Você está na página 1de 9

STUDIO E RICERCA

Le parole sono importanti:


ecco i segreti di un linguista
che tornano utili a tutti
• Home

• Cultura Digitale

Condividi questo articolo

Studiare la lingua e le parole è come mettersi degli


occhiali che permettono di vedere la realtà che ci attornia
con nitidezza sempre maggiore. Ed è divertente anche.
Ecco allora spiegato come lavora un linguista, quali sono i
suoi strumenti e perché tutti dovremmo avere la curiosità
di non smettere mai di imparare
13 ore fa
Vera Gheno
docente universitaria, membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia
della Crusca
Ho sempre avuto difficoltà a rispondere alla domanda “Che lavoro fai?”, tanto più
quando dichiaro di essere una linguista, per l’esattezza una sociolinguista. E proprio per
spiegare in cosa consiste il lavoro di ricerca linguistica – nel mio caso soprattutto, ma
non solo, ai fini della consulenza per il largo pubblico – ho pensato di scrivere questo
breve pezzo in cui illustro alcuni esempi di come mi capita di lavorare.

Indice degli argomenti


Anche un linguista non finisce mai di imparare

Poniamo di partire da una domanda fatta da una persona su uno specifico argomento
linguistico. Va fatta una premessa: un linguista non dovrebbe mai considerare banale
nessun dubbio, perché può sempre portare a un arricchimento, a una scoperta, anche in
termini di false convinzioni che noi stessi potevamo avere. La formazione in campo
linguistico, infatti, è continua. Impropriamente, forse, ma in maniera visivamente
efficace, si potrebbe dire che la conoscenza linguistica è come un frattale: ogni piccola
questione, se analizzata nel dettaglio, mostra profondità e complessità inaspettate; un po’
come quando si smuove un grosso sasso in un prato e sotto si scoprono piccoli mondi di
radici e insetti. Non arriva mai, credo, il momento in cui uno possa dire “ora so
tutto”. Quindi, tolta di mezzo la tentazione di esclamare “ma che domanda sciocca!”
(quella, normalmente, è la reazione dei non-linguisti!), si inizia a lavorare sulla risposta.

L’importanza del dizionario

Un primo aiuto arriva quasi sempre dai dizionari dell’uso, cioè quelli che si occupano
della lingua del presente. Ci sono anche altri tipi di dizionari, lo vedremo tra un attimo.
Oltre a quelli cartacei, in rete esistono ottimi dizionari, per esempio il Nuovo De Mauro,
il Sabatini-Coletti oppure lo Zingarelli, che è a pagamento (ma che è un ottimo
investimento, dato che viene costantemente aggiornato). Con la consultazione dei
dizionari si acquisisce il significato registrato dai lessicografi della parola che ci
interessa, ma anche la sua sillabazione, la pronuncia, la data di ingresso in italiano,
la sua provenienza. Si veda, come esempio, questa schermata tratta dallo Zingarelli
2019.

La scheda ci dice che spoilerare deriva da spoiler; la sua data di nascita (cioè la prima
attestazione nell’italiano) è il 2005 (spesso le indicazioni etimologiche sono tra parentesi
quadre). Scopriamo, poi, che è un verbo transitivo (cioè, regge un complemento
oggetto: io spoilero qualcosa). Si legge anche che è un verbo gergale, ossia usato solo in
alcuni contesti circoscritti. Segue la definizione e, in corsivo, un esempio d’uso.

Più dizionari è meglio

Si fa una consultazione incrociata di vari dizionari per avere più fonti. Se si hanno a
disposizione dizionari più vecchi, conviene controllare anche quelli: si può così scoprire
in che anno una certa parola è stata registrata nel dizionario, o se nel corso degli anni ha
cambiato definizione: i vocabolari, infatti, possono indicare una certa data come prima
attestazione di un termine in italiano, ma la registrazione della stessa parola nel
dizionario è quasi sicuramente successiva di molti anni. Una cosa, infatti, è la prima
attestazione (ossia, il primo testo in cui si rinviene un certo termine); una cosa è il
suo ingresso nel vocabolario (che avviene quando il suo “peso statistico” nell’uso è
sufficiente).

Un esempio: nello Zingarelli 2019 viene registrata per la prima volta la


parola antitutto ‘che (o chi) si oppone sistematicamente a ogni iniziativa o proposta’, ma
il termine non è nuovo: la sua prima attestazione, stando sempre alla stessa fonte, risale
al 1927. Fino al 2018, tuttavia, questa parola non era così diffusa nell’uso da “meritare”
l’ingresso nel dizionario. Quindi, quando si parla dei neologismi inseriti nel
vocabolario, non si fa per forza riferimento a parole nuove di zecca, ma a parole
che si sono diffuse nell’uso in un certo momento storico, magari nate anche molti
anni prima.

