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JACQUES-BNICNE

BOSSUET

Trattato della
concupiscenza
Presentazione di Manlio Sgalambro

D e Martinis & C.
Titolo originale: Trnit de la concupiscence
Traduzione di Gloria Beltrani

O 1994 De Martinis & C. Editori, Catania


ISBN 88-8014-012-4
Piccola glossa al Trattato della concupiscenza

Le sottili ricognizioni di Bossuet sulla concupi-


scenza superano il quadro cristiano-cattolico non
nel senso che ne prescindono ma nel senso che
buttano oltre di esso i germogli. Una cultura che
non esamini le proprie smodatezze, si pu mai con-
cepire? Bossuet non patteggia nemmeno col suo
cattolicesimo. Da vero rappresentante dello spirito
ne esamina anche le sregolatezze e le supponenze.
E su un sapere che sia solo curiosit (e quanti sa-
peri oggi non sono che indisponente curiosit) egli
lancia l'anatema. Anatema contro ogni anima cu-
riosa. Sviscerare la concupiscenza suppone passio-
ne. Una passione dello stesso tipo. Anzi pi forte,
come aveva awertito Spinoza. La critica dei sensi
viene dunque affrontata sistematicamente. Ma an-
cora sulla curiosit occorre dire che non fustiga-
ta soltanto quella che immagina oggetti vani ma la
pi gloriosa e imponente: quella dello spirito. Co-
sa dire infatti del meraviglioso brano che magari ci
strazia le carni ma che subito dopo riconosciamo ri-
verenti? Sotto giudizio infatti la curiosit di quel-
li che si immergono nella storia, nella filosofia o
in qualsiasi genere di lettura, soprattutto se si trat-
ta di ilovit, di romanzi, di commedie o libri di
poesia, lasciaridosi talmente possedere dal deside-
rio di conoscere da non possedersi pi essi stessi.
Poich tutto questo altro non se non una forma
di inteinperanza, una iiifermit, una sregolatezza
dello spirito, un inaridimento del cuore, una mise-
rabile schiavit che non ci lascia l'agio di pensare
a noi stessi... D. I1 disgusto della frivolezza che Bos-
suet ci comunica non risparmia il lusso dello stesso
spirito. Ci sentiamo dei barbari coi nostri libri, de-
gli idolatri coi nostri quadri. Subiamo la tentazione
delle nostre teorie, per cui sbaviamo. Bossuet ci in-
duce a sospettare la fascinatio nugan'tatis persino
nell'amore pi casto, ne1l"amore per la verit'. An-
che questa dunque una tentati0 concupiscentiae? Una
critica degli occhi indispensabile. Bisogna com-
pensare la delizia di questo senso con la parte del
diavolo. Questi occhi avidi, mai sazi, inseguono le
minute volute delle cose, e si ingozzano di precarie
immagini. Per una parte la vista inutile. Per que-
sta parte Bossuet implacabile: ritira i tuoi occhi
da queste cose illusorie, egli comanda. Sdegna que-
sti maliziosi allettamenti, egli aggiunge. E infine:
Non amate il mondo dove tutto illusione e cor-
ruzione della concupiscenza degli occhi.. In que-
sta teoria della vista si inseguono elementi che as-
segnano al mondo quella parte che il nostro orgo-
glio conferma. Noi siamo superiori al mondo. In-
somma l'orgoglio dello spirito ci sembra indiscuti-
bile e perverso. Bossuer vede solo la perversione.
Qui chi scrive dissente. La caduta dell'uomo consi-
ste principalmente nell'orgoglio, scrive Bossuet.
Precipitando dall'alto e decadeiido dalla condi-
zione divina, l'uomo cade essenzialmente su se stes-
so D. Queste parole del De civitate Dei di S. Agostiiio
danno la nostra misura e indicano il nostro volere.
Qui ci opponiamo a S. Agostino e a Bossuet. Noi
vogliamo cadere. Sosteniamo con tutte le nostre
forze il principium individuationis legato alla caduta.
L'orgoglio non che un altro nome per la stessa
volont di cadere. Tutto ci descritto dallo stesso
Bossuet in modo mirabile.
Cosa cambia allora? La nostra accettazione al po-
sto del suo rifiuto. Ma ascoltiamo Bossuet: Dove-
vamo prima cadere su noi stessi perch, come quel
corso d'acqua che si rovescia prima sulla roccia e
scava profondamente nel punto in cui cade, cos
l'anima nostra, cadendo su se stessa, produce den-
tro di s una prima piaga profonda. L'impronta
della sua eccellenza, della sua grandezza ... vuol pa-
scersi dello spettacolo della sua perfezione ),. Noi ci
fermiamo qui, Bossuet prosegue sino alla condan-
na. Ad uii certo punto Bossuet ci d una descrizio-
ne infernale della concupiscenza: Essa si muove
con movimenti irregolari, a seconda di come soffia
il vento. Non soltanto si vogliono cose diverse se si
sani o ammalati, se si sta vivendo l'infanzia o la
giovinezza, la maturit o la vecchiaia, se si in un
periodo buono o cattivo; si vogliono cose differen-
ti di notte, quando si presentano i pensieri cupi, o
di giorno, quando vengono dissipati. ...Oggi ci si
trova diversi da ieri senza sapere il perch, tranne
che si ama il cambiamento. Ma non si cambia per
essere migliori. Questo il lato disprezzabile del-
la concupisceilza e non si pu che convenire con
Bossuet. L'altro lato invece tutto dalla nostra par-
te. Vorremmo chiedercelo ancora: cos' dunque la
concupisceilza? L'amore di s e della propria gran-
dezza, infine. La nostra volont al posto di quella
di Dio, ecco come la definiremo. Quanto a Bossuet,
la coi~cupiscenzadeve scomparire davanti all'amo-
re pi alto, all'amore di Dio. Ma noi abbiamo or-
rore per Dio e amore per la nostra grandezza.
TRATTATO DELLA CONCUPISCENZA
owero spiegazione delle seguenti parole
di San Giovanni:
-Non amate il mondo, n ci che nel mondo.
(dalla Prima Lttera di S. Giovanni, 11, 15, 16, 17)
Capitolo I - Parole dell'A1-)ostoloSan Giovanni contro
il mondo, conjrontate con altre sue parole e con quelle
di Ges Cristo. Cos' ilamon& che 1Xpostolo c i esorta
a non amare.
Non amate il mondo, n ci che nel mondo.
Chi ama il mondo non ha in s l'amore del Padre,
poich tutto ci che nel mondo concupiscenza
della carne, concupiscenza degli occhi e orgoglio
della vita: tutto ci non viene dal Padre, ma dal
mondo. Ora, il mondo passa e con esso passa la
concupiscenza del mondo, ma chi fa la volont di
Dio dura in eterno ),'.
Queste ultime parole dell'Apostolo ci fanno
comprendere come il mondo di cui parla costi-
tuito da coloro i quali preferiscono le cose visibili e
passeggere a quelle invisibili ed eterne.
Bisogna adesso considerare a chi sono rivolte
queste parole; a tal fine basta leggere quelle che le
precedono: Scrivo a voi, figlioli, perch nel nome
di Ges Cristo vi sono stati rimessi i peccati; scrivo
a voi, padri, perch avete conosciuto Colui che esi-
ste fin da principio,), colui che invero ha generato
l'eternit. Scrivo a voi, giovani nella vostra prima
giovinezza, perch avete vinto il Maligno; scrivo a
voi, fanciulli, perch avete riconosciuto il Padre;
scrivo a voi, giovani W , che siete nel fiore degli anni,
a perch siete coraggiosi, e la parola di Dio vive in
voi e perch avete vinto il Maligrion'. E aggiunge
di seguito: Non amate il mondo n e quanto ab-
biamo appena riferito.
Queste parole sono conformi a quanto lo stesso
Apostolo afferma all'inizio del suo Vangelo, quan-
do parla di Ges Cristo: Era nel mondo, e il mon-
do stato creato per mezzo di lui, ma il mondo
non l'ha conosciuto!n L'origine di tutto nelle pa-
role del Salvatore : Io vi dar M lo Spirito della ve-
rit, che il mondo non pu ricevere, perch non lo
vuole, e non lo riceve e non lo conosce 4, O non sa
chi egli sia. E ancora: Se il mondo vi odia, s a p
piate che ha odiato me prima di voi. Se voi foste
del mondo, il mondo amerebbe ci che suo; ma
poich non siete del mondo, e poich vi ho pre-
scelti traendovi dal mondo., vi ho tolti ad esso, e
per questo il mondo vi odia D '. Nel mondo voi
avrete afflizioni, ma fatevi coraggio: io ho vinto il
mondon6. E infine: Ho manifestato il tuo nome
agli uomini che hai tratti dal mondo per darme-
li... 7. Non prego per il mondo, ma per quelli che
mi hai donati, perch son tuoiR. ...Io non son
pi nel mondo*, io ritorno a te, giunta l'ora di
venire a te : N essi rimangono nel mondo, ma io ven-
go a te... N Ho comunicato loro la tua parola, e
il mondo li ha odiati, perch essi non sono del
mondo, e neanch'io non lo sono. Non ti chiedo di
trarli dal mondo, ma di guardarli dal male , o di
guardarli dal Maligno. Essi non son del mondo,
come neanch'io sono del mondo. Santificali per la
verit,,lO. ...Padre giusto, il mondo non ti ha co-
nosciuto, ma io ti ho conosciuto, e costoro han ri-
conosciuto che tu mi hai mandato l'.
Queste parole del nostro Salvatore fanno vedere
come tutti quelli che fanno professione d'esser suoi
discepoli sono tratti dal mondo, poich essi sono
santificati per la verit: la parola di Dio in 'loro,
essi la conoscono mentre il mondo non la conosce
e conoscono Ges Cristo, lo seguono e l'imitano.
La vita del mondo dunque una vita che si al-
lontanata da Dio e da Ges Cristo, e la vita cristia-
na, la vita dei discepoli di Ges Cristo, una vita
conforme alla sua dottrina e al suo esempio.
Questo quanto ci spiega pi approfonditamen-
te San Giovanni con queste dolci parole: a Figlioli
miei n, giovani e vecchi, ve lo scrivo P, ve lo ripeto :
a non amate il mondo,,, non amate chi si lega alle
cose sensibili, ai beni perituri: non amate gli uo-
mini nel loro errore, non seguiteli nel loro travia-
mento: amateli per toglierveli, come Ges Cristo
ha amato i suoi discepoli che ha tolti dal mondo,
dalla corruzione; ma guardatevi dall'amarli come
amatori del mondo, di accompagnarvi ad essi e in-
trattenervi con loro, di accettarne le regole e di
imitarne l'esempio, poich tra costoro non regna
che corruzione. Eccone le tre fonti: a nel mondo
non esiste che concupiscenza della carne, concupi-
scenza degli occhi e orgoglio della vita, che son
tutte cose erronee, impermanenti, periture, che
perdono chi vi si attacca. Io lo credo, cos: lo
Spirito Santo che parla per bocca di un apostolo,
ma bisogna studiarsi di comprenderlo, per odiare il
mondo con maggiore intendimento.
Capitolo I1 - Che cos' la concupiscenza della carne:
quanto il coqo di peso all'anima.
La concupiscei~zadella carne in primo luogo
amore per i piaceri dei sensi, poich questi piaceri
ci legano al nostro corpo mortale, del quale S. Pao-
lo diceva: Me infelice, chi mi liberer da questo
corpo mortale ? n '' che ci rende suoi schiavi tanto
da indurlo a chiedersi: Chi me ne liberer? ,>,chi
mi affrancher dalla sua tiraiiiiia, chi ne spezzer i
legami, chi mi torr di dosso un giogo cos pesante?
Timidi sono i pensieri dei mortali n, e mediocri.
(C Instabili sono i nostri disegni, perch il corpo cor-

ruttibile di peso all'anima e la nostra dimora ter-


restre opprime la mente, che fatta per ben ragio-
nare, e la conoscenza medesima delle cose terrene
ci difficile. A malapena e con travaglio penetria-
mo ci che davanti ai nostri occhi: ma le cose che
son del cielo, chi di noi le penetrer? 13. I1 corpo
fiacca i nostri pensieri sublimi e ci lega alla terra,
mentre noi non dovremmo respirare che il cielo.
Questo peso ci opprime, ed questo I'ostacolo
che stato creato per tutti gli uomini dopo il pec-
>)

cato, il giogo che grava su tutti i figli d'Adamo dal


C(

giorno in cui sono usciti dal ventre materno fino a


quello in cui ritorneranno, con la sepoltura, alla
madre comune ,alla terra1" Pertanto l'amore che
si volge al piacere sensuale e che ci lega al corpo,
che per la sua caducit divenuto il giogo pi op-
primente che l'anima possa sopportare, la causa
pi manifesta della sua schiavit e delle sue debo-
lezze.
Capitolo 111 - Cos', secondo la Scrittura, la pesanta-
za del corpo, e come essa risieda nelk miserie e nelle
passioni che ci provengono da questa fonte.
Questo grave giogo che opprime i figli d'Adamo
non altro, come vedremo, che la diversa natura
delle infermit derivanti dalla loro carne mortale,
cos descritte nell'Ecclesiastico: (C Sono le inquietu-
dini, i terrori del cuore. continuamente agitato,
<C le invenzioni create dalle loro speranze fallaci ed

eccessive M e il giorno terribile N della morte .


Ogni sorta di mali viene riversata su tutti gli uomi-
ni, d a chi assiso sul trono fino a chi giace per
terra e nella polvere in povert, o nella cenere )),

nell'afflizione e nel dolore; d a chi rivestito di


porpora e porta la corona fino a chi indossa i pan-
ni pi grezzi. I1 furore, la gelosia, il tumulto delle
passioni, l'agitazione della mente, la paura della
morte, la collera e i lunghi tormenti che essa ci
causa con la sua pervicacia, le liti e i mali che ne
conseguono: tutto questo si diffonde ovunque.
Nel tempo del riposo, nel letto dove il sonno ri-
tempra le forze),, siamo sempre perseguitati dal
turbamento; i sogni della notte mutano i nostri
pensieri: per un breve momento gustiamo quel po-
co o nulla di riposo, e tosto, coi sogni, ci colgono
le stesse inquietudini del giorno. Siamo turbati dal-
le visioni della mente, come se avessimo appena
evitato i pericoli di una giornata di combattimento
e quando ci sentiamo pi sicuri, ci svegliamo di so-
prassalto, meravigliati di aver provato tanto terrore
senza ragione .Tutte queste angosce sono l'effetto
del corpo agitato e del sangue turbato, che invia i
suoi malsani vapori alla testa: perch tali agita-
zioni .,delle passioni come dei sogni, albergano
nella carne di tutti gli esseri, dall'uomo alla bestia,
e si ritrovano sette volte di pi nei peccatori, nei
quali alle consuete infermit della natura si unisco-
no i terrori della coscienza. A tutto ci bisogna ag-
giungere le morti violente, gli spargimenti di san-
gue, le contese, le spade, le oppressioni, le carestie,
le calamit e tutti gli altri flagelli divini. Tutto que-
sto., che originariamente non avrebbe dovuto tro-
varsi tra gli uomiiii, stato creato per punire i
malvagi, per colpa dei quali awenne il diluvio)). E
la fonte di tutti questi mali che tutto quanto
vien dalla terra ritorna alla terra, come le acque
vengono dal mare e vi fanno ritorno 15.
In breve, la caducit apparsa col peccato ha atti-
rato sul genere umano un'inondazione di mali,
un'infinita sequela di miserie donde hanno origine
le inquietudini e i turbamenti delle passioni che ci
tormentano, ci inducono in errore, ci accecano.
Noi, che nella nostra innocenza avremmo dovuto
essere simili agli angeli di Dio, siamo giunti a so-
migliare alle bestie e, come disse Davide, abbiamo
perduto l'onore originario della nostra natura:
Homo cum in honore esset, non intelbxit, comfiaratus
est jumentis insipientihs, et similis factus est illisn.
L'uomo che si trovava nell'onore , nella sua con-
dizione originaria, non comprese questo privile-
gio: egli s' uguagliato agli animali privi di intel-
letto, si reso simile a loro n'" Ripetiamo pi volte
questo versetto insieme al Salmista. Non deplorere-
mo mai abbastanza le miserie e le passioni inselisa-
te in cui ci getta il nostro corpo mortale; e ogni at-
taccamento ad esso, come la bramosia del piacere
sensuale, ci fa amare l'origine dei nostri mali e ci
lega allo stato di asservimento in cui ci troviamo.

Capitolo IV - Perch il nostro attaccamento ai piaceri


sensuali malvagio e vizioso.
Per conoscere ancora meglio il motivo per cui
San Giovanili ci mette in guardia contro gli alletta-
menti della concupisceiiza della earne, cio contro
l'attaccamento ai piaceri sensuali, bisogna com-
prendere come esso sia un male che vada estirpato
dentro di noi, un vizio da vincere, una malattia dal-
la quale necessario guarire. O le si cede e ci si
consegna completamente a questa violenta bramo-
sia del piacere sensuale, rendendosi in tal modo
colpevoli e schiavi della carne e del peccato, oppu-
re la si combatte, ci che non saremmo stati co-
stretti a fare se essa non fosse stata malvagia. E ci
che la rende manifestamente tale il fatto che ci
conduce al male, dal momento che ci porta a dei
terribili eccessi, all'ingordigia, all'ubriachezza e ad
ogni sorta d'intemperanza. La qual cosa fece dire a
San Paolo: I o so che il bene non dimora in me,
nella mia carne ,, 1 7 . E ancora: a Ritrovo in me una
legge. di ribellione, di intemperanza che mi fa
comprendere che quando mi ingegno di fare il
bene, il male che mi rimane attaccaton", che
profondamente insito in me. I1 male dunque den-
tro di noi, stranamente attorto alle nostre viscere,
sia che cediamo al richiamo dei piaceri dei sensi,
sia che lo combattiamo resistendo strenuamente;
poich, come dice Sant'Agostino, per non cadere
nell'eccesso, bisogna lottare il male fin dall'inizio,
e per evitare di consentire al male, di consumarlo,
bisogna resistere costantemente al desiderio, che
ne rappresenta l'inizio: Ut non j a t malum exceden-
di, resistendum est malo concu~iscendi.
Una prova tremenda di questa lotta a cui siaino
sottoposti il nostro bisogno di sostentarci col ci-
bo. Non contenta di costringerci a questo necessa-
rio sostentamento, col violento dolore della fame e
della sete e con le insopportabili debolezze che
l'accompagnai~o,la saggezza del Creatore ci spinge
maggiormente a questa prova attribuendo un certo
piacere alle funzioni del bere e del mangiare. Essa
ricolma di beni tutta la natura, mandando N, come
diceva San Paolo l', la pioggia ed il bel tempo, e
le stagioni che rendono feconda la terra e ogni sor-
ta di frutti, colmando di gioia i nostri cuori con un
cibo adeguato. E attraverso tutto ci, come dice
lo stesso San Paolo, a Dio rende testimonianza di se
stesso,,, della sua provvidenza e della sua paterna
bont, che nutre gli uomini e gli animali e salva gli
uni e gli altri nella maniera pi consona a ciascuno.
Ma gli uomini, ingrati e carnali, hanno fatto di
questo piacere un'occasione per legarsi al proprio
corpo piuttosto che a Dio che li ha creati e che non
ha mai cessato di sostentarli con mezzi cos piace-
voli. Essi sono attanagliati dal piacere del cibo:
piuttosto che mangiare per vivere, sembra che ,
come diceva un antico, e in seguito lo stesso
Sant'Agostino, a non vivano che per mangiare . E
persino coloro i quali sanno tenere a freno i loro
desideri e si recano a desinare spinti dalla necessit
naturale, sono ingannati dal piacere, impegnano le
loro viscere ben oltre il necessario e sono trascina- .
ti al di l dei giusti limiti. Essi si lasciano insensi-
bilmente conquistare dal loro appetito, credendo
di non aver mai soddisfatto interamente il loro bi-
sogno, tanto il cibo e le bevande stuzzicario il loro
palato. Cos, dice Saiit'Agostino, la cupidigia non sa
mai dove cessa la necessit: M Nescit cupiditas ubi fi-
nintur necessitnsn 'O.
Si tratta dunque di una malattia in cui il conta-
gio della carne si riproduce nello spirito, una ma-
lattia contro la quale non si deve cessare di com-
battere, n di cercare di porvi rimedio con la so-
briet, la temperanza, l'astinenza e il digiuno.
Ma chi oserebbe pensare ad altri eccessi che si
manifestano in maniera ben pi pericolosa in
un'altra sfera del piacere sensuale? Chi, dico, ose-
rebbe parlarne, chi oserebbe pensarci, dal momeii-
to che non se ne pu parlare se non senza pudore,
n pensarvi senza pericolo, pur biasimandoli? O
mio Dio, chi oserebbe, ancora una volta, parlare di
questa piaga profonda e vergognosa della natura,
di questa concupiscenza che lega l'anima al corpo
con dei lacci talmente teneri e violenti da cui ci si
distacca con tanto dolore, che causa dei disastri co-
s spaventevoli al genere umano? Sciagura, sciagu-
ra e ancora sciagura alla terra da cui continua-
mente si leva un fumo tanto denso, vapori cos ne-
ri che si innalzano da queste passioni tenebrose, s
da nasconderci il cielo e la luce, da cui si partono
altres i fulmini e gli strali della giustizia divina con-
tro la corruzione del genere umano !
Oh, con quanta ragione il casto apostolo amico
di Ges e figlio della Vergine madre sua, che lo
stesso Ges sempre immacolato gli ha dato per ma-
dre presso la croce gridava con tutte le sue forze ai
grandi e agli umili, ai giovani e ai vecchi, ai padri
e ai figli: Noli amate il mondo, n ci che nel
mondo, poich tutto quanto esiste al mondo con-
cupiscenza della carne , attaccamento per la fragi-
le e ingailiievole bellezza del corpo, sfrenata bra-
mosia per i piaceri sensuali, che corrompono in
ugual misura entrambi i sessi!
Dio mio, che con un giusto giudizio hai conse-
gnato la colpevole natura umana a questo principio
dell'incontinenza, con l'amore coniugale tu ci hai
preparato un rimedio, ma un rimedio che fa scor-
gere ancora meglio la grandezza del male, poich
all'uso di questo sacro rimedio si mescolano tanti
eccessi. Esso, il matrimonio, cio, un bene, un be-
ne immenso, poich un grande sacramento in
Ges Cristo e nella sua Chiesa e un simbolo della
loro unione indissolubile. Ma un bene che pre-
suppone un male di cui facciamo buon uso, vale a
dire che presuppone il male della concupiscenza,
di cui si fa buon uso dal momento che ce ne ser-
viamo per fare fruttificare la natura umana. Ma al
tempo stesso esso un bene che rimedia al male,
cio all'intemperanza, un rimedio ai suoi eccessi,
un freno alla sua licenza. Quanto travaglio per la
debole natura umana doversi mantenere entro i li-
miti del rapporto coniugale, espresso col contratto
matrimoniale! ci che fa dire a Sant'Agostino
non se ne trovano pi di quelli che conservano
una perpetua e inviolabile continenza, che vivono
nella legge della castit coniugale ; un amore disor-
dinato per la propria moglie nasconde sovente.,
secondo il Padre della Chiesa, la segreta tentazio-
ne di amare altre donne. Oh debolezza dell'uma-
nit miserabile, che non si deplorer mai abba-
stanza! Questa sregolatezza ha fatto dire allo stesso
San Paolo che M quelli che hanno moglie devono vi-
vere come se non l'avessero" e che, di conse-
guenza, le donne devono vivere come se non aves-
sero marito, vale a dire che gli uni e le altre non
devono essere troppo attaccati reciprocamente,
non devono dedicarsi ai piaceri dei sensi n ripor-
re in essi la propria felicit e farne i propri padro-
ni. ancora ci che fa dire a San Paolo che quelli
che sono nella carne, che vi sono immersi e sono
attaccati nel profondo del cuore ai piaceri, non
possono piacere a Dio : Qui in carne sunt, Deo pia-
cere non possunt N. un elogio della santa verginit,
e in base ad essa Sant'Agostino distingue tre stati
della vita umana in rapporto alla coiicupiscenza
della carne: gli sposi casti, che fanno buon uso di
questo male; gli intemperanti, che lo usano male e
infine quelli che praticano perpetuamente la conti-
nenza, che non lo usano affatto e non concedono
nulla alla bramosia del piacere dei sensi.
Diciamo allora con San Giovanni a tutti i fedeli
e a ciascuno a seconda dello stato in cui si trova:
Voi che vi date alla concupiscenza della carne,
smettete di farvene catturare, e voi che ne fate
buon uso in un casto matrimonio, non siatene at-
taccati e moderate i vostri desideri, e voi ancora,
che siete i pi coraggiosi e felici di tutti, non con-
cedetele nulla, disprezzatela risolutamente e persi-
stete in questa casta inclinazione che vi rende simi-
li agli angeli di Dio: tutti insieme sconfiggete que-
sta carne ribelle, la cui legge imperiosa che risiede
nelle nostre stessa membra ha fatto tanto gemere e
spargere lacrime a tutti i santi. Prendete esempio
da Sali Paolo,,fortificatevi coiitro la coiicupisceiiza
della carne coli i digiuni, mortificate la gola, fate s
che la vittoria sugli altri appetiti pi violeliti e pi
pericolosi sia resa pi facile.

