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LICEO SCIENTIFICO STATALE con annessa sezione CLASSICO

E. FERMI

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IL ROMANZO RUSSO DELL'OTTOCENTO:


DA PUKIN A TOLSTOJ
Presentazione
Perch un corso dedicato alla letteratura russa dell'Ottocento? I programmi di italiano del
biennio e del triennio (e i rispettivi libri di testo) offrono spesso aperture e percorsi che
permettono di conoscere, almeno nelle linee essenziali, i pi noti autori delle civilt
letterarie dei principali paesi europei. La parte del leone la fanno di solito le letterature
francese, inglese e tedesca; assai meno frequentate sono invece le letterature iberiche e la
letteratura russa. Eppure quest'ultima, in particolare nel corso dell'Ottocento ha prodotto
una fioritura di capolavori come forse in nessun altro caso dato di conoscere.
Nella percezione dell'europeo occidentale si pu dire che la letteratura russa salvo
qualche isolata eccezione coincide grosso modo con il secolo XIX. Il fatto ha qualcosa di
miracoloso, se consideriamo che, se si tralascia il Canto della schiera di Igor,
capolavoro della letteratura medievale, la produzione letteraria russa prima di Puskin
decisamente poca cosa e che, nel corso del Novecento, la letteratura cosiddetta sovietica
non ha dato molti frutti.
Puskin nacque nel 1799 (ma i suoi primi scritti sono del 1814); Tolstoj mor nel 1910:
nell'arco di un secolo ha visto la luce una corona di capolavori, circa 23.000 pagine
normali a stampa, come suggerisce Vladimir Nabokov, che sono la testimonianza di una
stagione letteraria forse irripetibile.
Per lo studente medio ma potremmo dire per il lettore medio l'approccio al romanzo
russo dell'Ottocento, inutile nasconderlo, non sicuramente facile; tuttavia con un po' di
impegno e un pizzico di pazienza i grandi nomi di Puskin, Gogol', Dostovskij, Tolstoj
possono entrare a far parte del nostro bagaglio culturale..
Scopo del corso naturalmente quello di aprire una porta, di gettare un seme: ciascuno
potr poi ritagliarsi itinerari personali secondo tempi e ritmi che riterr opportuni: il
verbo leggere, ha detto lo scrittore francese Pennac, non sopporta l'imperativo ed ognuno
deve potersi muovere nell'universo della lettura nella pi assoluta libert.

Introduzione
1.

Prima di addentrarci nella conoscenza e nello studio della letteratura russa dell'
800,
dobbiamo innanzitutto liberarci dai nostri abiti culturali da tanti luoghi comuni voglio
dire - e cercare di immergerci in quell'
universo a noi tanto vicino e tanto lontano, a noi
tanto simile e tanto diverso, che la Russia.

2.

La caratteristica pi evidente di questo paese la sua vastit geografica; una vastit che
non ha paragoni, almeno nell'
ambito del continente europeo: quando si pensa alla
Russia si pensa a una terra sterminata, dai confini, secondo la cognizione dei pi,
incerti e indefiniti.
Celebre la lirica descrizione che Gogol' un autore che presto conosceremo pi da
vicino fa della Russia nel suo romanzo Anime morte:
Terra di Russia, terra di Russia! [nell'
originale non Rossija ma "Rus", l'
antico e
poetico nome dei paese] io ti vedo: dalla mia incantevole, meravigliosa lontananza, io
ti vedo. Tutto povero in te, disordinato, inospitale; non rallegrano, non atterriscono
lo sguardo gli arditi miracoli della natura, coronati dagli arditi miracoli dell'arte; le
citt cogli alti castelli dalle mille finestre, radicati sui dirupi; le pittoresche piante e
edere radicate sulle case, fra lo scroscio e l'eterno vaporio delle cascate. Non si
rovescia indietro la testa a guardare il sovrapporsi senza fine, nelle altezze, dei blocchi
di pietra, non brillano attraverso gli oscuri archi gettati uno sull'altro, rivestiti di tralci
di vite, d'edere e di milioni e milioni di rose selvatiche, non brillano in lontananza gli
eterni profili dei monti radiosi, alzati agli argentei, limpidi cieli. Tutto aperto,
desolato, e uniforme in te; come piccoli punti, come piccoli segni visibili appena
spiccano fra le distese le piatte tue citt: nulla che accarezzi e affascini lo sguardo. Ma
che inaccessibile, misteriosa forza , dunque, questa che attira a te? Perch riecheggia
e di continuo risuona all'orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l'ampiezza
tua, da mare a mare, la tua canzone? Che c' in essa, in codesta canzone? Che cosa
chiama cos, e singhiozza, e afferra al cuore? Che suoni son questi, che morbosamente
s'insinuano e penetrano nell'anima, e s'attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia!
che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste tra noi? Che hai da
guardarmi cos e perch tutto quello che c' in te si rivolge a me con questi occhi pieni
d'aspettazione? E ancora, pieno di stupore, rimango immoto, e gi sul capo ho l'ombra
d'una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce
davanti alla tua vastit. Che si preannuncia da questa vastit illimitata? Forse qui,
forse in te sorger uno sconfinato pensiero, giacch tu stessa sei senza fine? Non
potrebbe aver qui l'avvento un eroe gigante, giacch c' spazio abbastanza perch si
sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastit,
riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d'una potenza arcana
s'illuminano i miei occhi... Oh, sfolgorante, fascinosa, ignota al mondo sconfinatezza!
Terra di Russia!...

3.

Ma la Russia anche una terra di confine, posta a cavaliere tra la vecchia Europa e
l'
Asia misteriosa: Gratta gratta, sotto ogni russo troverai un tartaro dice un
proverbio locale; gli stessi abitanti di questo sterminato paese hanno dunque la
coscienza di essere stati per secoli un popolo nelle cui vene scorre un poco d'
Asia; e
questa percezione non mai morta del tutto. L'
assenza di confini naturali precisi e
decisivi, il secolare contatto con le popolazioni nomadi che risiedevano oltre gli Urali,
la dominazione tartara hanno lasciato un segno decisivo nella storia russa: quello che
oggi un paese di cui qualcuno ipotizza l'
ingresso nella Comunit Europea, fino a
qualche secolo fa nell'
immaginario collettivo europeo era semplicemente Oriente.

4.

La Russia si affacci definitivamente e irreversibilmente sulla scena della storia


europea dopo che, con un immane sforzo, riusc a respingere le armate napoleoniche e
ad infliggere all'
imperatore dei Francesi la prima grave sconfitta della sua lunga
carriera di condottiero. Ma anche questa tragica vicenda non era riuscita a tracciare i
connotati di una precisa fisionomia nazionale: ancora per tutto l'
Ottocento, la cultura
russa continu a manifestare un forte bisogno di identit, ricercata spesso guardando a
quanto accadeva in Europa, modello da imitare o da respingere, ma pur sempre
modello.

5.

Herzen, scrittore liberale e progressista, scrisse nel 1849 Breve storia dei Russi: la sua
convinzione era che il popolo russo, diversamente dagli altri popoli del continente,
possedeva una sorta di protagonismo passivo ovvero quella straordinaria tenacia e
capacit di resistenza che gli aveva permesso in passato, e gli avrebbe permesso nei
secoli a venire, di opporsi alla violenza e alla prevaricazione dei dispotismi di ogni
forma e colore.

6.

Sull'
altro versante non possiamo dimenticare che la cultura russa dell'
Ottocento fu
attraversata per intero dal pensiero slavofilo (ne paleremo trattando di Dostovskij) che
sosteneva una sorta di superiorit morale e ideale del popolo russo, chiamato, attraverso
i suoi pi antichi e autentici valori primo fra tutti la fede ortodossa - a portare la
salvezza a un'
Europa corrotta e decadente.

7.

Sia in un caso che nell'


altro appare evidente la necessit di ricercare e di affermare una
propria identit. Credo che nemmeno il comunismo sovietico sia stato del tutto immune
da questa necessit.

8.

Vale dunque la pena fare un passo indietro e di ricostruire almeno nelle linee essenziali
le storia della Russia e come sia nata l'
idea stessa del paese che oggi noi chiamiamo
Russia.

9.

Tralasciando le epoche pi antiche, possiamo dire che la Russia, o meglio quell'


insieme
di principati detti Rus fondati dai Vareghi, pirati e mercanti di origine scandinava che
gli Slavi chiamavano rosy, cominci a far parlare di s nell'
882 d.C., quando il
condottiero varego Oleg fece di Kiev, oggi capitale dell'
Ucraina, il centro del proprio
potere. Questa fase fu caratterizzata da:
- una politica di espansione territoriale;
- dai vantaggiosi accordi commerciali strappati a Bisanzio;
- dalla conversione del principe Vladimiro (980-1015) al cristianesimo ortodosso.

10.

Gi nella prima met del secolo XI la Russia kievana entr nella sfera d'
influenza dei
Tartari, avviandosi a una rapida decadenza: Kiev cadde in mano ai Tartari nel 1040.

11.

L'
altro nucleo attorno a cui si andava aggregando la nascente nazionalit russa era, pi
a nord, il principato di Moscovia, fondato nel XIII secolo da Daniele, figlio del duca
Aleksandr Nevskij che aveva fermato i Cavalieri teutonici nel 1242. Anche il principato
di Moscovia sub lo strapotere mongolo e fu a lungo vassallo dei Tartari (noti appunto
anche come Mongoli) dell'
Altin Ordu o Orda d'
Oro.

12.

A liberare il principato di Moscovia dal dominio mongolo nel 1480 fu il principe Ivan
III (1462-1504). Genero dell'
ultimo imperatore di Bisanzio, Ivan III, dopo la caduta di

Costantinopoli (1453), rivendic a se stesso il ruolo di unico rappresentante della


cristianit in Oriente e attribu a Mosca il titolo di terza Roma.
13.

Ivan IV, detto il Terribile, assunse nel 1574 il titolo romano di zar (titolo che deriva dal
latino Caesar), perseguendo una politica di espansione imperiale in direzione dei
Balcani, del Mar Nero e del Mediterraneo. A oriente riusc a occupare quasi tutto il
bacino del Volga e ad aprirsi la strada verso la Siberia; a occidente, invece, tent di
espandersi verso il Mar Baltico, ma venne sconfitto da Polacchi e Svedesi.
Per quanto riguardava la politica interna, Ivan IV cerc l'
appoggio della piccola nobilt,
rispondendo duramente alla reazione dell'
aristocrazia terriera con la cosiddetta strage
dei boiari

14.

Il periodo di grave tensione che caratterizz la fine del regno di Ivan il Terribile, si
chiuse con l'
ascesa al trono di Russia di Michele Romanov, il primo della dinastia che
rimase al potere fino al 1917 e all'
avvento del comunismo. Sotto di lui e sotto i suoi
successori si precisarono i tratti fondamentali che avrebbero caratterizzato nei
successivi tre secoli la Russia zarista:

15.

il potere autocratico dello zar, simbolo dell'


unit del Paese;
- l'
assoluta predominanza della religione cristiano-ortodossa;
- una economia quasi esclusivamente agricola;
- una struttura sociale chiusa e arretrata, caratterizzata dall'
egemonia che un'
esigua
classe di nobili proprietari di estesi latifondi (poliaki), esercitava sulla sterminata
massa di contadini (mugiki), circa il 90% della popolazione, ridotti alla condizione di
servi della gleba;
- la quasi totale assenza di una borghesia mercantile e artigianale (i piccoli commerci
erano esercitati soprattutto da tedeschi ed ebrei).

16.

L'
elevata tensione sociale trovava periodicamente modo di manifestarsi in forma
violenta nelle rivolte dei contadini e dei cosacchi (comunit nomadi delle steppe russe),
risolte dal regime zarista attraverso sanguinose repressioni. Tra le rivolte epiche dei
mugiki russi ricordiamo quella capeggiata da Stenka Razin (1667-1671) e quella
guidata dal cosacco Emeljan Pugacv (1773-1775).

17.

Il primo ad avvertire la necessit di indirizzare la storia russa ad occidente e ad avviare


un tentativo di modernizzazione della Russia fu lo zar Pietro I detto il Grande, il
cui obiettivo in verit ambiziosissimo fu quello di trasformare rapidamente la
Russia in uno stato di tipo europeo, mercantilista in economia, militarmente avanzato e
guidato da una monarchia assoluta.

18.

La via che egli pratic fu quella del pi marcato assolutismo; a tal fine:
- cre un apparato statale centralizzato ed una polizia segreta efficientissimi;
- esautor totalmente l'
assemblea dei boiari (Duma);
- ridusse al minimo l'
ingerenza della Chiesa ortodossa, del Patriarca di Mosca negli
affari dello Stato; sottomessa cos allo zar, la Chiesa russa divenne un potentissimo
mezzo di unificazione spirituale e culturale dello sterminato Paese;
- organizz un esercito forte, efficiente e fidato, sul modello di quello prussiano;
- organizz una marina che potesse competere con quelle degli altri stati baltici;
- in ambito culturale cerc di porre rimedio allo stato di totale ignoranza nel quale
versava la popolazione; favor gli studi scientifici; fond l'
Accademia delle Scienze.

19.

Le sue riforme incontrarono per l'


opposizione dei conservatori: nel 1698, mentre lo

zar si trovava a Vienna, scoppi in Russia la rivolta degli strelcy (una guardia scelta al
servizio dell'
imperatore), che lo spinse a un precipitoso ritorno in patria e a una
sanguinosa repressione.
20.

In politica estera Pietro il Grande riprese il tradizionale espansionismo dei suoi


predecessori:
- combatt con i Turchi per la conquista di Azv sul Mar Nero;
- attacc la Svezia, cui sottrasse la Livonia, l'
Estonia, l'
Ingria e la Carelia (seconda
guerra del Nord 1700/1721);
- si garant l'
accesso al golfo di Finlandia (pace di Nystad, 1721);
- fond sul Baltico, alla foce della Neva, la citt di San Pietroburgo (ribattezzata
Pietrogrado dal 1914 al 1924, Leningrado dal 1924 al 1991, poi dal 1991 di nuovo San
Pietroburgo), che dal 1715 divenne la capitale del Paese.

21.

Dopo la morte di Pietro il Grande (1725) e fino al 1796 sul trono dello zar sedettero
esclusivamente donne: Caterina I, la duchessa Anna Ivanovna, la reggente Anna
Leopoldovna e infine Caterina II.
Il regno di quest'
ultima zarina (1729-1796) fu caratterizzato da una moderata adesione
agli ideali dell'
illuminismo (la sovrana fu amica di Voltaire e Diderot, e lettrice
appassionata di Montesquieu). Caterina II era donna energica, colta, e di aperte vedute:
vi fu addirittura un momento in cui progett l'
abolizione della servit della gleba e
l'
introduzione di un codice di leggi che garantisse l'uguaglianza dei sudditi. Tali
progetti trovarono naturalmente la pi intransigente opposizione dell'
aristocrazia,
gelosa dei suoi privilegi. Le velleit riformistiche della zarina non poterono andare oltre
un paternalistico ed estemporaneo miglioramento delle condizioni generali dei sudditi
(soprattutto nel campo della sanit e dell'
istruzione), dettate pi dal buonsenso che da
un progetto organico di cambiamento.
Cur in particolar modo l'
organizzazione della burocrazia e dell'
apparato statale
estendendone la rete su tutto il vastissimo territorio (1775).

22.

La colonizzazione forzata dei territori ucraini e del bacino del Volga scaten alcune
sanguinose sollevazioni, tra cui la pi nota fu la gi citata rivolta di Pugacv, un
cosacco del Don deciso a rivendicare la liberazione dei mugiki e la suddivisione delle
terre.
La repressione delle rivolte contadine produsse la frattura tra il potere zarista e
l'
intelligentsija, frattura che segner profondamente tutta la storia russa successiva.

23.

Tralasciando la figura un po'scialba di Paolo I, rivolgiamo da ultimo l'


attenzione ad
Alessandro I, nipote di Caterina II, lo zar che a suo modo fu l'
antagonista di Napoleone
e che regn nel primo quarto dell'
Ottocento. Egli si trov a guidare la Russia in
un'
epoca difficile e drammatica: dopo la pace di Tilsit del 1907, una sorta di spartizione
dell'
Europa in due zone d'
influenza, dovette affrontare l'
invasione francese che egli,
grazie anche all'
abilit dei suoi generali e alla partecipazione di tutto il suo popolo,
seppe trasformare in una grande vittoria.

24.

Dopo la fine di Napoleone, egli fu protagonista della Restaurazione e principale


ispiratore della Santa Alleanza, quella vera e propria Internazionale della
conservazione che condizioner la storia europea fino al 1830.

25.

giusto durante il regno di Alessandro I che fiorisce l'


opera del primo degli autori che
saranno oggetto del nostro studio: Aleksandr Sergeevi Pukin.

Luned 25 novembre 2002

Aleksandr Sergeevi Pukin


(Mosca 1799 - Pietroburgo 1837)

La vita - I Pukin erano famiglia di antichissima nobilt . Come normalmente accadeva nella
Russia zarista, l'
educazione dei figli era spesso affidata a precettori stranieri, in genere
francesi o tedeschi. L'
infanzia di Pukin fu quindi culturalmente ricca, ma povera di affetti,
fatta eccezione per la njanja (noi diremmo la baby-sitter), la vecchia Arina Rodjonovna,
alla cui memoria il poeta rimase sempre legato: fu lei che gli trasmise l'
amore per la cultura
popolare e che nutr con il racconto delle antiche fiabe russe la sua fantasia di bambino.
A tredici anni (1812) Pukin entr nel prestigioso liceo di Crskoe Sel, riservato ai figli
delle famiglie aristocratiche; vi rimase fino al 1917: in questa scuola che Pukin ebbe i
primi contatti con le idee liberali; a questi anni risalgono anche le sue prime prove poetiche.
Terminati gli studi, Pukin si immerse nella vita mondana di San Pietroburgo, allora
capitale dell'
impero russo. Il successo letterario giunse improvviso nel 1820 con la
pubblicazione di Ruslan e Ljudmila.
Nonostante la sua giovane et, la lettura in pubblico di alcuni versi poco ortodossi gli caus
i primi guai con la censura e con le autorit: solo per l'
intercessione di alcuni influenti amici
evit la deportazione in Siberia, che gli fu commutata con il confino ad Ekaterinoslav.
Ammalatosi a causa di una nuotata nell'
acqua gelida di un fiume, ottenne una licenza e la
possibilit di seguire la famiglia Ravskij in un viaggio che lo port nel Caucaso e in
Crimea. Al termine di questa esperienza, ricevette l'
ordine di trasferirsi a Kiinv,
capoluogo della Bessarabia (oggi capitale della Moldavia). Confinato nel lontano sud,
Pukin amava paragonarsi al poeta latino Ovidio, esiliato da Augusto in quelle lontane terre.
Ci rest fino al 1823, quando, sempre per interessamento di alcuni amici, gli venne
concesso il trasferimento a Odessa.
Odessa come gi del resto Kiinv - fu per Pukin luogo di innumerevoli avventure
amorose, che lasciarono sicure tracce nelle sue opere. Nel 1823 la censura intercett una
lettera di Pukin in cui egli esprimeva una certa qual simpatia per l'
ateismo; a causa di ci
venne licenziato dalla burocrazia imperiale e costretto a vivere nella tenuta materna di
Michajlovskoe, nelle vicinanze di Pskov. Qui, nella forzata solitudine, nacquero alcune
delle sue opere migliori. La lontananza dalla capitale gli imped partecipare alla rivolta
decabrista del 1825.
Il nuovo zar Nicola I, da poco salito al trono, lo chiam a Mosca per offrirgli un'
occasione
di ravvedimento (1826), anche se in realt il ritorno nelle capitali avrebbe significato per
Pukin da una parte un controllo ancor pi rigido e severo, dall'
altra la rottura con
l'
opposizione liberale; non aveva del resto possibilit di scelta e dovette accettare.
Nel 1830 Pukin spos la bellissima Natal'
ja Gon arova; dal matrimonio nacquero quattro
figli. Tuttavia Natal'
ja, affascinante ma frivola, provoc non pochi problemi al poeta: il 27
gennaio 1837, Pukin, in seguito a una questione d'
onore nata da alcuni pettegolezzi
provocati dalla condotta della moglie, sfid a duello il barone francese Georges D'
Anths:
ferito a morte, spir dopo due giorni.
Giudizio critico - Pukin per i Russi il poeta per eccellenza, il padre della letteratura
russa moderna. Si tratta di un autore complesso e multiforme, di un uomo di immensa

cultura, di un letterato completo, cimentatosi con ugual successo nella poesia, nella prosa,
nel teatro. Si tratta per per un occidentale di un autore sfuggente, difficile da tradurre,
lontano dagli schemi pi usuali della critica letteraria: un vero vulcano insomma, se teniamo
presente che mor a soli trentasette anni.
In vita Pukin, dopo il successo delle opere giovanili, che fece di lui quasi un caso
letterario, non ottenne grandi riconoscimenti: gi nella seconda met degli anni Venti (i suoi
capolavori sono quindi tutti successivi), il pubblico, soprattutto quello giovanile, si dimostr
piuttosto freddo nei suoi confronti e a trent'
anni era gi considerato uno scrittore superato.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la critica letteraria, fortemente condizionata da
un'
impostazione ideologica impegnata, sottovalut l'
importanza di Pukin. La svolta si
ebbe con il famoso discorso pronunciato da Dosto vskij sul monumento dedicato al poeta,
nel 1880: da allora Pukin divenne il Poeta, una figura fondamentale della cultura russa,
sia prima che dopo la rivoluzione d'
Ottobre.
Pukin l'
ultimo dei classici o il primo dei romantici?: una domanda che i lettori russi (e
la critica) si posero fin dall'
inizio: non facile dare una risposta, soprattutto perch la
multiforme e caleidoscopica penna di Pukin sfugge a ogni classificazione troppo rigida.
Forse fu l'
uno e l'
altro: fu romantico nei contenuti provocatoriamente nuovi e diversi
rispetto alla cultura russa del Settecento; e fu proprio per questa sua forza di rinnovamento
che egli si impose come modello insuperato della letteratura russa, divenendo per ci stesso
un classico, nel senso pieno del termine: la lingua e la prosa russa moderne sono
impensabili senza Pukin.

Poesia e teatro - Per quanto riguarda la sua produzione in versi e il teatro, ci limitiamo qui
a citare le opere pi significative:

Ruslan e Ljudmila (1820): si tratta del poema in versi che fece conoscere Pukin al
grande pubblico e che suscit stupiti consensi ma anche vivissime polemiche;

I1 prigioniero dei Caucaso (1820-21); La fontana di Bach isaraj (1822); I fratelli


masnadieri (1821): si tratta dei cosiddetti poemi meridionali, scritti durante l'
esilio
di Kiinv, sotto l'
influenza della lettura del poeta inglese Byron;

Evgenij Onegin (1923-1931): romanzo in versi, autentico capolavoro di Pukin il


poema divenne il modello linguistico del romanzo russo dell'
Ottocento. Per
l'
Onegin i critici hanno coniato l'
espressione realismo poetico. I suoi protagonisti
sono stati modello e matrice di tanti personaggi del romanzo russo.

Il cavaliere di bronzo (1933): ultimo grande poema di Pukin, pubblicato postumo,


racconta il dramma irrisolto tra la ragione di stato e diritti dell'
individuo; il
protagonista, Evgenij, il primo di una lunga serie di impiegatucci e burocrati della
letteratura russa.
Boris Godunov (1825), grande affresco storico-drammatico in prosa e versi, una
sorta di tentativo di importare nella letteratura russa il modello della tragedia
shakespeariana;

Mozart e Salieri, II festino durante la peste, II cavaliere avaro, II convitato di pietra


(1830), questi i titoli dei quattro microdrammi scritti tra il 23 ottobre e il 6
novembre 1830.

La prosa - Per quanto invece riguarda la prosa, ricordiamo:

Evgenij Onegin
Evgenij Onegin un giovane ricco ed egocentrico, vezzeggiato beniamino dall'alta
societ pietroburghese. Lasciata per qualche tempo la capitale e ritiratosi a vivere
nella sua tenuta di campagna, conosce il giovane e romantico Vladimir Lenskij.
Amici inseparabili, frequentano la tenuta della famiglia Larin.
Vladimir, poeta e sognatore, s'innamora di Olga, la pi giovane delle sorelle Larin,
e la chiede in moglie. L'altra figlia, l'affascinante e appassionata Tatjana, si
innamora invece di Onegin.
Con l'ingenuit e la purezza di sentimenti che le sono proprie, gli confessa il suo
amore; ma egli, egoista annoiato, incapace di veri sentimenti, la respinge con
freddezza. Inoltre durante un ricevimento corteggia Olga, fidanzata a Lenskij,
suscitando il risentimento dell'amico. Ne segue un duello, nel corso del quale Onegin
uccide Lenskij.
Alcuni anni dopo Onegin incontra Tatjana a Pietroburgo: la fanciulla di un tempo
ormai l'avvenente moglie di un illustre generale. Onegin la corteggia, ma ella rifiuta
il suo amore: pur non avendo dimenticato la passione d'un tempo, ella, per coerenza
morale, preferisce mantenersi fedele al marito.

La figlia del capitano


Lo sfondo storico quello della rivolta di Pugacv. Il giovane alfiere Ptr Andrei
Grinv mandato militare dal padre, durante il viaggio di trasferimento alla fortezza
di Orenburg, durante una terribile tormenta che gli ha fatto perdere la strada, viene
aiutato da un barbuto contadino. Giunto alla fortezza di Belogorsk, Grinv si
innamora della timida Maa, figlia di Mironov, capitano comandante della piazza.
Intanto il cosacco Pugacv avanza come un fulmine e giunge a conquistare la
fortezza: il capitano Mironov e la moglie sono uccisi dai ribelli, Grinv invece viene
inesplicabilmente graziato da Pugacv, che pure ha al suo fianco un antico nemico
di Grinv, il disertore vabrin. Venuto a sapere che Maa, creduta morta, invece
prigioniera di vabrin, Grinv ottiene da Pugacv, che altri non se non il
contadino incontrato nella bufera, Maa, la vita salva e la libert. Ma il perfido
vabrin il cattivo della storia - lo denuncia alle autorit accusandolo di complicit
con i ribelli e Grinv, arrestato, rischia la pena di morte.
Lo salva Maa che, vinta la sua timidezza, si reca a Pietroburgo e ottiene la grazia
dalla zarina Caterina.

La donna di picche
La vicenda raccontata da Tomskij, un giovane ufficiale, solletica l'avidit
dell'ambizioso Germann: una vecchia contessa,amica in giovent del noto occultista
Saint Germain, conosce tre carte sicure per vincere al gioco. Servendosi della la
giovane dama di compagnia della
contessa, Lisaveta, Germann, che riesce a far innamorare di s, una notte riesce a
introdursi nella camera della vecchia. Invano per la implora e la minaccia: la
vecchia, paralizzata dal terrore, muore senza rivelare il segreto. Pochi giorni dopo
per a Germann appare il fantasma della contessa e gli rivela le carte (tre, sette,
asso), ma pone come condizione di sposare la povera Lisaveta, gi sua dama di
compagnia. Deciso a vincere al gioco, ma senza onorare la richiesta della vecchia
contessa, Germann gioca e vince due volte, ma la terza volta al posto dell'asso esce
la dama di picche: Germann impazzisce.

E inoltre:

Il negro di Pietro il Grande (1828), romanzo storico incompiuto, in cui Pukin


rievoca le vicende del suo avo materno, l'
etiope Hannibal, che visse alla corte di
Pietro il Grande, di cui era ingegnere generale;

i Racconti di Belkin (1830), dove la trama-aneddoto il pretesto di cui Pukin si


serve per mettere a punto i complessi e perfetti meccanismi della sua narrazione;

La figlia del capitano (1936): con quest'


opera Pukin tenta la strada del romanzo
storico, che l'
autore ambienta al tempo della rivolta di Pugacv (vedi la scheda);

La donna di picche (1834), esempio riuscitissimo di racconto romantico


(hoffmaniano direbbe chi conosce il romanziere tedesco Hoffmann), saturo di
mistero, di alta densit psicologica e drammatica.

Luned 9 dicembre 2002

Nikolaj Vasil'
evi Gogol'

(Sorocincy, Ucraina, 1809 - Mosca 1852)


La vita e le opere - Gogol'non era russo, ma ucraino; la sua famiglia apparteneva al ceto dei
piccoli proprietari terrieri, quegli stessi che saranno in un certo senso protagonisti della sua
opera maggiore, Le anime morte.
Gogol'manifest ancora giovanissimo il suo amore per la letteratura e per il teatro; appena
ventenne, da poco giunto a Pietroburgo, pubblic a proprie spese il poema Hans
Kuchelganen. L'
accoglienza del pubblico fu talmente fredda che Gogol'pens di abbandonare
per sempre ogni velleit artistica e di tentare la carriera nella pubblica amministrazione (e un
impiegato sar il protagonista de Il cappotto, una delle sue opere pi riuscite).
Ma il richiamo della letteratura era troppo forte, cos che nel 1831 ritent la sorte pubblicando
la prima parte delle Veglie alla fattoria presso Dikan'ka: si tratta di raccolta di racconti
ispirati
al folclore della sua terra natale, l'
Ucraina, che per l'
autore trasfigura nell'
immagine di un
mondo fiabesco, armonico, utopico. Il tentativo and a buon fine, l'
opera ebbe un'
ottima
accoglienza e Gogol'ebbe modo di essere ammesso negli ambienti letterari e di conoscere
alcuni tra i personaggi pi in vista di quel mondo, tra cui lo stesso Pukin. Tra l'
altro il
successo gli frutt anche la cattedra di storia all'
Istituto Pedagogico della capitale; tuttavia,
nonostante ogni suo sforzo, quello dello storico non era il suo mestiere ed egli abbandon
ben presto quell'
incarico per lui tanto innaturale.
L'
anno dopo usc la seconda parte delle Veglie: era la conferma delle sue capacit di scrittore,
era il successo letterario.
Nel 1935 Gogol'torn a far sentire la sua voce pubblicando a breve distanza di tempo
Mirgorod e Arabeschi. Si trattava ancora una volta di raccolte di racconti (Arabeschi in verit
contiene anche alcuni saggi critici).
L'
atmosfera e i protagonisti non sono pi gli stessi delle Veglie: compaiono il male, la
frustrazione, la corruzione, l'
infelicit , l'
alienazione; sentimenti e situazioni quasi
personificati nella grande e allucinata capitale dell'
Impero: Pietroburgo. I nuovi protagonisti
sono impiegati di infimo grado, travolti dai meccanismi della grande citt e dalla macchina
spietata della burocrazia.
I tre racconti di Mirgorod (Il ritratto, La prospettiva Nevskij, Diario di un pazzo), unitamente
a Il naso e a Il calesse, saranno ripubblicati sotto il titolo di Racconti di Pietroburgo
unitamente ad uno delle opere pi riuscite di Gogol'
: Il cappotto (1842).
Il 1836 fu invece l'
anno del teatro: Gogol' fece mettere in scena L'ispettore generale,
commedia scritta nel 1933. Parve al pubblico che l'opera fosse pensata per suscitare il riso;
il fatto deluse l'autore, che invece intendeva fustigare la corruzione sociale, correggere il
male e le ingiustizie: mores castigare ridendo insomma.
L'
incomprensione del suo pubblico, nonostante l'
evidente successo, lo spinse ad allontanarsi
dalla Russia, a viaggiare per l'
Europa e a stabilirsi a Roma. Fu appunto durante questo
soggiorno che cominci a prendere forma la maggiore fra le opere di Gogol'
: Le anime morte.
Non f estranea al progetto del romanzo la suggestione della Commedia dantesca: l'
idea di
Gogol'era infatti quella di comporre un romanzo in tre cantiche: la violenza e la corruzione
dovuta in particolare alla forza diabolica del denaro (ovvero l'
Inferno), il riscatto morale (il
Purgatorio) e la descrizione degli aspetti positivi della Russia (il Paradiso).
La prima parte venne pubblicata nel 1842 e suscit l'
unanime entusiasmo della critica e del
pubblico. La salute di Gogol'tuttavia declinava e la grave nevrosi da cui era afflitto impediva
alla sua fantasmagorica creativit di esprimersi liberamente. Torn a viaggiare per l'
Europa

illudendosi di poter riprendere l'


interrotto filo della narrazione e di ritrovare serenit e motivi
ispiratori. I sensi di colpa e l'
angoscioso bisogno di farsi apostolo di un'
improbabile
redenzione della sua terra, lo gettava nella pi profonda prostrazione e lo spinse addirittura,
nel 1845, a dare alle fiamme il manoscritto della seconda parte de Le anime morte. Pubblic
invece Brani scelti della corrispondenza con gli amici (1846), una raccolta di riflessioni, di
aforismi, di pensieri caratterizzati da un esasperato moralismo e dall'
ossessione di vivificare le
energie spirituali dei suoi lettori.
La stroncatura della critica progressista e in particolare di Belinskij, il critico che pi di ogni
altro aveva riconosciuto in lui il pi coraggioso esponente di una letteratura non allineata ai
dettami del regime zarista, fu senza appello.
L'
ansia, i disturbi nervosi, il crescente disorientamento spinsero Gogol' ad aderire alle
posizioni degli ambienti religiosi pi retrivi e conservatori.
Nel 1948 intraprese un avventuroso viaggio in Terrasanta. Tornato in Russia, la sua salute si
aggrav rapidamente. Mor, dopo un'
atroce agonia, il 21 febbraio 1852.
Giudizio critico - Parlare di Gogol'significa solitamente parlare di realismo. Su questa linea,
nata dagli scritti di Belinskij che riconobbe in lui il fondatore della cosiddetta scuola
naturale, si posta la maggior parte dei critici.
Tra le voci fuori dal coro interessante citare Vladimir Nabokov che nelle sue Lezioni di
letteratura russa, pubblicato in Italia da Garzanti, propone una lettura controcorrente,
ponendo in evidenza soprattutto la pirotecnica libert del linguaggio e della fantasia
gogoliane.
Nonostante fosse di dieci anni pi giovane di Pukin e quattordici di Griboedov, Gogol'seppe
liberarsi da ogni loro possibile tutela artistica, inventandosi una fisionomia letteraria e uno
stile originalissimi; non solo: egli seppe a sua volta imporsi come modello per tutti i prosatori
della generazione successiva (non dimentichiamo che, all'
apparire della sua opera prima,
Povera gente, Dosto vskij venne salutato come nuovo Gogol').
Mantenendoci nell'
alveo della critica tradizionale, notiamo che lo stile gogoliano fonde in s
la descrizione realistica e minuziosa del reale con la tendenza a deformarlo attraverso
improvvisi scatti di fantasia, spinti talvolta all'
alterazione caricaturale e al grottesco.
Anche Gogol'
, come gi Pukin, scrittore difficilmente riproducibile in un'
altra lingua: la
sua prosa ricca infatti di neologismi, di idiotismi, di forme mutuate o ricalcate dall'
ucraino,
di ripetizioni e di aggettivazioni ardite e spesso iperboliche; spesso si ha l'
impressione che il
periodare di Gogol'sfugga al controllo del suo autore e proceda da s in totale e perfetta
libert, quasi autoriproducendosi.

Le anime morte (1842)


Pavel Ivanovi
i ikov viaggia attraverso la Russia comprando a poco prezzo
anime morte, cio il titolo di propriet dei contadini (anime nella Russia
zarista) morti dopo l'ultimo censimento, su cui il proprietario era tenuto a pagare,
di anno in anno, la tassa governativa fino al censimento successivo.
Il progetto di i ikov una vera e propria truffa ai danni del governo
consisteva nel servirsi di quelle anime morte e sepolte, ma giuridicamente
ancora vive, per ottenere l'assegnazione di appezzamenti di terra concessi a chi
dimostrava di possedere un certo numero di servi.
Il romanzo un vasto affresco della Russia contadina, dipinto attraverso le
caleidoscopiche figure dei proprietari che i ikov incontra nel suo peregrinare
per la vasta provincia russa: il melenso e indolente Manilov; la vecchia
Korobo ka (in russo scatoletta), avara e calcolatrice; l'irruente Nozdriov,
ubriacone megalomane, che per intravede l'inganno; Sobakevi , semplice ma
inteso alla moneta; l'avido e tirchio Pliukin.
Nella piccola citt dove si stabilito, i ikov, grazie alla sua capacit di fingere,
riesce a farsi passare per un ricco possidente: tutti ne ricercano l'amicizia, tutti lo
ricevono nella propria casa. Tuttavia, un poco alla volta, viene a galla la verit e
i ikov deve levare le tende e fuggire.
Il romanzo sarebbe dovuto continuare con una seconda e una terza parte (la
seconda fu scritta ma poi distrutta dallo stesso Gogol').

Il cappotto (1837)
Il povero impiegato Akakij Akakievi Bama kin (cognome che in russo suona
pressappoco come Scarpolini) costante oggetto di dileggio e di sopraffazione
da parte dei colleghi e dei superiori. Avvicinandosi il terribile inverno
pietroburghese, Akakij si trova nella necessit di sostituire la vecchia palandrana,
ormai consunta dall'uso, con un cappotto nuovo. Per procurarsi il denaro
necessario si sottopone ad inenarrabili privazioni.
Avuto finalmente il cappotto, tornando da una festa in cui fatto straordinario
era stato invitato dal suo superiore, viene assalito e derubato.
Disperato, si rivolge all'autorit di polizia, senza per ottenere giustizia; invoca
anche l'intervento di un pezzo grosso, ma senza alcun risultato; anche una
colletta dei colleghi va a vuoto.
Il povero impiegato muore di l a pochi giorni di freddo e di disperazione, ma il
suo fantasma, fattosi intraprendente e aggressivo, assale i passanti pietroburghesi
(e tra questi anche il pezzo grosso) derubandoli dei loro cappotti.

(Byt priglannym na aku a)

...

ovvero: essere invitati a prendere il t...