E sì, talvolta i dizionari differiscono nelle loro informazioni, soprattutto quelle


etimologiche (mentre solitamente sono simili nelle definizioni, dato che tutti tendono a
una maggiore scientificità e quindi obiettività delle stesse). Questo dipende anche dal
fatto che, essendo a disposizione in rete sempre più fonti cartacee digitalizzate, succede
spesso che i linguisti “scovino” delle retrodatazioni, ossia dei testi in cui compare una
certa parola precedenti a quelli già noti. Insomma, trovare date di nascita diverse di
una parola non solo da un’opera lessicografica a un’altra, ma anche da un’edizione
a un’altra dello stesso dizionario, non deve stupirci più di tanto: i lessicografi sono
esseri umani e non hanno superpoteri, e lavorano con la maggior precisione possibile sui
testi che hanno a disposizione.

Quindi, non è che il dizionario sbagli a indicare una data magari più recente rispetto a
un’attestazione che abbiamo rinvenuto noi grazie a Google Libri; semplicemente,
quando è stata compilata quella voce, la fonte che abbiamo trovato noi non era ancora
consultabile, o il lessicografo non l’aveva trovata.

Non tutti i dizionari sono uguali

Come accennavamo poco fa, esistono i dizionari dell’uso o sincronici che si occupano
di “mappare” la lingua del presente: le parole diffuse nel lessico di una lingua in uno
specifico momento storico, cioè la contemporaneità.

Non sono, però, gli unici dizionari esistenti. Il dizionario storico, ad esempio, si occupa
di descrivere la storia di una parola dalla sua nascita al presente, quindi darà esempi del
suo uso nel corso degli anni, dei decenni o dei secoli, per illustrare in che modo è stata
usata quella parola dai nostri antenati. Il dizionario etimologico, invece, si occupa del
momento della nascita di una parola, e fornirà quindi molte informazioni inerenti a
questo specifico momento della vita di un lemma. Anche questo dà molti frutti, spesso
insperati! L’etimologia, infatti, ci permette di “entrare dentro” alla parola, capirne la
costruzione e anche carpirne i segreti.

Facciamo alcuni esempi concreti: risulta controintuitivo, inizialmente,


che sia movibilesia amovibile vogliano dire ‘che può essere mosso’, e che il suo
contrario, cioè ‘che non può essere mosso’ è inamovibile; ma se andiamo a vedere
l’etimo dei due verbi, scopriamo che in latino esistevano sia moveo ‘muovo’
sia amoveo ‘rimuovo’: in questo caso il prefisso a- non è privativo, come
in acefalo ‘senza testa’ o apolide ‘senza cittadinanza’, ma può corrispondere alla
preposizione latina a, ab che significava da.

Altro esempio: fegato, in latino, si diceva iĕcur, parola che si è completamente persa, in
italiano: perfino i termini medici vengono da altrove, cioè dal termine greco hepar,
genitivo hepatos (cfr. epatite). Fegato, per uno scherzo della storia,
derivadall’espressione (iĕcur) ficātu(m), ovvero ‘fegato (d’oca) ingrossato con
un’alimentazione a base di fichi’. La parte principale dell’espressione, il
sostantivo iĕcur, si è persa, mentre dall’aggettivo ficātu(m), letteralmente ‘a base di
fichi’, è venuto fuori il termine italiano fegato.

Esistono anche altri tipi di dizionari: quello inverso, che mette le parole in ordine
alfabetico partendo dalla fine della parola, e non dall’inizio, oppure quelli bi-
tri- o multilingui, che traducono le parole da una lingua all’altra, o tra più lingue.

