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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI VERONA Dipartimento di Discipline storiche artistiche archeologiche e geografiche

Giuseppe Gardoni

GOVERNO DELLA CHIESA E VITA RELIGIOSA A MANTOVA NEL SECOLO XIII

Libreria Universitaria Editrice Verona 2008

Giuseppe Gardoni Governo della Chiesa e vita religiosa a Mantova nel secolo XIII ISBN 978-88-89844-29-8

______________________________________________ 2007 Libreria Universitaria Editrice Verona - via dellArtigliere 3/A tel. 045-8032899 - fax 045-8012171

Ai miei genitori

INDICE
Sigle e abbreviazioni.............................................. 9 INTRODUZIONE I vescovi di Mantova fra Chiesa locale e politica della Chiesa romana .......................... 11 PARTE PRIMA Le istituzioni di governo .................................... 37 Capitolo I. Documentare per governare 1. Alle origini di una prassi documentaria........... 39 2. I registri dei vescovi di Mantova ..................... 49 3. I registri fra sperimentazioni documentarie, influenze notarili e governo vescovile............ 62 4. Gli uomini della cancelleria .......................... 70 4.1. Fra XII e XIII secolo ............................... 73 4.2. I prodromi di una burocrazia vescovile........ 77 4.3. Il notarius episcopi .................................. 80 Capitolo II. Le strutture di governo 1. Gli uomini del vescovo .................................... 86 2. Il vicario........................................................... 94 3. Familiae vescovili ......................................... 101 4. Il tribunale del vescovo.................................. 107 4.1. Le prime attestazioni ............................. 107 4.2. Lo strutturarsi del tribunale ................... 110 4.3. Uno specifico settore dintervento: le vertenze matrimoniali ....................... 121 Capitolo III. Il governo delle istituzioni ecclesiastiche 1. Capitolo della cattedrale, chiese cittadine, canoniche e monasteri .................................. 127 1.1. Il capitolo............................................... 127 1.2. Chiese cittadine ..................................... 136

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1.3. Canoniche e monasteri urbani ............... 141 2. Ordini mendicanti e lotta alleresia................ 146 2.1. Gli Ordini mendicanti............................ 146 2.2. La lotta alleresia ................................... 151 3. Vescovi, clero, cura animarum................... 164 3.1. Le inchieste del vescovo Guidotto da Correggio............................. 167 3.2. Gli interventi dei vescovi Iacopo e Martino ..................................... 173 PARTE SECONDA Governare la vita religiosa .............................. 181 Capitolo IV. La libertas Ecclesiae 1. La politica del comune mantovano verso le chiese fra XII e XIII secolo:............ 183 2. La difesa vescovile ........................................ 190 3. Lusurarum vorago: i vescovi e leconomia monetaria ................. 199 Capitolo V. La religio di San Marco 1. Le prime tracce .............................................. 204 2. I vescovi e la religio di San Marco ................ 210 3. Dalla fraternitas alla religio .......................... 215 4. La rapida affermazione .................................. 220 5. I rapporti con i fedeli ..................................... 230 Capitolo VI. La domanda religiosa dei laici 1. Laici religiosi ................................................. 238 2. Un laicato inquieto......................................... 250 3. Limpegno caritativo ..................................... 263 3.1. Attorno ad una porta cittadina ............... 270 3.2. Una fondazione vescovile...................... 280 Capitolo VII. Un santo per la citt 1. La promozione del culto di Giovanni Bono .. 290

Indice

1.1. Una memoria di parte: le testimonianze processuali ................. 292 1.2. Un passato negato e ritrovato ................ 230 2. Il processo di canonizzazione ........................ 306 2.1. Liter processuale, gli attori e i luoghi... 306 2.2. Una strategia processuale: il ruolo dei notai.................................... 315 3. Ideologia religiosa e propaganda politica ...... 323 3.1. Una devozione collettiva per un culto civico................................. 323 3.2. Il linguaggio delle immagini ................. 329 Appendice documentaria ................................... 339

SIGLE E ABBREVIAZIONI

AASS, Octobris, IX

= Processus apostolici auctoritate Innocentii papae IV annis 1251, 1253 et 1254 constructi..., a cura di E. CARPENTIER, in Acta Sanctorum quotquot toto orbe coluntur, Octobris, IX, Bruxelles 1858, pp. 771-885 = Archivio Capitolare, ASDMn = Archivio Gonzaga, ASMn = Archivio Storico Diocesano di Mantova = Archivio di Stato di Milano = Archivio di Stato di Mantova = Dizionario biografico degli Italiani = Larchivio capitolare della cattedrale di Mantova fino alla caduta dei Bonacolsi, a cura di P. Torelli, Verona, 1924 = Larchivio del monastero di SantAndrea di Mantova fino alla caduta dei Bonacolsi, a cura di U. Nicolini, Mantova, 1959 = Liber privilegiorum comunis Mantue, a cura di R. Navarrini, Mantova, 1988 = Monumenta Germaniae Historica = Mensa Vescovile, ASDMn = Ospedale Civico, ASMn = Pergamene per Fondi, ASMi = Les registres dAlexandre IV. Recueil des Bulles de ce pape, a cura di C. Bourel de la Roncire, J. de Loye, P. de Cevinal, A. Coulon, Parigi 1902-1959 = Les registres de Grgoire IX (12271241), a cura di L. Auvray, S. Clmencet, L. Carolus Barre, Parigi 1890-1955 = P. Pressutti, Regesta Honorii papae III, Romae 1888-1895

AC AG ASDMn ASMi ASMn DBI Larchivio capitolare

Larchivio del monastero

Liber privilegiorum MGH MV OC PF Reg.Al.IV

Reg.Gr.IX

Reg.Ho.III

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= Les registres dInnocent IV (12431254), a cura di E. Berger, Parigi 1884-1921 = Regesto mantovano. Le carte degli archivi Gonzaga e di Stato in Mantova e dei monasteri Mantovani soppressi (Archivio di Stato in Milano), I, a cura di P. Torelli, Roma, 1914 = Rerum Italicarum scriptores = MGH, Scriptores Rerum Germanicarum

Reg.In.IV Regesto mantovano

RIS SS

INTRODUZIONE

Con il pontificato di Gregorio IX1 e poi con Innocenzo IV2 vennero promossi allepiscopato mantovano uomini legati alla curia pontificia. Non vi dubbio che tali interventi avessero come obiettivo la volont di veicolare in ambito locale lidea di Chiesa, di riforma, e il modo stesso di intendere lepiscopale officium, di cui i pontefici erano portatori, ponendosi su una linea le cui radici affondano nel pontificato di Innocenzo III3 e nei canoni del Lateranense IV e che trova un importante punto dapprodo nelle Decretali gregorine (1234). in quel periodo che, come dimostrano le ricerche recenti di Maria Pia Alberzoni e di Laura Baietto, il rapporto tra il papato e lautorit vescovile nelle citt dellItalia centrosettentrionale viene impostato su nuove basi4. Lesistenza di legami privilegiati fra la Sede pontificia e i vertici della Chiesa mantovana emergono dalla considerazione dellattivit svolta dai presuli mantovani della prima met del Duecento ed in maniera specifica
1 O. Capitani, Gregorio IX, in Enciclopedia dei papi, II, Roma, 2000, pp. 363-380; Id., Gregorio IX, in DBI, LIX, Roma, 2002, pp. 268-275. 2 A. Paravicini Bagliani, Innocenzo IV, in Dizionario storico del papato, III, Milano, 1996, pp. 792-794. 3 Basti qui il rinvio a W. Maleczek, Innocenzo III, papa, in DBI, LII, Roma, 2004, pp. 419-434. 4 Il riferimento va ovviamente alle seguenti opere: M.P. Alberzoni, Citt, vescovi e papato nella Lombardia dei comuni, Novara, 2001; Ead., Redde rationem villicationis tue. Lepiscopato di fronte allo strutturarsi della monarchia papale nei secoli XII-XIII, in Pensiero e sperimentazioni istituzionali nella Societas Christiana (10461250), Atti della XVI Settimana internazionale di studio (Mendola, 26-31 agosto 2004), a cura di G. Andenna, Milano, 2007, pp. 295-370; L. Baietto, Il papa e le citt. Papato e comuni in Italia centrosettentrionale durante la prima met del secolo XIII, Spoleto, 2007.

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con Guidotto da Correggio (1231-1235)5, Iacopo da CastellArquato (1237-1251)6 e Martino da Parma (12521268)7. Del resto Mantova dovette costituire un punto di riferimento sempre pi importante nello scacchiere politico padano nei tormentati anni che videro lopposizione fra papato ed impero: si pensi al ruolo che la citt assunse a partire dagli anni Trenta, ed ancor pi quando la lotta con Federico II e i suoi alleati si inaspr8.
5 G. Gardoni, Pro fide et libertate Ecclesiae immolatus. Guidotto da Correggio vescovo di Mantova (1231-1235), in Il difficile mestiere di vescovo, Verona, 2000 (= Quaderni di storia religiosa, VII), pp. 131-187; Id., Vescovi-podest nellItalia padana, Verona, 2008, pp. 95-193. 6 C. DArco, Studi intorno al municipio di Mantova dallorigine di questa fino allanno 1863, voll. 7, Mantova 1871-1874, VII, pp. 4243; F. Savio, Gli antichi vescovi dItalia dalle origini al 1300. La Lombardia, II/2, Cremona Lodi - Mantova -Pavia, Bergamo, 1932, pp. 305-307; R. Brunelli, Diocesi di Mantova, Brescia, 1986, p. 49. 7 DArco, Studi intorno al municipio cit., pp. 43-45; F. Savio, Gli antichi vescovi cit., pp. 307-314. 8 G. Coniglio, Dalle origini a Gianfrancesco primo marchese, in Mantova. La storia, I, Mantova, 1958, pp. 172-177; M. Vaini, Dal comune alla singoria. Mantova dal 1200 al 1328, Milano, 1986, pp. 182-201. Utili indicazioni, anche in rapporto alla situazione mantovana, si traggono da L. Simeoni, Federico II ed Ezzelino da Romano, in Id., Studi su Verona nel medioevo, II, Verona, 1960, pp.131-152; R. Manselli, Ezzelino da Romano nella politica italiana del sec. XIII, in Studi ezzeliniani, Roma, 1963, pp. 35-79. Per gli indispensabili riferimenti al contesto generale basti il rimando a J. Koenig, Il popolo dellItalia del Nord nel XIII secolo, Bologna, 1986; E. Artifoni, Tensioni sociali e istituzioni nel mondo comunale, in La storia. I grandi problemi dal medioevo allet contemporanea. II. Il medioevo. Popoli e strutture politiche, Torino, 1986, pp. 461-491; G. Cracco, Chiese locali e partito imperiale nellItalia dei comuni (1236-1254), in Federico II e le citt italiane, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Palermo, 1994, pp. 403-419; M. Vallerani, La politica degli schieramenti: reti podestarili e alleanze intercittadine nella prima met del Duecento, in Comuni e signorie nellItalia settentrionale: la Lombardia, Torino, 1998, pp. 427-453; Id., Le citt Lombarde tra impero e papato, in Comuni e signorie cit., pp. 455-480; Id., Cremona nel quadro conflittuale delle citt padane nellet di Federico II, in Cremona citt imperiale, Atti del Convegno internazionale di studi (Cremona, 27-28 ottobre 1995), Cremona, 1999, pp. 41-69; Id., I rapporti inter-

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Tuttavia gi al tempo della legazione lombarda di Ugolino dOstia (1221)9 dato riscontrare fra il suo seguito il vescovo di Mantova Enrico10, sia come era facile aspettarsi quando il legato ag in Mantova11, sia, soprattutto, quando oper a Brescia12 e a Bologna13. Anzi, il cardinale Ugolino in una occasione lo nomin suo procuratore14. E di Enrico vanno ricordati pure i rapporti con molti altri influenti uomini di Chiesa che ebbero un ruolo attivo nelle vicende ecclesiastiche e politiche lombarde del tempo. Baster qui rammentare che allincontro tenutosi a San Zenone in Mozzo nel 122615 fra i delegati dellimperatore e quelli della Lega lombarda sono presenti assieme al presule mantovano, il frate predicatore Guala uomo di fiducia della curia romana, il vescovo di Brescia Alberto, larcivescovo di Milano Enrico da Settala. A nessuno degli ecclesiastici test nominati si pu disconoscere un diretto raccordo con il papato e la piena assunzione delle direttive pontificie, per
cittadini nella regione lombarda tra XII e XIII secolo, in Legislazione e prassi istituzionale nellEuropa medievale. Tradizioni normative, ordinamenti, circolazione mercantile (secoli XI-XV), a cura di G. Rossetti, Napoli, 2001, pp. 221-290; O. Hageneder, Il sole e la luna. Papato, impero e regni nella teoria e nella prassi dei secoli XII e XIII, a cura di M.P. Alberzoni, Milano, 2000; A. Rigon, Il ruolo delle Chiese locali nelle lotte tra magnati e popolani, in Magnati e popolani nellItalia comunale, Atti del XV Convegno di studi (Pistoia, 15-18 maggio 1995), Pistoia, 1997, pp. 117-135; M.P. Alberzoni, Le armi del legato: Gregorio da Montelongo nello scontro tra Papato e Impero, in La propaganda politica nel basso medioevo, Atti del XXXVIII Convegno storico internazionale di Todi (Todi, 14-17 ottobre 2001), Spoleto, 2003, pp. 177-239. 9 Si veda da ultimo Baietto, Il papa e le citt cit., pp. 190-195. 10 Savio, Gli antichi vescovi dItalia cit., pp. 283-293; Brunelli, Diocesi di Mantova cit., p. 41. 11 I registri dei cardinali Ugolino dOstia e Ottaviano degli Ubaldini, a cura di G. Levi, Roma 1890, n. XXIII, 1221 luglio 20. 12 I registri dei cardinali cit., n. XVIIII, 1221 maggio 26. 13 I registri dei cardinali cit., n. LIIII, 1221 agosto 14. 14 I registri dei cardinali cit., n. LXXXII, 1221 ottobre 27. 15 E. Winkelmann, Acta Imperii inedita seculi XIII, I, Innsbruck, 1880, n. 290.

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lapplicazione delle quali si impegnarono in prima persona agendo da legati16. A tale milieu non era stato del tutto estraneo nemmeno il vescovo Pellizzario (1229-1231), il quale ancor prima di assurgere alla dignit vescovile era stato in contatto con il cardinale Goffredo Castiglioni (che sar papa Celestino IV), legato papale in Lombardia17. Ecco ancora un vescovo di Mantova collaborare con un legato pontificio18. Ma come si detto lappoggio alla politica pontificia della Chiesa locale evidente a partire dallepiscopato di Guidotto da Correggio. Egli funge da delegato di Onorio III quandera ancora canonico a Bologna, assieme allabate di San Procolo ed al magister Lamberto: con costui si vede affidare lincarico di porre rimedio alla disputa che coinvolgeva labate del monastero di Nonantola ed alcune chiese e laici di Firenze in merito a questioni di giuspatronato19. Negli anni successivi sarebbe tornato nuovamente ad interessarsi, e sempre per delega papale, di vertenze giudiziarie riguardanti il cenobio nonantolano. A lui venne affidata la composizione della annosa controversia fra il monastero di San Silvestro e la pieve

16 Cfr. G. Andenna, I primi vescovi mendicanti, in Dal pulpito alla cattedra. I vescovi degli Ordini mendicanti nel 200 e nel primo 300, Atti del XXVII Convegno internazionale (Assisi, 14-16 ottobre 1999), Spoleto, 2000, pp. 43-89, a p. 61; Alberzoni, Citt, vescovi e papato cit., pp. 25, 14, 187, 189; Baietto, Il papa e le citt cit., pp. 109, 158, 226, 238, 421-422. 17 A. Paravicini Bagliani, Celestino IV, in DBI, 23, Roma, 1979, p. 399. 18 Si veda in proposito R.C. Figueira, Legatus apostolice sedis: the Popes alter ego According to Thirteenth Century Canon Law, Studi medievali, XXVII (1986), pp. 527-574; e soprattutto il recente contributo di A. Tilatti, Legati del papa e propaganda nel Duecento, in La propaganda politica, pp. 145-176, con ricca bibliografia. 19 G. Tiraboschi, Storia dellaugusta badia di San Silvestro di Nonantola, Modena, 1875, doc. n. CCCCXXXII, p. 364.

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di Nogara20, nel territorio veronese, quella fra lo stesso ente e la pieve di Nonantola21, e quella con il vescovo di Modena22. Ancora, egli a summo pontifice delegatus in una causa avente per oggetto una prebenda nella pieve di Piadena23. Con larciprete di Suzzara chiamato inoltre a risolvere la causa che contrappone larciprete di Santo Stefano di Verona e il capitolo della pieve di Santa Maria di Montorio24, presso Verona. La grande fiducia riposta da Gregorio IX nel vescovo mantovano messa in risalto dallimportante e delicata missione che Guidotto chiamato ad adempiere, unitamente al presule di Parma, nella citt di Bologna attorno alla met del 123225. Qui da tempo si trascinava con alterne vicende un contenzioso fra autorit pubbliche e vescovo, il quale era stato privato di non poche delle sue prerogative temporali. Lopposizione divenne aspra al punto da costringere il vescovo ad abbandonare la sua sede; persino lo Studio interruppe la sua attivit. Labilit diplomatica dei due delegati permise alle parti di addivenire ad un accordo che port ad una generale pacificazione26. Nellottobre dello stesso anno, il papa affid a Guidotto il compito di impedire che le autorit comunali di Brescia interferissero nella risoluzione di vertenze giudiziarie aventi per oggetto diritti decimali spettanti al foro ecclesiastico27. E nel dicembre seguente gli venne assegnato il compito di dare esecuzione alla sentenza di sco-

Tiraboschi, Storia dellaugusta badia, doc. n. CCCCXLV, p. 370; ASDMn, MV, Registro 3, c. 96r, <1232> agosto 2; c. 101v, <1232 ottobre 14>. 21 ASDMn, MV, Registro 2, c. 87v, <1232 giugno 4>. 22 Tiraboschi, Storia dellaugusta badia cit., doc. nn. CCCCL, CCCCLI, pp. 372-373. 23 ASDMn, MV, Registro 2, c. 20r, <1230>. 24 ASDMn, MV, Registro 2, c. 56v, <1231 dicembre 13>. 25 Reg.Gr.IX, n. 1062, 1232 giugno 2. 26 La vicenda illustrata in A. Thompson, Predicatori e politica nellItalia del XIII secolo, Milano 1996, pp. 51-55. 27 Reg.Gr.IX, n. 930, 1232 ottobre 25.

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munica emessa nei confronti degli uomini del castello di Leno colpevoli di recare danni al locale monastero28. Quanto s sin qui detto permette di porre in evidenza come la carriera religiosa di Guidotto e le sue relazioni con i vertici della Chiesa sin dal pontificato di Onorio III, abbiano fatto s che egli potesse essere considerato un fedele strumento della politica papale. Ci d ragione del perch Gregorio IX labbia elevato alla cattedra della strategica citt di Mantova, citt assai partecipe delle vicende politiche che connotarono la Marca veronesetrevigiana29. Il vescovo Guidotto da Correggio nei primi nel 1231 viene coinvolto in un tentativo attuato da parte dei legati della Sede pontificia al fine di portare la pace fra le opposte fazioni che si contrapponevano a Verona, ove andava affermandosi Ezzelino da Romano30, partigiano di Federico II31 . La presa di potere segue ad anni di alterne vicende politiche che avevano avuto fra i protagonisti anche la Lega lombarda32, anni contrassegnati da frequenti azioni militari cui prese parte Mantova a sostegno della fazione avversa a quella che appoggiava Ezzelino, quella
MGH, Epistule saeculi XIII, n. 499, 1232 dicembre 16; Reg.Gr.IX, n. 1019, 1232 dicembre 16. 29 Basti qui accennare al fatto che nel 1239 Mantova venne compresa entro la Marca: A. Castagnetti, Le citt della Marca Veronese, Verona, 1991, p. 29. 30 A. Castagnetti, I da Romano, in Nuovi studi ezzeliniani, a cura di G. Cracco, Roma, 1992, pp. 15-39. 31 A. Castagnetti, La Marca veronese-trevigiana, Torino, 1986, pp. 77-79; G. M. Varanini, Il comune di Verona, la societ cittadina ed Ezzelino III da Romano, in Nuovi studi ezzeliniani cit.; Id., La Marca trevigiana, in Federico II e le citt italiane, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Palermo, 1994, pp. 52-53. 32 Cfr. L. Simeoni, Note sulla formazione della seconda Lega Lombarda, in Id., Studi su Verona nel medioevo, IV, Verona, 1963, pp. 281-343; G. Fasoli, Federico II e la Lega Lombarda. Linee di ricerca, Annali dellIstituto storico italo-germanico in Trento, II (1976), in particolare alle pp. 53-56; G. Chiodi, Istituzioni e attivit della seconda Lega Lombarda, Studi di storia del diritto, I (1996), pp. 1-183, dellestratto; Vallerani, Le citt lombarde cit., pp. 455-462.
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dei marchesi dEste e dei San Bonifacio, sostenitori della Chiesa33. E sempre nel solco dei legami con la sede apostolica vanno situate le relazioni che egli intrattenne con i legati pontifici in Lombardia super concordia inquirenda et componenda inter Federicum Romanorum imperatorem et Lombardos, il cardinale Ottone di San Nicola in Carcere ed il vescovo Iacopo da Pecorara34. a nome dei legati pontifici che il da Correggio nel 1232 coinvolto in un ulteriore intervento pacificatore mediante il quale il papato intendeva ristabilire gli equilibri politici allinterno di Verona3536, E Guidotto partecipe in quello stesso periodo dei tentativi di mediazione fra Gregorio IX, le citt padane e Federico II. Il papa si prodig per far s che la Lega non osteggiasse la dieta convocata dallimperatore e non impedisse lingresso in Italia dei contingenti tedeschi. A tal fine incarico due vescovi delle citt della Lega, quello di Mantova per lappunto e quello di Brescia, e due appartenenti alle citt filoimperiali, quelli di Reggio e di Modena, di far opera di mediazione con le citt collegate37. Pi di un dato lascia intendere che
Della situazione politica a Mantova trattano Coniglio, Dalle origini cit., pp. 164-165, e Vaini, Dal comune cit., pp. 182-184. Sempre utile C. Cipolla, Documenti per la storia delle relazioni fra Verona e Mantova nel secolo XIII, Milano, 1901, pp. 41- 47. 34 Fasoli, Federico II e la Lega lombarda cit., p. 56. Sul cardinale Ottone da Tonengo ed il vescovo Iacopo da Pecorara si veda A. Paravicini Bagliani, Cardinali di curia e familiae cardinalizie dal 1227 al 1254, Padova, 1972, rispettivamente alle pp. 76-91 e pp. 114-123. Ma si veda anche A. Tilatti, Legatus de latere domini pape. Il cardinale Latino e le costituzioni del 1279, in Scritti in onore di Girolamo Arnaldi, a cura di A. Degrandi, O. Gori, G. Pesiri, A. Piazza, R. Rinaldi, Introduzione di O. Capitani, Roma, 2001, pp. 513-458. 35 Simeoni, Federico II ed Ezzelino da Romano cit., p. 138. 36 Giacomo da Pecorara fu creato vescovo di Palestrina nel 1231: Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 114. Non sembra fuori luogo rammentare che Iacopo da CastellArquato, che sal sulla cattedra episcopale mantovana succedendo a Guidotto, fu alumnus e membro della familia di Giacomo da Pecorara (p. 125) 37 MGH, Epistule saeculi XIII, ed. C. Rodenberg, I, Berolini, 1883, n. 452, 1231 settembre 4; nn. 454-458, 1231 settembre 27;
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al consesso di Ravenna abbia preso parte anche Guidotto38. Il vescovo Guidotto da Correggio venne dunque ritenuto idoneo dai vertici della gerarchia ecclesiastica per un compito di non poca importanza, compito che richiama il suo intervento pacificatore assolto a Bologna nel mese di giugno dello stesso anno. N va sottaciuta una sua probabile azione in seno alla classe dirigente mantovana, tesa a far convergere verso la sua persona quella compagine politica che potremmo definire la fazione guelfa di Mantova, compagine che attende invero ancora dessere indagata per la mancanza di studi approfonditi sulla societ mantovana dellepoca, ma che si pu rintracciare nei personaggi che abbiamo visto essere coinvolti negli interventi di pacificazione appena illustrati. Tutti questi incarichi conferiti a Guidotto dimostrano che Gregorio IX aveva individuato in lui la persona idonea ad assecondare e promuovere i suoi disegni, e non solamente nella citt di Mantova. Come si gi avuto mdo di accennare, Mantova assunse sin dagli anni Trenta un ruolo sempre pi importante nelambito dello scacchiere politico padano. un ruolo che non verr meno al volgere degli anni Quaranta del Duecento, nellambito della lotta fra papato e impero ed in particolare contro Ezzelino da Romano, fedele sostenitore di Federico II e quindi nemico della Chiesa. Cos come non viene meno il rapporto privilegiato fra la Chiesa locale e il papato che anzi riuscir a far s che dopo la morte de da Correggio

Reg.Gr.IX, nn. 708-709; nn. 723-725. Il 2 settembre 1231 Gregorio IX scrive ai Padovani ferventes orthodoxe fidei zelatores, sollecitandone limpegno contro Ezzelino, qui Sathane satellex effectus; nella parte finale della lettera vengono citati i vescovi di Reggio, di Modena, di Brescia, e il vescovo eletto di Mantova, che il pontefice definisce suo diletto figlio: G.B. Verci, Storia degli Eccelini, Bassano, 1779, III, doc. n. CXXV, p. 237. 38 ASDMn, MV, Registro 2, c. 21r, 1231 dicembre 17; c. 20v, 1231 dicembre 30.

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fosse posto alla guida della diocesi mantovana un altro uomo di sua fiducia. Lassassinio di Guidotto da Correggio (1235) dovette rappresentare un evento destabilizzante per lassetto della Chiesa mantovana. Ne prova lincapacit o limpossibilit per il clero locale di giungere in tempi brevi alla designazione di un successore, e ci nonostante lo stesso papa Gregorio IX nel giugno del 1235 fosse intervenuto per sollecitare il capitolo della cattedrale affinch in breve tempo e con il consiglio dei presuli di Parma e di Reggio, provvedesse alla nomina di un pastore39. Di fatto un nuovo vescovo Mantova lo avr solo qualche anno dopo, allorch sar nominato, probabilmente per diretto intervento del pontefice, Iacopo da CastellArquato, come lascerebbe intendere la sua origine e soprattutto la sua non estraneit agli ambienti della curia romana. Il vescovo Iacopo appartenne con ogni probabilit alla nota famiglia piacentina dei della Porta, i cui membri parteciparono attivamente alla vita pubblica del comune40. Due esponenti di quel gruppo parentale Guglielmo e Ruffino studiarono a Bologna, presso il cui Studio insegnavano alla fine del secolo XII41. Nei primi anni del Duecento divenne vescovo di Piacenza Crimerio della Porta, un cistercense vicino agli ambienti curiali, fedele interprete delle direttive papali42. Alla stessa stirpe apparteneva un altro uomo di Chiesa, il domenicano Giacomo da CastellArquato, che dopo essere stato vescovo eletto
Regesta pontificum romanorum, a cura di A. Potthast, I, Graz, 1957, p. 845. Cfr. Vaini, Dal comune, p. 133. 40 G.P. Bulla, Famiglie dirigenti nella Piacenza del XII secolo alla luce delle pergamene di S. Antonio. Per una Novella chronica rectorum civitatis Placentiae, Nuova rivista storica, 79 (1995), pp. 505-557, a pp. 525-527. 41 M. Sarti, M. Fattorini, De claris Archigymnasii Bononiensis professoribus a saeculo XI usque ad saeculum XIV, Tomus I, Boniniae, 1888, p. 102. 42 Alberzoni, Citt, vescovi e papato cit., pp. 60-61
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di Piacenza occup la cattedra episcopale di Ventimiglia43 Poco sappiamo della formazione, della cultura e della carriera di Iacopo. Innanzitutto bene scartare lipotesi formulata dallerudizione settecentesca che lo voleva di nazionalit francese. Egli fu di certo canonico di Piacenza, come appare in maniera chiara dal necrologio di quella cattedrale44. Ebbe rapporti parentali con Bartolomeo da Cornazzano, arcidiacono di Atene, noto per aver preso parte a non poche iniziative politiche e finanziarie pontificie45. Fu probabilmente nipote e alumnus del ben pi famoso cardinale Giacomo da Pecorara (1231-1244)46, il quale dopo aver rivestito un importante ruolo nelle diverse fasi del conflitto che oppose il papato a Federico II si fece cistercense in Francia47: a questo influente prelato potrebbe essere dovuta la promozione del suo allievo alla dignit vescovile48. A sostegno di tale ipotesi giover ricordare che durante la sua legazione in Lombardia il cardinale da Pecorara come si detto ebbe modo di avvalersi della collaborazione del vescovo Guidotto da Correggio. N pare inutile evocare nuovamente il ruolo strategico che Mantova andava vieppi assumendo negli anni centrali del secolo in funzione antiezzeliniana. La scelta di affidare a Iacopo da CastellArquato la diocesi mantovana non dovette dunque essere casuale, ma pieParavicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 343; Andenna, I primi vescovi mendicanti cit., p. 79. 44 Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 344. 45 Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 344. 46 Si veda Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 125, che colloca Jacobus de Castroarquato fra i membri della familia del cardinale Giacomo da Pecorara, della quale fa parte, tra gli altri, Tedaldo Visconti, che salir al trono pontificio con il nome di Gregorio X. 47 Un profilo del cardinale si legge in Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 114-126. 48 Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 115, evidenzia la rapida ascesa curiale di alcuni parenti del cardinale Giacomo da Pecorara, facendo riferimento oltre al vescovo di Mantova, a Folco vescovo di Piacenza e a Isembaldo da Pecorara.
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namente rispondente ai disegni della curia pontificia che in quel modo poteva avvalersi di un uomo di sicura fiducia ai vertici della Chiesa di una citt nevralgica per la lotta contro gli avversari politici del papato. E del pieno inserimento dei vertici della Chiesa mantovana nel pi ampio contesto, rendono testimonianza, ad esempio, i risvolti mantovani dellattivit svolta da Gregorio da Montelongo. Il legato, nellagosto del 1238, ricevette lincarico della legazione in Lombardia con lo scopo di portarvi la pace e per procedere nella riforma della Chiesa, ma alla sua missione non erano estranee finalit politiche: organizzare la resistenza delle citt lombarde contro Federico II dopo la vittoria di Cortenuova (1237)49. Il da Montelongo assunse infatti il comando della Lega lombarda50 ed anche il governo di Milano51. noto che Federico II imput proprio al legato la ribellione allimpero dei Mantovani e dei loro alleati52. Nel dicembre del 1238 Gregorio da Montelongo presenzi allinquisizione svolta dal vescovo nei confronti di due presunti eretici53. Nel gennaio successivo lo si ritrova allinterno del palazzo del vescovo ove interviene in favore del locale neonato insediamento delle Clarisse54. Particolarmente interessante il fatto che in uno dei due registri del vescovo stata accolta una lettera pontificia indirizzata al legato: Gregorio IX scrive al diletto figlio Gregorio da Montelongo legato apostolico chiedendogli di occuparsi di una questione riguardante il vescovo di Reggio impossibilitato a recarsi a Roma55. Quale subdeAlberzoni, Le armi del legato cit., pp. 182-183. Chiodi, Istituzioni e attivit cit., pp. 79-262. 51 Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 50-53. 52 Alberzoni, Le armi del legato cit., p. 182; G. Marchetti Longhi, La legazione in Lombardia di Gregorio de Monte Longo (12381251), Roma, 1965, p. 34. 53 ASDMn, MV, Registro 9, c. 8v, 1238 dicembre 4. 54 C. Cenci, Le Clarisse a Mantova (sec. XIII-XV) e il primo secolo dei frati Minori, Le Venezie francescane, 1-4 (1964), pp. 3-92, doc. n. 3, 1239 gennaio 8 (e ora Appendice documentaria, n. 5). 55 ASDMn, MV, Registro 3, c. 26v, <1239> agosto 20.
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legato del legato ag allora uno dei pi stretti collaboratori del presule, il vicario Uberto56. Vi dellaltro. Nel palazzo del vescovo dato riscontrare la presenza nel 124257 del magister Giovanni scriptor domini Gregorii de Montelongo tunc apostolice sedis legati: si tratta di uno dei pi fedeli collaboratori del potente prelato della cui familia faceva parte58. In quello stesso anno59 il legato scrive una lettera al podest e al consiglio di Mantova per sollecitare la fornitura di un contingente di 100 milites da impiegare nella lotta contro Ezzelino da Romano60. Nellanno successivo egli ha motivo di lamentarsi del mancato sostegno militare prestato dai Mantovani61: Innocenzo IV indirizz una lettera alle autorit mantovane alle quali chiese di intervenire militarmente a sostegno del conte di Verona, degli Estensi e del presule ferrarese tutti impegnati in una azione militare contro Ezzelino62. Nel 1243 Innocenzo IV incaric il vescovo di Mantova di prodigarsi affinch le Chiese lombarde provvedessero a corrispondere al legato le procurazioni dovutegli63. La promozione di Iacopo alla dignit cardinalizia sembra dunque coronare una carriera ecclesiastica svoltasi allinsegna della pi stretta collaborazione con i vertici della Chiesa romana. In stretta continuit con loperato del vescovo Iacopo si pose il suo successore, Martino da Parma, a lungo reputato membro della famiglia dei conti di Casaloldo, ma senza fondamento alcuno: forse, come dice Ireneo

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ASDMn, MV, Registro 9, c. 5r, <1238> novembre 29. ASDMn, MV, Registro 3, c. 60r, <1242> aprile 7. 58 Alberzoni, Le armi del legato cit., pp. 213-215. 59 Winkelmann, Acta imperii selecta cit., n. 683. 60 Alberzoni, Le armi del legato cit., p. 208. 61 Winkelmann, Acta imperii selecta cit., n. 689. 62 Winkelmann, Acta imperii selecta cit., n. 690. 63 Reg.In.IV, n. 244, 1243 novembre 23.

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Aff64, seguito da Fedele Savio65, apparteneva al gruppo parentale dei Pizzolese. In Martino crediamo sia possibile identificare il canonico parmense magister Martino cui Gregorio IX commise nel 1227 il compito di recuperare alla Chiesa di Parma alcuni beni66. Da tale identificazione possiamo trarre un primo significativo elemento: Martino, come il titolo di magister attesta, consegu quella preparazione giuridica67 che gi a quellepoca costituiva una indispensabile premessa per poter percorrere una brillante carriera ecclesiastica. Non a caso, infatti, dopo essere divenuto preposito della cattedrale parmense, Martino fu chiamato presso la curia romana da papa Innocenzo IV, ossia da quel Sinibaldo Fieschi con il quale era forse entrato in contatto nel periodo in cui questultimo fu presente a Parma68. Martino si rec poi con il pontefice a Lione, ove ebbe modo di seguire il Concilio tenutosi nel 1245. Si pu ipotizzare anche che egli sia il medesimo magister Martino auditor causarum del papa e suo cappellano69, citato in alcuni documenti milanesi degli anni Quaranta70. E non si pu escludere nemmeno che sia lo stesso magister prepositus Parmensis delegato pontificio, incaricato di mettere pace fra le fazioni genovesi nel
I. Aff, Memorie istorico-critiche del beato Martino da Parma, Parma, 1787, pp. 8-13. 65 Savio, Gli antichi vescovi cit., p. 307. 66 Regesta pontificum romanorum, a cura di A. Potthast, II, Graz, 1957, n. 8029. 67 Aff, Memorie istorico-critiche cit., p. 17, ritiene che Martino abbia studiato nelle Scuole di Parma. 68 Aff, Memorie istorico-critiche cit., p. 17. 69 Per il rilievo di tale ufficio pontificio basti il rinvio a J. Gaudemet, Storia del diritto canonico. Ecclesia et Civitas, Cinisello Balsamo, 1998, pp. 430-431. 70 Gli atti dellarcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Leone da Perego (1241-1257). Sede vacante (1257 ottobre 1262 luglio), a cura di M.F. Baroni, Introduzione storica di G.G. Merlo, Milano, 2002, n. XLVI, 1248 gennaio 15; e n. LIV, 1249 ottobre 11, ove si fa riferimento ad un fodro imposto da Pietro Caponi e dal magister Martino.
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1251, durante il viaggio di ritorno a Roma del papa, al seguito del quale giunse pure a Mantova sul finire del settembre di quello stesso anno71. In quel periodo il papa gli commise il giudizio di una causa riguardante il monastero di San Benedetto di Polirone72. Queste prime annotazioni biografiche restituiscono dunque limmagine di un uomo di Chiesa nutrito di preparazione giuridica, profondamente legato a papa Innocenzo IV che ne fece un uomo di curia. Allorch al principio del 1252 il vescovo di Mantova Iacopo da CastellArquato venne promosso al cardinalato, la sede mantovana si vacante. Per quanto noto, il capitolo della cattedrale non sembra essere stato in grado di provvedere alla successione. Sarebbe stato lo stesso Iacopo, su incarico del papa, a designare come suo successore il magister Martino73, lelezione del quale venne confermata da Innocenzo IV con una lettera del 31 maggio 125274. In tale lettera il pontefice non manca di tratteggiare un vivido ritratto del nuovo pastore:
(...) litterarum scientia praeditum, morum honestate decorum et consilii maturitate praeclarum, virum tam utilem et experientia longa probatum, nobis et ecclesiae romanae subtraximus, ut te sibi et Mantuane ecclesie preberemus, nostrum incommodum procuraremus non vitantes.

Tuttavia, con lassunzione del governo della diocesi mantovana, le relazioni fra Martino, la curia romana e il papa non vennero meno. Anzi, egli divenne un importante punto di riferimento per il papato in Lombardia. Nei primissimi giorni del settembre 125275, nel palazzo vescovile si trova Ludovico figlio del defunto conte
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Annales mantuani, in MGH, SS, XVIIII, p. 23. Aff, Memorie istorico-critiche cit., p. 19-20 73 Aff, Memorie istorico-critiche cit., pp. 20-21. 74 Regesta cit., n. 14616. 75 ASDMN, MV, Registro 4, c. 5r, <1252> agosto 17.

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Rizzardo di Sambonifacio che a nome suo e del marchese Azzo dEste, di Nicola de Arlotis, Garzarino de Axandris, Giacomino del fu Aveno, riceve duecento libbre imperiali di parmensi grossi dal vescovo Martino il quale dichiara di agire a nome di Bonaventura Recuperi e Bonifacio da Siena mercatores et campsores domini pape. facile intravedere il significato politico di tali atti: il vescovo di Mantova gestisce una ingente somma di denaro ricevuta dai banchieri del papa76 e destinata al conte di Verona Ludovico, e allEstense. In tale operazione lo affiancano alcuni esponenti della societ mantovana: un Arlotti, un Assandri, il figlio del ben noto Aveno da Mantova. Come non riconoscere in essi gli esponenti del partito guelfo mantovano in stretto collegamento da un lato con il presule locale, dallaltro con i principali esponenti della opposizione ad Ezzelino da Romano nella Marca Veronese-trevigiana, i conti di Verona e gli Estensi77? A quello stesso periodo deve essere fatto risalire lincarico affidato al vescovo di Mantova da parte del cardinale Ottaviano degli Ubaldini di vagliare la postulatio del nuovo abate del monastero veronese di San Zeno, i cui monaci avevano trovato rifugio a Mantova78. Giova a tale proposito rammentare che siamo nel pieno della
Relativamente ai banchieri del papa sia sufficiente il rimando a B. Dini, I mercanti-banchieri e la sede apostolica (XIII-prima met del XIV secolo), in Gli spazi economici della Chiesa nelloccidente mediterraneo (Secoli XII met XIV), Atti del XVI convegno internazionale di studi del Centro Italiano di Studi di Storia e dArte (Pistoia, 16 19 Maggio 1997), Pistoia, 1999, pp. 43-62: 49-52; A. Paravicini Bagliani, Per una storia economica e finanziaria della corte papale preavignonese, in Gli spazi economici, pp. 19-42: pp. 19-24; Id., Il trono di Pietro. Luniversalismo del papato da Alessandro III a Bonifacio VIII, Roma, 1996, pp. 71-73. 77 Non pare inutile accennare al fatto che nellatto con cui Carlo I dAngi conferma lalleanza stretta con gli Estensi e le comunit di Mantova e Ferrara, a rappresentare il conte di Verona Lodovico siano i mantovani Filippo de Capharis e Aimerico de Asandris: Cipolla, Documenti per la storia cit., p. 108. 78 Reg.In.IV, nn. 6015, 6017; I registri dei cardinali cit., n. L, <1252>.
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lotta contro Ezzelino da Romano: la situazione interna a Verona aveva indotto alcuni monaci di San Zeno ad abbandonare la citt e a trovare scampo in terra mantovana79, ove, per lappunto apud Mantuam constituti, nellestate del 1252 elessero un nuovo abate identificabile in Pietro di Aleardino80. Viceversa alcuni fuorusciti mantovani fra i quali vera il canonico mantovano Gerardo Visconti trovarono accoglienza proprio nel monastaro veronese81.82. Lo stesso abate di San Zeno operer stando nel Mantovano sino al 1259, avvero sino alla caduta di Ezzelino83. Del resto, gi qualche anno prima, a Mantova era fuggito anche labate di un altro ente monastico veronese, San Nazaro84. Non solo gli ecclesiastici avversi alla pars dominante in Verona ma pure i laici trovarono riparo nella citt di Mantova. Adelardino di Balzanello da Monzambano, ad esempio, attestato nel palazzo del vescovo di Mantova nellestate del 124285. I da Monzambano in Verona costituivano una delle famiglie maggiormente implicate nella lotta contro il partito imperiale, tant che fra i da Monzambano messi al bando dallimpero nel 1239 viene an-

79 G. De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese, in Nuovi studi Ezzeliniani cit., pp. 415-444, p. 437 e nota 102; G.M. Varanini, Monasteri e citt nel Duecento: Verona e San Zeno, in Il Liber feudorum di S. Zeno di Verona (sec. XIII), a cura di F. Scartozzoni, Padova, 1996, p. XXIX e p. XXXI 80 Varanini, Monasteri e citt cit., p. XXIX. Lelezione risulta da una bolla di Innocenzo IV da cui sevince che fece seguito alla postulatio dei monaci vagliata per incarico del cardinale legato Ottaviano degli Ubaldini dal vescovo di Mantova: Reg.In.IV, nn. 6015 e 6017; Registri dei cardinali cit., p. 199, doc L. Cfr. Varanini, Monasteri e citt cit., p. XXX. 81 Varanini, Monasteri e citt cit., p. XXIX. 82 Varanini, Il comune di Verona cit., p. 142. 83 Varanini, Monasteri e citt nel Duecento, p. XXX. 84 De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., p. 437, la fuga dellabate di San Nazaro a Mantova risale agli anni 12421243. 85 ASDMn, Registro 3, c. 67r <1242> agosto 27.

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noverato proprio Balzanello86. Daltronde da tempo i da Monzambano risultano aver fatto di Mantova un loro punto di riferimento: Pegorario da Monzambano apre lelenco degli astanti ad un atto vescovile gi allepoca dellepiscopato del da Correggio87. Tra la documentazione vescovile di quegli anni si nota la presenza di un altro cittadino veronese, anchesso appartenente ad una famiglia implicata nelle vicende politiche di Verona e anchessa bandita nel 1239: Cavalcasella di Isolano dei da Bussolengo88, citato come teste in alcuni atti del vescovo Iacopo89. Si noti: non fu il solo vescovo Martino ad essere un fedele sostenitore dei disegni del papato alla cui direttive si attiene, la Chiesa mantovana nelle sue strutture di vertice a farsi portatrice di quelle stesse istanze. Nel novembre del 1253 Innocenzo IV confer allarciprete mantovano il compito dannullare benefici e prelature concesse a Verona dopo la scomunica di Federico II e di Ezzelino da Romano agli Ecclesie persecutoribus adherentes90. Anche la congregazione mantovana di San Marco risulta essere allineata lo vedremo in un prossimo capitolo sulle medesime posizioni.

Il bando imperiale edito a cura di G. Sancassani in B. Bresciani, Monzambano. Ritorno ad una terra veronese, Verona, 1955, alle pp. 104-107. 87 ASDMn, MV, Registro 2, c. 114v, <1233> gennaio 10. 88 Notizie su questo gruppo parentale e sul ruolo assunto nella Verona del tempo si trovano in G.M. Varanini, Torri e casetorri a Verona in et comunale: assetto urbano e classe dirigente, in Paesaggi urbani dellItalia padana nei secoli VIII-XIV, Bologna, 1988, pp. 173249, alle pp. 215-216; A. Castagnetti, Comitato di Garda, Impero, duchi Guelfi, cittadini e comune di Verona da Lotario III ad Enrico VI, Verona, 2002, pp. 155-160. 89 ASDMn, MV, Registro 3, c. 118r, <1245 novembre 4>; ASDMn, MV, Registro 9, c. 11r, <1247> febbraio 16; c. 13v, <1247> aprile 12; c. 14v, <1247 maggio 20>. 90 Reg.InIV, n. 7089, 1253 novembre 8.

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Dobbiamo ribadire il ruolo di Mantova quale punto dappoggio per le forze avverse al partito imperiale, e soprattutto quale rifugio per numerosi fuorusciti veronesi. Fra questi ultimi nella prospettiva da noi assunta bene siano ricordati soprattutto alcuni uomini di Chiesa. Primi fra tutti il vescovo Iacopo da Breganze (1225-1252)91, membro di una importante famiglia vicentina. Anche la nomina di Iacopo si situ in un momento politico particolare per la citt di Verona: la pars Ecclesie si stava avviando verso il declino, sopraffatta dalla fazione dei Monticoli e dei Quattuorviginti, ovvero dai fedeli alleati del da Romano. Uomo pienamente inserito nelle lotte fra le avverse fazioni, il da Breganze svolse la sua attivit di pastore in stretta relazione con il papato, attivit che non manc di incontrare fiere opposizioni, in modo particolare da parte del clero della cattedrale92. Quando nel 1235 gli uccisori di Guidotto fuggirono a Verona, il vescovo Iacopo, conformemente a quanto era stato disposto dal papa, minacci di lanciare linterdetto sulla citt, ma due canonici del capitolo della chiesa cattedrale, Anselmo ed Episcopello, interposero appello al papa93. In quello stesso anno il vescovo veronese, in singolare coincidenza dunque con la morte del presule di Mantova, costretto ad abbandonare la citt: da quel momento egli regger la sua diocesi dallesterno, da zone fortemente connotate politicamente, fra cui anche Mantova, dov sicuramente

91 G.M. Varanini, La Chiesa veronese nella prima et scaligera. Bonincontro arciprete del capitolo (1273-1295) e vescovo (12961298), Padova, 1988, pp. 15-15; De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese, pp. 416-422; ma si veda anche il precedente contributo di G. Sandri, Il vescovo Jacopo di Breganze e la prima sistemazione dellOrdine dei minori in Verona, in Id., Scritti di Gino Sandri, raccolti da Giulio Sancassani, Verona, 1969, pp. 95-107. 92 G. De Sandre Gasparini, La vita religiosa nella Marca veronese-trevigiana tra XII e XIV secolo, Verona, 1993, pp. 72-73. 93 MGH, Epistule saeculi XIII, n. 642; Reg.Gr.IX , n. 3318, 1236 settembre 5.

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attestato nellestate del 125294; dovette morire esule poco tempo dopo95. Gli successe nel 1255 un uomo di curia, Gerardo Cossadoca96, gi cappellano papale e rettore della Marca anconitana; ma egli non pot mai prendere possesso della sua sede: mor esule nel 125997. Anche il vescovo Cossadoca risulta essere presente ad un atto del vescovo Martino nel 125798. Ad attestare la presa pontificia su Mantova si pu anche ricordare che nel 1259 vi risulta agire un altro importante rappresentante della sede apostolica, il legato pontificio Enrico da Susa legato apostolico99. Dobbiamo richiamare lattenzione pure su un altro collegamento non meno significativo di quelli sin qui riportati che vede il vescovo Martino in rapporti con un altro esponente veneto della lotta contro Ezzelino: Bartolomeo da Breganze, traslato alla sede vicentina nel 1255 da Alessandro IV. Il da Breganze, noto per la sua attivit durante lAlleluia del 1233, fu legato papale negli anni Sessanta nella Marca Trevigiana svolgendo una attivit allinsegna della piena aderenza al papato anche nel governo della sua Chiesa; converr ricordare altres che in Vicenza assunse un ruolo di guida politica100 . I due presuli condivisero la stessa ideologia, e in raccordo con il
G.B. Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, VII, Verona, 1750, pp. 80-81, n. XVII, 1252 agosto 17. 95 De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., p. 434 96 Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 334-335. 97 Varanini, La Chiesa veronese cit., p. 15. 98 Larchivio capitolare, n. CXL, 1257 gennaio 30. 99 L. Astegiano, Codice diplomatico cremonese (715-1334), I, Torino, 1895, n. 721. Cfr. Tilatti, Legati del papa cit., p. 158. 100 Su di lui si vedano Bartolomeo da Breganze, in DBI, VI, Roma, 1964, pp. 785-787; G. Cracco, Da comune di famiglie a citt satellite (1183-1311), in Storia di Vicenza, II, Vicenza, 1988, pp. 114125; Id., Religione, Chiesa, piet, in Storia di Vicenza cit., pp. 406411; Bartolomeo da Breganze, I Sermones de beata Virgine (1266), a cura di L. Gaffuri, Padova, 1993; G.M. Varanini, Episcopato, societ e ordini mendicanti in Italia settentrionale fra Duecento e Trecento, Dal pulpito alla cattedra cit., pp. 106-107.
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papato operarono per la stessa causa, luno in Lombardia laltro nella Marca. Invero dellesistenza di legami fra il vescovo di Mantova e il da Breganze possediamo una sola attestazione ma alquanto significativa: una indulgenza elargita da Martino alla chiesa vicentina di Santa Corona, eretta dal vescovo Bartolomeo con finalit di propaganda politica oltre che religiosa. La collaborazione con i vertici della Chiesa da parte del non venne meno nemmeno dopo la scomparsa di Ezzelino (1259). Nel 1261 Alessandro IV d mandato al vescovo di Mantova di immettere Manfredo Roberti vescovo di Verona nel possesso di terre indebitamente assegnate ad altri101 . Nel 1263 papa Urbano IV gli affid la predicazione della Croce in Lombardia e nelle regioni circostanti102 . La continuit di indirizzo nei decenni centrali del Duecento risulta evidente pure dalla considerazione di alcuni interventi di governo diocesano assunti dal vescovo Martino. Da un atto del 1256103 si apprende che il vescovo intervenne per regolamentare un feudo decimale che alcuni uomini di Volta avevano ricevuto dal defunto Ardigetto da Valeggio e dai suoi consorti vassalli dellepiscopio mantovano, i quali per erano decaduti dal legittimo godimento di quel feudo in forza di una sentenza di papa Innocenzo IV, in base alla quale omnes fautores et sequaces pessimi Ecelini de Romano dovevano essete privati a suis iuribus et feudis. Unulteriore testimonianza, indiretta ma eloquente, costituita da una lettera del 1264. Si tratta di una indulgenza di quaranta giorni di indulgenza elargita dal vescovo in favore dei fedeli che avessero visitato la chiesa cittadina dei Santi Cosma e Damiano nel giorno della loro ricorrenza liturgica e nel tempo pasquale per la confessione. Il privilegio viene rilasciato il 10 settembre del 1264, pochi giorni prima
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Reg.Al.IV, nn. 3238, 3239. Reg.Ur.IV, n. 466. 103 ASDMn, MV, Registro 4, c. 19v, <<1256> giugno 20.

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della ricorrenza dei santi titolari, ovvero nel giorno in cui come sottolinea con enfasi il vescovo nella sua lettera Dio regal ai Mantovani una memorabile vittoria su Ezzelino, anzi sul perfido Ezzelino, come lo definisce lo stesso presule104 . vero che latto si colloca ad anni di distanza dalla scomparsa del tiranno, ma quellaccenno lascia trasparire quanto fosse ancora vivo nella memoria e quanto peso potesse avere quellevento se il vescovo ritiene opportuno esplicitarlo in un atto volto a incrementare la devozione dei fedeli105 . * * *

Nei decenni compresi fra gli anni Trenta e Sessanta del secolo XIII, decenni caratterizzati da ben note e alterne relazioni fra papato, impero e citt, la Chiesa di Mantova si trov dunque ad essere guidata da uomini di fiducia dei pontefici. Non solo. Gli episcopati ai quali abbiamo fatto rifeirmento nelle pagine precedenti si collocano entro quel torno di tempo che a partire dagli gli anni Quaranta del secolo XII sino agli anni Trenta del successivo, grazie soprattutto allopera dei canonisti, vede ridefinito lepiscopale officium secondo termini puramente ecclesiastici, perdendo gradatamente quellaspetto temporale tanto caratteristico del periodo precedente. Da allora i vescovi dovettero pure sottomettersi ai criteri ora dettati dal diritto canonico per lesercizio della giurisddizione secolare e assumere su di s la difesa della libertas Ecclesiae. Insomma sono quelli i decenni nel corso dei quali si verific il pi significativo e duraturo sviluppo nella teoria costituzionale della Chiesa e nelle modalit di funLarchivio capitolare, n. CLXIV, 1264 settembre 10. Sul significato e sul valore delle indulgenze si rimanda a O. Capitani, Lindulgenza come espressione teologica della communio sanctorum e nella formazione della dottrina cristiana, in Indulgenza nel medioevo e perdonanza di papa Celestino, LAquila, 1987, pp. 1732; Misericorditer relaxamus. Le indulgenze fra teoria e prassi nel Duecento, a cura di L. Pellegrini e R. Paciocco, Chieti, 1999.
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zionamento del suo apparato amministrativo106. Fu allora che la riflessione port pure alla definizione dei principali compiti connessi con lautorit vescovile: lamministrazione dei sacramenti; lattivit di magistero; lesercizio della carit; lesercizio della giurisdizione sulle istituzioni ecclesiastiche locali; lamministrazione delle res Ecclesiae; lamministrazione della giustizia; il controllo e ladozione di interventi disciplinari attraverso la visita della diocesi107. Se e come la definizione teorica dellofficium vescovile abbia trovato una reale applicazione lo scopo di questo lavoro, che si pone come obiettivo proprio quello di studiare il governo esercitato dai vescovi che si succedettero alla guida della Chiesa di Mantova nel corso del secolo XIII. Guarderemo quindi allepiscopato come ad una istituzione di governo108, per verificare come i vescovi di Mantova della prima met del secolo XIII, interlocutori del papato ed esecutori locali degli indirizzi dei pontefici, governarono la Chiesa a loro affidata. Si tratter in altre parole di vedere come nel concreto alcuni prelati che funsero da strumenti della politica pontifica esercitarono il loro governo con lo scopo di verificare se e come lideologia di cui erano portatori incise nella vita di una Chiesa locale109 . Vescovi che oltretutto ebbero un
106 Le citazioni sono tratte da Alberzoni, Redde rationem villicationis tue cit., p. 297. 107 Alberzoni, Redde rationem villicationis tue cit., pp. 306307. 108 Alberzoni, Redde rationem villicationis tue cit., p. 296. 109 un interesse che possiamo colocare nellambito di un pi ampia ripresa della ricerca sulle Chiese locali che ha conosciuto una profonda inversione di marcia soprattutto con il Concilio Vaticano II, ovvero con laffermazione della Chiesa come popolo di Dio. Ci ha comportato lo spostarsi dellinteresse degli storici dalla storia delle istituzioni ecclesiastiche alla pratica religiosa e quindi verso le Chiese locali. Solo dopo il Vaticano II, infatti, si iniziato a guardare alle chiese locali come alla trama di fondo di quasi venti secoli di cristianesimo (G. Cracco, Introduzione, in Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al XV secolo, a cura di G. Cracco, Roma, 1998, pp. XIXXLVI). Un nuovo orizzonte storiografico e nuove prospettive di ricer-

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doppio, e ambiuo, ruolo, ecclesiastico e secolare, ma che come si ribadito di recente incrementava il prestigio dellufficio episcopale; si tratta di una commistione che vanta lontane e profonde radici110 . Lo evidenzia il fatto che oltre ad essersi impegnati nel governo delle istituzioni ecclesiastiche e della vita religiosa, alcuni dei vescovi di cui ci occuperemo assunsero incarichi politici per conto del papato e rivestirono magistrature pubbliche, divenendo Guidotto divenne vescovo-podest di Mantova nel 1233, Iacopo e Martino vescovi-podest di comuni rurali
ca si sono dunque dischiusi e vanno facendosi strada in un contesto storiografico che nel contempo sente maturi i tempi per tratteggiare dei primi bilanci: In proposito si vedano: Ricerca storica e Chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive, Atti del IX Convegno di studio (Grado, 9-13 settembre 1991), Roma, 1995; Deus mille ans dHistoire de lglise. Bilan et perspectives historiographiques, in Revue dHistoire Ecclsiastique 2000; Cinquantanni di vita della Rivista di storia della Chiesa in Italia, Atti del Convegno di studio (Roma, 8-10 settembre 1999), a cura di P. Zerbi, Roma, 2003, ed in particolare il saggio di G. Rossetti, Le istituzioni ecclesiastiche medievali nei convegni di storia della Chiesa in Italia dal 1961 al 1987, pp. 192216, che passa in rassegna le principali iniziative storiografiche degli ultimi decenni dando conto dei risultati conseguiti e prospetta nuove piste di ricerca; Storia della Chiesa in Italia. Orientamenti e prospettive, a cura di M. Guasco, in Humanitas, V (2004), pp. 894-1083; Storia della Chiesa in Europa tra ordinamento politicoamministrativo e strutture ecclesiastiche, Brescia, 2005. 110 Cfr. U. Dovere, La figura del vescovo tra la fine del mondo antico e lavvento dei nuovi popoli europei, Archivum historiae pontificiae, 41 (2003), pp. 25-49; G. Tabacco, Il volto ecclesiastico del potere in et carolingia, in Id., Sperimentazioni del potere nellalto medioevo, Torino, 1993, pp. 165-208; Id., La sintesi istituzionale di vescovo e citt in Italia e il suo superamento nella res pubblica comunale, in Id., Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino, 1979, pp. 397-427; G. Sergi, Poteri temporali del vescovo: il problema storiografico, in Vescovo e citt nellalto medioevo: quadri generali e realt toscane, Atti del Convegno internazionale di studi (Pistoia, 16-17 maggio 1998), Pistoia, 2002, pp. 1-16; R. Bordone, I poteri di tipo comitale dei vescovi nei secoli X-XII, in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo: marchesi conti e visconti nel Regno italico (secc. IX-XII), Atti del III Convegno (Pisa, 18-20 marzo 1999), a cura di A. Spicciani, Roma, 2003, pp. 103-122; Alberzoni, Redde rationem villicationis tue cit., p. 296.

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negli anni centrali del secolo111. Il caso di Mantova si preseta ad essere un campione esemplare non solo per le figure di vescovi che ressero la diocesi, ma anche per la disponibilit non comune di una documentazione archivistica che consente di penetrare nei diversi aspetti del governo episcopale, e quindi di seguire nel concreto lesplicitarsi quotidiano dellofficio epsicopale, documentazione che rappresenta essa stessa uno strumento di governo112 . Lo si far, va posto in evidenza, alla luce di una storiografia locale esigua, erudita o compilativa113 ,
Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 61-77. Si fa riferimento in particolare alla documentazione vescovile in registro, della quale lo scrivente si occupato in I registri della Chiesa vescovile di Mantova nel secolo XIII, in I registri vescovili dellItalia settentrionale (secoli XII-XV), Atti del Convegno di studi (Monselice, 24-25 novembre 2000), a cura di A. Bartoli Langeli, A. Rigon, Roma, 2003, pp. 141-187; Notai e scritture vescovili a Mantova fra XII e XIV secolo. Una ricerca in corso, in Chiese e notai, Verona, 2004 (= Quaderni di storia religiosa, XI), pp. 51-85; Per notarios suos. Vescovi e notai a Mantova tra XII e XIII secolo, in Archivio storico lombardo, anno CXXXI-CXXXII, vol. XI (20052006), pp. 149-192; e ora qui al capitolo I. Il registro numero 2 stato oggetto di una recente edizione (Mantova e lepiscopato mantovano nella prima met del Duecento. Registro della mensa vescovile di Mantova, 1215-1233, a cura di G. Nosari, Reggiolo, (RE) 2004), ma quanto esposto in questa sede risulta dallesame diretto della fonte, nelle pagine seguenti si pertanto ritenuto opportuno rimandare direttamente alla fonte. 113 Ricordiamo I. Donesmondi, Dellhistoria ecclesiastica di Mantova, 2 voll., Mantova, 1612-1616; G. Pezza-Rossa, Storia cronologica dei vescovi mantovani, Mantova, 1847; A. Sordi, Memoria storico-critica sul beato Jacopo de Benfatti vescovo di Mantova corredata di autentici inediti documenti estratti dallarchivio capitolare della cattedrale, Mantova, 1847; Id., Cenni biografici delle dignit e dei canonici della mantovana Chiesa assunti allepiscopato in patria e fuori dallanno MLXXVII sino a nostri giorni, Mantova, 1850; C. Savoia, Serie cronologica dei vescovi di Mantova, Mantova, 1858; Id., Memoria sui documenti autentici dallanno 1304 al 1332 riguardanti il b. Giacomo de Benfatti dellordine dei predicatori cittadino e vescovo di Mantova esistenti nellarchivio vescovile di detta citt, Mantova, 1861. Sui vescovi di Mantova ha raccolto informazioni DArco, Studi intorno cit, nel volume VII. Va poi segnalato F.C. Carreri, Appunti e documenti sulle condizioni dellepiscopio mantovano al tempo
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Introduzione

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scarsamente attenta alle sollecitazioni della pi recente storiografia e indifferente a temi quali per lappunto quello del governo vescovile che al centro di questo volume. * * *

Questo libro costituisce la rielaborazione di una parte della mia tesi di dottorato, dal titolo Episcopus et potestas. Vescovi e societ a Mantova nella prima met del Duecento, Universit degli Studi di Padova, Dottorato di ricerca in Storia del Cristianesimo e delle Chiese (XVII ciclo), coordinatore Antonio Rigon114. La tesi stata condotta con la supervisione di Giuseppina De Sandre Gasparini e Cristina La Rocca, che ringrazio per la predi Guidotto da Correggio e de prossimi predecessori, Atti e Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova, n.s., I, (1908), pp. 4384, che fa ampio ricorso alla documentazione vescovile in registro. Si deve poi citare la rapida sintesi di R. Brunelli, Diocesi di Mantova, Brescia, 1986. Dei numerosi altri lavori pubblicati negli ultimi anni da monsignor Roberto Brunelli, molti dei quali con finalit divulgative, si ricorda qui il solo Luoghi e vicende di Mantova francescana, Mantova, 2001; Monasteri e conventi nel medioevo mantovano, in La regola e lo spazio, a cura di R. Salvarani, G. Andenna, Brescia, 2004, pp. 65-78. Un imprescindibile punto riferimento anche per le vicende della Chiesa mantovana nel medioevo pure la sintesi di M. Vaini, Dal comune alla signoria. Mantova dal 1200 al 1328, Milano, 1986. 114 Dalle mie ricerche condotte nellambito del dottorato sono nel frattempo scaturiti i seguenti articoli: Signa sanctitatis e signa notarii. A proposito del processo di canonizzazione di Giovanni Bono ( 1249), in Notai, miracoli e culto dei santi. Pubblicit e autenticazione del sacro tra XII e XV secolo, Atti del Seminario internazionale (Roma, 5-7 dicembre 2002), a cura di R. Michetti, Milano, Giuffr, 2004, pp. 289-341; Domus seu religio. Contributo allo studio della congregazione dei canonici di San Marco nella Mantova comunale, Rivista di storia della Chiesa in Italia, LIX (2005), pp. 13-39; Un officiale episcopale del primo Duecento: Uberto da Parma delegato e vicario dei vescovi di Mantova (1231-1241), Chiesa, vita religiosa, societ nel medioevo italiano. Studi offerti a Giuseppina De Sandre Gasparini, a cura di M.C. Rossi e G.M. Varanini, Roma, 2005, pp. 399-413. Dalla tesi di dottorato ho tratto anche una parte del mio Vescovi-podest cit..

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Governo della Chiesa e vita religiosa

ziosa attenzione che mi hanno prestato. Nei loro confronti e nei confronti di tutto il collegio del Dottorato padovano, che univa docenti di scuole e competenze diverse grazie alla formula del consorzio tra atenei, ho contratto numerosi debiti. Un ringraziamento sentito va ai miei maestri veronesi, primo fra tutti Andrea Castagnetti, per il suo magistero e la sua sensibilit, Gian Maria Varanini, il cui aiuto stato fondamentale, e, ancora una volta, Giuseppina De Sandre Gasparini, alla quale devo molto. A tutti loro mi sento di esprimere un ringraziamento che vuole essere qualcosa di pi della fredda deferenza accademica. Fra i molti che mi sono stati vicini e che ho incontrato in questi anni ricordo in particolare Anna Zago, Maria Clara Rossi, Michele Pellegrini, Paolo Campagnari, Paolo Montanarini, amici, compagni di studi e di ansie. E infine, ma non per ultimo, un pensiero speciale alla mia famiglia.

PARTE PRIMA LE ISTITUZIONI DI GOVERNO

CAPITOLO I. DOCUMENTARE PER GOVERNARE 1. Alle origini di una prassi documentaria Nel novero degli studi dedicati alle fonti scritte dei secoli XII e XIII1, ampio spazio stato riservato alla produzione delle istituzioni laiche ed in modo specifico a 2 quella dei comuni cittadini . Ci ha comportato una sem1 Relativamente alle fonti scritte di ambito italiano in genarle, dobbligo il rimando a P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma, 1991. 2 G. Costamagna, Il notaio a Genova tra prestigio e potere, Roma, 1970; M. Amelotti, G. Costamagna, Alle origini del notariato italiano, Roma, 1975; A. Liva, Notariato e documento notarile a Milano, Roma, 1979; Notariato medievale bolognese, Atti di un convegno (febbraio 1976), Roma, 1977; M.F. Baroni, Il notaio milanese e la redazione del documento comunale tra il 1150 e il 1250, in Felix olim Lombardia. Studi di storia padana dedicati dagli allievi a Giuseppe Martini, Milano, 1978, pp. 5-25; Il notariato nella civilt toscana, Atti di un convegno (maggio 1981), Roma, 1985; C. Carbonetti Venditelli, Per un contributo alla storia del documento comunale nel Lazio dei secoli XII e XIII. I comuni delle provincie di Campagna e Marittima, Mlanges de lcole franaise de Rome. Moyen Age, 101 (1989), pp. 95-132; Ead., Documenti su libro. Lattivit documentaria del comune di Viterbo nel Duecento, Roma, 1996; E. Barbieri, Notariato e documento notarile a Pavia (secoli XIXIV), Firenze, 1990; Id., Notariato e documentazione a Vercelli tra XII e XIII secolo, in LUniversit di Vercelli nel medioevo. Atti del II Congresso storico vercellese (Vercelli, 23-25 ottobre 1992), Vercelli, 1994, pp. 255-292; Studio bolognese e formazione del notariato, Atti del Convegno (Bologna, 6 maggio 1989), Milano, 1992; Tra Siviglia e Genova: notaio documento e commercio nellet colombiana, Atti del Convegno internazionale (Genova, 12-14 marzo 1992), a cura di V. Piergiovanni, Milano, 1994; G. Tamba, Una corporazione per il potere. Il notariato a Bologna in et comunale, Bologna, 1998; Il notariato italiano del periodo comunale. Atti del convegno (Piacenza, 11 aprile 1998), Piacenza, 1999; A. Meyer, Felix et inclitus notarius. Studien zum italienischen Notariat vom 7. bis zum 13. Jahrhundert, Tbingen, 2000; A. Rovere, Lorganizzazione burocratica: uffici e documentazione, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del Convegno internazionale di studi (GenovaVenezia, 10-14 marzo 2000), a cura di G. Ortalli e D. Puncuh, Genova, 2001, pp. 103-127; Ead., Comune e documentazione, in

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pre maggiore e articolata attenzione nei riguardi delle diverse tipologie documentali da essi prodotte, valorizzando in maniera particolare la documentazione dufficio raccolta in appositi registri, fonti che sono divenute oggetto di studio in s, in quanto manifestazione di precisi comportamenti istituzionali3. Le ricerche sulle scritture del comune4 sono coniugate ad un non meno importante filone di ricerca incentrato sul notariato italiano che a partire da Pietro Torelli si andato vieppi arricchendosi e articolandosi sfociando in una oramai vasta letteratura allinterno della quale la committenza e la burocrazia 5 comunali hanno un rilievo specifico .
Comuni e memoria storica. Alle origini del comune di Genova, Atti del Convegno di studi (Genova, 24-26 settembre 2001), Genova, 2002, pp. 261-298. 3 Merita dessere riservato un riferimento specifico al caso di Treviso, ogetto in tempi recenti di due importanti edizioni di documentazione comunale in forma di libro: Gli Acta comunitatis Tarvisii del sec. XIII, a cura di A. Michielin, con Nota introduttiva di G.M. Varanini, Roma 1998; Mutui e risarcimenti del comune di Treviso (secolo XIII), a cura di A. Michielin, con Nota introduttiva di A. Michielin e G.M. Varanini, Roma 2003. 4 Tale il titolo di una nota raccolta di saggi: Le scritture del comune. Amministrazione e memoria nelle citt dei secoli XII e XIII, a cura di G. Albini, Torino 1998. 5 Non si pu prescindere dal citare il classico P. Torelli, Studi e ricerche di diplomatica comunale, Roma 1980, e la recente messa a punto di D. Puncuh, La diplomatica comunale in Italia dal saggio del Torelli ai nostri giorni, in La diplomatique urbaine en Europe au Moyen Age. Actes du congrs de la commission internationale de diplomatique (Gand, 25-29 aot 1998), a cura di W. Prevenier e Th. De Hemptinne, Leuven-Apeldoorn 2000, pp. 383-406. Relativamente ai rapporti tra notai e istituzioni comunali (oltre alle indicazioni fornite alla nota precedente) dobbligo ricordare la folta serie di studi condotti da G. G. Fissore (Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca nel comune di Asti. I modi e le forme dellintervento notarile nella costituzione del documento comunale, Spoleto 1977; La diplomatica del documento comunale fra notariato e cancelleria, Studi medievali, 19 (1978); Pluralit di forme e unit autenticatoria nelle cancellerie del medioevo subalpino (secoli XXIII), in Piemonte medievale. Forme del potere e della societ, Torino 1985, pp. 145-167; Il notariato urbano tra funzionariato e

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Ben diverso lo stato delle ricerche relative alle istituzioni ecclesiastiche6. Infatti, se vero che lattenzione verso i diplomi vescovili gode di una lunga tradizione

professionismo nellarea subalpina, in Levoluzione delle citt italiane nellXI secolo, a cura di R. Bordone e J. Jarnut, Bologna 1988, pp. 137-150; Origini e formazione del documento comunale a Milano, in Milano e il suo territorio in et comunale (XI-XII secolo). Atti del XI congresso internazionale di studi sullaltomedioevo (Milano, 26-30 ottobre 1987), Spoleto 1989, II, pp. 551-588; Alle origini del documento comunale. I rapporti tra i notai e listituzione, in Le scritture del comune. Amministrazione e memoria nelle citt dei secoli XII e XIII, a cura di G. Albini, Torino 1998, pp. 39-60 [gi in: Civilt comunale: libro, scrittura, documento. Atti del convegno (Genova, 8-11 novembre 1988), Genova 1989, pp. 99-127]), e di A. Bartoli Langeli (Le fonti per la storia di un comune, in Societ e istituzioni dellItalia comunale: lesempio di Perugia (secoli XII-XIV). Atti del congresso storico internazionale (Perugia, 6-9 novembre 1985), Perugia, 1988; La documentazione degli stati italiani nei secoli XIII-XV: forme, organizzazione, personale, in Culture et idologie dans la gense de ltat moderne. Actes de la table ronde (Roma, 1517 ottobre 1984), Roma 1985, pp. 35-55 [ora in Le scritture del comune, pp. 155-171]; Notariato, documentazione e coscienza comunale, in Federico II e le citt italiane, pp. 264-276; Il notaio, in Ceti, modelli, comportamenti nella societ medievale (secoli XIIImet XIV). Atti del XVII convegno internazionale di studi (Pistoia, 14-17 maggio 1999), Pistoia, 2001, pp. 23-42; Il notariato, in Genova, Venezia, il Levante, pp. 73-101). Si ricordano inoltre J.-C. Maire Vigueur, Rvolution documentaire et rvolution scripturaire: le cas de lItalie mdivale, Bibliothque de lcole des chartes, 153 (1995), pp. 177-185); L. Baietto, Elaborazione di sistemi documentari e trasformazioni politiche nei comuni piemontesi (secolo XIII): una relazione di circolarit, Societ e storia, 98 (2002), pp. 645-679. A. Pratesi, Appunti per una storia del notariato, in Id., Tra carte e notai. Saggi di diplomatica dal 1951 al 1991, Roma 1992, pp. 521-535. G. Fasoli, Giuristi, giudici e notai nellordinamento comunale e nella vita cittadina, in Ead., Scritti di storia medievale, a cura di F. Bocchi, A. Carile, A. I. Pini, Bologna 1974, pp. 609-622; Ead., Il notaio nella vita cittadina bolognese (secoli XII-XIV), in Notariato medievale bolognese, cit., pp. 124-142. 6 Sulla egemonia della tradizione ecclesiastica dallalto medioevo allXI secolo si soffermato Cammarosano, Italia medievale cit., pp. 39-111.

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di studi7, va osservato che essa si concentrata soprattutto sullalto e sul pieno medioevo; mentre lattenzione tanto per le scritture delle Chiese bassomedievali quanto per i notai vescovili decisamente recente. Eppure anche le istituzioni ecclesiastiche conobbero, soprattutto dal primo Duecento, importanti evoluzioni nella struttura dei documenti8, e fra queste va rimarcata la produzione e la conservazione di documentazione in forma di registro9. Il merito daver riconosciuto la centralit di questultima tipologia documentaria spetta a Robert Brentano. Nel suo volume Two Churches edito nel 196810 e dedicato al confronto fra la Chiesa inglese e quella italiana, un lungo capitolo dedicato alla Chiesa scritta, ovvero alla analisi delle diverse tipologie documentarie prodotte dalle due Chiese. Secondo lo studioso americano la differenza pi ovvia fra i documenti delle due Chiese va individuata nei registri dei vescovi i quali esistevano in Inghilterra, ma non in Italia11.

Die Diplomatik der Bischofsurkunde vor 1250, Referate zum VIII. internationalen Kongress fr Diplomatik (Innsbruck, 27. September 3. Oktober 1993), herausgegeben von Ch. Haidacher, W. Kofler, Innsbruck 1995; La memoria delle Chiese. Cancellerie vescovili e culture notarili nellItalia centro-settentrionale (secoli XXIII), a cura di P. Cancian, Torino 1995. 8 Cammarosano, Italia medievale cit., p. 225. 9 Cammarosano, Italia medievale cit., pp. 226-227. Sulla documentazione in libro degli enti monastici si di recente soffermato D. Puncuh, Cartulari monastici e conventuali: confronti e osservazioni per un censimento, in Libro, scrittura, documento della civilt monastica e conventuale nel basso medioevo (secoli XIII-XIV), Atti del Convegno di studio (Fermo, 17-19 settembre 1997), a cura di G. Avarucci, R.M. Borraccini Verducci, G. Borri, Spoleto 1999, pp. 341-380. 10 R. Brentano, Two Churches. England and Italy in the Thirteenth Century, Princeton 1968; ledizione italiana, cui si far riferimento di seguito, apparsa con il titolo Due Chiese: Italia e Inghilterra nel XIII secolo, Bologna 1972, con Introduzione di C. Violante (tale Introduzione si trova ora riedita in C. Violante, Prospettive storiografiche sulla societ medioevale, Milano1995, pp. 90-105). 11 Le citazioni sono tratte da Brentano, Due Chiese cit., p. 307.

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I registri inglesi pi antichi cui il Brentano fa riferimento provengono da Lincoln e da York e risalgono rispettivamente al 1217 e al 1225. Si tratta di un tipo di documento che si adattava perfettamente al governo diocesano12 e che, conservati con cura e sistematicamente, con il passaggio da semplice elenco a codice, da forma casuale a forma ben fissata, da pochi a molti registri rappresentano il prodotto della reale e attiva amministrazione della Chiesa inglese13. LItalia, viceversa, sempre sotto losservazione del papato che aveva i suoi registri magnifici nel tredicesimo secolo, non vide tale passaggio14. Qualche eccezione, invero, non sembra mancare nemmeno in Italia, come lo stesso Brentano segnala, riferendosi essenzialmente a Citt di Castello15. Egli osserva infatti che nel vuoto circostante, loperato di Citt di Castello di particolare rilievo con i suoi nove libri di documenti episcopali16. Ma nonostante la presenza di
Brentano, Due Chiese cit., p. 308. Brentano, Due Chiese cit., p. 308. 14 Brentano, Due Chiese cit., p. 308. 15 Di Citt di Castello si occup lo stesso R. Brentano in The Bischops Books of Citt di Castello, Traditio, XVI (1960), pp. 241254. All studio della medesima realt si dedicata anche S. Merli, Qui seminat spiritualia debet recipere temporalia. Lepiscopato di Citt di Castello nella prima met del Duecento, Mlanges de lEcole franaise de Rome. Moyen ge, 109/2 (1997), pp. 269-301, che a p. 291 annota: Con ladozione dei registri vescovili si inaugura dunque a Citt di Castello quel tipo di amministrazione ecclesiastica, conosciuta in Inghilterra attraverso i registri di Lincoln e di York, che mira non soltanto alla registrazione degli affari relativi alla gestione patrimoniale, ma anche alla registrazione di nomine di pievani e rettori, di collazioni di benefici e soprattutto delle visite pastorali e dei sinodi diocesani. 16 Brentano, Due Chiese cit., p. 308. Notiamo che il Brentano fa riferimento ai registri di fine tredicesimo secolo omettendo di segnalare la documentazione su Registro di Giovanni, vescovo di Citt di Castello dal 1206 al 1226: Merli, Lepiscopato di Citt di Castello cit., p. 272-273. lattivit del presule Giovanni ora analizzata da F. Barni, Giovanni II Restauratore del vescovato di Citt di Castello (12061226), Napoli 1991.
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simili casi, la documentazione conservata negli archivi di una Chiesa definita notarile17, viene comunque assunta a testimonianza del rifiuto del tipo di amministrazione ecclesiastica espressa nei registri di Lincoln e York18. Sulla scia dei rilievi del Brentano un recente convegno padovano ha inteso riprendere il tema registri vescovili19. Ebbene, i diversi saggi apparsi nel relativo volume di atti pertinenti una gamma di casi in gran parte relativi al Settentrione, evidenziano come la situazione italiana sia assai pi ricca di quanto lo studioso americano aveva descritto. Innanzitutto la tenuta di registri apparsa non essere una peculiarit della sola Citt di Castello. Anzi: ad essa si devono accostare gli esempi altrettanto precoci di Mantova sulla quale ci soffermeremo in questo capitolo , Trento20, Genova21 e Orvieto22. Certo, ogni
Brentano, Due Chiese cit., p. 329. Rileviamo in proposito che Brentano a p. 329 afferma che la registrazione ecclesiastica italiana, dove esiste, dominata da due caratteristiche molto peculiari: generalmente notarile in quanto il notaio addetto a espletare gli affari della chiesa la registrava nella stessa maniera in cui registrava gli altri affari, per quanto, talvolta, lo facesse in un Registro o codice limitato agli affari della chiesa; la registrazione italiana, generalmente, registra solo i passaggi di propriet (o, come a Valdiponte, di denaro), cos non , in nessun modo, particolarmente ecclesiastica o (in un senso non fiscale) amministrativa. 18 Brentano, Due Chiese cit., p. 325. 19 I registri vescovili dellItalia settentrionale (secoli XIII-XV), Atti del Convegno di studi (Monselice, 24-25 novembre 2000), a cura di A. Bartoli Langeli, A. Rigon, Roma 2003. In questo volume di atti purtroppo non figurano i testi di molti degli interventi presentati al convegno, e fra questi in particolare quelli relativi alla realt genovese. 20 E. Curzel, Registri vecsovili trentini (fino al 1360), in I registri vescovili cit., pp. 189-198; D. Frioli, Lesperienza dellepiscopato tridentino. Il Liber Sancti Vigilii, in I registri vescovili cit., pp. 199229. Si vedano anche Il Quaternus rogacionum del notaio Bongiovanni di Bonandrea (1308-1320), a cura di D. Rando e M. Motter, Bologna 1997; D. Frioli, La costruzione di un Registro vescovile: Nicol da Brno, vescovo di Trento (1338-1347) e il Codex Wangianus Maior, in Vescovi medievali cit., pp. 207-266. 21 A. Rovere, Libri iurium-privilegiorum, contractuuminstrumentorum e livellari della chiesa genovese (sec. XII-XV). Ri17

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caso ha delle proprie peculiarit, valutabili alla luce di ogni concreta situazione locale; ma la distanza del modello italiano da quello inglese appare ora essere meno ampia di quanto era stato prospettato. Anche in Italia il graduale processo che sostitu la serialit delle registrazioni alla singolarit dellatto, la forma libro al foglio di pergamena risulta essere strettamente connesso con la necessit di razionalizzare le pratiche di governo, di controllolare e gestire le competenze pastorali, politiche, patrimoniali, giurisdizionali, fiscali dellistituzione23 Chiesa. Insomma, i registri vescovili, pur nella diversit dei molteplici contesti, appaiono essere uno strumento del governo diocesano, e in quanto tali costituiscono una fonte di primaria importanza per ripercorrere lattivit dei presuli nei loro diversi settori dintervento. Il caso mantovano appare essere del tutto allineabile alla realt inglese cui s fatto sopra riferimento. Non sembra possibile, infatti, non accostare lattivit pastorale di Guidotto da Correggio, impegnato nella gubernatio, visitatio e correctio dei fedeli, a quella dei contemporanei prelati inglesi descritta da Brentano, n si pu fare a meno di rimarcare la quasi perfetta corrispondenza cronologica fra i registri delle due diocesi inglesi e quelli di Mantova. La situazione di Mantova si presenta inoltre piuttosto peculiare anche nel quadro della realt italiana, ch i suoi cinque registri distribuiti nel periodo compreso fra il 1215 ed il 1268 costituiscono una delle serie pi precoci e pi consistenti che si conoscano. Il loro studio pu proficuamente contribuire a smussare le difformit fra i diversi modelli prospettati nel volume Due Chiese; essi possono essere assunti, assieme a quelli di altre diocerche sulla documentazione ecclesiastica, Atti della Societ ligure di storia patria, n.s., XXIV (1984), pp. 107-170. 22 L. Riccetti, La cronaca di Ranerio vescovo di Orvieto (12281248). Una prima ricognizione, Rivista di storia della Chiesa in Italia, 43 (1989), pp. 480-509. 23 A. Bartoli Langeli, A. Rigon, Premessa, in I registri vescovili cit., p. XI.