Non solo per i Cinesi o per i sudditi di Sua Maest Britannica il t un rito:
anche per i Russi l'abitudine di bere il t un'usanza consolidata, tanto che non
raro incontrare nei romanzi citazioni di questa bevanda.
Sembra che il t fosse noto in Russia gi nel XVI secolo: un documento del
1567 ci racconta di due atamani cosacchi che facevano uso dell'antica bevanda
cinese. L'arrivo ufficiale risale per al 1638: lo port a Mosca un diplomatico, un tale
Vassilij Starkov, capo di una delegazione inviata in Mongolia, quale dono del Khan
mongolo allo zar Michele I.
A corte la bevanda riscosse un notevole successo; i Russi presero quindi a
importare regolarmente le preziose foglioline direttamente dalla Cina a dorso di
cammello. Dal 1689 si stabilirono precisi accordi commerciali per regolamentare il
commercio del prezioso prodotto: nacque cos il cosiddetto t di carovana,
alternativa al t che giungeva in Europa via mare attraverso i porti inglesi e olandesi.
Carovane di duecento, trecento cammelli raggiungevano il confine di Usk Kayachta
cariche di pellicce che barattavano con grosse ceste di t; il viaggio era lunghissimo
e tra il momento della raccolta e l'arrivo a Mosca o a Pietroburgo poteva passare
anche un anno e mezzo.
And formandosi anche un gusto particolare, quello della miscela nota ancora
oggi con il nome di Russian caravan tea: in genere si tratta di t cinese nero a foglia
molto lunga cui vengono aggiunte piccole quantit di Lapsang Souchong, un t
coltivato nella provincia di Fukien dal caratteristico aroma affumicato; nel complesso
quindi una miscela vivace dal gusto appena amaro, bevuta solitamente pura o con
una nuvoletta di latte.
A partire dal Settecento il t prese a diffondersi anche fra le classi popolari e
con esso il tipico bollitore che ritroviamo in tutti i romanzi russi: il samovar. Questa
curiosa teiera, che i Russi importarono dalla Persia (o, secondo altri, dalla Mongolia),
permette di mantenere l'acqua costantemente calda; il samovar poi sormontato
dalla teiera vera e propria nella quale viene preparato un forte infuso di t: basta
versarsi nel bicchiere o nella tazza un po' di questo infuso e diluirlo a piacere con
l'acqua del samovar e la bevanda pronta.
Altra curiosit: i Russi non sciolgono lo zucchero nel t come facciamo noi, ma
si mettono una piccola zolletta o un cucchiaino di marmellata direttamente in bocca
prima di accostare alle labbra la tazza del t.
A partire dal XIX secolo i Russi cominciarono a coltivare il t in proprio, prima
sulla costa del Mar Nero e in Georgia, poi anche in Azerbaigian, nella zona di
Krasnodar e in Ucraina.

Luned 16 dicembre 2002

Michail Jurevi Lermontov

(Mosca 1814 Pjatigorsk, Caucaso, 1841)

La vita - Individuare la presenza delle categorie proprie del Romanticismo all'


interno della
letteratura russa del primo Ottocento non compito agevole: nella complessa tessitura
dell'
opera di Pukin vi certamente qualche filo di Romanticismo; lo stesso, fatte le dovute
distinzioni, si pu dire di Gogol'
; ma il primo troppo grande per essere chiuso in gabbia; il
secondo troppo originale e caratteristico per essere ridotto a semplice esponente di un
movimento occidentale.
Se proprio intendiamo attribuire a un letterato russo l'
etichetta di artista romantico,
dobbiamo rivolgerci a Lermontov: egli rappresent, sia nell'
opera che nella vita, l'
epopea
dell'
eroe romantico; non per nulla il suo maestro, il suo idolo fu quel Byron che concluse,
ancor giovane, la sua vita scandalosamente policentrica e smisuratamente anticonformista
combattendo a Missolungi per la libert della Grecia.
Lermontov, giunto a Mosca dalla provincia, dopo essersi iscritto a sedici anni al Collegio
universitario per la nobilt, lasci ben presto la grigia carriera di studente per abbracciare la
ben pi viva carriera militare, che, per gli ussari della guardia di stanza a Pietroburgo,
significava innanzitutto vita mondana, divertimento, sregolatezza.
Vero emulo del suo idolo, Lermontov byroneggiava assumendo pose anticonformiste e
provocatorie di demoniaca ribellione. Saputo della morte di Pukin, scrisse la lirica La
morte del poeta, violentemente accusatoria contro quanti, in un modo o nell'
altro, erano stati
complici della morte del grande russo. L'
opera richiam le attenzioni tutt'
altro che benevole
delle autorit e gli cost un primo esilio nel Caucaso. Solo per interessamento di parenti e
amici pot rientrare nel 1838 a Carskoe Selo ed essere reintegrato nel suo reggimento.
Tra il 1839 e il 1840 pubblic il suo capolavoro: Un eroe del nostro tempo.
In quello stesso 1840, la partecipazione a un duello gli cost nuovamente un trasferimento
punitivo nel Caucaso. Tornato per una breve licenza a Pietroburgo, decise di chiedere il
congedo; essendogli stato rifiutato, dovette far ritorno alla guarnigione: durante il viaggio,
presso la stazione termale di Pjatigorsk, venne sfidato a duello da un ufficiale, suo vecchio
compagno di scuola, Martinov, che lo uccise. Lermontov aveva ventisette anni.

L'opera - Le sue prime opere di rilievo sono alcuni poemetti licenziosi (Saska, 1836; La
tesoriera di Tambov, 1838) i cui soggetti derivano dall'
esperienza militare e che, rinnegando i
la vistosa retorica dei primi acerbi tentativi poetici, anticipano il realismo della maturit. Nel
1837 la lirica La morte del poeta, fremente di sdegno contro i cortigiani, colpevoli con i loro
pettegolezzi di aver provocato la morte di Pukin, gli provoc, come s'
detto, l'
ostilit

dell'
intera corte e l'
esilio nel Caucaso. E proprio questa misteriosa e selvaggia catena di monti
sar lo sfondo dei suoi poemi pi noti e significativi: Il demone e Il novizio (1840).
Il demone, creatura maligna scacciata da una mitica terra della beatitudine, essere indocile
incapaci di conciliarsi con il mondo e con l'
umanit, la figura centrale della poesia di
Lermontov.
Il demone , in un certo senso, anche l'
anima nascosta del suo capolavoro, il romanzo Un
eroe del nostro tempo (1840): Pe orin, l'
eroe romantico protagonista dei cinque racconti in cui
si articola il romanzo, uomo dal carattere magnanimo, condanna se stesso all'
isolamento e
all'
incomprensione proprio a motivo della sua incapacit di conciliarsi con il mondo e con la
massa degli uomini, anonima e informe. Il tema della ribellione, dell'
insofferenza, del senso di
impotenza che ne deriva anticipa per certi versi figure e circostanze che ritroveremo pi tardi
in Dostovskij, ma anche in poeti del '
900 come Blok, Esenin, Majakovskij e Pasternak.
Cos come gi Pukin e Gogol'
, anche Lermontov si occup di teatro: nel 1835 scrisse Un
ballo in maschera, dramma che narra di Arbenin, assassino per gelosia della giovane moglie,
lui che pure in giovent era stato impenitente dongiovanni e che ora tormentato dai ricordi
di un burrascoso passato di cui prigioniero.

Un eroe del nostro tempo (1841)


Ambientato nel Caucaso, Un eroe del nostro tempo articolato in cinque novelle
accomunate dal protagonista: l'ufficiale Pe orin.
Nelle prime due (Bela', Maksim Maksimy ) il narratore appunto Maksim
Maksiny , un amico del protagonista. Le restanti (Tamari; La principessina
Mary; II fatalista) sono invece tratte dal diario dello stesso Pe orin.
1 - Bela una principessa tartara rapita con l'inganno da Pe orin e uccisa per
una vendetta dal tartaro Kasbi ;
2 - Maksim Maksimy e la storia dell' incontro di Pe orin con l'amico al quale
affida il suo diario. Dopo una breve avvertenza in cui si informa il lettore della
morte di Pe orin, si passa a:
3 - Taman, storia di un agguato teso all'ufficiale da una bella contrabbandiera;
4 - Nella Principessina Mary, ambientato nella localit termale di Pjatigorsk,
quella stessa in cui Lermontov trover la morte, Pe orin vive una duplice storia
d'amore con Vera, sua antica amante, e con la giovane Mary, entrambe
innamoratesi di lui. Il tenente Grunickij, a sua volta innamorato di Mary,
sfider Pe orin a duello e verr da lui ucciso.
5 - Il Fatalista racconta la storia dell'ufficiale Vuli il quale, per dimostrare la
sua cieca fede nel destino che sovrasta ciascun uomo, sperimenta su di s, di
fronte a Pe orin, il terribile gioco della roulette russa. La fortuna lo assiste e
l'arma fa cilecca. Pe orin tuttavia gli legge la morte in volto e glielo dice. Quella
stessa sera un tartaro ubriaco in cui Vuli si casualmente imbattuto per strada,
lo uccide.

Il demone (1839/1841 in varie stesure)


Protagonista del poemetto, ambientato ancora una volta nel Caucaso, un
demone bellissimo che, scacciato dal paradiso, si aggira volando per i monti.
Finisce cos per innamorarsi della bellissima Tamara, una bellissima fanciulla
georgiana in procinto di sposarsi.
Ma lo sposo promesso cade in un agguato e nel dormiveglia gli appare il demone
malvagio, essere bellissimo che lascia una traccia indelebile nella sua memoria.
Tamara si ritira in convento, ma nemmeno l la sua anima ha pace: l'immagine
del demone viene continuamente a visitarla.
Una notte, il demone entra nella sua cella, le rivela il suo amore sconfinato e la
bacia ardentemente. La fanciulla, turbata e sconvolta ne muore. Inutilmente il
demone tenter di strappare l'anima di Tamara all'angelo che l'ha presa in
consegna.

Il sistema onomastico russo


(prima parte)

Di Ivan IV il Terribile, il cui soprannome rimasto nella memoria popolare soprattutto


per la sua crudelt, non conosciamo il cognome. Il nome proprio Ivan, attribuito
anche a tutti gli altri zar russi, era il caratteristica nome dei principi moscoviti; il
patronimico Vassiljevi gli derivava dal nome del padre: Vassilij; ma per quanto
riguarda il cognome, neppure lo stesso Ivan avrebbe potuto aiutarci: a quell'epoca,
infatti cos come del resto anche da noi - i cognomi non esistevano ancora.
I primi cognomi russi furono i soprannomi dei boiardi, verso la fine del XIV secolo;
poi comparvero, nel Cinquecento, quelli degli altri nobili; all'inizio dell'Ottocento
furono estesi agli abitanti delle citt, e soltanto alla fine del secolo anche ai contadini.
Soltanto a partire dal XIX secolo, infine, il vocabolo familija acquist il nuovo
significato di cognome: prima di allora la parola, che evidentemente deriva dal
latino, veniva usata con la stessa accezione italiana di famiglia (oggi sem'ja).
La maggior parte dei cognomi russi deriva dai patronimici privati del suffisso -i
Se il padre si chiama Ivan, il patronimico Ivanovi che, tolto il suffisso, diventa
appunto Ivanov.
Molto cognomi derivano, come del resto anche in altre lingue, dalle professioni: quali
Kuznetsov: figlio del fabbro (cfr l'italiano Fabbri o anche Ferrari), Stolarov: figlio del
falegname (cfr l'italiano Marangoni). Altri stanno invece ad indicare precise
caratteristiche fisiche o comportamentali, tolstyj. per esempio, che significa grasso,
all'origine del cognome Tolstoj; gorkij, che significa amaro all'origine del
cognome Gorkij.
La prossima volta cercheremo di capire perch i russi hanno in genere tre nomi:
ricordate...

Aleksandr Sergeevi Pukin


Nikolaj Vasil'evi Gogol'
Michail Jurevi Lermontov...

Luned 13 gennaio 2003

Ivan Aleksandrovi Gon arov


(Simbirsk 1812 - Pietroburgo 1891)

Nato in un piccolo e sperduto villaggio sulle rive del Volga, figlio di una famiglia della media
borghesia (il padre era un ricco mercante), Gon arov fu uomo socialmente integrato,
politicamente moderato, tutto sommato un grigio burocrate (lavor presso uno dei tenti uffici
ministeriali dell'
immensa burocrazia zarista). Chi ha letto il suo capolavoro, Oblomov, non
pu non provare la tentazione di vedere in lui una sorta di versione realisticamente attenuata
del pi riuscito dei suoi personaggi, Oblomov appunto.
L'
attivit letteraria di Gon arov si era aperta con un romanzo a tesi: Una storia comune
(1947), che narrava la vicende di un giovane idealista e delle sue disillusioni; l'
opera era stata
salutata con discreto entusiasmo dalla critica militante. Rispettoso dei propri ritmi personali,
Gon arov era tornato a farsi vivo dodici anni dopo con un nuovo e pi poderoso romanzo:
Oblomov (1859), opera che pu essere annoverata a pieno titolo fra i classici della letteratura
russa. La carriera di Gon arov si chiuder poi dieci anni dopo con la pubblicazione de Il
burrone (1869).
Trionfa nell'
opera di Gon arov la ribelle celebrazione - dove la ribellione da intendersi
pi come resistenza passiva che come azione dello spirito russo: quel misto di cultura
europea e di asiaticit , di razionalit subita e di fatalismo vissuto, di difficolt ad accettare la
storia e il mutare dei tempi che trovano un'
incarnazione emblematica nell'
immobilismo
morboso e quasi patologico di Oblomov. Se dovessimo sintetizzare in due parole la filosofia
che pervade la vita del protagonista, dovremmo definirla semplicemente paralisi dello
spirito. Il critico Dobroljubov coni addirittura il termine oblomovismo. Naturalmente c' chi
tent di trovare in Oblomov l'
esplicita critica alla realt sociale russa, immobile e sonnolenta,
come gi era accaduto al Gogol'delle Anime morte. Non certamente qui che vive l'
anima del
romanzo: non era infatti intenzione dell'
autore denunciare il vuoto spirituale della provincia
russa n muovere critiche all'
ozio e alla dissipazione della piccola nobilt terriera del suo
Paese. Lo stesso personaggio di Stol'
c, eticamente contrapposto ad Oblomov, artisticamente
piatto: tutta la simpatia del lettore va al protagonista, simbolo di una generazione aperta ad
ogni generosa aspirazione e sensibile ai pi alti valori, ma incapace di impegno concreto e
riluttante ad ogni disciplina di vita. Sbaglia insomma chi vede in Gon arov un esponente del
realismo russo: egli semplicemente portavoce dell'oblomovismo e la sua grandezza sta
proprio nel fatto che egli sembra sorgere dal nulla e che, almeno in apparenza, non lascer
alcuna apparente eredit nella storia del romanzo russo: Oblomov rappresenta un'
opera a se
stante e un capolavoro compiuto in se stesso (in questo senso qualcuno l'
ha paragonato al
nostro Gattopardo).

Tutti voi avete una certa dimestichezza con le lingue straniere; sicuramente tutti avete studiato
(meglio: dovreste aver studiato!) il latino e conoscete il sistema delle declinazioni; nei primi
incontri di questo corso ci siamo avvicinati all'
alfabeto cirillico e ai primi semplici
meccanismi morfosintattici della lingua russa.
Oggi puntiamo in alto: prenderemo fra le mani nientemeno che un passo di Oblomov, il
romanzo di Gon arov di cui si parlato in questa lezione, e proveremo a smontarlo;
cominceremo prima a leggerlo, poi a riconoscere qualche vocabolo, qualche desinenza,
qualche meccanismo sintattico; infine tenteremo di ricostruirne il significato.

Un giorno, tuttavia, un fatto inatteso turb la vita monotona di Oblomovka. Dopo la siesta,
che aveva seguito come di consueto un pasto troppo abbondante, tutta la famiglia si era
seduta tra gli ospiti intorno alla tavola del t, quando un contadino del villaggio, di ritorno
dalla citt, apparve sulla soglia. Dopo aver frugato in tasca, ne estrasse a fatica una lettera
sgualcita indirizzata a Ilj Ivnovic Oblmov. Tutti si atterrirono. La signora impallid. Ogni
sguardo si pos sulla busta, ogni naso la fiut.
Che ci capita? di chi sar questa lettera? esclam la signora, riavendosi dall'emozione
improvvisa.
Il padre prese la lettera e la rigir tra le mani, non sapendo che fare.
Dove l'hai trovata? domand al contadino. Chi t l'ha data?
Alla locanda, dove mi son fermato per far riposare il cavallo. Erano venuti due volte dalla
posta per sapere se non si era visto un mugik di Oblmovka, poich c'era una lettera per il
brin. In principio mi sono nascosto, e il postino se n' andato con la sua lettera. Ma il
sagrestano di Verchljvo mi ha visto e l'ha detto. Allora son tornati di nuovo all'albergo
gridando e bestemmiando e mi hanno fatto pagare cinque kopeke. Ho domandato che cosa
dovevo fare della lettera, e m'hanno risposto di portarla a Vostra Grazia.
Non avresti dovuto accettarla disse una vecchia, indignata.
Io non volevo!... Ho detto: E che volete che ce ne facciamo noi di questa lettera? O che
ne abbiam bisogno, noi? Non mi stato ordinato e non oso prenderla, non oso. Andatevene al
diavolo con la vostra lettera! .
Ma il postino urlava e bestemmiava e minacciava rapporti e che diavolo altro, e mi ha
obbligato a prenderla.
Idiota! disse la signora .
E chi mai pu scrivermi? sospir Oblmov, osservando la busta. Eppure mi par di
conoscere questa calligrafia.
La lettera pass dall'una all'altra mano. Ognuno dava un parere, faceva un commento, una
supposizione. Che poteva apportare? I cervelli si confondevano. Oblmov ordin che gli
fossero portati gli occhiali. Per un'ora e mezzo si ricercarono. Se li accomod finalmente sul
naso, e stava per stracciare la busta. La moglie l'arrest tremando:
Butta via, Ilj Ivnovi ! Chi sa che cosa pu contenere!. Pu annunciare un guaio, una
disgrazia. Sai, il mondo divenuto cos cattivo! Avrai tempo a leggerla domani o posdomani.
Non voler gi via!...
La lettera fu cos richiusa a chiave con gli occhiali, e la famiglia termin la merenda. Questo
avvenimento cos insolito turb tuttavia gli animi. Al t, per tutto il domani, i discorsi non
abbandonarono la lettera per un solo attimo. Alfine non si resistette pi. Il quarto giorno la
missiva fu solennemente aperta al cospetto di tutti i familiari. Ilj Ivnovic Oblmov osserv
la firma.
Radi ev! proruppe. Guarda, guarda! il nostro caro Filippo Matvj jevi !
Come, lui? stupirono i familiari! dunque ancor vivo! Non morto! Grazie a Dio!...
Sentiamo che cosa scrive...

Il vecchio Oblmov lesse ad alta voce la lettera. Filippo Matvjjevi domandava la ricetta per
fabbricar la birra, che la birreria di Oblmovka era famosa nella contrada.
Mandategli! mandate la ricetta! gridaron tutti. Bisogna rispondergli assolutamente!
Trascorsero quindici giorni.
Bisogna scrivere quella lettera disse allora alla moglie Ilj Iv novi . Dov' la
ricetta?
Gi, dov'? ripet la donna. La cercher... Ma perch tanta fretta?
Se Dio ci aiuta, giungeremo alle feste, e quando avremo mangiato di grasso, potrai scrivere
con tuo comodo...
Hai ragione concluse Ilj Ivnovi . Sar ben pi disposto a scrivere, allora!
Le feste vennero. Si riparl della lettera. Ilj Iv novi decise di scriverla. Si rinchiuse nel suo
studio, inforc gli occhiali, e si sedette allo scrittoio. Un sacro silenzio pos nella casa. Si
proib ai servi di turbarlo con il minimo rumore. Con mano tremula il vecchio tracci le
parole Egregio Signore sulla carta; ma con tanta precauzione, con tanto zelo, quasi si fosse
trattato di un'impresa terribilmente perigliosa. La moglie venne a lui.
Ho cercato dappertutto disse ma non trovo assolutamente la ricetta. Guarder
ancora nell'armadio della camera da letto... E come invierai quella lettera?
Per la posta.
E quanto coster?
Ilj Ivnovi consult un vecchio calendario.
Quaranta kopeke rispose.
Quaranta kopeke? E tu butterai questo denaro per simile bazzecola!
Sarebbe meglio aspettare un'occasione per fargliela recapitare, e dar ordine ai contadini di
informarsi in citt!...
Hai ragione! Sar meglio far cos disse il vecchio, posando la penna e togliendosi gli
occhiali, sar molto meglio far cos concluse ancora. Avremo ben tempo di fargli
avere una risposta.
Non si mai saputo se Filippo Matvjjevi Radi ev abbia ricevuto la ricetta richiesta.

Luned 20 gennaio 2003

Ivan Sergeevi Turgenev


(Orl 1818 Bougival, Parigi 1883)

La vita di Turgenev coincide grosso modo con l'


arco evolutivo del liberalismo russo: dalla
rivolta dei decabristi (1825) all'
inizio del terrore bianco (1881); e i suoi legami con il
liberalismo furono indubbiamente importanti e significativi.
Di famiglia benestante e di antichissima nobilt, Turgenev visse i primi anni nella tenuta
materna; il rapporto con la madre, aspra e dispotica, fu per problematico gi dall'
infanzia.
Port a termine gli studi nelle capitali, dove ebbe modo di conoscere da vicino i grandi nomi
della letteratura di quegli anni: Pukin e Gogol'
. Di mentalit aperta e ammiratore
dell'
Occidente, nel 1838 si trasfer per qualche tempo a Berlino; qui entr in contatto con i
maggiori esponenti dell'
idealismo russo degli anni Quaranta, in particolare con Herzen. Nel
frattempo si faceva conoscere attraverso la pubblicazione di alcune raccolte di versi (la sua
prima raccolta, Paraa, usc nel 1843 e venne favorevolmente notata da Belinskij, il pi noto
dei critici progressisti,).
L'
esordio come narratore si ebbe con la pubblicazione di Andrej Kolosov (1844); dopo un
tentativo di scrittura teatrale (Un'imprudenza, 1843), a partire dalla met degli anni Quaranta
Turgenev si vot totalmente alla letteratura.
Anche in seguito a gravi dissidi con la madre, spinto dalla passione amorosa quella per
Pauline Viardot che coltiver per tutta la vita, nel 1847 Turgenev lasci nuovamente la
Russia; in quello stesso anno vide la luce il primo dei racconti delle Memorie di un cacciatore
(1852): Chor' e Kaliny .
L'opera racconta e descrive i casuali incontri avuti dall'autore durante i suoi vagabondaggi
di cacciatore nella nativa regione di Bolchv; l'autore intende semplicemente narrare ci che
egli vide ed ud, attenendosi scrupolosamente ai fatti.
Fatte le debite distinzioni, le Memorie di un cacciatore furono una sorta di Capanna dello zio
Tom in versione russa: contribuirono infatti a far s che l'
opinione pubblica prendesse
coscienza delle condizioni di arretratezza e di disumanit in cui versavano i contadini russi.
Non si creda per che Turgnev fosse il prototipo dell'
intellettuale impegnato e dell'
agitatore
sociale; egli, semplicemente manifestava nell'
atto di scrivere una personale particolare
sensibilit artistica che lo portava a porre lo sguardo su tutti gli aspetti della realt russa.
L'
opera ebbe comunque un effetto esplosivo e cre vivo allarme negli ambienti di corte,
dominati allora dal conservatorismo gretto ed ottuso che caratterizz tutto il regno di Nicola I.
Turgenev sub l'
arresto e venne condannato al confino nelle propriet di famiglia. Diciotto
mesi dopo, al suo ritorno a Pietroburgo, fu accolto dagli ambienti progressisti come il
portabandiera delle loro aspirazioni riformatrici. Pare del resto che la lettura delle Memorie
abbia contribuito a spingere il nuovo sovrano, il pi aperto Alessandro II, ad accelerare il
processo di riforma che port all'
abolizione della servit della gleba.
Artisticamente i racconti di Memorie di un cacciatore sono improntati a un realismo semplice,
lineare, antiretorico; del resto la lingua di Turgenev sicuramente tra le migliori, assieme a
quelle di Pukin e Tolstoj, prodotte dalla letteratura russa. Notevole invece la distanza da
Gogol'
: per quanto egli condivida con quest'
ultimo l'
attenzione per la realt e il gusto del
particolare, il suo stile assolutamente diverso da quello dell'
autore de Le anime morte: la
scrittura di Turgenev infatti elegante e raffinata, attenta alla struttura e all'
armonia del
periodo, laddove quella di Gogol' era stata originale, imprevedibilmente audace e
stravagante.
Nel 1856 vide la luce Rudin', romanzo dedicato al primo degli uomini superflui dell'opera

turgeneviana, ovvero a quegli uomini di generosa idealit e di grandi valori, incapaci per di
azione (ce ne ricorderemo quando, presentando i Demoni di F.M. Dostovskij, incontreremo
il personaggio di Stepan Trofimovi Verchovenskij).
Nel 1859 usc il secondo romanzo, Un nido di nobili; l'
anno dopo fu la volta de Alla vigilia; in
seguito, nel 1862, lo scrittore diede alle stampe il suo capolavoro: Padri e figli.
Turgenev indubbiamente sapeva far parlare di s: ogni suo romanzo era annunciato e atteso
dal pubblico e in genere finiva per dividere i lettori e per dar vita polemiche, plausi, attacchi
d'
ogni genere. Nel caso di Padri e figli, l'
opera suscit le reazioni furibonde della critica
progressista, che accus l'
autore fino ad allora suo beniamino - di aver messo alla berlina la
nuova generazione, i nuovi e pi impegnati intellettuali degli anni Sessanta. Turgenev,
risentito, prefer ancora una volta lasciare la Russia stabilendosi prima in Germania e poi a
Parigi.
Grazie a questi viaggi e ai suoi soggiorni all'
estero, egli fu il primo fra gli scrittori russi ad
entrare nei circuiti letterari europei e fu l'
unico, in vita, ad essere apprezzato e conosciuto dal
pubblico occidentale; fu, tra gli altri, amico di Flaubert, di Mrime e di Balzac.
In realt Padri e figli, lungi dal voler essere un romanzo schierato, altro non fece se non
riproporre sul piano della letteratura un dibattito molto vivo nell'
opinione pubblica del tempo:
quello tra la generazione del Quaranta (quella stessa di cui avevano fatto parte Herzen e
Belinskij), ovvero i padri, e quella degli anni Sessanta, antiidealista, democratica e nichilista,
ovvero i figli. Il tema gi lo si detto torner anche nei Demoni di Dostovskij (1870/72).
Testimonianza di questa frattura tra Turgenev e la sua patria , in certo senso, il romanzo
successivo, Fumo (1867), ambientato nella localit termale di Baden-Baden, allora assai
frequentata dall'
emigrazione russa. Il fumo, ovvero la fumosit che avvolgeva e tarpava le ali
alla nazione russa, quello che simbolicamente vede dal finestrino del treno Litvinov, uno dei
personaggi del romanzo, l'
ennesimo uomo superfluo uscito dalla penna di Turgenev.
L'
ultima fatica letteraria, Terre vergini, richiese un decennio di lavorazione; avrebbe voluto
essere il vessillo di una stagione nuova, una stagione in cui, dissolto il fumo del passato, la
Russia si sarebbe avviata verso pi luminosi destini; ma il peso dell'
ideologia rese il romanzo
freddo, eccessivamente schematico e sterilmente artificioso.
Prima di Turgnev i contadini-servi della gleba non avevano avuto alcuna parte nella
letteratura: Gogol'nelle sue Anime morte, li aveva relegati sullo sfondo, facendone una massa
indistinta di comparse o, nel migliore dei casi, di macchiette (si ricordi, a titolo di esempio, la
piccola Pelageja vestita di tela fatta in casa, con i piedi nudi che in lontananza potevano
parere scarponi, tanto erano impastati di fango). In Oblomov di Gon arv o in Aksakov, la
situazione non era certo migliore: i contadini di Oblmovka erano un docile gregge, prono
alla volont del signore: buono, benevolo, paterno finch si vuole, ma sempre padrone.
Con Turgenev l'
approccio cambia radicalmente: il contadino-servo diventa un uomo ricco,
nel bene e nel male, di una propria precisa individualit.

Luned 27 gennaio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I Da Povera gente alle Memorie del sottosuolo


Fdor Michjlovi Dostovskij nacque nei sobborghi di Mosca il 30 ottobre 1821. Il padre, un
aristocratico impoverito - i Dostovskij, originari della Lituania, erano stati depennati dai
ranghi della nobilt russa due secoli prima - medico di professione, era in famiglia uomo
duro, dispotico e bizzarro; la madre invece era una donna dolce, mite e profondamente
religiosa. Dopo la sua morte (1837) Dostovskij si iscrisse alla scuola del genio militare di
Pietroburgo, istituto che frequent senza entusiasmo, mentre gi dentro di s andava
maturando la vocazione alla letteratura. Nonostante ci, nel 1843 super felicemente gli
esami finali e ottenne il diploma. Fu in quegli anni che, dopo aver accumulato febbrili infinite
esperienze di lettura, inizi a scrivere: le sue prime composizioni mescolavano
all'
affabulazione comico-grottesca di ispirazione gogoliana un bisogno di introspezione
psicologica dei personaggi originalissima e gi tutta dostovskijana.
Nel 1846 usciva Povera gente, salutato dalla critica progressista come l'
opera di un nuovo
Gogol': per quanto lontana dagli esiti successivi, Povera gente metteva infatti in luce
l'
attenzione dell'
autore per la miseria dell'
uomo, la sua degradazione materiale e morale,
l'
incomprensione di una societ profondamente ingiusta, la bont misconosciuta, l'
innocenza
calpestata. L'
opera, scritta in forma di romanzo epistolare, per quanto ancora intrisa di
sentimentalismo, gi si addentrava nel mondo degli umiliati e offesi, dei gogoliani Akkij
Akkievi , per intenderci.
Sull'
onda del primo successo, usc quello stesso anno II sosia, storia di una dissociazione
psichica che travolge il protagonista alle prese con un altro se stesso, un sosia appunto. Il
romanzo fu accolto piuttosto freddamente, soprattutto dalla critica: a Belinskij e alla sua
cerchia quell'
indagare kafkianamente nei meandri della psiche a scapito dell'
osservazione
della realt parve una defezione, se non un vero e proprio voltafaccia. Ne Il sosia infatti
preponderante la componente grottesca (gi presente nel Gogol'delle Memorie di un pazzo o
de Il naso) e un'
attitudine tutta originale allo scavo interiore.
Le notti bianche, pubblicato nel 1848, segna il superamento definitivo di questa fase e il
passaggio a un realismo lirico pi maturo e personale. Il romanzo, romantico e sentimentale,
narra le vicende di un amore impossibile nato e vissuto nell'
atmosfera allucinata di una
Pietroburgo al solstizio d'
estate (a quelle latitudini le notti bianche sono fenomeno tipico di
questa parte dell'
anno).
L'
improvvida adesione a un circolo di intellettuali socialisteggianti, il circolo Petraevskij,
nel clima repressivo che gravava sulla Russia negli ultimi anni di regno di Nicola I, cost a
Dostovskij l'
arresto e la condanna a morte. Ottenne la grazia il giorno stesso dell'
esecuzione,
dopo che il comandante della guarnigione aveva gi allestito la macabra messinscena della
fucilazione.
La condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia, esperienza durissima,
rievocata in una sorta di pamphlet pubblicato nel 1861-62: Memorie da una casa di morti.
Uscito dall'
inferno dei lavori forzati, Dostovskij, prima di poter tornare nella Russia europea,
dovette prestare quattro anni di servizio militare a Semipalatnsk dove, nel 1857, spos una
giovane vedova (ma il matrimonio non fu dei pi felici).
Dopo il ritorno dal forzato soggiorno siberiano (1858), Dostovskij pubblic una serie di
racconti sulle riviste Il tempo e Lepoca, di cui era collaboratore; questi racconti costituirono
una sorta di trait d'union tra la produzione precedente, di cui riprendevano la vena realisticogrottesca anticipando nel contempo la vocazione psicologica dei romanzi maggiori.

Nel 1859 Dostovskij diede alle stampe Il villaggio di Stepan ikovo e Il sogno dello zio.
Nel 1862 vide la luce il romanzo Umiliati e offesi, ancora vicino, per certi versi, ai modi di
Povera gente. L'
elemento di novit era costituito dal fatto che il comico e il grottesco
apparivano per la prima volta definitivamente sublimati in un superiore senso di tragicit. Il
realismo, ormai allo stato puro, trionfava e anche il sentimentalismo, che ancora animava un
romanzo come Le notti bianche, era solo un ricordo del passato. Gi si intuivano nel radicale
contrasto che contrapponeva l'
umiliato e offeso Vanja al principe Valkrskij, le grandi lotte
che tormentavano la psiche di tanti dei personaggi maggiori; gi vi riconosciamo tutto il
materiale - la crudelt, la mitezza, l'
innocenza, la sensualit... - che sarebbe servito a dare
forma alla psicologia dei Karamazov.
Quasi contemporaneamente, Dostovskij pubblic un racconto di argomento parzialmente
autobiografico, ambientato in un bagno penale siberiano, dal titolo Memorie da una casa di
morti: ancora una volta il crudo realismo della descrizione psicologica ci mostrano con
evidenza quanto si stesse trasformando lo stile dello scrittore.
Nel 1863, usc Il giocatore, in cui la pochezza delluomo russo contemporaneo (ricordate l'
uomo superfluo di Turgnev? Ricordate Oblomov?), veniva vista attraverso la lente della
roulette e del gioco d'
azzardo.
Il 1864 fu per Dostovskij un anno tragico: alla morte della moglie e del figlio si aggiunsero
gli insuccessi nel campo dell'
attivit giornalistica e la conseguente difficile situazione
finanziaria.
Lanno successivo (1865) venne pubblicato Memorie dal sottosuolo, storia del fallito tentativo
di redenzione di una prostituta: l'
opera chiudeva la fase giovanile (il termine improprio
giacch l'
autore aveva gi quarantaquattro anni!) ed apriva la strada ai grandi romanzi degli
anni Sessanta e Settanta.
Si tratta di un lavoro che vanta una sua precisa fisionomia: un allucinato e delirante monologo
del protagonista (la cui identit rimane indefinita), una sorta di sosia redivivo, che si
sdoppia in rapida alternanza fra autoflagellazione ed autoesaltazione, tutte dinamiche che
animeranno l'
analisi dei grandi personaggi della produzione successiva.
Con il 1866 si apr la stagione dei grandi romanzi, inaugurata da Delitto e castigo, romanzo a
met tra il giallo e lo psicologico, suggellato dal pentimento e dal desiderio di espiazione del
protagonista.
Nel 1867 Dostovskij si spos per la seconda volta. Nello stesso anno diede alle stampe II
giocatore, romanzo parzialmente autobiografico, ambientato nel mondo della roulette (quello
del gioco fu per Dostovskij una vera e propria ossessione).
La situazione economica continuava ad essere disastrosa: per sfuggire ai creditori Dostovskij
decise di riparare all'
estero, dove rimase cinque anni, durante i quali viaggi attraverso
Germania, Francia, Italia, Svizzera.
A questa fase della sua vita risalgono il romanzo L'idiota (1868-69), storia dell'
impossibilit
di conciliare la bont primigenia del protagonista con le logiche del mondo. Subito dopo il
ritorno in patria pubblic I demoni, tutto centrato sulla problematica del nichilismo (il
romanzo fu pensato a partire da un fatto di cronaca). Nel 1875 fu la volta de L'adolescente,
storia di un ragazzo che supera la propria condizione di emarginazione e la propria
misantropia praticando quegli ideali di populismo mistico, tanto cari all'
autore. Nel 1879-80
vide la luce l'
ultimo romanzo di Dostovskij, forse il suo capolavoro: I fratelli Karamazov,
romanzo complesso e polifonico in cui, all'
odio tra un padre libertino e snaturato e i figli, si
contrappone e la purezza e la fede di una creatura innocente.
Il 1881 era iniziato sotto i migliori auspici: il successo de I fratelli Karamazov superava anche
le pi rosee aspettative, sia dal punto di vista della critica, sia dal punto di vista economico;
anche la salute di Dostovskij pareva migliorata.Domenica 25 gennaio tuttavia un'
improvvisa
emorragia polmonare fece precipitare la situazione; nonostante gli interventi dei medici e le
cure dei familiari, lo stato di salute dello scrittore and progressivamente aggravandosi: si
spense serenamente la sera del 28 gennaio 1881.

