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TRADUZIONI

La produzione letteraria
Nato ad Arpino (località del Lazio meridionale) nel
gennaio del 106 a.C. da famiglia di ordine equestre,
Cicerone ricevette successivamente a Roma una
sofisticata educazione: fu allievo degli oratori Marco
Antonio e Licinio Crasso, dei giuristi Q. Muzio Scevola e P.
Muzio Scevola, del poeta Licinio Archia (che poi ebbe a
difendere in una celebre orazione), dei filosofi Fedro
(epicureo), Diodoto (stoico), di Filone di Larissa, scolarca
dell’Accademia nuova. Ebbe anche modo di assistere alle
lezioni dell’oratore e retore Molone di Rodi e trasse
profitto dalla conoscenza di uno dei principali oratori del
tempo, il celeberrimo Quinto Ortensio Ortalo. La
produzione poetica ciceroniana di tipo preneoterico e
enniano, rifiutata poi in età adulta, risale agli anni della
giovinezza del nostro oratore. Nell’80, a soli venticinque
anni, sostenne la difesa di Sesto Roscio di Ameria (Pro Sexto Roscio Amerino), che era
stato messo in stato di accusa di parricidio da Crisogono, un liberto di Silla. Cicerone
vinse la causa e si guadagnò la stima di quelli che odiavano Silla, specialmente popolari e
cavalieri. Nel biennio 79-77 ebbe modo di compiere un viaggio d’istruzione in Grecia e in
Asia minore, in compagnia del fratello Quinto - si dice anche per avere la possibilità di
lasciare per un po' l'Urbe, che per lui, dopo lo scontro "a distanza" con Silla, si era fatta
piuttosto scottante. Ad Atene frequentò le lezioni di Antioco di Ascalona, un filosofo
eclettico che aveva ereditato da Filone di Larissa la guida dell’Accademia; a Rodi poté poi
ascoltare Apollonio Molone (già conosciuto a Roma), un retore famoso, il quale aveva
assunto sulla retorica una posizione equidistante tra le due tendenze dominanti,
asianesimo ed atticismo. Tornato infine a Roma nel 78, sposò Terenzia, dalla quale ebbe
due figli, Tullia e Marco. Doveva poi divorziare da Terenzia dopo trent'anni di
matrimonio: ugual esito ebbe inoltre il matrimonio con la sua seconda moglie, Publilia.
Nel 75 Cicerone fu eletto questore e ottenne il governo della Sicilia occidentale. Memori
dell'onestà della sua condotta come questore, gli abitanti dell'isola a lui si rivolsero per
intentare una causa contro il sillano Verre che, mentre ricopriva la carica di pretore,
aveva commesso innumerabili illegalità (si trattava in sostanza di un processo per
malversazione). Verre, tuttavia, poteva disporre di Quinto Ortensio Ortalo - l’oratore più
famoso di Roma - come avvocato difensore: Cicerone ancora una volta trionfò con la sua
abile oratoria e Verre scelse l'esilio prima che il processo fosse concluso. Le Verrine (con
questo titolo si designa abitualmente il complessivo corpo delle sette orazioni
pronunciate contro il pretore Verre) costituiscono dunque un documento estremamente
importante dell’abilità di Cicerone in qualità di avvocato. Successo analogo riscosse
l’orazione pronunciata perchè a Pompeo fosse consegnato il comando delle operazioni
militari per la guerra contro contro Mitridate (Pro lege Manilia o De imperio Cn.
Pompei).
Correva il 66, e nel medesimo anno Cicerone ottenne la pretura. Nel 64 Cicerone si
presentò candidato al consolato: tra i suoi rivali c’era Catilina, che l’anno precedente
aveva tentato senza successo un colpo di Stato, con il segreto proposito di far assassinare
i due nuovi consoli. A sostegno della propria elezione, Cicerone pronunciò il discorso in
toga candida. Di tale orazione rimangono solo frammenti. Anche suo fratello Quinto si
adoperò per l’elezione di Cicerone, componendo il Commentariolum petitionis, una
specie di manuale di suggerimenti per la campagna elettorale. Console nel 63, si oppose
con tutte le forze a Catilina, che nel frattempo aveva messo in opera il suo progetto
eversivo. Cicerone pronunciò contro di lui le celebri Catilinarie, dove proponeva la pena
di morte per i congiurati. Il suo parere prevalse senza eccessive difficoltà, dato lo
scandalo suscitato a Roma dalla rivelazione a Roma del progetto di rivoluzione di Catilina
(come descritto ad esempio da Sallustio nel celebre De coniuratione Catilinae). Tuttavia
proprio la condanna a morte (per strangolamento, avvenuta nel carcere Msmertino) di
cinque sostenitori di Catilina (con una procedura illegale, accelerata dall'appoggio del
console Catone) gli costò l’esilio. Infatti, la lex Clodia de capite civis Romani prevedeva
l’esilio per chiunque avesse condannato un cittadino romano senza la possibilità che si
appellasse al popolo come suo diritto.
L’esilio durò dal marzo del 58 all’agosto del 57: nel settembre di questo stesso anno
Cicerone tornò a Roma e pronunciò due discorsi di ringraziamento al senato e al popolo
(Post reditum in senatu, Ad Quirites). Nel 57 difese un amico, P. Sestio, e il discorso (la
celebre orazione Pro Sestio) si trasformò nell’esposizione del suo programma politico,
che voleva fondarsi sulla emarginazione dei demagoghi e dei violenti a vantaggio del
gruppo conservatore. Ancora più valida l’occasione che gli si presentò nel 56 quando, per
difendere M. Celio Rufo, ricoperse di infamanti accuse Clodia, la sorella del noto capo
popolare Clodio, identificata tra l'altro Lesbia di Catullo. Il processo si svolse l’anno in cui
i triumviri (Cesare, Crasso e Pompeo) rinnovarono i loro accordi nel convegno di Lucca,
con il quale si apriva una nuova fase politica, difficile per Cicerone, stretto tra le opposte
esigenze di contrastare i popolari e di corrispondere alle richieste di Pompeo. La morte di
Crasso a Carre contro i Parti (53) scatenò a Roma le ostilità fra le bande armate di Clodio
e di Milone: Clodio fu trucidato e Cicerone assunse la difesa di Milone, pronunciando
un’orazione (Pro Milone), che è considerata tra le sue migliori. In realtà, noi possediamo
una versione redatta successivamente dallo stesso Cicerone in vista della pubblicazione:
l’oratore – riferiscono le fonti – tremava mentre pronunciava l’orazione originale dai
rostri, dopo esservi stato scortato in una portantina con le tende tirate per nascondersi
dalla folla che rumoreggiava.
