Publications de l'École française

de Rome

L'identificazione del tempio di Marte in Circo e altre osservazioni
Fausto Zevi

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Zevi Fausto. L'identificazione del tempio di Marte in Circo e altre osservazioni. In: L'Italie préromaine et la Rome républicaine. I.
Mélanges offerts à Jacques Heurgon. Rome : École Française de Rome, 1976. pp. 1047-1066. (Publications de l'École
française de Rome, 27)
http://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1976_ant_27_1_1857
Document généré le 16/09/2015

FAUSTO ZEVI

L'IDENTIFICAZIONE DEL TEMPIO DI MARTE
«IN CIRCO» E ALTRE OSSERVAZIONI

Si ritiene generalmente che l'espressione: in circo Flatninio, con cui gli
antichi localizzano taluni monumenti della zona meridionale del Campo
Marzio, abbia un valore « regionale », indicando cioè quegli edifici collegati
con il circo da un rapporto topografico di contiguità. In un recentissimo
lavoro \ T. P. Wiseman ha proposto invece una diversa spiegazione.
Muovendo dall'etimologia varroniana (circus Flaminius . . . quia circum aedificatus est Flaminium campum . . .) 2 e dai lessicografi (circus est planities
rotunda) 3, egli conclude che il circo Flaminio dovette essere, all'origine, un
semplice recinto approssimativamente circolare, che delimitò l'antico campo
Flaminio (o, in altre fonti, prata Flaminia); gradualmente invaso da edifici
e regolarizzato nella forma, finì col divenire quella sorta di piazza
rettangolare che la forma urbis ci fa conoscere. L'espressione: in circo Flaminio
avrebbe perciò un valore letterale, designando cioè quelle costruzioni sorte
con il tempo nei prata Flaminia e, quindi, effettivamente dentro il
primitivo perimetro del circo.
L'ipotesi del Wiseman ha del paradossale e dimostra, se non altro,
quanto scarse siano le nostre conoscenze su monumenti pur celebri della
Roma antica. Le etimologie, anche se linguisticamente corrette (ma dubito
che tale sia il nostro caso) certo non possono spiegare tipologia e sviluppo

Sono vivamente grato al Prof. F. Castagnoli che ha letto questo scritto e mi ha
confortato del suo favorevole giudizio.
1 T. P. Wiseman, Circus Flaminius, in PBSR, XLII, 1974, p. 3 ss. (in seguito citato:
Wiseman).
2 Varrò, L. L., V, 154; ma Varrone continua: et quod ibi quoque (come nel circo Massimo:
cfr. 153) ludis Taureis equi circum metas currunt. In questa frase, circum non può significare
che: intorno.
Λ Nonius Marc, 697.

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delle strutture architettoniche; nessuno, ritengo, potrà immaginare il tempio
periptero esastilo come un edificio circolare solo perché Vitruvio detta
misure e disposizione dei colonnati che eran circum la cella4. Rotondo
avrebbe dovuto essere, a maggior ragione, il Massimo, un circus al
pari del Flaminio, del quale è di secoli più antico; e ciò, se non altro,
è escluso dalla natura dei luoghi. Topograficamente, va osservato che
l'antica via che usciva da Porta Carmentale avrebbe tagliato proprio a mezzo
il supposto recinto circolare; e, d'altro canto, la recente analisi di B. Olinder
ha ribadito come l'espressione in circo Flaminio entri nell'uso corrente
soltanto con l'età augustea5.
Vi è tuttavia, nell'ipotesi del Wiseman, un elemento che richiede
attenzione, e che viene a raggiungere un convincimento che anche chi scrive,
per altra via, era venuto formandosi. A ben considerare, tutte le ipotesi sul
circo Flaminio, vecchie e nuove, muovono dall'assunto ο dalla persuasione
che il circo fosse una struttura permanente di muratura, come il circo
Massimo e gli altri noti in Roma e fuori; ma, se guardiamo la forma urbis,
con la didascalia circus Flaminius troviamo indicato una specie di piazzale,
in cui non si riconosce nessuno di quegli elementi che si ritengono
peculiari di un circo. Di qui, l'idea - più ο meno esplicitamente presente in tutti
gli studi (quello del Wiseman costituendo, anche per questo riguardo, una
eccezione), che un'opera di totale ο parziale demolizione, sia intervenuta
in qualche momento della storia dell'edificio. D'altronde, senza supporre una
radicale trasformazione, come conciliare il fatto che ancora nel 145 d.Cr.
si celebravano nel circo i ludi Taurei, ciò che implica un permanere delle
sue funzioni « circensi », e mezzo secolo dopo si trova raffigurato nella
pianta marmorea qualcosa che di circo non sembra avere che il nome?
Tuttavia non va dimenticato che in Roma tutti gli edifici da spettacolo
dell'età repubblicana (e alcuni di età imperiale, come l'anfiteatro neroniano)
erano costruiti in legno: edifici stabili quindi, in quanto stabilmente destinati
ad una funzione specifica, ma solo in certa misura permanenti, perché
costituiti da strutture parzialmente mobili. A me sembra probabile, tenuto conto
delle fonti, che, a differenza del Massimo, il circo Flaminio non abbia mai

4 P. es. Ili, II, 5.
5 B. Olinder, Porticus Octavia in circo Flaminio, Acta Inst. Rom. Suec, 8° voi. XI, 1974
(in seguito citato: Olinder), spec. pp. 17 ss. Ritengo però probabile che l'espressione fosse
presente anche in Varrone, perché ritorna in ambedue gli autori antichi, Servio (Ad Aen. 2,
225) e Macrobio (Sat. 3, 4, 2) che riportano il suo brano, il quale inoltre, nel secondo di essi,
viene riferito in forma di discorso diretto. Contra: Olinder, p. 51.

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superato la fase a strutture lignee, non sia mai divenuto un edificio
stabilmente costruito in muratura. Le ragioni probabilmente furono più d'una;
in primo luogo, la natura dei ludi che si svolgevano nel circo Flaminio
implicava una diversa, e più semplice, articolazione dell'arena6; ma
soprattutto, dovette sembrar conveniente lasciare ad un'area, ormai al centro di
una vasta zona completamente urbanizzata e di spiccata impronta
monumentale, un carattere di adattabilità a usi diversi. Così, Augusto, nel 2 a.Cr.,
potè dare una caccia acquatica al coccodrillo là dove, nel 9, aveva tenuto
l'orazione per la morte di Druso; Vespasiano sembra utilizzasse il circo,
secondo l'antico costume, per farvi sfilare la pompa del suo trionfo; però,
nel 140 e nel 145 vi si celebrano i ludi Taurei, la forma urbis lo presenta
come una piazza e, nel IV sec. d.Cr., Polemio Silvio continua ad annotare
in Roma circi duo, Maximus et Flaminius: notizie in apparenza fortemente
contraddittorie, ma non in reale contrasto, mi sembra, nella spiegazione che
si è proposta. D'altro canto, è da presumere che sia la costruzione (in
muratura) come la demolizione di un edificio di tale portata, avrebbero
lasciato qualche traccia nelle fonti. F. Coarelli certo ha ragione sottolineando
il fatto che il teatro di Marcello invase una parte dell'area del circo
Flaminio 7; ma deve essersi trattato di un'operazione poco laboriosa, relativamente
indolore anzi, se gli antichi, che pur ricordano le distruzioni di templi ο gli
acquisti di suoli privati necessari per la nuova fabbrica, al circo Flaminio
non accennano mai. Solamente in questa prospettiva l'ipotesi del Wiseman
può conservare una sua ragionevolezza: alcuni edifici occuparono
parzialmente l'originaria area del circo, ma ciò, a mio giudizio, non ne alterò
sostanzialmente la forma e, soprattutto, non ne compromise le funzioni.
Dobbiamo anzi immaginare che, a somiglianzà del circo Massimo, nel cui
interno sorgevano anche edifici sacri, monumenti di diversa natura siano
venuti ad inserirsi negli spazi destinati alle gradinate lignee, intercalandosi
con esse: tale, probabilmente, il caso del tempio dei Castori, che forse trasse
la sua inusuale forma proprio dalla ricerca di un coerente raccordo
architettonico con la compagine del circo8; né il massiccio porticato di Via di
S. Maria dei Calderari (la supposta crypta Balbi) può ritenersi ostacolo allo