____________________________

Scheda di approfondimento: Occidentalisti e slavofili


Parlando di Turgnev e di Dostovskij abbiamo avuto modo di accennare a diversi indirizzi di
pensiero maturati nel corso della storia russa dell'
Ottocento. La controversia tra occidentalisti
e slavofili nasce a seguito di un dibattito scatenato nel 1836 in seguito alla pubblicazione della
Prima lettera filosofica di adev, che sosteneva che la Russia, in quanto paese privo di una
sua storia, non era legata n allOccidente, n allOriente.
Questo postulato venne utilizzato da un gruppo di pensatori conservatori (slavofili) per
sostenere la tesi della missione della Russia: non facendo parte n dellOccidente, n
dellOriente, la nazione russa era in grado di creare un sistema politico nuovo ed originale
destinato a guidare i destini del mondo. Questa tesi and rafforzandosi e sostenendosi
attraverso la difesa dellautocrazia politica e la della superiorit della Chiesa russa,
l'
esaltazione del panslavismo, cio del senso di fratellanza innato in tutte le popolazioni
slave.
Paradossalmente dal medesimo assunto si mosse il partito opposto, quello degli ocidentalisti:
la Russia per crescere doveva modificare radicalmente il suo ordinamento ed avvicinarsi alle
grandi nazioni europee. In altre parole, si rendeva necessaria ed era ineludibile una politica di
riforme per introdurre la democrazia e il liberalismo, per lemancipazione dei servi della gleba
e la riforma agraria. Tra i rappresentanti pi insigni dell'
occidentalismo ricordiamo Hrzen
(1812-1870), Baknin (1814-1876) e il pi volte citato Belnskij (1811-1848).
Il dibattito tra le due fazioni continu fino a circa il 1860: la fazione occidentalista finir per
scindersi in due correnti: l'
una moderata, che continuer sulla linea tradizionale; l'
altra,
rivoluzionaria, che chieder soluzioni pi radicali delle riforme.
La discussione tra occidentalisti e slavofili raggiunge l'
apice negli anni in cui, morto Nicola I,
campione dell'
autocrazia e del dispotismo, sal al trono (1855) suo figlio Alessandro II. Il
nuovo zar ereditava dal padre una Russia stanca ed impoverita, soprattutto a causa della
guerra di Crimea, mentre sul fronte interno cresceva la richiesta di riforme economiche.
Da una parte i proprietari terrieri naturalmente cercavano di mantenere lo status quo; dall'
altra
le grandi masse contadine invocavano lemancipazione dalla servit; d'
altro canto anche i
circoli liberali, composti da nobili e da borghesi, chiedevano riforme radicali del sistema. Il
nuovo zar decise di concedere un primo tentativo di riforma con labolizione della servit
della gleba (1861), passo di capitale importanza nella storia russa. Naturalmente, non tutto si
poteva svolgere in tempi rapidi o con la necessaria trasparenza, ma la nuova legge ha il merito
di avviare una manovra di riforma agraria dello stato russo.
Conseguenze dellemancipazione, con la fuga di una parte dei contadini della campagne,
furono la crescente urbanizzazione e lo sviluppo dellindustria, favorita dalla politica
economica dello stato. Nacque una borghesia capitalista autoctona, grazie alla quale (ma
anche grazie al massiccio ingresso di capitali stranieri) aumentarono lattivit estrattiva e la
produzione industriale. Prendeva intanto forma la rete stradale e ferroviaria.
In politica estera, continuando la linea seguita da Nicola I, lo zar Alessandro rivendic la
legittimit strategica e culturale della Russia nei Balcani.
Nel frattempo l'
ala pi radicale del movimento progressista and assumendo una fisionomia
nettamente rivoluzionaria ed eversiva: i suoi aderenti, nemici di ogni autorit costituita e
perci detti nichilisti , utilizzarono il terrorismo come arma politica organizzando attentati
ai danni delle massime autorit. Lo stesso zar, colpevole di essere stato troppo moderato, nel
marzo del 1861 cadde vittima di uno di questi attentati.

Povera gente (1846)


Protagonisti del romanzo, redatto in forma epistolare, sono l'anziano impiegatuccio Makar
Devukin e una sua lontana parente, la giovane Varen'ka. I due abitano l'uno di fronte
all'altro, ma non hanno il coraggio di incontrarsi per paura dei pettegolezzi, e scelgono di
scriversi, raccontandosi le loro miserie quotidiane e la loro infelicit.
La ragazza confessa all'amico la sua triste infanzia, il suo amore per lo studente
Prokrovskij, morto di tisi; quando pu, gli invia qualche libro. Da alcune allusioni, veniamo
a sapere che Varen'ka stata un tempo sedotta da un certo Bykov.
Devukin, soffocato dai debiti, si mette a bere. Solo quando uno dei suoi capi gli regala una
somma sufficiente per trarlo d'impaccio, riprende un po' di coraggio. Nel frattempo, per
poter aiutare l'infelice amico, ha accettato di sposare l'antico seduttore. Le ultime lettere
della ragazza sono solo febbrili richieste di acquisti per il corredo, acquisti che l'amico
esegue come in sogno, trovando il coraggio di esprimerle la sua disperazione solo al
momento dell'addio definitivo, quando Varen'ka non pu ormai evitare la partenza.

Il sosia (1846, edizione definitiva 1865-66)


Ivan Petrovi Goljadkin un impiegatuccio d'infimo grado della farraginosa burocrazia
zarista oppresso dalla solitudine e dalla consapevolezza della propria mediocrit; mentre
scivola inavvertitamente nella follia e arranca disperatamente per salvarsi, sogna di
costruire un'immagine di s che stupisca egli stesso e i suoi conoscenti: un Goljadkin
sicuro, ricco, capace, intrigante.
Intuendo per la sua fragilit psichica, egli si rivolto, ma senza ottenere evidenti
miglioramenti, al suo medico, il dottor Rutenspitz. Innamorato di Klara Olsufjevna, figlia di
un suo superiore, un giorno si presenta, senza essere stato invitato, a un ballo in casa di lei;
naturalmente non trova udienza e viene respinto. Da quel momento Goljadkin comincia a
vedere, sempre pi vivo e reale, il suo doppio, un maligno e ipocrita sosia di s stesso, che
trama intrighi contro di lui e col quale ha deliranti colloqui. Accortisi delle sue penose
condizioni, colleghi e superiori, lo attirano con uno stratagemma in casa di Klara e lo
consegnano al medico perch lo accompagni al manicomio.

Umiliati e offesi (1861)


Narratore Ivan Petrovi , detto Vanja, un giovane scrittore nel quale non difficile
riconoscere lo stesso Dostovskij agli esordi. Orfano, stato allevato in provincia dalla
famiglia Ichmenev, insieme alla loro unica figlia Nataa. Mentre Vanja studia a
Pietroburgo, Ala, figlio del principe Valkorskij di cui Ichmenev amministratore,
frequenta assiduamente la bella Nataa. Ma il principe non condivide i progetti dei due
giovani e, per separarli, non esita cinicamente a rovinare Ichmenev, che costretto a
trasferirsi in citt. Intanto Vanja si fidanza con la ritrovata Nataa; ma ricompare inatteso
Ala. Per lui, seducente quanto assolutamente privo di scrupoli, Nataa lascia fidanzato e
famiglia. Ma la storia non pu avere futuro: il frivolo Ala la lascer presto, accettando la
fidanzata propostagli dal padre, la bella, ricca, intelligente Katja.
Nel frattempo, in circostanze romanzesche, Vanja accoglie in casa sua una povera
orfanella, Nelly, che, nel prosieguo della vicenda si scoprir essere figlia del cinico
Valkorskij, il quale ne ha sedotta e poi abbandonata la madre. Il romanzo si chiude con la
morte della piccola Nelly, che tuttavia, forte della sua sovrumana bont, riuscir a far
riconciliare il vecchio Ichmenev con la figlia Nataa.

Luned 3 febbraio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I Delitto e castigo (1866)


Permettetemi, per una volta, di far riferimento alla mia personale esperienza: nel mio viaggio
ideale tra i grandi romanzieri russi dell'
Ottocento, ho avuto modo - e si trattato di una pura e
semplice casualit - di avvicinarmi quasi subito a Dostovskij, uno dei primi autori letti, e
solo molto pi tardi a Tolstoj; ed stata una fortuna: riflettendoci a posteriori, l'
inversione
dell'
ordine di lettura mi avrebbe sicuramente creato qualche problema.
La prosa di Tolstoj infatti scorre limpida e maestosa; egli stesso stato spesso paragonato a
quei grandi pittori del Rinascimento italiano, autori di grandi cicli d'
affreschi; la prosa di
Dostovskij (non solo in russo, ma anche nella traduzione italiana!) invece nervosa
verrebbe da dire nevrotica! - , ridondante, franta; la narrazione deve spesso fare i conti con
l'
ipertrofico intrecciarsi di temi e personaggi che spesso, nonostante tutta la comprensione e la
pazienza del lettore, risultano oggettivamente eccessivi e fuori misura.
Eppure la difficile e labirintica prosa dostovskijana possiede una sua logica: una logica
tutta fatta di echi e rimandi, di riprese e di scatti, di vorticose tempeste verbali in cui
sentimenti, passioni, pensieri e tensioni dei personaggi sembrano ribollire senza sosta sotto la
guida ferrea e dittatoriale dell'
autore.
Se volessimo continuare il paragone con Tolstoj, diremmo che, mentre quest'
ultimo si muove
con agile destrezza all'
interno della materia di cui si fa narratore, Dostovskij si pone
saldamente al centro del suo mondo e da l lo governa secondo una logica - complessa e
contorta finch si vuole -, ma sicuramente ferrea e rigorosa.
Sicuramente le condizioni in cui Dostovskij si spesso trovato a scrivere non hanno favorito
la limpidezza del suo stile e la linearit della sua narrazione.
Delitto e castigo, il primo dei romanzi che analizzeremo oggi, fu concepito in condizioni a dir
poco drammatiche: durante uno dei suoi viaggi in Europa, Dostovskij bruci alla roulette
tutto il denaro che possedeva; fu cos costretto, in attesa che la situazione si risolvesse, a
rimanere in un albergo di Weisbaden per oltre un mese, quasi senza cibo, sottoposto alle
umilianti pressioni dell'
albergatore. Solo il consenso dell'
editore Katkov a pubblicare Delitto
e castigo, che Dostovskij, anticipandogli la trama, si era impegnato a scrivere, lo liber
dall'
imbarazzante situazione in cui si era cacciato.
Possiamo ricavare il progetto del romanzo dalla stessa lettera inviata dall'
autore a Michail
Nikiforovi Katkov:
[...] Si tratta del resoconto psicologico di un delitto. L'azione si svolge al giorno d'oggi, in
questo stesso anno. Il protagonista, un giovane studente espulso dall'universit, di estrazione
borghese, ma che vive in condizioni di estrema povert, essendo caduto - per leggerezza e per
l'instabilit delle sue convinzioni - sotto l'influenza di certe strane idee ancora "informi",
decide di tirarsi fuori d'un sol colpo dalla sua disgraziata situazione. Decide di uccidere una

vecchia, vedova di un consigliere titolare, che presta denaro ad interesse. La vecchia


stupida, sorda, malata, avida, prende degli interessi degni di un ebreo, malvagia e divora la
vita degli altri, tormentando la sorella pi giovane che le fa da serva. "Quella vecchia non
serve a niente, perch dunque vive?" "E' forse utile a qualcuno a questo mondo?" e cos via.
Tutte queste domande mettono fuori strada il giovane. E cos egli decide di ucciderla per
derubarla allo scopo di dare un po' di felicit a sua madre che vive in provincia e di liberare
la sorella, che fa la dama di compagnia in casa di certi proprietari di campagna, dalle
libidinose persecuzioni che minacciano di rovinarla; e anche allo scopo di finire l'universit,
recarsi all'estero e in seguito, per tutta la vita, essere irreprensibilmente onesto e inflessibile
nell'adempiere al suo "dovere di uomo nei confronti dell'umanit", scopo che naturalmente
potr "cancellare il delitto", se pure si pu chiamare delitto un atto di questo genere
compiuto contro una vecchia sciocca, sorda, malvagia e malata, che non sa neppure lei
perch vive a questo mondo e che forse, tra un mese o due, sarebbe morta di morte naturale.
Sebbene sia estremamente difficile compiere delitti di questo genere, per il fatto che quasi
sempre vengono lasciate allo scoperto delle tracce e degl'indizi grossolanamente evidenti e
una quantit di particolari vengono abbandonati al caso, tuttavia il giovane riesce a portare
a termine, per puro caso, la sua impresa criminosa rapidamente e felicemente.
Dopodich passa quasi un mese fino alla catastrofe definitiva. Su di lui non ci sono sospetti e
nemmeno ci possono essere. Ed proprio a questo punto che si sviluppa tutto il processo
psicologico del delitto. Dei problemi insolubili si pongono all'assassino, dei sentimenti
inattesi e imprevedibili straziano il suo cuore. La verit divina e la legge terrena reclamano
ci che a loro dovuto, ed egli si trova ridotto, anzi costretto ad autodenunciarsi. costretto
a questo passo per poter - anche a costo di morire ai lavori forzati - accostarsi di nuovo agli
uomini; il sentimento di chiusura e di separazione nei confronti di tutta l'umanit, che lo ha
assalito subito dopo aver compiuto il delitto, lo tormenta troppo. La legge della verit e la
natura umana hanno reclamato i loro diritti, determinando in lui, senza che quasi egli possa
opporsi, una nuova convinzione interiore... L'assassino decide spontaneamente di accettare il
tormento della pena per espiare il suo crimine. Comunque mi riesce difficile chiarire
pienamente il mio pensiero: adesso appunto intendo conferirgli una forma artistica in cui
esso trovi la sua espressione. Quanto alla forma...
Nel mio racconto c' inoltre un'allusione all'idea che la punizione che viene imposta per
legge al criminale per il suo delitto in realt lo spaventa molto meno di quanto s'immaginino i
legislatori, giacch lui stesso ad esigerla moralmente.
Questo fatto io stesso ho potuto constatarlo perfino nelle persone meno evolute e nelle
circostanze pi volgari, e ho voluto esprimerlo proprio in una persona coltivata,
appartenente alla nuova generazione, affinch quest'idea fosse visibile nel modo pi chiaro e
tangibile. Alcuni casi che si sono verificati proprio in questi ultimi tempi mi hanno convinto
che l'argomento del mio racconto non ha nulla di eccentrico, e in particolare non presenta
nulla di strano il fatto che l'assassino sia un giovane coltivato e perfino dotato di buone
disposizioni naturali. [...]
Sempre dalle lettere, sappiamo che la prima idea del romanzo risale al 1859 (il titolo del
romanzo sarebbe dovuto essere in un primo tempo Confessione successivamente Gli
ubriachi).
Delitto e castigo , tra i romanzi maggiori, quello dalla trama pi compatta e leggibile. Gi si
visto come il protagonista sia un giovane studente traviato dalle strane idee; alla vicenda
di Raskol'
nikov (questo il nome del protagonista), Dostovskij affianca due linee narrative
secondarie: quella del vecchio Marmeladov e della sua famiglia; quella della propria sorella
Dunja.

Punti di scambio tra le tre linee narrative sono:

Sonja, la figlia primogenita di Marmeladov, che si trova nella tragica necessit di


vendere il suo corpo per sostenere la famiglia; tramite Sonja che Raskol'
nikov
recuperer i rapporti con l'
umanit da cui l'
omicidio l'
aveva separato;

Svidrigajlov, uomo cinico e senza principi, pretendente di Dunja, il doppio negativo


del protagonista, attraverso il quale Raskol'
nikov si fa consapevole di non essere
superuomo ma pidocchio.

L'
idea da cui il romanzo prende avvio (quella stessa che ritroveremo in forma teoreticamente
pi compiuta in Ivan ne I fratelli Karamazov) consiste nel ritenere che l'
umanit si divide in
due categorie: da una parte vi sono gli uomini "comuni", tenuti ad osservare la legge morale;
dall'
altra vi sono gli uomini "eccezionali", ai quali tutto permesso. Quindi anche l'
assassinio
di una vecchia usuraia, concepito per fini nobili e filantropici, non solo atto perfettamente
legittimo, ma addirittura positivo. Gli uomini eccezionali, proprio per la loro superiorit,
hanno infatti anche il diritto di uccidere, soprattutto se il loro atto pu servire appunto al bene
dell'
umanit.
Tale concezione, che pur possiede, nella mente del protagonista, un suo rigore teoretico,
messa alla prova dei fatti, non regge e finisce per dissolversi, trascinando in questo processo
la mente che l'
ha partorita. Nonostante l'
omicidio sia perfettamente riuscito, nonostante
nessuno sospetti di Raskol'
nikov, lo stesso delitto di cui egli si macchiato che finisce per
mettere in discussione la sua dignit di uomo; ed proprio l'
avere ucciso un proprio simile in
nome di un malinteso senso di libert, che nega il valore stesso dell'
individuo, la sua dignit, e
travolge in un'
unica negazione anche il se stesso che l'
ha compiuto. Cos la libert, il sigillo
che Dio ha posto sull'
uomo fatto a sua immagine, una volta deformatasi in arbitrio, si fa
devastante negazione di ogni senso di umanit.
Raskol'
nikov, uccidendo la vecchia usuraia, non riconoscendo in lei un proprio simile, ha
finito per negare il proprio diritto alla libert e per uccidere se stesso: altro non gli resta che
lasciarsi travolgere da una progressiva disperazione.
A questo punto il romanzo interseca la seconda linea narrativa, quella incentrata su
Svidrigajlov: in lui Raskol'
nikov, nonostante la sua buonafede iniziale lo renda in un certo
senso diverso dal volgare pretendente della sorella, finisce per riconoscere la sua stessa
immagine; ma, mentre in Svidrigajlov l'
orgoglio si fa disprezzo, cinismo e depravazione (si
legga in proposito il passo in cui Svidrigajlov apre provocatoriamente la sua anima a
Raskol'
nikov) fino all'
autodistruzione e al suicidio, in Raskol'
nikov, grazie anche all'
aiuto di
Sonja Marmeladova, la speranza di un possibile riscatto spinge il protagonista a confessare il
proprio delitto e a costituirsi.
Sonja Marmeladova, personaggio-chiave della terza linea narrativa, la vera figura positiva
del romanzo: in lei, pur senza alcun rigore teoretico, sulla morale dell'
uomo superiore prevale
la logica dell'
amore, di un amore che anche strumento di discernimento morale. La
superiorit di Sonja, pur costretta, come s'
detto, a vivere nella pi terribile delle
degradazioni, le deriva dal sigillo della sofferenza: l'
offesa indelebile alla sua dignit di
donna, le d titolo per suscitare una speranza che pi forte della tentazione di abbandonarsi
alla disperazione. La fede, che essa vive con sincera intensit, indica a Sonja e di riflesso a
Raskol'
nikov l'
unica via verso la salvezza: il Cristo morto e risorto, il Cristo russo, quello
stesso che pu perdonare a tutto ed a tutti e per conto di tutti, perch egli stesso ha dato il suo

sangue innocente per tutti e per tutto, come dir Ala, il pi giovane dei Karamazov, al
fratello Ivan.
Con la condanna di Raskol'
nikov il romanzo si chiude. Anche la scena cambiata: non pi la
Pietroburgo alienante e disumana in cui s'
era aperto, ma la remota Siberia dove, nella durezza
dei lavori forzati e nella condizione di sofferenza che lo attende, Raskol'
nikov sa che potr
trovare la redenzione.

Non tutti sono d'


accordo...
Non tutti i critici sono d'
accordo nel giudicare Dostovskij un grande della
letteratura russa (ed universale): lo scrittore e critico russo, ma vissuto a lungo
negli Stati Uniti, Vladimir Nabokov nel suo Lezioni di letteratura russa, Garzanti,
Milano 1994 (una raccolta di saggi interessantissima, consigliabile a quanti non si
accontentano n della semplice lettura, n dei giudizi scontati), stronca - altro
termine pi adatto non saprei trovare! - l'
intera opera di Dostovskij, adducendo
motivazioni molto acute, anche se personali.
Ecco tre suoi brevi interventi: il primo un sintetico giudizio sull'
autore; gli altri
due brani accennano rispettivamente a Delitto e castigo e a L'idiota:
(...) La mia posizione di fronte a Dostoevskij curiosa e difficile.
Tutti i miei corsi, affronto la letteratura dal solo punto di vista che me la fa
apparire interessante cio da quello dell'arte duratura e del genio individuale.
Da questo punto di vista Dostoevskij non un grande scrittore, ma piuttosto
mediocre con lampi di eccellente umorismo, ma, ahim, con distese di banalit
letterarie tra l'uno e l'altro.
(...) L'assassino e la peccatrice che leggono il libro eterno quale stupidaggine.
Non c' un collegamento retorico tra uno sporco assassino e questa sventurata
ragazza. C' solo il collegamento convenzionale del romanzo gotico e del
romanzo sentimentale. E uno scadente trucco letterario, non un miracolo di piet
e di pathos. E poi, notate l'assenza di equilibrio artistico. Il delitto di Raskolnikov
ci stato raccontato in tutti i suoi sordidi particolari, e ci stata anche fornita
una mezza dozzina di spiegazioni differenti di questa impresa. Ma mai ci hanno
mostrato Sonja nell'esercizio della propria professione. La situazione un luogo
comune miticizzato. Il peccato della peccatrice dato per scontato. E io sostengo
che il vero artista la persona che non da mai per scontato niente.
(...) Tutto questo folle guazzabuglio disseminato di dialoghi intesi a descrivere i
punti di vista di vari ambienti su questioni come la pena capitale o la grande
missione della nazione russa. I personaggi non aprono mai bocca senza
impallidire, arrossire o barcollare. Gli aspetti religiosi sono nauseanti per la loro
banalit. L'autore procede totalmente per definizioni, senza preoccuparsi di
suffragarle con prove: per esempio, Nastasja, che , ci dicono, un modello di
riserbo, di distinzione e di raffinatezza di modi, si comporta a volte come una
furibonda sgualdrina particolarmente irascibile.
L'intreccio per svolto con abilit e con molte trovate ingegnose per prolungare
il suspense. Alcune di queste trovate mi paiono, se paragonate ai metodi di
Tolstoj, colpi di mazza anzich il lieve tocco delle dita di un artista, ma molti
critici non condividerebbero questa mia opinione. (...)

II - L'idiota (1867 1869)


Se in Delitto e castigo la ricerca del Bene avviene in negativo (per via apofatica, direbbero i
filosofi), con L'idiota Dostovskij tenta di proporcene un'
ideale positivo; anzi, fa di pi:
incarna il Bene (quella bellezza che salver il mondo) in un personaggio: il principe
Mykin, l'idiota.
Anche in questo caso la corrispondenza epistolare ci di grande utilit: dalle lettere siamo in
grado, gi nel 1868, di cogliere in anticipo quanto troveremo nell'
opera compiuta:
[...] E cos io, tre settimane fa (il 18 dicembre secondo il nuovo stile), mi sono messo a scrivere un
nuovo romanzo e ci lavoro giorno e notte. L'idea del romanzo una mia antica e prediletta idea,
ma talmente difficile che per un pezzo non me la sono sentita di affrontarla, e se mi ci sono
risolto adesso ci dovuto senz'altro al fatto che mi sono trovato in una situazione quasi
disperata. L'idea principale del romanzo quella di rappresentare una natura umana pienamente
bella. Non c' nulla di pi difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto i
russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accaniti alla rappresentazione di un carattere bello e
allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacch si tratta di un compito
smisurato. Il bello un ideale, e l'ideale - sia il nostro sia quello dell'Europa civilizzata - ben
lontano dall'essere elaborato. Al mondo c' stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo,
tantoch l'apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello
costituisce naturalmente un miracolo senza fine. (Tutto il Vangelo di Giovanni concepito in
questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del
bello.) Ma mi sono spinto troppo lontano. Dir soltanto che tra tutti i personaggi umanamente
belli della letteratura cristiana il pi completo e perfetto Don Chisciotte. Ma Don Chisciotte
bello unicamente perch allo stesso tempo ridicolo. Il Pickwick di Dickens (che una figura
infinitamente pi debole di Don Chisciotte, ma pur sempre immensa) anche lui ridicolo, e
appunto per questo ci conquista. Nel lettore si determina un sentimento di compassione nei
confronti del personaggio umanamente bello che viene deriso e che non cosciente del proprio
valore, e con ci stesso viene provocato anche un sentimento di simpatia verso di lui. Il segreto
dell'umorismo consiste appunto nel provocare la compassione. Anche Jean Valjean rappresenta
un possente tentativo, ma egli ridesta la simpatia del lettore grazie alla sua sventura e
all'ingiustizia che gli viene fatta dalla societ. Nel mio romanzo non c' nulla del genere, nulla
assolutamente, e proprio per questo ho paura che sar un completo insuccesso. Alcuni
particolari, forse, mi riusciranno bene. Ho paura che risulter noioso. Si tratta di un romanzo
lungo. La prima parte l'ho scritta in ventitr giorni, e l'ho inviata qualche giorno fa. Sar
decisamente povera di efficacia. Naturalmente si tratta soltanto di un'introduzione, e ci che c'
di buono che nulla stato ancora compromesso; ma quasi nulla ancora stato chiarito, nulla vi
stato solidamente impiantato. Il mio unico desiderio che essa riesca almeno a destare una
certa curiosit nel lettore in modo che egli sia indotto ad affrontare la lettura della seconda
parte. Quanto a questa seconda parte che comincer a scrivere oggi, la finir in un mese (del
resto ho sempre lavorato in questo modo in vita mia). Mi sembra che sar pi solida e pi
essenziale della prima. Mi auguri, carissima amica mia, almeno un po' di successo! Il romanzo
s'intitola L'idiota, ed dedicato a Lei, cio a Sof'ja Aleksandrovna Ivanova. Sapesse quanto
desidero, cara amica mia, che il romanzo mi riesca almeno in qualche misura degno della
persona a cui dedicato. In ogni caso, io non posso essere buon giudice delle mie opere, e
soprattutto quando giudico a caldo, come adesso.[...]
(Lettera a Sof'ja Aleksandrovna Ivanova, Ginevra, 1 gennaio 1868)

Naturalmente la genesi del romanzo fu, come al solito, alquanto travagliata: l'
autore, sempre
in lotta contro il tempo, le scadenze degli editori e la sua disastrosa situazione economica,

riempiva febbrilmente fogli su fogli tra una citt e l'


altra d'
Europa. L'Idiota, da questo punto
di vista, il pi italiano dei romanzi dostoevskjani: fu infatti composto in buona parte nel
nostro Paese e la parola fine fu apposta dall'
autore a Firenze, vicino a Palazzo Pitti.
Diversamente da Delitto e castigo, L'Idiota un romanzo statico: l'
azione, soprattutto se
raffrontata alla mole del romanzo, ridotta al minimo; i meccanismi della narrazione sono
segnati da una costante fissit, per quanto l'
intreccio delle vicende e dei personaggi appaia
magmatico e, sotto la superficie dell'
intreccio, sembri di percepire un movimento lento ma
inesorabile.
Il protagonista il principe Lev Nikolaevi Mykin, rientrato a Pietroburgo dopo un lungo
soggiorno all'
estero dovuto a motivi di salute.
Mykin "buono" per antonomasia; ma la sua bont va, in un certo senso, messa a fuoco;
non va infatti intesa nel significato corrente del termine: Mykin certamente affabile,
generoso, caritatevole, umano in misura sicuramente maggiore rispetto alla media dei suoi
contemporanei; ma la sua bont una sorta di innocenza primigenia e innata, incapace di
modulare la propria intensit sulla condizione psichica e morale dei suoi interlocutori; cos
Mykin finisce per mettere costantemente a nudo l'
animo di chi entra in rapporto con lui,
travolgendo le sue difese, abbattendo ogni divisione che separa il mondo interiore da quello
esterno. La sua quindi una bont dolorosa, che costringe gli altri a presentarsi al mondo
si passi l'
espressione con l'
animo nudo.
Mykin quindi, cos come lo era stato Ges Cristo, segno di contraddizione: forte della sua
bont, disarticola e scardina ogni logica del mondo, sovverte costantemente i ragionamenti
altrui, palesa a tutti l'
inconsistenza dell'
umano giudizio.
Nell'
animo del principe Mykin non c'
posto n per l'
amore n per l'
odio, n per il bene n
per il male: gli opposti trovano invece una superiore composizione in una pietas - tutta russa,
tutta ortodossa - che altro non se non il senso di un universale compassione: scoprire il
dolore altrui e farlo proprio.
L'idiota, con il suo atteggiamento di innocenza totale e radicale, apre e quasi scardina
l'
anima di chi gli sta attorno, ne cava i sentimenti pi profondi, ne estrae il dolore,
proiettandoli in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio; quella stessa dimensione in cui
egli stesso vive. Il principe Mykin infatti, a suo modo, uno sradicato: egli, cresciuto ed
educato in Svizzera, non ha un passato; nella societ in cui vive non ha un ruolo e una
posizione precisa; d'
altro canto non , n si sente, investito da alcuna missione redentrice; la
sua figura per talmente forte da lasciare comunque il segno in un ambiente, qual quello
della societ pietroburghese di met Ottocento, stantio e privo di valori.
Altro elemento importante nella comprensione del personaggio l'
epilessia (malattia di cui lo
stesso Dostovskij era gravemente affetto): fondamentale, in questa apertura verso dimensioni
di allucinazione morale, sono gli attimi che precedono gli attacchi epilettici, istanti che si
dilatano all'
infinito e consentono di avere una percezione amplificata della realt.
Per questa sua diversit totale, il principe Mykin pu essere finanche accettato dall'
ambiente,
ma sicuramente non capito. Solo i pi infantili fra gli adulti, come Aglaja o Lizaveta,
riescono a trovare qualche punto di contatto con lui; ma si tratta di contatti parziali e
provvisori, sempre tesi a costringere l'
idiota negli schemi delle convenzioni sociali.
Unica eccezione il pi dostovskjano dei personaggi del romanzo, Nastasja Filippovna,
donna fatale che, pur essendo assai diversa da lui, in fondo all'
anima gli rassomiglia.
Nastasja intuisce che ogni possibile legame con il principe, il solo che potrebbe cambiare
radicalmente la sua vita e condurla all'
autentica redenzione, non potr che mettere in conto
l'
esperienza terribile, quasi mistica, della sofferenza e del dolore.
A questa tremenda possibilit Nastasja preferisce la pi prosaica sofferenza che le deriva dal

suo legame con il rozzo e passionale Rogoin, che, travolto dalla gelosia, la uccide.
L'
assassinio di Nastasja e il ritorno del protagonista allo stato di confusione mentale e di
demenza, fanno s che L'idiota sia in fondo la storia di un fallimento: il principe Mykin non
modifica n le persone n l'
ambiente umano con cui entra in contatto. Del resto, dalla lettura
delle lettere, pare che Dostovskij stesso non fosse del tutto soddisfatto del suo lavoro, bench
i contemporanei lo ritenessero generalmente il pi riuscito dei suoi romanzi:
Lei d un giudizio sui miei romanzi. Su questo argomento, naturalmente, non il caso che io mi
metta a discutere con Lei, ma mi piaciuto il fatto che Lei consideri L'idiota il migliore di tutti.
S'immagini che un tale giudizio io l'ho ascoltato almeno cinquanta volte, se non pi. Questo libro
continua a vendersi ogni anno, e anzi ogni anno di pi. Le ho parlato dell'Idiota perch tutti
coloro che lo giudicano la migliore delle mie opere presentano qualcosa di particolare nella loro
intelligenza, qualcosa che mi ha sempre colpito e che mi piace molto.
(Lettera ad Arkadij Grigor'evi Kovner, Pietroburgo, 14 febbraio 1877).

Luned 10 febbraio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I I demoni (1871-1872)
Come gi s'
detto, nello studio dell'
opera di Dostovskij abbiamo dovuto, per forza di cose,
operare una selezione; con la presentazione degli ultimi due grandi romanzi I demoni e I
fratelli Karamazov ci congediamo oggi dal grande romanziere russo.
Abbiamo a suo tempo avuto modo di sottolineare l'
interesse di Dostovskij - che, tra l'
altro,
pratic a lungo l'
arte del giornalismo - gi: il giornalismo un tempo era un'
arte! - per la
cronaca: I demoni trae infatti spunto da un assassinio politico e dal successivo processo il
processo Ne aev, dal nome dell'
imputato - che, negli anni 1869 e 1870, suscitarono l'
interesse
della stampa e dell'
opinione pubblica russe.
Il romanzo, per esplicita ammissione dell'
autore, opera ideologicamente impegnata, nel
senso che si propone di fatto come un atto di accusa sia nei confronti del liberalismo della
generazione del '
40 (quella di Herzen, Belinskij, Granovskij, ritratto nel romanzo sotto le
spoglie di Verchovenskij padre); sia del nichilismo terrorista degli anni '
60, che, secondo
Dostovskij, poteva vantarne la paternit.
Scrisse l'
autore, che allora si trovava a Dresda, al conoscente Nikolaj Nikolaevic Strachov:
[...]
Ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il "Messaggero
Russo", ma m'interessa non dal punto di vista artistico, bens da quello della tendenza; voglio
esprimere certe mie idee, anche a costo che la riuscita artistica ne soffra. Mi sento attirato
dal desiderio di esprimere ci che mi si accumulato in testa e nel cuore; pu darsi che ne
venga fuori soltanto un pamphlet, ma almeno mi sfogher fino in fondo. Comunque spero nel
successo, e del resto chi potrebbe mettersi a scrivere qualcosa senza sperare nel successo?
(Dresda, 24 marzo [5 aprile] 1870).
Il titolo I demoni - ispirato ad un passo del Vangelo di Luca (Lc 8, 32-37):
In quel luogo c'era una grande mandria di porci che pascolava sul monte. Gli chiesero che
permettesse loro di entrare nei porci, ed egli lo permise loro. I demoni allora uscirono da
quell'uomo ed entrarono nei porci e tutti quegli animali presero a correre a precipizio dalla
rupe, andarono a finire nel lago e annegarono. I mandriani, quando videro quel che era
accaduto, fuggirono e andarono a portare la notizia nella citt e nei villaggi.
La gente usc per vedere ci che era accaduto e, quando arrivarono da Ges, trovarono
l'uomo dal quale erano usciti i demoni che stava ai piedi di Ges, vestito e sano di mente.
Allora furono presi da spavento. Quelli che avevano visto tutto, riferirono come l'indemoniato
era stato guarito.
Allora tutta la popolazione del territorio dei Geraseni preg Ges di andarsene da loro,
perch avevano molta paura. Ges, salito su una barca, torn indietro.
Fuor di metafora, nei demoni Dostovskij vedeva i mali che affliggevano la Russia d'
allora: il
liberalismo, l'
infatuazione per tutto ci che proveniva dall'
Occidente corrotto e decadente,
l'
abbandono della fede dei padri, il socialismo, il nichilismo morale prima ancora che politico;
i maiali erano gli stessi nichilisti in cui il male entrato, ha preso forma e si , in un certo

senso, incarnato.
Il romanzo narra le vicende di un'
organizzazione politica nichilista a capo della quale vi Ptr
Stepanovi Verchov nskij. Egli, nonostante la sua funambolica capacit di destreggiarsi in
societ e di apparire un giovane perbene ( figlio d'
un buon borghese, liberale della prima ora,
ma sostanzialmente inetto) in realt un diabolico furfante. Accanto a lui ma forse sopra
di lui sta Nikol j Stavr gin, uomo affascinante e altero, intelligente e misterioso,
aristocratico e demoniaco, vero protagonista del romanzo.
Ptr Verchovenskij, per rafforzare il suo progetto eversivo, mira a legare indissolubilmente a
s e fra di loro i suoi seguaci attraverso una serie di delitti.
Ma mentre Ptr sembra credere al suo progetto e alle idee che lo animano, Stavrgin, privo di
coscienza morale, per quanto circondato da una devozione quasi mistica, il primo a non
credere alle idee di cui egli stesso ispiratore: la sua vita un terribile crogiolo di azioni
morbose e assurde, tra le quali spiccano, se cos si pu dire, il matrimonio non consumato con
Marija Lebjadkina, una povera storpia e demente, sorella del patetico capitano Lebjdkin, e lo
stupro di una bambina che, per la vergogna e il dolore, finisce per uccidersi.
La madre di Stavrogin, una vedova dai modi bruschi, ma dal carattere generoso e
comprensivo, letteralmente terrorizzata dal sospetto che effettivamente il figlio abbia
sposato una povera storpia; sgomenta ne pure la nobile e bellissima Lizaveta, innamorata di
Stavrogin., che va a visistare Marja; dall'
incontro la giovane donna esce sconvolta, tanto dalla
follia della Lebjadkina, quanto dalla conferma che il matrimonio stato effettivamente
celebrato.
La buona societ, che fa da sfondo alla vicenda, non conosce l'
esistenza dell'
organizzazione
nichilista e non sospetta di nulla.
Un giorno, tra l'
entusiasmo generale, giunge in citt lo scrittore Karmazinov (caricatura al
vetriolo dell'
occidentalista Turgenev), bandiera dell'
intellettualit liberale e dell'
opinione
pubblica progressista russa. La festa organizzata in onore del vacuo e frivolo scrittore culmina
nella lettura di un suo poemetto, ma degenera poi in una volgare e generalizzata ubriacatura
collettiva, mentre improvvisamente giunge la notizia che un incendio sta devastando i
quartieri poveri della citt. L'
incendio doloso e provocato ad arte da Ptr Verchovenskij per
seminare disordine e per eliminare, approfittando della confusione, l'
inaffidabile Lebjadkin.
Anche Marja, sorella di Lebjadkin e moglie segreta di Stavrgin, viene sgozzata.
Ptr intanto architetta un nuovo delitto: questa volta la vittima designata atov, discepolo di
Stavrogin, convertitosi alla fede ortodossa. Per coprire il delitto, Ptr obbliga Kirillov, un
rivoluzionario ateo che teorizza una sorta di suicidio "metafisico", dimostrazione di supremo
disprezzo verso la stessa idea di Dio, a vergare, prima di dare atto al proprio insano disegno,
un biglietto in cui si autoaccusa dell'
assassinio di atov.
Mentre altri delitti si susseguono, spargendo insicurezza e terrore fra i benpensanti, che
finalmente prendono coscienza della pericolosit dei demoni, Stavrogin, sopraffatto dalla
sua fredda disperazione, si impicca nella soffitta del suo appartamento.
Il personaggio pi forte e pi tipicamente dostoevskijano dunque Stavrogin, vero e
proprio genio del male, ritratto fosco dell'
uomo che, sradicato da ogni principio morale e da
ogni fede, replica il supremo peccato dei progenitori: Ma il serpente disse alla donna: Voi
non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i
vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male (Gn 3, 4-5)..
Di fronte a Stavrogin lo stesso Ptr Verchovenskij appare per quello che : un meschino e
mediocre agitatore politico che nemmeno s'
avvede che, quella che egli crede lucidit e rigore
intellettuale, altro non sono che gratuita e disumana crudelt.
Ancora una volta possiamo cercare nel carteggio dell'
autore alcune informazioni preziose;
ecco quel che Dostovskij scrisse al suo editore Michail Nikiforovi Katkov:

