of extant ground beetles of the world (Insecta Coleoptera
“Geadephaga”: Trachypachidae and Carabidae. incl. Paussinae, Cicindelinae, Rhysodinae). Tutz-
ing, iv + 503 pp.

LORENZ W. 1998b. Nomina Carabidarum - a directory of the scientific names of ground beetles
(Insecta, Coleoptera “Geadephaga”: Trachypachidae and Carabidae. incl. Paussinae, Cicindelinae,
Rhysodinae). Tutzing, Germany, iv + 939 pp.

LUFF M. L. 1975. Some features influencing the efficiency of pitfall traps. Oecologia, 19:
345-357.

LUIGIONI P. 1929. I Coleotteri d’Italia. Catalogo sinonimico-topografico-bibliografico. Memorie


della pontificia Accademia delle Scienze “I Nuovi Lincei”, Roma, (2) 13: 1-1160.

PIELOU E. C. 1984. The interpretation of ecological data. Wiley & Sons.

PIGNATTI S. 1979. I piani della vegetazione in Italia. Giornale Botanico Italiano, 113: 411-428.

PIGNATTI S. (ed.) 1995. Ecologia vegetale, UTET, Torino.

PIROLA A. 1970. Elementi di fitosociologia. CLUEB, Bologna.

PIZZOLOTTO R. 1994. Soil arthropds for faunal indices in assessing changes in natural value res-
ulting from human disturbances. pp. 291-314. In: T. Boyle & C.E.B. Boyle (eds) Biodiversity,
Temperate Ecosystems and Global Change. Springer Verlag.

84
PIZZOLOTTO R., MINGOZZI A., CAGNIN M. TRIPEPI S., ALOISE G., BARBIERI A., SCAL-
ZO A. & BRANDMAYR P. 1991. Effetti della ceduazione periodica del castagneto sulle comunità
di Coleotteri Carabidi, rettili, uccelli e micromammiferi terricoli. S.IT.E. Atti, 12: 449-453.

POSPISCHIL R. 1981. Die Entwicklung der Kaferfauna des Naturschutzgebietes “Im Holken” von
1958 bis 1977 und die Bedeutung einiger Kaferarten als Bioindikatoren. Jarhbuch der Naturische
Verein Wuppertal, 34: 78-91.

RIBERA I., DOLEDEC S., DOWNIE I.S. & FOSTER G.N. 2001. Effect of land disturbance and
stress on species traits of ground beetle assemblages. Ecology, 82(4): 1112-1129.

SANTARELLI L. 2008. Le comunità di Coleotteri Carabidi della R.N.R. di Monte Rufeno. Elabo-
rato finale, Laurea in Scienze Naturali, Università di Roma Sapienza, relatore A. Vigna Taglianti,
53 pp.

SHAROVA, I. K. 1960. Morpho-ecological types of carabid larvae (Orig. Russian). Zoologiceski


Zhurnal, 39: 691-708.

SHAROVA, I. K. 1981. Life forms of carabids (Coleoptera, Carabidae). (In Russian with english
summary). Nauka Publishers, Moskow: 359.

THIELE H.U. 1977. Carabid beetles in their environment. Zoophysiology and ecology, 10. Spring-
er Verlag, Berlin.

TURIN H., PENEV L. & CASALE A., 2003. The genus Carabus in Europe. Pensoft, Sofia-Mo-
skow.

VIGNA TAGLIANTI A. 1982. Le attuali conoscenze sui Coleotteri Carabidi cavernicoli italiani.
Lavori Società Italiana di Biogeografia, (N.S) 7: 339 – 430.

VIGNA TAGLIANTI A. 1993. Coleoptera Archostemata, Adephaga I (Carabidae). In: Minelli A.,
Ruffo S. & La Posta S. (eds.), Checklist delle specie della fauna italiana, 44. Edizioni Calderini,

85
Bologna, 51 pp.

VIGNA TAGLIANTI A. 2004. Family Carabidae. Fauna Europaea (web edition), www.fau-
naeur.org.

VIGNA TAGLIANTI A. 2005a. Distribuzione geografica e tipi corologici dei Carabidi italiani. pp.
74-82. In: P. Brandmayr, T. Zetto & R. Pizzolotto (eds), I Coleotteri Carabidi per la valutazione
ambientale e la conservazione della biodiversità. Manuale operativo. APAT, Manuali e Linee
Guida, 34: 240 pp.

