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DAVID STRAUSS

L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE


Considerazioni inattuali, I
1873
Traduzione condotta sull'originale tedesco David Strauss. Der Bekenner und der
Schriftseller, in Nietzsche Werke, Kritische Gesamtausgabe, Herausgegeben von Giorgio
Colli und Mazzino Montinari. Walter de Gruyter, Berlin - New York, 1973.
Traduzione di Mirella Olivieri
Introduzione

Nell'agosto 1873, allorch usc presso l'editore Fritzsch di Lipsia la pri-


ma Considerazione inattuale, Nietzsche aveva gi pubblicato da pi di un
anno la Nascita della tragedia dallo spirito della musica, senz'altro l'opera
decisiva della sua produzione giovanile, lo scritto pi dirompente e geniale
che sia mai uscito dalla penna di un ventisettenne: un'opera carica di desti-
no, gravida di futuro, che avrebbe fatto epoca non solo nella biografia del
suo autore, ma in assoluto. Eppure non fu in virt di quest'opera che il
giovane accademico dell'Universit di Basilea divenne celebre, non fu
quello sguardo gettato con temerariet nell'origine dionisiaca della trage-
dia greca a suscitare il massimo clamore. L'opera che procur maggior fa-
ma al giovane Nietzsche, lo scritto che fece scalpore fu proprio la sua pri-
ma Inattuale. Forse il libro pi debole tra quelli da lui pubblicati, come ha
osservato Giorgio Colli', quello pi paradossalmente legato all'attualit.
Un 'opera tutta e solo polemica, ferocemente polemica. Di essa il lettore di
oggi stenta a ricordarsi qualche altro contenuto o concetto che non sia
l'impietoso e quasi ossessivo martellare contro la figura del filisteo col-
to, esemplarmente colta e centrata nell'opera del critico biblico e storico
del Cristianesimo David Strauss (1808-1874). Nella persona di questo teo-
logo liberale di scuola hegeliana Nietzsche prendeva a bersaglio col pi-
glio furente ed aspro tipico dell'alloro venerato Schopenhauer l'esiziale
fusione tra cultura e Stato, l'indecenza di un pensiero che nuotava quieta-
mente abbandonato alla corrente dello spirito del tempo: di un pensiero e
di una cultura, dunque, sommamente improduttivi e cio incapaci di attri-
to e di urto con il presente.
Quella di Nietzsche non era nemmeno una polemica nel senso garbata-
mente letterario o giornalistico del termine, la sua era una guerra sans
phrase condotta con i mezzi della scrittura. Quando tra una devota visi-
ta a Bayreuth dai Wagner ed un'escursione sulle montagne svizzere (a
Flims nei Grigioni) con l'amico di Pforta Gersdorff egli decide di muo-
vere il suo attacco a sorpresa contro la Kultur bismarckiana (preceduto
dall'ancora timide schermaglie contenute nella conferenza Sull'avvenire
delle nostre scuole dell'anno precedente), l'ormai anziano Strauss, gi noto
per la sua Vita di Ges (uscita nel 1836), aveva pubblicato da poco (nei pri-
mi mesi del 1872, per l'esattezza) il suo libro su La vecchia e la nuova fede.
Un 'opera, questa, di immediato successo (in pochi mesi aveva raggiunto le
quattro edizioni), in perfetta armonia con lo spirito dominante nel neo
proclamato Reich tedesco; tutta intrisa di ottimistico progressismo, piatta-
mente apologetica fin nel bagaglio metaforologco che metteva in cam-
po della modernit o meglio, della sua identificazione con un mlange
tra devozione patriottica ed esaltazione religiosa della scienza (la nuova fe-
de che doveva soppiantare quella non ancora demitologizzata del Cristia-
1
Cfr. G. Colli, Scritti su Nietzsche, Adelphi, Milano 1980, p. 21.
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nesimo tradizionale). Di una tale opera non si poteva non parlare a Bay-
reuth, nel circolo dei Wagner. E Cosimo, infatti, in una pagina di Diario
del 7 febbraio 1873 annota di averne discusso durante un pranzo dai We-
sendonck e di averla trovata insieme al marito a differenza della padro-
na di casa che la difendeva terribilmente superficiale. Tanto pi che
lo stesso Wagner aveva un vecchio conto da regolare2 con David
Strauss, da ascriversi al fatto che quest'ultimo era intervenuto pubblica-
mente a favore del direttore d'orchestra Franz Lachner (1803-1890) nella
polemica con lo stesso Wagner, che lo aveva praticamente soppiantato alla
corte monacense di Luigi n di Baviera. Perci si parlato3 della prima
Inattuale nietzscheana come di un'opera scritta dietro suggerimento o, ad-
dirittura, su incarico dello stesso Wagner, evidentemente insoddisfatto dei
tre velenosi ma poco efficaci sonetti che aveva indirizzato contro
Strauss. Ma non questo un problema di grande rilevanza ai fini di una
lettura e di una valutazione del bellicoso pamphlet nietzscheano. Indub-
biamente qui ma l'osservazione si pu tranquillamente estendere alle al-
tre Inattuali ancora fortemente avvertibile l'influenza dei Maestri della
sua giovent: Schopenhauer e Wagner, il travagliato distacco dai quali co-
mincer solo con il concludersi o meglio, con l'interruzione del ciclo delle
Inattuali (Nietzsche ne aveva infatti previste altre dodici). Della presenza di
Schopenhauer nella verve causticamente polemica che anima lo scritto an-
ti-straussiano e, quindi, anti-flisteo d Nietzsche, gi si detto. Wagner
poi, se non direttamente all'origine di queste pagine come occulto o palese
ispiratore, ne certo partecipe della genesi fino ad attenderne con impa-
zienza l'invio (come testimonia, appunto, una sua lettera a Nietzsche del
30 aprile 1873). Non , per, quella delle ascendenze o dei debiti la cifra
migliore per leggere questa prima Considerazione inattuale, di cui quasi
ovvio affermare che si tratta ancora di un frutto acerbo, seppur denso di
succhi originali. Per interpretare quest'opera che si presenta nel segno del-
l'eccesso: dell'eccesso polemico anzitutto e, quindi, dell'eccedenza della
forma e della tonalit stilistica su qualsiasi contenuto, la chiave migliore ci
ancora offerta dallo stesso Nietzsche con lo sguardo retrospettivo che in
Ecce homo rivolge alle quattro Inattuali ed, in particolare, allo straordi-
nario successo che tocc alla prima, al superbo clamore da essa suscita-
to. Come precisa subito Nietzsche, le Inattuali sono da leggersi essenzial-
mente nel segno della guerra: hanno il carattere strategicamente bellico del-
l'attacco, dell'attentato. E qui, nella prima, l'attacco frontale, l'incursione
quasi terroristica era rivolta direttamente alla cultura tedesca, contro la
sua fatale mutazione in pura e semplice opinione pubblica. E gi cos si
chiarisce il senso dello scritto contro Strauss: l'aver sancito un irreversibile
dissidio tra lo spirito della filosofia nietzscheana e quello del Deutschtum
e, pi in generale, tra la sua concezione della cultura e una qualsiasi filoso-
fia dello Stato. Ogni immediata utilizzazione politica di Nietzsche trova
qui Usuo ingombrante ostacolo4. Con il suo attacco al filisteismo della cul-
tura, in quanto del tutto acquiescente ali'estirpazione dello spirito tedesco
a favore delV'impero tedesco", Nietzsche intende avvertire che lo stile del
suo pensiero assolutamente in urto con il proprio presente. Ma questo

2
Cfr. per questo C. P. Janz, Friedrich Nietzsche. Biographie, tr. it.: Vita di Nietzsche, a
cura di M. Carpitella, 3 voli., Laterza, Roma-Bari 1980, voi. , pp. 498-499.
3
Cfr. C. P. Janz, op. cit., voi. i, pp. 499-500.
4
A questo proposito sempre da vedere il saggio di M. Cacciari su L'impolitico nietz-
scheano contenuto in F. Nietzsche, // libro del filosofo, a cura di M. Beer e M. Ciampa, con
saggi di M. Cacciari, F. Masini, S. Moravia e G. Vattimo, Savelli, Roma 1978.
INTRODUZIONE DI FABRIZIO DESIDERI 273

si potrebbe obiettare era gi espresso a chiare note nella Nascita della


tragedia con la ricerca, che qui conosce un eclatante inizio, di un immedia-
to contatto del pensiero, all'apice del Moderno, con lo spirito della trage-
dia greca: con l'oscuro e terribile fondo di aspre dissonanze e di inaudita
crudelt da cui emerge. Ma in tal caso la forma espositiva pare ancora im-
pacciata, ancora avvolta di professorali cautele, di timidezze proprie del fi-
lologo; qui ancora, a differenza che nel Nietzsche maturo, lo stile smorza
contenuti troppo dirompenti, quasi li diluisce, li attenua nel fragore del lo-
ro disvelamento5. La sua filosofia tragica, lo sappiamo, doveva trovare la
propria genuina cifra stilistica: la sua forma. E questa sar una forma radi-
calmente antitetica alla grevit peculiare dei filosofi tedeschi della cattedra,
sar la tonalit sospesa e talvolta letteralmente enigmatica della scrittura
per aforismi.
Quando Nietzsche osserva, nel primo capitolo dello Strauss, che la vitto-
ria militare della Prussia sulla Francia l'opposto di una vittoria della cul-
tura tedesca, in quanto la cultura francese continua ad esistere come pri-
ma, e noi dipendiamo da essa come prima, sembra avvertire questo pro-
blema come un problema interno alla formazione della sua filosofia. La
severa disciplina, la pi ferma obbedienza come qualit morali tipiche
dell'esercito tedesco (dei suoi colti ufficiali) lo distinguono da quello fran-
cese, cos come gli eserciti macedoni si distinguevano dagli eserciti greci,
incomparabilmente superiori quanto a cultura. Perch cultura afferma
Nietzsche con echi certamente burckhardtiani soprattutto unit di
stile artistico in tutte le manifestazioni vitali di un popolo. E quanto vede
imperare nell'attuale cultura tedesca il perfetto contrario: la barbarie,
ossia la mancanza d stile o la caotica confusione di tutti gli stili. Quel che
allora sottintende Nietzsche gi all'inizio del suo scritto del 1873 una pro-
vocatoria equiparazione di antichit greca e modernit francese. Cos, ai
suoi occhi lo spazio del Moderno s apre subito come l'antitesi di deboli e
celebratori appaesament (qui, insomma, Nietzsche si rivela gi un critico
del Post-moderno a cui lo si vorrebbe talvolta assimilare): non, dunque,
nello spirito di una conciliazione hegelianeggiante o storicistica, bens in
quello di una somma conflittualit. Intanto ribadisce teniamo pre-
sente il fatto che, oggi come ieri, in tutte le questioni di forma noi dipen-
diamo e dobbiamo dipendere da Parigi: infatti sinora una cultura
originale tedesca non esiste. Con un'affermazione del genere, a ben vede-
re, non era deciso soltanto un destino di isolamento e di dissidio nei con-
fronti dello Stato tedesco e della sua cultura. Qui gi si profilavano, seppur
implicitamente, i motivi che lo avrebbero diviso da Wagner fino ad oppor-
gli ironicamente la levit mediterranea della musica di Bizet; i motivi del
futuro emergere di un esprit irrisorio e dissacrante nella sua filosofia che
gli avrebbe fatto dedicare a Voltaire la prima opera illuministica:
Umano, troppo umano*; quegli stessi motivi che lo avrebbero indotto ad

5
6
G. Colli, op. cit., p. 26.
Ancora in Ecce homo e proprio nelle pagine che dedica ad Umano, troppo umano Nietz-
sche chiarisce la ragione del suo distacco da Wagner, la profonda estraneit provata assi-
stendo al primo festival di Bayreuth: Cos'era accaduto? Si era tradotto Wagner in tede-
sco! Il "wagneriano" si era impossessato di Wagner! L'arte tedesca, il maestro tedescol La
birra tedesca*. [...] Il povero Wagner; dov'era andato a finire! Fosse almeno finito tra i porci!
Ma'tra i Tedeschi!. Come, poi, avesse cercato di difendere Wagner stesso dall'identificazio-
ne con la cultura tedesca contemporanea lo testimoniano gli ultimi aforismi di Al di l del be-
ne e del male, dove da un lato, si continua a parlare della Francia come della sede della pi
spirituale e raffinata cultura europea (af. n. 254) e dall'altro, si sostiene la profonda affinit
tra lo spirito della musica wagneriano quello spirito incompreso allo stesso Wagner e
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ispirare il suo pensiero di immoralista allo stile aforistico e saggistico dei


grandi moralisti francesi come Montaigne, La Rochefoucauld, Chamfort.
Come l'attacco mosso da Nietzsche, con impietoso disprezzo, alla cul-
tura come opinionepubblica, avvenisse essenzialmente in difesa della di-
gnit della lingua tedesca e dunque in uno spirito krausiano avant-Iettre7
fu colto da uno dei suoi pochi difensori: lo scrittore Karl Hillebrand
(1829-1884) in un articolo apparso sulla Augsburger Zeitung e ricordato
con gratitudine da Nietzsche in Ecce homo. Ma tale aspetto non faceva al-
tro che accrescere la spavalda provocatoriet dello scritto nietzscheano.
Come vide l'onesto Hillebrand, attaccando Strauss Nietzsche prendeva di
mira uno tra i primi scrittori della nazione e, inchiodando la sua presun-
ta classicit alle miserie del gergo accademico-giornalistico gi allora im-
perante, mostrava quell'altissimo coraggio che porta sul banco degli ac-
cusati proprio i favoriti di un popolo. Cos inteso, allora, il capitolo 12
puntigliosamente dedicato ad analizzare l'inconsistenza sintattico-gram-
maticale, prima ancora che stilistica, della prosa straussiana pi che
una stucchevole lista dovuta alla propria pedanteria professorale, co-
me ha sostenuto invece Giorgio Colli8. Esso frutto anche di una profonda
devozione per la lingua di Goethe e di Lichtenberg e, insieme, della scalpi-
tante impazienza di trovare una nuova forma che rendesse onore a questi
nomi e al classico nitore della loro scrittura. Ed in questo prefigura gi, in
qualche modo, il doppio sguardo che nella sua ricerca Nietzsche
avrebbe gettato verso i frammenti degli antichi greci e, da buon euro-
peo, verso la raffinata modernit dei francesi; nonch Usuo imparare a
pensare camminando, come un baudelairano flneur, per i vicoli del
porto di Genova o per le calli veneziane.
per tutta questa serie di motivi che non si pu sottovalutare l'importanza
di questa prima Considerazione inattuale. Seppur legata all'attualit (e, per-
ci, apparentemente distante dal lettore odierno) nel suo bruciarsi tutta nella
furia della polemica, nella distruttiva identificazione senza residui con il pro-
prio bersaglio una identificazione che priva certamente lo scritto del pa-
thos della distanza e della serenit della critica essa resta comunque la pri-
ma, perentoria autoaffermazione dell'inattualit di Nietzsche, del suo esser
postumo rispetto al proprio tempo. La ripercussione di questo scritto
leggiamo ancora in Ecce homo addirittura incalcolabile nella mia vita.
Nessuno ha pi cercato di attaccar briga con me fino ad oggi. Si tace, in Ger-
mania mi si tratta con cupa circospezione: da anni ho usufruito di un 'illimita-
ta libert di parola, per la quale nessuno oggi, tantomeno nel "Reich", ha le
mani abbastanza libere. Il mio paradiso "all'ombra della mia spada"... In
fondo avevo messo in pratica una massima di Stendhal: egli consiglia di fare il
proprio ingresso in societ con un duello. E come avevo saputo scegliere il
mio avversario! Il primo pensatore tedesco!...
Si comprende, allora, il senso di questo scritto e la sua posizione strate-
gica nel complesso dell'opera nietzscheana, se si tiene conto che ad entrare
quello del tardo romanticismo francese; a parlare in entrambi i casi una sola anima: l'Eu-
ropa, l'Europa una. Ben altro sar il tono dominante negli scritti che di l a due anni
{Aldi l del bene e del male del 1886 ed era stato pensato in origine come continuazione di
Umano, troppo umano) Nietzsche dedicher all'amato-odiato Wagner.
7
A questo aspetto accenna Mario Carpitella nella sua limpida prefazione all'edizione adel-
phiana della prima Inattuale, cfr. F. Nietzsche, David Strauss. L'uomo di fede e lo scrittore,
nota
8
introduttiva di M. Carpitella, tr. it. di S. Giametta, Adelphi, Milano 1991, p. 7.
Cfr. G. Colli, op. cit., p. 21.
INTRODUZIONE DI FABRIZIO DESIDERI 275
in societ gettando il guanto di sfida al filisteismo della cultura tedesca nel-
la persona di David Strauss era pur sempre l'autore della Nascita della tra-
gedia. In altri termini: con il suo scritto acremente polemico fino a di-
struggere letteralmente il proprio avversario Nietzsche mostrava di aver
ormai inteso una lezione cui rester fedele per tutta la vita e ancor pi negli
ultimi libri che pubblicher. Ossia, che il pianissimo non pu essere il mo-
dulo espressivo di una filosofia moderna, anche nel caso che si presenti
come una critica della modernit e intenda resuscitare il Dio della saggez-
za tragica; che, dunque, anche il filosofo per farsi ascoltare per far in-
tendere finanche i suoi pensieri pi segreti deve oggi, in qualche modo,
alzare il tono della sua voce e, quindi, assumere la maschera del comme-
diante. Con la prima Inattuale, insomma, Nietzsche pare avvertire che d'o-
ra innanzi la sua filosofia dovr anzitutto mettersi in scena: trovare quella
forma ad effetto, quella moderna forma teatrale in cui si potesse rappre-
sentare il serio gioco dell'antica tragedia. Il pamphlet anti-Strauss va forse
letto proprio in questa direzione: come una strategica provocazione del-
l'autore della Nascita della tragedia, come un ingresso in societ di cui
non ci si poteva non accorgere. Che poi il senso di questo ingresso: il farsi
avanti di una figura inquieta e inquietante per la cultura contemporanea,
lo si potesse capire a chiare lettere solo con la seconda Inattuale dove
netto il dissidio tra la moderna coscienza storica e le ragioni della vita
altra questione. Resta semmai da precisare come anche questo tema
sia gi annunciato nello scritto su Strauss e precisamente nel capitolo 2,
dove si descrivono i filistei colti come coloro che, amanti della quiete,
cercarono di trasformare in discipline storiche tutte le scienze dalle quali
ci si potesse aspettare turbamenti per la tranquillit, soprattutto la filosofa
e la filologia classica e, cos, con la coscienza storica si salvarono dal-
l'entusiasmo fdurch das historische Bewufltsein retteten sie sich vor dem
Enthusiasmus/ Quell'entusiasmo, ovvero queli'esser posseduti da un Dio
come esperienza maniaca all'origine della filosofia, che Nietzsche, appun-
to, cercher di far udire ancora in mortale inimicizia con la propria epo-
ca nella propria opera.
Quanto poi alla fortuna del testo, c' da aggiungere alle considerazioni
retrospettive d Nietzsche sempre, in Ecce homo, un po' inclini ali'auto-
glorificazione che l'efficacia del suo attacco a Strauss fu tale da incon-
trare, paradossalmente, il plauso degli ambienti pi tradizionalisti di Basi-
lea, come ebbe a notare Cari Spitteler nelle sue memorie:
In uno dei miei brevi viaggi in patria, nell'anno 1874 o 1876, appresi poi su Nietzsche una
cosa che per lunghi anni determin il mio atteggiamento interiore verso di lui: trovai il mondo
culturale e quello devoto di Basilea, ossia il potere e l'aristocrazia, pieni di giubilo. Il nuovo
professor Nietzsche, cos mi spiegarono, sebbene miscredente, aveva distrutto il vecchio Da-
vid Strauss a tal punto che non avrebbe dato pi segni di vita. Un professore di Basilea che,
pur non essendo credente, rende ai devoti, e quindi ai detentori del potere di Basilea, il servi-
gio di annientare il loro avversario pi odiato e da gran tempo isolato e abbandonato da tutti,
mi sembr il contrario di una nobile azione9.
Di questo a parte le discutibili osservazioni sul presunto isolamento di
Strauss parve accorgersi lo stesso Nietzsche, se poco dopo la morte del
suo bersaglio polemico, avvenuta 18 febbraio 1874, scrisse all'amico Gers-
dorff: Ieri hanno sepolto David Strauss a Ludwigsburg. Spero proprio di
non avergli turbato gli ultimi anni, e che sia morto senza saper niente di me
Mi sento alquanto toccato. In fin dei conti Strauss, con la sua Vita di
' C. Spitteler, Gesammelte Werke, vi, Artemis-Verlag, Zi ridi 1947, tr. it.: Le opere, UTET,
Torino 1978, p. 497 ss., citato in C. P. Janz, op. cit., voi. i, p. 500.
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Ges, intorno alla met degli anni Sessanta era stato una lettura importan-
te per il giovane Nietzsche, tra quelle decisive nel farlo desistere dagli studi
teologici e, quindi, dal percorrere la strada del padre. Il tutto, naturalmen-
te, con sommo scandalo della madre10. Proprio di questo, forse, Nietzsche
aveva dimenticato di mostrarsi grato nei confronti del vecchio Strauss. E
probabilmente anche in tal caso la dimenticanza aveva i suoi buoni, recon-
diti motivi.
FABRIZIO DESIDERI

Cfr. C. P. Janz, op. cit., voi. i, pp. 128-129.