Anche questo secondo personaggio (Nikolaj Stavrogin n.d.r.) una natura tenebrosa, uno
scellerato. Ma a me sembra che si tratti di un personaggio tragico, anche se probabile che
molti, dopo aver letto il romanzo, si domandino: "Ma che roba questa?"
Mi sono deciso a scrivere un'opera su questo personaggio perch troppo tempo che volevo
rappresentarlo. Secondo me, un personaggio tipicamente russo. Sar molto, molto deluso se
non mi riuscir come voglio. E sar ancora pi triste se sentir condannarlo come un
personaggio artificioso. Io l'ho tratto dal mio cuore. Naturalmente un carattere che solo di
rado si presenta nella realt in tutta la sua tipicit, ma si tratta comunque di un personaggio
russo (appartenente ad una determinata classe sociale). Ma aspetti a giudicarmi di aver letto
il romanzo fino alla fine, stimatissimo Michail Nikiforovi ! Qualcosa mi dice che riuscir a
venire a capo di questo personaggio. Non star adesso a spiegarlo nei dettagli, perch ho
paura di non sapermi esprimere come vorrei. Voglio mettere in evidenza soltanto un fatto:
tutto il personaggio verr descritto in scene e in azioni, e non con dei ragionamenti, e
pertanto v' speranza che ne verr fuori un personaggio vivo e reale. Dresda, 8 (20) ottobre
1870

II I fratelli Karamazov (1879-1880)


Nella prima stesura de I demoni, dopo il capitolo VIII Lo zarevi Ivan, il romanzo continuava
con la Confessione di Stavrogin, confessione in cui il protagonista confessava apertamente a
un santo monaco le proprie perversioni e i propri delitti. L'
editore si rifiut di pubblicare il
capitolo per timore e ne aveva ben ragione! - di incappare nelle maglie della censura; cos la
Confessione pot essere pubblicata solo nel 1922, dopo la Rivoluzione.
Il santo monaco cui Stavrogin si rivolge, Tichon, rappresenta una sorta di trait d'union con
l'
ultimo capolavoro di Dostovskij: I fratelli Karamazov:
Per esempio, intendo accostarmi per la prima volta ad una certa categoria di persone di cui
la letteratura si finora scarsamente occupata. Prendo per ideale di un tale tipo Tichon
Zadonskij. Il mio personaggio anche lui un santo che vive ritirato in un convento. Lo
contrappongo e lo metto anche temporaneamente a contatto con il protagonista del romanzo.
Ho molta paura che di non riuscire, giacch la prima volta che mi provo in una cosa del
genere; comunque, conosco abbastanza bene il mondo del monastero russo. (Il brano tratto
dalla stessa lettera a Katkov citata poco sopra).
I fratelli Karamazov, dopo alcuni capitolo introduttivi, entra nel vivo proprio nel momento in
cui i protagonisti il padre e i tre fratelli riconosciuti si riuniscono davanti a una santo
monaco, lo starec Zosma, per domandar consiglio e tentare di ricomporre le discordie
familiari; e allo starec Zosima sar dedicato un lungo capitolo, vero e proprio romanzo nel
romanzo.
Pubblicato a puntate su Il Messaggero Russo dal gennaio 1879 al novembre 1880, I fratelli
Karamazov venne subito accolto per quello che effettivamente sono: un capolavoro.
Oltretutto, se prendiamo in considerazione la storia e l'
evoluzione del romanzo europeo

dell'
800, I fratelli Karamazov, anche cronologicamente, sembrano segnare il culmine della
stagione del romanzo e al contempo l'
inizio del suo disgregarsi verso altre forme d'
arte.
Infatti, quello che forse il pi grande romanzo di Dostovskij, in un certo senso anche un
non-romanzo: l'
autore conduce il lettore in uno spazio artistico che ricorda assai da vicino la
tragedia classica: i tempi fermi; gli spazi chiusi; la potenza espressiva di personaggi, vivi
eppur profondamente stilizzati; il crescere e l'
addensarsi di forze terribili che proprio
all'
interno dei personaggi trovano forma ed energia.
La vicenda nello stesso tempo semplice e complessa, lineare ed intricata: protagonisti ne
sono il sordido Fdor Pvlovi (una specie di Stavrogin invecchiato e involgarito) e i suoi tre
figli: Dm trij, Iv n e Ala. Il primo viene dalla carriera militare,
uomo passionale,
impulsivo, di scarsa cultura; sa per anche essere sincero e generoso; il secondo
un
intellettuale freddo e ragionatore, dal carattere schivo, parente, per certi versi, del
Raskol'
nikov di Delitto e castigo; l'
ultimo invece luminoso e serafico, discepolo del santo
padre Zosima, ma non per questo immune dallo spirito carnale e terreno dei Karamazov. Vi
infine un quarto fratello illegittimo: Smerdjakov (smerdet' in russo significa puzzare), figura
ambigua, astuto, legato da un rapporto di odio-amore a Ivan, sottoposto a continue
umiliazioni, soprattutto dal padre che lo tiene in casa come servo.
Motore della vicenda Grenka, affascinante e capricciosa mantenuta di cui si innamorano
sia Fdor Pvlovi che Dmtrij.
S'
detto che il romanzo prende avvio nella cella del venerato starec Zosima: l'
incontro, che
avrebbe dovuto portare alla pacificazione, degenera invece in alterco: il padre mette in luce la
sua pagliaccesca sfrontatezza, mentre il figlio maggiore non riesce a contenere la sua indole
impulsiva; in risposta a tutto ci, padre Zosima si inginocchia davanti a Dmtrij che molto
dovr soffrire.
La lite riprende per poche ore pi tardi, in casa del padre; questa volta Dmtrij, convinto che
Gruenka sia l, passa alle vie di fatto e percuote il genitore, minacciando, davanti a tutti, di
ucciderlo.
Dmtrij sa infatti che Fdor Pvlovi ha offerto all'
avida Grenka un'
enorme somma di
denaro, tremila rubli, perch divenga sua amante.
Non molto dopo, il padre viene trovato ucciso.
Dmtrij, che pi volte aveva confessato l'
odio per il padre, , per tutta una serie di circostanze,
ritenuto l'
autore dell'
omicidio; tutto ci avviene proprio mentre Gruenka gli ha confessato
finalmente il suo amore. A processo gi avviato, Ivn, fino ad allora intimamente convinto
della colpevolezza del fratello, ha un colloquio rivelatore con Smerdjakv, il quale gli
confessa di essere l'
assassino del vecchio, rinfacciando per ad Ivan di aver compiuto il
delitto ispirato dalle stesse idee di Ivan: All'uomo superiore tutto permesso.
Il suicidio di Smerdjakov e un'
improvvisa febbre cerebrale di Ivan privano Dmtrij degli unici
testimoni della sua innocenza; nello stesso tempo Katerna Ivanovna, sua antica fidanzata, ora
innamorata di Ivan, per impedire che una volta libero Dmtrij possa sposare Grenka, si
decide a deporre contro di lui. Cos Dmtrij condannato innocente a vent'
anni di lavori
forzati.
Grenka, personaggio in cui riconosciamo un po'della Nastasija de L'idiota e, in misura
minore, un poco della Sonja di Delitto e castigo, decide di seguirlo ai lavori forzati in in
Siberia.
Il romanzo si chiude con il discorso di Alsa al funerale di llja (giovane protagonista di una
delle linee narrative secondarie del romanzo), dinanzi ai suoi piccoli tormentatori divenutigli,
grazie all'
intervento dello stesso Ala, amici: un discorso di consolazione e di speranza nella
nuova generazione, destinata, a ridare vita e speranza al mondo. Ed anche una sorta di

testamento ideale dello stesso autore.


Ala, nonostante non si trovi quasi mai al centro della sena, la figura-chiave del romanzo; a
lui si riferisce anche la citazione evangelica posta in apertura: In verit, in verit vi dico: se il
chicco di grano, caduto in terra, non morr, rimarr solo; ma se morir, dar molto frutto
(Gv, 12, 24). Attorno a lui gravitano le voci e i sentimenti di tutti i personaggi principali:
Katerina Ivanovna e Gruenka si confidano a pi riprese con lui; Dmtrij gli apre il cuore
riconoscendo in lui il solo capace di ascoltarlo senza giudicarlo; Ivn, in un lungo colloquio si
mostra, unica volta in tutto il romanzo, nella sua pi gioviale e gioiosa spontaneit; lo stesso
padre sembra fidarsi solo del figlio minore. Ed sempre Ala a riconciliare Ilja con i
compagni di scuola; ed ancora Ala a seguire gli ultimi istanti di vita del suo adorato starec
Zosima.
Uno studio a parte meriterebbe La leggenda del Grande Inquisitore, vero e proprio cuore
ideale del romanzo, gelosamente custodito da una miriade di storie, personaggi, tragedie.
Romanzo nel romanzo (un po'
, tanto per capirci, come la vicenda della monaca di Monza nei
Promessi sposi) di un momento di profonda e drammatica liricit: nella Leggenda
Dostovskij esprime il punto di svolta, il momento particolarissimo della vita in cui ogni
uomo percepisce la propria interiore fragilit di fronte alla grandezza di Dio (o almeno
dell'
idea di Dio); il dramma dell'
uomo che fatica a sostenere intellettualmente la grandezza
del sacrificio di Cristo, ma che in fondo al suo cuore capisce che quell'
atto di amore
universale e catartico.
Purtroppo il tempo che abbiamo a disposizione e le finalit di questo corso non ci permettono
di approfondire questa pur importantissima parte dell'
opera dostovskijana: la speranza che,
magari anche autonomamente, ciascuno dio voi possa leggere e conoscere pi da vicino La
leggenda.
Con I fratelli Karamazov si chiude l'
ampia parabola dell'
arte di Dostovskij, non fosse altro
che per questioni biografiche; ma in letteratura, e nell'
arte in genere, ogni porta che viene
chiusa allo stesso tempo una porta che si apre verso nuovi orizzonti: cos proprio I fratelli
Karamazov, il romanzo pi compiuto dello slavofilo, del conservatore, dell'uomo d'
ordine
Dostovskij svela prospettive ed interpretazioni che conducono il lettore attento verso
direzioni tutt'
altro che scontate.
Mi sembra utile, al fine di approfondire quest'
ultima osservazione, chiudere con alcune
riflessioni di Jacques Catteau, professore di letteratura russa alla Sorbona e grande studioso di
Dostovskij: Chi dunque il colpevole?:

La risposta chiara: tutti, perch tutti siamo colpevoli, e colpevoli in quanto liberi e
responsabili. evidente che il romanzo lascia l'affascinante palude dell'enigma poliziesco
per elevarsi alle vette grandiose degli interrogativi morali, spirituali, religiosi ed anche
metafisici. Il Padre al di l del suo significato primo, e anche freudiano, di genitore rivale
non simbolizza forse il padrone, il capo assoluto, lo zar, Dio? In I fratelli Karamzov
espressa la ribellione contro Dio, contro la sua legge d'amore, direttamente (Ivn gli rinvia
il biglietto) o indirettamente.
Quest'opera racconta la rivolta colpevole degli uomini, adulti e bambini (il piccolo
Krastkin), anche se questi ultimi come testimoni alla scena finale continuano a
rappresentare la speranza. Il romanziere oppone (ed il senso del magnifico poema di

Ivn Karamzov detto, da Rzanov in poi, La leggenda del Grande Inquisitore) l'insostenibile
libert portata da Cristo, l'insopportabile silenzio di Dio sul martirio degli innocenti e dei
bimbi, all'utopia prometeica dell'uomo che vuole, usurpando Dio, arrogarsi il potere supremo
e organizzare la felicit degli uomini loro malgrado (si riconoscono agevolmente le teorie di
Raskl'nikov, e dello iglv di I demni). Ivn Karamzov sceglie l'umanit; Alsa, che lo
ascolta, sceglie l'uomo. Due concetti che, in Dostovskij, saranno sempre fondamentalmente
in contrasto e che costituiscono il dilemma tragico delle nostre civilt moderne. (JACQUES
CATTEAU, Dostovskij, sta in Storia della civilt letteraria russa, UTET, Torino 1997, vol. I,
pag. 685)

Il sistema onomastico russo (II)


Abbiamo gi avuto modo di conoscere le linee essenziali del sistema onomastico russo ed in
particolare l'
uso, oltre al nome e al cognome, del patronimico. Vediamo oggi le molteplici e
varie possibilit di combinazione dei tre elementi e il significato sociale del loro utilizzo; chi
vorr conoscere pi da vicino il romanzo russo, avr modo di verificare l'
utilit di queste
nozioni.
Forma

Esempio

Uso

Il solo nome di battesimo

Fdor

Usato solo tra persone dello stesso


sesso (ma perlopi tra gli uomini)
legate da profondi vincoli di parentela
o di amicizia; tra le classi popolari
l'
uso di questa forma era frequente
anche tra semplici coetanei

Nome + patronimico

Fdor Pavlovi

Si tratta della forma pi comune che


esprime le pi varie sfumature:
cordialit, formalit, rispetto,
discrezione e misurato distacco.
Tra le classi inferiori era consueto
contrarre il patronimico
(ad es. Fdor Pavli )

Il solo patronimico

Pavlovi

Si tratta di forma usata pressoch


esclusivamente tra i ceti inferiori e
sostanzialmente equivalente alla
precedente

Il solo cognome

Verchovenskij

Forma piuttosto rara usta nell'


esercito
o quando ci si voleva riferire a persone
illustre e universalmente note (ad es.
un artista, un uomo politico ecc.)

Nome + patronimico + cognome Fdor Pavlovi


Verchovenskij

Vera e propria carta di identit, era la


forma usata nelle circostanze ufficiali e
nei documenti.

Nome + cognome

Forma usata:

Fdor Verchovenskij

1 con i contadini;
2 parlando di persone poco
conosciute;
3 parlando di persona nota famosa.

Diminutivo

Fedja

La lingua russa ricchissima di forme


diminutive e vezzeggiative; in genere
il diminutivo viene usato solo quando
vi sia un rapporto di grande familiarit;
fra le classi inferiori spesso usato
anche dai bambini quando si rivolgono
a un adulto.
Si incontra spesso anche il diminutivo
seguito dal patronimico.

Documenti
Lettera a V.A.Alekseev
Pietroburgo, 7 giugno 1876
Egregio Signore, La prego di scusarmi se rispondo soltanto oggi alla Sua lettera del 3 giugno,
ma sono stato malato per un attacco di epilessia.
Lei mi rivolge una domanda molto ardua in quanto esigerebbe una risposta lunga. La sostanza
della cosa, di per s, chiara. Nella tentazione di Cristo da parte del diavolo sono proposte tre
colossali idee di portata universale; sono trascorsi ormai diciotto secoli e non c'
nulla di pi
difficile, e cio di pi profondo, di queste idee, e tuttora non si riesce a risolvere le questioni
in esse poste.
"Le pietre e i pani" significa l'
attuale questione sociale, cio l'
ambiente. Questa non una
profezia, questo sempre stato cos. "Come ci si pu rivolgere a dei poveri derelitti, che la
fame e l'
oppressione hanno ridotto a una condizione piuttosto di animali che non di uomini,
come ci si pi rivolgere a degli affamati predicando l'
astensione dal peccato, la mansuetudine
e la continenza? Non sarebbe meglio anzitutto dar loro da mangiare? Ci sarebbe pi umano.
Anche davanti a Te sono venuti a predicare, ma Tu sei il Figlio di Dio, Tu eri atteso da tutto il
mondo con impazienza; agisci dunque come chi superiore a tutti per l'
intelletto e la giustizia.
Da'dunque loro un'
organizzazione sociale tale che non manchino mai il pane e l'
ordine, e solo
allora chiedi loro di rinunciare al peccato. Se anche allora peccheranno, ebbene, vorr dire che
sono degl'
ingrati, ma ora essi peccano per colpa della fame, ed un peccato pretendere da loro
che non pecchino.
"Tu sei Figlio di Dio, e dunque Tu puoi tutto. Vedi qui intorno queste pietre: sufficiente che
Tu lo ordini e queste pietre si trasformeranno in pani."
"Ma anzitutto ordina che la terra dia i suoi frutti senza fatica, insegna agli uomini una scienza
o un ordine sociale tali che la loro vita sia per sempre assicurata. forse possibile che Tu non
sappia che i vizi e le sventure pi gravi dell'
uomo sono provocate dalla fame, dal freddo, dalla
miseria e dalla spietata lotta per l'
esistenza?"
Ecco la prima questione che lo spirito maligno propose a Cristo. Lei sar d'
accordo sul fatto
che difficile risolverla. Il socialismo attuale, sia in Europa che da noi, vuole eliminare
completamente Cristo e si adopera anzitutto per il pane, si affida alla scienza e sostiene che la
causa di tutte le sciagure umane una soltanto: la miseria, la lotta per l'
esistenza, "l'
ambiente
che divora l'
uomo".
Ma Cristo a ci ha risposto: "Non di solo pane vive l'
uomo", proclamando la verit
sull'
origine anche spirituale dell'
uomo. L'
idea del diavolo poteva andar bene soltanto per un
uomo-animale, ma Cristo sapeva che l'
uomo non pu vivere di solo pane. Infatti, se non
esistesse pi la vita spirituale, e cio l'
ideale della Bellezza, l'
uomo cadrebbe in preda
all'
angoscia, morirebbe, impazzirebbe, si ucciderebbe o si affiderebbe a fantasie pagane. E
siccome Cristo recava in Se stesso e nella Sua Parola l'
ideale della Bellezza; avendolo nelle
loro anime, tutti diventeranno fratelli l'
uno dell'
altro, e allora, naturalmente, lavorando l'
uno
per l'
altro, saranno anche ricchi. Se invece si desse loro del pane, pu darsi che essi diventino
nemici l'
uno dell'
altro solo per la noia.
Ma se si desse all'
uomo sia l'
ideale della Bellezza che il Pane insieme? In tal caso verr tolto
all'
uomo il lavoro, la personalit, il sacrificio dei propri beni a favore del prossimo, insomma
gli verr tolta tutta la vita, ogni ideale di vita. E quindi meglio proclamare soltanto l'
ideale
spirituale.
La prova del fatto che, in questo breve passo del Vangelo, la questione riguardava proprio

questa idea, e non semplicemente il fatto che Cristo aveva fame e che il diavolo gli
consigliava di prendere delle pietre e ordinar loro di trasformarsi in pane, la prova di ci sta
nel fatto che Cristo rispose rivelando il segreto della natura: "Non di solo pane (e cio come
gli animali) vive l'
uomo".
Se si fosse trattato soltanto di placare la fame di Cristo, perch si sarebbe dovuto portare il
discorso sulla natura spirituale dell'
uomo in generale? E sarebbe stato anche inutile, giacch
anche senza il consiglio del diavolo Egli avrebbe gi potuto da prima procurarsi del pane se
avesse voluto. A proposito: Lei ha certo presenti le teorie di Darwin e di altri sull'
origine
dell'
uomo dalla scimmia. Ebbene, senza formulare nessuna teoria, Cristo dichiara
esplicitamente che nell'
uomo, oltre alla dimensione animale, c'
anche quella spirituale. E
quindi qualunque sia l'
origine dell'
uomo (nella Bibbia non affatto spiegato in che modo
Iddio lo form dal fango, lo prese dalla terra), un fatto che Dio gl'
ispir il soffio della vita
(ma terribile che l'
uomo, attraverso il peccato, possa nuovamente trasformarsi in animale).
Il Suo devoto servitore F.Dostoevskij
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 10 maggio 1879
[...]
Questa quinta parte, secondo la mia concezione, deve costituire il punto culminante di tutto il
romanzo e pertanto deve essere portata a termine con cura particolare. L'
idea che ne sta alla
base - come Lei vedr dal testo che Le ho inviato - costituita dalla rappresentazione
dell'
estremo a cui pu arrivare il sacrilegio e del nucleo dell'
idea di distruzione caratteristica
del nostro tempo in Russia nell'
ambiente della giovent estraniatasi dalla realt; ma accanto al
sacrilegio e all'
anarchia viene proposta anche la loro confutazione, che sto appunto esponendo
nelle ultime parole del moribondo starec Zosima, uno dei personaggi del romanzo. Data
l'
evidente difficolt del compito che mi sono assunto, Lei certo comprender, stimatissimo
Nikolaj Alekseevic, e scuser il fatto che io abbia preferito diluire il tema in due parti, per non
guastare con la fretta il punto culminante del mio romanzo. In generale tutta questa parte sar
ricca di movimento. Nel testo che Le ho or ora inviato io rappresento soltanto il carattere di
uno dei principali personaggi del romanzo che esprime le sue fondamentali convinzioni. Tali
convinzioni sono appunto ci che io considero una sintesi dell'
attuale anarchismo russo. la
negazione non di Dio, bens del senso del mondo da Lui creato. Tutto il socialismo derivato
e ha preso le mosse dalla negazione del senso della realt storica per concludere con il
programma della distruzione e dell'
anarchia. I pi rappresentativi fra gli anarchici sono stati in
molti casi persone sinceramente convinte. Il mio personaggio si serve di un argomento
secondo me incontrovertibile, e cio l'
assurdit della sofferenza dei bambini, e ne deduce
l'
assurdit di tutta la realt storica. Non so se sono riuscito a realizzarlo adeguatamente, ma so
che il mio personaggio reale al massimo grado. (nei Demoni c'
una quantit di personaggi
che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che Lei lo creda o no,
sono stati tutti confermati dalla realt, il che significa che erano stati esattamente intuiti. Per
esempio, K.P.Pobedonoscev mi ha riferito di due o tre casi di anarchici arrestati che erano
sorprendentemente simili a quelli da me raffigurati nei Demoni). Tutto ci che viene detto dal
mio personaggio nel testo che Le ho inviato fondato sulla realt. Tutti gli episodi che si
riferiscono ai bambini sono accaduti nella realt e sono stati pubblicati dai giornali, e io posso
citarne anche la fonte esatta; niente stato inventato di sana pianta da me. Il generale che
aizza i cani contro un bambino, e cos tutto l'
episodio, rispecchia un fatto realmente avvenuto
che stato pubblicato quest'
inverno, se non sbaglio, nell'
"Archivio", e ripreso poi da molti
giornali. Il rifiuto di Dio proclamato dal mio personaggio verr trionfalmente confutato nel
fascicolo seguente (quello di luglio), a cui io sto attualmente lavorando in preda al timore ,

alla trepidazione e a un sentimento di venerazione, giacch io considero il mio compito (e


cio la confutazione dell'
anarchismo) una vera e propria impresa civile. Mi auguri pertanto il
successo, stimatissimo Nikolaj Alekseevic.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Staraja Russa, 19 maggio 1879
[...]
Il fatto che questa parte del romanzo per me quella culminante; s'
intitola "Pro e contra" e
l'
idea che ne sta alla base il rifiuto di Dio e la confutazione di tale rifiuto. La parte
riguardante il rifiuto di Dio l'
ho gi conclusa e spedita, mentre quella che tratta della
confutazione di tale rifiuto la mander soltanto per il fascicolo di luglio. Ho trattato il rifiuto
di Dio nella sua forma pi estrema, almeno cos come io stesso l'
ho sentito e l'
ho compreso, e
cio cos come si manifesta nel momento attuale nella nostra Russia in tutto (o quasi) lo strato
superiore della societ: la negazione scientifica e filosofica dell'
esistenza di Dio stata ormai
abbandonata, gli attuali socialisti attivi non se ne occupano pi affatto (mentre invece se ne
occupavano in tutto il secolo passato e nella prima met di quello attuale); in compenso viene
negata con tutte le forze la creazione divina, il mondo di Dio e il suo senso. soltanto in
questo che la cultura moderna riscontra l'
assurdo. In tal modo mi lusingo con la speranza di
aver mantenuto fede al realismo perfino in un tema cos astratto. La confutazione della
negazione di Dio (non in forma diretta, cio in un dibattito tra due personaggi) viene svolta
nelle ultime parole dello starec morente. Molti critici mi hanno rimproverato per il fatto che,
nei miei romanzi in generale, io non sceglierei i temi adatti, quelli veramente realistici, e cos
via. Io, al contrario, non conosco nulla di pi reale proprio di questi temi... Per aver spedito, io
ho spedito tutto, ma a momenti sono assalito dal dubbio che, per qualche ragione, decidano di
non pubblicare questa parte sul "messaggero Russo". Ma basta parlare di questo. Del resto, si
sa, la lingua batte dove il dente duole.
[...]
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 11 giugno 1879
Egregio signore, stimatissimo Nikolaj Alekseevic, l'
altroieri ho inviato alla redazione del
"messaggero Russo" il seguito dei Karamazov per il fascicolo di giugno (cio la fine della
quinta parte "Pro e contra"). In essa ho portato a termine ci che dicono le labbra superbe e
blasfeme. Il negatore contemporaneo, uno dei pi accaniti, si dichiara esplicitamente a favore
di ci che consiglia il diavolo e sostiene che il suo insegnamento pi sicuro per gli uomini di
quello di Cristo. Con ci si d una direttiva per il nostro socialismo russo, cos sciocco (ma
terribile, perch in esso implicata la giovent): il pane, la torre di Babele (cio il futuro
regno del socialismo) e il completo assoggettamento della libert di coscienza, ecco a che
cosa approda il disperato negatore e ateo! La differenza sta nel fatto che i nostri socialisti (ed
essi non sono soltanto il nichilismo sotterraneo, Lei lo sa bene) sono dei gesuiti e dei
mentitori coscienti che non riconoscono che il loro ideale consiste nella violenza esercitata
sulla coscienza umana e nel ridurre l'
umanit al livello di un gregge, mentre il mio socialista
(Ivan Karamazov) un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d'
accordo con la
concezione dell'
umanit propria del Grande Inquisitore, e che la fede in Cristo sarebbe in
grado di portare l'
uomo ad un livello pi alto a cui esso realmente si trova. La domanda viene
posta in modo assolutamente categorico: "Voi, futuri salvatori dell'
umanit, in realt la
disprezzate o la rispettate?"

E tutto ci essi pretendono di farlo in nome dell'


amore per l'
umanit: "La legge di Cristo - essi
dicono - troppo pesante e astratta; intollerabile per le deboli forze dell'
uomo", e cos,
invece della legge della Libert e della vera Cultura, gli propongono la legge della catene e
della schiavit per il pane.
Nella parte seguente rappresenter la morte dello starec Zosima e riporter le sue
conversazioni in punto di morte con gli amici. Non si tratta di una predica, bens di una specie
di narrazione, il racconto della sua vita. Se mi riuscir, far qualcosa di veramente buono:
costringer il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non qualcosa di astratto,
bens qualcosa che si pu rendere in un'
immagine reale, qualcosa di possibile e presente, e che
il cristianesimo l'
unico rifugio per la Terra Russa da tutti i suoi mali. Prego Iddio che il
quadro mi riesca; ne verr fuori qualcosa di autenticamente patetico, purch mi sorregga
l'
ispirazione. E l'
essenziale che si tratta di un tema tale quale non venuto in mente a
nessuno degli attuali scrittori e poeti, e quindi qualcosa di assolutamente originale. per
questo che ho scritto tutto il romanzo, ma voglia Iddio che mi riesca ci per cui adesso vivo in
tanta ansiet! La invier immancabilmente per il fascicolo di luglio, e anzi per il dieci di
luglio, non pi tardi. Ci metter tutto il mio impegno.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879
[...]
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov per me molto lusinghiera (a
proposito della forza e dell'
energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione
assolutamente inevitabile: il fatto che non c'
ancora una risposta a tutte le tesi atee qui
esposte, e che bisogna assolutamente darla. proprio questo il punto, e appunto in questo sta
tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta
questa parte negativa la si trover nella sesta parte, "Un monaco russo", che verr pubblicata il
31 agosto. Pertanto la mia trepidazione originata dal dubbio se tale risposta sar sufficiente.
Tanto pi che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza
(nel Grande Inquisitore e anche prima), bens soltanto indiretta. Qui viene rappresentato
qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo
ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bens, per cos dire, di
un'
immagine artistica. Ed appunto questo che mi preoccupa: sar comprensibile e
raggiunger almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze
specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre
in realt la vita piena di aspetti comici ed maestosa soltanto nel suo senso interiore,
cosicch, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli
aspetti pi volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D'
altronde
vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perch
troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti
secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto
conoscere la Sua opinione perch la rispetto e l'
apprezzo altamente. Ho scritto con grande
amore.
[...]

I fratelli Karamazov
Lettera a V.A.Alekseev
Pietroburgo, 7 giugno 1876
Egregio Signore, La prego di scusarmi se rispondo soltanto oggi alla Sua lettera del 3 giugno,
ma sono stato malato per un attacco di epilessia.
Lei mi rivolge una domanda molto ardua in quanto esigerebbe una risposta lunga. La sostanza
della cosa, di per s, chiara. Nella tentazione di Cristo da parte del diavolo sono proposte tre
colossali idee di portata universale; sono trascorsi ormai diciotto secoli e non c'
nulla di pi
difficile, e cio di pi profondo, di queste idee, e tuttora non si riesce a risolvere le questioni
in esse poste.
"Le pietre e i pani" significa l'
attuale questione sociale, cio l'
ambiente. Questa non una
profezia, questo sempre stato cos. "Come ci si pu rivolgere a dei poveri derelitti, che la
fame e l'
oppressione hanno ridotto a una condizione piuttosto di animali che non di uomini,
come ci si pi rivolgere a degli affamati predicando l'
astensione dal peccato, la mansuetudine
e la continenza? Non sarebbe meglio anzitutto dar loro da mangiare? Ci sarebbe pi umano.
Anche davanti a Te sono venuti a predicare, ma Tu sei il Figlio di Dio, Tu eri atteso da tutto il
mondo con impazienza; agisci dunque come chi superiore a tutti per l'
intelletto e la giustizia.
Da'dunque loro un'
organizzazione sociale tale che non manchino mai il pane e l'
ordine, e solo
allora chiedi loro di rinunciare al peccato. Se anche allora peccheranno, ebbene, vorr dire che
sono degl'
ingrati, ma ora essi peccano per colpa della fame, ed un peccato pretendere da loro
che non pecchino.
"Tu sei Figlio di Dio, e dunque Tu puoi tutto. Vedi qui intorno queste pietre: sufficiente che
Tu lo ordini e queste pietre si trasformeranno in pani."
"Ma anzitutto ordina che la terra dia i suoi frutti senza fatica, insegna agli uomini una scienza
o un ordine sociale tali che la loro vita sia per sempre assicurata. forse possibile che Tu non
sappia che i vizi e le sventure pi gravi dell'
uomo sono provocate dalla fame, dal freddo, dalla
miseria e dalla spietata lotta per l'
esistenza?"
Ecco la prima questione che lo spirito maligno propose a Cristo. Lei sar d'
accordo sul fatto
che difficile risolverla. Il socialismo attuale, sia in Europa che da noi, vuole eliminare
completamente Cristo e si adopera anzitutto per il pane, si affida alla scienza e sostiene che la
causa di tutte le sciagure umane una soltanto: la miseria, la lotta per l'
esistenza, "l'
ambiente
che divora l'
uomo".
Ma Cristo a ci ha risposto: "Non di solo pane vive l'
uomo", proclamando la verit
sull'
origine anche spirituale dell'
uomo. L'
idea del diavolo poteva andar bene soltanto per un
uomo-animale, ma Cristo sapeva che l'
uomo non pu vivere di solo pane. Infatti, se non
esistesse pi la vita spirituale, e cio l'
ideale della Bellezza, l'
uomo cadrebbe in preda
all'
angoscia, morirebbe, impazzirebbe, si ucciderebbe o si affiderebbe a fantasie pagane. E
siccome Cristo recava in Se stesso e nella Sua Parola l'
ideale della Bellezza; avendolo nelle
loro anime, tutti diventeranno fratelli l'
uno dell'
altro, e allora, naturalmente, lavorando l'
uno
per l'
altro, saranno anche ricchi. Se invece si desse loro del pane, pu darsi che essi diventino
nemici l'
uno dell'
altro solo per la noia.
Ma se si desse all'
uomo sia l'
ideale della Bellezza che il Pane insieme? In tal caso verr tolto
all'
uomo il lavoro, la personalit, il sacrificio dei propri beni a favore del prossimo, insomma
gli verr tolta tutta la vita, ogni ideale di vita. E quindi meglio proclamare soltanto l'
ideale
spirituale.
La prova del fatto che, in questo breve passo del Vangelo, la questione riguardava proprio

questa idea, e non semplicemente il fatto che Cristo aveva fame e che il diavolo gli
consigliava di prendere delle pietre e ordinar loro di trasformarsi in pane, la prova di ci sta
nel fatto che Cristo rispose rivelando il segreto della natura: "Non di solo pane (e cio come
gli animali) vive l'
uomo".
Se si fosse trattato soltanto di placare la fame di Cristo, perch si sarebbe dovuto portare il
discorso sulla natura spirituale dell'
uomo in generale? E sarebbe stato anche inutile, giacch
anche senza il consiglio del diavolo Egli avrebbe gi potuto da prima procurarsi del pane se
avesse voluto. A proposito: Lei ha certo presenti le teorie di Darwin e di altri sull'
origine
dell'
uomo dalla scimmia. Ebbene, senza formulare nessuna teoria, Cristo dichiara
esplicitamente che nell'
uomo, oltre alla dimensione animale, c'
anche quella spirituale. E
quindi qualunque sia l'
origine dell'
uomo (nella Bibbia non affatto spiegato in che modo
Iddio lo form dal fango, lo prese dalla terra), un fatto che Dio gl'
ispir il soffio della vita
(ma terribile che l'
uomo, attraverso il peccato, possa nuovamente trasformarsi in animale).
Il Suo devoto servitore F.Dostoevskij
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 10 maggio 1879
[...]
Questa quinta parte, secondo la mia concezione, deve costituire il punto culminante di tutto il
romanzo e pertanto deve essere portata a termine con cura particolare. L'
idea che ne sta alla
base - come Lei vedr dal testo che Le ho inviato - costituita dalla rappresentazione
dell'
estremo a cui pu arrivare il sacrilegio e del nucleo dell'
idea di distruzione caratteristica
del nostro tempo in Russia nell'
ambiente della giovent estraniatasi dalla realt; ma accanto al
sacrilegio e all'
anarchia viene proposta anche la loro confutazione, che sto appunto esponendo
nelle ultime parole del moribondo starec Zosima, uno dei personaggi del romanzo. Data
l'
evidente difficolt del compito che mi sono assunto, Lei certo comprender, stimatissimo
Nikolaj Alekseevic, e scuser il fatto che io abbia preferito diluire il tema in due parti, per non
guastare con la fretta il punto culminante del mio romanzo. In generale tutta questa parte sar
ricca di movimento. Nel testo che Le ho or ora inviato io rappresento soltanto il carattere di
uno dei principali personaggi del romanzo che esprime le sue fondamentali convinzioni. Tali
convinzioni sono appunto ci che io considero una sintesi dell'
attuale anarchismo russo. la
negazione non di Dio, bens del senso del mondo da Lui creato. Tutto il socialismo derivato
e ha preso le mosse dalla negazione del senso della realt storica per concludere con il
programma della distruzione e dell'
anarchia. I pi rappresentativi fra gli anarchici sono stati in
molti casi persone sinceramente convinte. Il mio personaggio si serve di un argomento
secondo me incontrovertibile, e cio l'
assurdit della sofferenza dei bambini, e ne deduce
l'
assurdit di tutta la realt storica. Non so se sono riuscito a realizzarlo adeguatamente, ma so
che il mio personaggio reale al massimo grado. (nei Demoni c'
una quantit di personaggi
che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che Lei lo creda o no,
sono stati tutti confermati dalla realt, il che significa che erano stati esattamente intuiti. Per
esempio, K.P.Pobedonoscev mi ha riferito di due o tre casi di anarchici arrestati che erano
sorprendentemente simili a quelli da me raffigurati nei Demoni). Tutto ci che viene detto dal
mio personaggio nel testo che Le ho inviato fondato sulla realt. Tutti gli episodi che si
riferiscono ai bambini sono accaduti nella realt e sono stati pubblicati dai giornali, e io posso
citarne anche la fonte esatta; niente stato inventato di sana pianta da me. Il generale che
aizza i cani contro un bambino, e cos tutto l'
episodio, rispecchia un fatto realmente avvenuto
che stato pubblicato quest'
inverno, se non sbaglio, nell'
"Archivio", e ripreso poi da molti
giornali. Il rifiuto di Dio proclamato dal mio personaggio verr trionfalmente confutato nel
fascicolo seguente (quello di luglio), a cui io sto attualmente lavorando in preda al timore ,

alla trepidazione e a un sentimento di venerazione, giacch io considero il mio compito (e


cio la confutazione dell'
anarchismo) una vera e propria impresa civile. Mi auguri pertanto il
successo, stimatissimo Nikolaj Alekseevic.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Staraja Russa, 19 maggio 1879
[...]
Il fatto che questa parte del romanzo per me quella culminante; s'
intitola "Pro e contra" e
l'
idea che ne sta alla base il rifiuto di Dio e la confutazione di tale rifiuto. La parte
riguardante il rifiuto di Dio l'
ho gi conclusa e spedita, mentre quella che tratta della
confutazione di tale rifiuto la mander soltanto per il fascicolo di luglio. Ho trattato il rifiuto
di Dio nella sua forma pi estrema, almeno cos come io stesso l'
ho sentito e l'
ho compreso, e
cio cos come si manifesta nel momento attuale nella nostra Russia in tutto (o quasi) lo strato
superiore della societ: la negazione scientifica e filosofica dell'
esistenza di Dio stata ormai
abbandonata, gli attuali socialisti attivi non se ne occupano pi affatto (mentre invece se ne
occupavano in tutto il secolo passato e nella prima met di quello attuale); in compenso viene
negata con tutte le forze la creazione divina, il mondo di Dio e il suo senso. soltanto in
questo che la cultura moderna riscontra l'
assurdo. In tal modo mi lusingo con la speranza di
aver mantenuto fede al realismo perfino in un tema cos astratto. La confutazione della
negazione di Dio (non in forma diretta, cio in un dibattito tra due personaggi) viene svolta
nelle ultime parole dello starec morente. Molti critici mi hanno rimproverato per il fatto che,
nei miei romanzi in generale, io non sceglierei i temi adatti, quelli veramente realistici, e cos
via. Io, al contrario, non conosco nulla di pi reale proprio di questi temi... Per aver spedito, io
ho spedito tutto, ma a momenti sono assalito dal dubbio che, per qualche ragione, decidano di
non pubblicare questa parte sul "messaggero Russo". Ma basta parlare di questo. Del resto, si
sa, la lingua batte dove il dente duole.
[...]
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 11 giugno 1879
Egregio signore, stimatissimo Nikolaj Alekseevic, l'
altroieri ho inviato alla redazione del
"messaggero Russo" il seguito dei Karamazov per il fascicolo di giugno (cio la fine della
quinta parte "Pro e contra"). In essa ho portato a termine ci che dicono le labbra superbe e
blasfeme. Il negatore contemporaneo, uno dei pi accaniti, si dichiara esplicitamente a favore
di ci che consiglia il diavolo e sostiene che il suo insegnamento pi sicuro per gli uomini di
quello di Cristo. Con ci si d una direttiva per il nostro socialismo russo, cos sciocco (ma
terribile, perch in esso implicata la giovent): il pane, la torre di Babele (cio il futuro
regno del socialismo) e il completo assoggettamento della libert di coscienza, ecco a che
cosa approda il disperato negatore e ateo! La differenza sta nel fatto che i nostri socialisti (ed
essi non sono soltanto il nichilismo sotterraneo, Lei lo sa bene) sono dei gesuiti e dei
mentitori coscienti che non riconoscono che il loro ideale consiste nella violenza esercitata
sulla coscienza umana e nel ridurre l'
umanit al livello di un gregge, mentre il mio socialista
(Ivan Karamazov) un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d'
accordo con la
concezione dell'
umanit propria del Grande Inquisitore, e che la fede in Cristo sarebbe in
grado di portare l'
uomo ad un livello pi alto a cui esso realmente si trova. La domanda viene
posta in modo assolutamente categorico: "Voi, futuri salvatori dell'
umanit, in realt la
disprezzate o la rispettate?"

