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L'impero romano?

Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

Arriva da noi il libro che ha diviso la Francia per il polemico parallelo tra il passato e oggi

Rino Cammilleri - Ven, 30/09/2016 - 08:21

Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell'Impero
Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg. 624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha
sollevato un putiferio.

Perché? Perché l'autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo
demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse
l'economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l'immigrazione massiccia. Che però si
trascurò di governare.

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò
politicamente corretti d'oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è
settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai
retto: non fu il cristianesimo a erodere l'Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova
religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L'Impero cessò
ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione.
Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che
combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati
(inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino
demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di
lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la
plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e
della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi
alte si diffuse l'edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono
contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant'è che Augusto dovette emanare leggi contro il
celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l'omosessualità era aumentata in
modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo
Augustolo, l'ultimo imperatore d'Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l'aborto
aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era
diventato l'estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure
periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di
gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n'era sempre meno. Le regioni di confine
divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell'altra parte. Si pensò allora di
arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le
frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi
perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano
germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all'espansione era
cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c'era poco da
depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li
sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più
facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35%
della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati,
abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il
romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché
debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale
con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi
rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi
si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente
estinte. L'unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una
civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all'idea che l'aveva
edificata. Troppo sinistro è il paragone con l'oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni
Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello
nella piaga: i barbari che presero l'Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la
superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione,
ripristinarono l'Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I
quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?

Così crolla una civiltà

Denatalità, aborto, celibato, divorzio, malthusianesimo: ecco perché è finito l’Impero romano
Lo storico francese De Jaeghere racconta l’epoca del disincanto che tiene di mira l’occidente

di Giulio Meotti | 16 Agosto 2016 ore 09:22

Thomas Cole, “La distruzione dell'Impero romano” (particolare), 1836 (New York, Historical
Society). Il dipinto, allegorico, è ispirato al sacco di Roma del 455 a opera dei Vandali

Prima fu Montaigne, che nel freddo inverno del 1580 a Roma si guarda intorno e riflette sulla
“grandezza infinita” soffocata sotto quei ruderi. Poi Piranesi e Goethe, che si soffermano davanti
alle rovine del Foro romano, alle occhiaie vuote del Colosseo, all’immensità delle Terme di
Caracalla. Due secoli dopo, davanti a quella stessa maestà indistruttibile, fu Edward Gibbon a
interrogarsi sui motivi che portarono alla fine del maggior impero della storia, a descriverne il
rapido declino e l’agonia. Passano altri due secoli e uno storico inglese, Michael Grant, individua
le somiglianze fra Roma e l’occidente: i ricchi, come allora, enormemente ricchi, che si distaccano
dal tessuto sociale; la borghesia che perde ogni capacità di resistenza; la burocrazia che si
estende in modo incontrollabile; la classe politica che vive isolata dai sentimenti delle masse. Le
orde dei barbari, i fantasmi delle province periferiche, le ville dei senatori egoisti, i fragori degli
scontri religiosi e razziali passano ammonitori, costantemente tenendo di mira il presente.
L’idea del declino occidentale spiegato attraverso la storia di Roma non è affatto nuova. Dopo la
Prima guerra mondiale, un insegnante tedesco prematuramente in pensione di nome Oswald
Spengler aveva pubblicato il primo volume di uno dei libri più influenti del secolo, “Der
Untergang des Abendlandes”, tradotto come “Il tramonto dell’occidente”. Un testo accantonato
nella seconda metà del secolo, troppo turgida la sua prosa, troppo acceso il suo debito nei
confronti di Nietzsche, troppo evidente la sua influenza sui nazisti. Poi, fino al crollo dell’Unione
sovietica, gli storici si sono concentrati su quello che lo storico britannico J. M. Roberts ha
chiamato “Il trionfo dell’occidente”, in un libro pubblicato nel 1985. Vi è stata poi la consolidata
tradizione liberal espressa da Gore Vidal nel suo “Declino e caduta dell’impero americano”, il
rischio che gli Stati Uniti potessero fare la fine di Roma, la paura che le istituzioni repubblicane
potessero essere danneggiate da una presidenza imperiale.

Adesso Roger-Pol Droit, classe 1949, accademico francese e filosofo di fama internazionale,
affronta l’argomento in uno strepitoso saggio di copertina della rivista Le Point, dove campeggia
l’immagine di Roma in rovina. “Francia, Belgio, Germania, si moltiplicano gli attacchi terroristici”,
scrive Roger-Pol Droit. “Mentre aumenta il numero delle vittime, l’impotenza e la fragilità della
nostra civiltà, la sua usura e il suo declino, hanno cominciato a perseguitarci”. Ovunque ci sono
segni di frattura: “I jihadisti hanno condotto l’assalto contro le libertà delle democrazie laiche. Le
nostre paure sono innumerevoli: pandemie, invasioni, cambiamenti climatici, veleni alimentari,
estinzione delle specie… Il caos e le lacrime occupano l’immaginario collettivo, ormai saturo di
confronti simbolici. Forse un giorno parleranno di noi come si parla dei dinosauri: un universo
strano, andato, inghiottito. Non appena ci guardiamo indietro, che spettacolo! Civiltà scomparse
hanno lasciato dietro di sé macerie, capolavori e domande per lo più senza risposta”.