Dopo il proconsolato di Cicerone in Cilicia (51), si aprì la fase più convulsa dello scontro
tra Cesare e Pompeo: il passaggio del Rubicone, la battaglia a Farsalo, la morte di
Pompeo, a favore del quale Cicerone si era schierato. Nonostante la sua posizione
politica, Cesare non si comportò con ostilità verso Cicerone e non lo umiliò: questo può
spiegare la ragione della accettazione, in qualche modo, dello stato di fatto e la
composizione di discorsi, come quello in difesa di Marcello, che segnano indubbiamante
un avvicinamento a Cesare. Tuttavia, anche alcune vicissitudini familiari si aggiunsero
all’amarezza per il corso degli eventi politici: il divorzio da Terenzia e soprattutto la
morte della figlia Tulliola; questo fu il periodo in cui l'oratore si chiuse maggiormente in
se stesso e trovò il tempo e le motivazioni per comporre la maggior parte delle sue opere
filosofiche. L’uccisione di Cesare nel 44 gli fece successivamente rendere attraente l’idea
di un ristabilimento del vecchio ordine politico, della “libertà” repubblicana: Cicerone - in
qualità di "grande vecchio" della politica romana, si scagliò con estrema violenza contro
l’erede politico di Cesare, Antonio, pronunciando le celebri Filippiche, e cercò l’appoggio
politico del giovane Ottaviano (nipote di Cesare). Il secondo triumvirato, con l'alleanza
tra Ottaviano, Antonio e Lepido, infranse ogni residua illusione di restaurazione
dell'antico ordinamento repubblicano: Antonio per vendetta del trattamento ricevuto in
precedenza, ottenne che Cicerone fosse incluso nel numero delle persone da eliminare (le
infami liste di prescrizione) e dei sicari lo raggiunsero sulla spiaggia di Formia nel
dicembre del 43; all’assassinio si aggiunse lo scempio del cadavere, poiché la testa e le
mani per dileggio gli furono recise ed appese ai “rostri”, cioè sul palco dal quale aveva
pronunciato le sue orazioni.
La poesia e la traduzione
Il debutto dell’attività letteraria di Cicerone fu in poesia, con la composizione di poemetti
mitologici di tipo didascalico e di gusto neoterico alessandrineggiante. Di questa prima
produzione non ci sono sopravvissuti che esigui frammenti ed alcuni titoli (Glaucus,
Limon, Nilus, Alcyones, Uxorius, Talamasta). Cicerone non nomina nessuno di questi
testi, come fa invece per la traduzione da Arato di Soli e per le successive opere in versi:
evidentemente tali opere - passata l'infatuazione giovanile - dovettero riuscirgli sgradite.
Gli Aratea furono composti in due tempi: probabilmente intorno all’80 risale la
traduzione dei Fenomeni di Arato; forse al 60 quella dei Pronostica dello stesso autore.
Rimangono ampi estratti di questa traduzione in esametri. E' importante sottolineare che
Cicerone fu con ogni probabilità il primo ad esporre una teoria della traduzione (poi
ripresa da altri, e specialmente da Girolamo): per il nostro si trattava restituire non verba
sed vim, ovvero non tanto le parole quanto l'intensità del testo originale. Nei frammenti
superstiti della versione del poema di Arato avvertiamo la liberà che egli si prendeva di
amplificare e di arricchire con il belletto della retorica (in cui già eccelleva) il testo greco,
a costo di travisare talora il significato delle parti specificatamente scientifiche o
tecniche. In seguito agli Aratea, Cicerone si dedicò alla composizione di poemi epici, il
Marius, una celebrazione del campione dei populares, proveniente dalla comune patria
Arpino, il De consulatu meo, il De temporibus meis. Oltre agli Aratea, Cicerone tradusse
diverse opere di autori greci: citiamo ad esempio l’orazione Sulla corona di Demostene,
l’orazione Contro Ctesifonte di Eschine, l’Economico di Senofonte, il Protagora e il Timeo
di Platone (quest’ultima ci giunta anche se in forma frammentaria). A parte la perdita di
numerose orazioni, vanno aggiunti altri testi, sia in versi che in prosa, dei quali
conosciamo solo il titolo, come Admiranda, De consiliis suis, Laus Catonis, Laudatio
Porciae ed altri ancora.
Da diversi accenni emerge con evidenza il ruolo di assoluto rilievo che Cicerone ha
assegnato alla poesia, per esempio dall’elogio del poeta Archia ("protagonista"
dell'orazione Pro Archia, scritta in sua difesa) e dai diversi riferimenti al poeta nazionale
romano per eccellenza, Ennio. Inoltre, gli stessi suoi legami con il circolo degli Scipioni
sono la prova di un’adesione di principio alla sensibilità della cultura greca. L’opposizione
ai modi della poesia dei poetae novi (i cosiddetti neòteroi), che Cicerone considerò
sempre con disprezzo, si potrebbe spiegare maggiormente in base a motivazioni di
stampo politico più che artistico o culturale: Cicerone, infatti, combatteva in prima
persona contro la superficialità ed il disimpegno di poeti come Catullo. Comunque, le
espressioni usate contro i neòteroi non sono per nulla benevole, come quando, dopo aver
detto di Ennio, aggiunge (Tusculanae disputationes III, 45):
o poetam egregium! Quamquam ab his cantoribus Euphorionis contemnitur,
“che grande poeta! Anche se è disprezzato da questi imitatori di Euforione”: al poeta
greco Euforione, vissuto nel III secolo a.C., si ispirarono i poeti ai quali si rivolge
Cicerone.

Le lettere
L’epistolario ciceroniano è costituito da un corpo di circa 900 lettere scritte tra il 68 e il
43 a.C., raccolte in 37 libri distribuiti nelle seguenti raccolte:
 16 libri di lettere Ad Atticum , scritte tra il 68 e il 44;
 16 libri Ad familiares , scritte dal 62 al 43;
 3 libri Ad Quintum fratrem : 27 lettere scritte tra il 60 ed il 54;
 un libro Ad Marcum Brutum : 26 lettere risalenti al periodo marzo-luglio del 43.
Il corpus, che comprende anche le risposte dei diversi corrispondenti, costituisce per
noi un documento dal valore inestimabile per la ricostruzione delle vicende personali di
Cicerone ed è al contempo un insostituibile documento storico, dal momento che
accompagna o commenta i fatti politici più importanti di quell'epoca così travagliata,
oppure ci ragguaglia su usi e costumi romani che altrimenti, dalle storie ufficiali, noi non
conosceremmo affatto. La pubblicazione dell’epistolario - che il nostro scrittore avrebbe
certamente voluto rimanesse privato - fu curata da amici e parenti, in particolare da
Attico, Cornelio Nepote, Tirone, e dal figlio Marco Cicerone. La sua diffusione (il suo
successo editoriale, diremmo noi) deve essere stata immediata, dato che Nepote parla
dei sedici libri di lettere ad Attico. Conviene riportare la testimonianza di Nepote, anche
perché in essa viene sottolineata l’enorme utilità del corpus per la conoscenza del
periodo storico al quale si riferiscono le lettere. Prova dell’affetto profondo fra Cicerone e
Attico - scrive Nepote nella sua biografia di Attico (16, 3-4) - sono
sedecim (11?) volumina epistularum, ab consulatu eius usque ad extremum tempus ad
Atticum missarum: quae qui legat, non multum desideret historiam contextam eorum
temporum. Sic enim omnia de studiis principum, vitiis ducum, mutationibus rei publicae
perscripta sunt, ut nihil in eis non appareat et facile existimari possit, prudentiam
quodam modo esse divinationem, “sedici (11?) volumi di lettere inviategli, dal tempo del
suo consolato fino agli ultimissimi tempi: chi le legge, non sentirà molto il bisogno di una
storia organica di quei tempi. 4. Passioni dei capi, vizi dei capitani, rivolgimenti dello
Stato, sono stati così accuratamente narrati che nulla in esse è rimasto nascosto e si può
facilmente ritenere che la saggezza sia una sorta di divinazione".