6 Cfr. G. Marchetti Longhi, Circus Flaminius, Mem. Line. s. V, XVI, 1923, p. 621 ss.
(spec. 649 ss.); il circo aveva delle metae, Varrò, loc. cit.
7 F. Coarelli, II tempio di Diana in circo Flaminio e alcuni problemi connessi, in DdA,
II, 2, 1968, p. 191 ss. (spec. 202 ss.).
8 Sul tempio dei Castori in circo, Vitr. IV, 8, 4.

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sviluppo del circo Flaminio, ο addursi a prova del suo estendersi altrove9.
Ha dunque ragione, sembra, chi interpreta il summus circus ovidiano, come
il lato opposto, e quindi il più distante, rispetto al punto di partenza delle
gare 10; in ogni caso, un riferimento alle strutture stesse del circo sembra
da escludere.

Il riconoscimento dell'autonomia delle due zone, in campo e in circo,
ha rappresentato, negli studi del passato, un'acquisizione di fondamentale
importanza. Gli esatti confini tra le due zone (se pur ve ne erano di
rigorosi) sono però materia di discussione. Un'ingegnosa teoria, che risale, credo,
al Domaszewki n ed è stata sostenuta con particolare vigore dal Castagnoli
nella sua classica monografia sul Campo Marzio 12, riconosce il limite tra
Campo e circo neìVamnis Petronia, piccolo affluente del Tevere, che, al dire
di Festo, i magistrati, recandosi in Campo Marzio per esercitarvi le loro
funzioni, dovevano attraversare avendo preso un particolare genere di
auspici, gli auspicia peremnia 13. Il percorso deli' amni s è stato, tentativamente
ricostruito dallo Hülsen 14; nel suo tratto terminale - che anche secondo il
Wiseman marcherebbe il confine della zona in circo - esso dovrebbe
riconoscersi nella cloaca in pietra gabina che da Piazza Mattei muove in linea retta
sino al Tevere 15. Ma l'identificazione del vero sito del circo Flaminio ha

9 G. Marchetti Longhi, Nuovi aspetti della topografia del... Campo Marzio, in MEFR,
82, 1970, 117 ss.
10 Recentemente: F. Coarelli, II tempio di Bellona, BCom, LXXX, 1968/67, 37 ss. (spec,
p. 49 ss.); M. Guarducci, in RendPontAcc, XLII, 1969/70, pp. 220 ss.; Marchetti Longhi, art. cit.,
p. 144 ss.; diversamente, in accordo alla sua idea, Wiseman, p. 15 (summus circus = «the edge
of the Circus »).
11 A. V. Domaszewski, Die Triumphstrasse auf dem Marsfelde, in Archiv. Relig. Wiss.,
12, 1909, p. 67 ss.
12 F. Castagnoli (in seguito citato: Castagnoli), II Campo Marzio nell'antichità, Mem. Line,
s. Vili, 1947, p. 93 ss. (spec. 119 ss.).
13 Fest, p. 296 Lindsay, s.v. Petronia amnis. Non credo che il passo di Nicolao Damasceno
(Vita di Aug. XXIII) si riferisca al ponte dell'amnis, come supposto da M. E. Deutsch (Univ.
Calif. Pubi. Class. Phil., II, p. 272 ss.; cfr. Castagnoli, p. 119).
14 In Jordan-Hülsen, Topogr. d. Stadt Rom, I, 3, p. 473.
15 Castagnoli, p. 119; Wiseman, p. 8. II Wiseman mi ha cortesemente voluto comunicare
che egli non crede più a questa funzione di confine dell'amnis Petronia: egli esprimerà questo
suo nuovo punto di vista in una recensione al libro di B. Olinder, in corso di stampa nel
JRS 66, 1976.

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completamente mutato le prospettive di ricostruzione topografica della
zona; ad esempio, si è ormai compresa la vera ragione della omogeneità di
orientamento di tutti gli antichi edifici a partire dal Portico di Ottavia fino
a S. Salvatore in Campo 16. Del resto, lo stesso Castagnoli implicitamente
ha mostrato di ritener necessaria una sostanziale revisione delle sue
precedenti posizioni, con il proporre per il tempio di S. Salvatore, prima
considerato oltre i confini deìì'amnis e quindi in campo, l'identificazione con
uno degli edifici sacri in circo Flaminio 17; dal canto suo, F. Coarelli ha
sviluppato la sua ricostruzione topografica senza tener in conto il problema
del tracciato del fiume 18.
Ora, mentre il diverso valore giuridico-sacrale delle due zone non può
essere negato, dal punto di vista puramente topografico permangono delle
incertezze. Vi è, in primo luogo, il problema della vasta area a nord-est
del circo Flaminio, e tuttavia al di qua délì'amnis Petronia, che, con tutta
verosimiglianza, non era detta in circo; in secondo luogo, l'indicazione
« regionale » in circo Flaminio sembra entrare nell'uso corrente piuttosto
tardi 19, e con valore eminentemente topografico. Ma soprattutto, sul piano
concreto, dobbiamo considerare le condizioni ambientali del Campo Marzio
in età più antica, quando corsi d'acqua, sorgenti, paludi dovevan rendere
disagevole l'accesso specialmente ad alcune zone della pianura. Nel 193 a.Cr.
gli edili costruirono, tra la Porta Fontinale e l'ara di Marte, un portico qua
in campum iter esser20. Naturalmente ciò non significa che, prima d'allora,
la piana fosse priva di ogni iter; ma la notizia liviana indica, a mio avviso,
che l'accesso all'ara Martis, e quindi ai Saepta, avveniva normalmente
secondo un percorso preciso, appunto quello che dovevano seguire i
magistrati che, scendendo dal foro, si recavano in Campo Marzio. Dunque, è
lungo questo itinerario che si effettuava il passaggio délì'amnis Petronia,
qui si dovevano evitare i vitia che potevano inficiare l'azione magistratuale.
Ma non mi sembra che le fonti autorizzino l'ipotesi che Vamnis costituisse

16 La individuazione delle direttrici di sviluppo del Campo Marzio è uno dei ineriti maggiori
del Castagnoli (spec. p. 148 ss.); naturalmente, ignorandosi allora la vera ubicazione del circo
Flaminio, egli faceva dipendere l'omogeneità di orientamento degli edifici della zona sud della
pianura, dalla direzione della via che usciva dalla Porta Carmentale.
17 Precisamente con il tempio di Bellona: F. Castagnoli, in Gnomon, XXXIII, 1960, p. 608.
18 Specialmente nel lavoro: L'«ara di Domizio Enobarbo» e la cultura artistica in Roma
nel II sec. a.Cr., in DdA, II, 3, p. 302 ss. (in seguito citato: Coarelli).
19 Cfr. nota 5.
20 Liv., XXXV, 10, 12.