Roger-Pol Droit fa l’esempio di otto civiltà perdute, oltre a Roma. Come la Mesopotamia, il
territorio dell’Iraq moderno, dove più di tremila anni prima di Cristo la civiltà sumera aveva
inventato la scrittura, i contratti commerciali, e altri fattori chiave del progresso. “Rivolte e
rovesci militari possono essere la causa della sua morte”. C’è la storia di Creta, l’isola del re
Minosse, che “ha visto una fiorente civiltà i cui palazzi, scritture, metallurgia, ceramica e
terracotta, affreschi e raffinatezza non hanno smesso affascinare Arthur John Evans. Le ragioni
della sua scomparsa sono controverse e i terremoti non sono più considerati una spiegazione
sufficiente”. Ci sono gli Olmechi del Messico: “Le cause della loro scomparsa rimangono
sconosciute”. Si passa dagli Etruschi ai Nabatei di Petra, la capitale scavata nella roccia. Per
arrivare al regno Khmer: “Questo vasto impero sembra essere crollato sotto una combinazione di
eccessiva burocrazia, immigrazione e impoverimento del suolo”. E per concludere con gli Anasazi
in America (“sappiamo solo che i loro villaggi furono abbandonati molto tempo prima dell’arrivo
degli europei) e l’Isola di Pasqua nel Pacifico: “Abitata, fiorente, poi abbandonata per ragioni che
sono ancora oggetto di discussione”.

Le civiltà muoiono dall’esterno o dall’interno? Questo è il quesito più affascinante e riguarda


anche l’occidente contemporaneo. “La loro scomparsa è il frutto di aggressioni esterne (guerre,
disastri naturali, epidemie) o la conseguenza di una erosione interna (decadimento,
incompetenza, scelta disastrosa)?”, si chiede Roger-Pol Droit. Arnold Toynbee, nel secolo scorso,
è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”. Questa formula dello
storico britannico, autore di uno studio monumentale di storia in dodici volumi, pubblicati dal
1934 al 1961, è diventata celeberrima. Lo studioso francese René Grousset ha sviluppato la
stessa idea: una civiltà è distrutta dalle proprie mani. “Nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno
senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno
senza essersi precedentemente autodistrutto”, scriveva Grousset. “E una società, una civiltà non
si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere,
quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.

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demografico, l’inverno Il declino dell’impero americano La guerra culturale si ferma a Notre
Dame L’ingegno italiano dello zar Mia cara America, stai perdendo la tua identità Numeri utili
all’occidente affinché smetta un po’ di piangersi addosso Perché il relativismo culturale
dell’occidente presta il fianco all’assolutismo islamista Riarmare moralmente l’occidente Solo la
nazione cristiana può integrare l’islam Nel 2005, Jared Diamond, professore di geografia presso
l’Università della California, nel suo libro “Collapse” indica cinque fattori principali di mortalità
delle civiltà, in testa il cambiamento climatico. E’ il caso dei vichinghi, che in Groenlandia
prosperarono per quattro secoli, prima di degenerare rapidamente, fra violenze e carestie,
rimanendo infine vittime della loro insipienza. C’è invece chi, come l’americano Joseph Tainter,
autore del celebrato saggio “The Collapse of Complex Societies”, sostiene che a causare il crollo
delle civiltà, come Roma, siano sistemi istituzionali sempre più costosi, la svalutazione
monetaria, il debito pubblico, la tassazione e l’eccessiva regolamentazione. “Ogni civiltà ha la
tendenza a credersi eterna”, scrive Roger-Pol Droit. “Non prevede la fine, tranne la nostra”.
Roma, per esempio, non ha mai pensato che il suo regno si sarebbe estinto. Le generazioni
hanno visto un mondo che si stava disintegrando, ma per secoli, nonostante lo scricchiolio,
l’edificio sembrava immortale. “Ci sono solo tre possibili ipotesi”, conclude il filosofo francese. “Il
più ottimista in cui ci si illude che la nostra sopravvivenza sia altamente probabile. Il più
pessimista: la nostra terra un giorno non lontano sarà fredda come la luna. L’ipotesi più
plausibile è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito”.