Gli argomenti variano dal pubblico al privato, ma quest’ultimo caso è il più frequente e,
tutto sommato, il più interessante, visto che offre un’immagine completamente autentica
dell’uomo Cicerone, dell’amico leale, del marito premuroso e del padre affettuoso,
specialmente nei confronti della figlia prediletta Tulliola. Cicerone - come rimarcato in
precedenza - non aveva affatto scritto le sue lettere con l’intenzione di pubblicarle (così
invece come era stato ad esempio per le sue orazioni), fatto che le rende di
un’immediatezza senza confronti rispetto ad altre raccolte dell’antichità e quindi di un
estremo interesse per noi, interesse ben diverso da quello che provò il Petrarca quando la
prima volta posò gli occhi sul codice da lui scoperto nella Biblioteca Capitolare di Verona,
nel 1345, esclamando: “Vecchio Cicerone, eternamente tormentato e preoccupato,
quanto meglio sarebbe stato per te occuparti non di questa breve vita terrena ma della
vita eterna, senza brigare per gli uffici, per i trionfi, senza sacrificare la pace per nessun
Catilina di questo mondo!”. A sua volta il moderno critico J. Carcopino ha utilizzato
l'epistolario per disegnarci un impietoso ritratto di Cicerone, colto nelle sue debolezze
private e pubbliche.
Dal punto di vista della lingua e dello stile l’epistolario ciceroniano mostra aspetti di
estremo interesse. L'espressione è semplice e chiara, vicina ai modi del parlato, spesso
ricca di allusioni ironiche e persino di facezie, soprattutto varia, conformata allo stato
d'animo del momento, all'occasione. Così avviene che il lessico è molto più vario, la
sintassi più articolata (se il destinatario è personaggio di rango e fornito di cultura, lo
stile può attingere i livelli di quello oratorio), le forme paratattiche più frequenti che non
siano nelle opere di impegno ove è perseguita con scrupolo e rigore la norma della
concinnitas (eleganza), le parole e le locuzioni greche, quando il destinatario è dotto o
non v'è corrispondente nella lingua latina, sono adoperate senza la preoccupazione di
doverle spiegare e giustificare. Se nel Brutus e, soprattutto, nel De oratore. Cicerone si
lamenta della crisi che nel suo tempo sta soffrendo la pura latinità; se nelle opere
filosofiche e nelle orazioni evita le espressioni scorrette o semplicemente sgradevoli
all'orecchio e persegue l’urbanitas contro la rusticitas dell'eloquio, nelle lettere, specie in
quelle dirette agli amici e ai familiari, mutua le forme della conversazione.
Le orazioni
Cicerone visse in un'età di sommo interesse per l'oratoria: si distinguevano al suo tempo
gli oratori Marco Antonio e Licinio Crasso, tutti e due maestri di Cicerone, maggiormente
il secondo, alla cui dottrina l'Arpinate aderì accogliendo soprattutto i1 principio che il
perfetto oratore è frutto sia delle doti naturali sia della cultura. Tuttavia, quando
Cicerone cominciò la sua carriera, il principe del foro era Q. Ortensio Ortalo, seguace
dell'indirizzo detto asiano che voleva uno stile ridondante, fiorito di metafore, ampolloso,
accompagnato ad un modo di gestire caricato e teatrale. Cicerone preferì adottare un
indirizzo che fu detto rodiese (perché proposto dalla scuola di Rodi), che insegnava uno
stile più misurato, più decoroso, più o meno ricercato a seconda delle circostanze, stile
che si poneva come medio tra il citato “asiano” e il suo opposto detto "attico", semplice,
sobrio fino alla sciatteria, costruito sul modello dell'ateniese Lisia. Le orazioni
ciceroniane rivelano il legame profondo tra biografia d ell'autore ed attività forense. Le
orazioni conservate sono 58 (delle oltre cento originarie); segue l’elenco in ordine
cronologico, suddiviso in tre gruppi: orazioni preconsolari, consolari e postconsolari.
1) Pro P. Quinctio (81); Pro Sex. Roscio Amerino (80); Pro Roscio comoedo (77 ca);
Divinatio in Q. Caecilium (70); In C. Verrem (70); Pro Tullio (69); Pro Fonteio (69); Pro
Caecina (69); Pro Cluentio (66); De imperio Cn. Pompei (66);
2) De lege agraria (63); Pro Rabirio perduellionis reo (63); Pro Murena (63); In Catilinam
(63);
3) Pro Sulla (62); Pro Archia poeta (62); Pro Flacco (59); Cum senatui gratias egit (57);
Cum populo gratias egit (57); De domo sua (57); Pro Sestio (57); De haruspicum
responso (56); In Vatinium (56); Pro Caelio (56); De provinciis consularibus (56); Pro
Balbo (56); In Pisonem (55); Pro Plancio (54); Pro Scauro (54); Pro Rabirio Postumo (54);
Pro Milone (52); Pro Marcello (46); Pro Ligario (46); Pro rege Deiotaro (45); Philippicae I-
XIV (44-43).

La retorica ed i suoi generi: un’introduzione


“Definiamo la retorica come la possibilità di scoprire in ogni argomento ciò che è in
grado di persuadere. Questa è infatti la funzione di nessuna delle altre arti; tutte le
altre, infatti, hanno per scopo l’insegnamento e la persuasione a proposito del proprio
oggetto: la medicina riguardo i casi di buona salute e di malattia, la geometria
riguardo alle variazioni che intervengono nelle grandezze, l’aritmetica riguardo ai
numeri, e così pure le altre arti o scienze. La retorica, al contrario, sembra poter
scoprire ciò che persuade, per così dire, attorno a qualsiasi argomento dato; per
questa ragione, affermiamo che essa non costituisce una tecnica che riguardi un
genere proprio e determinato”. Queste le parole di Platone, nel Gorgia, per definire
compiutamente la retorica, la tecnh ths peiqous, l’arte della persuasione e del
convincimento.
La parola stessa “retorica” è costituita dalla radice “rh”, legata semanticamente al
concetto di “dire”, nel senso di impiegare la parola e formulare un discorso. La retorica è
il momento in cui il parlare tocca il suo vertice più alto e le “componenti fisiche” – quello
che definiremo come actio – si fondono con quelle intellettuali: per componenti fisiche
intendiamo la pronuncia, la mimica facciale e la gestualità dell’oratore, tutti diretti verso
il pubblico degli uditori, verso i quali chi parla si rivolge.