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una linea continua di confine tra campo e circo. In età augustea, poi,
quando si generalizza la locuzione in circo Flaminio, le opere di
canalizzazione e di bonifica avranno reso ben difficile seguire, in superficie, il
percorso del fiume.
*

II riconoscimento della posizione del teatro di Balbo e del circo
Flaminio costituisce un'altra delle fondamentali conquiste che la topografia di
Roma antica deve all'acume di G. Gatti21. Sulle prime, la scoperta non ebbe
la risonanza che meritava, suscitando piuttosto polemiche che un nuovo
fervore di studi22. Mentre L. Cozza ha continuato il lavoro sui frammenti
della forma urbis con acquisizioni di primaria importanza (fondamentale
l'identificazione della porticus Minucia25), si deve riconoscere a F. Coarelli
il merito di aver tratto dalla recente scoperta tutte le conseguenze, delineando,
in un'ampia serie di lavori, una ricostruzione brillante della topografia
della regione 24. Non tutti i dubbi sono, come è ovvio, fugati, né tutte le
ipotesi che egli presenta possono dirsi verificate con uguale certezza; le
pagine che seguono metteranno anzi in luce qualche motivo di dissenso.
Ma, al dilà dei possibili emendamenti a margine, il quadro tratteggiato da
Coarelli mantiene, mi sembra, una solidità che gli deriva da un'intima
coerenza.
Uno dei punti controversi rimane la localizzazione della porticus
Octavia in circo Flaminio 25. Costruito da Cn. Ottavio dopo il trionfo navale

21 G. Gatti, Dove erano situati il teatro di Balbo e il circo Flaminio, in Capitolium,
XXXV, 7, 1960, p. 3 ss.
22 G. Marchetti Longhi, in Palatino, IV, 1960, 162 ss.; e VI, 1962, p. 168 ss.; repliche di
G. Gatti in Palatino, V, 1961, p. 17 ss., e VII, 1962, p. 147. Nel secondo suo articolo, il
Marchetti Longhi ha accettato la nuova collocazione del teatro di Balbo.
23 L. Cozza, Pianta marmorea severiana, nuove ricomposizioni, in Studi di Topografia
Romana (Quad. Ist. Topogr. Ant., V, Roma, 1968), p. 9 ss.
24 Oltre agli articoli già citati, si vedano specialmente: La porta trionfale e la Via dei
Trionfi, in DdA, II, 1, 1968, p. 55 ss.; L'identificazione dell'area sacra del Largo Argentina,
in Palatino, XII, 1968, p. 365 ss.; Navalia, Tarentum e la topografia del Campo Marzio
meridionale, in Quad. Ist. Topogr., V, 1968, p. 28 ss.; Classe dirigente romana e arti figurative,
in DdA, IV-V, 1970/1, p. 241 ss. «Polykles», in St. Misc. 15, 1970, p. 85 ss.
25 A questo argomento è dedicata la seconda parte del libro di B. Olinder, cit. a nota 5;
la sua interpretazione è a tal punto priva di ragionevolezza, che non merita qui discuterla:
si cfr. la mia recensione in Gnomon, 1976 (in stampa) e quelle, sostanzialmente concordi, del
Wiseman (JRS, 66, 1976, in stampa) e di P. Gros (RA, 1976, in stampa).

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su Perseo di Macedonia, l'edificio è definito porticus duplex corinthia26:
l'appellativo corinthia trae origine, come racconta Plinio, dal fatto che
aveva capitelli di bronzo (e forse anche di ordine corinzio); il valore di
duplex è stato discusso27. L'inusitato sfarzo della decorazione spiega perché
Velleio includa il portico di Ottavio tra gli edifici del II sec. che, insieme
con la pubblica magnificenza, introdussero in Roma la luxuria 28. Ricostruito
da Augusto, il portico ospitò le insegne recuperate dai Dalmati nel 33 a.Cr.29.
Unica fonte per l'ubicazione della porticus Octavia è Festo, che la dice
theatro Pompeii proxima30: F. Coarelli la ha collocata sul lato nord del
circo Flaminio, subito al dilà dei portici di Ottavia e di Filippo,
immaginandola come un grande quadriportico simile al portico di Metello e
racchiudente, come quello, due templi 31. La posizione prescelta è plausibile, e
corrisponde abbastanza bene alle indicazioni di Festo; d'altro canto, è probabile
che, al pari dei coevi edifici « trionfali », il portico di Ottavio allineasse la
fronte lungo la via seguita dai trionfi32. Perplessità suscita invece la
supposta struttura a quadriportico, un tipo edilizio che, per quanto noto, non
sembra affermarsi in Roma che più tardi; e appare poco conforme allo spirito del
tempo che Ottavio si sia limitato a costruire un temenos porticato attorno
a due templi non legati al suo nome: diverso naturalmente il caso del portico
di Metello, sorto come cornice allo splendido tempio di Giove Statore. Dal
punto di vista topografico, non c'è la materiale possibilità di sistemare,
nell'area indicata, un quadriportico grande come quello di Ottavia, perché
i ruderi scoperti attorno a Largo Arenula hanno già l'orientamento degli
edifici in campo, e la Via dei Falegnami è sostanzialmente antica e marca
chiaramente sul terreno un confine preciso tra due zone distinte33. Ritengo
perciò - e trovo questa opinione condivisa da B. Olinder e da T. P. Wise-

26 Plin., N. H., XXXIV, 13.
27 V. la nota di J. J. Coulton, Διπλή στοά, in A] A, 75, 1971, p. 183 ss.
28 Veli, II, 1, 2.
29 Res Gestae, 19; App., Ill, 28; cfr. Dio, XLIX, 43, 8.
30 Fest., p. 188 Lindsay. Sulle orme di Olinder (op. cit. a n. 5, su cui vedi la mia
recensione in Gnomon 1976, in stampa) nega valore alla notizia di Festo anche L. Richardson Jr.,
The evolution of the Porticus Octaviae, in A] A, LXXX^ 19/6, p. 57 ss.
31 Coarelli, p. 312 ss. e fig. A.
32 Sull'argomento ν. da ultimo l'ari, cit. di F. Coarelli, La porta trionfale e la via dei
Trionfi.
33 Si veda la pianta di G. Gatti, art. cit. in Capitolium 1960, fig. 6.