Un altro storico francese, Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel suo libro di
seicento pagine “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, spiega che la vera grande causa della
caduta dell’impero fu l’implosione demografica. Il volume è stato appena tradotto in italiano
dalla casa editrice Leg, nella bella traduzione di Angelo Molica Franco. De Jaeghere spiega che “a
partire dal Terzo secolo il declino demografico divenne evidente”. Non ci fu soltanto la “peste
antonina”, che imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. La crisi economica, l’insicurezza, il
brigantaggio, scoraggiarono la natalità, che smise di garantire anche il semplice rimpiazzo delle
generazioni. In Gallia la popolazione era regredita del venti per cento. “Le famiglie erano fragili e
poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata.
Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una
densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivono
dall’altro lato del confine un’attrazione irresistibile. La perdita della pietas si tradusse, da dopo
l’apogeo dell’Alto Impero, in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del
mondo romano. Se si arrivò a reclutare i barbari nell’esercito, a donare loro delle terre, se si
cercò di imprigionare i popoli sotto un giogo fiscale, amministrativo e finanziario, fu in gran parte
perché il censo ogni cinque anni costringeva le autorità a constatare che la popolazione romana
diminuiva di continuo, persino nelle provincie non esposte all’invasione e alla guerra”.
L’archeologia porterà alla luce cimiteri in luoghi dove due secoli prima esistevano alcuni dei più
prestigiosi edifici della vita urbana. “L’impero d’occidente non aveva più una popolazione
sufficiente e quindi meno ricchezze per affrontare lo sforzo sovrumano che richiedeva, in termini
di uomini e di denaro, la difesa del suo vasto territorio e delle sue lunghissime frontiere”.
Augusto aveva promulgato delle leggi contro i celibi (riguardavano solo i cittadini romani, quindi
in sostanza solo la popolazione italiana). Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di
un’Italia in cui “pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città”.

La crisi demografica accasciò l’impero nei primi due secoli della nostra èra: “Nell’età dell’oro
dell’Alto Impero, all’apogeo della civiltà. Il divorzio era diventato una pratica comune tra le élites
alla fine della Repubblica, sotto l’influsso dei costumi ellenistici”. La contraccezione era praticata
in tutta la scala sociale: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere
soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel ‘Satyricon’ di
Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai
banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Le fonti
letterarie ci informano della varietà dei metodi utilizzati: amuleti e pozioni magiche, periodi di
astinenza, impacchi o beveroni a base di noce di galla, di ferola erubescente, di artemisia, di
scorza di melograno, di polpa di fico secco. “Nel II secolo l’aborto, che fino ad allora veniva
praticato per far sparire bambini nati da amori clandestini, si estese a grande scala tra le coppie
dell’alta società. L’infanticidio di una creatura non riconosciuta dal padre non veniva punito dalla
legge. L’omosessualità era diffusa”. Se lo spopolamento venne aggravato dalle epidemie di peste
scoppiate ai tempi di Marco Aurelio e di Claudio II, oltre che dai cinquant’anni di guerra e di
distruzioni del III secolo, questo tuttavia non fu solo la conseguenza della crisi dell’impero, “ma
anche lo specchio di un disincanto, il frutto di un materialismo che portava a ritenere la famiglia
una forma di schiavitù, il bene comune una chimera e la felicità di vivere senza obblighi, invece,
come il fine supremo dell’esistenza”. Per dirla con Papa Benedetto XVI, “il disfacimento degli
ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo che ad essi davano forza,
causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza
pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando”. Michel De Jaeghere spiega ancora che “i
privilegiati praticavano un malthusianesimo che garantiva loro di soddisfare la propria arte di
vivere, i contadini evitavano gravidanze che li avrebbero fatti vivere nell’imbarazzo, le masse
urbane li imitavano per preservare il livello di vita che veniva loro assicurato, senza eccessivo
sforzo, dagli aiuti e dalle distribuzioni statali”. Una serie di leggi d’ispirazione cristiana tentò, nel
IV secolo, di rilanciare la demografia: con impedimenti al divorzio, multe per la rottura dei
fidanzamenti, repressione degli stupri, dei rapimenti, dell’omosessualità, dell’adulterio, senza
che in apparenza si ottenesse alcun risultato. “Si stima che il tasso di fecondità delle famiglie
aristocratiche non fosse superiore a 1,8 figli per donna, nel IV secolo”. Appena un po’ meglio di
quello dell’Europa di oggi (1,5).

Michel De Jaeghere conclude indicandoci Roma come un monito: “Possiamo stare tranquilli
davanti allo spettacolo della nostra prosperità senza precedenti, delle nostre tecnologie sempre
più sofisticate, di un mondo le cui connessioni virtuali danno l’illusione dell’onnipotenza.
Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di
occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo
(la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua
potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva
scelti per assistere all’affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non
soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il
disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di
crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da
avvertimento”.

Edward Gibbon nel suo capolavoro sul crollo dell’Impero romano indica il ruolo decisivo giocato
dall’islam, che prima diede un colpo mortale al ramo d’occidente avanzando in Francia fino a
Poitiers (732), e che poi fece crollare quello d’oriente con la presa di Costantinopoli (1453).
Siamo al terzo capitolo di questa saga?