1.
La pubblica opinione in Germania sembra quasi che vieti di parlare delle
cattive e pericolose conseguenze della guerra, soprattutto di una guerra
conclusa vittoriosamente: tanto pi volentieri invece si ascoltano quegli
scrittori, i quali non conoscono opinione pi importante di quella pubbli-
ca, e che perci si impegnano a gara ad esaltare la guerra e a seguire con
giubilo i grandiosi fenomeni della sua influenza su moralit, cultura e arte.
Tuttavia diciamolo: una grande vittoria un grande pericolo. La natura
umana la sopporta pi difficilmente di una sconfitta; anzi sembra perfino
che sia pi facile riportare una simile vittoria che sopportarla in modo che
non ne nasca una pi grave sconfitta. Ma di tutte le cattive conseguenze
che l'ultima guerra con la Francia si trascina dietro, forse la peggiore un
errore diffuso, anzi generale: l'errore dell'opinione pubblica e di tutti colo-
ro che la adottano, che in quella lotta anche la cultura tedesca abbia vinto,
e che pertanto la si debba adornare di ghirlande adeguate ad eventi e suc-
cessi tanto straordinari. Questa illusione quanto mai perniciosa: non tan-
to perch un'illusione infatti esistono errori assai salutari e benefici
ma perch capace di trasformare la nostra vittoria in una totale sconfitta:
nella sconfitta, anzi nell'estirpazione dello spirito tedesco a favore del-
l'impero tedesco.
Anche ammesso che fossero state due culture a combattersi, il criterio
per misurare il valore di quella vincente resterebbe pur sempre molto relati-
vo e, cos stando le cose, non autorizzerebbe affatto a un giubilo di vittoria
o a un'autoglorificazione. Infatti sarebbe importante conoscere quale va-
lore avesse la cultura soggiogata: forse un valore assai scarso, nel qual caso
anche la vittoria, persino se ottenuta col pi splendido successo delle armi,
non significherebbe affatto per la cultura vincente un invito al trionfo.
D'altronde, nel nostro caso, non si pu parlare di una vittoria della cultura
tedesca, per motivi molto semplici; infatti la cultura francese continua a
esistere come prima, e noi dipendiamo da essa come prima. Neppure al
successo delle armi essa ha contribuito. Una severa disciplina militare, un
coraggio e una tenacia innati, la superiorit dei comandanti, l'unit e l'ob-
bedienza dei comandati, elementi insomma che nulla hanno a che fare con
la cultura, ci hanno consentito la vittoria su avversari ai quali mancavano i
pi importanti di questi elementi: solo di questo ci si pu stupire, che quel
che oggi in Germania si chiama cultura abbia ostacolato cos poco questi
requisiti militari necessari a un grande successo, forse solo perch questo
qualcosa che si definisce cultura stavolta ha ritenuto pi vantaggioso per s
mostrarsi servizievole. Se lo si lascia crescere e lussureggiare, se lo si vizia
con la lusinghiera illusione di essere stato vincitore, esso avr la forza di
estirpare, come ho detto, lo spirito tedesco e chiss se allora si potr fa-
re ancora qualcosa con quel che rester del corpo tedesco!
278 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE fi]

Se fosse possibile sollevare quel coraggio freddo e impassibile, che il Te-


desco contrappose al patetico e subitaneo impeto del Francese, contro il
nemico interno, contro quella culturalit sommamente ambigua e co-
munque antinazionale che oggi in Germania, con pericoloso equivoco,
vien detta cultura, non sarebbe perduta ogni speranza di giungere a una ve-
ra, genuina cultura tedesca, l'opposto di quella culturalit: infatti ai Tede-
schi non sono mai mancati i capi e i generali pi perspicaci e ardimentosi
solo che a questi spesso mancarono i Tedeschi. Ma che sia possibile im-
primere al valore tedesco questa nuova direzione, mi appare sempre pi
problematico e, dopo la guerra, ogni giorno pi improbabile; vedo infatti
come ognuno sia convinto che non ci sia pi affatto bisogno di una batta-
glia e di un tale coraggio, che anzi la maggior parte delle cose sia gi siste-
mata nel pi bel modo possibile, e che in ogni caso tutto ci che serve sia
stato trovato e fatto gi da tempo, insomma che dappertutto il miglior se-
me della cultura sia gi stato in parte seminato, in parte sbocci in verdi ger-
mogli, e qua e l addirittura metta fiori rigogliosi. In questo campo non c'
solo contentezza; c' felicit ed ebbrezza. Sento questa ebbrezza e questa
felicit nel contegno incomparabilmente sicuro dei giornalisti e dei fabbri-
catori tedeschi di romanzi, tragedie, liriche e storie: giacch questa chia-
ramente una compagnia di affini, che sembra aver congiurato per impa-
dronirsi delle ore di ozio e di digestione dell'uomo moderno, ossia dei suoi
momenti culturali, e stordirlo con della carta stampata. In questa com-
pagnia oggi, dopo la guerra, tutto felicit, dignit e coscienza di s: dopo
tali successi della cultura tedesca essa si sente non soltanto confermata e
sanzionata, ma quasi sacrosanta, perci parla pi solennemente, ama ri-
volgere allocuzioni al popolo tedesco, pubblica, come si fa per i classici,
opere complete, e nei fogli mondiali a sua disposizione sanziona anche ef-
fettivamente alcuni membri della sua cerchia quali nuovi classici tedeschi e
scrittori ideali. Forse bisognerebbe aspettarsi che i pericoli di un siffatto
abuso di successo dovessero essere avvertiti dalla parte pi avveduta e
istruita degli uomini di cultura tedeschi, o che almeno si sentisse quanto c'
di penoso in questo spettacolo: infatti cosa pu essere pi penoso del vede-
re un deforme starsene pettoruto come un gallo davanti allo specchio e
scambiare occhiate di ammirazione con la propria immagine? Ma le classi
istruite lasciano di buon grado che accada quel che accade, e hanno abba-
stanza da occuparsi di se stesse per potersi preoccupare anche dello spirito
tedesco. Inoltre i loro membri sono convinti col massimo grado di sicurez-
za che la loro propria educazione sia il frutto pi maturo e pi bello del
tempo, anzi di tutti i tempi, e non comprendono affatto che ci si preoccupi
per l'educazione tedesca generale, in quanto essi stessi e gli innumerevoli
loro simili sono, per quanto li riguarda, molto al di sopra di ogni preoccu-
pazione del genere. A un osservatore pi attento, soprattutto se stranie-
ro, non pu del resto sfuggire che, fra quel che oggi il dotto tedesco chia-
ma la sua educazione e quella trionfante cultura dei nuovi classici tedeschi,
esiste un contrasto soltanto riguardo alla quantit del sapere: ovunque sia
questione non di sapere, ma di saper fare, non di scienza ma di arte, ossia
dovunque la vita debba testimoniare della specie della formazione, esiste
oggi una sola cultura tedesca e questa pretenderebbe di aver vinto sulla
Francia?
Questa affermazione appare del tutto incomprensibile: proprio nel pi
ampio sapere degli ufficiali tedeschi, nella maggiore istruzione dei soldati
tedeschi, nella pi scientifica condotta di guerra tutti i giudici imparziali, e
infine gli stessi Francesi, hanno riconosciuto consistere il vantaggio decisi-
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vo. Ma in qual senso la cultura tedesca potrebbe ancora pretendere di aver


vinto, se la si volesse separare dall'istruzione tedesca? In nessuno: giacch
le qualit morali di pi severa disciplina, di pi ferma obbedienza non han-
no niente a che fare con la cultura, e hanno per esempio fatto distinguere
gli eserciti macedoni di fronte agli eserciti greci, incomparabilmente supe-
riori quanto a cultura. Si fa solo confusione quando si parla di una vittoria
della formazione e della cultura tedesche, una confusione che si fonda sul
fatto che in Germania il concetto puro di cultura andato perduto.
Cultura soprattutto unit di stile artistico in tutte le manifestazioni vi-
tali di un popolo. Ma il molto sapere e il molto studio non sono n un mez-
zo necessario della cultura n un indizio di essa, e all'occorrenza si accor-
dano nel migliore dei modi con il contrario della cultura, la barbarie, ossia
con la mancanza di stile o la caotica confusione di tutti gli stili.
in questa caotica confusione di tutti gli stili che vive il Tedesco dei no-
stri giorni: e resta un problema serio come gli sia possibile non accorgerse-
ne, nonostante tutta la sua dottrina, e per di pi rallegrarsi di cuore della
sua presente cultura. Eppure tutto dovrebbe metterlo in guardia: uno
sguardo al suo vestiario, alle sue stanze, alla sua casa, una passeggiata per
le vie della sua citt, una sosta nei magazzini dei mercanti d'arte pi in vo-
ga; in mezzo ai suoi rapporti di societ dovrebbe prender coscienza dell'o-
rigine delle sue maniere e delle sue movenze, e in mezzo ai nostri istituti
d'arte, alle gioie dei concerti, dei teatri e dei musei, rendersi conto del grot-
tesco accostamento e della sovrapposizione di tutti gli stili possibili. Il Te-
desco innalza attorno a s cumuli di forme, colori, prodotti e curiosit di
ogni tempo e di ogni regione, e produce cos quella moderna policromia da
fiera, che i suoi dotti dovranno dal canto loro esaminare e formulare come
il moderno in s; e in questo tumulto di tutti gli stili egli se ne resta tran-
quillo a sedere. Ma con questa specie di cultura, che soltanto una flem-
matica insensibilit per la cultura, non si possono vincere nemici, e tanto
meno nemici che, come i Francesi, possiedano una cultura vera, produtti-
va, non importa di quale valore, e dai quali noi sinora abbiamo imitato
tutto, per di pi quasi sempre goffamente.
Se avessimo davvero smesso di imitarli, non avremmo per questo ancora
vinto su di loro, ma ci saremmo soltanto liberati da loro: solo quando
avessimo imposto a essi una cultura tedesca originale, si potrebbe parlare
anche di un trionfo della cultura tedesca. Intanto teniamo presente il fatto
che, oggi come ieri, in tutte le questioni di forma noi dipendiamo e dob-
biamo dipendere da Parigi: infatti sinora una cultura originale tedesca
non esiste.
Noi tutti questo dovremmo sapere di noi stessi: lo ha anche reso noto
pubblicamente uno dei pochi che avessero il diritto di dirlo ai Tedeschi in
tono di rimprovero. Noi Tedeschi siamo di ieri disse una volta Goethe
a Eckermann vero che da un secolo ci siamo notevolmente affinati,
ma possono ancora trascorrere un paio di secoli prima che nei nostri con-
nazionali penetri e si diffonda tanta intelligenza e tanta superiore cultura,
che di loro si possa dire: passato molto tempo da quando essi erano bar-
bari.

Ma se la nostra vita pubblica e privata manca cos visibilmente del con-


trassegno di una cultura produttiva e ricca di stile, se per di pi i nostri
grandi artisti hanno ammesso e ammettono, con accenti della massima se-
280 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [2J

riet e con la sincerit che propria della grandezza, questo fatto enorme e
profondamente vergognoso per un popolo dotato, com' possibile che fra i
Tedeschi colti regni la pi grande contentezza, una contentezza che, dal-
l'ultima guerra in poi, addirittura si mostra continuamente pronta a pro-
rompere in spavalda esultanza e a trasformarsi in trionfo? Si vive comun-
que nella fiducia di possedere una vera cultura: e l'enorme contrasto fra
questa fiducia soddisfatta, anzi trionfale, e un'evidente manchevolezza
sembra sia percepito solo da pochissime, rarissime persone. Infatti tutti co-
loro che concordano con l'opinione pubblica, si sono bendati gli occhi e
tappate le orecchie quel contrasto non deve esistere. Come possibile
ci? Quale forza tanto potente da prescrivere un simile non deve? Qual
sorta di uomini dev'esser giunta al potere in Germania per vietare senti-
menti tanto forti e semplici, oppure per impedirne l'espressione? Questa
potenza, questa sorta di uomini, voglio chiamarli per nome sono i fili-
stei colti.
Com' noto, la parola filisteo presa dalla vita studentesca, e definisce
in senso lato, e tuttavia affatto popolare, l'opposto del figlio delle Muse,
dell'artista, del vero uomo di cultura. Ma il filisteo colto studiarne il ti-
po, ascoltarne le dichiarazioni, ove le faccia, diviene oggi increscioso dove-
re si distingue dall'idea generale della specie filisteo per una supersti-
zione: si illude di essere egli stesso figlio delle Muse e uomo di cultura;
un'illusione incomprensibile, dalla quale discende che egli non sa affatto
che cosa sia il filisteo e che cosa il suo contrario: per cui non ci meraviglie-
remo se nella maggior parte dei casi giurer solennemente di non essere fili-
steo. In questa mancanza di ogni conoscenza di s, egli si sente fermamente
convinto che la sua educazione sia proprio la piena espressione della ve-
ra cultura tedesca: e poich dappertutto si trova davanti persone colte della
sua specie, e tutte le istituzioni pubbliche, scolastiche, culturali e artistiche
sono organizzate in base alla sua culturalit e alle sue esigenze, egli si porta
attorno dappertutto il vittorioso sentimento di essere il degno rappresen-
tante della cultura tedesca odierna, e in conformit a ci formula le sue ri-
chieste e le sue pretese. Ora, se la vera cultura presuppone comunque un'u-
nit di stile, e se persino una cultura cattiva e degenerata non pu pensarsi
senza quella molteplicit che confluisca nell'armonia di un unico stile, la
confusione insita in quell'illusione del filisteo colto pu ben derivare dal
fatto che egli dappertutto ritrova l'uniforme impronta di se stesso, e che da
questa impronta uniforme di tutte le persone di cultura deduce un'unit
di stile nell'educazione tedesca, insomma una cultura. Attorno a s egli
scorge esigenze tutte uguali e opinioni simili; ovunque vada, subito lo av-
volge il vincolo di una tacita convenzione su molte cose, specialmente in
questioni di religione e d'arte: questa imponente omogeneit, questo tutti
unisono non comandato eppure subito prorompente, Io induce a credere
che qui operi una cultura. Ma il filisteismo sistematico e reso dominante
non , per il fatto di avere un sistema, ancora cultura, e neppure cattiva
cultura, bens sempre e soltanto il contrario di essa, ossia barbarie durevol-
mente fondata. Infatti tutta quell'unit di impronta, che cos regolarmente
ci salta agli occhi in ogni persona colta della Germania di oggi, diviene tale
solo per la consapevole o inconsapevole esclusione e negazione di tutte le
forme ed esigenze artisticamente produttive di un vero stile. Nel cervello
del filisteo colto dev'essersi prodotto uno sciagurato travisamento: egli
considera cultura proprio ci che ne la negazione, e poich procede con
coerenza, ottiene alla fine un gruppo compatto di tali negazioni, un siste-
ma di non-cultura, alla quale potrebbe concedersi persino una certa unit
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [2] 281
di stile, se ancora avesse un senso parlare di una barbarie assunta a stile.
Se lo si lascia libero di decidere tra un'azione conforme a uno stile e una
contraria, egli sceglie sempre la seconda, e poich sceglie sempre questa, in
tutte le sue azioni resta un'impronta negativamente omogenea. Proprio di
qui egli riconosce il carattere di ci che ha patentato come cultura tede-
sca: dalla non concordanza con questa impronta che egli misura ci che
gli riesce ostile e fastidioso. In tal caso il filisteo colto si limita a respingere,
negare, celare, tapparsi le orecchie, non guardare, un essere negativo, an-
che nel suo odio e nella sua ostilit. Ma egli nessuno odia pi di colui che
lo tratta da filisteo e gli dice ci che : l'ostacolo di tutti i forti e i produtti-
vi, il labirinto di tutti i dubbiosi e gli sperduti, la palude di tutti gli sfiniti,
la catena al piede di tutti coloro che corrono verso alti scopi, la nebbia ve-
lenosa per tutti i nuovi germogli, l'arido deserto di sabbia per lo spirito te-
desco che cerca assetato nuova vita. Infatti cerca, questo spirito tedesco! e
voi lo odiate perch cerca, e non vuol credervi quando sostenete di aver gi
trovato ci che esso cerca. Com' possibile che un tipo come quello del fili-
steo colto sia potuto nascere e, se nato, sia potuto assurgere alla potenza
di supremo giudice di tutti i problemi culturali tedeschi? com' possibile,
dopo che accanto a noi passata una serie di grandi figure eroiche che con
ogni loro movenza, con tutta l'espressione del volto, con la voce interroga-
tiva, gli occhi fiammeggianti, rivelavano una sola cosa: che erano dei cer-
catori, e cercavano ardentemente e con severa determinazione proprio ci
che il filisteo colto si illude di possedere: la vera, originaria cultura tede-
sca? Esiste un terreno, sembravano chiedere, cos puro, cos intatto, di cos
verginale sacralit, che su di esso e su nessun altro lo spirito tedesco possa
costruire la sua casa? Cos chiedendo traversarono il deserto e la sterpaglia
di tempi miserabili e di situazioni anguste, e come cercatori scomparvero ai
nostri sguardi: tanto che uno di loro, in tarda et, pot dire per tutti: Per
mezzo secolo mi son reso la vita amara abbastanza e non mi son concesso
riposo, ma ho sempre lottato e indagato e agito quanto meglio e pi ho po-
tuto.
Ma come giudica la nostra cultura filistea questi cercatori? Li prende
semplicemente per persone che abbiano trovato, e sembra dimenticare che
essi si sentivano soltanto dei cercatori. Abbiamo gi la nostra cultura, si di-
ce allora, perch abbiamo i nostri classici, non esistono solo le fonda-
menta, no, anche l'edificio gi poggia su di esse questo edificio siamo
noi. Cos dicendo il filisteo si porta la mano alla fronte.
Ma per poter giudicare i nostri classici cos erroneamente e onorarli in
modo cos insultante, bisogna che non li si conosca pi affatto: e questa
la situazione generale. Altrimenti si dovrebbe sapere che c' un solo modo
di onorarli, quello di continuare a cercare, nel loro spirito e con il loro co-
raggio, senza stancarsi. Invece far gravare loro addosso il termine cos im-
pegnativo di classici ed edificarsi una volta ogni tanto sulle loro ope-
re, cio abbandonarsi a quelle commozioni pallide ed egoistiche chele no-
stre sale da concerto e le nostre platee promettono a chiunque paghi; e cos
pure erigere statue e battezzare col loro nome feste e associazioni tutto
questo soltanto un saldo in moneta sonante, con il quale il filisteo colto
chiude i conti con loro, per non conoscerli pi nel resto, e soprattutto per
non doverli seguire e non dover continuare a cercare. Infatti: non si deve
pi cercare; questo il motto del filisteo.
Una volta questo motto aveva un certo senso: allorch in Germania, nel
primo decennio di questo secolo, si lev un confuso mareggiare di cos
molteplici e sconcertanti ricerche, esperimenti, distruzioni, promesse, pre-
282 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [2]

sagi, speranze, che il ceto medio intellettuale dovette a ragione temere per
se stesso. A ragione esso allora respinse con una scrollata di spalle il miscu-
glio di filosofie fantasiose, dal linguaggio distorto, e di esaltata riflessione
sulla storia, consapevole dei fini, il carnevale di tutti gli di e miti messo as-
sieme dai Romantici, e le mode e le follie poetiche inventate in uno stato di
ebbrezza; a ragione, perch il filisteo non ha diritto neppure a una dissolu-
tezza. Ma, con la scaltrezza propria delle nature inferiori, egli profitt del-
l'occasione per render sospetta la ricerca in generale e per esortare alla co-
moda scoperta. I suoi occhi si aprirono alla felicit filistea: cerc scampo
da tutto quel selvaggio sperimentare rifugiandosi nell'idillico, e contrappo-
se all'irrequieto impulso creativo dell'artista un piacere tranquillo, il piace-
re per il proprio angusto orizzonte, per la propria quiete, anzi per la pro-
pria limitatezza. Il suo dito teso indicava, senza inutili pudori, tutti gli an-
goli riposti e segreti della sua vita, le tante gioie ingenue e toccanti che cre-
scevano, come umili fiori, nella pi misera profondit di un'esistenza non
coltivata e per cos dire sul terreno paludoso della vita filistea.
Si trovarono singolari talenti descrittivi che con gentile pennello dipinse-
ro la felicit, la quiete, la quotidianit, la villica sanit e tutta la conforte-
volezza diffusa nelle camere dei bambini, degli studiosi e dei contadini.
Con tali libri illustrati della realt tra le mani, quegli uomini placidi cerca-
rono di trovare una volta per tutte un accordo con gli inquietanti classici e
con le esortazioni che da essi provenivano a continuare la ricerca; escogita-
rono il concetto di et degli epigoni, soltanto per aver pace ed esser pronti
a sfoderare subito, di fronte a ogni scomoda novit, il verdetto sfavorevole
di opera di epigono. Appunto questi amanti della quiete allo stesso sco-
po, di garantirsi la propria pace, si impadronirono della storia, e cercarono
di trasformare in discipline storiche tutte le scienze dalle quali ci si potesse-
ro ancora aspettare turbamenti per la tranquillit, soprattutto la filosofia e
la filologia classica. Con la coscienza storica si salvarono dall'entusiasmo
perch la storia nemmeno questo doveva pi produrre, come invece
Goethe poteva ancora pensare: mentre proprio l'ottundimento oggi lo
scopo di questi non filosofici ammiratori del nil adrnirari, quando cercano
di intendere tutto storicamente. Mentre si dava a credere di odiare il fanati-
smo e l'intolleranza in ogni loro forma, in sostanza si odiava il genio domi-
natore e la tirannide di reali esigenze culturali; e per questo vennero impe-
gnate tutte le forze a paralizzare, ottundere o dissolvere dovunque ci si do-
vessero aspettare movimenti freschi e potenti. Una filosofia che sotto fregi
bizzarri nascondeva, come la veste di Coo, la professione di fede filistea
del suo fondatore, invent per di pi una formula per la divinizzazione del-
la quotidianit: parl della razionalit di tutto ci che reale, entrando co-
s nelle grazie del filisteo colto, il quale ama anche i fregi bizzarri, ma so-
prattutto concepisce come reale solo se stesso, e tratta la propria realt co-
me criterio di misura della ragione nel mondo. A questo punto egli conces-
se a chiunque e a se stesso di indagare, di estetizzare, soprattutto di far mu-
sica e poesia, e anche quadri, come pure intere filosofie: soltanto, per
amor di Dio, che tutto da noi restasse com'era, che a nessun costo si scom-
pigliasse qualcosa nel razionale e nel reale, cio nel filisteo. Costui per
la verit ama molto abbandonarsi di tanto in tanto alle graziose e ardite
trasgressioni dell'arte, e apprezza non poco il fascino di questi oggetti di
distrazione e di intrattenimento; ma separa rigorosamente la seriet della
vita, ossia la professione, gli affari, nonch la moglie e i figli, dal diverti-
mento: e di quest'ultimo fa parte a un dipresso tutto ci che appartiene alla
cultura. Perci guai a quell'arte che cominci essa stessa a fare sul serio e
1
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [2] 283

ponga esigenze che gli tocchino il guadagno, gli affari e le abitudini, ossia
la sua seriet di filisteo da un'arte del genere egli distoglie gli occhi come
se vedesse qualcosa di osceno, e con la faccia di un guardiano della castit
avverte ogni virt bisognosa di protezione di non guardare.
Quanto eloquente nello sconsigliare, tanto grato all'artista che lo sta
a sentire e si lascia sconsigliare; gli fa capire che con lui si vorr essere pi
permissivi e indulgenti e che da lui, fido compagno, non si esigeranno ca-
polavori sublimi, ma soltanto due cose: o imitazione della realt sino alla
scimmiottatura, in idilli o in mansuete satire umoristiche, oppure libere co-
pie delle opere pi riconosciute e famose dei classici, per con pudiche con-
cessioni al gusto dell'epoca. Se infatti egli apprezza soltanto l'imitazione
da epigono o la iconica fedelt nel ritrarre il presente, sa che quest'ultima
glorifica lui stesso e accresce il piacere del reale, e che la prima non gli
reca pregiudizio, anzi giova alla sua reputazione di classico arbitro del gu-
sto, e per il resto non gli procura nessun altro disturbo, dato che con i clas-
sici si gi accordato una volta per tutte. Infine inventa ancora per le sue
abitudini, i suoi modi di vedere, le sue antipatie e le sue preferenze, la for-
mula universalmente efficace di salute, ed elimina, accusandolo di esser
malato e stravagante, ogni scomodo guastafeste. Cos David Strauss, vero
satisfait della nostra situazione culturale e tipico filisteo, parla con espres-
sione caratteristica del filosofare, invero sempre geniale, ma spesso mal-
sano e sterile, di Arthur Schopenhauer. infatti un dato fatale che lo
spirito soglia discendere con particolare simpatia sui malsani e sterili e
che persino il filisteo, se una volta tanto onesto con se stesso, senta nei fi-
losofemi che il suo simile mette al mondo e sul mercato, qualcosa come un
filosofare molte volte insulso, eppure sempre sano e fecondo.
Ogni tanto infatti i filistei, purch si trovino tra loro, si abbandonino al
vino e ricordino le grandi imprese guerresche, diventano sinceri, discorsivi
e ingenui; allora vengono alla luce parecchie cose che altrimenti restano ti-
morosamente nascoste, e pu capitare che qualcuno spiattelli i segreti prin-
cipali dell'intera confraternita. Un momento del genere lo ha avuto recen-
temente un noto teorico di estetica della scuola razionalistica hegeliana. In
verit l'occasione era abbastanza insolita: si celebrava, in una rumorosa
cerchia di filistei, la memoria di un vero e schietto non filisteo, di uno, per
di pi, che nel senso pi stretto del termine mor a causa dei filistei: la me-
moria del magnifico Hlderlin. Perci il famoso teorico di estetica aveva
diritto in quell'occasione di parlare delle anime tragiche che periscono nel-
lo scontro con la realt, intendendo per la parola realt nel senso sud-
detto di ragione filistea. Ma la realta adesso un'altra: ci si potrebbe
chiedere se Hlderlin si ritroverebbe nella grande epoca presente. Io non
so, disse Fr. Vischer, se la sua anima sensibile avrebbe retto a tutta la
grossolanit insita in ogni guerra, a tutta la depravazione che vediamo
avanzare dopo la guerra nei campi pi diversi. Forse egli sarebbe rispro-
fondato nello sconforto. Egli era una delle anime disarmate, era il Werther
della Grecia, un innamorato senza speranza; era una vita piena di delica-
tezza e di nostalgia, ma nella sua volont c'erano anche forza e contenuto,
e grandezza, pienezza e vita nel suo stile, che talvolta ricorda addirittura
Eschilo. Solo che il suo spirito aveva troppo poca durezza; gli mancava
l'arma dell'umorismo; non poteva sopportare che non si fosse ancora bar-
bari, quando si era filistei. Quest'ultima dichiarazione ci interessa, non le
dolciastre condoglianze dell'oratore. Gi, si riconosce di essere filistei, ma
barbari? A nessun costo. Il povero Hlderlin purtroppo non ha saputo fa-
re una distinzione cos sottile. Certo, se con la parola barbarie si pensa al
284 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE 13]

contrario della civilt, e forse addirittura alla pirateria e ai cannibali, quel-


la distinzione fatta a buon diritto: ma evidentemente lo studioso di esteti-
ca vuol dirci: si pu essere filisteo e tuttavia uomo di cultura qui sta l'u-
morismo che mancava al povero Hlderlin, e per la cui mancanza egli per.
In quest'occasione sfugg all'oratore anche un'altra ammissione: Non
sempre forza di volont, bens debolezza, quella che trasporta noi oltre la
brama di bellezza, cos profondamente sentita dalle anime tragiche al-
l'incirca cos suon la confessione, resa in nome dei noi radunati, ossia
dei trasportati oltre, dei trasportati oltre dalla debolezza! Acconten-
tiamoci di queste ammissioni! Adesso infatti sappiamo due cose, dalla boc-
ca di un iniziato: primo, che questi noi sono veramente trasportati via,
anzi addirittura trasportati oltre il desiderio di bellezza, e secondo: tramite
la debolezza! Proprio questa debolezza ebbe altre volte, in momenti meno
indiscreti, un nome pi bello: fu la famosa salute dei filistei colti. Ma
dopo questa recentissima informazione, potrebbe esser consigliabile parlar
di loro non pi come dei sani, bens come dei gracili oppure, rinforzan-
do il termine, come dei deboli. Se soltanto questi deboli non avessero il po-
tere! Che cosa pu importare loro di come li si chiama? Giacch essi sono i
dominatori, e non esiste vero dominatore che non sappia sopportare un so-
prannome. Anzi, una volta che si abbia il potere, si impara a ridere perfino
di se stessi. Allora poco importa scoprire i propri punti deboli: infatti, che
cosa mai non riescono a coprire la porpora, il mantello del trionfo? La for-
za del filisteo colto viene alla luce quando egli confessa la sua debolezza: e
quanto pi, e pi cinicamente, egli la ammette, tanto pi chiaramente si ri-
vela quanto egli si prenda sul serio e si senta superiore. Questa l'epoca
delle ciniche ammissioni dei filistei. Come Friedrich Vischer con una frase,
cos David Strauss ha fatto confessioni con un libro: e cinici sono quella
frase e questo libro di confessioni.