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man34, che la porticus Octavia fosse un edificio architettonicamente in sé
concluso, ad unico braccio, segnalato soprattutto per la singolare preziosità
della decorazione, che introduceva in Roma moduli e concetti ornamentali
tipicamente ellenistici.
Senza entrare nel merito di una recentissima, suggestiva proposta del
Wiseman, che ne propone l'identificazione con il portico di Via S. Maria
dei Calderari35, è sufficiente qui limitarsi all'osservazione che, immaginando
il monumento di Ottavio come un fabbricato ad unica ala, viene a cadere
la necessità di un rapporto puntuale con altri edifici in circo. Nell'interno
del quadriportico da lui immaginato, F. Coarelli ha disposto i templi di
Vulcano e di Marte. Anche se non connessa con la porticus Octavia, è
verosimile che la aedes Vulcani si trovasse in questa zona, non lontana
dai Saepta e dalla palus Caprae con cui sembra avesse rapporto36. Fragili
appaiono invece gli argomenti addotti per localizzare qui il tempio di Marte.
Sostanzialmente, anzi, si riducono a due: una presunta relazione con il
portico di Ottavio; il luogo di rinvenimento dell'Ares Ludovisi37.
Il primo argomento è di carattere induttivo. Poiché le insegne che
Augusto recuperò dai Parti vennero poste nel tempio di Marte Ultore, e
quindi dedicate a Marte, si suppone che il portico di Ottavio, in cui furon
collocate le insegne dalmatiche, fosse in un qualche rapporto col tempio
di Marte in circo. Ma la proposizione può essere rovesciata: se le insegne
dovevano esser dedicate a Marte, non avrebbe avuto senso porle nel portico
circostante, anziché nel santuario del dio stesso; semmai, l'episodio prova
che l'edificio di Ottavio col tempio non aveva nulla a che fare38. Quanto
alPAres Ludovisi, Pier Sante Bartoli ne segnala il trovamento (sotto la voce:
« Campitelli »), nei pressi del Palazzo Santacroce « per andare a Campitelli ».
F. Coarelli osserva che questa specificazione non si adatta al Palazzo di
Piazza Cairoli, ma a quello, più antico, « a diamanti », che è, appunto, sulla
via per Campitelli e sorge là dove egli vorrebbe localizzare il tempio di
Marte. La supposizione è ingegnosa, ma non del tutto soddisfacente; ciò che

34 Olinder, p. 110 ss.; Wiseman, p. 13 ss. Ho esposto la stessa idea nel. Colloquium:
Hellenismus in Mittelitalien, Göttingen Giugno 1974 (in stampa). La ricostruzione topografica
proposta da Coarelli è invece accolta con favore da G. Ch. Picard (non J. Heurgon, come
in Olinder, p. Ili), in REL, 1970, p. 647.
^ Idea che egli ha espresso nella recensione cit. a nota 15.
36 Castagnoli, p. 162 s. con bibl; Coarelli, p. 354, nota 43.
37 Coarelli, pp. 313 ss.
38 Questa, e molte delle altre successive argomentazioni, sono state da me presentate nel
citato intervento nel Colloquium: Hellenismus in Mittelitalien.

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reca maggior imbarazzo, nella testimonianza del Bartoli, è in verità il titolo
« Campitelli » che non si attaglia né all'un palazzo né all'altro. D'altro canto,
dai primi del Seicento in poi, il « palazzo delli signori Santacroce », cioè il
palazzo padronale della famiglia, è quello di P.za Cairoli, e il Bartoli si
sarebbe espresso in modo diverso se avesse voluto alludere ad un altro delle
molte case e palazzi che i Santacroce possedevano in città. L'Ares Ludovisi
andrà riportato all'incirca nel luogo dove lo poneva Lanciani; l'espressione
di P. S. Bartoli indicherà forse quel lato del palazzo che prospetta su Via dei
Giubbonari, cioè la strada che di lì segue « per andare a Campitelli ».
* * *
L'antico edificio sotto le case adiacenti S. Salvatore in Campo, fu
segnalato per la prima volta da V. Baltard nel 1837; il Canina giustamente vi
riconobbe un tempio, che suppose orientato in senso est-ovest, e di cui
tentò di delineare una pianta ricostruttiva39. Solo nel 1872, nuove scoperte
e un'accurata indagine dei resti superstiti consentirono a V. Vespignani40
quella eccellente ricostruzione che, fino ad oggi, è rimasta canonica (v. figg. 1-2):
un periptero esastilo di proporzioni raccorciate (forse con nove colonne sui
fianchi) sollevato su un crepidoma a sei gradini, con colonne « di marmo
greco a scanalature e baccelli », quindi di ordine ionico ο corinzio, ma con
« basi di maniera dorica » 41. Nessun resto dei capitelli, che comunque, con
sagacia, il Vespignani immaginò ionici.
A partire dal 1863, lo studio topografico e architettonico del
monumento si arresta come ricerca indipendente e viene a collegarsi con il
problema dei rilievi Monaco-Louvre (un tempo nel palazzo Santacroce), che,
dal Furtwängler in poi, siamo avvezzi a chiamare Γ« ara di Domizio Enobarbo ». L'argomento fondamentale della dimostrazione risale allo Urlichs42
che, collegando il rilievo di Monaco col thiasos marino di Skopas esistente,

39 L. Canina, in Ann. Inst, 1838, 1 ss; una soluzione planimetrica diversa ma sempre
conservante l'orientamento nord-sud già da lui proposto, è presentata dallo stesso Canina in
Antichi Edifizi di Roma, Monum. voi. II tav. VI (riprodotte ambedue da Vespignani, art. cit.
a nota seg., tav. V, figg. 1-2 vedi qui fig. I in basso).
40 V. Vespignani, Avanzi di tempio incerto della IX regione di Augusto, in BCom, L,
1872/73, p. 212 ss.
41 F. W. Shipley, in MAAR, IX 1931, p. 44, afferma che il tempio di S. Salvatore ha
podio di travertino e colonne di tufo; evidentemente una confusione di schede.
42 L. Urlichs, Skopas, Greifswald 1863, p. 129.