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cesi italiane, quali termini di paragone. I registri mantovani, infatti, sembrano offrire limmagine di una Chiesa locale i cui pastori hanno voluto e saputo esercitare una effettiva azione di amministrazione nella loro diocesi, adottando una strategia documentaria la tenuta di registri, per lappunto che di quellazione stata, e per noi , espressione e strumento, in uno stretto rapporto fra governo e scritture. La politica documentaria adottata dai vescovi di Mantova sembra infatti costituire la risposta ad esigenze concrete, cosicch quei registri potrebbero essere ricondotti alle scritture pragmatiche che oltre alle amministrazioni civili anche quelle ecclesiastiche impiegarono come riflesso di nuove e sempre crescenti esigenze connesse ad una rinnovata attivit pastorale24. A tal proposito converr sottolineare che tanto le scelte documentarie quanto i rapporti con il notariato posti in essere dai vescovi di Mantova non paiono essere del tutto avulsi dal contesto documentario complessivo. Non solo il processo che stiamo iniziando ad esporre si svilupp in stretta analogia con quanto in quel torno di tempo andavano facendo i comuni cittadini, in anni in cui si attu la cosiddetta rivoluzione documentaria25, e dietro sollecitazioni provenienti dai vertici della Chiesa romana: non si pu in proposito non fare almeno riferimento allimpatto che alcuni pontificati, ed in maniera particola24 A tal proposito si vedano soprattutto i riferimenti agli studi di H. Keller e dei suoi allievi citati in D. Rando, Religiosi ac presbyteri vagabundi. Vescovi e disciplina clericale dai registri delle ammissioni nella diocesi di Trento (1478-1493), in La parrocchia nel medioevo. Economia, scambi, solidariet, a cura di A. Paravicini Bagliani, V. Pasche, Roma 1995, pp. 169-207: pp. 192-202, e in L. Baietto, Scrittura e politica. Il sistema documentario dei comuni piemontesi nella prima met del XIII secolo, Bollettino storico-bibliografico subalpino, XCVIII/I (2000), pp. 105-165, alle pp. 112-113. 25 Oltre alla bibliografia gi citata alle note precedenti si veda J.C. Maire Vigueur, Rvolution documentaire et rvolution scripturaire: le cas de lItalie mdievale, Bibliothque de cole des chartes, 153 (1995), pp. 177-185.

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re quello di Innocenzo III, dovettero avere a livello locale26. Si rammenti, inoltre, che con lottava costituzione del IV Concilio lateranense27 si sanc la necessit di affidare la redazione degli atti dei tribunali ecclesiastici ad una publica persona28. N la precedente normativa pontificia era stata disattenta alla rilevanza che la figura del notaio andava assumendo grazie alla forza probatoria che egli, dotato di fides publica, imprimeva alla documentazione che redigeva. In una decretale di Alessandro III, tra gli scripta autentica dei quali si riconosceva la validit, accanto a quelli muniti di sigillum authenticum, vengono annoverati quelli redatti manu publica, ovvero notarile29. Lesigenza di approntare validi mezzi per affrontare con oculatezza lamministrazione delle res Ecclesiae sar posta in evidenza alcuni decenni pi tardi nei canoni del primo concilio di Lione, laddove con drammaticit si rileva la necessit dimpedire alle singole istituzioni eccle-

In merito allimpulso dato alla produzione documentaria della Sede apostolica dai pontefici e soprattutto da Innocenzo III, ovvero sulladozione di nuove consuetudini di registrazione, si veda Cammarosano, Italia medievale cit., pp. 217-225. 27 Conciliorum cumenicorum Decreta, curantibus J. Alberigo, J. Dossetti, P. Jannou, C. Leonardi, P. Prodi, Bologna 1973, p. 252, Constitutio 38: () statuimus ut tam in ordinario iudicio quam extraordinario, iudex semper adhibeat aut publicam, si potest habere, personam, aut duos viros idoneos, qui fideliter universa iudicii acta conscribant (). 28 M. Maccarrone, Cura animarum e parochialis sacerdos nelle costituzioni del IV concilio lateranense (1215). Applicazioni in Italia nel sec. XIII, in Pievi e parrocchie in Italia nel basso medioevo (sec. XIII-XV), Atti del VI Congresso di Storia della Chiesa in Italia (Firenze, 21-25 settembre 1981), Roma 1984, pp. 81-195: p. 104 [ora anche in Id., Nuovi studi su Innocenzo III, a cura di R. Lambertini, Roma 1995, pp. 271-367]. 29 G. Nicolaj, Note di diplomatica vescovile italiana (secc. VIIIXIII), in Die Diplomatik cit., p. 386.

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siastiche di essere avviluppate dallusurarum vorago raccomandando loro la redazione di inventari30. I vertici della Chiesa incoraggiarono dunque ladozione di pratiche documentarie innovative, avvertite quali efficaci e validi strumenti di un attento governo diocesano, pratiche che finirono finanche per essere annoverate fra i tratti distintivi del buon pastore. Lo si desume dal trovare indicate fra le colpe pi gravi nelle quali un vescovo poteva incorrere elencate da Enrico da Susa proprio la mancata conservazione di chartas et instrumenta, mancanza posta in correlazione con una cattiva amministrazione delle propriet ecclesiastiche31. Il buon vescovo, in tale ottica, diviene colui che utilmente sa gestire e amministrare la sua diocesi anche attraverso lassunzione di appropriate strategie documentarie. I vescovi di Mantova con la loro politica documentaria sfociata nella realizzazione di numerosi registri, paiono collocarsi pienamente in tale orizzonte. Essi si affidarono per la redazione della loro documentazione a notai di pubblica nomina. Il che implica s che la Chiesa mantovana, come del resto la Chiesa italiana tutta, possa essere detta Chiesa notarile come lebbe a definire Robet Brentano32 ma in un senso nientaffatto negativo. Poteva, del resto, essere diversamente nellItalia delle citConciliorum cumenicorum Decreta cit., Constitutio [1]: De usuris, p. 293. Cfr. G. Andenna, Non habeant mobilia de quibus possent satisfacere creditoribus. La crisi economico-finanziaria dei monasteri del Piemonte orienatle in et comunale, in Il monachesimo italiano nellet comunale, Atti del IV convegno di studi storici sullItalia benedettina (Pontida, 3-6 settembre 1995), a cura di G.B. Trolese, Cesena 1998, pp. 63-96. 31 H. Hostiensis, Summa aurea, Venetiis 1570, p. 463; preso in considerazione da Maccarrone, Cura animarum cit., pp. 104-105; e, con specifico rimando al passo cui si inteso far qui riferimento, da M. C. Rossi, I notai di curia e la nascita di una burocrazia vescovile: il caso veronese, in Vescovi medievali cit., pp. 73-164: p. 84 <tale contributo, privo delle biografie dei notai (pp. 115-164), apparso anche in Societ e storia, pp. 1-33>. 32 Brentano, Due Chiese cit., p. 309.
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t33, citt che formicolavano di notai34? Probabilmente no. Non a caso, infatti, Giovanni da Bologna, avvertito della necessit che, secundum formam romane curie, gli atti del foro ecclesiastico dovessero essere informati allars notarie, indirizz allarcivescovo di Canterbury la sua Summa rilevando la sostanziale differenza fra la realt anglosassone e quella italiana: in Italia gli Ytalici tamquam cauti quasi de omni eo quod ad invicem contrahunt habere volunt publicum instrumentum, tutto ci quasi contrarium est in Anglicis, videlicet quod nisi necessarium esset non nisi rarissime petitur instrumentum35. 2. I registri dei vescovi di Mantova Della redazione e della conservazione della documentazione dei vescovi di Mantova in forma di registro abbiamo precisi riscontri a partire dal secondo decennio del Duecento. Si tratt, come evidenzieremo in queste pagine, di uniniziativa tuttaltro che episodica, non legata allattivit di un singolo presule, bens di una pratica documentaria destinata a divenire prassi, come testimonia il suo prorogarsi nel tempo, come vedremo. Mancano studi specifici dedicati alla ricostruzione delle vicende storiche dellarchivio. Non si ha pertanto
33 Per quanto attiene al rilievo e al ruolo del notaio nella citt italiana sia sufficiente rimandare ad A. Bartoli Langeli, Il notaio, in Ceti, modelli, comportamenti nella societ medievale (secoli XIII-met XIV), Atti del XVII convegno internazionale di studi (Pistoia, 14-17 maggio 1999), Pistoia 2001, pp. 23-42. Si veda ora anche Id., Notai. Scrivere documenti nellItalia medievale, Roma, 2006. 34 Nicolaj, Note di diplomatica vescovile italiana (secc. VIIIXIII), in Die Diplomatik cit., p. 386. 35 Iohannes Bononiensis, Summa notarie de hiis que in foro ecclesiastico coram quibuscumque iudicibus occurrunt notariis conscribenda, in L. Rockinger, Briefsteller und Formelbcher des 11. bis 14. Jahrhunderts, II, New York 1961, pp. 603-604, da dove sono tratte le citazioni.

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conoscenza alcuna di quegli interventi di assemblaggio che, come vedremo, possiamo supporre abbiano portato alla confezione degli attuali registri. Tuttavia, la considerazione delle caratteristiche estrinseche che accomunano lintera serie e la presenza di una annotazione apposta da due commissari attivi nella prima met dellOttocento, inducono a ritenere che in quel periodo lintera serie sia stata sottoposta ad una sistematica revisione e probabilmente al rifacimento della rilegatura. Al principio degli anni trenta del Novecento, il vescovo di Mantova Domenico Menna, affid allo storico bresciano Romolo Putelli lincarico di procedere al riordino dellintero Archivio. Nella relazione in cui il Putelli d conto del suo operato, viene ricordato il grave stato di disordine che regnava fra la documentazione custoditavi, disordine dovuto, a suo dire, ai vari interventi sovrappostisi nel tempo, alla dislocazione del materiale documentario in locali diversi, e finanche a gnomi malefici, a folletti che siansi divertiti a scompigliare le carte in modo faceto o tragico36. ancora il Putelli a ricordare quei molti fogli diversi [che] volando come falde di neve saranno andati a posare disordinatamente qua e l costringendo le pie mani raccoglitrici a stringere poi fra loro le pi disparate carte che se ne stavano raminghe come miseri trovatelli in cerca di paternit37. Egli riferisce anche che fogli sparsi e parecchi registri dal XIII secolo in poi giacevano non solo indesignati, ma trascurati, sgualciti, strappati barbaramente o calpestati. Qualcuno aveva anche di recente eccitato le amorevoli attenzioni di dotti antiquari. Una simile situazione non faceva che facilitare smarrimenti e dispersioni, cos come lo stesso riordinatore informa dando notizia dellavvenuto recupero di tre volumi dei pi remoti (secolo XIII) e preziosi
R. Putelli, Il riordino dellArchivio Diocesano di Mantova, Giornale ufficiale della Diocesi di Mantova, XVII (1936), p. 107128, p. 110. 37 Putelli, Il riordino dellArchivio Diocesano di Mantova cit., p. 110.
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tra i Registri della Mensa Vescovile che un vecchio fiduciario aveva prestato ad estranei senza nota alcuna38. Un ulteriore intervento sullArchivio si avuto attorno alla fine degli anni settanta, mediante il quale si provveduto alla redazione di un inventario di tutta la documentazione custodita e alla rinumerazione dei codici: il registro che sino ad allora era indicato come Volume miscellaneo diventato il numero 1 della serie, e quello che era stato sino ad allora il numero 1 divenne il secondo, e cos di seguito39. Sar bene a questo punto spendere qualche parola sullutilizzo che di tali registri stato fatto, utilizzo che sembra non essere proporzionato alla consistenza numerica e qualitativa degli stessi. Un ampio uso ne fece agli inizi del Novecento, Ferruccio Carreri in un saggio dedicato alla Chiesa mantovana dei primi decenni del XIII secolo40. Successivamente se ne avvalsero Pietro Torelli, soprattutto per il primo volume de Un comune cittadino41; Cesare Cenci nel suo contributo sulla presenza minoritica42; e Mario Vaini nella sua sintesi sulla storia di Mantova al volgere dal comune alla signoria43. Solo in tempi molto recenti si tornati a guardare ai registri vescovili con rinnotato interesse, con lobiettivo di considerarli non solo come una semplice miniera da cui trarre le
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Putelli, Il riordino dellArchivio Diocesano di Mantova cit., p.

115.

Gardoni, I registri cit., p. 147. Carreri, Appunti e documenti cit., pp. 43-84. 41 Pietro Torelli ebbe modo di avvalersi ampiamente delle documentazione vescovile in Registro in entrambi i volumi de Un comune cittadino in territorio ad economia agricola. Occorre ricordare che i primi nove registri della mensa vescovile furono compresi dal Torelli nel suo progetto di realizzare un codice diplomatico mantovano: Per un codice diplomatico mantovano, p. 183. 42 Cenci, Le Clarisse cit., p. 3-92. Dellattuale Registro numero 2 si avvalso anche A. Castagnetti, Circoscrizioni amministrative ecclesiastiche in area canossiana, in Studi Matildici, III, Modena 1978, p. 309-330, a p. 318. 43 Vaini, Dal comune, passim.
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pi svariate informazioni, ma in quanto fonti in s44. Oltrettutto il secondo della serie stato oggetto di una edizione45. I registri della mensa vescovile mantovana costituiscono una imponente mole documentaria. Tuttavia si pu dubitare, pur in assenza di specifiche esaustive ricerche, che quella pervenuta a noi sia la sola documentazione in registro prodotta dallepiscopio mantovano. Anche restringendo la nostra attenzione al solo Duecento infatti possibile annotare sulla scorta di una rapida indagine che non tutto stato conservato e trdito. Possiamo sin dora porre in rilievo come molto probabilmente in quellarchivio ammesso che nel Duecento lepiscopio mantovano si fosse gi dotato di un archivio proprio non si dovessero trovare i registri cos come oggi noi li vediamo confezionati. Vi potevano bens essere conservati quei libri e quaterni che oggi li costituiscono, magari uniti ad altri fascicoli, alcuni dei quali andati forse dispersi con il tempo, oppure raggruppati in unit anche di non grande consistenza. In proposito appare essere illuminante lannotazione del notaio Compagnone Stancari, gi pi volte richiamata, la quale ci rende edotti in merito allesistenza di una considerevole quantit di documentazione suddivisa in singole unit, indicate con i termini volumen, liber, quadernus, folius, termini generici s ma non per questo, pensiamo, poco significativi. Pressoch certa possiamo ritenere la presenza di registri dedicati a specifiche materie. Sappiamo ad esempio di un fascicolo, utilizzato e descritto dal Torelli, ma oggi

Gardoni, I registri cit., pp. 141-187. Mantova e lepiscopato mantovano nella prima met del Duecento. Registro della mensa vescovile di Mantova, 1215-1233, a cura di G. Nosari, Reggiolo (RE) 2004. Quanto esposto in questa sede risulta dallesame diretto della fonte, da tempo oggetto di studio da parte dello scrivente. Per tale motivo nelle pagine che seguiranno faremo sempre diretto riferimento alla fonte e non alledizione appena citata.
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non pi reperibile, intitolato Feudi46, del quale facile immaginare il contenuto. In alcuni registri trecenteschi si fa specifico riferimento ad un liber ficti, e non si pu escludere che ve ne fossero pi duno. A questi potrebbero infatti essere ricondotti quei fascicoli della seconda met del XIII secolo del registro 1, in cui compaiono elenchi di persone tenute a corrispondere affitti allepiscopio cui si fatto gi riferimento. La presenza di annotazioni poste ai margini di alcune imbreviature dei registri 3 e 9, informa dellesistenza di memoriali nei quali quelle stesse imbreviature erano state o avrebbero dovuto essere trascritte47. Altro materiale documentario avvicinabile a quello sin qui descritto pu essere rinvenuto in altri fondi archivistici mantovani. La documentazione donata agli inizi del Novecento, e precisamente nel 1910, dagli eredi del sacerdote mantovano Gaetano Scardovelli allArchivio di Stato di Mantova, comprendeva tre elenchi di possessi del vescovado di Mantova48. Di questi, attualmente, ne disponibile solamente uno, quello relativo a possessi nella curtis di Volta Mantovana49. Una annotazione ottocentesca proveniente dallo stesso Archivio fa riferimento ad un fasciculus unicus - fascicolo che oggi risulta deperdito - di investiture concesse dai vescovi di Mantova negli anni compresi fra il 1204 e

46 Torelli, Per un codice diplomatico cit., p. 183; Torelli, Un comune cittadino cit., I, p. 108, nota 2. 47 ASDMn, MV, Registro 3, c. 67r: Non est scripta in memoriali; Registro 9, c. 35r: Instrumentum atestatus positum in memoriali; Registro 9, c. 35v: Non est scripta in memoriali; queste annotazioni sono ascrivibili ad una stessa mano. 48 Torelli, LArchivio, p 191-192; la citazione tratta da p. 192. 49 ASMn, Documenti Scardovelli, b. 1. Il fascicolo, un quaterno di uso amministrativo intitolato De Volta, risulta essere il prodotto dellintervento di pi mani. Tale fascicolo non datato ma collocabile nei primi decenni del secolo XIII essendovi apposte annotazioni marginali risalenti agli anni 1240 e 1260; sul verso dellultima carta sono riportate alcune transazioni per lo pi illeggibili del 1218.

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il 126250, a uomini della localit rurale di Quistello. Sono invece giunti sino a noi due fascicoli di inizio Trecento custoditi in quella stessa busta51. Il primo, un quinterno, riporta numerosi instrumenti tutti di mano del notaio Cristiano del fu Pancagnoni sacri palatii notarius, il quale sul margine superiore della prima carta ha apposto unintestazione che lascia intendere come esso dovesse essere parte di un pi ampio volume, oppure come seconda unit di una serie archivistica, essendo definito secundus quaternus52. Vi sono visibili le annotazioni apposte dallo stesso notaio sul margine destro e quelle apposte da mani pi tarde su quello sinistro. opera dello stesso notaio anche laltro fascicolo, degli anni 1310131253, indicato quale tercius quaternus, che presenta annotazioni su entrambi i margini analoghe a quelle presenti nel precedente. Ben pochi dubbi possono essere espressi in merito alla possibilit che entrambi questi fascicoli facessero originariamente parte di raccolte documentarie ben pi consistenti, raccolte accostabili a quelle prodotte dallo stesso notaio, nello stesso torno di tempo, sempre per conto del vescovo Iacopo, ancora oggi conservate presso lArchivio della mensa vescovile. Dallarchivio duecentesco dei vescovi mantovani si pu ritenere provengano anche tre fascicoli che risultano essere stati in possesso di Pietro Torelli. Di questi, due, entrambi del XIII secolo, riportano elenchi di terre ve50 ASMn, AG, b. 3281: lannotazione anonima cos recita: Fasciculus unicus investiturarum per episcopos Mantuae concessarum nonnullis particularibus de terris Quistelli ab anno 1204 ad 1262, con i seguenti riferimenti archivistici: index 8vus, Ex. calt. 7. 51 ASMn, AG, b. 3281; nella stessa busta vi sono numerose pergamene sciolte di pertinenza vescovile. 52 ASMn, AG, b. 3281: Secundus quaternus investiturarum insule Reveris et terrrarum iacentium super dicta insula et polesinorum Padi adiacentium dicte insule, factarum per venerabilem patrem dominum fratrem Iacobum Dei gratia episcopum Mantuanum et scriptarum per me Christianum notarium millesimo trecentesimo septimo, indictione quinta. 53 ASMn, AG, b. 3281.

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scovili, ossia manifestaciones del tutto simili a quelle presenti nel registro 1. Il terzo fascicolo, del quattordicesimo secolo, concerne beni del monastero di Felonica54. Torniamo a guardare ai cinque registri del secolo XIII. Nel primo si trova documentazione che va dal 1214 al 127055. Nella sua configurazione attuale il registro sembrerebbe essere il frutto dellunione, avvenuta almeno in parte probabilmente gi nel corso del Duecento, di pi fascicoli distinti e di pi fogli singoli, accostati gli uni agli altri senza alcuna logica apparente, anzi, parrebbe proprio, del tutto casualmente, essendo accomunati tra loro dal solo fatto di riguardare i possessi dellepiscopio: circostanza, si badi, tuttaltro che poco rilevante e non poco significativa. Tale registro sembrerebbe configurarsi, quindi, come uno di quegli inventari di beni56 su cui, in tempi piuttosto recenti, ha richiamato lattenzione anche Gina Fasoli57. utile ripercorrere, sia pur in maniera alquanto succinta, le vicende storiche che, a parer nostro, ne favorirono la fattura. In seguito alle frequenti inondazioni del Po verificatesi sul principio degli anni trenta del Duecento58, si rese necessario il rifacimento delle opere di arginatura. Ampie erano le propriet che da antica data lepiscopio
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Accademia Virgiliana di Mantova, Fondo Pietro Torelli, car-

tella 2.

Cfr. Gardoni, I registri cit., pp. 148-152. Torelli, Un comune cittadino, I, in pi occasioni ricorre a questo volume traendone una ricca messe di informazioni (cfr. ad esempio alle pp. 150-151), definendolo una specie di catasto dei beni episcopali delloltre Po (p. 288, nota 2), e in altra occasione un magnifico Registro miscellaneo (p. 293). 57 G. Fasoli, Temporalit vescovili nel basso medioevo, in Vescovi e diocesi in Italia dal XIV alla met del XVI secolo, Atti del VII convegno di storia della Chiesa in Italia (Brescia, 21-25 settembre 1987) a cura di G. De Sandre Gasparini, A. Rigon, F. Trolese, G. M. Varanini, Roma 1990, II, pp. 757-772. 58 Ne tratta P. Torelli, Aspetti caratteristici della storia medioevale mantovana, Atti e Memorie dellAccademia Virgiliana di Mantova, XXII/II (1931), pp. 3-18, a p. 9.
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mantovano deteneva nelle zone a ridosso del grande fiume, ed in modo particolare nel territorio che le fonti del tempo indicano come Insula Reveris59. Nel 1233, Guidotto da Correggio, in quellanno podest oltre che vescovo di Mantova, consigliatosi con alcuni suoi vassalli, ide un vero e proprio piano dintervento60. Si pens di ripartire il carico di lavoro fra quanti tenevano beni in quelle zone indipendentemente dalla loro residenza e indipendentemente dalle ragioni giuridiche dei loro possessi, al fine di suddividerlo proporzionatamente allestensione degli stessi beni. Per dare attuazione a tale piano fu necessario prescrivere a tutti coloro che in quellarea detenevano immobili, primi fra tutti i vassalli della Chiesa, di produrre delle attestazioni in scriptis, per la raccolta delle quali vennero coinvolti alcuni notai ai quali dovette essere affidato lincarico di procedere a rilievi in ben delimitate zone61. A costituire la parte preponderante del primo registro della mensa vescovile di Mantova proprio il materiale documentario prodotto nelle circostanze appena evocate. Lo conferma, ad esempio, una eloquente annotazione rinvenuta nello stesso registro su di una carta, cucita in senso inverso rispetto alle altre, priva di numerazione e la cui met inferiore risulta essere stata tagliata ed asportata, nella quale Compagnonus notarius de Stancario dichiara di aver consegnato al giudice Rodolfo, assessore di Guidotto, vescovo e podest, decem et octo quaternos partim scriptos et partim non expletos de manifestacionibus terrarum et possesionum insule Reveris et
M. Calzolari, Il territorio di San Benedetto di Polirone: idrografia e topografia nellalto medioevo, in Storia di San Benedetto Polirone. Le origini (961-1125), a cura di P. Golinelli, Bologna 1998, pp. 1-33; con particolare riguardo al paragrafo 3 intitolato Un territorio ad isole, e alle pagine 18-19 dove si tratta in maniera specifica dellisola di Revere. 60 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 61r-63r. Carreri, Le condizioni dellepiscopio cit., pp. 32-33. 61 I fatti sono noti: Torelli, Un comune cittadino cit., I, pp. 111113.
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Burgifranchi. Item designavit ei LXXXXXII folios inter parvos et magnos scriptos de prenominatis manifestacionibus terrarum. Item I quaternum in quo est scriptum nomina hominum secundum quod iurabant62. Lannotazione non datata, ma facilmente databile essendovi fatto riferimento alla podesteria del vescovo Guidotto che sappiamo risalire allanno 1233. Non vi possono dunque essere dubbi in merito al fatto che la documentazione consegnata dal notaio Compagnone sia da collegare proprio con liniziativa di riattare gli argini del Po. Lelencazione fornitaci dal notaio Compagnone rende conto anche della tipologia delle singole unit documentarie: quaterni e fogli singoli. E proprio questa la tipologia riscontrabile nel registro. In un altro punto del registro ancora lo stesso notaio che dichiara di aver steso lelenco delle terre di Durello e Alberto Visdomini in istitis duobus foliis63. Un suo collega, Nicolaus de Bendedeo, ritiene utile specificare omnia que in hoc quaterno continetur scripsi 64. Un Liber inventionis terrarum et possessionum datato 1233 del notaio Deodato da Rivalta65. Anche Froglerio notaio da Rivalta firma parte del registro, specificando di aver scritto omnia que in hoc volumine continetur66. Di un Liber manifestacionis de Perarolo67 non conosciamo lestensore, cos come non conosciamo gli autori di numerosissime altre manifestaciones. A questo consistente blocco documentario, riconducibile dunque alle necessit contingenti di ripristinare le arginature lungo il corso del Po, altri ne sono stati aggiunti, tutti, per, attinenti alle propriet vescovili.
ASDMn, MV, Registro 1, <c. 117bis>. ASDMn, MV, Registro, 1, c. 53v; la sottoscrizione priva di datazione. 64 ASDMn, MV, Registro 1, c. 6r, sembrano essere della stessa mano le cc. 6r-8r; a c. 7r lintitolazione: De Mareneda. 65 ASDMn, MV, Registro 1, c. 25r. Si nota la stessa mano sino a c. 34v. 66 ASDMn, MV, Registro 1, c. 146v. 67 ASDMn, MV, Registro 1, cc. 56r-58v.
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Gli altri quattro registri differiscono alquanto da quello appena descrittogli altri quattro registri duecenteschi, accomunati, non solo dal fatto di presentare una scrittura a piena pagina e dal contenere numerosissime imbreviature, ma anche da caratteri estrinseci del tutto analoghi: sono contraddistinti da una identica copertina di cartone e da una identica rilegatura, entrambe riconducibili allet moderna; tutti presentano nellultima carta una annotazione della prima met dellOttocento che attesta lintervento di due commissari. Nella sua conformazione attuale il registro numero 2 il risultato dellaccostamento di pi blocchi originariamente si pu ipotizzare indipendenti, la successione cronologica dei quali non rispettata68: alle cc. 68r-72v, vi sono imbreviature degli anni 1215-122069; alle cc. 1r-18r degli anni 1229-1230; alle cc. 18v-67v, 73r-119v, degli anni 12311233. La documentazione in esso tradita attiene a tre diversi episcopati: a quello di Enrico concernono una quarantina dimbreviature70; a quello di Pellizzario 15071; a quello di Guidotto da Correggio oltre seicento72. Molte delle imbreviature appaiono barrate, solitamente da una o pi righe trasversali, probabilmente ad indicare che da esse stato ricavato il mundum, oppure che lobbligazione attestata era stata assolta. Si pu quindi far risalire almeno agli anni del governo di Enrico lavvio di una pratica documentaria che ha riscontri concreti proprio nella conservazione non pi solamente di atti sciolti ma in forma di libro, circostanza che trova ulteriore riscontro negli analoghi esemplari confluiti nel registro 1 sui quali ci siamo gi soffermati. Ma esso testimonia altres come gi a quellepoca si fosse presentata la necessit dedicare singoli quaderni a speGardoni, I registri cit., pp. 152-153. ASDMn, MV, Registro 2, c. 68r. 70 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 68r-72v; anni 1215, 1217, 1219, 1220. 71 ASDM, MV, Registro 2, cc. 1r-18r 72 ASDM, MV, Registro 2, cc. 18r-67r, 73r-119v.
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cifiche materie: nel nostro caso la documentazione attestante le investiture concesse dai villici vescovili in un arco cronologico ristretto ed in una ben determinata localit. Tale circostanza apre ulteriori interrogativi in merito alle modalit di redazione e gestione di questo tipo di documentazione da parte dellepiscopio in que primi decenni del secolo, e in maniera specifica sul genere di rapporti intrattenuti con il notariato: su tali problematiche si induger oltre. Una attenta lettura del registro consente di individuare precisi rinvii interni al registro stesso, tracce eloquenti della sua funzionalit73. Il registro 3 attiene agli anni 1237-124574. Di questo registro sono ben individuabili le diverse parti che attualmente lo compongono. I primi cinque fascicoli, con imbreviature che datano aprtire dal novembre 1237 il primo, del 1238 il secondo e del 1239 gli altri tre, sembrano attribuibili ad una stessa mano. Una mano diversa ha invece steso i dodici quaterni che seguono, ognuno dei quali reca, nella prima carta, un signum notarile cui segue lintitolazione Quaternum inbreviaturarum, lindicazione del millesimo e dellindizione. Essi si susseguono dallanno 1239 allanno 1245. Manca per una rigida successione interna. Il redattore dei dodici quaterni non indica mai il suo nome. Una mano tarda, invece, tre o quattrocentesca, ha aggiunto nellintestazione, subito dopo il millesimo, il nome del notaio Lafranco detto talvolta Brixiensis talaltra de Asula, ma tale attribuzione avremo occasione di ritornarvi appare essere tuttaltro che condivisibile. Agli anni di governo del presule Iacopo attiene pure il registro 9, composto da 55 carte non tutte delle stesse dimensioni75. Eccezion fatta per le prime carte (cc. 1r8v), non contrassegnate n dal nome di un notaio n da
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Si vedano, ad esempio, ASDMn, MV, Registro 2, c. 46r-v e c. Gardoni, I registri cit., p. 154. Gardoni, I registri cit., pp. 155-156.

52v.

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alcun signum notarile, lintero registro va attribuito al gi menzionato notaio di provenienza bresciana Lafranco76. N si pu escludere che anche di quelle prime carte gli debba essere attribuita la paternit: oltre alla grafia, concorre a suffragare tale ipotesi la presenza a c. 7v di un atto di cui disponiamo del relativo mundum che reca per lappunto la sottoscrizione del notaio Lafranco da Brescia77. Nome che invero vi figura non perch egli stesso ve labbia apposto, ma perch aggiunto da quella stessa mano tarda cui s gi fatto riferimento a proposito del registro 3. Lidentificazione del notaio trova conferma nel signum che contraddistingue alcune parti del codice, quello stesso segno notarile che sappiamo essere stato impiegato da Lafranco nella completio di molti instrumenti, come vedremo pi avanti. Relativamente allarco cronologico cui si riferiscono gli atti contenuti in questo registro notiamo che il primo quaterno si riferisce al periodo compreso fra lestate del 1238 e il mese di gennaio del 1239. Gli atti si susseguono senza che lordine cronologico sia rispettato con rigore e per alcuni periodi del tutto mancante. Si anticipa qui che lultimo fascicolo del registro, di formato pi piccolo rispetto a quelli che lo precedono, da attribuire al notaio Lanfranco, riporta quasi esclusivamente atti del tribunale vescovile. Esso rappresenterebbe insomma un piccolo frammento della produzione documentaria, ovvvero della attivit corrente, di un singolo e specifico ufficio, quello del tribunale per lappunto. Ai fini della comprensione della natura e del contenuto del registro giova segnalare che in esso sono presenti almeno due imbreviature nelle quali vi un diretto riferimento a delle lettere non emanate dalla autorit vescovile locale. Luna del cardinale Ottaviano degli Ubaldini e venne presentata dallarciprete della pieve di Saviola al preposito mantovano Giovanni Gonzaga, lettera di cui non viene peraltro riportato il te76 77

ASDMn, MV, Registro 9, c. 9r, c. 17r, c. 24r, c. 32r, c. 40r. Appendice documentaria, n. 5.

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sto78. Laltra di Gregorio da Montelongo, presentata da Pecco, nipote del giudice Lanfranco da Pegognaga ed indirizzata al vescovo Iacopo. Di questultima conosciamo il contenuto: il legato papale dispone che Pecco sia accolto nella milicia clericale e sia incardinato nella chiesa mantovana di Santa Maria di Cipata79. Neppure il quarto registro, che attiene agli anni 1252-1268, rappresenta la produzione di un singolo notaio80. Tale registro relativo agli anni di governo del presule Martino. Tuttavia, non di tutta la documentazione prodotta durante il suo episcopato dato di riscontrare il corrispondente testo in registro. Si prenda ad esempio un documento del dicembre del 1263 rogato dal notaio Aycardo che nel registro non presente81. N lo uno del giugno del 126482 e uno del giugno 126783. Tale circostanza ci induce nuovamente a riportare lattenzione sui sistemi di registrazione della documentazione vescovile, ovvero sulle modalit di lavoro nella cancelleria vescovile. Di certo contribuisce a far luce sul fatto che i registri attuali non raccolgono lintera produzione documentaria, ma solo una parte.

Vescovi Enrico Pellizzario Guidotto da Correggio Iacopo da CastellArquato Martino da Parma

Episcopato (1192-1228) (1229-1230) (1231-1235) (1237-1252) (1252-1268)

Registri n. 1, n. 2 n. 1; n. 2 n. 1; n. 2 n. 3; n. 9 n. 4

Tabella Gli episcopati del Duecento ed i registri di riferimento

78 79

ASDMn, MV, Registro 9, c. 25v, <1250> marzo 5. ASDMn, MV, Registro 9, c. 26r, <1250> marzo 21. 80 Gardoni, I registri cit., pp. 154-155. 81 ASMn, AG, b. 305, 1263 dicembre 15. 82 ASMn, AG, b. 3281, 1264 giugno 22. 83 ASMn, AG, b. 3281, 1267 giugno 12.

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3. I registri fra sperimentazioni documentarie, influenze notarili e governo vescovile I dati sin qui esposti lasciano intendere come, a partire dai primi decenni del Duecento, lepiscopio avesse adottato una precisa politica documentaria, tendente alla regolare scrittura su fascicoli membranacei della documentazione, il cui autore e garante della validit giuridica il vescovo, come si evidenzia, soprattutto in riferimento al registro numero uno, dallavvicendarsi di pi mani e dalla pressoch totale assenza di intestazioni o altri segni notarili, quasi a voler indicare la subordinazione del notaio al prestigio e al potere vescovile, come se la mediazione notarile fosse ritenuta superflua84. In altre parole, la validit degli atti contenutivi parrebbe dipendere non dalla publica fides del notaio bens dalla riconosciuta autorit dellautore, il vescovo. Tutto sembra far ritenere che mediante il coinvolgimento del notariato pubblico e della cultura notarile, i vescovi mantovani abbiano adottato la tenuta dei registri al fine di rispondere a nuove e pi sentite esigenze amministrative. Non crediamo infatti possa essere posto in dubbio il fatto che la compilazione e la tenuta dei registri sia nel contempo espressione e risposta a rinnovate istanze di una pi attenta ed efficiente amministrazione della diocesi da parte degli ordinari. I registri dei vescovi di Mantova, diversamente da quanto avviene per altri episcopi, non sono libri iurium, non sono il prodotto della memoria storica del vescovado, non sono raccolte di copie di documenti antichi o di atti in pubblica forma estratti dai cartulari notarili: sono registri di imbreviature realizzate da mani che sappiamo con certezza appartenere in gran parte a notai, registri che ai nostri occhi rappresentano lopera di scritturazione de-

84

Cfr. Fissore, Vescovi e notai cit., pp. 893-910.

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rivante dallattivit corrente dei vescovi e dei loro pi stretti collaboratori. Appare essere significativo il fatto che ladozione della forma registro si situi in una congiuntura del tutto particolare per la Chiesa mantovana. Come si evidenzier in un prossimo capitolo, a partire dal regimen di Pellizzario, e in maniera ancora pi manifesta con Guidotto, gli interventi diretti alla difesa della libertas Ecclesiae appaiono divenire sempre pi numerosi, e ci dopo un periodo caratterizzato, per quanto ci dato sapere, dalla forte dispersione del patrimonio e da interventi pubblici lesivi delle prerogative ecclesiastiche. Non migliore doveva essere la situazione per quanto attiene allo spirituale: le carenze nellesercizio della cura danime e la rilassatezza dei costumi di una parte del clero, richiesero pi di un intervento correttivo dellordinario diocesano. I registri sembrano rappresentare il concreto materializzarsi dellopera dei vescovi e nel contempo ne sono strumenti di governo. Il buon governo, insomma, verrebbe a riflettersi anche in una efficiente pratica documentaria. Ne deriva che la presenza dei notai e soprattutto di quelli per i quali lo vedremo si possono intravedere rapporti di tipo funzionariale, tuttaltro che il segno della mancanza di una effettiva attivit di governo della diocesi da parte dei vescovi, come stato invece autorevolmente asserito85. In un contesto culturale cittadino quale quello dellItalia dei comuni, difficilmente non ci si poteva non rivolgere ai notai, ovvero ai professionisti della scrittura, gli unici in possesso delle competenze tecniche rispondenti ai bisogni ideologici, oltrech funzionali, dei poteri cittadini 86, vescovi compresi. Si deve osservare inoltre che la scelta adottata dal vescovado mantovano si situa in un periodo di sperimentazione documentaria che sembrerebbe coinvolgere il
85 86

Brentano, Due Chiese cit., pp. 307-325. Fissore, Vescovi e notai cit., p. 886.

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comune cittadino oltre ai vertici della Chiesa locale. Anche il comune cittadino inizia a redigere i suoi primi registri87. In stretta analogia dunque con quanto avvenne presso il comune88, in quegli anni come avremo occasione di ribadire ulteriormente si registra il progressivo affermarsi degli scritti in forma di quaderno e di libro89 anche nellepiscopio. Nei primi decenni del secolo XIII si osserva infatti una vera e propria svolta: come si gi detto, alla consueta redazione di instrumenta su pergamene singole si affianca la realizzazione di libri e quaterni tale la terminologia impiegata per indicarli dagli stessi notai che li hanno redatti nei quali trovarono posto gli atti inerenti alla amministrazione corrente del vescovo tanto del temporale quanto dello spirituale. Nello stesso torno di tempo lo si espliciter meglio in un prossimo paragrafo , la produzione documentaria vescovile coinvolge un certo numero di liberi professionisti, attivi per pi clienti e molto vicini allambiente del comune cittadino. Anzi, spesso sono i medesimi notai a rogare contemporaneamente per vescovo e comune90. Come non supporre allora lesistenza di reciproche influenze e come non sospettare che alle necessit della Chiesa rispondessero quelle nuove forme di documentazione che il notariato andava adottando? infatti sintomatico che negli stessi anni le maggiori istituzioni cittadine, laiche ed ecclesiastiche, siano interessate da un analogo processo di innovazione nella produzione e nella conservazione della documentazione: il progressivo affermarsi degli scritti in forma di quaderno e di libro91. Verrebbe da asserire che tale sperimentazione entr tanto nel palazzo vescovile quanto in quello comunale proprio per il tramite di quei professionisti, non senza, si deve in87 88

Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 157-158. Polonio, Identit ecclesiastica, identit comunale cit., p. 469. 89 Cammarosano, Italia medievale cit., p. 139. 90 Cfr. Fissore, Vescovi e notai cit., pp. 871-873. 91 Cammarosano, Italia medievale cit., p. 139.

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tendere, il fattivo appoggio delle persone preposte al governo di quelle istituzioni. I notai in tale prospettiva diverrebbero i veicoli di un modello documentario. Occorre in proposito tenere in debito conto la profonda osmosi fra ambiente cittadino, Chiesa e istituzioni politiche dellepoca. Sono ben due i vescovi di inizio Duecento che reggono il comune cittadino come vescovipodest: Enrico e Guidotto92. In alcuni momenti, dunque, alla guida del comune cittadino e della Chiesa troviamo una stessa persona, il vescovo-podest che in entrambi i casi parrebbe non essere figura del tutto estranea n agli ambienti della curia romana n a quelli dellimpero. La societ cittadina ben rappresentata allinterno delle maggiori istituzioni ecclesiastiche. Dalle pi ragguardevoli famiglie provenivano i canonici della cattedrale, uno dei quali Pellizzario divenne vescovo. Orbene, negli anni in cui la diocesi mantovana retta dai presuli appena citati, ad una fase di occasionale redazione e conservazione di documenti su registro ne subentra una ordinaria e continua: circostanza questa da non ritenere casuale, da interpretare anche alla luce dei programmi pastorali e politici di quei presuli, in gran parte ancora da vagliare, e da collocare nel pi ampio contesto culturale cittadino e di quello notarile in particolare. Ma nella ricerca di ulteriori possibili influenze, sar bene tenere in debita considerazione lazione della curia pontificia. Non vanno dimenticati infatti i programmi di pontefici quali Innocenzo III e Gregorio IX e le disposizioni della legislazione ecclesiastica cui si fatto cenno sopra. Da quanto siamo andati sin qui esponendo si evince con immediatezza un dato: i registri di cui ci stiamo occupando si riferiscono ad un periodo di tempo che va dal secondo decennio del Duecento sino alla fine degli anni sessanta dello stesso secolo, anni in cui vengono meno,
92

Si veda Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 57- 61 e pp. 113-

132.

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per ricomparire con gli inizi del successivo. Non sar quindi a questo punto del tutto privo dinteresse dedicare qualche nota ai vescovi che ressero la diocesi mantovana in quel torno di tempo per fornire alcuni riferimenti indispensabili al fine di inquadrare le possibili relazioni fra produzione e conservazione della documentazione vescovile su registro e vicende storiche della Chiesa mantovana, ed in particolare con gli episcopati di Enrico e di Pellizzario. Occorre sottolineare come sia proprio a partire dal regimen di Pellizzario che la produzione e la conservazione della documentazione su registro abbandoni i caratteri di sporadicit che sino ad allora sembra averla contraddistinta per assumere una certa stabilit e continuit. Sono 150 circa gli atti riferibili al suo episcopato conservati nel secondo registro che tutto farebbe presumere essere stato iniziato proprio durante il suo episcopato. Solo in un secondo tempo vi sarebbero stati aggiunti i piccoli fascicoli con le poche decine di atti relativi allepiscopato di Enrico. La redazione del registro venne portata avanti dal successore di Pellizzario, Guidotto da Correggio, nominato vescovo di Mantova nella primavera del 1231. Dellenergica attivit di pastore del da Correggio ci restano oltre seicento atti che occupano la parte preponderante del registro numero due. Si tratta di una documentazione che si distingue da quella pervenutaci per gli episcopati antecedenti non solo dal punto di vista quantitativo e soprattutto qualitativo, come annoteremo oltre. Lordinata serie di imbreviature che lo riguarda, che permette di seguirne loperato nel governo della sua Chiesa quasi senza soluzione di continuit, si interrompe bruscamente con il principio del 1233, anno nel quale il vescovo Guidotto assume la carica di podest. una lacuna non spiegabile con certezza, non almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, che precede di poco la

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morte del presule che sar assassinato come noto nel maggio del 1235. Alla morte violenta di questo presule segue un periodo di sedevacanza. Si deve infatti attendere il 1237 perch il papato destini alla diocesi mantovana Iacopo da CastellArquato (1237-1252). Con larrivo del nuovo vescovo si badi riprende la redazione dei registri: di questo periodo ne sono giunti sino a noi due, i numeri 3 e 9; la natura degli atti contenutivi non pare differenziarsi molto da quella del predecessore. Un solo registro, e di modesta consistenza, ricopre invece gli anni in cui la Chiesa di Mantova affidata a Martino da Parma, divenutone vescovo nel 1252 subito dopo la nomina a cardinale di Iacopo. Martino noto pi che per la sua opera di pastore non ancora studiata e che sar quindi bene vagliare in futuro , per essere ricordato da Salimbene da Parma, il quale ne esalta la cortesia e la cultura: fuit curialis homo, umilis et benignus et liberalis et largus93. Virt queste che potrebbero non aver mancato desercitare una qualche influenza forsanche sui modi di produzione documentaria cos come sembrerebbe lasciar intendere il tentativo di dare vita o vigore ad un modesto ufficio di cancelleria della curia mantovana ne tratteremo oltre. Alla morte del vescovo Martino, avvenuta nel 1268, la Chiesa mantovana si avvia a vivere un nuovo e, questa volta, piuttosto lungo periodo di sedevacanza. Non certo questa la sede per ripercorrere le vicende della Chiesa mantovana negli ultimi decenni del secolo; non ci si pu tuttavia esimere dal fare almeno un cenno alla osteggiata designazione a vescovo del canonico mantovano Filippo Casaloldi, la cui ratifica papale giunse solo al principio del Trecento, in concomitanza con la sua morte. Venne allora traslato alla cattedra episcopale mantovana il veSalimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari 1966, I, p. 433-434.
93

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scovo di Trento Filippo Bonacolsi, ma anchegli mor senza prenderne possesso94. Sar solo nel 1304 che il frate domenicano Iacopo Benfatti otterr il governo della diocesi mantovana che guider sino al 133295. Va dunque rimarcato come la mancanza sulla cattedra vescovile del presule coincida significativamente con il venir meno della redazione, tenuta e conservazione di documentazione su registro e come questa pratica riprenda solo allorquando si giunge alleffettivo insediamento di un nuovo pastore, alleffettivo governo della diocesi tam in temporalibus quam in spiritualibus. Insomma, tutto sembrerebbe condurci a considerare i vescovi succedutesi sulla cattedra mantovana nel corso del Duecento gli unici attori della documentazione su registro di cui ci stiamo occupando. Essi ne favorirono la redazione sino a farne una pratica che possiamo supporre essere stata consuetudinaria nellambito dellamministrazione termine che utilizziamo qui nella sua accezione pi ampia della Chiesa mantovana del tredicesimo secolo. Pratica collegabile allautorit dei vescovi e allesercizio effettivo del loro regimen: quando il vescovo viene a mancare, cessa la tenuta dei registri; quando si insedia un nuovo pastore, ne riprende la corrente redazione. Tali nessi fra vescovi e registri, fra reale azione di governo dei presuli e tenuta dei registri, non possono non concorrere ulteriormente non solo ad annoverare i registri mantovani fra quelli propriamente vescovili, ma anche a ritenerli espressione di una pratica doBrunelli, Diocesi di Mantova cit., p. 50-51; Varanini, Episcopato, societ e ordini mendicanti cit., p. 113. 95 A. Sordi, Memoria storico-critica sul beato Jacopo de Benfatti vescovo di Mantova corredata di autentici inediti documenti estratti dallarchivio capitolare della cattedrale, Mantova 1847; Savoia, Memoria sui documenti autentici; DArco, Studi intorno al municipio di Mantova, pp. 47-51; C. Gennaro, Benfatti, Giacomo, in DBI, VIII, Roma 1966, pp. 492-493; Brunelli, Diocesi di Mantova cit., p. 51; Varanini, Episcopato, societ e ordini mendicanti cit., p. 119.
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cumentaria che nel contempo risposta ed espressione lo ribadiremo ulteriormente delle esigenze vescovili connesse al governo della Chiesa locale. Limponente mole documentaria che i registri ci restituiscono, se adeguatamente vagliata, potrebbe permettere di entrare nel dettaglio dellattivit non solo amministrativa e gestionale in spiritualibus ma anche in temporalibus dei vescovi che si succedettero a Mantova nel tredicesimo secolo, consentendo di percorrere molteplici itinerari di ricerca. Preme sottolineare come la fonte di cui ci stiamo occupando costituisca uno specchio della quotidiana attivit espletata dai vescovi. Uno specchio invero deformato:esso non sempre infatti in grado di restituire una immagine nitida. Se infatti per alcuni periodi, e per determinati episcopati, la documentazione si sussegue con regolarit, di giorno in giorno, senza apparente soluzione di continuit, per altri si evidenziano ampi vuoti che interrompono quellordinato e quotidiano succedersi di eventi cui s fatto appena riferimento. Laffermazione che i registri vescovili mantovani consentono di seguire la quotidiana attivit dei presuli, va dunque relativizzata. Ma anche quelle lacune non sono meno eloquenti. Esse si prestano a diverse interpretazioni: potrebbero essere riferite ad eventuali assenze del presule dalla diocesi, o al venir meno del governo diocesano per qualsiasi altra ragione, ma potrebbero essere dovute, pi semplicemente, anche ai fortuiti meccanismi di conservazione e trasmissione della documentazione. difficile stabilire a priori quale motivazione addurre per spiegare il venir meno della documentazione vescovile: le ragioni vanno cercate di volta in volta, e non sempre possono essere individuate con certezza. Certo che non pare legittimo postulare il venir meno, anche temporaneo, della pratica di redigere la documentazione vescovile in registro.

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4. Gli uomini della cancelleria Tra le molte domande che lo studio dei registri della Chiesa vescovile sollecita vi quello per nulla secondario dei rapporti che i vescovi instaurarono con il notariato locale, ed in particolare con quei professionisti cui affidarono la redazione della loro documentazione sciolta e soprattutto di quella raccolta in registro. Affrontare tale argomento significa, tra laltro, sondare se e in quali modi i vescovi intervennero per regolamentare la produzione della loro documentazione; se e da quale momento possibile parlare di notai legati da precisi vincoli di subordinazione allautorit episcopale, inquadrati o meno in strutture burocratiche; ovvero quali riflessi ebbero quei rapporti nei processi documentari. Si detto che i registri dei vescovi di Mantova rappresentano sin dal loro primo apparire il riflesso della quotidiana amministrazione sia in temporalibus sia in spiritualibus della diocesi. Ma in quanto fonte in s, essi costituiscono, soprattutto, la manifestazione ed il prodotto di una specifica scelta da parte di una istituzione lepiscopato mantovano e di coloro che alla guida di quellistituzione furono preposti i vescovi. Quella scelta dovette essere accompagnata pure da un modo nuovo, diverso, dintendere e di porre in essere i rapporti di committenza fra episcopio e notariato locale. Al ricorso a liberi professionisti diversi di volta in volta si sostitu progresivamente limpiego stabile di alcuni notai che vieppi assunsero il profilo di funzionari vescovili. Quello dello studio delle relazioni fra vescovi e notai un tema che ha preso avvio, com noto, solo in tempi piuttosto recenti, grazie soprattutto alle ricerche condotte o promosse da Giorgio Chittolini96, il quale giustamente
G. Chittolini, Episcopalis curiae notarius. Cenni sui notai di curie vescovili nellItalia centro-settentrionale alla fine del medioevo, in Societ, istituzioni, spiritualit. Studi in onore di Cinzio Violante, Spoleto 1994, pp. 221-232; si vedano inoltre M. Lunari, De mandato domini archiepiscopi in hanc publicam formam redigi, tra96

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ha sottolineato che il notaio vescovile non ha ottenuto, sino ad ora, unattenzione particolare, o almeno proporzionata al ruolo da lui svolto nella storia delle istituzioni della chiesa e della societ, e proporzionata al rilievo che i documenti da lui prodotti rivestono per quella storia97. Allo studio del Chittolini altri ne sono seguiti, come quello di Giacomo Fissore su Ivrea98 e quelli dedicati, ad esempio, ai vescovadi di Como99 e di Verona100, ricerche
didi et scripsi. Notai di curia e organizzazione notarile nella diocesi di Milano (sec. XV), Rivista di storia della Chiesa in Italia, XLIX (1995), pp. 486-508; C. Belloni, Notai, causidici e studi notarili nella Milano del Quattrocento. Baldassarre Capra, notaio, cancelliere e causidico della curia arcivescovile di Milano, Nuova rivista storica, LXXXIV (2000), pp. 621-646; Ead., A proposito di una recente edizione di fonti vaticane e di un progetto di ricerca sulle istituzioni ecclesiastiche del Ducato di Milano, Nuova rivista storica, LXXXIV (2000), pp. 421-434. 97 Chittolini, Episcopalis curiae notarius cit., p. 223. 98 Fissore, Vescovi e notai cit., p. 867-923. Dello stesso autore si veda anche Un caso di controversa gestione dele imbreviature: notai, vescovi e comune a Ivrea nel secolo XIII, Bollettino storicobibliografico subalpino, XCVII (1999), pp. 67-88. 99 M. Della Misericordia, Lordine flessibile. La documentazione della mensa vescovile presso lArchivio storico della diocesi di Como (prima met del XV secolo), Archivio storico della diocesi di Como, 11 (2000), pp. 23-71; cenni ai notai lo stesso autore ha riservato anche in La disciplina contrattata. Vescovi e vassalli tra Como e le Alpi nel tardo medioevo, Milano 2000, pp. 68-69. Di un notaio che a Como fu scriba vescovile si occupa L. Martinelli Perelli, Abbondiolo de Asinago notaio in Como. I cartulari di un professionista della prima met del Trecento, in Let dei Visconti. Il dominio di Milano fra XIII e XV secolo, a cura di L. Chiappa Mauri, L. De Angelis Cappabianca, P. Mainoni, Milano 1993, pp. 393-406. 100 Rossi, I notai di curia cit., pp. 73-164. Sui notai dei vescovi di Ferrara si soffermato E. Peverada, La familia del vescovo e la curia a Ferrara nel sec. XV, in Vescovi e diocesi cit., II, pp. 601-659, alle pp. 630-658. Si vedano inoltre D. Rando, Fonti trentine per Enrico di Metz fra Italia comunale e Mitteleuropa, e M. Motter, Il notaio Bongiovanni di Bonandrea e il suo protocollo, saggi introduttivi a Il Quaternus rogacionum del notaio Bongiovanni di Bonandrea (1308-1320), a cura di D. Rando e M. Motter, Bologna 1997, rispettivamente alle pp. 7-27 e 29-67. Dei notai del capitolo cattedrale di Vicenza e delle pratiche documentarie da essi messe in atto hanno tratta-

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che concordano nel dare risalto al ruolo fondamentale che il notaio svolgeva nellattivit di governo della diocesi101 . Si deve per notare che negli studi sino ad oggi condotti prevale linteresse verso il Trecento ed il Quattrocento; in pochi casi lattenzione stata rivolta ai secoli precedenti102, ed in particolare al Duecento103. Sulla scorta di tali sollecitazioni, nelle pagine successive cercheremo di ricostruire levolversi dei rapporti intercorsi fra i vescovi di Mantova ed i loro notai dalla fine del secolo XII a tutto il secolo XIV: ripercorreremo
to F. Lomastro, G.M. Varanini, La costruzione dellArchivio di un capitolo cattedrale: il caso di Vicenza, in I documenti dellArchivio capitolare di Vicenza (1083-1259), a cura di F. Scarmoncin, Roma 1999, pp. V-XXXIX, alle pp. XII-XXXVI. 101 Traiamo la citazione da Chittolini, Episcopalis curiae notarius cit., p. 321. 102 Il riferimento va qui soprattutto alla raccolta di saggi La memoria delle Chiese cit.; dove oltre al saggio introduttivo della curatrice intitolato Scrivere per conservare, scrivere per agire: attivit documentaria delle chiese cittadine nei secoli IX-XIII, pp. 7-16, sono stati ripubblicati B. Pagnin, Note di diplomatica episcopale padovana, pp. 17-40; G.G. Fissore, Problemi della documentazione vescovile astigiana per i secoli X-XII, pp. 41-94; G. Nicolaj, Storie di vescovi e di notai ad Arezzo fra XI e XII secolo, pp. 95-111; G. Rabotti, Osservazioni sullo svolgimento del notariato a Ravenna tra XI e XII secolo, pp. 113-130; G. Cencetti, Note di diplomatica vescovile bolognese dei secoli XI-XIII, pp. 131-181; P. Cancian, Fra cancelleria e notariato: gli atti dei vescovi di Torino (secoli XI-XIII), pp. 181-204. Si veda inoltre il volume Die Diplomatik der Biscofsurkunde vor 1250 cit., ed in particolare i saggi di G.G. Fissore, I documenti cancellereschi degli episcopati subalpini: unarea di autonomia culturale fra la tradizione delle grandi cancellerie e la prassi notarile, pp. 281-304; G. Nicolaj, Note di diplomatica vescovile italiana (secc. VIII-XIII), pp. 377-392; M.F. Baroni, La documentazione arcivescovile milanese in forma cancelleresca, pp. 305-317; A. Ghignoli, Il documento vescovile a Siena nei secoli XI-XII. Problemi di tradizione e critica delle fonti, pp. 347-362. 103 Dagli ultimi decenni del secolo XIII prende le mosse Rossi, I notai di curia cit.; allo stesso periodo si rivolge anche M.F. Baroni, La documentazione di Ottone Visconti arcivescovo di Milano (12621295), Studi di storia medioevale e di diplomatica, 15 (1995), pp. 724, con riferimenti ai notai di curia alle pp. 21-22.

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lincipiente costituirsi di quella che potremmo definire burocrazia vescovile104 prendendo le mosse dai rapporti occasionali di fine secolo XII, passando al costituirsi di una quipe di funzionari nel corso del Duecento. 4.1. Fra XII e XIII secolo Nella seconda met del secolo XII per la redazione della loro documentazione i vescovi di Mantova si affidarono a diversi esponenti del notariato pubblico locale, scelti, sembrerebbe, di volta in volta a seconda delle esigenze contingenti, anche se invero qualche traccia di relazioni burocratiche e alcuni indizi dellesistenza di legami preferenziali non sono del tutto assenti. Lo rendono evidente le sottoscrizioni apposte dai notai in calce agli atti realizzati per lepiscopio, i quali esprimono la loro posizione nei confronti del committente non attraverso la sola formula della rogatio, bens vieppi con verbi precettivi, e ma in un solo caso mediante il ricorso al termine scriba: modalit impiegate, possiamo ipotizzare, per sottolineare la superiore autorit giuridica del vescovo cui il notaio si riconosceva subordinato105 . singificativo che sin dalla seconda met del secolo XII, ovvero dagli anni di episcopato di Garsendonio e poi durante i brevi governi di Giovanni e di Sigfredo, si ri104 Si considerino almeno G.G. Merlo, Il cristianesimo medievale in Occidente, in Cristianesimo, a cura di G. Filoramo, Roma-Bari 2000, pp. 105-172, a p. 161; e, per il periodo successivo, C. Donati, Curie, tribunali, cancellerie episcopali in Italia durante i secoli dellet moderna: percorsi di ricerca, in Fonti ecclesiastiche per la storia sociale e religiosa dEuropa: XV-XVIII secolo, a cura di C. Nubola, A. Turchini, Bologna 1999, pp. 213-229. 105 Si confrontino Fissore, La diplomatica cit., p. 229; Id., Vescovi e notai cit., pp. 885, 895-897, 900-905; C. Carbonetti Venditelli, Per un contributo alla storia del documento comunale nel Lazio dei secoli XII e XIII. I comuni delle provincie di Campagna e Marittima, Mlanges de lcole franaise de Rome. Moyen ge, 101 (1989), pp. 95-132, p. 119.

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scontri la presenza di pubblici notai che si dicono scriba del vescovo o che rogano de mandato o ex precepto del vescovo: per questa altezza cronologica il dato non comune, e rimanda allesistenza di specifici relazioni professionali fra il notaio pubblico e lautorit episcopale. Al principio del secolo successivo furono attivi per lepiscopio Consilio Asulensis, che nel 1207 redasse un atto del vescovo Enrico (1192-1227) solennemente rogato nella piazza prospiciente la cattedrale, dove si era radunata la pubblica concio106; Girardo de Bucatii da Marcaria107; Dracomarino108 ; Giovanni figlio del giudice Agnello109; Bonaventura de Faxanis110 e Giovannibono figlio del notaio Ugo111: professionisti che come quelli dei decenni precedenti erano nel contempo attivi per una clientela vasta, che poteva comprendente s lepiscopio,
ASMn, AG, b. 3281, 1207 giugno 9. Gardoni, Per notarios suos cit., p. 172. 108 ASMn, OC, b. 6, n. 14, 1223 gennaio 14. 109 Lattivit del notaio Giovanni pu essere ripercorsa sulla scorta di RM, n. 572, 1196 dicembre 2; n. 634, 1199 gennaio 27 e 28; ASMn, AG, b. 302, n. 410, 1202 settembre 23; n. 415, 1202 settembre 23; n. 420, 1202 ottobre 11; n. 430, 1202 ottobre 17; n. 435, 1202 ottobre 17; n. 440, 1202 novembre 19; n. 445, 1202 dicembre 14; n. 416, 1203 gennaio 31; n. 470, 1203 marzo 14; n. 480, 1203 luglio 30; ASMn, AG, b. 3385, 1207 maggio 13; ASMi, PF, b. 229, n. 925, 1202 settembre 26; e b. 233, n. 37, 1223 settembre 19. Attorno alla met degli anni Venti divenne canonico della cattedrale (Larchivio capitolare, n. LXXXI, 1227 luglio 2 o agosto 29; n. LXXXIV, 1229 maggio 15). Nel 1229 quando, quindi, gi faceva parte del capitolo della cattedrale rog unalienazione in favore del vescovo Pellizzario definendosi semplicemente notaio del sacro palazzo (G. Severini, Il convento di Santa Maria del Gradaro di Mantova tra il 1224 e il 1454, Libri e documenti, VIII (1982), n. II, 1229 dicembre 8). Per quanto riguarda il giudice Agnello si faccia riferimento a E. Besta, Lpera di Vaccella e la scuola giuridica di Mantova, Rivista italiana per le scienze giuridiche, XXXIV (1902), pp. 183-236: pp. 221-222; Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 77-79. 110 Larchivio capitolare, n. LXXXVIII, 1230 maggio 18. Per il suo impegno al servizio del comune cittadino si veda Liber privilegiorum, n. 54, 1216 agosto 26. 111 Gardoni, Per notarios suos cit., p. 172.
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accanto per ad altre istituzioni ecclesiastiche, ai privati ed in modo particolare al comune cittadino112 . Per essi, quindi, la Chiesa vescovile non rappresentava che uno dei tanti possibili committenti. I due ultimi notai nominati Bonaventura e Giovannibono , assieme al gi ricordato magister Raimondo, presentano un profilo professionale che si connota per il loro inserimento nella burocrazia comunale, nellambito della quale perseguirono le loro carriere: Giovannibono fu uno dei primi ad assumere la qualifica di dictator113 del comune114 . Di diverso orientamento appare essere stato invece il legame intercorso in quello stesso torno di tempo tra il vescovo Enrico ed il notaio Bergondio115 . Questi per il vescovo oper non solo come scrittore di suoi documenti per un periodo di tempo abbastanza lungo, ma assunse anche altri incarichi che permettono di farne un membro attivo dellentourage episcopale. Ma la considerazione che a questo punto maggiormente simpone alla nostra attenzione unaltra. Nei decenni a cavallo tra XII e XIII secolo si afferm anche presso il notariato mantovano la triplice redazione

Anche ad Ivrea alcuni dei notai attivi per lepiscopio tra XII e XIII secolo si caratterizzano per i loro legami multipli: Fissore, Vescovi e notai cit., p. 871-872. 113 ASMi, PF, b. 208, 1228 novembre 9. 114 Ne tratta Torelli, Studi e ricerche cit., pp. 162-164. Studi sul tema sono stati condotti soprattutto da Enrico Artifoni, del quale ricordiamo almeno Sulleloquenza politica nel Duecento italiano, Quaderni medievali, 35 (1993), pp. 57-78; Retorica e organizzazione del linguaggio politico nel Duecento italiano, in Le forme della propaganda politica nel Due e Trecento, Atti del Convegno (Trieste, 2-5 marzo 1993), a cura di P. Cammarosano, Roma, 1994, pp. 157182; Gli uomini dellassemblea. Loratoria civile, i concionatori e i predicatori nella societ comunale, in La predicazione dei frati dalla met del 200 alla fine del 300, Atti del XXII Convegno internazionale della Societ internazionale di studi francescani (Assisi, 13-15 ottobre 1994), Spoleto 1995, pp. 141-188. 115 Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 170-171.

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dellatto notarile116. Come abbiamo visto in quegli stessi anni i notai che lavoravano per lepiscopio erano spesso contemporaneamente attivi anche per il comune cittadino117, che proprio al principio del Duecento parrebbe aver iniziato la tenuta dei suoi primi registri118. Di poco posteriore invece la menzione di una camara del palazzo comunale, ubi notarii comunis tenent scripturas comuni119, traccia questultima particolarmente eloquente della gi avvenuta adozione di ben definite modalit organizzative e gestionali della documentazione comunale affidata ai notarii comunis120. Laffermarsi degli scritti in forma di quaderno e di libro si colloca tanto presso il comune cittadino quanto presso lepiscopio nello stesso torno di tempo, ovvero nei primissimi decenni del secolo XIII. Negli stessi anni, dunque, le principali istituzioni cittadine, comune ed episcopio, sembrano essere state coinvolte nelladozione di analoghe pratiche documentarie, quasi a voler suggerire che quella sperimentazione entr tanto nel palazzo del comune quanto in quello vescovile proprio per il tramite, sembra lecito supporre, di quei professionisti della scrittura attivi negli stessi anni per entrambi121. Ma non si deve sottovalutare la circostanza che in quei primi decenni del secolo due vescovi Enrico e Guidotto rivestirono lufficio di podest della citt122 .
Sulla triplice redazione dellatto notarile opportuno riferirsi a G. COSTAMAGNA, La triplice redazione dellinstrumentum genovese, in ID., Studi di paleografia e diplomatica, Roma 1972, pp. 237-302. 117 Cfr. Fissore, Vescovi e notai cit., p. 873. 118 Gardoni, Per notarios suos cit., p. 158. 119 Traiamo la notizia dalla data topica di ASMn, AG, b. 303 bis, 1228 agosto 9. 120 Non superfluo rilevare che ogni ufficio del comune mantovano ebbe notai propri prima della fine del secondo decennio del Duecento: alla pubblica concione radunatasi nel 1217 oltre ai diversi ufficiali presenziarono i notai dictorum officialium: Larchivio del monastero, n. CXI, 1217 dicembre 28. 121 Gardoni, I registri cit., pp. 176-180. 122 Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 57-61 e 113-132.
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4.2. I prodromi di una burocrazia vescovile Al 1231 risale per quanto dato sapere il primo specifico intervento di un vescovo diretto alla regolamentazione della produzione e del rilascio di documentazione vescovile. Nel giugno di quellanno, Guidotto da Correggio eletto vescovo di Mantova, lo ricordiamo, pochi mesi prima , dette avvio alla sua opera di tutela del patrimonio dellepiscopio123 ponendo precisi limiti al rilascio di documenti attestanti la concessione di beni e diritti in feudo. Egli prescrisse la scomunica a tutti quei notai che avessero redatto aliquod instrumentum senza il suo personale consenso e senza che fosse ad exemplar instrumentorum factorum per notarios suos124 . Il presule indic due soli notai cui riconosceva la prerogativa di redigere atti feudali per conto dellepiscopio: Zanino e Zannebono. La memoria di tale intervento venne sanzionata mediante la redazione di un pubblico instrumento redatto da Zanino di Alberto de Perselanis, identificabile, crediamo, con il medesimo notaio Zanino nominato dal presule125 . Laltro notaio citato invece individuabile in Zannebono da Lonato126 . Si ritenne in tal maniera di riservare la produzione della documentazione vescovile ai soli notai nominativamente indicati dal vescovo, notai nei quali evidentemente il presule riponeva particolare fiducia, e che erano ben noti negli ambienti episcopali: entrambi erano gi stati al servizio del predecessore di Guidotto. Il preciso riferimento alla necessit che ogni instrumentum dovesse essere transcriptum, va riferito alla pratica di trascrivere in registro la documentazione veCfr. infra, capitolo IV. Carreri, Appunti e documenti cit., p. 65. 125 Carreri, Appunti e documenti cit., p. 65. Un profilo del notaio Zanino stato tracciato in Gardoni, Per notarios suos cit., p. 179. 126 Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 175-176.
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scovile, una pratica che si afferma come abbiamo detto proprio a partire da quegli anni. Che lintervento del da Correggio non fosse estemporaneo ed occasionale bens inserito in un organico disegno di vigilanza sullemissione della documentazione vescovile, emerge anche da unaltro suo intervento. Si tratta della richiesta avanzata nei confronti del notaio Alberto Gambara di presentargli omnes suas imbreviaturas127: appare evidente la volont di esercitare una qualche forma di controllo sulla documentazione prodotta da questo notaio che aveva agito, forse, contravvenendo alle precedenti disposizioni dellordinario128 . La decisione del giugno 1231 dovette modificare il modo dintendere le relazioni tra vescovi e notai. Con essa si dette sistemazione, validit giuridica, al rapporto tra quel vescovo e quei notai; si sanzion una situazione in parte almeno preesistente: si gi rilevato che i due notai nominati avevano lavorato anche in precedenza per lepiscopio che da tempo aveva instaurato legami preferenziali con alcuni professionisti. Ma da quel momento, pi di quanto forse non era accaduto anteriormente, i rapporti tra vescovi e notai129 tesero vieppi ad evolversi in senso funzionariale130. In stretta continuit con le scelte attuate dal da Correggio si situa pure loperato del vescovo Martino: anchegli intervenne nel formalizzare i rapporti con i notai cui intendeva affidarsi per la realizzazione della sua documentazione. Infatti, poco dopo la sua elezione, radunata la curia dei vassalli, statuit che nessun atto di natura
ASDMn, MV, Registro 1, c. 93r, <1232 luglio 8>. Gardoni, Per notarios suos cit., p. 164, nota 81. 129 La spinta pi o meno forte a trasformare il rapporto con i produttori di documenti in condizionamenti di tipo funzionariale viene considerata una tendenza connaturata nei meccanismi del potere medievale: Fissore, Vescovi e notai cit., p. 887. 130 Lo si evince chiaramente dalla lettura dei profili dei notai che nel corso del secolo XIII prestarono la loro opera per i vescovi di Mantova: Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 170-189.
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feudale avrebbe potuto essere di l in poi rilasciato da alcun notaio nisi per notarios suos ad hoc specialiter deputatos, e segnatamente da Lafranco da Asola, vel alium de familia sua131 . Ancora una volta, dunque, lordinario diocesano pone dei limiti precisi al rilascio della documentazione vescovile, che dovr essere redatta solo da professionisti individuati dallepiscopio. Viene qui indicato nominativamente un solo notaio ammettendo tuttavia la possibilit di ricorrere ad un altro professionista purch membro della familia vescovile. Si tratta di una specificazione non irrilevante. Innanzitutto costituisce un elemento di novit rispetto a quanto stabilito nel 1231. In secondo luogo permette di collocare i notai vescovili, o almeno alcuni di essi, fra i familiares dei vescovi, vale a dire fra i pi stretti e fidati collaboratori di cui ogni presule si avvaleva nellesercizio quotidiano della sua attivit di guida della diocesi. Occorre evidenziare, inoltre, come ancora una volta lintervento del presule fu assunto alla presenza della curia dei vassalli dellepiscopio, e fosse finalizzato in maniera specifica al controllo dei beni concessi in feudo, il che nuovamente segno dellattenzione riposta dai presuli mantovani nel controllo della base economica della loro Chiesa132 . Pur tuttavia gli ambiti dintervento di Lafranco da Asola e degli altri notai vescovili, cos come del resto era accaduto negli anni precedenti, non si limitarono unicamente alla scritturazione dei soli atti di natura feudale. Si deve anche porre laccento sul fatto che, non diversamente da quanto avvenne con il da Correggio, la scelta del vescovo Martino cadde su di un notaio che era gi stato al servizio del suo predecessore, come rileveremo fra poco. Quanto stabilito nel 1231 dal vescovo Guidotto non fu unisolata manifestazione della personale propensione di quel prelato ad una peculiare cura verso le carte della
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ASDMn, MV, registro 4, c. 2v, <1252> agosto 18. Cfr. infra, cap. IV.

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sua Chiesa, sembra bens collocarsi nellalveo di quello che avvertiamo essere un programma condiviso dai suoi successori ma che non dovette essere del tutto estraneo neppure ai suoi predecessori. Nel Duecento si sarebbe insomma attuata una politica documentaria che perme tutti gli episcopati del secolo, tale da connotare non tanto, o non solo, loperato dei singoli prelati quanto dellepiscopio in quanto istituzione. Ed il perdurare di quella pratica documentaria venne garantita, pur nel succedersi degli episcopati, anche dai notai, da quei notai legati allepiscopio da vincoli tendenzialmente stabili, dalla continuit della loro presenza e della loro attivit presso il palazzo vescovile: notai funzionari vescovili. In tale prospettiva anche i notai diventano degli strumenti, dei tecnici, atti a garantire continuit al governo vescovile attraverso una pratica documentaria che senza soluzione di continuit permea i diversi episcopati, come appresso evidenziamo. 4.3. Il notarius episcopi Abbiamo potuto osservare come al principio del Duecento, diversamente da quanto accadeva nei decenni precedenti, inizino ad essere attestati primi timidi segnali di cambiamento nei rapporti fra notai e committenza vescovile. Il notaio Bergondio lo abbiamo gi rilevato risulta essere stato legato al vescovo Enrico da rapporti di collaborazione che andarono oltre la sola redazione di documenti133 . Ma tracce evidenti del mutare dei criteri seguiti nella scelta del personale notarile da parte dei vescovi si ebbero soprattutto a partire dal terzo decennio del secolo, da quando si assiste alla presenza di notai che operarono in prevalenza, se non esclusivamente, per conto dellepiscopio. Con Pellizzario tali legami emergono se si

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Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 170-171

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considerano i casi di Zannebono da Lonato134 e di Raimondo da Borgonovo135 . Per Pellizzario essi redassero documenti su singole pergamene, ma con loro si dette avvio, soprattutto, alla redazione del primo registro dimbreviature pervenutoci. Entrambi continuarono ad operare nel palazzo vescovile anche quando sulla cattedra episcopale sal Guidotto da Correggio, il che consente di supporre che i loro rapporti con lepiscopio andavano ben oltre il solo legame con la persona del presule. Raimondo continu a redigere il registro che aveva iniziato con il predecessore. Zannebono e Zanino Perselani136 furono i notai che il da Correggio indic come responsabili della redazione di documentazione vescovile nel gi pi volte menzionato atto del 1231. Siamo dunque in presenza di relazioni che si connotano per la loro continuit. E ci si manifesta in un periodo che vede affermarsi la documentazione in forma libro, come se per attuare tale iniziativa si fosse resa necessaria la creazione di rapporti tra vescovi e notai stabili formalizzati dal 1231. Oppure, viceversa, fu proprio linstaurarsi di relazioni stabili e continue che si ripercosse sulla politica documentaria dellepiscopio, rendendo cos possibile ladozione di una tipologia documentaria di tipo cancelleresco, i registri per lappunto. Altri legami professionali instaurati da Guidotto esulano invece da tale quadro, e sono ascrivibili alla situazione contingente che vedeva coinvolta la sua persona nella duplice veste di vescovo e di podest nellopera di ricognizione dei beni vescovili in unarea doverano urgenti interventi dinteresse pubblico, ossia lo abbiamo gi detto il rifacimento degli argini lungo il corso del Po. Due di essi vengono difatti indicati quali racionatores comunis Mantue137. Ma anche tale evenienza docuGardoni, Per notarios suos cit., pp. 175-176. Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 177-178. 136 Gardoni, Per notarios suos cit., p. 179. 137 Gardoni, I registri cit., pp.169-170; Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 173, 179-180.
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mentaria non priva dinteresse: permette, nuovamente, di richiamare la sussistenza di stretti nessi tra notariato, vescovi e comune che abbiamo potuto rilevare per il periodo compreso tra la fine del secolo XII ed il principio del successivo. La situazione descritta va definendosi e precisandosi ulteriormente nei decenni successivi. Particolarmente attivo durante lepiscopato di Iacopo da CastellArquato fu il notaio di provenienza bresciana Lafranco, che oper per il vescovo redigendo sia numerosi atti sciolti che quasi tutta la sua documentazione in registro138. Anchegli continu a lavorare allinterno del palazzo vescovile quando la Chiesa mantovana venne affidata a Martino da Parma. Anzi. Da questo vescovo, come si ricorder, Lafranco venne indicato ai vassalli vescovili come il notaio responsabile della redazione della documentazione vescovile. Quelli sin qui richiamati sono legami tra vescovi e notai che si protrassero nel tempo nonostante lavvicendarsi dei presuli. Una continuit di presenze che non pu non configurarsi in senso funzionariale sviluppo verso il quale aveva spinto lufficialit degli incarichi del 1231 prima e del 1252 poi , continuit che dovette costituire una garanzia per il funzionamento di quello che appare essere un embrione di burocrazia vescovile139 . Tale posizione di subordinazione trov una nitida manifestazione proprio con Martino da Parma. In quegli anni quel legame del tutto particolare trov infatti esplicitazione nel ricorso ad una precisa qualifica assunta dal
Gardoni, Per notarios suos cit., pp. 180-181. Basti in proposito rinviare a G.G. Merlo, Il cristianesimo medievale in Occidente, in Cristianesimo, a cura di G. Filoramo, RomaBari 2000, pp. 105-172, a p. 161. Per il periodo successivo si veda C. Donati, Curie, tribunali, cancellerie episcopali in Italia durante i secoli dellet moderna: percosi di ricerca, in Fonti ecclesiasticheper la storia sociale e religiosa dEuropa: XV-XVIII secolo, a cura di C. Nubola e A. Turchini, Bologna 1999, pp. 213-229.
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notaio oramai percepito come un funzionario vescovile: quella di notarius episcopi. Fra questi una menzione specifica va riservata al notaio parmense Aycardo che appare al servizio del vescovo Martino dal 1254, al quale fu strettamente legato: non solo le fonti lo indicano come suo familiaris e scriba, ma per quel vescovo funse pure da camerarius vel camerlengus140. Dopo la scomparsa del vescovo Martino i rapporti di Aycardo con la Chiesa mantovana non si allentarono: egli continu a rogare per conto del capitolo della cattedrale e dei vicari capitolari che ressero la diocesi in sede vacante141. La comparsa di quella qualifica non da connettere con la nascita di rapporti diversi da quelli intercorsi in precedenza, con essa si sanc una situazione da tempo operante. In quel momento non cambiarono le relazioni tra vescovi e notai, si introdusse semmai una specificazione, assente in precedenza, atta a connotare quelle relazioni. Pi quindi che attribuire alla iniziativa del vescovo Martino la nascita di una quipe di notai funzionari dei vescovi, a lui va semmai ascritta liniziativa di assumere una terminologia atta a dare nuova visibilit a quellinsieme di collaboratori preposti dai vescovi alla produzione della loro documentazione. Il notarius episcopi a Mantova non un notaio di nomina vescovile come avviene, ad esempio, a Brescia142 : esso pur sempre un notaio di pubblica nomina. Quella particolare definizione viene semmai a sanzionare una peculiare posizione che distingue determinati professionisti allinterno del notariato locale per il loro specifico ruolo di notai funzionari del vescovo, non diversamente da quanto accadeva da tempo per quei professioniGardoni, Per notarios suos cit., pp. 185-187. ASMn, OC, b. 7, n. 64, 1269 ottobre 27; ASMn, AG, b. 317, n. 312, 1282 dicembre 11; Larchivio capitolare, n. CCXI, 1285 maggio 9. 142 P. Merati, Il mestiere di notaio a Brescia nel secolo XIII, Mlanges de lcole franaise de Rome. Moyen ge, 114 (2002), pp. 303-358.
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sti che con ladozione della qualifica di notarii comunis riconoscevano la loro appartenenza alla burocrazia comunale143. Il titolo di notaio del vescovo viene a sancire, crediamo, il riconoscimento del potere vescovile esercitato sullattivit di quel notaio144 in quanto autore di documentazione vescovile, attivit sottoposta al controllo dellordinario in maniera ufficiale come abbiamo pi volte detto quantomeno dal 1231. Con lepiscopato di Martino sembrerebbe dunque essere giunto a maturazione il processo evolutivo dei rapporti tra vescovi e notai. Solo allora la posizione di questi ultimi venne definendosi ulteriormente rispetto ai decenni precedenti proprio con il ricorso ad una qualificazione specifica, atta a caratterizzare chi aveva ricevuto lincarico di provvedere alla realizzazione delle scritture vescovili allinterno di una struttura burocratica che stava nascendo145 . Un incarico che non si esauriva in un mero legame di fiducia con la persona del singolo vescovo: non se ne spiegherebbe altrimenti lattivit continuativa presso il palazzo episcopale. Sulla scorta di quanto detto possibile osservare che al principio del Duecento, con ladozione di nuove forme documentarie, si pose in atto una svolta nella politica documentaria dellepiscopio: la realizzazione di scritture in forma di libro, che meglio dovevano rispondere alle nuove esigenze connesse con le crescenti incombenze legate al governo della diocesi. sintomatico che proprio in quel periodo i vescovi abbiano iniziato ad intendere in
Cfr. Fissore, Vescovi e notai cit., pp. 918-919. Si veda il caso di Pavia dove la mancata adozione sino alla seconda met del Duecento dellespressione notarius episcopi viene spiegata con lo scarso prestigio goduto dal vescovo in citt: E. Barbieri, Notariato e documento notarile a Pavia (secoli XI-XIV), Firenze, 1990, p. 36. 145 Per quanto attiene ai successivi sviluppi dei rapporti fra vescovi e notai, nonch alla comparsa della qualifica di notai della curia vescovile, si vedano per ora le brevi annotazioni presenti in Gardoni, Notai e scritture cit., pp. 62-72.
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modo nuovo i rapporti con quei notai cui si affidavano per la redazione della loro documentazione, rapporti che andarono vieppi precisandosi. Proprio dal primo Duecento si possono infatti seguire profili professionali di notai postisi al servizio dellepiscopio con il quale instaurarono rapporti privilegiati, senza che ci abbia comportato lassunzione di una qualche qualifica specifica. Certo che il notariato pubblico locale si mostr duttile alle nuove necessit documentali dei vescovi, i quali a partire dagli anni Trenta, tesero ad esercitare forme di controllo sulla loro documentazione, la cui realizzazione venne riservata a notai che intrapresero ad agire allinterno del palazzo vescovile senza essere contemporaneamente attivi per altri committenti, dando vita a percorsi professionali che non avevano termine con la morte o con il trasferimento del vescovo, ma che proseguivano con il governo del successore. Tale continuit di presenze, certamente volute e ricercate dagli stessi vescovi, and istituzionalizzandosi, assumendo forme di dipendenza funzonariale sancita dalla met del secolo da una specifica qualifica. Nacque cos quello che potremmo definire un embrione di burocrazia vescovile, che offr le necessarie garanzie per dare attuazione e continuit ai processi documentari dellepiscopio mantovano. Tali processi portarono alla realizzazione dei registri vescovili, che possiamo intendere quale frutto dellincontro fra la autonomia notarile e la necessit di approntare validi mezzi di governo da parte della Chiesa vescovile.