3.
In due modi David Strauss fa confessioni su quella cultura filistea, con
la parola e con l'azione, ossia con la parola dell'uomo di fede e con l'azio-
ne dello scrittore. Il suo libro, intitolato La vecchia e la nuova fede, , in-
tanto per il suo contenuto, e poi come libro e prodotto letterario, una con-
fessione ininterrotta; e gi nel fatto che egli si permetta di fare pubbliche
confessioni sulla propria fede, insita una confessione. Il diritto di scri-
vere la propria biografia dopo i quarant'anni possono averlo tutti: infatti
anche l'uomo pi insignificante pu aver vissuto e visto da vicino qualcosa
che per il pensatore risulti prezioso e degno di nota. Ma rendere confessio-
ne sulla propria fede va considerato come incomparabilmente pi preten-
zioso, giacch presuppone che colui che si confessa dia valore non soltanto
a ci che durante la sua esistenza ha vissuto o indagato o visto, ma addirit-
tura a ci che ha creduto. Ora, l'ultima cosa che il vero pensatore desideri
conoscere quel che tutte queste nature alla Strauss professino come loro
fede, e quel che esse abbiano pensato, quasi come in sogno (p. 10), su
cose di cui ha diritto di parlare solo colui che le conosce di prima mano. Chi
pu sentire il bisogno di conoscere la professione di fede di un Ranke o di
un Mommsen, i quali peraltro sono studiosi e storici ben diversi da David
Strauss, e che tuttavia, qualora volessero intrattenerci sulla loro fede e non
sulle loro conoscenze scientifiche, passerebbero malamente il limite? Inve-
ce Strauss fa proprio questo, raccontandoci la propria fede. Nessuno ha
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [3] 285

voglia di saperne qualcosa, tranne forse qualche ottuso avversario delle


idee straussiane, che fiuti in esse principi di fede davvero satanici e desideri
che Strauss, manifestando questi satanici secondi fini, comprometta le sue
dotte affermazioni. Forse questi rudi individui hanno trovato in questo
nuovo libro quel che cercavano; noialtri, che non avevamo alcun motivo di
fiutare tali satanici secondi fini, non abbiamo trovato niente del genere e,
se anzi le cose procedessero un po' pi satanicamente, non saremmo affat-
to scontenti. Infatti il modo in cui Strauss parla della sua nuova fede, non
davvero quello in cui ne parlerebbe uno spirito malvagio, ma soprattutto
nessuno spirito, e tanto meno un vero genio. Invece cos parlano soltanto
quegli uomini che Strauss ci presenta come i suoi noi e che, quando ci
raccontano la loro fede, ci annoiano ancor pi di quando ci raccontano i
loro sogni, siano poi costoro dotti o artisti, funzionari o militari, esercen-
ti o proprietari terrieri, e vivano nel paese a migliaia, e non come i peggio-
ri. Se poi essi non vogliono essere, nelle citt e nel paese, coloro che tac-
ciono, ma vogliono far sentire la propria voce con le loro confessioni,
neanche il frastuono del loro unisono potr ingannare sulla povert e ba-
nalit della melodia che cantano. Come pu disporci pi favorevolmente il
sentire che una professione di fede viene condivisa da molti, quando essa
tale che noi non lasceremmo finire di parlare chiunque di quei molti si ac-
cingesse a raccontarcela, ma lo interromperemmo con uno sbadiglio? Se
hai una fede simile, dovremmo avvertirlo, per l'amor di Dio non farne pa-
rola. Forse in precedenza alcuni ingenui hanno cercato in David Strauss un
pensatore: adesso hanno trovato il credente, e sono delusi. Se egli avesse
taciuto sarebbe rimasto, almeno per costoro, il filosofo, mentre oggi non
lo per nessuno. Ma neppure desidera pi il prestigio del pensatore; vuol
essere soltanto un nuovo credente, ed orgoglioso della sua nuova fede.
Professandola nei suoi scritti, egli si figura di scrivere il catechismo delle
idee moderne, e di costruire la larga strada mondiale del futuro. In ef-
fetti, avviliti e vergognosi i nostri filistei non lo sono pi, anzi sono fidu-
ciosi sino al cinismo. Ci fu un tempo, ora davvero molto lontano, in cui il
filisteo veniva giusto tollerato come qualcosa che non parlava, e di cui non
si parlava: ci fu un altro tempo in cui gli si carezzavano le rughe, lo si tro-
vava buffo e si parlava di lui. Per questo a poco a poco egli divenne fatuo e
prese a compiacersi di vero cuore delle sue rughe e delle sue qualit probe e
bizzarre: ora parlava persino, un po' nello stile della musica in famiglia al-
la Riehl. Ma che mi tocca vedere? parvenza o realt? Come si fa lungo
e largo il mio cane barbone! Giacch ora egli gi si voltola come un ippo-
potamo sulla strada mondiale del futuro, e quel ringhiare e quell'ab-
baiare sono diventati orgogliosi accenti da fondatore di religioni. Gradisce
forse, signor Maestro, fondare la religione del futuro? Non mi sembra
ancora giunto il momento (p. 8). Non mi sfiora neppure l'idea di voler
distruggere qualche Chiesa. Ma perch no, signor Maestro? solo
questione di poterlo fare. Del resto, a esser sinceri, Lei stesso crede di po-
terlo fare: guardi soltanto la Sua ultima pagina. L Ella sa che la Sua nuo-
va strada l'unica strada mondiale del futuro, che stata approntata in-
teramente solo in alcuni tratti, e che soprattutto necessita di venir battuta
pi generalmente perch diventi anche comoda e piacevole. Dunque non
neghi pi: il fondatore di religioni riconosciuto, la nuova strada comoda
e piacevole verso il paradiso straussiano costruita. Solo della carrozza in
cui vuole condurci, Ella, uomo modesto, non del tutto soddisfatto; alla
fine Ella ci dice che la carrozza, alla quale i miei cari lettori si sono dovu-
ti affidare con me, non voglio affermare che risponda a tutti i requisiti
286 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [4]

(p. 367): ci si sente tutti pesti. Ah, Lei vuol udire qualcosa di amabile,
elegante fondatore di religioni. Invece noi vogliamo dirLe qualcosa di sin-
cero. Anche se il Suo lettore si prescriver le 368 pagine del Suo catechismo
religioso in modo da leggerne una pagina al giorno per un anno, dunque in
dosi minime, noi crediamo comunque che finir per sentirsi male: per la
rabbia che non si veda un effetto. Piuttosto farne una bella bevuta, possi-
bilmente tutto in una volta! come dice la ricetta per ogni libro di attualit.
Cos la bevanda non potr nuocere, e il bevitore non si sentir affatto male
e arrabbiato, bens allegro e di buon umore, come se nulla fosse accaduto,
nessuna religione distrutta, nessuna strada mondiale costruita, nessuna
confessione fatta questo s che un effetto! Medico, medicina e malat-
tia, tutto dimenticato! E l'allegra risata! La continua voglia di ridere! Lei,
signor mio, da invidiare, perch ha fondato la religione pi piacevole, os-
sia quella il cui fondatore viene continuamente onorato col ridere che si fa
di lui.

4.
Il filisteo come fondatore della religione del futuro ecco la nuova fede
nella sua forma pi suggestiva; il filisteo diventato fanatico ecco il feno-
meno inaudito che caratterizza in Germania la nostra epoca. Ma per il mo-
mento manteniamo un po' di prudenza anche riguardo a questo fanatismo:
a conservare questa prudenza ci invita lo stesso David Strauss con le se-
guenti sagge espressioni, davanti alle quali in un primo momento ci vien
fatto di pensare non a Strauss, bens al fondatore del Cristianesimo (p. 80):
sappiamo che ci sono stati fanatici nobili, geniali, un fanatico pu stimo-
lare, elevare, pu anche esercitare un'influenza storicamente assai duratu-
ra; ma non vorremo sceglierlo come guida per la nostra vita. Ci condurr
su false strade, se non sottoporremo il suo influsso al controllo della ragio-
ne. Noi sappiamo anche di pi, che possono esistere anche fanatici niente
affatto geniali, fanatici che non stimolano, non elevano eppure mirano a
esercitare un'influenza storicamente assai duratura, come guide di vita, e a
dominare il futuro: tanto pi ci sentiamo indotti a sottoporre il loro fanati-
smo al controllo della ragione. Lichtenberg dice addirittura: esistono fa-
natici senza capacit, e allora sono persone davvero pericolose. Intanto
desideriamo, per questo controllo della ragione, solo una sincera risposta a
tre domande. Prima: come immagina il suo cielo il nuovo credente? secon-
da: sin dove arriva il coraggio ispiratogli dalla nuova fede? e terza: come
scrive i suoi libri? Lo Strauss uomo di fede dovr rispondere alla prima e
alla seconda domanda, e lo Strauss scrittore alla terza.
Il cielo del nuovo credente dev'essere naturalmente un cielo in terra: poi-
ch la prospettiva cristiana di una vita immortale in cielo , per colui che
si trova anche con un solo piede sulle posizioni straussiane, irrimedia-
bilmente perduta, insieme con tutte le altre consolazioni (p. 364). Signifi-
ca pur qualcosa, il fatto che una religione dipinga il suo cielo in un modo o
in un altro: e se dovesse esser vero che il Cristianesimo non conosce altra
occupazione celeste se non di far musica e cantare, questa non sarebbe cer-
to, per il filisteo straussiano, una prospettiva consolante. Ma nel libro di
confessioni c' per una pagina paradisiaca, la pagina 294: fatti svolgere
prima di ogni altra cosa questa pergamena, felicissimo filisteo! Allora tut-
to il cielo scender su di te. Vogliamo ancora soltanto accennare a come
agiamo noi, a come per lunghi anni abbiamo agito. Oltre la nostra profes-
sione perch apparteniamo alle professioni pi diverse, non siamo affat-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE (4] 287

to soltanto studiosi o artisti, bens funzionari e militari, esercenti e proprie-


tari terrieri, e ancora, come ho gi detto, non siamo pochi, ma molte mi-
gliaia, e non i peggiori in tutti i paesi oltre la nostra professione, dico,
cerchiamo di mantenere la mente il pi aperta possibile a tutti i superiori
interessi dell'umanit: negli ultimi anni abbiamo preso viva parte alla gran-
de guerra nazionale e all'istituzione dello Stato tedesco, e ci troviamo ele-
vati nel pi profondo dell'animo da questa svolta, tanto inattesa quanto
magnifica, nei destini della nostra nazione cos provata. Contribuiamo alla
comprensione di queste cose con studi storici, che oggi sono resi accessibili
anche a un lettore non colto mediante una serie di opere storiche scritte in
modo avvincente e popolare; inoltre cerchiamo di ampliare le nostre cogni-
zioni sulla natura, e neppure in questo campo mancano sussidi accessibili a
tutti; e infine, negli scritti dei nostri grandi poeti, nelle esecuzioni delle
opere dei nostri grandi musicisti troviamo uno stimolo per la mente e per
l'animo, per la fantasia e per la gaiezza, che non lascia desiderare altro.
Cos viviamo, cos camminiamo felici.
Ecco il nostro uomo, esulta il filisteo che legge queste parole: perch noi
viviamo davvero cos, cos viviamo tutti i giorni. E che belle perifrasi usa
per indicare le cose! Che cosa per esempio pu intendere, a proposito degli
studi storici con i quali contribuiamo alla comprensione della situazione
politica, se non la lettura dei giornali, e, quando parla della viva partecipa-
zione all'istituzione dello Stato tedesco, che altro pu intendere se non le
nostre visite quotidiane alle birrerie? e il citato sussidio accessibile a tut-
ti, grazie al quale ampliamo le nostre cognizioni sulla natura, non potreb-
be essere una passeggiata al giardino zoologico? E per finire teatri e
concerti, dai quali portiamo a casa stimoli per la fantasia e per la gaiez-
za, che non lasciano desiderare altro con quanta dignit e con quan-
ta arguzia tocca questo delicato argomento! Ecco il nostro uomo; giacch
il suo cielo il nostro cielo!
Cos esulta il filisteo: e se noi non siamo contenti quanto lui, dipende dal
fatto che vorremmo saperne di pi. Scaligero soleva dire: Cosa ci importa
se Montaigne beveva vino rosso o vino bianco?. Per quanto apprezze-
remmo, in questo caso pi importante, una esplicita dichiarazione! Quan-
to ci piacerebbe anche sapere quante pipe fuma al giorno il filisteo in base
alle norme della nuova fede, e se al momento del caff gli pi simpatica
la Spenersche Zeitung oppure la Nationalzeitung Desiderio insoddisfatto
della nostra brama di sapere! Solo in un punto veniamo informati pi da
vicino, e per fortuna questa informazione riguarda il cielo nel cielo, ossia
quelle piccole, estetiche stanzette private consacrate ai grandi poeti e musi-
cisti, nelle quali il filisteo si edifica, nelle quali, secondo la sua ammis-
sione, addirittura vengon cancellate e lavate tutte le sue macchie
(p. 363); sicch dovremmo considerare quelle stanzette private come picco-
li stabilimenti di bagni lustrali. Ma questo dura soltanto fuggevoli istanti,
accade e vale solo nel regno della fantasia; appena torniamo alla dura real-
t e all'angusta vita, da ogni parte ci assale l'antica miseria cos sospira
il nostro maestro. Profittiamo tuttavia dei fuggevoli istanti in cui possiamo
sostare in quelle stanzette; il tempo basta appena per osservare da tutti i la-
ti l'immagine ideale del filisteo, ossia il filisteo a cui sono state lavate tutte
le macchie, e che adesso in tutto e per tutto il tipo puro del filisteo. Sul
serio, quel che qui si offre istruttivo: che nessuno di coloro che son rima-
sti vittime di questo libro di confessioni, si lasci cader di mano senza averli
letti i due supplementi intitolati I nostri grandi poeti e I nostri grandi
musicisti. Qui si distende l'arcobaleno della nuova alleanza, e chi non se
288 DAVID STRAUSS. L'UOMO Di FEDE E LO SCRITTORE [4]

ne allieta, per lui non c' niente da fare, e, come Strauss dice in un'altra
circostanza, ma potrebbe dire anche qui, egli non ancora maturo per il
nostro punto di vista. Siamo appunto nel cielo del cielo. L'ispirato perie-
geta si accinge a condurci in giro e si scusa se, a causa del troppo grande
piacere per tutto quello splendore, forse parler un po' troppo. Se per ca-
so ci dice dovessi diventare pi loquace di quanto l'occasione non ri-
chieda, il lettore non me ne voglia; la piena del cuore straripa dalle labbra.
Sin da ora sia certo di questo, che le cose che legger tra breve non sono
vecchie annotazioni che io inserisco qui, ma sono state scritte per lo scopo
presente e per questa sede (p. 296). Per un momento questa dichiarazione
ci lascia stupefatti. Che cosa pu importarci che i bei capitoletti siano stati
scritti di sana pianta! Gi, se fosse solo questione di scrittura! In confiden-
za, vorrei che fossero stati scritti un quarto di secolo fa, allora capirei per-
ch i pensieri mi appaiono cos sbiaditi e si portano addosso l'odore di mo-
dernit ammuffite. Ma che qualcosa venga scritto nell'anno 1872, e nel-
l'anno 1872 gi sappia di muffa, mi appare sospetto. Supponiamo che
qualcuno si addormenti su questi capitoli e sul loro odore che cosa so-
gnerebbe? Un amico me l'ha confidato, perch a lui successo. Ha sogna-
to un gabinetto di figure di cera: l c'erano i classici, graziosamente imitati
con cera e perline. Muovevano braccia e occhi, mentre all'interno cigolava
una vite. Vide poi qualcosa di sinistro, una figura informe ricoperta di na-
strini e di carta ingiallita, e dalla sua bocca pendeva un foglietto con su
scritto Lessing; l'amico vuole avvicinarsi ancora e scorge l'orrore degli
orrori: la Chimera omerica, davanti Strauss, dietro Gervinus e nel mezzo
Chimera in summa Lessing. Questa scoperta gli strapp un grido d'an-
goscia, egli si dest e non lesse pi. Perche mai, signor maestro, Ella ha
scritto capitoletti cos muffiti?
Qualcosa di nuovo per da essi lo impariamo, per esempio che grazie a
Gervinus si sa come e perch Goethe non sia stato un talento drammatico;
che Goethe nella seconda parte del Faust ha prodotto soltanto un'opera al-
legorico-schematica; che il Wallenstein un Macbeth che allo stesso tem-
po un Amleto; che il lettore straussiano pilucca dagli Anni di peregrinazio-
ne le novelle, come i bambini maleducati piluccano mandorle e uva passa
da un biscotto secco; che sul palcoscenico non si raggiunge un effetto pie-
no senza l'elemento drastico ed emozionante, e che Schiller venuto fuori
da Kant come da uno stabilimento di bagni freddi. Tutto ci senz'altro
nuovo e sorprendente, ma non ci piace, bench ci sorprenda; e tanto certo
che nuovo, quanto certo che non diventer mai vecchio, dal momento
che non mai stato giovane, ma uscito dal corpo della madre come il ghi-
ribizzo di un vecchio zio. A quali pensieri possono mai giungere i beati di
nuovo stile nel loro celeste regno dell'estetica! E perch non hanno almeno
dimenticato qualcosa, quando fosse cos antiestetico, cos terrenamente ef-
fimero e per di pi portasse su di s cos vistosamente l'impronta della stu-
pidit, come per esempio alcune teorie di Gervinus? Ma sembra quasi che
la modesta grandezza di uno Strauss e l'immodesta minimezza di Gervinus
sappiano andar d'accordo anche troppo bene: evviva allora a tutti quei
beati, evviva anche a noi infelici, se questo incontestato giudice d'arte con-
tinuer a insegnare il suo entusiasmo imparaticcio e il suo galoppo da ca-
vallo a noleggio, di cui ha parlato con la dovuta chiarezza l'onesto Grill-
parzer, e se presto tutto il cielo risuoner sotto gli zoccoli di quel galoppan-
te entusiasmo! Allora almeno le cose procederanno con un po' pi di viva-
cit e di rumore di quanto non accada al giorno d'oggi, in cui l'entusiasmo
strisciante nei suoi calzerotti di feltro del nostro celeste condottiero e la tie-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [4] 289

pida eloquenza della sua bocca a lungo andare ci hanno stancato e nausea-
to. Vorrei sapere come suonerebbe un alleluia sulla bocca di Strauss: credo
che bisognerebbe tender l'orecchio molto attentamente, altrimenti si po-
trebbe credere di udire delle scuse cortesi, o qualche galantera sussurrata.
A questo proposito posso riferire un esempio istruttivo e ammonitore.
Strauss si era molto offeso con uno dei suoi avversari, perch costui aveva
parlato delle sue riverenze di fronte a Lessing l'infelice aveva capito ma-
le! Strauss invero afferma che dev'essere ottuso chi, alle sue semplici paro-
le su Lessing al paragrafo 80, non intuisca che giungono calde dal cuore.
Ora, io non dubito affatto di questo calore; anzi questo calore di Strauss
per Lessing secondo me ha sempre avuto qualcosa di sospetto; lo stesso ca-
lore sospetto per Lessing lo trovo, aumentato sino all'incandescenza, in
Gervinus; anzi, in complesso, nessuno dei grandi scrittori tedeschi cos
popolare presso i piccoli scrittori tedeschi come Lessing; e tuttavia costoro
non vanno ringraziati per questo: infatti che cosa lodano propriamente in
Lessing? In primo luogo la sua universalit: egli critico e poeta, archeolo-
go e filosofo, drammaturgo e teologo. In secondo luogo, questa unit
dello scrittore e dell'uomo, della mente e del cuore. Quest'ultima cosa di-
stingue ogni grande scrittore, e talvolta persino uno piccolo; in fondo an-
che una mente piccina si concilia spaventosamente bene con un cuore picci-
no. E la prima cosa, quell'universalit, di per s non affatto un segno di-
stintivo, e nel caso di Lessing era soprattutto una necessit. Piuttosto pro-
prio questo curioso in quegli entusiasti di Lessing, il fatto che non vedano
la struggente necessit che lo port attraverso la vita e sino a questa uni-
versalit, non sentano che un tale uomo si consum troppo presto come
una fiamma, non provino sdegno per il fatto che la pi volgare grettezza e
la meschinit dell'ambiente attorno a lui, e soprattutto dei suoi dotti con-
temporanei, turbarono, tormentarono e soffocarono un essere cos delica-
tamente ardente, tanto che proprio quella decantata universalit dovrebbe
suscitare una profonda compassione. Compiangete ci grida Goethe
quell'uomo straordinario, perch dovette vivere in un'epoca cos miserabi-
le, e dovette agire sempre polemicamente. E voi, miei buoni filistei, come
potreste pensare senza vergogna a questo Lessing, il quale per proprio per
la vostra ottusit, nella lotta con i vostri ridicoli gaglioffi e i vostri idoli,
tra lo sconcio dei vostri teatri, dei vostri dotti, dei vostri teologi, senza po-
ter osare nemmeno una volta quel volo eterno per il quale era venuto al
mondo? E che cosa sentite al ricordo di Winckelmann il quale, per liberare
il suo sguardo dalle vostre grottesche stupidit, and a mendicare aiuto dai
Gesuiti, e la cui ignominiosa conversione ha coperto di vergogna voi, non
lui? Potreste persino fare il nome di Schiller senza arrossire? Guardate il
suo ritratto! L'occhio scintillante che vola sprezzantemente al di sopra di
voi, la guancia mortalmente arrossata, non vi dicono niente? Avevate un
giocattolo cos splendido, cos divino, e si infranse per causa vostra. E se
da questa vita tribolata, incalzata a morte, aveste tolto anche l'amicizia di
Goethe, allora sarebbe dipeso da voi farla spegnere ancora pi rapidamen-
te! Non avete cooperato a nessuna opera vitale dei vostri grandi geni, e
adesso volete farne un dogma, perch nessuno venga pi aiutato? Ma per
ciascuno di loro voi foste quella opposizione della gente ottusa che Goe-
the nomina nel suo Epilogo alla Campana, per ciascuno voi foste gli stupi-
di indolenti o i meschini invidiosi o i malvagi egoisti: nonostante voi essi
crearono le loro opere, contro di voi essi volsero i loro attacchi, e grazie a
voi si lasciarono cadere troppo presto, senza aver portato a termine il lavo-
ro della loro giornata, spezzati o storditi dalle loro battaglie. E a voi oggi
290 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [5]

dovrebbe esser consentito, tamquam re bene gesta, di lodare uomini simili!


e per di pi con parole dalle quali evidente a chi in fondo pensate con
questa lode, e che perci urgono dal cuore cos calde, che bisogna esser
davvero ottusi per non accorgersi a chi realmente vadano le riverenze. Ve-
ramente, noi abbiamo bisogno di un Lessing, gridava gi Goethe, e guai a
tutti i vanitosi maestri e a tutto il regno dei cieli estetico se la giovane tigre,
con la sua forza inquieta che si fa ovunque visibile, nel gonfiore dei musco-
li e nel lampo degli occhi, uscir a caccia di preda!