Il pubblico cui l’oratore (in questo momento ci riferiamo al retore greco) si indirizza è
usualmente la comunità dei cittadini, il demos, perchè l’argomento dei discorsi è – per la
maggior parte delle volte – l’interesse di tutta la città, presentato in modo che la
comunità stessa possa prendere una decisione favorevole o contraria al tema proposto.
L’oratore fa del suo meglio per convincere e persuadere il dhmos che l’argomento da lui
proposto sia quello veritiero, ma in ultima analisi è proprio alla comunità raccolta in
assemblea che spetta decidere “il grado di vicinanza al vero” della tesi appena proposta.
Le tre finalità “classiche” del discorso costruito in base alla tecnh ths peiqous sono
docere, cioè riuscire a trasmettere un messaggio educativo agli ascoltatori, movere, cioè
riuscire a persuadere il pubblico, ed infine delectare, ovvero tenere viva l’attenzione
della platea attraverso espedienti retorici che allontanino la noia e permettano di seguire
la logica sottile del ragionamento esposto.
Riportiamo ora le parole di Aristotele, dalla Retorica (Ret. 1358 a-b), a proposito della
distinzione della medesima in tre generi distinti: “Tre sono i generi della retorica, ed
altrettanti sono infatti anche i tipi di ascoltatori dei discorsi”. Vediamo che Aristotele
focalizza bene l’elemento chiave del destinatario dell’arte della persuasione, senza il
quale la retorica stessa perde assolutamente di significato: “Il discorso, a sua volta, è
costituito da tre elementi: da chi parla (o legwn ), da ciò di cui si parla (peri ou legei) e
da con chi si parla (pros on legei); ed il fine (telos) è rivolto a quest’ultimo,
all’ascoltatore (akroaths). E’ necessario che l’ascoltatore sia spettatore (qewros) o
giudice (kriths) e che il giudice esprima il proprio verdetto sul passato o sul futuro. Vi è
chi decide sul futuro, come il membro dell’assemblea; chi decide sul passato, come il
giudice; e chi decide sull’abilità dell’oratore, cioè lo spettatore. Cosicché vi saranno di
necessità tre generi di retorica: il deliberativo (genos sumbouleutikon), il giudiziario
(genos dikainikon) e l’epidittico (genos epideiktikos)”. In questo paragrafo sono ben
delineati i tre generi della retorica e viene nuovamente posto in rilievo quanto questa
classificazione dipenda indissolubilmente dal tipo di pubblico cui il retore veniva a
rivolgersi. Aristotele prosegue: “I due aspetti della deliberazione sono lo sconsigliare ed
il consigliare (protroph e apotroph). ... I due aspetti dell’azione giudiziaria sono l’accusa
e la difesa (apologia e kathgoria); ... gli aspetti del genere epidittico sono l’elogio ed il
biasimo (epainos e yogos). Quanto poi ai tempi di ciascuno di questi generi, il tempo del
consigliare è il futuro; infatti egli persuade, consigliando o sconsigliando, riguardo alle
cose future. Per chi affronta un processo il tempo è il passato: è sempre sui fatti
compiuti, infatti, che qualcuno accusa e ed un altro difende ... Per l’oratore epidittico il
tempo principale è il presente: infatti, tutti esprimono lode o biasimo riguardo ad
avvenimenti del presente”. Infine Aristotele presenta i fini relativi ai tre generi della
retorica: “Ciascuno di questi generi ha un fine diverso; ... Il consigliere ha come fine
l’utile od il nocivo. ... I contendenti in giudizio hanno per fine il giusto e l’ingiusto; ...
Quelli invece che lodano o biasimano hanno per fine il bello ed il brutto”. Questo,
secondo Aristotele, lo schema complessivo della retorica, destinato a cristallizzarsi e a
divenire “classico”.

Le ripartizioni della retorica


E’ ora opportuno analizzare la struttura che venne ad assumere l’arte della retorica: essa
si strutturava in cinque “operazioni” fondamentali: l’inventio (eurhsis), cioè il momento in
cui si opera l’invenire quid dicam, la dispositio (taxis), ovvero il momento per inventa
disponere; segue l’elocutio (lexis), in cui si opera in modo da ornare verbis, poi l’actio
(upokrisis), ovvero agere et pronuntiare, ed infine la memoria (mnhmh), cioè il memoriae
mandare.
Le prime tre “operazioni” hanno un’importanza fondamentale, mentre le ultime due,
legate alla fase “orale” della composizione del discorso, persero progressivamente di
importanza man mano che i discorsi creati ed ornati grazie all’arte oratoria divennero
sempre di più capolavori letterari, destinati e spesso già concepiti, in quanto tali, alla
composizione esclusivamente scritta.
Analizziamo brevemente i momenti fondamentali della composizione del discorso:
l’INVENTIO caratterizza la via scelta dall’oratore per trovare gli argomenti per il suo
discorso, sia che egli intenda convincere (fidem facere), sia che invece voglia scuotere gli
animi dei suoi ascoltatori (animos impellere). Se il retore sceglie la prima strada, deve
trovare le “prove” con cui spingere il pubblico a sostenere la propria tesi. Tali prove
possono essere extra-tecniche (sono le testimonianze, le confessioni, le sentenze
precedentemente emesse dal tribunale, e così via) oppure, ben più importanti, possono
derivare dalla capacità argomentativa dell’oratore. In questo secondo caso vengono
suddivise exempla (ricavate per via induttiva) ed in argumenta (per via deduttiva): gli
argumenta si fondano principalmente sulla forma logica del sillogismo o entimema,
concepito non per condurre l’interlocutore (od il pubblico, in questo caso) al vero, quanto
piuttosto al verisimile.
Per condurre il filo del suo discorso fino alla conclusione ( ed alla sperata persuasione ),
l’oratore, ancora in fase di “progettazione” del suo discorso – siamo ancora nell’ambito
dell’inventio – si ispira ai Topica, cioè alla raccolta dei luoghi comuni dell’arte dialettica,
utili per creare gli schemi mentali attorno ai quali articolare le linee del ragionamento.
Per Aristotele, in particolare, prima che anche i Topica si cristallizzino e diventino degli
stereotipi o loci communes, essi erano in origine tre: possibile ed impossibile, reale ed
irreale, più e meno. Il dualismo possibile/impossibile si adatta all’oratore che voglia
costruire un discorso del genere deliberativo; la dicotomia reale/irreale è perfetta per chi
compone un discorso del genere giudiziario ed infine la distinzione più/meno è tipica del
genere epidittico (nella forma di elogio/biasimo).
Per quanto riguarda invece le prove che devono portare alla persuasione dell’ascoltatore,
queste ultime vengono suddivise in caratteri (hqh) e passioni (paqh). Le passioni sono gli
affetti dell’ascoltatore, che la psicologia della retorica deve saper sfruttare a proprio
vantaggio. I caratteri sono quelli che l’oratore deve mostrare: fronhsis, cioè saggezza ed
obiettività, poi areth, nel senso di onestà morale, ed infine eunoia, cioè la capacità di farsi
benvolere dagli ascoltatori.