CAPITOLO II. LE STRUTTURE DI GOVERNO 1. Gli uomini del vescovo Frate Salimbene, allorch nella sua Cronica si sofferma sul vescovo di Mantova Martino da Parma, fornisce qualche ragguaglio sugli uomini di quel vescovo, ricordandone il siniscalco ma soprattutto dicendo che habebat LXXX equitaturas ... et decentem familiam1. Orbene, limmagine della decente familia del vescovo cos tratteggiata trova piena corrispondenza nella documentazione qui utilizzata, una documentazione che ha permesso di ricostruire un numeroso e ben strutturato, nonch colto, gruppo di collaboratori del vescovo: del resto in essa doveva rispecchiarsi la personalit stessa di Martino, uomo di cultura, come vedremo, nonch circostanza non secondaria legato alla curia romana2. proprio su questo gruppo di collaboratori dei vescovi che appunteremo di seguito la nostra attenzione. Come noto, infatti, nellesercizio delle loro funzioni i presuli erano coadiuvati da uno staff di uomini la cui consistenza numerica e la cui complessit sono soggette a variabili molteplici e diverse da luogo a luogo , con disparati incarichi. un tema che, soprattutto nellambito della storiografia italiana3, ha sino ad ora solo di rado riguardato i vescovi del periodo comunale, mentre maggio1 2

Salimbene De Adam, Cronica cit., p. 628. Cfr. Introduzione. 3 Diverso lo stato degli studi disponibili per realt diverse da quella italiana: K. Mayor, The familia of Archbischop Stephen Langton, The English Historical Review, 48 (1933), pp. 529-553; M. Burger, Officiales and the familiae of the Bhischops of Lincoln (12581299), Journal of Medieval History, 16 (1990) pp. 39-53; M. Harvey, The Household of Cardinal Langham, Journal of Ecclesiastical History, 47 (1996), pp. 18-44. Ulteriori riferimenti biografici sono presenti in M.C. Rossi, Gli uomini del vescovo. Familiae vescovili a Verona (1259-1350), Venezia, 2001, p. 6, nota 5.

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re attenzione stata rivolta a quelli dei secoli successivi4. Per il Duecento ed in particolare per la prima met del secolo, mancano, per quanto dato sapere, indagini specifiche e approfondite, anche se invero importanti indica4 Si deve innanzitutto ricordare la pioneristica indagine di Paolo Sambin (La familia di un vescovo italiano del 300, Rivista di storia della Chiesa in Italia, 4 (1950), pp. 237-247), divenuta un imprescindibile punto di riferimento per quanti dopo di lui si sono cementati nellaffrontare lo studio dei collaboratori dei vescovi det medievale. Paolo Sambin analizzando il caso del vescovo padovano Ildebrandino Conti ( 1352) chiam il gruppo dei collabortori vescovili familia, e giunse a definirla come quella complessa e varia brigata di uomini, italiani e stranieri, ecclesiastici e laici, di governo e di cultura e anche di fatica, dottori giuristi e medici o speziali, studenti notai e scribae, ufficiali e domicelli, che al vescovo sono legati da ossequio di fedelt, che non elimina la deferente amicizia, e a lui servono, nella curia e nella cura, con collaborazione generosa. Lo studioso proseguiva osservando che una tale accolta di persone influisce sulla vita organizzativa, largamente intesa, della diocesi (...). Ed anche un fiotto di energie immesse, con il cambiamento del vescovo, sopratutto in quel centro di attivit diverse (notarile, amministrativa, culturale, scrittoria ecc.), ch la curia vescovile nel medioevo. Giover proporre un confronto con la definizione data da Agostino Paravicini Bagliani della familia cardinalizia: il termine di familia (nel senso di corte o entourgae) serv a designare quellinsieme di uomini italiani e stranieri, chierici e laici, dottori e giuristi, filosofi, medici e notai, ma anche donzelli e palafrenieri, cuochi e uscieri, che, legati al loro cardinale da un giuramento di fedelt lo servivano, lo consigliavano e abitavano con lui in una domus che si distingueva da quella del papa per numero ma non per struttura e qualifica delle persone (La vita quotidiana alla corte dei papi nel Duecento, Roma-Bari, 1996, p. 140). Fra le indagini pi recenti si segnala in particolare quella di Mariaclara Rossi, la quale, sulla scorta di un ampio spoglio documentario, ritiene di poter distinguere due familiae vescovili, una ristretta formata soltanto dalle persone espressamente qualificate come familiares ed una allargata stesa a tutti coloro che esercitavano la loro attivit in seno agli organismi amministrativi della diocesi (Rossi, Gli uomini del vescovo cit., pp. 22-23). Da questultima vengono esclusi i vicari, i cappellani, i notai di curia, i giudici, gli economi e numerosi altri funzionari dellapparato amministrativo della diocesi, ovvero i funzionari addetti agli uffici di governo e di gestione della diocesi (Rossi, Gli uomini del vescovo cit., p. 19.). Della stessa autrice si veda ora anche Governare una Chiesa. Vescovi e clero a Verona nella prima met del Trecento, Verona, 2004, pp. 43-52.

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zioni emergono dai recenti contributi che Grado Giovanni Merlo ha dedicato ai vescovi milanesi Leone da Perego e Ottone Visconti5. Insomma, il panorama degli studi disponibili per il Duecento risulta essere alquanto desolato, e ci dipende in gran parte dallo stato della documentazione disponibile, che non sempre consente di conoscere esistenza, componenti e struttura delle familiae vescovili6. La ricerca solo di rado pu infatti essere condotta sulla base di fonti paragonabili, ad esempio, al testamento del vescovo padovano Bernardo Platone (1287-1295), grazie al quale si pu avere una visione dinsieme della sua familia. Da tale interessante documento si apprende che la familia episcopi era costituita da una quarantina di uomini: oltre ai vicari e ai notai della curia, vengono menzionati i cappellani, il medico, alcuni domicelli, un portenarius, un cursor, un caniparius, un palafrenarius7. Va osservato in proposito che nel panorama degli studi dedicati alle curie episcopali italiane, ovvero allinsieme degli organi di governo di una diocesi e degli uomini ad essi preposti, il Duecento costituisce senza dubbio un periodo per il quale le ricerche sembrano essere alquanto difettose8. Le ragioni di tale situazione potrebbero essere individuate nello stato delle fonti dispinibili e forse anche dal fatto che le familiae episcopali in questo periodo sono meno strutturate e quindi meno vi-

5 Per il Duecento importanti indicazioni emergono ora da Merlo, Leone da Perego cit., pp. 29-110; Id., Ottone Visconti cit., pp. 25-71. 6 Si veda ad esempio quanto osservato da Varanini, La Chiesa veronese cit., pp. 104-105. 7 R. Carpanese, Bernardo Platone da Agde (1287-1295): un provenzale vescovo di Padova alla fine del XIII secolo, Universit degli studi di Padova, Facolt di Lettere e Filosofia, rel. Antonio Rigon, a.a. 1994-1995, n. 67, 1295 maggio 20; della familia del vescovo lautore si occupa, utilizzando anche fonti diverse dal testamento, alle pp. 113131. 8 Merlo, Il cristianesimo medievale cit., 161-162.

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sibili e ricostruibili rispetto al periodo successivo. Si tratta insomma di un tema ancora alquanto negletto9. Riguardo al caso mantovano si deve preliminarmente osservare che per i primi decenni del Duecento manca luso di un termine specifico per indicare i collaboratori del vescovo. Con ci non si intende dire che manchi del tutto limpiego del termine familia. Vediamone un esempio. Nellatto con il quale il vescovo Guidotto rinnov un feudo condizionale viene prescritto allinvestito di conducere predictum dominum electum et suam familiam e tutti i suoi successori sino a Venezia con una nave10. Che in questo ed in altri analoghi contesti con familia si intendesse indicare tutto il seguito del vescovo, appare piuttosto evidente. Ma da chi quel seguito fosse composto non emerge in maniera chiara. Si deve tenere in debito conto il fatto che con familia e con famuli veniva indicato pure il gruppo dei servi, ovvero gli uomini de masnada11. Sicch, in quel dato contesto, limpiego di famiCfr. Chittolini, Episcopalis curiae notarius cit., p. 223; Donati, Curie, tribunali, cancellerie episcopali cit., p. 214. 10 ASDMn, MV, Registro 2, c. 19r, <1231 agosto 14>. 11 G. Fasoli, Prestazioni in natura nellordinamento economico feudale: feudi ministeriali dellItalia nord-orientale, in Economia naturale, economia monetaria, a cura di R. Romano e U. Tucci, Torino, 1983 (= Storia dItalia. Annali 6); C. Wickham, Manentes e diritti signorili durante il XII secolo: il caso della Lucchesia, in Societ, istituzioni, spiritualit. Studi in onore di Cinzio Violante, Spoleto, 1990, II, pp. 1067-1080; A. Barbero, Vassalli, nobili e cavalieri fra citt e campagna. Un processo nella diocesi di Ivrea allinizio del Duecento, Studi medievali, III serie, XXXIII (1992), pp. 619-644; L. Chiappa Mauri, A Milano nel 1164: un servo, un capitaneus, un giudice. Per lo studio della societ milanese in et comunale, Archivio storico lombardo, CXVIII (1992), pp. 9-36; F. Menant, Gli scudieri (scutiferi), vassalli rurali dellItalia del Nord nel XII secolo, in Id., Lombardia feudale. Studi sullaristocrazia padana nei secoli X-XIII, Milano, 1992, pp. 277-293; P. Brancoli Busdraghi, Masnada e boni homines come strumento di dominio delle signorie rurali in Toscana (secoli XI-XIII), in Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli X-XIII, a cura di G. Dilcher e C. Violante, Bologna, 1996, pp. 287-342; A. Castagnetti, Regno, signoria vescovile, arimanni e vas9

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lia potrebbe rimandare alla sussistenza di un rapporto di stretta dipendenza dal signore12, e quindi, con ogni probabilit, anche allo status servile di alcune delle persone che dovevano viaggiare con il vescovo13. Tuttavia sembra lecito supporre che di quel seguito dovessero far parte non solo persone di condizione servile. Dato il contesto nel quale il termine viene impiegato, infatti, familia parrebbe indicare nel suo complesso linsieme delle persone che formavano la cerchia dei collaboratori che seguiva lordinario diocesano nei suoi viaggi. Del resto, nei casi in cui possibile vedere il vescovo spostarsi allinterno o allesterno della diocesi mantovana, egli risulta essere sempre accompagnato da alcuni dei suoi pi stretti coadiutori14. Certo che sar solo a cominciare
salli nella Saccisica dalla tarda et longobarda allet comunale, Verona, 1997; Idem, Signoria vescovile e vassalli rurali a Piove di Sacco (Padova), in La signoria rurale nel medioevo italiano, a cura di A. Spicciani e C. Violante, Pisa, 1998, II, pp. 157-205; M. Mousnier, Jeux de mains, jeux de vilains. Hommage et fidlit serviles dans le Languedoc mdival (XIIe-XIIIe sicles), Histoire et socits rurales, 14 (2000), pp. 11-54 ; Rando, Les vassaux cit., pp. 117-134 [ora anche in versione italiana: I vassalli del vescovo di Treviso, 1179-1201. Scritture e strutture feudali nella prima et comunale, in Vescovi medievali cit., pp. 1-23>. 12 Si veda quanto osservato in Rossi, Gli uomini del vescovo cit., p. 15. 13 Sia qui sufficiente rinviare a L. Provero, LItalia dei poteri locali. Secoli X-XII, Roma, 1998, p. 146. 14 Si prenda a titolo desempio uno dei viaggi compiuti dal vescovo Martino. Il giorno 25 ottobre 1252 (ASDMn, MV, Registro 4, c. 7v) egli agisce stando nel castello di Nuvolato attorniato oltre che dal preposito della cattedrale Giovanni Gonzaga, dallarciprete della pieve di Campitello Corrado, dal giudice Guglielmo da Campitello, dal magister Alberto camerarius episcopi, dal magister Oddone rettore della chiesa di San Giminiano di Cipata. Gli stessi uomini sono al fianco del presule anche il giorno dopo, quando soggiornano nel castrum di Castel San Pietro (ASDMn, MV, Registro 4, c. 7v, <1252> ottobre 26), ed il giorno dopo ancora in Borgofranco, nella piazza davanti alla chiesa (ASDMn, MV, Registro 4, c. 8v, <1252> ottobre 27); qui si fermeranno sino al giorno 28. Il vescovo ed i suo seguito sono attestati poi a Borgonuovo (ASDMn, MV, Registro 4, c. 9r, <1252> ottobre 28), ove risultano essere presenti anche il 29 (ASDMn, MV, Registro

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dallepiscopato di Martino da Parma che iniziano ad apparire singoli personaggi qualificati inequivocabilmente come familiares del vescovo, e che quindi possiamo con sicurezza ascrivere alla familia episcopi. Solo per tale vescovo sarebbe dunque possibile individuare un ristretto manipolo di collaboratori distinguendolo da coloro che familiares del presule non erano o che quantomeno come tali non vengono mai designati. Non siamo stati in grado di istituire distinzioni nette fra i membri del vasto entourage vescovile e i membri di pi ristrette familiae15. Tanto pi che come si appena detto, solo a partire dallepiscopato di Martino nella documentazione da noi impiegata dato riscontrare luso della parola familiaris per indicare alcuni singoli personaggi. N potremo distinguere sempre e con sicurezza la familia ed i suoi membri dagli uomini della curia vescovile. Anzi, i dati da noi raccolti inducono a ritenere che almeno per il periodo qui considerato una distinzione fra le due istituzioni non sussistesse o comunque fosse alquanto labile. Eppure che i vescovi di Mantova abbiamo potuto giovarsi nello svolgimento concreto delle loro funzioni di governo di una struttura che possiamo chiamare curia, appare certo. Infatti, della esistenza di una curia episcopale mantovana operante e strutturata si hanno attestazioni gi a partire dagli ultimi anni del secolo XII, e soprattutto dai primi decenni del Duecento, ovvero da quando appaiono funzionare con continuit il tribunale ecclesiastico ed una cancelleria.
4, c. 9r, <1252> ottobre 29). Il 30 ottobre saranno invece a Correggio (ASDMn, MV, Registro 4, c. 9r, <1252> ottobre 30). Al principio di novembre il vescovo di nuovo a Mantova (ASDMn, MV, Registro 4, c. 9v, <1252> novembre 5). 15 Al riguardo possiamo riferrci a quanto osservato, anche se per un peiodo ben posteriore, in Come ha opportunamente osservato Peverada, La familia del vescovo cit., a p. 602, sceverare con esattezza il punto di divaricazione tra familia e curia, tra dimensione privata e domestica e dimensione pubblica e ufficiale della vita del vescovo, non sempre agevole: le zone di contatto e interferenza risultano continue.

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La considerazione degli uomini che popolavano il palazzo vescovile condotta attraverso la schedatura degli elenchi degli astanti cos come li troviamo citati nella documentazione vescovile, ha s permesso di individuare lampio entourage che ruotava attorno ai singoli presuli, ma non tutti gli uomini presenti al fianco del vescovo sono da considerare suoi collaboratori. Se, infatti, in molti casi la presenza di singoli individui trova ragione nelle stesse motivazioni che indussero alla redazione del documento in cui essi sono attestati, in alcune altre occasioni tali apparizioni appaiono esssere del tutto svincolate dalla natura giuridica dellatto. Oltretutto si spesso di fronte ad attestazioni uniche, che non si ripetono nel tempo e che di conseguenza parrebbero doversi imputare a ragioni del tutto occasionali. Tuttavia, non per questo tali informazioni sono di scarso rilievo, offrendo lopportunit in alcuni casi di penetrare nella vasta rete di relazioni dei presuli mantovani. Giover a questo punto proseguire con qualche esemplificazione. Negli anni del governo di Iacopo da CastellArquato, e precisamente nel luglio del 123916, risultano essere presenti nel palazzo vescovile di Mantova larcidiacono di Treviso Iacopo e Anselmo clericus del vescovo di quella citt17: essi sono elencati fra i testi presenti alla cessione di alcuni terreni che costituivano un feudo vescovile con quale essi nulla avevano a che fare. Ignoriamo anche di quale natura siano stati i legami stretti dal presule Iacopo con il prete padovano Guitaclino, il quale presenzia a decine di atti ve-

ASDMN, MV, Registro 3, c. 14v, <1239> luglio 10. Merita dessere osservato che Anselmo era chierico del vescovo Tiso da Vidor, sulloperato del quale indag Gerardo da Sesso che lo sospese dal suo ufficio: Alberzoni, Citt, vescovi cit., pp. 132-133. Sul vescovo di Treviso si veda S. Tramontin, La diocesi e i vescovi, in Storia di Treviso, II, a cura di D. Rando e G.M. Varanini, Venezia, 1991, pp. 366-367; D. Rando, Contado, comune chiesa cittadina nelle vicende dei da Vidor dei secoli XI-XIII, in Ead., Religione e politica cit., pp. 152-156.
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scovili fra il 1242 ed il 124318. N sappiamo dare una spiegazione certa della lunga permanenza al fianco dello stesso vescovo dal 1245 al 124719 di Iacopo de Denariis, arciprete della pieve di Colorno e vicario delleletto di Parma. A strette relazioni personali possiamo invece ricondurre la menzione sempre in atti del vescovo Iacopo di alcuni uomini piacentini, laici ed ecclesiastici20. Parrebbe invece essere una spia delle relazioni intrattenute dal vescovo con il legato apostolico Gregorio da Montelongo lattestazione di un suo scriptor, il magister Giovanni21. Ci si potrebbe altres chiedere quali siano state le ragioni che indussero a raggiungere Mantova il canonico bergamasco Bertolotto, citato fra gli astanti ad uno dei primi atti del vescovo Martino22, ma nessun elemento allo stato attuale delle nostre conoscenze concorre a formulare una plausibile risposta a tale domanda. Meno oscura parrebbe essere invece la presenza, in due occasioni entrambe risalenti alla fine del 125223, del frate parmense
18 Si vedano le notizie raccolte in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 430. 19 Si vedano le notizie raccolte in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 431-432. 20 In uno dei due registri del vescovo Iacopo si riscontrata la presenza di due transazioni che coinvolgono un mercator piacentino (ASDMn, MV, Registro 3, c. 4v, 1237 dicembre 18), oltre alla menzione fra i testi di Giovanni di Alberto fornaio de Momignano della diocesi piacentina (c. 13r, <1238> giugno 13); di Iacopo clericus di Santa Maria in Bigulis (c. 27v, <1239 agosto 31>; c. 28r, <1239> settembre 2; c. 28v <1239> settembre 5); di Lanfranco da Piacenza ora abitante in Mantova (c. 37v, <1239 dicembre 10); di Guifredo Vicecomitis cittadino piacentino (c. 43r <1240> giugno 21); di frate Iacopo da Piacenza dei Minori (c. 44r, <1240> luglio 13); di Guglielmo Sagimbeni/Sagibeni da Piacenza ora abitante in Mantova (c. 1v, <1237> dicembre 13; c. 48v, <1240> novembre 18); di Oglerius calderarii cittadino piacentino (c. 57r <1241> giugno 18); di Rogerio preposito di Santa Brigida in diocesi di Piacenza (c. 68v, <1242> ottobre 22). 21 ASDMn, MV, Registro 3, c. 60r, <1242> aprile 7. 22 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1v, <1252> luglio 1. 23 ASDMn, MV, Registro 4, c. 12r, <1252> dicembre 4; c. 13r, <1252> dicembre 20.

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Ugone penitentiarius domini pape: il ruolo da lui rivestito parrebbe rinviare agli stretti collegamenti del presule mantovano con la curia pontificia24. Ebbene, gli esempi riportati, esempi che si potrebbero moltiplicare, mostrano come le fonti non sempre diano notizie esaurienti, impedendoci di poter non solo conoscere le cause che indussero numerosi personaggi, alcuni dei quali di indubbio rilievo, a soggiornare nel palazzo episcopale mantovano, ma soprattutto di comprendere se essi abbiano o meno in qualche modo affiancato il vescovo nellambito del governo diocesano. 2. Il vicario La figura che costitu senza dubbio alcuno il principale collaboratore vescovile quella del vicario, una figura che solo in tempi recenti ha suscitato un rinnovato interesse anche se, ancora una volta, gli studi hanno privilegiato il secolo XV25, e ci nonostante il rilievo di tale figura risalti anche per i secoli precedenti26. Le fonti disponibili consentono dappurare lesistenza di un vicario del vescovo Enrico sin
Sul ruolo dei penitenzieri pontifici sia qui sufficiente rinviare a P. Levillain, Penitenziere apostolico, in Dizionario storico del papato cit., p. 1128. 25 Per uninformazione generale risulta ancora utile lopera di E. Fournier, Lorigine du vicaire gnral et des autres membres de la curie diocsaine, Paris, 1940. Si vedano inoltre R. Brentano, Vescovi e vicari generali nel basso medioevo, in Vescovi e diocesi cit., I, pp. 547-567; G. De Sandre Gasparini, Vescovi e vicari nelle visite pastorali del Tre Quattrocento veneto, in Vescovi e diocesi cit., I, pp. 569600; M.C. Rossi, Vescovi nel basso medioevo (1274-1378). Problemi, studi, prospettive, in Il difficile mestiere di vescovo cit., pp. 217-254: 228; Ead., Gli uomini del vescovo cit., pp. 38-53. 26 Si veda ad esempio, il caso di Bologna, dove un vicario attestato dal principio del Duecento: A. Vasina, Chiesa e comunit dei fedeli nella diocesi di Bologna dal XII al XV secolo, in Storia della Chiesa di Bologna, a cura di P. Prodi e L. Paolini, Bologna, 1997, p. 127.
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dallinizio del suo episcopato. Infatti, gi nel 1192 si trova documentato il vicarius episcopi Andrea da Vicenza giurisperito, membro di un collegio arbitrale chiamato a dirimere una lite che opponeva il comune di Mantova al monastero di SantAndrea27. Egli non fu il solo vicario del presule. Qualche decennio dopo, durante un periodo di assenza dellordinario diocesano, ne sono attivi, contemporaneamente, tre. Sono, infatti, il priore di San Marco Girardo28 e larciprete della cattedrale Pellizzario29 ad essere chiamati, nel 1219, ad intervenire nelle vesti di vicari vescovili nellambito di una vertenza giudiziaria30. Del terzo, Rotondellus, sappiamo solo che in quel medesimo anno diede il suo assenso una investitura concessa dal villico del vescovo31. Sembra lecito dire, quindi, che quantomeno dalla fine del secolo XII i vicari entrarono a far parte dellentorurage vescovile. La loro presenza e la loro azione si riscontra per solo nei momenti di assenza dellordinario; cos infatti avvenne nel 1219: i vicari, dunque, svolgevano una funzione di supplenza. Va anche posto nel giusto risalto che ve ne poteva essere pi duno nello stesso tempo, circostanza che lascerebbe intendere che ad ognuno di essi fossero attribuite competenze diverse, come risulta accadere nei decenni immediatamente successivi. opportuno sottolineare che la loro presenza rinvia allesistenza di un apparato di curia non privo di una sua propria strutturazione. Di tale embrione di organizzazione burocratica parrebbe essere spia anche la presenza di un famulus che funge da nuncius del vicario32.

Un breve profilo stato tracciato in Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 396. 28 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 397. 29 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 398. 30 Larchivio capitolare, n. LII, 1219 settembre 29 e ottobre 4. 31 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 399. 32 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 397.

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S appena detto che, quantunque dalle fonti non emerga in modo esplicito, la presenza di pi vicari operativi in uno stesso momento potrebbe rimandare a una ripartizione dei compiti fra essi. Tale osservazione trova conferma prendendo in considerazione i vicari attivi per Pellizzario, il quale provvide a nominare vicari distinti per lamministrazione in temporalibus e in spiritualibus. Infatti nel luglio del 123033, con il consenso dei canonici della cattedrale, il vescovo, in procinto di recarsi presso la curia pontificia, nomin Giovanni Gonzaga preposito della cattedrale di Mantova, suo vicario in spiritualibus34. Nello stesso giorno, ma con un atto distinto dal precedente35, il presule costitu suo vicario in temporalibus Raimondo de Agalono36. Entrambi furono autorizzati ad esercitare le funzioni vicariali sino al ritorno del vescovo: usque ad suam reversionem. Gli atti di nomina consentono anche di conoscere nello specifico le loro mansioni: al preposito Giovanni spetter far fronte ad ogni incombenza e ad ogni procedura giudiziaria attinenti allo spirituale, ed in modo specifico lesame di una vertenza riguardante le decime della pieve di Campitello e quella che si agitava fra il clero di San Pietro di Porto; a Raimondo invece competeranno tutti i negotia attinenti alla sfera della amministrazione del temporale ivi compresa la facolt di concedere nuove investiture. Ebbene, la documentazione in registro del vescovo si interrompe dopo quelle nomine, e il vescovo non appare essere pi in citt sino allottobre successivo. Tuttavia non sono pervenuti atti che permettano di vedere i due vicari nellesercizio delle loro funzioni in supplenza del presule, se non un unico ed incompleto documento tanto che non possibile comprenderne la natura rogato in curia episcopatus, nel quale agisce Raimondo37.
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ASDMn, MV, Registro 2, 16v, <1230> luglio 23. Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 401. 35 ASDMn, MV, Registro 2, 16v, <1230 luglio 23>. 36 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 402-403. 37 ASDMn, MV, Registro 2, 17v, <1230> agosto 10.

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Appare dunque confermato che i vicari svolgevano le loro funzioni in assenza del vescovo: la loro, lo ribadiamo, era una funzione di supplenza. Va anche richiamata lattenzione sulla circostanza della attenzione riposta dal presule nello scegliere uomini ritenuti particolarmente idonei, capaci e preparati a svolgere lufficio vicariale. Non pare un caso che il vescovo abbia voluto attribuire lamministrazione del temporale ad un laico, e per di pi giudice, e quella dello spirituale a degli ecclesiastici38. La scelta di avvalersi di vicari con competenze diversificate in ambito temporale e spirituale fu assunta anche dal successore di Pellizario, Guidotto da Correggio, per il quale abbiamo raccolto informazioni relative a sei diversi vicari. Allorch nel dicembre del 1231 il presule si accingeva a recarsi a Ravenna presso la curia imperiale, prima di allontanarsi dalla sua sede, il vescovo provvide a nominare il canonico Filippo39 ed i giudice Mantovano de Gaymario40 suoi vicari in omnibus negotiis in temporalibus, specificando che ad essi competer la nomina di tutti i magistrati nei comuni soggetti allautorit dellepiscopio, e lesame di tutte le cause civili che potranno insorgere fra i chierici e fra i laici41. Nello stesso giorno ma con un apposito atto per, il vescovo scelse quali suoi vicari in temporalibus il priore di San Marco42, il magister Tommaso43 e il canonico Iacopo44: essi dovranno occuparsi delle cause attinenti allo spirituale e potranno comminare la scomunica. Anche in questo caso la nomina dei vicari si rese necessaria per garantire un ordiCfr. Rossi, Gli uomini del vescovo cit., p. 99. Se ne veda il profilo tracciato in Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 409. 40 Se ne veda il profilo tracciato in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 412-413. 41 ASDMn, MV, Registro 2, c. 56v, <1231 dicembre 13>. 42 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 405. 43 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 416. 44 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 412.
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nato governo della diocesi in assenza del presule. Rispetto a quanto abbiamo visto accadere in precedenza, per, con Guidotto il numero dei vicari pi consistente: due per lambito temporale e ben tre per quello spirituale attivi contemporaneamente. Tutto ci parrebbe doversi interpretare quale segnale della volont del vescovo di assicurare lordinaria amministrazione della diocesi, ma anche della complessit che tale amministrazione aveva oramai raggiunto. Il da Correggio nel corso del suo episcopato si avvalse poi di un altro vicario. Si tratta di un personaggio sul quale nelle prossime pagine ritorneremo pi volte, una figura chiave della Chiesa mantovana nei decenni centrali del Duecento: il chierico vescovile Uberto da Parma45. Ad Uberto il vescovo deleg la gestione del tribunale ecclesiastico, ma lo nomin anche suo vicarius46. Uberto appare infatti agire con quel titolo nel gennaio del 1233, quando lordinario aveva gi assunto la carica di podest della citt. Ne consegue che la nomina a vicario di Uberto si rese necessaria con lassunzione del vescovo del governo cittadino. Sin qui, dunque, i vicari parrebbero aver svolto essenzialmente funzioni di supplenza. Una situazione diversa si scorge con gli episcopati successivi, giacch sia per Iacopo che per Martino stato possibile riscontrare al loro fianco dei vicari che agivano anche in presenza dellordinario. Tali vicari, pertanto, agirono a supporto della ordinaria attivit episcopale. Va precisato, tuttavia, che mai essi vengono definiti vicari generali, qualifica che nel periodo esaminato risulta del tutto assente. Converr a questo punto soffermarsi brevemente su di essi. Poco aver preso possesso della cattedra mantovana, Iacopo da CastellArquato nomin suo vicario47 il chierico Uberto da Parma48. Orbene abbiamo poco sopra
Gardoni, Un officiale episcopale cit., pp. 401-404. ASDMn, MV, Registro 2, c. 116v, 1233 gennaio 29. 47 ASDMn, MV, Registro 3, c. 1v, <1237> dicembre 4 (edito in Appendice documentaria, n. 2). 48 Gardoni, Un officiale episcopale cit., pp. 404-406
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visto che Uberto aveva agito anche come vicario di Guidotto da Correggio: pare dunque evidente il proposito di dare continuit alla amministrazione diocesana facendo affidamento su di un uomo di curia di comprovata esperienza. Uberto stette al fianco del presule sino al 1241 occupandosi in prevalenza lo si vedr meglio in un paragrafo successivo del foro ecclesiastico. Dal 1247 lo stesso vescovo sar affiancato da un altro vicario49, Fulcone50. Quattro anni pi tardi quellincarico ricoperto da Bonifacio di San Bonifacio, arciprete di Valeggio51, che sin dallinizio del suo mandato si occupa della amministrazione della giustizia episcopale.52 Egli dovette mantenere lincarico sino alla fine dellepiscopato di Iacopo, che segu poi a Roma come membro della familia cardinalizia. Anche il vescovo Martino fu coadiuvato da un vicario sin dallinizio del suo episcopato: infatti, dal giugno al dicembre del 1252 egli sar costantemente53 affiancato dal magister cremonese Filippo, vicarius episcopi54. Nel
ASDMn, MV, Registro 9, c. 9r, <1247> gennaio 4; c. 9v, gennaio 14; c. 9v, <1247> gennaio 18; c. 11r, <1247> febbraio 19; c. 12r, <1247> marzo 3; c. 13v, <1247> aprile 12; c. 14r, <1247> aprile 25; c. 14r, <1247> maggio 1; c. 14r, <1247> maggio 3; c. 14r, <1247> maggio 6; c. 14v, <1247> maggio 20; c. 14v, <1247> maggio 22; c. 14v, <1247> maggio 24; c. 15r, <1247> maggio 27; c. 15r, <1247> giugno 8; c. 16v, <1247> agosto 17. 50 Se ne veda il profilo tracciato in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 422-423. 51 Se ne veda la relativa scheda in Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 420. 52 ASDMn, MV, Registro 9, c. 48r, <1251> gennaio 18. 53 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252> giugno 29; c. 2r, <1252 luglio 27>; <1252> luglio 28, <1252> luglio 30; c. 2r, <1252> luglio 30, c. 2v, <1252> agosto 8; c. 2v, <1252> agosto 19; c. 2v, <1252> agosto 19; c. 3v, <1252> agosto 24; 3v, <1252> agosto 31; c. 4v, <1252> settembre 7; c. 5r, <1252> settembre 7; c. 5v, <1252> settembre 21; c. 5v, <1252> settembre 27; c. 6v, <1252> ottobre 10; c. 6v, <1252> ottobre 12; c. 11v, <1252> novembre 23; c. 11v, <1252> novembre 24. 54 Se ne veda il profilo delineato in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 446-447.
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luglio di quellanno agisce il magister Alberto55, che con la carica di vicarius et procurator episcopi entra in possesso di un terreno56. Non possibile stabilire se ai due vicari, che appaiono essere attivi nello stesso periodo, siano stati assegnati settori diversi del governo, n possibile dire sino a quando ricoprirono quella funzione. Se lidentificazione da noi proposta del magister Alberto con lomonimo camerarius del vescovo fosse corretta, si potrebbe essere indotti a sospettare che egli si sia limitato a rappresentare il vescovo nel disbrigo di singoli affari, come lascerebbe intendere anche il titolo di procurator accostato a quello di vicario. Maggiori informazioni disponiamo in merito a Delacorra del quale si potuto ricostruire la carriera ecclesiastica svoltasi nellabito della Chiesa locale. Egli, che dalla fine degli anni Trenta fu chierico della chiesa di Santa Maria de Aquadrucio, inizi a frequentare con assiduit il palazzo vescovile sin dagli ultimi anni di episcopato di Iacopo con il quale non manc di collaborare57. I suoi rapporti con lepiscopio proseguirono anche allorch alla sede mantovana venne promosso Martino da Parma, del quale divenne, per lappunto, vicario: Delacorra, infatti, qualificato vicarius episcopi nel 125758, nel 125859 e nel 126360. La documentazione non permette di appurare se egli sia stato vicario vescovile con continuit dal 1257 al 1263, ma se cos fosse, avrebbe rivestito quella funzione per sette anni.
Se ne veda il profilo in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 440-441. 56 ASDMn, MV, Registro 4, c. 2r, <1252 luglio 28>; c. 2r, <1252> luglio 28. 57 Si veda Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 445. 58 ASDMn, MV, Registro 4, c. 24r, <1257> marzo 9; c. 28r, <1257> settembre 4; Larchivio capitolare, n. CXL, 1257 gennaio 30: Delacorra vicarius predicti domini episcopi. 59 ASDMn, MV, Registro 4, c. 28r, <1258> settembre 4. 60 Larchivio capitolare, n. CLXI, 1263 ottobre 13: fra i testi il primo ad essere elencato il magister pre Delacora rector della chiesa di Santa Maria de Aquadruce et vicarius dicti domini Martini.
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Sulla scorta di quanto detto, pur nella frammentariet delle informazioni disponibili, sembra possibile tentare di delineare a grandi linee levoluzione del ruolo dei vicari dei vescovi mantovani dalla fine del secolo XII alla met del successivo. Mentre in un primo periodo, che possiamo collocare nei decenni posti a cavallo fra i due secoli, il vicario risulta essere un funzionario chiamato a supplire il vescovo solo allorch questultimo si allontanava dalla sua sede, dagli anni Quaranta il vicario affianca il vescovo: egli non agisce pi solo quando lordinario non c. Non solo. La distinzione fra vicari in temporalibus e vicari in spiritualibus parrebbe essere stata vigente solo in un periodo delimitato: durante gli episcopati di Pellizzario e di Guidotto, ovvero sino alla fine degli anni Trenta del Duecento. Con questultimo presule, si potuto osservare un incremento numerico di tali funzionari che non trova alcun altro riscontro: egli infatti ne ebbe tre per lambito spirituale e due per quello temporale, attivi simultaneamente. Tale situazione indubbiamente indicativa della il grado di complessi che gi a quellepoca lamministrazione diocesana doveva aver raggiunto. Per quanto attiene alla consistenza numerica dei vicari attivi per ogni presule appena il caso di osservare che tanto per Iacopo quanto per Martino ne risultano attestati tre. Va rimarcato che essi ricoprirono quellufficio in presenza del vescovo, al fianco del quale sono documentati con la qualifica di vicarii episcopi. Poco sappiamo la documentazione avara di notizie in proposito delle loro competenze. possibile per dire che in presenza del vescovo essi parrebbero essersi occupati in prevalenza della amministrazione della giustizia ecclesiastica, che tutti funsero da giudici del tribunale vescovile. 3. Familiae vescovili Tenendo conto dei limiti appena richiamati, giover a questo punto focalizzare la nostra attenzione sui dati si-

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no ad ora raccolti e procedere nella considerazione dei collaboratori dei vescovi mantovani per individuarne ruoli e competenze. Ebbene, la quantit di coloro che in modi e tempi diversi attorniarono lordinario nei diversi momenti della sua attivit o che lo coadiuvarono nella amministrazione temporale e spirituale della diocesi risulta essere piuttosto consistente soprattutto per i presuli del Duecento. Infatti, mentre per Garsendonio e gli altri vescovi attivi nel secolo XII disponiamo di un esiguo numero di, per Enrico e Pellizzario abbiamo censito una quindicina di nominativi, il loro numero con Guidotto da Correggio oltrepassa la quarantina, mentre per Iacopo e per Martino sfiorano le sessanta unit. Ma di essi solo alcuni lo si pu evincere dalla tabella annessa connotata da specifiche qualifiche, offrendoci la possibilit di dire quale ruolo abbiano ricoperto e quindi quali siano state le loro specifiche mansioni. Per il servizio liturgico privato, i vescovi si avvalevano di propri cappellani ai quali dobbiamo ritenere fosse attribuita lofficiatura della cappella vescovile vedremo oltre che la cappella episcopi era vicina alla camara del vescovo61. Nessuno dei vescovi ne privo, ma il loro numero oscilla da uno ad un massimo di quattro. Gli elementi di cui disponiamo lasciano intuire come il loro ruolo non si limitasse al solo servizio liturgico. Dalla documentazione disponibile traspare che la carica di cappellano poteva costituire un punto di partenza per carriere ecclesiastiche non insignificanti. Si prenda lesempio del magister Tommaso da Desenzano62, cappellano di Enrico al principio del Duecento, destinato a divenire una figura cardine nellambito della Chiesa mantovana per tutta la prima met del secolo, come rivela la sua costante collaborazione con i diversi presuli succedutisi, dei quali fu
Cfr. Rossi, Gli uomini del vescovo cit., pp. 53-54. sempre utile il confronto con la cappella vescovile: Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 478-495. 62 Cfr. Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 399, 403-404, 416, 436.
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anche vicario. Altri cappellani sono costantemente al fianco del vescovo, evidenziando in tal modo la sussistenza di forti relazioni di familiarit con lordinario. Non un caso, dunque, che il cappellano risulti essere fra i membri dellentourage vescovile che risiedono allinterno del palazzo63. Numerosi, ed in specie in seno alla familia di Martino64, sono i chierici vescovili, le cui mansioni per non emergono dalle fonti considerate, tanto che possiamo solo supporre che anchessi potessero aver svolto incarichi di natura liturgica. Compiti di servizio vanno attribuiti, invece, ai servientes, che potevano essere sia chierici che laici. Anche di questi collaboratori sappiamo ancora poco. Quali fossero le mansioni specifiche di un serviens non dato sapere: le nostre fonti lo mostrano per lo pi nelle vesti di testi ad atti del presule, o fungere da nunzio, oppure ricoprire la funzione di gastaldo vescovili. Essi, peraltro, risultano aver costituito una presenza costante e numericamente non irrilevante: sei con Pellizzario, tredici con Guidotto, quindici con Iacopo e nove con Martino65. Un servitore del vescovo Iacopo viene designato anche come suo domicellus66. difficile dire se alla categoria dei servitori potesse appartenere lunico valetus camere noto67. Per quanto rade tali attestazioni riflettono il ricorso nella designazione dei diversi ruoli dei coadiutori vescovili ad un lessico che rinvia ad un contesto chiaramente feudale. Un ruolo di non secondaria importanza dovette essere rivestito dal camerarius: qualifica che ricorre nel corso di tutti gli episcopati considerati. In analogia con quanto

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Si veda per ora Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 339-

345.

Cfr. la tabella allegata. Cfr. Rossi, Gli uomini del vescovo cit., p. 67, ove si nota la scarsa attestazione di servientes dei vescovi veronesi. 66 Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 438-439. 67 Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 449.
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sappiamo per la corte pontificia e cardinalizia68, anche al camerarius vescovile va con ogni probabilit attribuita lamministrazione dei beni e delle finanze episcopali. Lo evince in maniera diretta dallatto con il quale nel 1267 il vescovo Martino intervenne a difendere loperato del suo camerarius, il notaio Aycardo, affermando che esso durante il suo mandato aveva provveduto a gestire in maniera corretta i negotia suoi e dellepiscopio amministrando onestamente la camera e la camerlengaria vescovili69. Al titolo di camerarius e camerlengus, usati come sinonimi, durante il governo di Iacopo e di Martino si affianca quello di caniparius. Tale mansione rivestita, in entrambe le occasioni in cui ricorre, da un religioso. Non siamo in grado di dire se esso implichi il funzionamento di un ufficio diverso da quello del camerario. Certo che il camerarius svolgeva le sue mansioni in uno spazio specifico sposto allinterno del palazzo70. Occorre osservare, inoltre che non di rado lufficio di camerario era affidato a uomini di fiducia del presule e non privi di un buon livello culturale: molti di essi risultano essere gratificati dal titolo di magistri71. Unaltra tipologia di ufficiali che svolgevano una analogo compito di raccordo fra centro e periferia, rappresentata dai messi: ministeriali e nunzi. Essi potevano essere al servizio sia dei vari funzionari vescovili sia dello stesso presule. La maggior parte delle attesta68 Si confrontino J. Favier, Camera apostolica, in Dizionario storico del papato cit., pp. 217-221; O. Guyotjeannin, F. Jankowiak, Cameriere, in Dizionario storico del papato cit., pp. 222-223; O. Guyotjeannin, F.C. Uginet, Camerlengo. Medioevo, in Dizionario storico del papato cit., pp. 223-225; Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 472-474. 69 ASDMn, MV, Registro 4, c. 35r, <1267 novembre 13>. 70 Si veda per ora Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 339345. 71 Il vescovo Iacopo ebbe, ad esempio, per suo camerarius il magister Sette (Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 434-435), e il titolo di magister attribuito anche ad Alberto camerarius di Martino (Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 440-441).

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zioni li vede comunque agire nellambito del tribunale vescovile per conto del quale per lo pi convocavano le parti in causa o comunicavano le decisioni assunte. Ad essi crediamo di poter assimilare il cursor72 attestato per la prima ed unica volta con il da Correggio. Si detto gi che solo con lepiscopato di Martino che si riscontra lapparizione di un gruppo di uomini espressamente designati suoi familiares: ne abbiamo contati ben ventisette. Di essi alcuni sono chierici, uno domicellus episcopi, altri sono detti servientes. E familiaris del vescovo viene detto pure uno dei suoi cappellani. Ne conseguirebbe allora che il titolo di famigliari veniva attribuito a chi con il vescovo aveva rapporti di maggior familiarit rispetto agli altri membri dellentourage vescovile che familiares evidentemente non erano, nei quali dovremmo scorgere dei funzionari della curia. Da quanto detto si evince chiaramente come attorno ai vescovi mantovani ruotasse una quipe di collaboratori il cui assetto parrebbe aver raggiunto un certo grado di definizione sin dagli anni Trenta del secolo XIII, con la creazione al suo interno di uffici e di ufficiali distinti e specializzati, con competenze ed incarichi differenziati. Il costituirsi di tale apparato, un abbozzo di curia, va di certo rapportato al complessivo burocratizzarsi della attivit degli ordinari con la necessit di far fronte alle loro multiplices occupationes. Tuttavia, come si sopra anticipato, per quanto non sia stato possibile riscontrare prima dellepiscopato di Martino limpiego del termine familia per indicare il nucleo pi ristretto degli uomini del vescovo, alcune delle qualifiche adottate evidenziano come sin da quei decenni iniziali del secolo sussistesse allinterno del pi ampio ed indistinto entourage, un ristretto numero di uomini legati da vincoli personali al vescovo: uomini che in molti casi provenivano dal luogo
Pu essere utile il confronto con i cursores della curia pontificia : A. Paravicini Bagliani, Curia (XI-XIII secolo), in Dizionario storico del papato cit., pp. 456-462, a p. 459.
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dorigine del presule. Lo studio dei vescovi e del loro operato sembra quindi giovarsi della considerazione delle persone che li circondavano. Questi nostri brevi accenni sulla corte dei vescovi non sarebbero completi se non accennassimo al livello culturale dei collaboratori vescovili da noi individuati. V da sottolineare innanzitutto la presenza per nulla trascurabile di numerosi magistri. Tale titolo connota alcuni dei pi importanti coadiutori vescovili, ovvero i vicari, come vedremo fra poco, i tesorieri, e i cappellani. Ma risalta soprattutto la presenza, consistente, di uomini di legge, ed in particolare di alcuni grandi giuristi dellepoca. Ricordiamo, ad esempio, che durante il suo episcopato Guidotto da Correggio che, come abbiamo visto, fu in contatto con il ben noto arcidiacono bolognese Tancredi pot avere al suo fianco, fra glia altri, il magister Bernardo da Parma73. N si deve omettere di far cenno alla presenza nel palazzo vescovile di vari medici74. Tuttavia, un profilo culturalmente alquanto elevato della corte episcopale mantovana sembrerebbe riconoscibile soprattutto con Martino da Parma. Infatti al suo seguito, oltre a diversi giudici, medici, e magistri, abbiamo riscontrato la presenza di un decretorum doctor, di un professore di grammatica, di un magister scollarum.

Cfr. Gardoni, Vescovi-podest cit., p. 100. Per il rilievo dei medici nellambito delle corti ecclesiastiche pu essere utile un confronto con quanto stato osservato a proposito dei papi: Paravicini Bagliani, La vita quotidiana cit., pp. 165-170.
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Tabella Titoli e funzioni dei collaboratori vescovili

4. Il tribunale del vescovo 4.1. Le prime attestazioni Fra la documentazione vescovile in registro pervenuta sino a noi si riscontra, a partire dagli anni Trenta del Duecento e sino agli inizi degli anni Cinquanta, la presenza di atti attinenti allattivit del foro ecclesiastico75.
75 Sia qui sufficiente rinviare ad A. Annoni, Giurisdizionalismo ed episcopalismo, in Chiesa e societ. Appunti per una storia delle diocesi lombarde, Brescia, 1986, pp. 141-177: 142; Gaudemet, Storia del diritto cit., pp. 628-633. Per un singolo caso recentemente studiato, si veda J.A. Brundage, The Bar of the Ely Consistory Court in the Fourteenth Century: Advocates, Proctors, and Others, Journal

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Diviene cos possibile addentrarsi nello studio dellattivit di tale importante organo di governo nel corso di un ventennio e di ripercorrerne il progressivo strutturarsi, ricostruire le figure degli ufficiali prepostivi, individuare i settori dintervento della giustizia del vescovo. Le prime significative, ancorch esigue, tracce del funzionamento del tribunale vescovile si hanno a partire dallepiscopato di Pellizzario, il quale negli ultimi giorni del mese di maggio del 1230 commise una causa matrimoniale ad Uberto prete della chiesa di San Iacopo di Mantova76; pochi giorni dopo, il presule incaric magister Tommaso dellesame di unaltra vertenza che opponeva due coniugi77. Questa documentazione, dunque, per quanto numericamente assai ridotta, mostra lordinario diocesano nellatto di affidare lesame di singole vertenze ad esperti nominati ad hoc. Tutto ci sembra suggerire la mancanza di una organizzazione ben definita del tribunale vescovile, che a quellepoca non doveva dunque essere ancora provvisto di personale proprio in grado di agire autonomamente. Sino a quel periodo, insomma, non si era provveduto alla nomina di specifici funzionari, e il vescovo continuava a servirsi di ausiliari intermittenti. Una svolta si ebbe con il governo di Guidotto: quegli ausiliari divennero permanenti: lo mostreremo diffusamente nel prossimo paragrafo, quando ci soffermeremo in modo particolare sulla figura di Uberto da Parma. Preme ora sottolineare come, nonostante laccennato progressivo burocratizzarsi dellattivit giusdicente dellordinario diocesano, nulla sia cambiato rispetto al periodo anteriore per quanto attiene alle modalit di produzione e di conservazione della documentazione di natura processuale.
of Ecclesiastical History, 43 (1992), pp. 541-560, con riferimenti ai secoli XII e XIII a p. 542, nota 4. 76 ASDMn, MV, Registro 2, c. 13r, <1230> maggio 29. 77 ASDMn, MV, Registro 2, c. 13r, <1230 giugno 15>.

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Infatti, anche nel corso del governo del da Correggio la documentazione continu ad essere prodotta secondo le modalit seguite per la redazione di tutta la restante documentazione vescovile, tant che i vari atti attinenti alle diverse fasi processuali non sono raggruppati sino a costituire dei dossier, n ad essa sono riservati specifici registri. Quella documentazione continua bens ad essere trascritta sui consueti registri vescovili, assieme a tutti gli altri atti vescovili senza che vi sia una distinzione per materie. Quanto sin qui esposto permette, dunque, devidenziare lassenza di una gestione separata della documentazione del foro ecclesiastico. Pur tuttavia, proprio a partire dagli anni Trenta del secolo XIII, si assiste ad un progressivo incremento quantitativo e anche a una specificazione qualitativa della documentazione prodotta dagli uomini preposti alla gestione del tribunale. Risulta cos possibile ricostruire per sommi capi la prassi corrente seguita nel foro ecclesiastico: presentazione al giudice del libellus accusatorio,78 convocazione delle parti,79 contestatio litis80 e presentazione delle positiones81, prestazione dei giuramenti82, formulazione dei capitula interrogatorii83, convocazione e esame di testimoni84, consultazione di specialisti, convocazione delle parti in causa per procedere nellesame della vertenza85 o per assistere alla proclamazione della

78 ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251 marzo 11>; c. 53r, <1251 marzo 17>. 79 ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251 marzo 13>. 80 ASDMn, MV, Registro 9, c. 53v, <1251 marzo 30>; c. 55v, <1251> febbraio 23. 81 ASDMn, MV, Registro 2, c. 104r, <1232 agosto 28>; ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251 marzo 10>. 82 ASDMn, MV, Registro 9, c. 53v, <1251> marzo 30. 83 ASDMn, MV, Registro 9, c. 51v, <1251 marzo 7>. 84 ASDMn, MV, Registro 2, c. 84v, <1232 maggio 17>; c. 87r, <1232> giugno 3; c. 87r, <1232> giugno 4; c. 88v, <1232 giugno 5>. 85 ASDMN, MV, Registro 2, c. 81r, <1232 maggio 5>; c. 82r, <1232 maggio 10>; c. 103v, <1232> agosto 27.

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sentenza, eventuali dichiarazioni di contumacia86, emissione del giudizio87. Ma, lo ribadiamo, noi disponiamo di molte scritture scomposte, e non di un insieme organico, consequenziale di atti attinenti alle diverse cause, tanto che solo in rari casi possibile ricomporre le diverse fasi processuali in cui una singola vertenza si articolava, dalle fasi iniziali del procedimento sino alla sua conclusione, anche se accade non di rado che al momento della emissione della sentenza il giudice ripercorra i momenti salienti delliter da lui seguito nellesame della causa. 4.2. Lo strutturarsi del tribunale Lattivit e lo strutturarsi del tribunale vescovile negli anni Trenta del Duecento si identificano con la presenza e loperato di Uberto, chierico di San Michele di Parma. Le nostre informazioni ci impediscono di far luce sulla carriera e della formazione del dominus Ubertus canonicus ecclesie Sancti Michaelis Parmensis prima del suo arrivo a Mantova, dove giunse con ogni probabilit al seguito del vescovo Guidotto da Correggio. Uberto inizia infatti ad apparire nella documentazione proprio al fianco del da Correggio, nelle vesti di suo cappellano88, dallautunno del 123189. Da quel momento il chierico
ASDMn, MV, Registro 2, c. 105r, <1232> settembre 8; ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251> marzo 10. 87 ASDMn, MV, Registro 2, c. 89r, <1232> giugno8; c. 94r, <1232> luglio 14; c. 95r, <1232> luglio 23; c. 111v, <1232 dicembre 18>. 88 ASDMn, MV, Registro 2, c. 38r, 1231 ottobre 6: Ubertus clericus capelanus domini electi Mantuani; questa si badi la prima ed unica occorrenza documentaria in cui Uberto appare come cappellano vescovile. In una sola occasione compare Ubertus clericus domini episcopi: ASDMn, MV, Registro 2, c. 83v, <1232> maggio 12. 89 Dopo lattestazione di cui alla nota precedente, si deve attendere il mese di dicembre per poter disporre di una ulteriore menzione di Uberto in atti vescovili: ASDMn, MV, Registro 2, c. 52v, <1231 dicembre 9>: Ubertus clericus ecclesie Sancti Michaelis Parmensis.
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Uberto citato assai di frequente come testimone in atti del vescovo, sia che questi agisse presso la sede episcopale di Mantova90, sia in localit del territorio diocesano91, e in special modo in alcuni momenti di particolare rilievo, come quando il presule commin la scomunica allarciprete della pieve di Nogara92, o quando il da Correggio accett dassumere la carica di podest della citt93. Dal maggio del 1232 Uberto opera in veste di delegato vescovile alle cause matrimoniali94: il relativo atto di nomina non giunto a noi, sicch non possibile precisare meglio a quando quella designazione risalga95. Vale la

ASDMn, MV, Registro 2, c. 52v, <1231> dicembre 9; c. 60r, <1232> gennaio 19; c. 62v, <1232> gennaio 22; c. 63v, <1232 gennaio 24>; c. 65r, <1232 gennaio 26>; c. 65v, <1232 gennaio 30>; c. 66v, <1232> gennaio 26; c. 67r, <1232 febbraio 16>; c. 75r, <1232 marzo 30>; c. 75r, <1232> aprile 1; c. 78r, <1232> aprile 23; c. 78v, <1232 aprile 25>; c. 81v, <1232 maggio 8>; c. 82r, <1232 maggio 10>; c. 83v, <1232> maggio 12; c. 84r, <1232> maggio 13; c. 85v, <1232 maggio 23>; c. 90r, <1232 giugno 10>; c. 94v, <1232> luglio 20; c. 94v, <1232 luglio 22>; c. 95r, <1232 luglio 23>; c. 95v, <1232> luglio 26; c. 96r, <1232> luglio 31; c. 97r, <1232 agosto 4>; c. 97r, <1232 agosto 4>; c. 97v, <1232> settembre 14; c. 98v, <1232> ottobre 2; c. 101r, <1232> ottobre 14; c. 102r, 1232 agosto 24; c. 102r, <1232 agosto 24>; c. 102r, <1232 agosto 24>; c. 105r, <1232> settembre 27; c. 105v, <1232> settembre 13; c. 106r, <1232> novembre 12; c. 106v, <1232> novembre 20; c. 107r, <1232 novembre 27>; c. 110r, <1232> dicembre 9; c. 111v, <1232 dicembre 18>; c. 112r, <1232 dicembre 19>; c. 113v, <1232 dicembre 30>. 91 ASDMn, MV, Registro 2, c. 78v, 1232 aprile 27; c. 91r, 1232 giugno 25; c. 92r, 1232 luglio 19; c. 93r, 1232 luglio 9. 92 ASDMn, MV, Registro 2, c. 101v, <1232> ottobre 14. 93 ASDMn, MV, Registro 2, c. 106v, <1232> novembre 26. 94 ASDMn, MV, Registro 2, c. 81r, 1232 maggio 5: dominus Ubertus clericus agisce auctoritate delegationis sibi generaliter facte per dominum episcopum. 95 ASDMn, MV, Registro 2, c. 82r, <1232 maggio 10>; c. 82r, <1232 maggio 11>; c. 84v, <1232> maggio 17; c. 87r, <1232> giugno 3; c. 88r, <1232> giugno 4; c. 88v, <1232 giugno 5>; c. 89r, <1232> giugno 8; c. 94r, 1232 luglio 14; c. 95r, <1232> luglio 23; c. 103v, <1232 agosto 27>; c. 104r, <1232> agosto 28; c. 104v, <1232> set-

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pena richiamare lattenzione sul fatto che dovette trattarsi di una delega generale, non cio ristretta a singole vertenze, cos come essa non parrebbe essere stata concessa per un periodo di tempo predeterminato. evidente che la scelta di affidargli quellimportante settore della giurisdizione episcopale, poggiasse non solo, o non tanto, sulla fiducia che il vescovo doveva riporre in lui, quanto piuttosto su di una solida base di conoscenze che, pur in mancanza di specifici riscontri, non possiamo non attribuirgli. Tale preparazione dovette infatti costituire lindispensabile sostrato per la sua attivit presso la curia episcopale mantovana: si potrebbe supporre che egli avesse studiato presso lo Studio bolognese, ove del resto dovette soggiornare lo si detto lo stesso vescovo Guidotto da Correggio. La stretta collaborazione fra il chierico Uberto ed il vescovo Guidotto fece s che questultimo lo scegliesse quale suo vicario: lo si apprende da un atto del gennaio del 1233, quando Uberto documentato per lappunto con le funzioni di vicarius e nuntius del vescovo96. necessario precisare che la nomina a vicario si colloca nel momento in cui il da Correggio assume la carica di podest cittadino97 e come tale inizia ad agire presso il palazzo comunale, ove in alcune occasioni dato riscontrare la presenza dello stesso Uberto98. Orbene, la scelta di nominare Uberto vicario vescovile potrebbe trovare ragione proprio nella impossibilit da parte dellordinario diocesano di occuparsi appieno della amministrazione della sua Chiesa nel periodo in cui doveva far fronte alle responsabilit connesse al governo del comune cittadino.
tembre 3; c. 104v, <1232> settembre 5; c. 111v, <1232> dicembre 18 (edito in Appendice documentaria, n. 1). 96 ASDMn, MV, Registro 2, c. 114v, <1233> gennaio 29: nel palazzo episcopale agisce Uberto di San Michele Parmense vicarius et nuntius del vescovo Guidotto. 97 Gardoni, Vescovi-podest cit., p. 113. 98 ASDMn, MV, Registro 2, c. 114v, <1233> gennaio 10: in pallatio comunis Mantue, in caminata superiori.

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Anche tale nomina consente di sottolineare la fiducia che il presule riponeva in quel chierico parmense, cos come costituisce unulteriore ed eloquente spia delle competenze e delle capacit che lo dovevano distinguere fra i componenti lentourage episcopale. La documentazione nota, tuttavia, non lascia spazio per conoscere in quali modi e per quanto tempo Uberto abbia esplicato quelle funzioni. A dare ulteriore spessore alla sua opera di collaborazione con lordinario diocesano concorre un altro elemento: il clericus Uberto in alcune occasioni agisce con la mansione di camerarius episcopi99. Insomma, negli anni del regimen di Guidotto, il chierico Uberto assunse incarichi diversi, che ne fecero uno dei pi stretti collaboratori del vescovo, del quale fu lo ricordiamo cappellano, camerario, delegato al tribunale e vicario. Uberto continu a collaborare con la curia vescovile mantovana anche dopo la morte del da Correggio (1235). Egli, infatti, ampiamente documentato anche nel corso dei primi anni del governo di Iacopo da CastellArquato al fianco del quale spesso citato in veste di testimone100 ,
ASDMn, MV, Registro 2, c. 94r, <1232 luglio 16>; c. 101v, <1232> ottobre 16; c. 106r bis, <1232 novembre 20>; c. 118v, <1233 gennaio 29>. 100 Citiamo, senza voler essere esaustivi, ASDMn, MV, Registro 3, c. 4r, <1237> dicembre 11; c. 6r, <1238> dicembre 30; c. 9r, <1238> aprile 21; c. 9v, <1238 aprile 25>; c. 10v, <1238> giugno 12; c. 11r, <1238> maggio 22; c. 11v, <1238> giugno 4; c. 12r, <1238> giugno 5; c. 17r, <1239 marzo 12>; c. 18r, <1239> aprile 12; c. 20v, <1239 aprile 26>; c. 22v, <1239> maggio 23; c. 23v, <1239> giugno 11; c. 26r, <1239> agosto 14; c. 27v, <1239> agosto 30; c. 28r, <1239> settembre 2; c. 31r, <1239> ottobre 20; c. 33r, <1239> novembre 4; c. 37r, <1239> novembre 26; c. 37v, <1239> dicembre 10; c. 38r, 1240 luglio 13; c. 38r, <1240> settembre 8; c. 39v, <1240> ottobre 14; c. 40r, 1240 aprile 6; c. 43r, <1240> giugno 21; c. 43v bis, <1240> luglio 6; c. 45r, <1240> ottobre 15; c. 57v, <1241 giugno 19>. ASDMn, MV, Registro 9, c. 1r, <1238> luglio 24; c. 3v, <1238> novembre 5; c. 6v, <1238> dicembre 29; c. 6v, <1238> dicembre 31; c. 6v, <1239> gennaio 1; c. 13v, <1238> giugno 18; c. 14v, <1238> giugno 26; c. 49v, <1241> marzo 6; c. 51r, <1241 marzo 9>. ASMi, PF, b. 252, 1238 luglio 5.
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e ci anche quando il presule si trova ad agire lontano dalla citt101 . Ma ci che merita dessere sottolineato con vigore che il presule Iacopo, a breve distanza di tempo dalla presa di possesso della sede episcopale, indic Uberto quale suo vicario, come testimonia il relativo atto di nomina. Il 4 dicembre del 1237102, stando in una camera con camino del palazzo vescovile di Mantova, presenti alcuni influenti giudici ed il camerarius vescovile, il presule Iacopo da CastellArquato costitu dominus Uberto clericus di San Michele di Parma suum certum nuncium ac vicarium et eum in suum locum possuit, affidandogli la gestione del tribunale specialiter ad cognoscendum et determinandum omnes causas matrimonialium et ussurarum. Appare necessario richiamare lattenzione sulla circostanza che non viene in alcun modo specificato per quanto tempo quelle funzioni gli siano state affidate: ci indurrebbe a pensare che non fosse prevista una scadenza precisa e che la durata dellincarico fosse del tutto subordinata alla volont del vescovo. Da quel momento lattivit del tribunale riprese celermente e Uberto da quel momento, quando agir come giudice del tribunale, si definir sempre vicario del vescovo103. Lopera e la presenza di Uberto presso il palazzo vescovile attestata con continuit sino al 1241104. In un atto del principio dellanno 1243 si fa riferimento ad una causa dibattuta dinnanzi al dominus Ubertus condam vicario del vescovo105: se ne desume che la sua collaborazione con lepiscopio mantovano dovette venir meno

101 ASDMn, MV, Registro 9, c. 6v, <1239> gennaio 3; c. 7r, <1239> gennaio 3; c. 16r, <1239> febbraio 24. 102 ASDMn, MV, Registro 3, c. 1v, <1237> dicembre 4 (edito in Appendice documentaria, n. 2). 103 Si veda, a titolo desempio, ASDMn, MV, Registro 3, c. 3r, <1237> dicembre 7 (edito in Appendice documentaria, n. 3). 104 ASDMn, MV, Registro 3, c. 50v, <1241> marzo 9. 105 ASDMn, MV, Registro 3, c. 89r, <1243> febbraio 10.

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non sappiamo se sia morto, oppure sia stato trasferito altrove. La lettura delle vertenze discusse dinnanzi a Uberto e dei relativi giudizi, consente di asserire che egli ag in stretta conformit con quanto prescriveva il diritto canonico106. Non solo le procedure seguite presso il tribunale vescovile andarono vieppi codificandosi, ma loperare di Uberto pare uniformarsi ad uno specifico schema in base al quale allaccoglimento della petitio segue la convocazione e lascolto delle parti, lescussione di eventuali testimoni e il costante ricorso al consilium dei giuristi107, sulla scorta del quale vengono pronunciate le sentenze. E della ritualit che dava visibilit e risalto alle procedure che si attuavano presso il foro ecclesiastico, pare costituire uneloquente testimonianza lo specializzarsi dei luoghi dellagire di Uberto: infatti, lo spazio deputato allesame delle cause, e soprattutto alla proclamazione delle sentenze, divenne gi stato detto in quel torno di tempo la lobia del palazzo vescovile108. di Uberto si colloca non a caso crediamo Lopera in anni in cui il foro ecclesiastico mantovano raggiunse livelli di funzionalit organizzativa e procedurale non riscontrabili degli anni precedenti: tale funzionalit, di certo rispondente alle accresciute necessit di far fronte al
J.A. Brundage, Marriage and sexuality in the decretals of pope Alexander III, in Miscellanea Rolando Bandinelli papa Alessandro III, studi raccolti da F. Liotta, Siena, 1986, pp. 59-83; M. Maccarrone, Sacramentalit e indissolubilit del matrimonio nella dottrina di Innocenzo III, in Id., Nuovi studi su Innocenzo III, a cura di R. Lambertini, Presentazione di O. Capitani, Roma, 1995, pp. 47-110. In generale si veda J. Gaudemet, Le mariage en Occident. Les moeurs et le droit, Paris, 1987. 107 Nella vasta bibliografia sui consilia mi limito a rinviare a M. Ascheri, I consilia dei giuristi: una fonte per il tardo medioevo, Bullettino dellIstituto storico italiano per il medio evo, 105 (2003), pp. 305-334. 108 Esemplifichiamo rinviando a ASDMn, MV, Registro 2, c. 88r, <1232> giugno 4. ASDMn, MV, Registro 3, c. 4r, <1237> dicembre 18; c. 6v, <1238> gennaio 14; c. 21r, <1239> maggio 4.
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moltiplicarsi dei settori dintervento riservati ai poteri giudiziari degli ordinari diocesani, non pu non essere rapportata proprio alla sua presenza. Si detto che la documentazione superstite consente dappurare che durante lepiscopato di Pellizzario non sussisteva un unico funzionario addetto al tribunale vescovile: ogni causa veniva di volta in volta affidata a singoli esperti, reclutati fra il clero che attorniava il vescovo nella sua ordinaria attivit109. Il che parrebbe indicare lassenza di specifici funzionari addetti al foro ecclesiastico. La spinta decisiva verso la burocratizzazione di quellorgano di governo si colloca nel corso dellepiscopato del da Correggio, il quale provvide a dotare il tribunale di personale specializzato e fisso110 , commettendone la gestione dei vari settori ad officiali diversi. Proprio negli anni in cui il chierico Uberto si occupava delle vertenze matrimoniali, il giudice Mantovano di Gaimerio agiva quale delegato generale del vescovo ad omnes causas civiles, come evidenzia una sentenza che egli emise nel dicembre del 1231 nei confronti di un uomo accusato daver incendiato una casa111. Del resto, lattenzione riposta dal da Correggio verso una corretta e funzionale gestione del foro vescovile appare chiaro dai gi ricordati atti di nomina dei suoi vicari: a quelli in

Si vedano ASDMn, MV, Registro 2, c.13r, <1230> maggio 29; c. 13r, <1230 giugno 15>. 110 Oltre a Fournier, Les officialits au Moyen Age cit., si veda R. Naz, Official, in Dictionnaire de droit canonique, VI, Paris, 1957, col. 1105-1111; M. Burger, Officiales and the familiae of the Bishops of Lincoln, 1258-99, Journal of Medieval History, 16 (1990), pp. 39-53. 111 ASDMn, MV, Registro 2, c. 53v, <1231 dicembre 11>. Il successivo giorno 13 il vescovo Guidotto da Gorreggio nomina il canonico Filippo e il giudice Mantovano di Gaimerio suos vicarios et aministratores in omnibus negotiis temporalibus affidando loro, fra laltro, omnes causas civiles clericorum et laicorum que sub ipso verti poterant, commisit finiendas et terminandas: ASDMn, MV, Registro 2, c. 56v, <1231 dicembre 13>.

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temporalibus affid le cause civili, mentre ai vicari in spiritualibus deleg omnes spirituales causas. Tutto ci avvenne conformemente ad un processo pi generale. Infatti, dalla fine del secolo XII112 , con il progressivo incremento delle questioni riservate al tribunale ecclesiastico, si rese vieppi necessario la presenza nelle curie di funzionari specializzati, dotati di unadeguata conoscenza del diritto, cui il vescovo delegava la sua autorit giudiziaria affinch essi, a nome del vescovo, provvedessero allamministrazione della giustizia. Non fu cos ovunque: spesso il vescovo continu ad esercitare in prima persona le competenze giudiziarie che gli competevano. In tale orizzonte dovette collocarsi dunque la scelta del presule mantovano Guidotto da Correggio daffidare lesercizio della giustizia ecclesiastica ad officiali specializzati. Una scelta condivisa lo si gi detto dal successore, il quale anzi continuer ad avvalersi proprio di Uberto. Ad imporsi potrebbe peraltro essere stata la stessa personalit di Uberto. Di certo proprio in coincidenza del suo operare che si evidenzia la continuit dufficio: dal vescovo si passa alla curia. Con la scomparsa di Uberto il funzionamento del tribunale non venne meno. Come abbiamo gi avuto modo di accennare, la gestione del foro ecclesiastico continu anzi a costituire una prerogativa dei vicari vescovili. Ad Uberto nella funzione di vicario e di giudice del tribunale ecclesiastico subentr Fulcone113 , al quale dal 1251 succedette Bonifacio da San Bonifacio114: il loro modo doperare si pone in continuit con quello del predecessore. Putroppo con la fine dellepiscopato di Iacopo e con il venir meno della documentazione attinente al foro ecclesiastico, preclusa la possibilit di seguire lattivit di ta-

112 Fournier, Les officialits cit., p. 7; Gaudemet, Storia del diritto cit., pp. 628-633; Annoni, Giurisdizionalismo cit., pp. 141-177. 113 Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 422-423. 114 Gardoni, Episcopus et potestas cit., p. 419.

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le importante organo di governo durante il regimen di Martino da Parma. Durante i primi anni del governo di Iacopo da CastellArquato il tribunale vescovile continua ad operare e a produrre scritture ma tali scritture confluiscono con gli altri atti vescovili. Nuove modalit di conservazione della documentazione che scaturiva dalla ordinaria attivit del foro ecclesiastico si conoscono a partire dagli anni Cinquanta, come emerge con chiarezza dalla considerazione di un fascicolo redatto nei primi mesi del 1251, confluito assieme ad altra documentazione attinente allo stesso episcopato nellodierno registro 9, che costituisce una novit rispetto al periodo precedente: la significativa traccia della gi avvenuta istituzionalizzazione e burocratizzazione del tribunale vescovile in grado di produrre documentazione propria in quanto autonomo organo di governo. In quel fascicolo si trovano trascritti con due sole eccezioni unicamente atti attinenti alla attivit giornaliera del tribunale ecclesiastico. Il raggiungimento di una organizzazione definita e stabile della attivit del tribunale si riflett dunque anche nei modi di redazione e di conservazione della sua documentazione. Attraverso tale fascicolo si pu ripercorrere, quasi giorno per giorno, lordinaria attivit del tribunale del vescovo dal gennaio allaprile del 1251115. Iniziamo con il dire che in esso troviamo riportati circa 137 atti. La mano che li ha redatti sembra essere quella del notaio vescovile Lafranco da Brescia116. Questi non provvide ad apporre alcuna specifica intestazione in apertura del fascicolo ad eccezione dellindicazione dellanno: Anno Domini millesimo .CCLI., indic(ione) nona. N Lafranco provvide ad apporre la sua sottoscriASDMn, MV, Registro 9, cc. 48r-55v. Se ne veda il profilo tracciato in Gardoni, Per notarios suos cit., pp.180-181.
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zione in calce ai singoli atti o ad autenticare in qualche modo lintera raccolta documentaria. I singoli atti si susseguono secondo lordine cronologico, non sempre invero rispettato. Da tutto ci sembra possibile ipotizzare che il fascicolo del 1251 rappresenti il lacerto di un registro dufficio, ossia lunica reliquia di quella che dovette essere una prassi documentaria che si and affermando in quel torno di tempo: riservare alla attivit del tribunale specifici registri. Tale affermazione trova conferma nel fatto che fra la documentazione in registro del vescovo Martino non si riscontrata la presenza di nessun atto riguardante lattivit del foro ecclesiastico, documentazione che dovette essere per lappunto riportata su appositi volumi non conservatisi. Il citato fascicolo attiene alloperato dellunico officiale addetto allesame di tutte le vertenze sottoposte al giudizio del foro vescovile in quei mesi, il gi citato Bonifacio di San Bonifacio. Egli in quel lasso di tempo si occup di numerosi procedimenti attinenti a diverse materie, alle quali faremo di seguito riferimento senza alcuna pretesa desaustivit. Latto con il quale si apre il suo quaternus ha per protagonisti il clero della chiesa di San Leonardo di Saviola e il comune di Boccadiganda che pare aver sottoposto a tassazione i beni di alcune chiese dipendenti117. Questo non il solo caso ad interessare enti ecclesiastici o chierici. rimasta traccia di una lite che coinvolgeva il clero della pieve di Torricella, accusato daver contratto un prestito e di non averlo mai estinto118 . Va per posto in risalto che i contenziosi attinenti istituzioni ecclesiastiche sono numericamente assai esigui119 .
ASDMn, MV, Registro 9, c. 48r, 1251 <gennaio 18>. ASDMn, MV, Registro 9, c. 48r, <1251> febbraio 1; c. 48v, <1251 febbraio 8>; c. 49r, <1251 febbraio 8>. 119 Agli esempi gi addotti possiamo accostare il procedimento che coinvolgeva la chiesa dei Sette Frati: ASDMn, MV, Registro 9, c. 48r, <1251 febbraio 7>; c. 48v, <1251 febbraio 9>; c. 49r, <1251 febbraio 9>. Vi anche traccia di una vertenza che coinvolgeva larciprete di Rivalta, chiamato a rifondere del denaro ad una vedova:
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Piuttosto lunga e complessa dovette essere la causa che coinvolgeva due abitanti di Volta, Zanino e Ognibene del fu Folchemario de Manuellis, vassalli rurali dellepiscopio120: loggetto della contesa era costituito dalla natura del feudo da essi detenuto, che secondo i testimoni chiamati a deporre consisteva in un feudo a scutifero121. La documentazione consente di ricostruirne le diverse fasi processuali, ma non ci restituisce la sentenza. Si riscontrano anche alcuni procedimenti aventi per oggetto lusura, anzi, lesercizio della usuraria pravit, come recita la documentazione. Non sono infatti pochi gli uomini chiamati a comparire dinnanzi al tribunale del vescovo accusati dessere degli usurai122. Di nessuna di tali vertenze per rimasta la sentenza, cosicch non possiamo dire se, ed eventualmente in quali modi, il giudice ecclesiastico sia intervenuto per punirli. Purtuttavia le eloquenti tracce documentarie disponibili lasciano intuire come lusura dovesse costituire un problema per nulla estraneo alla pratica pastorale dei vescovi di Mantova, i quali lo si visto in pi duna occasione dovettero essi stessi far fronte allindebitamento di varie istituzioni ecclesiastiche123 . Ma la maggior parte degli atti del fascicolo di cui ci stiamo occupando ha per attori coniu-

ASDMn, MV, Registro 9, c 49r, <1251 febbraio 9>. Anche ad un chierico della pieve di Castellucchio simpone di restituire il denaro preso in mutuo: ASDMn, MV, Registro 9, c 49v, <1251 febbraio 10>; c. 53r, <1251> marzo 4. Non sappiamo invece quali furono le ragioni della causa che opponeva labate del monastero di San Ruffino a Rando draperius: ASDMn, MV, Registro 9, c. 52v, <1251 marzo 15>. 120 ASDMn, MV, Registro 9, c. 48v, <1251> febbraio 6; c. 49v, <1251> febbraio 15; c. 50r. <1251> febbraio 20; c. 51r, <1251 febbraio 25>. 121 Si veda in particolare ASDMn, MV, Registro 9, c. 49v- 50v, <1251 febbraio 20 e 25>. 122 ASDMn, MV, Registro 9, c. 48r, <1251 febbraio 1>; c. 48r, <1251> febbraio 7; c. 48v, <1251 febbraio 9>; c. 49r, <1251 febbraio 9>; c. 53r, <1251> marzo 17; c. 54v, <1251> aprile 4. 123 Cfr. infra, capitolo IV.

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gi nemici124. Di tali procedimenti giudiziari data riscontrare la presenza di atti relativi alle diverse fasi del procedimento giudiziario, vari consilia formulati da esperti e numerose sentenze. 4.3. Uno specifico settore di intervento: le vertenze matrimoniali Sulla scorta di quanto detto possiamo rilevare le diverse materie sulle quali il tribunale del vescovo era chiamato ad intervenire. Si fatto cenno alle cause per usura per le quali disponiamo documentazione non particolarmente ricca ma che offre la possibilit daprire uno squarcio sui problemi che il peccato dellusura poneva nella pratica pastorale125: la necessit e la volont di demandarne lesame ad uno specifico funzionario sembra rivelare che quello del prestito usurario condannato dalla Chiesa costituiva un problema nientaffatto marginale. Numericamente esigui sono pure i casi di processi coinvolgenti chierici126. La principale materia sottoposta al giudizio dei giudici vescovili costituita da controversie fra coniugi, tema che registra un rinnovato interesse127 , non limitato agli aspetti giuridici128. Non forse un
ASDMn, MV, Registro 9, c. 51r, <1251> marzo 5; c. 51v, <1251 marzo 7>; cc. 51v-52r <1251 marzo 7>; c. 52r, <1251> marzo 8; c. 52v, <1251 marzo 15>; c. 53r, <1251 marzo 17>; c. 53r, <1251> marzo 20; c. 53v, <1251> marzo 30; c. 54r, <1251> marzo 31; c. 54v, <1251> aprile 10; c. 55r, <1251> aprile 26; c. 55v, <1251> aprile 7. 125 Cfr. infra, capitolo IV. 126 Sia sufficiente il rimando ad un singolo caso: ASDMn, MV, Registro 9, c. 5r, <1238> dicembre 3. 127 Coniugi nemici. La separazione in Italia dal XII al XVIII secolo, a cura di S. Seidel Menchi, D. Quaglioni, Bologna, 2000; Matrimoni in dubbio. Unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal XIV al XVIII secolo, a cura di S. Seidel Menchi, D. Quaglioni, Bologna, 2002; Trasgressioni. Seduzione, concubinato, adulterio, bigamia (XIV-XVIII secolo), a cura di S. Seidel Menchi, D. Quaglioni, Bologna, 2004; I tribunali del matrimonio (secoli XV-XVIII), a cura di S. Seidel Menchi, D. Quaglioni, Bologna, 2006. A questi studi si aggiunga almeno V. Polonio, Consentirono lun laltro: il matrimonio
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caso che i primi atti attinenti al tribuanle ecclesiastico vertano come si detto proprio su questioni matrimoniali. Il prevalere di tale tipologia di controversia indubbiamente spia del rilievo che il problema rivestiva entro la societ del tempo e del controllo esercitato dalla Chiesa in tale ambito. La ricchezza della documentazione disponibile non solo permette di percepire la variet delle motivazioni che potevano aver indotto uno dei due coniugi a ricorrere alla giustizia ecclesiastica (bigamia, concubinato, tradimento, nozze clandestine, maltrattamenti), ma anche di avere unidea della estrazione sociale delle coppie coinvolte. Infatti, come si avr modo di osservare, nella maggioranza dei casi si ha limpressione di essere di fronte ad esponenti in gran parte appartenenti agli stati sociali pi modesti, tanto della citt quanto del contado. Permette poi di analizzare le modalit dintervento del giudice ecclesiastico in uno dei settori principali spettanti alla giurisdizione episcopale in un periodo per il quale una simile tipologia documentaria piuttosto rara129. Di seguito non proporremo una disamina esaustiva di tutti gli esempi adducibili; proporremo alcuni singoli casi esemplificativi di alcune tipologie di vertenze matrimoniali.
in Liguria tra XI e XIV secolo, Serta antiqua et medievalia, V (2001), pp. 23-53. Si veda inoltre la recente rassegna di E. Brambilla, Dagli sponsali civili al matrimonio sacramentale (sec. XV-XVI). A proposito di alcuni studi recenti sulle cause matrimoniali come fonte storica, Rivista storica italiana, CXV (2003), pp. 956-1005. 128 Basti qui il rimando a A. Marongiu, Matrimonio medievale e matrimonio postmedievale. Spunti storico-critici, Rivista di storia del diritto italiano, LVII (1984), pp. 5-119; C. Valsecchi, Causa matrimonialis est gravis et ardua. Consiliatores e matrimonio fino al Concilio di Trento, Studi di storia del diritto, II (1999), pp. 407580; D. Quaglioni, Divortium a diversitate mentium. La separazione personale dei coniugi nelle dottrine di diritto comune (appunti per una discussione), in Coniugi nemici cit., pp. 95-118. 129 Si veda, ad esempio, il caso milanese esaminato in Padoa Schioppa, Note sulla giustizia ecclesiastica a Milano alla fine del Duecento, pp. 297-298.