5.
Quanto fu accorto il mio amico che, istruito da quel fantasma chimerico
sul Lessing straussiano e su Strauss, non volle leggere oltre! Noi invece ab-
biamo continuato a leggere e anche a chiedere al neocredente custode del-
l'accesso al nuovo santuario musicale di farci entrare. II maestro apre, ci
cammina accanto, spiega, fa nomi alla fine ci fermiamo diffidenti e lo
guardiamo: non ci sar magari successo quel che successo in sogno al po-
vero amico? Ai musicisti di cui Strauss parla ci sembra che, sintanto che
egli ne parla, vengano attribuiti nomi sbagliati, e crediamo che il discorso
verta su altri, se non addirittura su fantasmi dispettosi. Quando per esem-
pio pronuncia il nome di Haydn con quel calore che gi ci sembrava so-
spetto nella sua lode di Lessing, e si atteggia a epopte e sacerdote di un cul-
to misterico haydniano, paragonando per Haydn a una onesta zuppa e
Beethoven a un confetto (e questo riferendosi alla musica per quartetti)
(p. 362), per noi una sola cosa certa: il suo Beethoven-confetto non il
nostro Beethoven, e il suo Haydn-zuppa non il nostro Haydn. Del resto il
maestro trova le nostre orchestre troppo buone per l'esecuzione del suo
Haydn, e sostiene che solo i pi modesti dilettanti posson render giustizia a
quella musica una ulteriore prova che egli sta parlando di un altro arti-
sta e di altre opere d'arte, magari della musica casalinga di Riehl.
Ma allora chi pu essere quel Beethoven-confetto di Strauss? Avrebbe
composto nove sinfonie, tra le quali la Pastorale sarebbe la meno genia-
le; e alla terza, veniamo a sapere, gli verrebbe di continuo l'impulso di
romper la cavezza e cercare un'avventura, dal che potremmo quasi sup-
porre una duplice creatura, mezza cavallo e mezza cavaliere. Riguardo a
una certa Eroica, a quel centauro viene seriamente rimproverato di non es-
ser riuscito ad esprimere se si tratti di combattimenti in campo aperto o
nelle profondit del cuore umano. Nella Pastorale ci sarebbe un eccel-
lente infuriar di tempesta, per la quale tuttavia sarebbe fin troppo insi-
gnificante interrompere una danza campestre; ragion per cui, a causa del-
l'arbitrario legame con la banale occasione fornita, come suona la frase
altrettanto elegante che corretta, questa sinfonia sarebbe la meno genia-
le sembra che al classico maestro sia venuta in mente persino una paro-
la pi dura, ma in questo caso egli preferisce esprimersi, come dice, con la
dovuta modestia. Ma no, in questo modo ha torto, il nostro maestro, su
questo punto davvero troppo modesto. Chi mai potrebbe illuminarci an-
cora sul Beethoven-confetto se non Strauss stesso, l'unico che sembri co-
noscerlo? Per giunta adesso arriva subito un giudizio gagliardo e pronun-
ciato con la dovuta immodestia, e proprio sulla nona sinfonia: questa in-
fatti sarebbe preferita soltanto da coloro per i quali il barocco genialit,
e l'informe sublimit (p. 359). In verit, per un critico severo come Ger-
vinus questa sinfonia era stata la benvenuta, perch confermava una sua
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [5] 291

dottrina: ma lui, Strauss, era ben lontano dal cercar meriti in prodotti
cos problematici del suo Beethoven. una vera disperazione, esclama
il nostro maestro sospirando graziosamente, che con Beethoven ci si debba
guastare, per colpa di queste limitazioni, il godimento e l'ammirazione che
tanto volentieri gli tributiamo. Il nostro maestro infatti un prediletto
delle Grazie; e queste gli hanno raccontato di aver camminato con Beetho-
ven per un solo tratto, e che egli poi le aveva perse nuovamente di vista.
Questo un difetto, egli esclama; ma dovremmo forse credere che esso
appaia anche come un pregio? Chi fa rotolare l'idea musicale a fatica e
col fiato grosso, sembrer smuovere l'idea pi pesante ed essere il pi for-
te (pp. 355, 356). Questa una confessione, e non soltanto su Beethoven,
una confessione del classico prosatore su se stesso: lui, il celebre auto-
re, le Grazie non se lo lasciano sfuggire: dal gioco di scherzi leggeri ossia
gli scherzi straussiani sino alle vette della seriet ossia la seriet
straussiana esse restano fedelmente al suo fianco. Egli, il classico artista
della penna, spinge il suo carico con facilit e senza sforzo, mentre Beetho-
ven lo fa rotolare col fiato grosso. Egli sembra soltanto giocherellare col
suo carico: questo un pregio; dovremmo credere che possa apparire an-
che come un difetto? Ma al massimo solo per coloro che intendono il
barocco come genialit e l'informe come sublimit non vero, giocoso
beniamino delle Grazie?
Non invidiamo nessuno per le edificazioni che si procura nella quiete
della sua cameretta o in un nuovo regno dei cieli appositamente allestito;
ma di tutte le edificazioni possibili, quella di Strauss tra le pi prodigiose:
egli infatti si edifica davanti a un fuocherello votivo, nel quale getta disin-
voltamente le opere pi sublimi della nazione tedesca, per incensare col lo-
ro fumo i suoi idoli. Se per un attimo immaginassimo che per un caso qual-
siasi l'Eroica, la Pastorale e la Nona fossero cadute in possesso del nostro
sacerdote delle Grazie, e che fosse dipeso da lui conservar pura l'immagine
del maestro eliminando prodotti tanto problematici chi pu dubi-
tare che egli non le avrebbe bruciate? E cos procedono effettivamente gli
Strauss dei nostri giorni: di un artista vogliono sapere solo quel tanto che si
adatti al loro servizio di camera, e conoscono soltanto l'antitesi fra incen-
sare e bruciare. Potrebbero anche esser liberi di farlo: quel che stupisce
solo il fatto che la pubblica opinione estetica sia cos spenta, cos incerta e
seducibile che accetta senza protestare una siffatta messa in mostra del pi
misero filisteismo, e che non abbia alcuna sensibilit per la comicit di una
scena in cui un maestrucolo antiestetico siede a giudice di Beethoven. E per
quanto concerne Mozart, dovrebbe davvero valere ci che Aristotele dice
di Platone: Anche solo lodarlo, non concesso alla gente trista. Ma qui
si perduto ogni pudore, nel pubblico come nel maestro: non soltanto gli
si consente di farsi pubblicamente il segno della croce davanti ai pi grandi
e puri prodotti del genio germanico, come se avesse visto qualcosa di osce-
no e di empio, ma ci si compiace anche delle sue franche confessioni e am-
missioni di colpa, soprattutto dal momento che riconosce colpe commesse
non da lui ma, a quanto pare, da quei grandi spiriti. Ah, purch il nostro
maestro abbia davvero sempre ragione! pensano per talvolta i suoi ado-
ranti lettori in un accesso di dubbio; ma egli se ne sta l, sorridente e con-
vinto, a perorare, dannare e benedire, facendo tanto di cappello a se stes-
so, e in ogni momento sarebbe in grado di dire quel che la duchessa Dela-
forte disse a Madame de Stal: Debbo ammetterlo, cara amica, non trovo
nessuno che abbia sempre ragione, tranne me.
292 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [6]

6.
Un cadavere un pensiero bello per il verme, e il verme un pensiero
terribile per ogni vivente. I vermi sognano il loro regno dei cieli in un corpo
grasso, i professori di filosofia nel frugare tra le viscere di Schopenhauer, e
finch ci saranno roditori, ci sar anche un cielo dei roditori. Con ci si
risposto alla nostra prima domanda: come immagina il suo cielo il nuovo
credente? Il filisteo straussiano abita nelle opere dei nostri grandi poeti e
musicisti come un verme che vive distruggendo, ammira divorando, adora
digerendo.
Ora per la nostra seconda domanda : sin dove arriva il coraggio che la
nuova religione infonde ai suoi credenti? Anche questa avrebbe gi trovato
risposta, se coraggio e immodestia fossero una sola cosa: perch in tal caso
a Strauss non mancherebbe nulla di un vero e proprio coraggio da Mam-
malucco, e la debita modestia di cui Strauss parla in un passo citato poco
fa a proposito di Beethoven, una locuzione stilistica, non morale. Strauss
partecipa abbastanza dell'impudenza alla quale si sente autorizzato ogni
eroe vittorioso; tutti i fiori sono cresciuti solo per lui, il vincitore, ed egli
loda il sole che illumina al momento giusto proprio le sue finestre. Egli non
risparmia lodi neanche al vecchio venerabile universo, come se questo do-
vesse ricever la sua consacrazione proprio da queste lodi, e da ora in poi
potesse ruotare solo attorno alla monade centrale Strauss. L'universo, egli
ci insegna, s una macchina dalle ferree ruote dentate, con pesanti martel-
li e pistoni, ma in essa si muovono non soltanto ruote spietate, vi circola
anche olio lenitivo (p. 365). L'universo non sar propriamente grato al
furore immaginifico del maestro per non aver saputo trovare in sua lode
una similitudine migliore, anche posto che tolleri di venir lodato da
Strauss. Come si chiama l'olio che gocciola gi dai martelli e dai pistoni di
una macchina? E di quanto conforto sarebbe per un operaio il sapere che
quest'olio si versa su di lui, mentre la macchina afferra le sue membra?
Supponiamo che l'immagine sia infelice: ecco per che attira la nostra at-
tenzione un altro procedimento, attraverso cui Strauss cerca di accertare
che cosa egli provi realmente nei confronti dell'universo, mentre gli sfiora
le labbra la domanda di Gretchen: Mi ama non mi ama mi ama?.
Ora, anche se Strauss non sfoglia fiori o non conta i bottoni della giacca,
quel che fa non meno ingenuo, anche se forse richiede un po' pi di co-
raggio. Strauss vuole appurare se il suo sentimento per il tutto sia para-
lizzato e atrofizzato oppure no, e si punge: infatti sa che si pu pungere un
membro con l'ago senza provar dolore, se quello atrofizzato o paralizza-
to. In realt egli non si punge nel vero senso della parola, ma sceglie un
procedimento ancor pi brutale, che descrive cos: Noi sfogliamo Scho-
penhauer, che colpisce in faccia in ogni occasione questa nostra idea
(p. 143). Ora, poich un'idea, sia pur la pi bella idea straussiana dell'uni-
verso, non ha una faccia, ma l'ha solo colui che ha l'idea, il procedimento
consiste nelle seguenti singole azioni: Strauss colpisce Schopenhauer ve-
ramente addirittura lo sfoglia: al che Schopenhauer colpisce Strauss in fac-
cia. Adesso Strauss reagisce in modo religioso, ossia colpisce ancora
Schopenhauer, inveisce, parla di assurdit, di bestemmie, di empiet, sen-
tenzia persino che Schopenhauer fosse un po' tocco. Risultato della rissa:
Noi chiediamo per il nostro universo la stessa piet che il devoto di vec-
chio stile chiedeva per il suo dio oppure, pi succintamente, Mi
ama!. Si rende la vita grama, il nostro prediletto dalle Grazie, ma corag-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [6] 293
gioso come un mammalucco e non teme n il diavolo n Schopenhauer.
Quanto olio lenitivo consumerebbe, se questi procedimenti dovessero ri-
petersi spesso!
D'altra parte noi comprendiamo quanto grato debba esser Strauss allo
Schopenhauer che solletica, punge e colpisce; perci non ci stupisce ulte-
riormente la seguente dimostrazione di benevolenza nei suoi confronti:
Basta solo sfogliare gli scritti di Schopenhauer, bench del resto si fareb-
be bene a studiarli, e non soltanto a sfogliarli, eccetera (p. 141). A chi ri-
volge queste parole il capo dei filistei? Lui, del quale si pu dimostrare che
non ha mai studiato Schopenhauer, lui, del quale Schopenhauer dovrebbe
dire al contrario: un autore che non merita di essere sfogliato, e tanto
meno studiato. Evidentemente Schopenhauer gli andato di traverso:
schiarendosi la gola, egli cerca di sbarazzarsene. Ma per colmare la misura
degli ingenui panegirici, Strauss si permette ancora di raccomandare il vec-
chio Kant: definisce la sua Storia e teoria generale del cielo dell'anno 1755
uno scritto che mi sempre apparso non meno significativo della sua suc-
cessiva critica della ragione. Se in questa ammirevole la profondit dello
sguardo, in quella lo la vastit della visione; se in questa troviamo un vec-
chio, al quale preme soprattutto la sicurezza di un sia pur limitato patrimo-
nio di conoscenza, in quella ci si fa incontro l'uomo con tutto il coraggio
dello scopritore e del conquistatore spirituale. Questo giudizio di Strauss
su Kant mi sempre apparso non pi modesto di quello su Schopenhauer:
se a proposito di quest'ultimo troviamo il capo, al quale preme soprattutto
la sicurezza nell'espressione di un sia pur limitato giudizio, l ci si fa incon-
tro il prosatore famoso, che con tutto il coraggio dell'ignoranza riversa le
sue essenze laudative persino su Kant. Proprio il fatto davvero incredibile
che Strauss non abbia saputo ricavar nulla dalla critica kantiana della ra-
gione per il suo testamento delle idee moderne, e che parli sempre e soltan-
to per compiacere il pi grossolano realismo, uno dei vistosi tratti carat-
teristici di questo nuovo vangelo, che del resto si definisce solo come il fati-
coso risultato di un'ininterrotta ricerca sulla storia e sulla natura, e per ci
stesso nega l'elemento filosofico. Per il capo dei filistei e per i suoi noi la
filosofia kantiana non esiste. Egli non ha la bench minima idea della fon-
damentale antinomia dell'idealismo e del senso quanto mai relativo di ogni
scienza e ragione. Ovvero: proprio la ragione dovrebbe dirgli quanto poco
si possa appurare con la ragione sull'in s delle cose. vero peraltro che
a persone di una certa et impossibile capire Kant, soprattutto se in giovi-
nezza si capito o, come Strauss, ci si illude di aver capito lo spirito gi-
gantesco di Hegel, e se insieme ci si dovuti occupare di Schleiermacher,
il quale forse di acume ne aveva sin troppo, come dice Strauss. A
Strauss suoner strano se gli dir che ancor oggi egli si trova, rispetto a
Hegel e a Schleiermacher, in assoluta dipendenza, e che la sua dottrina
dell'universo, il suo modo di considerar le cose sub specie biennii e il suo
curvar la schiena di fronte alla situazione tedesca, ma soprattutto il suo
sfacciato ottimismo da filisteo si possono spiegare in base a determinate
precoci esperienze e abitudini giovanili e a fenomeni morbosi. Chi in-
fatti si ammalato una volta di hegelismo e di schleiermacherismo, non
guarir mai del tutto.
Nel libro di confessioni c' un passo in cui quell'incurabile ottimismo ci
volteggia incontro con un piacere davvero degno di un giorno di festa
(pp. 142, 143). Se il mondo una cosa, dice Strauss, che sarebbe meglio
non esistesse, ma allora anche il pensiero del filosofo, che forma un pezzo
di questo mondo, un pensiero che sarebbe meglio non pensasse. Il filosofo
294 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [7J

pessimista non si accorge di dichiarare innanzitutto cattivo anche il suo


pensiero che dichiara il mondo cattivo; ma se un pensiero che dichiara il
mondo cattivo un pensiero cattivo, allora invece il mondo buono.
possibile che l'ottimismo soglia rendersi le cose troppo facili, mentre le di-
mostrazioni che Schopenhauer fornisce sul ruolo enorme che il male e il
dolore esercitano nel mondo sono assolutamente opportune; ma ogni vera
filosofia necessariamente ottimistica, altrimenti negherebbe a se stessa il
diritto di esistere. Se questa confutazione di Schopenhauer non appunto
quel che Strauss in un altro luogo chiama una confutazione fatta tra l'al-
to giubilo dei mondi superiori, allora non capisco affatto questa frase
teatrale di cui egli si serve contro un avversario. Qui l'ottimismo si delibe-
ratamente reso le cose facili. Ma in questo stava appunto la bravura, nel
fare come se la confutazione di Schopenhauer fosse un niente, e nello spin-
ger da parte il fardello con movenze cos leggere, che le tre Grazie a ogni
istante si compiacevano del giocoso ottimista. Proprio questo dev'esser
provato coi fatti, che con un pessimista non affatto necessario fare sul se-
rio: i pi inconsistenti sofismi sono appunto quel che ci vuole per rivelare
come di fronte a una filosofia cos malsana e sterile come quella di Scho-
penhauer non occorra sprecare ragioni, ma tutt'al pi parole e scherzi. Da
passi come questo si comprende la solenne dichiarazione di Schopenhauer
secondo cui l'ottimismo, quando non il parlare sconsiderato di individui
sotto la cui piatta fronte non albergano che parole, gli appare un modo di
pensare non soltanto assurdo, ma anche davvero scellerato, un amaro
scherno sui dolori senza nome dell'umanit. Quando il filisteo ne fa un si-
stema, come Strauss, fa diventare anche tale sistema un modo di pensare
scellerato, ossia un'ottusa dottrina della buona pace dell'io o dei noi,
e suscita indignazione.
Chi potrebbe per esempio leggere senza indignazione la seguente spiega-
zione psicologica, che evidentemente pu esser cresciuta solo sul tronco di
quella scellerata dottrina della buona pace: Mai ha dichiarato Beetho-
ven egli sarebbe stato in grado di comporre un testo come Figaro o Don
Giovanni. La vita non gli aveva sorriso tanto, che egli potesse guardarla
con s grande serenit, e potesse prendere cos alla leggera le debolezze del-
l'uomo (p. 360). Ma per portar l'esempio pi forte di quella scellerata
grossolanit di pensiero, basti qui accennare al fatto che Strauss non sa
spiegarsi tutto il terribile e serio impulso di negazione e la tendenza alla
santificazione ascetica dei primi secoli del cristianesimo, se non come deri-
vati di una precedente saziet di godimenti sessuali di ogni genere, e della
nausea e del malessere che ne conseguirono:
I persiani lo chiamano bidmag bude,
i Tedeschi dicono: mal di testa dopo una sbornia.
Cos cita lo stesso Strauss, e non si vergogna. Ma noi ci voltiamo un mo-
mento dall'altra parte, per farci passare la nausea.