All’inventio fa seguito la DISPOSITIO, l’arte di collocare al posto più opportuno ciascuno
dei termini che andranno a costituire il discorso, seguendo schemi studiati
appositamente per evidenziare e nascondere a seconda della volontà dell’oratore stesso.
Secondo Aristotele la dispositio si può suddividere in quattro parti: la prima e l’ultima –
rispettivamente esordio ed epilogo – devono far leva sui sentimenti del pubblico, mentre
le due parti intermedie, dette narratio (il momento espositivo) e confirmatio (dove
l’oratore mostra veritiere le proprie prove), devono far leva sulla razionalità. L’esordio del
discorso viene lasciato arbitrario e può essere a sua volta suddiviso nei momenti distinti
della captatio benevolentiae, in cui l’oratore cerca di accattivarsi le simpatie degli
ascoltatori, e partitio, ovvero esposizione succinta dei temi che si andranno a trattare in
seguito.
La terza “operazione” fondamentale è l’ELOCUTIO, in cui i temi trovati e gli schemi scelti
devono essere “trasformati in parole” per dar vita all’orazione vera e propria. Aristotele
non dà peso eccessivo a questo momento, che invece, ripreso ed ampliato dal grande
Gorgia di Leontini, divenne poi il cuore della retorica stessa. Di nuovo possiamo
suddividere l’elocutio in electio, cioè la scelta delle parole, e compositio, cioè riunire le
parole scelte in modo da comporre il periodare. Il momento dell’electio sottintende che
ogni vocabolo possa essere sostituito da un altro più opportuno: esiste, in altri termini,
uno “scarto tra il linguaggio disadorno e quello della retorica, che “vive” di colores,
lumina, flores”. Gli strumenti a disposizione dell’oratore per realizzare questo scarto
sono tropi, cioè “svolte” di espressioni da un contenuto ad un altro, per creare un effetto
di straniamento (come accade per perifrasi, sineddoche, antonomasia, litote, iperbole,
metonimia e metafora), oppure figure, ripartite in figure di pensiero (prosopopea,
entimema, antitesi, ossimoro, chiasmo, similitudine, preterizione, reticenza, usteron
proteron, allegoria o apostrofe) e figure di parola (epanalessi, anadiplosi, climax, anafora,
epifora, paranomasia, poliptoto, endiadi, ipallage, ellissi, zeugma, asindoto, anastrofe,
iperbato od omoteleuto). Il momento della compositio, infine, consiste nell’inserire
correttamente le parole scelte nella cornice della frase: l’oratore può optare per una
costruzione geometrica, amata ad esempio da Cicerone, in cui il periodare viene ripartito
in uno schema composto da commi (battute) e colon (membri), oppure per quella
dinamica, che caratterizza ad esempio lo stile del grande storico Tacito.
Dalla magia ... alla pubblicità: il ruolo del logos
La retorica antica ebbe origine, come attesta Cicerone nel Brutus, quando due logografi
siciliani, Corace e Tisia, scrissero per primi – precedendo anche l’opera di Gorgia – i testi
delle orazioni che i loro concittadini avrebbero pronunciato in tribunale, durante i
processi per la restituzione dei beni confiscati loro dai tiranni e non ancora resi dopo la
cacciata degli stessi dall’isola:
BRVTVS XII. Haec igitur aetas prima Athenis oratorem prope perfectum tulit. Nec enim
in constituentibus rem publicam nec in bella gerentibus nec in impeditis ac regum
dominatione deuinctis nasci cupiditas dicendi solet. Pacis est comes otique socia et iam
bene constitutae ciuitatis quasi alumna quaedam eloquentia. Itaque ait Aristoteles, cum
sublatis in Sicilia tyrannis res priuatae longo interuallo iudiciis repeterentur, tum
primum, quod esset acuta illa gens et controuersia +natura, artem et praecepta Siculos
Coracem et Tisiam conscripsisse - nam antea neminem solitum uia nec arte, sed
accurate tamen et descripte plerosque dicere -; scriptasque fuisse et paratas a Protagora
rerum inlustrium disputationes, qui nunc communes appellantur loci; quod idem fecisse
Gorgiam, quem singularum rerum laudes uituperationesque conscripsisse, quod
iudicaret hoc oratoris esse maxime proprium, rem augere posse laudando
uituperandoque rursus affligere; huic Antiphontem Rhamnusium similia quaedam
habuisse conscripta; quo neminem umquam melius ullam orauisse capitis causam, cum
se ipse defenderet, [se audiente] locuples auctor scripsit Thucydides; nam Lysiam primo
profiteri solitum artem esse dicendi; deinde, quod Theodorus esset in arte subtilior, in
orationibus autem ieiunior, orationes eum scribere aliis coepisse, artem remouisse;
similiter Isocratem primo artem dicendi esse negauisse, scribere autem aliis solitum
orationes, quibus in iudiciis uterentur; sed cum ex eo, quia quasi committeret contra
legem "quo quis iudicio circumueniretur," saepe ipse in iudicium uocaretur, orationes
aliis destitisse scribere totumque se ad artes componendas transtulisse.
45 Quest'epoca, dunque, produsse per la prima volta ad Atene un oratore quasi perfetto.
Il desiderio di eloquenza, infatti, non è solito nascere quando la gente è intenta a darsi
fondamenta costituzionali, quando deve condurre guerre o quando è impedita dalle
catene di un dominio regale. L'eloquenza è compagna della pace e alleata della
tranquillità ed è - per così dire - alunna di una collettività già ben costituita. 46 Dice
pertanto Aristotele che quando - abbattuti i tiranni in Sicilia - si ricominciò dopo lungo
tempo a far valere davanti ai tribunali i diritti dei privati allora per la prima volta - si
trattava infatti di gente acuta e con un gusto innato per le controversie - i siculi Corace e
Tisia scrissero manuali di retorica (in precedenza nessuno parlava in base a un metodo
codificato, anche se i più lo facevano con accuratezza e in maniera ordinata); che a opera
di Protagora era stata approntata per iscritto la trattazione di argomenti notevoli, quelli
che ora si chiamano luoghi comuni; 47 che lo stesso fece Gorgia, il quale scrisse di
particolari soggetti sotto il punto di vista dell'elogio e del biasimo: riteneva infatti che
compito peculiare dell'oratore fosse soprattutto di valorizzare una cosa elogiandola, e
all'inverso di renderla spregevole denigrandola; che Antifonte di Ramnunte aveva
composto dei testi simili (Tucidide, autore quant'altri mai degno di fede, scrisse che
nessuno fu in grado di sostenere una causa per reati capitali meglio di lui, quando gli
toccò di difendersi personalmente ed egli poté assistere al dibattimento). 48 Lisia -
prosegue Aristotele - inizialmente si pronunciava in favore dell'esistenza di una teoria
dell'eloquenza; in seguito, vedendo che Teodoro era più penetrante nella teoria, ma più
arido nella composizione di discorsi, inco-minciò a scrivere discorsi per altri, lasciando
perdere la teoria. In simile maniera Isocrate avrebbe incominciato col negare l'esistenza
di una teoria dell'eloquenza, e sarebbe stato solito scrivere, per altri, discorsi da
utilizzare nei procedimenti giudiziari; ma vedendosi spesso citato in giudizio, come per
avere infranto la legge contro il ricorso ad artifici illeciti di fronte ai tribunali, avrebbe
smesso di scrivere discorsi per altri, e si sarebbe completamente dedicato alla
composizione di trattati teorici.