Capitolo V - Come la concupiscenza della carne si


dvfonde i n tutto il coqbo e nei sensi.
Noli crediate che la concupiscenza della carne
coiisista soltaiito nelle passioiii di cui parleremo:
una radice awelenata che estende le sue ramifica-
zioni in tutte le direzioni e si diffonde in tutto il
corpo. La vista ne viene infettata, poich con gli
occhi che si comiiicia a ingerire il veleno del-
l'amore sensuale, ed perci che Giobbe dice:
((Avevostretto un patto coi miei occhi, per non po-
ter nemmeno pensare ad alcuna fanciulla22,che
San Pietro afferma che gli occhi degli impudichi
sono pieni &adulterio~'~,e che lo stesso Ges
Cristo proclama: Chiunque avr guardato una
donna per desiderarla, si gi contaminato con lei,
nel suo cuore '4.
Questo vizio degli occhi si distingue dalla concu-
piscenza degli occhi di cui parla San Giovanni nel
brano citato poich in questo caso, in cui gli occhi
si aprono per appagarsi della vista della bellezza
mortale o anche per deliziarsi nel guardarla ed es-
serne guardati, si dominati dalla coiicupiscenza
della carne. Le orecchie ne sono infettate quando,
a causa di colloqui pericolosi e di canti pieni di
mollezza, si accendono o si tengono deste le fiam-
me dell'amore impuro e di questa nostra segreta
disposizione alle gioie sensuali : poich l'anima,
una volta toccata da questi piaceri, perde la sua for-
za, indebolisce la sua ragione e si attacca ai sensi e
al corpo. Quella donna che nei Proverbi si vanta
dei profumi sparsi sul suo letto e del dolce aroma
che aleggia nella sua stanza per concludere subito
dopo: a Inebriamoci di piacere e godiamo del desi-
derio d'amore ,,' 5 , ben dimostra con le sue parole a
cosa portano i profumi, preparati per infiaccliire
l'anima, per attrarla verso i piaceri sensuali con
qualcosa che, pur senza avere immediatamente
l'apparenza di offendere il pudore, si fa accettare
con minor timore, disponendo tuttavia l'animo al
rilassamento e distogliendo l'attenzione da ci che
deve costituire la sua naturale occupazione.
I piaceri dei sensi si eccitano reciprocamente:
l'anima che ne gusta uno risale facilmente alla fon-
te che li produce tutti. Cos i piaceri pi innocen-
ti, se non sono tenuti costantemente sotto control-
lo, preparano ai pi colpevoli, e i pi piccoli fanno
presagire la gioia che si prover con i pi grandi e
risvegliano la concupiscenza. Vi pure una certa
mollezza e fiacchezza diffusa in tutto il corpo che,
facendo ricercare un po' di riposo nel sensibile, lo
risveglia e ne mantiene la vivacit. Noi amiamo il
nostro corpo con un attaccamento che ci fa di-
menticare la nostra anima e l'immagine di Dio
che porta impressa nel fondo. Non riusciamo a ri-
fiutarci nulla: la cura eccessiva della propria salu-
te vizia tutto il corpo, e questi vari sentimenti non
sono che delle derivazioni della coiicupiscenza del-
la carne.
Non mi stupisco, ahim, se San Bernardo paven-
tava nei suoi seguaci la perfetta salute: egli ben sa-
peva dove essa conduce, se non si sa mortificare il
proprio corpo come fa l'Apostolo, e ridurlo in ser-
vit con la penitenza, il digiuno, la preghiera e la
mente costantemente occupata. Le anime pudiche
fuggono l'ozio, l'incuria, la mollezza, l'eccessiva
sensibilit, Ie emozioni che infiacchiscono il cuore,
le lusinghe dei sensi, le squisitezze : tutto questo, da
cui San Giovanni ci mette in guardia, non altro
che il nutrimento della concupiscenza della carne
e ne alimenta il fuoco.

Capitolo VI - Cos' la carne del peccato di cui parla


San Paolo.
Queste inclinazioni malvagie della carne hanno
portato San Paolo a definirla carne del peccato 2 :
C

Dio, ha detto, h a inviato il suo Figliolo nella


carne somigliante alla carne del peccato n". Notate
dunque in Ges Cristo non la rassomiglianza della
carne in quanto tale, ma la rassomiglianza della car-
ne del peccato. La carne del peccato in noi, nelle
impronte del peccato che portiamo nella nostra
carne e nella tendenza a peccare che essa ci ispira
con l'attaccamento ai sensi. in Ges Cristo soltan-
to la carne somigliante alla carne del peccato n,
poich la sua carne virginale esente da ogni srego-
latezza che il peccato ha impresso nella nostra. La
sua dunque non la somiglianza della carne, poi-
ch la sua carne assolutamente reale, creata da
una donna e invero frutto del sangue di Abramo e
di Davide ; ci che importa non la somiglianza, ma
la vera natura della carne. Anche San Paolo gli attri-
buisce non la somiglianza della carne, ma la somi-
glianza della carne del peccato,,, cosicch, senza
avere le inclinazioni perverse di cui portiamo il se-
me nella nostra carne, egli ne ha assunto solamente
la corruttibilit e la caducit, vale a dire la sola pena
del peccato, senza averne colpa n alcuno dei desi-
deri malvagi che sono nella nostra.
Giudichiamo adesso con quanta ragione San
Giovanni ci raccomanda di aver in orrore il mon-
do, poich esso pieno della concupiscenza della
carne. Vi , nella nostra carne, una segreta disposi-
zione all'universale ribellione contro lo spirito : La
carne ha desideri opposti a quelli dello spirito n, co-
me dice San Paolo", vale a dire che l che si tro-
va il fondo, dopo la corruzione della nostra natura.
Come abbiamo visto, tutto nutre la concupiscenza,
tutto porta al peccato. Bisogna dunque odiarla co-
me si odia il peccato, che dov'essa vuol condurci.

Capitolo VI1 - Da dove ci viene la carne del peccato,


v a b a dire la concupiscenza della carne.
Quando San Paolo parlava della nostra carne co-
me della carne del peccato, sembrava che volesse
spiegarci queste parole del Salvatore: Tutto ci
che generato dalla carne carne e ci che na-
to dallo spirito spirito. Non meravigliatevi dun-
que se vi dico che voi dovete nascere di nuovo28.
Queste parole ci riportano alla primitiva istitu-
zione della nostra natura. ((Iddio ha fatto l'uomo
semplice v , dice il SaggioF', e questa semplicit con-
sisteva nel fatto che lo spirito era perfettamente sot-
tomesso a Dio, cos come il corpo era completa-
mente sottomesso allo spirito. Cos tutto era in or-
dine, ed quest'ordine che noi chiamiamo giusti-
zia e dirittura originarie. Poich non esisteva il pec-
cato nemmeno la pena esisteva, e per la inedesima
ragione non esisteva la morte, poich la morte era
stata stabilita come pena per il peccato. E ancor
meno esisteva la vergogna: Dio non aveva riposto
nel nostro corpo, come altres nella nostra anima,
nulla che non fosse buono, conveniente e onesto;
l'opera di Dio sussisteva nel suo intero: L'uno e
l'altra erano ignudi D, dice la ScritturaJo, m a non
ne avevano vergogna n.
Ma appena disobbedirono a Dio, essi si nascose-
ro: Ho sentito la tua voce nel giardino n, dice Ada-
mo, e mi son nascosto, perch ero nudo. E il Si-
gnore gli domand : Chi ti ha fatto conoscere che
eri nudo? Non hai forse mangiato del frutto che ti
avevo proibito di mangiare ? D 'l. I1 corpo cess di es-
sere sottomesso non appena lo spirito disubbid;
l'uomo non fu pi padrone dei suoi movimenti, e
la rivolta dei sensi fece conoscere all'uomo la pro-
pria nudit: I loro occhi allora si aprirono, essi si
coprirono facendosi delle cinture di foglie di fi-
co~''. La Scrittura non disdegna di sottolineare e
la forma e la materia del loro nuovo abbigliamen-
to per farci comprendere come non se ne rivestis-
sero per ripararsi dal freddo o dal caldo n dall'in-
clemenza degli elementi; vi era una causa pi se-
greta, che la Scrittura racchiude in queste parole
per risparmiare le orecchie e il pudore del genere
umano e per farci intendere, senza dirlo, dove
maggiormente venisse awertita la ribellione. Que-
sta cautela della Scrittura mette ancor pi allo sco-
perto la nostra vergogna, che sembra non voler sco-
prire per tema di confonderci troppo. Da allora,
per giusta punizione divina, le passioni della carne
sono divenute vittoriose e tiranniche; l'uomo si
immerso nei piaceri dei sensi, e invece di diveni-
re spirituale ailche nella carne grazie alla sua im-
mortalit e alla perfetta sottomissione del corpo al-
lo spirito egli, dice Saiit'Agostino, * divenuto car-
nale persino nello spirito : <C Qui futurus erat etiam
carne spiritalis, factus est mente carnalis". Si cadde
da un eccesso all'altro: l'uomo venne consegnato
interamente al male: I1 Signore vide che la mal-
vagit degli uomini era grande sulla terra e che tut-
ti i pensieri concepiti nel loro cuore erano rivolti
continuamente al male ),34.
Ma in che cosa si manifestava maggiormente
questa sregolatezza? Se andiamo all'origine, trove-
remo che l'occasione di tale forte espressione della
Scrittura e la causa di tanto disordine risulta chia-
ramente espressa dalle parole che precedono il bra-
n o succitato : I figli di Dio videro che le figlie de-
gli uomini erano belle e si unirono ad esse,)"" at-
tuando una nuova trasgressione al comandamento
di Dio che aveva voluto tenerli separati, temendo
che le figlie degli uomini trascinassero i suoi figli
nella corruzione. Tutto il disordine viene dalla car-
ne e dall'imperio dei sensi, che prevalgono sempre
sulla ragione. Tale disordine ha avuto inizio con i
nostri progeiiitori: siamo stati generati da loro, e
quell'ardore smisurato divenuto il principio della
nostra nascita e insieme della nostra corruzione,
per la quale siamo legati all'Adamo ribelle, all'Ada-
mo peccatore, per cui siamo macchiati in quello da
cui tutti discendiamo, nell'origiiie della nostra esi-
stenza. Le nostre insensate passioni iioii si manife-
stano improwisamente; il germe che tutte le pro-
duce iii noi fin dall'origiile della nostra vita, che
inizia cori i sensi. Vi qualcos'altro, nell'iiifanzia,
che non sia, per cos dire, carne e corpo?
Ma spingiamoci ancora oltre : nel serio materiio
ci ritroveremo in certo qual modo aiicor pi carne
e corpo e, fin dal momento del nostro coiicepi-
mento, dove non vi ancora alcun esercizio della
vista o dell'udito, che tra tutti i sensi sono quelli
che possono risvegliare in maggior misura la nostra
ragione, siamo privi di raziocinio e di intelligenza,
pura e semplice massa di carne senza alcuna cono-
scenza di noi stessi n alcun pensiero se non quel-
li strettamente connessi al movimento del sangue,
tanto che a malapena riusciamo a distinguerli.
dunque questo che fa dire al Salvatore che noi tut-
ti siamo carne, fintantoch nasciamo per mezzo
della carne. La ragione oppressa e come spenta
in quelli che ci hanno creato; all'inizio e durante i
primi anni della nostra esistenza non abbiamo la
minima facolt della ragione. Tutti i vizi comincia-
no a manifestarsi a poco a poco sin dal momento
stesso in cui appare la ragione, e quando si comin-
cia ad esercitarla con maggiore precisione, ecco
che cominciano a manifestarsi le grandi sregolatez-
ze della sensualit. Questa dunque ci che viene
chiamata la carne del peccato.
Abbaiidoiiati al corpo e tutti corpo fin dal con-
cepimento, questa prima impressione fa s che ne
rimaniamo per sempre schiavi. Quale sforzo sar
necessario affinch possiamo distinguere l'anima
dal corpo? Quanti ve ne sono tra noi di quelli che
iion riusciraniio mai a conoscere o a percepire que-
sta distinzioiie? E gli stessi che emergono in qual-
che misura da questa massa di carne separandone
l'anima no11 vi si ritufferebbero sempre come se
fosse un fatto naturale, se non si sforzassero conti-
nuamente di impedire alla loro immaginazione di
domiiiare, e non soltanto di dominare, ma anche
di fare tutto e addirittura di essere tutto dentro di
noi? Noi siamo dunque interamente corpo e non
saremmo mai altro che corpo se, con la grazia di
Ges Cristo, non rinascessimo in ispirito.
Vediamo cos' la natura umana in quella im-
mensa parte restante di popolazioni selvagge che
non pensano che al loro corpo e in cui, per cos di-
re, ci che vi di pi puro il respirare. E i popoli
pi civilizzati e pi educati escono per ci dalla car-
ne e dal sangue? Come potrebbero uscirne, se so-
no cos pochi i cristiani che ne escono? Come si in-
trattiene, di che cosa si occupa la nostra giovent
in quell'et in cui si ha obbrobrio del pudore? Co-
sa rimpiangono i vecchi, quando si lamentano dei
loro anni ormai trascorsi e cosa si augurano sempre
di poter rinnovellare, se avessero la giovent, se
non il piacere dei sensi? Cosa siamo dunque, se
non carne e sangue? E quanto dobbiamo odiare il
mondo e tutto ci che nel mondo, secondo I'in-
segnamento di San Giovanni per il quale: tutto
ci che esiste al mondo non che concupiscenza
della carne., giacch ci che egli dice talmente
vero !
Capitolo VI11 - Della concupiscenza degli occhi, e i n
primo luogo della curiosi@
La seconda cosa che nel mondo, secondo San
Giovanili, la coiicupiscenza degli occhi. Bisogna
iiiiiaiizi tutto distinguerla dalla coilcupiscenza della
carne, poich il proposito del santo qui quello di
farci scoprire uii'altra fonte di corruzione e un al-
tro vizio apparentemente pi sottile, ma in fondo
altrettanto grossolano e malvagio, che consta prin-
cipalmente di due aspetti, di cui l'uno il deside-
rio di vedere, sperimentare, conoscere: si tratta del-
la curiosit, in una parola, mentre l'altro il pia-
cere degli occhi, allorquando li si nutre di oggetti
di un certo splendore, capaci di abbagliarli o se-
durli.
I1 desiderio di sperimentare e di conoscere viene
chiamato coi~cupiscenzadegli occhi poich, di tut-
ti gli organi di senso, gli occhi sono quelli che am-
pliano maggiormente la nostra conoscenza. In que-
sta categoria sono in qualche modo compresi gli al-
tri sensi, e nell'uso che facciamo della lingua spes-
so sentire e vedere sono la medesima cosa. Non si
dice soltanto : Guardate com' bello D, ma anche :
Guardate come profuma questo fiore, com' mor-
bido al tocco quest'oggetto, com' piacevole da
ascoltare questa musica)). dunque per questo mo-
tivo che, dice Sant'Agostino, ogni curiosit si fa ri-
salire alla concupiscenza degli occhi ".
Inteso in tal senso, vale a dire nel senso di speri-
mentare, il desiderio di vedere ci rituffa nella con-
cupiscenza della carne, che ci fa cercare e immagi-
nare incessantemente nuovi piaceri e nuovi ingre-
dieiiti per stimolare la cupidigia. Ma questo desi-
derio pu intendersi in parecchi modi, giacch si
deve distinguere questa seconda concupiscenza dal-
la prima. Bisogna pertanto collocare in questa se-
conda categoria tutte quelle vane curiosit sugli ac-
cadimenti nel mondo, tutti quei segreti e intrighi
di diversa natura, le varie energie che falliio muo-
vere alcuni di quelli che nel mondo si dailiio tanta
briga, i disegni ambiziosi di altri, abilmente rivesti-
ti di belle intenzioni, spesso persino virtuose. O
mio Dio, come si pascono di tutto questo le anime
curiose, e perci vane e deboli! E cosa mai a p
prendereste che valga tanto la pena di essere co-
nosciuto? poi cos straordinario sapere ci che
muove gli uomini, qual' la causa delle loro illu-
sioni, dei loro sogni? Quale frutto ne trarreste da
queste curiose ricerche, quale beneficio vi procure-
rebbero, se non dei sospetti o dei giudizi ingiusti, e
una temibile materia di giudizio su voi stessi da par-
te di colui il quale dice: Non giudicate e non sa-
rete giudicati J7?
Tale curiosit si estende ai secoli passati pi re-
moti, da cui ci proviene quest'insaziabile curiosit
di conoscere la storia. Ci si trasporta con l'immagi-
nazione nelle corti dei re dell'antichit, si penetra-
no i segreti dei popoli antichi, ci s'immagina d'in-
tendere le deliberazioni del senato romano, le am-
biziose risoluzioni di Alessandro o di Cesare o le
raffinate trame politiche di Tiberio. E vada se si
tratta di ricavarne qualche esempio utile all'uma-
nit: si patisce e si trae soddisfazione, sempre che
questa ricerca sia stata condotta coi1 una certa mo-
derazione. Ma se si tratta, come si pu osservare
nella maggior parte dei casi, di curiosi che voglio-
no nutrire la loro immagiiiazione di oggetti vani,
cosa vi di pi inutile del soffermarsi a lungo sul-
le vicende di chi noil pi, dell'iiidagare sulle fol-
lie passate per la testa di un mortale, dell'evocare
con tanta precisione quelle immagini che Iddio
nella sua citt santa ha distrutto, quelle ombre che
ha dissipato, quegli adescamenti della vanit che
sono ripiombati da s in quel nulla da cui sono ve-
nuti? ((Figli degli uomini, fino a quando avrete il
cuore appesantito? Perch amate tanto la vanit e
vi dilettate a ricercare la menzogna? ".
In questa categoria della concupiscenza bisogna
annoverare ancora tutte quelle scienze infami, co-
me la divinazione mediante gli astri, i tratti del vi-
so, le linee della mano e cento altri mezzi altret-
tanto frivoli degli awenimenti della vita che Dio ha
sottomesso al particolare governo della sua prowi-
denza. Dedicarsi a queste scienze tanto vane e per-
niciose significa calpestare le prerogative divine, di-
struggere la fiducia con cui ci si deve abbandonare
alla sua volont, abituare lo spirito a nutrirsi di fri-
volezze invece che di ci che valido. Non ne-
cessario far notare come un eccesso ancora mag-
giore sia quello di cercare i mezzi per consultare i
demoni o di mettersi in diretto contatto con loro,
di apprendere i metodi di guarigione che si attua-
no con il loro ufficio mediante patti formali o taci-
ti con questi spiriti maligni. Oltre ad essere empie
e dettate da un'esecrabile superstizione, tutte que-
ste forme di curiosit sono anche il risultato della
debolezza di una mente inferma, cosicch si tratta
pi dello spegnersi della vera luce che di seguirne
di tanto false.
Questo per quanto concerne le scienze vane e
fallaci. Quanto a quelle vere, ci si dedica ancora
troppo ad esse, in maniera inopportuna o con pre-
giudizio degli obblighi pi importanti, come accade
a quelli che, quando giunto il momento di pre-
gare o di praticare la virt, si immergono nella sto-
ria, nella filosofia o in qualsiasi genere di lettura,
soprattutto se si tratta di novit, di romanzi, di com-
medie o di libri di poesia, lasciandosi talmente pos-
sedere dal desiderio di conoscere da non posseder-
si pi essi stessi. Poich tutto questo altro non se
non una forma d'intemperanza, una infermit, una
sregolatezza dello spirito, un inaridimento del cuo-
re, una miserabile schiavit che non ci lascia l'agio
di pensare a noi stessi e che fonte d'errore.
Si tratta, ancora un volta, dell'abbandonarsi a
quella concupiscenza tanto biasimata da San Gio-
vanni piuttosto che volgere i propri occhi curiosi al-
la ricerca del divino o dei misteri religiosi: .Non
cercate dice il Saggio, ci che si trova al di so-
)),

pra di voi ". E ancora : Chi si spinge troppo oltre


nel sondare i misteri della divina Maest sar
schiacciato dalla sua gloria))'0. E infine: Fate at-
tenzione a non voler essere troppo saggi, ma d'es-
serlo con sobriet e modera~ione,)~'. La fede e
l'umilt sono le sole guide da seguire. Quando ci si
lancia nell'abisso si perisce, e quanti si son perduti
nell'eccessiva meditazione sui misteri della prede-
stinazione e della grazia! Per poter ben pregare bi-
sogna conoscere il necessario e non di pi, e umi-
liarsi sinceramente; ci significa che bisogna rico-
iioscere che tutto il bene viene da Dio e tutto il ma-
le soltanto da noi. A che cosa serve cercare con cu-
riosit i mezzi per conciliare la nostra libert con i
decreti divini? Non forse sufficiente sapere che
Iddio che l'ha creata la sa muovere e dirigere sen-
za sopprimerla verso i suoi reconditi fini? Preghia-
molo dunque affinch ci guidi lungo la strada del-
la benedizione e si impadronisca dei nostri deside-
ri coi mezzi ch'egli conosce. alla sua scienza, e
non alla nostra, che dobbiamo abbandonarci. 111
questa vita tempo di credere, come nella vita fu-
tura tempo di vedere. Saper tutto, dice un Padre
della Chiesa, innanzi tutto sapere di non sapere:
Nihil ultra scire, omnia scire est D.
L'anima curiosa debole e vana; per la stessa ra-
gione verbosa, inconsistente e vuol semplicemen-
te ostentare un vano sapere che non si propone
d'istruire, ma d'abbagliare gli ignoranti.
Vi un'altra sorta di curiosit che una curio-
sit scialacquatrice. Non sono mai troppe le rarit,
i gioielli preziosi, le gemme, i quadri e i libri pre-
giati, che spesso non si ha nemmeno voglia di leg-
gere.
- Non che sollazzo e ostentazione. Curiosit
sciagurata, che spinge ad esagerare le spese e pro-
sciuga la sorgente delle elemosine ! Ma la si pu far
risalire al secondo genere di concupiscenza degli
occhi, di cui parleremo qui appresso.