È chiaro che un dizionario più recente sarà più aggiornato di uno meno recente: la
lessicografia è fatta così, procede per approfondimenti successivi. Nulla di strano,
dunque, se uno Zingarelli 1996 e uno Zingarelli 2018 dessero informazioni diverse: vuol
dire che nel frattempo la ricerca è andata avanti. Un dizionario etimologico
consultabile in rete, ad esempio, è il Pianigiani, il cui nucleo risale alla prima metà
del Novecento: contiene voci molto interessanti, ma se abbiamo a disposizione anche
dizionari etimologici più nuovi, come il Cortelazzo-Zolli (in sigla: DELI, Dizionario
Etimologico della Lingua Italiana), vince, ovviamente, il secondo, in quanto a
scientificità. Allo stesso modo, che una parola non sia registrata in un dizionario dell’uso
di vent’anni fa non esclude che lo sia in un dizionario più recente: non fate come quello
che scrisse, arrabbiatissimo, all’Accademia della Crusca, per lamentarsi del fatto che il
“Dizionario della Crusca” non contenesse l’importantissima parola computer, dato che al
momento l’edizione più recente del Vocabolario degli Accademici della Crusca è la
quinta, pubblicata fino al 1923… difficile trovarci dentro una parola nata più
recentemente di quell’anno!

Anche consultare i dizionari è una piccola scienza

In breve, anche consultare i dizionari è una piccola scienza: impariamone le basi ed


evitiamo di fare figuracce, come tutti quelli che si scagliarono, nel 2018,
contro ammartaggio, che significa ‘atterraggio su Marte’: il 26 novembre, giorno in cui
la sonda Insight è atterrata sulla superficie del pianeta rosso, sono fioccate in rete le
proteste per l’ennesimo neologismo.

Ricorrendo a un vocabolario si sarebbe scoperto che la parola è tutt’altro che nuova, e


che le sue prime attestazioni risalgono alla fine degli anni Sessanta. Pazienza che a molti
non piaccia (e che molti si lamentino chiedendosi come chiameremo l’atterraggio su
Giove: aggiovaggio?); se i tecnici del settore aerospaziale e gli astronauti usano il
termine, evidentemente a loro fa comodo. Samantha Cristoforetti, in varie interviste,
ha parlato anche di accometaggio in riferimento all’atterraggio di una sonda su una
cometa! E per chi ricorda che atterraggio non si riferisce alla Terra con la maiuscola,
ma alla terra in generale, e quindi non va bene già di per sé per indicare la discesa su un
pianeta, giova ricordare che non c’è nulla di strano se una parola già esistente riceve un
nuovo significato: è esattamente quanto successo ad atterraggio, con buona pace di chi
storce il naso. L’indignazione per i neologismi, o per gli pseudo-tali, non passa mai
di moda!

Professor Google (ma con giudizio)

Parallelamente, anche Google può darci molti spunti interessanti. Mentre il dizionario
fornisce informazioni “istituzionali”, Google ci mostra se e come un certo termine,
una costruzione, un modo di dire sono usati dalle persone. Magari, per esempio,
esistono delle accezioni nuove che in rete (e quindi nell’uso) sono molto diffuse, mentre
non sono ancora registrate nei dizionari: si potrebbe citare il caso di migrare usato in
modo transitivo (migrare i dati da un server all’altro, migrare la rubrica dal vecchio al
nuovo cellulare) che in quasi tutti i dizionari, nel 2019, ancora non si trova. Ma allora, la
dobbiamo considerare errata? Ai post(eri) l’ardua sentenza (!).

Inoltre, grazie a Google, si possono trovare altre fonti dove è stata analizzata la
stessa questione: Treccani, lezioni universitarie, blog specialistici… Occorre poi
decidere quali risultati possono aggiungere dati alla ricerca, e quali invece sono fonti
secondarie, o che magari forniscono dati imprecisi.

A proposito dei dati linguistici desunti da Google, c’è un caso recente molto interessante,
che in parte si riconnette alla questione della linguistica ingenua di cui parlavamo sopra:
quello del significato dell’espressione in bocca al lupo e, di conseguenza, di come sia
giusto rispondere a questo augurio. Mentre per decenni nessuno ha avuto dubbi nel
rispondere crepi il lupo, da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che sia sbagliato augurare
la morte all’animale: il lupo, in particolare la lupa, prende tra le fauci i suoi piccoli per
proteggerli dal pericolo e spostarli, per cui l’augurio sarebbe benevolo, una specie di ti
auguro che il lupo si prenda cura di te come dei suoi cuccioli, al quale, di conseguenza,
occorrerebbe rispondere viva il lupo.

Ora, per quanto questa versione “cruelty-free” possa attrarre, e risulti anche
apparentemente ben documentata in rete, con richiami magari agli indiani d’America, il
lupo, alle nostre latitudini, è sempre stato l’animale feroce e pericoloso per
eccellenza: si pensi solo alla sua presenza nelle fiabe, da quella di Cappuccetto
Rosso a molte altre.