Questa “tecnh” nacque dunque con uno scopo pragmatico e fortemente concreto e non
perse mai, nella sua evoluzione, questa valenza di “arma” d’offesa o di difesa, strumento
efficacissimo per l’uomo che ne sappia fare un uso appropriato. Il passaggio alla forma
prosastica – sia che il merito vada attribuito ai logografi siciliani che a Gorgia – non è che
la fase conclusiva di un processo di maturazione che ha un’origine remota.
Le nostre fonti più preziose per comprendere quanto la retorica fosse già sviluppata in
Grecia, pur essendo confinata nel mondo dell’oralità, sono i testi omerici: il tema centrale
dell’Iliade stessa, ad esempio, è una contesa verbale fra Achille ed Agamennone. Nel
poema, inoltre, sono numerosissimi i momenti in cui i contendenti si servono del logos
per vincere il proprio avversario: nello “scudo di Achille”, gli anziani decidono quale dei
due uomini abbia ragione e Tersite, i cui discorsi sono “sbagliati” e perciò pericolosi,
deve essere zittito a colpi di “skeptros”.
La parola rivestiva un ruolo ancora più importante nei duelli, come testimonia
chiaramente la clausola omerica "epea pteroenta, parole alate come frecce”, con cui
vengono sottolineati l’efficacia ed il potere distruttivo delle ingiurie che gli sfidanti si
scambiavano prima di iniziare a combattere. Questo valore magico ed apotropaico del
logos non è, però, un’invenzione propria del mondo greco, ma un’eredità di un’epoca
antica, che lo stesso Omero non comprendeva più: si può agevolmente dimostrare questo
concetto confrontando l’episodio della “costruzione dell’imbarcazione” nell’ Odissea con
il suo analogo presente nelle saghe finniche. I due eroi protagonisti, che si assomigliano
molto, procedono però in modo differente: Odisseo costruisce la sua zattera lavorando il
legno con l’ascia, mentre l’eroe finnico canta e con la magia della parola “compone” la
sua barca. Quando, dunque, la retorica passa dalla sua primitiva fase orale ad una forma
prosastica, conserva inevitabilmente la sua intrinseca “pericolosità” ed il suo potere di
vera e propria arma: Gorgia stesso parla della sua tecnh soffermandosi sulla sua
fortissima valenza psicagogica, affermando, cioè, che la parola è in grado di trasformare
e guidare a proprio piacimento l'animo dell'uomo.
La degenerazione della retorica ebbe luogo proprio a partire dall’esasperazione della sua
valenza paradigmatica e dalla finalità biecamente utilitaristica e relativistica che le
attribuirono i Sofisti. Platone, infatti, si accorse immediatamente della potenziale
“pericolosità” di questo strumento, se mal indirizzato, e distinse dalla “retorica dei
sofisti” la “buona retorica”, cioè quella che ha per scopo la verità: solo quest’ultima,
affermava, ha valenza educativa e positiva. Aristotele, al contrario, si occupò di
valorizzare soprattutto le costruzioni entimematiche che miravano al verisimile ed al
“senso comune”.
E’ forse opportuno approfondire e chiarire brevemente la posizione di questi due grandi
filosofi, prima di proseguire: Platone distingue subito due tipi di retorica, una buona e
l’altra cattiva. La retorica “di fatto”, a suo avviso, è l’arte di comporre qualsiasi discorso,
avente per fine la verosimiglianza o illusione. La retorica “di diritto”, invece, è la vera
retorica – o dialettica – ed ha per obiettivo la verità. Quest’ultima è in realtà una forma di
psicagogia, ovvero di educazione degli animi mediante l’uso della parola. Quindi Platone
distingue nettamente tra retorica dei sofisti ( una contraffazione di una vera tecnh ) e
vera retorica, che, evitando l’espressione scritta, ricerca il dialogo e l’oralità. Lo schema
della retorica è quello binario ( ascesa e discesa ) utilizzato dalla dialettica: ogni scelta
comporta un’alternativa, proprio come accade tra Socrate ed il suo interlocutore nei
celebri Dialoghi. Aristotele, le cui idee in proposito si sono poi affermate e divenute
“canone” per i posteri, si occupò dell’arte oratoria e del discorso in genere in due
differenti scritti: la Retorica, che si occupa del discorso pubblico, e la poetica, che si
incentra sul potere evocativo del discorso. Per lo Stagirita, la retorica è “la facoltà di
scoprire speculativamente ciò che in ciascun caso può essere atto a persuadere”.
Aristotele fonda la propria retorica non sul vero, come voleva Platone, ma sul
ragionamento e sul “sillogismo imperfetto”: celebre la frase “vale meglio un verosimile
impossibile di un possibile inverosimile”.
Il maggior pregio della retorica, tuttavia, fu il notevolissimo stimolo dato alla prosa greca
e poi latina: ogni autore si preoccupò, in vista della pubblicazione scritta, di ornare e
rifinire la propria orazione con un paziente “labor limae” e con tutti gli espedienti che la
tecnh forniva, per renderla massimamente persuasiva. E’ per questo che i discorsi di
Demostene o Cicerone, come dice Leopardi, benchè dedicati ad argomenti di scarsissimo
rilievo, ci sono stati conservati a secoli di distanza grazie alla loro pregevolezza
letteraria.
Oggi, come giustamente afferma Umberto Eco, la pubblicità è uno dei più degni eredi di
quella teknh ths peiqous che è nata oltre duemila anni fa. Non solo, infatti, essa conserva
inalterati e correttamente applicati tutti gli espedienti retorici, ma possiede anche tuttora
quel suo valore originario di arma offensiva che la rende il più efficace strumento di
convincimento nei confronti del potenziale acquirente: essa è “l’arma e l'anima del
commercio”.
La retorica pubblicitaria, tuttavia, ha completamente dimenticato l’ideale platonico, per
fare propria invece la concezione di “retorica del senso comune” formulata da Aristotele,
per cui vale più “un impossibile verisimile che un possibile inverosimile”. Il vero scopo
del breve messaggio pubblicitario, infatti, non è la dimostrazione di una verità assoluta
ma di quella relativa – e spesso costruita con un procedimento entimematico fuorviante –
del venditore del prodotto.
Dal mondo greco ad oggi, a causa soprattutto dell’influsso negativo apportato dal
relativismo protagoreo e dalla conseguente idea che la “verità” sia sempre posseduta da
chi dispone delle argomentazioni più forti, la retorica ha finito per coincidere – più o
meno apertamente – anche con l’inganno del più debole e dell’ignorante. Il processo, ad
Atene, avveniva in presenza di giudici senza alcuna esperienza e che non conoscevano
nemmeno il codice delle leggi: la verità non poteva essere altro che la tesi sostenuta dal
logografo migliore. Quando, in seguito, i sofisti diedero la prova che era possibile prima
dimostrare una certa argomentazione e poi l’esatto suo contrario, tramontò l’idea che
verità e giustizia fossero effettivamente concetti assoluti.