Capitolo IX - Di ci che appaga gli occhi.


In questo secondo tipo di concupiscenza vengo-
no presi in considerazione gli occhi in senso lette-
rale, vale a dire in quanto occhi della carne. E in-
nanzi tutto senz'altro certo che ci che chiamia-
mo attaccamento del cuore o, pi in generale sen-
sibilit, incomincia dagli occhi; tale attaccamento
per appartiene, come abbiamo gi detto, alla con-
cupiscenza della carne, mentre noi dobbiamo ades-
so mettere in evidenza, come fa San Giovanni,
uil'altra sorta di concupiscenza. Diciamo dunque
insieme all'Apostolo a tutti i fedeli: M Non amate il
mondo)),n le sue pompe, le sue rappresentazioni
e il suo vano splendore, n tutto ci che d nell'oc-
chi0 e che abbaglia e seduce il vostro sguardo. I vo-
stri occhi sono viziati, non potete sopportare la mo-
destia n gli ornamenti dimessi; voi sfoggiate i vo-
stri lussuosi arredi, gli abiti sontuosi e i magnifici
palazzi. Cosa importa in quale misura awiene tutto
questo, se di per s grande o in proporzione a
quanto conviene alla vostra condizione ? Siccome
volete essere guardati, voi volete anche guardare e
nulla vi tocca, in voi stessi e negli altri, se non ci
che ostenta la magnificenza, ci che distingue dal
resto della gente. E cos' tutto questo, se non
ostentazione di abbondanza e desiderio di distin-
guersi per mezzo di cose vane? questo, e non la
magnificenza, ci che denota in voi la meschinit.
Chi alto non bada affatto a innalzarsi di statura
rialzando la propria calzatura. Ci che si prende in
prestito segno della povert, e il lustro che men-
dicate all'esterno mostra fin troppo chiaramente
quanto da voi stessi vi siate privati di ci che eleva.
Questa concupiscenza degli occhi va messa in re-
lazione all'amore per il denaro. Quando lo si guar-
da come uno strumento per acquistare altri beni,
dei piaceri, per esempio, o per farsi strada nella
societ e occupare un posto importante, non si
avari, si sensuali, ambiziosi. Avaro chi non osa
toccare il proprio denaro, chi ne soltanto il tri-
ste guardiano, chi sembra non riservarsi alcun di-
ritto se iion quello di conservarlo. Anche il Saggio
lo descrive con queste parole: L'avaro iion si sa-
zia del proprio denaro. Chi ama le ricchezze non
ne riceve alcun frutto. E a cosa serve tutto questo
denaro a chi lo possiede, se non a constatarlo con
i propri occhi? M ". I1 denaro per costui qualcosa
di sacro e non permette a nessuno di awiciiiarvi
le mani. Tutti i cuori appassionati abbelliscono con
la propria immaginazione l'oggetto della loro pas-
sione: cos l'avaro attribuisce all'oro e all'argento
che possiede un lustro che per natura non hanno.
Egli rimane abbagliato da questo falso splendore,
tanto che la luce del sole, che la vera gioia de-
gli occhi, non gli pare altrettanto bella. E a cosa
gli serve possedere ci che, rimanendo al di fuori
di lui, non pu riempirlo all'interno? Qual bene
gli deriva dal possesso di tanta ricchezza? Ecco il
motivo per cui il Saggio gli preferisce chi mangia
e beve e gode con gioia dei frutti del suo lavoro:
perch almeno si riempie lo stomaco e ingrassa il
suo corpo4! Ma le ricchezze non nutrono che gli
occhi, e altrettanto vale per le belle suppellettili, i
palazzi e tutti gli allettamenti della vanit. Voi non
ne siete proprietari che superficialmente, poich
per voi vederli tutto eppure, come se tutto ci
fosse un gran bene, non ne siete mai sazi. I1 golo-
so ha un appetito che pur sempre limitato, per
quanto sregolato possa essere, mentre l'ingordigia
degli occhi non mai paga, non ha, per cos di-
re, n fondo n argine. L'avaro <(noncessa di con-
sumarsi per l'inutile fatica e i suoi occhi, coiiti-
nua il Saggio, non sono mai sazi di ricchezze B"".
E coiitiiiua dicendo : L'inferno D, il sepolcro, la
morte .non sazia la sua avidit. e inghiotte tutto
senza soddisfarsi ; a allo stesso modo gli occhi de-
gli uomini sono insaziabili n 45.
E dunque non amate il mondo n ci che nel
mondo, poich tutto quel che esiste pieno di con-
cupiscenza degli occhi, tanto pi perniciosa quan-
to pi immensa e insaziabile. Non dite che i be-
ni di cui amate circondarvi vi appartengono; voi
non possedete nulla di vostro da cogliere, nulla di
cui impadronirvi; non sapete nemmeno per chi
conservate queste ricchezze. Esse vi sfuggono di
mano in mille modi diversi: ve le rubano, prendo-
no a fuoco e alla fine giunge irrimediabilmente la
morte e i vostri beni passano in maniera altrettan-
to precaria e illusoria nelle mani di uno sconosciu-
to che forse non sar nemmeno un vostro parente,
anzi che certamente non vi verr niente, anche se
fosse vostro figlio, giacch la morte non ha nulla di
suo e quel figlio per il quale avete lavorato tanto
non soltanto non potr esservi utile nel soggiorno
ultraterreno dove voi sarete, ma si ricorder a ma-
lapena dei suoi doveri verso di voi sulla terra, e ri-
terr di aver compiuto appieno il suo dovere filiale
se appena avr fatto vista di piangervi per qualche
giorno e si sar fregiato di quel brevissimo dolore.
E voi non vi chiedete mai: N Per chi lavoro? D. Per
chi, per u n successore di cui non so nemmeno se
sar savio o folle, e che magari dissiper tutte le
vostre fortune in un momento? Vi nulla di pi
vano ? ,esclama il Saggio'C Cosa vi di pi insen-
sato del tanto tormentarsi per nutrirsi di vento? A
che vi servono le tante fatiche e i mille crucci che
vi sono stati causati dalla preoccupazione di am-
massare e conservare tante ricchezze? Non porte-
rete nulla con voi, e uscirete dal mondo come vi
siete entrati, nudi e poveri D 47. Che cosa resta a que-
sto ricco scellerato dell'essersi abbigliato di porpo-
ra, dell'aver adornato la sua casa nella maniera pi
confacente a tanto lusso? Egli dimora nelle fiamme
eterne e i suoi tesori sono ora i tesori della collera
e della vendetta, accumulati per la sua grande va-
nit. Voi accumulate sopra di voi., dice San Pao-
lo, M dei tesori di ira per il giorno della vendetta* 48.
Quindi, ancora una volta, non amate il mondo,
non amatene la pompa e il vano splendore che
non fa che ingannare gli occhi; non amate gli spet-
tacoli n i teatri, che non si curano che di farvi pe-
netrare nelle altrui passioni e farvi provare interes-
se per le altrui vendette e folli amori. E quale pia-
cere potreste attingervi se non quello di risvegliare
il vostro? Perch versate lacrime sui malanni di chi
nutre amori sbagliati e ambizioni frustrate? Perch
uscite da questi spettacoli soddisfatti dall'appaga-
mento delle altrui passioni, se non perch voi stes-
si credete che si possa essere felici o infelici per co-
se del genere? Voi dunque dite insieme al mondo:
.Quelli che hanno questi beni sono felici, Bea-
tum dixerunt populum cui hec suntn. E com' possi-
bile che, nutrendo questo sentimento, voi possiate
dire : N Beati quelli il cui il Signore Iddio , Bea-
tus populus cujus Dominus Deus q u s m ?".
Se volete vedere uno spettacolo degno dei vostri
occhi, intonate con Davide il salmo: Io vedr i
tuoi cieli, che sono l'opera delle tue mani, la luna
e le stelle che vi hai poste n". Ascoltate Ges Cristo,
che vi dice: a Guardate i gigli dei campi, e quei fio-
ri che nascono al mattino e muoiono di sera; i11 ve-
rit vi dico che nemmeno Salomone in tutta la sua
gloria-, e con quel bel diadema con cui la madre
gli ha adornato il capo, non fu mai vestito tanto ric-
camente quanto uno di loro "'. Guardate i ricchi
))

tappeti di cui si ricopre la terra in primavera. Co-


me tutto diviene meschino a paragone di queste
magnifiche opere divine! Vi si vede la semplicit e
l'opulenza insieme, l'abbondanza, la profusione,
delle inesauribili ricchezze che non hanno apprez-
zato che una parola sola, che non sostengono che
una parola. Tante cose cos belle non si mostrano
n attirano il vostro sguardo se non per riportarlo
al loro autore, incomparabilmente pi bello. a Per-
ch gli uomini, rapiti dalla bellezza del sole e di tut-
ta la natura, ne sono stati talmente attirati da farne
degli dei e non hanno pensato a quanto dev'essere
tanto pi amabile colui che li ha creati e che l'au-
tore della bellezza ? D "'.
Se volete adornare con tutta la vostra cura qual-
cosa di degno, adornate il tempio di Dio e ripetete
ancora con Davide : Signore, ho amato la bellezza
e gli ornamenti della tua casa e la gloria del luogo
in cui dimori E conclude affermando: Non
perdere la mia anima con i peccatori-'*,poich io
ho amato i veri ornamenti e non mi sono lasciato
sedurre come costoro da un vano splendore.
Gli uomini sfoggiano le loro figlie, ne fanno
spettacolo di vanit e oggetto della pubblica cupi-
--
digia e le adornano come si fa di un tempio~"".
Essi recarlo a questi cadaveri abbelliti, a questi se-
polcri imbiancati gli ornamenti che dovrebbero a p
partenere soltanto al tempio di Dio, come se voles-
sero farli adorare al suo posto. Essi nutrono la pro-
pria e l'altrui vanit. Riempiono d'invidia le altre
fanciulle e gli uomini di bramosia, e tutto ci per
ingailiio e corruzione. O fedeli, o figli di Dio, di-
silludetevi di queste false concupiscenze. Perch
mutate in vanit le vostre necessit? Voi avete biso-
gno di un alloggio come necessaria difesa contro le
intemperie : una vostra debolezza; avete bisogno
di nutrimento per ricuperare le forze che andate
perdendo e dissipando continuamente, e questa
un'altra debolezza. Avete bisogno di un letto per ri-
posarvi quando siete stanchi e per abbandonarvi al
sonno che vi inibisce e vi ottunde la ragione: altra
deplorevole debolezza. Di tutte queste testimonian-
ze e di tutti questi monumenti della vostra debo-
lezza voi fate uno spettacolo per la vostra vanit, e
sembra che vogliate trionfare sull'infermit che vi
circonda da tutte le parti.
Mentre gli altri uomini s'inorgogliscono dei loro
bisogni e vogliono quasi adornarsi delle proprie mi-
serie per nascondersi a se stessi, almeno tu, o cri-
stiano, o discepolo della verit, ritira i tuoi occhi da
queste cose illusorie: nella tua tavola, invece di tut-
ti quegli allettamenti sontuosi, ama soltanto il ne-
cessario sostentamento per il corpo. Beati quelli
che, umilmente ritirati nella casa del Signore, si di-
lettano della nudit della loro celletta e del poco di
cui hanno bisogno in questa vita, che non che
un'ombra della morte, e non vedono che la pro-
pria infermit e il pesante giogo di cui il peccato li
ha gravati! Beate le vergini che si sono consacrate
a Dio, che noil vogliono pi essere uno spettacolo
per il mondo e che vorrebbero nascondersi a se
stesse sotto il sacro velo che le ricopre! Beata la
dolce costrizione fatta ai propri occhi per non ve-
dere le vanit, che ci fa dire con Davide: Disto-
glietevi, occhi miei, affinch non le veda! >> 5! Beati
quelli che, vivendo nel mondo secondo il loro sta-
to, come quel santo sovrano, non ne sono toccati,
quelli che vi passano senza attaccarvisi e che, come
dice San Paolo, usano di questo mondo come se
non ne usassero", che dicono come Ester che
porta il diadema: Tu sai, o Signore, quanto io di-
sprezzi questo segno d'orgoglio e tutto ci che pu
servire alla gloria degli empi, e che la tua serva non
gioisce se non in te, o Dio d'Israele ". Beati quel-
li che danno ascolto a questo precetto della legge:
Non vagate dietro i vostri pensieri e i vostri occhi,
contaminandovi con i diversi oggetti m, vale a dire
con la corruzione o, come dice il sacro testo, con
la fornicazione degli occhi : a Nec sequantur cogitatio-
nes suas, et oculos per res varias fomzicante~~.~'.
Beati in-
fine quelli che prestano orecchio a San Giovanni il
quale, compreso di tutto l'abominio connesso allo
sguardo, tanto di uno spirito curioso quanto di oc-
chi viziati dalla vanit, non cessa di proclamare:
Non amate il mondo, dove tutto illusione e
corruzione della concupiscenza degli occhi n !
Capitolo X - Del1 ella vita, che il terzo tipo
di concufiscenza biasimato da San Giovanni.
Bench la curiosit e l'osteiltazione, di cui parle-
reino, sembrano essere delle diramazioni dell'orgo-
glio, esse appartengono piuttosto alla vanit, che
qualcosa di pi esteriore e superficiale: tutto si ri-
duce all'osteiitazione, che abbiamo messo in r a p
porto con la concupiscenza degli occhi. La curio-
sitii noil ha altro fine che quello di fare ammirare
un sapere vano, col quale distinguersi dagli altri uo-
mini. L'ostentazione delle ricchezze deriva anch'es-
sa dalla medesima fonte, che non cerca altro che
un vano distinguersi. L'orgoglio una depravazio-
ne pi grave, per la quale l'uomo, abbandonato a
se stesso, per eccesso d'amor proprio si considera il
proprio dio. Essere superbi D, dice Sant'Agostino,
C

significa, abbandonando il bene e il principio co-


mune al quale dobbiamo essere tutti legati, non es-
ser altro che Dio, far di se stessi il proprio bene e
il proprio principio, owero il proprio autore n, vale
a dire farsi divinit di se stessi: N relicto communi, cui
omnes debent hmere, prinbpio, sibi ipsi $merz atque esse
principium '*.
, questo, il vizio che si insinuato nella profon-
dit delle nostre viscere con le parole del serpente
che ci ha detto, per mezzo di Eva: Voi diventere-
te come degli dei D" con le quali abbiamo inghiot-
tito quel veleno mortale nel momento stesso in cui
soccombevamo alla tentazione.
Ci penetrato fin dentro le midolla, e tutta l'ani-
ma nostra ne rimasta infettata. Ecco, in generale,
in che cosa consiste questa terza forma di concupi-
scenza, che San Giovanni chiama N orgoglio n, anzi
l'orgoglio della vita*, dal momento che tutta la vi-
ta ne viene corrotta; come il vizio principe da cui
pullulaiio tutti gli altri vizi. un vizio che si mani-
festa in tutte le nostre azioni. Ma ci che vi di pi
mortale, che esso il nutrimento pi segreto e
pi pericoloso del ilostro cuore.

Capitolo XI - Dell'amor proprio, che la radice del-


l 'orgoglio.
Per penetrare nella natura di un vizio cos dure-
vole bisogna andare all'origine del peccato e ram-
mentare le parole del Saggio: .Iddio ha fatto l'uo-
mo retto >>62. Tale rettitudine dell'uomo consisteva
nell'amare Dio con tutto il suo cuore, con tutta la
sua anima, con tutte le sue forze, con tutta la sua
intelligenza e il suo pensiero, amarlo d'un amore
puro e perfetto per amor suo, e amarsi in lui e per
lui. Ecco la rettitudine e la dirittura dell'anima, ec-
co l'ordine, ecco la giustizia. giusto dare amore a
chi amabile, dare un grande amore a chi mol-
to amabile, offrire il sommo e perfetto amore a chi
sommamente e perfettamente amabile e tutto
l'amore all'unico degno di essere amato, che rac-
coglie in s tutto ci che amabile e perfetto, tan-
to da non far guardare e amare se stessi se non at-
traverso di lui.
Tale dunque la rettitudine per cui l'uomo era
stato creato, ed anche ci che costituisce la bel-
lezza della creatura ragionevole, fatta a immagine
di Dio, essendo Dio la bont e la bellezza stesse, e
ci che fatto a sua immagine non pu non esse-
re bello. Una tal bellezza relativa a quella divina,
di cui l'immagine, e dipende interamente dal suo
principio che, di conseguenza, bisogna amare sol-
tanto d'un amore illimitato. Ma l'anima, vedendosi
bella, si compiaciuta in se stessa e s' acquietata
nella coiiteinplazione della sua magnificenza; in
quel momento ha cessato di riferirsi a Dio, ha di-
menticato la propria dipendenza, si prima ferina-
ta e poi s' consegnata a se stessa. Ingannata dalla
propria libert, che ha trovato tanto bella e dolce,
essa ne ha fatto una prova funesta: Sua in eternum
libertate deceptus n. Ma cercando d'essere libero fino
ad affrancarsi dall'impero di Dio e dalle leggi del-
la sua giustizia, l'uomo divenuto prigioniero del
proprio peccato.
Chi non ama Dio non ama altri che se stesso, ma
chi non ama che se stesso e si preoccupa unica-
mente della propria volont e del proprio piacere
non si sottomette pi al volere divino: restando sor-
di agli altrui bisogni non si soltanto ribelli verso
Dio, ma anche poco socievoli, scontrosi, ingiusti,
poco ragionevoli nei confronti del prossimo e desi-
derosi che tutto sia in funzione non soltanto dei
propri interessi ma persino dei propri capricci.
Dio giusto, e una delle leggi della sua giustizia
scritta nel libro della Sapienza e giustificata dalla
sua condotta nei confronti degli empi che chiun-
que pecchi contro di lui venga punito con ci stes-
so che lo ha fatto peccare : Per que peccat quis, per
hec et torquetur". Egli ha creato l'uomo ragione-
vole cosicch, cercando se stesso, esso sar la sua
propria pena e trover il suo supplizio l dove ha
rinvenuto la causa del suo errore. L'uomo dunque,
essendo divenuto peccatore e cercando se stesso,
diviene infelice trovandosi. Dio gli ha sottratto i
suoi doni non lasciaildogli altro che il fondo del
proprio essere, sicch diviene oggetto della sua giu-
stizia e soggetto su cui esercitare la sua vendetta.
Non rimane all'uomo nient'altro che ci che pu
avere senza Dio, cio l'errore, la menzogna, l'illu-
sione, il peccato, la sregolatezza delle sue passioni,
la rivolta contro la ragione, gli inganni delle sue
speranze, gli orrori della sua spaventosa disperazio-
ne, e ancora collere, gelosie e asprezze astiose con-
tro chi lo disturba nella sua ricerca del bene parti-
colare che ha preferito a quello generale, che nes-
suno ci pu togliere se non noi stessi, l'unico che
possa essere bastante per tutti.
Eccoci dunque raffigurati nelle nostre passioni e
nella nostra ignoranza, ed ecco il peccato e la pe-
na del peccato, e non soltanto al suo primo com-
parire, all'inizio, ma anche in seguito, nella consu-
mazione dell'inferno. Poich di l che nascono
quest'ira, questa disperazione, questo tarlo che ro-
de la coscienza e la fa rimordere e infine questo
pianto eterno tra le fiamme perenni: ecco cosa
emerge dal fondo del nostro crimine. Io appic-
cher un fuoco di mezzo a te che ti divori dice il
)),