7.
In effetti, il nostro capo dei filistei a parole valoroso, anzi temerario,
dovunque possa credere di deliziare con tale valore i suoi nobili noi.
Dunque l'ascesi e il sacrificio di s degli antichi eremiti e santi vanno consi-
derati come una forma di nausea, Ges pu essere descritto come un fana-
tico che oggi sfuggirebbe a stento al manicomio, la storia della resurrezio-
ne di Ges pu esser definita una ciarlataneria storica accettiamo per
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [7] 295
una volta tutto questo, per studiarvi la singolare specie di coraggio di cui
capace Strauss, il nostro filisteo classico.
Ascoltiamo innanzitutto la sua confessione: davvero un compito
spiacevole e ingrato, dire al mondo proprio quel che esso non vuol sentire.
Esso non ama risparmiare, come i grandi signori, riceve e spende, finch
ha qualcosa da spendere: ma se qualcuno somma le partite e gli presenta il
bilancio, lo considera un guastafeste. E proprio a questo mi hanno spinto
da sempre il mio temperamento e il mio spirito. Definiamo pure corag-
giosi un temperamento e uno spirito siffatti; rimane tuttavia dubbio se
questo coraggio sia naturale e originario, o non piuttosto un coraggio im-
paraticcio e artificiale; forse Strauss si solo abituato per tempo a fare il
guastafeste di professione, e ha finito per acquisire in tal modo un corag-
gio di professione. Ad esso si apparenta ottimamente la naturale vilt che
propria del filisteo: essa si evidenzia soprattutto nella incoerenza di quelle
proposizioni che costa coraggio enunciare; suona come tuono, ma l'atmo-
sfera non ne risulta purificata. Egli non arriva a un'azione aggressiva, ma
solo a parole aggressive, scegliendole per tra le pi offensive, e consuma
in espressioni aspre e rumorose tutta l'energia e la forza che gli si sono ac-
cumulate dentro; quando il suono della parola si spento, egli pi vile di
colui che non ha mai parlato. Anzi, persino il simulacro delle azioni, l'eti-
ca, mostra che egli un eroe delle parole, e che evita ogni occasione in cui
sia necessario passare dalle parole alla pi terribile seriet. Annuncia con
mirabile sincerit di non essere pi cristiano, ma non vuole turbare conten-
tezza di sorta; gli sembra contraddittorio fondare un'associazione per ro-
vesciare un'associazione cosa che invece non affatto cos contradditto-
ria. Con un certo rozzo compiacimento si avvolge nel manto cespuglioso
dei nostri genealogisti della scimmia, ed esalta Darwin come uno dei massi-
mi benefattori dell'umanit ma noi vediamo con vergogna che la sua
etica si costruisce del tutto svincolata dalla domanda: Come concepiamo
il mondo?. Qui c'era un'occasione di mostrare naturale coraggio; perch
qui egli avrebbe dovuto girar le spalle ai suoi noi e avrebbe potuto de-
durre arditamente, dal bellum omnium contro omnes e dal diritto del pi
forte, precetti morali di vita, che per dovrebbero originarsi soltanto in
uno spirito intimamente impavido, come nello spirito di Hobbes, e in un
amore di verit di ben altra portata di quello che esplode sempre e soltanto
in robuste invettive contro i preti, i miracoli e la ciarlataneria storica del-
la resurrezione. Infatti con un'etica darwiniana vera e seriamente attuata si
susciterebbe l'ostilit del filisteo, che invece sempre favorevole a siffatte
invettive.
Ogni agire morale dice Strauss un determinarsi dell'individuo
secondo l'idea della specie. Tradotto in parole chiare e comprensibili, ci
significa soltanto: vivi da uomo e non da scimmia o da foca. Quest'impe-
rativo purtroppo assolutamente inutilizzabile e fiacco, perch sotto il
concetto di uomo si trova aggiogata la pi grande molteplicit, per esem-
pio il Patagone e il maestro Strauss, e perch nessuno oser dire con lo
stesso diritto: vvi da Patagone!, e: vivi da maestro Strauss! Ma se qualcu-
no addirittura esigesse da se stesso: vivi da genio, ossia appunto come
espressione ideale della specie uomo, e costui fosse per caso o Patagone o
maestro Strauss, quanto non avremmo allora da soffrire per l'invadenza di
pazzi originali smaniosi di genialit, a proposito dei quali gi Lichtenberg
lamentava che in Germania spuntassero come funghi, e che con grida sel-
vagge ci chiederebbero di ascoltare le professioni della loro pi recente fe-
de? Strauss non ha ancora nemmeno imparato che un concetto non potr
296 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [7]

mai rendere gli uomini migliori e pi morali, e che predicare una morale
facile, altrettanto quanto difficile fondare una morale; il suo compito sa-
rebbe dovuto essere piuttosto quello di spiegare e di dedurre seriamente,
dalle sue premesse darwiniane, i fenomeni della bont umana, della carit,
dell'amore e dell'abnegazione che esistono effettivamente: invece ha prefe-
rito, con un salto nell'imperativo, sottrarsi al compito della spiegazione. In
questo salto gli accade addirittura di capriolare disinvoltamente anche so-
pra la proposizione fondamentale di Darwin. Non dimenticare, dice
Strauss, in nessun momento, che sei uomo e non un semplice essere natu-
rale, in nessun momento che tutti gli altri sono anch'essi uomini, cio, no-
nostante ogni diversit individuale, la stessa cosa di te, con le stesse tue ne-
cessit e aspirazioni questa l'essenza di ogni morale (p. 238). Ma da
dove risuona questo imperativo? Come pu l'uomo averlo dentro di s dal
momento che, secondo Darwin, egli appunto un essere assolutamente na-
turale, e si sviluppato sino al livello dell'uomo secondo leggi affatto di-
verse, proprio perch in ogni momento ha dimenticato che gli altri esseri si-
mili avevano gli stessi diritti, proprio perch tra loro si sentiva il pi forte,
e a poco a poco ha cagionato l'estinzione degli altri esemplari di natura pi
debole? Mentre Strauss costretto tuttavia ad ammettere che mai sono esi-
stiti due esseri totalmente uguali, e che dalla legge della diversit degli indi-
vidui dipende l'intera evoluzione dell'uomo, non gli costa per nessuna fa-
tica annunciare anche il contrario: Comportati come se non ci fossero
delle diversit individuali!. Dov' andata a finire la dottrina morale di
Strauss-Darwin, dove, soprattutto, il coraggio?
Subito riceviamo una nuova dimostrazione dei limiti di fronte ai quali
quel coraggio si trasforma nel suo contrario. Infatti Strauss prosegue:
Non dimenticare in nessun momento che tu e tutto ci che percepisci in te
e attorno a te, non un frammento sconnesso, un caos selvaggio di atomi e
accidentalit, ma che tutto scaturisce secondo leggi eterne dall'unica sor-
gente originaria di ogni vita, di ogni ragione e di ogni bene questa l'es-
senza della religione. Ma da quell'unica sorgente originaria sgorga an-
che ogni morte, ogni irrazionalit, ogni male, e per Strauss il suo nome
l'universo. Come potrebbe esso, dato il suo carattere cos contraddittorio e
negatore di se stesso, esser degno di una venerazione religiosa e poter esse-
re chiamato col nome di Dio, come invece fa Strauss a p. 365? Il nostro
Dio non ci prende sulle sue braccia dall'esterno (qui ci si aspetta, per con-
verso, un prendere sulle braccia dall'interno davvero molto strano!), ma
apre per noi sorgenti di conforto nel nostro intimo. Egli ci mostra che il ca-
so sarebbe un dominatore davvero irrazionale del mondo, ma che la neces-
sit, vale a dire la concatenazione delle cause nel mondo, la ragione stes-
sa (un'astuzia che passa inosservata soltanto ai noi, i quali son stati
cresciuti in questa hegeliana adorazione del reale come razionale, cio nella
divinizzazione del successo). Egli ci insegna a comprendere che desiderare
un'eccezione all'adempimento di un'unica legge naturale, significherebbe
desiderare la disintegrazione del tutto. Al contrario, signor maestro: un
naturalista onesto crede nell'assoluta conformit del mondo a leggi, senza
peraltro minimamente pronunciarsi sul valore etico o intellettuale di queste
leggi: in dichiarazioni del genere egli riconoscerebbe un comportamento al-
tamente antropomorfico di una ragione che oltrepassa i limiti del consenti-
to. Ma proprio al punto in cui l'onesto naturalista si rassegna, Strauss
reagisce, per farci belli delle sue penne, in modo religioso, e agisce in
modo disonesto verso le scienze naturali e la scienza; egli ammette senz'al-
tro che ogni cosa accaduta abbia il massimo valore intellettuale, sia dun-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [7] 297

que assolutamente razionale e ordinata finalisticamente, e poi che conten-


ga una rivelazione dell'eterna bont stessa. Ha bisogno quindi di un'intera
cosmodicea, e adesso si trova in svantaggio rispetto a chi si interessa sol-
tanto a una teodicea, e che per esempio pu concepire l'intera esistenza
dell'uomo come un atto punitivo o come uno stato di purificazione. A que-
sto punto e in questo imbarazzo Strauss avanza addirittura un'ipotesi me-
tafisica, la pi arida e paralitica che ci sia, e in fondo soltanto un'involon-
taria parodia di alcune parole di Lessing. Quell'altra frase di Lessing (si
dice a p. 219): se Dio gli ponesse davanti per scegliere, nella sua destra tut-
ta la verit, e nella sua sinistra solo l'ansia sempre viva di essa, bench sot-
to la condizione di errare continuamente, egli prenderebbe umilmente la si-
nistra di Dio e ne implorerebbe per s il contenuto questa frase di Les-
sing considerata da sempre una delle pi splendide che egli ci abbia la-
sciato. Si trovata in essa la geniale espressione del suo instancabile desi-
derio di ricerca e di attivit. A me questa frase ha fatto sempre un'impres-
sione tutta particolare, per il fatto che dietro il suo significato soggettivo
ne sentivo risuonare un altro oggettivo di immensa portata. Infatti non sta
forse qui la migliore risposta al grossolano discorso di Schopenhauer sul
Dio malconsigliato, che non avrebbe saputo far di meglio che venire a fini-
re in questo mondo miserabile? E se il creatore stesso fosse stato anch'egli
dell'opinione di Lessing, di preferire la lotta al tranquillo possesso? Dun-
que davvero un Dio che si riserva il continuo errare, ma con l'aspirazione
alla verit, e forse persino prende umilmente la mano sinistra di Strauss,
per dirgli: prendi tu tutta la verit. Se mai un Dio e un uomo furono mal-
consigliati, questo furono il Dio straussiano, che nutre la passione di errare
e di sbagliare, e l'uomo straussiano, che per questa passione deve pagare
qui si sente davvero risuonare un significato di immensa portata, qui
scorre l'olio lenitivo universale di Strauss, qui si intuisce la razionalit di
tutto il divenire e di tutte le leggi naturali! Davvero? Allora non sarebbe il
nostro mondo piuttosto, come disse una volta Lichtenberg, l'opera di un
essere subordinato, che ancora non sapeva bene il fatto suo, dunque un
esperimento? un abbozzo al quale si sta ancora lavorando? Anche Strauss
dovrebbe allora ammettere a se stesso che il nostro mondo appunto non il
luogo della ragione, bens dell'errore, e che ogni conformit a legge non
comporta nulla di consolante, perch tutte le leggi sono date da un Dio che
sbaglia, e che sbaglia per piacere. davvero uno spettacolo esilarante ve-
dere Strauss che come architetto metafisico costruisce sulle nubi. Ma per
chi viene inscenato questo spettacolo? Per i nobili e comodi noi, perch
non si guasti il loro buonumore: forse si sono impauriti in mezzo al rigido
e spietato ingranaggio della macchina del mondo, e chiedono tremanti aiu-
to al loro condottiero. Per questo Strauss fa scorrere olio lenitivo, per
questo si porta dietro legato a una corda un Dio che sbaglia per passione,
per questo interpreta il ruolo assolutamente stupefacente di architetto me-
tafisico. Tutto questo fa, perch quelli hanno paura e lui stesso ha paura
e proprio qui il limite del suo coraggio, persino di fronte ai suoi noi.
Infatti non osa dir loro sinceramente: vi ho liberati da un Dio che aiuta e
che ha misericordia, Puniverso soltanto un inflessibile ingranaggio,
state attenti che le sue ruote non vi stritolino! Non lo osa: quindi ora tocca
alla strega, alla metafisica. Ma al filisteo persino una metafisica straussia-
na pi gradita di quella cristiana, e l'idea di un Dio che sbaglia pi sim-
patica di quella di un Dio che fa miracoli. Infatti egli stesso, il filisteo, sba-
glia, per non ha mai ancora fatto un miracolo.
Appunto per tale motivo al filisteo inviso il genio: perch proprio que-
298 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [8]

sto gode a buon diritto della fama di compier miracoli; ragion per cui as-
sai istruttivo capire perch Strauss in un unico punto si erga a coraggioso
difensore del genio e della natura aristocratica dello spirito in generale.
Perch, dunque? Per paura, e per paura dei socialdemocratici. Egli si ri-
chiama ai Bismarck, ai Moltke, la cui grandezza pu tanto poco negarsi,
in quanto si manifesta nell'ambito dei fatti tangibili, esteriori. Qui anche i
pi caparbi e scontrosi di quei compagni dovranno accomodarsi a guarda-
re un po' in alto, per vedere almeno sino al ginocchio quelle sublimi figu-
re. Vuol forse, signor maestro, educare i socialdemocratici a prendere cal-
ci? La buona volont di darne c' dappertutto, e Lei pu farsi garante sin
da ora che che coloro che saran presi a calci, in questa procedura potranno
vedere quelle sublimi figure sino al ginocchio.Anche nel campo dell'ar-
te e della scienza, prosegue Strauss, non mancheranno mai re che costrui-
scono, e che daranno da fare a una massa di carrettieri. Bene ma se un
giorno i carrettieri si metteranno a costruire? Accade, signor metafisico,
Lei lo sa allora per i re ci sar da ridere.
In effetti, questo connubio di arroganza e di debolezza, di parole teme-
rarie e di codardo conformismo, questo sottile soppesare come e con quali
parole si possa impressionare il filisteo, e con quali carezzarlo, questa
mancanza di carattere e di forza nonostante l'apparenza della forza e del
carattere, questo difetto di saggezza nonostante tutta l'affettazione della
superiorit e della maturit d'esperienza tutto questo che odio in que-
sto libro. Se penso che dei giovani potrebbero sopportare, anzi apprezzare
un libro di questa fatta, dovrei con tristezza rinunciare alle mie speranze
sul loro avvenire. Questa professione di un filisteismo misero, senza spe-
ranza e davvero spregevole, dovrebbe esser l'espressione delle molte mi-
gliaia di noi di cui parla Strauss, e questi noi dovrebbero a loro volta
essere i padri della prossima generazione! Sono premesse tremende per
chiunque volesse aiutare la generazione futura sulla strada di ci che il pre-
sente non ha una vera cultura tedesca. A costui il terreno appare coper-
to di cenere, e oscurate tutte le stelle; ogni albero morto, ogni campo deva-
stato gli grida: sterile! perduto! Qui non ci sar un'altra primavera! Egli
dovr sentirsi come si sent il giovane Goethe quando scrut nel triste cre-
puscolo ateo del Systme de la nature: il libro gli apparve cos grigio, cos
cimmerio, cos sepolcrale, che ebbe pena a sopportarne la presenza, e rab-
brividiva davanti ad esso come davanti a uno spettro.

8.
Siamo sufficientemente edotti sul cielo e sul coraggio del nuovo credente
per porci ora anche l'ultima domanda: come scrive i suoi libri? e di quale
specie sono i testi della sua religione?
Per chi sappia rispondere a questa domanda scrupolosamente e senza
pregiudizi, il fatto che il manuale oracolare di Strauss sia stato richiesto in
sei edizioni diventa un problema quanto mai preoccupante, soprattutto
quando apprende addirittura che a questo manuale oracolare stato dato
il benvenuto anche negli ambienti colti e persino nelle universit. Gli stu-
denti lo avrebbero salutato come un canone per spiriti forti, e i professori
non vi si sarebbero opposti: gli uni e gli altri hanno davvero voluto trovare
in esso un libro di religione per dotti. Strauss stesso fa capire che il libro
di confessioni vuol fornire informazioni non per gli studiosi e le persone
colte soltanto; ma atteniamoci al fatto che esso si rivolge innanzitutto a
questi, e in particolare ai dotti, per porre loro davanti il modello di una vi-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [8] 299

ta quale essi stessi vivono. Questa infatti l'abilit: il maestro fa mostra di


voler tratteggiare l'ideale di una nuova concezione del mondo, ed ecco che
da ogni bocca gli torna indietro la sua lode, perch ciascuno pu pensare di
esser proprio lui a concepire il mondo e la vita in quel modo, e che proprio
in lui Strauss abbia potuto veder gi realizzato quanto si aspettava solo dal
futuro. Di qui si spiega in parte anche lo straordinario successo di quel li-
bro: cos viviamo, com' scritto nel libro, cos procediamo felici! gli grida
il dotto di rimando, e si rallegra che altri se ne rallegrino. Gli abbastanza
indifferente pensare per caso diversamente dal maestro su singole cose, per
esempio su Darwin o sulla pena di morte, perch sente con tanta certezza
di respirare nell'insieme la sua propria aria, e di udire l'eco della propria
voce e delle proprie necessit. Per quanto dolorosamente colpito da questa
unanimit, ogni vero amico della cultura tedesca deve tuttavia spiegarsi un
fatto del genere con inesorabile severit, e non rifuggire neanche dal rende-
re pubblica la sua spiegazione.
Noi tutti conosciamo il modo di occuparsi delle scienze caratteristico
della nostra epoca, lo conosciamo perch lo viviamo: e proprio per questo
quasi nessuno si domanda che cosa mai pu venire alla cultura da una sif-
fatta pratica scientifica, anche premesso che esista dappertutto la migliore
capacit e il pi sincero desiderio di operare per la cultura. Nella natura
dell'uomo di scienza (prescindendo affatto dalla sua figura attuale) insito
un vero paradosso: egli si comporta come il pi orgoglioso scioperato della
felicit: come se l'esistenza non fosse una faccenda disperata e inquietante,
bens un possesso solido, garantito per l'eternit. Gli sembra concesso dila-
pidare una vita su questioni, la cui soluzione in fondo dovrebbe essere im-
portante solo per chi si fosse assicurata un'eternit. Tutt'attorno a lui, l'e-
rede di poche ore, lo guardano fissamente gli abissi pi terribili, ogni passo
dovrebbe ricordargli: a che scopo? verso dove? da dove? Ma la sua anima
arde davanti al compito di contare gli stami di un fiore o di spaccare le pie-
tre di un sentiero, e in questo lavoro egli mette l'intero, pieno peso della
sua partecipazione, del suo piacere, della sua forza e del suo desiderio.
Questo paradosso, cio l'uomo di scienza, recentemente in Germania sta-
to assalito dalla furia, come se la scienza fosse una fabbrica, e ogni minuto
perso comportasse un'ammenda. Adesso egli lavora cos duramente come
il quarto stato, la classe degli schiavi, lo studio per lui non pi un'occu-
pazione bens una necessit, non guarda n a destra n a manca, e cammi-
na in mezzo a tutte le faccende, e cos pure attraverso tutte le cose gravi che
la vita porta in grembo, con quella mezza attenzione oppure con quel ripu-
gnante bisogno di riposo che sono propri dell'operaio stremato.
Cos egli si pone anche nei confronti della cultura. Si comporta come se
per lui la vita fosse soltanto otium, ma sine dignitate: e neppure in sogno
depone il suo giogo, come uno schiavo che persino in libert sogna la sua
miseria, la sua rabbia e le percosse ricevute. I nostri dotti si distinguono
appena, e comunque non a loro vantaggio, dagli agricoltori che vogliono
accrescere una piccola propriet ereditata, e si affaticano solerti dal matti-
no sino a tarda notte a lavorare il campo, a spinger l'aratro e ad incitare i
buoi. Ora Pascal ritiene in genere che gli uomini si occupino con tanta dili-
genza dei loro affari e delle loro scienze, solo per sfuggire in tal modo alle
questioni pi importanti che ogni solitudine, ogni vero ozio porrebbe loro
con urgenza, le questioni appunto del perch, del da dove, del verso dove.
Ai nostri dotti non viene neanche in mente, cosa strana, la questione pi
immediata: a che cosa serva il loro lavoro, la loro fretta, la loro dolorosa
frenesia. Non forse a guadagnarsi il pane o a procacciarsi cariche onorifi-
300 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [8]

che? No, no davvero. Eppure vi affannate come chi vive nell'indigenza e


ha bisogno di pane, anzi strappate via le vivande dal tavolo con tanta avi-
dit, senza scegliere, come se steste per morire di fame. Ma se voi, come
uomini di scienza, vi comportate con la scienza al modo in cui gli operai si
comportano con i compiti che l'indigenza e le necessit della vita impongo-
no loro, che cosa accadr a una cultura che proprio di fronte a una scienti-
ficit cos agitata, senza fiato, che corre, anzi si dibatte qua e l, condan-
nata ad attendere l'ora della sua nascita e della sua liberazione? Gi, per
essa nessuno ha tempo eppure, a che serve innanzitutto la scienza, se
non ha tempo per la cultura? Dunque rispondeteci almeno su questo pun-
to: da dove, verso dove, a che scopo tutta la scienza, se non deve condurre
alla cultura? Allora forse condurr alla barbarie! E in questa direzione gi
vedremmo spaventosamente addentrata la classe dei dotti, se potessimo
pensare che libri tanto superficiali come quello di Strauss soddisfino il suo
attuale livello di cultura. Giacch proprio in esso troviamo quel rivoltante
bisogno di riposo e quel compromesso occasionale, che ascolta solo a me-
t, con la filosofia e la cultura, e in generale con ogni seriet dell'esistenza.
Ci vengono in mente le riunioni di societ delle classi colte, che testimonia-
no anch'esse, quando il discorso specialistico si spegne, soltanto stanchez-
za, voglia di distrarsi a ogni costo, memoria frammentaria, sconnessa espe-
rienza di vita. Quando sentiamo Strauss parlare dei problemi della vita,
siano essi problemi di matrimonio, o guerra, o pena di morte, egli ci spa-
venta per la mancanza di qualsiasi esperienza reale, di qualsiasi indagine
nell'intimo dell'uomo: ogni suo giudizio cos librescamente, anzi giorna-
listicamente uniforme; le reminiscenze letterarie occupano il posto di idee e
conoscenze reali, un'affettata moderazione e saccenteria nell'espressione
deve risarcirci della mancanza di saggezza e di maturit del pensiero.
Quanto esattamente tutto ci corrisponde allo spirito delle decantate sedi
supreme della scienza tedesca nelle grandi citt! Con quanta simpatia que-
sto spirito deve parlare a quello spirito! Perch proprio in quei luoghi la
cultura venuta maggiormente a mancare, proprio l vien reso impossibile
persino il germogliare di una nuova cultura; tanto il rumore con cui ci si
equipaggia per le scienze che vengono l coltivate, e tanto massicciamente
si prendono d'assalto le discipline pi popolari a spese di quelle pi impor-
tanti. Con quale lanterna si dovrebbero cercare qui uomini che fossero ca-
paci di scendere nel profondo di se stessi, e avessero tanto coraggio e tanta
forza da evocare dmoni che sono fuggiti dalla nostra epoca? A osservare
dall'esterno, in quei luoghi certo si trova tutto il fasto della cultura; con il
loro sfoggio imponente essi somigliano agli arsenali, con i loro enormi can-
noni e i loro strumenti di guerra: vediamo preparativi e solerte attivit, co-
me se si dovesse dar l'assalto al cielo ed estrarre la verit dal pozzo pi pro-
fondo, eppure a volte in guerra le macchine pi grandi sono quelle che si
usano peggio. E cos la vera coltura nella sua battaglia lascia da parte quei
luoghi, e sente col migliore istinto che l per essa non c' niente da sperare e
c' molto da temere. Infatti l'unica forma di cultura di cui ami occuparsi
l'occhio acceso e l'ottuso organo del pensiero della classe operaia dei dotti,
appunto quella cultura filistea di cui Strauss ha annunciato il vangelo.
Se consideriamo per un istante i principali motivi di quella simpatia che
collega la classe operaia dei dotti e la cultura filistea, troviamo anche la
strada che ci conduce allo scrittore Strauss, riconosciuto come classico, e
con ci al nostro ultimo tema principale.
Quella cultura, innanzitutto, ha impressa sul volto la soddisfazione, e
vuole che nulla si cambi nello stato attuale della culturalit tedesca; soprat-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [8] 301

tutto seriamente convinta dell'unicit di tutte le istituzioni educative tede-


sche, in particolare dei ginnasi e delle universit, non cessa di raccoman-
darli all'estero e non dubita un istante che grazie a questi siamo diventati il
popolo pi colto e competente del mondo. La cultura filistea crede in s, e
perci crede anche nei metodi e nei mezzi che ha a disposizione. In secondo
luogo, per, essa affida ai dotti il giudizio supremo su tutte le questioni di
cultura e di gusto, e considera se stessa come un sempre crescente compen-
dio di dotte opinioni su arte, letteratura e filosofia; la sua cura costringe-
re il dotto ad enunciare le sue opinioni, che poi essa somministra mescola-
te, diluite o sistematizzate al popolo tedesco come bevanda salutare. Quel
che cresce al di fuori di questi circoli viene ascoltato con scettica superficia-
lit oppure non ascoltato, notato o non notato, sinch finalmente una vo-
ce, non importa di chi, purch costui porti rigorosamente su di s i caratte-
ri specifici del dotto, non si far sentire da quei templi in cui dovrebbe al-
bergare la tradizionale infallibilit del gusto: e da quel momento l'opinione
pubblica avr un'opinione in pi, e ripeter con eco centuplicata la voce di
quel singolo. In realt per l'infallibilit del gusto che albergherebbe in
questi luoghi e in quei singoli assai dubbia, anzi tanto dubbia che si pu
essere convinti del cattivo gusto, dell'assenza di pensiero e della grossolani-
t estetica di un dotto, sino a che costui non abbia dimostrato il contrario.
E soltanto pochi potranno dimostrare il contrario. Quanti infatti, dopo
aver preso parte alla corsa affannata e precipitosa della scienza attuale, po-
tranno in genere conservare lo sguardo coraggioso e calmo del combattente
della cultura, se mai lo hanno posseduto, quello sguardo che condanna
questa cosa stessa come elemento apportatore di barbarie? Perci in futuro
questi pochi dovranno vivere in una contraddizione: infatti che cosa po-
trebbero fare contro una fede uniforme di innumerevoli, che tutti quanti
hanno fatto dell'opinione pubblica la loro patrona, e si sostengono e si ap-
poggiano a vicenda in questa fede? A che serve che uno solo si dichiari
contro Strauss, dal momento che i molti si sono pronunciati a suo favore, e
che la massa da loro guidata ha imparato a chiedere sei volte di seguito la
soporifera pozione filistea del maestro?
Se con questo abbiamo ammesso senz'altro che il libro di confessioni
straussiano ha vinto presso l'opinione pubblica, e come vincitore stato
accolto, il suo autore potrebbe farci notare che i vari giudizi sul suo libro
comparsi nei giornali non sono affatto unanimi e tanto meno incondizio-
natamente favorevoli, tanto che egli in una postfazione ha dovuto difen-
dersi dal tono a volte eccessivamente ostile e dal piglio sin troppo sfacciato
e provocatorio di alcuni di quei campioni giornalistici. Come pu esistere
un'opinione pubblica sul mio libro, egli ci grider, se ogni giornalista pu
tuttavia considerarmi come un bandito e maltrattarmi a suo piacimento?
Questa contraddizione pu facilmente essere eliminata, non appena nel li-
bro straussiano si distinguano due aspetti, uno teologico e uno letterario:
soltanto con il secondo quel libro tocca la cultura tedesca. Per la sua colo-
ritura teologica esso sta al di fuori della nostra cultura tedesca e desta le
antipatie dei vari partiti teologici, anzi in fondo di ogni Tedesco, in quanto
costui un settario teologico per natura, e inventa la sua stramba fede pri-
vata solo per poter dissentire da ogni altra fede. Ma mettetevi un po' a sen-
tire tutti questi settari teologici parlare di Strauss, non appena si debba
parlare dello Strauss scrittore; immediatamente si spegne il chiasso delle
dissonanze teologiche, e in perfetto unisono risuona, come dalla bocca di
un'unica comunit: egli resta comunque uno scrittore classico! Ognuno,
anche l'ortodosso pi accanito, dice in faccia allo scrittore le cose pi lu-
302 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [9]