Solo il Cristianesimo portò di nuovo una Verità oggettiva per l’uomo, ma ciò non ha
impedito che il dotto ed il potente abbiano continuamente imposto le proprie ragioni e la
propria giustizia come assolute, approfittandosi del potere che la parola dell’istruito
aveva – e continua sovente ad avere – nei confronti dell’ignorante.
Basandomi su questi presupposti, che sono stati aggravati dalla crisi profonda che hanno
attraversato la dottrina Cristiana ed i suoi valori all’inizio del Novecento, e considerando
i molteplici esempi in cui ancora oggi essi risultano veri, credo purtroppo che sia quasi
impossibile parlare di Verità o Giustizia in senso assoluto, benchè ce ne sia – ora più che
mai – un disperato bisogno.

Breve storia della retorica greca


Iniziatori e creatori dell’arte della retorica, se dobbiamo credere alla tradizione greca,
furono Corace e Tisia (che fu inoltre il maestro del grande Lisia). Costoro, infatti, cui
abbiamo già accennato, furono i primi esponenti della cosiddetta retorica siciliana, e,
probabilmente verso l’anno 465 a. C., redassero una sorta di “manuale” di retorica, con
lo scopo di favorire quanti avessero subito l’esproprio delle proprie terre e dei propri
beni da parte del tiranno di Siracusa, Trasibulo, ed avessero voluto riappropriarsene
mediante un’azione giudiziaria condotta in tribunale. In realtà, al di là di quanto ci è
stato tramandato dalla leggenda, comprendiamo bene che la nascita della retorica si
dovette alle particolari condizioni economiche, sociali e culturali in cui la Grecia si era
venuta a trovare – un vero unicum per quei tempi - e soprattutto alle condizioni ed al tipo
di vita che la città-stato greca consentiva: all’interno della polis, infatti, il sistema politico
e giudiziario che si erano creati e perfezionati nel corso degli anni quasi obbligavano il
privato cittadino ad un continuo confronto con la collettività. Tuttavia, come abbiamo già
notato, l’uso della parola come forma di dissuasione, persuasione od attacco sia in campo
politico che giudiziario era già diffuso ben prima del V secolo a.C. e dell’invenzione di
Corace e Tisia; fu solo a partire dal V secolo, però, che l’arte oratoria assunse le sue
caratteristiche definitive e finì poi per specializzarsi nei vari settori, assumendo una
forma ben precisa, destinata a divenire “classica”. Fino al VI secolo a.C., il mondo greco
non conosceva la prosa, perchè la cultura greca arcaica privilegiava l’oralità per la
trasmissione e la memorizzazione dei testi. E’ già Omero nei suoi poemi a mettere in luce
quanto la parola giocasse un ruolo fondamentale, per il suo valore magico, probabilmente
eredità di qualche civiltà antica le cui leggende finirono incorporate o furono
d’ispirazione nei vari episodi. Non ha nemmeno bisogno di essere citata, ad esempio, la
celeberrima eloquenza di Odisseo, dono prezioso fornitogli dagli dei, quasi si trattasse
della forza o della bellezza concesse ad altri eroi (Odissea, VIII, 167-175).
Nel IX libro dell’Iliade, solo per citare qualche altro esempio, gli ambasciatori inviati da
Agamennone cercano di convincere Achille a tornare a combattere e le loro perorazioni,
secondo Quintiliano (Instit. Oratoria, X, I, 46) meritano di essere studiate:
XLVI. Igitur, ut Aratus ab Ioue incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero
uidemur. Hic enim, quem ad modum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus
initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit. Hunc nemo in
magnis rebus sublimitate, in paruis proprietate superauerit. Idem laetus ac pressus,
iucundus et grauis, tum copia tum breuitate mirabilis, nec poetica modo sed oratoria
uirtute eminentissimus.
XLVII. Nam ut de laudibus exhortationibus consolationibus taceam, nonne uel nonus
liber, quo missa ad Achillem legatio continetur, uel in primo inter duces illa contentio uel
dictae in secundo sententiae omnis litium atque consiliorum explicant artes?
Il mondo omerico, tuttavia, aveva ereditato da altre culture il significato ed il potere
della parola, e non ne comprendeva appieno le potenzialità.
La prosa greca, possiamo dire, nacque a Mileto, ad opera dello storico ( logografo )
Ecateo, del quale sappiamo che fu il primo che, riferendosi alla propria opera, non
utilizzò il verbo adw, ma il verbo grafw, nel senso di “scrivere”. Ancora nel V secolo, la
prosa di Erodoto non si sarà allontanata molto dalle radici dell’oralità, conservando una
struttura sovente paratattica, caratterizzata da frequenti opposizioni men - de, dovute
alla finalità stessa dell’opera, destinata appunto ad essere letta pubblicamente in
occasione di manifestazioni religiose o sportive. Si dovette attendere l’affermarsi della
struttura della polis, con tutto il suo corollario di attività giuridiche e politiche, perchè la
retorica divenisse un’arte. I grandi statisti erano obbligatoriamente grandi oratori e
sapevano come convincere il popolo a seguire la propria volontà politica ( e a soddisfare
le proprie ambizioni ): è sufficiente ricordare Solone, Pisistrato, Temistocle o Pericle.
Numerosissime erano poi le occasioni della vita sociale della polis greca in cui mettere a
frutto l’arte della parola: le feste religiose, a carattere pubblico, e poi gli eventi sportivi, i
processi e le riunioni delle assemblee per il governo delle città stesse.
Il passaggio alla “prosa d’arte” – secondo le parole di Norden, La prosa d’arte antica -,
cioè ad un periodare “artisticamente articolato”, si dovette tuttavia al sofista Gorgia di
Leontini, giunto ad Atene nel 427 come ambasciatore della sua città contro la rivale
Siracusa, che diede forma a quella “protoretorica” iniziata dai suoi predecessori siciliani,
Corace e Tisia, circa 50 anni prima. La “protoretorica” si occupò probabilmente di dare
ordine alla prosa, intervenendo sulla sintassi (taxis) del discorso e fissando le parti che
devono comporre l’orazione, dall’esordio all’epilogo. Gorgia, invece, spostò l’attenzione
soprattutto sull’elocutio, privilegiando l’aspetto “paradigmatico” della retorica, ovvero le
figure, le simmetrie ed ogni altro espediente che potesse contribuire ad accrescere la
psicagogia della parola.
Fu dunque la scuola di pensiero nata con la sofistica a dare il via ad una sorta di
arricchimento del lato più tecnico e formale della retorica, ed in questo modo l’oratoria
venne in seguito ad assumere caratteristiche distinte e ben precise in base alle finalità
verso le quali era diretta. Si formarono così i “generi” specifici della retorica: quello
giudiziario, tipico delle perorazioni nei tribunali; quello deliberativo, praticato dagli
oratori politici per convincere le folle a seguirli, ed infine quello epidittico (detto anche
dimostrativo), che veniva impiegato in massima parte durante le occasioni a carattere
ufficiale e che trovò impiego anche per la creazione di discorsi fittizi, utile strumento di
esercizio per il retore consumato e più tardi semplice componimento “di maniera”.