santo Profeta, ~Producamignem de m d i o tui cui co-


medat te'*. Sono i nostri peccati che accendono il
fuoco della vendetta divina, da cui divampa il fuo-
co divoratore che penetra nell'anima imprimendo-
le un vivo e insopportabile dolore. Ecco cosa pro-
duce l'amore di s e come esso produce in noi il
peccato prima e poi il supplizio.
Capitolo XII - Contrap~osirionetra amor kroprio e
amor di Dio.
I contrari si ricoiioscono l'uno dall'altro: l'ingiu-
stizia dell'amor proprio si riconosce in contrasto
con la giustizia della carit, di cui il primo rappre-
senta l'alloiitailameiito e la privazione. Sant'Agosti-
no ne d questa definizione: La carit amor di
Dio fino al disprezzo di s , dice, mentre, al con-
trario, la cupidigia amor di s spinto fino al di-
sprezzo di Dio )>"+.Quando si afferma che l'amor di
Dio giunge fino al disprezzo di se stessi, si intende
dire fino al disprezzo di s in rapporto a Dio, com-
parandosi a lui. In tal senso, dubitare che si possa
disprezzare se stessi significherebbe dubitare dei
principi fondamentali della ragione e della giusti-
zia. I1 disprezzo l'opposto alla stima. Ma cosa si
pu stimare a paragone di Dio, o con che cosa lo
si pu paragonare, dal momento che egli colui
che e che il resto nulla di fronte a lui, ci che
fa dire al profeta: Davanti a Dio le nazioni non so-
no che una goccia d'acqua, un granello in una bi-
lancia e le pi estese contrade non sono che pol-
vere >)66. Non pu esservi niente di pi vile di tutto
questo, eppure la Scrittura, non contenta di que-
st'espressione, la trova ancora troppo degna per ci
che creato, e per esprimersi con correttezza e
precisione formula quest'altra definizione : Da-
vanti a Dio tutte le nazioni son come se non esi-
stessero; valgono per lui come nulla>)67.
E badate bene: non si parla di un uomo in par-
ticolare, ma di una nazione, di fronte alla quale
l'uomo non nulla. Ma questa stessa nazione non
altro che una goccia d'acqua, un granello, una vi-
le manciata di polvere. Non soltanto una nazione,
ma tutte le nazioni aiicor meno: sono nulla. Pi si
accumulano oggetti dei sensi, pi si disprezza ci
che si accumula con tanta cura. Se una nazione
non che una goccia d'acqua, cosa saranno mai
tutte le nazioni? Forse che saranno qualcosa di
pi? Nient'affatto: pi si accumulano cose create,
pi appaiono nulla.
Non bisogna dunque stupirsi che I'amor di Dio
giunga fino al disprezzo di s; non ci si pu di-
sprezzare se prima non ci si considera un nulla.
quindi giusto essere un nulla davanti a Dio e pro-
vare verso se stessi il massimo disprezzo. Non ci ri-
mane che ripetere con San Michele: Chi come
Dio?. Chi merita di essere paragonato a lui o di
essere nominato al suo cospetto? Egli colui che
,e la pienezza dell'essere in lui. Moltiplicate le
creature e aumentatene all'infinito le virt; si trat-
ter pur sempre, a ben guardarle di per s, di un
non essere. A cosa serve accumulare tanto non es-
sere? Cos'altro si potrebbe fare di tutto ci, se non
un non essere? Ama dunque Iddio, o uomo, come
il solo che , e porta l'amor di Dio fino al disprez-
zo di te stesso in quanto nulla.
Ma piuttosto che spingere l'amore di Dio fino al-
lo spregio di se stesso, come avrebbe dovuto, l'uo-
mo ha spinto l'amor di s fino allo spregio di Dio,
seguendo la propria volont fino a dimenticare
quella divina, fino a non curarsene in alcun modo,
fino a passarvi sopra e ad agire e trovar soddisfa-
zione indipendentemente da Dio e a non tenere in
alcun conto le sue proibizioni, anzi a comportarsi
come se non esistessero. In tal modo il nulla che
non tiene in alcun conto colui che e che, invece
di disprezzare se stesso per amor di Dio, e in ci sa-
rebbe la giustizia sovrana, sacrifica alla propria sod-
disfazione la gloria e la grandezza di Dio, l'unico a
possedere l'essere, sebbene l'uomo non sia che un
nulla, ci che il massimo dell'ingiustizia e del tra-
viamento.

Capitolo XIII - Quanto l'amw proprio indebolisce l'uomo.


Chi non tiene Iddio in alcuna considerazione ag-
giunge alla sua naturale nullit quella della propria
ingiustizia e del proprio traviamento. Non Dio
che lo degrada, ma egli stesso che si degrada da
s. Non toglie nulla a Dio ma toglie a se stesso il so-
stegno divino, la sua luce, la sua forza e la fonte di
tutto il proprio bene e diventa cieco, ignorante, de-
bole, impotente, ingiusto, malvagio, schiavo del pia-
cere e nemico della verit. Chi cerca qualcosa non
per se stessa ma per ci che di essa gli piace, non
mira alla verit. Prima ancora di esservi qualsiasi
cosa che piaccia o non piaccia ai nostri sensi, esiste
una verit che per natura il disfacimento del no-
stro spirito. Questa verit la nostra regola, ed da
questa verit, e non dai nostri piaceri, che devono
essere regolati i nostri desideri. Poich la verit
che, per cos dire, piace a Dio, Dio stesso, e ci
che piace a noi siamo noi stessi, che ci preferiamo
a Dio. Noi non possiamo nulla, ahim, dal mo-
mento che abbiamo considerato Dio un nulla, tra-
sgredendone la legge e agendo come se non esi-
stesse. Questo ci che hanno fatto i nostri proge-
iiitori, questa la tara ereditaria della nostra natu-
ra. I1 demonio ci dice, come ha gi detto loro:
Perch Iddio vi ha proibito questo frutto, cos bel-
lo per l'occhio e cos dolce al palato?. Cur pra-
cqbit vobis Deus Da allora il piacere ha assunto
ogni potere su di noi, e la minima lusinga dei sen-
si ha prevalso sull'autorit della verit.

Capitolo XIV - Ci che l'orgoglio aggiunge all'amor


proprio.
L'anima attaccata a se stessa e corrotta dall'amo-
re di s in certo qual modo superba e ribelle, poi-
ch trasgredisce la legge di Dio. Ma quando la si
trasgredisce perch si prostrati dal dolore, come
chi soccombe al male, o perch non si pu resiste-
re all'attrazione troppo violenta del piacere dei sen-
si, pi che di orgoglio si tratta di debolezza. L'or-
goglio di cui parliamo consiste in una certa falsa
forza che rende l'anima indocile e fiera, insoffe-
rente di qualsiasi costrizione e che, per un eccessi-
vo amore per la propria libert, aspira a quella sor-
ta d'indipendenza che fa provare un piacere parti-
colare a disobbedire e che irritata dalla proibi-
zione. quella funesta disposizione d'animo cos
spiegata da San Paolo: I1 peccato mi ha fatto er-
rare per mezzo della legge e con essa mi ha dato la
morte D @'; il peccato, cio, spiega Sant'Agostino, mi
ha fatto errare per mezzo di una falsa dolcezza,
t<falsa dulcedinen 'O, che mi ha fatto trasgredire il di-
vieto e con ci mi ha dato la morte poich, per una
strana infermit del mio volere, mi sono rivolto pi
volentieri a quei piaceri che la proibizione mi ren-
deva pi dolci: @ia quanto minus licet, tanto magzs
libet~.I11 tal modo la legge mi ha ucciso doppia-
mente, dal momento che ha portato al culmine il
peccato con la trasgressione espressa dal comanda-
mento, stimolando il desiderio con la troppo po-
tente attrattiva della proibizione : incentivo prohibi-
tionis, et cumulo prmaricationisN.
L'origine di un s grande male sta nel fatto che,
trasgredendo il divieto, noi usiamo della nostra li-
bert in una mailiera che ci induce in errore e che,
invece di far consistere la vera libert dell'uomo
nell'umile sottomissione della propria volont alla
sovrana volont divina, la riduciamo a fare la nostra
propria volont, ostentando modi indipendenti
contrari all'originaria istituzione della nostra natu-
ra, che non pu essere libera n felice che sotto il
dominio di Dio.
111 tal modo ci rendiamo liberi alla maniera de-
gli animali, che non hanno altra legge che quella
dei loro desideri, poich le loro passioni sono per
essi le leggi ispirate da Dio e dalla natura. Ma per
la creatura ragionevole, che ha un'altra natura e
un'altra legge impostale da Dio, la libert cosa
differente, consiste cio nel sottomettersi volonta-
riamente alla suprema ragione divina, di cui la pro-
pria non che un'emanazione. dunque per que-
sta creatura un grave difetto quello di dilettarsi a
scuotere questo beato giogo, a proposito del quale
Ges Cristo ha detto: a Il mio giogo soave e il mio
fardello leggero n 'l, a rendersi libera alla maniera
degli animali privi d'intelletto, com' espresso da
queste parole: L'uomo vano trascinato dal suo
orgoglio, e si crede nato libero alla maniera di un
giovane animale focoso ".))

A tale genere di orgoglio, che discende da una


libert indocile e irragionevole, bisogna ancora ag-
giungerne un altro, che quel che San Giovanni
vuol farci comprendere qui con maggior chiarezza
e che consiste nel nutrire dentro di s un certo
amore per la propria grandezza, fondata sull'idea
della propria eccellenza, che il vizio pi persi-
stente e al tempo stesso pi pericoloso per l'essere
ragionevole.

Capitolo XV - Descrizione della caduta dell'uomo, che


consiste principalmente nel suo orgoglio.
Non si comprender mai la caduta dell'uomo se
non si comprende la situazione in cui si trova l'ani-
ma dotata di discernimento e il posto che detiene
per natura tra quelli che vengono definiti i beni.
Vi dunque innanzi tutto il bene supremo, che
Dio, intorno al quale sono riunite tutte le virt e
nel quale regna la felicit della natura dotata di
giudizio. Vi sono in secondo luogo i beni inferiori,
owero gli oggetti sensibili e materiali, da cui l'ani-
ma dotata di discernimento pu sentirsi attratta.
Essa si mantiene nel mezzo tra questi due tipi di be-
ni potendo, mediante il libero arbitrio che le pro-
prio, elevarsi all'uno o abbassarsi all'altro dei due,
trovandosi in tal modo in uno stato intermedio tra
tutto ci che buono.
L'anima ragionevole dunque, per la sua condi-
zione, il supremo tra tutti i beni dopo Dio, infini-
tamente al di sotto di lui ma molto superiore a tut-
ti gli oggetti sensibili ai quali essa pu attaccarsi di-
staccandosi da Dio senza una caduta obbrobriosa.
Ma per cadere cos in basso bisogna necessaria-
mente che essa passi, per cos dire, per il mezzo,
cio attraverso se stessa: qui che si pu indivi-
duare senza difficolt il primo attaccamento. Poi-
ch al di sotto di Dio, al quale l'anima deve unirsi
per trovare la propria felicit, non trova nulla che
sia superiore a se stessa, che sia fatta a propria im-
magine, proprio qui ch'essa cade, come ha detto
Sant'Agostino con accenti di profonda verit quan-
do afferma che precipitando dall'alto e decaden-
do dalla condizione divina, l'uomo cade essenzial-
mente su se stesso 73. ECCOdunque che, perdendo
la propria forza, egli cade necessariamente ancora
pi in basso, l dove non pi possibile arrestarsi,
e i suoi desideri si disperdono tra gli oggetti sensi-
bili e inferiori di cui diventa schiavo poich lo di-
venta il suo corpo, il quale, assoggettato a sua volta
alle cose esteriori e inferiori, ne esso stesso di-
pendente e costretto a mendicare tra questi ogget-
ti i piaceri che ritornano ai sensi.
Tale dunque l'intero processo della caduta: a
somiglianza di un corso d'acqua che da una sor-
gente d'alta montagna scorre prima su un'alta roc-
cia dove, se cos si pu dire, si disperde all'iiifinito,
e si precipita fino al pi profondo degli abissi, l'ani-
ma dotata di ragione cade da Dio su se stessa e si
ritrova precipitata su ci che vi di pi basso.
Ecco un'immagine veritiera della caduta della
nostra natura. Noi ne percepiamo l'effetto finale in
questo corpo che ci prostra e nei piaceri sensuali
che ci awincono. Ci ritroviamo al di sotto di tutto
questo, e veramente schiavi di questa nostra natura
corporale, noi che eravamo nati per comaildarla.
Tanto irreparabile la iiostra caduta.
Ma dovevamo prima cadere su noi stessi perch,
coine quel corso d'acqua che si rovescia prima sul-
la roccia e scava profondamente nel punto in cui
cade, cos l'anima nostra, cadendo su se stessa, pro-
duce dentro di s una prima piaga profonda, l'im-
pronta della sua eccellenza, della sua grandezza,
poich vuol sempre persuadersi d'essere mirabile,
vuol pascersi dello spettacolo della propria perfe-
zione, che le appare sempre straordinaria, non ve-
dendo null'altro attorno a s se non la propria vo-
glia di assoggettare, da cui derivano l'ambizione, il
dominio, l'ingiustizia, l'invidia, n coglie in s nul-
la che non attribuisca a se stessa, da cui discende la
presunzione delle proprie forze. in tutto questo
che bisogna riconoscere la nascita di ci che si
chiama orgoglio.

Capitolo XVI - Gli effetti dell'orgoglio sono principal-


mente due. Dove si tratta del primo.
Da quanto si detto in precedenza comprendia-
mo come l'orgoglio o, come l'abbiamo definito,
l'amor proprio e l'idea della propria grandezza, ha
due effetti principali, di cui l'uno quello di voler
eccellere in ogni cosa al di sopra degli altri e l'al-
tro quello di attribuire a se stessi la propria ec-
cellenza.
Quanto al primo effetto, si potrebbe credere che
non lo si ritrovi che tra i sapienti o i ricchi e che
non esista affatto tra gli umili, usi al lavoro, alla po-
vert e alla dipendenza. Ma a guardare pi da pres-
so ci si accorge come questo vizio regni in tutte le
coiidizioni sociali, fino alla pi bassa; basti coiisi-
derare con quanta fatica vengano riconciliati gli
animi tra gli strati inferiori, allorquaiido scoppiano
delle liti o si iiiteiitaiio dei processi a causa di in-
giustizie, e come i cuori siaiio esulcerati all'esti-emo
e si sia disposti a spingere fino in fondo la veiidet-
ta, che il trionfo dell'orgoglio. Chi vede tutti i
giorni gli scatti d'ira con cui in parrocchia i conta-
dini si contendono i banchi e li sente dare libero
sfogo al loro riseiitimento fino al punto di dichia-
rare, senza prestare ascolto ad alcuna ragione n
cedere ad alcuna autorit, di non voler pi andare
in chiesa fino a quando i loro desideri non venga-
no soddisfatti, riconosce fin troppo bene in queste
anime meschine la piaga dell'orgoglio, la stessa che
fa scoppiare le guerre tra i popoli e spinge gli am-
biziosi a mestar tutto per farsi distinguere dagli al-
tri. Non c' bisogno di studiare a fondo la disposi-
zione d'animo di chi domina nelle parrocchie e si
attribuisce un primato e un ascendente sui compa-
gni di fede per riconoscere che l'orgoglio e il desi-
derio di primeggiare lo trasporta con la stessa foga
e con maggiore violenza degli altri uomini.
E per passare dalle anime pi grossolane alle pi
delicate, quante precauzioni si son dovute prende-
re nel corso delle elezioni, anche ecclesiastiche e
religiose, per evitare che le ambizioni, le trame, gli
intrighi, le sollecitazioni sotterranee, le promesse e
le pratiche pi criminali, i patti pi simoniaci e tut-
te le altre turpitudilli fin troppo note in materia
senza che, lungi dall'averli sradicati iiiteramente, ci
si possa vantare d'esser riusciti, forse, a far nient'al-
tro che nascondere o mitigare in qualche modo
questi mali. Sciagura, dunque, e infelicit alla terra
ammorbata da ogni parte dai veleni dell'orgoglio !
Ascoltiamo San Paolo, che ce ne fa osservare i
frutti con queste parole : I frutti della carne , di-
<C

ce, e in questo termine include l'orgoglio .sono le


inimicizie, le liti, le gelosie, le ire, le risse,,, tra le
quali bisogna comprendere le guerre, M le discor-
die, gli scismi, le eresie, le stte, le invidie, i suici-
di,,j4, causati per la maggior parte dalla vendetta,
figlia dell'orgoglio, e le maldicenze, con cui si con-
ficca un dente veleiioso come quello delle vipere
fin nella carne viva dell'altrui reputazione, che
come una seconda vita per il nostro prossimo. Que-
ste calamit del genere umano, che, ricoprono la
faccia della terra, sono altrettante creature n del-
l'orgoglio, tante ramificazioni che si dipartono da
questa radice awelenata.
Soffermiamoci un momento su ciascuno di que-
sti vizi, che San Paolo menziona soltanto, e vedre-
mo quant' esteso il dominio dell'orgoglio. Se ne
colgono gli eccessi estremi nelle guerre, nel loro
sanguinoso apparato, in tutte le loro funeste con-
seguenze, nelle devastazioni e nella desolazione
che provocano nel genere umano, poich spesso in
tutto ci non v' altro che l'appagamento della se-
te di dominio e di gloria di cui i primi capi
dell'umanit si sono inebriati. Le stte e le eresie ci
fanno scorgere ancor meglio questo spirito d'orgo-
glio, dal momento che soltanto questo che anima
coloro i quali, per aver fama tra gli uomini, li strap-
pano a Dio, a Ges Cristo e alla sua Chiesa per aver
dei discepoli che portano il loro nome. E se vo-
gliamo comprendere quanto sia perverso l'orgoglio
tra i vizi pi comuni, ci basti pensare soltanto per
un momento all'invidia e alla maldicenza, sua crea-
tura, per veder gli uomini pieni di veleno e di re-
ciproco odio, che mutano la lingua in un'arma of-
fensiva, che pi affilata d'una spada e che viene
scagliata pi lontano d'una freccia, per gettare
uii'ombra di desolazione su quel che ci si presenta
di fronte. Tutto questo dipende dal fatto che ogni
uomo, preso di s, vuol mettere tutto ai suoi piedi
e attribuirsi un'esecrabile superiorit, denigrando
con ci tutto il genere umano. Ecco il primo effet-
to dell'orgoglio, com'esso si mostra all'esterno.
L'orgoglio permea tutte le passioni e attribuisce
alle altre forme di concupiscenza pi grossolane e
carnali qualcosa che le esaspera. Osservate una
donna in tutta la sua superba bellezza, nella sua
ostentazione, nella sua apparenza: essa vuol vince-
re, vuol essere adorata come una dea dal genere
umano, lei per prima si rende questa forma di ado-
razione, l'idolo di se stessa e dopo essersi adora-
ta e ammirata fa in modo da sottomettere tutti al
suo dominio. Gezabele, catturata e vinta, s'immagi-
na ancora di disarmare il suo vincitore affaccian-
dosi imbellettata dalle sue finestre. Cleopatra crede
di avere negli occhi e in viso di che far crollare ai
suoi piedi i conquistatori e, usa a simili vittorie,
quando queste vengono a mancare non trova altro
soccorso che la morte. In tutti i secoli vi sono state
di queste rinomate bellezze, che il Saggio ci descri-
ve con queste parole : M Ella ha fatto soccombere un
infinito numero di uomini trafitti dalle sue fattez-
ze; tutte le sue ferite son mortali, e anche i pi for-
ti sono caduti sotto i suoi colpi: << Multos vulneratos
dejecit, et fortissimi quiqui interfect sunt ab ea,, 7.'. La
gloria si mescola in tal modo alla concupiscenza
della carne. Gli uomini, come le donne, si vantano
d'essere dei vincitori: una vergogna tra gli Assi-
ri che una donna scampi dalle mani di un uomo e
rida di lui D 7".
Quale nazione non pu dirsi assira, sotto questo
aspetto? Qual' il luogo ove queste riprovevoli vit-
torie non vengono glorificate? Dove mai non si ce-
lebrano questi insigni corruttori del pudore, che si
fanno un vanto di tendere delle trappole cos in-
fallibili che nessuna virt virginale pu sfuggire al-
le loro empie mani? La gloria si confonde dunque
col desiderio sensuale, e ci si immagina d'essere ec-
cellenti tanto nel farsi desiderare quanto nel cor-
rompere o, secondo la Scrittura, nell'umiliare il ses-
so debole.