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Prendiamo le mosse da Augustina di Giacomo Augustini, la quale and davanti al tribunale convocando colui che lei reclamava come suo marito, Giovanni Salsa. Augustina asseriva daverlo sposato con affetto maritale e daver intrattenuto con lui rapporti carnali, circostanze che la indicevano a chiedere al giudice vescovile di costringerlo a riconoscerla come sua legittima moglie. Il presunto marito, per, neg tutto quanto Augustina aveva dichiarato, cosicch la donna si vide costretta a provare le sue affermazioni mediante la produzione di alcuni testimoni. Tuttavia il giudice sentenzi che fra i due matrimonium non esse, dando piena licenza a Giovanni di contrarre matrimonio con chiunque volesse130. Un caso del tutto analogo a quello appena descritto ha per protagonisti Maria da Campitello e Enrichetto da Campitello: la donna chiedeva il riconoscimento della loro unione. Ma Enrichetto oppose di avere unaltra moglie, cosicch il giudice giunse a dichiarare che fra i due non poteva sussistere alcun vincolo matrimoniale131. Ben altre furono le motivazioni che indussero unaltra donna ad adire al tribunale del vescovo: Gisla accus il marito di averla percossa, e chiese al giudice di intervenire per tutelarla. Viceversa, Alberto, il presunto maltrattatore, dichiar afferm di non averla mai picchiata asserendo che Gisla gli aveva fatto una fattura: sibi faturam faceret132. Diverse ancora sono le motivazioni che opposero Parisia a Simone: lui era accusato dalla moglie daverla tradita con unaltra donna, con la quale conviveva pubblicamente. Per tale motivo Parisia chiedeva fosse pronunciato una sentenza di separazione petebat seprationem thori e la restituzione della sua dote, ut postulat ordo iuris. Simone non neg daver intrattenuto una relazione con unaltra donna, ma si rifiutava di restituire la dote. Parisia provvide allora a produrre vari testimoni; Simone invece,
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ASDMn, MV, Registro 2, c. 94r, 1232 luglio 14. ASDMn, MV, Registro 2, c. 95r, 1232 luglio 23. 132 ASDMn, MV, Registro 2, c. 104r, <1232> agosto 28.

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nonostante fosse stato pi volte citato, mai comparve dinnanzi al giudice, il quale accolse le richieste della donna tradita133. Attorno ad un impedimento canonico ruota invece la causa che ha per protagonisti Giacomino e Guardolina. Essi si erano sposati cinque anni prima, stando nella casa della sposa, alla presenza di numerosi testi. Giacomino port poi la sua sposa nella sua casa, e l la tratt sempre come si conveniva; i due ebbero anche un figlio che per ben presto mor. Nel frattempo i due sposi vennero a conoscenza del fatto che il padre di Guardolina e la madre di Giacomino erano consanguinei di secondo grado, il che, come ad essi era stato detto da un frate di Santa Agnese, impediva che il loro fosse un matrimonio legittimo. Per tali ragioni decisero di rivolgersi al giudice ecclesiastico al quale chiesero di pronunciarsi sulla loro unione vagliando i loro legami parentali e se fosse stata comprovata lillegittimit134. Giacomino fu in grado di presentare alcuni testimoni, ai quali venne richiesto di ricostruire i legami parentali che intercorrevano fra i due sposi: molti dei testi asserirono che lesistenza di legami parentali fra i due era di pubblica fama; due di essi, in particolare, asserirono daver prontamente informato in tempo utile la madre di Guardolina del legame di sangue che impediva la celebrazione di quel matrimonio135 . Purtroppo non conosciamo se ed eventualmente in quali termini il giudice ecclesiastico si sia pronunciato. In altre occasioni troviamo donne ricorrere al giudice per ottenere garanzie di un congruo trattamento. Il vicario, ad esempio, impone al marito di Giulia di trattare la moglie ad lectum, mensam et in ominibus aliis necessariis136. Tuttavia la voce del giudice non dovette essere ascoltata se qualche tempo si rese necessario un suo ulteASDMn, MV, Registro 2, c. 111v, <1232> dicembre 18 (edito in Appendice documentaria, n. 1). 134 ASDMN, MV, Registro 9, c. 51r, <1251> marzo 5. 135 ASDMN, MV, Registro 9, c. 51v-52r, <1251 marzo 7>. 136 ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251 marzo 8>.
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riore e identico intervento137. A maltrattamenti coniugali rimanda invece la successiva vicenda. Agnese da Gonzaga chiese dessere trattata dal marito la trattasse come moglie legittima e che gli fosse garantito il necessario sostentamento anche se lei da tempo non dimorava pi nella casa coniugale. Il marito respinse le richieste della moglie affermando che ella non era sua moglie legittima. Non solo: recus il vicario di Mantova poich riteneva di non essere soggetto alla sua autorit in quanto abitante della diocesi di Reggio. Ma a tale affermazione del marito Agnese ribbatt prontamente, dicendo che lui ora abitava in Roncorlando, e che quindi rientrava pienamente nellambito della potest giurisdizionale del vescovo di Mantova138, provvedendo a presentare dinnanzi al giudice alcuni testi. A noi sono giunte le deposizioni di sei testimoni139 , dai quali si desume un comportamento da pendolare di Girardino che pare essere stato solito spostarsi da una sponda allaltra del fiume Zara il corso dacqua che segnava il confine fra le diocesi di Mantova e di Reggio anche per evitare la corresponsione del fodro: di notte dormiva con la moglie in Roncorlando, di giorno si spostava sullaltra sponda del fiume Zara. Ancora un esempio. Tedoldino de Morsello chiedeva fosse emessa sentenza di divorzio fra lui e Imelda di Martino Buongiovanni da Rodigo che aveva s sposato maritali affectu, senza tuttavia averla conosciuta carnalmente, aggiungendo dessere stato precedentemente sposato con unaltra donna di nome Maria di Alberto Natale. Davanti al giudice Imelda conferm le dichiarazioni del marito, ma soprattutto, dopo aver udito che lui era bigamo, sollecit lemanazione di una sentenza di separazione. Ebbene, il giudice, sentito il parere di alcuni sapienti, pronunci nullo il loro matrimonio140 .
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ASDMn, MV, Registro 9, c. 53r, <1251> marzo 17. ASDMn, MV, Registro 9, c. 52r, <1251> marzo 13. 139 ASDMn, MV, Registro 9, c. 52v-53r, <1251> marzo 16. 140 ASDMn, MV, Registro 2, c. c. 89r, <1232> giugno 8.

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Fra i motivi addotti per richiedere lo scioglimento del vincolo matrimoniale attestata anche la sussistenza di legami di parentela spirituale: una vertenza fra due coniugi verteva proprio sul fatto che il marito sarebbe stato padrino al battesimo di colei che divenne poi sua moglie141. Ma non fu la sola componente femminile della coppia a rivolgersi al tribunale. Telasio, ad esempio, inform il giudice che la moglie si era allontanata dalla loro causa per sua temerit e non iudicio ecclesie142 . Bonaversa invece chiese al vicario vescovile di imporre alla moglie di fare ritorno nella loro domus143 .

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ASDMn, MV, Registro 9, c. 52v, <1251 marzo 13>. ASDMn, MV, Registro 9, c. 52v, <1251> marzo 15. 143 ASDMn, MV, Registro 9, c. 53r, <1251> marzo 20.

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CAPITOLO III. IL GOVERNO DELLE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE 1. Capitolo della cattedrale, chiese cittadine e clero in ura danime 1.1. Il capitolo Si gi avuto modo daccennare allimpossibilit di poter giungere alla conoscenza delle modalit seguite nella elezione dei presuli mantovani, ovvero di individuare a chi lo ius eligendi spettasse, anche se vari indizi inducono a ritenere che quella fosse una prerogativa del capitolo della cattedrale1, che dopo il vescovo rappresentava la pi importante istituzione ecclesiastica della citt2. Nella cattedrale si riconosceva lintera collettivit cittadina. In essa, in quanto ecclesia matrix, si trovava il fonte battesimale. E alla citt i canonici erano legati per le loro stesse origini: nel periodo da noi considerato i membri del capitolo erano espressione della realt sociale locale e appartenevano ai ceti dirigenti. Sono questi gli elementi che hanno permesso a vari autori dinterpretare il capitolo cattedrale quale luogo di unit con la citt3.
Per quanto attiene alla cattedrale di Mantova si deve fare riferimento essenzialmente a A. Montecchio, Cenni storici sulla canonica cattedrale di Mantova nei secoli XI e XII, in La vita comune del clero nei secoli XI e XII, Milano, 1962, II, pp. 162-180. 2 Basti rinviare a C.D. Fonseca, Ecclesia matrix e Conventus civium: lideologia della cattedrale nellet comunale, in La pace di Costanza (1183). Un difficile equilibrio di poteri fra societ italiana ed impero, Bologna, 1984, pp. 135-149; Chiesa e citt, a cura C.D. Fonseca e C. Violante, Galatina, 1990. 3 Per qualche esempio si vedano R. Brentano, A New World in a Small Place. Church and Religion in the Diocese of Rieti (11881378), Berkeley-Los Angeles-London, 1994, pp. 184-323; V. Polonio, J. Costa Restagno, Chiesa e citt nel basso medioevo: vescovi e capitoli cattedrali in Liguria, Atti della Societ ligure di storia patria, n.s. 29 (1989), pp. 87-210, p. 90.
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Il clero deputato alla officiatura della cattedrale sin dallantichit aveva il compito dassistere i pastori delle Chiese nel servizio divino e nel governo ecclesiastico, una collaborazione che non fu esente da tensioni e fratture4. Data limportanza, proprio da essa converr cominciare questa nostra analisi del governo dei vescovi delle istituzioni religiose locali. Esula per dalle nostre finalit principali addentrarsi compiutamente nello studio del ruolo svolto dalla cattedrale e dallinsieme dei suoi canonici in rapporto alla citt e alla amministrazione della diocesi. Si tratta di uno studio che per Mantova attende ancora dessere intrapreso e ci nonostante per seguire il rapporto tra il mondo dei chierici e quello dei laici, per intendere il peso che la Chiesa esercita entro le mura di una citt, il capitolo forse il primo luogo cui ci dobbiamo indirizzare: ancor prima, forse, che verso la curia episcopale; prima certamente che alle parrocchie5. La prima considerazione da fare attiene alla ricca serie di attestazioni che vedono sin dallepiscopato di Enrico i canonici della cattedrale affiancare il vescovo nellesercizio del governo della sua Chiesa. Lo dimostra in particolare la presenza fra i collaboratori di Enrico dellarciprete, e futuro vescovo, Pellizzario, e del canonico Tommaso da Desenzano. Solo con la fine dellepiscopato di Enrico il capitolo giunse a porre sulla cattedra episcopale mantovana un suo membro: Pellizzario, per lappunto. Ponendosi su una linea di continuit con il predecessore, il nuovo pastore
4 Sul tema si veda M. Ronzani, Vescovi, capitoli e strategie familiari nellItalia comunale, in La Chiesa e il potere politico dal medioevo allet contemporanea, a cura di G. Chittolini, G. Miccoli, Torino, 1986, pp. 103-146; C.D. Fonseca, Vescovi, capitoli cattedrali e canoniche regolari (sec. XIV-XVI), in Vescovi e diocesi cit., pp. 83138; M. Berengo, LEuropa delle citt. Il volto della societ urbana europea tra medioevo ed et moderna, Torino, 1999, pp. 700-745; E. Curzel, I canonici e il capitolo della cattedrale di Trento dal XII al XV secolo, Bologna, 2001; Canonici delle cattedrali nel medioevo, Verona, 2003 (= Quaderni di storia religiosa, X). 5 Berengo, LEuropa delle citt cit., p. 702.

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continuer a fare affidamento sui membri del capitolo: il preposito Giovanni ne diverr vicario in spiritualibus; il gi citato canonico Tommaso continuer a collaborare con il vescovo. Ebbene fu proprio Pellizzario, che ben conosceva le dinamiche interne al collegio canonicale del quale aveva fatto parte, ad intervenire con fermezza in uno dei settori pi delicati della vita del capitolo: lassegnazione e lamministrazione delle prebende. Ne abbiamo notizia indiretta nellatto con il quale il vescovo Guidotto da Correggio nel 1232 revocher la scomunica inflitta per lappunto da Pellizzario al collegio capitolare, cui era stato vietato di procedere alla nomina di nuovi canonici6. Le ragioni che indussero il presule ad intervenire nei riguardi dei canonici comminando loro quella grave sanzione ecclesiastica non sono del tutto chiare. Dal documento pervenuto a noi si pu desumere che il vescovo intendesse contrastare il frazionarsi e il moltiplicarsi dei benefici. Quel dato sembra comunque indicare lesistenza di elementi di attrito fra le due maggiori istituzioni religiose della citt. Una fase di tensione che si prolung per qualche anno, e che pot essere sanata solo dopo la scomparsa di Pellizzario. Anche al fianco del da Correggio dato riscontrare la costante presenza di esponenti del clero cattedrale. Tale presenza assume per noi un rilievo del tutto particolare. Essa mostra come lazione pastorale del presule non incontrasse particolari impedimenti, almeno non allinterno del capitolo della cattedrale di San Pietro. Il preposito della cattedrale Giovanni da Gonzaga compare in molti atti vescovili cos come i maggiori esponenti del collegio canonicale7. Il canonico Filippo scelto da Guidotto come suo vicario in temporalibus8, mentre i canonici Tommaso da Desenzano e prete Iacopo lo sono in spiritualiASDMn, MV, Registro 2, c. 77r, 1232 aprile 11. Fra le molte referenze documentarie che si potrebbero addurre basti qui citare ASDMn, MV, Registro 2, c. 84r, <1232> maggio 13. 8 ASDMn, MV, Registro 2, c. 56v, n. 403, <1231 dicembre 13>.
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bus9. Troviamo con una certa frequenza il capitolo dei canonici riunito per assumere con il vescovo decisioni non secondarie relative alla gestione delle prerogative signorili10 o di natura pi strettamente religiosa, come quando, per fare solo qualche esempio, si tratt dintervenire nellelezione dellabate di San Ruffino11, o quando a questo stesso ente venne concessa la chiesa della Santa Trinit di Ceresara12. Guidotto non manc di intervenire in un importante aspetto della vita interna del capitolo di San Pietro, giungendo a sanare lo si detto sopra una precedente situazione di rottura creatasi allepoca del vescovo Pellizzario. In quella circostanza i canonici assegnarono al da Correggio la facolt di concedere, a chiunque egli avesse voluto, la prima prebenda che si fosse resa vacante13. I canonici continueranno a circondare anche il vescovo Iacopo. Di essi merita in particolare dessere ricordato il preposito Giovanni Gonzaga un elemento di continuit fra i vari episcopati come si sar osservato che segue il vescovo anche nei suoi spostamenti allinterno della diocesi. Iacopo si avvale nuovamente del canonico Tommaso, che funge in qualche occasione da suo delegato. E membro del capitolo Guido de Zena, uomo di fiducia del presule, destinato a seguirlo a Roma e a divenire membro della sua familia cardinalizia. Dei profondi legami instauratisi fra questi prelati eloquente testimonianza il fatto che il vescovo abbia voluto proprio Guido quale suo esecutore testamentario. Decisamente meno intensa pare essere stata la collaborazione dei canonici della cattedrale con il vescovo Martino, ch nessuno di essi emerge in maniera particolaASDMn, MV, Registro 2, 57r, 1231 dicembre 13. ASDMn, MV, Registro 2, 83v, <1232 maggio 12>: il vescovo Guidotto ed il preposito della cattedrale Giovanni Gonzaga nominano Vivaldo Poltroni podest del comune di Volta. 11 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 88r e v, <1232> giugno 5. 12 ASDMn, MV, Registro 2, c. 29v, <1231> agosto 30. 13 ASDMn, MV, Registro 2, c. 77r, <1232> aprile 11.
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re fra i membri del suo entourage. Potrebbe essere questa una prima spia del venir meno di quella salda collaborazione che parrebbe aver caratterizzato gli episcopati precedenti. E ci potrebbe essere dipeso anche dal pi pesante interventismo del vescovo nella vita del capitolo, interventi destinati ad incidere in profondit nella vita e nella organizzazione del collegio capitolare, senza peraltro sfociare in veri e propri scontri fra le due istituzioni di vertice della Chiesa locale14. Nel 1259, nel palazzo vecchio del vescovo, alla presenza del presule Martino si riunisce il capitolo dei canonici ad recipiendum sortes de prebendis. Della spartizione in prebende del patrimonio capitolare erano stati incaricati larciprete Pietro, il magister Tommaso e il canonico Pietro da Saviola. Seguendo una ripartizione per capita ad ogni caput corrispondono due prebende, ognuna delle quali con un proprio casamentum che doveva fungere da centro di raccolta dei redditi essi giunsero alla determinazione di sedici prebende indicate con il nome della localit nella quale era ubicata la parte pi consistente dei relativi beni. Di queste, quindici vennero assegnate ai canonici, singolarmente nominati, che in quel momento risultavano sedere nel coro della cattedrale15; una fu riservata ai sacristi, ai mansionari e alle dignit, ossia al clero minore della cattedrale. Una parte del patrimonio rimase in comune, e i suoi proventi furono destinati alle distributiones, alle elemosine et aliis negotiis faciendis. Il vescovo Martino sovrintende alla ripartizione delle prebende e le approva facendo promettere ai

In uno duro scontro sfoci, ad esempio, il tentativo di riforma assunto a Firenze dal vescovo Ardingo nel 1231: A. Benvenuti, Un vescovo, una citt. Ardingo nella Firenze del primo Duecento, in Ead., Pastori di popolo. Storie e leggende di vescovi e di citt nellItalia medievale, Firenze, 1988, pp. 21-124, p. 34. 15 Normalmente il numero dei prebendati nelle diocesi italiane si aggira attorno alla ventina: Curzel, I canonici e il Capitolo cit., p. 292.

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canonici, sotto pena della scomunica, di non contravvenire in alcun modo a quanto stabilito16. Se la suddivisione del patrimonio capitolare in prebende individuali corrisponde ad un processo generale, cui si pervenne per sollecitazione degli stessi canonici che in quel modo potevano amministrare e riscuotere direttamente le loro rendite17, non si pu non pensare che vi fossero sottese anche altre finalit. Nel caso mantovano si ha limpressione che sia stato proprio il vescovo ad orientare il collegio canonicale verso lassunzione di prebende individuali, scelta che implicava una chiusura del capitolo: determinando il numero delle prebende si fissava infatti il numero degli stalli canonicali. E proprio questo potrebbe essere considerato lo scopo ultimo dellintervento vescovile, motivato dalla necessit di porre termine a quello che forse costituiva uno dei pi ricorrenti motivi dattrito allinterno del capitolo e fra il capitolo stesso e lepiscopio18: lirregolare aumento del numero dei canonicati, cui conseguiva una riduzione dei singoli benefici. Come si ricorder, infatti, gi il vescovo Pellizzario era intervenuto vietando la nomina di nuovi canonici. Del resto lo stesso Martino provvide a stabilire in cinque il numero dei canonici della pieve di Castellucchio e a regolamentare il passaggio fra i vari gradi ecclesiastici19, motivando lintervento con la necessit di non gravare la pieve di una inutile moltitudine di chierici. Pur in assenza di una documentazione specifica che consenta di conoscere le modalit daccoglimento di nuovi canonici nel capitolo cattedrale, tenuto conto degli
Larchivio capitolare, n. CLIII, 1259 novembre 26. Curzel, I canonici e il Capitolo cit., pp. 302-302. 18 Con ci non si vuol imputare al capitolo cattedrale mantovano quello stato di diffusa litigiosit interna che sembra essere uno dei temi ricorrenti della storiografia: Curzel, Appunti sui capitoli cit., p. 44. 19 Larchivio capitolare, n. CXLVIII, 1258 gennaio 17: nella pieve di Castellucchio il vescovo prescrive la presenza di un presbitero oltre allarciprete, un diacono, un suddiacono e un quinto chierico insignito degli ordini minori.
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indizi disponibili oltre alla decisione assunta dal da Correggio quella presa dal suo successore appena ricordata si potrebbe imputare ai vescovi un ruolo attivo nel reclutamento del clero cattedrale se non attribuire ad essi il diritto di nomina. Ci spiegherebbe lattenzione specifica da essi riservata alla organizzazione interna del capitolo. Una attenzione che trova conferma proprio con il vescovo Martino, cui non possiamo non riconoscere uno specifico stile di governo improntato al controllo disciplinare e organizzativo delle istituzioni ecclesiastiche, ed in particolare della ecclesia matrix, come emerge in tutta evidenza anche dalla promulgazione da parte sua della normativa statutaria del 1263, nota come Constitutiones antiquae Aecclesie Mantuanae20. Il testo21 si apre con la definizione e la regolamentazione dellattivit del massaro nellamministrazione dei beni rimasti in comune fra i canonici e con lindicazione della destinazione delle relative rendite. Vengono poi stabilite le distribuzioni giornaliere di cui potranno beneficiare i canonici residenti che quotidianamente parteciperanno cum cota vel capa alle celebrazioni delle varie ore canoniche; nella determinazione della distribuzione si dovr tener conto del momento in cui il canonico sieder sul suo stallo in rapporto allo svolgimento dellufficio. Altre distribuzioni sono fissate per le festivit solenni ricordiamo in particolare le numerose celebrazioni in corrispondenza della settimana santa ed in particolare la processione della domenica delle palme, la celebrazione del battesimo in corrispondenza del sabato santo e della festa di Pentecoste. La possibilit di aumentare o di diminuire le somme da corrispondere ai canonici viene assoggettata alla volont del vescovo. Non perderanno il diritto a ricevere le distribuzioni coloro che risulteranno essere imLarchivio capitolare, n. CLXI, 1263 ottobre 15. Sullo statuto mantovano ha richiamato lattenzione E. Petrucci, Vescovi e cura danime nel Lazio, in Vescovi e diocesi cit., pp. 504-505.
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possibilitati ad officiare in cattedrale perch in servicio domini episcopi, o in affari attinenti alla utilit della chiesa, in special modo se ci comporter che essi escano dalla citt. Lo stesso avverr nel caso in cui larciprete, o qualche altro sacerdote, fosse impegnato nelle confessioni, chiamato al capezzale di qualche infermo, invitato a qualche ricorrenza per celebrare la messa e predicare, oppure pro predicacione vel consilio anime. Ad ogni canonico viene riconosciuta la possibilit dallontanarsi dalla citt per provvedere alla amministrazione della sua prebenda per non pi di quattro volte allanno. Il computo delle presenze e delle assenze dovr essere fatto al principio di ogni mese, quando si provveder a corrispondere quanto dovuto relativamente al mese precedente. Seguono poi disposizioni relative al clero minore, al sagrista e ai mansionari sulle quali non ci soffermiamo, cos come non ci inoltreremo ulteriormente nella analisi dello statuto che interviene, tra laltro, nel vietare lallevamento dei porci allinterno della canonica, come per fare un altro esempio nel regolare la distribuzione delle elemosine. Sia qui sufficiente richiamare lattenzione sulle norme dirette ad impedire laccumulo delle prebende e quelle che disciplinano lingresso in capitolo di nuovi canonici. Preme sottolineare al riguardo il fatto che al vescovo riconosciuta la potest di intervenire sul testo dello statuto, che da lui potr essere modificato corretto ed interpretato. Orbene, lo statuto, precisando lammontare delle distribuzioni, interviene di fatto a definire le forme attraverso le quali doveva esercitarsi la partecipazione del clero cattedrale, maggiore e minore, agli uffici divini, al fine di garantire la regolare officiatura della ecclesia maior, punendo i negligenti. Infatti, delle distribuzioni potr beneficiare come abbiamo visto solo chi effettivamente sieder durante le singole celebrazioni nel suo stallo. Traspare da tale norma una specifica attenzione verso il pro-

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blema della residenza dei canonici22, premessa indispensabile per poter assicurare un effettivo servizio liturgico. Sono invero ammesse delle deroghe, ma solo per giuste cause. Lo statuto descrive insomma lintensa attivit pastorale cui sono tenuti i canonici della cattedrale. Fra i diversi compiti pastorali spicca in particolare la predicazione da parte dellarciprete e degli altri canonici promossi allordine sacerdotale, unattivit che non doveva essere limitata alla sola cattedrale. infatti verosimile pensare che essa potesse svolgersi anche nelle altre chiese cittadine sottoposte alla giurisdizione della cattedrale ma anche presso le chiese del contado che di frequente sia larciprete che gli altri canonici raggiungevano al seguito del vescovo23. Da quanto detto sembra possibile stabilire lesistenza di uno stretto nesso fra la divisione delle prebende e ladozione dello statuto: si intravede cio la volont di incoraggiare e garantire una regolare attivit liturgica presso la chiesa cattedrale non meno di una incisiva azione pastorale dei canonici, una azione pastorale che doveva avere la sua massima espressione nellofficium predicationis. E proprio questa parrebbe essere la ragione di fondo ad aver indotto il vescovo Martino a farsi promotore della stesura delle costituzioni capitolari, ch non ci si sottrae dallimpressione che tanto la divisione del patrimonio canonicale quanto lassunzione di un testo statutario siano state orientate proprio da lui. Lintervento del vescovo fu con ogni probabilit dettato dalla necessit di porre rimedio ad una situazione di disordine e di negligenza, quantunque non si disponga in proposito di alcuna esplicita attestazione. In ogni caso la centralit del ruolo del vescovo risulta chiara.
22

Curzel, I canonici e il Capitolo cit., p. 256, e bibliografia ivi

citata.

Rimandiamo per ora ai profili dei memebri dellentourage dei presuli mantovani tracciati in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 396-478.

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Allordinario diocesano saremmo quindi propensi a riconoscere una specifica attenzione per limportanza e la valenza simbolica che la chiesa cattedrale mantovana, dedicata al principe degli apostoli, rivestiva per la citt. Si pensi in particolare allo svolgersi delle processioni che scandivano lanno liturgico cui il clero cittadino era tenuto, come vedremo, a partecipare , al loro forte impatto sul tessuto urbano anche in termini di immagine. Erano quelli momenti cui non si pu non riconoscere una intrinseca valenza ideologica, nei quali si esprimeva e si saldava il legame tra la citt e la sua cattedrale. 1.2. Chiese cittadine Al centro delle preoccupazioni del vescovo doveva dunque collocarsi lopportunit di sollecitare una incisiva azione pastorale da parte del clero della cattedrale di San Pietro da tempo indicata quale caput totius mantuanesis episcopii24. Daltronde dalla cattedrale dipendevano numerose chiese urbane e non. A questo punto si dovrebbe indugiare sulla formazione delle parrocchie che nel corso dei secoli XII e XIII si separarono gradualmente dalla chiesa matrice e acquisirono le funzioni di cura danime, ma lo studio di tale aspetto, che potrebbe offrire ulteriori utili spunti per poter meglio conoscere la dinamica dei rapporti intercorsi fra lepiscopio e il capitolo, non potrebbe trovare qui una compiuta trattazione. Si tratta oltretutto di un campo dindagine che per Mantova attende ancora dessere fatto oggetto dattenzione e per il quale si dispone di una documentazione assai scarsa e frammentaria. Giover tuttavia almeno elencare le chiese urbane soggette alla cattedrale cos come le troviamo enunciate in un privilegio di Eugenio III del 115125: San Michele, Santa Croce, Santa Maria Mater Domini,
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Larchivio capitolare, XII, 1087 aprile 17. Larchivio capitolare, n. XXII, 1151 maggio 6.

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SantAlessandro, Santa Trinit, Santo Stefano, San Zeno, Santi Simone e Giuda, SantEgidio26. Purtroppo la mancanza di fonti specifiche preclude la possibilit di penetrare ulteriormente nei rapporti che dovettero intercorrere fra le chiese citate e la cattedrale nel corso del periodo qui preso in esame27; tuttavia, sulla base di qualche tardo indizio documentario, possiamo ritenere che il clero cittadino28, anche quello delle chiese non direttamente dipendenti dalla cattedrale, fosse tenuto a prendere parte alle processioni del clero cattedrale29.
Allelenco delle chiese soggette alla canonica di San Pietro poste in citt, segue quello delle chiese site extra civitatem: San Tommaso, San Silvestro, Santa Maria di Prato Lamberto, San Celestino di Pietole, San Nicol di Casaletto, San Cassiano, San Giorgio e San Vito supra lacum. 27 Per gettare uno sguardo sui rapporti che nel corso del secolo XIII intercorsero fra quelle chiese e la cattedrale pu essere di qualche utilit riferirsi ad un atto del 1290 (Larchivio capitolare, n. CCXXX, 1290 giugno 9), che assieme a quelli che fra poco citeremo a proposito della chiesa di San Paolo, rappresenta uno dei pochi documenti pervenutici utilizzabili a tal scopo. Nel giugno di quellanno, nella canonica della cattedrale, presenti ragguardevoli esponenti della Chiesa locale, larciprete della cattedrale Pietro, agendo con il consenso dei membri del capitolo singolarmente nominati, investe Antonio figlio di Venturino abitante in contrada San Iacopo e prete della chiesa di San Zeno di Mantova, chiesa soggetta alla cattedrale que est subiecta predicte ecclesie Mantue dei diritti spirituali e temporali a quella spettanti. A prete Antonio viene prescritta la corresponsione al sacrista di San Pietro, ogni domenica delle Palme, di quattro libbre di cera pro censu ecclesie supradicte; nella stessa festivit egli dovr inoltre dare dignitati archipresbiteri ecclesie Sancti Petri de Mantua annuatim una candela grande e tre piccole. Latto consente devidenziare i segni della soggezione di San Zeno alla cattedrale: sebbene i censi possano apparire simbolici, con essi si perpetuava la memoria di quel legame, che con ogni probabilit risaliva ad unepoca anteriore. 28 Ad illuminare lo stretto legame che doveva unire il fedele alla sua chiesa, rappresentata nel caso specifico da San Salvatore, concorre un atto del 1191 con il quale una abitante della vicinia di San Salvatore, Berta, vedova di un pescatore di nome Nuvolo, dona al prete di quella chiesa la sua dote e la quota di un edificio: Regesto mantovano, n. 497, 1191 novembre 13. 29 Larchivio del monastero, n. XXXVI, 1151 maggio 7.
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Un accenno deve poi essere riservato a San Paolo, che sorgeva allinterno del centro episcopale mantovano, una chiesa cui a lungo si voluto assegnare il ruolo di seconda cattedrale30. Le ricerche disponibili portano a ritenere che essa sia stata destinata al servizio liturgico dei canonici31; non si esclude che ci abbia comportato una divisione fra i canonici addetti al servizio liturgico nella cattedrale di San Pietro e quelli della canonica separata di San Paolo. Si per portati a pensare che il ruolo di canonica sia poi venuto meno, e che nel corso del secolo XIII essa abbia assunto funzioni parrocchiali, anche se doveva trattarsi di una sorta di parrocchia del duomo32. Tuttavia, non ci sembra sia stata ancora fatta piena luce sui rapporti intercorsi fra San Paolo e la cattedrale ed il clero in esse presenti, e soprattutto fra i presuli e la chiesa di San Paolo. Dalla documentazione vescovile si evince non solo che alloccorrenza i presuli agivano stando in San Paolo33 che viene sempre e solo definita ecclesia , ma soprattutto che in essa era stato incardinato il canonico della cattedrale Tommaso da Desenzano, uomo di chiesa che fu stretto collaboratore dei vescovi che si suc-

La fondazione di San Paolo va ascritta al vescovo riformatore Anselmo da Baggio ed collocabile in un periodo anteriore al 1086. Per quanto attiene la chiesa di San Paolo di Mantova si vedano P. Piva, Chiesa dei canonici o seconda cattedrale? Anselmo da Lucca e la chiesa di S. Paolo in Mantova, in SantAnselmo, Mantova e la lotta per le investiture, Atti del convegno internazionale di studi (Mantova 23-25 maggio 1986), a cura di P. Golinelli, Bologna, 1987, pp. 137158; Id., La chiesa di S. Michele e il centro episcopale di Mantova in et romanica. Note documentarie, Atti e memorie della Accademia virgiliana di Mantova, LX (1992), pp. 99-136, pp. 117-120. 31 P. Piva, Dalla cattedrale doppia allo spazio liturgico canonicale. Linee di un percorso, in Canonici delle cattedrali cit., pp. 69-93, p. 75. 32 Piva, La chiesa di San Michele cit., p. 118. 33 ASDMn, MV, Registro 2, c. 13v, <1230> giugno 23>; c. 77v, <1232> aprile 21; c. 78r, <1232> aprile 23; c. 95r, <1232 luglio 23>; c. 102v, <1232> agosto 25.

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cedettero alla guida della diocesi mantovana nei primi decenni del secolo XIII34. Sin qui stato possibile mostrare il perdurare del legame fra la cattedrale e San Paolo: una chiesa che parrebbe aver vieppi assunto i tratti di una parrocchia officiata da un suo rector. Alcuni dati permettono tuttavia di ravvisare la presenza in San Paolo di un clero plurimo a partire dallepiscopato di Iacopo da CastellArquato. difficile dire se dietro quelle attestazioni si celi lattuazione di un preciso disegno di quel presule cui dovremmo imputare la volont di ripristinare la vita canonicale in San Paolo, ma il dato di un certo interesse e lipotesi alquanto suggestiva. Ai canonici Sancti Pauli si fa riferimento in un atto di vendita del 123735. Ma a noi preme evidenziare che proprio a partire da quel torno di tempo nella canonica di San Paolo venivano incardinati alcuni esponenti di rilievo dellentourage vescovile. Un

34 Si vedano ASDMn, MV, Registro 2, c. 3r, 1229 dicembre 1; c. 102v, <1232 agosto 24>. Nel 1230, in canonica Mantue, Tommaso da Desenzano prometteva al preposito mantovano di osservare ogni precetto che sarebbe stato a lui ingiunto dal capitolo, in special modo per la lite che contrapponeva i due enti de oblationibus que fiunt in ecclesia Sancti Pauli in diebus solempnibus (Larchivio capitolare, n. LXXXVI, 1230 febbraio 8). Nellanno successivo, stando super lobia canonice Mantue, il magister Tommaso, presbiter rector administrator yconomus et gubernator della chiesa di San Paolo, provvede alla locazione di alcuni terreni (ASMn, AG, b. 303 bis, 1231 marzo 2). Quasi tre decenni pi tardi (Larchivio capitolare, n. CLVI, 1260 maggio 8), sar proclamata una sentenza arbitrale da parte del vescovo Martino, il quale essendo stato nominato arbitro nella lite che verteva fra il capitolo mantovano e prete Ventura della chiesa di San Paolo, imporr a questultimo di corrispondere al capitolo, entro un mese, nove castrati e quarantacinque soldi imperiali nomine oblationis colecte non corrisposte nei precedenti nove anni. Il presule dispone altres che dora innanzi nella festa di Santa Speciosa sia sempre dato al capitolo un castrato e cinque soldi imperiali. Non solo: in quel giorno il prete di San Paolo sar tenuto ad assistere, paratus, i canonici della cattedrale nel corso della celebrazione delle messe durante le quali avrebbe dovuto provvederli del vino, dellacqua e dellincenso. 35 ASMn, AG, b. 303bis, 1237 dicembre 24.

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solo esempio: Giovanni Porcharii, chierico del vescovo, fu incardinato nella chiesa cittadina di San Paolo36. Lo spiccato interesse manifestato dal vescovo Martino verso il ruolo pastorale rivestito dalle chiese parrocchiali trova conferma nella considerazione di un ulteriore esempio, costituito dalla chiesa urbana dei Santi Cosima e Damiano37. Infatti nel 1264 il presule le concede una indulgenza di quaranta giorni che potr essere ottenuta da quei fedeli che in essa si recheranno nella ricorrenza dei santi titolari, durante la settimana santa oltre che nel giorno di Pasqua per accostarsi al sacramento della confessione38. Non c bisogno di sottolineare che qui lindulgenza assume un chiaro valore di strumento pastorale. Ma va rilevata ancora una volta la particolare incisivit del governo di Martino nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche locali. Le considerazioni sino ad ora sviluppate consentono di trarre una prima conclusione: per tutta la prima met del Duecento le relazioni fra le istituzioni di vertice della Chiesa mantovana e gli uomini ad esse preposte furono improntate, salvo situazioni specifiche e di breve durata, ad una forte solidariet interna e ad una stretta collaborazione39. Non si pu quindi ascrivere alla situazione mantovana quellantagonismo tra episcopato e capitolo che solitamente viene indicato come uno dei tratti peculiari

36 Si vedano ad esempio ASDMn, MV, Registro 3, c. 117v, <1245> ottobre 28; ASDMn, MV, Registro 9, c. 20v, <1249> aprile 3, ove per lappunto Giovanni Porcari viene detto confratello di San Paolo. 37 Nella documentazione tale chiesa solitamente detta solo di San Damiano: si veda ad esempio, Larchivio capitolare, n. CXXVI, 1251 febbraio 6; n. CXXX, 1252 luglio 26 o 27. 38 Larchivio capitolare, n. CLXIV, 1264 settembre 10. 39 Una situazione analoga si verific a Siena: M. Pellegrini, Chiesa e citt. Uomini, comunit e istituzioni nella societ senese del XII e XIII secolo, Roma, 2004, pp. 109-110. Un utile termine di confronto la realt genovese: Polonio, Costa Restagno, Chiesa e citt cit., pp. 87-210.

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della Chiesa italiana40. Ma va posta nel giusto risalto la centralit del ruolo svolto dai vescovi. Sono i vescovi a costituire il vero collante di quella unit. Lo si nota soprattutto nel governo di Martino da Parma, contrassegnato da una attenzione particolare per le funzioni pastorali del clero cattedrale e degli altri preti, come abbiamo potuto constatare. 1.3. Canoniche e monasteri urbani I vescovi nella loro azione di governo non si diressero solo verso la cattedrale e il suo clero, bens anche verso le altre istituzioni ecclesiastiche in cui si articolava la Chiesa locale. Fra queste, come vedremo meglio in un capitolo successivo, un rilievo del tutto particolare riveste la congregazione dei canonici regolari di San Marco41, congregazione sostenuta sin dal suo sorgere dai presuli mantovani e destinata a diventare il perno della vita religiosa locale oltre che a costituire un valido strumento nelle mani dei vescovi nella guida della diocesi. Quella di San Marco non era peraltro la sola comunit di canonici regolari presente in Mantova42. Converr infatti qui accennare alla chiesa di San Bartolomeo presso la quale erano insediati i canonici della congregazione di Santa Maria in Porto di Ravenna43. Della canonica di San Bartolomeo poco si sa; si pu solo dire che la sua fondazione va collocata in un periodo antecedente alla met del
40 Per un quadro generale si veda Brentano, Due Chiese cit., pp. 104-107. 41 Cfr. infra, cap. V. 42 Per quanto attiene ai canonici regolari si rimanda alla recente rassegna di C. Andenna, Studi recenti sui canonici regolari, in Dove va la storiografia monastica in Europa?, a cura di G. Andenna, Milano, 2001, pp. 101-129: p.127-128. 43 Un cenno in K. Bosl, Das Verhaeltnis von Augustinerchorherren (Regularkanoniker), Seelsorge und Gesellschaftsbewegung in Europa im 12. Jahrhundert, in Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente (1123-1215), Milano, 1980, p. 462.

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secolo XII e che era sito ai margini del suburbio cittadino44. Il vescovo Enrico ne increment il patrimonio45. Tale iniziativa va ricondotta nellalveo della pi ampia azione pastorale di quel presule, tesa a favorire specifici enti religiosi ed in particolare le comunit canonicali: vedremo oltre come non per caso la nascita e laffermarsi della religio di San Marco sia stata fortemente sostenuta proprio dal vescovo Enrico. Pur nella scarsit delle informazioni disponibili46, si pu presumere che lente sia stato attivo nella cura animarum47; cos come non dovettero interrompersi le relazioni con i vescovi: il priore di San Bartolomeo non manca di essere annoverato fra i numerosi personaggi che affollano il palazzo del vescovo durante lepiscopato di Guidotto da Correggio48. E proprio il da Correggio parrebbe aver svolto una azione particolarmente incisiva ed energica a tutela degli enti monastici direttamente sottoposti alla sua giurisdizione. Per quanto attiene al monastero cittadino di SantAndrea ci limitiamo a ricordare che il vescovo si oppose tenacemente alla richiesta avanzata dal podest di
La prima attestazione reperita costituita da Regesto mantovano, n. 314, 1160 febbraio 12. Ma gi in un documento databile alla met del XII secolo, contemplato un canone daffitto da corrispondersi de vineis ultra S. Bartolomeum (Larchivio capitolare, n. XXI). 45 Regesto mantovano, n. 572, 1196 dicembre 2. 46 Forniamo di seguito alcune indicazioni documentarie che attengono a San Bartolomeo senza pretesa dessere esaustivi: Regesto mantovano, 493, 1192 marzo 28; n. 523, 1194 febbraio 12; n. 591, 1197 giugno 28; ASMi, PF, b. 252, 1222 gennaio 10; ASMi, PF, b. 252, 1246 dicembre 23. 47 Non si hanno attestazioni dirette dellesercizio della cura danime da parte dei canonici di San Bartolomeo; una spia dei legami che univano alcuni fedeli a quella comunit, tuttavia, non manca. Nel maggio del 1232, stando nel palazzo vescovile, al priore della domus di San Bartolomeo viene consegnata una somma di denaro che ad essa aveva legato tale Bonacursio del fu Bondinario: ASDMn, MV, Registro 2, c. 82r, <1232 maggio 10>. 48 ASDMn, MV, Registro 2, c. 20v, <1231> settembre 6; c. 96r, <1232> agosto 2. <1232 maggio 10>.
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Mantova che pretendeva una securitas di ben duemila lire49. Successivamente si adoper per comporre una lite che vedeva opporsi lente monastico e la famiglia dei da Rivalta a causa dellutilizzo di una strada tramite la quale era possibile accedere alla chiesa di Sarginesco, forse dipendente dal monastero, nei confronti della quale si deve supporre che i da Rivalta accampassero qualche diritto50. I legami fra il vescovo ed il monastero benedettino di SantAndrea legami che bisognerebbe poter precisare meglio cos come andrebbero approfondite le relazioni fra ente monastico e societ cittadina vanno tenuti ben presenti: non dobbiamo dimenticare che al momento dellassassinio, Guidotto stava per entrare in quel monastero per apportarvi delle riforme. Un favore particolare il vescovo accord al monastero di San Ruffino sostenendone lesercizio delle funzioni parrocchiali. Lo si desume dallatto con il quale egli ed il capitolo della cattedrale affidarono a quei monaci la chiesa della Santa Trinit di Ceresara con gli annessi diritti di decima e con limpegno di farla officiare per presbiterum unum et unum clericum vel scolarem51. Non si pu escludere lesistenza allinterno di San Ruffino di qualche tensione, collegata forse proprio allesercizio delle prerogative di cura danime nelle cappelle dipendenti. Lo si indovina dallintervento vescovile susseguente alla morte dellabate Amabile, intervenuta nel mese di maggio dellanno 1232. La necessit di provvedere ad una nuova elezione rappresent loccasione per procedere ad unazione di controllo e regolamentazione della vita inASDMn, MV, Registro 2, c. 76r, <1232 aprile 5>. ASDMn, MV, Registro 2, 76r e v, <1232> aprile 6. Non dato sapere quale sia stato il giudizio pronunciato da Guidotto ma sappiamo di certo che venne raggiunto un compromesso: ASDMn, MV, Registro 2, c. 76v, <1232> aprile 7. 51 ASDMn, MV, Registro 2, c. 29v, <1231> agosto 30. Nel precedente mese di maggio Guidotto aveva donato alla pieve di Santa Maria di Cavriana i diritti di decima sui terreni di recente posti a coltura: ASDMn, MV, Registro 2, c. 81v, <1232> maggio 8.
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terna al monastero da parte dellordinario diocesano. Innanzitutto Guidotto si premur di far s che non si giungesse ad alcuna nuova nomina senza il consenso di tutti i monaci onde evitare che fosse recato qualche pregiudizio super iurisdictione abbatem in ipso monasterio eligendi52; ma soprattutto sottopone sembra la nomina del nuovo abate al controllo di alcuni religiosi di sua fiducia. I monaci di San Ruffino, infatti, accondiscesero del tutto volontariamente? a che nella elezione del loro nuovo abate si seguissero le indicazioni di Ambrosio priore di San Marco, del magister Alberto di San Vito e di frate Ottebono eiusdem loci. Dal medesimo documento si evince che gli stessi monaci sollecitavano lintervento del presule per provvedere alla soluzione dei debiti del cenobio e finanche per disciplinare lassegnazione ai monaci delle cappelle e delle chiese dipendenti: et voluerunt quod idem monachi ponantur per capellas et ecclesias dicti monasteri53. Inoltre, la documentazione permette di sostenere che lintervento del vescovo a sostegno di una retta amministrazione del patrimonio immobiliare di San Ruffino non manc. In tale direzione si situano alcune promesse rilasciate a Guidotto fra la fine di giugno e i primi giorni del mese successivo. Due monaci assicurano di custodire, sine fraude, le rendite provenienti dai beni del monastero e specificatamente de tenuta sive clausura de Cereto; il giorno dopo un prete e un gastaldo di San Ruffino si impegnano a reddere rationem al vescovo e a Giovanni de Turre frater coniugatus, non diversamente da quanto si impegna a fare Giovanni da Bigarello54. Ma nonostante la
ASDMn, MV, Registro 2, c. 87r, <1232> maggio 28. ASDMn, MV, Registro 2, c. 88r e v, 1232 giugno 5. 54 Rispettivamente ASDMn, MV, Registro 2, c. 91v, <1232> giugno 28; c. 92r, <1232> giugno 29; ASDMn, MV, Registro 2, c. 92r, <1232> luglio 3. Nonostante la preoccupazione di Guidotto, lente monastico non san la sua situazione debitoria: da un atto del suo successore Iacopo, datato 29 ottobre 1239, si apprende che San Ruffino era debitore di 250 lire imperiali nei confronti di Adelardo da
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premura del presule per una oculata amministrazione del patrimonio monastico, San Ruffino and comunque incontro ad un periodo di grave crisi finanziaria. Infatti, nel 123955 il vescovo Iacopo imporr ai monaci di San Ruffino di estinguere i debiti da essi contratti. Diversamente, dagli atti vescovili reperiti risultano essere state piuttosto ridotte le relazioni dellepiscopio mantovano con il pi importante ente monastico del territorio mantovano, San Benedetto56. E soprattutto quelle relazioni risultano essere state piuttosto conflittuali ed aver riguardato essenzialmente questioni di natura patrimoniale. Infatti, di contrasti fra le due istituzioni c pi duna traccia gi nel periodo anteriore a quello qui esaminato. Basti ricordare che nel 1189 il vescovo Sigfredo e labate Alberto affidarono ad un arbitro la soluzione delle liti che li opponeva, riguardanti, fra laltro, i possedimenti vescovili siti nellinsula di San Benedetto57. Dieci anni dopo il vescovo Enrico, attorniato dal clero cattedrale e da un gruppo di suoi vassalli, permuta con labate di San Benedetto Alberto i beni dellepiscopio siti sullisola ove sorgeva il monastero, ricevendo in cambio la cappella e i beni che il monastero deteneva in Medole58. Si pu ragionevolmente supporre che tale permuta si fosse resa necessaria per porre fine ai perduranti contrasti, sennonch quegli stessi beni dovettero costituire oggetto di contrapposizione anche al principio del secolo successivo. Lo si desume da una ulteriore decisione arbiCrema e Nicol Pazzoni ai quali in tempi anteriori era stata data in pegno lintera propriet monastica di Canedole (ASDMn, MV, Registro 3, c. 33r). 55 ASDMn, MV, Registro 3, c. 33r, <1239 ottobre 29> . 56 Per tale ente si vedano almeno i recenti Storia di San Benedetto Polirone. Le origini (961-1125), a cura di P. Golinelli, Bologna, 1998; P. Bonacini, Il monastero di S. Benedetto Polirone: formazione del patrimonio fondiario e rapporti con laristocrazia italica nei secoli XI e XII, Archivio storico italiano, CLVIII (2000), pp. 623-678. 57 Regesto mantovano, n. 460, 1189 dicembre 9. 58 Regesto mantovano, n. 637, 1199 gennaio 26 e 9 o 10 o 11 febbraio; Larchivio capitolare, n. XLV, 1207 dicembre 7.

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trale assunta nel giugno del 1230, cui segu un altro atto di permuta fra Pellizzario e labate del cenobio: anche questa volta il vescovo cede tutte le propriet dellepiscopio site sullisola di San Benedetto e riceve beni monastici ubicati in Medole, oltre a trecento lire mantovane59. Qualche mese pi tardi lo stesso presule, confermando quanto gi avevano disposto i suoi predecessori vengono espressamente citati i vescovi Ubaldo, Ugone, Manfredo e Garsendonio dona allabate di San Benedetto Azzo le chiese soggette allabbazia ubicate allinterno della diocesi mantovana con diritti di decima ad esse spettanti60. Tale documento, che probabilmente rappresenta latto conclusivo di una vertenza, di indubbio rilievo: di fatto in quel modo lordinario diocesano riconosceva che le chiese elencate erano estranee alla sua giurisdizione. 3. Ordini mendicanti e lotta alleresia 3.1. Gli Ordini mendicanti Il radicamento dei Mendicanti in Mantova non anteriore agli anni Trenta del Duecento61, risultando in tal modo strettamente connesso con la figura e lopera del vescovo Guidotto da Correggio. Lingresso dei seguaci di Domenico di Caleruega lo si deve anzi proprio a lui62. il 12 maggio del 1233 quando, radunatosi il pubblico consiglio cittadino, i consiglieri, ad vocem, chiedono a Guidotto, episcopus et potestas, di far venire ad abitare
ASDMn, MV, Registro 2, cc.14v-15v. ASMn, Corporazioni religiose soppresse, San Benedetto, vol. 526, cc. 34-35, 1230 dicembre 18. 61 In generale, per quanto attiene agli Ordini mendicanti si faccia riferimento ai saggi raccolti in Les ordres mendiants et la ville en Italie centrale (v. 1220-v. 1350), Mlanges de lEcole Franaise de Rome, 89 (1977). 62 Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 156-157.
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nella citt i fratres predicatores, promettendo che ad essi sarebbe stato assegnato un terreno ed il denaro necessari per erigere bonam domum et idoneam. Il vescovopodest, volendo vagliare attentamente tantum affectum verso quei frati, sottopose la questione allesame del consiglio in reformatione, ottenendone conferma e la facolt di nominare alcuni ambasciatori, cui affidare il compito di recarsi a Bologna per chiedere ai Predicatori di insediarsi a Mantova 63. La venuta dei frati di San Domenico dunque legata ad un preciso intervento delle massime autorit pubbliche: il consiglio cittadino ed il podest, che in quel momento era il vescovo. Non ci si sottrae tuttavia dallimpressione che, quantunque la richiesta appaia essere stata avanzata dallassemblea cittadina, la chiamata a Mantova dei Predicatori sia frutto di una precisa sollecitazione del da Correggio e sia da collegare con le funzioni di predicazione e di difesa dalla minaccia eterodossa, che ad essi la Chiesa andava affidando64. Funzioni che, assieme alle formulazioni conciliari del Lateranense quarto in base alle quali era fatto compito agli ordinari diocesani di assegnare la predicazione a persone idonee65, chiariscono meglio la presenza dei frati predicatori nella citt di Mantova anteriormente al maggio 1233. Uno di essi, il magister Iacopo da Piacenza, assiste ad un paio di

Il documento edito in C. DArco, Nuovi studi intorno alla economia politica del municipio di Mantova a tempi de medioevo dItalia, Mantova, 1846, alle pagine 181-182. Sui frati Predicatori si vedano almeno i saggi contenuti in I frati Predicatori nel Duecento, Verona, 1996 (= Quaderni di storia religiosa, III); L. Canetti, Linvenzione della memoria. Il culto e limmagine di Domenico nella storia dei primi frati Predicatori, Spoleto, 1996. 64 G. Barone, Il Papato e i Domenicani nel Duecento, in Il Papato e gli Ordini mendicanti cit., passim; Canetti, Linvenzione della memoria cit., p. 90-91. 65 Conciliorum cumenicorum Decreta cit., pp. 239-240; M. Maccarrone, Cura animarum cit., pp. 298, 302-303.

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atti del vescovo, uno dei quali, di certo non a caso, ha per protagonista un eretico66. Dopo un breve intervallo di tempo i Predicatori figurano essersi gi insediati nella chiesa di San Luca ed aver ottenuto aiuti economici dal comune67. Qualche tempo dopo si procedette allerezione di una nuova sede che appare essere gi ultimata nel 1235, quando in ecclesia fratrum predicatorum viene rogato un atto fra privati68.

A reggere la giovane comunit giunse il noto frate predicatore Moneta da Cremona69. Si ha cos una presenza che pare densa di significato e sulla quale giova soffermarsi. Il suo ingresso fra i figli di Domenico avvenne nel 1233 dopo che a Bologna ebbe udito una predica di Giovanni da Vicenza, lanimatore del ben noto movimento dellAlleluia70. Nota la sua attivit a tutela dellortodossia e diretta allestirpazione delleretica pravit; suo il trattato Adversus catharos et valdenses, composto fra il 1240 e il 1250. Orbene, non possiamo non supporre la sussistenza di uno stretto rapporto fra la sua presenza in Mantova, il suo legame con i presuli mantovani e lopera antiereticale di cui questi ultimi si fecero promotori. Di questo ultimo aspetto tratteremo fra poco; conviene ora evidenziare gli elementi
ASDMn, MV, Registro 2, c. 103v, <1232> agosto 27; c. 104v, <1232> settembre 6. 67 Vaini, Dal comune cit., pp.102-103, e fonti citate alla p. 131, note 255, 256. 68 ASMn, AG, b. 317, n. 213, 1235 settembre 17; il primo dei testimoni citati frate Bonacolsa de ordine fratrum predicatorum. 69 M.M. Gorce, Moneta de Crmone, ou Simoneta, in Dictionnaire de thologie catholique, X, Paris, 1928, coll. 2211-2215; alcuni accenni in L. Canetti, Intorno allidolo delle origini: la storia dei primi frati Predicatori, in I frati Predicatori nel Duecento cit., p. 26; A. Rigon, Religiosit dei laici a Cremona al tempo di Federico II, in Cremona citt imperiale cit., p. 197. 70 A. Thompson, Predicatori e politica nellItalia del XIII secolo, Milano, 1996, p. 98.
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che fanno luce sui legami del domenicano con gli ordinari diocesani. Frate Moneta, ad esempio, affianca il vescovo Guidotto in un atto del giorno 4 luglio 123371. Maggiori sono le attestazioni attinenti alla sua presenza in Mantova allepoca dellepiscopato di Iacopo da CastellArquato ad atti ai quali frate Moneta de ordine predicatorum Mantue risulta presenziare nei primi anni Quaranta72. Per quanto esigue le nostre informazioni lasciano intravvedere diversi legami fra il frate inquisitore e lepiscopio mantovano per quasi un decennio, dal 1233 al 1242. E dei legami, stretti, fra episcopio e Domenicani appaiono essere spie altre presenze nel palazzo vescovile, quali quella di un Petrus qui fuit de Verona de ordine predicatorum73, e di frate Boninsegna di Giovanni da Cerese74, sempre negli anni del governo di Iacopo.
Pi difficile, non solo per Mantova invero, datare con precisione linsediamento dei Minori75. noto come il loro ingresso sia avvenuto in modi meno solenni, meno pubblici rispetto a quanto solitamente sappiamo essere avvenuto per laltro Ordine mendicante. Le prime testimonianze documentarie certe allo stato della ricerca sono per pur sempre legate allepiscopato di Guidotto. Risale difatti allagosto del 1232 precede quindi la presenza domenicana la prima attestazione di un frate minore
ASMi, PF, b. 252, 1233 luglio 4. ASDMn, MV, Registro 3, c. 48v, <1240> novembre 18; c. 49r, <1241> febbraio 11; c. 63v, <1242> maggio 16. 73 ASDMn, MV, Registro 9, c. 1r, <1238> luglio 24. 74 ASDMn, MV, Registro 3, c. 48v, <1240> novembre 18. 75 Naturalmente lerudizione locale vuole che Francesco sia giunto di persona a Mantova, dove avrebbe lasciato un suo compagno: Donesmondi, DellIstoria ecclesiastica cit., p. 271. Si veda poi L. Pellegrini, Insediamenti francescani nellItalia del Duecento, Roma, 1984, con riferimenti allinsediamento mantovano alle pp. 191, 204, 210, 217, 221.
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nella persona di Iacopo che viene detto ordinis fratrum minorum de Mantua76. La testimonianza, legata ad un intervento di natura politica del presule mantovano di una certa importanza, dunque alquanto rilevante, poich mostra come a quella data esistesse gi nella nostra citt un insediamento dei Francescani77. Negli anni seguenti le fonti per seguire e la presenza in Mantova dei Minori e, soprattutto, i loro rapporti con i vertici della Chiesa locale non sono molte. Non si conosce con precisione, ad esempio, quale sia stata la loro sede78. Sappiamo che il convento di San Francesco venne fondato nel 1237 e che vi si insediarono Clarisse. stato peraltro osservato che negli anni Sessanta linsediamento damianita inizia ad apparire con il titolo di Santa Maria, circostanza che potrebbe indicare un tentativo, fallito peraltro, di modificare la dedicazione del monastero femminile per riservare quella di San Francesco alla sede maschile79. certo, tuttavia, che il convento dei frati minori si trovava nei pressi di uno degli accessi alla citt,
ASDMn, MV, Registro, 2, c. 96v, <1232> agosto 3. I Minori accanto ai Domenicani sono destinatari di un legato nel 1239 (ASMN, AG, b. 303bis, 1239 agosto 25). La chiesa dei frati minori viene ricordata da una testatrice nel 1249 (ASMi, PF, b. 229, n. 1083, 1249 giugno 16). Il laico devoto Vivaldo Gambolini nel suo testamento ricorder accanto ai Predicatori i Minori (ASMi, PF, b. 223, n. 5, 1250 aprile 21). Moretto Calorosi assegner tre lire ai Minori mentre ai Predicatori 30 soldi (ASMn, AG, b. 304bis, 1260 gennaio 12). Ma vi anche chi, come Girardo di Oderico, pur avendo un figlio fra i seguaci di Francesco, preferir rivolgere la sua carit alla religio di San Marco, trascurando del tutto i Mendicanti (ASMn, OC, b. 7, 1273 agosto 17). 78 Alcuni decenni pi tardi alla sede dei Minori si far riferimento senza che sia indicata con un titolo specifico: in ecclesia fratrum minorum de Mantua (ASMn, AG, b. 245, fasc. 4, c. 1v e 2r, 1273 marzo 18). La tradizione storiografica locale, senza fondamento alcuno, vuole che i primi Francescani si siano insediati presso la chiesa di Santa Maria Incoronata, che si vorrebbe fondata al tempo dellimperatore Antonino Pio: Donesmondi, Dellistoria ecclesiastica cit., p. 271. 79 Cenci, Le Clarisse cit., p. 77.
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porta Guglielmi80. Ma una comunit di Minori risulta essere stata presente anche fuori dalla citt81, e precisamente presso la chiesa di San Giovanni Battista di Portoregrenzo82, insediamento la cui nascita va ricondotta allintraprendenza di un laico devoto83. Nonostante la stretta aderenza della Chiesa mantovana al papato, si deve registrare una importanza alquanto modesta dellinsediamento degli Ordini mendicanti a Mantova. 3.2. La lotta alleresia La presenza dei Mendicanti84, ed in special modo dei frati predicatori, va associata ad una importante direzione del governo del vescovo Guidotto: la difesa della fede cattolica85. E un importante contributo in tale azione si pu ipotizzare possa essere venuto dalla presenza in Mantova come detto , di Moneta da Cremona, del quale peraltro non noto alcun coinvolgimento diretto nella lotta contro la presenza eterodossa ed in particolare catara nel Mantovano86. Largomento, mai affrontato nella sua
80 Cenci, Le Clarisse cit., pp. 77-78, ove viene ripercorsa una vicenda che vide lintervento delle autorit comunali. 81 Va quindi integrato quanto rilevato in Pellegrini, Insediamenti francescani cit., che a p. 210, nota come a Mantova gli unici insediamenti furono quelli della citt episcopale. 82 Cenci, Le Clarisse cit., p. 19. Una comunit di Minori risulta essere presente in unaltra localit mantovana, Pegognaga, come emerge da un atto testamentario del 1259 febbraio 2 (ASMn, OC, b. 7). 83 Cfr. infra, capitolo VI. 84 Relativamente allimpegno atiereticale dei Minori basti qui il rimando a G.G. Merlo, Frati Minori e inquisizione, in Frati Minori e inquisizione, Atti del XXXIII Convegno internazionale (Assisi, 6-8 ottobre 2005), Spoleto, 2006, pp. 5-24 85 Per quanto attiene alla presenza eterodossa nel Mantovano si veda, oltre ai brevi accenni presenti in Vaini, Dal comune cit., pp. 9598, Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 161-165. 86 In generale si vedano A. Dondaine, La hirarchie cathare en Italie, in Archivum fratrum praedicatorum, XIX (1949), pp. 279-

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specificit ed in maniera esaustiva87, di notevole interesse e richiederebbe una trattazione appropriata. Nonostante Mantova sia notoriamente sede di numerosi gruppi di eretici, ed in particolare di catari, nella abbondante documentazione vescovile del periodo qui considerato e non solo in questa rare sono le occorrenze di eretici in carne ed ossa. Tuttavia attraverso quelle testimonianze scritte non solo potremo dare un nome talvolta anche un cognome agli eretici o presunti tali, ma anche vedere i modi con i quali lautorit vescovile si rapporta ad essi e come interviene nei loro riguardi. Anche se bene avvertire non molto di frequente: per i primi decenni del Duecento disporre di documenti notarili attinenti ai rapporti fra vescovi ed eretici non cosa scontata ch sono solitamente solo manuali inquisitoriali o trattati antiereticali a fungere da fonti88. La documenta312; R. Manselli, Leresia del male, Napoli, 1980, pp. 214-215; E. Dupr Theseider, Mondo cittadino e movimenti ereticali nel Medio Evo, Bologna, 1978; G. Miccoli, La storia religiosa, in Storia dItalia, II, Dalla caduta dellimpero romano al secolo XVIII, Torino, 1974, pp. 429-1079, p. 646; G.G. Merlo, Eretici ed eresie medievali, Bologna, 1989; Id., Contro gli eretici. La coercizione allortodossia prima dellInquisizione, Bologna, 1996; L. Paolini, Eretici del Medioevo. Lalbero selvatico, Bologna, 1989; F. Lomastro Tognato, Leresia a Vicenza nel Duecento. Dati, problemi e fonti, Vicenza, 1988; G. Volpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella societ medievale italiana (secoli XI-XIV), con Introduzione di C. Violante, Roma, 1997; Vite di eretici e storie di frati, a cura di M. Benedetti, G.G. Merlo, A. Piazza, Milano, 1998. Per una attenta riflessione dinsieme si veda ora L. Paolini, Geografia ereticale: il radicamento cataro nella pianura padana a met del XIII secolo, in La norma e la memoria. Studi per Augusto Vasina, a cura di T. Lazzari, L. Mascanzoni, R. Rinaldi, Roma, 2004 (Nuovi studi storici, 67), pp. 369-398. G.M. Varanini, Minima hereticalia. Schede darchivio veronesi (sec. XII-XIII), in Chiesa, vita religiosa cit., pp. 677-693. 87 Si veda in proposito Vaini, Dal comune cit., pp. 95-96. 88 Fra i pi recenti studi condotti incentrati su eretici in carne ed ossa, mi limito a ricordare, ancorch attinente ad un periodo assai pi tardo rispetto a quello qui considerato, D. Rando, Altiborga e i suoi compagni. Un documento del 1280 sulleresia a Treviso, in Amicitiae causa cit., pp. 61-74. Ma si veda anche M. Benedetti, Eretici nel Vo-

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zione di cui possiamo avvalerci acquisisce un rilievo ancor pi marcato se rapportate alla mancanza dellarchivio della Inquisizione mantovana, distrutto sul finire del Settecento89. Quando Ugolino dOstia, il futuro Gregorio IX, si adoper in Lombardia per perseguire i disegni papali in favore della quinta crociata, della pacificazione fra le citt, della lotta alleresia e della difesa della libert ecclesiastica90, intervenne anche a Mantova. Il 20 luglio del 1221 il podest Salinguerra promette al legato dieci milites per un anno a favore della crociata in Terrasanta91. Il giorno successivo, sulla piazza prospiciente il monastero di SantAndrea, radunatasi la pubblica concio, il podest stabil su chiaro suggerimento del legato che tutti gli eretici, maschi e femmine et eorum setam tenentes, dovessero abbandonare la citt e il distretto di Mantova entro otto giorni, passati i quali sarebbe stato concesso a chiunque di provvedere alla loro cattura92. Al principio di settembre, un ministeriale del comune render noto che omnes cathari, patarini, circumcisi et leoniste qualora non lasciassero il Mantovano saranno sottoposti ad un banno di cento lire imperiali, proibendo contestualmente a chiunque di ospitarli. anche probabile, ma non certo, che lazione del cardinale legato abbia portato
gherese tra XIII e XIV secolo, in Storia di Voghera, I, Dalla preistoria allet viscontea, a cura di E. Cau, P. Paoletti, A.A. Settia, Voghera, 2003, pp. 435-449. 89 G. Annibaletti, Labolizione dellinquisizione mantovana e la distruzione del suo archivio (1782), in ACME. Annali della Facolt di lettere e filosofia dellUniversit degli studi di Milano, XLVIII (1995), pp. 195-200. 90 Sullimpulso dato da Onorio III alla lotta contro la dissidenza religiosa e sul ruolo della legazione di Ugolino dOstia ci si limita a rinviare al recente A. Piazza, Heretici ... in presenti exterminati. Onorio III e rettori e popoli di Lombardia contro gli eretici, in Bullettino dellIstituto storico italiano per il medio evo, n. 102 (1999), pp. 21-39, e alla bibliografia ivi citata. 91 I registri dei cardinali cit., n. XXIII, 1221 luglio 20. 92 I registri dei cardinali cit., LXIII, 1221 luglio 21.

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allinserimento della normativa antiereticale nel corpus statutario del comune93: un debole indizio si pu forse scorgere nel riferimento allobbligo di abbandonare la citt qualora il sospettato incorresse nella stessa accusa di eresia per una seconda volta, obbligo che corrisponde alle disposizioni volute da Ugolino dOstia nel 1221 cui abbiamo fatto cenno94. Un altro elemento che lascia intravedere unazione di supporto delle autorit civiche nella lotta contro gli eretici va individuato nella attestazione di un caacatharus, che aveva provveduto ad imprigionare una presunta eretica prima di consegnarla alla autorit ecclesiastica: in lui parrebbe infatti doversi identificare un esponente di quel braccio secolare chiamato dai vertici della Chiesa a collaborare, per lappunto, alla cattura degli eretici95. Tuttavia, linserimento nella normativa cittadina delle leggi antiereticali volute dal papato e dallimpero si avr solo sullo scorcio del 125296. Infatti, il 18 dicembre di quellanno97, alla presenza del vescovo Martino e del fraSu tale argomento sia sufficiente il rimando a A. Padovani, Linquisizione del podest. Disposizioni antiereticali negli statuti cittadini dellItalia centrosettentrionale nel secolo XIII, in Clio, 19 (1985), pp. 345-393. 94 Registri dei cardinali cit., doc. n. LXIII, 1221 luglio 21. 95 L. Paolini, Leresia a Bologna fra XIII e XIV secolo, I, Leresia catara alla fine del Duecento, Roma, 1975, p. 5; A. Piazza, Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate. Gli statuti di Gregorio IX contro gli eretici dItalia, in Scritti in onore di Girolamo Arnaldi, a cura di A. Degrandi, O. Gori, G. Pesiri, A. Piazza, R. Rinaldi, Introduzione di O. Capitani, Roma, 2001, pp. 425-458: p. 432. 96 DArco, Studi intorno al municipio cit, I, p. 115; S. Davari, Cenni storici intorno al Tribunale della Inquisizione di Mantova, Archivio storico lombardo, VI (1879), p. 3 dellestratto; Vaini, Dal comune cit., p. 105. 97 Come noto la normativa statutaria det comunale non si conservata e le norme introdotte dal vescovo Martino non compaiono negli statuti bonacolsiani bens in quelli quattrocenteschi dei Gonzaga (Biblioteca comunale di Mantova, ms. F. V. 11 (775), lib. XI, 1-23). Per tutto ci si vedano: I. Lazzarini, Il diritto urbano in una signoria cittadina: gli statuti mantovani dai Bonacolsi ai Gonzaga (131393

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te predicatore Rizzardo, lassessore del podest, sentito il parere dei membri del consiglio maggiore, inser nello statuto cittadino le disposizioni emanate contro gli eretici da Innocenzo III e da Federico II98. evidente che si tratt di un intervento fortemente voluto da Martino, per il quale sussistono altre tracce che concorrono a renderci edotti in merito al suo impegno verso la lotta alleresia99. Del resto la storiografia locale concorda nellattribuire a lui lintroduzione del tribunale dellinquisizione100, alla cui attivit sembra si debba ascrivere la condanna al rogo alla met degli anni Sessanta di un eretico mantovano101 . Non possiamo non rilevare quella che potrebbe apparire come una curiosa coincidenza cronologica. Linserimento delle leggi antiereticali nella normativa cittadina avvenne nel dicembre del 1252, ovvero nello stesso periodo in cui a Mantova si svolge la seconda inchiesta in partibus per la canonizzazione di Giovanni Bono se ne tratter pi diffusamente oltre. Proprio in tale fase
1404), in Statuti, citt, territori in Italia e Germania tra medioevo ed et moderna, a cura di G. Chittolini e D. Willoweit, Bologna, 1991, pp. 381-417: pp. 390, 399; E. Dezza, Statutum et arbitrium, in Statuti bonacolsiani, a cura di E. Dezza, A.M. Lorenzoni, M. Vaini, con un saggio inedito di P. Torelli, Mantova, 2002, pp. 13-37: p. 21; M. Vaini, Gli Statuti di Rinaldo e Botirone Bonacolsi, in Statuti bonacolsiani cit., pp. 39-85, p. 54. 98 G. De Vergottini, Studi sulla legislazione imperiale di Federico II in Italia. Le leggi del 1220, Milano, 1952, in particolare le pp. 110-115; e da ultimo M.G. Di Renzo Villata, La Constitutio in Basilica Beati Petri nella dottrina del diritto comune, in Studi di storia del diritto, II, Milano, 1999, pp. 151-174. 99 Sussistono altre tracce che denotano lattenzione del presule Martino verso la lotta alleresia: nellatto con il quale, ad esempio, nel giugno del 1252, ossia poco dopo essere stato designato al seggio episcopale mantovano, nellatto di rinnovo dellinvestitura dellufficio di visdomini alla omonima famiglia, agli investiti viene chiesto di collaborare con lepiscopio nella lotta contro gli eretici: ASDMn, MV, Registro 4, <1252> giugno 29. 100 Vaini, Dal comune cit., pp. 105-106. 101 La notizia tratta da DArco, Studi intorno al municipio cit., II, p. 134, e riportata in Vaini, Dal comune cit., p. 106.

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del processo si fanno pi insistenti i riferimenti alla ortodossia del canonizzando, e soprattutto alla sua avversione verso gli eretici. Di pi. Stando ad una deposizione testimoniale, lo stesso frate eremita nel preannunciare che la sua morte sarebbe avvenuta a Mantova avrebbe detto che l la presenza del suo corpo avrebbe contribuito alla distruzione degli eretici102. Tutti questi elementi concorrono a dare forma ad un unico disegno del presule Martino, impegnato su pi fronti nella difesa dellortodossia, ortodossia che ha chiare implicazioni politiche: fra gli eretici contro i quali si rivolgeva Giovanni Bono vi erano i sostenitori di Ezzelino da Romano, il nemico della Chiesa, nella lotta contro il quale era impegnato anche il vescovo Martino. evidente che il presule mantovano in quel periodo godeva di ampio sostegno da parte della classe dirigente cittadina: non a caso sar proprio allora che nel palazzo del comune, l dove i consigli civici si radunavano, si realizzer un grande ciclo pittorico incentrato su Giovanni Bono. Non solo: sempre in quellanno il vescovo Martino ottenne un importante riconoscimento da parte delle autorit comunali delle prerogative godute dalla sua Chiesa. Alcuni documenti darchivio consentono di vedere come i vescovi intervennero nei confronti della presenza eterodossa, ovvero se e come a livello locale, nel concreto agire di un pastore, vengono recepite le indicazioni pontificie103. Un impegno, formale almeno, nella lotta contro la presenza di forme di devianza religiosa, il vescovo Guidotto lottenne sin dal suo primo atto di governo nella diocesi mantovana, ossia dai vassalli dellepiscopato riunitisi per giurare fedelt al loro nuovo senior104; se ne desume che la promessa di intervenire a sostegno della Chiesa locale nella lotta contro leresia
102 Tale particolare stato evidenziato da Vauchez, La saintet cit., p. 506, nota 23. 103 Piazza, Heretici ... in presenti exterminati cit., pp. 35-37. 104 Carreri, Appunti e documenti cit., p. 64.

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parte integrante della formula di giuramento di fedelt prestato dai vassalli allepiscopio. Ora, ci appare con evidenza a partire proprio dallepiscopato del da Correggio, ch in nessuna delle formule di fedelt rintracciate per il periodo precedente se ne riscontrata la presenza. Allo stato attuale delle conoscenze non siamo in possesso di alcun elemento che lasci intravedere quale atteggiamento sia stato assunto dal presule Pellizzario nei confronti della presenza eterodossa. Eppure egli era personaggio assai vicino a papa Onorio III. Gi con il vescovo Enrico abbiamo visto che anche a Mantova durante la legazione di Ugolino dOstia furono adottati dei provvedimenti tendenti a contrastare la presenza degli eretici in citt e nel territorio. Ma quale effetto abbiano sortito impossibile dire. Solo per mancanza di fonti ci si potrebbe chiedere , o perch in effetti una azione incisiva manc? Sembra difficile pensare che durante gli episcopati dei vescovi Enrico e Pellizzario, a capo di una diocesi ove era presente e attiva una chiesa catara, siano stati del tutto indifferenti al problema della presenza eterodossa. Essi furono certamente in contatto con alcuni fra i principali uomini di Chiesa attivi nellazione repressiva contro leresia in collegamento con il pontefice. A quanto detto saggiunga che il vescovo Enrico era in relazione con il vescovo di Brescia Alberto e con il frate predicatore Guala, entrambi coinvolti da Onorio III nella lotta antiereticale in Lombardia105, ma anche con larcivescovo di Milano Enrico da Settala106; converr ricordare che nel 1229 Guala agisce e forse non del tutto casualmente107
Piazza, Heretici ... in presenti exterminati cit., pp. 37-38. Piazza, Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate cit., p. 434. 107 Nello stesso periodo Guala si interess della situazione politica di Treviso, ove proprio fra il 1228 ed il 1229 vennero redatti gli statuti contro gli eretici: D. Rando, Ad confirmationem sancte et catholicae fidei christianae. La prima presenza domenicana, in Ead., Religione e politica nella Marca. Studi su Treviso e il suo territorio nei secoli XI-XV, I, Religionum diversitas, Verona, 1996, pp. 81-84.
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quale legato pontificio a Mantova108 . Pellizzario fu poi in contatto con il legato apostolico Goffredo, anchegli partecipe in terra lombarda alla repressione eterodossa109 . E si dovr fare parola anche della nota lettera inviata nellaprile del 1227 da Gregorio IX alle citt lombarde in cui il papa chiedeva un pi incisivo impegno nella lotta alleresia110. Insomma molti elementi paiono concorrere a collocare i vescovi Enrico e Pellizzario fra i pi fedeli sostenitori delle direttive pontificie e fra i pi attivi sostenitori della lotta antiereticale. Eppure relativamente a tale aspetto non possibile dire quale incidenza localmente essi ebbero. Bisogner, forse, scavare pi di quanto non sia stato fatto nelle relazioni fra gli uomini di Chiesa cui abbiamo fatto riferimento. Quello della lotta contro la dissidenza religiosa appare essere un impegno che caratterizza lazione di governo dei vescovi di Mantova a partire da Guidotto. Vedremo che a breve distanza dal suo insediamento a Mantova si collocano alcuni importanti atti che lo vedono inquisire alcuni presunti eretici. Si pu quantomeno supporre che tali suoi interventi abbiamo risentito della legislazione antiereticale formulata proprio nei primi mesi del 1231 da papa Gregorio IX, in particolare con quei nova statuta comunicati ai vescovi di Tuscia e Lombardia nel maggio di quellanno111. E sempre dal principio del governo di Guidotto fatto obbligo ai vassalli vescovili di coadiuvare la Chiesa nella lotta contro la presenza eterodossa. Quel giuramento diventa parte integrante della fidelitas che doveva esseASMi, PF, b. 208, 1229 giugno 14. Piazza, Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate cit., p. 433. 110 MGH, Epistule saeculi XIII, n. 355, 1227 aprile 29. Su tale lettera si soffermato, da ultimo, Piazza, Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate cit., pp. 426-430. 111 Piazza, Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate cit., pp. 441-451, con indicazione della fonte, inedita, alla nota 60 di p. 445.
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re resa al dominus: nella maggior parte dei casi a quella forma iuramenti viene fatto riferimento in maniera generica, secundum formam et modum fidelitatis, si legge in un gran numero di investiture112. Ma talvolta dato riscontrare pure la pi circoscritta promessa di agire contra omnes personas ita quod omnia que ad fidem pertinent fideliter observabunt, spetialiter contra catharos113 . Tale dichiarazione sar pretesa anche dal vescovo Iacopo e continuer a fare la sua comparsa nelle formula di giuramento di fedelt che i vassalli sono tenuti a prestare. Un solo esempio. Nel settembre del 1238 il vescovo investe Prendiparte filiorum Manfredorum del suo feudo retto; linvestito giura fedelt addens in suo sacramento quod dabit operam et virtutem pro posse suo expellendi catharos da Mantova e dal suo distretto114. E cos avverr con il vescovo Martino da Parma. Egli convoc presso di s la curia vassallorum e impose ai membri di formulare un giuramento parte integrante del quale limpegno di provvedere alla espulsione dei catari da Mantova e dal suo distretto: (...) et specialiter eodem iuramento tenatur dare operam et virtutem predicto domino episcopo expellendi catharos115. Tuttavia, anche nelle successive investiture o nei rinnovi effettuati dallo stesso vescovo non dato reperire con costanza lesplicito riferimento a quel singolo impegno, da intendersi compreso nel riferimento al capitulo fidelitatis secondo la cui forma i vassalli giurano di volta in volta fedelt116 . Da Guidotto in
ASDMn, MV, Registro 2, c. 18v, <1231> luglio 31; c. 25v, <1231> agosto 29. 113 ASDMn, MV, Registro 2, c. 31r, <1231> ottobre 21. 114 ASDMn, MV, Registro 9, c. 2v, <1238> settembre 12. Linvestito esponente della ben nota famiglia dei Manfredi, i quali, quindi, erano anche vassalli dellepiscopio mantovano: B. Andreolli, I figli di Manfredo da vassalli canossani a signori, in I poteri dei Canossa da Reggio Emilia allEuropa, a cura di P. Golinelli, Bologna, 1994, pp. 189-210; R. Rlker, Nobilt e comune a Modena. Potere e amministrazione nei secoli XII e XIII, Modena, 1997, pp. 90-101. 115 ASDMn, MV, Registro 4, c. 2v, <1252> agosto 18. 116 ASDMn, MV, Registro 4, c. 4r, <1252> settembre 3.
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poi, quindi, lobbligo assunto dai vassalli dellepiscopio mantovano di sostenere i vescovi nellopera di estirpazione dei catari dal mantovano sembra divenire abituale, come il suo ripetersi nel tempo, e nei medesimi termini, mostra. Ma forse si trattava oramai di una mera formula svuotata di reale incidenza, una formula che si ripeteva meccanicamente, senza che vi fosse un concreto impegno da parte dei vassalli. Del concreto impegno dei vescovi contro le devianze eterodosse abbiamo altre e dirette testimonianze, la maggior parte delle quali attiene, ancora una volta, agli anni di episcopato del da Correggio. Nel gennaio del 1232 venne inquisita una donna sospettata deresia: Bona que fuit de Dalmacia. Essa, de heresi infamata ed ammalata, risulta essere stata prima imprigionata da Zaffardo degli Adelardi, caacatharus, nella torre della sua famiglia e poi presa in consegna da Iacopino de Buccamaiore a nome del vescovo117. Ad Alberto prete di San Michele di Campitello viene contestato, in linea con quanto prescritto dai canoni conciliari118 , il fatto daver presenziato alla sepoltura del conte Alberto di Belforte, qui fuit usurarius et hereticorum defensor et fauctor119. Anche Uberto figlio del fu Gualtirolo da Solferino infamato deresia. Convocato davanti al vescovo, attorniato da numerosi ecclesiastici fra cui si badi il predicatore Bonaventura, Uberto promette di mantenere fede ai mandata episcopi ed ai mandata Ecclesiae, assicurando che, qualora fosse di nuovo caduto nellaccusa deresia, avrebbe abbandonato la diocesi120 . Nel dicembre del 1232121 il canonico Azzo dei Bussi, su incarico del vescovo, chiede a Guelfo Pizo di giurare i mandata vescovili e della Chiesa poich accusato dessere fauctor et defensor hereticorum.
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ASDMn, MV, Registro 2, c. 63r, <1232 gennaio 23>. Maccarrone, Cura animarum cit., p. 284. 119 ASDMn, MV, Registro 2, c. 99v, <1232> ottobre 11 e ottobre 16.
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ASDMn, MV, Registro 2, c. 24r, <1231> luglio 6. ASDMn, MV, Registro 2, c. 111r, <1232> dicembre 15.