Da una parte, esiste il (sacrosanto) desiderio di chi ama gli animali di “rileggere” la
storia in una maniera più consona al suo sistema valoriale; dall’altra, la fredda
oggettività dei dati documentali: il lupo è (percepito come) un animale cattivo. In bocca
al lupo è il classico augurio antifrastico: si augura il peggio per augurare il meglio.
In inglese si dice break a leg ‘rompiti una gamba’, gli ungheresi, ancora più estremi,
augurano rottura di gambe e braccia (kéz- és lábtörést): il tutto per dire “buona
fortuna”. Quindi no, per quanto la rete possa darci ragione in questo tentativo di
rilettura (e di pregiudizi parleremo anche altrove), non facciamoci fuorviare: a in bocca
al lupo è corretto rispondere crepi.

Wikipedia sì, ma come punto di partenza di una ricerca

Spesso, una ricerca in rete ci ricondurrà a una pagina di Wikipedia, che è una risorsa
preziosissima per chi naviga alla ricerca di informazioni: occorre solo saperla usare con
intelligenza. La sua forza è essere un’enciclopedia in cui le voci sono create e curate con
il principio del wiki: ogni persona che si ritiene competente può intervenire sul testo e
aggiungere informazioni, o migliorarne la forma. Questo fatto di essere un’enciclopedia
condivisa è anche il suo più grande punto debole: se tutti, infatti, fossero benintenzionati
e pienamente coscienti delle proprie competenze e dei propri limiti, non ci sarebbero
problemi, e ogni persona si metterebbe al servizio della collettività; purtroppo, non è
così: molte persone sono convinte di sapere, anche se non sanno (e sì che lo diceva
già Socrate, dell’importanza di sapere di non sapere…), altre, invece, sono guidate
da intenzioni diverse da quella, genuina, di far conoscere agli altri ciò che sanno: per
esempio, vogliono divulgare informazioni false, o tendenziose, o vandalizzare
volontariamente una voce a loro sgradita. Proprio per questi motivi, non possiamo, in
ogni momento, essere completamente certi della qualità delle informazioni fornite da
Wikipedia; e per quanto venga usata anche dagli studiosi come punto di partenza di
ricerche più accurate, per esempio consultando le fonti che le voci di questa enciclopedia
citano a loro volta come fonte, occorreimpiegarla con intelligenza e non affidarcisi
ciecamente: usiamo, insomma, Wikipedia come punto di partenza, non di arrivo, delle
nostre ricerche.

Altre fonti online e offline

Sono utilissimi per le ricerche linguistiche anche gli archivi online dei giornali: questi
ci aiutano a verificare come e quanto una parola sia stata usata nei quotidiani, che sono
spesso il mezzo attraverso il quale un certo termine o un modo di dire passano da una
nicchia al largo pubblico. Potrebbe essere il caso del già menzionato spoilerare per
‘rivelare un motivo centrale della trama di un film, un telefilm o un libro’: in uso sin
dagli anni Novanta sui primi pseudo-social network come i newsgroup o gruppi di
discussione telematici, ha dovuto aspettare di comparire sui giornali per poter aspirare
alla registrazione nei vocabolari…

È altrettanto utile il già citato Google Libri: lì si trovano dati interessanti sulla presenza
di una certa forma nei libri stampati digitalizzati da Google – che non sono certo tutti,
ma sono comunque moltissimi, e aumentano nel corso del tempo, dato che i programmi
di digitalizzazione dei testi sono continuamente in corso.

Dipende, sempre, dal tipo di quesito affrontato, ma esistono altri siti, database, dizionari,
repertori online che possono dare informazioni rilevanti: il Vocabolario del Fiorentino
Contemporaneo se si vogliono attestazioni di una parola dialettale fiorentina nell’uso
vivo (per esempio, ribollita); l’Urban Dictionary per vedere se magari un certo uso
italiano riflette un uso nello slang inglese, i già citati Vocabolari dell’Accademia della
Crusca (ma rigorosamente per attestazioni storiche!)… Ecco, a mo’ di esempio, una
testimonianza tratta dal VFC proprio riguardo alla voce ribollita (il linguista, oltretutto,
si diverte pure!):

La ribollita l’è una cosa sacra, a Firenze. Se permetti. Eh! Co i’ cavolo ner’ e ‘ fagioli. E
i’ pane. Cioè, quella è la minestra di cavolo e fagioli. La ribollita l’è i’ giorno dopo… te
l’ho già detto, tu lo dovresti avé già trovato registrato. Ora, si va nel ristorante, si chiede
la ribollita. L’è una cavolata, perché la ribollita non è un piatto, la ribollita è
nell’economia contadina, contadina perché ‘nsomma, i’ cittadino i’ cavolo un ce l’ha.
L’economia contadina non buttava via niente. Quindi avanzava, ma, se tu pensi che i
contadini icché mangiavano la mattina? Un piatto di ribollita riscaldata. Latte? Che l’è i’
latte? Caffè? Icché l’er’i’ caffè? La ribollita e un bicchier di vino. D’inverno. D’estate,
pane e cipolla. Buona la cipolla fresca.