singhiere, fosse pure una sola parola sulla sua dialettica quasi lessinghiana,
oppure sulla finezza, la bellezza e la validit delle sue concezioni estetiche.
Come libro, a quanto pare, il prodotto straussiano corrisponde addirittura
all'ideale di un libro. Gli avversari teologici, bench abbiano parlato pi
forte di tutti, in questo caso sono solo un piccolo frammento del grande
pubblico: e persino nei loro confronti Strauss avr ragione, quando dice:
Di fronte alle migliaia di miei lettori, quel paio di dozzine dei miei pubbli-
ci censori sono una sparuta minoranza, e difficilmente potranno dimostra-
re di essere assolutamente i fedeli portavoce dei primi. Se, in una faccenda
come questa, hanno preso la parola quasi sempre quelli che non erano
d'accordo, e quelli che eran d'accordo si sono contentati di approvare in
silenzio, questo nella natura delle circostanze, che noi tutti ben conoscia-
mo. Dunque, a prescindere dallo scandalo per le sue dichiarazioni teolo-
giche che Strauss pu aver suscitato qua e l, sullo Strauss scrittore regna
unanimit, anche fra gli avversari fanatici per i quali la sua voce suona co-
me la voce della bestia dall'abisso. Pertanto il trattamento che Strauss ha
subito da parte dei salariati letterari dei partiti teologici, nulla prova con-
tro il nostro assunto che in questo libro la cultura filistea ha celebrato un
trionfo.
Bisogna ammettere che il filisteo colto in media un po' meno franco di
Strauss, o per lo meno che nelle pubbliche manifestazioni pi riservato:
tanto pi edificante per gli appare questa franchezza in un altro: a casa e
tra i suoi simili applaude anzi rumorosamente, solo che non ama dichiara-
re per iscritto quanto tutto ci che Strauss dice gli piaccia. Infatti un po'
vile il nostro filisteo colto lo , gi lo sappiamo, anche nelle simpatie pi
forti: e proprio il fatto che Strauss sia un po' meno vile fa di lui un capo,
pur se d'altra parte anche per il suo coraggio esiste un limite molto preciso.
Se egli superasse questo limite, cosa che per esempio Schopenhauer fa qua-
si ad ogni frase, non marcerebbe pi come un capo davanti ai filistei, e si
correrebbe via da lui con la stessa prontezza con cui adesso si corre dietro a
lui. Chi volesse definire questa moderatezza, se non saggia, almeno accor-
ta, e questa mediocritas del coraggio una virt aristotelica, sarebbe certa-
mente in errore: perch quel coraggio non il punto mediano fra due difet-
ti, bens tra una virt e un difetto e in questo punto mediano, tra virt e
difetto, stanno tutte le qualit del filisteo.

9.
Ma egli resta pur sempre uno scrittore classico! Ora vedremo. Forse
adesso sarebbe consentito parlare subito dello Strauss stilista e artista del
linguaggio, ma prima vorremmo riflettere se egli come scrittore sia capace
di costruire la sua casa, e se davvero si intenda di architettura del libro.
Questo decider se egli un costruttore di libri accurato, avveduto ed
esperto; e se dovessimo rispondere di no, gli resterebbe sempre, come ulti-
mo refugium della sua fama, la pretesa di essere un prosatore classico.
Quest'ultima capacit senza la prima non basterebbe certo ad innalzarlo al
rango degli scrittori classici, ma tutt'al pi a quello degli improvvisatori
classici o dei virtuosi dello stile, i quali, nonostante tutta l'abilit dell'e-
spressione, mostrano nel complesso e nell'impostazione vera e propria del-
l'edificio la mano maldestra e l'occhio timido del pasticcione. Chiediamo
dunque se Strauss abbia la forza artistica di porre un tutto, totum ponere.
Di solito gi dal primo abbozzo scritto si pu capire se l'autore ha con-
cepito una visione d'insieme e se ha trovato l'andamento generale e le gi-
DAVID STRAUSS. L'UOMO Di" FEDE E LO SCRITTORE [9] 303

ste misure in conformit con questa visione. Una volta assolto questo im-
portantissimo compito, e innalzato l'edificio stesso in felici proporzioni,
resta per sempre parecchio da fare: quanti piccoli difetti da correggere,
quante lacune da colmare, qua e l ci si dovuti contentare di un tramezzo
provvisorio o di un controsoffitto, ci sono polvere e calcinacci dappertut-
to, e dovunque tu guardi, vedi i segni del travaglio e del lavoro; nell'insie-
me la casa ancora inabitabile e sgradevole; le pareti sono nude, e dalle fi-
nestre aperte sibila il vento. Ma che Strauss abbia fatto il lavoro, grande e
faticoso, che ancora resta da fare, non ci interessa affatto, sinch vogliamo
sapere se egli ha impostato l'edificio stesso in buone proporzioni e come un
tutto. Il contrario di questo , come sappiamo, mettere assieme un libro da
vari frammenti, come sono soliti fare i dotti. Essi confidano nel fatto che
questi frammenti abbiano una connessione fra loro, confondendo qui tra
la connessione logica e quella artistica. Logico, comunque, il rapporto fra
le quattro domande fondamentali, che definiscono le parti del libro straus-
siano, non lo : Siamo ancora cristiani? Abbiamo ancora una religione?
Come concepiamo il mondo? Come ordiniamo la nostra vita?, e non lo
in quanto la terza domanda non ha niente a che fare con la seconda, n la
quarta con la terza, e tutte e tre non hanno niente a che fare con la prima.
Per esempio, il naturalista che pone la terza questione mostra il suo imma-
colato senso della verit proprio nel passare senza far parola oltre la secon-
da; e che i temi della quarta parte: matrimonio, repubblica, pena di morte,
vengano soltanto confusi e oscurati col mescolarvi le teorie darwiniane del-
la terza parte, sembra capirlo anche Strauss, dal momento che in effetti su
quelle teorie non torna pi. Ma la domanda: siamo ancora cristiani? altera
subito la libert dell'esame filosofico, e lo tinge sgradevolmente di teolo-
gia; oltretutto a questo proposito egli ha completamente dimenticato che la
maggior parte dell'umanit tuttora buddista, non cristiana. Come si pu,
con l'espressione antica fede, pensare subito e senz'altro al cristianesi-
mo? Se qui si vede che Strauss non ha mai cessato di essere un teologo cri-
stiano, e che pertanto non ha mai imparato a diventare un filosofo, egli poi
ci stupisce di nuovo per il fatto che non riesce a distinguere tra fede e sape-
re, e nomina continuamente d'un solo fiato la sua cosiddetta nuova fede
e la scienza moderna. Oppure fede moderna vorrebbe essere soltanto
un'ironica concessione all'uso linguistico? Sembra quasi che sia cos, dal
momento che egli qua e l lascia che nuova fede e scienza moderna si rap-
presentino tranquillamente a vicenda, per esempio a p. 11, dove domanda
da quale parte, da quella della vecchia fede oppure da quella della scienza
moderna, siano maggiori le oscurit e le insufficienze inevitabili nelle cose
umane. Inoltre egli vuole, secondo lo schema dell'introduzione, fornire le
prove sulle quali poggia la moderna concezione del mondo: ma tutte que-
ste prove le prende a prestito dalla scienza, e anche qui si comporta assolu-
tamente come un sciente, non come un credente.
Dunque in fondo la nuova religione non una nuova fede, ma coincide
con la scienza, e pertanto non affatto una religione. Ora, se Strauss affer-
ma tuttavia di avere una religione, i motivi di questo fatto esulano dalla
scienza moderna. Soltanto una minima parte del libro straussiano, cio po-
che pagine sparse, riguarda ci che Strauss a ragione potrebbe definire una
fede: ossia quel sentimento del tutto, per il quale Strauss chiede la stessa
piet che il devoto di vecchio stile chiede per il suo dio. In queste pagine
per lo meno le cose procedono in modo assolutamente non scientifico; ma
se soltanto procedessero con un po' pi di vigore, di naturalezza, di durez-
za, e soprattutto con un po' pi di fede! Quel che pi colpisce, sono le pr-
304 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [9]

cedure artificiose mediante le quali il nostro autore perviene al sentimento


di avere ancora in genere una fede e una religione: grazie a punzecchiature
e a percosse, come abbiamo avuto modo di vedere. Ci passa davanti misera
e gracile, questa fede stimolata: rabbrividiamo a vederla.
Se Strauss nello schema dell'introduzione ha promesso di istituire un
confronto per stabilire se questa nuova fede renda anche gli stessi servigi
che la fede di vecchio stile rendeva ai vecchi credenti, alla fine si accorge
egli stesso di aver promesso troppo. Infatti quest'ultima domanda sugli
stessi servigi, su quale sia meglio e quale sia peggio, viene da lui liquidata
in via del tutto secondaria e con fretta timorosa in un paio di pagine
(p. 366 ss.), e una volta addirittura con questo espediente: Per chi qui
non sa aiutarsi da solo, non c' niente da fare, egli non ancora maturo
per il nostro punto di vista (p. 366). Con quale impetuosa convinzione
credeva invece l'antico stoico al tutto e alla razionalit del tutto! E in quale
luce, osservata cos, appare l'originalit che Strauss pretenderebbe per la
propria fede? Ma, come abbiamo detto, nuova o vecchia, originale o imi-
tata, ci sarebbe indifferente, se soltanto essa avesse pi vigore, fosse pi
sana e naturale. Strauss stesso pianta in asso ogni volta che pu questa fe-
de d'emergenza che si distillato, per risarcire noi e se stesso con il suo sa-
pere, e per offrire ai suoi noi con coscienza pi tranquilla le sue recenti
conoscenze di scienze naturali. Tanto timido quando parla di fede, tanto
gli si arrotonda e gli si riempie la bocca quando nomina il pi alto benefat-
tore della nuovissima umanit, Darwin: allora egli esige fede non solo per
il nuovo messia, ma anche per s, il nuovo apostolo, per esempio quando,
nel mezzo del pi intricato tema di scienza naturale, annuncia con orgoglio
davvero antico: mi si dir che qui parlo di cose che non capisco. Bene: ma
verranno altri che le capiranno, e che capiranno anche me. Per cui sem-
bra quasi che i famosi noi siano tenuti non solo a credere nel tutto, ma
anche a credere nello Strauss naturalista; in questo caso desidereremmo
soltanto che, per far nascere in se stessi il sentimento di questa nuova fede,
non ci fosse bisogno di procedure cos penose e crudeli come riguardo alla
prima. Oppure forse basta addirittura che qui venga pizzicottato e punzec-
chiato l'oggetto della fede e non il credente, per portare i credenti a quella
reazione religiosa che il contrassegno della nuova fede? Quale meri-
to acquisteremmo allora riguardo alla religiosit di quei noi!
Altrimenti infatti c' quasi da temere che gli uomini moderni andranno
avanti senza preoccuparsi particolarmente di quel supplemento religioso
della fede che l'apostolo: cos come sinora sono andati avanti senza il
principio della razionalit del tutto. Tutta la moderna scienza della natura
e della storia non ha niente a che fare con la fede di Strauss nel tutto; e che
il filisteo moderno non abbia bisogno di questa fede, lo dimostra proprio il
quadro della sua vita che Strauss tratteggia nella parte come ordiniamo la
nostra vita?. Dunque egli ha ragione di dubitare che la carrozza alla
quale i suoi pregiati lettori si son dovuti affidare, risponda a tutte le esi-
genze. Essa non vi risponde di certo: poich l'uomo moderno avanza pi
velocemente se non si siede in questa carrozza di Strauss o meglio,
avanzato molto pi velocemente, assai prima che esistesse questa carrozza
di Strauss. Se fosse vero che la famosa non trascurabile minoranza, di
cui e nel cui nome Strauss parla, tiene in gran conto la coerenza, essa
dovrebbe essere tanto poco soddisfatta dello Strauss fabbricante di carroz-
ze, quanto noi lo siamo dello Strauss logico.
Ma lasciamo pure da parte il logico: forse tutto il libro, dal punto di vi-
sta artistico, ha una forma ben ideata e corrisponde alle leggi della bellez-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [9] 305

za, anche se non a uno schema di pensiero ben elaborato. E solo a questo
punto arriviamo alla questione se Strauss sia un buono scrittore, dopo aver
constatato che egli non si comportato come un dotto scientifico, che sap-
pia ordinare e sistematizzare rigorosamente.
Forse egli si posto come compito solo questo, non tanto di allontanare
dalla vecchia fede, quanto di attrarre, dipingendo un quadro grazioso e
ricco di colori di una vita ambientata nella nuova concezione del mondo.
Proprio se pensava ai dotti e alle persone colte come ai suoi lettori pi vici-
ni, egli doveva pur sapere per esperienza che con l'artiglieria pesante delle
dimostrazioni scientifiche questi li si pu abbattere, mai per costringere
alla resa, ma che tanto pi rapidamente proprio costoro soccomberanno di
fronte ad arti di seduzione vestite succintamente. Ma vestito succintamen-
te, e con intenzione, Strauss definisce il suo libro stesso; vestito suc-
cintamente lo sentono e lo descrivono i suoi pubblici panegiristi, uno dei
quali per esempio, uno preso a caso, parafrasa queste sensazioni nel modo
che segue: Il discorso procede con elegante equilibrio, avvalendosi quasi
per gioco dell'arte dell'argomentazione, l dove si volge criticamente con-
tro l'antico, e l dove allestisce seducentemente e presenta, al gusto pi
semplice come al pi esigente, il nuovo che esso offre. Ben concepita la
sistemazione di una materia cos molteplice ed eterogenea, dove bisognava
toccare di tutto e non dilungarsi su nulla; soprattutto i passaggi che condu-
cono da una materia all'altra sono articolati con molta arte, ove non si pre-
ferisca invece ammirare ancor pi l'abilit con cui vengon messe da parte
oppure taciute le cose fastidiose. I sensi di tali panegiristi sono, come ap-
pare anche da qui, non molto affinati riguardo a ci di cui uno come auto-
re capace, ma tanto pi affinati per ci che uno vuole. Ma quel che
Strauss vuole, ce lo rivela con la massima chiarezza la sua enfatica e non
del tutto innocente raccomandazione delle Grazie di Voltaire, al cui servi-
zio egli pot apprendere appunto quelle arti in vesti succinte di cui parla
il suo panegirista nel caso cio in cui la virt si possa insegnare, e un do-
cente universitario possa mai diventare un ballerino.
Chi non ci fa sopra i suoi pensieri, quando legge per esempio le seguenti
parole di Strauss su Voltaire (p. 219, Voltaire): Certo, Voltaire come filo-
sofo non originale, soprattutto un elaboratore di studi inglesi: in questo
per si dimostra sempre libero padrone della materia, che con incompara-
bile abilit sa mostrare da tutti i lati e porre in ogni luce possibile, riuscen-
do cos a soddisfare, senza essere rigorosamente metodico, anche le esigen-
ze di approfondimento. Tutti i tratti negativi corrispondono: nessuno so-
sterr che Strauss come filosofo sia originale, oppure che sia rigorosamen-
te metodico, ma il problema sarebbe se consideriamo anche lui come libe-
ro padrone della materia e gli concediamo l'incomparabile abilit. La
confessione che lo scritto stato vestito succintamente con intenzione,
lascia indovinare che a un'incomparabile abilit esso almeno mirava.
Non costruire un tempio, n un edificio di abitazione, bens una casa di
campagna circondata da tutte le arti del giardinaggio: questo era il sogno
del nostro architetto. Anzi sembra quasi che persino quel misterioso senti-
mento del tutto fosse calcolato principalmente come effetto estetico, per
cos dire come un panorama su un elemento irrazionale, per esempio sul
mare, visto dalla pi graziosa e razionale terrazza. Il percorso attraverso i
primi capitoli, ossia attraverso le catacombe teologiche con la loro oscurit
e la loro ornamentazione bizzarra e barocca, era stato a sua volta soltanto
un mezzo estetico per far risaltare come contrasto il nitore, la luminosit e
la razionalit della parte intitolata Come concepiamo il mondo?: perch
306 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [10]

subito dopo quel percorso nel buio e lo sguardo nella vastit irrazionale,
entriamo in una sala illuminata dall'alto: essa ci accoglie fredda e chiara,
con carte astronomiche e figure matematiche alle pareti, piena di attrezzi
scientifici, con scheletri negli armadi, scimmie impagliate e preparati ana-
tomici. Ma di qui passiamo, ora davvero felici, nel bel mezzo delle confor-
tevolezze dei nostri abitanti della casa di campagna; li troviamo con le loro
donne e i loro figli, tra i loro giornali e i loro discorsi politici quotidiani,
per un po' li ascoltiamo parlare di matrimonio e di suffragio universale, di
pena di morte e di scioperi operai, e non ci sembra possibile recitare con
maggiore rapidit il rosario delle pubbliche opinioni. Alla fine dobbiamo
ancora venir convinti del gusto classico di chi abita qui: una breve sosta
nella biblioteca e nella stanza della musica ci fornisce l'attesa delucidazio-
ne, che sugli scaffali ci sono i libri migliori e sui leggi i pezzi musicali pi
famosi; ci viene suonato persino qualcosa, e se per caso fosse musica di
Haydn, Haydn comunque non ha colpa se essa risuona come una musica
casalinga di Riehl. Il padrone di casa intanto ha avuto modo di dichiararsi
completamente d'accordo con Lessing, e anche con Goethe, per solo fino
alla seconda parte del Faust. Da ultimo il nostro proprietario della casa di
campagna loda se stesso e dice che per colui al quale non piacesse la sua ca-
sa, non ci sarebbe niente da fare, costui non sarebbe maturo per il suo pun-
to di vista; dopo di che ci offre anche la sua carrozza, per con la garbata
riserva di non volere affatto sostenere che essa risponda a tutte le esigenze;
inoltre le pietre sulle sue strade sono state posate di fresco, e noi verremo
malamente sballottati. A questo punto il nostro epicureo dio dei giardini si
congeda con l'incomparabile abilit che ha saputo lodare in Voltaire.
Chi potrebbe ancora dubitare di questa incomparabile abilit? Il libero
padrone della materia riconosciuto, l'artista del giardinaggio succinta-
mente vestito rivelato; e sempre udiamo la voce del classico: come scritto-
re non voglio essere un filisteo, non voglio, non voglio! Ma solo Voltaire,
il Voltaire tedesco! e tutt'al pi, ancora, il Lessing francese!
Sveliamo un segreto: il nostro maestro non sempre sa chi preferisce esse-
re, Voltaire oppure Lessing, ma a nessun costo vuol essere un filisteo, e
possibilmente vorrebbe essere tutti e due, Lessing e Voltaire perch si
compia ci che scritto: Non aveva nessun carattere, ma quando ne vole-
va uno, doveva innanzitutto sempre supporne uno.

10.
Se abbiamo capito correttamente lo Strauss uomo di fede, costui un
vero filisteo, dall'anima piccina e inaridita, dai bisogni dotti e insipidi; ep-
pure nessuno pi dello scrittore David Strauss si indignerebbe di esser defi-
nito un filisteo. Gli andrebbe bene esser detto spavaldo, temerario, cattivo,
audace; ma la sua massima felicit sarebbe di venir paragonato a Lessing o
a Voltaire, perch essi sicuramente non erano filistei. Nella sua smania di
questa felicit, spesso egli incerto se dover emulare il coraggioso impeto
dialettico di Lessing, oppure se gli si confaccia meglio atteggiarsi a vecchio
faunesco e libero pensatore alla maniera di Voltaire. Sempre, quando si
siede a scrivere, prende un'espressione come se volesse farsi fare un ritrat-
to, un'espressione ora lessinghiana ora voltairiana. A leggere il suo elogio
dell'esposizione voltairiana, pare che egli voglia far energicamente la mo-
rale all'epoca presente, la quale non conosce affatto quel che essa possiede
nel Voltaire moderno (p. 217, Voltaire): anche i pregi, egli dice, son
dappertutto gli stessi: semplice naturalezza, trasparente chiarezza, vivace
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [10] 307

versatilit, piacevole grazia. All'occorrenza non mancano calore ed ener-


gia; l'avversione per la ridondanza e l'affettazione veniva dal pi profondo
dell'animo di Voltaire; come del resto, quando la spavalderia o le passioni
abbassavano la sua espressione sino alla volgarit, la colpa non era dello
stilista, ma dell'uomo che era in lui. Strauss sembra dunque conoscer
molto bene l'importanza della semplicit dello stile: essa sempre stata il
segno distintivo del genio, che solo ha il privilegio di esprimersi con sempli-
cit, naturalezza e candore. Che un autore scelga uno stile semplice non
dunque indice di volgarissima ambizione: sebbene infatti molti si accorga-
no sotto che luce un autore simile vorrebbe esser considerato, alcuni sono
per anche cos compiacenti da considerarlo proprio sotto quella luce. Ma
l'autore geniale si rivela non soltanto nella semplicit e nella chiarezza del-
l'espressione: la sua forza esuberante gioca con la sua materia, anche se
questa pericolosa e difficile. Nessuno cammina con passo sicuro su una
strada sconosciuta e interrotta da mille precipizi: ma il genio corre agil-
mente e con balzi temerari o leggiadri per un tale sentiero, e irride l'attenta
e peritosa cautela dei passi.
Che i problemi a cui Strauss passa accanto di corsa siano seri e spavento-
si, e in quanto tali siano stati dibattuti dai savi per migliaia di anni, Strauss
lo sa, e tuttavia definisce il suo libro come un libro dalle vesti succinte. Di
tutti questi terrori, della tetra seriet della meditazione in cui di solito si ca-
de nell'interrogarsi sul valore dell'esistenza e sui doveri dell'uomo, non si
ha pi alcun sentore, quando il maestro ci viene facendo i suoi giochi di
prestigio, in vesti succinte e con intenzione, in vesti persino pi succinte
del suo Rousseau, di cui sa raccontarci che si scopriva di sotto e si drappeg-
giava di sopra, mentre Goethe si sarebbe drappeggiato di sotto e scoperto
di sopra. I geni davvero ingenui, pare, non si drappeggiano affatto, e forse
l'espressione succintamente vestito solo un eufemismo per nudo. Della
dea Verit, i pochi che l'hanno vista affermano che essa era nuda: e forse
agli occhi di coloro che non l'hanno vista, ma che credono a quei pochi, la
nudit o una veste succinta sono gi una prova, o quanto meno un indi-
cium della verit. Gi il sospetto torna qui a vantaggio dell'ambizione del-
l'autore: qualcuno vede qualcosa di nudo: e se fosse la verit?, si chiede, e
assume un'espressione pi solenne del solito. Ma cos l'autore ha gi gua-
dagnato molto, se induce i suoi lettori a guardarlo pi solennemente di un
qualunque altro autore dall'abbigliamento pi consistente. la via per di-
ventare un classico: e Strauss ci racconta anche che gli stato fatto l'o-
nore non richiesto di considerarlo una specie di prosatore classico, e che
dunque giunto alla mta della sua via. Il genio Strauss si aggira per le
strade nelle vesti succinte delle dee come classico, e il filisteo Strauss de-
ve senz'altro, per servirci di un'originale espressione di questo genio, es-
ser mandato in pensione, oppure buttato fuori per non pi ritornare.
Ma ahim, il filisteo torna, a dispetto di tutti i decreti di pensionamento
e di tutte le espulsioni, e torna spesso! Ahim, il viso artificiosamente cor-
rugato alla Voltaire o alla Lessing, torna talvolta con un guizzo alle sue
vecchie, oneste forme originali! Ahim, la maschera del genio cade troppo
spesso, e mai il volto del maestro fu pi crucciato, mai le sue movenze fu-
rono pi rigide di quando appunto aveva tentato di imitare nei suoi salti il
balzo del genio, e di guardare con lo sguardo infuocato del genio! Proprio
per il fatto di vestirsi cos succintamente nelle nostre fredde regioni, egli si
espone al pericolo di raffreddarsi pi spesso e pi gravemente di un altro;
pu esser davvero penoso che anche gli altri si accorgano di tutto questo,
ma se egli vuole veramente trovar guarigione, occorre anche che gli si fac-
308 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [11]