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al dire di Plinio, nel delubrum Cn. Domiti43, e quest'ultimo con un aureo
di Domizio Enobarbo raffigurante il tempio di Nettuno44, trasse le
conclusioni che i rilievi di Monaco appartenessero alla decorazione del tempio di
Nettuno, e precisamente al fregio della cella; che essi provenissero al palazzo
Santacroce dal vicino tempio di S. Salvatore il quale, pertanto, doveva
identificarsi con il tempio di Nettuno in circo Flaminio, eretto dal partigiano di
Antonio poco dopo il 40 a.Cr. Seguì, nella stessa direzione, una brillante
esposizione del Brunn45, quantunque l'Overbeck46, in un articolo troppo
trascurato, avesse mostrato l'impossibilità di un rapporto tra il periptero
di S. Salvatore e la figurazione monetale di Domizio, e sottolineato il carattere
puramente neoattico dei rilievi che con lo stile e il gruppo del grande Skopas
del IV secolo difficilmente avevano rapporto.
Fu merito del Furtwängler 47 l'aver ricollegato il rilievo di Monaco con
quello del Louvre, e averne riconosciuto l'appartenenza ad un solo monumento,
appunto Γ« ara di Domizio Enobarbo ». Il rapporto di contenuti tra le scene,
così diverse, dei due rilievi, restava altamente problematico; e la questione
si fece ancor più complessa quando il Domaszewski, in una fondamentale
ricerca48, interpretò la scena del Louvre non come una missio exercitus,
bensì come la lustratio che conclude il censo. La spiegazione fu cercata
con l'associare i due temi, per così dire, in « unione personale » nella figura
del dedicante ο di un suo antenato: si doveva trovare un personaggio che
fosse stato censore oltre che ammiraglio. La scelta dipendeva anche dalla
datazione che, su base stilistica, si assegnava ai rilievi. Così, volta a volta,
si proposero Cn. Domizio Enobarbo, cens. 115 (Domaszewski); P. Servilio
Isaurico, cens. 55/54 (Anti) 49; L. Gellio Poplicola, cens. 70 (Kahler, Wiseman) 50;

44 Ν.
43
Grüber,
Η., XXXVI,
Brit. Mus.
26. Coins, Rep., II, p. 487.; R. Bartoccini, 77 tempio di Nettuno nell'aureo
di Domizio Enobarbo, in Atti Mem. 1st. It. Numism., Ill, 1917, p. 83.
45 H. Brunn, Der Poseidonfries in d. Glypt. zu München, in S ζ. Ber. Κ. Nayr. Akad.,
I, 1876, p. 342 ss. (= Kl. Schriften, II, p. 371 ss.).
46 J. Overbeck, Die Kunstgesch. Stellung d. Rei. mit. Poseidon ecc, in Ber. K. Sachs.
Ges. d. Wiss. Leipzig, 28, 1876, 110 ss.
47 A. Furtwaengler, in Intermezzi, Leipzig-Berlin 1896, p. 33 ss.
48 Art. cit. a nota 11, spec. pp. 79 ss.
49 Atti IstVen, 84, 1924/5, p. 473 ss.
50 H. Kahler, Seethiesos und Census (Monum. Artis Rom. VI), Berlino 1966, p. 35 ss.;
con diversa e originale prospettiva, T. P. Wiseman, Legendary Genealogies... Greece and
Rome, XXI, 1974, spec. p. 160 ss., che interpreta il thiasos come allusione alla leggendaria
discendenza di L. Gellio da Nettuno.

L'IDENTIFICAZIONE DEL TEMPIO DI MARTE

1057

M. Antonio, cens. 97 (Coarelli) 51; e l'identificazione dell'edificio col tempio
di Nettuno rimase anche quando venne a perdersi ogni collegamento con i
Domizi Enobarbi52.
Il miglior lavoro d'insieme sulla « ara di Domizio Enobarbo » è quello
di F. Coarelli. Riprendendo un'intuizione del Mingazzini 53, egli pensa che lo
Skopas autore del thiasos marino fosse non il grande scultore del IV sec,
ma il minore suo omonimo, attivo in Roma sullo scorcio del II sec. a.Cr.,
cui già il Mingazzini aveva assegnato il Pothos, e Coarelli, convincentemente,
avvicina sia l'Ares Ludovisi che, come opera di bottega, i rilievi già Santacroce. Nuovi documenti d'archivio danno la persuasione che la « ara »
provenga realmente da S. Salvatore, di cui sarebbe perciò accertata l'identità
con la aedes Neptuni in circo Flaminio. Il committente dei rilievi sarebbe
M. Antonio, vincitore dei pirati nel 102 a.Cr. e censore nel 97; da un
accenno di Cicerone, apprendiamo che, forse per suo incarico, costruì i
navalia (collegati con il tempio di Nettuno?) 54 l'architetto greco Ermodoro
di Salamina, il quale, come sappiamo da altre fonti, aveva altrove collaborato con Skopas Minore.
Infine, due anni fa, P. Gros ha pubblicato un importante contributo
su « Hermodoros et Vitruve » 55. Egli osserva che, nel dare le norme per la
costruzione del tempio periptero esastilo, Vitruvio, detta nel libro IV, delle
proporzioni differenti da quelle che egli stesso prescrive nel HI. È necessario
perciò supporre che l'autore latino abbia attinto a due fonti diverse: l'una,
è da riconoscere sicuramente in Ermogene; l'altra si suppone sia Ermodoro

51 Coarelli, p. 339 ss.
52 Tra le altre ipotesi spicca, per l'originalità della soluzione cercata, quella di F. Castagnoli,
«II problema dell'ara di Domizio Enobarbo», in Arti Figurative, I, 1945, p. 181 ss., che,
dissociando i rilievi dal tempio di S. Salvatore (da lui ritenuto in campo), li assegna al tempio delle
Ninfe, sede dell'archivio del censo (di qui la scena « storica » del Louvre) ricostruito dopo
l'incendio del 52 a.Cr. L'interpretazione del Castagnoli è stata a ragione respinta già dal Kahler
(op. cit., p. 10); notevole è tuttavia il tentativo di cercare una diversa via all'esegesi del rilievo.
Sul Tempio delle Ninfe e la sua probabile identificazione con l'edificio di Via delle Botteghe
Oscure, v. ora F. Coarelli, art cit in Palatino, XII, 1968, p. j71 ss.
Non merita più che una menzione la singolare idea di G. Hafner, Zwei römischen
Reliefwerke, in Aachener Kunstblätter, 43, 1972, p. 97 ss.: i rilievi Santacroce apparterrebbero
al fregio del monumento funerario di Lutazio Catulo, il vincitore delle Egadi del 241 a.Cr.
53 Skopas Minore, in Arti Figurative, 11,1946, p. 137.
54 F. Coarelli, art. cit. in Quad. Ist. Top. Ant. V, 1968. In realtà l'accenno di Cicerone
(De Orai., II, 14, 62) non sembra implicare necessariamente un rapporto tra M. Antonio ed
Ermodoro, né soprattutto che a M. Antonio risalga il rifacimento dei navalia.
55 MEFRA, 85, 1973, p. 137 ss.