Nacque in questo modo la figura del retore sofista, che si poneva (e si propagandava, per
vendere meglio la propria attività professionale a chi ne faceva richiesta) quasi come un
“professionista della parola”. Sfruttando, dunque, l’inconoscibilità del vero ed il fatto che
– come sostenevano gli stessi sofisti – sempre fosse possibile dimostrare ogni
proposizione e poi il suo contrario, il retore sofista finì per vendere la sua arte alla difesa
non del vero, nè del giusto, ma piuttosto del verisimile (e dell’utile), come abbiamo già
notato chiamando in causa le contrapposte visioni di Platone e di Aristotele.
Con il subentrare ed il successivo affermarsi di questa scuola di pensiero, la primigenia
oratoria venne a suddividersi in due filoni distinti, dando vita alle professioni di retore e
di logografo. Quest’ultimo termine, nel secolo VI e all’inizio del V a.C., soleva
comunemente essere riferito agli scrittori di prosa, ed in particolare e in particolare a
quegli autori che si erano occupati dei primi lavori di storiografia. La nuova connotazione
del termine logografo, invece, passò ad indicare chi, grande esperto di diritto e
soprattutto fecondo oratore, dotato di grande tecnica ed abilità persuasoria, vendeva
questa sua particolare capacità a quanti, venutisi a trovare coinvolti in un processo e
mancando della necessaria cultura od eloquenza per sostenere da soli – come richiesto
dall’uso dei tribunali greci, dove mancava la figura di quello che oggi diciamo avvocato -
l’arringa d’accusa od il discorso a propria difesa, ne richiedevano l’aiuto.
Viceversa, fu detto retore chi si presentava in assemblea e, facendo leva sulle proprie
capacità oratorie, sulla propria influenza ed immagine pubblica, sulla propria cultura e
rispettabilità, cercava di guidare dalla propria parte (o da quella di suoi amici o compagni
politici) l’opinione popolare. Retore fu anche Apuleio, e nel suo caso potremmo tradurre,
in base a quanto sappiamo della sua attività di oratore ed in base al preciso contesto
culturale in cui si mosse, il termine retore come “conferenziere”, e retore fu anche
Agostino, fino a diventare, dopo il trasferimento a Milano, retore ufficiale della città.
Certamente i discorsi dei grandi oratori, forse perchè fossero conservati, oppure perchè
servissero di esercizio per gli allievi che si avviavano a seguire l’esempio dell’illustre
maestro, presero presto ad essere trascritti, e questo segnò il definitivo trionfo dell’arte
oratoria, che venne successivamente codificata in un insieme ben preciso di regole,
allontanandosi per sempre dalla sua origine orale, legata in un certo modo al potere
magico della parola.
Gli oratori attici
Una parola a parte meritano i grandi oratori attici. I testi della tradizione dell’oratoria
attica a noi pervenuti sono per la quasi totalità del genere giudiziario, poichè le sole
orazioni a carattere non giudiziario sono quelle di Demostene. Una ragione può
essere dovuta al fatto che spesso in assemblea l’oratore improvvisava senza recitare
un testo preparato in precedenza, ma riferendosi piuttosto “a braccio” ad un
repertorio di luoghi comuni e figure pronti all’uso. Significativa, a questo proposito, è
l’indiretta testimonianza dello storico Tucidide, che, citando i discorsi diretti di grandi
statisti (da Pericle ad Alcibiade, da Cleone a Nicia), afferma di non averli potuti
ricostruire a memoria e di essersi limitato a ricostruirne il senso generale,
evidentemente perchè queste orazioni non avevano ricevuto una sistemazione scritta.
Plutarco afferma inoltre che Pericle non aveva lasciato nulla di scritto (Per. 8,6), e
Platone aggiunge che i cittadini più illustri si vergognavano di lasciare testimonianze
scritte, temendo di essere poi chiamati “sofisti” (Fedro, 257d).
Ai tempi di Demostene, tuttavia, già la situazione si era modificata e la professione di
retore è divenuta stimata e temuta, intrisa di una precisa connotazione politica: i
rethores più influenti sono circondati da alcuni oratori minori (come Iperide, ad esempio)
e talvolta vengono a scontrarsi con i “cani del popolo”, che si pongono come difensori del
popolo dagli attacchi dei “lupi”, cioè degli oratori maggiori.
Per quanto riguarda i discorsi concepiti appositamente per essere letti e non recitati in
pubblico, sappiamo che anche questi ultimi in realtà finivano spesso per essere recitati
alla presenza di un pubblico ristretto, interessato al valore artistico della composizione
letteraria: questo fatto giustifica la maggiore elaborazione di questi testi rispetto a quelli
effettivamente destinati ad essere pronunciati in pubblico. Ecco spiegata la differenza tra
le orazioni di Demostene, che si ritiene – ma non unanimemente – siano stati
effettivamente pronunciati in pubblico, e quelle di Isocrate, che compose invece discorsi
epidittici destinati alla recitazione.
Particolarmente interessanti sono i Proemi di Demostene, che consentono di
comprendere il metodo di lavoro impiegato dal grande oratore: come ricorda anche
Plutarco (Dem 8,5), Demostene parlava tenendo pronte solo delle parti dei suoi discorsi,
“nè improvvisando completamente, nè avendo un testo tutto scritto”. I Proemi
costituirebbero appunto questi parziali svolgimenti, utili per preparare il discorso.
Per quanto riguarda i discorsi giudiziari superstiti, pare che essi non siano predisposti
per un’edizione, perchè accennano senza citarle alle leggi che sicuramente venivano poi
lette direttamente in tribunale e si parla sovente della clessidra che andrebbe arrestata
per leggere i documenti: queste ed altre osservazioni fanno presumere che queste
orazioni non nacquero per essere pubblicate. In effetti, i discorsi giudiziari ottenevano la
loro prima pubblicazione quando passavano di mano dal logografo al cliente. Quattro
sono le raccolte superstiti di orazioni giudiziarie: Demostene, Isocrate, Lisia e oratori
minori. Spesso, tuttavia, questi discorsi arrivavano presso i librai per essere pubblicati
quando erano stati già usati dai clienti dei logografi, e magari modificati ed alterati anche
nelle loro linee essenziali: i librai, senza dubbio, provvedevano comunque ad attribuirli al
celebre logografo per incrementarne le vendite.

Bibliografia
 R.Barilli, Retorica, Milano, 1979
 Aristotele, Retorica
 R. Barthes, La retorica antica, Milano, 1972
 L.Canfora , Gli oratori attici, in La storia e la civiltà dei Greci, Milano, 1979
 Appunti di storia greca
 Norden, La prosa d’arte antica
 Omero, Iliade
 Omero, Odissea
 Plutarco, Vite parallele
 R. Flacelière, La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle
 Demostene, Orazioni
 L.Canfora , Gli oratori attici, in La storia e la civiltà dei Greci, Milano, 1979