eia pubblicamente questa diagnosi. C'era uno Strauss, uno studioso di va-
glia, rigoroso e severamente vestito, che ci era altrettanto simpatico quanto
chiunque in Germania serva la verit con seriet ed energia, e sappia domi-
nare entro i suoi confini; colui che oggi celebre presso l'opinione pubbli-
ca come David Strauss, diventato un altro: pu darsi che siano stati i teo-
logi a trasformarlo in quest'altro; oggi comunque quel suo giocare con la
maschera del genio ci risulta tanto odioso o ridicolo, quanto una volta la
sua seriet ci induceva alla seriet e alla simpatia. Quando egli ci dichiara,
come recentemente ha fatto: Sarebbe anche ingratitudine verso il mio Ge-
nio se non volessi rallegrarmi che, oltre al dono della critica implacabil-
mente distruttiva, mi sia stata data anche la gioia innocente della creazione
artistica, forse potr stupirlo che, nonostante questa testimonianza su se
stesso, esistano persone che affermano il contrario; in primo luogo, che
egli non ha mai posseduto il dono della creazione artistica, e in secondo
luogo che quella gioia da lui detta innocente, innocente non lo affatto,
dal momento che ha gradualmente scalzato e alla fine distrutto una natura
di studioso e di critico solida nelle sue basi e profondamente impiantata,
ossia il vero genio di Strauss. In un accesso di sconfinata sincerit Strauss
aggiunge peraltro di aver sempre avuto dentro di s un Merck che gli gri-
dava: questa robaccia non devi pi farla, questa sanno farla anche gli al-
tri!. Era la voce del vero genio straussiano: questa stessa voce gli dice an-
che quanto o quanto poco valga il suo nuovissimo testamento del filisteo
moderno, innocentemente avvolto in vesti succinte. Questo Io san fare an-
che gli altri! E molti saprebbero magari farlo meglio! E coloro che Io sa-
prebbero fare meglio di tutti, spiriti pi dotati e ricchi di Strauss, farebbe-
ro pur sempre robaccia.
Credo si sia ben compreso quale stima io faccia dello scrittore Strauss:
quella di un attore che recita la parte del genio ingenuo e del classico. Se
Lichtenberg dice: Lo stile semplice da raccomandarsi gi solo per il fat-
to che nessun uomo onesto nelPesprimersi si atteggia e arzigogola, non
per questo lo stile semplice gi una prova di onest letteraria. Vorrei che
lo scrittore Strauss fosse pi sincero, cos scriverebbe meglio e sarebbe me-
no famoso. Oppure se proprio vuol essere attore vorrei che fosse un
buon attore e imitasse meglio il genio ingenuo e il classico, nello scrivere in
modo classico e geniale. Resta infatti da dire che Strauss un cattivo attore
e addirittura uno stilista che non vale nulla.

11.
Il difetto di essere un pessimo scrittore diventa comunque meno grave
per il fatto che in Germania molto difficile diventare uno scrittore medio
e passabile, ed straordinariamente improbabile diventare un buono scrit-
tore. Manca qui un terreno naturale, la valutazione artistica, la cura e il
perfezionamento del discorso parlato. Poich in tutte le pubbliche manife-
stazioni quest'ultimo, come gi risulta da espressioni quali conversazione
da salotto, predica, discorso parlamentare, non ancora giunto a
uno stile nazionale, anzi neppure al bisogno di uno stile in genere, e dato
che in Germania tutti quelli che parlano non sono andati oltre il pi inge-
nuo sperimentalismo linguistico, lo scrittore non dispone di nessuna norma
unitaria, e in certo qual modo ha il diritto di vedersela da solo con la lin-
gua; cosa che, tra le sue conseguenze, porter necessariamente a quella di-
lapidazione senza limiti della lingua tedesca del giorno d'oggi, gi de-
scritta con tanta energia da Schopenhauer. Se va avanti cos egli dice
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [11] 309
una volta nell'anno 1900 i classici tedeschi non saranno pi intesi retta-
mente, perch non si conoscer pi altra lingua se non il gergo volgare del
nobile "giorno d'oggi" il cui carattere fondamentale l'impotenza. In
effetti gi adesso giudici della lingua e i grammatici tedeschi ci dicono sulle
riviste pi nuove che i nostri classici non possono pi essere considerati i
modelli del nostro stile, perch hanno una grande quantit di vocaboli,
espressioni e costruzioni sintattiche, che noi abbiamo perduto: per cui con-
verrebbe raccogliere le destrezze linguistiche nell'uso di parole e di frasi
dalle celebrit letterarie di oggi e proporle per l'imitazione, cosa che per
esempio anche davvero accaduta con il succinto e vergognoso dizionariet-
to di Sanders. In esso quel ripugnante mostro di stile che Gutzkow com-
pare come classico: e comunque dovremo, a quanto pare, abituarci a una
nuovissima e sorprendente schiera di classici, fra cui primo, o almeno
uno dei primi David Strauss, quello stesso che non possiamo definire di-
versamente da come l'abbiamo definito, ossia uno stilista che non vale
niente.
Ora, quanto mai indicativo di quella pseudocultura del filisteo colto il
modo in cui egli approda al concetto di classico e di scrittore esemplare
egli che mostra la sua forza soltanto nel rifiutare uno stile di cultura artisti-
camente rigoroso, e con questo ostinato rifiuto giunge a un'omogeneit
espressiva che a sua volta appare quasi unit di stile. Com' possibile che,
in questo sterminato sperimentalismo linguistico consentito a chiunque,
singoli autori trovino un tono universalmente gradito? Cosa c' in questo
tono di cos universalmente gradito? Prima di ogni altra cosa, una qualit
negativa: la mancanza di tutto ci che sconveniente, ma sconveniente
tutto ci che veramente produttivo. Infatti, in tutto quello che il Te-
desco oggi legge ogni giorno, occupano indubbiamente un posto preponde-
rante i giornali, oltre alle riviste loro affini: il cui tedesco, nell'incessante
stillicidio di espressioni uguali e di parole uguali, gli si imprime nell'orec-
chio, e dato che egli per lo pi si dedica a queste letture in ore in cui il suo
spirito stanco non comunque disposto a resistere, pian piano il suo orec-
chio si abitua a questo tedesco di tutti i giorni, e all'occorrenza ne sente do-
lorosamente la mancanza. I fabbricanti di quei giornali sono per, per la
natura stessa del loro lavoro, i pi fortemente abituati alla vischiosit di
questo linguaggio giornalistico: hanno perso nel senso pi vero della paro-
la ogni gusto, e la loro lingua al massimo sente con una sorta di godimento
ci che in tutto e per tutto corrotto e arbitrario. Di qui si spiega il tutti
unisono con cui si fa subito coro, nonostante quel diffuso rilassamento e
quello stato morboso, a ogni strafalcione linguistico appena inventato: con
tali sfacciate corruzioni ci si vendica stessa della lingua per L'incredibile
noia che via via essa suscita nei suoi salariati. Ricordo di aver letto un ap-
pello di Berthold Auerbach al popolo tedesco, in cui ogni espressione
era bizzarra e falsa, la negazione stessa della lingua tedesca, e che nell'in-
sieme somigliava a un freddo mosaico di parole con sintassi internazionale;
per non parlare dello spudorato ciarpame linguistico con cui Eduard De-
vrient celebr la memoria di Mendelssohn. Dunque il difetto linguistico
questo lo strano non viene considerato scandaloso dal nostro filisteo,
bens come un piacevole ristoro nel deserto senz'erba e senza alberi del te-
desco della quotidianit. Ma indecoroso resta per lui ci che veramente
produttivo. Al pi moderno scrittore esemplare la sua sintassi totalmente
distorta, eccentrica o sfilacciata, i suoi ridicoli neologismi vengono non
soltanto perdonati, ma ascritti a merito, a nota piccante: ma guai allo stili-
sta dotato di personalit, il quale si tiene lontano con seriet e costanza
310 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [11]

tanto dall'espressione quotidiana quanto dalle mostruosit inventate la


notte prima dagli odierni scribacchini, come dice Schopenhauer. Quando
ci che piatto, abusato, fiacco, volgare viene assunto a regola, e ci che
brutto e corrotto viene accettato come affascinante eccezione, allora quel
che forte, non comune e bello cade in discredito: sicch in Germania tor-
na a ripetersi di continuo la storia di quel viaggiatore di bella corporatura il
quale arriva nel paese dei gobbi, e l viene dappertutto schernito nel modo
pi vituperevole per la sua presunta deformit e per la sua mancanza di
tondeggiamenti, sinch alla fine un sacerdote prende le sue difese e cos
parla a quella gente: compatite piuttosto il povero straniero, e con animo
grato sacrificate agli di che vi hanno adornato di questa imponente mon-
tagna di carne.
Se oggi qualcuno volesse fare una grammatica positiva dell'odierno te-
desco universale e si mettesse a cercare le regole che, come imperativi non
scritti, non pronunciati eppure seguiti, esercitano il loro dominio sulle scri-
vanie di tutti, troverebbero strane idee sullo stile e sulla retorica, prese for-
se ancora da qualche reminiscenza scolastica e dall'antica costrizione agli
esercizi stilistici latini, forse dalla lettura di scrittori francesi, e sulla cui in-
credibile rozzezza ogni Francese normalmente educato ha diritto di scher-
zare. Su queste strane idee, sotto il cui dominio vive e scrive praticamente
ogni Tedesco, non ha, a quanto pare, ancora riflettuto nessuno degli scru-
polosi Tedeschi.
Tra queste regole troviamo l'esigenza che di tanto in tanto compaia
un'immagine, o una similitudine, ma la similitudine dev'esser nuova: nuo-
vo e moderno per, per il gracile cervello dello scrittore, sono identici, e al-
lora egli si affanna ad attingere i suoi paragoni dalla ferrovia, dal telegra-
fo, dalla macchina a vapore, dalla borsa, e sente con orgoglio che queste
immagini devono essere nuove, perch sono moderne. Nel libro di confes-
sioni straussiano troviamo anche lealmente pagato il tributo alla similitudi-
ne moderna: egli ci congeda con l'immagine, lunga una pagina e mezza, di
una moderna rettifica stradale, e qualche pagina prima paragona il mondo
a una macchina, ai suoi ingranaggi, ai suoi pistoni, ai suoi magli e al suo
olio lenitivo. (P. 362): Un pranzo che comincia con lo champagne.
(P. 325): Kant come stabilimento di bagni freddi. (P. 265): La costitu-
zione federale svizzera sta a quella inglese come un mulino ad acqua sta a
una macchina a vapore, come un valzer o una canzone a una fuga o a una
sinfonia. (P. 258): In ogni ricorso in appello occorre rispettare la via ge-
rarchica. Ma l'istanza intermedia fra l'individuo e l'umanit la nazione.
(P. 141): Quando vogliamo sapere se in un organismo che ci sembra mor-
to ci sia ancora vita, di solito proviamo ad appurarlo con uno stimolo for-
te, anche doloroso, magari con una punzecchiatura. (P. 138): La zona
religiosa nell'anima umana somiglia alla zona dei pellirosse d'America.
(P. 137): Virtuosi della devozione nei conventi. (P. 90): Scrivere a tutte
cifre sotto il conto il risultato di quanto sinora accaduto. (P. 176): La
teoria darwiniana come una ferrovia appena segnata con i paletti... dove
le bandierine sventolano allegramente. In questo modo, cio altamente
moderno, Strauss venuto a patti con l'esigenza filistea che ogni tanto
compaia una similitudine nuova.
Assai diffusa anche una seconda esigenza retorica, secondo cui ci che
didattico deve dipanarsi in lunghe frasi e in ampie astrazioni, mentre ci
che deve convincere vuole frasette brevi e chiaroscuri espressivi saltellanti
l'uno dietro l'altro. Una frase esemplare per ci che didattico ed erudito,
tirata in lungo sino a una totale disgregazione alla Schleiermacher e ar-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE (11) 311

rancante con vera agilit da tartaruga, la troviamo in Strauss a pagina 132:


Che nei livelli primitivi della religione, invece che un solo "da dove" ne
compaiano molti, e invece che un solo dio una pluralit di di, secondo
questa derivazione della religione si origina dal fatto che le diverse forze
della natura o i rapporti di vita, che suscitano nell'uomo il senso di assolu-
ta dipendenza, inizialmente operano su di lui in tutta la loro eterogeneit,
ed egli non ha ancora acquisito la consapevolezza di come, riguardo all'as-
soluta dipendenza, tra essi non possa esservi alcuna differenza, e di conse-
guenza che anche il "da dove" di questa dipendenza o l'essere a cui essa in
ultima analisi risale, possa soltanto essere una sola cosa. Un esempio op-
posto delle frasette brevi e della affettata vivacit, che hanno cos eccitato
alcuni lettori, tanto che essi ormai nominano Strauss solo accanto a Les-
sing, si trova a pagina 8: Quel che mi propongo di esporre qui di seguito,
sono consapevole che innumerevoli lo sanno altrettanto bene, e parecchi
addirittura meglio. Alcuni anzi ne hanno gi parlato. Dovrei tacere per
questo? Non credo. Tutti infatti ci completiamo a vicenda. Se un altro sa
meglio molte cose, forse io ne so meglio qualcuna; e qualcosa la so diversa-
mente, la vedo diversamente dagli altri. Dunque, parlando francamente,
fuori le carte, perch si veda se sono buone. Fra questa disinvolta marcia
forzata e quella funebre lentezza, lo stile di Strauss normalmente si tiene
nel mezzo, ma tra due vizi non sempre dimora la virt, bens troppo spesso
soltanto la debolezza, il paralizzante deliquio, l'impotenza. In effetti, sono
rimasto molto deluso quando, cercando nel libro straussiano tratti ed
espressioni pi fini e intelligenti, ed essendomi fatto a questo scopo una ru-
brica, per potere almeno lodare ogni tanto qualcosa dello scrittore Strauss,
non ho trovato nell'uomo di fede niente che fosse degno di lode. Cercai e
cercai, e la mia rubrica rest vuota. Invece se ne riemp un'altra, intitolata:
errori di grammatica, immagini confuse, abbreviazioni oscure, mancanze
di gusto e artificiosit, e si riemp a tal punto che potr azzardarmi a far
conoscere solo una modesta scelta dello stragrande campionario da me rac-
colto. Forse riuscir a mettere insieme sotto questa rubrica proprio ci che
nei Tedeschi di oggi suscita la credenza nello Strauss stilista grande e affa-
scinante: sono curiosit di espressione che, nell'inaridente squallore e nella
polverosit dell'intero libro, ci sorprendono, se non gradevolmente, alme-
no come stimolazioni dolorose: da quei passi almeno ci accorgiamo, per
servirci di similitudini straussiane, che non siamo ancora morti e che rea-
giamo a tali punzecchiature. Infatti tutto il resto mostra quella mancanza
di ogni elemento urtante, vale a dire produttivo, che oggi viene considerata
una qualit positiva dello scrittore classico. L'estrema frugalit e asciuttez-
za, una frugalit davvero affamata, risveglia oggi nella massa colta l'inna-
turale sentimento che proprio questa sia il segno della salute, sicch qui va-
le appunto quel che dice l'autore del Dialogus de oratoribus: illam ipsam
quam iactant sanitatem non frrhitate sed ieiunio consequuntur. Per que-
sto odiano con istintiva unanimit ogni firmitas, in quanto essa testimonia
di una salute tutta diversa dalla loro, e cercano di render sospetta la firmi-
tas, la severa stringatezza, la forza focosa dei movimenti, la pienezza e la
delicatezza del gioco dei muscoli. Si sono messi d'accordo per sconvolgere
natura e nome delle cose, e per parlare in avvenire di salute l dove noi ve-
diamo debolezza, di malattia e di esaltazione l dove a noi viene incontro
la vera salute. Cos anche David Strauss considerato classico.
Se almeno questa sobriet fosse una sobriet rigorosamente logica: ma a
questi deboli venuta meno proprio la semplicit e la concisione del
pensiero, e nelle loro mani anche la lingua divenuta sfilacciata e illogica.
312 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12]

Si provi soltanto a tradurre questo stile di Strauss in latino: cosa che riesce
persino per Kant, e che con Schopenhauer comoda e stimolante. Il moti-
vo per cui con il tedesco straussiano la cosa non vuole assolutamente fun-
zionare, probabilmente non consiste nel fatto che il suo tedesco sia pi te-
desco del loro, ma nel fatto che in lui questa lingua confusa e illogica, e
in quelli invece piena di semplicit e di grandezza. Chi invece sa quanta
pena si dessero gli antichi per imparare a parlare e a scrivere, e quanta non
se ne diano i moderni, costui prover un vero sollievo, come una volta ha
detto Schopenhauer, nello sbarazzarsi di un libro tedesco che stato co-
stretto a leggere, per poter tornare alle altre lingue, sia antiche che moder-
ne; infatti in queste egli dice ho davanti a me una lingua fissata
secondo regole, con grammatica e ortografia completamente stabilite e fe-
delmente osservate, e posso dedicarmi tutto al pensiero, mentre nel tedesco
vengo disturbato ogni momento dalla saccenteria dello scrittore che vuole
imporre i suoi grilli grammaticali e ortografici e le sue grossolane trovate: e
qui mi ripugna la stoltezza che sfacciatamente si pavoneggia. davvero
una pena veder bistrattata da ignoranti e da somari una lingua bella, anti-
ca, che possiede scritti classici.
Questo vi grida il sacro sdegno di Schopenhauer, e non potrete dire di
non essere stati avvertiti. Ma chi non vuol saperne di avvertimenti e non
vuole assolutamente farsi turbare la fede nello Strauss classico, a costui va
suggerita come ultima ricetta quella di imitarlo. Provateci comunque a vo-
stro rischio: lo dovrete scontare sia col vostro stile sia, alla fine, colla vo-
stra stessa testa, perch si compia anche per voi il detto della saggezza in-
diana: Rosicchiare un corno di vacca inutile e accorcia la vita: ci si con-
sumano i denti e non se ne ottiene alcun succo.

12.
Infine vogliamo presentare al nostro prosatore classico la raccolta di
campioni stilistici che gli avevamo promesso; forse Schopenhauer la intito-
lerebbe genericamente: Nuovi documenti del gergo canagliesco di oggi;
questo infatti dobbiamo dire a consolazione di David Strauss, se pu esser-
gli di consolazione il fatto che oggi tutti scrivono come lui, anzi in parte in
modo ancor pi miserabile, e che tra i ciechi ogni monocolo re. In effetti
gli concediamo troppo, concedendogli un occhio solo, ma lo facciamo per-
ch Strauss non scrive come i pi scellerati fra tutti i corruttori del tedesco,
gli hegeliani e i loro storpi discendenti. Strauss almeno vuole uscir fuori da
questa palude, e in parte ne fuori, per ancora ben lontano dalla terra-
ferma; in lui ancora si vede che un tempo, in giovent, ha balbettato hege-
lianamente; in quel tempo qualcosa in lui si slogato, qualche muscolo si
stirato; in quel tempo il suo orecchio si ottuso, come l'orecchio di un fan-
ciullo cresciuto in mezzo ai tamburi, per non pi comprendere quelle leggi
del suono, artisticamente delicate e forti, sotto il cui regime vive lo scritto-
re formato con buoni modelli e con severa disciplina. In tal modo egli ha
perso, come stilista, il suo patrimonio pi prezioso, ed condannato a re-
stare per tutta la vita sulle sabbie mobili, sterili e pericolose, dello stile
giornalistico se non vuole immergersi ancora nel fango hegeliano. Tut-
tavia per qualche ora del presente riuscito a diventar celebre, e forse an-
cora per qualche ora del futuro si sapr che egli era una celebrit; ma poi
verr la notte, e con essa la dimenticanza: e gi in questo istante, in cui
scriviamo sul libro nero i suoi peccati di stile, inizia il tramonto della sua
fama. Infatti chi ha peccato contro la lingua tedesca, ha profanato il miste-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12] 313

ro di tutta la nostra natura tedesca: essa sola ha salvato, come per un meta-
fisico incanto, se stessa, e con s lo spirito tedesco, attraverso tutta la me-
scolanza e il cambiamento delle nazionalit e dei costumi. Essa soltanto
garantisce questo spirito anche per il futuro, qualora per non perisca tra
le mani scellerate del presente. Ma Di meliora Via i pachidermi, via!
Questa la lingua tedesca, nella quale si sono espressi uomini, anzi nella
quale grandi poeti hanno cantato e grandi pensatori hanno scritto. Via
quelle zampe!
Prendiamo come esempio una frase subito dalla prima pagina del libro
di Strauss: Gi nel crescere della sua potenza... il cattolicesimo romano
ha ravvisato un invito a riunire dittatorialmente tutto il suo potere spiritua-
le e temporale nelle mani del papa dichiarato infallibile. Sotto questo
ciondolante paramento sono nascoste varie proposizioni che non stanno
assolutamente insieme e che non sono possibili allo stesso tempo; qualcuno
pu in una qualche maniera ravvisare l'invito a raccogliere il suo potere
oppure a porlo nelle mani di un dittatore, ma non pu riunirlo dittatorial-
mente nelle mani di un altro. Se al cattolicesimo si dice che esso riunisce
dittatorialmente il suo potere, allora esso stesso viene paragonato a un dit-
tatore: evidentemente per qui il papa infallibile a venir paragonato al
dittatore, e soltanto per oscurit di pensiero e per mancanza di senso lin-
guistico l'avverbio collocato al posto sbagliato. Ma per afferrare l'insen-
satezza dell'altra espressione, consiglio di pronunciarsela cos semplificata:
il signore riunisce le redini nelle mani del suo cocchiere. (P. 4): Alla
base del contrasto fra il vecchio regime concistoriale e gli sforzi volti a ot-
tenere una costituzione sinodale esiste tuttavia, dietro la via gerarchica da
una parte e quella democratica dall'altra, una divergenza dogmatico-reli-
giosa. Non possibile esprimersi pi maldestramente: prima abbiamo un
contrasto tra un regime e determinati sforzi, poi alla base di questo contra-
sto c' una divergenza dogmatico-religiosa, e questa divergenza che alla
base si trova dietro una via gerarchica da una parte e una democratica dal-
l'altra. Indovinello: quale cosa si trova tra due cose alla base di una terza
cosa? (P. 18): e i giorni, bench inequivocabilmente incorniciati dal
narratore tra sera e mattina ecc. La supplico di tradurlo in latino, perch
capisca quale impudente abuso Lei fa della lingua. Giorni che vengono in-
corniciati! da un narratore! inequivocabilmente! e incorniciati fra qualco-
sa! (P. 19): Di narrazioni errate e contraddittorie, di opinioni e giudizi
falsi non si pu parlare nella Bibbia. Espressione quanto mai sciatta! Lei
scambia nella Bibbia con per la Bibbia: la prima avrebbe dovuto esser
collocata prima di non si pu parlare, la seconda dopo. Penso che Ella
volesse dire: di narrazioni errate e contraddittorie, di opinioni e giudizi fal-
si nella Bibbia non si pu parlare; perch no? perch essa appunto la Bib-
bia dunque: non si pu parlare per la Bibbia. Per non metter di segui-
to l'uno dietro l'altro nella Bibbia e per la Bibbia, Ella si indotto a
scrivere in gergo canagliesco e a scambiare le preposizioni. Lo stesso mi-
sfatto Ella commette a pagina 20: Compilazioni entro le quali sono elabo-
rati assieme frammenti pi antichi. Ella intende dire entro le quali sono
inseriti frammenti pi antichi, oppure nelle quali sono elaborati assieme
frammenti pi antichi. Nella stessa pagina Ella parla con espressione stu-
dentesca di una poesia didascalica che viene posta nella spiacevole situa-
zione di essere dapprima in vari modi fraintesa, e poi avversata e contesta-
ta, e a pagina 24 addirittura di sottigliezze con le quali si cerc di mitiga-
re la sua durezza^ Mi trovo nella spiacevole situazione di non conoscere
qualcosa di duro, la cui durezza venga mitigata da qualcosa di sottile; per
314 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12]

Strauss (p. 367) parla addirittura di una asperit mitigata da scosse.