Capitolo XVII - Orgogliosa debolezza delluomo che


ama gli elogi, paragonata a quella della donna che si
crede bella.
Mio Dio, lascia ch'io mi soffermi a considerare al
tuo cospetto la debolezza dell'orgoglio e il vano di-
letto ch'esso ci fa trarre dagli elogi. Cos', o Si-
gnore, l'elogio se non l'espressione di un giudizio
lusinghiero espresso dagli uomini su di noi? E se
tale giudizio e la sua espressione si propagano tra
gli uomini, se ne ha ci che si chiama gloria, vale
a dire un encomio celebre e pubblico. Ma, Signo-
re, se questi elogi sono falsi o ingiusti, quale erro-
re da parte mia il provarne tanto diletto, e se s e
no veri, donde mi viene quest'altro errore di ama-
re la verit meno della testimonianza che le vien re-
sa dagli uomini? Forse che, diffidando del mio stes-
so giudizio, voglio essere rafforzato nella stima che
ho di me stesso mediante la testimonianza altrui e
anzi, se possibile, di tutto il genere umano? E
che, la verit m' forse talmente ignota da farmi
desiderare di andare a cercarla nell'opinione al-
trui? Oppure si che conosco fin troppo bene le
mie debolezze e i miei difetti, di cui la mia co-
scienza la prima e inevitabile testimone, s da far-
mi preferire la vista di me stesso attraverso la testi-
monianza di quelli a cui, come in uno specchio
adulatore, io li nascondo con tanta cura? Quale
mediocrit !
Osservate la donna invaghita della sua effimera
bellezza, che si crea da s uno specchio adulatore
per correggere l'immagine delle sue carni rinsec-
chite e dei suoi lineamenti sciupati, o che fa dipin-
gere un quadro menzognero di ci ch'ella non
pi, figurandosi cos di riprendere ci che gli anni
le hanno tolto. Tale dunque la seduzione, a tale
debolezza portano l'elogio, la fama, la gloria. Que-
st'ultima, solitamente, non che uno specchio in
cui si fa apparire il falso con un certo lustro. Cos'
mai la gloria di Cesare o d'Alessandro, di questi
due idoli del mondo che tutti gli uomini sembrano
ancora voler portare alle vette delle cose umane
con il loro tributo di lodi e d'ammirazione, cos',
ripeto, la loro gloria se non un confuso ammasso di
virt fasulle e di vistosi vizi che, sostenuti da azioni
d'un malinteso vigore, dal momento che non arre-
ca che delle ingiustizie o, in ogni caso, dei risultati
perituri, si sono imposti al genere umano e hanno
abbacinato persino i saggi della terra, coinvolti essi
stessi in simili errori e trascinati da uguali passioni ?
Vanit delle vanit, tutto vanit, e pi l'orgoglio
s'immagina d'essere solidameilte fondato, pi va-
no e fallace.
Ma accompagnate infine l'elogio alla virt e alla
verit, come solitamente dovrebbe essere; quale er-
rore quello di non poter stimare la virt senza
l'encomio degli uomini! dunque di per se stessa
da tenersi in cos scarsa considerazione? Gli occhi
di Dio sono dunque cos poca cosa per gli uomini
virtuosi? E chi dunque li stimer, se i saggi non se
ne accontentano? E tuttavia io vedo Sant'Agosti-
no7', per esempio, un uomo cos grande e cos umi-
le, un uomo talmente convinto che non si debba
amare l'elogio che come un bene di chi loda, per
il quale la felicit consiste nel riconoscere la verit
e nel rendere giustizia alla virt; ebbene, io vedo
un uomo cos santo che, esaminandosi al cospetto
degli occhi di Dio si tormenta al pensiero di ama-
re forse le lodi per s piuttosto che per quelli che
gliele tributano, di voler forse essere amato dagli
uomini per altri motivi che non perch faccia loro
profitto, di essere, in una parola, superbo piuttosto
che virtuoso: talmente subdolo il male dell'orgo-
glio, tanto le nostre viscere ne sono intimamente
impregnate, tanto sottile e impercettibile il suo
apparato, tanto gli umili devono veramente temere
fino alla morte qualsiasi contaminazione dell'orgo-
glio, qualunque contagio del vizio che respiriamo
con l'aria del moiido e di cui portiamo la radice
dentro di noi.

Capitolo XVIII - Il bell'ingegno e il filosofo.


Parliamo adesso di un'altra specie d'orgoglio, di
uii'altra specie di debolezza. Se ne vedono tanti
che trascorrono la loro vita a toriiire un verso, a
polire un periodo, ad abbellire ci che non solo
inutile ma anche pericoloso, come il celebrare un
amore simulato o anche piacevole e a riempire
l'universo con le follie della loro giovinezza travia-
ta. Ciechi ammiratori delle loro opere, essi non
possono soffrire quelle degli altri, e s'ingegnano di
riscuotere l'approvazione per i loro versi tra i po-
tenti adulandoli ed elogiandone gli errori e le de-
bolezze. Se ottengono o immaginano d'ottenere il
plauso del loro pubblico, tronfi per il loro succes-
so, vano o immaginario che sia, costoro imparano
a riporre la loro felicit nelle voci confuse, nel bru-
sio che si diffonde per l'aria e si pongono nel no-
vero di quelli a cui il Profeta rivolge questo rim-
provero: Voi, che vi rallegrate per cose da nul-
la))7R. E se qualche critica giunge alle loro orecchie
essi, con apparente disdegno e autentica sofferen-
za, rendono giustizia a se stessi e bisogna che una
schiera d'amici prenda le loro difese, li aduli e li
rassicuri sul loro pubblico per evitare che si addo-
lorino. Attenti al giudizio del pubblico in cui il gu-
sto, intendendo con ci solitamente l'estro e l'umo-
re del momento, prevale sulla ragione, costoro non
si curano invece di quel giudizio severo in cui la ve-
rit condanner l'inutilit della loro vita, la vanit
dei loro sforzi, la meschinit delle loro adulazioni
e, nel contempo, il veleno delle loro satire morda-
ci o dei loro epigrammi pungenti, e pi ancora le
parole dolci e gli ornamenti che avranno riversato
sul veleno dei loro scritti, nemici della piet e del
pudore. Se poi il loro secolo non parr loro abba-
stanza favorevole alle loro follie, essi attenderanno
la giustizia dei posteri, troveranno cio bello e giu-
sto l'esser lodati tra gli uomini per delle opere che
otterranno la riprovazione della loro coscienza ol-
tre a quella di Dio, e che li avranno circondati del-
le fiamme d'un fuoco vendicatore. Quale inganno,
quale cecit, quale vano trionfo dell'orgoglio !
L'altra specie di orgogliosi sono i filosofi, che
condannano questi scritti vani. All'apparenza non
v' nulla di pi severo n di pi vero del giudizio
che Socrate, Platone o altri filosofi dietro il loro
esempio hanno dato delle opere dei poeti. Costoro
non hanno, essi dicono, ed quanto dice Platone,
alcun riguardo per la verit e si accontentano di di-
re le cose che piacciono: ecco perch nei loro ver-
si si trover il pro e il contro, sentenze mirabili a fa-
vore e contro la virt. I vizi vi saranno ugualmente
lodati e condannati, e purch lo si faccia con dei
bei versi, il loro lavoro pu dirsi compiuto. Trove-
remo nelle opere di Platone un florilegio di versi
d'Omero a favore e contro la verit e la virt: il
poeta non sembra curarsi delle conseguenze, e cre-
de d'aver soddisfatto le regole della sua arte a pat-
to di strappare al suo lettore la testimonianza che
il suo orecchio stato piacevolmente blandito, co-
me un pittore il quale, senza preoccuparsi d'aver
dipinto degli oggetti che portano al vizio, crede
d'aver compiuto ci che ci si attende dal suo pen-
nello dal momento che ha imitato la natura alla
perfezione. Ecco perch - questo ancora il ragio-
namento di Platone, per bocca di Socrate - quan-
do troviamo nei poeti delle grandi e nobili senten-
ze, non resta che da approfondire, da farli ragio-
nare su quanto hanno scritto, e si scoprir ch'essi
non le compreiidono. Perch?W , si chiede il filo-
sofo. Perch non si curano che di piacere, perch
non si son dati la pena di cercare la verit.
Vediamo come in Virgilio il vero e il falso siano
egualmente dispiegati. Egli trova che nella sua
Eneide l'esposizione delle idee platoniche sul pen-
siero e l'intelligenza che anima il mondo cadano a
proposito : ne far dei magnifici versi. Se converr
alla sua vena poetica e al fuoco che ne anima i mo-
vimenti descriver la massa degli atomi, che fortui-
tamente aggregati costituiscono i principi primi
della terra, dell'acqua, dell'aria e del fuoco, e ne
far sortire l'universo senza bisogno del soccorso
della mano divina per organizzarli; in un'egloga
sar epicureo e platonico in un poema eroico. Ha
accontentato l'orecchio, ha dispiegato il suo tem-
peramento, la musicalit dei suoi versi, la vivacit
delle sue espressioni: tanto basta alla poesia, la ve-
rit non necessaria.
Anche i poeti e i begli ingegni cristiani hanno lo
stesso atteggiamento; la religione entra nel disegno
e nella composizione delle loro opere quanto in
quelle dei pagani. Quello ha l'ispirazione di ripro-
vare le donne, e non si preoccupa se con ci con-
danna il matrimonio e ne allontana quelli per cui
stato dato come rimedio: purch sia fatto con dei
bei versi, egli sacrifica il pudore muliebre al pro-
prio umore satirico ed soddisfatto soltanto quan-
do riesce a creare delle belle immagini di azioni,
sovente indegne. Quell'altro riterr molto bello di-
sprezzare l'uomo, le sue vanit e le sue pompe; pe-
rorer contro di lui la causa delle bestie e attac-
cher nella sua forma perfino la ragione, senza cu-
rarsi di disprezzare in tal modo l'immagine di Dio,
di cui portiamo ancora impressi tanto vivamente
dei residui nella nostra caduta, che sono tanto feli-
cemente rinnovellati con la nostra rigenerazione.
Queste grandi verit non sono nulla per lui ; egli, al
contrario, le nasconde di proposito ai suoi lettori,
perch spezzerebbero il corso delle false e perni-
ciose giocosit.
- Tanto ci si allontana dalla verit
quando si coltivano le arti a cui la consuetudine e
l'errore non offrono nella loro pratica altro ogget-
to che il piacere.
I1 filosofo, incoronato e con un ramo d'alloro in
mano, biasima questi artifici e li bandisce dalla sua
repubblica. Ma forse pi serio questo filosofo,
che avendo conosciuto Dio non lo riconosce come
tale, che non osa annunciare al popolo la pi im-
portante delle verit, che si unisce ad esso nell'ado-
razione degli idoli e sacrifica la verit alla consue-
tudine? Costui uguale agli altri i quali, gonfi
d'orgoglio per la loro vana filosofia, siano essi dei
fisici, dei geometri o degli astronomi, si credono di
eccellere in ogni cosa e sottomettono al loro giudi-
zio gli oracoli che Dio ha inviato al mondo per ri-
sanarlo. La semplicit della Scrittura causer allora
un estremo disgusto alla loro mente occupata in al-
tri pensieri; tanto pi essi sembrano awicinarsi a
Dio per intelligenza, tanto pi se ne allontanano
per orgoglio : Quantum popinquaverunt intelligen-
t i ~ ,tantum superbia recesserunt~,dice Sai~t'Agosti-
noi? Ecco ci che produce nell'uomo la filosofia,
allorquaildo non sottomessa alla saggezza divina:
non generer che superbi e increduli.

Capitolo XIX - Della il mirabile modo in cui


Dio punisce l'orgoglio concedendo ci che esso chiede.
Mio Dio, in qual modo mirabile punisci l'orgo-
glio degli uomini ! La gloria il bene sovrano ch'es-
si si propongono d'ottenere e tu, Signore Iddio, co-
me li punisci? Forse togliendo loro quella gloria di
cui sono avidi? Talvolta, poich sei il loro maestro,
la concedi o la togli a tuo piacimento, a seconda di
come volgi la loro mente. Ma per mostrare quanto
essa sia non soltanto vana ma anche fallace e scia-
gurata, molto spesso la concedi a quelli che la chie-
dono e ne fai il loro supplizio.
Cosa mai desiderava quel grande conquistatore
che rovesci il trono pi augusto dell'Asia e di tut-
to il mondo se non di far parlare di s, cio di aver
gran rinomanza tra gli uomini ? a Cosa bisogna fare
per far parlare di s gli ateniesi?., si chiedeva co-
stui. Egli riconosceva da s la vanit della gloria che
andava ricercando con tanto ardore, ma vi era tra-
scinato da una sorta di smania che si era impadro-
nita di lui. E cosa fa Iddio per punirlo, se non con-
segnarlo all'illusione del suo cuore e concedergli
con tanta pi dovizia di quanto non avesse mai po-
tuto immaginare quella gloria la cui sete lo tor-
mentava? Non furono soltanto gli ateniesi a parla-
re di lui: tutto il mondo stato dominato dalla sua
passione e l'universo intero, stupefatto, gli ha ac-
cordato pi gloria di quanta non avesse mai osato
sperare. I1 suo nome divenuto grande in Oriente
come in Occidente, e i barbari come i greci I'am-
mirano. Lungi dal rifiutare la gloria alla propria
ambizione, egli- ne stato colmato da Dio, ne sta-
to appagato fino alla nausea, se n' inebriato per-
ch ne ha bevuto pi di quanto potesse sopportar-
ne. O mio Dio, qual bene mai quello che prodi-
ghi agli uomini che hai abbandonato a se stessi,
che hai scacciato dal tuo regno!
E a proposito della gloria della mente eletta, chi
pu sperare d'ottenerne altrettanta, nel corso della
propria vita o dopo la morte, di Omero, di Teocri-
to, di Anacreonte, di Cicerone, d'Orazio o di Vir-
gilio? Si sono resi loro degli onori straordinari
mentr'erano al mondo e sono stati dei modelli qua-
si idolatrati per i posteri; la follia dell'elogio ar-
rivata al punto di erigere dei templi in loro onore,
e chi non si spinto fino a questo punto non ha
trascurato di adorarli a modo proprio, come delle
divinit al di sopra della condizione umana. E cosa
hai detto nel tuo Vangelo della gloria che costoro
hanno ricevuto e ricevono continuamente per boc-
ca di tutti gli uomini? Hai detto: In verit vi dico,
C

essi hanno ricevuto la loro ricompensa n .O'


O verit, giustizia e saggezza eterne che pesate
tutto con la vostra bilancia e attribuite un premio
ad ogni cosa buona: per piccola che sia, voi avete
pronta una ricompensa adeguata a quell'ingegilo
che si manifesta nelle azioni di chi viene chiamato
eroe e negli scritti di quelli che vengono detti gran-
di scrittori! Li avete ricompensati e nel contempo
puniti: li avete saziati di vento e, enfi di tanta glo-
ria, li avete, per cos dire, fatti scoppiare. Quanto
hanno dovuto penare questi grandi scrittori per
trarre dalla mente le parole dei loro poemi ! E que-
gli, stupito del lungo e prodigioso travaglio della
sua Eneide, il cui scopo era dopotutto quello di lu-
singare il ceto dominante e la famiglia reale, con-
fessa in una sua lettera di essersi impegnato in
quell'opera per una specie di mania, pene vitio
mentisn. La loro coscienza li rimprovera di essersi
dati troppa pena per nulla poich, in fin dei conti,
l'avevano fatto per farsi lodare.
Quanto studio e applicazione, quante ricerche
minuziose, quanta accuratezza, quanto sapere,
quanta filosofia e penetrazione bisogna sacrificare a
questa vanit! Dio condanna tutto questo, e nel
contempo lo soddisfa, per lasciare agli uomini un
monumento imperituro del suo disprezzo di questa
gloria tanto agognata da chi non la conosce, ac-
cordandone pi di quanta non se ne chieda. Ecco
come si esprime SantlAgostino a proposito di que-
sti eroi, di questi conquistatori, di questi idoli d'un
mondo specioso, di questi grandi uomini di ogni
sorta tanto rinomati dal genere umano, elevati alle
pi alte vette della reputazione a cui si possa giun-
gere i quali, vani, hanno ricevuto una ricompensa
degna tanto della loro vanit quanto dei loro dise-
gni : a Perceperunt mercedern suam, vani vanamm81.
Capitolo XX - Errore ancora pi grande di quelli che
volgono a propria gloria le opere che appartengono al-
la vera virtu.
Ma costoro non sono quelli che vengono mag-
giormente ingannati dalla gloria; ancor pi vano e
ingannato dal proprio orgoglio chi sacrifica alla
gloria non delle cose vane, ma quelle loro opere
che avrebbero dovuto essere prodotte dalla virt.
Tali sono a coloro che fanno delle buone azioni per
essere glorificati dagli uomini n, quelli che M suona-
no la tromba davanti a s quando fanno l'elemosi-
n a ~ che
, fanno mostra di pregare agli angoli del-
le strade e di radunare la gente attorno a s, che
vogliono rendere pubblici i loro digiuni e farli tra-
pelare dal pallore del volto R2.
Appartengono a questa categoria quelli che tra i
pagani, tra i giudei o, massima cecit, tra i cristiani
sono stati giusti, equi, clementi, temperanti soltan-
to per farsi ammirare dagli uomini. E tutti hanno
ricevuto la loro ricompensa e sono stati puniti
molto pi severamente di quelli che si sono appli-
cati a cose vane per ottenere la gloria, poich pi
le opere che ostentano sono in s concrete, pi
ingiusto e indegno sacrificarle all'orgoglio e consi-
derare s poca cosa la virt da non degnarsi di ri-
cercarla che per esserne lodati dagli uomini, come
se non fosse sufficiente la lode di Dio.

Capitolo XXI - @elli che nella pratica deUa virtu


non cercano la gloria del mondo ma si riconoscono da
se stessi la loro gloria, sono pi in errore degli altri.
Mio Dio, verit eterna che illumini ogni uomo
che viene sulla terra, tu mi riveli con la tua luce
uii'altra e pi pericolosa seduzione, un altro in-
ganno della mente umana in coloro i quali si ele-
vano, secondo loro, al di sopra della gloria monda-
na e si ammirano segretamente, facendo di se stes-
si il proprio idolo e il proprio dio e pascendosi del
pensiero della loro virt, che ritengono essere il
frutto delle proprie azioni e che, in breve, s'attri-
buiscono !
Tali erano quelli tra i pagani che dicevano : Che
Dio mi dia la bellezza e la ricchezza; io, dal canto
mio, mi dar la virt e uno spirito equanime e c e
stante n ; con ci essi si iiiiialzavano in certo qual
modo al di sopra del loro stesso Dio, dal momento
che affermavano che egli era per sua natura sag-
gio e virtuoso, mentre essi lo erano per la loro abi-
l i t ~ .Credevano, cos pensando, di mettersi al di
sopra degli uomini e delle loro lusinghe: come se
essi stessi, che tanto si lodavano e si ammiravano,
non fossero uomini, come se le lodi che si rivolge-
vano in segreto non fossero delle lusinghe umane
e tutto questo non significasse servire la creatura
piuttosto che il Creatore, giacch anch'essi erano
senz'altro delle creature, e delle creature tanto pi
deboli e dedite all'orgoglio quanto pi questo era
all'apparenza affinato e indipendente dalla vanit
mondana. Se invece erano affrancati, semmai lo
erano veramente, dal giogo della dipendenza delle
opinioni e delle lodi altrui, riponevano la loro feli-
cit in se stessi e avevano come unico oggetto del-
la loro ammirazione la propria virt, considerata
come una loro opera e, al tempo stesso, la pi
bell'opera della ragione.
Quale superbia, mio Dio, e quale orgoglio gros-
solano celato sotto apparenze pi delicate in que-
sto riposare in se stessi! Quanta pomposit e gelo-
sia, quanto disdegno e spregio verso gli altri uomi-
ni! In realt essi non facevaiio che compatirli, co-
me si fa coi ciechi, e deplorare il loro errore, ri-
servando a se stessi tutta l'ammirazione. Tale era
quel fariseo che nella sua preghiera si rivolgeva a
Dio con queste parole: Io non sono come gli al-
tri uomini, che sono rapaci, ingiusti, impudichi,
com' anche questo pubblicano >> ". Se costui appli-
cava il suo disprezzo universale per il genere uma-
no a quell'uomo, era soltanto perch questi era il
primo ad avere davanti agli occhi; semmai se ne
fosse presentato un altro sarebbe stato lo stesso; ta-
le disprezzo era frutto della sua cieca ammirazione
per se stesso. E vero che sembrava attribuire a Dio
le virt di cui si credeva ricoperto, poich, metten-
dosi al di sopra del genere umano, egli diceva a
Dio: Io ti ringrazio e sembrava riconoscerlo
quale l'autore di tutto il bene ch'egli lodava in s,
ma se fosse stato uno di quelli che dicevano since-
ramente, come Davide: La mia anima sar lodata
nel Signore85,non contento di ringraziarlo, egli
avrebbe riconosciuto il suo bisogno e gli avrebbe
fatto qualche richiesta. Non si sarebbe considerato
un perfetto virtuoso, che non aveva alcun bisogno
di correggere i propri difetti ma soltanto di ringra-
ziare per i propri pregi, e infine non si sarebbe cre-
duto il solo ad essere riguardato da Dio e onorato
dei suoi doni.
Quando dunque egli diceva a Dio: Io ti ringra-
z i o ~nella
, sua bocca era una formula di preghiera
pi che un atto di sincera umilt del cuore, e
chiunque fosse penetrato nelle profondit di que-
sto cuore volto tutto a se stesso, vi avrebbe scoper-
to che rendendo grazie a Dio per i propri pregi,
nel profondo non faceva che ringraziare se stesso
per essersi attirato il dono divino ed essersi reso de-
gno d'aver fatto s che l'occhio di Dio si fosse po-
sato su di s. Donde egli ricadeva inevitabilmente
nella maledizione del profeta: .Maledetto l'uomo
che confida iiell'uomo e che si fa un braccio della
carnev8" perch confidando in se stesso egli si fa
uomo di carne, uomo debole, cio, che ripone in
s la sua fiducia, la sua forza e la sua virt. I1 suo
errore , prosegue il profeta, di distogliere il suo
cuore da Dio per porlo in s e nella propria virt:
Maledictus homo qui conjdit in homine, et ponit car-
nem brachium suum, et a Domino recedit cor ejusn.

Capitolo XXII - Se il cristiano ben istruito nei pre-


cetti della fede pu temere di cadere in questa sorta
d 'orgoglio.
Ecco dunque cos'erano i farisei e cos'era la loro
giustizia, piena di s e dei propri meriti. Essi si con-
sideravano i soli degni del dono di Dio, e poich si
ritenevano fatti d'altra natura e d'altra materia,
d'altro fango del resto dell'umanit, la escludevano
dalla grazia divina, non potendo sopportare che il
Vangelo venisse annunciato ai gentili n che si lo-
dassero altri uomini all'infuori di se stessi. questa
la loro falsa e abominevole giustizia, aborrita da
San Paolo in tante occasioni. Questa specie di giu-
stizia, cos chiaramente riprovata dal Vangelo, non
dovrebbe aver spazio tra i cristiani.
Ma gli uomini corrompoiio ogni cosa e abusano
del Cristianesimo come degli altri doni divini; al-
cuni eretici, come i pelagiaiii, credevano di dovere
a se stessi la loro salvezza, altri ritenevano invece di
avere l'umilt indispensabile al cristiailo e di ren-
dere a Dio tutta la gloria che gli era dovuta per il
fatto di attribuirsene solo una parte.
Ma il vero cristiano, come quel San Cipriano tan-
to lodato da SantYAgostinoper questa massima, di-
ce che a bisogna attribuire non una parte, ma tutta
la salvezza a Dio, e non gloriarsi mai di nulla, per-
ch nulla viene da noi stessi.''. Questa frase trat-
ta da San Paolo, la cui dottrina porta tutta a con-
cludere non che chi si gloria possa gloriarsi almeno
in parte in se stesso, ma che non ci si deve gloriare
affatto di se stessi ma di Dio, e di Dio soltanto.