E tutto ci essi pretendono di farlo in nome dell'


amore per l'
umanit: "La legge di Cristo - essi
dicono - troppo pesante e astratta; intollerabile per le deboli forze dell'
uomo", e cos,
invece della legge della Libert e della vera Cultura, gli propongono la legge della catene e
della schiavit per il pane.
Nella parte seguente rappresenter la morte dello starec Zosima e riporter le sue
conversazioni in punto di morte con gli amici. Non si tratta di una predica, bens di una specie
di narrazione, il racconto della sua vita. Se mi riuscir, far qualcosa di veramente buono:
costringer il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non qualcosa di astratto,
bens qualcosa che si pu rendere in un'
immagine reale, qualcosa di possibile e presente, e che
il cristianesimo l'
unico rifugio per la Terra Russa da tutti i suoi mali. Prego Iddio che il
quadro mi riesca; ne verr fuori qualcosa di autenticamente patetico, purch mi sorregga
l'
ispirazione. E l'
essenziale che si tratta di un tema tale quale non venuto in mente a
nessuno degli attuali scrittori e poeti, e quindi qualcosa di assolutamente originale. per
questo che ho scritto tutto il romanzo, ma voglia Iddio che mi riesca ci per cui adesso vivo in
tanta ansiet! La invier immancabilmente per il fascicolo di luglio, e anzi per il dieci di
luglio, non pi tardi. Ci metter tutto il mio impegno.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879
[...]
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov per me molto lusinghiera (a
proposito della forza e dell'
energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione
assolutamente inevitabile: il fatto che non c'
ancora una risposta a tutte le tesi atee qui
esposte, e che bisogna assolutamente darla. proprio questo il punto, e appunto in questo sta
tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta
questa parte negativa la si trover nella sesta parte, "Un monaco russo", che verr pubblicata il
31 agosto. Pertanto la mia trepidazione originata dal dubbio se tale risposta sar sufficiente.
Tanto pi che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza
(nel Grande Inquisitore e anche prima), bens soltanto indiretta. Qui viene rappresentato
qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo
ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bens, per cos dire, di
un'
immagine artistica. Ed appunto questo che mi preoccupa: sar comprensibile e
raggiunger almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze
specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre
in realt la vita piena di aspetti comici ed maestosa soltanto nel suo senso interiore,
cosicch, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli
aspetti pi volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D'
altronde
vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perch
troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti
secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto
conoscere la Sua opinione perch la rispetto e l'
apprezzo altamente. Ho scritto con grande
amore.
[...]

Luned 17 febbraio 2003

Michail Evgrfovic Saltykv- edrin


(Spas-Ugol, Tver 1826 - Pietroburgo 1889)

Un villaggio di campagna sperduto e triste; la vita di una famiglia di nobilotti di campagna


fatta di noia, di gretta devozione, di oppressione; un padre che invecchia, colto ma
insignificante e rozzo; una madre imperiosa, perfino crudele nei confronti dei servi, diffidente
e dispotica verso i propri figli fino al sadismo, di una avidit e un'
avarizia morbose... no, non
Giacomo Leopardi: Saltykv- edrin, romanziere russo del secolo XIX.
Ingiustamente annoverato tra i minori, Saltykv- edrin, inevitabilmente misconosciuto
all'
estero (quanti di voi l'
avevano mai sentito nominare?) nel suo paese, soprattutto oggi, uno
dei classici pi vivi: satirico recuperato con pena, ribelle, sovversivo per sempre.
Satirico: tutto sommato la prima volta che facciamo uso di questo termine, anche se, da
Gogol'a Dostovskij a Bulgkov (autore del Novecento sovietico), la letteratura russa
possiede una vena satirica particolarmente rigogliosa; ma Michail Evgrfovic Saltykv
(1826-1889, conosciuto con lo pseudonimo letterario edrin, il generoso) fu, e continua ad
essere, fra i maggiori maestri della satira. Per Saltykv per questo titolo di merito implica
per anche dei limiti; sarebbe un errore cercare nella sua opera una visione del mondo da
grande creatore: egli infatti non Aristofane, non Rabelais, non Swift. In ogni caso, si
deve riconoscere che la sua incomparabile causticit ha dato vita intensa alle figure grottesche
dei suoi personaggi, e li ha imposti alla memoria dell'
intera cultura russa. Oggi gran parte
della sua opera, fortemente segnata dai richiami della cronaca e del presente, non suscita pi il
nostro interesse; la sua irriducibile fermezza ideale, in compenso, ha prodotto due
incomparabili capolavori: Istrija odnog groda (Storia di una citt, 1869-1870) e,
soprattutto, Gospod Golovlvy (I signori Golovlv, 1880), uno dei migliori romanzi russi.
Saltykv ha descritto in Posechnskaja starino (Gli antichi tempi di Poechn'
e, 1887- 1889)
il suo ambiente familiare e la sua infanzia. Un quadro oscuro e sebbene sia stato reso
ancora pi cupo senza dubbio non infedele. Sebbene il nome Saltykv evochi una grande
famiglia principesca (il legame di parentela non per accertato), la famiglia dello scrittore
offriva in realt abbiamo visto in apertura di lezione - un esempio, tetro ma abbastanza
tipico, di piccola nobilt terriera, furiosamente attaccata ad uno status condannato
dall'
evoluzione economica. l'
universo di Gli antichi tempi di Poechn'e e i I signori
Golovlv.
Dopo buoni studi prima presso l'
ottima pensione nobiliare di Mosca, poi al famoso liceo di
Crskoe Sel lo stesso frequentato da Pukin - il giovane Michail entra al Ministero della
guerra nel 1844, frequentando contemporaneamente gli ambienti intellettuali della capitale.
Molto presto, fin dai tempi del liceo, pubblica recensioni su riviste, in particolare sul
Sovremnnik; lo si vede anche, austero e
taciturno, frequentare il circolo di Petravskij, quello stesso che era costato a Dostovskij la
denuncia, l'
arresto e la deportazione. Tra il 1847 e il 1848 Saltykv pubblica su
Otcestvennye Zapiski due novelle secondo il gusto della scuola naturale: tristi storie di
eroi umiliati e offesi, con spunti narrativi di un radicalismo brusco e ingenuo quanto basta
perch l'
autore sia esiliato in una tetra provincia, a Vjtka. Otto anni di noia mortale, passati
ad imprecare contro la grossolanit e la meschinit circostanti, ma anche otto anni di proficua
carriera amministrativa che doveva concludersi, dopo alcune interruzioni, molto pi tardi, con
un'
invidiabile pensione di generale.
Il caso paradossale di questo alto funzionario (arriver ad essere vicegovernatore) spregiatore
radicale dell'
ordine costituito abbastanza eccezionale, tanto pi che interessa lo scrittore e la
sua creazione letteraria. A dire il vero sono soprattutto i circoli radicali, pi intolleranti su

questo punto del potere zarista, che saranno sensibili al caso. In realt sia al servizio dello
stato che della letteratura, Saltykv ha mostrato la stessa rigorosa onest, lo stesso
accanimento nel combattere le ingiustizie; e il razionalismo burocratico deve essere apparso
per molto tempo a questo erede dei Lumi un fattore di progresso, nell'
universo gogoliano a cui
lui stesso dava sostegno. La sua coscienza non ha dovuto soffrire.
La sua cupa filosofia gli ispirava diffidenza nei confronti di ogni rivoluzione e un totale
scetticismo verso le elucubrazioni sulla societ futura elaborate da liberali e nichilisti. Intriso
di razionalismo illuministico, Saltykv fu sempre intimamente conteso fra la sua fede nel
progresso e il suo ardore nel denunciare le illusorie utopie del suo tempo. Il suo scetticismo
rifiuta il relativismo, ed forse questa la ragione per cui egli denuncia con particolare e
costante accanimento i riformisti liberali, ma risparmia contemporaneamente i radicali. Di qui
l'
immenso successo della sua opera negli ambienti progressisti e rivoluzionari, in cui divenne
il modello della letteratura di denuncia.
Ma nessuna prospettiva radiosa viene a riscaldare il suo zelo distruttore: Saltykv sar
refrattario al marxismo, introdotto in Russia a partire dagli anni Settanta, ed estraneo alla fede
populista che anima gli Ot estvennye Zapiski e che idealizza il contadino. In linea di
principio occidentalista convinto, ma alla bisogna ferocemente critico nei confronti della vita
politica occidentale, ha avversione per le fantasie slavofile e il p venni estvo di
Dostovskij. Nessuno user parole pi dure per fustigare la passivit e la stupidit delle
masse. Con ci, c'
in quest'
uomo burbero e irascibile, ma segretamente buono, una dolente
tenerezza per il popolo; in questo ateo c'
del riguardo, e forse del rispetto, per una religione
che condanna socialmente ma ammira esteticamente.
La morte di Nicola I lo porta a Pietroburgo dove, nel 1856, entra al Ministero dell'
interno e
sposa la figlia di un vicegovernatore (infelice matrimonio tra un orso e una civetta). allora
che diventa celebre grazie ai Gubrnskie cerki (Schizzi provinciali). Questi reportages sulla
vita di provincia oltrepassano di gran lunga in virulenza satirica Ggol'
, al quale lo si
comincia presto a paragonare. Sono questi schizzi a lanciare la moda della letteratura di
denuncia. Anche se la satira violenta, basta qualche nota ottimistica, qualche quadro
commovente della fede popolare, a farla accettare da larga parte dell'
opinione pubblica.
Forte della sua celebrit e incoraggiato dall'
atmosfera liberale dell'
era delle grandi riforme,
Saltykv accetta nuovamente l'
incarico di vicegovernatore in provincia, riunendo intorno a s
tutte le buone volont liberali, ma presto deluso, dopo un breve periodo di ritiro in campagna,
ritrova la vita letteraria della sua cara Pietroburgo: collabora al Sovremnnik di Nekrsov,
non senza attriti con la redazione; poi riprende il suo incarico in provincia per quattro anni,
fino al 1868, data in cui questo funzionario, zelante e intrattabile, si fa mettere in pensione.
Eccolo dunque definitivamente a Pietroburgo, nella redazione di Ot estvennye Zapiski:
sedici anni di poderosa energia creativa di un giornalista esemplare che tratta tutti gli
argomenti, fanatico di un radicalismo distruttore senza dottrina. La soppressione dalla rivista,
nel 1884, sar per lui un colpo fatale. Lavora indefessamente, malgrado una salute gi
terribilmente danneggiata, sempre pi estraneo alla sua epoca, ma ancora salutato alla sua
morte come un grande combattente.
L'
opera di Saltykv, come la carriera, fonde intimamente politica e letteratura; molto
abbondante, essa segnata dalle circostanze che l'
hanno vista nascere: prolissit giornalistica,
molteplicit delle allusioni all'
attualit, diventate oggi spesso oscure, cifratura e
camuffamento per timore della censura (la famosa lingua di Esopo).
Il talento di Saltykv tutto al servizio della satira e nei capolavori, in cui egli ha oltrepassato
il livello di una percezione della realt puramente satirica, questi risultati sono dovuti ancora
alla satira, imperniata su due oggetti di sacro orrore: la storia russa e il passato familiare. Egli
eccelle nello schizzo, nel tratto incisivo al quale si riduce spesso il personaggio, che
acquisisce un'
autonomia surreale, puro prodotto del linguaggio.
La variet dei suoi procedimenti straordinaria, a cominciare dalla parodia in tutte le sue
forme: parodia dei linguaggi dei diversi ceti sociali, dal muzik al governatore; del linguaggio

delle istituzioni (clero, esercito, governo, partiti); parodie anche di tipi letterari noti, spesso
presi a prestito da Ggol'
.
Saltykv fa spesso ricorso alla creazione verbale: il gioco a rimpiattino con la censura gli
suggerisce neologismi; un gioco di destrezza con le parole e con le associazioni di idee,
letterariamente molto fecondo, anche se non molto efficace come camuffamento. Cos i
pompadour indicano i governanti, il dipartimento degli impedimenti e delle
insoddisfazioni altro non che il Ministero dell'
Interno. Vicina al gioco verbale l'
iperbole,
che sviluppa in modo grottesco una metafora presa alla lettera. Oltre al gioco delle
opposizioni di voci e di stili, il dialogo permette effetti potentemente comici, spingendo fino
all'
assurdo la falsa logica degli argomenti dell'
avversario, facendolo cadere nella trappola del
linguaggio (Saltykv aveva un senso acuto del teatro e ha scritto molte commedie). Lo
scrittore manipola tutte le sfumature del comico: dall'
ironia maliziosa e dolce (Racconto di
come un muzik nutr due generali), fino al sarcasmo. Uno dei procedimenti pi frequenti
l'
antifrasi ironica (stato di diritto per arbitrario, opinioni perverse per progressiste
ecc.), portata fino alle estreme conseguenze. A quest'
arte di volgere contro di lui il linguaggio
dell'
avversario si lega il linguaggio diretto della derisione, fecondo di neologismi e di
nomignoli fustigatori: Glpov (da glpyj, stupido), citt degli stupidi, Drmov (da
dremt', dormire, sonnecchiare), l'
addormentato ecc.
In un'
arte di questo tipo, l'
analisi psicologica non predominante, anche se si possono notare
qua e l alcuni ritratti penetranti. Nella maggioranza dei casi, essa si riduce a qualche tratto
folgorante che descrive l'
animale sociale e il suo comportamento: schizzi che evocano l'
arte
della caricatura e che popolano quella Commedia umana derisoria che l'
opera di edrin
(pi di trecento nei soli Schizzi provinciali).
Storia di una citt una di quelle opere-ciclo, la cui composizione e pubblicazione,
scaglionate nel tempo (in parte per depistare la censura), impedivano un'
unit artistica, della
quale del resto edrin non si preoccupava affatto. Ma la sua violenza satirica le conferisce
un'
unit vorace e inimitabile. A partire da un nucleo iniziale varianti grottesche di
pamphlets su un governatore dalla testa di salame: uno sfortunato governatore pazzo, con
cui Saltykv ebbe degli scontri si dispiega, sotto forma di cronaca, una galleria di
governatori della citt di Glpov: la storia di una citt che, certamente, quella della Russia
intera, ma anche quella di una macchina infernale in marcia, quella di ogni universo
totalitario.
Siamo insomma di fronte a un regolamento di conti generale, quasi cosmico: contro le
celebrazioni ufficiali, le illusioni liberali sorte dopo il 1861, le ricostruzioni storiche troppo
compiacenti (compresa Guerra e pace, che celebra l'
epoca di Alessandro), contro tutti i
conservatorismi; la satira fustiga mille anni di servit di un popolo beffato e terrorizzato da
fantocci maniaci, tutti apostoli della sferza in nome delle ideologie pi disparate. Con
un'
ultima audacia (sviando la censura grazie all'
enormit stessa della satira), edrin
sostituisce all'
ultimo governatore di Glpov, l'
arzillo Perechvt-Zalichvckij (che, entrato su
un cavallo bianco, aveva dato fuoco al liceo e annientato ogni scienza) il personaggio ben
pi sinistro di Ugrjm-Bur ev. Costui, bruto taciturno e ostinato, decide di accasermare tutti,
pianifica ogni attivit, anche privata, isola la citt dal mondo e la trapianta in un rabbia di
grandi lavori assurdi. evidentemente una vicenda alla Arakcev, personaggio tristemente
famoso per le sue colonie militari, e, per edrin, anche lo spettro dello zarismo alla
prussiana di cui egli sente la minaccia. Dostovskij vi vedr l'
immagine di un totalitarismo
rivoluzionario, e I Demni fanno allusione a Glpov. Il Ventesimo secolo, come si poteva
prevedere, non far che confermare l'
attualit di questo capolavoro che sotto Stlin non avr
mai un'
edizione a parte.
Il romanzo I signori Golovlv , anch'
esso, una serie di racconti che edrin considerava
come studi sociologici e che denunciano l'
anacronismo dell'
istituto familiare. Ma la satira,
lungi dall'
accampare pretese teoretiche, si accanisce, con una virulenza che si intuisce
vendicatrice, sugli ultimi resti di una classe parassitaria in disfacimento: il mondo chiuso di

questo castello di nobilotti di campagna, sperduto in provincia, senza dubbio il prodotto di


secoli di servit, ma la servit stessa
stata dimenticata, come poco a poco lo saranno l'
avidit e persino l'
avarizia: trionfano solo la
forza della morte o dello sprofondare nelle sabbie mobili. La morale stabilita sottomissione
ai genitori, allo zar, a Dio produce un discorso morto e mortale a cui nessuno crede, ma
che avvolge e incatena tutti.
forse questa funzione mortifera del linguaggio la pi bella scoperta artistica di edrin. Il
personaggio pi sconvolgente del libro, Jduka, il piccolo Giuda, figlio prediletto di una
madre sospettosa e tirannica che egli tradisce, l'
artista di questa lingua di legno che
conquista il mondo con la sua eloquenza.
Al di l di indimenticabili storie di naufragi umani (e il primo di essi la vecchiaia, della
quale il romanzo, secondo Simone de Beauvoir, il pi potente e il pi tragico ritratto mai
fatto), la satira, col suo mettere a nudo il potere repressivo del discorso sociale, attinge a una
dimensione metafisica. Bisogna infine citare tra i vertici dell'
opera edriniana, le favole,
scritte dal nostro in et avanzata (1880-1885): miniature nelle quali la sua prosa, sempre cos
graffiante, si denuda per raggiungere una sorta di tragica poesia, piena di una rattenuta
tenerezza.
(Liberamente tratto e riadattato a partire da JEAN BONAMOUR, La ricerca del reale:la prosa / cap. 4: Saltykv edrin, sta in AA.VV. Storia della civilt letteraria russa, vol. I, UTET, Torino 1997)

I signori Golovlv
Strano: I signori Golovlv, capolavoro di Saltykov, ha ben poco in comune con il resto
dell'
opera. Qui non c'
satira, non c'
obiettivo sociale: o meglio non dominano, come altrove.
C'
solo, tetra, disperata, angosciosa, la storia di una madre e dei Suoi tre figli.
Che poi la storia, minacciosamente incombente, di Ol'
ga Michajlovna, madre dell'
autore, e
dei suoi figli, gli odiati fratelli Dmitrij, Nikolaj, Sergej.
Non esiste un piano prestabilito del romanzo. una serie di frammenti nati uno dall'
altro. Al
primo capitolo, scritto a Parigi e lodato da Nekrasov, ne segue un secondo, Tra parenti.
Saltykov pensa di fermarsi, ma l'
incoraggiamento di Turgenev e Nekrasov lo spinge ad
aggiungere un terzo capitolo. Come in un affresco medievale di apocalisse, campeggiano nel
romanzo tr mostruosi fantocci allegorici: la cupidigia, la disperazione, la morte. Tutti i
personaggi escono dalle fauci del primo, passano in quelle del secondo per finire in quelle del
terzo, inevitabilmente. La morte come punto fermo, per tutti. La disperazione come lugubre
premessa, per tutti.
E prima ancora la lotta per la roba , furiosa, disumana, degradante: solo i vincitori hanno
diritto alla vita. Per i vinti, il discorso sembrerebbe dunque semplice: la loro sconfitta equivale
a una immediata cancellazione dal rango di esseri umani. Al di l non c'
scelta, il fatalismo
saltykoviano non permette fuga o esistenza altrove: solo la morte. Aspettarla assurdo: ci
vorrebbe coraggio e anche quello stato tolto ai vinti. Diventa una necessit organica, la si
attira, la si chiama: con cautela, come Stepka, con violenza, come Peten'
ka, come Ljubin'
ka.
Per i vincitori, c'
un passaggio supplementare: realizzano il vuoto delle loro vite inutili, piene
di morti. il momento in cui anche i vincitori si realizzano vinti.
La disperazione si avventa su di loro con maggiore violenza, li atterra e anche qui non c'
pi
tempo di aspettare la morte. In realt una tipologia delle morti dei Golovlv porta ad una sola
conclusione: comunque avvengano non sono morti, sono tutti, dal primo all'
ultimo, suicidi.
La radice del male forse nella terra, la maledetta terra di Golovlvo: il desiderio di possesso
bifronte e l'
altra faccia la morte. Golovlvo, cio la morte stessa, la perfida morte sempre
in agguato, sempre in attesa di nuove vittime... Tutte le morti, gli avvelenamenti, le ferite,

tutto viene di qui. inutile immaginare la possibilit di un qualsiasi altro avvenire, una via
d'
uscita attraverso cui fuggire. Niente ormai pu pi accadere.
Ma c'
anche l'
oscuro fato dei Golovlv, cupe propaggini di una classe tarata che ha inondato
la Russia fino alle soglie del xx secolo e per cui non c'
alternativa, secondo Saltykov, se non
l'
autodistruzione, il cannibalismo. Per parecchie generazioni tre difetti caratterizzarono la
storia di questa famiglia: l'
ozio, l'
incapacit a qualsiasi applicazione, l'
ubriachezza. I primi due
ebbero per risultato il vuoto nei discorsi, nei pensieri, in tutto l'
essere, l'
ultimo invece era per
cos dire la conclusione obbligata del disordine generale della vita.
Ma Arina Petrovna, la madre, non una Golovlv, diversa. Avida, intrigante, spilorcia,
violenta, ipocrita: due sono i suoi idoli, la propriet, che va forsennatamente aumentata e
difesa, e il potere, che vuole indiscriminato su tutti e su tutto. Lei, mercantessa zotica e
ignorante, conosce fin troppo bene l'
impotenza della razza a cui si unita e che ha generato:
disprezza marito e figli, li sevizia, li depriva totalmente d'
affetto, li spinge all'
odio tra di loro.
Il primo a essere seppellito vivo il marito. Poi la volta dei figli: li manda lontano, li mette
alla prova. Chi resiste, bene. Ma guai a chi perde, a chi ritorna vinto.
Come il dio Cronos, li aspetta con le fauci spalancate. E li divora. Mi manger, mi manger,
bisbiglia Stepka, il primo che torna disperato, stracciato, rovinato. Arina Petrovna infatti lo
accoglie. Ma non pi come figlio. Come vinto, dunque come non umano. E aspetta : sa fin
troppo bene che per un Golovlv non c'
scampo. Ovvero s, c'
l'
alcool.
La camera, la stufa, le tre finestre, il letto di legno scricchiolante, il pagliericcio sottile e
duro, la tavola, la bottiglia: nessun altro orizzonte si apriva alla sua fantasia. Ma a misura che
diminuiva il contenuto della bottiglia, a misura che la testa si riscaldava, anche la misera
coscienza del presente diventava superiore alle sue forze... Anche l'
oscurit alla fine svaniva e
al suo posto appariva lo spazio popolato di luci fosforescenti. Era il vuoto infinito, tetro, senza
alcuna traccia di vita, lugubremente risplendente, che 10 seguiva alle calcagna, dietro ognuno
dei suoi passi.
N finestre, n muri, niente esisteva pi per lui : solo i1 vuoto senza confini, luminoso.
Sotto gli occhi impassibili le muoiono tutti i figli: tutti disperati, tutti in miseria tranne uno.
Anche Pavel, il secondo, che pure sembra non appartenere ai vinti, sente il richiamo del
vuoto, sente di aver perso nella lotta per la vita: e, come il fratello, si uccide con l'
alcool. Il
vero vincitore il terzo fratello, Juduka: lui a divorare Pavel, lui a divorare la madre,
cacciandola dalla casa paterna di cui erede, cacciandola dalla casa del fratello dove si era
rifugiata e che diventa sua, riducendola in miseria, togliendole l'
ultimo straccio, perfino
l'
ultima icona.
Juduka, piccolo Giuda, Juduka sanguisuga, lo canzonavano i fratelli. Arina Petrovna fin da
principio lo teme. Sente con infallibile fiuto che un avversario minaccioso: un Golovlv
viscido e slombato a cui per ha trasmesso la propria avidit. Arina Petrovna tacque d'
un
tratto e alz il capo. Rimase colpita dalla fisionomia di Juduka, sorridente, bavosa, lucida e
soffusa di una indicibile gioia cannibalesca. L'
arma di Juduka il cinismo, la menzogna, la
sfrontata, untuosa ipocrisia: un Tartufo irreprensibile fintamente bigotto, sempre in
preghiera, sempre con Dio sulle labbra.
Conosceva parecchie preghiere, ma soprattutto conosceva la tecnica della preghiera: cio
quando era necessario muovere le labbra, alzare gli occhi, congiungere le mani, intenerirsi.
Persino gli occhi e il naso gli diventavano rossi e umidi nei precisi momenti indicati dalla
pratica della preghiera.
Confinata da Juduka nella miserabile tenuta di Pogoreika, abbandonata, sola, povera. Arina
Petrovna realizza lentamente la sua sconfitta: e si incammina anche lei alla disperazione e alla
morte. Contro Juduka ha un'
ultima arma, che ha tenuto in serbo per anni: la maledizione. C'

un momento, tra i pi potenti del romanzo, in cui in un lampo di coscienza, essa riconosce
nella mostruosit omicida di Juduka, gi colpevole del suicidio di un figlio e ora pronto a
sacrificare il secondo, il riflesso della propria storia.
Ne ha orrore. il momento della verit per tutti e due, il momento della maledizione: la

madre cannibale cerca di infrangere lo specchio nel quale si riconosciuta. Ma, infranto lo
specchio, non c'
pi nemmeno l'
immagine: ha distrutto se stessa, non le rimane che la morte.
Ma per Juduka, il vincitore, un segno premonitore : Quella tomba avrebbe ingoiato
l'
ultima persona con cui gli era dato dividere la cenere accumulata nel suo intimo e da quel
momento quella cenere, non trovando pi sfogo, si sarebbe accumulata in lui, fino a
soffocarlo definitivamente.
Divorati i figli, Juduka si appresta a fare lo stesso con le nipoti, figlie di una sorella morta di
stenti tra le fauci di Arina Petrovna. Annin'
ka e Ljubin'
ka sono tra tutti, i personaggi pi
convenzionali. Allevate dalla nonna con il disprezzo dovuto ai parassiti, riescono
apparentemente a fuggire il destino che le aspetta.
Diventano attricette di provincia, ossia in breve tempo, squallide mantenute che si dimenano
sul palcoscenico di qualche lurida cittadina. Annin'
ka, a dire il vero, fa un tentativo di ritorno
a Golovlvo. Ma capisce perfettamente che, se la vita della prostituta faticosa e umiliante,
essere divorata da Juduka ancora peggio. E fugge, ritorna dalla sorella, accetta tutti i
compromessi, gi fino alla miseria, all'
arresto, alla strada. Poi, come i figli di Juduka, il
suicidio, il veleno. Ljubin'
ka ci riesce, Annin'
ka no. E torna a Golovlvo, non per continuare
a vivere, ma per morire di fronte al Mostro, per contagiarlo con la propria disperazione, con
la propria volont di morte.
E qui c'
il capovolgimento. Annin'
ka affonda nell'
alcool: per i Golovlv l'
arma preferita.
Ma Juduka, che ha completato il suo pasto cannibalico divorando anche il figlio nato dalla
sua relazione con la serva Evpraksejuka, non ha pi risorse: la cenere lo sta finalmente
soffocando. Anche lui, come Arina Petrovna, viene sconfitto, questa volta non da un nuovo
vincitore, ma da due vinti, la serva concubina e la nipote. Basta poco: gli tolgono la parola,
l'
insinuante inarrestabile parola con cui ha fatto il vuoto intorno a s, con cui ha sommerso, ha
soffocato tutto e tutti. Costretto cos a un folle monologo con se stesso, affonda in un delirio
senza contorni. Era una specie di estasi, di sonnambulismo. L'
immaginazione, non avendo
pi freno, creava una realt immaginaria che, in conseguenza dell'
eccitazione continua del
cervello, si trasformava in una realt concreta, quasi palpabile. II fato si compie fino in
fondo : Juduska dal delirio passa anche lui all'
alcool. La decisione avviene in modo furtivo,
inavvertibile, come tutti i suoi gesti. Un giorno, invece di rimproverare Annin'
ka, si mette a
bere con lei. Bevevano tutti e due senza fretta e nell'
intervallo tra un bicchiere e l'
altro
ricordavano il passato, chiacchieravano. La conversazione, da principio fiacca e indifferente
diventava, man mano che i cervelli si riscaldavano, sempre pi accesa, finch degenerava in
un litigio sconclusionato, originato dal ricordo dei morti e dei rovesci subiti dai Golovlv.
Un gioco del massacro tutto verbale; una solitudine popolata da fantasmi di morti. Da
tutte le parti, da tutti gli angoli di quella casa maledetta si ergevano cadaveri. Non c'
pi
tempo neppure per un bilancio, per una sommaria resa dei conti. Guardarsi indietro peggio,
guardarsi in avanti non si pu. Nella notte Juduka si allontana. Torna dalla madre : La
mattina dopo all'
alba un messo port la notizia che a qualche passo dal cimitero dove riposava
Arina Petrovna era stato rinvenuto il cadavere congelato del signore di Golovlv.
L'
apocalisse avvenuta. Scompaiono i fantocci. Ma da quello della cupidigia, da cui erano
usciti Arina Petrovna e Juduka esce silenziosamente un nuovo vincitore , che riapre la
lotta per la roba : Nadezda Ivanovna Galkina, una sconosciuta cugina, che dall'
autunno
spiava attentamente quel che accadeva a Golovlvo .
Saltykov, compiuto il rito di morte, lascia cos capire che la terra di Golovlvo continuer a
divorare chi tenter di appropriarsene. Nasceranno altri vincitori (non a caso il primo a
spuntare di nuovo una donna), altri vinti saranno divorati; e di nuovo i vincitori non
sapranno perch afferrano e sbranano (risuona fino all'
ultima pagina il grido di Arina
Petrovna: Per chi ho accumulato? Per chi mi sono privata del sonno e del cibo? ), e di
nuovo i vinti non sapranno perch vengono schiacciati.
(dall'
introduzione di FAUSTO MALCOVATI a Michail Saltykv- edrin, I Signori di Golovlv, Garzanti, Milano
1975)

Luned 27 gennaio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I Da Povera gente alle Memorie del sottosuolo


Fdor Michjlovi Dostovskij nacque nei sobborghi di Mosca il 30 ottobre 1821. Il padre, un
aristocratico impoverito - i Dostovskij, originari della Lituania, erano stati depennati dai
ranghi della nobilt russa due secoli prima - medico di professione, era in famiglia uomo
duro, dispotico e bizzarro; la madre invece era una donna dolce, mite e profondamente
religiosa. Dopo la sua morte (1837) Dostovskij si iscrisse alla scuola del genio militare di
Pietroburgo, istituto che frequent senza entusiasmo, mentre gi dentro di s andava
maturando la vocazione alla letteratura. Nonostante ci, nel 1843 super felicemente gli
esami finali e ottenne il diploma. Fu in quegli anni che, dopo aver accumulato febbrili infinite
esperienze di lettura, inizi a scrivere: le sue prime composizioni mescolavano
all'
affabulazione comico-grottesca di ispirazione gogoliana un bisogno di introspezione
psicologica dei personaggi originalissima e gi tutta dostovskijana.
Nel 1846 usciva Povera gente, salutato dalla critica progressista come l'
opera di un nuovo
Gogol': per quanto lontana dagli esiti successivi, Povera gente metteva infatti in luce
l'
attenzione dell'
autore per la miseria dell'
uomo, la sua degradazione materiale e morale,
l'
incomprensione di una societ profondamente ingiusta, la bont misconosciuta, l'
innocenza
calpestata. L'
opera, scritta in forma di romanzo epistolare, per quanto ancora intrisa di
sentimentalismo, gi si addentrava nel mondo degli umiliati e offesi, dei gogoliani Akkij
Akkievi , per intenderci.
Sull'
onda del primo successo, usc quello stesso anno II sosia, storia di una dissociazione
psichica che travolge il protagonista alle prese con un altro se stesso, un sosia appunto. Il
romanzo fu accolto piuttosto freddamente, soprattutto dalla critica: a Belinskij e alla sua
cerchia quell'
indagare kafkianamente nei meandri della psiche a scapito dell'
osservazione
della realt parve una defezione, se non un vero e proprio voltafaccia. Ne Il sosia infatti
preponderante la componente grottesca (gi presente nel Gogol'delle Memorie di un pazzo o
de Il naso) e un'
attitudine tutta originale allo scavo interiore.
Le notti bianche, pubblicato nel 1848, segna il superamento definitivo di questa fase e il
passaggio a un realismo lirico pi maturo e personale. Il romanzo, romantico e sentimentale,
narra le vicende di un amore impossibile nato e vissuto nell'
atmosfera allucinata di una
Pietroburgo al solstizio d'
estate (a quelle latitudini le notti bianche sono fenomeno tipico di
questa parte dell'
anno).
L'
improvvida adesione a un circolo di intellettuali socialisteggianti, il circolo Petraevskij,
nel clima repressivo che gravava sulla Russia negli ultimi anni di regno di Nicola I, cost a
Dostovskij l'
arresto e la condanna a morte. Ottenne la grazia il giorno stesso dell'
esecuzione,
dopo che il comandante della guarnigione aveva gi allestito la macabra messinscena della
fucilazione.
La condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia, esperienza durissima,
rievocata in una sorta di pamphlet pubblicato nel 1861-62: Memorie da una casa di morti.
Uscito dall'
inferno dei lavori forzati, Dostovskij, prima di poter tornare nella Russia europea,
dovette prestare quattro anni di servizio militare a Semipalatnsk dove, nel 1857, spos una
giovane vedova (ma il matrimonio non fu dei pi felici).
Dopo il ritorno dal forzato soggiorno siberiano (1858), Dostovskij pubblic una serie di
racconti sulle riviste Il tempo e Lepoca, di cui era collaboratore; questi racconti costituirono
una sorta di trait d'union tra la produzione precedente, di cui riprendevano la vena realistico-

grottesca anticipando nel contempo la vocazione psicologica dei romanzi maggiori.