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Laccusa si lega al fatto che il di lui figlio Mantovano era stato ucciso perch ritenuto eretico tunc gladio interfecto per hoc, si dice nel documento , e per questo il presule vuole negarne lecclesiastica sepoltura. Guelfo promette di osservare i mandata della Chiesa e del vescovo ed in particolare giura di non essere un difensore di eretici, n di ospitarne in casa sua, n di averli favoriti in alcun modo. Di Bona e degli altri sospettati deresia sappiamo ben poco. Le accuse mosse nei loro confronti paiono essere alquanto generiche. ben noto come a partire dal pontificato di Gregorio IX laccusa di devianza eterodossa coprisse comportamenti e dissensi diversi prestandosi ad usi strumentali anche per fini eminentemente politici122. Daltronde la stessa difesa della libertas Ecclesie venne associata alla lotta alleresia123. Che anche nei nostri casi non fosse del tutto assente tale impiego strumentale non pu di certo essere negato124: lo si pu scorgere
122 G. G. Merlo, Cura animarum ed eretici, in Pievi e parrocchie cit., p. 549: () il concetto di eresia si dilata fino a comprendere in un indifferenziato orizzonte qualsiasi disobbedienza e ribellione alla chiesa di Roma. 123 Si faccia riferimento a G. G. Merlo, Federico II, gli eretici, i frati, in Id., Contro gli eretici cit., pp. 99-123; sui nessi fra eresia, politica e difesa della libert ecclesiastica relativamente ad un preciso contesto di veda P. Montanari, Milano fovea haereticorum: le fonti di unimmagine, in Vite di eretici cit., pp. 33-74. 124 G. Tabacco, Chiesa ed eresia nellorizzonte giuridico e politico della monarchia papale, in Spiritualit e cultura nel medioevo. Dodici percorsi nei territori del potere e della fede, Napoli, 1993, pp. 151-156: p. 155: Il processo di eresia divenne insomma unarma usata a fini terroristici, in cui la difesa della fede si trasformava spesso in un pretesto attraverso linterpretazione estensiva del concetto di eresia e una presentazione provocatoria dei fatti che venivano collegati con un tale concetto: unarma da porsi in correlazione, come momento ulteriore di uno sviluppo, con armi pi tradizionali, da tempo usate indiscriminatamente dallautorit ecclesiastica, come la scomunica e linterdetto ... Un potere infatti che andava sviluppando se stesso come istituzione, accentuando il confronto con tutti i poteri presenti nella cristianit occidentale, aveva un bisogno crescente di strumenti di coercizione e doveva, per non compromettere il prestigio che gli veniva

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nella associazione significativa fra eresia ed usura125, accusa mossa nei confronti del conte Alberto di Belforte, del quale sarebbe interessante poter conoscere gli orientamenti politici. Allo stato attuale difficile scorgere negli interventi di repressione eterodossa del presule mantovano unazione volta a contrastare le ingerenze del ceto dirigente nelle prerogative ecclesiastiche ci accingiamo a trattarne , n si possono individuare rapporti tra accusa deresia e ghibellinismo126 . Anzi. Guelfo, che abbiamo visto essere considerato eretico e il cui figlio venne ucciso proprio perch eretico, affianca loperato di Guidotto a sostegno dellazione dei legati pontifici in favore del partito veronese dei conti di cui si sopra detto, e alla morte del vescovo sar nominato console della citt in sostituzione del podest sospettato di aver in qualche modo favorito gli assassini127 . Uberto da Solferino, pochi mesi prima dessere infamato deresia, ovvero nel gennaio del 1232, figura fra i milites chiamati da Guidotto a sovrintendere al rifacimento degli argini del Po cui accenneremo oltre128. Suo padre Gualtirolo fu personaggio attivo in ambito pubblico partecipando come membro del consiglio maggiore al giuramento dellalleanza dei Mantovani con gli Estensi dellanno 1217129 ; giur inoltre fedelt al vescovo Pellizzario per beni tenuti in feudo dallepiscopio130. Nel dicembre del 1231 Lanfranco del fu Gualtirolo da Solferino, che agisce anche a nome delle sorelle Prata e Ghisilina, riceve in feudo dal vescovo al-

dalla sua natura spirituale, usare anzitutto e soprattutto quelli connessi con la sua finalit religiosa. 125 Si veda M. Giansante, Eretici ed usurai. Lusura come eresia nella normativa e nella prassi inquisitoriale dei secoli XIII-XIV. Il caso di Bologna, Rivista di storia e letteratura religiosa, 23 (1987), pp. 193-221. 126 Miccoli, La storia religiosa cit., pp. 640-643. 127 Annales mantuani, p. 21. 128 ASDMn, MV, Registro 2, c. 62r, <1232> gennaio 14. 129 Liber privilegiorum, n. 182, 1217 novembre 17. 130 ASDMn, MV, Registro 2, c. 10r, <1230 marzo 5>.

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cune terre confinanti con beni di Uberto, quod tenet spetialis131. Per gli episcopati successivi non disponiamo di una messe di documenti paragonabili a quelli che abbiamo appena analizzato. Come si gi avuto modo di vedere, dobbiamo accontentarci di vedere la presenza eterodossa in filigrana. Vi tuttavia una eccezione significativa. Nel 1238132 in un contesto di particolare solennit, ossia alla presenza del legato papale Gregorio da Montelongo, dei frati minori e dei predicatori e di altri chierici e prelati cos recita il documento assai lacunoso il vescovo Iacopo impone a Filippo e Buoncompagno qui capti erant tamquam cathari e heretici di prestare giuramento ai mandati suoi. Essi rifuitarono: responderunt et dixerunt quod nunquam iurarent suis atque ecclesie mandatis. Il vescovo reput Filippo e Buoncompagno catharos et hereticos publicos come gli apparve di poter dedurre al termine della sua diligente indagine: cum eos (...) articulos fidei examinasset et eosdem manifestos invenisset hereticos super pluribus articulis fidei catholice. Il documento su cui ci siamo appena intrattenuti, pur nella sua unicit, presenta numerosi spunti di riflessione. Vediamo pienamente operante linquisizione del vescovo. il vescovo a provvedere ad indagare sulla eterodossia dei due uomini. Allaccusa, non sappiamo mossa da chi, segu la sua personale indagine, che giunse ad appurare la loro lontananza dalla fede cattolica e la loro adesione a quella catara. Il presule opera alla presenza di un autorevole prelato. Gli fanno corona i frati minori e i predicatori, oltre che diversi altri ecclesiastici. Pare dunque di vedere attraverso lopera del pastore locale unazione corale della Chiesa mantovana, o almeno dei suoi vertici e dei nuovi protagonisti della lotta antiereticale il cui nucleo fondamentale costituito dallobbedienza al vesco-

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ASDMn, MV, Registro 2, c. 51r, <1231> dicembre 3. ASDMn, MV, Registro 9, c. 8v, 1238 dicembre 4.

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vo. V quindi una salda capacit del vescovo di esercitare un forte controllo sulla societ mantovana. 3. Vescovi, clero, cura animarum Pochi mesi dopo la sua nomina, nellagosto del 1231, Guidotto, volens ex offitio suo inquirere de statu plebis de Burbaxio et eam in melius reformare133, sottopone ad interrogatorio larciprete Martino e i chierici Aliprando e Ziliano, ai quali viene chiesto di rendere conto della situazione economica della pieve oltre che della loro condotta morale134. Lintervento, eloquente e significativo, rientra fra le mansioni pi qualificanti la missione apostolica dei presuli, tra le quali si deve annoverare la cura delle anime, cura che si esplicava anzitutto in una vigile azione di governo del clero preposto alla cura animarum. Al riguardo nulla va posto nel giusto rilievo siamo in grado di dire relativamente ai decenni compresi fra XII e XIII secolo, ossia agli anni di episcopato di Enrico. Attribuire tale carenza conoscitiva solo alla mancanza di specifiche attestazioni documentarie potrebbe anche non essere lunica spiegazione possibile. Per Pellizzario disponiamo invece di interessanti testimonianze che parrebbero contribuire anche a gettare un raggio di luce sul periodo antecedente. La documentazione concerne per lo pi nomine di preti135. Notiamo che tali atti si susseguono
133 Per le procedure ammesse dalla costituzione 8 del Lateranense IV (Conciliorum cumenicorum Decreta cit., pp. 237-239) nei processi contro i chierici, cui appare essere informata anche lazione di Guidotto, si veda Maccarrone, Cura animarum cit., p. 290. 134 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 27v-29r, <1231> agosto 26. 135 Pellizzario ordina Zannebono chierico della chiesa di San Vito di Bagnolo affidandogliene lamministrazione spetialiter in rebus temporalibus (ASDMn, MV, Registro 2, c. 3r, 1229 dicembre 3). Una settimana dopo provvede ad affidare a pre Mantuanum la cura della chiesa cittadina dei Santi Cosima e Damiano (ASDMn, MV, Registro 2, c. 3r, 1229 dicembre 10). Nel febbraio del 1230 il vescovo

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in rapida successione di tempo, quasi che al vescovo premesse porre ordine in un settore che potrebbe apparire trascurato. Il vescovo interviene l dove da tempo chi avrebbe dovuto farlo non intervenuto. Presentiamo qualche caso. Nella pieve di Castellucchio da tempo larciprete non provvede ad assegnare una prebenda vacante, e nonostante ne fosse stato pi volte sollecitato: vi provvede il vescovo, assegnandola ad un nuovo canonico136 . Ignoriamo le precise ragioni che indussero prete Ramo a rassegnare nelle mani del vescovo la fraternitas che deteneva nella chiesa di Roncoferraro sia che lavesse ottenuta per investitura dal defunto vescovo Enrico sia per intervento papale137 ; si potrebbe ipotizzare che la rinuncia facesse seguito ad uno specifico intervento nei suoi riguardi del presule. Al clero della pieve di Santa Maria di Castiglione, ancora, egli impose di ad eleggere un massaro, diversamente, scaduti gli otto giorni, vi avrebbe provveduto personalmente138 . Evidentemente, urgeva che i beni di quella chiesa venissero sottoposti ad una pi attenta amministrazione; in effetti pochi giorni dopo i chierici di Castiglione assieme al vescovo nominarono due confratres loro nunzi, procuratori, massari e amministratori per un anno139. Vedremo oltre che durante lepiscopato di Guidotto da Correggio quella chiesa risulter essere stata malamente gestita.

ratifica lelezione di prete Raimondo a rettore di San Giminiano di Cipata (ASDMn, MV, Registro 2, c. 8v, <1230> febbraio 27). Nel successivo mese di luglio Novaresio di Stefano de Axandris investito di una fraternitas nella pieve di Castellucchio (ASDMn, MV, Registro 2, c. 17r, <1230> luglio 22). Prete Buonouomo vene fatto yconomus et aministrator di San Nicol di Cereta cui viene in particolare richiesto di attivarsi per recuperare i beni della stessa e di non accendere alcun mutuo (ASDMn, MV, Registro 2, c. 18r, <1231> luglio 17). 136 ASDMn, MV, Registro 2, c. 3v, 1229 dicembre 12: la prebenda vacante assegnata a Corradino di Ugo de Pizo. 137 ASDMn, MV, Registro 2, c. 3v, <1229 dicembre 8>. 138 ASDMn, MV, Registro 2, c. 13r, <1230> giugno 15. 139 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 15v, 16r, <1230 giugno 26>.

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Si pu notare come nei non molti atti in cui Pellizzario interviene nei confronti del clero e delle chiese diocesane, insista nellorientare il clero curato verso una pi attenta gestione dei beni delle chiese. Sembra essere lo stato economico delle chiese a destare preoccupazione. Ed infatti alcune di esse appaiono attraversare momenti di grave difficolt economica. Il nesso fra lurgenza di procedere a nuove nomine e situazione economica delle chiese non manca di emergere in tutta chiarezza. Il 12 dicembre del 1229 Zannebono clericus yconomus et aministrator della chiesa di San Vito di Bagnolo a tale carica era stato ordinato una decina di giorni prima vende, con il consenso del presule, un appezzamento di terreno per ricavare denaro con il quale corrispondere un fodro imposto pro subsidio Ecclesie Romane, ma anche per saldare un precedente debito e per entrare in possesso di una croce140 . Pellizzario, che aveva percorso la sua carriera in seno al locale capitolo cattedrale, doveva aver presente quale era la situazione del clero e delle chiese della diocesi. Ebbe anche modo di entrare in contatto diretto con quella realt nel corso dei suoi spostamenti nella diocesi durante il suo breve episcopato. E anche tale mobilit del pastore pare essere rivelatrice di un preciso indirizzo del suo governo. Non difformemente da quanto la Sede apostolica auspicava si verificasse in ogni diocesi, anche il presule Guidotto poco dopo essere giunto a Mantova inizi a spostarsi nellambito della diocesi141 . Si tratta oltretutto
ASDMn, MV, Registro 2, c. 3v, 1229 dicembre 12. Mediante la considerazione delle date topiche dei documenti in nostro possesso possibile seguire il vescovo Guidotto allorch si rec in alcune localit della diocesi mantovana; riteniamo interessante darne conto di seguito senza alcuna pretesa di completezza. Nellagosto 1231 (ASDMn, MV, Registro 2, c. 19r) il vescovo si trova a Scorzarolo e agisce stando presso la canonica e la pieve attorniato dal clero locale. Una settimana pi tardi egli si trova nella pieve di Barbasso (ASDMn, MV, Registro 2, c. 19v, <1231> agosto 24). Nel castello di Nuvolato Guidotto giunge nellottobre successivo (ASDMn, MV, Registro 2, c. 31r, <1231> ottobre 21) e da qui si re141 140

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di una itineranza che si concentra in tempi piuttosto ristretti. Potrebbero essere state tali visite a permettere al presule di avere una conoscenza diretta della vita del clero in cura danime, delle condizioni patrimoniali e dello stato edilizio degli edifici sacri, di rilevare le eventuali inadempienze nei confronti delle quali assumere interventi di correzione. Viceversa, per quanto attiene lo svolgimento di sinodi diocesani, prescritti dal canone 6 del Lateranense quarto142, allo stato attuale non si possiede alcun riscontro documentario diretto, ma solo qualche indizio. ragionevole pensare che gli interventi di riforma attuati dal presule mantovano fossero assunti proprio in occasione dei sinodi dove il clero curato veniva a contatto con il vescovo dal quale riceveva gli orientamenti pastorali e morali. A questi consessi fanno forse riferimento alcuni preti di una pieve quando rammentano i loro soggiorni in citt, e in occasione del sinodo diocesano pu essere collocata lopera di correzione attuata nei confronti degli stessi preti di cui ci apprestiamo a trattare. 3.1. Le inchieste del vescovo Guidotto da Correggio Si gi ricordato che nellestate del 1231 il vescovo Guidotto intervenne nei confronti del clero della pieve di
cher a Borgonovo (ASDMn, MV, Registro 2, c. 32v, <1231> ottobre 24) e a Castel San Pietro (ASDMn, MV, Registro 2, c. 32v, <1231> ottobre 25), per poi ritornare nuovamente a Borgonovo, nella chiesa di San Pietro (ASDMn, MV, Registro 2, c. 34r, <1231> ottobre 28). Sul finire del mese di novembre il presule nel palazzo vescovile di Campitello, dove incontra il clero della pieve (ASDMn, MV, Registro 2, c. 44r, <1231> novembre 28, e c. 45r, <1231> novembre 29). Nellaprile del 1232 il da Correggio di nuovo nella pieve di Scorzarolo (ASDMn, MV, Registro 2, c. 78v-79r, <1232> aprile 27), mentre nel successivo giugno a Borgonovo (ASDMn, MV, Registro 2, c. 91v, <1232> giugno 25) e nel mese di luglio a Castel San Pietro (ASDMn, MV, Registro 2, c. 93r, <1232> luglio 3); nellottobre raggiunge Campitello (ASDMn, MV, Registro 2, c. 99r, <1232> ottobre 3). 142 Conciliorum cumenicorum Decreta cit., pp. 326-237; Maccarrone, Cura animarum cit., p. 285.

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Barbasso sottoponendo ad interrogatorio larciprete Martino e i chierici Aliprando e Ziliano, ai quali viene chiesto di rendere conto della situazione economica della pieve oltre che della loro condotta morale143 . Posteriori di quasi un anno sono le dichiarazioni rese in circostanze del tutto analoghe dal clero della pieve di Torricella e della chiesa di San Celestino di Roncorlando144. Dal complesso delle deposizioni rese si desume lesistenza di rivalit e tensioni interne alle singole canoniche. In tutti e tre i casi si lamenta una situazione economica alquanto precaria, essendo molti i debiti contratti per far fronte alle pi varie occorrenze: si va dalla corresponsione del fodro vescovile, allacquisto di generi alimentari, alle spese di vitto ed alloggio allorch si rende necessario soggiornare in citt, a spese giudiziarie, allacquisto di abiti o stoffe. Gran parte delle propriet terriere sono state date in pegno per tacitare i creditori, o infeudate se non alienate, e spesso in favore di persone legate da stretti vincoli di parentela con gli stessi chierici. Dallinsieme delle deposizioni si trae limmagine di un clero curato poco incline alla celebrazione dei divini uffici, disposto persino a cedere agli usurai i ferri del mestiere: messali, un lezionario, un salterio, un antifonario, un coletarium, sermonales figurano fra i beni mobili dati
ASDMn, MV, Registro 2, cc. 27v-29r, <1231> agosto 26. ASDMn, MV, Registro 2, cc. 86r-86v, <1232> maggio 25. Sulle pievi mantovane si veda Marani, La medievale partizione plebana cit., pp. 89-146. Per un quadro generale Pievi e parrocchie cit.; Pievi, parrocchie e clero nel Veneto dal X al XV secolo, a cura di P. Sambin, Venezia, 1987; La parrocchia nel Medio Evo. Economia, scambi, solidariet, a cura di A. Paravicini Bagliani e V. Pasche, Roma, 1995. Sulla figura del prete nel medioevo sia sufficiente rammentare Le clerc sculier au Moyen Age. XXIIe congrs de la Socit des Historiens Mdivistes de lEnseignement Suprieur Public (Amiens, juin 1991), Paris, 1993 e Preti nel medioevo, Verona, 1997 (= Quaderni di storia religiosa, IV), oltre a G. Cherubini, Parroco, parrocchie e popolo nelle campagne centro-settentrionali alla fine del medioevo, in Id., LItalia rurale del basso medioevo, Roma-Bari, 1996, pp. 217-245 (gi in Pievi e parrocchie cit., pp. 351-413).
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in pegno. Quasi tutti i preti chiamati a testimoniare dichiarano di avere avuto nel passato o di avere relazioni con donne anche sposate. Larciprete della pieve di Barbasso ha dei figli, talvolta ospiti del padre, uno dei quali Ziliano, chierico nella medesima pieve, il quale non ha remore nel dire di aver avuto rapporti carnali145 . Dagli stessi testimoniali si desume una notevole diffusione della pratica della simonia. Sempre nelle deposizioni sulla pieve di Barbasso, ad esempio, si fa riferimento a un chierico, tale Ventura da Villimpenta, che sarebbe stato incardinato in quella pieve per lappoggio ricevuto da un canonico mantovano al quale avrebbe corrisposto una non modesta somma di denaro. Lo stesso arciprete sarebbe assurto a tale dignit per aver promesso al camerarius del vescovo Enrico otto lire imperiali; avuta la nomina, per corrispondere la somma di denaro promessa dovette impegnare alcune propriet della pieve. Giovanni, prete nella pieve di Torricella, accusa larciprete dessere stato eletto per aver donato delle terre al gastaldo vescovile qui debebat rogare dominum episcopum et facere quod Albertus archipresbiter daretur in archipresbiterum eidem plebi146. La particolare attenzione rivolta da questi preti di campagna verso i secularia negotia trova una nitida esemplificazione nel comportamento di un prete della chiesa di San Celestino cos come viene delineato dal chierico Girardo147 . Si tratta di prete Manfredo che il chierico dice concubinario e simoniaco, nonch attorniato
Nellagosto del 1232 il giudice Mantovano di Gaimerio, in veste di delegato vescovile, impone a Ziliano chierico, figlio del prete Martino, di rifondere ad una donna di Barbasso una somma di denaro (ASDMn, MV, Registro 2, c. 103r, <1232 agosto 25>). Nello stesso giorno il vescovo dispone che sia condotta unindagine tesa a verificare se effettivamente Ziliano sia chierico della chiesa di Castellaro poich nessun documento vel signum lo attestava (ASDMn, MV, Registro 2, c. 103r, <1232 agosto 25>, e c. 104r, <1232> agosto 31). 146 ASDMn, MV, Registro 2, c. 82v, <1232 maggio 11>. 147 ASDMn, MV, Registro 2, c. 86v, <1232> maggio 25.
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da una numerosa ed agguerrita famiglia che si impossess di parte dei beni della pieve. Egli, secondo Girardo, alla celebrazione dei divini uffici, per i quali sembra essere stato poco incline, preferiva occuparsi delle sue rendite, dedicarsi al gioco dazzardo nelle taverne ove spesso si recava per mangiare e per bere148. Il chierico racconta anche del comportamento violento di Manfredo nei suoi confronti e nei confronti del confratello Pagano, il quale, in una occasione, fu inseguito da Manfredo e dai figli, armati di lance. Pagano dichiara trov scampo dapprima in una casa contro la quale gli inseguitori scagliarono tutta la loro violenza lanciando invettive verso lo sventurato, raggiunse successivamente le campane che suon, richiamando gli abitanti del villaggio i quali trassero in salvo il povero prete e misero in fuga gli inseguitori che qualche tempo dopo la comunit rurale band. Ma prima di fuggire nel Ferrarese Manfredo si impossess del maggior numero possibile di beni appartenenti alla pieve. Preti simoniaci, concubinari, violenti e prepotenti, frequentatori di taverne e giocatori dazzardo: cause del degrado economico delle singole chiese, pi che uomini dediti alle celebrazioni liturgiche, dunque. Un degrado morale che per gli stessi protagonisti di quelle vicende ben si prestava ad essere associato allinfamante accusa deresia: il chierico Aliprandino, nel riferirsi al suo arciprete, termina di testimoniare dicendo di crederlo fauctor hereticorum149, confermando in tal modo come il malcostume del clero in cura danime fosse il maggiore argomento per la diffusione delleresia150 .

148 Sul divieto imposto ai preti di frequentare le taverne e di giocare dazzardo si veda Maccarrone, Cura animarum cit., pp. 323324. 149 ASDMn, MV, Registro 2, c. 28v, <1231> agosto 26; deposizione di Aliprandino chierico. 150 Maccarrone, Cura animarum cit., p. 319.

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Gli interventi di Guidotto non si fecero attendere. Pochi giorni dopo aver udito le dichiarazioni del clero della pieve di San Pietro di Barbasso, il vescovo deposuit et suspendit larciprete ed i chierici ab omni offitio et benefitio151. Aliprandino, cui si impose di recuperare alcuni paramenti sacri dati in pegno agli usurai minacciandolo di scomunica152, rinunci nelle mani del presule ad ogni sua prerogativa in quella chiesa153. Altri interventi mirarono al recupero del patrimonio e a porre ordine nella sua amministrazione154. Se la situazione delineata per le chiese di Barbasso, Torricella e Roncorlando non pu prestarsi a facili generalizzazioni riferendosi al clero di tre delle non poche pievi rurali disseminate sul territorio diocesano, nondimeno possibile osservare come altri preti, tanto della campagna quanto della citt, avessero assunto uno stile di vita non dissimile. Da una indagine condotta sulla chiesa di Santa Maria di Castiglione Mantovano si viene a conoscenza dellesercizio da parte del clero di unamministrazione tanto poco accorta da aver permesso non solo che molte delle propriet fossero distratte a vantaggio di laici, ma addirittura che parti dello stesso edificio sacro venissero impiegate ad altri usi: alcune travi, ad esempio, risultano essere state utilizzate ad opus castri155 ! Nel settembre del 1232, ad un prete della chiesa di Santa Maria di Cipata, cui fatto obbligo assieme agli altri chierici di consegnare entro breve tempo omnia instrumenta debiti della chiesa, si prescrive quod debeat stare et facere residentiam continuam ad dictam ecclesiam et eam officiare cum serviente156. Di saldare i debiti e di facere officiari et officiare competenter pro151 152

ASDMn, MV, Registro 2, c. 29r, <1231> agosto 30. ASDMn, MV, Registro 2, c. 53r, <1231 dicembre 10>. 153 ASDMn, MV, Registro 2, c. 63v, <1232 gennaio 24>. 154 ASDMn, MV, Registro 2, c. 54v, <1231 dicembre 12>. 155 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 38r e v, 1231 ottobre 6 e ottobre 15.
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ASDMn, MV, Registro 2, c. 105v, <1232> settembre 13.

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mettono anche i confratelli delle chiese di San Martino del Fissero e di SantErasmo di Governolo157. Mentre a prete Mantovano, della chiesa cittadina di San Damiano, il vescovo ingiunge di allontanare entro otto giorni la donna che con lui vive158. Conformemente a quanto prescritto nel canone 8 del Concilio lateranense IV, il vescovo di Mantova tutel lhonestas exterior del clero curato imponendo ad Aimerico figlio del dominus Bernardo da Goito, chierico della pieve di Goito, di ricevere corona e tonsura, segni distintivi dellordine clericale cui da tempo Aimerico era stato promosso, minacciandolo con la scomunica e con la revoca del beneficio159. Allo stesso chierico e al confratello Federico lordinario aveva imposto il giorno precedente di restituire una quantit di cereali non specificata della quale essi si erano appropriati a detrimento della pieve160 . Il vescovo si rivolge comminando la scomunica anche ai preti Girardo e Roberto incardinati nella stessa sede plebana affinch anchessi nel minor tempo possibile restituiscano i cereali da essi trattenuti e spettanti alla chiesa; quei cereali avrebbero dovuto essere venduti e con il ricavato si sarebbe dovuto far fronte al debito contratto dalla pieve con il canonico Federico161. Del particolare sforzo profuso dal presule Guidotto nel tutelare le chiese della sua diocesi danno inoltre prova gli atti di nuova nomina. Quando affida lamministrazione della chiesa di San Nicol di Cereta a prete Buongiovanni gli impone quod bona ipsius ecclesie debeat custodire, salvare, exigere et recuperare, et specialiter vasa162 . Quando Giovanni figlio di Alberto de Perselanis viene nominato rettore della chiesa cittadiASDMn, MV, Registro 2, c. 92r e 92v, <1232> luglio 19. ASDMn, MV, Registro 2, c. 23v, <1231> agosto 8. 159 ASDMn, MV, Registro 2, c. 75v, <1232 aprile 3>. Cfr. Maccarrone, Cura animarum cit., p. 324. 160 ASDMn, MV, Registro 2, c. 75v, <1232> aprile 2. 161 ASDMn, MV, Registro 2, c. 81r, <1232 maggio 5>. 162 ASDMn, MV, Registro 2, c. 106r, <1231> luglio 17.
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na dei Santi Gervasio e Protasio, il presule riceve la promessa che mai alcun bene immobile o diritto sarebbe stato impegnato o alienato163. Il chierico Lanfranco al momento della sua nomina ad arciprete della pieve di San Martino di Gusnago assicura di adoperarsi per il mantenimento e il ricupero di possessi e diritti164. Ma ci che importa rilevare dellazione del da Correggio la sua precisa volont di intervenire con tenacia e risolutezza nel reprimere ogni atteggiamento che potesse essere di pregiudizio per una corretto esercizio della cura delle anime da parte del suo clero. 3.2. Gli interventi dei vescovi Iacopo e Martino Quelle sulle quali ci siamo sopra soffermati costituiscono le uniche inquisitiones note allo stato delle conoscenze per tutto il Duecento. Non siamo in grado di dire se ci sia da imputare alla mancanza di documentazione specifica o piuttosto al venir meno da parte dei vescovi di una specifica attenzione e di una puntuale azione di controllo sul clero in cura danime. Lassenza di documentazione potrebbe essere addebitata ad altre ragioni: alla luce di considerazioni complessive sulla documentazione vescovile in registro, si pu ipotizzare che verso gli anni Quaranta sia invalso luso di destinare singoli registri a specifiche materie, il che indurrebbe a pensare che anche quella specifica tipologia di scritture venisse raccolta in appositi libri, libri che non ci sarebbero stati trditi. In mancanza di dati probanti, non si deve infatti pensare che solo il da Correggio si sia distinto in tale settore, ch, come ci apprestiamo a mostrare, i suoi due successori intervennero, e in pi duna occasione, a disciplinare la vita del clero curato. Pi che lazione del vescovo cambia la tipologia della documentazione a nostra disposizione.
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ASDMn, MV, Registro 2, c. 102r, <1232 agosto 24>. ASDMn, MV, Registro 2, c. 42r, <1231 novembre 20>.

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Di questioni riconducibili alla cura animarum si occupa sin dallinizio del suo episcopato il vescovo Iacopo. Dalla considerazione dei suoi atti in registro si desume come laccoglimento di nuovi confratres nelle pievi del contado sia sottoposto al suo controllo165; a lui compete pure il conferimento dei diversi gradi ecclesiastici166 ; talvolta interviene per cassare le nomine avvenute senza il suo consenso167; altre volte provvede di sua iniziativa ad incardinare nuovi chierici168, ad affidare a nuovi pastori la guida delle chiese, cittadine e rurali169.
165 Al principio del 1238, ad esempio, sar larciprete della pieve di Campitello a presentare al vescovo un nuovo confratello chiedendone conferma: ASDMn, MV, Registro 3, c. 6v, <1238> gennaio 11. 166 ASDMn, MV, Registro 9, c. 6r, <1239> dicembre 18: il vescovo nomina Giovanni del fu Iacopo de Barberio da Rivalta arciprete et pastor della pieve di San Donato di Rivalta. Nella prima domenica di Pasqua in Albis, il vescovo Iacopo confer la prima tonsura a Bonaventura figlio di Giovannibono de Rigezo (ASDMn, MV, Registro 9, c. 20v, <1249> aprile 11). Pochi giorni dopo si ha la nomina di Corrado prete di Sarginesco ad arciprete della chiesa di San Martino in Gusnago cui viene assegnata la relativa prebenda (ASDMn, MV, Registro 9, c. 20v, <1249> aprile 17). 167 Nel dicembre del 1238, il vescovo annull una elezione effettuata dal clero di San Michele di Goito (ASDMn, MV, Registro 9, c. 6r, <1238> dicembre 17). Nel 1239 dinnanzi al vescovo, prete Lanfranco della chiesa di Santa Maria de Aquadrucio e il chierico Delacora assieme al converso Carbone dichiarano nulla la nomina da essi fatta de quadam presbitero (ASDMn, MV, Registro 3, c. 18r, <1239> aprile 12). Il giorno dopo sar lo stesso vescovo, con un apposito atto, a nominare prete Lanfranco rettore di detta chiesa, affermando cos quella che era una sua prerogativa, come il chierico e il converso gli riconobbero: ASDMn, MV, Registro 3, c. 18r, <1239> aprile 13. Qualche anno dopo il vescovo annuller laccoglimento fra il clero della chiesa di Cereta di Gualengino di Amidano da Cereta da parte di prete Girardo perch avvenuto in pregiudizio delle prerogative vescovili: ASDMn, MV, Registro 3, c. 83v, <1244 maggio 9>. 168 ASDMn, MV, Registro 3, c. 39v, <1240> ottobre 14: il vescovo nomina Perfacino da Nogara della diocesi veronese usque ad suam voluntatem prete della chiesa di San Giacomo de Corigio. Si veda anche la nomina di Delacorra a chierico della chiesa di Santa Maria de Aquadrucio: Appendice documentaria, n. 6. 169 Nel 1242 la chiesa urbana di San Leonardo in Cornu viene affidata a prete Uberto (ASDMn, MV, Registro 3, c. 72r <1242> dicem-

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Ricordiamo in particolare la concessione di un chiericato presso la chiesa di San Nicol di Cereta al piacentino Ubertino di Pietro di Litolfo de Castro Arquato170 : in tal modo il vescovo Iacopo provvide a gratificare e a radicare nellambito della Chiesa mantovana un suo conterraneo. E questo non il solo caso di tale strategia. Nel 1247 il presule far s che nella chiesa di San Giacomo di Mantova sia accolto quale chierico Iacopo del fu Pino da CastellArquato171. Dalla diocesi di Piacenza proveniva pure Obertino di Oberto Saraceni che viene fatto chierico di San Celestino di Roncorlando172 . Il proposito del vescovo Iacopo di favorire personaggi provenienti dalla sua stessa terra dorigine dunque manifesto. Potrebbe sembrare un modo per gratificare un suo stretto collaboratore la concessione di un beneficio nella chiesa di Santa Maria di Castiglione Mantovano ad Antonio, figlio di uno dei notai attivi per il presule, Lanfranco da Bergamo173 . Ancora, il vescovo Iacopo interviene contro un canonico della pieve di Campitello accusato di avere un figlio, il quale ingiustamente ed illegittimamente deterrebbe un podere di quella chiesa174 : riecheggia in tale intervento una specifica norma del Lateranense IV. Un rilievo particolare assume latto con il quale Ottobono prete di San Giacomo di Mantova viene sospeso dallufficio e dal beneficio perch infamatus est ex variis et diversis criminibus aput plebem suam175. Sappiamo di un altro
bre 12). Prete Bernardo viene investito dal vescovo della amministrazione nel temporale e nello spirituale della chiesa di San Pietro di Sermide (ASDMn, MV, Registro 9, c. 14r, <1247> maggio 1). Prete Costantino nominato rettore ed amministratore di San Pietro di Sermide (ASDMn, MV, Registro 9, c. 18v, <1249> marzo). Nella importante chiesa cittadina di San Paolo il vescovo incardina prete Ventura (ASDMn, MV, Registro 9, c. 20v, <1249> aprile 2). 170 ASDMn, MV, Registro 3, c. 72r, <1242 dicembre 20>. 171 ASDMn, MV, Registro 9, c. 15r, <1247> maggio 27. 172 ASDMn, MV, Registro 9, c. 21r, <1249> aprile 19. 173 ASDMn, MV, Registro 3, c. 113r, <1245> aprile 9. 174 ASDMn, MV, Registro 3, c. 23v, <1239> giugno 11. 175 Appendice documentaria, n. 8.

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chierico, Attolino pure della pieve di Campitello, che essendo stato scomunicato dal vicario vescovile (ma ne ignoriamo le ragioni), il venerd santo promise fedelt ai mandati della Chiesa e del vescovo176. Nel 1244, invece, il vescovo annull lattribuzione dellincarico de cura animarum della chiesa Septem Fratrum de Ripalta da parte dellarciprete della pieve di Rivalta a Giovanni figlio del defunto Alberto Perselani, prete della chiesa di San Gervasio di Mantova; subito dopo prete Giovanni rinuncia allincarico che gli viene immediatamente riaffidato, ma questa volta per volont vescovile177. Lanno successivo il presule minaccia della scomunica Corrado, prete della chiesa di Santa Maria, vietandogli sia di accogliere il nipote Corradino nella sua stessa chiesa sia di provvedere alla nomina di altri chierici senza il consenso dellepiscopio178. Conviene soffermarsi sul risoluto intervento del vescovo Iacopo nei confronti di una chiesa rurale. Nel 1249 troviamo radunati nel palazzo del vescovo il sindaco, un console e sei vicini terre Seravalli i quali giurano di osservare i mandata del vescovo emessi in occasione della scomunica lanciata da Tommaso vicario sive delegatus vescovile. Essi promettono che senza lautorizzazione del vescovo non provvederanno ad accogliere alcun prete che celebri in quella terra i divini uffici; ma anche che essi non si recheranno pi in aliena diocesi, ossia nelle diocesi di Reggio, Verona e Ferrara, ad baptizandum, ad penitentiam recipiendum179. Orbene, Serravalle era una terra posta in unarea confine fra le suddette diocesi, lontana da Mantova nella cui diocesi era per inclusa. Con il suo intervento il vescovo intese riaffermare la sua autorit religiosa su quella comunit che invece tendeva a sot-

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ASDMn, MV, Registro 9, c. 20v, <1249> aprile 2. ASDMn, MV, Registro 3, c. 105r, <1244> luglio 9. 178 ASDMn, MV, Registro 3, c. 120r, <1245 dicembre 6>. 179 ASDMn, MV, Registro 9, c. 19v, <1249 marzo 15>.

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trarsi a lui preferendo rivolgersi al clero delle diocesi limitrofe per ricevere il battesimo e confessione. In tale settore del governo diocesano il presule si avvalse talvolta della collaborazione di persone di sua fiducia. Affida al priore di San Marco il compito di radunare il capitolo dei canonici della pieve di San Pietro di Castellucchio e quello di sottoporre al vaglio lelezione del nuovo arciprete per appurare se esso fosse conveniens180 . I componenti il capitolo della pieve si radunarono in quello stesso giorno presso San Marco, ove il priore Ambrogio li sottopose ad interrogatorio giungendo a stabilire che leletto erat bonus et ydoneus oltre conveniens; segu quindi la ratifica della elezione del nuovo arciprete181. Un rilievo del tutto particolare riveste un interessante documento dal quale traspare tutta la preoccupazione del vescovo Iacopo per un retto esercizio della attivit parrocchiale. Nel novembre del 1239182 , nel palazzo del vescovo, davanti alla porta della cappella episcopale, presenti alcuni ecclesiastici e collaboratori del presule, Iacopo provvede ad incardinare un nuovo prete nella chiesa cittadina di San Damiano. Il prescelto, di cui non viene indicato il nome, si badi, promissit continue habitare et residentiam facere ad ipsam ecclesiam et eam offitiare bona fide sine fraude secundum quod ius postullat et cetera. Si tratta di una precisazione che compare qui per la prima ed unica volta, a quanto dato riscontrare. La promessa che il prete formula nelle mani del presule non pu non indurci a supporre che fossero proprio quelle le attese del vescovo, in un certo senso in essa si rispecchia limmagine ideale del buon prete. In quelle stesse parole potremmo individuare finanche delle preoccupazioni del vescovo: non si pu infatti non leggere la formula anche come espressione di un problema evidentemente presente e sentito, quello della non residenza del clero curato. La
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ASDMn, MV, Registro 3, c. 4v, 1237 dicembre 14. ASDMn, MV, Registro 3, c. 5r, 1237 dicembre 14. 182 ASDMn, MV, Registro 3, c. 35v, <1239 novembre 20>.

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residenza la condizione necessaria per garantire una buona officiatura, ovvero una effettiva attivit di cura danime. A dare una idea dellatteggiamento di vigile controllo assunto anche dal vescovo Martino in tale ambito del ministero pastorale concorrono infatti vari indizi. Iniziamo con il riferirci ad una decisione assunta dal presule nei confronti di una comunit rurale. Nellagosto del 1252 il vescovo proib agli abitanti di Castel San Pietro, rappresentati da un sindaco, di erigere una nuova chiesa: laborerio sive ediffictio quod sub forma et nomine ecclesie suscipere et facere intendebant183. Il vescovo evidentemente sorvegli e disciplin liniziativa di quel gruppo di fedeli la cui iniziativa cela un protagonismo tutto locale della comunit in ambito religioso, ma forse anche una necessit, quella di disporre di una chiesa. Castel San Pietro era una comunit in rapido sviluppo, e proprio con tale evoluzione va correlato il tentativo di dotarsi di una chiesa. Ma il tentativo, autonomo, viene ostacolato dallautorit dellordinario diocesano, quasi sicuramente perch ritenuto non congruo con la preesistente organizzazione ecclesiastica. Il vescovo Martino promuove agli ordini sacri184 ; provvede alla elezione di nuovi preti nelle chiese della diocesi185; vigila sul regolare incardinamento del clero186 ; si attiva per rimuovere quei
ASDMn, MV, Registro 4, c. 3r, <1252> agosto 23. ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252> giugno 26: Martino incaric larciprete della cattedrale Pietro di nominare Giovannibono da Campitello chierico, ed immediatamente Pietro provvide al conferimento della tonsura clericale e alla nomina a chierico di San Pietro in Vulpesino della diocesi di Mantova. 185 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252>. 186 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1v, <1252> luglio 2: presenti numerosi esponenti del clero diocesano il preposito della cattedrale Giovanni, larciprete della cattedrale Pietro, il canonico veronese Adelardino, larciprete di San Martino del Fissero Martino, Ariprando arciprete della pieve di Barbasso, Pietro prete di Santo Stefano il vescovo cassa lelezione di Bonauguro da Governolo ad arciprete della pieve di San Pietro di Sermide da parte del clero della stessa.
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Parte prima. Le istituzioni di governo

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preti evidentemente ritenuti non pi idonei allo svolgimento della loro missione187. In conclusione, da quanto esposto possibile desumere un dato: la consapevolezza da parte dei vescovi mantovani della sussistenza di uno stretto nesso fra una efficiente attivit pastorale e uno stretto controllo sul clero delle chiese ed in particolare delle pievi. Ci viene evidenziato dagli interventi del successore di Iacopo, che per quanto esigui, lasciano intuire come i vertici della chiesa locale non fossero disattenti alle necessit connesse con la cura delle anime. Una identica condotta parrebbe dunque aver uniformato lazione dei vescovi mantovani nellambito di un settore particolarmente importante quale certamente era la cura delle anime. Va rimarcato soprattutto come i loro interventi siano stati attuati in stretta aderenza con quanto soprattutto il Lateranense IV

Lintervento non era volto tanto al rifiuto della persona delleletto quanto delle procedure seguite. Nello stesso giorno il vescovo provvide egli stesso a nominare Bonauguro arciprete di Sermide tam in temporalibus quam in spiritualibus, presenti i confratres della pieve: ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252> luglio 2. la procedura corretta per giungere ad una nuova nomina pare essere quella seguita dal clero della chiesa di San Giminiano di Cipata. Due confratres di quella chiesa si recarono dinnanzi al presule e concorditer provvidero alla elezione del magister Oddone da Parma rettore della loro chiesa al quale venne subito assegnato il relativo beneficio: ASDMn, MV, Registro 4, c. 2r, <1252> luglio 30. Gli interventi di nomina di nuovi addetti alla attivit pastorale nelle comunit rurali sono testimoniati da una serrata serie di nomine: nei primi giorni di settembre viene posto un nuovo rettore della chiesa di Santa Maria de Ceresio (ASDMn, MV, Registro 4, c. 4r, <1252> settembre 1). Il 7 settembre il vescovo ratifica la nomina di Bonaventura de Aliotis da parte dei confratelli delle chiese di Santa Maria e di San Giovanni di Roncoferraro in clericum et confratrem di dette chiese: ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252> settembre 7. 187 ASDMn, MV, Registro 4, c. 5v, <1252 settembre 21>: Filippino di Ubaldo di Ingebaldo de Aquilice refuta al vescovo il beneficio che deteneva nella pieve di San Martino del Fissero; lo stesso beneficio viene conferito a Frogerino fratello di Filippino.

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aveva disposto relativamente al clero in cura danime188 . Pur disponendo di una documentazione non omogenea, infatti, n Guidotto, n Iacopo, n Martino hanno mancato di incidere profondamente in quel settore. Certo, il pi attivo parrebbe essere stato Guidotto, ma le fonti relative al suo episcopato sono, come si visto, pi abbondanti e di diversa natura: si ricordi in particolare la ricchezza di informazioni che stato possibile trarre dagli atti delle indagini da lui condotte sul clero di alcune chiese del territorio.

188 G. Rossetti, La pastorale nel IV lateranense, in La pastorale della Chiesa in Occidente dallet ottoniana al concilio Lateranense IV, Atti della XV Settimana internazionale di studio (Mendola, 27-31 agosto 2001), Milano, 2004, pp. 197-222.

PARTE SECONDA GOVERNARE LA VITA RELIGIOSA

CAPITOLO IV. LA LIBERTAS ECCLESIAE 1. La politica del comune mantovano verso le chiese fra XII e XIII secolo Negli anni compresi fra i secoli XII e XIII il comune di Mantova risulta impegnato in una politica di ampliamento e di consolidamento del suo distretto1, ma anche nellaffermare la sua autorit sul territorium civitatis, ossia su quellarea che costituiva una appendice naturale della citt2, nel riottenere il pieno controllo di propriet comunali usurpate3. Si colloca in tale contesto lemanazione della disposizione ad alodia facienda omnia ficta et decimas con la quale il comune cittadino si proponeva lallodiazione dei diritti di decima e daffitto in una fascia compresa entro le tre miglia dalla citt4. Lo scopo evidente: eliminare in unarea posta a ridosso del centro urbano ogni residuo giurisdizionale per esercitarvi un controllo diretto ed assoluto5. La norma andava a ledePer quanto attiene alla politica di conquista e dampliamento del contado da parte dei comuni cittadini dellItalia settentrionale, si vedano, oltre al classico G. De Vergottini, Origine e sviluppo storico della comitatinanza, in Id., Scritti di storia del diritto italiano, Milano, 1977, I, pp. 5-122; A.I. Pini, Citt, comuni e corporazioni nel medioevo italiano, Bologna, 1986, pp. 88-91; Castagnetti, Le citt cit., pp. 212-214; G.M. Varanini, Lorganizzazione del distretto cittadino nellItalia padana dei secoli XIII-XIV (Marca Trevigiana, Lombardia, Emilia), in Lorganizzazione del territorio in Italia e Germania: secoli XIII-XIV, a cura di G. Chittolini, D. Willoweit, Bologna, 1994, pp. 133-233; A.I. Pini, La politica territoriale del comune citt-stato nellItalia padana: i casi di Parma e Piacenza, in Unarea di strada: lEmilia occidentale nel medioevo. Ricerche storiche e riflessioni metodologiche, a cura di R. Greci, Bologna, 2000, pp. 139-157. 2 R. Bordone, La societ urbana nellItalia comunale (secoli XIXIV), Torino, 1988, p. 31. 3 Torelli, Un comune cittadino cit., I, pp. 38-39. 4 Torelli, Un comune cittadino cit., I, p. 248. 5 Con vignali negli statuti bonacolsiani vengono indicati i terreni coltivati a vite compresi entro un raggio di tre miglia, 4,5 Km, dalla citt: M. Vaini, Gli statuti di Francesco Gonzaga IV Capitano.
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re le principali istituzioni ecclesiastiche, lepiscopio ed il capitolo innanzi tutto, cui spettava la maggior parte dei diritti di decima che gravavano su quelle terre6. Si trattava senza dubbio alcuno di una norma statutaria lesiva delle prerogative della Chiesa: si potrebbe ipotizzare che essa fosse inserita in quel capitulum che nel 1221 si noti il coincidere delle date il cardinale Ugolino dOstia impose al podest di Mantova di cancellare dallo statuto7. Nonostante lintervento del legato pontificio, quella normativa rimase in vigore. Le istituzioni ecclesiastiche vi reagirono ponendo nei contratti clausole tendenti a limitarne lapplicazione: nel marzo del 1224, ad esempio, gli investiti promettono al rappresentante del capitolo cattedrale prefatam decimam et fictum alodium non facere sine eius verbo, ne de eis coram officialibus Mantue querimoniam deponere8. Contro tali ingerenze si pu registrare anche lopposizione del monastero di San Benedetto, che ricorse allautorit di Gregorio IX nel 12299. Non certo questa la sede per affrontare largomento in maniera circostanziata, ma si deve comunque accennare ad altri interventi legislativi. Le fonti notarili mostrano che il comune ammetteva la possibilit di dare in pegno
Prime ricerche, in Atti e Memorie della Accademia virgiliana di Mantova, LVI (1988), pp. 187-214, p. 205. 6 Vaini, Dal comune cit., p. 75. 7 I registri dei cardinali cit., n. XXXVII, 1221 luglio 22. 8 Larchivio capitolare, n. LXVIII; nove mesi pi tardi il concessionario promette quod non faciet nec fieri sibi faciet alodium sive in alodium per aliquam occasionem dictum fictum et decimam aliquo tempore, sinautem contrafecerit vel venerit C solidos Mantue nomine pene eidem domino dare (Larchivio capitolare, n. LXIX). In un altro contratto daffitto del gennaio di due anni dopo, il concedente prescrive quod si dictus investitus fecerit eam fieri alodium sine verbo dicti domini, quod ab omni suo iuri privetur (Larchivio capitolare, n. LXXVII). Altre referenze documentarie in Torelli, Un comune cittadino cit., I, nota 2 a p. 249. 9 M. Vaini, Navigazione ed agricoltura nellOltrep (secc. XIIIXIV), in Il Po mantovano: storia, antropologia, ambiente, San Benedetto Po [Mantova], 1987, pp. 39-40.

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beni feudali che in caso di insolvenza venivano ceduti al creditore, cos come negli statuti cittadini furono introdotte norme in base alle quali i diritti di decima e daffitto gravanti su immobili posti entro un raggio di tre miglia dalla citt potevano essere resi allodiali10. Non solo: dovette essere promulgata una normativa riguardante anche la vendita giudiziale dei feudi. Con essa si regolamentava e dava piena validit alla vendita da parte degli estimatori del comune di beni tenuti in feudo imponendone solamente la denuncia al dominus 11. Mancano studi specifici, ma non credo di essere molto lontano dal vero dicendo che la normativa riguardante la vendita giudiziale dei feudi assieme a quella relativa ai diritti di decima andava a colpire le prerogative ecclesiastiche a vantaggio delle famiglie legate da vincoli di vassallaggio ai maggiori enti: le stesse che esprimevano il ceto dirigente cittadino, le stesse che in quegli anni ricoprivano le magistrature comunali. Era quello un modo per indebolire il potere dei domini, soprattutto ecclesiastici12. Vi un altro ambito nel quale le pubbliche autorit intesero intervenire per erodere le prerogative temporali della Chiesa: le signorie dei principali enti ecclesiastici. E ci avvenne in un periodo in cui quegli stessi enti13 dovettero vieppi ricorrere proprio ai pubblici ufficiali per
10 Torelli, Un comune cittadino cit., I, pp. 247-249; M. Vaini, Navigazione ed agricoltura nellOltrep (secc. XIII-XIV), in Il Po mantovano: storia, antropologia, ambiente, San Benedetto Po (Mantova), 1987, pp. 39-40. 11 ASMn, AG, b. 303, 1218 gennaio 11: Qui dominus Pasavancius in concordia suorum sociorum, facta denunciacione predictis dominis feudi, prout in statuto Mantue continetur, exstimavit et vendidit ac in solutum dedit. 12 Per ladozione di una legislazione del tutto analoga a quella mantovana si veda D. Rando, Il particolarismo e la prima et comunale, in Ead., Religione e politica nella Marca cit., pp. 60-61. 13 Si veda ad esempio il caso del monastero di SantAndrea: Larchivio del monastero, n. LXVI, 1205 ottobre 7; nn. LXIX, LXXI, 1208 gennaio 26; n. LXXII, 1208 gennaio 27; n. LXXIII, 1208 marzo 4; n. LXXXI, 1209 ottobre 26; nn. LXXXIV, LXXXV, 1211 gennaio 28; n. XCV, 1214 ottobre 24.

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tutelare le loro prerogative14. Anticipiamo che le nostre informazioni al riguardo sono tuttaltro che abbondanti, ma non per questo poco eloquenti15. Occorre anche precisare che simili interventi non costituiscono una peculiarit locale, ma caratterizzano lattivit di non pochi comuni cittadini dagli ultimi decenni del XII secolo e sono diretti
14 Sui rapporti di tutela esercitati dai comuni cittadini sugli enti ecclesiastici e le loro signorie rurali si soffermato Castagnetti, Le citt cit., pp. 186-194; Id., Le comunit rurali dalla soggezione signorile alla giurisdizione del comune cittadino, Verona, 1983; Id., Le comunit rurali, in Storia della societ italiana. La societ comunale e il policentrismo, Milano, 1986, pp. 315-348; Id., Il potere sui contadini. Dalla signoria fondiaria alla signoria territoriale. Comunit rurali e comuni cittadini, in Le campagne italiane prima e dopo il mille. Una societ in trasformazione, a cura di B. Andreolli, V. Fumagalli, M. Montanari, Bologna, 1985, pp. 219-251. Sul tema sono tornati di recente S. Bortolami, Monasteri e comuni nel Veneto dei secoli XIIXIII: un bilancio e nuove prospettive di ricerca, in Il monachesimo nel Veneto medioevale, Cesena, 1998, pp. 39-74 [ora in Id., Chiese, spazi, societ nelle Venezie medioevali, Roma, 1999, pp. 49-92]; G. Penco, Monasteri e comuni cittadini: un tema storiografico, in Il monachesimo italiano nellet comunale, Atti del IV Convegno di studi storici sullItalia benedettina (Pontida, 3-6 settembre 1995), a cura di F.G.B Trolese, Cesena, 1998, pp. 5-20 [studio edito con lo stesso titolo in Benedictina, 43 (1996), pp. 117-133]; E. Occhipinti, Monasteri e comuni nella Lombardia occidentale, in Il monachesimo italiano nellet comunale cit., pp. 187-198. 15 Ci limitiamo a far notare che la sentenza per la causa che opponeva i domini di Goito al monastero benedettino di San Benedetto di Polirone viene emessa nel 1177 da Malvezzo, di cui non viene neppure dichiarata la professione di giudice, e Adamo da Crema: Regesto mantovano, n. 388, 1177 ottobre 6. Ad un magistrato del comune gli stessi contendenti ricorreranno nel 1198: Regesto mantovano, n. 631, 1198 dicembre 30. Nel 1187 il comune cittadino interviene, mediante i consoli di giustizia, in una lite fra luniversitas di Roncorlando ed il monastero di San Benedetto per diritti di pascolo e pesca, sentenziando in favore dellente monastico: Regesto mantovano, n. 440, 1187 giugno 20. Per la lite che opponeva il vescovo di Mantova allabate di San Benedetto le due parti nominano loro arbitro il giudice Agnello (Regesto mantovano, n. 460, 1189 dicembre 9): la sentenza viene emessa a Mantova, nel palazzo del comune, alla presenza di molti ragguardevoli cittadini, a nessuno dei quali per attribuita una qualifica pubblica.

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a sanzionare la superiorit politica della citt nei confronti dei signori locali, oltre a contribuire a rinsaldare il controllo della citt sul suo distretto16. La documentazione di cui possibile avvalersi attiene a San Benedetto, SantAndrea, e lepiscopio e risale al 1223: si colloca pare opportuno porlo in rilievo in una significativa successione temporale con la legislazione gi esaminata relativa al riscatto dei diritti di decima, che fa intuire la sussistenza di una precisa volont da parte del comune di intensificare il suo controllo sullintero territorio attraverso una ricognizione dei diversi ambiti giurisdizionali a discapito della libertas ecclesiastica. Per i primi due casi, disponiamo di sentenze emesse dalle autorit del comune cittadino, per il terzo, di deposizioni testimoniali. Ricordiamo qui solo che dalle dichiarazioni dei numerosi testimoni chiamati a deporre si evince che il comune cittadino, in contrasto con le prerogative vescovili, aveva mandato un suo podest a reggere la comunit di Campitello, cui da tempo imponeva di ricorrere in caso di contenziosi al tribunale cittadino17. La vertenza fra il comune cittadino e il monastero di San Benedetto18 riguardava i diritti giurisdizionali gravanti sullisola di San Benedetto, su Quistello, Gabbiana, Libiola, Sustinente, Casale, Nosedole, Marengo, localit presso le quali si recarono i consoli di giustizia per udire le testimonianze dagli abitanti. Nella sentenza pronunciata in publico consilio dal podest, tenuto conto delle testimonianze raccolte e dello statuto civico, al monastero si riconoscono i diritti giurisdizionali sino ad allora goduti, mentre al comune si attribuisce lamministrazione del16 A titolo desempio si veda la situazione veneta: Castagnetti, Ut nullus incipiat hedificare forticiam cit., pp. 7-9, 33-36; Castagnetti, Le citt cit., pp. 186-190. 17 Cfr. Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 63-66. 18 Attriti, non sappiamo da cosa causati, fra comune cittadino e monastero di San Benedetto di Polirone sono documentati nel 1178: Italia pontificia cit., V/1, p. 320, n. 2, (1178) e p. 347, nn. 73 e 74, (1178).

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la giustizia civile e penale oltre che limposizione fiscale19. Nello stesso giorno20, sempre alla presenza del consiglio cittadino, nel palazzo del comune, si promulga unanaloga sentenza mediante la quale si conferma al monastero di SantAndrea lhonor, la iurisdictio e il districtus su Fornicata, Soave, Sarginesco, sulla terza parte di Pietole e su altre localit (che il pessimo stato di conservazione del documento non consente di conoscere). Allabate dellente monastico si attribuisce la nomina degli ufficiali pubblici locali e lamministrazione della giustizia tam in criminalibus quam in civilibus et in omnibus maleficiis puniendis. Invero il monastero cittadino di SantAndrea gi qualche anno prima dovette reagire al tentativo attuato dal comune cittadino di distrarne la propriet delle rive lungo il corso del Mincio21. I procuratori del comune nel 121722 dichiararono pertinenti al comune tutte le rive dei laghi da Rivalta sino al fiume Fissero, in Buca Mencii, incontrano lopposizione di S. Andrea e della cattedrale. Labate e il sindaco di SantAndrea, intendendo mostrare
ASMi, FR, b. 208, 1223 marzo 29: (...) pronuncio, dico, laudo et diffinio videlicet quod nulla potestas seu consul nec aliquis in fraudem illorum debeat esse ad anno novo proximo venturo in antea in aliqua de dictis terris seu locis nisi de voluntate expressa et precedenti electione abbats qui est vel qui pro tempore erit, et honorem et iurisdictionem et districtum in dictis terris et locis ad dictum monasterium pertinere et cetera que hinc retro dominum abbas habere et facere consuevit. Salvo et exceptato et anteposito honore et iurisditione comunis Mantue in dictis terris et locis in fodris et scuffis ponendis et exigendis et in bannis ponendis et exigendis et in rationibus faciendis et ognoscendis tam in criminalibus quam in civilibus et in omnibus maleficiis puniendis et in omnibus aliis faciendis que comune Mantue habere et facere consuevit. Cfr. L. Ragni, La propriet fondiaria del monastero di San Benedetto in Polirone nei secoli XII-XIII, Nuova rivista storica, LIV (1970), p. 563. 20 Larchivio del monastero, n. CXXXIII, 1223 marzo 29. 21 Ignoriamo i motivi del contendere fra il comune cittadino e il monastero di SantAndrea nel 1192: Larchivio del monastero, n. LI, 1192 ottobre 5. 22 Larchivio del monastero, n. CXI, 1217 dicembre 28.
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lappartenenza al monastero di tutto ci che era posto da Buca Fangi que est apud Bagnolum sino ad domum filiorum Sparverii que est in Pletulis, si rif ad una donazione risalente ai tempi del vescovo Itolfo (10071037)23. Nella lite sinser anche il preposito della chiesa cattedrale di San Pietro, il quale rivendicava la propriet del luogo Prata, contestata da SantAndrea. I rappresentanti del comune in quelloccasione finirono con il riconoscere i diritti del monastero, ma il tentativo venne ripreso nellestate del 1231 costringendo labate Bono ad una strenua difesa che per non sappiamo se sia stata coronata da successo o meno24. Va da s che con tali ingerenze, contro le quali si era alzata la voce di Gregorio IX sin dalla sua nomina25, si ledeva la libertas ecclesiastica26. Non sappiamo quale sia stato latteggiamento assunto dal vescovo Enrico nei confronti delle pubbliche autorit, anche se vari indizi insiti in alcuni documenti che fra poco utilizzeremo, indurrebbero a attribuirgli una scarsa attenzione verso una oculata gestione dei beni e dei diritti della sua Chiesa. Avremo occasione anche di mostrare come durante il suo episcopato la Chiesa di Mantova attraversi un periodo di grave crisi economica, destinata a protrarsi per qualche decennio.

Brunelli, Diocesi cit., p. 209. Larchivio del monastero, nn. CLIX e CLX, 1231 agosto 12: il monastero rappresentato dal sindaco prete Rinaldo, il comune dai giudici Raimondo da Montichiari e Giovanni di Musello e dai militi Moretto Callaroso e Martino di Gandolfo. 25 MGH, Epistolae saeculi XIII, n. 355, 1227 aprile 29. 26 Per un esempio specifico si veda almeno D. Rando, Il particolarismo e la prima et comunale, in Ead., Religione e politica nella Marca cit., pp. 60-61.
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2. La difesa vescovile Ben diverso fu latteggiamento assunto da Guidotto da Correggio. Egli, infatti, poco dopo essere stato nominato al seggio episcopale mantovano, convoc presso di s la curia dei vassalli27. Con tale atto il vescovo eletto intese riaffermare i diritti della Chiesa locale. In quelloccasione egli invest s i vassalli di quanto da essi tenuto in feudo dallepiscopio, precisando per che nulla sarebbe stato loro concesso pi di quello che gi detenevano. Nella stessa direzione si situa la minaccia di scomunica che il vescovo, consenzienti tutti i vassalli, indirizz a quei notai che da quel momento in poi avessero rilasciato aliquod instrumentum de investitura feudi seu vicedominatus, senza il suo benestare28. Da questo momento, ogni qual volta il presule avesse rilasciato nuove investiture, nella formula del giuramento di fedelt che il vassallo prester avrebbe dovuto essere compresa la promessa di prestare aiuto allepiscopio per manutenere et exigere bona et rationes episcopatus Mantue ubicumque per se vel per alios noverit occupata29. E questo impegno il vescovo lo pretender tanto dai singoli quanto dalle comunit rurali: i consoli di Castel San Pietro, ad esempio, promettono di manutenere honores et rationes30. Gli stessi propositi traspaiono dalle carte di nuova nomina dei chierici, ai quali si fa promettere di prodigarsi in recuperando, petendo et exigendo et manutenendo iura et rationes31. Appare chiaro dunque come il vescovo intendesse prima di tutto perseguire una politica di controllo sulle prerogative temporali della Chiesa locale. Evidentemente in tempi anteriori molti avevano proceduto ad indebite appropriazioni, approfittando, oltre che di un assai probabile scarso controllo da parte degli ordinari
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Carreri, Appunti e documenti cit., p. 64 Carreri, Appunti e documenti cit., p. 65. 29 ASDMn, MV, Registro 2, c. 31r, <1231> ottobre 21. 30 ASDMn, MV, Registro 2, c. 32v, <1231> ottobre 25. 31 ASDMn, MV, Registro 2, c. 42r, <1231 novembre 20>.

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diocesani, soprattutto delle decisioni normative del governo cittadino, lesive della libert ecclesiastica di cui abbiamo gi trattato32. I disegni del da Correggio tendevano a porre un limite a tale stato di cose attraverso una vigile azione di controllo. Dal patriarca di Aquileia, il da Correggio fu autorizzato, non obstante iuramento quod prestitit in sua consecratione, a permutare e vendere beni e diritti della chiesa mantovana, a patto che avvenisse per il bene e lutilit della stessa33. E infatti si adoper, giungendo anche ad indebitarsi, per far s che lepiscopio rientrasse in possesso di non modeste propriet terriere nel territorio di Scorzarolo34. Trovano qui la loro ragione dessere tanto le ricognizioni dei beni dellepiscopio in varie localit della diocesi35, quanto il Liber invencionis terrarum et possessionibus redatto nel 1233 per volont di Guidotto, in quellanno potestas oltre che vescovo36. Anzi, sembrerebbe quasi che proprio quando il presule pot controllare lorganismo comunale, nellanno dellAlleluia, ebbe la possibilit di agire in modo pi incisivo nel controllo dei possessi dellepiscopio. Si tratt di unopera di salvaguardia della propriet ecclesiastica attuata conformemente alle direttive pontificie, opera da collocare allinterno del pi ampio quadro di riforma. Non si deve infatti dimenticare lo stretto legame esistente tra ufficio e beneficio, un legame volto a tutelare lautonomia e quindi la dignit del clero37. Guidotto non si prodig unicamente per porre freno al disperdersi del patrimonio ecclesiastico, ma anche per far s che fosse coltivato nel miglior modo possibile. Ad un contadino viene contestato di non aver ben lavorato
Cfr. capitolo IV. ASDMn, MV, Registro 2, c. 20v, 1231 dicembre 30. 34 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 57r e v, <1231 dicembre 13>. 35 Si veda ad esempio ASDMn, MV, Registro 2, c. 24v, <1231>. 36 ASDMn, MV, Registro 1, c. 25r. Torelli, Un comune cittadino, I, pp. 293-295. 37 Miccoli, La storia religiosa cit., p. 537.
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non bene laboraverat, dice il messo vescovile un terreno affidatogli con limpegno di farne un vignetoFra le carte a nostra disposizione si trova quello che con probabilit possiamo annoverare fra i pi antichi contratti parziari giunti sino a noi38. E non si pu sottacere quel grande progetto dintervento, databile agli inizi del 1232, per riattare gli argini del fiume Po, quasi certamente danneggiati durante le grandi e paurose inondazioni degli anni precedenti39. Dello stato di dispersione e di frazionamento cui importanti diritti fiscali dellepiscopio erano andati soggetti nei primi decenni del Duecento, tanto che parrebbero essere sfuggiti al suo controllo, rendono testimonianza alcuni atti di natura processuale realizzati durante il governo del vescovo Iacopo, il quale parrebbe essersi prodigato per favorirne il recupero ed una proficua amministrazione. Con i tentativi di ricondurre nella disponibilit della Chiesa vescovile dei diritti di dazio relativi al porto cittadino va ricondotto un testimoniale redatto nel 1250. Le deposizioni sono rilasciate dai testi prodotti dal sindaco del vescovo Iacopo contro alcuni mercanti veneziani restii alla corresponsione del dazio per le navi cariche di merci da essi condotte in Mantova. I testi con le loro deposizioni risalgono indietro nel tempo di qualche decennio. Vengono cos evocati fatti occorsi fra la fine del XII e il principio del XIII, ossia al tempo dellepiscopato di Enrico. A quellepoca il dazio che i mercanti erano tenuti a corrispondere consisteva in unum cottonum virmilium, unam libram piperis, tres oncias comini et unum fu38 ASDMn, MV, Registro 2, c. 43v, <1231 novembre 19>. Cfr. Torelli, Un comune cittadino cit., I, p. 251. 39 ASDMn, MV, Registro 2, cc. 61r-62r, <1232> gennaio 14. Cfr. Torelli, Un comune cittadino cit., I, pp. 111-113. Per le inondazioni V. Fumagalli, Il paesaggio si trasforma: colonizzazione ebonifica durante il Medioevo. Lesempio emiliano, in Le campagne italiane prima e dopo il Mille. Una societ in trasformazione, a cura di B. Andreolli, V. Fumagalli, M. Montanari, Bologna, 1985, pp. 109-110.

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storium ed era esatto secondo alcuni aliquando sub porticu Desenzanorum et aliquando ibi prope, secondo altri ad pontem Sancti Leonardi40, a ripa Ferariorum ed in fera Mantue41. Successivamente, in seguito a precise richieste avanzate dagli stessi mercanti, il presule Enrico aveva acconsentito acciocch il dazio fosse commutato in due soldi imperiali per nave42. Il primo dei testimoni, Obizzo campsor de civitate Venetie43, dichiara di aver comperato assieme a Moretto Callorosi, Zano Thophanie, Bonaventura de Zapelo, tutti i diritti di dazio e di ripatico della citt di Mantova dallo stesso vescovo. Il teste Magniellus de Calvis44 riferisce di un ana40 Il ponte di San Leonardo risulta essere punto di dogana dal 1198: Liber privilegiorum, n. 169, 1198 giugno 12. 41 Si vedano in proposito le deposizioni di Giacomo di Pedono e Martino da Boccadiganda in G. Rsch, Venezia e limpero. 962-1250. I rapporti politici, commerciali e di traffico nel periodo imperiale germanico, Roma, 1985, pp. 303-305. 42 Rsch, Venezia e limpero cit., p. 307; deposizione di Giovanni Tophanie: Et quia grave videbatur mercatoribus tales res divisas solvere pro dacio tempore memorati episcopi nomine et vice episcopatus convenerunt mercatores cum episcopo memorato et reduxerunt dictum dacium de rebus prefatis ad duos sol. imp. <...> ipse audivit dici quod homines Veneciarum pecierunt de gratia dicto domino episcopo Henrico quod dimittert eis dictum dacium II sol. imp.. Calettus filius Aolini Zilioli de Sancto Iervasio, esattore dei dazi al tempo dell'episcopato di Guidotto, ritiene che la riduzione del dazio ad una somma di denaro sia avvenuta al tempo del vescovo Pellizzario; dichiara inoltre di aver esatto il dazio stando in una domus di Moretto Calorosi ubicata nei pressi del ponte dei Mulini. 43 Rsch, Venezia e limpero cit., p. 302. 44 Questa deposizione assume particolare importanza per la conoscenza diretta in materia di dazi ed il coinvolgimento nel commercio sul Po da parte dello stesso Maginello de Calvis che, qualificato come mercante, assiste alla stipula di un accordo commerciale con Ferrara nel 1234 inerente anche il commercio del sale (Liber privilegiorum, n. 161); nel 1252 rende testimonianza in una causa sorta per questioni di dazi fra comune di Mantova e monastero di S. Benedetto ricordando la sua attivit di commerciante di sale su nave da Chioggia (doc. del 1252 luglio 9 edito in Ragni, S. Benedetto in Polirone e la via del sale cit., p. 365). Degli interessi familiari verso i traffici fluviali lungo il Po e le relative imposte vi testimonianza in una imbrevia-

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logo acquisto effettuato da Alberto de Dexenzanis. Giovanni Tophanie in grado di fornire notizie piuttosto particolareggiate in merito alle modalit desazione dei dazi vescovili perch ipse emit dacium comunis Mantue, e i suoi nunzi li riscuotevano assieme a quelli vescovili presso il ponte di Boccadiganda. Fra i testimoni figura anche Bongiovanni figlio di Guido Mobii qui fuit de Placentia qui moratur cum domino Iacobo Dei gratia episcopo Mantue45, incaricato dal presule della riscossione dei dazi pertinenti allepiscopio. La documentazione disponibile non permette di far luce sullesito della causa. Le testimonianze consentono tuttavia, come si visto, devidenziare come una gran parte della quota dei dazi spettante allepiscopio delle navi che giungevano presso il porto di Mantova fosse da tempo divenuta appannaggio di esponenti di famiglie cittadine di rilievo. Preme sottolineare che i testi concordano nellattribuire al presule Enrico la cessione di quei diritti. Nel contempo mostrano come il vescovo Iacopo fostura vescovile del 1231. Il 25 agosto di quell'anno infatti, il vescovo Guidotto dedit, cessit et concessit nomine locationis al notaio Bontempo de Calvis per sei anni, al canone di 35 lire da pagare in due rate annue, tres partes de toto et tres partes de quarta di omnes proventum et thelomeum, datii et rivatici quod habet et habere debet in terra vel in curia Scoraroloi et Torrexellarum euntium et transeuntium cum sale et cum aliis mercimoniis et sine mercimoniis e in modo specifico quod solvere debent Theotonici transeuntes per terra et per navilium. La corresponsione del canone subordinata al flusso commerciale: il locatario pagher anche si Ferarienses non dimitterent salem cum aliis mercimoniis, ma non ne sar tenuto in caso di mancato transito di Cremonesi, Piacentini o altri Lombardi (ASDMn, MV, Registro, 2, c. 26v). Cfr. Carreri, Appunti e documenti cit., p. 68, e Vaini, Dal comune cit., p. 35. Benevenuto quondam Gherri de Scorarolo vende, subito dopo la locazione al notaio Bontempo, per tre lire al vescovo Guidotto totum illud quod emerat a domino Ribaldo quondam filio domini Morandi de Regulato de Turrecellis, videlicet octavam partem quarte partis totius rivatici, tholomei et datii euntium et transeuntium et specialiter Theotonicorum per Padum et per terra: ASDMn, MV, Registro 2, c. 27r. 45 Rsch, Venezia e lImpero cit., p. 311-312.

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se deciso a riaffermare le sue prerogative e ad imporre ai mercanti veneziani la corresponsione di quanto dovuto. Del resto s gi avuto modo di farvi cenno , lattenzione riposta da quel presule verso i diritti dellepiscopio connessi con le attivit commerciali e gli sforzi profusi per mantenerne il controllo, emergono da altra documentazione. Disponiamo anche di un ulteriore verbale di testimonianze rese nel 124546. Anche allora il procuratore del vescovo Iacopo provvide a produrre numerosi testimoni nellambito di una causa giudiziaria contro alcuni mercanti fiorentini e toscani che si rifiutavano di corrispondere i dazi dovuti al ponte di Boccadiganda47. Da un atto di due anni dopo si pu evincere che il vescovo era in grado di esercitare un controllo, per quanto formale, sul passaggio di propriet del diritto di esigere dazi sulle merci vendute nei mercati cittadini che da tempo erano stati concessi in feudo alla famiglia Antelmi48. Anche questi diritti dunque, di fatto, da tempo non erano pi nella piena disponibilit dellepiscopio, bens, ancora una volta, di una ragguardevole famiglia cittadina, che ne disponeva liberamente potendo anche alienarli. Ribadiamo lorientamento assunto dal vescovo Iacopo: rivendicare leffettivo controllo su importanti diritti fonti per lepiscopio di rilevanti entrate economiche. Nel contempo emergono le difficolt insite nellattuare un progetto che implic varie vertenze giudiziarie. Quali risultati concreti la Chiesa vescovile abbia perseguito non possiamo dire. Pur tuttavia i rivolgimenti interni alla
ASDMn, MV, b. 5, n. 145, 1245 maggio 23. Dallo stesso testimoniale, di grande rileivo per la conoscenza dei traffici commerciali che interessavano Mantova ed il Mantovano, si desume, fra laltro, che i diritti di dazio spettanti allordinario mantovano sul ponte di Boccadiganda erano stati tempo addietro dati in affitto a esponenti di importanti famiglie cittadine: Visconti e de Turre. Cfr. Vaini, Dal comune cit., p. 35; un regesto del documento presente in Torelli, Per un codice diplomatico cit., p. 181. 48 ASDMn, MV, Registro 9, c. 11r, <1247> febbraio 14.
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compagine politica mantovana potrebbero aver favorito le rivendicazioni dellepiscopio. Certo che di una situazione di sostanziale favore da parte delle autorit comunali pot beneficiare il vescovo Martino. Infatti nel 1264 il consiglio generale del comune venne radunato per ratificare uno statuto che doveva essere trascritto in volumine statutorum comunis Mantue. Con esso le pubbliche autorit riconobbero tutti i privilegi di cui la Chiesa mantovana godeva, ma soprattutto intervennero a modificare la precedente normativa attinente alla vendita giudiziale dei feudi in favore dellepiscopio al quale viene riconosciuta la facolt di esigere i dazi ad esso pertinenti49. V da dire che allo stato attuale delle conoscenza questo lunico documento dal quale possa essere desunto un concreto impegno di Martino nella tutela delle res Ecclesiae50. Ben diverso da questo era invece il contesto sociale e politico in cui al principio del secolo si era trovato ad agire il vescovo Enrico: a lui lo abbiamo appena notato fanno riferimento i testimoni chiamati a deporre nel 1250. Non pare superfluo a questo punto fare ricorso ad un interessante documento del 1227. Nel settembre di quellanno51 il sindaco del vescovo Enrico manifest allassessore del podest di Mantova i soprusi che Alberto da Desenzano e Lombardino del fu Garscendino di Belloto un de Musa perpetrarono ai danni dellepiscopato mantovano impedendo la regolare riscossione della terza parte pedagii sive tolonei quod coligitur a pellegrinis teutonicis de ultramonte euntibus per ipTorelli, Per un codice diplomatico cit., pp. 216-218, 1264 ottobre 20 e 21; il documento presenta numerose lacune. 50 Nel 1258 alcune membri della famiglia de Sacha alienano in favore di Rinaldo de Saviola, refutandoli nelle mani del vescovo Martino, la quota del dazio vel pedagio sive toloneo de Scorzarolo che tenevano in feudo dallepiscopio: ASMn, AG, b. 304 bis, 1258 ottobre 25. evidente come oramai i diritti di dazio fossero passati nella piena disponibilit, sia pur frazionati in quote, di alcune famiglie mantovane. 51 ASMn, MV, b. 5, n. 142, 1227 settembre 4.
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sum pontem Romam, ultramare et ad alios sanctos cum scarsellis, burdonibus, cum armis et crucibus. Gli accusati si difesero asserendo che al presule non spettava toloneo sive pedagio quod aufertur Teutonicis et pellegrinis portantibus arma et cruces; lassessore stabil che sino a quando l'intera questione non fosse definitivamente chiarita, l'intero ammontare della terza parte di quei dazi fosse depositata presso il cambiatore Geminiano, onde salvaguardare tanto i diritti dellepiscopato, quanto quelli del comune di Mantova et emptorum. Il documento appena citato non fa che corroborare quanto asserito dai testimoni ascoltati nel 1250. Infatti, la circostanza che nel 1227 i diritti di dazio sul ponte di Boccadiganda risultino usurpati, e per di pi da ragguardevoli cittadini, d adito al sospetto che nel periodo precedente sia mancata una corretta ed oculata amministrazione da parte dellepiscopio, o quantomeno che lepiscopio non li tutel. Non solo: il vescovo Enrico, stando a quanto dichiarato nel 1250, si priv degli importanti dazi che deteneva nel porto cittadino, sottraendo cos alla sua Chiesa importanti cespiti. Tutto parrebbe dunque indurre a fare di Enrico un cattivo amministratore della sua Chiesa; in lui si sarebbe tentati di vedere un presule che non seppe contrastare i diversi tentativi di erodere la libertas ecclesiastica. Da quella stessa documentazione ben si evince infatti che la Chiesa vescovile mantovana era diventata una sorta di preda da parte delle maggiori famiglie cittadine e come il comune, retto da quelle stesse famiglie, fosse alquanto latitante nel difenderne le prerogative52. Di una gestione pi accorta e di alcuni tentativi di recupero dei diritti spettanti allepiscopio testimoniano alcuni interventi del da Correggio. Tali interventi potrebbero essere stati assunti proprio per porre rimedio alla difficile situazione precedente. Nel 1232 il vescovo loc per sei anni al notaio Bontempo de Calvis la riscossione
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Vaini, Dal comune cit., p. 35.

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dei diritti di dazio, teloneo e ripatico detenuti dallepiscopio a Scorzarolo e a Torricella, diritti che dovevano essere corrisposti da quanti vi transitavano trasportando sale o altre merci53. Latto certamente rappresenta la fase finale di una pi ampia operazione condotta dal vescovo mediante la quale riusc a riacquistare le diverse quote in cui quei diritti erano stati precedentemente ripartiti. Lo si desume dallatto con il quale, in quello stesso giorno, Guidotto da Correggio provvide ad acquisirne una quota pari agli otto quarti54. Lintento del presule appare evidente: rientrare in possesso dei diritti di dazio che lepiscopio deteneva in Scorzarolo tramite una serie di accuisti quello a noi giunto non ne sarebbe che uno per locarli nel loro insieme e garantirsi una sicura entrata economica. Sempre in quello stesso giorno il vescovo conclude una transazione con Vivaldo e Mantovano Poltroni e Arnoldo de Maxono con la quale permette alla pieve di Saviola di rientrare in possesso dei diritti di decima che ad essa spettavano, diritti che ai summenzionati erano stati assegnati dal defunto vescovo Enrico. Non pu non colpire la singolare coincidenza cronologica di tutti gli interventi del da Correggio sin qui evocati. Attraverso essi il vescovo rimedia ad una situazione che doveva apparire deprecabile, ponendo termine ad una gestione poco oculata di ampie e importanti prerogative della Chiesa mantovana, e ci a breve distanza dal suo ingresso in diocesi. N pu passare inosservato lennesimo riferimento ad una cessione da parte del vescovo Enrico di importanti diritti della Chiesa mantovana. questo un ulteriore elemento che parrebbe concorrere a restituire di Enrico limmagine di un pastore che non seppe o non pot vigilare sulle res Ecclesiae.
ASDMn, MV, Registro 2, c. 26v, <1231> agosto 25. ASDMn, MV, Registro 2, c. 27r, <1231> agosto 25: Benvenuto del fu Gherro da Scorzarolo vende al vescovo la quota che egli aveva acquistato da Ribaldo de Turrecellis.
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3. Lusurarum vorago: i vescovi e leconomia monetaria Allorch abbiamo trattato delle chiese rurali e del clero in esse incardinato s avuto modo daccennare alla deplorevole situazione economica in cui quegli enti in molti casi versavano giacch i loro beni risultavano in gran parte essere stati accaparrati dagli usurai. Orbene, tale crisi finanziaria non una peculiarit del caso mantovano: si tratta piuttosto dun aspetto comune a diverse Chiese locali del tempo55. Non a caso, infatti, alle istituzioni ecclesiastiche precipitate nella usurarum vorago dedica unattenzione specifica la normativa del primo Concilio di Lione56. Certo che lepiscopio mantovano dovette far fronte ad una grave crisi economica sin dallo scorcio del XII secolo. Lo si desume dal fatto che nel 1192 il vescovo Sigifredo vendette unampia area boschiva ed una corte pro debitis Mantuani episcopatus et pro locis episcopatus recuperandis57.