(P. 35): a un Voltaire di l stava di fronte di qua un Samuel Hermann in
modo del tutto tipico per ambedue le nazioni. Un uomo pu esser tipico
sempre e soltanto per una nazione, ma non pu star di fronte a un altro in
modo tipico per ambedue le nazioni. Una vergognosa violenza esercitata
sulla lingua per risparmiare o per scroccare una frase. (P. 46): Ora per
erano passati solo pochi anni dalla morte di Schleiermacher, che.... Per la
marmaglia degli scribacchini la collocazione delle parole non crea certo
problemi; che qui le parole dopo la morte di Schleiermacher siano collo-
cate nel posto sbagliato, ossia dopo an mentre dovevano trovarsi prima
di an, per le sue orecchie educate al rullo dei tamburi altrettanto indif-
ferente che dire in seguito che, mentre doveva dirsi sinch. (P.
13): anche di tutte le diverse sfumature in cui cangia il cristianesimo
odierno, pu trattarsi per noi solo della pi esterna, della pi illuminata, se
possiamo ancora aderire ad essa. Alla domanda: di che si tratta? si pu
rispondere una prima volta: di questo e quest'altro, oppure una seconda
volta con una frase con se noi ecc.; mescolare insieme le due costruzioni
denuncia la sciatteria dell'individuo. Egli voleva piuttosto dire: Solo ri-
spetto alla pi esterna pu trattarsi per noi del fatto se ancora aderiamo ad
essa: ma, a quanto pare, le preposizioni della lingua tedesca stanno l solo
per essere usate ciascuna in modo che l'uso che se ne fa riesca sorprenden-
te. A pagina 358, per esempio, il classico, per farci una di queste sorpre-
se, scambia le espressioni: un libro discute intorno a qualcosa e si tratta
di qualcosa, e allora ci tocca ascoltare una frase come questa: qui rimar-
r indeterminato se si tratti intorno a un eroismo esteriore o interiore, in-
torno a battaglie in campo aperto oppure nelle profondit del cuore uma-
no. (P. 343): per la nostra epoca dai nervi sovreccitati, che mette in
luce questa sua malattia soprattutto nelle sue preferenze musicali. Vergo-
gnosa confusione fra zu Tage liegen e an den Tag legen. Siffatti riformato-
ri della lingua dovrebbero esser puniti come scolaretti, senza distinzione di
persona. (P. 70): vediamo qui uno dei passaggi di pensiero, attraverso
cui i discepoli s sono ingegnati di innalzarsi alla produzione dell'idea della
resurrezione del loro maestro ucciso. Che immagine! Una vera fantasia
da spazzacamino! Ci si ingegna di innalzarsi attraverso un passaggio a una
produzione! Quando, a pagina 72, questo grande eroe a parole, Strauss,
definisce la storia della risurrezione di Ges come ciarlataneria storica,
vogliamo chiedergli soltanto, dal punto di vista del grammatico, chi real-
mente egli accusi di avere sulla coscienza questa ciarlataneria storica, os-
sia un inganno perpetrato allo scopo di imbrogliare altre persone e di otte-
nere un vantaggio per s. Chi imbroglia, chi inganna? Infatti non riuscia-
mo a immaginarci una ciarlataneria senza un soggetto che con essa cer-
chi di perseguire un proprio vantaggio. Dal momento che Strauss non pu
dare alcuna risposta alla nostra domanda, nel caso in cui esiti a prosti-
tuire il suo dio, il dio che erra per nobile passione, indicandolo come que-
sto imbroglione per ora limitiamoci a considerare quest'espressione tan-
to insensata quanto priva di gusto. Nella stessa pagina si dice: isuoi in-
segnamenti sarebbero stati trascinati via e dispersi come fogli al vento, se
questi fogli non fossero stati tenuti assieme dall'illusione della sua resurre-
zione, come da una solida e compatta rilegatura, e in tal modo conserva-
ti. Chi parla di fogli al vento, fuorvia la fantasia del lettore, in quanto poi
intende con essi dei fogli di carta che possono esser tenuti assieme da un la-
voro di rilegatura. Lo scrittore scrupoloso nulla eviter di pi, che lasciare
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12] 315

il lettore nel dubbio o fuorviarlo con un'immagine: infatti l'immagine ser-


ve a render qualcosa pi chiaro; ma se l'immagine stessa espressa poco
chiaramente e induce in errore, rende la cosa pi oscura di quanto non fos-
se senza l'immagine. Ma accurato il nostro classico non davvero: parla
arditamente della mano delle nostri fonti (p. 76), della mancanza di
ogni maniglia nelle fonti (p. 77) e della mano di una necessit (p. 215).
(P. 73): La credenza nella sua resurrezione va messa in conto a Ges
stesso. Chi ama esprimersi in maniera cos meschinamente mercantile su
questioni cos poco meschine, fa capire di aver letto per tutta la vita libri
davvero cattivi. Di cattive letture lo stile di Strauss testimonia a ogni passo.
Forse egli ha letto troppo gli scritti dei suoi avversari teologici. Ma dove si
impara a importunare il vecchio dio degli ebrei e dei cristiani con immagini
cos piccolo-borghesi, come per esempio Strauss fa a pagina 105, dove a
quel vecchio dio degli ebrei e dei cristiani vien tolta la sedia di sotto, e
dove per il vecchio dio personale si approssima la crisi degli alloggi, op-
pure a pagina 115, dove quello stesso dio viene trasferito in una stanzetta
riservata, nella quale peraltro egli deve essere ancora alloggiato e occupato
decorosamente! (P. 111): con la preghiera esaudibile venuto a ca-
dere un altro attributo essenziale del dio personale. Scribacchini, pensate
bene prima di mettervi a scribacchiare! Mi vien quasi da credere che l'in-
chiostro stesso debba arrossire, quando con esso vien pasticciato qualcosa
a proposito di una preghiera che sarebbe un attributo, e per di pi un
attributo venuto a cadere. Ma che cosa non troviamo a pagina 134!
Molti degli attributi desiderativi che l'uomo del tempo antico conferiva ai
suoi di cito come esempio soltanto la capacit di muoversi rapidissima-
mente attraverso lo spazio egli oggi li ha avocati a s, in seguito al domi-
nio razionale sulla natura. Chi ci dipaner questo gomitolo? Bene, l'uo-
mo del tempo antico conferisce attributi agli di; attributi desiderativi
per fa davvero pensare! Strauss intende dire pressappoco che l'uomo ha
supposto che gli di possiedano realmente tutto ci che egli desidera avere,
ma che non ha, e cos un dio ha attributi che corrispondono ai desideri de-
gli uomini, quindi attributi desiderativi. Ma adesso l'uomo, a quanto
Strauss ci insegna, assume su di s alcuni di questi attributi desiderativi
un processo oscuro, altrettanto oscuro di quello descritto a pagina 135:
deve accostarsi il desiderio di imprimere a questa dipendenza, per la via
pi breve, una svolta vantaggiosa per l'uomo. Dipendenza svolta
via pi breve, un desiderio che si accosta guai a colui che volesse real-
mente vedere un processo simile! una scena da libro illustrato per ciechi.
Bisogna andare a tentoni. Un nuovo esempio (p. 222): La direzione
sorgente di questo movimento, e che con il suo stesso sorgere oltrepassa la
singola decadenza; un esempio ancora pi forte (pagina 120): L'ultima
svolta kantiana, come abbiamo constatato, si vide costretta, per giungere
alla mta, a prendere una strada lontana di un bel tratto oltre il campo di
una vita futura. Chi non un mulo, non riesce a trovare una strada in
queste nebbie. Svolte che si vedono costrette! Direzioni che oltrepassano la
decadenza! Svolte che per la via pi breve sono vantaggiose, svolte che
prendono una strada lontana di un bel tratto oltre un campo! Oltre quale
campo? Oltre il campo della vita futura! Al diavolo la topografia: luce! lu-
ce! Dov' il filo di Arianna in questo labirinto? No, nessuno pu permet-
tersi di scrivere cos, fosse pure il prosatore pi celebre, ma tanto meno
una persona dalla disposizione religiosa e morale perfettamente matura
(p. 50). Una persona anziana, voglio dire, dovrebbe pur sapere che la lin-
gua un'eredit trasmessa dagli antenati e da lasciare ai discendenti, della
316 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12]

quale bisogna avere profondo rispetto come di qualcosa di sacro e inesti-


mabile e inviolabile. Se le vostre orecchie sono diventate ottuse, allora do-
mandate, consultate vocabolari, servitevi di buone grammatiche, ma non
osate continuare a peccare cos alla luce del giorno! Strauss dice per esem-
pio (p. 136): un 'illusione, togliere la quale da s e dall'umanit deve esse-
re cura di chiunque sia pervenuto alla ragione. Questa costruzione sba-
gliata, e se l'orecchio sviluppato dello scribacchino non se ne accorge, allo-
ra voglio gridarglielo io: o si toglie qualcosa a qualcuno, o si libera
qualcuno da qualcosa; quindi Strauss avrebbe dovuto dire: un'illusione,
togliere la quale a s e all'umanit, oppure liberare dalla quale s e l'u-
manit. Quel che ha scritto, invece, gergo canagliesco. Come dovremo
sentirci poi, quando un simile pachiderma stilistico si voltola in neologismi
oppure in vecchie parole trasformate, quando parla dello spirito livellato-
re della socialdemocrazia (p. 279), come se fosse Sebastian Frank, oppure
quando imita un'espressione di Hans Sachs (p. 259): ipopoli sono i voluti
da Dio, ossia le forme secondo natura nelle quali l'umanit approda all'e-
sistenza, dalle quali nessun uomo dotato di ragione pu prescindere, alle
quali nessun valoroso pu sottrarsi. (P. 252): La specie umana si cer-
ne in razze secondo una legge; (pagina 282): Paventare resistenza.
Strauss non capisce perch uno straccetto cos antiquato colpisca tanto in
mezzo alla moderna meschinit del suo linguaggio. Infatti chiunque si ac-
corge che tali espressioni e tali straccetti sono rubati. Ma qua e l il nostro
sartorello anche creativo, e si confeziona una parola nuova: a pagina 221
parla di una vita che si svolge, si sviluppa e aspira verso l'alto: ma aus-
ringen si dice o della lavandaia che strizza il bucato, o dell'eroe che ha ter-
minato la sua battaglia e muore; ausringen nel senso di svilupparsi te-
desco alla Strauss, come pure (pagina 223): tutti i gradi e gli stadi di invi-
luppo e sviluppo tedesco da bambini in fasce! (P. 252): in sequen-
za invece che in seguito. (P. 137): nellapratica quotidiana del cristia-
no medievale l'elemento religioso veniva in discorso assai pi spesso e pi
ininterrottamente. Assai pi ininterrottamente, un comparativo esem-
plare, se cio Strauss un prosatore esemplare: a dire il vero egli usa anche
l'impossibile pi perfetto (pagine 223 e 224). Ma venire in discorso!
Questo da dove mai proviene, o spericolato artista della lingua? perch qui
non so proprio come cavarmela, non mi viene in mente nessuna analogia, e
i fratelli Grimm, interpellati su questa specie di discorso, sono rimasti
muti come tombe. Ella invece vuol dire soltanto: l'elemento religioso si
esprime pi spesso, ossia ancora una volta Ella confonde, con un'igno-
ranza che fa rizzare i capelli, le preposizioni; confondere aussprechen con
ansprechen porta su di s l'impronta della trivialit, anche se non dovesse
tornarLe gradito che io lo esprima pubblicamente. (P. 220): perch
dietro il suo significato soggettivo io sentivo risuonarne un altro oggettivo
di infinita portata. Come s' detto, il Suo udito versa in condizioni catti-
ve, oppure strane: Ella ode risuonare significati, e li ode risuonare addi-
rittura dietro altri significati, e questi significati uditi sarebbero di infi-
nita portata! O un'assurdit, o un'immagine tecnica da cannoniere.
(P. 183): con questo i contorni esterni della teoria sono gi dati; anche
delle molle che regolano il movimento all'interno di essa, alcune sono gi
sistemate. Questa di nuovo o un'insensatezza, oppure un'immagine tec-
nica, a noi inaccessibile, di chi faccia il tappezziere. Ma che valore avrebbe
un materasso fatto di contorni e di molle sistemate? E che molle sono que-
ste, che regolano il movimento all'interno del materasso? Noi dubitiamo
della teoria straussiana, quando egli ce la presenta in questa forma, e do-
DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE [12] 317

vremmo dire di essa quel che Strauss stesso dice in modo cos bello (p. 17S):
per la vera vitalit, le mancano ancora elementi intermedi essenziali.
Dunque avanti con questi elementi intermedi! Contorni e molle ci sono,
pelle e muscoli sono preparati; ma fino a che si hanno solo questi, manca
ancora molto per la vera vitalit, oppure, per esprimerci inautorevolmen-
te con Strauss: nel caso in cui si facciano urtare immediatamente l'una
contro l'altra due masse di valore cos diverso, senza considerare i gradi e
gli stadi intermedi. (5): Ma si pu essere senza collocazione eppure
non giacere per terra. La comprendiamo bene, maestro dalle vesti succin-
te! Infatti chi non sta in piedi e neppure sdraiato, costui vola, si libra for-
se, caprioleggia oppure svolazza. Ma se Le stava a cuore esprimere qualco-
sa di diverso che non la Sua sventatezza, come il contesto lascia quasi im-
maginare, allora al Suo posto io avrei scelto un'altra immagine; questa poi
esprime anche qualcos'altro. ( 5): / rami del vecchio albero, divenuti
notoriamente secchi; che stile divenuto notoriamente secco! ( 6): an-
che a un papa infallibile, come quella necessit esigeva, costui non potreb-
be negare Usuo riconoscimento. A nessun costo si deve confondere il da-
tivo con l'accusativo: per i bambini uno strafalcione, per i prosatori
esemplari un delitto. A pagina 8 troviamo nuova formazione di una
nuova organizzazione degli elementi ideali nella vita dei popoli. Suppo-
niamo che questa tautologica assurdit sia scivolata di nascosto dal cala-
maio sul foglio: la si deve per questo far stampare? anche lecito non ac-
corgersi di una cosa del genere durante la correzione delle bozze? Durante
la correzione di sei edizioni! Per inciso, a pagina 9: quando si citano parole
di Schiller, lo si faccia con un po' pi di precisione e non cos approssima-
tivamente! La cosa esige il dovuto rispetto. Dunque bisogna dire: senza
temere lo sfavore di alcuno. ( 16): perch allora essa subito diventa
un chiavistello, un muro ostacolante, contro cui si volgono, con appassio-
nata avversione, tutto l'impeto della ragione progressiva, tutti gli arieti del-
la critica. Qui dobbiamo immaginarci qualcosa che prima diventi chiavi-
stello, poi muro, contro il quale alla fine si volgano arieti con appassiona-
ta avversione, oppure addirittura un impeto con appassionata avver-
sione. Signore, parli dunque come un uomo di questo mondo! Gli arieti
vengono rivolti da qualcuno e non si rivolgono da soli, e solo colui che li ri-
volge, e non l'ariete stesso, pu sentire appassionata avversione, bench di
rado qualcuno potr provare un'avversione simile proprio contro un mu-
ro, come Ella vuol farci credere. ( 266): motivo per cui anche simili
modi di dire hanno costituito in ogni tempo l'arengo preferito delle banali-
t democratiche. Pensato in modo oscuro! I modi di dire non possono co-
stituire alcun arengo! ma solo torneare essi stessi in quell'arengo. Strauss
forse voleva dire: motivo per cui anche simili punti di vista hanno costi-
tuito in ogni tempo l'arengo preferito dei modi di dire e delle banalit de-
mocratiche. ( 320): l'interiorit di un animo poetico dalle corde ric-
che e delicate per il quale, nonostante la sua attivit a vasto raggio nei cam-
p della poesia e delle scienze naturali, della vita associata e degli affari di
Stato, rest sempre come costante bisogno il ritorno al soave focolare di
un nobile amore. Io mi sforzo di immaginare un animo provvisto di corde
come un'arpa, e che poi abbia un attivit a vasto raggio, vale a dire un ani-
mo galoppante, che abbia la buona andatura di un morello, e che alla fine
torni al quieto focolare. Non ho forse ragione di trovare davvero originale
quest'arpa d'animo che galoppa e fa ritorno al focolare, ma che si occupa
anche di politica, per quanto poco originale sia, logoro, anzi illecito, l'a-
nimo poetico dalle corde delicate? Da questi arguti neologismi del volgare
318 DAVID STRAUSS. L'UOMO DI FEDE E LO SCRITTORE

o dell'assurdo si riconosce il prosatore classico. (P. 74): se volessi-


mo aprire gli occhi, e confessare onestamente a noi stessi ci che abbiamo
trovato con questo aprire gli occhi. In questa frase splendida e solenne-
mente vuota nulla impressiona pi dell'accostamento di trovato con la
parola onestamente: chi trova qualcosa e non lo fa sapere, chi non con-
fessa il trovato disonesto. Strauss fa il contrario e ritiene necessario lo-
dare e professare questo pubblicamente. Ma chi mai l'ha biasimato? chie-
deva uno Spartano. (P. 43): egli tir pi energicamente ifili soltanto
in un articolo di fede, che peraltro anche il punto centrale della dogmati-
ca cristiana. Resta oscuro che cosa egli abbia realmente fatto: quand'
che si tirano i fili? Questi fili sarebbero forse briglie, e l'energico tiratore di
fili sarebbe forse un cocchiere? Riesco a capire l'immagine solo con questa
correzione. (P. 226): Nelle giacche di pelliccia c' un pi giusto presa-
gio. Senza dubbio! l'uomo preistorico disceso dalla scimmia primigenia
era ancora ben lungi (p. 226) dal sapere che un giorno sarebbe approdato
alla teoria straussiana. Ma adesso lo sappiamo, si andr, e si dovr anda-
re, l dove le bandierine garriscono allegre nel vento. S, allegre, e nel sen-
so della gioia spirituale pi nobile e pura (p. 176). Strauss cos candida-
mente felice della sua teoria, che persino le bandierine diventano allegre
e, in modo singolare, allegre nel senso della gioia spirituale pi nobile e
pura. E adesso la faccenda si fa ancora pi allegra! Tutto ad un tratto ve-
diamo tre maestri, ciascuno dei quali si pone sulle spalle di quello davanti
a lui (p. 361), un vero e proprio numero da cavallerizzi offertoci da
Haydn, Mozart e Beethoven; vediamo Beethoven rompere la cavezza
(p. 356) come un cavallo; ci si para davanti una strada ferrata di fresco
(p. 367) (mentre sinora sapevamo soltanto di cavalli ferrati di fresco), e co-
s pure una florida serra calda per l'omicidio a scopo di rapina (p. 287);
a dispetto di questi vistosi miracoli, il miracolo viene decretato decadu-
to (p. 176). Improvvisamente appaiono le comete (p. 164); per Strauss
ci tranquillizza: nel mobile popolo delle comete non pu parlarsi di abi-
tanti: parole davvero consolanti, perch altrimenti, nel caso di un popolo
mobile, neanche rispetto agli abitanti ci sarebbe da giurare. Ecco intanto
un nuovo spettacolo: Strauss in persona si arrampica lungo un senti-
mento nazionale sino al sentimento dell'umanit (p. 258), mentre un al-
tro scivola quaggi verso una democrazia sempre pi rozza (p. 264).
Quaggi! non laggi! comanda il nostro maestro di lingua, il quale
(p. 269) dice con errore davvero vigoroso che nella costruzione organica
appartiene qua dentro una valente nobilt. In una sfera pi elevata si
muovono, inafferabilmente alti sopra di noi, fenomeni preoccupanti, per
esempio la rinuncia a estrarre spiritualisticamente l'uomo dalla natura
(p. 201), oppure (p. 210) la confutazione della riservatezza; uno spetta-
colo pericoloso si trova a pagina 224, dove la lotta per l'esistenza nel re-
gno animale viene sufficientemente scatenata. A pagina 359, in modo
addirittura prodigioso una voce umana accorre in aiuto della musica stru-
mentale, ma viene aperta una porta, attraverso la quale il miracolo
(p. 177) viene buttato fuori per non pi ritornare. A pagina 123 l'e-
videnza vede perire nella morte tutto l'uomo, cos come egli era; mai an-
cora, sino al dominatore della lingua Strauss, Pevidenza aveva visto:
adesso lo abbiamo sperimentato nel suo diorama linguistico, e lo vogliamo
lodare. Anche questo abbiamo appreso per la prima volta da lui, ossia quel
che significhi: il nostro sentimento del Tutto reagisce, quando viene feri-
to, in modo religioso, e ci ricordiamo della relativa procedura. Sappiamo
gi quale fascino vi sia nel contemplare almeno sino al ginocchio figure
sublimi, per cui ci riteniamo fortunati di aver potuto, sia pure con questa
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limitazione del panorama, vedere quel prosatore classico. Detto sincera-
mente: quelle che abbiamo visto erano gambe d'argilla, e quel che sembra-
va un sano incarnato era soltanto una passata d'intonaco. Certamente la
cultura filistea in Germania sar sdegnata nel sentir parlare di idoli dipinti,
l dove essa vede un dio vivente. Ma chi ardisce sconvolgere le sue immagi-
ni, difficilmente avr timore di dirle in faccia, a dispetto di ogni indigna-
zione, che essa stessa ha disimparato a distinguere tra vivo e morto, tra ve-
ro e falso, tra originale e imitato, tra dio e idoli, e che ha perduto il sano,
virile istinto del reale e del giusto. Essa stessa merita il tramonto: e gi ora
declinano le insegne del suo potere, gi ora la porpora le cade di dosso; ma
se la porpora cade, anche il duca deve cadere.
Con questo ho concluso la mia professione di fede. la professione di
fede di un individuo; e che cosa potrebbe un individuo contro tutto il mon-
do, anche se la sua voce fosse udita dappertutto? Il suo giudizio sarebbe
soltanto, per adornarvi alla fin fine di una genuina e preziosa piuma di
struzzo, tanto fornito di verit soggettiva, quanto privo di ogni forza pro-
batoria oggettiva non vero, miei cari? Perci state di buon animo.
Almeno per il momento bisogner contentarsi del vostro tanto fornito
quanto privo. Per il momento! Sino a quando, cio, verr considerato
inattuale quello che attuale fu sempre, e che adesso attuale pi che mai
e necessario dire la verit.