Nel 1859 Dostovskij diede alle stampe Il villaggio di Stepan ikovo e Il sogno dello zio.
Nel 1862 vide la luce il romanzo Umiliati e offesi, ancora vicino, per certi versi, ai modi di
Povera gente. L'
elemento di novit era costituito dal fatto che il comico e il grottesco
apparivano per la prima volta definitivamente sublimati in un superiore senso di tragicit. Il
realismo, ormai allo stato puro, trionfava e anche il sentimentalismo, che ancora animava un
romanzo come Le notti bianche, era solo un ricordo del passato. Gi si intuivano nel radicale
contrasto che contrapponeva l'
umiliato e offeso Vanja al principe Valkrskij, le grandi lotte
che tormentavano la psiche di tanti dei personaggi maggiori; gi vi riconosciamo tutto il
materiale - la crudelt, la mitezza, l'
innocenza, la sensualit... - che sarebbe servito a dare
forma alla psicologia dei Karamazov.
Quasi contemporaneamente, Dostovskij pubblic un racconto di argomento parzialmente
autobiografico, ambientato in un bagno penale siberiano, dal titolo Memorie da una casa di
morti: ancora una volta il crudo realismo della descrizione psicologica ci mostrano con
evidenza quanto si stesse trasformando lo stile dello scrittore.
Nel 1863, usc Il giocatore, in cui la pochezza delluomo russo contemporaneo (ricordate l'
uomo superfluo di Turgnev? Ricordate Oblomov?), veniva vista attraverso la lente della
roulette e del gioco d'
azzardo.
Il 1864 fu per Dostovskij un anno tragico: alla morte della moglie e del figlio si aggiunsero
gli insuccessi nel campo dell'
attivit giornalistica e la conseguente difficile situazione
finanziaria.
Lanno successivo (1865) venne pubblicato Memorie dal sottosuolo, storia del fallito tentativo
di redenzione di una prostituta: l'
opera chiudeva la fase giovanile (il termine improprio
giacch l'
autore aveva gi quarantaquattro anni!) ed apriva la strada ai grandi romanzi degli
anni Sessanta e Settanta.
Si tratta di un lavoro che vanta una sua precisa fisionomia: un allucinato e delirante monologo
del protagonista (la cui identit rimane indefinita), una sorta di sosia redivivo, che si
sdoppia in rapida alternanza fra autoflagellazione ed autoesaltazione, tutte dinamiche che
animeranno l'
analisi dei grandi personaggi della produzione successiva.
Con il 1866 si apr la stagione dei grandi romanzi, inaugurata da Delitto e castigo, romanzo a
met tra il giallo e lo psicologico, suggellato dal pentimento e dal desiderio di espiazione del
protagonista.
Nel 1867 Dostovskij si spos per la seconda volta. Nello stesso anno diede alle stampe II
giocatore, romanzo parzialmente autobiografico, ambientato nel mondo della roulette (quello
del gioco fu per Dostovskij una vera e propria ossessione).
La situazione economica continuava ad essere disastrosa: per sfuggire ai creditori Dostovskij
decise di riparare all'
estero, dove rimase cinque anni, durante i quali viaggi attraverso
Germania, Francia, Italia, Svizzera.
A questa fase della sua vita risalgono il romanzo L'idiota (1868-69), storia dell'
impossibilit
di conciliare la bont primigenia del protagonista con le logiche del mondo. Subito dopo il
ritorno in patria pubblic I demoni, tutto centrato sulla problematica del nichilismo (il
romanzo fu pensato a partire da un fatto di cronaca). Nel 1875 fu la volta de L'adolescente,
storia di un ragazzo che supera la propria condizione di emarginazione e la propria
misantropia praticando quegli ideali di populismo mistico, tanto cari all'
autore. Nel 1879-80
vide la luce l'
ultimo romanzo di Dostovskij, forse il suo capolavoro: I fratelli Karamazov,
romanzo complesso e polifonico in cui, all'
odio tra un padre libertino e snaturato e i figli, si
contrappone e la purezza e la fede di una creatura innocente.
Il 1881 era iniziato sotto i migliori auspici: il successo de I fratelli Karamazov superava anche
le pi rosee aspettative, sia dal punto di vista della critica, sia dal punto di vista economico;
anche la salute di Dostovskij pareva migliorata.
Domenica 25 gennaio tuttavia un'
improvvisa emorragia polmonare fece precipitare la
situazione; nonostante gli interventi dei medici e le cure dei familiari, lo stato di salute dello

scrittore and progressivamente aggravandosi: si spense serenamente la sera del 28 gennaio


1881.
____________________________

Scheda di approfondimento: Occidentalisti e slavofili


Parlando di Turgnev e di Dostovskij abbiamo avuto modo di accennare a diversi indirizzi di
pensiero maturati nel corso della storia russa dell'
Ottocento. La controversia tra occidentalisti
e slavofili nasce a seguito di un dibattito scatenato nel 1836 in seguito alla pubblicazione della
Prima lettera filosofica di adev, che sosteneva che la Russia, in quanto paese privo di una
sua storia, non era legata n allOccidente, n allOriente.
Questo postulato venne utilizzato da un gruppo di pensatori conservatori (slavofili) per
sostenere la tesi della missione della Russia: non facendo parte n dellOccidente, n
dellOriente, la nazione russa era in grado di creare un sistema politico nuovo ed originale
destinato a guidare i destini del mondo. Questa tesi and rafforzandosi e sostenendosi
attraverso la difesa dellautocrazia politica e la della superiorit della Chiesa russa,
l'
esaltazione del panslavismo, cio del senso di fratellanza innato in tutte le popolazioni
slave.
Paradossalmente dal medesimo assunto si mosse il partito opposto, quello degli ocidentalisti:
la Russia per crescere doveva modificare radicalmente il suo ordinamento ed avvicinarsi alle
grandi nazioni europee. In altre parole, si rendeva necessaria ed era ineludibile una politica di
riforme per introdurre la democrazia e il liberalismo, per lemancipazione dei servi della gleba
e la riforma agraria. Tra i rappresentanti pi insigni dell'
occidentalismo ricordiamo Hrzen
(1812-1870), Baknin (1814-1876) e il pi volte citato Belnskij (1811-1848).
Il dibattito tra le due fazioni continu fino a circa il 1860: la fazione occidentalista finir per
scindersi in due correnti: l'
una moderata, che continuer sulla linea tradizionale; l'
altra,
rivoluzionaria, che chieder soluzioni pi radicali delle riforme.
La discussione tra occidentalisti e slavofili raggiunge l'
apice negli anni in cui, morto Nicola I,
campione dell'
autocrazia e del dispotismo, sal al trono (1855) suo figlio Alessandro II. Il
nuovo zar ereditava dal padre una Russia stanca ed impoverita, soprattutto a causa della
guerra di Crimea, mentre sul fronte interno cresceva la richiesta di riforme economiche.
Da una parte i proprietari terrieri naturalmente cercavano di mantenere lo status quo; dall'
altra
le grandi masse contadine invocavano lemancipazione dalla servit; d'
altro canto anche i
circoli liberali, composti da nobili e da borghesi, chiedevano riforme radicali del sistema. Il
nuovo zar decise di concedere un primo tentativo di riforma con labolizione della servit
della gleba (1861), passo di capitale importanza nella storia russa. Naturalmente, non tutto si
poteva svolgere in tempi rapidi o con la necessaria trasparenza, ma la nuova legge ha il merito
di avviare una manovra di riforma agraria dello stato russo.
Conseguenze dellemancipazione, con la fuga di una parte dei contadini della campagne,
furono la crescente urbanizzazione e lo sviluppo dellindustria, favorita dalla politica
economica dello stato. Nacque una borghesia capitalista autoctona, grazie alla quale (ma
anche grazie al massiccio ingresso di capitali stranieri) aumentarono lattivit estrattiva e la
produzione industriale. Prendeva intanto forma la rete stradale e ferroviaria.
In politica estera, continuando la linea seguita da Nicola I, lo zar Alessandro rivendic la
legittimit strategica e culturale della Russia nei Balcani.
Nel frattempo l'
ala pi radicale del movimento progressista and assumendo una fisionomia
nettamente rivoluzionaria ed eversiva: i suoi aderenti, nemici di ogni autorit costituita e
perci detti nichilisti , utilizzarono il terrorismo come arma politica organizzando attentati
ai danni delle massime autorit. Lo stesso zar, colpevole di essere stato troppo moderato, nel
marzo del 1861 cadde vittima di uno di questi attentati.

Povera gente (1846)


Protagonisti del romanzo, redatto in forma epistolare, sono l'anziano impiegatuccio Makar
Devukin e una sua lontana parente, la giovane Varen'ka. I due abitano l'uno di fronte
all'altro, ma non hanno il coraggio di incontrarsi per paura dei pettegolezzi, e scelgono di
scriversi, raccontandosi le loro miserie quotidiane e la loro infelicit.
La ragazza confessa all'amico la sua triste infanzia, il suo amore per lo studente
Prokrovskij, morto di tisi; quando pu, gli invia qualche libro. Da alcune allusioni, veniamo
a sapere che Varen'ka stata un tempo sedotta da un certo Bykov.
Devukin, soffocato dai debiti, si mette a bere. Solo quando uno dei suoi capi gli regala una
somma sufficiente per trarlo d'impaccio, riprende un po' di coraggio. Nel frattempo, per
poter aiutare l'infelice amico, ha accettato di sposare l'antico seduttore. Le ultime lettere
della ragazza sono solo febbrili richieste di acquisti per il corredo, acquisti che l'amico
esegue come in sogno, trovando il coraggio di esprimerle la sua disperazione solo al
momento dell'addio definitivo, quando Varen'ka non pu ormai evitare la partenza.

Il sosia (1846, edizione definitiva 1865-66)


Ivan Petrovi Goljadkin un impiegatuccio d'infimo grado della farraginosa burocrazia
zarista oppresso dalla solitudine e dalla consapevolezza della propria mediocrit; mentre
scivola inavvertitamente nella follia e arranca disperatamente per salvarsi, sogna di
costruire un'immagine di s che stupisca egli stesso e i suoi conoscenti: un Goljadkin
sicuro, ricco, capace, intrigante.
Intuendo per la sua fragilit psichica, egli si rivolto, ma senza ottenere evidenti
miglioramenti, al suo medico, il dottor Rutenspitz. Innamorato di Klara Olsufjevna, figlia di
un suo superiore, un giorno si presenta, senza essere stato invitato, a un ballo in casa di lei;
naturalmente non trova udienza e viene respinto. Da quel momento Goljadkin comincia a
vedere, sempre pi vivo e reale, il suo doppio, un maligno e ipocrita sosia di s stesso, che
trama intrighi contro di lui e col quale ha deliranti colloqui. Accortisi delle sue penose
condizioni, colleghi e superiori, lo attirano con uno stratagemma in casa di Klara e lo
consegnano al medico perch lo accompagni al manicomio.

Umiliati e offesi (1861)


Narratore Ivan Petrovi , detto Vanja, un giovane scrittore nel quale non difficile
riconoscere lo stesso Dostovskij agli esordi. Orfano, stato allevato in provincia dalla
famiglia Ichmenev, insieme alla loro unica figlia Nataa. Mentre Vanja studia a
Pietroburgo, Ala, figlio del principe Valkorskij di cui Ichmenev amministratore,
frequenta assiduamente la bella Nataa. Ma il principe non condivide i progetti dei due
giovani e, per separarli, non esita cinicamente a rovinare Ichmenev, che costretto a
trasferirsi in citt. Intanto Vanja si fidanza con la ritrovata Nataa; ma ricompare inatteso
Ala. Per lui, seducente quanto assolutamente privo di scrupoli, Nataa lascia fidanzato e
famiglia. Ma la storia non pu avere futuro: il frivolo Ala la lascer presto, accettando la
fidanzata propostagli dal padre, la bella, ricca, intelligente Katja.
Nel frattempo, in circostanze romanzesche, Vanja accoglie in casa sua una povera
orfanella, Nelly, che, nel prosieguo della vicenda si scoprir essere figlia del cinico
Valkorskij, il quale ne ha sedotta e poi abbandonata la madre. Il romanzo si chiude con la
morte della piccola Nelly, che tuttavia, forte della sua sovrumana bont, riuscir a far
riconciliare il vecchio Ichmenev con la figlia Nataa.

Luned 3 febbraio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I Delitto e castigo (1866)


Permettetemi, per una volta, di far riferimento alla mia personale esperienza: nel mio viaggio
ideale tra i grandi romanzieri russi dell'
Ottocento, ho avuto modo - e si trattato di una pura e
semplice casualit - di avvicinarmi quasi subito a Dostovskij, uno dei primi autori letti, e
solo molto pi tardi a Tolstoj; ed stata una fortuna: riflettendoci a posteriori, l'
inversione
dell'
ordine di lettura mi avrebbe sicuramente creato qualche problema.
La prosa di Tolstoj infatti scorre limpida e maestosa; egli stesso stato spesso paragonato a
quei grandi pittori del Rinascimento italiano, autori di grandi cicli d'
affreschi; la prosa di
Dostovskij (non solo in russo, ma anche nella traduzione italiana!) invece nervosa
verrebbe da dire nevrotica! - , ridondante, franta; la narrazione deve spesso fare i conti con
l'
ipertrofico intrecciarsi di temi e personaggi che spesso, nonostante tutta la comprensione e la
pazienza del lettore, risultano oggettivamente eccessivi e fuori misura.
Eppure la difficile e labirintica prosa dostovskijana possiede una sua logica: una logica
tutta fatta di echi e rimandi, di riprese e di scatti, di vorticose tempeste verbali in cui
sentimenti, passioni, pensieri e tensioni dei personaggi sembrano ribollire senza sosta sotto la
guida ferrea e dittatoriale dell'
autore.
Se volessimo continuare il paragone con Tolstoj, diremmo che, mentre quest'
ultimo si muove
con agile destrezza all'
interno della materia di cui si fa narratore, Dostovskij si pone
saldamente al centro del suo mondo e da l lo governa secondo una logica - complessa e
contorta finch si vuole -, ma sicuramente ferrea e rigorosa.
Sicuramente le condizioni in cui Dostovskij si spesso trovato a scrivere non hanno favorito
la limpidezza del suo stile e la linearit della sua narrazione.
Delitto e castigo, il primo dei romanzi che analizzeremo oggi, fu concepito in condizioni a dir
poco drammatiche: durante uno dei suoi viaggi in Europa, Dostovskij bruci alla roulette
tutto il denaro che possedeva; fu cos costretto, in attesa che la situazione si risolvesse, a
rimanere in un albergo di Weisbaden per oltre un mese, quasi senza cibo, sottoposto alle
umilianti pressioni dell'
albergatore. Solo il consenso dell'
editore Katkov a pubblicare Delitto
e castigo, che Dostovskij, anticipandogli la trama, si era impegnato a scrivere, lo liber
dall'
imbarazzante situazione in cui si era cacciato.
Possiamo ricavare il progetto del romanzo dalla stessa lettera inviata dall'
autore a Michail
Nikiforovi Katkov:
[...] Si tratta del resoconto psicologico di un delitto. L'azione si svolge al giorno d'oggi, in
questo stesso anno. Il protagonista, un giovane studente espulso dall'universit, di estrazione
borghese, ma che vive in condizioni di estrema povert, essendo caduto - per leggerezza e per

l'instabilit delle sue convinzioni - sotto l'influenza di certe strane idee ancora "informi",
decide di tirarsi fuori d'un sol colpo dalla sua disgraziata situazione. Decide di uccidere una
vecchia, vedova di un consigliere titolare, che presta denaro ad interesse. La vecchia
stupida, sorda, malata, avida, prende degli interessi degni di un ebreo, malvagia e divora la
vita degli altri, tormentando la sorella pi giovane che le fa da serva. "Quella vecchia non
serve a niente, perch dunque vive?" "E' forse utile a qualcuno a questo mondo?" e cos via.
Tutte queste domande mettono fuori strada il giovane. E cos egli decide di ucciderla per
derubarla allo scopo di dare un po' di felicit a sua madre che vive in provincia e di liberare
la sorella, che fa la dama di compagnia in casa di certi proprietari di campagna, dalle
libidinose persecuzioni che minacciano di rovinarla; e anche allo scopo di finire l'universit,
recarsi all'estero e in seguito, per tutta la vita, essere irreprensibilmente onesto e inflessibile
nell'adempiere al suo "dovere di uomo nei confronti dell'umanit", scopo che naturalmente
potr "cancellare il delitto", se pure si pu chiamare delitto un atto di questo genere
compiuto contro una vecchia sciocca, sorda, malvagia e malata, che non sa neppure lei
perch vive a questo mondo e che forse, tra un mese o due, sarebbe morta di morte naturale.
Sebbene sia estremamente difficile compiere delitti di questo genere, per il fatto che quasi
sempre vengono lasciate allo scoperto delle tracce e degl'indizi grossolanamente evidenti e
una quantit di particolari vengono abbandonati al caso, tuttavia il giovane riesce a portare
a termine, per puro caso, la sua impresa criminosa rapidamente e felicemente.
Dopodich passa quasi un mese fino alla catastrofe definitiva. Su di lui non ci sono sospetti e
nemmeno ci possono essere. Ed proprio a questo punto che si sviluppa tutto il processo
psicologico del delitto. Dei problemi insolubili si pongono all'assassino, dei sentimenti
inattesi e imprevedibili straziano il suo cuore. La verit divina e la legge terrena reclamano
ci che a loro dovuto, ed egli si trova ridotto, anzi costretto ad autodenunciarsi. costretto
a questo passo per poter - anche a costo di morire ai lavori forzati - accostarsi di nuovo agli
uomini; il sentimento di chiusura e di separazione nei confronti di tutta l'umanit, che lo ha
assalito subito dopo aver compiuto il delitto, lo tormenta troppo. La legge della verit e la
natura umana hanno reclamato i loro diritti, determinando in lui, senza che quasi egli possa
opporsi, una nuova convinzione interiore... L'assassino decide spontaneamente di accettare il
tormento della pena per espiare il suo crimine. Comunque mi riesce difficile chiarire
pienamente il mio pensiero: adesso appunto intendo conferirgli una forma artistica in cui
esso trovi la sua espressione. Quanto alla forma...
Nel mio racconto c' inoltre un'allusione all'idea che la punizione che viene imposta per
legge al criminale per il suo delitto in realt lo spaventa molto meno di quanto s'immaginino i
legislatori, giacch lui stesso ad esigerla moralmente.
Questo fatto io stesso ho potuto constatarlo perfino nelle persone meno evolute e nelle
circostanze pi volgari, e ho voluto esprimerlo proprio in una persona coltivata,
appartenente alla nuova generazione, affinch quest'idea fosse visibile nel modo pi chiaro e
tangibile. Alcuni casi che si sono verificati proprio in questi ultimi tempi mi hanno convinto
che l'argomento del mio racconto non ha nulla di eccentrico, e in particolare non presenta
nulla di strano il fatto che l'assassino sia un giovane coltivato e perfino dotato di buone
disposizioni naturali. [...]
Sempre dalle lettere, sappiamo che la prima idea del romanzo risale al 1859 (il titolo del
romanzo sarebbe dovuto essere in un primo tempo Confessione successivamente Gli
ubriachi).
Delitto e castigo , tra i romanzi maggiori, quello dalla trama pi compatta e leggibile. Gi si
visto come il protagonista sia un giovane studente traviato dalle strane idee; alla vicenda
di Raskol'
nikov (questo il nome del protagonista), Dostovskij affianca due linee narrative

secondarie: quella del vecchio Marmeladov e della sua famiglia; quella della propria sorella
Dunja.
Punti di scambio tra le tre linee narrative sono:

Sonja, la figlia primogenita di Marmeladov, che si trova nella tragica necessit di


vendere il suo corpo per sostenere la famiglia; tramite Sonja che Raskol'
nikov
recuperer i rapporti con l'
umanit da cui l'
omicidio l'
aveva separato;

Svidrigajlov, uomo cinico e senza principi, pretendente di Dunja, il doppio negativo


del protagonista, attraverso il quale Raskol'
nikov si fa consapevole di non essere
superuomo ma pidocchio.

L'
idea da cui il romanzo prende avvio (quella stessa che ritroveremo in forma teoreticamente
pi compiuta in Ivan ne I fratelli Karamazov) consiste nel ritenere che l'
umanit si divide in
due categorie: da una parte vi sono gli uomini "comuni", tenuti ad osservare la legge morale;
dall'
altra vi sono gli uomini "eccezionali", ai quali tutto permesso. Quindi anche l'
assassinio
di una vecchia usuraia, concepito per fini nobili e filantropici, non solo atto perfettamente
legittimo, ma addirittura positivo. Gli uomini eccezionali, proprio per la loro superiorit,
hanno infatti anche il diritto di uccidere, soprattutto se il loro atto pu servire appunto al bene
dell'
umanit.
Tale concezione, che pur possiede, nella mente del protagonista, un suo rigore teoretico,
messa alla prova dei fatti, non regge e finisce per dissolversi, trascinando in questo processo
la mente che l'
ha partorita. Nonostante l'
omicidio sia perfettamente riuscito, nonostante
nessuno sospetti di Raskol'
nikov, lo stesso delitto di cui egli si macchiato che finisce per
mettere in discussione la sua dignit di uomo; ed proprio l'
avere ucciso un proprio simile in
nome di un malinteso senso di libert, che nega il valore stesso dell'
individuo, la sua dignit, e
travolge in un'
unica negazione anche il se stesso che l'
ha compiuto. Cos la libert, il sigillo
che Dio ha posto sull'
uomo fatto a sua immagine, una volta deformatasi in arbitrio, si fa
devastante negazione di ogni senso di umanit.
Raskol'
nikov, uccidendo la vecchia usuraia, non riconoscendo in lei un proprio simile, ha
finito per negare il proprio diritto alla libert e per uccidere se stesso: altro non gli resta che
lasciarsi travolgere da una progressiva disperazione.
A questo punto il romanzo interseca la seconda linea narrativa, quella incentrata su
Svidrigajlov: in lui Raskol'
nikov, nonostante la sua buonafede iniziale lo renda in un certo
senso diverso dal volgare pretendente della sorella, finisce per riconoscere la sua stessa
immagine; ma, mentre in Svidrigajlov l'
orgoglio si fa disprezzo, cinismo e depravazione (si
legga in proposito il passo in cui Svidrigajlov apre provocatoriamente la sua anima a
Raskol'
nikov) fino all'
autodistruzione e al suicidio, in Raskol'
nikov, grazie anche all'
aiuto di
Sonja Marmeladova, la speranza di un possibile riscatto spinge il protagonista a confessare il
proprio delitto e a costituirsi.
Sonja Marmeladova, personaggio-chiave della terza linea narrativa, la vera figura positiva
del romanzo: in lei, pur senza alcun rigore teoretico, sulla morale dell'
uomo superiore prevale
la logica dell'
amore, di un amore che anche strumento di discernimento morale. La
superiorit di Sonja, pur costretta, come s'
detto, a vivere nella pi terribile delle
degradazioni, le deriva dal sigillo della sofferenza: l'
offesa indelebile alla sua dignit di
donna, le d titolo per suscitare una speranza che pi forte della tentazione di abbandonarsi

alla disperazione. La fede, che essa vive con sincera intensit, indica a Sonja e di riflesso a
Raskol'
nikov l'
unica via verso la salvezza: il Cristo morto e risorto, il Cristo russo, quello
stesso che pu perdonare a tutto ed a tutti e per conto di tutti, perch egli stesso ha dato il suo
sangue innocente per tutti e per tutto, come dir Ala, il pi giovane dei Karamazov, al
fratello Ivan.
Con la condanna di Raskol'
nikov il romanzo si chiude. Anche la scena cambiata: non pi la
Pietroburgo alienante e disumana in cui s'
era aperto, ma la remota Siberia dove, nella durezza
dei lavori forzati e nella condizione di sofferenza che lo attende, Raskol'
nikov sa che potr
trovare la redenzione.

Non tutti sono d'


accordo...
Non tutti i critici sono d'
accordo nel giudicare Dostovskij un grande della
letteratura russa (ed universale): lo scrittore e critico russo, ma vissuto a lungo
negli Stati Uniti, Vladimir Nabokov nel suo Lezioni di letteratura russa, Garzanti,
Milano 1994 (una raccolta di saggi interessantissima, consigliabile a quanti non si
accontentano n della semplice lettura, n dei giudizi scontati), stronca - altro
termine pi adatto non saprei trovare! - l'
intera opera di Dostovskij, adducendo
motivazioni molto acute, anche se personali.
Ecco tre suoi brevi interventi: il primo un sintetico giudizio sull'
autore; gli altri
due brani accennano rispettivamente a Delitto e castigo e a L'idiota:
(...) La mia posizione di fronte a Dostoevskij curiosa e difficile.
Tutti i miei corsi, affronto la letteratura dal solo punto di vista che me la fa
apparire interessante cio da quello dell'arte duratura e del genio individuale.
Da questo punto di vista Dostoevskij non un grande scrittore, ma piuttosto
mediocre con lampi di eccellente umorismo, ma, ahim, con distese di banalit
letterarie tra l'uno e l'altro.
(...) L'assassino e la peccatrice che leggono il libro eterno quale stupidaggine.
Non c' un collegamento retorico tra uno sporco assassino e questa sventurata
ragazza. C' solo il collegamento convenzionale del romanzo gotico e del
romanzo sentimentale. E uno scadente trucco letterario, non un miracolo di piet
e di pathos. E poi, notate l'assenza di equilibrio artistico. Il delitto di Raskolnikov
ci stato raccontato in tutti i suoi sordidi particolari, e ci stata anche fornita
una mezza dozzina di spiegazioni differenti di questa impresa. Ma mai ci hanno
mostrato Sonja nell'esercizio della propria professione. La situazione un luogo
comune miticizzato. Il peccato della peccatrice dato per scontato. E io sostengo
che il vero artista la persona che non da mai per scontato niente.
(...) Tutto questo folle guazzabuglio disseminato di dialoghi intesi a descrivere i
punti di vista di vari ambienti su questioni come la pena capitale o la grande
missione della nazione russa. I personaggi non aprono mai bocca senza
impallidire, arrossire o barcollare. Gli aspetti religiosi sono nauseanti per la loro
banalit. L'autore procede totalmente per definizioni, senza preoccuparsi di
suffragarle con prove: per esempio, Nastasja, che , ci dicono, un modello di
riserbo, di distinzione e di raffinatezza di modi, si comporta a volte come una
furibonda sgualdrina particolarmente irascibile.
L'intreccio per svolto con abilit e con molte trovate ingegnose per prolungare
il suspense. Alcune di queste trovate mi paiono, se paragonate ai metodi di
Tolstoj, colpi di mazza anzich il lieve tocco delle dita di un artista, ma molti
critici non condividerebbero questa mia opinione. (...)

II - L'idiota (1867 1869)


Se in Delitto e castigo la ricerca del Bene avviene in negativo (per via apofatica, direbbero i
filosofi), con L'idiota Dostovskij tenta di proporcene un'
ideale positivo; anzi, fa di pi:
incarna il Bene (quella bellezza che salver il mondo) in un personaggio: il principe
Mykin, l'idiota.
Anche in questo caso la corrispondenza epistolare ci di grande utilit: dalle lettere siamo in
grado, gi nel 1868, di cogliere in anticipo quanto troveremo nell'
opera compiuta:
[...] E cos io, tre settimane fa (il 18 dicembre secondo il nuovo stile), mi sono messo a scrivere un
nuovo romanzo e ci lavoro giorno e notte. L'idea del romanzo una mia antica e prediletta idea,
ma talmente difficile che per un pezzo non me la sono sentita di affrontarla, e se mi ci sono
risolto adesso ci dovuto senz'altro al fatto che mi sono trovato in una situazione quasi
disperata. L'idea principale del romanzo quella di rappresentare una natura umana pienamente
bella. Non c' nulla di pi difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto i
russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accaniti alla rappresentazione di un carattere bello e
allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacch si tratta di un compito
smisurato. Il bello un ideale, e l'ideale - sia il nostro sia quello dell'Europa civilizzata - ben
lontano dall'essere elaborato. Al mondo c' stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo,
tantoch l'apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello
costituisce naturalmente un miracolo senza fine. (Tutto il Vangelo di Giovanni concepito in
questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del
bello.) Ma mi sono spinto troppo lontano. Dir soltanto che tra tutti i personaggi umanamente
belli della letteratura cristiana il pi completo e perfetto Don Chisciotte. Ma Don Chisciotte
bello unicamente perch allo stesso tempo ridicolo. Il Pickwick di Dickens (che una figura
infinitamente pi debole di Don Chisciotte, ma pur sempre immensa) anche lui ridicolo, e
appunto per questo ci conquista. Nel lettore si determina un sentimento di compassione nei
confronti del personaggio umanamente bello che viene deriso e che non cosciente del proprio
valore, e con ci stesso viene provocato anche un sentimento di simpatia verso di lui. Il segreto
dell'umorismo consiste appunto nel provocare la compassione. Anche Jean Valjean rappresenta
un possente tentativo, ma egli ridesta la simpatia del lettore grazie alla sua sventura e
all'ingiustizia che gli viene fatta dalla societ. Nel mio romanzo non c' nulla del genere, nulla
assolutamente, e proprio per questo ho paura che sar un completo insuccesso. Alcuni
particolari, forse, mi riusciranno bene. Ho paura che risulter noioso. Si tratta di un romanzo
lungo. La prima parte l'ho scritta in ventitr giorni, e l'ho inviata qualche giorno fa. Sar
decisamente povera di efficacia. Naturalmente si tratta soltanto di un'introduzione, e ci che c'
di buono che nulla stato ancora compromesso; ma quasi nulla ancora stato chiarito, nulla vi
stato solidamente impiantato. Il mio unico desiderio che essa riesca almeno a destare una
certa curiosit nel lettore in modo che egli sia indotto ad affrontare la lettura della seconda
parte. Quanto a questa seconda parte che comincer a scrivere oggi, la finir in un mese (del
resto ho sempre lavorato in questo modo in vita mia). Mi sembra che sar pi solida e pi
essenziale della prima. Mi auguri, carissima amica mia, almeno un po' di successo! Il romanzo
s'intitola L'idiota, ed dedicato a Lei, cio a Sof'ja Aleksandrovna Ivanova. Sapesse quanto
desidero, cara amica mia, che il romanzo mi riesca almeno in qualche misura degno della
persona a cui dedicato. In ogni caso, io non posso essere buon giudice delle mie opere, e
soprattutto quando giudico a caldo, come adesso.[...]
(Lettera a Sof'ja Aleksandrovna Ivanova, Ginevra, 1 gennaio 1868)

Naturalmente la genesi del romanzo fu, come al solito, alquanto travagliata: l'
autore, sempre
in lotta contro il tempo, le scadenze degli editori e la sua disastrosa situazione economica,

riempiva febbrilmente fogli su fogli tra una citt e l'


altra d'
Europa. L'Idiota, da questo punto
di vista, il pi italiano dei romanzi dostoevskjani: fu infatti composto in buona parte nel
nostro Paese e la parola fine fu apposta dall'
autore a Firenze, vicino a Palazzo Pitti.
Diversamente da Delitto e castigo, L'Idiota un romanzo statico: l'
azione, soprattutto se
raffrontata alla mole del romanzo, ridotta al minimo; i meccanismi della narrazione sono
segnati da una costante fissit, per quanto l'
intreccio delle vicende e dei personaggi appaia
magmatico e, sotto la superficie dell'
intreccio, sembri di percepire un movimento lento ma
inesorabile.
Il protagonista il principe Lev Nikolaevi Mykin, rientrato a Pietroburgo dopo un lungo
soggiorno all'
estero dovuto a motivi di salute.
Mykin "buono" per antonomasia; ma la sua bont va, in un certo senso, messa a fuoco;
non va infatti intesa nel significato corrente del termine: Mykin certamente affabile,
generoso, caritatevole, umano in misura sicuramente maggiore rispetto alla media dei suoi
contemporanei; ma la sua bont una sorta di innocenza primigenia e innata, incapace di
modulare la propria intensit sulla condizione psichica e morale dei suoi interlocutori; cos
Mykin finisce per mettere costantemente a nudo l'
animo di chi entra in rapporto con lui,
travolgendo le sue difese, abbattendo ogni divisione che separa il mondo interiore da quello
esterno. La sua quindi una bont dolorosa, che costringe gli altri a presentarsi al mondo
si passi l'
espressione con l'
animo nudo.
Mykin quindi, cos come lo era stato Ges Cristo, segno di contraddizione: forte della sua
bont, disarticola e scardina ogni logica del mondo, sovverte costantemente i ragionamenti
altrui, palesa a tutti l'
inconsistenza dell'
umano giudizio.
Nell'
animo del principe Mykin non c'
posto n per l'
amore n per l'
odio, n per il bene n
per il male: gli opposti trovano invece una superiore composizione in una pietas - tutta russa,
tutta ortodossa - che altro non se non il senso di un universale compassione: scoprire il
dolore altrui e farlo proprio.
L'idiota, con il suo atteggiamento di innocenza totale e radicale, apre e quasi scardina
l'
anima di chi gli sta attorno, ne cava i sentimenti pi profondi, ne estrae il dolore,
proiettandoli in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio; quella stessa dimensione in cui
egli stesso vive. Il principe Mykin infatti, a suo modo, uno sradicato: egli, cresciuto ed
educato in Svizzera, non ha un passato; nella societ in cui vive non ha un ruolo e una
posizione precisa; d'
altro canto non , n si sente, investito da alcuna missione redentrice; la
sua figura per talmente forte da lasciare comunque il segno in un ambiente, qual quello
della societ pietroburghese di met Ottocento, stantio e privo di valori.
Altro elemento importante nella comprensione del personaggio l'
epilessia (malattia di cui lo
stesso Dostovskij era gravemente affetto): fondamentale, in questa apertura verso dimensioni
di allucinazione morale, sono gli attimi che precedono gli attacchi epilettici, istanti che si
dilatano all'
infinito e consentono di avere una percezione amplificata della realt.
Per questa sua diversit totale, il principe Mykin pu essere finanche accettato dall'
ambiente,
ma sicuramente non capito. Solo i pi infantili fra gli adulti, come Aglaja o Lizaveta,
riescono a trovare qualche punto di contatto con lui; ma si tratta di contatti parziali e
provvisori, sempre tesi a costringere l'
idiota negli schemi delle convenzioni sociali.
Unica eccezione il pi dostovskjano dei personaggi del romanzo, Nastasja Filippovna,
donna fatale che, pur essendo assai diversa da lui, in fondo all'
anima gli rassomiglia.
Nastasja intuisce che ogni possibile legame con il principe, il solo che potrebbe cambiare
radicalmente la sua vita e condurla all'
autentica redenzione, non potr che mettere in conto
l'
esperienza terribile, quasi mistica, della sofferenza e del dolore.
A questa tremenda possibilit Nastasja preferisce la pi prosaica sofferenza che le deriva dal

suo legame con il rozzo e passionale Rogoin, che, travolto dalla gelosia, la uccide.
L'
assassinio di Nastasja e il ritorno del protagonista allo stato di confusione mentale e di
demenza, fanno s che L'idiota sia in fondo la storia di un fallimento: il principe Mykin non
modifica n le persone n l'
ambiente umano con cui entra in contatto. Del resto, dalla lettura
delle lettere, pare che Dostovskij stesso non fosse del tutto soddisfatto del suo lavoro, bench
i contemporanei lo ritenessero generalmente il pi riuscito dei suoi romanzi:
Lei d un giudizio sui miei romanzi. Su questo argomento, naturalmente, non il caso che io mi
metta a discutere con Lei, ma mi piaciuto il fatto che Lei consideri L'idiota il migliore di tutti.
S'immagini che un tale giudizio io l'ho ascoltato almeno cinquanta volte, se non pi. Questo libro
continua a vendersi ogni anno, e anzi ogni anno di pi. Le ho parlato dell'Idiota perch tutti
coloro che lo giudicano la migliore delle mie opere presentano qualcosa di particolare nella loro
intelligenza, qualcosa che mi ha sempre colpito e che mi piace molto.
(Lettera ad Arkadij Grigor'evi Kovner, Pietroburgo, 14 febbraio 1877).