Capitolo XXIII - Come accade che i cristiani si com-


piacciano in se stessi.
questa, dunque, la giustizia cristiana, opposta a
quella giustizia giudaica e farisaica che San Paolo
chiama la propria giustizia >>m, vale a dire quella
che si trova in se stessi e non in Dio. Noi cadiamo
in questa falsa giustizia o per errore manifesto,
quando crediamo, contrariamente alla dottrina di
San Paolo, d'aver qualcosa, per poco che sia, non
foss'altro che un M pensiero. fugace o il pi labile
dei desideri di nostro, proveniente da noi D '"op-
pure vi cadiamo non per un errore dello spirito,
ma per un certo attaccamento o compiacimento
del cuore. Poich all'infuori di Dio non v' nulla di
pi bello e di pi somigliante a Dio della creatura
dotata di ragione, santificata dalla sua grazia divina
e ad essa sottomessa, ricolma dei suoi doni, che vi-
ve secondo ragione e secondo i precetti divini, che
fa buon uso del suo libero arbitrio, l'anima che ve-
de o crede di vedere questa bellezza in s, che seii-
te di fare il bene e vi si lega con tutto l'amore sin-
cero di cui capace, toccata da uno spettacolo co-
s bello si ferma ad esso e vede un bene cos graii-
de come iiisito dentro di s piuttosto che come un
bene proveniente da Dio. In tal modo l'anima, in-
sensibilmente, dimentica che Dio ne il principio
e l'attribuisce invece a se stessa, la qual cosa in ef-
fetti tanto pi verosimile dal momento che vi coii-
corre col suo libero arbitrio.
Poich grazie al suo libero arbitrio che l'anima
crede, spera, ama, che acconsente alla grazia, che
la chiede e quindi, poich il bene che fa in qual-
che modo le proprio, se ne appropria e se l'at-
tribuisce, senza curarsi del fatto che tutte le buone
azioni dettate dal libero arbitrio sono preannuncia-
te, preordinate, dirette, stimolate e salvaguardate
dall'operato proprio e particolare di Dio. Dio che
ci fa fare, nella maniera ch'egli sa, tutto il bene che
facciamo e che ci d la facolt di fare buon uso del-
la nostra libert, che opera sua come lo il suo
buon esercizio, cosicch non v' nulla di ci che
maggiormente dipende da noi che non si debba
chiedere a Dio e di cui non lo si debba ringraziare.
L'anima dimentica tutto questo per quel fondo
d'attaccamento che ha in se stessa, per la sua incli-
nazione ad appropriarsi di tutto il bene che possie-
de, sebbene le provenga da Dio, e preferisce occu-
parsi di s che lo possiede piuttosto che di Dio che
lo disperisa o, se gliel'attribuisce, alla maniera di
quel fariseo che dice a Dio: Io ti ringrazio ),e che
si attribuisce i ringraziamenti. E semmai fa di me-
glio di quel fariseo, che si accontenta di ringrazia-
re senza domandare nulla, e chiede invece soccor-
so a Dio, essa si ascrive anche questo e se ne com-
piace o, se non se ne compiace, si compiace persi-
no di non compiacersene e fa risorgere l'orgoglio
pensando d'averlo vinto.
Oh sventura dell'uomo, che tutto ci che vi in
esso di pi affinato, di pi sublime, di pi vero nel-
la virtu diviene il naturale nutrimento dell'orgo-
glio! E quale rimedio vi si pu applicare, dal mo-
mento ch'egli si gloria del rimedio stesso? In bre-
ve, ci si compiace di tutto, poich ci si gloria della
consapevolezza della propria miseria e nullit e
questo ritornare a se stessi viene moltiplicato all'in-
finito.
Si tratta forse di un difetto trascurabile? Nien-
t'affatto; la pi grande di tutte le colpe e non v'
nulla di pi vero delle parole che nella sua lettera
San Fulgenzio rivolge a San Teodoro: G proprio
dell'uomo un orgoglio odioso quando questi fa ci
che Dio condanna negli uomini; ma tale orgoglio
ancora pi detestabile quando gli uomini si attri-
buiscono ci che Iddio dona loro, cio la virtu e la
grazia. Sicch, pi questo dono eccellente, mag-
giore la perversit di sottrarlo a Dio per appro-
priarsene e pi ingiusta l'ingratitudine di misco-
noscere l'autore di un bene cos grande ,)".
Quest'orgoglio della vita dunque la peste pi
grande e, nel contempo, la pi grande tentazione
della vita umana, che San Giovanili ci ha insegnato
a detestare. Ecco perch lo menziona dopo gli altri
due generi: perch lo colma di tutti i mali e al mas-
simo grado, e ci dice: a Figlioli miei, non amate il
mondo n ci che nel mondo, poich tutto ci
che nel mondo coilcupiscei~zadella carne n, ov-
vero quella che ci presenta per prima e che costi-
tuisce il primo passo verso la caduta, ~concupi-
scenza degli occhi, la curiosit o l'ostentazione,
che il secondo passo nel male, e orgoglio della
vita, che l'abisso degli abissi e il male di cui tut-
ta la nostra vita e le sue manifestazioni sono infet-
tate radicalmente e in profondit.

Capitolo XXW - Chi ha ispirato all'uomo questa


straordinaria tendenza ad attribuirsi tutto il bene rice-
vuto da Dio ?
Mio Dio, da dove ha origine questo straordinario
attaccamento verso noi stessi, e chi ce l'ha ispirato?
Chi ci ha, dico, ispirato questa inclinazione cieca e
sciagurata, questa deplorevole facilit ad attribuire
alle nostre forze e ai nostri sforzi personali, a noi
stessi, in una parola, tutto il bene che in noi per
la tua magnanimit? Forse che non siamo ancora
abbastanza un nulla per comprendere almeno che
siamo nulla e che non possediamo nulla che non
sia tuo? E come mai la cosa pi difficile per questo
nulla che noi siamo quella di dire sinceramente:
Io non sono nulla, non sono niente ? Ecco la pri-
ma ragione.
Fin dalle origini e prima di ogni cosa in natura,
tra tutte le creature Iddio ne aveva fatta una che
doveva essere la pi bella e la pi perfetta; ilell'or-
dine angelico e in una natura cos perfetta si era
per cos dire compiaciuto di creare un angelo su-
premo, pi bello e pi perfetto degli altri tanto
che, all'infuori di Dio e dopo Dio, l'universo non
aveva mai visto nulla di cos bello e perfetto. Ma ci
che viene creato dal iiulla pu soccombere al pec-
cato, e una cos bella intelligenza si troppo com-
piaciuta nel considerarsi bella. Non era, come l'uo-
mo, legata al corpo, pertanto non potendo cadere
pi in basso di se stessa, per la tendenza propria
delle sostanze corporee, concentrava talmente tutta
la sua forza nell'ammirarsi e nell'amarsi da non po-
ter amare altro.
Tutte le creature, invero, sono nulla, e chiunque
ami se stesso e la propria perfezione, tranne Dio, il
solo ad essere perfetto, credendo di elevarsi si de-
grada. A cosa mai sono serviti a quest'angelo i tan-
ti lumi di cui era ornato il suo intelletto? Egli non
persever nella verit D nella quale era stato crea-
to: ecco cosa ha detto la verit stessa. Cosa vuol di-
re la frase : Egli non persever nella verit ? Cad-
de nell'errore o nell'ignoranza? Nient'affatto, egli
riconobbe la verit persino nella caduta e, come di-
ce l'apostolo San Giacomo, lui e i suoi angeli la
intendono e ne tremano n9'. Pertanto, non perseve-
rare nella verit signific per quest'angelo superbo
piuttosto volerla vedere in se stesso piuttosto che in
Dio e perderla, cessando di farne la propria regola
e di amarla com'essa vuole e dev'essere amata, co-
me padrona, cio, e sovrana di tutte le menti.
Angelo sventurato, paragonato per la tua luce al-
la stella del mattino, come sei caduto dal cielo?,
dice Isaia"'. Ed Ezechiele: Tu eri l'impronta della
rassomiglianza),, nessuna creatura era pi di te si-
mile a Dio. Eri ricolmo della sua saggezza e per-
fetto nella tua bellezza, creato nelle delizie del pa-
radiso del tuo Dio, eri ornato di tante pietre pre-
ziose ,,, delle pi eccelse conoscenze: ti era stato
dato l'oro prezioso della carit, che eri stato pre-
parato a ricevere fin dal primo momento della tua
creazione. Eri perfetto nelle tue vie fin dal giorno
i11 cui fosti creato, fino a quando non apparve in te
l'iniquit"". E qual' questa iniquit, se non quel-
la di aver troppo guardato a te stesso e di esserti
fatto una trappola della tua stessa eccellenza?
Un'intelligenza cos luminosa, che abbracciava
tutto con un solo sguardo, aveva anche una volont
talmente forte che fissava le proprie risoluzioni fin
dal loro primo determinarsi e le rendeva immuta-
bili, ci ch'era uno dei pi bei tratti e forse il pi
perfetto della divina rassomiglianza. Ma poich
l'ammirava troppo e ne era troppo preso, egli
pecc e, al tempo stesso, divenne implacabile nel
male e la sua forza, abbandonata a se stessa da Dio,
lo perse per sempre.
Sventura, sventura, cento volte sventura alla crea-
tura che non vuol vedersi in Dio e, fissandosi i11 se
stessa, si separa dalla fonte del suo essere e, di con-
seguenza, della sua perfezione e della sua felicit!
Quella creatura superba che aveva fatto di s il pro-
prio dio mise la rivolta in cielo e Michele, ch'era al-
la testa della schiera in cui la ribellione faceva pi
stragi, grid: Chi come Dio? n. Donde gli viene
il nome di Michele, cio chi come Dio))?E co-
me se avesse detto: .Chi questi che vuol appari-
re come un altro Dio e che ha detto orgogliosa-
mente: C Salir fino al cielo -, dominer tutti gli
spiriti e innalzer il mio trono sopra gli astri di
Dio, salir sulle nuvole pi alte., di cui Dio fa il
suo carro, e sar simile all'Altissimo"~Chi
dunque questo novello Dio, che vuole innalzarsi in
tal modo al di sopra di noi? Ma non vi che un so-
lo Dio. Uniamoci tutti per seguirlo, ripetiamo in-
sieme: Chi come Dio? , perch vediamo cos'
divenuto tutto a un tratto questo falso dio che vo-
leva farsi adorare. Iddio l'ha colpito ed egli ca-
duto insieme agli angeli che ne hanno seguito
l'esempio. Tu che t'iiinalzi nel pi alto dei cieli,
tu sei precipitato negli inferi, nell'abisso pi
profondo N, in infmnum detraheris, in profundum la-
n ,,96. Ma, nonostante la caduta, egli conserva tutto
il suo orgoglio, che al contempo il suo supplizio.
Non avendo potuto guadagnare alla sua causa tutti
gli angeli, per estendere quanto pi possibile
questo regno dell'orgoglio di cui lo scellerato
fondatore, egli attacca l'uomo che Dio aveva po-
sto al di sotto degli angeli, ma soltanto un poco),,
poich dopo questi era la creatura pi elevata, una
creatura in cui l'immagine di Dio rifulgeva come
negli stessi angeli, sebbene in un grado appena in-
feriore : Minuisti cum paulo minus ab angelis. "7.
Quest'angelo divenuto ribelle, fattosi Satana il
demonio, si rivolge dunque all'uomo che dimorava
in paradiso, dove Dio l'aveva reso felice e Santo.
Qualsiasi cosa ne tocchi un'altra la spinge verso la
direzione del proprio movimento, e il movimento
verso cui quest'angelo malvagio trascinato l'or-
goglio, e giammai ve n' stato n ve ne potr esse-
re di pi travolgente del suo. Egli dunque spinge
l'uomo nella direzione della sua caduta, e l'im-
pressione che gli comunica quella che in lui era
basilare, vale a dire quella dell'orgoglio: 6 Unde ce-
cidit, inde dqecit ,,". L'uomo era troppo debole per
resistervi e l'impero dell'orgoglio, principiato i11
cielo con un sol gesto, si esteso in tal modo in tut-
ta la terra.

Capitolo XXV - Seduzione del demonio, caduta dei


nostri progenitori e nascita delle tre concupiscenze, di
cui quella dominante l'orgoglio.
Signore Iddio, riandr nel mio animo alla storia
tanto veritiera della mia caduta attraverso colei nel-
la quale io ero insieme a tutti gli altri uomini, nel-
la quale sono stato tentato e vinto, da colei da cui
ho ereditato nascendo tutta la debolezza e la cor-
ruzione che sento in me. Sventurato frutto del pec-
cato da cui sono nato, prova incontestabile e testi-
monianza irrefutabile della mia miseria ! Attraverso
Eva mia madre, o mio Dio, io ho dato ascolto al
tentatore, che le diceva per bocca del serpenteg9:
Perch mai Dio vi ha comandato di non mangia-
r e il~ frutto di quest'albero? Non che una do-
manda, un dubbio quello che si vuole introdurre
nel nostro animo : Perch Dio ve lo ha comanda-
. chi capace di ascoltare una domanda
t o ? ~ Ma
contro Dio e di lasciarsi turbare dal minimo dub-
bio, capace d'ingoiare tutto il veleno.
Eva gli rispose dicendo la verit: a Dio ha messo
a nostra disposizione tutti gli altri frutti; solo
dell'albero al centro di questo giardino delle deli-
zie che ci ha comandato di non mangiare i frutti,
anzi di non toccarli nemmeno, altrimenti ne mor-
remo 'O0. Disse il vero, e il primo male fu quello di
rispondere, poich non vi alcun perch a cui
<C ),

prestare orecchio se si rivolge contro Dio, e tutto


ci che mette in dubbio la ragione e la saggezza so-
vrane deve perci destarci orrore. Essendo dunque
riuscito a farsi ascoltare, il tentatore passa dal dub-
bio alla certezza: Voi non morrete, disse; anzi Dio
sa che il giorno che voi mangerete di questo frutto
i vostri occhi si apriranno e voi diventerete degli
dei e conoscerete il bene e il male '"l; i vostri oc-
chi si aprirebbero e voi vi vedreste in voi stessi in-
vece di vedervi sempre in Dio, avreste un'eccellen-
za divina e subitamente divenuti degli dei, cono-
scereste da voi stessi il bene e il male e tutto ci
che pu rendervi buoni o malvagi, felici o infelici.
Voi ne possiedereste la chiave, potreste entrarvi. a
piacimento e sareste assolutamente liberi e indi-
pendenti.
Per farsi ascoltare il padre delle menzogne ma-
schera il vero col falso; vero, infatti, che solle-
vandosi contro Dio e facendo una divinit di se
stessi si divent
un certo senso
il'maIFThe non si era mai provato, si YpT"8-
88 occhi per vedere la propria infelicit e la con-
fusione dentro di s che altrimenti non si sarebbe-
ro mai viste, come accadde ad Adamo ed Eva non
appena ebbero disobbedito: I loro occhi si apri-
rono , dice il sacro testo'", ed essi s'awidero che
erano nudi, e la loro nudit cominci a confon-
derli. E sorse nei loro cuori una certa illecita at-
tenzione verso se stessi, un arrestarsi alla propria
volont, un amore per la propria eccellenza, e da
tutto ci il segreto piacere di gustare di se stessi an-
cor prima di gustare il frutto proibito e di compia-
cersi di s e insieme della propria perfezione che
fino a quel momento, innocenti e semplici co-
m'erano, non avevano percepito che in Dio.
Tutto ci ebbe inizio da Eva, attaccata per prima
dal demonio come la pi debole, ma le si rivolge
parlandole al plurale, riferendosi anche al suo com-
pagno : e Perch Dio ve l'ha proibito ? Cur prcecepit
vobis Deus ? Voi non morrete, ma conoscerete: Ne-
quaquam moriemini; scientes log. Effettivamente fu
Eva a proporre al suo compagno la tentazione del
maligno che l'aveva sedotta; ella incominci col
considerare quel frutto proibito, che evidentemen-
te non aveva ancora osato considerare per rispetta-
re l'ordine divino, vide che era buono da mangia-
re e bello da vedere e che al solo sguardo promet-
teva un gusto gradevole. Mangiandone, Eva si ri-
promise un nuovo piacere che ancora mancava ai
suoi sensi; ne mangi e ne diede da mangiare al
suo compagno che, prendendolo dalle sue mani
con gli stessi sentimenti che avevano sedotto lei, ci
rese massimamente infelici e fu fonte eterna di pec-
cato e di morte per tutta la sua progenie.
Consideriamo dunque tutti i gradi della nostra
perdita. In una cos grande felicit e facilit di non
commettere peccato, non essendovi nel corpo al-
cuna debolezza n alcuna sorta di concupiscenza
nell'animo, l'uomo non poteva essere raggiunto
dal male che attraverso il compiacimento di s,
l'amore per la propria eccellenza, se non con l'or-
goglio, in una parola. dunque per mezzo dell'or-
goglio che lo si tenta e che, indirettamente, gli si
mostra come Dio sia geloso del suo bene : Perch
il Signore vi ordina di non toccare quel frutto? Per-
ch egli sa che, mangiandone., voi provereste una
felicit che egli vi invidia, M diventereste degli dei
e otterreste da voi stessi la conoscenza del bene e
del male, che un attributo divino.
Era dunque allora che bisognava dire, come San
Michele : Chi come Dio? D. Chi, come Dio, deve
compiacersi nella propria volont, essere in s per-
fetto e felice, conoscere ogni cosa e non essere gui-
dato nei propri disegni che dalla propria luce?
L'uomo, prendendo esempio dall'angelo ribelle e
per sua istigazione, si lasciato abbagliare da que-
sto vano splendore, e da allora l'amore di s e del-
la propria grandezza penetrato nel genere uma-
no, ci affondato in seno e si manifesta in ogni oc-
casione, infettando tutta la nostra vita e causando-
ci un'impronta e una piaga cos profonde che non
si potranno mai cancellare n sanare completa-
mente finch siamo sulla terra. E fu per effetto di
queste parole: Voi diventerete degli dei*.
Queste parole produssero in fondo al nostro
cuore un'infinita curiosit: poich l'onniscienza
era una qualit propriamente divina il tentatore, fa-
cendoci credere d'essere una specie di divinit, ag-
giunse a questa promessa quella della conoscenza
del bene e del male, vale a dire dell'onniscienza, e
racchiuse in questo nome le scienze buone e quel-
le empie e tutto quello che poteva nutrire l'animo
con ci ch'era nuovo, singolare e stupefacente.
La conseguenza fu invece l'amore per i piaceri
sensuali; guardando con piacere il frutto proibito,
guardandolo prima con gli occhi e immaginando
poi con l'appetito il suo gusto delizioso, si insi-
nuato in noi l'amore per il piacere sensuale, che ci
stato trasmesso dai nostri progenitori e che pe-
netrato in noi fin nelle midolla e nelle ossa e che
ben presto, ahim, abbiamo awertito in tutto il cor-
po. Non fu pi soltanto il frutto proibito a piacere
ai nostri occhi e al nostro gusto: Adamo ed Eva fu-
rono l'uno per l'altra la pi pericolosa tentazione
dei sensi, e si dovette nascondere tutto ci che ave-
va un sentore di quel disordine.