1058

FAUSTO ZEVI

di Salamina. Esaminando i resti templari di S. Salvatore (egli ne accetta
l'identificazione con la aedes Neptuni), il Gros conferma, in primo luogo,
che l'edificio è in marmo greco, come visto da Vespignani, e precisamente
in pentelico; quindi, che le singolari basi delle colonne si richiamano non
alle « dorico-toscane », ma alle « Wulstbasen » ioniche; infine, che le proporzioni
dell'edificio ricordano quelle raccomandate da Vitruvio nel IV libro e che,
per altra via, egli aveva supposto derivassero da Ermodoro.
È singolare come ambedue questi lavori abbiano, ciascuno per proprio
conto, colto il segno, pur senza trarre le necessarie conseguenze
topografiche, cioè l'identificazione del tempio di S. Salvatore con la aedes Martis
in circo 56. Occorre però, preliminarmente, sgomberare il terreno da altre
ipotesi.
I templi noti in circo Flaminio sono in tutto 12 ο 13; l'ubicazione
di quelli di Apollo, Giove Statore, Giunone Regina, Hercules Musarum è
nota dai resti superstiti ο dalla forma urbis. L'identificazione di Bellona
col « tempio ignoto » presso il teatro Marcello, mi sembra sicura 57. Fortuna
Equestris era probabilmente in campo, presso il teatro di Pompeo (ad theatrum lapideum) ed era sistilo 58; non esisteva più in età tiberiana 59. Il tempio
dei Castori va escluso perché, come sappiamo da Vitruvio, distinto da una
planimetria particolare60. Pietas, forse distrutto già da Cesare, è detto anche
in foro Holitorio, e perciò comunque situato all'altra estremità della zona
in circo 61. Restano solamente i templi di Diana, Vulcano, Nettuno, Hercules
Custos, Marte.
Riassumiamo ora le caratteristiche del tempio di S. Salvatore. È in
marmo pentelico - quindi certamente posteriore al primo tempio marmoreo
di Roma, quello di Giove Statore, eretto da Metello Macedonico dopo il

56 Cfr. Zevi, Colloquium Hellenismus in Mittelitalien, cit.
37 Coarelli, art. cit. a η. 10. D'altra parte, si era da tempo riconosciuto che il tempio di
Bellona, per esser sede di riunioni extrapomeriali del Senato, e prossimo alla colonna bellica,
doveva esser molto vicino alle mura urbiche, e quindi presso l'estremità est del circo: cfr.
O. Gilbert, Gesch. u. Top. d. Stadt Rom., Leipzig 1890, III, p. 74, p. 80 ss.
58 Vitr., Ill, 3, 2; Olinder (p. 42) ritiene che l'espressione vitruviana si riferisca al teatro
di Marcello.
59 Tac, Ann., 3, 71.
60 Vitr. IV, 8, 4.
61 L'identificazione di Pietas in circo Flaminio con l'omonimo tempio in foro Holitorio
è convincentissima ipotesi di F. Castagnoli, art. cit. in Gnomon, p. 607.

L'IDENTIFICAZIONE DEL TEMPIO DI MARTE

1059

146 62; improbabile, d'altro canto sia più tardo del 40 circa a.Cr., quando
ebbe inizio lo sfruttamento intensivo delle cave lunensi63. È un periptero
senza podio, con crepidoma a gradini, quindi un tempio di tipo pienamente
ellenistico, anzi un unicum in Roma, confrontabile solamente con la tholos
del Foro Boario datata alla fine del II sec. a.Cr.64; ha delle basi di colonne
di forma inconsueta, forse un preziosismo arcaizzante, che è comunque
ragionevole pensare in uso in un periodo in cui la base « attica » non si era
ancora affermata come esclusiva. In conclusione: l'edificio va datato tra
140 e 40 a.Cr., molto verosimilmente nella prima metà di tale periodo
(circa 140-100/90 a.Cr.).
Questi elementi ci consentono di restringere l'arco delle possibilità.
Del tempio di Vulcano non si sa quasi nulla; da Livio (che, contrariamente
ai calendari, lo dice in campo: forse era ai limiti tra le due zone?65)
sappiamo che esisteva già nel III sec. a.Cr.; nessun accenno a ricostruzioni
successive. Alcuni elementi indurrebbero a collocarlo presso Piazza Mattei 66. Il
tempio di Diana risale invece, al pari di Iuno Regina, all'opera di M. Emilio
Lepido (cens. 179); nessun restauro è noto nel periodo che interessa. Le
circostanze del voto e della dedica67 sono tali da far pensare ad uno stretto
collegamento, anche topografico, tra i due edifici; è probabile che Diana
fosse anche prossima al tempio di Apollo, e ambedue i nuovi templi vicini
a quel theatrum ad Apollinis che fu approntato proprio in quella stessa

62 M. Gwyn Morgan, The portico of Metellus, a Reconsideration, in Hermes, 99, 1971,
p. 480 ss. ritiene che la data più probabile per l'appalto del tempio di Giove Statore sia il 143;
egli suppone, tuttavia (e a mio parere senza motivi realmente solidi) che Metello abbia in pari
tempo costruito anche il tempio di Giunone Regina. Del tutto inaccettabile la teoria di M. J. Boyd
in PBSR, XXX, 1958, p. 153 ss., il quale sostiene che in Velleio I, 11, 3-5, il termine aedes ex
marmore vada riferito al quadriportico attorno ai templi. Il Drerup (Zus Ausstattungsluxus
in d. roem. Architektur, Münster 1957, η. 66), sulla base di Plinio N.H., XXXVI, 7, ritiene che
non esistessero edifici in marmo a Roma prima degli anni 90 a.Cr.; a ben vedere, è questo
l'unico motivo che consiglia a F. Rakob - W.-D. Heilmayer, Der Rundtempel am Tiber in Rom,
Mainz 1973, p. 28, una datazione del tempio rotondo del Foro Boario dopo il 100 a.Cr.
63 II marmo trova impiego in quanto materiale proveniente da una terra di conquista,
v. Colloquium Hellenismus in Mittelitalien, cit., in stampa. [Tale posizione vedo ora ripresa
da P. Gros, nell'ari, in questo volume, p. 387-410].
64 D. E. Strong - J. B. Ward-Perkins, The Round Temple in the Forum Boarium, in
PBSR, 28, 1960, p. 7 ss.
65 Liv. XXIV, 10, 9.
66 V. sopra, a p. 1054.
67 Liv. XXIX, 2 e XL, 52. È stato giustamente sottolineato che le due divinità del voto di
M. Emilio Lepido sono le due principali dell'Aventino: cfr. p. es. Gilbert, op. cit., III, p. 81.