Luned 10 febbraio 2003

Fdor Michjlovi Dostovskij


(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881)

I I demoni (1871-1872)
Come gi s'
detto, nello studio dell'
opera di Dostovskij abbiamo dovuto, per forza di cose,
operare una selezione; con la presentazione degli ultimi due grandi romanzi I demoni e I
fratelli Karamazov ci congediamo oggi dal grande romanziere russo.
Abbiamo a suo tempo avuto modo di sottolineare l'
interesse di Dostovskij - che, tra l'
altro,
pratic a lungo l'
arte del giornalismo - gi: il giornalismo un tempo era un'
arte! - per la
cronaca: I demoni trae infatti spunto da un assassinio politico e dal successivo processo il
processo Ne aev, dal nome dell'
imputato - che, negli anni 1869 e 1870, suscitarono l'
interesse
della stampa e dell'
opinione pubblica russe.
Il romanzo, per esplicita ammissione dell'
autore, opera ideologicamente impegnata, nel
senso che si propone di fatto come un atto di accusa sia nei confronti del liberalismo della
generazione del '
40 (quella di Herzen, Belinskij, Granovskij, ritratto nel romanzo sotto le
spoglie di Verchovenskij padre); sia del nichilismo terrorista degli anni '
60, che, secondo
Dostovskij, poteva vantarne la paternit.
Scrisse l'
autore, che allora si trovava a Dresda, al conoscente Nikolaj Nikolaevic Strachov:
[...]
Ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il "Messaggero
Russo", ma m'interessa non dal punto di vista artistico, bens da quello della tendenza; voglio
esprimere certe mie idee, anche a costo che la riuscita artistica ne soffra. Mi sento attirato
dal desiderio di esprimere ci che mi si accumulato in testa e nel cuore; pu darsi che ne
venga fuori soltanto un pamphlet, ma almeno mi sfogher fino in fondo. Comunque spero nel
successo, e del resto chi potrebbe mettersi a scrivere qualcosa senza sperare nel successo?
(Dresda, 24 marzo [5 aprile] 1870).
Il titolo I demoni - ispirato ad un passo del Vangelo di Luca (Lc 8, 32-37):
In quel luogo c'era una grande mandria di porci che pascolava sul monte. Gli chiesero che
permettesse loro di entrare nei porci, ed egli lo permise loro. I demoni allora uscirono da
quell'uomo ed entrarono nei porci e tutti quegli animali presero a correre a precipizio dalla
rupe, andarono a finire nel lago e annegarono. I mandriani, quando videro quel che era
accaduto, fuggirono e andarono a portare la notizia nella citt e nei villaggi.
La gente usc per vedere ci che era accaduto e, quando arrivarono da Ges, trovarono
l'uomo dal quale erano usciti i demoni che stava ai piedi di Ges, vestito e sano di mente.
Allora furono presi da spavento. Quelli che avevano visto tutto, riferirono come l'indemoniato
era stato guarito.
Allora tutta la popolazione del territorio dei Geraseni preg Ges di andarsene da loro,
perch avevano molta paura. Ges, salito su una barca, torn indietro.
Fuor di metafora, nei demoni Dostovskij vedeva i mali che affliggevano la Russia d'
allora: il
liberalismo, l'
infatuazione per tutto ci che proveniva dall'
Occidente corrotto e decadente,
l'
abbandono della fede dei padri, il socialismo, il nichilismo morale prima ancora che politico;

i maiali erano gli stessi nichilisti in cui il male entrato, ha preso forma e si , in un certo
senso, incarnato.
Il romanzo narra le vicende di un'
organizzazione politica nichilista a capo della quale vi Ptr
Stepanovi Verchov nskij. Egli, nonostante la sua funambolica capacit di destreggiarsi in
societ e di apparire un giovane perbene ( figlio d'
un buon borghese, liberale della prima ora,
ma sostanzialmente inetto) in realt un diabolico furfante. Accanto a lui ma forse sopra
di lui sta Nikol j Stavr gin, uomo affascinante e altero, intelligente e misterioso,
aristocratico e demoniaco, vero protagonista del romanzo.
Ptr Verchovenskij, per rafforzare il suo progetto eversivo, mira a legare indissolubilmente a
s e fra di loro i suoi seguaci attraverso una serie di delitti.
Ma mentre Ptr sembra credere al suo progetto e alle idee che lo animano, Stavrgin, privo di
coscienza morale, per quanto circondato da una devozione quasi mistica, il primo a non
credere alle idee di cui egli stesso ispiratore: la sua vita un terribile crogiolo di azioni
morbose e assurde, tra le quali spiccano, se cos si pu dire, il matrimonio non consumato con
Marija Lebjadkina, una povera storpia e demente, sorella del patetico capitano Lebjdkin, e lo
stupro di una bambina che, per la vergogna e il dolore, finisce per uccidersi.
La madre di Stavrogin, una vedova dai modi bruschi, ma dal carattere generoso e
comprensivo, letteralmente terrorizzata dal sospetto che effettivamente il figlio abbia
sposato una povera storpia; sgomenta ne pure la nobile e bellissima Lizaveta, innamorata di
Stavrogin., che va a visistare Marja; dall'
incontro la giovane donna esce sconvolta, tanto dalla
follia della Lebjadkina, quanto dalla conferma che il matrimonio stato effettivamente
celebrato.
La buona societ, che fa da sfondo alla vicenda, non conosce l'
esistenza dell'
organizzazione
nichilista e non sospetta di nulla.
Un giorno, tra l'
entusiasmo generale, giunge in citt lo scrittore Karmazinov (caricatura al
vetriolo dell'
occidentalista Turgenev), bandiera dell'
intellettualit liberale e dell'
opinione
pubblica progressista russa. La festa organizzata in onore del vacuo e frivolo scrittore culmina
nella lettura di un suo poemetto, ma degenera poi in una volgare e generalizzata ubriacatura
collettiva, mentre improvvisamente giunge la notizia che un incendio sta devastando i
quartieri poveri della citt. L'
incendio doloso e provocato ad arte da Ptr Verchovenskij per
seminare disordine e per eliminare, approfittando della confusione, l'
inaffidabile Lebjadkin.
Anche Marja, sorella di Lebjadkin e moglie segreta di Stavrgin, viene sgozzata.
Ptr intanto architetta un nuovo delitto: questa volta la vittima designata atov, discepolo di
Stavrogin, convertitosi alla fede ortodossa. Per coprire il delitto, Ptr obbliga Kirillov, un
rivoluzionario ateo che teorizza una sorta di suicidio "metafisico", dimostrazione di supremo
disprezzo verso la stessa idea di Dio, a vergare, prima di dare atto al proprio insano disegno,
un biglietto in cui si autoaccusa dell'
assassinio di atov.
Mentre altri delitti si susseguono, spargendo insicurezza e terrore fra i benpensanti, che
finalmente prendono coscienza della pericolosit dei demoni, Stavrogin, sopraffatto dalla
sua fredda disperazione, si impicca nella soffitta del suo appartamento.
Il personaggio pi forte e pi tipicamente dostoevskijano dunque Stavrogin, vero e
proprio genio del male, ritratto fosco dell'
uomo che, sradicato da ogni principio morale e da
ogni fede, replica il supremo peccato dei progenitori: Ma il serpente disse alla donna: Voi
non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i
vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male (Gn 3, 4-5)..
Di fronte a Stavrogin lo stesso Ptr Verchovenskij appare per quello che : un meschino e
mediocre agitatore politico che nemmeno s'
avvede che, quella che egli crede lucidit e rigore
intellettuale, altro non sono che gratuita e disumana crudelt.
Ancora una volta possiamo cercare nel carteggio dell'
autore alcune informazioni preziose;

ecco quel che Dostovskij scrisse al suo editore Michail Nikiforovi Katkov:

Anche questo secondo personaggio (Nikolaj Stavrogin n.d.r.) una natura tenebrosa, uno
scellerato. Ma a me sembra che si tratti di un personaggio tragico, anche se probabile che
molti, dopo aver letto il romanzo, si domandino: "Ma che roba questa?"
Mi sono deciso a scrivere un'opera su questo personaggio perch troppo tempo che volevo
rappresentarlo. Secondo me, un personaggio tipicamente russo. Sar molto, molto deluso se
non mi riuscir come voglio. E sar ancora pi triste se sentir condannarlo come un
personaggio artificioso. Io l'ho tratto dal mio cuore. Naturalmente un carattere che solo di
rado si presenta nella realt in tutta la sua tipicit, ma si tratta comunque di un personaggio
russo (appartenente ad una determinata classe sociale). Ma aspetti a giudicarmi di aver letto
il romanzo fino alla fine, stimatissimo Michail Nikiforovi ! Qualcosa mi dice che riuscir a
venire a capo di questo personaggio. Non star adesso a spiegarlo nei dettagli, perch ho
paura di non sapermi esprimere come vorrei. Voglio mettere in evidenza soltanto un fatto:
tutto il personaggio verr descritto in scene e in azioni, e non con dei ragionamenti, e
pertanto v' speranza che ne verr fuori un personaggio vivo e reale. Dresda, 8 (20) ottobre
1870

II I fratelli Karamazov (1879-1880)


Nella prima stesura de I demoni, dopo il capitolo VIII Lo zarevi Ivan, il romanzo continuava
con la Confessione di Stavrogin, confessione in cui il protagonista confessava apertamente a
un santo monaco le proprie perversioni e i propri delitti. L'
editore si rifiut di pubblicare il
capitolo per timore e ne aveva ben ragione! - di incappare nelle maglie della censura; cos la
Confessione pot essere pubblicata solo nel 1922, dopo la Rivoluzione.
Il santo monaco cui Stavrogin si rivolge, Tichon, rappresenta una sorta di trait d'union con
l'
ultimo capolavoro di Dostovskij: I fratelli Karamazov:
Per esempio, intendo accostarmi per la prima volta ad una certa categoria di persone di cui
la letteratura si finora scarsamente occupata. Prendo per ideale di un tale tipo Tichon
Zadonskij. Il mio personaggio anche lui un santo che vive ritirato in un convento. Lo
contrappongo e lo metto anche temporaneamente a contatto con il protagonista del romanzo.
Ho molta paura che di non riuscire, giacch la prima volta che mi provo in una cosa del
genere; comunque, conosco abbastanza bene il mondo del monastero russo. (Il brano tratto
dalla stessa lettera a Katkov citata poco sopra).
I fratelli Karamazov, dopo alcuni capitolo introduttivi, entra nel vivo proprio nel momento in
cui i protagonisti il padre e i tre fratelli riconosciuti si riuniscono davanti a una santo
monaco, lo starec Zosma, per domandar consiglio e tentare di ricomporre le discordie
familiari; e allo starec Zosima sar dedicato un lungo capitolo, vero e proprio romanzo nel
romanzo.
Pubblicato a puntate su Il Messaggero Russo dal gennaio 1879 al novembre 1880, I fratelli

Karamazov venne subito accolto per quello che effettivamente sono: un capolavoro.
Oltretutto, se prendiamo in considerazione la storia e l'
evoluzione del romanzo europeo
dell'
800, I fratelli Karamazov, anche cronologicamente, sembrano segnare il culmine della
stagione del romanzo e al contempo l'
inizio del suo disgregarsi verso altre forme d'
arte.
Infatti, quello che forse il pi grande romanzo di Dostovskij, in un certo senso anche un
non-romanzo: l'
autore conduce il lettore in uno spazio artistico che ricorda assai da vicino la
tragedia classica: i tempi fermi; gli spazi chiusi; la potenza espressiva di personaggi, vivi
eppur profondamente stilizzati; il crescere e l'
addensarsi di forze terribili che proprio
all'
interno dei personaggi trovano forma ed energia.
La vicenda nello stesso tempo semplice e complessa, lineare ed intricata: protagonisti ne
sono il sordido Fdor Pvlovi (una specie di Stavrogin invecchiato e involgarito) e i suoi tre
figli: Dm trij, Iv n e Ala. Il primo viene dalla carriera militare,
uomo passionale,
impulsivo, di scarsa cultura; sa per anche essere sincero e generoso; il secondo
un
intellettuale freddo e ragionatore, dal carattere schivo, parente, per certi versi, del
Raskol'
nikov di Delitto e castigo; l'
ultimo invece luminoso e serafico, discepolo del santo
padre Zosima, ma non per questo immune dallo spirito carnale e terreno dei Karamazov. Vi
infine un quarto fratello illegittimo: Smerdjakov (smerdet' in russo significa puzzare), figura
ambigua, astuto, legato da un rapporto di odio-amore a Ivan, sottoposto a continue
umiliazioni, soprattutto dal padre che lo tiene in casa come servo.
Motore della vicenda Grenka, affascinante e capricciosa mantenuta di cui si innamorano
sia Fdor Pvlovi che Dmtrij.
S'
detto che il romanzo prende avvio nella cella del venerato starec Zosima: l'
incontro, che
avrebbe dovuto portare alla pacificazione, degenera invece in alterco: il padre mette in luce la
sua pagliaccesca sfrontatezza, mentre il figlio maggiore non riesce a contenere la sua indole
impulsiva; in risposta a tutto ci, padre Zosima si inginocchia davanti a Dmtrij che molto
dovr soffrire.
La lite riprende per poche ore pi tardi, in casa del padre; questa volta Dmtrij, convinto che
Gruenka sia l, passa alle vie di fatto e percuote il genitore, minacciando, davanti a tutti, di
ucciderlo.
Dmtrij sa infatti che Fdor Pvlovi ha offerto all'
avida Grenka un'
enorme somma di
denaro, tremila rubli, perch divenga sua amante.
Non molto dopo, il padre viene trovato ucciso.
Dmtrij, che pi volte aveva confessato l'
odio per il padre, , per tutta una serie di circostanze,
ritenuto l'
autore dell'
omicidio; tutto ci avviene proprio mentre Gruenka gli ha confessato
finalmente il suo amore. A processo gi avviato, Ivn, fino ad allora intimamente convinto
della colpevolezza del fratello, ha un colloquio rivelatore con Smerdjakv, il quale gli
confessa di essere l'
assassino del vecchio, rinfacciando per ad Ivan di aver compiuto il
delitto ispirato dalle stesse idee di Ivan: All'uomo superiore tutto permesso.
Il suicidio di Smerdjakov e un'
improvvisa febbre cerebrale di Ivan privano Dmtrij degli unici
testimoni della sua innocenza; nello stesso tempo Katerna Ivanovna, sua antica fidanzata, ora
innamorata di Ivan, per impedire che una volta libero Dmtrij possa sposare Grenka, si
decide a deporre contro di lui. Cos Dmtrij condannato innocente a vent'
anni di lavori
forzati.
Grenka, personaggio in cui riconosciamo un po'della Nastasija de L'idiota e, in misura
minore, un poco della Sonja di Delitto e castigo, decide di seguirlo ai lavori forzati in in
Siberia.
Il romanzo si chiude con il discorso di Alsa al funerale di llja (giovane protagonista di una
delle linee narrative secondarie del romanzo), dinanzi ai suoi piccoli tormentatori divenutigli,

grazie all'
intervento dello stesso Ala, amici: un discorso di consolazione e di speranza nella
nuova generazione, destinata, a ridare vita e speranza al mondo. Ed anche una sorta di
testamento ideale dello stesso autore.
Ala, nonostante non si trovi quasi mai al centro della sena, la figura-chiave del romanzo; a
lui si riferisce anche la citazione evangelica posta in apertura: In verit, in verit vi dico: se il
chicco di grano, caduto in terra, non morr, rimarr solo; ma se morir, dar molto frutto
(Gv, 12, 24). Attorno a lui gravitano le voci e i sentimenti di tutti i personaggi principali:
Katerina Ivanovna e Gruenka si confidano a pi riprese con lui; Dmtrij gli apre il cuore
riconoscendo in lui il solo capace di ascoltarlo senza giudicarlo; Ivn, in un lungo colloquio si
mostra, unica volta in tutto il romanzo, nella sua pi gioviale e gioiosa spontaneit; lo stesso
padre sembra fidarsi solo del figlio minore. Ed sempre Ala a riconciliare Ilja con i
compagni di scuola; ed ancora Ala a seguire gli ultimi istanti di vita del suo adorato starec
Zosima.
Uno studio a parte meriterebbe La leggenda del Grande Inquisitore, vero e proprio cuore
ideale del romanzo, gelosamente custodito da una miriade di storie, personaggi, tragedie.
Romanzo nel romanzo (un po'
, tanto per capirci, come la vicenda della monaca di Monza nei
Promessi sposi) di un momento di profonda e drammatica liricit: nella Leggenda
Dostovskij esprime il punto di svolta, il momento particolarissimo della vita in cui ogni
uomo percepisce la propria interiore fragilit di fronte alla grandezza di Dio (o almeno
dell'
idea di Dio); il dramma dell'
uomo che fatica a sostenere intellettualmente la grandezza
del sacrificio di Cristo, ma che in fondo al suo cuore capisce che quell'
atto di amore
universale e catartico.
Purtroppo il tempo che abbiamo a disposizione e le finalit di questo corso non ci permettono
di approfondire questa pur importantissima parte dell'
opera dostovskijana: la speranza che,
magari anche autonomamente, ciascuno dio voi possa leggere e conoscere pi da vicino La
leggenda.
Con I fratelli Karamazov si chiude l'
ampia parabola dell'
arte di Dostovskij, non fosse altro
che per questioni biografiche; ma in letteratura, e nell'
arte in genere, ogni porta che viene
chiusa allo stesso tempo una porta che si apre verso nuovi orizzonti: cos proprio I fratelli
Karamazov, il romanzo pi compiuto dello slavofilo, del conservatore, dell'uomo d'
ordine
Dostovskij svela prospettive ed interpretazioni che conducono il lettore attento verso
direzioni tutt'
altro che scontate.
Mi sembra utile, al fine di approfondire quest'
ultima osservazione, chiudere con alcune
riflessioni di Jacques Catteau, professore di letteratura russa alla Sorbona e grande studioso di
Dostovskij: Chi dunque il colpevole?:

La risposta chiara: tutti, perch tutti siamo colpevoli, e colpevoli in quanto liberi e
responsabili. evidente che il romanzo lascia l'affascinante palude dell'enigma poliziesco
per elevarsi alle vette grandiose degli interrogativi morali, spirituali, religiosi ed anche
metafisici. Il Padre al di l del suo significato primo, e anche freudiano, di genitore rivale
non simbolizza forse il padrone, il capo assoluto, lo zar, Dio? In I fratelli Karamzov
espressa la ribellione contro Dio, contro la sua legge d'amore, direttamente (Ivn gli rinvia
il biglietto) o indirettamente.
Quest'opera racconta la rivolta colpevole degli uomini, adulti e bambini (il piccolo

Krastkin), anche se questi ultimi come testimoni alla scena finale continuano a
rappresentare la speranza. Il romanziere oppone (ed il senso del magnifico poema di
Ivn Karamzov detto, da Rzanov in poi, La leggenda del Grande Inquisitore) l'insostenibile
libert portata da Cristo, l'insopportabile silenzio di Dio sul martirio degli innocenti e dei
bimbi, all'utopia prometeica dell'uomo che vuole, usurpando Dio, arrogarsi il potere supremo
e organizzare la felicit degli uomini loro malgrado (si riconoscono agevolmente le teorie di
Raskl'nikov, e dello iglv di I demni). Ivn Karamzov sceglie l'umanit; Alsa, che lo
ascolta, sceglie l'uomo. Due concetti che, in Dostovskij, saranno sempre fondamentalmente
in contrasto e che costituiscono il dilemma tragico delle nostre civilt moderne. (JACQUES
CATTEAU, Dostovskij, sta in Storia della civilt letteraria russa, UTET, Torino 1997, vol. I,
pag. 685)

Il sistema onomastico russo (II)


Abbiamo gi avuto modo di conoscere le linee essenziali del sistema onomastico russo ed in
particolare l'
uso, oltre al nome e al cognome, del patronimico. Vediamo oggi le molteplici e
varie possibilit di combinazione dei tre elementi e il significato sociale del loro utilizzo; chi
vorr conoscere pi da vicino il romanzo russo, avr modo di verificare l'
utilit di queste
nozioni.
Forma

Esempio

Uso

Il solo nome di battesimo

Fdor

Usato solo tra persone dello stesso


sesso (ma perlopi tra gli uomini)
legate da profondi vincoli di parentela
o di amicizia; tra le classi popolari
l'
uso di questa forma era frequente
anche tra semplici coetanei

Nome + patronimico

Fdor Pavlovi

Si tratta della forma pi comune che


esprime le pi varie sfumature:
cordialit, formalit, rispetto,
discrezione e misurato distacco.
Tra le classi inferiori era consueto
contrarre il patronimico
(ad es. Fdor Pavli )

Il solo patronimico

Pavlovi

Si tratta di forma usata pressoch


esclusivamente tra i ceti inferiori e
sostanzialmente equivalente alla
precedente

Il solo cognome

Verchovenskij

Forma piuttosto rara usta nell'


esercito
o quando ci si voleva riferire a persone
illustre e universalmente note (ad es.
un artista, un uomo politico ecc.)

Nome + patronimico + cognome Fdor Pavlovi


Verchovenskij

Vera e propria carta di identit, era la


forma usata nelle circostanze ufficiali e
nei documenti.

Nome + cognome

Forma usata:

Fdor Verchovenskij

1 con i contadini;
2 parlando di persone poco
conosciute;
3 parlando di persona nota famosa.

Diminutivo

Fedja

La lingua russa ricchissima di forme


diminutive e vezzeggiative; in genere
il diminutivo viene usato solo quando
vi sia un rapporto di grande familiarit;
fra le classi inferiori spesso usato
anche dai bambini quando si rivolgono
a un adulto.
Si incontra spesso anche il diminutivo
seguito dal patronimico.

Documenti
Lettera a V.A.Alekseev
Pietroburgo, 7 giugno 1876
Egregio Signore, La prego di scusarmi se rispondo soltanto oggi alla Sua lettera del 3 giugno,
ma sono stato malato per un attacco di epilessia.
Lei mi rivolge una domanda molto ardua in quanto esigerebbe una risposta lunga. La sostanza
della cosa, di per s, chiara. Nella tentazione di Cristo da parte del diavolo sono proposte tre
colossali idee di portata universale; sono trascorsi ormai diciotto secoli e non c'
nulla di pi
difficile, e cio di pi profondo, di queste idee, e tuttora non si riesce a risolvere le questioni
in esse poste.
"Le pietre e i pani" significa l'
attuale questione sociale, cio l'
ambiente. Questa non una
profezia, questo sempre stato cos. "Come ci si pu rivolgere a dei poveri derelitti, che la
fame e l'
oppressione hanno ridotto a una condizione piuttosto di animali che non di uomini,
come ci si pi rivolgere a degli affamati predicando l'
astensione dal peccato, la mansuetudine
e la continenza? Non sarebbe meglio anzitutto dar loro da mangiare? Ci sarebbe pi umano.
Anche davanti a Te sono venuti a predicare, ma Tu sei il Figlio di Dio, Tu eri atteso da tutto il
mondo con impazienza; agisci dunque come chi superiore a tutti per l'
intelletto e la giustizia.
Da'dunque loro un'
organizzazione sociale tale che non manchino mai il pane e l'
ordine, e solo
allora chiedi loro di rinunciare al peccato. Se anche allora peccheranno, ebbene, vorr dire che
sono degl'
ingrati, ma ora essi peccano per colpa della fame, ed un peccato pretendere da loro
che non pecchino.
"Tu sei Figlio di Dio, e dunque Tu puoi tutto. Vedi qui intorno queste pietre: sufficiente che
Tu lo ordini e queste pietre si trasformeranno in pani."
"Ma anzitutto ordina che la terra dia i suoi frutti senza fatica, insegna agli uomini una scienza
o un ordine sociale tali che la loro vita sia per sempre assicurata. forse possibile che Tu non
sappia che i vizi e le sventure pi gravi dell'
uomo sono provocate dalla fame, dal freddo, dalla
miseria e dalla spietata lotta per l'
esistenza?"
Ecco la prima questione che lo spirito maligno propose a Cristo. Lei sar d'
accordo sul fatto
che difficile risolverla. Il socialismo attuale, sia in Europa che da noi, vuole eliminare
completamente Cristo e si adopera anzitutto per il pane, si affida alla scienza e sostiene che la
causa di tutte le sciagure umane una soltanto: la miseria, la lotta per l'
esistenza, "l'
ambiente
che divora l'
uomo".
Ma Cristo a ci ha risposto: "Non di solo pane vive l'
uomo", proclamando la verit

sull'
origine anche spirituale dell'
uomo. L'
idea del diavolo poteva andar bene soltanto per un
uomo-animale, ma Cristo sapeva che l'
uomo non pu vivere di solo pane. Infatti, se non
esistesse pi la vita spirituale, e cio l'
ideale della Bellezza, l'
uomo cadrebbe in preda
all'
angoscia, morirebbe, impazzirebbe, si ucciderebbe o si affiderebbe a fantasie pagane. E
siccome Cristo recava in Se stesso e nella Sua Parola l'
ideale della Bellezza; avendolo nelle
loro anime, tutti diventeranno fratelli l'
uno dell'
altro, e allora, naturalmente, lavorando l'
uno
per l'
altro, saranno anche ricchi. Se invece si desse loro del pane, pu darsi che essi diventino
nemici l'
uno dell'
altro solo per la noia.
Ma se si desse all'
uomo sia l'
ideale della Bellezza che il Pane insieme? In tal caso verr tolto
all'
uomo il lavoro, la personalit, il sacrificio dei propri beni a favore del prossimo, insomma
gli verr tolta tutta la vita, ogni ideale di vita. E quindi meglio proclamare soltanto l'
ideale
spirituale.
La prova del fatto che, in questo breve passo del Vangelo, la questione riguardava proprio
questa idea, e non semplicemente il fatto che Cristo aveva fame e che il diavolo gli
consigliava di prendere delle pietre e ordinar loro di trasformarsi in pane, la prova di ci sta
nel fatto che Cristo rispose rivelando il segreto della natura: "Non di solo pane (e cio come
gli animali) vive l'
uomo".
Se si fosse trattato soltanto di placare la fame di Cristo, perch si sarebbe dovuto portare il
discorso sulla natura spirituale dell'
uomo in generale? E sarebbe stato anche inutile, giacch
anche senza il consiglio del diavolo Egli avrebbe gi potuto da prima procurarsi del pane se
avesse voluto. A proposito: Lei ha certo presenti le teorie di Darwin e di altri sull'
origine
dell'
uomo dalla scimmia. Ebbene, senza formulare nessuna teoria, Cristo dichiara
esplicitamente che nell'
uomo, oltre alla dimensione animale, c'
anche quella spirituale. E
quindi qualunque sia l'
origine dell'
uomo (nella Bibbia non affatto spiegato in che modo
Iddio lo form dal fango, lo prese dalla terra), un fatto che Dio gl'
ispir il soffio della vita
(ma terribile che l'
uomo, attraverso il peccato, possa nuovamente trasformarsi in animale).
Il Suo devoto servitore F.Dostoevskij
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 10 maggio 1879
[...]
Questa quinta parte, secondo la mia concezione, deve costituire il punto culminante di tutto il
romanzo e pertanto deve essere portata a termine con cura particolare. L'
idea che ne sta alla
base - come Lei vedr dal testo che Le ho inviato - costituita dalla rappresentazione
dell'
estremo a cui pu arrivare il sacrilegio e del nucleo dell'
idea di distruzione caratteristica
del nostro tempo in Russia nell'
ambiente della giovent estraniatasi dalla realt; ma accanto al
sacrilegio e all'
anarchia viene proposta anche la loro confutazione, che sto appunto esponendo
nelle ultime parole del moribondo starec Zosima, uno dei personaggi del romanzo. Data
l'
evidente difficolt del compito che mi sono assunto, Lei certo comprender, stimatissimo
Nikolaj Alekseevic, e scuser il fatto che io abbia preferito diluire il tema in due parti, per non
guastare con la fretta il punto culminante del mio romanzo. In generale tutta questa parte sar
ricca di movimento. Nel testo che Le ho or ora inviato io rappresento soltanto il carattere di
uno dei principali personaggi del romanzo che esprime le sue fondamentali convinzioni. Tali
convinzioni sono appunto ci che io considero una sintesi dell'
attuale anarchismo russo. la
negazione non di Dio, bens del senso del mondo da Lui creato. Tutto il socialismo derivato
e ha preso le mosse dalla negazione del senso della realt storica per concludere con il
programma della distruzione e dell'
anarchia. I pi rappresentativi fra gli anarchici sono stati in
molti casi persone sinceramente convinte. Il mio personaggio si serve di un argomento

secondo me incontrovertibile, e cio l'


assurdit della sofferenza dei bambini, e ne deduce
l'
assurdit di tutta la realt storica. Non so se sono riuscito a realizzarlo adeguatamente, ma so
che il mio personaggio reale al massimo grado. (nei Demoni c'
una quantit di personaggi
che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che Lei lo creda o no,
sono stati tutti confermati dalla realt, il che significa che erano stati esattamente intuiti. Per
esempio, K.P.Pobedonoscev mi ha riferito di due o tre casi di anarchici arrestati che erano
sorprendentemente simili a quelli da me raffigurati nei Demoni). Tutto ci che viene detto dal
mio personaggio nel testo che Le ho inviato fondato sulla realt. Tutti gli episodi che si
riferiscono ai bambini sono accaduti nella realt e sono stati pubblicati dai giornali, e io posso
citarne anche la fonte esatta; niente stato inventato di sana pianta da me. Il generale che
aizza i cani contro un bambino, e cos tutto l'
episodio, rispecchia un fatto realmente avvenuto
che stato pubblicato quest'
inverno, se non sbaglio, nell'
"Archivio", e ripreso poi da molti
giornali. Il rifiuto di Dio proclamato dal mio personaggio verr trionfalmente confutato nel
fascicolo seguente (quello di luglio), a cui io sto attualmente lavorando in preda al timore ,
alla trepidazione e a un sentimento di venerazione, giacch io considero il mio compito (e
cio la confutazione dell'
anarchismo) una vera e propria impresa civile. Mi auguri pertanto il
successo, stimatissimo Nikolaj Alekseevic.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Staraja Russa, 19 maggio 1879
[...]
Il fatto che questa parte del romanzo per me quella culminante; s'
intitola "Pro e contra" e
l'
idea che ne sta alla base il rifiuto di Dio e la confutazione di tale rifiuto. La parte
riguardante il rifiuto di Dio l'
ho gi conclusa e spedita, mentre quella che tratta della
confutazione di tale rifiuto la mander soltanto per il fascicolo di luglio. Ho trattato il rifiuto
di Dio nella sua forma pi estrema, almeno cos come io stesso l'
ho sentito e l'
ho compreso, e
cio cos come si manifesta nel momento attuale nella nostra Russia in tutto (o quasi) lo strato
superiore della societ: la negazione scientifica e filosofica dell'
esistenza di Dio stata ormai
abbandonata, gli attuali socialisti attivi non se ne occupano pi affatto (mentre invece se ne
occupavano in tutto il secolo passato e nella prima met di quello attuale); in compenso viene
negata con tutte le forze la creazione divina, il mondo di Dio e il suo senso. soltanto in
questo che la cultura moderna riscontra l'
assurdo. In tal modo mi lusingo con la speranza di
aver mantenuto fede al realismo perfino in un tema cos astratto. La confutazione della
negazione di Dio (non in forma diretta, cio in un dibattito tra due personaggi) viene svolta
nelle ultime parole dello starec morente. Molti critici mi hanno rimproverato per il fatto che,
nei miei romanzi in generale, io non sceglierei i temi adatti, quelli veramente realistici, e cos
via. Io, al contrario, non conosco nulla di pi reale proprio di questi temi... Per aver spedito, io
ho spedito tutto, ma a momenti sono assalito dal dubbio che, per qualche ragione, decidano di
non pubblicare questa parte sul "messaggero Russo". Ma basta parlare di questo. Del resto, si
sa, la lingua batte dove il dente duole.
[...]
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 11 giugno 1879
Egregio signore, stimatissimo Nikolaj Alekseevic, l'
altroieri ho inviato alla redazione del
"messaggero Russo" il seguito dei Karamazov per il fascicolo di giugno (cio la fine della
quinta parte "Pro e contra"). In essa ho portato a termine ci che dicono le labbra superbe e

blasfeme. Il negatore contemporaneo, uno dei pi accaniti, si dichiara esplicitamente a favore


di ci che consiglia il diavolo e sostiene che il suo insegnamento pi sicuro per gli uomini di
quello di Cristo. Con ci si d una direttiva per il nostro socialismo russo, cos sciocco (ma
terribile, perch in esso implicata la giovent): il pane, la torre di Babele (cio il futuro
regno del socialismo) e il completo assoggettamento della libert di coscienza, ecco a che
cosa approda il disperato negatore e ateo! La differenza sta nel fatto che i nostri socialisti (ed
essi non sono soltanto il nichilismo sotterraneo, Lei lo sa bene) sono dei gesuiti e dei
mentitori coscienti che non riconoscono che il loro ideale consiste nella violenza esercitata
sulla coscienza umana e nel ridurre l'
umanit al livello di un gregge, mentre il mio socialista
(Ivan Karamazov) un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d'
accordo con la
concezione dell'
umanit propria del Grande Inquisitore, e che la fede in Cristo sarebbe in
grado di portare l'
uomo ad un livello pi alto a cui esso realmente si trova. La domanda viene
posta in modo assolutamente categorico: "Voi, futuri salvatori dell'
umanit, in realt la
disprezzate o la rispettate?"
E tutto ci essi pretendono di farlo in nome dell'
amore per l'
umanit: "La legge di Cristo - essi
dicono - troppo pesante e astratta; intollerabile per le deboli forze dell'
uomo", e cos,
invece della legge della Libert e della vera Cultura, gli propongono la legge della catene e
della schiavit per il pane.
Nella parte seguente rappresenter la morte dello starec Zosima e riporter le sue
conversazioni in punto di morte con gli amici. Non si tratta di una predica, bens di una specie
di narrazione, il racconto della sua vita. Se mi riuscir, far qualcosa di veramente buono:
costringer il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non qualcosa di astratto,
bens qualcosa che si pu rendere in un'
immagine reale, qualcosa di possibile e presente, e che
il cristianesimo l'
unico rifugio per la Terra Russa da tutti i suoi mali. Prego Iddio che il
quadro mi riesca; ne verr fuori qualcosa di autenticamente patetico, purch mi sorregga
l'
ispirazione. E l'
essenziale che si tratta di un tema tale quale non venuto in mente a
nessuno degli attuali scrittori e poeti, e quindi qualcosa di assolutamente originale. per
questo che ho scritto tutto il romanzo, ma voglia Iddio che mi riesca ci per cui adesso vivo in
tanta ansiet! La invier immancabilmente per il fascicolo di luglio, e anzi per il dieci di
luglio, non pi tardi. Ci metter tutto il mio impegno.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879
[...]
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov per me molto lusinghiera (a
proposito della forza e dell'
energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione
assolutamente inevitabile: il fatto che non c'
ancora una risposta a tutte le tesi atee qui
esposte, e che bisogna assolutamente darla. proprio questo il punto, e appunto in questo sta
tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta
questa parte negativa la si trover nella sesta parte, "Un monaco russo", che verr pubblicata il
31 agosto. Pertanto la mia trepidazione originata dal dubbio se tale risposta sar sufficiente.
Tanto pi che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza
(nel Grande Inquisitore e anche prima), bens soltanto indiretta. Qui viene rappresentato
qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo
ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bens, per cos dire, di
un'
immagine artistica. Ed appunto questo che mi preoccupa: sar comprensibile e
raggiunger almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze
specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre

in realt la vita piena di aspetti comici ed maestosa soltanto nel suo senso interiore,
cosicch, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli
aspetti pi volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D'
altronde
vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perch
troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti
secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto
conoscere la Sua opinione perch la rispetto e l'
apprezzo altamente. Ho scritto con grande
amore.
[...]
I fratelli Karamazov
Lettera a V.A.Alekseev
Pietroburgo, 7 giugno 1876
Egregio Signore, La prego di scusarmi se rispondo soltanto oggi alla Sua lettera del 3 giugno,
ma sono stato malato per un attacco di epilessia.
Lei mi rivolge una domanda molto ardua in quanto esigerebbe una risposta lunga. La sostanza
della cosa, di per s, chiara. Nella tentazione di Cristo da parte del diavolo sono proposte tre
colossali idee di portata universale; sono trascorsi ormai diciotto secoli e non c'
nulla di pi
difficile, e cio di pi profondo, di queste idee, e tuttora non si riesce a risolvere le questioni
in esse poste.
"Le pietre e i pani" significa l'
attuale questione sociale, cio l'
ambiente. Questa non una
profezia, questo sempre stato cos. "Come ci si pu rivolgere a dei poveri derelitti, che la
fame e l'
oppressione hanno ridotto a una condizione piuttosto di animali che non di uomini,
come ci si pi rivolgere a degli affamati predicando l'
astensione dal peccato, la mansuetudine
e la continenza? Non sarebbe meglio anzitutto dar loro da mangiare? Ci sarebbe pi umano.
Anche davanti a Te sono venuti a predicare, ma Tu sei il Figlio di Dio, Tu eri atteso da tutto il
mondo con impazienza; agisci dunque come chi superiore a tutti per l'
intelletto e la giustizia.
Da'dunque loro un'
organizzazione sociale tale che non manchino mai il pane e l'
ordine, e solo
allora chiedi loro di rinunciare al peccato. Se anche allora peccheranno, ebbene, vorr dire che
sono degl'
ingrati, ma ora essi peccano per colpa della fame, ed un peccato pretendere da loro
che non pecchino.
"Tu sei Figlio di Dio, e dunque Tu puoi tutto. Vedi qui intorno queste pietre: sufficiente che
Tu lo ordini e queste pietre si trasformeranno in pani."
"Ma anzitutto ordina che la terra dia i suoi frutti senza fatica, insegna agli uomini una scienza
o un ordine sociale tali che la loro vita sia per sempre assicurata. forse possibile che Tu non
sappia che i vizi e le sventure pi gravi dell'
uomo sono provocate dalla fame, dal freddo, dalla
miseria e dalla spietata lotta per l'
esistenza?"
Ecco la prima questione che lo spirito maligno propose a Cristo. Lei sar d'
accordo sul fatto
che difficile risolverla. Il socialismo attuale, sia in Europa che da noi, vuole eliminare
completamente Cristo e si adopera anzitutto per il pane, si affida alla scienza e sostiene che la
causa di tutte le sciagure umane una soltanto: la miseria, la lotta per l'
esistenza, "l'
ambiente
che divora l'
uomo".
Ma Cristo a ci ha risposto: "Non di solo pane vive l'
uomo", proclamando la verit
sull'
origine anche spirituale dell'
uomo. L'
idea del diavolo poteva andar bene soltanto per un
uomo-animale, ma Cristo sapeva che l'
uomo non pu vivere di solo pane. Infatti, se non
esistesse pi la vita spirituale, e cio l'
ideale della Bellezza, l'
uomo cadrebbe in preda
all'
angoscia, morirebbe, impazzirebbe, si ucciderebbe o si affiderebbe a fantasie pagane. E

siccome Cristo recava in Se stesso e nella Sua Parola l'


ideale della Bellezza; avendolo nelle
loro anime, tutti diventeranno fratelli l'
uno dell'
altro, e allora, naturalmente, lavorando l'
uno
per l'
altro, saranno anche ricchi. Se invece si desse loro del pane, pu darsi che essi diventino
nemici l'
uno dell'
altro solo per la noia.
Ma se si desse all'
uomo sia l'
ideale della Bellezza che il Pane insieme? In tal caso verr tolto
all'
uomo il lavoro, la personalit, il sacrificio dei propri beni a favore del prossimo, insomma
gli verr tolta tutta la vita, ogni ideale di vita. E quindi meglio proclamare soltanto l'
ideale
spirituale.
La prova del fatto che, in questo breve passo del Vangelo, la questione riguardava proprio
questa idea, e non semplicemente il fatto che Cristo aveva fame e che il diavolo gli
consigliava di prendere delle pietre e ordinar loro di trasformarsi in pane, la prova di ci sta
nel fatto che Cristo rispose rivelando il segreto della natura: "Non di solo pane (e cio come
gli animali) vive l'
uomo".
Se si fosse trattato soltanto di placare la fame di Cristo, perch si sarebbe dovuto portare il
discorso sulla natura spirituale dell'
uomo in generale? E sarebbe stato anche inutile, giacch
anche senza il consiglio del diavolo Egli avrebbe gi potuto da prima procurarsi del pane se
avesse voluto. A proposito: Lei ha certo presenti le teorie di Darwin e di altri sull'
origine
dell'
uomo dalla scimmia. Ebbene, senza formulare nessuna teoria, Cristo dichiara
esplicitamente che nell'
uomo, oltre alla dimensione animale, c'
anche quella spirituale. E
quindi qualunque sia l'
origine dell'
uomo (nella Bibbia non affatto spiegato in che modo
Iddio lo form dal fango, lo prese dalla terra), un fatto che Dio gl'
ispir il soffio della vita
(ma terribile che l'
uomo, attraverso il peccato, possa nuovamente trasformarsi in animale).
Il Suo devoto servitore F.Dostoevskij
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 10 maggio 1879
[...]
Questa quinta parte, secondo la mia concezione, deve costituire il punto culminante di tutto il
romanzo e pertanto deve essere portata a termine con cura particolare. L'
idea che ne sta alla
base - come Lei vedr dal testo che Le ho inviato - costituita dalla rappresentazione
dell'
estremo a cui pu arrivare il sacrilegio e del nucleo dell'
idea di distruzione caratteristica
del nostro tempo in Russia nell'
ambiente della giovent estraniatasi dalla realt; ma accanto al
sacrilegio e all'
anarchia viene proposta anche la loro confutazione, che sto appunto esponendo
nelle ultime parole del moribondo starec Zosima, uno dei personaggi del romanzo. Data
l'
evidente difficolt del compito che mi sono assunto, Lei certo comprender, stimatissimo
Nikolaj Alekseevic, e scuser il fatto che io abbia preferito diluire il tema in due parti, per non
guastare con la fretta il punto culminante del mio romanzo. In generale tutta questa parte sar
ricca di movimento. Nel testo che Le ho or ora inviato io rappresento soltanto il carattere di
uno dei principali personaggi del romanzo che esprime le sue fondamentali convinzioni. Tali
convinzioni sono appunto ci che io considero una sintesi dell'
attuale anarchismo russo. la
negazione non di Dio, bens del senso del mondo da Lui creato. Tutto il socialismo derivato
e ha preso le mosse dalla negazione del senso della realt storica per concludere con il
programma della distruzione e dell'
anarchia. I pi rappresentativi fra gli anarchici sono stati in
molti casi persone sinceramente convinte. Il mio personaggio si serve di un argomento
secondo me incontrovertibile, e cio l'
assurdit della sofferenza dei bambini, e ne deduce
l'
assurdit di tutta la realt storica. Non so se sono riuscito a realizzarlo adeguatamente, ma so
che il mio personaggio reale al massimo grado. (nei Demoni c'
una quantit di personaggi
che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che Lei lo creda o no,