55 Sullargomento basti citare C. Violante, Monasteri e canoniche nello sviluppo delleconomia monetaria (secoli XI-XIII), in Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente (1123-1215), Milano, 1980, pp. 369-416. Alcuni altri esempi eloquenti in Cracco, Religione, Chiesa, piet cit., pp. 393-397; Rigon, Religione e politica cit., pp. 401-402; Si veda inoltre Gli spazi economici della Chiesa nelloccidente mediterraneo (Secoli XII met XIV), Atti del XVI convegno internazionale di studi del Centro Italiano di Studi di Storia e dArte (Pistoia, 16 19 Maggio 1997), Pistoia, 1999. 56 Lespressione viene utilizzata nel canone De usuris del Concilio di Lione del 1245: Conciliorum cumenicorum Decreta cit., p. 293. 57 Vaini, Dal comune cit., p. 73. Ricordiamo che il clero della chiesa di San Celestino di Roncorlando era in lite con Zoanino Faroldi e Gandolfo Bonacolsi che detenevano ingiustamente de rationibus ipsius ecclesie: ASDMn, MV, Registro 2, c. 4r, 1229 dicembre 16.

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Nei primissimi anni del secolo successivo papa Innocenzo III provvide a nominare il vescovo di Bergamo58 e labate di San Benedetto Po suoi delegati per saldare i debiti gravanti sullepiscopio mantovano59. Essi danno il loro consenso alla stipulazione di un contractus militum tale la definizione dellatto data in un successivo documento del 1207 che fra poco utilizzeremo con il quale il vescovo Enrico cede in feudo onorifico ad un gruppo di persone certamente ragguardevoli ma la composizione ci purtroppo in gran parte ignota , ampi beni vescovili con i relativi diritti giurisdizionali e di decima, posti a sud est del territorio mantovano60. Il tutto venne suddiviso in duecento quote ideali la cessione avvenne pro indiviso ognuna delle quali era ottenibile con lesborso di 28 lire: lintero complesso fondiario, quindi, dovette essere valutato circa 5600 lire, somma che, come espressamente dichiarato, doveva essere utilizzata in solvendo debitum ipsius episcopatus61. Per motivi che la documentazione non permette di conoscere, tre anni dopo62 il veSi tratta senza dubbio del vescovo Lanfranco di Bergamo (1187-1211), per il quale si vedano D. Galli, Lanfranco di Bergamo: un vescovo tra due capitoli (1187-1211), in Il difficile mestiere di vescovo, Verona, 2000, pp. 101-130; Alberzoni, Citt, vescovi e papato cit., pp. 46-50. 59 ASMn, AG, b. 3281, 1207 giugno 9. Cfr. Torelli, Un comune cittadino cit., I, p. 197, nota 1; Gardoni, Vescovi-podest cit., pp. 172173. 60 V. Colorni, Il territorio mantovano nel Sacro Romano Impero, I, Periodo comitale e periodo comunale (800-1274), Milano, 1959, pp. 57-61, e bibliografia ivi citata. 61 Di questa complessa operazione economica sono giunti a noi solo tre atti, ovvero quelli attestanti lacquisto di quote da parte di Azzone figlio del fu Walterio di Giovanni di Zenone, acquirente di una quota, e quello di Odolino dei Fasani, che acquis mezza quota (Gardoni, Episcopus et potestas cit., Appendice IV. Documenti, n. 1, 1204 settembre 22; n. 2, 1204 settembre 23); oltre a quello con il quale alcuni esponenti della famiglia Trivoli entrarono in possesso di due quote (Liber privilegiorum cit., n. 23, 1204 settembre 24). 62 Gardoni, Episcopus et potestas cit., Appendice IV. Documenti, n. 3, 1207 giugno 9. Cfr. Id., Vescovi-podest cit., p. 173.
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scovo Enrico costretto a restituire ai milites lintera somma da essi versata nel 1204. Le estese propriet divennero cos oggetto di una nuova concessione in feudo ad un diverso gruppo di uomini di modesta estrazione sociale e provenienti nella quasi totalit dal Bresciano. Tale nuova investitura port nelle casse episcopali 6400 nuove monete. Ma lepiscopio continu ad essere gravato dai debiti. Per estinguere quelli contratti con Bonacurso Calorosi e con il di lui nipote, ancora una volta il presule Enrico che nel 121563 cede in feudo onorifico al prezzo di 400 lire al comune ed agli uomini di Campitello vasti possedimenti comuni64. Anche il capitolo dei canonici della chiesa cattedrale per avere denaro in prestito impegn i diritti e i redditi che deteneva nel centro rurale di Pratolamberto, come si desume da una transazione del 1234 non ben comprensibile in verit in ogni sua parte a causa delle numerose lacune che la pergamena presenta65. Contro lusura lautorit ecclesiastica indirizz ripetute condanne66. In tale direzione si posero anche alcuni interventi del vescovo Guidotto diretti ad evitare il diffondersi di tale pratica e soprattutto tesi ad impedire il coinvolgimento in essa delle istituzioni ecclesiastiche. Per arginare lemorragia economica delle chiese soggette, lepiscopio inser nel giuramento prestato dal clero al momento della nomina, lesplicita promessa di non prendere denaro a prestito e di non dare in pegno beni. Citiamo, a mo desempio, il caso di Bulgaro, prete della chiesa di San Giorgio, al quale viene fatto divieto di contrarre

63 Gardoni, Episcopus et potestas cit., Appendice IV. Documenti, n. 5, 1215 gennaio 30. Cfr. Id., Vescovi-podest cit., p. 173. 64 Cfr. Gardoni, Vescovi-podest cit., p. 174. 65 ASMn, OC, b. 6, n. 33, 1234 aprile 4. Cfr. Gardoni., Vescovipodest cit., p. 174, nota 462. 66 G. Le Bras, Usure. La doctrine ecclsiastique de lusure lpoque classique (XIIe-Xve sicle), in Dictionnaire de thologie catholique, XV/2, Paris, 1950, coll. 2336-2372.

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prestiti superiori ai venti soldi allanno67; mentre altre volte viene fatto assoluto divieto di mutuo accipere68. Sussistono peraltro precise attestazioni dellaccensione di mutui da parte dello stesso Guidotto, il che permette di evidenziare lesistenza di una contraddizione fra le intenzioni del presule e le reali necessit cui non si poteva non far fronte. Denaro a prestito egli chiese ed ottenne dando in garanzia beni dellepiscopio in pi duna occasione69. Nel dicembre del 1231, in particolare, prese in prestito denaro per acquistare delle terre in favore dellepiscopio70. Alcune referenze documentarie informano dellavvenuta cessione di tutte le propriet che lepiscopio deteneva nella localit di Pozzolo a titolo di pegno ad una famiglia cittadina di prestatori proprio al tempo del vescovo Guidotto71. Un altro debito di cento lire imperiali da lui contratto verr saldato nel 123872. Spett dunque al successore del da Correggio intervenire per far fronte al dissesto finanziario dellepiscopio mantovano. Ma il vescovo Iacopo dovette intervenire anche per sanare il deficit di altre istituzioni ecclesiastiche. Viene definito magnum il debito del monastero di Santa Maria di Felonica, i cui beni erano in gran parte stati alienati o dati in pegno: per farvi fronte il vescovo dispose che per dieci anni i redditi di tutti i beni monastici sarebbero doASDMn, MV, Registro 2, c. 89v-90r, <1232> giugno 10. Fra i numerosi esempi possibili, si veda almeno ASDMn, MV, Registro 2, c. 18r, <1231> luglio 17. 69 ASDMn, MV, Registro 2, c. 53r, <1231 dicembre 10>: il vescovo mutua 40 lire imperiali dal dominus Ziliolo da Saviola; c. 107v, <1232> novembre 30: 26 lire imperiali vengono date in prestito da Giovanni de Tofania cambiatore; c, 106r, 1232 novembre 5: 10 lire imperiali sono concesse in prestito dallarciprete di Campitello. 70 ASDMn, MV, Registro 2, c. 57v, <1231 dicembre 13>: il vescovo ottiene dal campsor Givanni Tofania 25 lire imperiali. 71 ASDMn, MV, Registro 9, c. 2v, <1248> ottobre 2; il vescovo Iacopo riottiene il possesso dei beni dati in pegno a Graziadio del fu Mantovano Malvezzi con lesborso di cento lire. 72 ASDMn, MV, Registro 3, c. 13r, <1238> giugno 13.
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vuti essere impiegati per saldarlo73. Una decisione analoga sar presa anche nei confronti del monastero di San Ruffino. Infatti lano successivo il vescovo impone ai monaci di saldare tutti i debiti contratti, ed in particolare il mutuo di 150 l ire imperiali contratto per riscattare le terre di Canedole date in pegno come garanzia per un precedente prestito. Anche in questo caso ogni reddito dovr essere destinato a sollevare la grave situazione debitoria; le uniche spese ammesse sono quelle strettamente necessarie come lacqusito di buoi per una proficua coltivazione dei terreni di Canedole74.

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ASDMn, MV, Registro 9, c. 2r, <1238 luglio 25>. ASDMn, MV, Registro 3, c. 33r, <1239 ottobre 29>.

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CAPITOLO V. LA RELIGIO DI SAN MARCO 1. Le prime tracce Nellottobre del 11891 il vescovo di Mantova Sigfredo2 indirizz una lettera ai fratres e alle sorores di San Cataldo religionem et hospitalitatem servantibus. Con essa il presule approvava il proposito di vita di quegli uomini e donne concedendo loro la protezione canonica chiamata, con una formula inconsueta, la protezione di San Pietro, pur essendo concessa dal vescovo diocesano, non dal papa3. La comunit risulta composta da fratres e sorores, laici e chierici; ad essi viene riconosciuto il diritto di provvedere allelezione di propri superiori la conferma dei quali riservata allordinario diocesano. Anche la scelta di accogliere nuovi membri spetter alla fraternitas. Al vescovo competeranno eventuali interventi correttivi. In segno dobbedienza la comunit dovr ogni anno consegnare allepiscopio due libbre di cera. Orbene, il citato documento consente di trarre dallombra la notizia dellesistenza di una comunit mista, una comunit di uomini e donne, laici e chierici, che scelsero di dedicare se stessi allassistenza ospedaliera. Tale orientamento perfettamente consono alla situazione dei tempi al risveglio evangelico che connot il secolo XII e del tutto analogo alle altre esperienze che in quello stesso torno di tempo fiorirono in gran numero4.
1 G.B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales camaldulenses, Venezia 1759, IV, coll. 629-630, doc. X, 1189 ottobre 5. 2 DArco, Studi intorno al municipio cit., VII, pp. 35-36; Savio, Gli antichi vescovi cit., pp. 282-283. 3 M. Maccarrone, Riforme e innovazioni di Innocenzo III nella vita religiosa, Id., Studi su Innocenzo III cit., pp. 221-327, p. 292. 4 Merlo, Religiosit e cultura religiosa cit., pp. 197-215; Id., Tensioni religiose agli inizi del Duecento, in Id., Tra eremo e citt,

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Ignoti restano peraltro gli uomini e le donne in carne ed ossa che di quella comunit costituivano lanima. Nessun nome proprio accompagna infatti il riferimento di per s generico a fratres e sorores. Quali siano state le successive vicende della comunit e dellospedale non dato sapere con certezza. La tradizione storiografica individua nella fraternitas raccoltasi presso San Cataldo lembrione da cui si sarebbe originata la congregazione di San Marco. Il vuoto documentario viene colmato presupponendo che grazie al favore del vescovo locale e soprattutto allo spirito religioso della comunit di San Cataldo, listituzione si svilupp e ricevette delle donazioni di pie persone mantovane, che offrirono il terreno per costruire in altra sede una nuova chiesa, intitolata a San Marco5. Tuttavia, le prime attestazioni documentarie di San Marco non sono anteriori agli ultimi anni del secolo XII, come ci apprestiamo a mostrare. Nel gennaio del 11976 Iacopo de Antelmo e Domaffolo beccarius chiedono alleletto vescovo Enrico lapidem ad hedificandam ecclesiam Sancti Marci in Monticellis. In quelloccasione si rammenta che Iacopo, il giorno 22 aprile 1196, avuto il consenso della moglie Berta, del di lei fratello Acerbo da Rivalta e del nipote Guiderisio, stando nella chiesa di Santa Maria Matris Domini, tradidit cartam donationis a prete Alberto ut instrueret religiose vivere et hortaretur fideles bene facere loco noviter hedificando. Il bene donato era costituito da un vigneto. Su di esso doveva essere edificata la chiesa che il donatore dispose fosse ecclesia regularis, ubi vivant fratres et sorores, si alique fuerint, secundum statuta apostolorum et sancti Augustini et aliorum sanctorum. Come si vede le indicazioni sono precise,
Assisi, 1991, pp. 31-92; Vauchez, Comparsa e affermazione di una religiosit laica cit., pp. 397-425. 5 Maccarrone, Riforme cit., p. 292. 6 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, doc. XI, 1197 gennaio 30, coll. 630-633.

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con ogni probabilit suggerite dallo stesso prete Alberto o dal vescovo Enrico. A distanza di quasi un anno da quella prima donazione, Iacopo e Domaffolo, che rinunciano ad ogni diritto sulla fondazione, vogliono che la domus sia caput per se et non subdita alicui ecclesie ad eccezione dellordinario diocesano. Si stabilisce che i membri della comunit annualmente consegnino al vescovo una libbra di cera pro canone et censu. Ai fratres della domus canonice si riconosce la prerogativa di procedere nella elezione del loro prelato la cui ratifica spetter al vescovo. Il lungo documento, rogato alla presenza di numerosi esponenti del capitolo cattedrale, si conclude con la consegna della prima pietra da parte del presule Enrico. in questo atto che fa la sua prima comparsa prete Alberto; qui emerge la sua funzione di guida di fratres e sorores dei quali viene indicato il nome: Daniotto e Bagoiolo, Alberga e Romagna. Di Alberto viene fornito anche qualche ragguaglio biografico. Egli si dice nonostante dimorasse in una cappella del monastero di SantAndrea, al quale non era peraltro legato da alcuna professione cos come non doveva obbedienza al suo abate, liberamente poteva ire ad quemlibet locum regularem vel irregularem secondo la sua volont, cum omnibus suis libris, in base a quanto era sancito in un accordo da lui stretto con labate dellente benedettino. Anche Daniotto e Bagoiolo sono non ligatis per conversionem sub aliqua domo vel persona. Insomma, fluidit e una certa instabilit dovevano caratterizzare quel primo manifestarsi del loro desiderio di condurre vita evangelica. E di tale situazione di fermento religioso sembrano aver piena conoscenza gli stessi protagonisti di quelle vicende. Lo si pu intuire dalluso forse non del tutto consueto in quegli anni dellaggettivo irregularis impiegato a connotare una esperienza religiosa non condotta secondo regole formali e riconosciute canonicamente.

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Il terreno destinato allerezione della chiesa di San Marco era dunque stato donato da Iacopo di Antelmo, personaggio di non modesta estrazione sociale7. Lo evidenziano pure i suoi legami familiari sui quali conviene richiamare lattenzione: la donazione del 1196 venne effettuata con il consenso della moglie Berta, del cognato e del nipote, membri dellimportante gruppo parentale dei da Rivalta8. Larea scelta per la nuova fondazione era posta nellimmediato suburbio della citt, nella zona denominata Monticelli9, a quellepoca ancora in gran parte sgombra da insediamenti e dove agli spazi coltivati se ne alternavano di paludosi10. Nella richiesta allordinario diocesano della prima pietra a Iacopo si associ il beccaio Domaffolo, il cui ruolo peraltro non emerge in tutta evidenza. Certo che nellavviare la fondazione della domus di San Marco lapporto dei due laici dovette essere rilevante. Merita altres sottolineare lappartenenza dei donatori a due strati sociali diversi: alla aristocrazia cittadina luno, ai nuovi ceti artigianali laltro. Se ne pu desumere che prete Alberto, e con lui i fratres e le sorores postisi al suo seguito, gi a quellepoca costituivano un preciso punto di riferimento per la vita religiosa del laicato urbano. Un laicato rappresentato da uomini di diversa estrazione sociale, ma
Si veda in proposito Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 249-250. 8 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 51-55 e 188-190. 9 Davari, Notizie storiche cit., pp. 79-81; A. Zolla, Il tessuto viario di Mantova e lespansione urbana tra il XII ed il XIV secolo, in Lo spazio nelle citt venete (1152-1348). Espansioni urbane, tessuti viari, architetture, a cura di E. Guidoni, U. Soragni, Roma, 2002, pp. 106-123. 10 Per la presenza di aree incolte si veda ad esempio il documento citato a nota 82. Non sembra fuori luogo precisare che il convento di San Marco sorse allesterno della porta Monticelli (ASMn, AG, b. 304, 1246 dicembre 7), divenendo polo dattrazione per nuovi insediamenti, come evidenzia lesistenza della contrada Sancti Marci (ASMn, AG, b. 304 bis, 1259 giugno 10).
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accomunato dal riferirsi alla medesima esperienza religiosa che anche con il suo supporto va assumendo contorni sempre pi definiti. infatti piuttosto evidente come sia proprio con la fondazione della domus di San Marco che i fratres e le sorores, animati dallideale della vita apostolica e guidati dal prete Alberto, si vadano conformando ad uno stato di vita religiosa vieppi regolare. Da quanto detto si evince la possibilit di riesaminare quanto sulle origini della congregazione mantovana stato scritto. Innanzitutto sembrerebbe necessario riconsiderare il legame fra la comunit ospedaliera insediatasi a San Cataldo e quella che anim il primo sorgere di San Marco. Si infatti soliti istituire un legame diretto fra le due esperienze: gli uomini e le donne dellospedale di San Cataldo guidati da Alberto si sarebbero trasferiti in San Marco. In tale prospettiva prete Alberto diviene elemento di congiunzione tra le due esperienze. Egli sarebbe lispiratore dei fratres e delle sorores attestati nel 118911. Ma di prete Alberto in quel documento non vi cenno alcuno. La documentazione lo mostra attivo bens nel 1196 quando viene donato il terreno sul quale dallanno successivo si inizier lerezione della chiesa di San Marco, e in stretto rapporto con il gruppetto di laici assieme ai quali diede vita alla comunit che sinsedi presso quella chiesa. Tratti comuni alle due fondazioni invero non mancano. In entrambi i casi si di fronte ad unesperienza religiosa originatasi da un evidente bisogno di assumere un diretto e concreto impegno religioso da parte di alcuni laici di entrambi i sessi. Sia nel 1189 che nel 1197 essi cercarono ed ottennero lappoggio dellordinario diocesano. In ambedue le occasioni i vescovi si mostrarono nientaffatto
Maccarrone, Riforme cit., p. 292; M.P. Alberzoni, Gli strumenti del controllo papale: i visitatores et provisores Lombardie, in Ead., Citt, vescovi e papato cit., pp. 79-110: 98.
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indifferenti alle richieste avanzate, manifestando nel contempo la loro propensione ad incanalare quelle esperienze ancora alquanto fluide verso forme di vita meno informali. Non solo: tanto gli uomini e le donne che sinsediarono a San Cataldo quanto quelli che andarono a vivere in San Marco concretizzarono il loro impegno religioso in unopera assistenziale. Tuttavia in tali tratti parrebbe essere alquanto difficile individuare delle peculiarit in grado di apparentare soltanto le due citate fondazioni, essendo questi aspetti piuttosto comuni come s gi osservato a molte altre vivaci manifestazioni della religiosit dei laici del tempo. Gli esiti dellesperienza religiosa vissuta presso lospedale di San Cataldo possono essere conosciuti solo alquanto pi tardi, nel 1218. In quellanno Onorio III conferm al priore e ai canonici di San Marco il possesso della chiesa di San Cataldo e di tutte le sue pertinenze cos comera stato anteriormente disposto dal vescovo Enrico12. A quando risalga la decisione assunta da questultimo presule non possibile dire; si pu solo ipotizzare che sia stata presa dopo lapprovazione pontificia della congregazione di San Marco (1207). Lannessione dellospedale di San Cataldo alla religio di San Marco potrebbe essere intesa quale espressione della volont dellordinario diocesano di orientare la comunit ospedaliera verso un modello di vita regolare, individuato per lappunto nellordine di San Marco. Pur nelle comuni premesse, dunque, diversi furono gli esiti delle due esperienze religiose di cui ci stiamo occupando: dellospedale di San Cataldo si perdono, di fatto, le tracce; la fraternitas di San Marco evolve in religio.

Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, col. 639, doc. XV, 1218 marzo 29.

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2. I vescovi e la religio di San Marco Si detto che al vescovo Enrico nel 119713 fu richiesta la prima pietra per intraprendere la costruzione della chiesa di San Marco; abbiamo rilevato anche che egli due anni dopo presenzi allatto con il quale il comune di Mantova concesse alla comunit di San Marco forse proprio dietro sollecitazione vescovile lesenzione da ogni imposta. Da un documento del 1204 apprendiamo che il presule aveva anteriormente assegnato a San Marco terre vescovili14. Tutte queste attestazioni evidenziano come egli sia stato particolarmente attento alle iniziative assunte da prete Alberto. Ma quelle sono soprattutto tracce che inducono ad attribuire al vescovo Enrico, tanto nella nascita quanto nella affermazione di San Marco, un ruolo pi importante di quanto non sia stato sino ad ora posto in evidenza. Alquanto significativo inoltre il fatto che il priore di San Marco sia da annoverare fra i suoi vicari15. questa una circostanza che merita una sottolineatura particolare: indica un precoce coinvolgimento della nuova religio nel governo vescovile. A ci si aggiunga che stando ad un documento del 1223 il vescovo don alla comunit di San Marco, a rimedio della sua anima e di quella dei predecessori, una domus eretta nei pressi della loro chiesa16. Del resto linteresse e lattenzione da parte della Chiesa locale verso le sperimentazioni religiose poste in
13 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, doc. XI, 1197 gennaio 30, coll. 630-633. 14 ASMn, AG, b. 3281, 1204 settembre 24. 15 Larchivio capitolare, n. LII, 1219 settembre 29 e ottobre 4. 16 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, coll. 639, doc. XVII, 1223 maggio 23; latto rogato in capitulo ecclesie beati Marci presenti Secatore da San Martino, don Nicol de Aliunciis, Girardo da Reggio, Delavanzo del fu Inverardo, Bonaventura di Alberto de Orlenda, Bontempo Malfaxius commorantibus in loco Sancti Marci. Tale documento edito anche in Cenci, Le Clarisse cit., doc. n. 1.

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essere dal laicato emerso gi allorch s fatto cenno alla fraternitas raccoltasi sul finire del secolo XII presso San Cataldo. Il propositum dei fratres e delle sorores, laici e chierici, che la componevano lo si visto venne riconosciuto dal vescovo Sigfredo, il cui intervento deve essere inteso s come segno della volont di istituzionalizzare quellesperienza, ma anche quale espressione del sostegno accordato. Lintervento del vescovo Sigfredo sembrerebbe essere proteso ad incoraggiare quella forma di vita comune adatta ai nuovi impulsi religiosi del periodo che in ambito locale trover piena manifestazione e affermazione nella religio di San Marco, un proposito che egli indirizza verso un esito istituzionale. La stretta vicinanza fra i vertici della Chiesa mantovana e la religio di San Marco non venne meno con gli episcopati successivi. Allordinario diocesano competeva come stato detto la ratifica della nomina del priore delle domus appartenenti alla congregazione17. Vari indizi lasciano intuire che lepiscopio favor il consolidarsi e lampliarsi della base patrimoniale delle varie domus dellordine18. La nuova religio in breve tempo divent per tutta la Chiesa locale un indispensabile
Ricordiamo a titolo desempio latto con il quale il vescovo Iacopo, alla presenza del priore di San Vito, conferm lelezione di don Alberto a priore della domus di San Marco: ASDMn, MV, Registro 9, c. 18r, <1249> febbraio 22 (edito in Appendice documentaria, n. 9). Lo stesso presule poco dopo ratific la nomina del nuovo priore di Santa Maria del Gradaro, Uguccione: ASDMn, MV, Registro 9, c. 20r, <1249> marzo 17. 18 Esemplifichiamo rimandando ad alcuni documenti che costituiscono a nostro parere una concreta spia della volont dei presuli di accrescere il patrimonio delle diverse case della congregazione favorendo lacquisizione di terre vescovili gi assegnate in feudo a laici: ASDMn, MV, Registro 9, c. 24v, <1250> gennaio 24; c. 41v, <1251> febbraio 3; ASDMn, MV, Registro 4, c. 12v, <1252> dicembre 9; c. 30r, <1267> febbraio 21; ASMi, PF, b. 234, 1256 maggio 10; ASMi, PF, b. 234, 1256 agosto 23. Si veda inoltre Larchivio capitolare, n. CXXXI, 1252 dicembre 9; n. CLXXII, 1266 marzo 19.
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punto di riferimento. Nel 1219, ad esempio, il capitolo cattedrale e il monastero di SantAndrea per dirimere una loro lite scelsero non per caso di rimettersi allarbitrato di Ugolino da Bologna canonico di San Marco di Mantova19. Ma ci che importa porre in rilievo e ci che appare essere significativo, che quei rapporti non furono di esclusiva matrice istituzionale, bens di stretta collaborazione. Va posto laccento sul ruolo di strumento che la congregazione marciana svolse nellambito del governo della Chiesa da parte dei vescovi, come illustrano i seguenti riferimenti. Il vescovo Guidotto da Correggio nel 1231 nomin suo vicario in spiritualibus il priore di San Marco assieme a due esponenti del clero cattedrale20. In almeno una occasione il da Correggio ag stando nellospedale di San Marco21. Lo stesso presule si avvalse pure della collaborazione del magister Alberto di San Vito e del confratello Ottobono22. Il priore di questultima domus, Gerardo, una presenza costante in episcopio durante il governo di Iacopo da CastellArquato23. Lo troviamo infatti assai di frequente citato fra i testimoni che presenziavano allattivit del vescovo come, ad esempio, nel 1239 quando assistette ad un atto inerente al recente insediamento delle Clarisse24. Gerardo spesso menzionato assieme al confratello Pietro degli
19 Larchivio capitolare, n. LI, 1219 settembre 8 e 15; n. LII, 1219 settembre 29 e ottobre 4. 20 ASDMn, MV, Registro 2, c. 57r, <1231 dicembre 13>. 21 ASDMn, MV, Registro 2, c. 86r, <1232> maggio 24. 22 ASDMn, MV, Registro 2, c. 88v, 1232 giugno 7. 23 Il vescovo Iacopo ag stando in quadam domo fratrum ecclesie Sancti Viti de Mantua: ASDMn, MV, Registro 3, c. 39v, <1240> ottobre 6, e <1240> ottobre 14; c. 45r, <1240> ottobre 15. 24 ASDMn, MV, Registro 9, c. 7v, 1239 gennaio 8 (edito in Appendice documentaria, n. 5/a); c. 19r, <1249> marzo 4; c. 20v, <1249> aprile 10.

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Obizzoni25, destinato a subentrargli nella carica di priore della ecclesia dei Santi Giovanni e Vito26. Cos come dato riscontrare al seguito del presule pure alcuni confratelli della domus di San Marco, del cui priore savvalse nel governo della sua Chiesa27. Ancora: nel 1237 il vescovo gli commise dindagare sulla elezione del nuovo arciprete da parte del clero della pieve di San Pietro di Castellucchio che doveva essere riunito in capitolo28. Il priore Ambrogio assolse tale incarico e ratific la nomina29. Presso San Vito attestata la presenza del vescovo Martino30, a fianco del quale non raro riscontrare membri della domus di Santo Spirito31. Non solo: il vescovo Martino, secondo quanto afferma Ireneo Aff, sarebbe stato sepolto nella chiesa di San Marco alla quale avrebbe destinato la sua ricca biblioteca32. Anticipiamo inoltre che uno dei tre membri della commissione pontificia nominata per la celebrazione del processo di canonizzazione di Giovanni Bono era il priore di San Marco. E proprio nella chiesa di San Marco nel 1251 prese avvio lindagine sulla santit di quel frate eremita33. Ebbene, vedremo meglio oltre che quel processo fu tenacemente sostenuto dai vescovi di Mantova che intesero fare della devozione verso quel frate eremita un culto civico e un veicolo di propaganda
ASDMn, MV, Registro 9, c. 18r, <1239> febbraio 22. ASDMn, MV, Registro 9, c. 27r, <1239> aprile 11. 27 ASDMn, MV, Registro 3, c. 11r, <1238> maggio 17. 28 ASDMn, MV, Registro 3, c. 4v, <1237> dicembre 18 (edito in Appendice documentaria, n. 4). 29 ASDMn, MV, Registro 3, c. 5r, <1237> dicembre 18: in quadam domo ecclesie Sancti Marchi. 30 ASDMn, MV, Registro 4, c. 4v, <1252> settembre 7. 31 Si veda ASMi, PF, b. 224, n. 228, 1268 marzo 28, dove fra i testimoni presenti viene citato il priore della domus di Santo Spirito Martino e il confratello Giovanni. 32 Aff, Memorie istorico-critiche cit., p. 40; DArco, Studi intorno al municipio cit., VII, p. 43. 33 Cfr. infra, cap.VII.
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dellideologia di cui erano portatori. Anche in questo caso, dunque, il coinvolgimento di San Marco deve essere interpretato come segno del pieno coinvolgimento della religio mantovana nel governo vescovile. Pi duna traccia concorre quindi a riannodare le fila degli stretti legami che dovettero sussistere fra la religio mantovana e le strutture di vertice della Chiesa locale, accomunate dalla condivisione degli stessi orientamenti religiosi e politici in stretta aderenza alle istanze del papato, un orizzonte entro il quale vanno collocate pure le scelte politiche della citt di Mantova34. Del resto la stretta aderenza della congregazione mantovana alle istanze del papato e la sua collaborazione con i rappresentanti pontifici in Lombardia trova precisi riscontri sin dai tempi della legazione di Ugolino dOstia il futuro Gregorio IX35 , il quale, soprattutto durante la sua permanenza a Mantova, ebbe contatti con alcuni canonici di San Marco36. Negli anni Cinquanta la comunit canonicale, gravata dalla paupertatis sarcina le sue terre erano state rese sterili dalle guerre con grandi difficolt accoglieva la moltitudine degli esuli politici dellordine che col trovavano rifugio a facie Ezelini de Romano, come si narra in una lettera pontificia del 125637. A quello stesso anno risale un importante documento del comune mantovano ove si evoca lattacco alla citt da parte dellesercito di Ezzelino da Romano e dei suoi fautori perfidi heretici et hostibus ecclesie , esercito che bruciando i raccolti e
Vaini, Dal comune cit., pp. 185-190. Capitani, Gregorio IX cit., pp. 363-380; Id., Gregorio IX cit., pp. 268-275. 36 I registri dei cardinali, n. XXIII, 1221 luglio 20; n. XXXVII, 1221 luglio 22; n. XXXXV, 1221 agosto 2. Cfr. Alberzoni, Le armi del legato cit., p. 217, nota 114. 37 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, col. 644, n. XXIII, 1256 maggio 20. Documento segnalato da De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., p. 442.
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sradicando le viti giunse sino alla porta cittadina de Aquadrucio, nei pressi della quale erano ubicate le chiese di San Bartolomeo e San Tommaso che assieme ad altri edifici religiosi subirono gravi danni38. Ebbene, non lungi da quelle appena citate era sita anche la chiesa di San Marco: la situazione di grave crisi evocata nella citata lettera corrispondeva dunque alla realt delle cose. La citt di Mantova lo si visto era divenuta punto dappoggio per la pars Ecclesiae e luogo di raccolta per i transfughi della Marca veronese-trevigiana. In tale contesto pu trovare ragione il rinnovo dellesenzione da ogni imposta concessa a San Marco nellormai lontano 1199 da parte del podest e del consiglio cittadino nellanno 125139. 3. Dalla fraternitas alla religio La chiesa di San Marco risulta essere gi eretta nel 1199. Nellestate di quellanno, nel palazzo del comune, presente il vescovo Enrico, il podest di Mantova, che agisce con il consenso del consiglio cittadino rappresentato da una quarantina di uomini fra i quali figura il gi citato Iacopo Antelmi, su richiesta di prete Alberto concede alla chiesa di San Marco lesenzione da ogni imposta40. Si deve attendere il 1206 per poter disporre di un ulteriore riferimento documentario. Si tratta dellatto con il quale Marchesia, vedova di Uguccione Avvocati, aliena un terreno posto nella localit Monticelli in favore dellospedale di San Marco rappresentato

38 ASMn, AG, b. 1, n. 36, 1256 dicembre 16; in copia autentica del 1290. 39 ASMi, PF, b. 234, n. 21, 1252 febbraio 6. 40 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, coll. 633634, doc. XII, 1199 luglio 23; Regesto mantovano, n. 646, 1199 luglio 23. Cfr. P.F. Kehr, Italia pontificia, VII, Berlino, 1923, pp. 317-318.

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dallhospitalerius Acorsino41. Un cenno merita la circostanza che ad essere entrata in contatto con lente sia una donna, vedova di un esponente di una importante famiglia cittadina, gli Avvocati42. trascorso un decennio dalla donazione del 1197, e ora, dopo lattestazione della chiesa, appare nelle fonti, e per la prima volta, lospedale di San Marco, ospedale intento ad acquisire immobili siti nella localit dovera sorto, secondo un progetto evidentemente teso a consolidare e ampliare in quellarea la sua presenza patrimoniale ovvero il suo insediamento. Nellatto di vendita lospedale agisce attraverso un suo rappresentante, segno di una gi consolidata organizzazione interna. Ma ad eccezione di Acorsino nessun altro appartenente alla comunit viene citato. Il 18 gennaio 120743 Innocenzo III44, rivolgendosi a prete Alberto, gratificato dal titolo di magister, e ai fratres di San Marco, concede la sua protezione alla comunit di San Marco che di l innanzi adotter la regola dei canonici di Santa Maria di Porto di Ravenna con alcune varianti corrispondenti al modus vivendi proprio della fraternitas mantovana45. Con lapprovazione pontificia non vennero infatti meno quelli che ne costituivano i tratti peculiari, e fra questi il carattere di comunit mista con la separazione delle case degli uomini e delle donne che avrebbero per continuato a condividere il servizio ospedaliero; ma soprattutto si mantenne la predicazione, originario scopo della comunit mantovana46. Ai sacerdoti, in particolare, si
ASMn, AG, b. 3307, n. 3, 1206 ottobre 6; edito in Gardoni, Domus seu religio cit., doc. n. 1. 42 Relativamente a questo gruppo parentale si veda Torelli, Un comune cittadino cit., pp. 142-152. 43 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, coll. 635638, doc. XIV, 1207 gennaio 18. 44 Maleczek, Innocenzo III cit., pp. 419-434. 45 Maccarrone, Riforme cit., p. 295. 46 Maccarrone, Riforme cit., p. 296.
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attribu la prerogativa di predicare, su richiesta, nella citt e nella diocesi: si tratta di una interessante concessione che anticipa la costituzione dei predicatori diocesani sancita nel IV Concilio lateranense47. Quella della predicazione una attivit che stante la carenza di fonti specifiche non possibile ricostruire e che quindi non possiamo essere certi che sia stata effettivamente esercitata. Non possiamo peraltro non mettere in risalto i risvolti pastorali che una simile prerogativa implicava. Una importanza che assume un rilievo del tutto specifico se si tiene conto della collaborazione fra i canonici di San Marco e i presuli locali, i quali, possiamo supporre, di certo avrebbero potuto avvalersene. Ancora: una importanza tanto pi rilevante se posta in relazione con le pi tarde decisioni in materia assunte nel concilio del 1215. La regola di Innocenzo III viene confermata da Onorio III (1219)48, il quale vi apporta alcune modifiche che non obliterano il diritto alla predicazione, diritto che verr meno con Gregorio IX49. Il passaggio della comunit di San Marco dal grado di fraternitas a quello di religio va posto in relazione con i legami intercorsi fra il papa e prete Alberto, nei confronti del quale il pontefice ebbe modo di manifestare piena fiducia, cos come mostr di nutrire un interesse del tutto particolare verso la comunit da lui guidata. In essa, infatti, Innocenzo III individu un valido mezzo per
Maccarrone, Riforme cit., p. 297. Per la norma conciliare: Conciliorum cumenicorum Decreta cit., pp. 239-240. Si veda ora G. Rossetti, La pastorale nel IV Lateranense, in La pastorale della Chiesa in Occidente dallet ottoniana al concilio Lateranense IV. Atti della XV Settimana internazionale di studio (Mendola, 27-31 agosto 2001), Milano, 2004, pp. 197-222. 48 G.B. Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, III, Verona, 1750, pp. 265-271, 1219 ottobre 19; Regesta pontificum romanorum, a cura di A. Potthast, II, Graz, 1957, n. 6134. 49 Per tutto ci che riguarda questa e le successive modifiche alla regola aspetto sul quale non intendiamo qui soffermarci si rimanda a Vaini, Dal comune cit., pp. 86-87.
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lirradiazione dei suoi disegni di riforma nellarea padana, come gli sviluppi successivi vi faremo cenno oltre autorizzano a ritenere50. Di prete Alberto sappiamo poco51. I dati biografici in nostro possesso sono tuttaltro che abbondanti. Priva di fondamento appare essere la sua supposta appartenenza alla famiglia Spinola52. Prima della fondazione di San Marco lo si narra nel gi citato documento del 119753 prete Alberto visse presso il monastero cittadino di SantAndrea al quale non era legato da alcun specifico vincolo. Alberto aveva bens stretto un accordo con labate in base al quale egli avrebbe potuto, a suo piacimento, recarsi liberamente presso qualsiasi locus religioso. E con s avrebbe potuto portare anche i suoi libri. Un indizio, questultimo, rivelatore della sua familiarit con i libri ma non solo: offre la possibilit di supporre che egli avesse conseguito una formazione culturale di qualche rilievo. Ma quel che merita dessere posto nel giusto risalto soprattutto il contenuto del patto stretto fra Alberto e labate di SantAndrea. I privilegi concessi ad Alberto indurrebbero a fare dellabate non un mero spettatore passivo del rinnovamento religioso in atto, ma un protagonista attivo. Laltro aspetto sul quale pare opportuno insistere la possibilit e la volont di prete Alberto non tanto di recarsi nei diversi luoghi religiosi per visitarli quanto piuttosto per abitarvi: con s avrebbe portato i suoi libri. V da chiedersi ma solo una ipotesi se tali strumenti non possano essere rapportati ad una qualche sua attivit di predicazione.
50 Si veda quanto a proposito del rapporto fra Innocenzo III e le nuove forme di vita religiosa si osserva in Miccoli, La storia religiosa cit., p. 681; Alberzoni, Gli strumenti cit., p. 81. 51 Di assai scarsa utilit S. Tramontin, Alberto da Mantova, in Dizionario degli Istituti di perfezione, I, Roma, 1974, col. 464. 52 Vaini, Dal comune cit., p. 124, nota 134. 53 Mittarelli, Costadoni, Annales camaldulenses, IV, doc. XI, 1197 gennaio 30, coll. 630-633.

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Alberto parrebbe essere stato animato da ideali di vita religiosa che non si riconoscevano in alcuna forma tradizionale. Questa sua caratteristica lo rese attento al manifestarsi del fervore religioso di quei laici che in lui poterono trovare un sicuro punto di riferimento. Se il suo coinvolgimento nella nascita e nello sviluppo dell esperienza religiosa di quel gruppo misto che si dedic allassistenza ospedaliera presso San Cataldo appare essere incerto, nessun dubbio pu essere espresso in merito alla sua posizione di guida dei fratres e delle sorores che costituirono la comunit di San Marco. A prete Alberto venne donato il terreno destinato allerezione della chiesa di San Marco. su richiesta di prete Alberto che il comune esent San Marco dalla corresponsione di ogni contribuzione fiscale. E a prete Alberto che in tale occasione, merita dessere posto in rilievo, compare con il titolo di magister Innocenzo III indirizz la bolla di approvazione della comunit della quale aveva verosimilmente assunto la direzione. Si supposto che prete Alberto si sia recato in curia nel 1205, forse proprio per ottenere il riconoscimento apostolico della comunit di San Marco54. Fu forse in quella occasione che il pontefice ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarne lopera di riforma della vita religiosa che aveva attuato in Mantova. Da allora Alberto collabor con Innocenzo III divenendone uno strumento attraverso il quale il papa pot intervenire nella vita di molte Chiese locali del Nord55. Dalla Qualiter et quando del 29 gennaio 1206, si ha notizia che prete Alberto, Lotario vescovo di Vercelli e Gerardo da Sesso abate di Tiglieto da qualche tempo erano stati incaricati di provvedere allo stato di alcune Chiese in difficolt anche a motivo dellazione dei loro pastori nei confronti dei quali essi erano stati chiamati ad
M.P. Alberzoni, Giacomo di Rondineto: contributo per una biografia, in Sulle tracce degli Umiliati cit., pp. 117-162, p 135. 55 Maccarrone, Riforme cit., pp. 294-295.
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intervenire56. E in tali azioni i tre visitatores non avrebbero mancato di adoperarsi contro leretica pravit57. Nellambito delle diverse missioni pontificie prete Alberto risulta aver operato a Novara, Ivrea, Asti, Verona, Milano, Piacenza e Trento58. Dopo il 1207 egli parrebbe non aver ricoperto nessun altro incarico per conto del pontefice59. Le doti di mediatore e di pacificatore ascritte ad Alberto consentono di attribuirgli un posto di rilievo anche nelle vicende sociali e politiche di alcune citt padane: nel 1204 avrebbe portato la pace fra le opposte fazioni di Ravenna; lanno successivo fra Bolognesi e Modenesi; nel 1207 sarebbe intervenuto a Faenza60. Da quellanno prete Alberto sembra scomparire dalla documentazione: non si conosce con precisione a quando risalga la morte (collocata dalla tradizione storiografica fra il 1210 ed il 1214), morte intervenuta cos stato scritto dopo un periodo di malattia, nel corso della quale avrebbe dato prova della sua santit61. 4. La rapida affermazione A breve distanza dalla nascita della religio di San Marco si assiste ad un rapido diffondersi delle sue case in un ambito appena pi che regionale ma che costituiva unarea nevralgica di inquietudini religiose e di malessere ereticale nellItalia settentrionale62. Basti in
Alberzoni, Gli strumenti cit., pp. 82, 87. Alberzoni, Gli strumenti cit., p. 90. 58 Alberzoni, Gli strumenti cit., pp. 99-100. 59 Alberzoni, Gli strumenti cit., p. 100. 60 Donesmondi, Dellistoria cit., pp. 266-267; Alberzoni, Gli strumenti cit., p. 99. 61 Donesmondi, Dellistoria cit., pp. 269-270; Tramontin, Alberto da Mantova cit., col. 464; Alberzoni, Gli strumenti cit., p. 100. 62 Rigon, La santa nobile cit., p. 70.
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merito qualche essenziale riferimento. Tra le prime fondazioni che aderirono al nuovo ordine vanno annoverati Santo Spirito di Verona63 e la Domus Religionis veteris di Parma64. Nella citata bolla del 1219 di Onorio III, vengono elencate sei sedi65. In una lettera di papa Alessandro IV del 1261 se ne menzionano 1466. E altrettante furono le case rappresentate ad un capitolo generale tenutosi nella primavera di anni dopo67.
63 De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., p. 428 nota 54: in Verona appartennero alla congregazione di San Marco, anche San Leonardo in Donico, Santa Maria Maddalena, San Martino dAvesa e, forse, San Gabriele. 64 Romagnoli, La Domus Religionis veteris cit., p. 97. 65 Documento citato supra, nota 49; alle case di San Marco, di Santo Spirito di Verona e di quella parmense, seguono quelle di SantEusebio di Sarego (Vicenza), Santa Perpetua di Faenza, Santa Maria de Castro Ycerino Veronensis diocesis. 66 Reg.Al.IV, 1953, n. 3232, 1261 febbraio 14: San Marco di Mantova, Santo Spirito di Verona, domus religionis de Parma, Santa Perpetua de Faventia, SantEusebio di Serego, San Tommaso di Vicenza, San Vito di Mantova, Santa Maria Vergine di Venezia, Santa Trinit di Modena, San Bartolomeo di Vicenza, SantApollinare de Gambara, Santa Pelagia di Cremona, SantAntonio di Conegliano, San Leonardo di Verona. 67 Biancolini, Notizie storiche cit., p. 262, 1263 maggio 29. S.A. Maffei, Gli Annali di Mantova, Tortona, 1675, d notizia di un capitolo riunitosi nel 1299 che vide la partecipazione di 16 case: San Marco di Mantova, la Religione di Parma, Santo Spirito di Verona, SantEusebio di Seratico, San Tommaso di Vicenza, San Giovanni e Vito di Mantova, San Pietro e Marcellino di Brescia, SantAntonio di Corredano, Santa Trinit di Modena, San Bartolomeo di Vicenza, San Leonardo di Verona, San Belagio di Cremona. Appare opportuno segnalare che tra le carte del monastero mantovano di SantAndrea si conservato un documento rogato a Verona, nella chiesa di San Leonardo in Donico, dove nel 1279 si era radunato il capitolo generale dellOrdine di San Marco. L, presenti il priore di Santo Spirito di Verona, quello di San Leonardo e un frate di San Tommaso di Vicenza, davanti ai visitatores dellOrdine di San Marco Lanfranco priore di San Marco e frate Alberto da Suzzara de domo veteris religionis de Parma si presentano Pietro, Giovannino e Giacomino della domus di Santo Spirito di Reggio, che ottengono lassoluzione dalla scomunica in cui erano incorsi, promettendo che avrebbero impedito quod domus Sancti Spiritus de Regio ab obedientia ordinis

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Tale diffusione fu senza dubbio sorretta e promossa oltre che dalla novitas di cui la religio era portatrice, dal clima politico e dallazione di alcuni uomini di Chiesa di rilievo. quanto emerge in particolare per Verona e per le altre citt della Marca veronese-trevigiana grazie a recenti studi. A queste ricerche va il merito daver dato il giusto risalto a personaggi quali prete Alberto, priore di Santo Spirito di Verona. Egli, presente nei momenti di maggior dinamismo della vita religiosa non solo locale, guid il primo insediamento della congregazione mantovana in Verona68. Nel 1223 Onorio III lo chiam a far parte della commissione incaricata dindagare sulla santit di Giovanni Cacciafronte vescovo di Vicenza69. In questa citt prete Alberto fu presente ad atti inerenti al monastero di San Tommaso che entr nella congregazione mantovana70. Con lui era presente il padovano Giordano Forzat, altro prestigioso esponente della vita religiosa veneta, anchegli per nulla estraneo agli ambienti legati ai canonici di San Marco e allineato su posizioni antiezzeliniane71. Ricordiamo inoltre che il priore di Santo Spirito fu padre spirituale della beata Beatrice dEste, della quale scrisse la Vita che anche unesaltazione degli Estensi fedeli allortodossia cattolica, devoti alla sede apostolica72. Si deve altres far parola del fatto che Alberto Sancti Spiritus Verone, assieme ad Ugo confratello di San Marco, presenzi nel palazzo vescovile di Mantova ad un atto del vescovo Pellizzario73; unattestazione che consente di conoscere
Sancti Marchi separetur (Larchivio del monastero, n. CCXXX, 1279 novembre 16). 68 De Sandre Gasparini, Breve storia di un prete veronese cit., p. 119. 69 Rigon, La santa nobile cit., p. 84. 70 Rigon, La santa nobile cit., pp. 71-72. 71 Rigon, Religione e politica al tempo dei da Romano cit., pp. 389-414. 72 Rigon, La santa nobile cit., p. 87. 73 ASDMn, MV, Registro 2, c. 6r, <1230> febbraio 12.

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lesistenza di contatti diretti fra il prete veronese, la domus di San Marco e i vertici della Chiesa mantovana. Converr inoltre far qui menzione di un altro prete veronese, Pace74, animatore della comunit raccoltasi presso la chiesa di San Leonardo in Donico che nel 1236, proprio quando il priore di Santo Spirito era visitatore dellordine mantovano, adott la regola di San Marco75. Questi brevi accenni lasciano appena intravedere lesistenza di una interessante rete di rapporti fra uomini e istituzioni, uomini legati fra loro dalla condivisione di ideali comuni. Quegli uomini sembrano trovare un giusto referente in San Marco, una religione nuova che di quegli stessi ideali era promotrice. Ideali opportuno ribadirlo sostenuti anche dai vescovi che in quegli anni ressero la Chiesa mantovana. Si appena fatto riferimento alla casa dEste76. Ebbene, recenti indagini pongono in luce la sussistenza di stretti nessi tra laffermazione e la diffusione della congregazione di San Marco e la pars Ecclesiae, partito che nelle citt della Marca di fatto sidentific con gli Estensi ed in generale con tutti i nemici di Ezzelino da Romano. A Verona con le case dei canonici di San Marco ed in particolare con Santo Spirito e con il suo priore Alberto77 entrarono in contatto esponenti di famiglie aderenti allo sconfitto partito dei conti78. Una
Su questo personaggio allievo di quel prete Gualimberto parroco di San Vitale che funse da punto di riferimento per iniziative religiose vicine alla religio di San Marco si veda De Sandre Gasparini, Movimenti evangelici a Verona cit., p. 31; Ead., Lassistenza cit., pp. 94, 108-113; Ead., Ezzelino e la Chiesa veronese cit., p. 427; Ead., Breve storia di un prete veronese cit., p. 128. 75 Rigon, La santa nobile cit., p. 73. 76 A. Castagnetti, Profilo dei marchesi estensi (secoli XI-XIII), in Studi di storia per Luigi Ambrosoli, Verona, 1993, pp. 1-5. 77 Rigon, La santa nobile cit., p. 78. Anche San Leonardo di Verona costitu un punto di riferimento dellopposizione a Ezzelino: De Sandre Gasparini, Lassistenza cit., p. 113. 78 De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., pp. 430 e 440; Ead., La vita religiosa cit., p. 85.
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situazione del tutto analoga a quella veronese stata rilevata a Vicenza79. Non sar quindi a questo punto superfluo anticipare che Mantova citt assai partecipe delle vicende politiche che connotarono la Marca veronese-trevigiana80 , nellet di Federico II funse da centro di raccolta delle forze avverse ad Ezzelino e che in essa trovarono accoglienza ecclesiastici in fuga dalla vicina Verona81. Da quanto sia pur brevemente esposto emerge appare necessario ribadirlo una trama di relazioni imperniata sullordine di San Marco che unisce ideali, uomini, enti: una trama ove gli ideali religiosi e politici si saldano. Si impone cos alla nostra attenzione uninteressante e suggestiva pista dindagine che andr adeguatamente riconsiderata in tutta la sua complessit in altra occasione. Nel giugno 120782 viene stipulata una permuta fra Boso Poltroni e Acursio e Pietro cortelerius conversi, missi et servientes della domus ospitalis di San Marco che si precisa essere sita allesterno del borgo della citt, nel luogo detto Monticelli. Oggetto della permuta sono due terreni ubicati nella stessa zona in cui lente sorgeva; in quel modo lospedale pot ottenere il controllo di un immobile confinante con altre sue propriet. In un documento notarile redatto a pochi mesi di distanza dalla approvazione della religio torna dunque ad essere
S. Bortolami, Los baronos ab cui el estava. Feudalit e politica nella Marca Trevigiana ai tempi di Sordello, Cultura neolatina 60 (2000), pp. 1-43, p. 29. 80 Basti qui accennare al fatto che nel 1239 Mantova venne compresa entro la Marca: A. Castagnetti, Le citt cit., p. 29. 81 Il pensiero va soprattutto ai vescovi di Verona Iacopo da Breganze e Gerardo Cossadoca: G.M. Varanini, La Chiesa veronese nella prima et scaligera. Bonincontro arciprete del capitolo (12731295) e vescovo (1296-1298), Padova, 1988, pp. 14-15; De Sandre Gasparini, Ezzelino e la Chiesa veronese cit., pp. 415, 422, 434, 437. 82 ASMn, AG, b. 302, n. 629, 1207 giugno 2; edito in Gardoni, Domus seu religio cit., doc. n. 2.
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attestato lospedale di San Marco. Importa rilevare soprattutto che latto di permuta apre uno squarcio sulla composizione della comunit: a nome dellente vediamo agire due conversi con le funzioni di messi e servitori dellospedale, ovvero due laici religiosi83. Va inoltre segnalato che, come abbiamo visto essere accaduto nel 1206, ad entrare in contatto con San Marco ancora una volta lesponente di una famiglia cittadina di rilievo: i Poltroni84. Quella su cui ci siamo appena soffermati una delle rare apparizioni documentarie della domus di San Marco di Mantova risalenti ai primi anni del Duecento sino ad ora reperite; altre saranno citate nel corso delle pagine successive. Tuttavia, pur nella penuria di documenti e nonostante le varie problematiche connesse con la tradizione documentaria aspetto cui si fatto cenno sopra , gi allo stato attuale delle ricerche, le referenze documentarie che andremo utilizzando offrono interessanti spunti per gettare luce, ad esempio, sugli spazi in cui si articolava il complesso di San Marco85; sulla organizzazione e composizione della comunit qua e l emergono infatti i nomi dei priori, di confratelli e conversi ; sulla propriet fondiaria e sulla sua amministrazione86; sullimpegno dei fratres nella

D. Rando, Laici religiosi, n laici n religiosi, in Ead., Religione e politica nella Marca cit., pp. 29-76. 84 Torelli, Un comune cittadino cit., pp. 218-239; G. Gardoni, Fra torri e magnae domus. Famiglie e spazi urbani a Mantova (secoli XII-XIII), Verona, 2008, pp. 170-172. 85 Sia qui sufficiente esemplificare ricordando che nel 1219 un membro della congregazione agisce stando intra circuitum ecclesie Sancti Marci predicte ubi dicitur Scole: Larchivio capitolare, n. LII, 1219 settembre 29 e ottobre 4. 86 Nel 1263, ad esempio, agisce frate Osberto massarius domus et fratrum Sancti Marchi Mantue: Larchivio capitolare, n. CLX, 1263 marzo 27. Tre anni dopo sar attivo Ugolino di San Marco massarius eclesie et conventus Sancti Marci de Mantua: Larchivio capitolare, n. CLXXIII, 1266 settembre 1.

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lavorazione della lana87. Tali domande dovranno essere estese anche alle altre domus della congregazione, la cui rete andrebbe adeguatamente ricostruita. Meriterebbe dessere vagliata lattivit dei visitatores dellordine88. Ancora: una attenzione specifica dovrebbe essere riservata alla componente femminile, a quelle sorores che allo stato attuale delle conoscenze con fatica emergono dalle carte darchivio. Ma tali aspetti potranno essere adeguatamente affrontati e vagliati solo nellambito di uno specifico studio dinsieme della congregazione di San Marco che prenda in esame tutte le aree di diffusione e quindi tutta la rete degli insediamenti della religio. E meritevoli di ulteriori supplementi dindagine paiono essere pure le singole domus afferenti alla congregazione presenti nella citt di Mantova, le cui vicende attendono ancora dessere illuminate da puntuali indagini. La storiografia ha accertato appartenere alla religio quattro enti cittadini Santa Maria del Gradaro,
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Relativamente a tale aspetto, per Mantova, disponiamo di informazioni frammentarie e alquanto tarde. Nel 1273 un atto di ultima volont rogato in curtivo domus lane Sancti Marci: ASMn, OC, b. 7, 1273 agosto 17. Nel 1293 in corso un contenzioso fra i fratres della domus di Santa Maria del Gradaro e un altro membro della stessa comunit mercator olim et minister lanificii domus eiusdem: ASMi, PF, b. 252, 1293 aprile 4. La lavorazione della lana documentata per la domus di San Tommaso di Vicenza come appare dai documenti del 1221 e del 1228 menzionati in L. Bolcati, F. Lomastro Tognato, Una religio nova nel Duecento vicentino: gli Umiliati della citt e del contado (sec. XIII), in Religiones novae cit., pp. 149-179: p. 174, nota 59; e da quello citato in A. Rigon, Dal Libro alla folla. Antonio di Padova e il francescanesimo medioevale, Roma, 2002, p. 159, nota 56, del 26 agosto 1236. Sullattivit manifatturiera esercitata presso il citato monastero vicentino si soffermato A. Rigon, Ordini mendicanti e politica territoriale urbana dei comuni nellItalia centro-settentrionale, in Gli ordini mendicanti in Val dElsa, Atti del Convegno di studio (Colle Val dElsa - Poggibonsi San Giminiano, 6-8 giugno 1996), Castelfiorentino, 2000, pp. 215231: pp. 223-226. 88 Di essi v menzione, ad esempio, in documenti segnalati supra, nota 67.

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San Vito, San Matteo, Santo Spirito89 ai quali saranno da affiancare qualche altro caso dubbio relativo sia alla citt sia al contado. Vediamoli. La ecclesia e collegium di Santa Maria de Cretario inizia ad essere attestata a partire dagli anni Venti del secolo90. Nel 1230, presente fra gli altri frate Ugone di San Marco, il vescovo Pellizzario conferma a Clara prelata prefate ecclesie una precedente donazione91. Le prime attestazioni inducono a intravedere la presenza in Santa Maria di una comunit femminile guidata da una donna; una donna gratificata si noti dal titolo, forse non del tutto usuale, di prelata ecclesie. Ma una impressione che va corretta. Nel 1233 il vescovo Guidotto da Correggio investe prete Pietro priore di Santa Maria del Gradaro dellospedale di Santa Maria del Mincio attribuendogli la facolt di nomina e rimozione di chierici e conversi pur conservandone la soggezione allepiscopio92. Negli anni Cinquanta il priore Uguccione agir a nome sia dei frati che delle suore93. Ne deriva che presso Santa Maria del Gradaro era insediata una comunit mista di uomini e donne, laici e chierici. La fondazione della domus di San Vito va collocata quantomeno fra gli anni Venti e Trenta del secolo XIII94, e di non molto posteriore dovette essere pure quella di
Brunelli, Diocesi cit., p. 45. G. Severini, Il convento di Santa Maria del Gradaro di Mantova tra il 1224 e il 1454, Libri e documenti 8 (1982), pp. 3765: pp. 37 e 56. 91 G. Pecorari, Santa Maria del Gradaro. Le famiglie religiose e gli edifici, Mantova, 1966, doc. n. 1, 1230 marzo 17. 92 ASMi, PF, b. 252, 1233 luglio 4. 93 Si veda la documentazione segnalata in Severini, Il convento cit., p. 37; Vaini, Dal comune cit., p. 87. 94 Tra le prime attestazioni si ricorda ASDMn, MV, Registro 2, c. 19r, <1231 agosto 14>; c. 88v, <1232> giugno 5: nella prima il magister Alberto di San Vito citato in veste di testimone; nella seconda lo stesso priore assieme al confratello Ottobono e al priore di San Marco sono incaricati di sovrintendere allelezione del nuovo abate del monastero mantovano di San Ruffino.
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San Matteo95. Si deve spendere qualche parola sulla sua ubicazione: nelle vicinanze della cattedrale96, e non nel borgo di San Giorgio, come si soliti indicare97. Una vicinanza fisica al centro episcopale che trova riscontro negli stretti legami intercorsi fra i vescovi e la stessa domus, come annoteremo oltre. Piuttosto tarda collocabile fra gli anni Cinquanta e Sessanta sarebbe invece la fondazione di Santo Spirito, ubicato come San Marco nella zona chiamata Monticelli, scarsamente documentato per tutto il Duecento98. Agli anni Trenta risalgono le prime attestazioni di un gruppo di sorores presso la chiesa di San Paolo di Bagnolo. La natura di questa comunit sfugge. Ne ignoriamo le origini, quantunque appaia lecito collocarle in un periodo anteriore al suo affiorare nella documentazione (1238). Si potrebbe essere tentati dal porle in relazione con quel gruppetto di dominae con le quali la comunit di San Marco era in lite nel settembre del 123299. Il relativo documento, che attesta lintervento dellordinario diocesano, non permette di conoscere n i motivi della vertenza n lesito. Nonostante tale carenza di conoscenze possibile individuare una stretta vicinanza fra le sorores di San Paolo e la domus di San Marco. Nel 1238 tre sorores di San Paolo si recarono
95 ASDMn, MV, Registro 9, c. 29v, <1251> dicembre 7 (edito in Appendice documentaria, n. 10). 96 Nel 1273 un atto rogato in domibus fratrum Sancti Viti que sunt penes portas maioris canonice, dove in quel momento abitava lesule abate di San Zeno di Verona Pietro (ASMn, AG, b. 10, 1273 febbraio 10). Cfr. Varanini, Monasteri e citt nel Duecento cit., p. XXXVIII, nota 132. 97 Pecorari, Santa Maria del Gradaro cit., p. 8; Brunelli, Diocesi cit., p. 45. 98 R. Capuzzo, Ritmi di fede e di vita quotidiana attorno alla chiesa di Santo Spirito. Il monastero, la comunit conventuale, lambiente religioso cittadino, in La chiesa di Santo Spirito in Mantova, a cura di R. Signorini, Mantova, 2003, pp. 9-34, a p. 20 indica quale probabile periodo della fondazione gli anni 1261-1266. 99 ASDMn, MV, Registro 2, c. 98r, <1232 settembre 27>; c. 98v, <1232> ottobre 1.

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presso il vescovo Iacopo perorando la conferma dellelezione a loro priore di frate Rodolfo di San Marco100. Nel luglio del 1244 lo stesso presule provvide alla nomina di prete Pietro a priore e rettore della chiesa e del convento delle sorores di San Paolo di Bagnolo, fatti salvi, nel caso in cui detto convento diventasse maschile, i privilegi concessi dal suo predecessore Enrico101 . Sullo scorcio del 1245102 , presenti alcuni canonici ed altri ragguardevoli personaggi, il medesimo vescovo concede al gi citato priore Pietro, a nome di tutte le sorores, la facolt di erigere una chiesa in un appezzamento posto nella contrada Fiera seu nundinarum di Mantova, presso la quale essi avrebbero potuto trasferirsi103. Ma tanto su questultimo aspetto quanto sulle successive vicende della comunit femminile di San Paolo nulla sappiamo. Vi unaltra comunit, questa volta di uomini e donne dediti allassistenza, che potrebbe essere ricondotta nellalveo della congregazione di San Marco. Nellagosto del 1231104 sono documentati quattro laici impegnati nella gestione dellospedale infirmorum de Aquadrucio allorch il da Correggio provvide a nominare un loro rettore nella persona di frate Pietro Aonis Eliche. Nello stesso giorno, ma in curia predicti hospitalis, frate Giovanni e le sorores Agnese e Beatrice giurarono obbedienza tanto al presule quanto al rettore. La prima attestazione dellesistenza di questa comunit si scorge, come spesso avviene, in un atto di ultima volont, risalente allanno 1208105. In esso gli infirmi de
ASDMn, MV, Registro 3, c. 6v, <1238> gennaio 12. Tale documento edito in Pecorari, Santa Maria del Gradaro cit., doc. n. II. 101 ASDMn, MV, Registro 3, c. 105r, <1244> luglio 9. 102 ASDMn, MV, Registro 3, c. 120r, <1245 dicembre 6>. Il documento edito in Pecorari, Santa Maria del Gradaro cit., doc. n. III. 103 Vaini, Dal comune cit., p. 87. 104 ASDMn, MV, Registro 2, c. 20r, <1231> agosto 29. 105 ASMn, AG, b. 302, n. 664, 1208 marzo 21.
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Aquadutilo sono beneficiati con alcuni appezzamenti di terreno. In quel gruppo di uomini e donne dediti allassistenza degli infirmi raccolti nelle vicinanze di una porta della citt, saremmo tentati dindividuare gli stessi promotori di quellopera assistenziale che dovette sin l essere dotata di fluidit ed autonomia. Lintervento del vescovo parrebbe prestarsi, infatti, ad essere inteso quale precisa volont di esercitare unazione di controllo sullevoluzione del gruppo verso forme istituzionalizzate, individuando nella congregazione dei canonici di San Marco come si pu sospettare se non altro dalla compresenza di fratres e sorores un ben preciso referente. Del resto il proposito dellepiscopio di convogliare enti ospedalieri verso la congregazione di San Marco emerso gi con la considerazione del citato caso di Santa Maria del Mincio. 5. I rapporti con i fedeli Tra i tratti caratterizzanti la religio di San Marco vi lattenzione verso la inquietudine religiosa del laicato. Del resto la prima comunit di San Marco era costituita lo si gi mostrato da un gruppo di laici di entrambi i sessi. E proprio in tale apertura, che accomuna le case della congregazione, si pu intravedere uno dei motivi della loro diffusione106 . Ma soprattutto una sensibilit che si allinea con lanalogo atteggiamento assunto dai vescovi negli stessi anni, tanto da indurre a ritenere che, dati gli stretti legami fra i vescovi e la domus di San Marco, sia un orientamento che rientra nel pi ampio programma di governo della Chiesa, un programma nella cui attuazione come si gi avuto modo di accennare, i canonici di San Marco furono pienamente coinvolti. Nelle pagine precedenti abbiamo gi detto che la chiesa di San Marco divenne punto di riferimento per
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Rigon, Penitenti e laici devoti cit., pp. 56-59.

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alcuni laici devoti: sin dal 1223 sono documentati sei uomini morantes in loco Sancti Marci107 . Si anche avuto modo di riferire dellaffiorare tra le carte darchivio di alcuni fratres coniugati in stretti rapporti con la nuova religio108 . In questi uomini della penitenza in maggioranza esponenti di famiglie non prive di rilievo, lo ricordiamo sono da individuare i principali protagonisti di numerose intraprese religiose nei primi decenni del Duecento. Ma anche su tali aspetti ci siamo ampiamente soffermati sopra. Vale la pena ora di richiamare alla mente il noto privilegio del 1252 con il quale Innocenzo IV dichiar immuni dal servizio militare, dalle cariche pubbliche, dal pagamento di dazi e collette i fratres de penitentia che vengono detti calendarii ecclesie Sancti Marci Mantue, forse perch col erano soliti riunirsi al principio di ogni mese109. Quanto brevemente esposto costituisce uneloquente indizio dellincidenza della religio mantovana sulla vita religiosa del tempo ed in particolare sugli orientamenti religiosi dei laici. Alla conoscenza di tale specifico aspetto contribuisce proficuamente lo studio degli atti testamentari. Vediamone qualche esempio. Al marzo del 1208110 risalgono le ultime volont di un ragguardevole cittadino, Zenello di Enrico Anzuli111, messe per iscritto in segrestia Sancti Marchi, alla presenza di tre preti, un diacono e tre suddiaconi della domus. Il testatore, in procinto di recarsi in pellegrinaggio a Roma, dispone delle sue non modeste sostanze destinando alcuni lasciti ad enti ecclesiastici e
Cenci, Le Clarisse cit., pp. 4-5. Per quanto attiene ai penitenti mantovani si veda qui il cap. VI. 108 Rammentiamo, senza pretesa desaustivit, la comparsa in atti vescovili di Giovanni de Turre frater coniugatus; di Giovanni Gatta fratrum coniugatorum e di frate Alberto eiusdem ordinis de Verona: ASDMn, MV, Registro 2, c. 90r, <1232> giugno 13; c. 92r, <1232> giugno 29; c. 112r, <1232 dicembre 19>. 109 Meerssemann, Dossier cit., p. 64, nota a. 110 ASMn, AG, b. 302, n. 664, 1208 marzo 21. 111 Torelli, Un comune cittadino cit., p. 203.
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assistenziali fra i quali compare lospedale di San Marco. Notiamo che questo testamento, collocandosi a pochi mesi di distanza dalla approvazione di Innocenzo III, consente di evidenziare la rapida presa sulla religiosit del laicato cittadino, e soprattutto sugli strati pi elevati della societ. Di qualche decennio posteriori sono invece tutti gli altri esempi di cui allo stato attuale della ricerca possiamo avvalerci. Nel 1250, il gi ricordato Vivaldo Gambolini dett il suo testamento stando nella domus ecclesie di San Marco, presenti, con altri, il priore di Santa Maria de Credario Uguccione, frate Manuele chierico di San Marco e tre conversi. Tra gli enti destinatari della sua carit troviamo tutte le principali domus mantovane della congregazione: San Marco, Santa Maria del Gradaro, San Vito e San Matteo112. Presso il convento dei fratres di San Marco chiese dessere sepolto Moretto de Callorosis113 che nelle sue ultime volont benefic, fra gli altri, i conventi di Santa Maria del Gradaro e di San Vito114. Va rilevato che il testatore aveva una figlia, Margherita, chera soror in San Marco. A Margherita il padre lasci una somma di denaro, denaro che dopo la di lei morte avrebbe dovuto essere devoluto alle sorores Sancti Marci. Non meno significativo che il preposito della cattedrale Giovanni Gonzaga nel momento della dettatura delle sue disposizioni testamentarie risulti risiedere in canonica Sancti Marci super solarium115 . E stando nel cortile domus lane di San Marco fece testamento nel 1273116 Egidio del fu Girardo di Oderico. Tale testamento riveste un rilievo particolare perch fornisce anche qualche
112 ASMi, PF, b. 223, n. 5, 1250 aprile 21. Cfr. Cenci, Le Clarisse cit., pp. 20-21. 113 Sulla importante famiglia cittadina dei Calorosi si veda Torelli, Un comune cittadino cit., pp. 240-246; Gardoni, Fra torri e magnae domus cit., pp. 172-175. 114 ASMn, AG, b. 304 bis, 1260 gennaio 12. 115 Larchivio capitolare, n. CLV, 1260 marzo 24. 116 ASMn, OC, b. 7, 1273 agosto 17.

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interessante ragguaglio sulle strutture in cui il complesso del convento di San Marco doveva articolarsi. Destinatari di specifici legati furono infatti la sagrestia, la infirmaria di San Marco, la infirmaria sororum Sancti Marci, la domus ospitalis Sancti Marci e la domus Sancti Marci. Ma ad illuminare maggiormente linfluenza che la religio mantovana esercit sui fedeli, concorrono due suggestivi ed interessanti esempi di itinerari personali: luno ha per protagonista un giudice cittadino, Iacopo de Scanio, laltro una coppia di sposi del contado, i de Valentinis. Del giudice Iacopo de Scanio117 sappiamo ancora poco: conosciamo il nome della moglie, Remengarda118 , e di uno dei figli, Bosone119 . Egli partecip attivamente alla vita politica della citt: nel 1225 rivest infatti la carica di console di giustizia del comune di Mantova120 . Ma la documentazione disponibile ne evidenzia soprattutto la vicinanza allepiscopio a partire dalla fine degli anni Venti quando appare in veste di teste ad atti del vescovo Pellizzario121. Egli fu procuratore e sindaco di Guidotto da Correggio assieme al quale figura con una certa frequenza122. E sempre nella veste di testimone ad
117 Allo stato attuale delle conoscenze possiamo solo supporre chegli possa essere posto in rapporto con il notaio Giacomino Scanii parolarii che sottoscrive un documento del 1219 (Larchivio capitolare, n. LI, 1219 settembre 8 e 15). 118 Nellatto in cui il giudice Alberto de Greco funge da suo procuratore in una vendita di beni, Remengarda viene detta filia quondam domini Bosonis Conradi Bosonis (ASDMn, MV, Registro 9, c. 28r, <1249> agosto 18). 119 Nel 1247 un atto viene rogato in domo filiorum domini Iacobi iudicis de Scanio (Larchivio del monastero, n. CLXXX, 1247 novembre 23. Bosone, che si qualifica figlio di frate Iacopo de Scanio, compare in ASMi, PF, b. 234, 1251 dicembre 4. 120 ASMn, AG, b. 303, 1225 dicembre 16. 121 ASDMn, MV, Registro 2, c. 1r, 1229 ottobre 31; c. 2v, 1229 novembre 30. 122 ASDMn, MV, Registro 2, c. 18r, <1231> luglio 5; c. 20r, <1231> agosto 29; c. 22v, <1231 giugno 26>; c. 23r, <1231> giugno 26; c. 23r, <1231> luglio 3; c. 40v, <1231> novembre 11; c. 41r,

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atti vescovili ricompare durante i primi anni di episcopato di Iacopo da CastellArquato123. In quel torno di tempo devessere collocata la sua decisione dabbracciare la religio di San Marco. Dal 1243124, infatti, Iacopo de Scanio continuer s ad essere citato nella documentazione vescovile, ma come frater ordinis Sancti Marchi de Mantua125. Come tale lo vediamo presenziare a momenti di non scarso rilievo per la vita della congregazione: al gi citato atto con il quale alle sorores di San Paolo di Bagnolo concessa la facolt di trasferirsi in citt, alle nomine dei priori di San Marco126 e di Santa Maria del Gradaro127, ad esempio. Remengarda, che viene detta uxor fratris Iacobi de Scanio, dopo lingresso in religione del marito provvide ad alienare i beni da lui tenuti in feudo dallepiscopio128 . Occorre sottolineare che procuratore di Remengarda in tali frangenti il frate penitente Bonaventura del fu Giovanni di Rainerio; mentre in altra occasione ella sar rappresentata da frate Iacopo Trivoli, il quale provveder a cedere al priore di San Marco Alberto un terreno il cui

<1231> novembre 18; c. 52v, <1231> dicembre 7; c. 56v, <1231 dicembre 13>; c. 78r, <1232> aprile 24; c. 90v, <1232> giugno 22; c. 98r, <1232> settembre 27; c. 101v, <1232 ottobre 16>. 123 ASDMn, MV, Registro 3, c. 13v, <1238 giugno 21>; c. 43v, <1240> luglio 2; c. 45v, <1240> ottobre 27; c. 59r, 1242 marzo 29; c. 64v, <1242> giugno 4; c. 66v, <1242> agosto 16; c. 73v, <1242 dicembre 23>. 124 ASDMn, MV, Registro 3, c. 81r, <1243> aprile 29. 125 Senza pretesa di completezza ricordiamo fra le successive attestazioni: ASDMn, MV, Registro 3, c. 105r, <1243 maggio 30>; c. 108r, 1245 gennaio 20; c. 115v, <1245> luglio 8; c. 120r, <1245 dicembre 6>. ASDMn, MV, Registro 9, c. 18r, <1249> febbraio 22 (edito in Appendice documentaria, n. 9); c. 18v, <1249> marzo 3; c. 19r, <1249> marzo 5; c. 20r, <1249> marzo 15; c. 26v, <1249> marzo 23; c. 26v, <1250> marzo 24; c. 40r <1251> dicembre 29. 126 ASDMn, MV, Registro 9, c. 18r, <1249> febbraio 22 (edito in Appendice documentaria, n. 9); c. 18v, <1249> marzo 3. 127 ASDMn, MV, Registro 9, c. 20r, <1249> marzo 17. 128 ASDMn, MV, Registro 9, c. 19r, <1249> marzo 3.

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dominio eminente spettava allepiscopio129. Ebbene, i citati procuratori sono esponenti di quella cerchia di frati penitenti cui s fatto cenno sopra130, circostanza da non reputare casuale. Ne consegue che possibile intuire come lorizzonte entro cui la decisione assunta dal giudice Iacopo matur fosse costituito proprio da quellambiente di laici devoti che ruotava attorno alla religio di San Marco chegli con ogni probabilit abbracci senza abbandonare il suo status di laico. Procediamo ora con il secondo caso. Nel dicembre del 1251131 , comparirono nel palazzo vescovile due coniugi: Valentino de Valentinis e Iacopa, abitanti nel villaggio di Bagnolo132. Davanti al vescovo Iacopo da CastellArquato, entrambi, reciprocamente, assolsero il coniuge dal debito carnale concedendogli di entrare nella religio e nella regula di San Matteo. Entrambi, nel promettere di mantenere fede a quella regola, professarono i voti di castit, obbedienza e povert. Il vescovo interpose allora la sua autorit, ed acconsent al loro ingresso in quella religio. Si tratta di un chiaro esempio di oblazione di due coniugi che assieme decidono di abbracciare uno stato di vita religioso scegliendo di condurre di l in poi unesistenza modellata sulla regola che si osservava presso San Matteo, ovvero in una domus appartenente alla congregazione di San Marco. Siamo, ancora una volta dunque, nellalveo della religio mantovana.
ASDMn, MV, Registro 9, c. 27v, <1249 giugno 3>. Lo stesso procuratore di Remengarda agir anche qualche tempo dopo: ASDMn, MV, Registro 9, c. 28r, <1249> agosto 18. 130 Cenci, Le Clarisse cit., p. 5, ove viene fatto riferimento ai due personaggi citati nel testo. 131 ASDMn, MV, Registro 9, c. 29v, <1251> dicembre 7 (edito in Appendice documentaria, n. 10). 132 Appare opportuno segnalare che Valentino de Valentinis de Bagnolo figura nella documentazione episcopale quale locatario di terre vescovili site nel territorio di provenienza: ASDMn, MV, Registro 3, c. 59r, <1242 marzo 29>; c. 60r, <1242 aprile 5>.
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Orbene, gli ultimi esempi addotti ci riconducono alle radici della congregazione di San Marco, ovvero a quel bisogno religioso proprio del laicato che anim la prima fraternitas di San Marco: un piccolo gruppo di laici, uomini e donne, guidati da prete Alberto. Negli ideali che li muovevano e nelle istanze di riforma di cui erano portatori, non meno delle connessioni con Innocenzo III con il quale prete Alberto collabor attivamente, possiamo individuare gli elementi che ne favorirono il passaggio al grado di religio. Una religione nuova che si diffuse in breve tempo e oltrepassando gli angusti confini diocesani diede vita ad una rete di insediamenti di non scarso rilievo. San Marco, divenne insomma il perno della vita religiosa di ampi strati del laicato mantovano. E ci fu possibile grazie al sostegno ricevuto dalle gerarchie ecclesiastiche locali e non. Le indicazioni raccolte in queste pagine, per quanto non certo esaustive, ne evidenziano la presa della congregazione marciana sulla societ ma anche sulle istituzioni. San Marco fu punto di riferimento e di raccordo di gran parte se non di tutte le novit religiose della citt di Mantova e del suo territorio. I vertici della Chiesa locale individuarono nei membri della congregazione dei fidati collaboratori: veri coadiutores episcoporum nel governo della loro Chiesa. Attorno alla religio di San Marco si costitu una trama di relazioni di ampio respiro, che combinava ideali spirituali e civici unendo gli uomini che in quegli ideali si riconoscevano. Essa rappresent un forte elemento di identit e di coesione politica. Ci emerge in modo particolare in rapporto agli anni centrali del secolo, durante gli episcopati di Iacopo e di Martino, quando la Chiesa locale e il comune cittadino erano allineati con il papato e in aperto contrasto con Ezzelino e con quanti lo sostenevano. In quei frangenti Mantova e il convento di San Marco divennero come si ricorder luogo di

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rifugio per molti esuli della pars Ecclesiae provenienti dalla vicina Marca veronese.

CAPITOLO VI. LA DOMANDA RELIGIOSA DEI LAICI 1. Laici religiosi In uno studio apparso negli anni Sessanta del Novecento Cesare Cenci richiam lattenzione su di un gruppo di laici penitenti mantovani ponendo in rilievo che il territorio mantovano tra il 1220 e il 1250 ferve di spirito religioso1. Sul tema tornato in tempi pi recenti Antonio Rigon, che ha collocato il caso mantovano nel pi ampio contesto della vita religiosa dellepoca2. Le vicende di quegli uomini meritano dessere qui riconsiderate, giacch essi rappresentano la manifestazione, forse la pi eloquente, di quel laboratorio religioso scaturito dalle tensioni spirituali che animarono, qui come altrove, il laicato devoto. Ma bene porlo in rilievo sin dora di quelle tensioni religiose, come in parte s gi visto, i fratres della penitenza non furono i soli protagonisti, ch molte altre furono le esperienze religiose poste in essere. Guarderemo infatti anche allassistenza ospedaliera e ad altre forme di vita religiosa. Verso queste diverse esperienze non mancarono di prestare attenzione i pastori della Chiesa locale. Tale attenzione sinscrive nellambito del loro pi ampio disegno di governo, e come tale va interpretata. Ci si dovr
Cenci, Le Clarisse cit., p. 6. Per quanto attiene ai penitenti in generale sia qui sufficiente rimandare a J. Leclercq, Penitenza, in Dizionario degli istituti di perfezione, 6, Roma, 1980, pp. 1383-1392; Il movimento francescano della penitenza nella societ medioevale, a cura di M. Dalatri, Atti del III Convegno di Studi Francescani (Padova, 25-27 settembre 1979), Roma, 1980; a G. Casagrande, Religiosit penitenziale e citt al tempo dei comuni, Roma, 1995, pp. 75-76, e alla vasta bibliografia ivi citata. 2 A. Rigon, Penitenti e laici devoti fra mondo monasticocanonicale e ordini mendicanti: qualche esempio in area veneta e mantovana, Ricerche di storia sociale e religiosa, 17-18 (1980), pp. 51-73.
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allora chiedere innanzitutto quale fu latteggiamento dei presuli mantovani nei confronti di una societ religiosamente assai vitale, aperta alle novit religiose, ovvero come interagirono i vescovi con quegli uomini e quelle donne, e a quali esiti tali relazioni approdarono. Nel 12233 vediamo dimorare nel locus di San Marco sei laici il dominus Feratore di San Martino, il dominus Nicol de Aliunciis, Girardo da Reggio, Delavanzo del fu Inverardo, Bonaventura di Alberto de Orlenda, Bontempo Malfaxio che nulla impedisce di reputare laici, i quali si erano stabiliti presso San Marco, ovvero presso la sede principale della omonima congregazione mantovana sorta allalba del secolo XIII con il concorso lo si vedr di un gruppo di laici. una relazione che rivela un legame pregno di significato. In quelloccasione essi assistettero ad un atto che dava espressione al fervore religioso di un altro laico, Zambonino Ruffini che intendeva farsi promotore della nascita di un nuovo ente religioso affidandone lerezione ad un frate di San Marco. Nessuno di quegli uomini apparir pi nella documentazione superstite. Viene da chiedersi chi erano quegli uomini e quale era lo stato di vita da essi abbracciato. Nulla in proposito permette di dire con certezza il documento in cui compaiono, se non di indovinarne come detto la vicinanza alla nuova religio mantovana. Si pu solo legittimamente sospettare che essi fossero dei penitenti. Tale ipotesi parrebbe trovare conferma nel fatto che la domus di San Marco costituir a lungo un punto di riferimento per i penitenti mantovani. Giover a questo punto porre nel giusto risalto che le prime episodiche ma esplicite comparse di laici penitenti risalgono agli anni in cui la Chiesa mantovana retta dal vescovo Guidotto da Correggio. Si tratta di una comparsa tuttaltro che consistente ma non per questo poco signifi3

Cenci, Le Clarisse cit., n. 1, 1223 maggio 23.