1060

FAUSTO ZEVI

censura. F. Coarelli ha supposto, con verosimiglianza, che il tempio sia stato
distrutto per i lavori del teatro di Marcello e ricostruito dietro la scena
di questo68.
Quanto a Nettuno, la ormai tradizionale identificazione con il tempio
di S. Salvatore a ben vedere non regge. Le date, in primo luogo, non
corrispondono: la aedes Neptuni esisteva già nel 206 a.Cr., la moneta di Enobarbo
e l'espressione pliniana (delubrum Cn. Domiti) indicano un rifacimento in
età triumvirale (forse attorno al 32 a.Cr.). F. Castagnoli ha giustamente
ribadito che la moneta contiene una raffigurazione non generica, ma, al
contrario, volutamente caratterizzata: l'edificio di Enobarbo è un prostilo tetrastilo, sollevato su alto podio, con i lati a blocchi squadrati69. Nessuno di
questi elementi corrisponde con quelli di S. Salvatore.
Maggiori probabilità ha Hercules Custos. Per vero, molti studi recenti
si sono accostati all'ipotesi che esso sia un tutt'uno con Hercules Musarum 70:
il numero dei templi in circo diminuirebbe allora di una unità e, per quanto
ci riguarda, il problema sarebbe automaticamente risolto. A me sembra,
tuttavia, che i due edifici vadano tenuti distinti. I pochi dati cronologici non
coincidono: Hercules Musarum è collegato con le Muse di Ambracia e con
il rifacimento augusteo di Marcio Filippo; di Hercules Custos, Ovidio dice
invece che Sulla probavit opus71, né l'Èrcole lincine e Musagete di Fulvio
Nobiliore sembra avere affinità con il dio protettore del circo e dei suoi
agoni72. D'altro canto, l'espressione ovidiana: altera pars circi73, implica,
topograficamente, che il tempio di Èrcole fosse situato presso il capo del
circo opposto a quello del tempio di Bellona; se questo si colloca presso
il teatro di Marcello, Èrcole va posto presso il limite occidentale del circo
Flaminio, cioè, più ο meno, nella zona di S. Salvatore in Campo. Anche la
data di Ovidio rientra, in definitiva, nei limiti stabiliti; e, nel complesso,

68 Art. cit. a nota 7, spec. p. 201 ss.
69 Castagnoli, p. 157 ss.
70 P. es. G. Marchetti Longhi, art. cit. in MÊFR 1970, p. 144 ss.; Castagnoli, art. cit. in
Gnomon, p. 608; Olinder, p. 58 ss. L'opinione contraria è stata invece sostenuta specialmente
da Coarelli, p. 316 ss. (e in altri lavori dello stesso) e ora da Wiseman, p. 21, η. 38.
71 Fasti, 6, 210. Peraltro, generalmente si ritiene che il tempio di Hercules Custos sia stato
costruito assieme con il circo Flaminio (quello di Siila sarebbe solo un restauro) e che ad esso
vada riferita la notizia di Liv. XXXVIII, 35, 4 (189 a.Cr.).
72 Le affinità verbali rilevate da Olinder (p. 61) tra Ovid., loc. cit., e Eumen., Pro inst.sch.,
7, 3, non hanno reale rilevanza.
73 Ovidio, Fasti, 6, 209.

L'IDENTIFICAZIONE DEL TEMPIO DI MARTE

1061

l'identificazione col tempio di S. Salvatore appare possibile. Alcuni indizi
consiglierebbero tuttavia di ubicare il tempio di Hercules Custos un poco
più a sud, in un immediato rapporto di contiguità topografica col circo
su cui il dio esercitava la sua tutela e, al tempo stesso, più vicino al fiume.
Infatti, tra le realizzazioni dei censori del 179 a.Cr., Livio annovera una
porticus. . . post navalia et ad fanum Herculis 74. Che si alluda allo Hercules
Musarum è idea suggestiva, ma poco probabile, non solo per la distanza di
quel tempio dal Tevere e quindi dai navalia, ma soprattutto per il lungo giro
che il portico avrebbe dovuto compiere attorno al circo Flaminio. Iscrizioni
con dediche ad Èrcole provengono dall'area circostante Via Arenula verso il
fiume 75. La collocazione di Èrcole Custode nel sito di S. Maria in Monacelli
è possibile 76; occorre però notare che la chiesa medioevale ha orientamento
divergente rispetto all'asse del circo. Il problema rimane aperto.
Passando invece al tempio di Marte in circo Flaminio, eretto da Bruto
Callaico (console nel 138) dopo il trionfo lusitanico, troviamo una
sorprendente corrispondenza di ogni dato. Il monumento del Cailaico doveva essere
uno splendido edificio in cui, in ricercato contrasto, il dio della guerra si
mostrava in un ambiente della più raffinata cultura ellenistica. L'architettura
(probabilmente marmorea) 77 dell'edificio era opera di Ermodoro di Salamina 78, l'architetto greco chiamato pochi anni prima da Metello per realizzare
il primo tempio di marmo di Roma. La statua di culto era di Skopas (certo
il Minore); ma, accanto al dio, con epigrammatico accostamento, era una
Afrodite nuda che superava, al dire di Plinio, quella prassitelica, e « avrebbe
dato nobiltà a qualunque altro luogo » 79. Sulie pareti del tempio, erane incisi
i versi del poeta Accio, che aveva in Bruto il suo protettore 80.
Il programma ideologico del Callaico appare evidente. Secondo una
diffusa tradizione (certamente quella che Accio avrà seguito nella sua praetexta Brutus) era alla prima coppia di consoli, e cioè a Bruto fondatore

74 Liv. XL, 51, 6: l'incerto passo è riesaminato dal Wiseman, p. 18.
75 Coarelli, p. 317 e nota 80 a p. 359.
76 L'ipotesi è di Coarelli, p. 318.
77 Trovo difficilmente accettabile l'idea di F. Coarelli («Polykles», cit., p. 86) che possa
provenire dal tempio di Marte in circo il frontone di Via S. Gregorio.
78 Aedis Martis... architectata ab Hermodoro Salaminio: Com. Nep. apud Prise, Inst.
8, 4, 17.
79 Plin., Ν. Η., XXXVI, 26. Venere è accanto a Marte già nel lettisternio del 217 (Liv.
XXIII, 10).
80 Cic, Pro Arch., 11, 27; Sch. Bob. ad loc.

1062

FAUSTO ZEVI

della Repubblica, assieme al suo collega di minor rango, che si doveva, per
così dire, la creazione del Campo di Marte: quel campo, un tempo privato
possesso dei Tarquini, era stato allora confiscato e consacrato al dio81. Allo
stesso dio ora un discendente del grande Bruto consacrava il tempio del
circo Flaminio, rinnovando le glorie della gente e, a un tempo, richiamando
il leggendario antenato e la nascita dello stato repubblicano. Ma, per altro
verso, il monumento si proponeva come simbolo dello spirito
del 'aristocrazia del tempo: architettura, scultura, poesia, concorrevano all'immagine della
nuova nobilitas che, alle tradizionali doti marziali di valore guerriero, univa
ormai quelle di una cultura e di una sensibilità artistica di stampo greco.
E dunque, in questa precisa corrispondenza tra dati delle fonti e resti
monumentali, l'intuizione di P. Gros non poteva trovare miglior conferma: il
tempio di S. Salvatore richiama i canoni di Ermodoro per la ragione che
esso è opera di Ermodoro, anzi l'unica a lui attribuibile con certezza. Felice
si rivela ora, alla luce della nuova identificazione, l'accostamento tra PAres
Ludovisi e il Mars colossiaeus di Skopas Minore: la statua Ludovisi viene
infatti dalle vicinanze del Palazzo Santacroce, a breve distanza dal tempio
di Marte, di cui forse avrà ornato il temenos; nulla di più logico che al
maestro autore della statua di culto, ο alla sua bottega, siano state
commissionate anche le altre sculture che completavano la decorazione dell'edificio.
Resta in piedi, si dirà, il problema dell'« ara di Domizio Enobarbo»;
vera crux interpretum destinata, una volta di più, a sfuggire ad un'interpretazione definitiva. La sua provenienza dal tempio di Marte in realtà non è
sicura (per dimostrarla, F. Coarelli è costretto a supporre prima un furto,
poi un falso in un documento d'archivio, episodi, ahimè, ben possibili, ma
che, in mancanza di prove, pare antimetodico postulare 82); resta però il fatto
che i rilievi del palazzo Santacroce probabilmente provenivano da un
monumento delle vicinanze e una loro relazione col tempio di S. Salvatore, anche
se non dimostrata, appare ugualmente possibile. Una volta di più, si pone
il problema del rapporto di contenuto fra le due scene. Spero tornare
sull'argomento in altra sede; mi limito qui ad alcune osservazioni.
Se si dovesse istituire tra le due scene un rapporto « gerarchico » di
importanza, la preminenza andrebbe assegnata, credo senza esitazioni, a
quella storica: il corteggio di Nettuno, pur avendo, è certo, un significato