Capitolo XXVI - La verit di questa storia, i cui e f -


fetti sono talmente manifesti.
Gli spiriti superbi, che disdegnano la semplicit
della Scrittura e si perdono nella sua profondit,
considerano ingenua e quasi puerile questa storia.
Un serpente che parla, un albero da cui ci si aspet-
ta la conoscenza del bene e del male, gli occhi che
si aprono appena si mangia il frutto, la perdizione
del genere umano attribuita a un'azione cos insi-
gnificante : quale favola meno credibile pu trovar-
si in un'opera di poesia? Cos dicono gli empi,
mentre la saggezza eterna, se viene consultata, ri-
sponde invece: perch Dio non avrebbe dovuto
proibire all'uomo qualcosa per fargli comprendere
meglio di avere un sovrano? Ma non era dunque
felice nella condizione posta da Dio, e il comanda-
mento che gli era stato impartito non era facile da
seguire ?
Cosa vi era di pi dolce, in una cos grande do-
vizia d'ogni sorta di frutti, del riservarne uno sol-
tanto? Cosa v'era mai di tanto sconveniente nel fat-
to che Dio, che aveva creato l'uomo composto di
corpo e anima, avesse attribuito agli oggetti sensi-
bili le virt dell'intelletto e avesse fatto dell'albero
proibito una sorta di sacramento della conoscenza
del bene e del male? Chiss che non sia stato un
disegno della sua saggezza quello di far gustare un
giorno questo frutto ai nostri progenitori per do-
nare loro il piacere, dopo avere per qualche tempo
messo alla prova la loro fedelt? Qualunque ne sia
la ragione, era forse indegno da parte di Dio sot-
toporli a questa prova e far dipendere la tanto ago-
gnata conoscenza del bene e del male unicamente
dalla sua bont?
In quanto poi al serpente, come si poteva volere
che Eva ne avesse orrore, come accade ai nostri
giorni, al tempo in cui tutti gli animali obbedivano
all'uomo e non potevano nuocergli n, di conse-
guenza, spaventarlo? Ma perch, senza dover cre-
dere che le bestie parlassero una lingua, Eva non
avrebbe dovuto credere che Dio, dalle cui mani era
nata e la cui onnipotenza si manifestava con la
creazione di tante cose straordinarie, non avesse
potuto creare altri esseri intelligenti oltre all'uomo,
e che queste creature le apparissero e si rendesse-
ro sensibili sotto forma d'animali? Dio stesso, che
aveva creato i sensi, per fare l'uomo perfettamente
felice assumeva un'immagine sensibile che per
non si manifestava, ma se ne udiva la voce, lo si
sentiva camminare e avvicinarsi ad Adamo nel pa-
radiso. Perch dunque altri esseri spirituali diversi
dall'uomo non avrebbero potuto mostrarsi ai suoi
occhi sotto qualsiasi forma voluta da Dio? I1 ser-
pente allora innocuo, ma che in seguito sarebbe di-
venuto tanto odioso quanto nocivo all'essere uma-
no, serviva a quel tempo a rappresentare la sedu-
zione pi esecrabile del demonio, e le altre qualit
di quest'animale erano adatte a raffigurare il giusto
supplizio di questo spirito arrogante, abbattuto dal-
la mano di Dio e reso strisciante a causa del suo or-
goglio.
Ecco una parte dei misteri della Sacra Scrittura
nella sua meravigliosa e profonda concisione. Ma
anche senza tutti questi ragionamenti, la storia del-
la nostra perdizione ci divenuta fin troppo mani-
festa e credibile per gli effetti che awertiamo su di
noi. Dio che ci ha fatti cos superbi, curiosi, sen-
suali, in una parola cos corrotti come siamo ?
O mio Dio, non odo ancora tutti i giorni il sibi-
lo del serpente quando esito, nel dubbio se seguire
la tua volont o i miei appetiti? Non forse il ser-
pente che insinua: e Perch Dio ve l'ha proibito? B
quando mi compiaccio di me stesso, quando scor-
go dentro di me il pi fioco barlume o la minima
traccia di una nascente virt, alla quale mi aggrap
po pi che a Dio stesso che me ne ha fatto dono,
fino a non poterne staccare n lo sguardo n il mio
compiacimento, fino addirittura a non poter tratte-
nere il mio cuore, che se l'attribuisce, come se io
fossi la mia stessa regola, il mio dio, la causa della
mia stessa felicit?
Non ancora il serpente che mi dice: Divente-
rete degli dei D ? I diversi modi in cui abilmente in-
sinua in noi l'orgoglio non sono forse effetto della
sua sottigliezza e non corrispondono alle varie im-
pronte delle sue tortuose spire? Quale fonte di cu-
riosit non mi apre in petto quando mi promette
d'aprirmi gli occhi e di farmi trovare, nel frutto
che mi mostra, la conoscenza del bene e del male?
E al minimo assalto del piacere sensuale io mi sen-
to cos debole che le mie risoluzioni, che credevo
tanto ferme nell'amore di Dio, di colpo si disper-
dono nell'aria, senza che la mia ragione impotente
possa opporsi neanche per un momento a questa
attrazione. E cos'altro mai, ahim, se non il ser-
pente che mi porge questo frutto insidioso? Lo
scorgo ancora da lontano e gi i miei occhi ne so-
no invaghiti. E quale subdolo piacere mi scorre nel-
le vene se lo tocco ! E come mi perder se ne man-
gio ! E dunque tanto incredibile che l'uomo sia pe-
rito alla sua condizione originaria per colpa di ci
che mi rende ancora talmente infermo o, piuttosto,
per ci che mi dimostra che sono veramente mor-
to a causa del peccato?

Capitolo XXVII - San Giovanni spiega la corruzione


originale nelle tre concupiscenre.
quindi evidente che San Giovanni, spiegando-
ci i tre aspetti della concupiscenza, della carne e
dei sensi, degli occhi e della curiosit e infine
dell'orgoglio, risalito all'origine della nostra cor-
ruzione, nella quale abbiamo trovato la triplice
concupiscenza, la tentazione del demonio e il con-
senso del nostro progenitore. Cosa ha inteso otte-
nere il demonio, se non di farci superbi al par suo,
sapienti e curiosi come lui e infine sensuali, a dif-
ferenza di lui, ch'era incorporeo, e ci ha resi tali av-
vilendo il nostro spirito fino al punto di renderlo
schiavo del corpo, per cancellarvi quanto pi pos-
sibile l'immagine di Dio, facendolo cadere con ci
nella bassezza e nell'abiezione pi estreme?
Ecco le tre concupisceiize. San Giovanni le ri-
porta in un ordine diverso da quello in cui ap-
paiono nella storia della tentazione appena esami-
nata poich, in questa storia che ci riconduce alle
nostre origini, lo Spirito Santo ha voluto tracciare
tutto il piano della nostra caduta. Bisognava che la
teiltazione cominciasse con l'ispirare l'orgoglio da
cui derivava la curiosit, che, come abbiamo visto,
genera a sua volta l'ostentazione, e che infine la no-
stra caduta si concludesse, come punto pi basso,
nella corruzione della carne. Poich quindi la no-
stra caduta avvenuta per gradi, Mos, che prima
ci considerava ancora saldi nella rettitudine della
nostra condizione originaria, ha voluto mostrare i
nostri mali appena si sono presentati. Ma San Gio-
vanni, che ci ha trovati gi nella perdizione, risale
per gradi dalla concupiscenza della carne alla cu-
riosit della mente fino al principio primo e al col-
mo di tutti i mali, vale a dire all'orgoglio della vita.
Chi pu dire quale complessit, quale infinita va-
riet di mali sono scaturiti da queste tre forme di
concupiscenza? Si teme, si spera, si dispera, si ten-
ta, si avanza e si indietreggia seguendo i desideri,
seguendo cio le concupiscenze a noi note; non
s'invidia, non si strappa agli altri che il bene che si
desidera per s. Non diventiamo nemici di alcuno
se non quando veniamo contrastati, non siamo in-
giusti, rapaci, violenti, traditori, vili, ingannatori,
adulatori che a seconda dei diversi coiivincimenti
dati dalle nostre concupiscenze e non vogliamo eli-
minare che quelli che vi si oppongono o che vi
nuocciono in qualsiasi modo, sia di proposito che
involontariamente: non aspiriamo ad ottenere po-
tere, credito o beni che per soddisfare i nostri de-
sideri. Non vogliamo renderci temibili che per spa-
ventare quelli che potrebbero contraddirci; non
meditiamo che per avere sempre pronta l'arma del-
la lingua e per innalzarci sull'altrui rovina.
Mio Dio, in quale abisso sono sprofondato, qua-
le infinit di peccati mi sono accinto a descrivere!
Questo il mondo creato da Satana, la sua crea-
zione che si contrappone a quella divina. Ecco per-
ch San Giovanni ci esorta tanto amorevolmente:
Figlioli miei, non amate il mondo n ci che nel
mondo, poich tutto ci che nel mondo, in qua-
lunque modo lo si chiami, qualsiasi tinta assuma,
M non n, dopotutto, ((che amore per i piaceri dei

sensi D, che curiosit e ostentazione, e infine,


)>

quel sottile orgoglio con cui l'uomo, inebriato


della propria eccellenza, si attribuisce l'opera di
Dio e si corrompe facendo uso dei suoi doni.

Capitolo XXVIII - Delle seguenti parole di San Gio-


vanni: tutto ci non viene dal Padre, ma dal
mondo M, che spiegano queste altre parole dello stesso
Apostolo: cc Chi ama il mondo non ha in s l'amore del
Padre M.
Tale dunque l'opera del demonio opposta a
quella di Dio, ed perci che San Giovanni, dopo
aver detto: Noil amate il mondo, n ci che nel
mondo, poich tutto ci che nel mondo concu-
piscenza della carne, concupiscenza degli occhi o
orgoglio della vita , aggiunge : M tutto ci m, vale a
dire la concupiscenza suddivisa nei tre generi, non
viene dal Padre, ma dal mondo 'O4! Non opera
del Padre, che originariamente non aveva ispirato
all'uomo altro che la sottomissione a Dio soltanto, la
sobriet dello spirito, per non sapere n vedere in
tutte le cose che lo circondano se non ci ch'egli vo-
leva e la perfetta soggezione della carne allo spirito.
Le concupiscenze nominate da San Giovanni
non vengono dunque da Dio e non trovano posto
nella sua opera. Guardando infatti le sue opere
create per essere ammirate, tra le quali la migliore
l'uomo, egli aveva detto che tutto era buono,
molto buonolo5,e pertanto egli non ha creato la
concupiscenza, ch' malvagia nell'origine e negli
effetti, n il mondo, ch' interamente nel male, in
maligno, come dice San Giovanni'06. La concupi-
scenza proviene dal mondo creato da Satana, da
quella falsa creazione di cui autore, nata in Ada-
mo col mondo e, trasmessa per suo tramite al ge-
nere umano, ne ha formato questo mondo che
non che corruzione.
State ben attenti dunque a non amare mai alcun
aspetto di quest'opera, in cui Dio non vuol avere al-
cuna parte. Da qualunque lato il mondo voglia at-
tirarvi, sia che lo faccia attraverso voi stessi facen-
dovi ammirare la vostra perfezione o incitandovi ad
amare l'ostentazione del sapere e le altre vanit di
cui si nutrono le creature, o ancora facendovi di-
lettare nei piaceri di cui la carne la fonte e l'og-
getto, non lasciate in nessun modo che questa se-
duzione si insinui dentro di voi. Non lasciate ch'es-
sa si insinui in voi da nessun lato, vi ripeto, poich
non v' nulla che venga da Dio: appartiene tutto al
mondo, ch'egli non ha creato, che detesta e con-
danna. Ed anche ci che fa dire al suo Apostolo:
Chi ama il mondo- e la pi insignificante delle
sue lusinghe fino a donarle il proprio cuore, non
ha in s l'amore del Padre 'O7. Non si pu amare
Dio e il mondo, non ci si pu destreggiare tra i
due, dandosi ora all'uno ora all'altro, un po'
all'uno e un po' all'altro. Dio vuole tutto, e per po-
co che vi sottraete a lui, questo poco voi lo darete
al mondo, che alla fine travolger completamente
il vostro cuore e diverr tutto per voi.

Capitolo XXIX - Di queste parole di San Giovanni:


Il mondo passa e passa la sua concupiscenza, ma chi
fa la volont di Dio dura in eterno.
Dopo aver parlato del mondo e delle piaghe del-
la concupiscenza, San Giovanni svela la causa del
nostro errore e al tempo stesso il rimedio di ogni
disordine nelle ultime parole del passo che abbia-
mo citato : I1 mondo passa e passa la sua concupi-
scenza, ma chi fa la volont di Dio dura in eter-
no n 'O8. E come se dicesse : A cosa vi fermate, in-
sensati? Al mondo, al suo splendore, ai suoi piace-
ri? Non sapete che il mondo passa? Le giornate
sono ora serene ora nuvolose, le stagioni ora miti
ora inclementi, le annate ora prospere ora infrut-
tuose e, passando dal mondo naturale a quello mo-
rale, che quello che ci affascina e c'incanta, gli af-
fari sono ora riusciti, ora errati e la fortuna sem-
pre incostante. I1 mondo passa, l'immagine di
questo mondo passalog.I1 mondo che amate non
una verit, un oggetto, un corpo: un'immagine,
uil'immagine vuota, lieve, effimera, che il vento
porta via e, ancor pi impalpabilmente, un'ombra
che si dissolve da s.
I1 mondo passa e passa la sua coi~cupiscenza~~ ;
non solo il moiido di per s mutevole, ma muta
anche la concupiscenza: il cambiameilto avviene da
entrambi i lati. I1 mondo cambia sovente per voi:
quelli che vi favorivano e vi amavano 11011 vi favori-
scono e non v'amano pi e spesso, anche se non
cambiano, siete voi a cambiare. Vi assale il disgu-
sto; una passione, un piacere, un gusto ne scaccia
un altro e voi siete in balia del cambiamento e
dell'incostanza.
Ascoltate il Saggio: La vita umana una fasci-
nazione Il0,un abbaglio degli occhi : si crede di ve-
dere ci che non si vede, si guarda tutto con occhi
infermi. Voi che l'amavate cos perdutamente, ora
non l'amate pi? Ero abbagliato, avevo gli occhi
ammaliati, annebbiati)). Ma chi ve li aveva amma-
liati? Una passione insensata: mi sembra un so-
gno che si sia dissolto .
Aggiungete all'inganno la follia, la vuotaggine, la
stupidit: Fascinatio nugacitatis* l"; aggiungetevi
l'incostanza della concupiscenza: Inconstantia con-
cupiscentia,ed ecco il suo carattere. Essa si muove
con movimenti irregolari, a seconda di come soffia
il vento. Non soltanto si vogliono cose diverse se si
sani o ammalati, se si sta vivendo l'infanzia o la
giovinezza, la maturit o la vecchiaia, se si in un
periodo buono o cattivo ; si vogliono cose differen-
ti di notte, quando si presentano i pensieri cupi, o
di giorno, quando vengono dissipati. Persino alla
stessa et e nelle medesime condizioni si cambia
senza sapere perch: il sangue si sommuove, il cor-
po si altera, l'umore varia. Oggi ci si trova diversi
da ieri senza sapere il perch, tranne che si ama il
cambiamento: la variet diverte, allontana la noia.
Non si cambia per essere migliori, ma perch mo-
mentaneamente la novit ci affascina: Inconstantia
concupiscentice.
Fate attenzione , diceva Mos ' l 2 , N ai vostri oc-
chi e ai vostri pensieri: non seguiteli, poich i loro
diversi oggetti vi contamiilerail~loH. Rammentia-
moci ,,; dice San Paolo l'" ((ci che noi tutti erava-
mo un tempo, quando vivevamo nei desideri della
carne e facevamo la volont della nostra carne e
dei nostri pensieri D. I pensieri e i desideri che sor-
gono nel nostro animo e nel nostro cuore sono pi
numerosi delle onde del mare, si cancellano l'uno
con l'altro e di volta in volta ci trascinano con s e
noi seguiamo in preda ai nostri desideri: non vi
pi chi diriga, la ragione dorme e si lascia traspor-
tare dai flutti e dai venti.
Sant'Agostino paragona l'uomo che ama il mon-
do, che guidato dai sensi, ad un albero che, er-
gendosi tra i venti, percosso da un lato e dall'al-
tro, a seconda di dove soffia il vento: M Tali sono gli
uomini sensuali e voluttuosi ; sembrano giocare col
vento e godere di una cert'aria di libert, portando
in giro i loro vaghi desideri D. Tali sono dunque gli
uomini del mondo, che vagano di qua e di l con
estrema incostanza e chiamano libert il loro tra-
viamento. Come un bambino che si crede libero
quando sfugge alla mano di chi lo guida, egli cor-
re tutt'intorno senza sapere dove andare.
O uomo, non vedrai dunque mai il tuo errore?
Questi desideri che incessantemente ti travolgono
non sono che dei vaneggiamenti, delle immagini
futili che vagano in un cervello vuoto: basterebbe
la salute per dissiparle. La tua salute, uomo, fare
la volont del Signore e attenerti alla sua parola:
I1 mondo passa, la concupiscenza passa., dice San
Giovanni Il4, ma chi fa la volont del Signore dura
in eterno.: pi nulla passeggero, tutto fisso e
immutabile.
O uomo, tu sei stato creato per questo stato im-
mutabile, per questa stabilit, per questa eternit;
sei stato fatto per essere un'anima sola con Dio e
per partecipare alla sua immutabilit. Se ti leghi a
ci che passeggero, un'altra immutabilit, un'al-
tra eternit ti attende: non un'eternit piena di lu-
ce, ma tenebrosa e infelice, e ti rendi degno del
male eterno per aver fatto perire dentro di te il be-
ne che doveva esservi : Et factus est malo dignus ~ t e r -
no, cui hoc in se peremit bonum, quod esse posset ceter-
num Il5.
Per questo, dice San Giovanni, fratelli miei, fi-
glioli miei, <<nonamate il mondo, n ci che nel
mondo., poich nel mondo tutto passa e va in pu-
ra perdita. Non fermiamoci alle cose visibili ma a
quelle invisibili, perch quel che si vede tempo
rale, mentre quel che non si vede eterno. Questo
momento cos breve delle lievi tribolazioni di que-
sta vita),, delle quali tanto ci lamentiamo e che ci
fanno spazientire, produrr in noi una sorpren-
dente e insperata sovrabbondanza, e tutta l'eterna
magnificenza di una gloria senza fine D Il6.
Capitolo XXX - Ges Cristo vuol mutare dentro d i
noi, mediante tre santi desideri, la triplice concupi-
scenza ereditata da Adamo.
Ecco dunque la follia e l'errore dell'uomo. Dio
l'aveva creato felice e santo, questa bont della sua
natura era immutabile poich Iddio, quando d,
non ritira di sua volont, dal momento ch'egli
Dio ed immutabile: ~ E g oDominus, et non mu-
to~"'.L'uomo non aveva dunque che da non cam-
biare e sarebbe rimasto in uno stato immutabile,
ma egli ha voluto cambiare e ne conseguita la tri-
plice concupiscenza ed divenuto superbo, curio-
so, sensuale. Ma per guarire l'uomo da questi mali
Dio ha inviato un Salvatore umile, un Salvatore che
si prende cura soltanto della salvezza dell'umanit,
un Salvatore immerso nella sofferenza, un uomo di
dolore.
I1 superbo attribuisce tutto a se stesso e Ges,
che fa cose tanto grandi, la cui dottrina talmente
sublime e le cui opere sono cos mirabili, non at-
tribuisce nulla a se stesso: N La mia dottrina non
mia, ma di colui che mi ha mandato D Il8. I1 Padre
mio, che dimora in me, ha fatto le opere. che voi
((11mio cibo fare la volont del Pa-
dre mio"0. Egli ha degli eletti, e questa la sua
gloria, ma il Padre che li ha donati a lui: se
non si pu toglierli. a Ges, perch suo Pa-
dre, che li ha donati a lui, il pi grande di tut-
ti, e nulla pu essere donato se non dalle sue ma-
ni onnipotenti"'. Mi stato dato ogni potere
in cielo e in terra'*', io lo possiedo, ma mi sta-
to donato, ho in me la vita eterna e la dono a chi
voglio, ma il Padre mio che d i ha dato il potere
d'avere in me la vita: Voi berrete dal mio calice,
ma non sta a me decidere chi sar seduto alla mia
destra o alla mia sinistra, ma costoro l'avrailno dal
Padre mio che l'ha stabilito ,,"'. lui che dispone
di me e dei posti che verraiino occupati attorno a
me: egli ha il domiiiio del tempo, e io non soiio
che il ministro dei suoi disegni.
Ascolta, cristiano: non essere superbo, non fare
la tua volont e non attribuirti nulla: tu sei un di-
scepolo di Ges Cristo, che fa la volont del Padre
suo, che riferisce tutto a lui e gli attribuisce tutto
quello che fa.
Ges Cristo era la sapienza e la saggezza di
Dio quale dottrina non avrebbe potuto divulga-
re? Ma egli non manifesta alcuna sapienza se non
quella della salvezza. In verit, sotto questo aspetto
la sua sapienza suprema, ma nelle cose umane
egli non curioso n di dottrina n d'eloquenza.
Non mostra alcuna studiata ricercatezza, le sue si-
militudini sono tratte dalle attivit pi comuni,
dall'agricoltura, dalla pesca, dal traffico, dalla mer-
ce, dall'economia, da ci che pi consueto e pi
noto, tanto ai re quanto al resto della gente. Egli
vela i segreti divini dietro un'apparente prosaicit
senza alcuna ostentazione, e dice soltanto ci che il
Padre suo gli mette in bocca per istruire l'umanit;
non vuole che tra i suoi discepoli vi siano saggi, sa-
pienti, ricchi, nobili o potenti; la sola sapienza che
bisogna avere alla sua scuola di conoscere Ges
Cristo, anzi Ges Cristo crocifi~so~~'~': il pi dotto
dei suoi discepoli non vuol sapere altro, ed sol-
tanto di questo che si gloria.
Sar forse curioso di ci che accade nel mondo
o dei disegni della politica? Nient'affatto: egli, in
verit, si lascia riferire quanto awenuto a quelli il
cui sangue Pilato aveva mescolato coi loro sacrifici,
ma senza soffermarsi su questa notizia pi che su
quella della torre di Siloe, la cui caduta aveva ucci-
so diciotto uomini, e ne trae le sue conclusioni so-
lamente per trarre profitto da quell'esempio E
per quanto concerne la politica, egli dimostra di
conoscere a fondo quella d'Erode e ci che questi
andava tramando in segreto contro di lui, ma sol-
tanto per disprezzarla, e ci gli fa dire: Andate a
dire a quella volpe che *, malgrado lui e le sue sot-
tigliezze, a io scaccer i demoni, guarir i malati og-
gi e domani e che n, qualsiasi cosa egli faccia, io
non morr che al terzo giorno ,,l'', con ci inten-
dendo dire il terzo anno, poich quello il mo-
mento stabilito dal Padre suo. Questo tutto quel
che bisogna conoscere delle cose del mondo: che
Dio ne dispone e che si svolgeranno secondo i suoi
piani. Ecco perch, essendo stato chiamato dallo
stesso Erode, lungi dall'accontentare il suo vano de-
siderio di assistere a dei miracoli, non solo non lo
degna nemmeno di una parola, ma per umiliare la
vanit e la curiosit dei politici della terra si lascia
trattare da pazzo da costui e da dissennato dalla sua
corte curiosa, che in segno di disprezzo gli fa in-
dossare una veste bianca, come si fa coi folli. Ges
non li rimprovera n li punisce: tocca alla giustizia
divina punire come si conviene e convincere i folli
ad allontanarsi da costoro senza degnare di farsi ri-
conoscere, e di lasciarli alla loro cecit.
Se Ges non si cura delle scienze n delle noti-
zie del mondo, ancor meno si interessa ai ricchi
abiti e agli arredi lussuosi : N Le volpi hanno le loro
tane, gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo
,noil ha dove posare il capo n 12'. Dorme su una bar-
ca, sopra un guanciale altrui. Non si creda che re-
sti abbagliato dal lusso dei palazzi: quando gli si
mostrano le belle pietre e la magnifica architettura
del tempio, egli non le guarda che per annunciare
che tutto quello sarebbe stato ben presto distrut-
to '%l. Nella citt di Gerusalemme, tanto bella e su-
perba, egli non vede altro che la sua prossima ro-
vina e, piuttosto che lanciare sguardi curiosi, i suoi
occhi non versano per essa che delle lacrime.
Infine, per combattere la concupiscenza della
carne, egli oppone al piacere dei sensi un corpo
tutto immerso nella sofferenza: le spalle straziate
dalla sferza, la testa incoronata di spine e percossa
con una canna da mani impietose, il volto ricoper-
to di sputi, gli occhi spenti e le guance incavate e
livide per gli ansiti, la lingua inzuppata di fiele e
aceto e, dentro, un'anima triste fino alla morte, e
spavento e desolazione e uno sconforto inauditi.
Immergetevi nei piaceri, mortali: ecco il vostro
Maestro, distrutto corpo ed anima dal dolore.