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cativa. Giovanni de Turre appare qualificato come frater coniugatus fra i testi ad atti del presule nel giugno del 12324. Qualche giorno pi tardi lo stesso frater ricever dal presule lincarico di sottoporre a controllo le rendite del monastero di San Ruffino5, segno della esistenza fra i due di stretti legami che scaturiscono nella collaborazione del frater alla gestione della Chiesa. Ad uno degli atti test utilizzati presenzia anche frate Alberto eiusdem ordinis de Verona6: elemento significativo questo, che richiama, oltre allesistenza di legami fra le due comunit di penitenti, i molteplici vincoli che legavano in quel torno di tempo le citt di Mantova e di Verona. Nello stesso periodo fra gli astanti a documenti vescovili viene citato Giovanni Gatta fratrum coniugatorum7. Pace da Garda frater penitentiae figura nel 12398 fra coloro che presenziano alla nomina di un amministratore delle Clarisse da parte di Gregorio da Montelongo. In anni successivi altri penitenti figurano sempre in atti vescovili: Zanello de Turre9; il conte Manuele di San Martino10; Bonaventura di Giovanni di Rainerio11, il quaASDMn, MV, Registro 2, c. 90r, <1232> giugno 13; c. 90v, <1232 giugno 22>. 5 ASDMn, MV, Registro 2, c. 92r, <1232> giugno 29. 6 ASDMn, MV, Registro 2, c. 92r, <1232> giugno 29. 7 ASDMn, MV, Registro 2, c. 112r, <1232 dicembre 19>. 8 Appendice documentaria, n. 5. 9 ASDMn, MV, Registro 9, c. 7v, <1239> gennaio 9: Zanello de Turre frater penitencie citato fra i testi. Rileviamo che pochi giorni dopo Zanello ricompare nella documentazione vescovile ma non viene pi connotato come frate della penitenza: ASDMn, MV, Registro 9, c. 8r, <1239 gennaio 16>. Nel 1251 egli risulta essere gi defunto allorch compare il figlio Ziliolo che si qualifica per lappunto figlio del defunto Zanello de Turre: ASDMn, MV, Registro 9, c. 43r, <1251 marzo 11>. 10 ASDMn, MV, Registro 3, c. 37v, <1239 novembre 30>: il vescovo Martino lo investe del suo retto feudo esentandolo dal prestargli giuramento di fedelt propter fraternitatem Sancti Marchi cui ipse atendit. attestato come frate della penitenza in ASDMn, MV, Registro 3, c. 120r, <1245> dicembre 6 (edito in Appendice documentaria, n. 7).
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le in un documento nel quale agisce il frater Iacopino Trivoli attestato assieme al frater Mantovano del fu Alberto Burtici12. A Trumanno de Monziis viene concesso di non giurare13 fedelt al vescovo propter ordinem penitentie quod ipse gerebat14. Nel maggio del 1252 Innocenzo IV come noto dichiar immuni dal servizio militare, dalle cariche pubbliche, dal pagamento di dazi e collette i fratres de penitentia che vengono detti calendarii ecclesie Sancti Marci Mantue15. Quei fratres non vanno identificati con i canonici e nemmeno con i conversi dellente, bens con dei laici penitenti che abitavano in domibus propriis pur essendo sottoposti al governo dei canonici di San Marco ove, forse, si riunivano allinizio di ogni mese, donde il nome di calendarii16. Viene cos confermata la stretta vicinanza dei penitenti mantovani alla congregazione marciana, per i quali evidentemente costitu un importante punto di riferimento ma che dovette anche costituire per la Chiesa locale un valido strumento di controllo nei confronti di quei laici devoti.

ASDMn, MV, Registro 3, c. 120r. <1245> dicembre 6 (edito in Appendice documentaria, n. 7); ASDMn, MV, Registro 4, c. 41v e r, <1251> febbraio 3; ASDMn, MV, Registro 9, c. 18v, <1249> marzo 3; c. 24r, <1250> gennaio 13; c. 42r, <1251> febbraio 3. Nel 1247 lo troviamo citato assieme ad un altro penitente di cui ci occuperemo diffusamente nelle pagine successive, Vivaldo Gambolini: ASDMn, MV, Registro 9, c. 14v, <1247> maggio 22. 12 ASDMn, MV, Registro 4, c. 6v, <1252 ottobre 12>. 13 Sembra opportuno richiamare lattenzione sullastensione dal giuramento da parte di questo penitente, conformemente a quanto previsto nel memoriale dei Penitenti (G.G. Meersseman, Dossier de lordre de la pnitence au XIII sicle, Fribourg, 1961, p. 101). Per tale problematica si vedano le indicazioni fornite da M.T. Brolis, Quibus fuit remissum sacramentum. Il rifiuto di giurare presso gli umiliati, in Sulle tracce degli umiliati, a cura di M.P. Alberzoni, A. Ambrosioni, A. Lucioni, Milano, 1997, pp. 251-266. 14 ASDMn, MV, Registro 3, c. 49v, <1241 febbraio 11>. 15 Meersseman, Dossier cit., p. 64, nota a. 16 Rigon, Penitenti e laici devoti cit., p. 56.

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Dalla documentazione disponibile emerge un gruppo di penitenti composto in larga parte da personaggi non privi di un certo rilievo sociale. Il dominus Giovanni Gatta un cittadino proprietario di terre da lui date in feudo17. Egli pochi mesi prima dessere attestato come frater coniugatus, compare in funzione di testimone in un atto vescovile18. I Trivoli19, i Mozzi20 e i de Turre21 sono famiglie importanti della Mantova comunale. In particolare Giovanni della Torre, un miles cittadino22, fu console di giustizia nel 121923; negli anni successivi risulta essere pienamente inserito negli ambienti episcopali24. E nel palazzo vescovile si incontra di frequente il dominus Bonaventura del fu Giovanni Rainerio25, il quale nellestate del 1232 fra coloro che a nome del vescovo Guidotto si incaricano della custodia di alcuni ostaggi nellambito di un importante accordo di natura politica26. Gi queste prime comparse sembrano dunque introdurci in una particolare nicchia di frati penitenti appartenenti alla lite cittadina. La connotazione dei penitenti mantovani appare insomma di alto livello si pensi anche alla inconsueta presenza fra essi di un comes, ben diversa, dunque, da

ASMn, AG, b. 303, 1226 marzo 9. ASDM, MV, Registro 2, c. 74r, 1232 maggio 2. 19 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 204-207. 20 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 247-248. 21 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 168-169. 22 eletto a rappresentare i milites in un atto del 1232: ASDMn, MV, Registro 2, c. 62r, <1232> gennaio 14. 23 ASMn, AG, b. 303, 1219 gennaio 30. 24 ASDMn, MV, Registro 2, c. 2v, <1230> febbraio 10; c. 7v, <1230> febbraio 16; c. 8r, <1230> febbraio 23; c. 9r, <1230 marzo 1>; c. 10v, <1230> marzo 21; c. 31r, <1231> ottobre 21; c. 36v, <1231> novembre 2; c. 43r, <1231 novembre 22>; c. 52r, <1231> dicembre 6; c. 73v, <1232> marzo 20; c. 88v, <1232 giugno 5>. 25 ASDMn, MV, Registro 2, c. 3v, 1229 dicembre 11; c. 10v, <1230 marzo 21>; 12r, <1230> maggio 7; 29v, <1231> agosto 30; ASDMn, MV, Registro 3, c. 30r, <1239> ottobre 6; c. 37v, <1239 novembre 30>; c. 60r, <1242> aprile 26; 26 ASDMn, MV, Registro 2, c. 96r, <1232> luglio 31.
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quella riscontrata, per esempio, nella vicina Verona27. V di pi. Molti di essi si distinguono per lappartenere a quel milieu di uomini che frequentano con una certa frequenza il palazzo vescovile. Fra coloro che nei primi decenni del secolo XIII costituirono i pi assidui frequentatori della residenza dei vescovi, con i quali collabor attivamente, va ricordato Raimondo de Agalono. Possiamo ricostruire, sia pure a grandi linee, i momenti salienti della sua esistenza: ad un primo periodo, che si colloca fra gli anni Venti e Trenta, contraddistinto dalla sua attivit in favore dei presuli28, ne segue uno marcato dalla sua conversione. I primi segnali di tale cambiamento possono essere colti nel riscontrarne la presenza nel 1237 a Brescia, dove assiste alla donazione al legato apostolico cardinale Rainaldo dOstia29, di un terreno destinato alla fondazione del primo insediamento della Clarisse a Mantova30. Ebbene, due anni pi tardi, lo stesso cardinale nominer Raimondo de Agalono, che ora viene qualificato frater de poenitentia procuratore, nunzio, attore e difensore della domus religionis dellordine di San Damiano di Assisi, da poco eretta nella localit Teieto di Mantova31. Raimondo, dunque, sul finire degli anni Trenta assunse lo stato di vita proprio del penitente. V da porre nel giusto rilievo che il suo cambiamento di vita parrebbe essere strettamente collegato alla presenza damianita, il cui insediamento venne promosso da Zambonino Ruffini, personaggio che
G. De Sandre Gasparini, Per la storia dei penitenti a Verona nel secolo XIII. Primi contributi, in Il movimento francescano della penitenza cit., pp. 257-283. 28 Su di lui si vedano le notizie raccolte in Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 402-403. 29 Su Rinaldo da Jenne (1227-1245), cardinale dOstia, uno dei pi attivi collaboratori di Gregorio IX, si veda Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 41-60. 30 ASMi, PF, b. 224, n. 212, 1237 luglio 9; Cenci, Le Clarisse cit., n. 2. Raimondo viene citato fra i testi di un altro atto attinente alle Clarisse: ASMi, PF, b. 252, 1238 luglio 5. 31 Appendice documentaria, n. 5.
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abbiamo gi incontrato e sul quale avremo di nuovo occasione di soffermarci. Raimondo era dunque pienamente inserito in quel fervente mondo di laici devoti di cui ci stiamo occupando. Vi di pi: quegli atti tradiscono lindubbio prestigio che il nostro personaggio, di certo grazie alla sua precedente frequentazione della curia vescovile, godeva presso la gerarchia ecclesiastica. E nel contempo evidenzia i suoi collegamenti oltre che con il movimento religioso laicale anche con le Clarisse e con i seguaci di Francesco come si desume dal trovarlo citato nel 1242 assieme ad un gruppetto di frati minori ad un atto rogato nella chiesa del monastero di San Francesco de Teieto32. Gli anni Trenta dovettero dunque imprimere una svolta nella vita di Raimondo: in quel torno di tempo che deve essere collocata la sua conversione che lo port a farsi penitente e a prendere parte attivamente alla vita religiosa dellepoca. La sua scelta non lo port ad agire in solitudine, fuori dal mondo, bens ad agire da protagonista in imprese di notevole importanza in stretto collegamento non solo con i vertici della Chiesa locale e finanche con influenti personaggi della curia romana. Sottolineiamo poi la sua vicinanza al nuovo stanziamento delle Clarisse in posizione di rilievo, una vicinanza che si protrarr negli anni a venire: nel 1248 presente in veste di testimone ad un atto rogato alla finestra del parlatorio del monastero33; nel 1257 uno dei testi menzionati in una donazione di Vivaldo Gambolini destinata alle sue due figlie clarisse34. N i suoi legami con lepiscopio vennero meno, come sembra indicare la sua presenza al fianco del vescovo Martino35. Fra i membri della curia dei vassalli episcopali radunata nel 1252 che ottengono dal vescovo il rinnovo della loro investitura viene elencato Zuliano fi32 33

Cenci, Le Clarisse cit., n. 4, 1242 maggio 17. Cenci, Le Clarisse cit., n. 7, 1248 luglio 1. 34 Cenci, Le Clarisse cit., pp. 21-22. 35 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, 1252 luglio 27.

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glio del dominus Raimondo de Agalono: egli agisce a nome del padre ita quod feudum in religionem non deveniat. In tal modo, evidente, la famiglia poteva continuare a mantenere il controllo del bene avuto in feudo, ma evidente pure come i fratres de penitentia fossero oramai del tutto assimilati al potere ecclesiale. Non si pu inoltre escludere che la scelta di vita attuata da Raimondo possa aver influenzato altri membri della sua stessa famiglia: potrebbe non essere casuale lattestazione in quello stesso torno di tempo del frate minore Giovanni de Agalono36. Allo stato attuale delle conoscenze si pu dire ben poco di pi; certo che i penitenti emersi dalla documentazione qui utilizzata sono nella quasi totalit dei casi esponenti di ragguardevoli famiglie cittadine. Non solo. Come il caso di Raimondo de Agalono ha permesso di evidenziare, essi si caratterizzano per la loro stretta familiarit con lepiscopio. Pare opportuno allora insistere su tale legame che parrebbe costituirne un tratto distintivo. Quegli uomini sono inseriti in una trama di relazioni il cui polo di riferimento sembra essere proprio lepiscopio. Raimondo de Agalono e Giovanni de Turre prima di apparire come frati della penitenza sono contemporaneamente presenti al fianco dei vescovi37. Ci non pu essere interpretato come una semplice casualit, anche se pu essere intesa come una distorsione dovuta alla documentazione utilizzata proveniente in
Cenci, Le Clarisse cit., n. 4, 1242 maggio 17. Bastino pochi esempi: ASDMn, MV, Registro 1, c. 7r, <1230> febbraio 16; poniamo laccento sul fatto che latto rogato non in citt ma presso Castel San Pietro, ne consegue che i due personaggi seguivano il presule anche nei suoi spostamenti allinterno della diocesi. In altra occasione Giovanni de Turre appare assieme a Zambonino de Ruffino: ASDMn, MV, Registro 2, c. 88v, <1232 giugno 5>. Bonaventura del fu Giovanni Rainerio presenzia ad un atto del conte Manuele di San Martino: ASDMn, MV, Registro 3, c. 37v, <1239 novembre 30>.
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gran parte dallarchivio vescovile. Tuttavia il dato non privo di valore e di interesse. Quanto asserito lascia spazio per intravedere nellambiente vescovile il contesto entro il quale le loro conversioni sono maturate: il palazzo vescovile, animato da uomini di varia provenienza, da presuli attivi in ambito pastorale e attenti al pullulare delle manifestazioni religiose dei laici. Tale sollecitudine emerger con evidenza nelle pagine seguenti, soprattutto in rapporto alla intraprendenza di alcuni laici inquieti. Ma ritorniamo ai legami fra i laici devoti e le Clarisse. Nel 1248 Vivaldo Gambolini e Nicol del fu Rainerio de Malabiolca, a rimedio della loro anima et pro elimosina, donano a Illuminata, badessa del monastero delle Clarisse, un piccolo appezzamento di terreno (mezza biolca) con una domus sita nei pressi del suddetto monastero. Viene posta la condizione che Vivaldo e Nicol, assieme a Zambonino Ruffini e a fra Giovanni di Alberto da Bagnolo vi debbano abitare sino al termine della loro esistenza omnes et singuli, che possano tenervi delle inservienti in habitu religioso. In quella domus non potranno stare in pi di quattro; nel caso in cui qualcuno di essi muoia o si allontani, ammessa la possibilit di sostituzione; allorch tutti i quattro compagni saranno morti, pi nessuno dovr dimorare in quella casa. Ma non potr esservi accolto alcun miles o giudice o qualsiasi altra persona de consimili conditione vel potentia senza il consenso della badessa e del visitatore. Alla badessa e al visitatore affidato pure il controllo disciplinare dei socii. Prima di tutto dobbiamo richiamare lattezione sui quattro uomini che costituirono la comunit: Vivaldo Gambolini, Nicol del fu Rainerio de Malabiolca, Zambonino Ruffini, fra Giovanni di Alberto da Bagnolo. Orbene, la considerazione della loro estrazione sociale induce anche in questo caso a farne i membri di una comunit elitaria. Tutti loro, infatti, appartengono con la sola

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eccezione, forse, del de Malabiolca38 a importanti famiglie: i Gambolini39 e i Ruffini40 sono fra le pi note famiglie cittadine mantovane di et comunale, i da Bagnolo rappresentano invece una famiglia signorile del contado precocemente inurbatasi41. Di Vivaldo Gambolini e Zambonino Ruffini dovremo tornare a parlare diffusamente nel prossimo paragrafo, ma giova sin dora dire che proprio a questultimo va ascritta la stessa fondazione del monastero delle Clarisse42. Va altres ricordato che tanto Vivaldo quanto Zambonino rivestirono labito della penitenza. Delle varie disposizioni dettate per regolare la vita della piccola comunit, merita dessere richiamata lattenzione soprattutto su quella che proibiva laccoglimento di uomini di elevata condizione sociale: milites e giudici, o altre persone di pari potenza. evidente che con tale norma i quattro compagni intendevano impedire lingresso nella comunit di persone della loro stessa condizione sociale. In tal modo essi si garantivano non tanto la gestione esclusiva della domus presso la quale intendevano andare ad abitare, ma soprattutto di esercitare una influenza ed un controllo sulla comunit delle damianite. A tal proposito necessario osservare che dal 1259 la badessa di San Francesco sar Gabriella Ruffini,

Allo stato attuale delle conoscenze non possibile fornire nessunaltra attestazione di Nicol del fu Rainerio de Malabiolca, ma egli certamente da ritenere fratello di quel dominus Alberto di Rainerio de Malabibulca citato per primo fra i testi che nel 1228 presenziarono ad un atto di vendita fra i figli di un predarius e un fornaio, tutti cittadini, avente per oggetto la quinta parte indivisa di due case site nella hora cittadina di Santo Stefano: ASMn, AG, b. 303bis, 1228 giugno 15. Zunta de Malabibulca compare fra i termini di confine di un terreno posto sullIsola di Revere: ASMn, OC, b. 6, n. 93, 1255 gennaio 20. 39 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 268-274. 40 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 61-62. 41 Torelli, Un comune cittadino cit., I, pp. 69-70. 42 Su tale aspetto ci soffermeremo nel paragrafo successivo.

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nipote di Zambonino43. Non solo: Le due figlie di Vivaldo Gambolini entrarono nel monastero delle Clarisse, ente che egli beneficher ampiamente nel suo testamento. V una ulteriore considerazione da svolgere. Il gruppo si sottomette alla badessa e al visitatore cui spetter di vigilare sulla condotta disciplinare della comunit. Latto si conclude con lassenso della badessa Illuminata la quale protestata fuit sibi in omnibus complacere secundum quod superius continetur, ma soprattutto con il riferimento alla presenza di frate Bonaventura de Yseo44, allora visitatore del convento mantovano delle Clarisse, e uomo non inviso, si badi, ad Ezzelino da Romano45. La sua non dovette essere una presenza neutra: pare legittimo sospettare che il dotto e autorevole esponente dellordine dei Minori abbia in qualche modo inciso sulla scelta di Vivaldo e dei suoi compagni. probabile che proprio la sua influenza abbia fatto s che la piccola comunit di laici si sia orientata verso il convento delle sorores damianite: un risultato dellapostolato mendicante? assai probabile. Tuttavia lindirizzo francescano di questi penitenti non deve far dimenticare altre propensioni da essi manifestate, specchio di unappassionata e, in un certo senso inquieta partecipazione dei laici alla vita religiosa46. Da quanto esposto emerge nitidamente la pluralit dei collegamenti intessuti dai frati della penitenza mantovani. Se da un lato appare chiaro come molti di essi gravitassero attorno ai canonici di San Marco, dallaltro non possibile negare uno stretto nesso con i Mendicanti ed
Cenci, Le Clarisse cit., p. 71. C. Vasoli, Bonaventura dIseo, in DBI, 2, Roma, 1969, pp. 635-639. 45 Ricordiamo che fra Bonaventura nellultimo periodo ezzeliniano fu secondo Salimbene de Adam (Cronica cit., p. 805) sapiens et industrius et sagacissimus et homo honeste et sancte vite et dilectus ab Icilino de Romano. 46 Rigon, Penitenti e laici devoti cit., p. 70.
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in particolare con i Minori. Non pu essere un caso che proprio ad un penitente spetti laver dato avvio alla fondazione del primo insediamento damianita in citt; e sono sempre dei frati minori ad essersi insediati come vedremo in unaltra fondazione di un altro penitente, San Giovanni di Portoregrenzo. Ma emerge vale la pena ribadirlo la stretta aderenza con la Chiesa locale, con i vescovi che la ressero. Si potrebbe anzi sospettare che in molti casi sulle loro scelte di vita abbia influito proprio quel singolare milieu di uomini che con essi frequentavano il palazzo del vescovo. Non solo: alcuni di quegli uomini prima di convertirsi risultano aver attivamente collaborato allopera di governo della diocesi. A tale riguardo, a quanto gi detto possiamo aggiungere che, stando ad un documento invero assai tardo, ai fratres a sacchis de penitencia il vescovo Martino da Parma quindi prima del 1268, anno della sua morte avrebbe affidato la chiesa cittadina di San Barnaba47. La notizia, per quanto indiretta ed esile, parrebbe testimoniare in favore dellappoggio accordato a quei fratres dallordinario diocesano. Ma su tale presenza siamo ancora poco informati. utile porre laccento su come a Mantova i frati penitenti compaiano nellinoltrato Duecento, in ritardo rispetto ad altre situazioni. Compaiono, soprattutto, in un periodo di forte disciplinamento e di clericalizzazione dei movimenti religiosi che nei decenni precedenti erano apparsi un crogiolo molto variato e ribollente. Ci potrebbe non essere dovuto solo alla natura e alla provenienza del47 ASDMn, MV, Registro 7, c. 115r, 1339 giugno 6: latto con il quale il vescovo Goffredo Spinola affida alla congregazione dei preti della cattedrale la chiesa di San Barnaba, chiesa che si dice per lappunto essere stata olim datam et consignatam per quondam reverendum patrem dominum Martinum olim episcopi Mantue fratribus a sacchis de penitencia che a quellepoca a causa della loro morte era stata abbandonata. Vale la pena rilevare che stando a certa tradizione storiografica locale di et moderna, la chiesa di San Barnaba sarebbe stata eretta per volere del vescovo Martino nel 1267: P. Bertelli, San Barnaba, in Chiese di conventi soppressi, Mantova, 2004 (= Quaderni di San Lorenzo, 4), pp. 83-116, p. 85.

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la documentazione da noi utilizzata. Sembra essere piuttosto la traccia della rinnovata attenzione che i vertici della Chiesa locale mostrano nei confronti di quel mondo, un mondo da governare. 2. Un laicato inquieto Proseguiamo nel nostro tentativo di seguire lazione di governo dei vescovi nei confronti delle esperienze religiose del laicato mantovano. Lo faremo seguendo le vicende personali di due emblematici personaggi ai quali abbiamo gi fatto riferimento: Zambonino Ruffini e Vivaldo Gambolini. Attraverso questi esempi potremo evidenziare se ed eventualmente come i presuli mantovani seguivano e orientavano e con quali esiti, il dinamismo religioso dei fedeli. Prendiamo le mosse da Zambonino Ruffini. Egli apparteneva, lo ricordiamo, ad una famiglia cittadina dotata di unampia base economica, di case e torri in citt, e attiva in ambito pubblico48. Sia qui sufficiente fare riferimento ad un documento del 121049. Latto attiene ad una contesa originatasi fra alcuni membri della famiglia: da un lato i figli del defunto Corrado (Zambonino e Gabriele), dallaltro le figlie del fu Enrico di Zannebono50, che sappiamo essere stato fratello di Corrado51. Le parti si contendevano beni e ingenti somme di denaro. Lelemento su cui intendiamo richiamare lattenzione il breve ma eloquente profilo di Enrico che viene tratteggiaTorelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 61-62 e 196-197. ASMi, PF, b. 224, n. 171, 1210 settembre 29: latto rogato nella domus di Ottocherius Advocatum. 50 Le figlie del defunto Enrico erano Berta, moglie do Ottocherio Avvocati; Roffina, moglie di Trumannino da Rivalta; e Oliva, a quellepoca gi morta, che aveva sposato Stanziale de Stancialo (cfr. doc. citato alla nota precedente). 51 Torelli, Un comune cittadino cit., II, p. 196.
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to, un profilo che lascia intuire la sua posizione sociale: ipsum fuit arcarium et pluries consulem et potestas plurium villarum et confanonerium comunis Mantue et pluria alia oficia. Torniamo a Zambonino, personaggio per nulla estraneo agli ambienti vescovili52. Una nutrita serie di atti lo mostra intento ad amministrare e ad ampliare il suo non modesto patrimonio terriero in gran parte concentrato nella localit denominata Camposomario53. Orbene, il 23 maggio 1223, in capitulo ecclesie beati Marci, alla presenza di un gruppetto di uomini che col dimoravano, davanti al vescovo Enrico, Zambonino Ruffini dona tutto ci che possiede in Camposomario per fondare un locus religiosus al quale il vescovo Enrico vuole sia dato il nome di Santa Maria Nuova de Camposomario; la realizzazione di tale ente viene affidata a frate Martino di San Marco54. Non risulta che quel proposito si sia concretizzato. Pur tuttavia quella decisione sicura espressione di una precisa scelta da parte di un laico che con piena consapevolezza intende farsi promotore di una nuova fondazione religiosa. Vari sono a nostro parere gli elementi da sottolineare. Innanzitutto lo stretto legame con la religio di San Marco: la donazione rogata in San Marco e a un membro di tale comunit Zambonino affida lattuazione del suo progetto. E significativa soprattutto la presenza del vescovo Enrico, che si mostra cos attento alle sollecitazioni provenienti dal laicato mantovano. La presenza del vescovo e il legame con San Marco indicano la precisa volont della Chiesa locale di seguire e controllare quel mondo, di orientarne gli esiti. Un controllo dal quale potrebbe essere dipesa la mancata realizzazione di quel progetto.
52 ASDMn, MV, Registro 2, c. 16v, <1230> luglio 23; c. 51v, <1231 dicembre 5>; c. 88v, <1232> giugno 5. 53 Cenci, Le Clarisse cit., p. 6. 54 Cenci, Le Clarisse cit., n. 1, 1223 maggio 23.

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Latto del 1223 non rappresenta che una tappa del percorso compiuto da Zambonino, un primo tentativo di dare concretezza ai suoi ideali. Infatti, quasi quindici anni dopo siamo nel luglio del 1237 Zambonino si far artefice di una nuova iniziativa religiosa: questa volta piuttosto significativa e destinata ad incidere notevolmente nel contesto religioso locale. I fatti si svolgono a Brescia, presso la sede episcopale, alla presenza del vescovo Guala. L Zambonino, davanti al legato pontificio Rainaldo dOstia, dona le sue propriet ubicate in Camposomario ad domum religionis aedificandam pauperibus mulieribus ordinis Sancti Damiani de Assisio in praedicto loco de Camposomario vel in alio loco in diocesi mantuana55. La donazione viene accolta dal cardinale a nome della Chiesa romana. Questa nuova iniziativa parrebbe essere la ripresa del progetto abortito quattordici anni prima. In questo caso Zambonino parrebbe trovare appoggio non pi nella Chiesa locale rivolgendosi direttamente al rappresentante del papa. sintomatico il fatto che lazione si svolga a Brescia alla presenza del cardinale Rainaldo il futuro papa Alessandro IV impegnato in quel periodo nello svolgimento della sua legazione papale in Lombardia volta a favorire la pacificazione fra le citt padane e limperatore, che si concluder nellottobre del 123756. Diversamente da quanto accadde con la donazione del 1223, questa volta i propositi di Zambonino si concretizzarono. La sede scelta per il nuovo insediamento non fu per il contado ma la citt: le Clarisse si stabilirono nellimmediata periferia della citt, nel luogo detto Teieto. Fu lo stesso cardinale Rainaldo a porre la prima pietra. Lo si evince da una delle varie lettere che egli, divenuto papa, eman in favore delle Clarisse mantovane, dimostrando nei loro confronti una particolare benevolenza e

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Cenci, Le Clarisse cit., n. 2, 1237 luglio 9. Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., p. 51.

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uno stretto legame le cui radici sono da individuare proprio nel ruolo da lui svolto allepoca della fondazione57. La Chiesa locale non manc di appoggiare il nuovo ente. Il vescovo Iacopo da CastellArquato il 5 luglio 123858, indirizza un diploma dilecto in Cristo filio fratri ambonino de Rufino mantuano civi de vita penitentium. Il presule, dopo aver ricordato la concessione de terra Telieti super dossum prope Meyaretum posita pro construendo monasterio ad honorem beati Francisci ordine pauperum inclusarum ubi iam primarium lapidem fecimus poni, a seguito di una devota petitio rivoltagli dal destinatario, concede allerigendo monastero piena esenzione dalla autorit vescovile tam in spiritualibus quam in temporalibus, riservando alla Chiesa mantovana i diritti della consacrazione della chiesa e degli altari, la benedizione della badessa e delle monache, i sacramenta ecclesiastica. Il presule si riserva inoltre il censo di una libbra di cera allanno da corrispondersi nella ricorrenza di san Pietro dagosto. Il capitolo della cattedrale riunitosi per loccasione i membri vengono singolarmente elencati59 ratifica tale exemptio et libertas che si provvede a munire dei sigilli del vescovo e del capitolo60. Si noti: il vescovo agisce con il consenso dei suoi canonici e si rivolge direttamente al penitente frate Zambonino Ruffini61. Il presule attorniato da numerosi suoi collaboratori62. la Chiesa mantovana tutta, dunque,

Cenci, Le Clarisse cit., pp. 13-14. ASMi, PF, b. 252, 1238 luglio 5; in copia autentica coeva. 59 Vale la pena riportarne i nomi: Giovanni de Gonzaga prepositus, prete Iacopo, prete Tommaso, prete Compagnone, prete Ramo, Azzo Bussus, Filippo da Saviola, Ubaldo da Rivalta, Otto Bonacolsi. 60 Cenci, Le Clarisse cit., p. 8; Alberzoni, Lordine cit., nota 91. 61 Zannebono de Rofino frate della penitenza citato fra i testi in un atto del presule Martino: ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, <1252>giugno 26. 62 Li elenchiamo: il giudice Guglielmo da Campitello, Uberto canonico di San Michele di Parma, Bellando cappellano vescovile, Guidone chierico di Santa Maria in Gariverto di Piacenza, Raimondo
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rappresentata dai suoi vertici, a riconoscere e a sostenere liniziativa di un suo diletto figlio. la Chiesa mantovana nelle sue strutture di vertice che sembra orientare il fervore religioso di un laico penitente. La stessa individuazione del sito ove si convenuto di erigere lente sembrerebbe essere frutto non della scelta di Zambonino ma del presule. Il monastero di San Francesco risulta essere gi eretto nel gennaio del 1239 allorch come si detto sopra il legato apostolico Gregorio da Montelongo ne nomin amministratore il frate penitente Raimondo de Agalono63. un penitente, si ponga mente, ad essere incaricato della gestione dei beni di una istituzione religiosa nata per iniziativa di un penitente e posta sotto la tutela della Chiesa locale, vicende cui non estraneo il legato apostolico Gregorio da Montelongo. Siamo in presenza di chiari indizi della sussistenza di strette relazioni intessute allinterno di un ambiente religioso animato da un gruppo di attivi laici devoti, un gruppo di laici di elevata condizione sociale, legati da vincoli molteplici allepiscopio. Siamo soprattutto di fronte ad un chiaro esempio di come le strutture di vertice della Chiesa locale incidano le iniziative dei laici religiosi. Abbiamo gi avuto occasione di osservare che il Ruffini risulta essere compreso fra i componenti la piccola comunit di laici che decise di condurre vita in comune in una casa posta in vicinanza del convento damianita. Poco sappiamo delle sue successive vicende personali. Lo si scorge in veste di teste in atti vescovili64. Ma soprattutto, lo vediamo prodigarsi per porre al riparo le sorores di San Francesco da possibili contestazioni sui beni che egli aveva loro assegnato. In tale ottica va collocato latto con il quale Bartolomeo figlio del fu Gabriele de
de Agalono, frate Giovanni e Iacopino de Axandris mantuanorum ordinis minorum. 63 Cenci, Le Clarisse cit., n. 00. 64 ASDMn, MV, Registro 4, c. 1r, 1252 giugno 26.

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Rofino riconosce su istanza della badessa Gabriella e di Zambonino Ruffini, confrater ispius monasterii, la legittimit delle donazioni da questultimo effettuate65. Orbene, Gabriella la sorella di Bartolomeo e nipote di Zambonino66. Lambito in cui ci muoviamo dunque strettamente familiare. Il legame che univa lente francescano non si esauriva con Zambonino, ma attraverso di lui si estendeva ad altri membri della famiglia. Zambonino risulta essere gi defunto al principio del 1271, quando un figlio suo, Guidotto, aliener un terreno alle suore di san Francesco67. Laltro personaggio su cui intendiamo richiamare lattenzione Vivaldo, appartenente alla famiglia Gambolini68. La documentazione evidenzia come dalla fine del secolo XII i vari membri del gruppo parentale fossero protesi a dar corpo ad un compatto e consistente patrimonio terriero che and concentrandosi soprattutto nella zona di Romanore, ove ampie erano le propriet comunali che essi acquisirono69. Proprio in Romanore erano site le terre che nel 1220 Corrado Gambolini e Pietro Flaccazovi70 donarono a tale Egidio de Batocla affinch ad honorem Dei et pauperum in quel luogo fosse eretto un ospedale et in modum ospitalitatis inperpetuum teneri et vice et nomine omnium volentium inperpetuum ibi ad servitium Dei et

ASMi, PF, b. 224, n. 144, 1259 dicembre 7; latto rogato in ecclesia Sancti Franeschi de Teyeto, presentibus dominorum fratres Aymerici de Godio, fratris Viviani de Vicenia de ordine fratrum minorum, domini Bartholamei iudicis de Arlotis, domini Aolini de Agatis et Aolini de Musa et Ugolini de Primais. 66 Cenci, Le Clarisse cit., nota 39 di p. 10. 67 ASMi, PF, b. 228, n. 828, 1271 gennaio 27. 68 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 268-274. 69 Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 268-270. 70 Si tratta di una famiglia non fra le minori, coinvolta nei primi sconti fra partiti: Gardoni, Fra torri e magnae domus cit., pp. 182-185.

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pauperum et hutilitatem ospitalis predicti permanere71. Lattivismo religioso doveva dunque pervadere vari membri della famiglia Gambolini, un fervore che trova qui espressione in una donazione pia a vantaggio dei pauperes e destinata a dar vita ad un punto di riferimento per quanti intendessero dedicarsi alla loro cura. Di Vivaldo nota una intensa attivit patrimoniale sulla quale altri hanno gi richiamato lattenzione72. Egli, vassallo dellepiscopio, figura non di rado in atti vescovili per lo pi nelle vesti di testimone73, compare, soprattutto, fra i milites incaricati di sovrintendere al rifacimento degli argini del Po nellIsola di Revere74. Su una delle sue vaste propriet poste su quellIsola, nella localit di Portoregrenzo, Vivaldo attorno alla met degli anni Quaranta inizi ad erigere una chiesa. Nella primavera del 1245, il vescovo Iacopo si rec sul luogo e giudic che ledificio incepto sub forma ecclesie doveva essere abbattuto cum fiat contra ius in praeiudicium ecclesiae mantuane. In favore di Vivaldo intervenne un canonico di Reggio, il quale garant che il manufatto sarebbe stato demolito qualora ne fosse stata provata lillegalit. Il presule mantovano si rimise allora, si badi, al giudizio delle locali comunit dei Minori e dei Predicatori. Non sappiamo come lintera questione si sia conclusa. A Portoregrenzo nei decenni successivi sono attestati due diversi enti, entrambi peraltro legati a Vivaldo, come vedremo fra poco: il convento di Santa Maria, ove era insediata una comunit di fratres retta da un priore, e San Giovanni Battista, dove dimoravano i frati Minori75. Molteplici dovettero essere le ragioni che indussero il vescovo a ostacolare il progetto di Vivaldo. Molto proASMi, PF, b. 229, n. 974, 1220 ottobre 25. Cenci, Le Clarisse cit., 17-18. 73 ASDMn, MV, Registro 2, c. 33v, <1231 ottobre 26>; c. 64v, <1232 gennaio 25>; c. 102r, <1232 agosto 24>. 74 ASDMn, MV, Registro 2, c. 62r, <1232> gennaio 14. 75 Cenci, Le Clarisse cit., p. 19.
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babilmente tali ragioni vanno ricercate nella volont di tutelare i diritti dellepiscopio cui quelle terre, si pu supporre, appartenevano. N si pu escludere che la presenza di un nuovo edificio di culto potesse in qualche modo incidere sulla preesistente organizzazione ecclesiastica del luogo: a dare corpo a tale ipotesi potrebbe soccorrere un fugace cenno alla plebs locale presente nella parte finale dellatto. Nella prospettiva da noi assunta importa rilevare a fronte dellattivismo di Vivaldo Gambolini la presenza vigile del vescovo locale, interprete del velato sospetto con il quale Chiesa locale guarda alle iniziative religiose del laicato, pronta ad orientarle e a contrastarle recisamente qualora fosse ritenuto necessario. Nel frattempo Vivaldo abbracci la vita del penitente. Nel 1247 appare nel palazzo vescovile dove presenzia assieme a Bonaventura del fu Giovanni de Rainerio ad una investitura feudale concessa dal vescovo Iacopo: entrambi i testimoni vengono indicati come fratres de penitentia76. Tre anni pi tardi, Vivaldo si far promotore di unaltra iniziativa. Nel marzo del 1250 egli si rivolse al vescovo di Mantova al quale chiese la prima pietra per edificare una chiesa e un monastero dedicati a Santa Maria nella localit di Romanore su terre di sua propriet. Il vescovo accondiscese, e incaric della faccenda larciprete della cattedrale. Questi si rec sul luogo indicato e con solennit, dopo aver celebrato la messa, depose la prima pietra. Presso il nuovo complesso avrebbero dovuto essere accolti otto chierici e cinque conversi che avrebbero dovuto seguire la regola di santAgostino; alla nuova fondazione si viet tanto lacquisizione di diritti parrocchiali quanto la sepoltura dei defunti77.
ASDMn, MV, Registro 9, c. 14v, <1247> maggio 22. ASMi, PF, b. 223, n. 37, 1250 marzo 24, aprile 7. Tale documento parzialmente edito in Cenci, Le Clarisse cit., n. 9, 1250 marzo 24, aprile 7. Non ci soffermiamo sulle tormentate vicende successive di tale ente monastico, che ebbe vita assai breve e fin per essere asse77 76

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In quello stesso giorno frater Vivaldo de Gambolinis rinuncia al vescovo numerose terre che egli teneva in feudo, beni di cui egli viene subito dopo investito al fitto annuo di due libbre di cera. Appare evidente il fine della operazione: quei terreni cessano di essere beni feudali, Vivaldo li riceve in cambio di un censo meramente simbolico, ma soprattutto gli viene conferita la facolt di trasferirli in favore di qualsiasi persona volesse et eciam in ecclesiam que sit in civitate Mantue vel in episcopatu seu districtu eius, salvo omni iure episcopatus Mantue78. evidente che quei beni erano destinati ad entrare a far parte del patrimonio dellente. Sulle diverse iniziative promosse da Vivaldo, come si detto, lepiscopio vigilava. Quelle che vennero realizzate lo furono non in contrasto con la Chiesa locale. Lo evidenziano i fatti del 1250, che lasciano intravedere il sostanziale sostegno o comunque la non avversione verso tutte le sperimentazioni che nascevano dalla inquietudine religiosa di un intraprendente laico religioso. Un'inquietudine da non intendere solo dal punto di vista religioso. evidente che il rincorrersi di fondazioni religiose alle quali s appena fatto riferimento rispondesse per chi se ne faceva promotore anche alla volont di dare visibilit alla affermazione sociale da tempo acquisita dai gruppi familiari cui appartenevano coloro che se ne fecero promotori. Di Vivaldo possediamo il testamento ed un codicillo; entrambi consentono di penetrare nel suo orizzonte religioso. Vale quindi la pena soffermarsi su di essi. Vivaldo detta le sue ultime volont il 21 aprile del 1250 stando nella domus ecclesie Sancti Marchi alla presenza di vari religiosi in gran parte legati alla congregazione mantovana. Per prima cosa istituisce sue eredi le
gnato alle Clarisse di Mantova; tali vicende sono illustrate da Cenci, Le Clarisse cit., pp. 23-26. 78 Di tale atto possediamo sia limbreviatura in ASDMn, MV, Registro 9, c. 26v, <1250> marzo 24; sia il mundum in ASMi, PF, b. 223, n. 16, 1250 marzo 24.

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figlie Costanza e Grascendina, destinando ad esse vari terreni elencati con cura. Gli altri suoi beni vuole siano assegnati al monastero di San Francesco de Teieto a patto che tale ente provveda a dare ai fratres minores qui morantur in ecclesia Sancti Iohannis de Insula de Revero in perpetuo 15 moggi di frumento, nove carri di vino, 12 lire imperiali pro vestimentis fratrum e 50 soldi pro oleo, 15 staia di legumi, cinque libbre di cera, sei libbre de piperata et octo pensa de formagio oltre ad altre somme di denaro da impiegarsi tra laltro per lacquisto di legna. Qualora i frati Minori decidano di abbandonare la chiesa di San Giovanni spetter alle Clarisse chiamarvi i Predicatori o i frati di Santa Agnese oppure i frati di San Guglielmo. Egli non manca di beneficare con la sua carit altri enti: San Marco, Santa Maria del Gradaro, San Vito, i frati minori, i frati predicatori, il convento di Santa Agnese e quello di San Matteo, lospedale di San Biagio e di San Gervasio, gli infirmi di San Lazzaro. Vivaldo ricorda inoltre le persone che stanno nella sua domus e che condividono il suo proposito di vita: in habitu et in proposito vivendi mecum honeste et religiose eo tempore quo Dominus me reciperet79. Prima di procedere necessario focalizzare lattenzione su alcuni punti del testamento di Vivaldo. Si sar osservato come Vivaldo si muova nellorbita della congregazione di San Marco. Il testatore, che opera stando nella domus di San Marco, attorniato da vari esponenti dellordine. San Marco e tutte le altre case della congregazione presenti in Mantova sono destinatarie di singoli lasciti. Ma la carit del Gambolini diretta pure ai Mendicanti: i Minori, i Predicatori, e gli eremiti di Giovanni Bono presenti in Santa Agnese. Egli preoccupato di tutelare la chiesa di San Giovanni dellIsola di Revere che potremmo identificare con una delle sue fondazioni quantunque nel testamento non lo si dica ove viveva una comunit di Minori. Degno di nota il riferimento a
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ASMi, PF, b. 223, n. 5, 1250 aprile 21.

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quanti hanno condiviso il suo stesso proposito di vita. Di questi compagni vengono ben messi in evidenza quelli che paiono costituire i tratti distintivi della loro conversione, testimoniata dalla assunzione di una veste, ma ancor pi da una esistenza condotta onestamente e religiosamente. Il pensiero corre inevitabilmente al gi citato atto del 124880. Con esso lo ricordiamo Vivaldo Gambolini stabil di vivere assieme ad un gruppetto di compagni in una domus sita nei pressi del monastero delle Clarisse. evidente che questa piccola comunit di fratres va identificata con le persone che con lui hanno deciso di vivere honeste et religiose ricordate nelle sue disposizioni testamentarie. Nel 125781 Vivaldo Gambolini, riferendosi ad un precedente atto di donazione risalente al 1251 in favore delle due figlie, le sorores Costanza e Grascendina, e per loro al monastero sororum et dominarum ordinis Sancti Damiani positum in Teietum occassione ipsarum in dicto monasterio inclussarum, procede ad effettuare ulteriori donazioni. Ne sono destinatarie le figlie ma anche il priore e i frati del convento di Santa Maria de Portoregrenzo, cui devolve alcuni suoi crediti. A questi frati Vivaldo impone la corresponsione di sei lire imperiali a suor Grascendina occasione unius breviarii, mentre quaranta soldi imperiali dovranno essere dati a suor Concordia pro suo libro complendo. Latto rogato in ecclesia beati Francischi de Tegeto iuxta parlatorium monasterii82.
Cenci, Le Clarisse cit., n. 7, 1248 luglio 1. ASMi, PF, b. 223, n. 215, 1257 agosto 19; segnaliamo che allatto furono presenti Bartolomeo giudice de Gaymariis, Raimondo de Agalono, Zambonino de Roffino, Antonio notaio del fu Alberto Botti, frate Corrado ordinis ecclesie Sancte Marie de Portoreginzo, frate Martino de eodem ordine, il frate minore Andrea, frate Costantino da Verona, frate Delavanzo da Mantova de predicto ordine fratrum Minorum comorancium ad monasterium Sancti Francischi de Tegeto e Antonio del fu Guidorzo da Rivalta. 82 Cfr. Cenci, Le Clarisse cit., p. 21.
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Risale invece al principio del 126583 il codicillo con il quale Vivaldo dispone che, qualora presso il monastero di San Giovanni ubi nunc fratres minores morantur a causa delle inondazioni de Po, delle guerre o per qualsiasi altra ragione, n quei frati n altri vi possano risiedere, tutte le propriet dellente passino alle moniales di San Francesco del Teieto. Inoltre, poich la figlia Costanza era deceduta e laltra era entrata in convento, affida quanto nel suo testamento aveva ad esse assegnato al predetto monastero84. Possiamo, in conclusione, porre in risalto la vicinanza dei laici religiosi mantovani con lordine locale dei canonici di San Marco. una vicinanza che va letta alla luce della importanza che quei canonici rivestivano entro la Chiesa locale e non solo, come si visto. attraverso quellente che i vescovi possono quando non lo fanno direttamente controllare e orientare, ovvero governare, il laicato devoto. Di quei laici religiosi possiamo sottolineare il carattere litario. Molti di essi, e di certo i pi intraprendenti, appartenevano infatti alle pi ragguardevoli famiglie cittadine. Ne consegue che il caso mantovano viene a discostarsi alquanto da molte altre realt per le quali stato possibile appurare la presenza fra i penitenti per lo pi di esponenti dei ceti medi e non di milites per Mantova, come si ricorder, sussiste anche lattestazione di un conte penitente85.
83 ASMi, PF, b. 223, n. 4, 1265 febbraio 22: Actum est hec in ecclesia monasterii sororum Sancti Francisci de Teieto; rileviamo una incongruenza nella dazione: il documento reca die iovis septimo exeunte februarii ma nel 1265 quel giorno cadeva di domenica. 84 Cenci, Le Clarisse cit., p. 22. 85 Come detto il caso mantovano si differenzia alquanto da altri contesti; il carattere elitario che connota il gruppo dei laici devoti da noi esaminato non pu per essere solo il riflesso dello stato della documentazione disponibile. Si veda al riguardo quanto annotato dalla Casagrande, Religiosit penitenziale cit., p. 125: i poveri si sa lasciano meno tracce del loro passaggio, si perdono in unindistinta ne-

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Laltro punto di coagulo dei laici devoti sui quali ci siamo soffermati costituito dallinsediamento damianita di San Francesco. Anzi, la sua stessa fondazione si deve proprio ad un laico, Zambonino Ruffini, che abbraccer la vita del penitente. E legato allo stesso ente pure Vivaldo Gambolini, del quale abbiamo potuto seguire le diverse fondazioni religiose. Come si visto, entrambi nel 1248, assieme ad altri due compagni, si ritirarono a vivere in una domus posta nelle vicinanze delle Clarisse. Ma lintraprendenza di questa aristocrazia della preghiera86 non pu essere interpretata in maniera univoca quale espressione della loro inquietudine religiosa: non v dubbio alcuno che quelle fondazioni rientrino in una precisa strategia daffermazione sociale. Non a caso gi stato detto essi si sforzeranno di garantirsi un saldo controllo su San Francesco legandolo alle loro famiglie: al monastero delle Clarisse lo abbiamo visto essi donarono gran parte delle loro propriet; in esso entreranno le loro figlie e le loro nipoti, destinate si ponga attenzione a divenirne badesse87. Nel seguire le vicende del laicato devoto stato altres possibile in particolare scorgere latteggiamento di vigile controllo esercitato su di esso dalla Chiesa vescovile. Come abbiamo cercato di evidenziare, molti dei personaggi sui quali ci siamo soffermati e dei quali abbiamo potuto scorgere gli itinerari di vita sfociati nella assunzione dello stato penitenziale, non erano estranei agli ambienti vescovili. Del resto, in pi duna occasione abbulosa, ed pertanto nella normalit delle cose che ad emergere siano in qualche modo quei fratres (e sorores) di pi solido e consisitente status, siano essi nobili, artigiani, professionisti, personaggi legati al mondo dellesercizio del commercio e cos via. 86 Lespressione mutuata da G. Sergi, Laristocrazia della preghiera. Politica e scelte religiose nel medioevo italiano, Roma, 1994. 87 In proposito si vedano, ancorch relativi ad un periodo antecedente a quello da noi esaminato, R. Le Jan, Famille et pouvoir dans le monde franc, Paris, 1995, pp. 48-52; Ead., Femmes, pouvoir et socit dans le haut Moyen Age, Paris, 2001, pp. 89-107.

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biamo visto i vescovi intervenire per promuovere ma anche per ostacolare le diverse iniziative da essi promosse. A tal proposito stato posto in rilievo che si verifica un processo dintegrazione a doppia direzione: conviene alla Chiesa accogliere e proteggere il laicato ortodosso convogliando cos energie ed aspirazioni religiose dei laici attraverso confraternite e terzi Ordini (grazie allopera degli Ordini Mendicanti), ma conviene anche al laicato essere ortodosso e allombra di una copertura religiosa trovare spazi di maggiore prestigio, dignit, affermazione e/o comunque di protezione88. Non v dubbio che il vantaggio scambievole: per i laici accedere ad una soluzione di vita religiosa riconosciuta ed integrata significava entrare in un circuito di garanzie spirituali e materiali, per la Chiesa il disporre di corpi di fedeli in qualche modo inquadrati favoriva possibilit di recupero sul terreno del confronto con le devianze politicoeterodosse89. una constatazione che si addice pienamente alla situazione mantovana. Lo si scorge proprio nellattivit di controllo esercitata dagli ordinari diocesani, attenti a dare sostegno solo a quelle iniziative che erano gradite alla gerarchia: si pensi allappoggio dato alla fondazione dellinsediamento delle Clarisse, alla difesa accordata da Innocenzo IV ai credendarii mantovani, ma soprattutto alla fortuna della congregazione di San Marco sulla quale torneremo a soffermarci. 3. Limpegno caritativo A partire dal secolo XII le forme assistenziali connesse con una religiosit delle opere90 andarono moltiCasagrande, Religiosit penitenziale cit., pp. 125-126. Casagrande, Religiosit penitenziale cit., p. 126. 90 G.G. Merlo, Religiosit e cultura religiosa dei laici nel secolo XII, in LEuropa dei secoli XI e XII fra novit e tradizione: sviluppi di una cultura, Atti della X Settimana intenazionale di studio (Mendola, 25-29 agosto 1986), Milano, 1989, pp. 197-215: p. 205.
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plicandosi, come hanno evidenziato i numerosi contributi apparsi negli ultimi decenni, frutto di un crescente interesse storiografico verso la storia ospedaliera91. Tale setOltre ai singoli contributi che saranno citati nelle note successive, non essendo intenzione di chi scrive proporre unesaustiva rassegna bibliografica sul tema, si limitano qui i riferimenti a La carit a Milano nei secolo XII-XV, a cura di M.P. Alberzoni, O. Grassi, Milano, 1985; La societ del bisogno. Povert e assistenza nella Toscana medievale, a cura di G. Pinto, Firenze, 1989; Citt e servizi sociali nellItalia dei secoli XII-XV, Atti del XII convegno di studi del Centro italiano di studi di storia e darte di Pistoia (Pistoia, 9-12 ottobre 1987) Pistoia, 1990; La conversione alla povert nellItalia dei secoli XIIXIV, Atti del XXVIII Convegno storico internazionale (Todi, 14-17 ottobre 1990), Spoleto, 1991; Ospedali e citt. LItalia del CentroNord, XIII-XVI secolo, Atti del Convegno internazionale di studio (Firenze 27-28 aprile 1995), a cura di A.J. Grieco, L. Sandri, Firenze, 1997; oltre, naturalmente, alla raccolta di saggi Esperienze religiose ed opere assistenziali nei secoli XII e XIII, a cura di G.G. Merlo, Torino, 1987. Per larea lombarda occorre fare particolare riferimento a G. Albini, Citt ed ospedali nella Lombardia medievale, Bologna, 1993. Fra i pi recenti contributi dedicati a singole realt, ricordiamo M.T. Brolis, Allorigine dei primi ospedali in Bergamo: liniziativa dei laici nel XII secolo, Rendiconti dellIstituto Lombardo di Scienze e Lettere, 127 (1993), pp. 53-77; Ead., La fondazione dellospedale bregamasco di S. Antonio de foris (sec. XIII), Bergomum, LXL (1995), pp. 5-17; Ead., Donne e assistenza a Bergamo nei secoli XIII e XIV: benefattrici, assistite e forme di marginalit femminile, Nuova rivista storica LXXXV (2001), pp. 619-650; M. Gazzini, Lospedale di San Gerardo di Monza (secoli XII-XV), Archivio storico lombardo, CIX (1993), pp. 45-69; Ead., Ospedali a Monza nei secoli VIII-XIII: spazi, uomini, istituzioni, Studi di storia medioevale e di diplomatica, 16 (1996), pp. 7-38; I. Musajo Somma, La carit dei canonici. Lospedale piacentino di Santo Stefano (sec. XIII), in Canonici delle cattedrali nel medioevo cit., pp. 129-164; senza dimenticare A. Rigon, San Giacomo di Monselice nel medioevo (sec. XII-XV). Ospedale, monastero, collegiata, Padova, 1972. Di esperienze assistenziali trattano inoltre alcuni studi apparsi nei volumi Uomini e donne in comunit, Verona, 1994 (= Quaderni di storia religiosa, I); Luoghi di strada nel medioevo. Fra il Po, il mare e le Alpi occidentali, a cura di G. Sergi, Torino, 1996; I percorsi della fede e lesperienza della carit nel Veneto medioevale, a cura di A. Rigon, Padova, 2002. Agli ospedali ha dedicato un ampio spazio M. Berengo, LEuropa delle citt. Il volto della societ urbana europea tra medioevo ed et moderna, Torino, 1999, pp. 604-626.
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tore di ricerca, troppo spesso relegato al rango di storia minore, abbandonate anguste prospettive storiografiche92, va rivelando il suo potenziale euristico nellambito della conoscenza concreta del contesto sociale nonch politico in una rinnovata prospettiva di storia religiosa. Orbene, occorre rimarcare che se linteresse per le istituzioni ospedaliere fu proprio di tutta la societas Christiana, furono tuttavia i laici che proprio dal secolo XII assunsero93, spesso autonomamente, iniziative caritativoassistenziali impegnandosi attivamente nel servizio dei poveri94 nei quali si personificava il Cristo sofferente 95, dando vita a quella che con efficace espressione Andre Vauchez ha definito rivoluzione della carit96 che si concretizz nella nascita di una miriade di punti di assistenza spesso piccolissimi97. Questo rinnovato e vivace filone storiografico, allinterno del quale unattenzione specifica viene riservata ai lebbrosari98, si connota anche dal punto di vista
Merlo, Religiosit e cultura religiosa cit., p. 205. Non inutile rammentare come dalla seconda met del secolo XII vada aumentando la documentazione conservata nei nostri archivi, circostanza che senza dubbio influisce sulle nostre possibilit di conoscenza: cfr. in generale Cammarosano, Italia medievale cit.. 94 Basti in proposito rinviare a M. Mollat, I poveri nel medioevo, Bari, 1982. 95 De Sandre Gasparini, La vita religiosa nella Marca cit., p. 36. 96 A. Vauchez, Comparsa e affermazione di una religiosit laica (XII secolo-inizio XIV), in Storia dellItalia religiosa. I. Lantichit e il medioevo, a cura di G. De Rosa,T. Gregory, A. Vauchez, RomaBari, 1993, pp. 397-425: p. 405. Dello stesso autore si vedano inoltre La spiritualit dellOccidente medioevale (secoli VIII-XII), Milano, 1978 (ed. originale Paris, 1975) e I laici nel medioevo. Pratiche ed esperienze religiose, Milano, 1989 (ed. originale Paris, 1987). 97 Berengo, LEuropa delle citt cit., p. 605. 98 Per un inquadramento generale del problema si rimanda a F. Briac, Histoire des lpreux au moyen ge: une socit dexclus, Paris, 1988; N. Briou, F.O. Touati, Voluntate dei leprosus. Les lpreuz entre conversion et exclusion aux XIIme et XIIIme sicles, Spoleto, 1991. Per lItalia basti il rinvio alle recenti ricerche di G.M. Varanini e G. De Sandre Gasparini, Gli ospedali dei malsani nella societ ve93 92

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metodologico, ossia per il ricorso prevalente alla documentazione notarile99, ed in particolare agli atti di ultima volont100 , fonti che permettono di ricostruire esperienze umane e religiose destinate altrimenti a rimanere ignote101. Del resto la stessa tipologia documentaria ad averci guidato anche nelle pagine precedenti e ad averci permesso di penetrare nel vissuto e nellirrequietezza religiosa di diversi fedeli.

neta del XII-XIII secolo. Tra assistenza e disciplinamento urbano, in Citt e servizi sociali cit., pp. 141-200; G. De Sandre Gasparini, Lassistenza ai lebbrosi nel movimento religioso dei primi decenni del Duecento veronese: uomini e fatti, in Esperienze religiose ed opere assistenziali cit., pp. 85-121; Ead., Lebbrosi e lebbrosari tra misericordia e assistenza nei secoli XII-XIII, in La conversione alla povert cit., pp. 239-268; e della stessa autrice lIntroduzione al volume Le carte dei lebbrosi di Verona tra XII e XIII secolo, a cura di A. Rossi Saccomani, Padova, 1989, pp. V-XXX; va ricordato anche C. Granata, I documenti pi antichi per la storia dellospedale di San Lazzaro di Como (1192-1483), Aevum, LIV (1980), pp. 321-256. 99 C. Violante, Atti privati e storia medioevale. Problemi di metodo, Roma, 1982; G.G. Merlo, Spiritualit e religiosit, Studi medievali, III serie, XXVIII (1987), pp. 41-48: pp. 44-45; Id., La conversione alla povert nellItalia dei secoli XII-XIV, in La conversione alla povert, pp. 3-32: p. 6. 100 Per quanto concerne i testamenti per le loro potenzialit, ma anche per i loro limiti occorre fare riferimento soprattutto a Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale, Perugia, 1985. Si vedano anche, oltre alla rassegna condotta da M. Bertram, Mittelalterliche Testamente. Zur Entdeckung einer Quellengattung in Italien, Quellen und Forschungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken, 68 (1988), pp. 509-545; i contributi di A. Rigon, I testamenti come atti di religiosit pauperistica, in La conversione alla povert cit., pp. 391-414; A. Tilatti, Il testamento come fonte per la storia religiosa e sociale nel medioevo, Ricerche di storia religiosa e sociale, n.s., 41 (1992), pp. 31-36; M.C. Rossi, Orientamenti religiosi nei testamenti veronesi del Duecento: tra conservazione e novit, in Religiones novae, Verona, 1995 (= Quaderni di storia religiosa, II), pp. 107-147. 101 Merlo, Spiritualit e religiosit, pp. 45-46; Id., La storia dei senza nome nel secolo XII. (A proposito di un recente volume), Nuova rivista storica, LXXV (1991), pp. 119-133.

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Se spostiamo la nostra attenzione dal generale contesto di studi appena evocato per avvicinarci alla realt mantovana cui si intende far riferimento in queste pagine, si deve subito osservare che la relativa tradizione di studi appare essere alquanto desolante, oltre che quasi del tutto estranea allattuale vivace contesto storiografico. Linteresse verso il pulviscolo di pie fondazioni102 che dalla fine del XII secolo e nel successivo sorsero anche nella citt di Mantova ed al suo esterno non mancato del tutto. Degli xenodochia altomedievali e degli ospedali mantovani hanno trattato, non senza intenti municipalistici e celebrativi, gi nella seconda met dellOttocento, Carlo DArco103 e Stefano Davari104 . Questultimo, in particolare, ne parl in un articolo redatto in occasione del deposito presso lArchivio del Comune nellanno 1877 delle pi antiche carte appartenenti allarchivio dellOspedale civile di Mantova, nel quale erano confluiti i documenti dellOspedale Grande eretto a met Quattrocento105 in sostituzione di molti dei preesistenti istituti ospedalieri dei quali incamer beni e documenti: quelli depositati, contrassegnati ad uno ad uno con il timbro Propriet dellOspedale, assommarono a 3269 pergamene e 87 libri106. Gli studi apparsi nel corso del Novecento non sono numerosi: condotti in una prospettiva giuridicoBerengo, LEuropa delle citt cit., p. 605. C. DArco, Istituti sorti in Mantova a promuovere la beneficienza e gli studi, Mantova, 1869, studio confluito poi in Id., Studi intorno al municipio di Mantova, Mantova, 1874. 104 S. Davari, Sulle pergamene dellOspitale civico di Mantova, Atti e Memorie della Regia Accademia virgiliana di Mantova (1881), pp. 3-33 dellestratto. 105 C. Mozzarelli, Mantova e i Gonzaga, Torino, 1987, pp. 2829. 106 Cfr. P. Torelli, Larchivio dellOspedale civile di Mantova, Atti e Memorie della Reale Accademia virgiliana di Mantova, XVII-XVIII (1925), pp. 161-299: p. 163. Si veda inoltre P. Torelli, LArchivio Gonzaga di Mantova, Ostiglia, 1920 [ristampa anastatica Bologna, 1988], p. LXXVII e pp. 183-188.
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istituzionale o di storia della sanit107 , debitori in gran parte del menzionato lavoro del Davari, dal quale traggono la maggior parte delle informazioni108, fanno ampio ricorso alla documentazione edita, e poco o nulla a quella inedita109. Si assiste cos assai spesso che per quanto attiene agli ospedali dei secoli centrali del medioevo la trattazione si riduce ad un mero elenco di enti corredato dalla data, certa o presunta, di fondazione, o tuttal pi alla ripetizione di informazioni gi note, cui raramente si apportano nuove acquisizioni110 .
107 A. Zanca, Funzioni medico-sanitarie ipotetiche o certe di due antichi nosocomi mantovani: ospedale di S. Antonio e ospedale di S. Lazzaro, Pagine di storia della medicina XII (1968), pp. 36-44; L. Fornari, Povert e organizzazione sanitaria nel medioevo. Mantova fra XII e XV secolo, Postumia, 13 (2002), pp. 109-129. 108 R. Navarrini, C.M. Belfanti, Il problema della povert nel ducato di Mantova: aspetti istituzionali e problemi sociali (secoli XIV-XVI), in Timore e carit. I poveri nellItalia moderna, Cremona, 1982, pp. 121-136; Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 81-83; E. Castelli, Dal Consortium Divae S. Mariae della Corneta o Cornetta allOspedale magnum o grande: carit e assistenza ducale (secoli XIII-XV), Atti e memorie della Accademia virgiliana di Mantova, LXII (1994); Id., Il Venerabile Hospital Grande e le altre strutture di accoglienza in Mantova dal medioevo allet moderna, Atti e memorie della Accademia virgiliana di Mantova LXIV (1996), pp. 75-117. 109 Dalle precedenti ricerche si discosta, per impostazione e per il ricorso alla documentazione notarile inedita, E. Lucca, Nascita, regolamentazione e vita iniziale di un ospedale duecentesco. Lhospitale Sancte Marie Maioris di Mantova nei primi decenni di esistenza, Archivio storico lombardo, CXXII (1996), pp. 11-40. 110 Esemplifichiamo facendo riferimento a Navarrini, Belfanti, Il problema della povert cit., p. 121: Soltanto dal secolo XII si hanno notizie documentarie dellesistenza in Mantova di ospizi per pellegrini o luoghi di assistenza per poveri ed infermi. Il pi antico sembrerebbe essere lospedale di Ognissanti, costruito nel 1080, cui seguono lospedale edificato presso il monastero di S. Marco (1199), quello di S. Gervasio (1208), lospedale di S. Maria Maggiore presso il ponte dei Mulini (1256), lospedale di S. Biagio retto dai frati dellordine dei Crociferi (1258), quello dei Templari (1259), lo xenodochio di S. Maria Maddalena (1273), lospedale di S. Maria della misericordia in contrada Scaionum (1299), lospedale di S. Bovo nel borgo di S. Giorgio (1302), lospedale dei poveri (1372) voluto per disposizione

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Allo stato attuale degli studi sembrerebbe dunque che degli ospedali mantovani, delle iniziative caritative assunte nei confronti dei pauperes da parte del laicato, del coinvolgimento della societ e delle istituzioni ecclesiastiche e pubbliche, ben poco sia possibile conoscere e dire: ma proprio cos? Nelle pagine che seguiranno, avvalendoci oltre che delle fonti edite anche dei risultati di uno scavo archivistico non esaustivo n sistematico della documentazione inedita, pi che presentare un ennesimo censimento delle diverse esperienze assistenziali sorte entro la citt e allesterno di essa, ci soffermeremo su quei casi che a parer nostro meglio possono far comprendere lintreccio fra le spinte dal basso e latteggiamento nei loro confronti dei vertici della Chiesa. Ci permetter s di accostarsi agli orientamenti della gente comune, di quei normali fedeli che andavano esprimendo nella quotidianit la loro visione della vita e della religione111 facendo ricorso alle testimonianze testamentarie e ad altra documentazione notarile cavando dalla corteccia del formulario il fatto umano112, ma offrir soprattutto la possibilit dintravedere gli atteggiamenti che di volta in volta i vescovi assunsero. Si avr cos modo di verificare come i vescovi mantovani dopo un iniziale atteggiamento di sostanziale disinteresse verso lassistenza, abbiano dimostrato una sempre maggiore ingerenza nella vita degli ospedali, ingerenza che si manifesta sopratutto con gli episcopati di Iacopo da CastellArquato e di Martino da Parma, quando agli interventi di regolamentazione di quelli esistenti si accompagna la promozione di una nuova fondazione.
testamentaria di Raimondino dei Lupi di Soragna e forse mai realizzato, lospedale di S. Antonio (1348) ed il lebbrosario di S. Lazzaro (anteriore al 1242). 111 G. De Sandre Gasparini, I luoghi della piet laicale: ospedali e confraternite, in Assisi anno 1300, a cura di S. Brufani, E. Menest, Assisi, 2002, pp. 139-181, p. 144. 112 De Sandre Gasparini, Introduzione cit., p. XXX.

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3.1. Attorno ad una porta cittadina Prendiamo le mosse facendo riferimento ad unarea marginale, posta a ridosso di una porta urbana che metteva in comunicazione il suburbio con il territorium civitatis posto ad ovest della citt, unarea che nel Duecento si connota per una forte densit dinsediamenti ospedalieri e quindi di varie esperienze caritative promosse ed animate da laici. Un primo indizio si scorge in un atto del 1149. In quellanno Boso Avvocati e la moglie Contessa donarono un terreno con viti posto supra ripam Mintii, nel luogo detto Cese, allospedale ad honorem Dei et pauperum sustentacione noviter constructo in clausura Oltikerii foris burgo civitatis Mantue iuxta Paludem et stratam Aqueducis113. La donazione era dunque destinata ad un ente di recente fondazione noviter constructum fuori dal borgo della citt, sulla riva del Mincio, su di un terreno appartenente a tale Oltikerius. Questi va con ogni probabilit identificato con lOtikerius de Advocatis che si sottoscrive allo stesso atto di donazione114, rogato infra ipsum hospitale. Si giunge cos a intravedere nel membro della importante famiglia degli Avvocati il fondatore dello stesso istituto ospedaliero. Si tratterebbe pertanto di una fondazione assai vicina nel tempo, dovuta ad un laico, beneficata da laici, sorta ai margini della citt. Una fondazione giova rimarcarlo che sarebbe strettamente legata alla intraprendenza di una famiglia cittadina di tradizione funzionariale.
Regesto mantovano, n. 273, 1149 novembre 27. Lidentificazione fra i due sembra essere data per certa da Torelli, Un comune cittadino cit., II, p. 142, al quale rimando, in mancanza di studi recenti su questo gruppo parentale, per le necessarie informazioni sulla famiglia che trasse il proprio nome dallattivit svolta per il monastero cittadino di SantAndrea.
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Allo stato attuale delle conoscenze difficile poter seguire le vicende di quella fondazione, cos come non agevole identificarla con uno dei diversi istituti ospedalieri che appaiono essere presenti in quella medesima area nei decenni successivi. Nel dicembre del 1153 papa Anastasio IV, rifacendosi ad una precedente concessione rilasciata dal suo predecessore Eugenio III (1149-1153), rivolgendosi a Giovannibello et aliis fratribus domus hospitalis de Aquaduce, pone lente sotto la sua protezione. Oltre a confermare i diritti di decima detenuti, allospedale vieta lacquisizione di diritti parrocchiali. Il pontefice acconsente che nella loro chiesa i fedeli possano accedervi solo per pregare e per seguire i divini uffici celebrati da un prete che, scelto dai fratres, dovr essere confermato dal vescovo. Alla camera apostolica ogni anno lente dovr corrispondere dodici denari milanesi115. La domus cui si rivolge il papa ubicata nella stessa zona in cui si trovava lospedale fondato da Oticherio: nei pressi di quella porta che la documentazione del tempo chiama de Aquadrucio. Appare evidente come tale circostanza possa indurre ad identificare i due enti. Ma tale identificazione tuttaltro che certa. In quella stessa area era infatti ubicato anche lospedale di Ognissanti, anchesso attestato a partire proprio da quegli anni. Tuttavia lidentificazione di Ognissanti con lospedale citato nel 1149 o con la domus del 1153, stata forse con troppa certezza respinta in tempi recenti116. Ma non tutto: nel corso del Duecento risultano essere presenti nella medesima area altri due ospedali, quello di San Lazzaro e quello di Santa Maria Maddalena. La tradizione storiografica locale annovera senza fondamento alcuno lospedale di San Lazzaro fra le

Kehr, Italia pontificia cit., n. 2, 1153 dicembre 9, 319 (=Regesto mantovano, n. 287). 116 Piva, Un inedito di architettura romanica cit., p. 57, nota 76.

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fondazioni canossiane117. Esso, come suggerirebbe la stessa dedicazione, potrebbe essere stato destinato allaccoglienza degli ammalati di lebbra, ovvero di coloro i quali nella documentazione che utilizzeremo vengono sempre detti infirmi118. La prima attestazione dellesistenza di questa comunit si scorge, come spesso avviene, in un atto di ultima volont, risalente allanno 1208 e significativamente rogato in segrestia Sancti Marchi. In tale testamento gli infirmi de Aquadutilo sono beneficiati con alcuni appezzamenti di terreno119 . Nellagosto del 1231120 alcuni laici Beccolino, Girardo, Coffano e Tripano giurano di non contravvenire alle decisioni che il vescovo di Mantova Guidotto da Correggio assumer nei loro confronti e di rendergli conto di quanto perverr nelle loro mani spettante allospedale infirmorum de Aquadrucio. Il presule provvede subito dopo a nominare frate Pietro Aonis Eliche rettore e pastore dei predetti e dellospedale, stabilendo che tutti gli dovranno prestare obbedienza. Nello stesso giorno, ma in curia predicti hospitalis, frate Giovanni e le sorores Agnese e Beatrice giurano di osservare quanto sopra detto, ossia di essere obbedienti tanto al presule quanto a Pietro. Queste prime menzioni relative agli infirmi, ai fratres e alle sorores raccoltisi attorno alla porta Acquadruccio sembrano rinviare ad una esperienza caritativo-assistenziale a quellepoca ancora piuttosto fluida ed autonoma. Una esperienza promossa e animata dal laicato cittadino: laici che si sarebbero posti al servizio di una specifica categoria di ammalati, i lebbrosi. Quei quattro laici Beccolino, Girardo, Coffano e Tripano potrebbero essere i promotori di un pi marcato assetto istiCfr. Fornari, Povert e organizzazione cit., pp. 117-118. Cfr. De Sandre Gasparini, Lassistenza ai lebbrosi cit., p. 26 e nota 6; Varanini, De Sandre Gasparini, Gli ospedali dei malsani cit., p. 141 e nota 2. 119 Si tratta del gi citato testamento di Zenello di Enrico Anzuli: ASMn, AG, b. 302, n. 664, 1208 marzo 21. 120 ASDMn, MV, Registro 2, c. 20r, <1231> agosto 29.
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tuzionale, assecondato o diretto dal vescovo. Nellintervento del vescovo Guidotto si pu scorgere la manifestazione della sollicitudo dellordinario diocesano nei confronti dei lebbrosi121. Ma esso nel contempo spia della volont del presule di esercitare unazione di controllo sullevoluzione del gruppo verso lassunzione di un proposito di vita ben definito. Si rammenti inoltre come gi durante il Concilio Lateranense III fosse stato deciso di concedere ai lebbrosi, sub communi vita congregati, chiesa, cimitero e un proprius sacerdos, con lo scopo evidente di orientare in senso religioso la vita di questi gruppi di infirmi122: direzione verso la quale si situa lintervento vescovile appena richiamato. Lo spazio presso cui si riunirono gli infirmi era ai limiti di unarea suburbana che conobbe nei primi decenni del Duecento un forte sviluppo insediativo, tale da richiedere lintervento delle autorit pubbliche, come desumiamo da alcune frammentarie deposizioni testimoniali, alquanto lacunose a causa del pessimo stato di conservazione del supporto scrittorio. I testimoni, le cui dichiarazioni furono raccolte nel maggio del 1242123 , vennero prodotti dal procuratore dellente nellambito di un contenzioso che vedeva opposto lospedale infirmorum Aquadrucii al comune di Mantova, ed aveva ad oggetto le terre sulle quali lospedale si trovava. I testi, che nelle loro dichiarazioni fanno riferimento a fatti accaduti alcuni decenni prima, sono concordi nellasserire che anticamente antiquitus sive antiquo tempore gli infirmi
Sembra opportuno far qui notare lanaloga azione svolta nella citt di Verona dal vescovo Iacopo da Breganze. Cfr. Le carte dei lebbrosi di Verona cit., p. XIX, e docc. nn. 72-74. 122 G.G. Merlo, Esperienze religiose e opere assistenziali in unarea di ponte tra XII e XIII secolo, in Esperienze religiose cit., pp. 14-42: p. 36 (ora anche in Luoghi di strada nel medioevo cit., pp. 213-234). 123 ASMn, OC, b. 33, nn. 4, 4a, 4b, 4c, <1242> maggio 21. Invero, lindicazione del millesimo manca, ma il 21 maggio cadde di mercoled proprio nel 1242.
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abitavano intus portam Aquadrucii ibi ubi est puteus, prope portam et ibi ubi est strata per quam itur extra portam predictam. Furono il podest, il comune di Mantova e gli homines civitatis a far rimuovere gli infermi e il loro ospedale qui erat intus portam Aquadrucii, porta che venne ricostruita proprio l dove sorgeva lospedale. E poich nolebant quod morarentur in civitate, venne assegnato loro quel terreno sul quale erano andati ad abitare. Ad essere contese erano proprio tali terre, poste fra la strata magna, lungo il cui argine stavano molti olmi, la civitas, un fossato che le separava dalle terre di San Bartolomeo, ed il lago: terre che in parte lospedale aveva avuto in affitto dalla famiglia Assandri; terre attraversate da due fossati che i fratres avevano provveduto a scavare con le loro mani per attingere acqua dal lago con la quale alimentare una loro pescheria. In favore di chi la vertenza giudiziaria si sia conclusa non dato sapere. Preme piuttosto sottolineare lintervento che non siamo in grado di situare con precisione nel tempo, ma collocabile nei primi anni del secolo del comune cittadino, al quale premeva s di avere a disposizione spazi sui quali erigere una porta cittadina (attuando in tal modo un ampliamento o un riassetto del perimetro urbano), ma anche o meglio, soprattutto di allontanare dalla citt gli infirmi. un classico esempio di espulsione dalla citt dei lebbrosi, che vanta altri esempi risalenti agli stessi anni, fra i quali ricordiamo quello veronese124. Purtroppo non siamo in grado di collocare con esattezza a quando il trasferimento risalga, e quindi non possiamo indicare quale fosse il vescovo che governava la diocesi mantovana che parrebbe essere stato del tutto estraneo alla iniziativa. In quegli anni era andata nel frattempo precisandosi la composizione della comunit ospedaliera che appare
De Sandre Gasparini, Lassistenza ai lebbrosi cit., pp. 95-96, ove il trasferimento dei lebbrosi avvenne per sollecitazione del comune cittadino e del vescovo.
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essersi dotata di una propria organizzazione interna. Nel 1241 agisce come priore della domus Sancti Laari de Aquadrucio prete enarius, assieme al quale figurano Giovanni de Capella e Tripano fratres della domus125 . Nel 1255126 lo stesso priore affiancato dal massaro della domus e da alcuni frati e conversi127. Nel 1264, cinque fratres Uberto, Martino, Ognibene, Girardo, Giovanni , dopo aver dato sepoltura a frate enarius, provvedono allelezione di frate Ognibene a ministro e rettore dellospedale128 . Egli agir come priore della domus di San Lazzaro sino al 1293129 . Dopo la menzione nel documento del 1231 non abbiamo pi riscontrato alcun altro riferimento alle sorores, quasi che la componente femminile non fosse stata pi presente in San Lazzaro. In realt cos non . O meglio: le sorores non vengono pi citate nella documentazione notarile perch non partecipi dalla vita amministrativa e gestionale dellente dalla quale erano escluse130. Eviden125 ASMn, OC, b. 6, n. 47, 1241 gennaio 29; si tratta della vendita effettuata in favore di San Lazzaro di un terreno ubicato in vignalibus Sancti Bertolamei confinante con altri beni appartenenti alla stessa domus; latto rogato sotto il portico del cortile della chiesa di Ognissanti e fra i testi ricordato il priore della stessa chiesa, Iacopo. 126 ASMn, OC, b. 6, n. 95, 1255 maggio <2>. Allo stato attuale delle conoscenze, il priore frate enarius viene citato per lultima volta in una transazione fra privati inerente un orto iacente in predella Sancti Sepulcri tenuta in affitto dallospedale di San Lazzaro: ASMn, OC, b. 6, n. 118, 1258 ottobre 23. 127 Per tutto quanto attiene ai conversi, basti qui rimandare a A. Rigon, I laici nella Chiesa padovana del Duecento. Conversi, oblati, penitenti, in Contributi alla storia della Chiesa padovana nellet medioevale, Padova, 1979, pp. 11-81. 128 ASMn, OC, b. 7, n. 38, 1264 agosto 19. 129 Si vedano ASMn, OC, b. 7, 1266 ottobre 4; b. 7, 1274 ottobre 13; b. 8, n. 120, 1293 febbraio 15. 130 Lesclusione della componente femminile dalla gestione dellente trova riscontro in tardo documento. Il 12 aprile 1294 (ASMn, OC, b. 8, n. 119, 1194 aprile 12 e 13), nella chiesa dellospedale di San Lazzaro extra portam Aquadrucii, testimoni, fra gli altri, il priore di San Bartolomeo con il prete della stessa chiesa, e frate Giacomino massaro dellospedale di Santa Maria Maggiore, i fratres ed il cle-

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temente la presenza femminile, minoritaria sin dal principio, era ritenuta marginale e con ogni probabilit relegata alla sola assistenza degli ammalati, dei quali sappiamo ben poco. Uno di essi potrebbe essere individuato in Semprebene del fu Giovanni di Zannebono, il quale, stando in domo ospitalis Sancti Laari, dett il suo testamento131 . Come Semprebene altri testatori132 beneficiarono lospedale accrescendone il patrimonio costituito soprattutto da terreni siti nelle immediate vicinanze della citt133. Nella stessa area ove erano siti gli enti assistenziali sin qui ricordati era ubicato anche lospedale di Santa
ricus si riuniscono per procedere alla scelta del loro nuovo priore in sostituzione di frate Ognibene, gravemente ammalato, che dal suo letto conferma la scelta caduta su frate Zannebono, uomo honeste conversationis solacium. Essi per non ammisero i voti di Mantovana e Dulcebona, sorores dellospedale, le quali protestarono ritenendo di essere state ingiustamente escluse dallelezione, alla quale avrebbero dovuto partecipare assieme ai loro confratelli pariter. A nulla sembra siano valse le rimostranze delle due donne, segno eloquente dellesistenza di tensioni interne alla comunit: la scelta fu confermata dai fratres il giorno dopo. Pur tuttavia nel maggio successivo troviamo rivestito della carica di priore, rettore e amministratore, un altro frate, Graziadeo (ASMn, OC, b. 8, n. 120, 1294 maggio 31). Delle sorores non si fa menzione alcuna quando, sullo scorcio dello stesso anno, i fratres si riuniscono in capitolo nel coro della loro chiesa per provvedere alla scelta di un nuovo priore, elezione che venne sottoposta alla ratifica dellarciprete della cattedrale di Mantova e al vicario del capitolo essendo vacante la sede episcopale (ASMn, OC, b. 8, n. 127, 1294 novembre 10, 12, 13). Leletto era un Bonacolsi: si tratta di una scelta che ben si colloca nel contesto politico del periodo. Segnaliamo inoltre che frate annebonus loci Sancti Laari corrispose, tamquam massarius, quaranta soldi ai collettori la decima per lanno 1295: Rationes decimarum Italiae. Lombardia et Pedemontium, a cura di M. Rosada, Citt del Vaticano, 1990, p. 245. 131 ASMn, OC, b. 7, 1268 marzo 10. 132 Si veda, ad esempio, Larchivio capitolare, n. CLXXXXI, 1275 febbraio 2 o 3. 133 Non essendo nostro proposito soffermarci in questa sede in maniera esaustiva sui possessi dellospedale, rinviamo, oltre a documenti gi citati, ASMn, OC, b. 23, 1252 aprile 22.