81 Liv. II, 5; Dion. Hal. V, 13; Plut, Popi, 8; Flor. I, 3; Schol. luv., 6, 524: ... Brutus
agrum Tarquini Superbi eo eiecto totum Marti consecravit.
82 Coarelli, pp. 323-324.

L'IDENTIFICAZIONE DEL TEMPIO DI MARTE

1063

nell'economia del monumento, ha funzione eminentemente decorativa. D'altro
canto, che il thiasos alluda ad un successo navale è assai poco probabile;
difficilmente un osservatore avrebbe potuto intuire, nel lieto svolgersi del
corteo nuziale, il favorevole esito di una battaglia83: la scena non potrebbe
dunque costituire che un generico richiamo al dio nel cui santuario si
suppone collocata. Tuttavia, se, al di fuori di ogni idea precostituita, si
volesse evincere, dal contenuto dei rilievi, quale fosse la divinità cui eran
dedicati, non si potrebbe, ritengo, pensare che a Marte: solo per Marte viene
compiuto il sacrificio, solo quel dio è presente accanto alla sua ara. È vero
che la presenza di Marte è funzionale alla scena; ma ciò non toglie valore
all'argomento. Quel che in ogni caso appare poco verosimile, è che l'intero
rilievo del Louvre non abbia altro scopo che affermare la qualità di censore
del dedicante (o di un suo antenato) e che in esso « si sia voluto eternare . . .
,,un atto di ordinaria amministrazione quale un censo » 84: gigantesco fumetto
per trasmettere un messaggio banale. La scena deve avere altra densità di
contenuti. Sarebbe affascinante l'ipotesi che il rilievo ricordasse la
fondazione dell'ara Martis, cioè la consacrazione del campo al dio e la periodica
purificazione, al suo cospetto, del popolo romano in armi: richiamo allora,
alla gloria del leggendario fondatore della Repubblica, l'antenato di Bruto
Callaico. Mi domando se gli elementi intrinseci della rappresentazione siano
realmente tali da escludere una simili esegesi.
In ogni caso, i rilievi vanno datati entro la seconda metà del II sec. a.Cr.
La proposta di Coarelli (monumento del censore del 97 a.Cr.) è solo in
apparenza felice; in realtà, essa viene a togliere il supporto dell'unico
elemento antiquario di peso, su cui si fonda la datazione alta dell'« ara », cioè
l'anteriorità alla riforma mariana dell'esercito. Non si tratta soltanto di porre
attenzione alla foggia e tipologia dell'armamento: l'intuizione del Domaszewski 85 reca con sé altre e più importanti implicazioni. L'esercito di cui
si effettua la lustratio è, senza dubbio, un esercito di stampo tradizionale,
levato e ordinato, all'antica maniera, secondo le classi e nelle centurie
dell'ordinamento « serviano » 86; la nostra scena è espressione, in uno spirito
pienamente tradizionale, della primitiva costituzione repubblicana, prima che

83 Cfr. J. Sieveking, Der sog. Altar des Cn. Dom. Ahenobarbus, in ÖJh., XIII, 1910, p. 97.
84 Castagnoli, p. 157.
85 Art. cit., p. 79.
86 Una precisa esegesi della scena è stata proposta da M. Torelli, in un ampio lavoro sul
rilievo storico romano, ora in stampa.

1064

FAUSTO ZEVI

la riforma mariana, sovvertendone il principio censitario, alterasse struttura
e composizione dell'esercito. Se si vuoi accettare una datazione posteriore
a Mario, sarà necessario porre l'ideazione di una scena siffatta in un momento
di reviviscenze tradizionalistiche; e non sarebbe agevole immaginare quando.
D'altro canto, se si vuoi cercare nei rilievi Monaco-Louvre l'influsso di
Skopas Minore, non sarà lecito distanziarli troppo da quei pochi termini
cronologici che possediamo sull'attività dell'artista87.
Nel narrare le imprese lusitaniche di Bruto Callaico, tutte intessute di
episodi di antica virtus&8, v'è un tema che le scarsissime fonti su quegli
eventi riprendono con insistenza: quello dell'impero esteso usque ad oceanum.
Spintisi fino all'estremità nord-occidentale della penisola iberica,
oltrepassando il fiume Lete, i soldati romani avevano raggiunto il limite estremo
delle terre, là dove, dinanzi ai loro occhi colmi di religioso stupore, si
stendeva l'oceano senza confini e il sole spegneva nel mare il suo fuoco:
l'audacia dell'impresa sfiorava il sacrilegio89. L'evento dovette produrre
profonda impressione. Il tema del tiaso marino, caro agli artisti neoattici,
acquista in questi anni una popolarità prima sconosciuta e si sviluppa in
composizioni monumentali di inusitata grandiosità. Sarà possibile riconoscere in
questa preferenza per il motivo, in quella raffigurazione di un mare non
toccato dall'uomo in cui eterno si svolge il corteo di Nettuno e Anfitrite,
un'eco, quasi una simbolica allusione all'estendersi dell'impero sino al
cospetto dell'Oceano?

87 Fondamentalmente, l'esecuzione delle statue nel tempio di Marte, probabilmente attorno
al 130 a.Cr. Connessione dello Hercules Olivarius con la tholos del Foro Boario: Coarelli,
Classe dirigente, cit., p. 179 ss.
88 Liv. per., LV, LVI.'LVIII; App., VI, 71-73; Val. Max., VI, 4.
89 Flor., I, 33: Decìmus Brutus... peragrato victor Oceani lìtore, non prius signa convertit
quam cadentem in maria solem obrutumque aquis ignem non sine quodam sacrilega metu et
honore deprendit.

PROSPETTO DEL TEMPIO

SEZIONE

LONGITUDINALE

STATO ATTUALE

1j: ■.,. ..

liti. Cleman e Belli-

I

ί

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Scala c/£+-

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Fig. 2 - Tempio di S. Salvatore in Campo.
Stato dei ruderi, ricostruzione della fronte e spaccato trasversale nei disegni di V. Vespignani
(da BCom L, 1872/3," tav. VI).