Capitolo XXXI - Delle parole di San Giovanni:


Scrivo a voi, padri, scrivo a voi, gzovani, scrivo a
voi, fanciulli Ricapitolarione di quel ch ' contenuto
N.

in questo brano dell'iipostolo.


In tanta sofferenza, Ges non ci dice altro se
non ci che a suo nome ci ripete il suo beneamato
Apostolo: Non amate il mondo n ci che nel
mondo*, poich con la mia crocifissione l'ho rico-
perto di vergogna e d'orrore ; non amate le concu-
piscenze, che con la mia morte ho dichiarato mal-
vagie.
Non presumete di voi stessi, perch da qui che
hanno origine tutti i peccati, cos che vostra ma-
dre stata sedotta e che vostro padre vi ha dannati.
Non desiderate la gloria degli uomini, poich ne
ricevereste la vostra ricompensa e non avreste da at-
tendervi che inevitabili supplizi.
Non gloriatevi di voi stessi, poich tutto ci che
vi attribuite nelle vostre buone opere lo strappate a
Dio, che ne l'autore, sostituendovi a lui.
Non scrollatevi di dosso il giogo della disciplina
del Signore e non dite a voi stessi, come un ribelle
orgoglioso : a Io non servir D lgO,perch se non ser-
vite la giustizia diverrete schiavi del peccato e figli
della morte.
Non dite mai: Non sono contaminato 13', e
non crediate che Dio abbia dimenticato i vostri pec-
cati solo perch siete voi ad averli dimenticati, per-
ch il Signore vi risveglier dicendovi : Osservate il
vostro percorso in quella valle segreta. Io vi ho se-
guito ovunque, ed ho contato tutti i vostri passi ,,'".
Non resistete ai saggi consigli e non adombrate-
vi quando siete rimproverati, poich ribellarsi alla
verit persino quando ci mette in guardia e recal-
citrare allo sperone il colmo dell'orgoglio.
Non cercate di conoscere molto; imparate la sa-
pienza della salvezza; ogni altro sapere vano e,
come diceva il Saggio : In molta sapienza v' mol-
to furore e sdegno, e chi accresce il sapere accre-
sce il dolore D Is3.
Non siate curiosi delle cose vane, delle novit,
della politica, delle ricche vesti, delle case superbe e
dei giardini deliziosi: Vanit delle vanit, ha detto
l'Ecclesiaste, vanit delle vanit, tutto
Suo malgrado le creature sono soggette alla vanit P
e ne sono colpite, ma dovranno gemere fino a
quando non si saranno liberate del giogo e saranno
chiamate alla libert che dei figli di Dio >,
Non desiderate di ammassare tesori n di nutri-
re i vostri occhi con oro e argento, poich dove
sar il vostro tesoro, l sar il vostro cuore >,'" e
non ascolterete pi la Chiesa, che vi grida con tut-
te le sue forze, ogni volta che viene officiato l'of-
fertorio: Sursum corda, in alto i cuori.
Non amate i piaceri dei sensi, non posate i vostri
occhi su un oggetto che li attrae, e rammentate che
Davide morto per uno sguardo l''.
Non godete del buon cibo che appesantisce il
cuore, n del vino che vi accende in seno il fuoco
della concupiscenza: I1 suo colore., dice il Sag-
gio '", a inganna nella coppa, ma alla fine vi morde
come una serpe n.
Non prendete gusto ai canti che rilassano il vi-
gore dell'anima, n a quelli d'amore, che fanno pe-
netrare la mollezza dalle orecchie fino al cuore.
Non amate gli spettacoli del mondo, che lo fan-
no apparire bello nascondendone la vanit e la
bruttura.
Non assistete agli spettacoli teatrali, poich vi ac-
cade tutto ci che accade nel mondo, di cui sono
l'immagine : concupiscenza della carne, degli occhi
o orgoglio della vita. Vi si rendono dilettevoli le
passioiii e tutto il piacere che se ne trae sta nel ri-
svegliarle.
Non crediate di essere innocenti scherzando sui
vizi altrui o prendendovene gioco: cos che si nu-
trono i propri. Chi spettatore di ci che awiene
all'esterno, dentro di s in segreto attore. Queste
malattie sono contagiose e dalla finzione si giunge
alla realt.
a Io scrivo a voi, padri ; scrivo a voi, giovani ; scri-
vo a voi, fanciulli-, dice San Giovanni Egli parla
a tre et: ai padri che son gi vecchi o si awicina-
no alla vecchiaia, ai giovani nel pieno del loro vi-
gore, e ai fanciulli.
Vegliardi, che debilitati dall'et riponete la vostra
gloria nei figli, ponetela piuttosto nel conoscere co-
lui il quale dall'inizio dei tempi e nel considerar-
lo il Padre vostro.
Giovani, San Giovanni si rivolge a voi due volte.
Voi che vi fate un vanto della vostra forza e volete
travolgere ogni cosa con i vostri ardenti assalti e la
vostra foga impetuosa, riponete piuttosto la vostra
gloria nel vincere il maligno, che ispira ai vostri gio-
vani cuori tanti desideri, tanto pi pericolosi quan-
to pi appaiono dolci e seducenti.
Dir una parola ai fanciulli e poi torner ancora
a voi, giovani, che correte pericoli tanto grandi.
Fanciulli, per tenerezza che vi chiamo cos, e poi-
ch non rivolger le mie parole a quelli che sono
nella culla, ch non sono ancora in grado d'inten-
dermi; mi rivolgo a voi, fanciulli, che incominciate
ad avere la conoscenza: dal momento in cui essa
s'affaccia, fate in modo di conoscere il vostro vero
padre, che Dio. Onoratelo nei vostri genitori, che
soiio l'immagine della sua eterna paternit, abbia-
te in cuore il timor di Dio e imparate per tempo a
lasciarvi ammaestrare, correggere e condurre dalla
sua saggezza.
Non vi si insegni ad amare l'ostentazione e l'ele-
ganza, e la vanit non sia in voi n l'attrazione n
la ricompensa del bene che fate e, soprattutto, non
ci si prenda gioco delle vostre passioni e voi, geni-
tori, non recitate di queste commediole in famiglia,
giacch questi giochi ancora innocenti vengono da
un fondo che non lo . Le fanciulliiie non impari-
no troppo presto che d'uopo avere degli spasi-
manti: i ragazzi sono fin troppo pronti a fare i ga-
lanti. I1 vizio nasce senza pensarci, e non si sa quan-
do incomincia a germogliare.
Torno infine a voi, giovani. vero, voi siete nel
pieno delle vostre forze, fortes estisn 140, ma la vostra
forza non altro che debolezza, se non si manife-
sta che attraverso l'ardore e la violenza delle vostre
passioni. Che la parola di Dio viva in voi; comin-
ciate con l'ascoltarla, cominciate col riverirla. Voi
volete portarla in tutto il mondo, ma vi ho gi det-
to che colui al quale bisogna portarla il maligno
che vi tenta.
Padri gi avanti negli anni, giovani, fanciulli, cri-
stiani tutti, ripetiamo tutti insieme: Non amate il
mondo, n ci che nel mondo., poich tutto
quanto nel mondo non che amore per i piace-
ri, curiosit e ostentazione, e inoltre orgoglio inna-
to, che soffoca la virt ancora in germe e, perse-
guitandola senza sosta, la corrompe non soltanto al
suo nascere, ma anche quando sembra aver rag-
giunto il suo accrescimento e la sua perfezione.
Capitolo XXXII - Della comune radice della triplice
concupiscenza, che l'amore di s, al quale bisobgna
porre il santo e puro amor di Dio.
Ricordiamoci, o infelici figli d'Adamo, che ab-
bandonando Dio, il quale l'origine e la perfezio-
ne del nostro essere, noi ci attacchiamo a noi stes-
si, e che il peccato originale consiste in questo
amore cieco e sventurato, specialmente nell'amore
della nostra eccellenza. Questo quel che ci rende
veramente dei di noi stessi, idolatri dei nostri pen-
sieri, delle nostre opinioni, dei nostri vizi, persino
delle nostre stesse virt, incapaci di trarre profitto
non soltanto dai falsi beni del mondo da cui siamo
dominati e trascinati, ma persino dai veri beni che
ci vengono da Dio, poich invece di elevarci a co-
lui il quale li dona per unirci a lui, noi, non so co-
me, ci attacchiamo ad essi, come se ci appartenes-
sero o ne fossimo gli autori. I1 libero arbitrio che
ha gi ingannato i nostri progenitori ci seduce an-
cora e dal momento che tu, mio Dio, hai voluto
che concorresse alla tua grande opera, cio alla no-
stra santificazione, esso, senza considerare che sei
tu, o segreto motore, che hai ispirato la sua retta ri-
soluzione, si ferma inspiegabilmente in se stesso e
crede d'essere qualcosa, invece del nulla che .
Dio mio, santificaci nella verit, facci diventare
santi non ai nostri occhi ma ai tuoi, nascondici a
noi stessi e facci rit.rovare soltanto in te.
Mi sono levato di notte, come Davide, <<percon-
templare i tuoi cieli, che sono opera delle tue ma-
ni, e la luna e le stelle che vi hai poste. .'41 Cos'ho
inai visto, Signore, e quale mirabile visione degli ef-
fetti della tua luce infinita! I1 sole avanzava ema-
nando un biancore celestiale che si spandeva da
tutte le parti; le stelle erano scomparse e si era le-
vata la falce della luna crescente, d'un color argen-
teo cos bello e vivo ch'era un incanto per gli oc-
chi, e mostrandosi chiara e illuminata dal lato vol-
to verso il sole, sembrava che volesse rendergli ono-
re. Tutto il resto era oscuro e tenebroso, mentre il
piccolo semicerchio riceveva da quella parte sol-
tanto il radioso chiarore dei raggi del sole, come se
questo fosse il creatore della luce. Quando il sole si
volgeva verso la luna essa riceveva un po' di luce da
quel lato, e pi aveva il sole di fronte, pi la sua lu-
ce aumentava. Quand'esso l'aveva interamente di
fronte l'altra era piena, e pi riceveva luce, pi ren-
deva onore a quello da cui le proveniva. Ma ecco
un nuovo omaggio al suo celeste rischiaratore: pi
il sole s'awicinava, pi vedevo l'esile falce crescen-
te diminuire e lentamente sparire, e quando il sole
si fu mostrato interamente la sua pallida luce fioca
scomparve, persa in quella del grande astro, dentro
la quale sembr come assorbita. Si vedeva bene
ch'essa non poteva aver perduto la sua luce con
l'avvicinarsi del sole che l'illuminava: il piccolo
astro cedeva al pi grande, la debole luce si
confondeva con quella sfolgorante e il posto della
luna crescente, prima tanto preminente tra le stel-
le, spariva dal cielo.
Dio mio, eterna luce, questa l'immagine di ci
che accade all'anima mia quando tu la rischiari. Es-
sa non viene illuminata che dal lato in cui la guar-
di: l dove i tuoi raggi non penetrano non che
tenebra, e quand'essi si ritirano completamente
l'oscurit e lo smarrimento soiio assoluti. Cosa de-
vo fare, Signore, se non riconoscere che tutta la lu-
ce che ricevo promana da te? Se allontani il tuo vi-
so da noi veniamo awiluppati da una notte che ci
impaurisce; tu solo sei la luce della nostra vita. I1
Signore la mia luce e la mia salvezza: cos'ho da
temere? I1 Signore la protezione della mia vita:
di che cosa dovrei aver paura?. Noi siamo tra
quelli a cui l'Apostolo ha scritto: Eravate un tem-
po tenebre, ora siete luce, in nostro Signore .'41
come dire: Se voi foste luminosi da voi stessi, pie-
ni di santit, di verit e di virt, e se foste voi stes-
si la vostra luce, non sareste mai stati nelle tenebre,
e la luce non vi avrebbe mai abbandonato. Ma
adesso voi riconoscete, grazie al vostro traviamento,
di non poter essere rischiarati che da una luce che
viene dal di fuori e dall'alto. E se voi siete luce,
soltanto in nostro Signore.
O luce impenetrabile con la quale illumini tutti
gli uomini che vengono al mondo, e in particolare
quelli di cui scritto: Vivete da figli della luce ,'41
oltre all'omaggio che ti dobbiamo di attribuire a te
tutta la luce e tutta la grazia che in noi, poich
l'abbiamo ricevuta unicamente da te che sei il vero
creatore della luce, noi te ne dobbiamo anche un
altro: la nostra luce deve perdersi nella tua e sva-
nire al tuo cospetto. S, o mio Signore, ogni luce
creata che non sia la tua, per quanto promani da
te, ti deve questo sacrificio, deve annientarsi e
scomparire alla tua presenza, e scomparire princi-
palmente ai nostri propri occhi di modo che, sem-
mai vi sia in noi qualche luce, possiamo vederla
non in noi stessi ma in colui che ci hai mandato
per esserci sapienza e giustizia, saiitificazione e
redenzione D '44,affinch N colui il quale si gloria, si
glori non in se stesso, ma unicamente in nostro
Signore )> 14'.
Ecco, mio Dio, il sacrificio che ti offro e l'obla-
zione pura della nuova alleanza, che ti deve essere
offerta in Ges Cristo e per Ges Cristo in tutta la
terra. Io te l'offro, o Dio vivente ed eterno! Voglio
offrirtelo ad ogni mio respiro; ad ogni mio pensie-
ro voglio pensare a te, che sei tutto il mio amore,
poich a te devo tutto. Non sei soltanto il lume dei
miei occhi, poich quando li apro per guardare la
luce che hai donato loro, sei tu che me ne ispiri la
volont.
O Signore, dal quale ricevo ogni cosa, io t'amer
per sempre. Ti amer, Dio mio, tu che sei la mia
forza. Accendi in me quest'amore, inviami dal pi
alto dei cieli e dal tuo eterno seno il tuo Spirito
Santo, questo Dio d'amore che fa di tutti quelli che
santifichi un cuore e un'anima soli. Ch'esso sia la
fiamma invisibile che possa consumare il mio cuo-
re d'un amore santo e puro, d'un amore che non
trattenga nulla per s, nemmeno il pi piccolo pia-
cere, ma che rimandi a te solo tutto il bene che ri-
ceve da te.
Mio Dio, soltanto il tuo Spirito Santo pu ope-
rare questo prodigio; fa ch'esso sia dentro di me
come un carbone ardente, che purifichi le mie lab-
bra e il mio cuore in tal sorta che non vi sia in me
pi nulla di mio, e che l'incenso ch'io brucer al
tuo cospetto, nel momento stesso che verr depo-
sto in questo braciere ardente che accenderai nel
profondo della mia anima, esali tutti i suoi fumi al
cielo senza che me ne resti nulla, per mandarti un
grato profumo. Ch'io non mi compiaccia che in te,
che i11 te soltanto io trovi la mia felicit e la mia vi-
ta, adesso e nei secoli dei secoli. Amen, Amen.
Legenda

Da La Sacra Bibbia:
Am = Amos

AP = Apocalisse
At = Atti degli Apostoli
Cn = Cantzco dei Cantici
Col = Lettera ai Colossesi
l & = Prima lettera ai Corinti
Ec = Ecclesiaste
Ecli = Ecclesiastico
Ef = Lettera agli Efesini
Est = Ester
Ez = Exechiele
Gal = Lettera ai Galati
Gb = Giobbe
Gc = httera di S. Giacomo
Gdt = Giuditta
Ger = Geremia
Gn = Genesi
Gv = Vangelo di S. Giovanni
l Gv = Ainza lettera di S. Giovanni
Is = Isaia
Lc = Vangelo di S. Luca
Mc = Vangelo di S. Marco
M1 = Malachia
Mt = Vangelo di S. Matteo
Nm = Numeri
Pro = Proverbi
2Pt = Seconda lettera di S. Pietro
2 Re = Secondo libro dei Re
Rm = Lettera ai Romani
Sal = Salmi
SaP = Sapienza

Dalle Opere di S. Agostino:


CeP = Contra duas Epistolas Pelagianmm
Conf = Confessiones (Le Confessioni)
De civ. Dei = De ciuitate Dei
D4 = De diversis questionibus ad Simplicianum libri
h. = Sennones passim

S. Cipriano:
Jud. @i. = Test. aduersus Judaos ad @irin.

S. Fulgenzio : Epastole
Ep. Pel. = Contra duas Epistolas Pelagianorum.
la.,11, 15, 16, 17.
' Ibid., 12, 13, 14.
Gv., I, 10.
Ivi, W ,17.
"vi, XV, 18, 19.
"vi, XVI, 33.
' Ivi, XVII, 6.
' Ibid., 9.
Ibid., 11.
'O Ibid., 14, 15, 16, 17.
" Ibid., 25.
l2 Rm,VII, 24.
l3 Sap., IX, 14, 15, 16.
l4 Ecli., XL, 2.
'"eli., i.,,2-12.
l" SII.,XLVIII, 13 e 21.
l' Rm.,WI, 18.
I' Ivi, 21.
'"t., XIV, 16.
G n j , 1. X, cap. XXXI et al.
l&., VII, 25.
n Gb., XXXI, 1.
2Pt, 11, 14.
Mt., V, 28.
25 h., VII, 18.
Rm.,11, 5.
*' Gal., V,17.
G., 111, 6, 7.
'M Ec., VII, 30.
"O Gn,11, 25.
l Ibid., 111, 10, 11.
:
'
32
Ivi, 7.
: De dv. Dei, I. X N , cap. XV.
3
'
&, VI, 5.
"' Ivi, 2.
Confess., I. X.
:l7 Mt., VII, 1.
" SUL,W, 3.
" Ecli., 111, 22.
* h., m,27.
Rm., XII, 3.
42 Ec., V, 9, 10.
43 Ivi, 17, 18
44 Ibid., IV, 8.
45 PIO., XXVII, 20.
46 Ec., 11, 19.
47 Ivi, V, 14, 15.

Rm., 11, 5.
4"a~., CXLIII, 15.
" Ivi, VIII, 4.
51 Mt., VI, 28, 29; cn.,111, 11.
"' Sap., XIII, 3.
5s Sal, XXV. 8.
" Ibid., 9.
55 SUL, CXLIII, 12.
5G Ivi, CXVIII, 37.
57 l&., VII, 31.
Eji., W ,15, 16, 18.
59 Nm., W ,39.
~c dv. D, 1. XIV, cap. XII1.
G1 Cn.,111, 5.
" Ec., VI, 30.
'" Sup., XI, 17.
Ez., XXVIII, 18.
"j De civ. Dei, I . XIV, cap. XXVIII.
Is., XL, 15.
" Ibid., 17.
Gen., 111, 1.
'* Rm., VII, l l .
70 De div. qumt. ad Simpl., 1. I, n. 3 e segg.
71 Mt., XI, 30.
xl,
72 Gb., 12.
73 De &. Dei, I . XIV, cap. XIII e segg.
74
Gal., V, 19.
75
Pro., V I , 26.
7G Gdt., XII, 11.
77 COnJ, I. X, cap. XXXVII e segg.
78 Am., VI, 14.
79 S m . , CXLI.
" Mt., VI, 2.
S. Agostino, Salm., CXVIII, h. XIL.
Mt., XXIII, 5; VI, 2, 5, 16.
Lc., XVIII, 11.
84 Ibid.
85
Sal., XXXIII, 3.
ck.XVII,
, 5.
87
S. Cipriano, Test. adversus Judaos ad Quirin., l. 111, cap. IV, S.
Agostino, Contra duas Ep. Pelag., lib. IV, cap. X.
Rm., X, 3.
m PCor, 111, 5.
Epist. VI, cap. VIII, n. 11.
" Gv., VIII, 44.
" G., 11, 19.
93 Is., m , 12.
" Ez.,XXVIII, 12, 14 e 15.
Zs., XIV, 13, 14.
M Ibid, 15.
97
Sal., VIII, 6.
" S. Agostino, Serm., CLXIV, n. 8, t. V, col. 788.
" Gn.,111, 1.
Ioa Ibid., 2, 3.
'"l Ibid., 4.
l"' Ibid., 7.
103
Gn., 111, l, 4, 5.
'O4 IGu., 11, 16.
lo' Gn.,I, 31.
IGv., V, 19.
lo' Ibid., 11, 15.'
' O R Ibid., 11, 15.
l@' lCor., V I , 31.
"O sap., IV, 12.
"l Ibid.
I l 2 ~ m . XV, , 39.
Il"-, 11, 3.
114
l G v . , 11, 17.
I l 5 S.Agostino, De Ciu. Dei,1. XXI, cap. XII, tom. VII, col. 683.
I l G 2Cor., N, 17, 18.
I l 7 MI., 111, 6.
I l 8 Gu.,VII, 16.
I l 9 ~bid.,XIV, 10.
Ibid., IV, 34.
Ibid., X, 28.
In Mt., XXVIII, 18.
lZ3Ibid., XX, 23.
124
1 Cor., I, 30.
Ivi, 11, 2.
I2"c., XIII, 1, 3, 4, 5.
Ibid., 32.
Mt., VIII, 20.
Mc., N, 38.
Isa Ger., 11, 20.
Ibid., 23.
13' Ibid., 23; Gb., XIV, 16.
133
Ec., I, 18.
l" Ibid., 1, 2.
l''' Rm., VIII, 20, 21.
Rm., VIII, 20, 21.
13G Mt., VI, 21.
In' 2Re, XI, 2.
l'' Pro., XXIII, 32.
13"~v., 11, 13.
'40 Ibid., 14.
I 4 l Sal., VIII, 4.
E!, v, S.
I4"bidem.
'41 ]COI-., I, 30.
14' 2Cor., X, 17.