VIGNA TAGLIANTI A. 2005b. Checklist e corotipi delle specie di Carabidae della fauna italiana.
Appendice B. pp. 186-225. In: P. Brandmayr, T. Zetto & R. Pizzolotto (eds), I Coleotteri Carabidi
per la valutazione ambientale e la conservazione della biodiversità. Manuale operativo. APAT,
Manuali e Linee Guida, 34: 240 pp.

VIGNA TAGLIANTI A., AUDISIO P.A., BELFIORE C., BIONDI M., BOLOGNA M.A., CAR-
PANETO G.M., DE BIASE A., DE FELICI S., PIATTELLA E., RACHELI T., ZAPPAROLI M.,
ZOIA S. 1993. Riflessioni di gruppo sui corotipi fondamentali della fauna W-paleartica ed in parti-
colare italiana. Biogeographia (n.s.) 16: 159-179.

VIGNA TAGLIANTI A., AUDISIO P.A., BIONDI M., BOLOGNA M.A., CARPANETO G.M.,
DE BIASE A., FATTORINI S., PIATTELLA E., SINDACO R., VENCHI A., ZAPPAROLI M.
1999. A proposal for a chorotype classification of the Near East fauna, in the framework of the
Western Palearctic region. Biogeographia (n.s.) 20: 31-59.

VIGNA TAGLIANTI A., CASALE A., FATTORINI S. 2002. I Carabidi di Sicilia ed il loro signi-
ficato biogeografico (Coleoptera, Carabidae). Bollettino dell’Accademia Gioenia di Scienze natura-
li, Catania, 35 (361): 435-464.

VIGNA TAGLIANTI A., F. COMANDINI, P. BONAVITA, S. DE FELICI, A. CICERONI. 1988.


Primi dati sulle comunità di Coleotteri Carabidi dei Quercetalia ilicis nel Lazio. Atti Congresso
Nazionale Italiano di Entomologia, L’Aquila: 415 – 422.

86
VIGNA TAGLIANTI A., FATTORINI S. 2002. Aspetti biogeografici delle comunità di Carabidi
(Coleoptera, Carabidae) dei sistemi costieri italiani. Biogeographia (n.s.) 22: 127-138.

ZANGHERI P. 1952.Il naturalista esploratore, raccoglitore e preparatore. Hoepli Editore.

ZAPPAROLI & BIONDI I. 2007. Chilopodi della Riserva Naturale Regionale Monte Rufeno e aree
adiacenti (Lazio, Italia centrale). Bollettino dell'Associazione Romana di Entomologia, 62: 1-40.

ZETTO BRANDMAYR T., GIGLIO A., MARANO I. & BRANDMAYR P. 1998. Morphofunc-
tional and ecological features in carabid (Coleoptera) larvae. Mus. reg. Sci. nat. Torino: 449-490.

SITOGRAFIA

www.arsial.it
www.apat.gov
www.eurocarabidae.de
www.faunaeur.org
www.galerie-insecte.org
www.koleopterologie.de
www.monteranoriserva.com
www.wikipedia.org

http://193.204.162.114/italia/lazio/bracciano/left-right.html

87
Ringraziamenti

Desidero ringraziare:
il Professor Augusto Vigna Taglianti, mio relatore, per i preziosi insegnamenti durante tutte le fasi
della ricerca e per la determinazione del materiale,
Luigi Dell'Anna per i consigli, le idee e l'entusiasmo che mi ha trasmesso,
Maurizio Mei ed Emanuele Piattella del Dipartimento di Entomologia per tutti i chiarimenti e i
consigli durante lo smistamento in laboratorio,
tutto il personale della Riserva Regionale Naturale Monterano per la disponibilità,
Monica Bevere e Cristina Pompi dell'ARSIAL per i dati pluviometrici,
Michele Spada per avermi fatto conoscere Linux e non solo,
Alessandra Magistrelli per avermi aiutato a raccogliere le idee,
Diana e Gerardo per l'affetto, l'ospitalità e la cantina sempre piena,
Celeste per le foto e il supporto morale (e le esilaranti partite a biliardo delle sere prima),
ovviamente la mia famiglia al completo.

88