Per quanto la rete contenga spesso le risposte di cui abbiamo bisogno, il linguista (in
erba e non) non può certo fare a meno della carta. Ci sono molte opere importanti che
esistono solo in cartaceo, altre che si trovano in rete, e occorre sempre lavorare
senza escludere a priori nessuna fonte. Il discorso si fa ancora più complesso quando
si desidera fare un ulteriore passo indietro e verificare i legami dell’italiano con le altre
lingue: in prospettiva storica, può servire un dizionario latino o greco (o il Romanisches
etymologisches Wörterbuch, o il Glossarium mediae et infimae latinitatis, ché non di
solo latino classico vivono le lingue!).

Può invece capitare di dover completare la ricostruzione storica di una parola


spulciando dizionari di altre lingue, come gli Oxford dictionaries, il Merriam-Webster,
ma anche dizionari francesi, tedeschi, spagnoli o magari di altre lingue; e ancora,
l’Online Etymology Dictionary o l’Encyclopaedia Britannica. Un esempio per tutti? La
rapida consultazione di un vocabolario di inglese ci farà scoprire che molti dei termini
inglesi che per noi, in Italia, hanno un significato specializzato che riguarda la rete,
come social network, influencer (da pronunciare ìnfluencer e non influèncer) o hater,
non hanno tale significato specifico per gli anglofoni: social network significa
semplicemente ‘rete sociale’; influencer ‘influenzatore’, come in Van Gogh has been an
influencer for all the painters of his era; hater è ‘uno che odia qualcosa’.
È interessante scoprire come l’italiano abbia preso dei termini inglesi e ne abbia
ristretto il significato; non è un processo nuovo, perché le restrizioni o gli ampliamenti
semantici sono tipici del passaggio dal latino al volgare. Un esempio
nell’esempio? Focus ‘focolare’ subisce un ampliamento semantico e passa a indicare
genericamente qualsiasi tipo di fuoco.

Senza dimenticare “la gente”

Infine, il linguista, ma soprattutto il sociolinguista, non dimentica l’importanza


della community (anche in questo caso, un termine con il quale indichiamo soprattutto le
comunità online): spunti interessantissimi possono venire forniti dalle persone, per
cui può avere senso fare una domanda ai propri amici su un social, ai membri di un
gruppo su Facebook che magari ha specifici interessi linguistici, e così via, ma anche ai
propri nonni, all’esperto di una certa disciplina o di un’arte (come a un fabbro, a un
macellaio…): il linguista può avere molte caratteristiche, ma non dovrebbe mai, mai
essere tronfio e pensare di bastare a sé stesso (perché con l’accento? Clicca sul
collegamento!). Nel suo lavoro, avrà sempre bisogno degli altri.

Non sembra, ma fare il linguista è anche divertente

I linguisti non produrranno longarine, nel senso che apparentemente il loro lavoro
non dà frutti pratici, ma fanno un lavoro degno dei cani da tartufo: continuamente
alla ricerca dell’informazione affidabile, della ricostruzione più precisa, dei dati più
aggiornati. Non sembra, ma è divertente. E permette di scoprire ogni giorno l’esistenza
di parole nuove, più precise, più icastiche, parola cara a Italo Calvino che la usa
in Lezioni americane, in riferimento alle parole che permettono «l’evocazione
d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […] dal greco εἰκαστικός;»;
Recentemente, ad esempio, ho scoperto che la bacca della rosa tecnicamente non si
chiamerebbe bacca (perché non è proprio una bacca!),
ma cinorrodo, cinorrodio o cinorrodonte. Poco tempo fa, che le spine dei temibili fichi
d’India non sono spine, ma glochidi. Insomma, studiare la lingua e le parole è come
mettersi degli occhiali che via via permettono di vedere la realtà che ci attornia con
nitidezza sempre maggiore. Sarà per questo che non ci si stanca mai. Anzi, ci si
stanca alle Calende greche (che è un modo più arzigogolato di dire la stessa cosa, dato
che le Calendae erano il primo giorno del mese per i Romani, per cui le “Calende
greche” non esistono).