sono stati tutti confermati dalla realt, il che significa che erano stati esattamente intuiti. Per
esempio, K.P.Pobedonoscev mi ha riferito di due o tre casi di anarchici arrestati che erano
sorprendentemente simili a quelli da me raffigurati nei Demoni). Tutto ci che viene detto dal
mio personaggio nel testo che Le ho inviato fondato sulla realt. Tutti gli episodi che si
riferiscono ai bambini sono accaduti nella realt e sono stati pubblicati dai giornali, e io posso
citarne anche la fonte esatta; niente stato inventato di sana pianta da me. Il generale che
aizza i cani contro un bambino, e cos tutto l'
episodio, rispecchia un fatto realmente avvenuto
che stato pubblicato quest'
inverno, se non sbaglio, nell'
"Archivio", e ripreso poi da molti
giornali. Il rifiuto di Dio proclamato dal mio personaggio verr trionfalmente confutato nel
fascicolo seguente (quello di luglio), a cui io sto attualmente lavorando in preda al timore ,
alla trepidazione e a un sentimento di venerazione, giacch io considero il mio compito (e
cio la confutazione dell'
anarchismo) una vera e propria impresa civile. Mi auguri pertanto il
successo, stimatissimo Nikolaj Alekseevic.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Staraja Russa, 19 maggio 1879
[...]
Il fatto che questa parte del romanzo per me quella culminante; s'
intitola "Pro e contra" e
l'
idea che ne sta alla base il rifiuto di Dio e la confutazione di tale rifiuto. La parte
riguardante il rifiuto di Dio l'
ho gi conclusa e spedita, mentre quella che tratta della
confutazione di tale rifiuto la mander soltanto per il fascicolo di luglio. Ho trattato il rifiuto
di Dio nella sua forma pi estrema, almeno cos come io stesso l'
ho sentito e l'
ho compreso, e
cio cos come si manifesta nel momento attuale nella nostra Russia in tutto (o quasi) lo strato
superiore della societ: la negazione scientifica e filosofica dell'
esistenza di Dio stata ormai
abbandonata, gli attuali socialisti attivi non se ne occupano pi affatto (mentre invece se ne
occupavano in tutto il secolo passato e nella prima met di quello attuale); in compenso viene
negata con tutte le forze la creazione divina, il mondo di Dio e il suo senso. soltanto in
questo che la cultura moderna riscontra l'
assurdo. In tal modo mi lusingo con la speranza di
aver mantenuto fede al realismo perfino in un tema cos astratto. La confutazione della
negazione di Dio (non in forma diretta, cio in un dibattito tra due personaggi) viene svolta
nelle ultime parole dello starec morente. Molti critici mi hanno rimproverato per il fatto che,
nei miei romanzi in generale, io non sceglierei i temi adatti, quelli veramente realistici, e cos
via. Io, al contrario, non conosco nulla di pi reale proprio di questi temi... Per aver spedito, io
ho spedito tutto, ma a momenti sono assalito dal dubbio che, per qualche ragione, decidano di
non pubblicare questa parte sul "messaggero Russo". Ma basta parlare di questo. Del resto, si
sa, la lingua batte dove il dente duole.
[...]
Lettera a Nikolaj Alekseevic Ljubimov
Staraja Russa, 11 giugno 1879
Egregio signore, stimatissimo Nikolaj Alekseevic, l'
altroieri ho inviato alla redazione del
"messaggero Russo" il seguito dei Karamazov per il fascicolo di giugno (cio la fine della
quinta parte "Pro e contra"). In essa ho portato a termine ci che dicono le labbra superbe e
blasfeme. Il negatore contemporaneo, uno dei pi accaniti, si dichiara esplicitamente a favore
di ci che consiglia il diavolo e sostiene che il suo insegnamento pi sicuro per gli uomini di
quello di Cristo. Con ci si d una direttiva per il nostro socialismo russo, cos sciocco (ma
terribile, perch in esso implicata la giovent): il pane, la torre di Babele (cio il futuro

regno del socialismo) e il completo assoggettamento della libert di coscienza, ecco a che
cosa approda il disperato negatore e ateo! La differenza sta nel fatto che i nostri socialisti (ed
essi non sono soltanto il nichilismo sotterraneo, Lei lo sa bene) sono dei gesuiti e dei
mentitori coscienti che non riconoscono che il loro ideale consiste nella violenza esercitata
sulla coscienza umana e nel ridurre l'
umanit al livello di un gregge, mentre il mio socialista
(Ivan Karamazov) un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d'
accordo con la
concezione dell'
umanit propria del Grande Inquisitore, e che la fede in Cristo sarebbe in
grado di portare l'
uomo ad un livello pi alto a cui esso realmente si trova. La domanda viene
posta in modo assolutamente categorico: "Voi, futuri salvatori dell'
umanit, in realt la
disprezzate o la rispettate?"
E tutto ci essi pretendono di farlo in nome dell'
amore per l'
umanit: "La legge di Cristo - essi
dicono - troppo pesante e astratta; intollerabile per le deboli forze dell'
uomo", e cos,
invece della legge della Libert e della vera Cultura, gli propongono la legge della catene e
della schiavit per il pane.
Nella parte seguente rappresenter la morte dello starec Zosima e riporter le sue
conversazioni in punto di morte con gli amici. Non si tratta di una predica, bens di una specie
di narrazione, il racconto della sua vita. Se mi riuscir, far qualcosa di veramente buono:
costringer il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non qualcosa di astratto,
bens qualcosa che si pu rendere in un'
immagine reale, qualcosa di possibile e presente, e che
il cristianesimo l'
unico rifugio per la Terra Russa da tutti i suoi mali. Prego Iddio che il
quadro mi riesca; ne verr fuori qualcosa di autenticamente patetico, purch mi sorregga
l'
ispirazione. E l'
essenziale che si tratta di un tema tale quale non venuto in mente a
nessuno degli attuali scrittori e poeti, e quindi qualcosa di assolutamente originale. per
questo che ho scritto tutto il romanzo, ma voglia Iddio che mi riesca ci per cui adesso vivo in
tanta ansiet! La invier immancabilmente per il fascicolo di luglio, e anzi per il dieci di
luglio, non pi tardi. Ci metter tutto il mio impegno.
[...]
Lettera a Konstantin Petrovic Pobedonoscev
Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879
[...]
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov per me molto lusinghiera (a
proposito della forza e dell'
energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione
assolutamente inevitabile: il fatto che non c'
ancora una risposta a tutte le tesi atee qui
esposte, e che bisogna assolutamente darla. proprio questo il punto, e appunto in questo sta
tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta
questa parte negativa la si trover nella sesta parte, "Un monaco russo", che verr pubblicata il
31 agosto. Pertanto la mia trepidazione originata dal dubbio se tale risposta sar sufficiente.
Tanto pi che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza
(nel Grande Inquisitore e anche prima), bens soltanto indiretta. Qui viene rappresentato
qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo
ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bens, per cos dire, di
un'
immagine artistica. Ed appunto questo che mi preoccupa: sar comprensibile e
raggiunger almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze
specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre
in realt la vita piena di aspetti comici ed maestosa soltanto nel suo senso interiore,
cosicch, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli
aspetti pi volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D'
altronde
vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perch

troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti
secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto
conoscere la Sua opinione perch la rispetto e l'
apprezzo altamente. Ho scritto con grande
amore.
[...]

Luned 17 marzo 2003

Lv Nikoljevi Tolstj

(Jsnaja Poljna 1828 Astpovo 1910)


Gi abbiamo avuto modo, nel corso delle precedenti lezioni, di sottolineare come il 1861 sia
stato un anno cruciale per la Russia: fu in quell'
anno che il giovane zar Alessandro II abol la
servit della gleba; si apr un'
epoca di grande speranze (ma anche di grandi tensioni) e di forte
impegno che si spense tragicamente giusto vent'
anni dopo, nel 1881, con l'
assassinio dello
stesso zar. Il tragico evento avrebbe dato inizio a una fase di chiusura e di stagnazione da cui
la Russia zarista di fatto non sarebbe pi riuscita a sollevarsi.
Gli anni che vanno dal 1861 al 1881 sono gi lo abbiamo visto parlando di Dostovskij, di
Turgenev, di Leskov ecc. - anche gli anni in cui vedono la luce i grandi capolavori della
letteratura russa.
Lev Nikolaevi Tolstoj sicuramente fra i maggiori protagonisti di quest'
epoca.
Cerchiamo di conoscere nelle linee essenziali la sua vita: nacque il 28 agosto 1828 Jsnaja
Poljna, nel governatorato di Tula, da una famiglia di antica nobilt. Rimase orfano in tenera
et prima della madre, poi del padre; crebbe quindi, assieme ai tre fratelli e alla sorella, sotto
la tutela di alcune zie.
Trascorse la giovinezza a Kzan; abbandonati gli studi universitari nel 1847, si trasfer a
Mosca. Tra il 1851 e il 1854 prest servizio militare nel Caucaso e partecip alla disastrosa
guerra di Crimea e all'
assedio di Sebastopoli (al resoconto di questa esperienza dedic
appunto i Racconti di Sebastopoli del 1855). Intraprese quindi un lungo viaggio attraverso
l'
Europa e visit Germania, Svizzera, Francia e Italia settentrionale. Nel 1862 spos Sof'
ja
Andreevna Bers. Il matrimonio diede buoni risultati anche dal punto di vista della creazione
artistica: grazie anche alla collaborazione della moglie, si apr per Tolstoj un quindicennio di
intenso fervore creativo: dal 1863 al 1869 scrisse quel monumento letterario che Guerra e
pace, mentre nel 1873 incominci a scrivere l'
altro suo capolavoro, Anna Karnina, che port
a termine nel 1877.
Gli anni Ottanta furono invece per Tolstoj anni di crisi e di profonda riflessione: egli pareva
cercare nuove strade che sapessero orientare e dare un senso all'
intera sua esistenza, compresa
la sua attivit artistica. A questa fase appartiene quel piccolo gioiello che La morte di Ivan
Il'i (1887-89) e tutta una serie di racconti tra cui la Sonata a Kreutzer (1889-90), Padre
Sergio (1890-98), Chadzi-Murat (1896-1904) e il romanzo Resurrezione (1889-1899).
Frattanto, all'
inizio degli anni Ottanta Tolstoj si era trasferito a Mosca. Egli and
progressivamente elaborando un suo sistema etico-filosofico che si fondava sui principi della
non-violenza e della non-resistenza al male. Il suo populismo e il suo atteggiamento pi che
critico nei confronti della religione ortodossa suscit il sospetto delle autorit zariste e
provoc la scomunica della Chiesa Ortodossa (1901). Anche la vita familiare fu sconvolta dal
suo mutato stile di vita e dai suoi atteggiamenti anticonformisti.
Divenuto ormai una sorta di patriarca e quasi il simbolo di se stesso e della propria filosofia,
ormai ottantaduenne, decise l'
estremo atto di rivolta contro le convenzioni sociali: fugg dalla

famiglia risoluto a vivere in completa povert. Lo tradirono per le precarie condizioni di


salute: colpito dalla polmonite, mor il 7 novembre nella stazione ferroviaria di Astpovo.
Ai funerali partecip un'
immensa folla venuta da tutta la Russia; Tolstoj venne sepolto a
Jsnaja Poljna senza riti religiosi.
Presentare una figura vasta e complessa come quella di Lev Tolstoj in poche pagine
decisamente impossibile. Anche riassumere in breve la sua produzione compito davvero
arduo.
Ci limiteremo quindi a riflettere su alcuni aspetti della sua opera, servendoci delle
osservazioni di alcuni studiosi che riportiamo qui di seguito; in questo breve itinerario
tenteremo di accostare all'
opera di Tolstoj quella dell'
altro gigante, Dostovskij, cercando di
cogliere le eventuali somiglianze (poche) e le (molte) differenze; non dimentichiamo inoltre
di far tesoro della lettura integrale de La morte di Ivn Il'i che ci sta accompagnando
dall'
inizio di febbraio.
Tolstj ebbe dalla natura un grandissimo dono, quello della scrittura. Senza che nessuna
circostanza esterna gli imponesse di scrivere, senza aver ricevuto un'educazione letteraria, al
contrario, dopo essere cresciuto in una cerchia aristocratica lontana dalla vita letteraria e
pubblicistica, cominci a scrivere per una sorta di innata necessit organica. La sua prima
opera, composta all'et di otto anni, mostra gi l'aspirazione a creare una seconda realt,
gremita da una moltitudine di individui che vivono una moltitudine di eventi, storici e
personali. Questo componimento, Rasskzy dduski (I racconti del nonno), l'abbozzo di
qualcosa di colossale, dedicato alla vicenda di una famiglia composta di ottantadue persone,
a capo della quale c' un vecchio novantenne che ha servito cinque sovrani e ha visto cento
battaglie.
Con tutta la sua vita creativa, descrivendo centinaia e centinaia di personaggi, le loro
esperienze esterne e interiori a et differenti e in differenti circostanze, Tolstj ha
sostanzialmente realizzato questo progetto.
(MARIJA PLJUCHANOVA, Tolstoj, sta in AA.VV., Storia della civilt letteraria russa, Vol. I
Dalle origini a fine Ottocento, UTET, Torino, 1997, pag. 694.)
_______________________
Molti s'accostano a Tolstoj con sentimenti contrastanti. Amano l'artista e il predicatore li
annoia a morte; ma va detto che piuttosto difficile separare Tolstoj il predicatore da Tolstoj
l'artista la stessa voce lenta e profonda, la stessa spalla robusta che solleva una nube di
visioni o un carico di idee. Ci che verrebbe voglia di fare dare un calcio al podio
glorificato su cui posano i suoi sandali e rinchiuderlo in una casa di pietra o su un'isola
deserta con litri d'inchiostro e risme di carta lontanissimo dalle questioni, etiche e
pedagogiche, che distoglievano la sua attenzione dall'osservare come i capelli scuri di Anna
s'arricciavano sul suo bianco collo. Ma questo non possibile: Tolstoj omogeneo,
unitario, e la lotta che si svolse, specie nei suoi ultimi anni, tra l'uomo che guardava
avidamente la bellezza della terra nera, della carne bianca, della neve azzurra, dei campi
verdi, delle nubi violacee, e l'uomo persuaso che la narrativa peccaminosa e l'arte
immorale questa lotta era comunque chiusa all'interno dello stesso uomo. Sia che
dipingesse sia che predicasse, Tolstoj si sforzava, a dispetto di qualsiasi ostacolo, di
pervenire alla verit. Come autore di Anna Karenina si serv per scoprirla di un metodo;
nelle prediche, ne us un altro; ma in qualche modo, per quanto sottile fosse la sua arte e per

quanto noiosi certi altri suoi atteggiamenti, quella verit verso la quale goffamente
annaspava o che trovava per magia appena dietro l'angolo, era sempre la stessa questa
verit era lui e questo lui era un'arte.
(VLADIMIR NABOKOV, Lezioni di letteratura russa, Garzanti, Milano 1994, pag.172.)
_______________________
Mentre racconta, Tolstoj riduce a nulla il personaggio e la parte del narratore, che ha
sempre avuto tanto rilievo nella storia del romanzo. Chi scrive Guerra e Pace e Anna
Karenina non un ego, che esibisce le proprie qualit fabulatorie o istrioniche, che rivendica
ad ogni istante il proprio rapporto col pubblico, che chiacchiera volubilmente e commenta i
fatti, come il narratore in Fielding o Stendhal o Dickens. Se trascuriamo le parti saggistiche
di Guerra e Pace, Tolstoj tende ad evitare qualsiasi commento: il lettore deve trarre le sue
conclusioni dagli elementi e dai nessi narrativi che sono stati posti sotto il suo sguardo, senza
contare sull'aiuto dello scrittore. Egli non affida il racconto a un personaggio che dice io,
come fa tanto volentieri Dostoevskij, o a una moltitudine di narratori, che si integrano a
vicenda o raccontano l'uno dentro l'altro, come Dickens e Conrad. Non ricorre nemmeno
all'invenzione di Madame Bovary, dove la parte del narratore viene erosa da una voce
innominata, da una modulazione sfibrata e spossante, nella quale si riflettono i pensieri, i
sogni, le speranze, le delusioni, le frustrazioni, i rimpianti, le parole dette o taciute di Emma.
Tutte queste forme rischiano di indebolire, secondo Tolstoj, l'immediatezza e la trasparenza
con la quale rappresentare. Qualsiasi mediazione viene abolita: il narratore semplicemente
un occhio, fitto insieme nelle cose ed alto nei cieli, che guarda le cose, le sceglie, le
costruisce, le ordina, le rappresenta; e attribuisce loro lo stesso grado di vitalit (o per
meglio dire: un grado di vitalit accresciuto) che hanno nel mondo. Nessun odore di libro,
nessuna trovata narrativa deve ricordarci, come scrive John Bailey, che noi stiamo
leggendo un romanzo e viviamo nel regno dell'illusione.
(PIETRO CITATI, Tolstoj, Adelphi, Milano 1996, pag. 239.)
________________________
Nel ventennio 1861-1881, escono i capolavori di due fra i massimi romanzieri del secolo,
Tolstoj e Dostoevskij, che rappresentano due linee ben diverse: Tolstoj quella epica e
monologica, Dostoevskij quella psicologica e polifonica. Tolstoj si rif infatti alla grande
tradizione del realismo romantico (Guerra e Pace pu essere considerato anche un romanzo
storico): partecipa attivamente alla vita del tempo, proponendo programmi sociali ispirati al
pauperismo evangelico e alle teorie di Rousseau, e concepisce il romanzo come "narrazione"
in cui ogni dettaglio ha un valore e un significato generale. Nei suoi romanzi la voce che
narra monologica perch afferma con naturale convinzione una verit unica e complessiva.
Dostoevskij, dopo un primo momento di impegno sociale e politico, sperimenta tragicamente
l'esclusione sociale e conduce una vita da "maledetto". uno scrittore drammaticamente
moderno, complesso, problematico: le voci dei suoi personaggi esprimono universi di
discorso discordanti e posizioni ideologiche diverse e contrastanti: cio un narratore
polifonico . Di qui la grande influenza di Dostoevskij sul romanzo novecentesco, di cui
anticipa il poliprospettivismo, le tematiche interiori, il senso dell'angoscia.
(ROMANO LUPERINI, PIETRO CATALDI, LIDIA MARCHIANI, FRANCO MARCHESE, La scrittura e
l'interpretazione, Palumbo, Palermo 2001, (edizione rossa), volume 3, tomo I, pag. 109.)
_______________________
L'imponenza della mole dei romanzi di Tolstoj e di Dostoevskij fu notata fin dall'inizio.
Tolstoj venne criticato, e viene criticato tuttora, per i suoi brani filosofici, per le sue

digressioni moralizzanti e per la sua evidente riluttanza a mettere un punto fermo alla trama.
Henry James parl di mostri informi e slegati. I critici russi ci spiegano che la lunghezza
dei romanzi di Dostoevskij molto spesso dovuta al suo stile elaborato e fiammeggiante, alle
sue incertezze riguardo al destino dei personaggi e alla semplice circostanza che gli editori lo
pagassero a foglio. L'
idiota e I demoni, come i loro corrispondenti vittoriani, rispecchiano
l'economia di una scrittura a puntate.
Tra i lettori occidentali la smisuratezza di questi due maestri stata spesso interpretata come
una peculiarit russa, in qualche modo legata all'immensit geografica di quel paese. Si
tratta di un'idea assurda: Pukin, Lermontov e Turgenev sono esempi di concisione.
A una riflessione pi attenta, diviene evidente che sia per Tolstoj che per Dostoevskij la scelta
di forme ampie corrisponde a un'esigenza di libert. Essa ha caratterizzato le loro vite e le
loro persone cos come la loro visione dell'arte del romanzo.
Tolstoj lavorava su una grande tela proporzionata all'ampiezza della sua personalit e
capace di suggerire il legame tra la struttura temporale del romanzo e il fluire del tempo
storico.
L'imponenza dei romanzi di Dostoevskij riflette la sua fedelt ai particolari, nel senso di una
inesorabile registrazione di tutti gli innumerevoli dettagli, gesti o pensieri, che si accumulano
fino al momento del dramma.
Pi prendiamo in esame questi due scrittori, pi ci convinciamo che sia essi che le loro opere
appartengono alla stessa scala di grandezze.
La titanica vitalit di Tolstoj, la sua forza selvaggia, la sua straordinaria resistenza nervosa,
l'eccesso di forza vitale che lo caratterizzavano sono noti a tutti. I suoi contemporanei, come
Gor'kij, lo dipingevano come un gigante che percorreva la terra pieno di un'antica maest.
La sua vecchiaia aveva un che di bizzarro e di oscuramente blasfemo. Entr nel nono
decennio di vita con tutta la dignit di un re. Lavor fino alla fine, indomabile, polemico,
lieto della sua autocrazia. Le sue energie erano tali che egli non avrebbe mai potuto
immaginare o creare qualcosa di dimensioni limitate.
(GEORGE STEINER, Tolstoj e Dostovskij, Garzanti, Milano 1995, pag. 21.)

Guerra e Pace (1878)


A ben vedere Guerra e Pace (in russo Vojn i mir) un romanzo che non pu essere
riassunto: dev'
essere letto e basta; in effetti si tratta della pi grande fra le grandi opere della
letteratura narrativa russa e una delle pi grandi della letteratura mondiale.
Abbiamo considerato nelle lezioni precedenti come la storia della Russia sia caratterizzata da
una lenta e progressiva marcia da Oriente a Occidente, dall'
Asia all'
Europa: Guerra e Pace
in un certo senso il punto d'
arrivo di questo cammino: la vita e la civilt russa vi sono
rappresentate nel modo pi completo e proiettate su un piano di cos alta umanit tanto che, da
Tolstoj in poi, possiamo considerarle patrimonio comune della civilt moderna.
Guerra e Pace fu scritto da Tolstoj nel corso di cinque anni (1873-1878). Fanno da sfondo
alla narrazione i grandi avvenimenti storici del principio del sec. XIX: la campagna dei Russi
in Prussia con la famosa battaglia di Austerlitz, la campagna dei Francesi in Russia con la
battaglia di Borodino e l'
incendio di Mosca. Il romanzo racconta le vicende di due famiglie
nobili russe, i Bolkonskij e i Rostov, fra i membri delle quali si trova come legame la figura
del conte Pierre Bezuchov (nella cui figura Tolstoj tende a vedere se stesso).
Il personaggio pi importante della famiglia Bolkonskij per il principe Andrej: forte,
intelligente, superbo, conscio della sua superiorit sugli altri, ma deluso della vita e in cerca di
un'
attivit pratica. Cade una prima volta ferito sul campo di Austerlitz; ritornato in patria, e
mortagli la moglie, si innamora dell'
esuberante e giovanissima Nataa Rostova che gli appare
come l'
ideale della purezza e della bellezza. Nataa la figura centrale della famiglia Rostov e

in assoluto una delle pi belle, pi umane e affascinanti creature tolstoiane: Nataa piena di
vita e di gioia, capace di influire su tutti coloro che la circondano con la sua vivacit e
serenit, alle quali si aggiunge una "chiaroveggenza del cuore" che, come dice Pierre
Bezuchov, "sostituisce in lei l'
intelligenza".
Termine medio tra le due vicende di Andrea e di Nataa Pierre Bezchov, la cui storia
forma, con quelle due, il terzo grande filone del romanzo. Meditativo, dotato di un mondo
interiore in cui si muove faticosamente, portato a vedere le cose con semplicit primitiva pur
intuendo il netto contrasto in cui il suo atteggiamento si trova con quello degli altri e inadatto
a trovare la via di una conciliazione, il grosso e ricco Pierre Bezchov dapprima facile preda
del mondo in cui vive (vive l'
esperienza di un matrimonio mondano miseramente fallito).
Quando Napoleone arriva a Mosca, imprigionato dai Francesi e durante questa prigionia, a
contatto con uomini semplici come il soldato Platon Karataev, una luce si forma lentamente in
lui. Quando sar liberato potr affrontare una nuova vita: sua moglie Elena morta, Nataa,
illuminata anche lei da una lunga sofferenza, gli spontaneamente vicina e, nella sicurezza di
un nuovo nucleo familiare, la "pace" si ricompone dopo la bufera.
Oltre che alla grandiosit del quadro, Guerra e Pace deve la sua enorme importanza a quel
che qualcuno ha chiamato l'
elemento morale, altri l'
elemento filosofico del romanzo. Bisogna
distinguere veramente in questo elemento altri due componenti: quello universale e quello
prettamente russo. Il primo di questi componenti la vera e propria filosofia tolstoiana della
storia, secondo la quale non la geniale acutezza dei generali e reggenti, non la tattica dello
stato maggiore, ma lo spirito delle masse di popolo, le forze di volont unite delle anime
schiette, il loro oscuro eroismo e la loro passivit debbono essere considerati come fattori
decisivi dei grandi avvenimenti della storia. L'
altro la convinzione che questa filosofia trova
la sua espressione nello spirito popolare russo. Nella sua enunciazione teorica, essa ha
difensori presso ogni popolo, ma praticamente, secondo Tolstoj, si incarna nel popolo russo, i
cui rappresentanti pi autentici sono nel romanzo il soldato Platon Karataev, e, su un piano
superiore, il generale Kutuzov. Karataev, con la sua preghiera serale: "Signore, fammi
dormire come una pietra e alzare come il pane", esprime la pi elementare e istintivamente
religiosa dedizione dell'
uomo all'
assoluto che lo governa: in lui gi enunciato il principio
della non resistenza al male nell'
intima convinzione che solo le espressioni della buona
volont umana hanno il peso di una positiva realt. Kutuzov, che, considerando l'
invasione
napoleonica con un segreto intuito da contadino russo, sa che lo sforzo di Napoleone
storicamente esaurito, destinato a soffocarsi nella vastit passiva della steppa, e non si
preoccupa di cercare la battaglia campale attendendo con fiducia la grande ritirata, il
rappresentante consapevole, e tuttavia ancora ricco di intuiti sotterranei ed elementari, di una
concezione mistica della vita di cui solo il popolo russo, contemplativo, paziente,
naturalmente innocente fin nei suoi eccessi, pu, secondo lo scrittore, lanciare il messaggio.
(Sintesi e adattamento dalla voce Guerra e Pace del Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi)

Anna Karenina (1877)


Pubblicato nel 1875-1877, Anna Karenina si pone all'
apice della lunga fase creativa
successiva al matrimonio con Sof'
ja Andreevna Bers (1862).
Anche in Anna Karenina, cos come in Guerra e Pace, una parte dello sfondo data dalla
pittura del mondo aristocratico e dall'
analisi psicologica dei tipi. Ma, mentre in Guerra e Pace
questa pittura ha un pi ampio sfondo storico, in Anna Karenina gli avvenimenti sono coevi
all'
autore.
Il romanzo dominato dalla tragica passione di Anna Karenina, una giovane signora del gran
mondo, sposata senza amore a un alto funzionario, Karenin, per il brillante ma superficiale
Vronskij. Il romanzo si svolge intorno a questa vicenda presentandocene le varie fasi: la lotta
di Anna per non lasciarsi trascinare dalla sua passione: il tradimento al marito; l'
abbandono

del figlio per seguire l'


amante all'
estero, e soprattutto i tormenti che la sua natura onesta e
diritta procura ad Anna, conscia della falsa situazione in cui si trova e che finisce col
provocare in lei e in Vronskij una reciproca, irritata incomprensione, tutta alla superficie ma
capace di nascondere sempre pi la segreta unione degli animi e degli affetti; infine il modo
terribile con cui ella scioglie il nodo della sua vita rovinata gettandosi sotto un treno.
Parallelamente e in parte in contrasto con l'
infelice amore di Anna Karenina e di Vronskij si
svolge nel romanzo l'
amore felice di Kitty e di Levin, nel quale Tolstoj trasfonde in ultima
analisi se stesso. La loro vicenda solo apparentemente secondaria: in realt la coppia KittyLevin essenziale nell'
economia del romanzo, che si svolge cos in un continuo gioco di
ravvicinamenti significativi. Levin l'
uomo dalla vita interiore faticosa, incapace di
comunicare con gli altri, scontroso, tormentato da un grande bisogno di affetti, e destinato a
elevarsi lentamente a una positiva comunione con i suoi simili; in questo senso l'
esatto
opposto di Vronskij la cui vita si presenta piacevole e ricca di sensazioni facilmente intense,
destinate per ad avvilupparsi in un drammatico cerchio senza uscita. Ugualmente, sul
versante femminile, Kitty rappresenta la donna spiritualmente sana, capace di venire
naturalmente incontro ai bisogni dell'
uomo con istintiva saggezza, di elevarsi dalla semplicit
fanciullesca alla seriet della vita adulta, di mantenere la propria identit spirituale e morale
senza perdere quel che di pi femminile in lei; al contrario Anna espressione di una societ
raffinata ma incapace di superarsi. Diversdamente da Vronskij, Anna, che getta la sua
bellezza sotto le ruote di un treno, riscatta in un certo senso la sua condizione, esprimendo una
disperata rinunzia a tutto quel mondo di apparenze in cui era facile trionfatrice.
Vera protagonista del romanzo sembra essere la famiglia russa, perch non nell'
individuo ma
nel nucleo familiare Tolstoj riconosce almeno fino a questo momento della sua evoluzione
spirituale - il centro vitale della societ nuova.
(Sintesi e adattamento dalla voce Anna Karenina del Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi)

La morte di Ivn Il'


i (1886)
L'
ambiente quello borghese, ipocrita, meschino, col suo culto delle convenienze e della
menzogna, col suo indifferente egoismo. Ivan Il'
i ne emblematico esponente: borghese di
buona famiglia, dotato di una certa intelligenza, di vivacit mondana e di un'
innata
ossequiosit verso i superiori che possono agevolargli la carriera.
Membro della Corte d'
Appello, ha sposato Praskovja Fdorovna un po'per inclinazione
d'
affetto, un po'per convenienza sociale. E, nonostante la vita abbia i suoi alti e bassi, Ivan
Il'
i s'
rifugiato nell'
esteriorit e nella compitezza della sua posizione e la sua vita continua a
essere veramente "comme il faut".
In occasione del trasferimento dalla provincia a Pietroburgo, Ivan Il'
i si sta occupando di
persona dell'
arredamento della nuova casa, e, accomodando una cortina, cade da uno sgabello,
prendendosi un colpo al fianco. Il dolore, prima quasi inavvertito, diviene costante; Ivan Il'
i
comincia a preoccuparsi, consulta un medico dopo l'
altro, spaventato dalle loro risposte
contraddittorie si ostina ad avere fiducia nei farmaci, pur vedendo che il suo stato va
inesorabilmente peggiorando. E comincia ad avere piet di se stesso e a odiare la rumorosa
indifferenza della gente sana; nessuno lo comprende o lo compiange, egli s'
accorge del
fastidio che d ai suoi con la sua tetra presenza, ma "non vuole" morire. Il fantasma della
morte l'
insegue invece dappertutto, perfino in Tribunale; egli solo davanti al pensiero della
fine, torturato da continue alternative di speranza e di disperazione. Solo una persona ha cura
di lui: Gerasim, un semplice "muik", giovane, sano e sempre sereno, che compie per lui le
pi umili mansioni, dal giorno in cui egli rimasto immobilizzato in letto. L'
esuberanza di
salute di Gerasim non offende il malato: al contrario, lo ristora, perch il "muik" fuori della
menzogna sociale; egli sente una viva, sincera piet per il padrone e non tenta di

nascondergliela. L'
infermo s'
affeziona a lui, e nella sua mente comincia a nascere il pensiero
che la sua vita non stata come avrebbe dovuto essere: tutto stato falso, nella carriera
altrettanto che nella vita familiare; alle soglie della morte, l'
invade il terrore al pensiero di non
poter trovare la ragione di tutto questo. La sua agonia comincia con un urlo disperato,
indistinto, che vuole esprimere la sua ultima affermazione: non voglio! - ne cho !.
Ma, mentre la fine si avvicina, improvvisa una luce brilla nella sua anima: riaprendo gli occhi
dopo una crisi del suo male, un nuovo sentimento gli prende il cuore: egli ha piet dei
congiunti che si affollano intorno al suo letto: dimentico della sua ansia egoistica, egli
vorrebbe alleviare il loro soffrire. In questo rigenerante slancio d'
amore anche il suo male,
anche la morte si annulla. finita la morte, finita. E Ivan Il'
i spira sorridendo. Attraverso
la potenza drammatica e crudamente sincera del racconto, una spietata condanna
pronunziata contro tutta una classe e un metodo di vita. Ma ci che illumina veramente la
vicenda, la fede in questa verit morale, che unica pu spiegare la vita: la solidariet umana,
l'
annientamento dell'
io egoista nell'
amore e nella carit, abolisce la morte.
(Sintesi e adattamento dalla voce La morte di Ivn Il'i del Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi)

Non solo letteratura...

La musica russa di met Ottocento


Luned scorso abbiamo dato un'
occhiata al panorama della musica colta russa attorno alla
met dell'
Ottocento; abbiamo scoperto dell'
esistenza di una contrapposizione tra occidentalisti
e fautori di una via nazionale; abbiamo conosciuto i maggiori esponenti di quest'
ultima
tendenza, il cosiddetto gruppo dei cinque, figlio d'
arte di due grandi musicisti della
generazione precedente: Glinka e Dargomnskij.
Il gruppo era composto da Balakrev, servo liberato e autodidatta; Kju, ufficiale dellesercito;
Rmskij-Krsakov, cadetto di marina; Borodn, professore di chimica; Msorgskij, ufficiale
della guardia. Di quest'
ultimo autore abbiamo ascoltato alcuni brani tratti da Quadri di
un'esposizione.
Oggi cerchiamo di conoscere forse il maggior esponente dell'
altra tendenza: Ptr Il'
i
ajkovskij.
Diplomatosi al Conservatorio di Pietroburgo, fu richiesto dai fratelli Rubinstein, nemici
giurati del Gruppo dei cinque, di ricoprire la cattedra di armonia.
Ma la posizione di ajikovskij non era caratterizzata da pregiudizi; nel 1868 egli infatti entr
in contatto con i musicisti del Gruppo dei Cinque, in particolare con Balakirev e RimskijKorsakov. Non c'
era per fra di loro alcuna affinit e la sensibilit artistica di ajkovskij era
troppo lontana da quella dei musicisti della scuola azionale: pur vivendo molto spesso a
Mosca e nella campagna circostante, nel cuore della vecchia Russia, ajkovskij non sent mai
profondamente il problema di una musica nazionale-popolare. Sia gli approfonditi studi al
Conservatorio di Pietroburgo roccaforte dell'
occidentalismo sia la sua origine solo
parzialmente russa (la madre era di origine francese), sia infine l'
importanza che nell'
infanzia
ebbe l'
istitutrice svizzera, sono tutti elementi che spiegano la sua scelta neo-romantica e la sua
adesione al credo dell'
arte per l'
arte. Il formalismo
sentimentale di Cajkovskij quindi assolutamente agli antipodi del vigoroso realismo di
Mussorgski (nei confronti del quale nutriva una forte antipatia, per altro ampiamente
ricambiata), ma anche assai lontano dall'
epico ottimismo di Borodin; semmai pi vicino
ideologicamente a Rimskij-Korsakov.
Uno dei lavori pi noti di ajkovskij il balletto Lo schiaccianoci, di cui oggi ascolteremo
alcuni brani, cercando di cogliere la diversit del suo linguaggio musicale rispetto a quello, ad
esempio, di Mussorgskij.
II soggetto del balletto tratto da un racconto di E.T.A. Hoffmann. La vicenda si svolge in

una piccola cittadina tedesca durante una festa popolare. Tutti i bambini ricevono doni: anche
Clara ha in dono uno schiaccianoci a forma di nanetto; ma alcuni bambini dispettosi glielo
rompono. La sera, mentre a letto piange il suo giocattolo, la bimba vede a poco a poco la
stanza tramutarsi in un luogo incantato. Grossi topi entrano d'
ogni parte; le bambole scendono
dall'
albero di Natale e danno battaglia alle bestiole. La lotta impari e la bambole stanno per
soccombere, quando, improvvisamente, guidata dallo Schiaccianoci, irrompe l'
armata dei
soldatini di piombo. Schiaccianoci lotta coraggiosamente e, proprio mentre il Re dei Topi sta
per trafiggerlo, Clara interviene in suo aiuto. Schiaccianoci si rivela allora un affascinante
principe e trasporta in volo la bimba nel regno dei dolciumi. Un grande ricevimento
organizzato in loro onore; il notissimo Valzer
dei fiori chiude nella gioia universale l'
avventura di Clara e il balletto.
L'Ouverture ha ha una struttura formale appena un poco impegnativa, anche se il suo carattere
estroso introduce perfettamente nel clima favolistico.
Segue una marcia, costruita su una forma estremamente semplice (A -B-A). La prima parte si
basa su due elementi: una piccola marcetta, quasi caricaturale, tutta giocata sul dialogo tra
fiati ed archi,c che nel finale scivola su un incalzante pizzicato.
La Danza della Fata dei confetti costruita proprio in funzione di una trovata ritmica: la
presenza di una celesta (strumento forse mai prima usato all'
interno di un'
orchestra sinfonica)
con i suoi timbri evanescenti e cristallini, dietro ai quali compaiono e scompaiono le tessiture
musicali dei clarinetti e delle viole.