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Maria Maddalena. Nel 1222134 ad un atto del priore della chiesa di San Bartolomeo, assiste Uguccione, sacerdote della chiesa di santa Maria Maddalena de Aquadrucio. Tale documento permette di far risalire al principio del secolo XIII lesistenza presso porta de Aquadrucio di una chiesa intitolata a Santa Maria Maddalena cui era verosimilmente gi annesso un ospedale la cui prima attestazione esplicita peraltro posteriore di un decennio135. Infatti, nel maggio del 1232, pre Iuncta, priore e rettore della ecclesia e dello hospitale Sancte Marie Magdalene de Aquaducio, agendo assieme a due confratelli, nomina un procuratore136 . Questi avrebbe dovuto difendere gli interessi patrimoniali dellente in una vertenza la cui definizione era affidata ad un canonico di Reggio. il caso di sottolineare che latto rogato nel palazzo del vescovo e che quella nomina ottenne la ratifica del da Correggio. Il medesimo prior et rector, assieme ad un converso dello stesso ospedale, figurer fra i testi ad un atto vescovile posteriore di qualche mese137. Negli anni successivi viene meno il riferimento allospedale, mentre continua ad essere documentata la ecclesia: nel 1237 il vescovo Iacopo cassa la nomina di Lanfranco a prete della chiesa di Santa Maria de Aquadrucio effettuata da un converso e dal chierico Delacorra138. Sar questultimo che, con il titolo di rector, risulter esserne alla guida negli anni centrali del secolo. Egli fu
ASMi, PF, b. 252, 1222 gennaio 10. Secondo Davari, Sulle pergamene cit., pp. 5-6, i mantovani fondarono allepoca di Costantino (325) un ospitale (xenodochio) nella localit ove oggi sorge il tempio di S. Andrea dedicandolo a S. Maria Maddalena. () La piet dei Mantovani pens poco dopo di erigerne un altro sotto lo stesso titolo di S.M. Maddalena fuori di porta Aquadrucia, oggi chiamata Pradella. Di questo antichissimo ospitale trovasi per la prima volta fatto cenno in queste pergamene soltanto nel 1273. 136 ASDMn, MV, Registro 2, c. 84v, <1232> maggio 17: i confratres nominati sono Carbone e Martino. 137 ASDMn, MV, Registro 2, c. 106v bis, <1232> novembre 27. 138 ASDMn, MV, Registro 3, c. 18r, <1237> aprile 13.
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figura di qualche spessore nella vita ecclesiastica del tempo: oltre a comparire di frequente a fianco del vescovo Iacopo139, divenne vicario del vescovo Martino140 . Ad un ospedale di Santa Maria Maddalena si torna a far riferimento in alcuni testamenti redatti fra Due e Trecento141. Da quanto siamo venuti dicendo, non sembrerebbe possibile identificare San Lazzaro, che fino alla met del Duecento era posto dentro porta de Aquadrucio, n con quello eretto verso il 1149 fuori dallabitato cittadino, n con quello di Santa Maria Maddalena142 : sono distintamente menzionati in uno stesso atto del 1275143. Non ritengo neppure possibile identificare Ognissanti con la fondazione qui attribuita agli Avvocati, che pi verosimilmente potrebbe essere posta in rapporto con Santa Maria Maddalena: entrambi sono, sin dalle prime attestazioni, posti fuori porta de Aquadrucio. Comunque sia, almeno per ora, possiamo affermare che presso quella porta cittadina ubicabile in corrispondenza dellodierna porta Pradella , nel periodo qui esaminato esistettero almeno tre distinti istituti ospedalieri: Ognissanti, San Lazzaro, Santa Maria Maddalena. Quellarea di strada, con i suoi ospedali e la presenza di eremiti144, assai prossima alla canonica regolare di San
139 Si veda, ad esempio, ASDMn, MV, Registro 9, c. 39r, <1252 ottobre 24>; c. 40r, 1251 dicembre 29. 140 Larchivio capitolare, n. CLXI, 1263 ottobre 15. 141 ASMn, OC, b. 7, 1273 agosto 17; ASMi, PF, b. 224, n. 143, 1307 settembre 17; b. 223, n. 85, 1336 dicembre 14. Si ricorda inoltre che il priore hospitalis Sancte Marie Magdalene compare nellelenco dei collettori della decima per lanno 1295 (Rationes decimarum Italiae cit., p. 245), e che lo stesso ospedale fra gli enti che secondo gli Statuti bonacolsiani dovevano ricevere elemosine dal comune (Navarrini, Belfanti, Il problema della carit cit., p. 122). 142 Rivaroli, Sulla storia cit., p. 81. 143 Larchivio capitolare, n. CLXXXXI, 1275 febbraio 2 o 3. 144 Purtroppo della presenza di eremiti presso la porta Acquadrucio abbiamo rinvenuto solo attestazioni tarde: Larchivio capitolare, n. CLXXXXI, 1275 febbraio 2 o 3; il testatore destina una somma di denaro Ma...ano heremite a porta Aquadrivi. Si veda anche ASMi,

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Bartolomeo145 , si connota per una indubbia vivacit di iniziative religiose146, animate in massima parte da un attivo gruppo di laici. Ma laspetto che qui preme porre maggiormente in rilievo che nei confronti degli enti sin qui nominati i vertici della Chiesa risulterebbero aver riservato una attenzione del tutto marginale. Tale disinteresse appare manifesto soprattutto in rapporto al trasferimento della comunit dei lebbrosi, trasferimento che stando alle citate deposizioni testimoniali sarebbe da collocare negli anni Venti del Duecento, ovvero durante il governo di Enrico. Una qualche attenzione nei confronti degli infirmi di quellarea mostr invece il presule Guidotto: il segnale del rinnovato interesse che la Chiesa mostra verso queste presenze, ossia della volont di sottoporle a controllo, che ben si colloca nel pi ampio programma di governo di questo vescovo. nel contempo la spia di una crescente sensibilit dei vertici della Chiesa mantovana verso uno dei principali compiti connessi con lofficium vescovile147.

PF, b. 233, 1305 novembre 11: latto attiene alla chiesa di San Bartolomeo. 145 Giova ricordare che presso la chiesa di San Bartolomeo era insediata una comunit di canonici regolari di Santa Maria in Porto; lente attende ancora dessere studiato. Oltre al documento citato alla nota precedente, si veda anche ASMi, PF, b. 252, 1246 dicembre 23, ove agisce dominus Donigolinus presbiter, prior et rector ecclesie Sancti Bartholamei diocissis Mantuane et sindicus procurator et actor et noncius specialis constitutus a domino Adam priore ecclesie Sancte Marie in Portu Revenatis. 146 A. Rigon, Tradizioni eremitiche nel Veneto medioevale, in Il monachesimo nel Veneto medioevale, Cesena, 1998, pp. 75-83, che a p. 79 pone in risalto lo stretto legame tra i luoghi eremitici, le strade, i borghi, le porte; altres possibile rilevare la funzione di assistenza ai pellegrini, ai viandanti e ai poveri svolta dai romiti a servizio di piccoli ospizi, oratori cappelle; si veda anche Id., Ricerche sulleremitismo nel Padovano durante il XIII secolo, in Esperienze religiose e opere assistenziali cit., pp. 123-161. 147 Cfr. Alberzoni, Redde rationem villicationis tue cit., p. 307.

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3.2. Una fondazione vescovile Un orientamento ben diverso si ha con lepiscopato degli immediati successori del da Correggio, i vescovi Iacopo e Martino, che con la loro azione imprimono una vera e propria svolta nel governo della Chiesa locale nei confronti dellassistenza ospedaliera: con essi da una posizione di ricezione e di assecondamento delle iniziative religiose si passa alla promozione e fondazione di nuovi enti. Lo mostrano le vicende che portarono alla nascita dellospedale di Santa Maria Maggiore, ove conflu la comunit che aveva in precedenza operato in San Gervasio. La nascita dellospedale di San Gervasio viene solitamente posta nellanno 1208148 . Il documento cui si fa riferimento consiste nel gi citato testamento di Zenello de Henrico Anuli, un eminente cittadino, il quale benefic con un modesto appezzamento di terreno lospedale. Subito dopo il testatore destin una somma di denaro horphanis, viduis et hospitalibus et illis quibus necesse cognoverint, nonch ad pontem Ridevali, in laborerio149 , rivelando in tal modo una sensibilit particolare verso i pauperes, sensibilit espressasi anche in un atto di carit civica, come crediamo possa essere inteso il lascito in favore del ponte150 . Alla luce di quanto appena detto si pu asserire che lanno 1208 devessere assunto quale estremo cronologico della prima attestazione dellospedale e non della sua fondazione che di certo dovette essere anteriore.

Si veda Lucca, Nascita, regolamentazione cit., p. 21, ove, non discostandosi dagli studi precedenti, si afferma che lospedale di San Gervasio sorto nel 1208 per volont testamentaria di Zenelo de Anzoli. 149 ASMn, AG, b. 302, n. 664, 1208 marzo 21. 150 Per gli ospedali di ponte si veda Merlo, Esperienze religiose e opere assistenziali in unarea di ponte cit., pp. 14-42.

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La comunit ospitata in San Gervasio era costituita da conversi151 , uomini e donne152; uno di essi, frate Girardo, ne divenne amministratore e rector153 . Anche qui ritroviamo dunque la presenza di fratres et sorores, la cui vita viene regolata nel 1253 dal vescovo Martino. Dal testo dello statuto, lacunoso, si apprende che il presule volle dare unimpronta marcatamente religiosa alla comunit mediante lassunzione di un abito, imponendo la tonsura ai fratres, una esistenza scandita dalla celebrazione degli uffici divini e dalla preghiera, la separazione fra maschi e femmine durante i pasti e durante la notte. Vengono altres regolamentati lelezione del rettore, che sembrerebbe spettare ai soli fratres e la cui ratifica viene riservata allordinario, e laccoglimento degli assistiti. Tale regola non sembra discostarsi di molto da quella che lo stesso vescovo assegner qualche anno pi tardi allospedale di Santa Maria Maggiore ne tratteremo fra poco , ospedale al quale San Gervasio sar unito per volere dello stesso presule. Nel gennaio del 1257 il vescovo Martino, che si rivolge a frate Gerardo rector, agli altri fratres della domus hospitalis quod est iuxta ecclesiam Sancti Gervasii, a Grana, aministratrix pauperum, alle sorores Otta e Alessandra, rilevata la mancanza di spazi sufficienti per ospitare la multitudo infirmorum et pauperum illuc confluentium, e lassenza di oratorium e cymiterium, tanto da ingenerare una incomoditas maxima, ne dispone il trasferimento presso lospedale di recente fondazione di Santa Maria Maggiore.

151 Nellaprile del 1227 troviamo fra i presenti ad una transazione fra privati riguardante immobili tenuti in affitto dalla chiesa di San Gervasio, Graciolo, converso dellospedale di San Gervasio: ASMn, OC, b. 6, n. 11, 1227 aprile 24. 152 Larchivio capitolare, n. C, 1238 agosto 10; n. CV, 1244 agosto 8. 153 Larchivio capitolare, n. CXXIX, 1251 marzo 17; n. CXL, 1257 gennaio 30.

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Si tratt di una decisione presa, stando al dettato del documento, su richiesta degli stessi membri della comunit ospedaliera, i quali in una strata erant. Ma furono soprattutto i vertici del comune cittadino, sicut apparet per publica instrumenta, a sollecitare quella unione, resasi necessaria per lincomoditas maxima vicinorum, nec non et pauperum et etiam infirmorum. Lospedale di Santa Maria Maggiore presso il quale la comunit di San Gervasio venne trasferita era sorto grazie alle disposizioni testamentarie di Iacopo da CastellArquato, scomparso nel 1253. Siamo quindi in presenza di una promozione vescovile, la prima ad essere stata assunta per quanto dato sapere dai vescovi di Mantova. Le prime notizie dellospedale di Santa Maria Maggiore risalgono al 1256154. Nel marzo di quellanno, gli esecutori testamentari del defunto cardinale, il vescovo di Mantova Martino e il canonico Guido de Zena, comperano da Pescatore figlio del defunto Nicol de Bagnolo155 ampi terreni in favore dellospedale edificato in capite pontis molendinorum, secundum iudicium bone memorie domini Iacobi olim episcopi Mantue. Il documento citato mostra gli esecutori testamentari nellatto di dotare di una solida base patrimoniale il nuovo ente assistenziale, base patrimoniale che and nei decenni successivi accrescendosi. Essi provvidero anche allacquisto degli immobili sui quali venne eretto lospedale che sorse nel borgo di Porto, alla sommit del ponte attraversando il quale si giungeva in citt, e pi precisamente allinterno del suo castrum come rileveremo , lungo una delle principali direttrici daccesso al centro urbano, via di transito per uomini e merci. Nel giugno di quello stesso anno due chierici della chiesa di San Pietro di Porto ratificarono una precedente vendita di
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ASMn, OC, b. 6, n. 102, 1256 marzo 22. Sui da Bagnolo si veda Torelli, Un comune cittadino cit., pp.

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un terreno con casa ubicato in castro Portus apud stratas comunis in favore degli esecutori testamentari del vescovo Iacopo super constructione hospitalis beate Marie de capite pontis molendinorum156 . Lospedale sembra aver dunque trovato posto in edifici preesistenti. Gli acquisti di terreni con edifici e cortili, posti sempre allinterno del castrum di Porto si susseguirono negli anni successivi157 : gli spazi occupati dallospedale andarono cos progressivamente ampliandosi e strutturandosi con laccrescersi possiamo supporre della comunit in esso ospitata. Lappartenenza di tale patrimonio allospedale era resa visivamente mediante lapposizione di quello che forse costituiva lemblema dellente ospedaliero: nel 1270 un rappresentante di Santa Maria Maggiore prese possesso di una casa pingendo de bullo signum crucis in muro anteriori supra viam ut ipsa demonstretur esse hospitalis158. Nonostante lospedale di Santa Maria Maggiore si configuri quale ente di fondazione eminentemente vescovile, alla sua nascita non dovette essere del tutto estraneo neppure il comune cittadino. Da un atto del 1270 apprendiamo che alcuni sapientes appositamente eletti dal consiglio e dal comune di Mantova, avevano provveduto, tempo addietro, ad individuare in Porto un locus pro hospitali fieri faciendo, e precisamente pro ecclesia cimiterio et sepulturis et domibus; in forza di tale concessione il rettore di Santa Maria Maggiore pot cos acquisire un terreno con casa posto iuxta stratam castri Portus159 . Sono proprio i confini di quel locus indicato dal comune a fornirci una sia pur labile idea di quanto ampia fosse la superficie destinata allospedale: si trattava dellintera area compresa fra il Lago inferiore, la strada che conduceva a San Tommaso e la strada diretta a Castiglione ManASMn, OC, b. 6, n. 103, 1256 giugno 13. ASMn, OC, b. 6, n. 105, 1256 dicembre 12; ASMn, OC, b. 7, 1273 luglio 6. 158 Si veda il documento citato alla nota seguente. 159 ASMn, OC, b. 23, 1270 febbraio.
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tovano sino al ponte dei mulini. Non conosciamo con precisione a quando risalisse lintervento del comune; nel documento del 1270 non viene fornito alcun riferimento temporale, n compare lindicazione nominativa di qualche autorit pubblica, il che avrebbe potuto permettere se non altro di congetturare qualche datazione. Sembra tuttavia lecito collocarlo nei primissimi anni di vita dellistituto. Larea designata dalle autorit pubbliche doveva servire anche per la costruzione della chiesa e del cimitero, come si detto. Ebbene, nellagosto del 1258 venne posata la prima pietra della chiesa dellospedale, disponendo che nei suoi pressi si apprestasse un cimitero160 . dunque assai probabile che lassegnazione di quel locus debba essere collocata proprio in quel torno di tempo. A concedere la prima pietra dellerigenda chiesa ospedaliera fu il vescovo Martino che ag stando supra fundamentum161, presente, fra gli altri, larciprete della cattedrale cittadina. Il presule dichiara di operare in ottemperanza delle ultime volont del defunto vescovo Iacopo cardinale portuense e con lassenso del coesecutore Guidone. Viene disposto che i fratres e le sorores dellospedale debbano tenere nella loro chiesa un prete idoneo ed uno scolaro che devotamente celebrino ogni giorno i divini offici e in particolare preghino in onore della Vergine, per lanima di detto cardinale e di tutti i benefattori dellospedale. Al prete si attribuisce il compito di dare penitenciam e di amministrare i sacramenti a fratres e pauperes e in particolare di provvedere alla sepoltura dei loro corpi. Fra le varie mansioni attribuite al prete merita dessere ricordata la confessione generale da tenersi qualibet die in sero. dunque evidente lintento
Documento indicato alla nota seguente. ASDMn, MV, b. 1, n. 13, 1258 agosto 1; in copia del 1277 aprile 19 di mano del notaio Bonadeo del fu Didato di Porto redatta su richiesta di frate Alberto magister et rector dellospedale; tale documento si trova edito in Lucca, Nascita, regolamentazione cit., pp. 3335.
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del presule di garantire una ordinata vita sacramentale entro lospedale, una vita garantita dalla presenza di un prete e scandita dalla quotidiana celebrazione della messa, dalla amministrazione dei sacramenti fra i quali un rilievo del tutto particolare viene attribuito e la circostanza non priva di valore alla confessione162. La nuova fondazione ricevette ben presto il riconoscimento e lapprovazione delle gerarchie ecclesiastiche. Papa Alessandro IV intervenne pi duna volta in favore di quel nuovo istituto costruito opere sumptuoso ove era ospitata una moltitudo non modica pauperum et infirmorum () et infantium expositorum163. Anche il patriarca di Aquileia fa riferimento a quella moltitudo di pauperes et infirmi che trovavano accoglienza in quellospedale allorch concesse unindulgenza di quaranta giorni a quanti fossero stati mossi da un atto di carit nei loro confronti164 . Ecco dunque stagliarsi davanti ai nostri occhi le categorie sociali alle quali era destinato lospedale di Santa Maria Maggiore: i pauperes, gli infirmi e gli infanti esposti. Il che ha condotto a vedere nellistituto il primo e vero ospedale sorto a Mantova tanto per gli infermi che pei fanciulli esposti165 . Ma quellelencazione, pi che a specifiche categorie di assistiti cui doveva essere destinato lospedale di Santa Maria Maggiore, potrebbe star ad indicare quella polifunzionalit che contraddistinse la maggior parte degli ospedali del tempo, e quindi anche il nostro. Nella documentazione notarile qui considerata, gli assistiti vengono infatti sempre indicati come pauperes, o come infirmi, spesso anzi i due termini vengono usati assieme. Importante poi il riferimento alla
Sul tema basti qui il rimando a Dalla penitenza allascolto della confessione, Atti del XXIII Convegno internazionale (Assisi, 1214 ottobre 1995), Spoleto, 1996; R. Rusconi, Lordine dei peccati. La confessione tra medioevo ed et moderna, Bologna, 2002. 163 ASMn, OC, b. 7, n. 2, 1259 febbraio 12. 164 Larchivio capitolare, n. CLXXVI, 1267 ottobre 20. 165 Lucca, Nascita, regolamentazione cit., p. 13.
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presenza degli esposti, presenza di cui sino ad ora non abbiamo reperito alcunaltra prova. Veniamo ora alla comunit vivente in Santa Maria Maggiore. Se qualche perplessit in merito alla qualit degli assistiti permane, meno dubbi sussistono in merito a coloro che sceglievano di entrare in quellente per esercitarvi la loro carit, i fratres e le sorores. Si gi avuto modo di dire che nel gennaio del 1257 la comunit dellospedale di San Gervasio venne unita a quella di Santa Maria Maggiore. In proposito bene evidenziarlo meglio parlare di trasferimento piuttosto che di unione, ch alcuni indizi inducono a sospettare che fosse stata proprio la comunit di San Gervasio ad animare il nuovo ente. Si badi: gli ultimi atti in cui il vescovo Martino ed il canonico Guido agiscono per conto di Santa Maria Maggiore si situano nel dicembre del 1256, anno cui si riferiscono le prime menzioni del nuovo istituto rappresentato sempre dai due esecutori testamentari senza che mai venga fatta qualche menzione della comunit in esso presente; senza che compaia mai un personaggio incaricato della guida della comunit ospedaliera. Nel gennaio successivo lo stesso presule dispone che fratres, le sorores, i pauperes e gli infirmi di San Gervasio, guidati dal rettore frate Girardo, traslochino nellospedale noviter constructo in capite pontis molendinorum; qualche tempo dopo vedremo agire autonomamente la comunit di Santa Maria Maggiore, rappresentata e guidata da frate Girardo166. Come non identificare questultimo con lomonimo rettore di San Gervasio, come non ritenerli una stessa persona? Non solo: fu il comune cittadino si ponga attenzione a stimolare lallontanamento di quanti avevano trovato accoglienza presso San Gervasio e fu lo stesso comune ad individuare unarea specificatamente destinata ad accogliere un ente ospedaliero, proprio l
Frate Girardo riveste la carica di rettore di Santa Maria Maggiore nel 1260 (Larchivio capitolare, n. CLIV, 1260 gennaio 6) e lo sar sino al 1268 (Larchivio capitolare, n. CLXXIX).
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dove sorse lospedale di Santa Maria Maggiore. Vedremo fra poco che nel 1261 venne emanata la regola da osservarsi nellospedale, regola assai simile a quella che otto anni prima era stata emanata per San Gervasio. Elementi tutti che sembrerebbero concorrere, dunque, a sostanziare la nostra ipotesi. Torniamo a rivolgere la nostra attenzione verso gli uomini e le donne che scelsero di dedicare la loro vita alla cura dei pauperes accolti nellospedale voluto dal vescovo Iacopo. La loro vita venne regolamentata nel dicembre del 1261 dal vescovo Martino. In base a tale regola la vita quotidiana dei membri della comunit sarebbe dovuta essere scandita dalla preghiera e dagli uffici divini, cui nessuno potr sottrarsi senza una giusta e ragionevole causa, nel qual caso richiesta la personale e silenziosa recita di numerose preghiere. La preghiera scandir anche la giornata dei pauperes. Fratres e sorores adotteranno vesti di cui vengono precisati colori e fogge. Vesti che li renderanno immediatamente riconoscibili, soprattutto quando qualcuno di essi si recher nella citt o nella diocesi per la questua: nelle loro mani terranno allora un bastone ligneo, bastone che, di colore rosso, comparir anche in immagine sui loro cappucci. Anche le servientes si atterranno alle stesse prescrizioni. Ai fratres si richiede la tonsura; alle sorores si vietano le trecce ed i capelli lunghi. Uomini e donne mangeranno e dormiranno sotto tetti diversi. Sar un magister ydoneus et professus a reggere la comunit: eletto dalla sola componente maschile e confermato dallordinario diocesano, manterr la carica per un biennio. Egli vigiler sui comportamenti dei singoli che eventualmente corregger e castigher. Di sua competenza sar di anno in anno la nomina di un massarius, con mansioni amministrative: a questi spetter, in particolare, il compito di scrivere o di far scrivere ogni reddito dellospedale, ogni legato ed ogni testamento, e soprattutto i nomi di coloro che beneficheranno lente, in modo tale che fratres, sorores, pauperes ac familiares

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possano pregare per le loro anime. Non si esclude la possibilit che anche la componente femminile possa istituire ogni anno una propria massaria. Essa servir e far servire gli ammalati, si occuper dellamministrazione tra le suore e le servitrices, ma la sua posizione sar subalterna rispetto a quella del massaro. Nessun nuovo converso o conversa potr essere accolto senza il volere di fratres e sorores: dopo un anno di noviziato dovranno pronunciare i voti di povert, obbedienza, castit e continenza; diversamente si spoglieranno dellabito assunto e abbandoneranno lente dove potranno rimanere solo qualora il magister e i fratres decidano di trattenerli pro servicio pauperum. Dallo statuto cos brevemente illustrato, si apprende la decisa volont di dare alla comunit ospedaliera una pronunciata condotta religiosa, uno stile di vita che doveva manifestarsi nella assunzione di uno specifico abito sia da parte dei fratres che delle sorores, nellimpegno quotidiano della preghiera. il vescovo a volervi dare tale impronta. Dalla regola che egli volle assegnare a quellospedale traspare la sua preoccupazione per far s che nulla, o quasi, impedisse di identificarlo in una comunit religiosa: un bellesempio di istituzionalizzazione. Qui non siamo peraltro in presenza di un ente nato per iniziativa laicale cui segu lintervento della autorit vescovile per disciplinarne o istituzionalizzarne lesistenza, bens di un ospedale che nasce dalle volont testamentarie di un vescovo: un ente, insomma, vescovile. Tale impronta emerge nitidamente dalla regola. E non solo da questa: si torni a pensare al rilievo dato alla celebrazione degli uffici divini, allamministrazione sacramentale ed in particolare alla confessione nellatto con il quale il presule Martino promosse lerezione della chiesa ospedaliera. Tutte queste sono tracce evidenti della centralit del vescovo e del controllo vescovile esercitato sullente. Tuttavia le norme statutarie, com risaputo, esprimono la realt normata, cui la realt vissuta poteva anche non conformarsi, e solo in parte consente di cono-

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scere fratres e sorores in carne ed ossa. Per penetrare nel profondo delle intenzionalit di quei singoli individui che lo statuto pone in un indistinto anonimato, sembra opportuno far ricorso ad altre tipologie documentali. Nellintimo della personale esperienza di conversione alla povert nel servizio verso il prossimo, introduce una carta del 1271, rogata dinnanzi allaltare della chiesa dellospedale167 . latto con il quale due sposi, Guido e Gissla, volentes Deo dedicare, donano se stessi ed i loro beni a Santa Maria Maggiore votandosi alla cura di pauperes et infirmi. Certo, latto piuttosto tardo rispetto al periodo da noi preso in esame, pur tuttavia esso indicativo di come lospedale di Santa Maria Maggiore fungesse da punto di riferimento per quei laici che intendevano assumere un diretto impegno di vita religiosa dedicandosi ad opere di misericordia.

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ASMn, OC, b. 8, 1277 settembre 11.

CAPITOLO VII. UN SANTO PER LA CITT 1. La promozione del culto di Giovanni Bono Nel maggio del 1251 lintera collettivit mantovana fu investita da un generale fervore religioso e da un grande movimento devozionale: giovani e vecchi, uomini e donne, tenendo in mano ceri accesi e innalzando lodi al Signore confluirono dogni parte verso la chiesa di Santa Agnese di Porto ove solennemente venne elevato il santo corpo di Giovanni Bono e traslatolo allinterno della chiesa lo si ripose in unarca. La folla si accalcava dentro e fuori la chiesa; numerosi erano gli ammalati i quali vi si erano recati nella speranza di una guarigione miracolosa, una speranza che non fu disattesa. A pochi mesi di distanza dallesplodere di una simile devotio, contestuale allelevazione e alla traslazione di Giovanni Bono azioni pubbliche di sicuro impatto emotivo e propagandistico ebbe inizio il processo canonico per riconoscerne la santit1. Sono proprio gli atti di tale processo in partibus (svoltosi a Mantova nel 1251 e poi fra il 1253 ed 1254 a Mantova e a Cesena) ad aver tramandato la notizia appena riportata ed sempre quella fonte a restituirci la maggior parte delle notizie necessarie per ricostruire la vicenda di Giovanni Bono2 e soprattutto
1 Gli atti del processo di canonizzazione di Giovanni Bono si trovano nella busta 3305 dellArchivio di Stato di Mantova; sono stati editi, sulla scorta di una pi tarda trascrizione, in AASS, Octobris, IX, pp. 771-885; di tale edizione stata recentemente approntata una traduzione in italiano: M. Mattei, Il processo di canonizzazione di fra Giovanni Bono (1251-1253/54) fondatore dellOrdine degli Eremiti, saggi di C. Alonso, R. Brunelli, C. Riva, contributi di N. Boncompagni, M. C. Raimondo, Roma, 2002, pp. 267-508. Dora in poi quando faremo riferimento al testo a stampa degli atti processuali rinvieremo non al numero di pagina ma al nome del teste. 2 B. Rano, Fr. Juan Bueno, fondador de la Orden de los Eremitaos, Archivio agustiniano, 56 (1962), pp. 157-202; G. Lucchesi, Giovanni Bono, in Bibliotheca sanctorum, VI, Roma, 1965, coll. 629-

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per penetrare nelle motivazioni che dovettero sostenere nella Mantova di met Duecento la promozione del suo culto. Gli atti processuali permettono cos di evidenziare s limportante ruolo avuto dalla locale comunit giambonita nellesaltare le virt e i segni della santit del loro ispiratore, nonch il contributo di non minore importanza dato dal comune cittadino, e finanche di quello offerto da chi materialmente li realizz, ma consentono soprattutto di mettere in luce il protagonismo dei vescovi. Sono essi accanto ad altri rappresentanti del mondo ecclesiastico mantovano, ad assurgere al ruolo di primari patrocinatori del culto verso il fondatore della congregazione agostiniana dei cosiddetti Giamboniti. proprio sul fattivo sostegno dato dai vescovi Iacopo e Martino alla promozione del culto per Giovanni Bono che vogliamo focalizzare il nostro interesse, un culto nel quale essi intravidero un possibile e utile strumento della loro pastorale. Quel culto, infatti, non rispecchia
631; K. Elm, Italienische Eremitengemeinschaften des 12. und 13. Jahrh. Studien zur Vorgeschichte des Augustiner-Eremitenordens, in Leremitismo in Occidente nei secoli XI e XII, Milano, 1965, pp. 503528; B. Van Luijk, Gli eremiti neri nel Dugento con particolare riguardo al territorio pisano e toscano. Origine, sviluppo ed unione, Pisa, 1968, pp. 67-71; B. Rano, Giovanni Bono, beato, in Dizionario degli istituti di perfezione, IV, Roma, 1977, pp. 1244-1246; M. Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 94-95; Id., SantAnselmo nella vita religiosa e culturale mantovana, in SantAnselmo, Mantova e la lotta per le investiture, Atti del Convegno internazionale di studi (Mantova, 23-25 maggio 1986), a cura di P. Golinelli, Bologna, 1987, pp. 63-79: 73; P. Golinelli, Dal santo del potere al santo del popolo. Culti mantovani dallalto al basso medioevo, in Id., Citt e culto dei santi nel medioevo italiano, Bologna, 1991, pp. 45-62: 54-55 (gi edito in Quaderni medievali, 19 (1985), pp. 12-34; L. Robertini, Giovanni Bono, in Il grande libro dei santi, II, Cinisello Balsamo, 1998, pp. 861-863; L. Canetti, Giovanni Bono (Giambono, Zanibono, Zannebono), in DBI, 55, Roma, 2000, pp. 731-734; Mattei, Il processo di canonizzazione cit., pp. 25-52. Ma si veda soprattutto il recente corposo lavoro di D. Alzetta, Giovanni Bono: la complessa vicenda di un santo mancato, Franciscana. Bollettino della Societ internazionale di studi francescani, V (2003), pp. 1-202.

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solo uno degli ambiti verso i quali si diresse lazione di quei presuli. Essi non provvidero tanto a disciplinare quello che inizialmente pot apparire come un impetuoso movimento religioso partito dal basso, quanto a controllare e a orientare quella devozione rendendola il veicolo di una specifica ideologia, una ideologia che collimava con i loro ideali e con le scelte proprie della Chiesa universale in quello specifico contesto sociale e politico. La valenza ideologica e, non di meno, la sussistenza di uno stretto connubio di programmi e finalit che in quel frangente saldavano Chiesa locale e comune cittadino nel tentativo di rendere il culto per Giovanni Bono un culto civico, emerge in tutta evidenza dalla considerazione degli affreschi realizzati dal pittore Grixopolo nel Palazzo della Ragione di Mantova, un ciclo pittorico mediante il quale si veicol un preciso messaggio di propaganda politica oltre che religiosa. Sono questi pi che piccoli indizi di un progetto preciso e articolato volto a sollecitare e a certificare la santit di un uomo il cui culto, opportunamente orientato, sincardinava su una forte devozione popolare. Un progetto caricato di specifiche istanze ideologiche, volutamente propagandistico, idoneo a rafforzare una precisa immagine di Chiesa. Un progetto che peraltro non sort gli esiti desiderati: com noto, il processo per la canonizzazione di Giovanni Bono non port al riconoscimento ufficiale della sua santit. Tale esito va in parte ricondotto alla oscura figura Giovanni Bono, dalla quale pare opportuno prendere le mosse. 1.1. Una memoria di parte: le testimonianze processuali Per tentare di ricostruire il complesso profilo di un emblematico esempio di santit mancata e per cercare di comprendere le ragioni profonde dellappoggio dato dai vertici della Chiesa locale alla promozione del suo culto nella citt di Mantova alla met del Duecento, occorre

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guardare con attenzione agli atti del processo di canonizzazione, alle dichiarazioni dei testi escussi. Delle vicende di Giovanni Bono si conosce, com noto, ben poco3, giacch, ed anche questo risaputo, i testimoni uditi dai commissari pontifici nel corso del processo di canonizzazione non lasciano trapelare nulla dei primi anni di vita4. Infatti, nessuno dei testimoni escussi dichiara di aver conosciuto il frate prima della sua conversione, o meglio, nessuno rilascia testimonianze riguardanti lesistenza del frate prima della sua conversione: la vita di frate Giovanni Bono parrebbe aver inizio con la sua conversione. questa la vita che interessa, questa lesperienza che si vuol far conoscere e che deve servire a fondamento della sua canonizzazione: i primi trenta o quarantanni della sua vita sono del tutto ignorati. Si potrebbe di conseguenza essere indotti dallavanzare lipotesi che in questo primo periodo di vita nulla avesse caratterizzato lesistenza di Giovanni Bono da essere ritenuto di rilevante importanza e determinante rispetto alle finalit del processo5. Dal ricordo di quanti lo conobbero e lo seguirono si evince che Giovanni Bono lasci Mantova per ritirarsi nei pressi di Cesena. Visse da penitente dapprima a Bertinoro e poi a Butriolo. Qui intraprese unesistenza aspra, caratterizzata da astinenze e mortificazioni del corpo, uno stile di vita che dest ben presto ammirazione in ampi strati della popolazione non mancando di ingenerare invero anche qualche dissenso6. Di Giovanni Bono i testi pongono in rilievo lassiduit nellaccostamento ai sacramenti della confessione7 e della comunione8. Non diversa era la sua disposizione danimo nei confronti della preghiera9, tanto
3 4

Alzetta, Giovanni Bono cit., pp. 1-16. Alzetta, Giovanni Bono cit., pp. 21-26. 5 Alzetta, La complessa vicenda cit., pp. 25-26. 6 Cfr. Alzetta, Giovanni Bono cit., pp. 26-31. 7 AASS, Octobris, IX, fra Bonaventura, 91. 8 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 5.

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sizione danimo nei confronti della preghiera9, tanto che nel pavimento della sua cella dove vi erano un crocifisso, unimmagine della Madonna e dellacqua benedetta , erano ben visibili le impronte delle sue ginocchia10. Parco nel cibarsi, digiunava per lunghi periodi11. Durante i periodi di malattia non assumeva carni n ricorreva alle cure mediche essendo Dio la sua medicina e il suo medico12. Indossava lo stesso vestito in tutte le stagioni; camminava a piedi scalzi ad eccezione di quando portava degli zoccoli con lo scopo di procurarsi maggiori sofferenze13. Dormiva su alcune assi di legno o in una fossa scavata appositamente14. Pativa le persecuzioni degli uomini infamato dovette difendersi davanti al vescovo di Cesena15 e del demonio, che gli procur delle ferite16. Allontan da s le tentazioni della lussuria conficcandosi dei pezzettini di canna sotto le unghie battendo poi le dita su di una pietra17. Laustera vita che conduceva e le virt che lo contraddistinguevano comportarono il diffondersi gi in vita di una buona fama tale da richiamare presso il suo eremo individui dogni estrazione sociale e di varia provenienza18 che col affluivano per vederlo e toccarlo, ma anche per udirne le prediche19. Tra questi visitatori dovet9

AASS, Octobris, IX , Michele, 39; fra Vitale, 66; fra Balis,

177.

AASS, Octobris, IX, fra Greco, 276. AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 5; fra Gerardo, 36; fra Giovanni de Barba, 50; fra Bonincontro, 63; fra Martino da Montefeltro, 83; fra Morello, 171. 12 AASS, Octobris, IX , fra Morello, 172; fra Alberto, 199. 13 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 5; fra Gerardo, 35; Manzino vescovo di Cesena, 169. 14 AASS, Octobris, IX, fra Giacomo, 18. 15 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 12. 16 AASS, Octobris, IX, fra Giacomo, 19; Michele, 44; Giovanni de Barba, 62; fra Bonincontro, 65. 17 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 13. 18 AASS, Octobris, IX, fra Giovanni de Barba, 52. 19 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 5; fra Giacomo, 16; fra Alberto, 201; Dalborgo, 209.
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tero trovarsi anche i suoi primi compagni20, coloro che seguendone lesempio dettero vita alla primigenia comunit giambonita, costituita inizialmente da laici penitenti21, approvata dallordinario della diocesi di Cesena. Prese vita cos la congregazione nata per sua ispirazione. La sua buona fama andava vieppi consolidandosi e radicandosi grazie al manifestarsi di eventi ritenuti prodigiosi, eventi che contribuivano a conferire al frate eremita unaura di santit e quindi al diffondersi di una fama sanctitatis. Molti di questi miracoli erano diretti a consolidare la coesione della sua comunit e la fede dei membri della stessa22. Cos fu, ad esempio, quando Giovanni Bono trasform lacqua in vino23, cammin sui carboni ardenti24, fece rinverdire un ramoscello bruciato25, fece cessare la pioggia che impediva ai suoi confratelli di procedere nellerezione di un muro26. Essendo destinati alla comunit di tali eventi era proibita la divulgazione. Contravvenendo a tale disposizione, alcuni frati iniziarono a mettere per iscritto su dei quaderni i prodigi che Giovanni Bono compiva, ma quando questi lo venne a sapere li prese e li distrusse27. Non mancarono nel contempo di verificarsi guarigioni miracolose28, liberazioni demonia-

Cfr. Alzetta, Giovanni Bono cit., pp. 89-103. AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 5; fra Bertolino, 77; Maurino, 203. Anche il primo insediamento dei frati di Giovanni Bono in Firenze legato ai laici penitenti: Benvenuti Papi, Pastori di popolo cit., pp. 50-51. 22 AASS, Octobris, IX, fra Martino da Cesena, 79; fra Matteo, 88; fra Balis, 180; fra Alberto, 202. 23 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 7; Michele, 42; fra Giovanni de Barba, 50. 24 AASS, Octobris, IX, fra Giacomo, 20. 25 AASS, Octobris, IX, fra Giovanni de Barba, 52. 26 AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 11. 27 AASS, Octobris, IX, Michele, 43. 28 AASS, Octobris, IX, fra Giacomo, 23, 25, 26, 28; fra Giovanni de Barba 57, 59, 60, 61, 76; Mariabella, 73; Ubaldino fu Baio, 188; Dalborgo, 211; Giulia, 223; Alberigo da Cesena giudice, 232.
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che29, profezie30 di cui poterono beneficiare molti devoti fedeli laici. Giovanni Bono viene additato come uomo illitteratus, ma ci non gli imped di poter disputare con un canonico di Cesena, dotto in diritto, in merito ad una causa matrimoniale: il frate, diversamente da quanto seppe fare il canonico, con facilit e rapidit individu nel testo delle Decretali, testo che mai prima dallora aveva avuto tra le mani, il passo che supportava le sue asserzioni31. Egli non solo era illetterato ma anche si ponga attenzione laico: Giovanni Bono non ricevette mai gli ordini sacri32. Orbene, i testi nel deporre creano la memoria di una specifica santit, una santit che si vuole abbia il suo punto di forza, il suo fondamento, nella vita ascetica del frate eremita: lasprezza di vita condotta dal frate a colpire i contemporanei, questo aspetto che suscita la devozione nei suoi confronti fra la gente che accorre presso il suo eremo per vederlo. Unasprezza di vita che ai testimoni sembrava in contrasto con la vita stessa, che solo lappoggio di Dio poteva rendere possibile e praticabile. Non per niente il frate poteva piegare al suo volere i fatti naturali33. Pensiamo inoltre al rapporto che leremita instaur con il mondo animale: sono animali solitamente avversi alluomo quelli con i quali egli entrava in contatto. Ecco il lupo e gli uccelli rapaci che gli si avvicinano o gli si posano sulle sue ginocchia sottomettendosi alla sua volont. Ma il tratto che pi di altri connota la figura del santo eremita per i suoi fedeli il potere taumaturgico34. Numerosi sono i miracoli compiuti dal santo in vita ed ancor pi in morte soprattutto nei pressi della sua
29

AASS, Octobris, IX, fra Giovanni de Barba, 56; fra Vitale, AASS, Octobris, IX, fra Michele, 39; fra Giovanni de Barba,

67.

30 31 32

53, 54.

AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 14. AASS, Octobris, IX, fra Salveto, 13. 33 Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 28. 34 Alzetta, La complessa vicenda cit., pp. 30-31

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tomba. E miracolosi erano pure gli oggetti con i quali il santo era entrato in contatto e le sue reliquie: si pensi al miracolo di cui protagonista la piccola Anna sul quale ci si soffermer oltre. Non tutto. Giovanni Bono anche partecipe della vita sociale e politica del suo tempo. Viene descritto come un buon arbitro nelle contese che opponevano gli uomini. Le sue propensioni di arbitro emergono anche dallincarico che gli fu affidato nel 1225 di svolgere funzioni arbitrali nellambito degli annosi conflitti tra Ravenna e Cervia35. Gli viene assegnato poi il ruolo di correttore di comportamenti moralmente reprensibili, di custode della vita e della coesione familiare36. bene porre nel giusto risalto che nella seconda inchiesta, svoltasi nel 1253, sembra prevalere il proposito di attribuire a Giovanni Bono una fisionomia un po diversa da quella sin qui tratteggiata: Giovanni Bono in questa seconda fase dellindagine in partibus abbandona lhabitus delleremita taumaturgo per assurgere soprattutto ad emblematico difensore dellortodossia. Tale orientamento dovette essere determinato con ogni probabilit dal voler dissolvere i dubbi in merito ad alcuni aspetti della vita di Giovanni Bono che, forse, la prima fase del processo non aveva dissipato del tutto37. Non per nulla si fanno ora pi insistenti i riferimenti alla sua fede, alla sua ortodossia, alladerenza alla Chiesa di Roma e ai principi sanciti nel Credo, nonch alla sua avversione verso gli eretici, tanto che negli atti processuali un risalto del tutto particolare viene dato ad un miracolo che comp per convertire un eretico38. Ma anche colui verrebbe da dire, soprattutto colui che in quella particolare congiuntura
35 Canetti, Giovanni Bono cit., p. 732; Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 31. 36 Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 32. 37 A. Vauchez, La saintet en Occident aux derniers sicles du Moyen Age daprs les procs de canonisation et les documents hagiographiques, Roma, 1988, p. 386. 38 AASS, Octobris, IX, Manzino vescovo di Cesena, 169; fra Morello, 173; fra Balis, 177-178; Artusio, 183; Barachia, 198.

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di forte opposizione fra papato e impero, che polarizzavano le vicende sociali e politiche delle citt padane, si schiera recisamente, da vivo e da morto, intervenendo duramente contro i nemici della Chiesa, contro i rappresentanti locali della pars imperii, miracolando coloro che ne erano vittime. evidente che i promotori della canonizzazione di Giovanni Bono impongono una significativa svolta nella strategia seguita per raggiungere il riconoscimento della santit del frate mantovano, una svolta che si spiega con le motivazioni che ne guidavano lazione: i vescovi di Mantova intendono fare del culto di Giovanni Bono un culto civico, politicamente e religiosamente aderente ai programmi della Chiesa. Si deve insomma riconoscere in quella strategia lintento strumentale da parte dei vescovi di promuovere un culto in funzione dellideologia ecclesiastica e civica della quale sono portatori e sostenitori. Non questa la sede per addentrarsi nellanalisi degli sviluppi istituzionali dei Giamboniti, nonch sul ruolo che in tale evoluzione rivest il fondatore, aspetti sui quali anche in tempi recenti altri si sono intrattenuti39. Vale tuttavia la pena ricordare che, com ampiamente noto, probabilmente gi attorno alla met degli anni Venti, assieme ai suoi compagni, Giovanni Bono adott la regola di SantAgostino cui furono affiancate consuetudini proprie della loro comunit40. Nel frattempo le domus della nuova congregazione41, diffusasi dalla Romagna alla Lombardia alla Marca veronese-trevigiana e in alcune localit
Luijk, Gli eremiti cit., pp. 71-77; Dal Pino, Formazione degli eremiti cit., pp. 42-29; Id., Papato e Ordini mendicanti-apostolici minori nel Duecento cit., pp. 142-143. 40 F. Dal Pino, Papato e Ordini mendicanti-apostolici minori nel Duecento, in Il papato duecentesco e gli Ordini mendicanti, Atti del XXV Convegno internazionale della Societ internazionale di studi francescani e Centro interuniversitario di studi francescani (Assisi, 13-14 febbraio 1998), Spoleto, 1998, pp. 106-159, p. 126. 41 Cfr. ora Alzetta, Giovanni Bono cit., pp. 110-120.
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del Sud, andavano aumentando di numero42. Ne sorse una anche nella citt natale di Giovanni Bono43. Merita inoltre riservare un cenno alla rinuncia alla carica di priore da parte di Giovanni Bono nel 1238, carica affidata a frate Matteo da Modena. In quel periodo emersero i primi dissidi interni alla comunit, imputabili anche alla notevole diffusione raggiunta che impediva alla nuova religio di mantenere il carattere diocesano che laveva contraddistinta. Qualche anno pi tardi, con la Religiosam vitam eligentibus del 26 aprile 1246, Innocenzo IV pose lordine sotto la protezione del cardinale Guglielmo Fieschi44, nipote del papa, concesse la protezione apostolica a tutte le domus della congregazione e limmunit dalla giurisdizione degli ordinari diocesani. Poco tempo dopo, con la Vota devotorum lo stesso pontefice accorder ai frati sacerdoti il diritto di confessare e di predicare, prerogative subordinate allautorizzazione dei vescovi locali e dei parroci titolari: si avvi cos unattivit pastorale e un processo di clericalizzazione che assimilava ancor pi i Giamboniti agli altri mendicanti45. Con la magna unio del 1256 i seguaci di Giovanni Bono confluirono assieme ad altri gruppi eremitici brettinesi e guglielmiti nel grande Ordine degli eremitani di SantAgostino46.

1.2. Un passato negato e ritrovato


Luijk, Gli eremiti cit., pp. 28, 40-41, 68, 77-78; Dal Pino, Formazione degli eremiti cit., p. 50. 43 Manca a tuttoggi uno studio approfondito e documentato su questo insediamento giambonita sul quale mi riprometto di ritornare; qualche notizia viene fornita in Mattei, Il processo di canonizzazione cit., pp. 53-54; p. 91-93; pp. 99-103. 44 Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 329-340. 45 Canetti, Giovanni Bono cit., p. 733; F. Dal Pino, Papato e Ordini mendicanti-apostolici minori nel Duecento cit., p. 139. 46 Dal Pino, Formazione degli eremiti cit., pp. 51-56.
42

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Nulla lo si sar notato dicono i testi al riguardo delle origini familiari e dei primi decenni di vita di Giovanni Bono. Ci avviene non tanto per una sorta di loro amnesia, ma perch si ponga mente nulla chiedono in merito i commissari pontifici47. Anche questa una circostanza che balza allattenzione, una circostanza che sembra quantomeno insolita se raffrontata a altri processi di canonizzazione dove i riferimenti alla famiglia e ai primi anni di vita del canonizzando sono fatti oggetto dattenzione. Le ragioni di tale scelta sfuggono, cosicch si pu solo legittimamente essere tentati dal presumere che pure un simile atteggiamento rientrasse in una pi ampia strategia processuale volta ad obliterare i primi decenni di vita di Giovanni Bono, un passato forse ingombrante e che poteva risultare assai scomodo e inopportuno da rievocare nellambito di un sublime negotium. Quel passato poteva risultare, in altre parole, in stridente contrasto con le virt e i tratti che a quellepoca dovevano connotare i modelli di santit che la Chiesa sosteneva. Il processo termin senza che Giovanni Bono fosse inscritto nel catalogo dei santi; lo stesso culto locale a lui riservato si affievol sino a spegnersi e in maniera relativamente veloce. Si perse persino memoria del luogo della sua sepoltura. Sar solo nel corso secolo XV che, grazie ad un evento miracoloso, con il ritrovamento del santo corpo il culto per Giovanni Bono, favorito dai Gonzaga, avr nuovo vigore. , e non per caso, in tale rinnovato interesse devozionale che si colloca la realizzazione di alcuni testi letterari nei quali evidente la volont di ovviare alla mancanza di riferimenti biografici rilevata dagli atti processuali di met Duecento: in queste tarde vitae il passato di Giovanni Bono ricostruito ricorrendo a dei topoi48. Di lui si dice che, nato a Mantova, deriv il suo nome da quello dei genitori, Giovanni e Bona. Morto il
47 48

Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 62 Alzetta, La complessa vicenda cit., pp. 35-56.

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padre Giovanni Bono si sarebbe allontanato dalla sua citt, e avrebbe girovagato di citt in citt, facendo lo ioculator. Ma poich a quei tempi pagani ed eretici riempivano la Lombardia, la madre Bona, devotissima a Cristo, temendo per la fede del figlio, pregava di continuo Dio sperando nel suo salvifico intervento. In seguito ad un voto fatto in occasione di una malattia che lo colp, oramai quarantenne, e grazie allintercessione della pia madre, Giovanni Bono si convert. La sua conversione trov sanzione in un gesto pubblico: la confessione dei peccati al vescovo di Mantova. Giovanni Bono abbandon cos quella vita mondana che aveva sin l condotto per abbracciarne una contrassegnata dallascesi e dalla penitenza49. Una vita che trover piena attuazione nel ritiro nel territorio di Cesena. l che la santa vita del frate eremita pu manifestarsi pienamente. Richiamiamo poi lattenzione sullattivit che Giovanni Bono avrebbe esercitato dopo la fuga dalla citt dorigine: il giocoliere, una di quelle professioni cos tanto deprecate dalla gerarchia ecclesiastica del tempo da divenire indicativa icona della dissoluzione50. difficile di conseguenza poter asserire con assoluta certezza se linformazione rispecchi una condizione effettiva o sia una invenzione letteraria. Tale condizione potrebbe infatti essere assunta quale artificio letterario per indicare la vita peccaminosa condotta da Giovanni Bono dalla quale ebbe modo di redimersi grazie allintervento divino. In tale modo Giovanni Bono diventa un esempio da additare a tutti coloro che conducono una vita errabonda e lontana dalla grazia divina. E ad essi, proprio attraverso lesperienza di Giovanni Bono, si testimonia che la redenzione possibile e si addita la via per perseguirla.
49 Sul rapporto tra ideale penitenziale e santit rimandiamo a Vauchez, La saintet cit., pp. 450-451. 50 Cfr. E. Artifoni, I ribaldi. Immagini e istituzioni della marginalit nel tardo medioevo piemontese, in Piemonte medievale. Forme del potere e della societ. Studi per Giovanni Tabacco, Torino, 1985, pp. 227-248.

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Pi aderente alla concreta situazione dellepoca invece il marcato richiamo alla presenza degli eretici in Lombardia. Unanaloga considerazione pu essere estesa ad unaltra notizia: Giovanni Bono al momento della sua conversione da collocare nel secondo decennio del secolo XIII avrebbe confessato i suoi peccati al vescovo di Mantova. Tale presule andrebbe individuato in Enrico. Il dato non privo dinteresse e, soprattutto, non affatto in contrasto con quanto noto. La conversione di Giovanni Bono verrebbe difatti a porsi in un periodo di grande fervore religioso che contrassegn in modo del tutto peculiare anche il laicato mantovano come si visto51, contrassegnato dal fiorire di forme di vita eremitica52 e dalla nascita di religiones novae53 anche nella citt di Mantova, dove lo si visto un attivo gruppo di penitenti si stava distinguendo per numerose iniziative religiose, alcune delle quali realizzate, oltretutto, negli anni del governo del vescovo Enrico54. In tale contesto ben si collocherebbe anche lesperienza di Giovanni Bono55. Dallinsieme delle notizie desumibili dalle testimonianze processuali e dalla successiva produzione letteraOltre ad Vauchez, Comparsa e affermazione di una religiosit laica cit., p. 405; e ad altri ben noti contributi dello stesso autore (La spiritualit dellOccidente medioevale (secoli VIII-XII), Milano, 1978; I laici nel medioevo. Pratiche ed esperienze religiose, Milano, 1989; Esperienze religiose nel medioevo, Roma, 2003), si rimanda a Merlo, Spiritualit e religiosit cit., pp. 41-48; Id., Religiosit e cultura religiosa dei laici nel secolo XII, in LEuropa dei secoli XI e XII fra novit e tradizione: sviluppi di una cultura, Atti della decima Settimana internazionale di studio (Mendola, 25-29 agosto 1986), Milano, 1989, pp. 197-215; Id., Tensioni religiose agli inizi del Duecento cit., pp. 3192. 52 Elm, Italienische Eremitengemeinschaften cit., pp. 491-559; Eremites de France et dItalie (XIIe-XVe sicle), a cura di A. Vauchez, Roma, 2003. 53 Si veda almeno il gi citato secondo volume dei Quaderni di storia religiosa intitolato Religiones novae. 54 Cenci, Le Clarisse cit., pp. 3-92; A. Rigon, Penitenti e laici devoti cit., pp. 51-73; Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 81-95. 55 Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 75-77
51

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ria, dunque possibile trarre dei dati utili per abbozzare un sia pur frammentario profilo biografico di Giovanni Bono inscrivendolo in un altrettanto poco definito ambito cronologico. infatti possibile ritenere che egli sia nato a Mantova sullo scorcio del sesto decennio del secolo XII, poich quando mor, nel 1249, secondo alcuni testi aveva raggiunto gli ottantanni di et; la sua conversione e il suo ritiro in eremo si ritiene siano da collocare agli inizi del secondo decennio del Duecento56. Tali riferimenti temporali sono, ovviamente, da assumere con estrema cautela e vanno perci intesi come termini di riferimento di massima. Certo che n gli atti processuali n le successive opere letterarie permettono di dare concretezza storica ai primi decenni di esistenza di Giovanni Bono e soprattutto di far luce sulle sue origini sociali. A gettare un raggio di luce su tali aspetti soccorre un atto notarile sul quale opportuno soffermarsi. In un giorno imprecisato del 123057, stando laddove si amministrava la giustizia pubblica, alla presenza di un console di giustizia, Bonora de Altenerio de Bucadasino, a rimedio della sua anima, don a frate Matteo del collegio di Giovanni Bono de Bonummo che sta a Cesena, a nome di detto Giovanni Bono e di tutto il suo collegio, un appezzamento di terra ubicato in Porto, posto nei pressi di un corso dacqua, fra il lago di Mantova, una via e beni appartenenti alla chiesa di San Pietro di Porto e al monastero di San Giovanni di Mantova. Del terreno non viene indicata lestensione ma si precisa che era in parte prativo, in parte coltivato a viti, in parte paludoso e con
56 Notizie inerenti alla vita di Giovanni Bono vengono riportate da testi agiografici e vitae ma nessuna di tali opere coeva al processo di canonizzazione cui quegli scritti si rifanno traendovi la maggior parte delle informazioni; per tali scritti, risalenti ai secoli XIV-XVI, ci si limita qui a rimandare a Mattei, Il processo di canonizzazione cit., pp. 13-15. 57 Archivio di Stato di Milano, Pergamene per fondi, San Giovanni Evangelista, cart. 233, perg. n. 39, <1230, Mantova>.

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una pescheria. Si specifica, soprattutto, che sopra quel terreno era stata posta la prima pietra di una chiesa da erigere ad onore di Dio e della sua gloriosa Madre e da intitolare alla beata Agnese martire. Il donatore rinuncia a qualsiasi suo diritto di patronato su quelledificio. A redigere latto di donazione fu incaricato il notaio Bonacurso de Rivarolis. Limportanza di tale documento evidente. Esso non solo consente di datare la fondazione della prima domus giambonita presso la citt di Mantova, non solo permette di evidenziare come tale fondazione sia da rapportare ad una donazione effettuata da un laico del quale peraltro nullaltro sappiamo ad indicare la precoce presa dellordine sul laicato ed in particolare su quello mantovano, ma restituisce un dato di fondamentale importanza, ovvero il cognome di Giovanni Bono, permettendo di scorgerne cos le origini familiari58. Il documento era noto alla storiografia locale ma da tempo risultava introvabile, tanto che si giunti a metterne fortemente in dubbio lesistenza e quindi a respingere quanto tramandato dallerudizione locale59, che sin dal Cinquecento volle ascrivere Giovanni Bono alla nobile famiglia dei Bonomi60. Se il dato fornito dal ritrovato atto notarile non permette certo di avvalorare questultima asserzione, consente tuttavia di inscrivere Giovanni Bono entro un un preciso contesto familiare. possibile osservare che nei decenni posti a cavallo dei secoli XII-XIII tuttaltro che infrequente lattestazione di personaggi indicati con la stessa apposizione cognominale attribuita a Giovanni
58 Gli ultimi a riservare un cenno su tale questione sono stati Canetti, Giovanni Bono cit., p. 731; Mattei, Il processo di canonizzazione cit., p. 26. 59 F. Amadei, Cronaca universale della citt di Mantova, a cura di G. Amadei, E. Marani, G. Pratic, I, Mantova, 1954, p. 381. 60 Dalla fine del Cinquecento agiografi ed eruditi indicarono nel nobile casato mantovano dei Bonomi la famiglia di origine di Giovanni: Alzetta, La complessa vicenda cit., p. 65.

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Bono. Vale la pena ricordare qui Ottolinus de Bonomo, citato fra i confinanti di un terreno pertinente alla chiesa di San Pietro di Porto alienato nel 120161: egli deteneva dunque terre site laddove era posto pure il terreno sul quale sarebbe sorta la chiesa di Santa Agnese. Nei primissimi anni del Duecento attivo in Mantova il notaio Iohannes de Bonomis/de Bononis62. E nello stesso periodo pure documentato un Girardo notaio Bononis63. Ne consegue che il fondatore dei Giamboniti dovette appartenere ad una famiglia che per quanto non importante non doveva essere del tutto priva di mezzi. Si pu dire di pi: sembra lecito farne un gruppo familiare entro il quale il mestiere di notaio parrebbe essere stata una professione alquanto praticata. Al riguardo non possono non tornare alla mente due eventi prodigiosi narrati nellambito del processo di canonizzazione ai quali s fatto sopra cenno: la disputa con il dotto canonico e la distruzione di alcuni scritti, riferimenti che sembrerebbero tradire una qualche familiarit di Giovanni Bono con il mondo del diritto e della scrittura. Si sarebbe anzi tentati dal porre in rapporto il nostro santo mancato con quel notaio Giovanni che, forse non per nulla, scompare dalla documentazione nello stesso torno di tempo in cui si collocherebbe la conversione di Giovanni Bono. Una loro identificazione appare essere una ipotesi tanto ardita quanto suggestiva.

2. Il processo di canonizzazione

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ASMn, AG, b. 3392, n. 45, 1201 gennaio 28. ASMn, AG, b. 317, n. 16, 1202 novembre 28. 63 ASMn, AG, b. 317, n. 49, 1215 aprile 6.

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2.1. Liter processuale, gli attori e i luoghi Torniamo alla promozione del culto di Giovanni Bono per soffermarci in modo particolare sul processo di canonizzazione che giova evidenziarlo si colloca in un periodo di forte formalizzazione delle procedure64 per il riconoscimento canonico della santit65. A sollecitare il pontefice affinch il servo di Dio venisse ascritto nel catalogo dei santi furono il vescovo di Mantova Iacopo da CastellArquato, del quale va posto in evidenza lattivismo e la centralit nel dare impulso alla apertura del negotium, e due ambaxatores: Bartolomeo e Nicol, che si recarono presso il pontefice, a quel tempo a Genova di ritorno da Lione66. La documentazione non
64 Per tutto ci che attiene ai processi di canonizzazione non si pu prescindere dal fondamentale Vauchez, La saintet cit.; R. Paciocco, Canonizzazioni e culto dei santi nella christianitas, Assisi, 2006. Si vedano inoltre S. Boesch Gajano, Il culto dei santi: filologia, antropologia e storia, Studi storici, 23 (1982), pp. 119-136; J.-C. Schmitt, La fabrique des saints (Note critique), Annales. conomies Socits Civilisations, 39 (1984), pp. 286-297; nonch gli studi di R. Paciocco: Sublimia negotia. Le canonizzazioni dei santi nella curia papale e il nuovo Ordine dei frati minori, Padova, 1996; Id., Virtus morum e virtus signorum. La teoria della santit nelle lettere di canonizzazione di Innocenzo III, Nuova rivista storica, 70 (1986), pp. 597-610; Id., Il papato e i santi canonizzati degli Ordini mendicanti. Significati, osservazioni e linee di ricerca, in Il papato duecentesco e gli Ordini mendicanti. Atti del XXV Convegno internazionale della Societ internazionale di studi francescani e Centro interuniversitario di studi francescani (Assisi, 13-14 febbraio 1998), Spoleto, 1998, pp. 263-341; Id., Per un carisma del diritto. Canonizzazioni, procedura processuale e agiografia (secoli XI-XIII), Studi storici, 40 (1999), pp. 1009-1035. Id., Processi e canonizzazioni nel Duecento. Documenti e riflessioni a proposito di Filippo di Bourges, Archivum historiae pontificiae, 40 (2002), pp. 85-174. Per la normativa canonica basti qui fare riferimento a Gaudemet, Storia del diritto cit., pp. 611-615. 65 Recentemente stato posto in risalto che la storia dei processi per la canonizzazione dei santi va di necessit adattata nellalveo delle regole del processo romano-canonico: Paciocco, Processi e canonizzazioni cit., pp. 103-110. 66 Tutto ci si evince dalla lettera pontificia citata infra, nota 71.

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restituisce indicazione alcuna in merito alla loro famiglia dappartenenza, tuttavia la storiografia ha inteso identificarli nei rispettivi esponenti delle famiglie Nuvoloni e Arlotti67, gruppi parentali rappresentativi del ceto sociale predominante in Mantova nei decenni centrali del Duecento68. Probabilmente in quel torno di tempo si procedette anche ad un accertamento diocesano della santit di Giovanni Bono, accertamento di cui non risulta essere rimasta alcuna traccia documentaria. N vi notizia della produzione coeva di testi letterari, quali, ad esempio, una vita o una raccolta di miracoli. Eppure sembra lecito supporlo la rappresentanza mantovana dovette recare con s e presentare alla curia pontificia un qualche scritto attestante la fama sanctitatis e le opere di colui che sintendeva promuovere agli onori degli altari, documentazione atta a sollecitare la decisione pontificia69. La risposta del papa non si fece attendere. Nel luglio del 1251 Innocenzo IV70 invi la lettera con la quale ingiungeva lapertura del processo di canonizzazione71. Il pontefice si rivolse al vescovo di Modena Alberto72, al priore di San Marco di Mantova e al preposito della cattedrale mantovana, cui affid il compito di provvedere ad indagare sulla vita ed i miracoli del servo di Dio esamiGolinelli, Dal santo del potere cit., pp. 55. A tuttoggi non si dispone di uno studio sulla famiglia Nuvoloni in et comunale (per il Quattrocento consultabile invece laccurata ricostruzione di I. Lazzarini, Fra un principe e altri stati. Relazioni di potere e forme di servizio a Mantova nellet di Ludovico Gonzaga, Roma, 1996, pp. 399-409); la famiglia Arlotti stata presa in esame da Torelli, Un comune cittadino cit., II, pp. 170-173. 69 Paciocco, Sublimia negotia cit., p. 36 e pp. 46-50. 70 Paravicini Bagliani, Innocenzo IV cit., pp. 792-794. 71 Reg.In.IV, n. 5256. 72 Alberto Boschetti vescovo di Modena dal 1234 ad 1264 (Eubel, Hierarchia catholica cit., p. 353). Di questo presule si veda soprattutto il profilo delineato da A. I. Pini, Boschetti, Alberto (Albertino), in DBI, XIII, Roma, 1971, pp. 174-176. Un cenno anche in R. Rlker, Nobilt e comune a Modena. Potere e amministrazione nei secoli XII e XIII, Modena, 1997, p. 109.
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nando testimoni degni di fede secondo quella precisa forma di interrogatorio che lui stesso aveva provveduto inviare loro. Innocenzo IV dispone altres che il testo delle deposizioni raccolte, munite del sigillo dei membri della commissione, sia fatto giungere alla curia papale in modo tale da poter procedere in quel negotium. La forma interrogatorii indicata dal papa e allegata alla citata lettera, la nota Testes legitimos. Inoltrata per la prima volta in occasione dellapertura del processo per il riconoscimento della santit di Elisabetta di Turingia, rappresenta una importante tappa del progressivo perfezionarsi ed accentuarsi del controllo pontificio nelle procedure di canonizzazione73. Con essa si intendeva guidare linterrogatorio dei testimoni in modo tale da raccogliere una serie di dati indispensabili per laccertamento della vita e dei miracoli attribuiti al canonizzando. I testi dovevano giurare e poi deporre quomodo sciant, quo tempore, quo mese, quo die, quibus presentibus, quo loco, de cuius invocationes, et quibus verbis interpositis, et de nominibus illorum, circa quos miracula facta esse dicuntur, et si eos ante cognoscebant, et quos miracula facta esse dicuntur, et si eos ante cognoscebant, et quot diebus ante viderint eos infirmos, et quanto tempore fuerint infirmi, et quanto tempore visi sunt sani, et de quo loco sunt oriundi, et interrogentur de omnibus circumstantiis diligenter. La stessa procedura stabiliva che gli inquisitori provvedessero a far s che le deposizioni rilasciate dai testi durante gli interrogatori vennissero, fideliter, messe per iscritto: verba testium fideliter redigantur in scriptis. Il processo di canonizzazione si apr ufficialmente il 27 luglio 1251 quando, in viridario Sancti Marci de Mantua, alla presenza, si noti, del vescovo e dellarciprete della cattedrale di Mantova, dellarciprete della cattedrale di Modena, dello scriptor del presule
Vauchez, La saintet cit., pp. 58-59; Paciocco, Sublimia negotia cit., p. 43.
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modenese, e di molti altri dei quali non vengono riportati i nomi, il vescovo di Modena Alberto, con il consenso del preposito di Mantova Giovanni e del priore di San Marco, apre e d lettura delle citate lettere remissoriali di Innocenzo IV. Tali lettere gli vennero presentate da frate Guizzardo, priore del convento di Santa Agnese, che parrebbe qui fungere da postulatore della causa. Il giorno successivo, in canonica Mantue, presenti larciprete mantovano e quello modenese oltre al vicario del vescovo di Modena, prese avvio lescussione dei testimoni. I primi ad essere uditi dai membri della commissione furono i frati del convento di Santa Agnese, i quali giurarono sul Vangelo di dire la verit super vita, conversatione et miraculis fratris Johannis Boni. Dal 28 luglio al 5 agosto vennero escussi tredici frati e sei laici che riferirono di 40 miracoli. Il primo agosto aveva avuto inizio una seconda serie di audizioni che si concluse cinque giorni dopo. Nel corso di questa seconda sessione che si svolse tra la domus di San Marco e la chiesa cattedrale, deposero tre frati e 59 laici, testi prodotti da frate Ugolino, priore generale dellOrdine degli eremiti. Essi raccontarono di 40 miracoli74. Sul finire del 1253 si istru unulteriore inchiesta75, la cui conduzione risulta essere stata affidata al magister Michele, cappellano del cardinale Guglielmo Fieschi76. Nellottobre di quellanno, nella sala capitolare del convento di Santa Agnese di Mantova e non meno significativamente nellepiscopio, si intraprese lescussione di
Mattei, Il processo di canonizzazione cit., p. 74. Sarebbe pi congruo invero parlare di un secondo processo; disponiamo dei relativi atti (che ricordiamo essere editi in AASS, Octobris, IX, pp. 771-885), ma non della documentazione con la quale il pontefice ne ingiunse lapertura. Cfr. Vauchez, La saintet cit., p. 63, nota 78. 76 Di lui non si trova menzione tra i membri della familia del cardinale Fieschi ricostruita da Paravicini Bagliani, Cardinali di curia cit., pp. 334-339.
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nuovi testimoni: dal 29 ottobre al giorno 7 del mese successivo deposero 15 frati. Dal 7 all11 novembre, nel palazzo vescovile, si ascoltarono le testimonianze di 14 laici. Ad essi si chiese di deporre solo sulla fama del canonizzando cos che nessuno, con una sola eccezione invero, rifer di eventi reputati miracolosi. Sono 90 i testi tutti laici uditi tra l8 novembre e il 4 dicembre. Nelle loro testimonianze vi parola di 26 miracoli. Lesame avvenne nel palazzo del vescovo sino al 12 novembre e successivamente nella chiesa di San Giacomo77. A partire dal 27 dicembre 1253 sino al 7 gennaio 1254 la sede del processo divenne il convento giambonita di Cesena, dove lincaricato pontificio pot ascoltare 33 testimoni; di questi 4 erano eremiti78. bene accennare almeno al fatto che in tale fase del negotium linterrogazione dei testi procedette sulla scorta di una specifica serie di articuli interrogatorii79. Una considerazione a parte meritano i luoghi presso i quali il processo si svolse. Vi accenniamo qui rapidamente facendo riferimento esclusivamente alle fasi processuali svoltesi a Mantova e omettendo, per brevit, ogni specifico rimando. S detto che il negotium venne aperto presso la domus della congregazione canonicale di San Marco80, congregazione che indagini in corso rivelano essere uno dei principali punti di riferimento della vita religiosa e istituzionale nella Mantova del tempo. Non a caso il priore di San Marco venne scelto da Innocenzo IV come commissario. S anche visto che lattivit della
Mattei, Il processo di canonizzazione cit., p. 74-75. Mattei, Il processo di canonizzazione cit., p. 75. 79 ASMn, AG, b. 3305, <c. 90r>: Articuli de vita, fide, conversatione, et fama (...) videlicet quod dictus frater Johannes Bonus fuit vir sancte vite, catholice fidei, honeste conversationis et utilis et laudabilis fame et celebris. Gli articuli interrogatorii sulla santit si affermarono nella seconda met del secolo XIII: Vauchez, La saintet cit., p. 58; Paciocco, Sublimia negotia cit., p. 45. 80 Sui canonici di San Marco di Mantova si veda qui il capitolo V.
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commissione si spost poi ad operare negli ambienti canonicali: daltronde uno dei tre commissari era il preposito della cattedrale. Se laudizione dei testi in Santa Agnese, luogo di sepoltura di Giovanni Bono, potrebbe dirsi ovvia, la reiterata menzione degli edifici episcopali quale luogo dazione ad acquisire specifico spessore. Assieme ai luoghi anche le presenze allescussione dei testi non sono meno eloquenti. Merita dessere richiamata lattenzione innanzitutto su quella dei vescovi mantovani, di Iacopo e dal 1253 di Martino, del vicario vescovile, di esponenti del clero locale, ed in particolare di appartenenti al capitolo cattedrale, ma anche di uomini dellentourage vescovile. Segnaliamo poi la presenza di alcuni membri della familia del presule Martino; n minor valore deve essere attribuito alla presenza tra gli stessi testimoni di un servo, di un cuoco e di due notai del vescovo, cos come non mancano preti di chiese cittadine e diocesane. Ecco dunque che luoghi e presenze consentono di ribadire, una volta di pi, la forte incidenza dellepiscopio ed in generale della Chiesa mantovana nella gestione del processo di Giovanni Bono. Degno di nota anche il fatto che ben due commissari su tre appartengano ad istituzioni ecclesiastiche di Mantova, entrambe vicine alla Chiesa vescovile. La conduzione del sublimen negotium si concretizz nella redazione di un non esiguo corpo documentario, raccolto oggigiorno in un codice composito la cui confezione potrebbe essere di molto posteriore al secolo XIII per il quale a tuttoggi non si dispone di alcuno studio diplomatistico, lacuna che non nostro proposito colmare in questa sede. Tale codice risulta essere attualmente ripartito in tre fascicoli che presentano diverse cartulazioni nessuna delle quali consequenziale e quindi non permette un puntuale e corretto rinvio alle singole parti. Il primo fascicolo relativo allinchiesta tenutasi nellestate del 1251. Una stessa mano ha realizzato i primi tre quaterni ed un duerno. quella del notaio Bona-

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ventura del magister Mauro la cui sottoscrizione notarile presente al termine del primo e del secondo quaterno, nella prima e nellultima carta del terzo, nonch alla fine del duerno. Seguono un ternione ed un quaterno nei quali sono state verbalizzate le testimonianze rese dal primo al 6 agosto. In esso dato riscontrare, in corrispondenza dellultima carta sia del ternione che del quaterno, la presenza del signum notarile di Lanfranco da Bergamo. Il secondo fascicolo costituito dalle copie, anonime ma attribuibili ad almeno tre diverse mani, copie non datate in modo alcuno e prive di qualsiasi formula di autenticazione, dellintero primo fascicolo. Nel terzo fascicolo dato da sei quaterni, un duerno ed un folio sono raccolte le deposizioni prodotte nella seconda fase del negotium, quella svoltasi tra il 1253 ed il 1254. In questultima parte del codice lordine delle singole unit documentarie non rispecchia la successione cronologica degli interrogatori: il testo delle deposizioni rese a Cesena tra la fine del 1253 ed il principio dellanno successivo stato collocato prima di quello delle testimonianze rese a Mantova nei precedenti mesi di ottobre, novembre e dicembre 81.

81 Va segnalata anche la presenza di una breve ed incompleta lista di miracolati e di miracoli scritta su di una stretta e lunga pergamena. Il testo ripartito in otto blocchi. Ognuno di essi si apre con il nome del miracolato, con lindicazione della malattia, o delle malattie, di cui era affetto, del giorno e del luogo della guarigione. Seguono poi i nomi di coloro che di quellevento prodigioso furono testimoni. I miracolati elencati sono otto; i testes sono invece complessivamente 21. Nessun elemento concorre a datare tale scrittura con precisione. Difficile poterne stabilire anche la funzionalit sia rispetto alla procedura processuale sia rispetto alla restante documentazione. Ne ignoriamo anche lautore: lanonima mano non corrisponde n a quella del notaio Bonaventura n a quella di Lanfranco. Si nota che i nomi presenti in quellelenco corrispondono ai testimoni escussi, nel medesimo ordine di successione, dal primo al tre agosto del 1251, testimonianze raccolte dal notaio Lanfranco. La striscia di pergamena reca la seguente intestazione: Nomina eorum circa quos miracula facta sunt post mortem fratris Iohannisboni et eorum qui deposuerunt. Se ne veda ledizione in Gardoni, Signa sanctitatis cit., pp. 339-341.

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Liter processuale si arrest nel 1254. Il negotium di Giovanni Bono non si concluse lo si pi volte detto con il riconoscimento ufficiale della sua santit82. Molteplici dovettero essere le cause di tale mancata santificazione. Diverse sono in proposito le ipotesi formulate, nessuna della quali, da sola, sembrerebbe essere esaustiva. Di certo la morte di Innocenzo IV non manc di riflettersi sulla interruzione delle procedure di canonizzazione. Unincidenza di non poco rilievo potrebbero aver avuto, come da pi parti si sostiene, anche quei dubbi sulla vita di Giovanni Bono che entrambe le indagini, forse, non dissolsero del tutto83, soprattutto in merito alla sua ortodossia84. Egli infatti, nonostante la sua vicenda terrena fosse stata contraddistinta da numerosi signa santictatis che gli valsero sin da vivo una diffusa fama di santit, rimaneva pur sempre un eremita illitteratus che mai ottenne la promozione agli ordini sacri85. Ne consegue che, negli anni centrali del Duecento, ovvero in un periodo in cui la Chiesa guardava con crescente sospetto ai possibili casi di falsa santit e che avvertiva la cocente esigenza di espungerli anche quanderano da tempo divenuti oggetto di culto pubblico86, il riconoscimento della santit del lai82 Tra i diversi casi di santit mancata ricordiamo solo quello studiato da L. Pellegrini, Negotium imperfectum: il processo per la canonizzazione di Ambrogio da Massa (O.M., Orvieto 1240), Societ e storia, 64 (1994) pp. 253-278, oltre ai dati raccolti da Vauchez, La saintet cit., p. 61. 83 Golinelli, Dal santo del potere cit., p. 61, indica tra i motivi per cui non si procedette alla canonizzazione di Giovanni Bono: i dubbi sulla sua fede e sulla sua ortodossia; Id., Da santi ad eretici cit., p. 484: Ostavano alla sua santificazione il suo essere laico, irregolare, bench fondatore di un nuovo Ordine (ma forse non ce nera bisogno: si ricordi la costituzione Ne nimia religionum del Lateranense IV), uomo dal passato discutibile, joculator, ed anche, probabilmente, qualche dubbio sulla sua ortodossia. 84 Vauchez, La saintet cit., p. 386. 85 Vauchez, La saintet cit., p. 604. 86 Al problema della simulazione della santit dedicato il volume Finzione e santit tra medioevo ed et moderna, a cura di G. Zarri, Torino, 1991. Dellargomento si occupato anche M. DAlatri,

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co Giovanni Bono potrebbe aver costituito un serio problema per la curia pontificia87. N si deve sottacere che in quegli anni la tipologia del santo eremita non sembra essere pi tra i modelli di santit sostenuti dalla curia papale88. Recentemente, in maniera alquanto opportuna, Franco Dal Pino ha invece inteso istituire un nesso tra la mancata santificazione del fondatore dei Giamboniti e i progetti pontifici tendenti a far confluire i diversi gruppi eremitici in un unico Ordine89. Vanno a tale proposito posti nel giusto rilievo i dissensi che si vennero a creare sin dagli anni Quaranta fra i Giamboniti e gli altri ordini mendicanti, ed in particolare con i seguaci di Francesco. I motivi del contendere si potrebbe dire della concorrenza consistevano nella sempre pi attiva assunzione di compiti pastorali da parte degli Eremitani, ma anche negli abiti che questi ultimi indossavano, abiti troppo simili a quelli dei francescani che rendevano persino difficile da parte dei fedeli distinguere i membri dei due diversi ordini. Tutto ci rese necessario lintervento del papa in pi duna occasione. In tale contesto sinscrive lopera della Sede apostolica e del cardinale protettore Riccardo Annibaldi che portarono alla definizione delle rispettive com-

Culto dei santi ed eretici in Italia nei secoli XII e XIII, in Id., Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti, I, Il Duecento, Roma, 1986, pp. 23-43. 87 A. Vauchez, La nascita del sospetto, in Finzione e santit cit., pp. 39-51:40-41, con specifico richiamo al caso di Giovanni Bono [tale saggio si trova ora anche in Id., Santi, profeti e visionari cit., pp. 235-247]. 88 Vauchez, La saintet cit., p. 326 e p. 454. 89 Dal Pino, Formazione degli eremiti di SantAgostino cit., p. 48: Il fatto che non si sia giunti ad una vera e propria canonizzazione credo sia dovuto, pi che alle difficolt legate alla inedita figura del beato o a sospetti sulla sua ortodossia specialmente in materia matrimoniale, alla ritenuta inopportunit di porre cos in rilievo il fondatore di uno dei tre principali gruppi interessati alla prossima unificazione che, canonizzato, avrebbe finito per imporsi a scapito, almeno apparentemente, degli altri due.

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petenze e delle aree di influenza90. A ci si pu ora aggiungere quanto abbiamo poco sopra detto in merito alle origini familiari di Giovanni Bono, e alla possibilit che egli stesso fosse stato un notaio. Comunque sia, sar solo con Sisto IV che il culto di Giovanni Bono verr autorizzato, mentre i tentativi per ottenerne la canonizzazione, dopo numerose traslazioni91, oblii e riprese della sua devozione, si susseguirono sino al secolo XVIII ma senza successo92. Circostanze tutte che attendono dessere illuminate da specifici studi che potrebbero fornire utili indicazioni anche in merito alla tradizione degli atti processuali duecenteschi e alla successiva produzione di testi agiografici. 2.2. Una strategia processuale: il ruolo dei notai Per la promozione agli onori degli altari di Giovanni Bono si produsse dunque un dossier di una certa consistenza. Le parti che lo compongono sono state realizzate per perseguire uno stesso obiettivo ma con criteri e modalit diverse. Tra queste diversit merita dessere richiamato il diverso coinvolgimento del notariato. Si detto che solo gli atti relativi allinchiesta condotta a Mantova nellestate del 1251 con assoluta certezza opera di due pubblici notai i quali provvidero ad apporvi i loro signa notarili. Viceversa nessuna delle verbalizzazioni degli anni 1253-1254 contrassegnata da alcuna autenticazione notarile. Parrebbe a questo punto legittimo chiedersi se e in quale misura il ricorso a quei notai possa apparire quale spia di una possibile strategia assunta dai promotori della santificazione di Giovanni Bono per ottenerne il buon esito, e ci in una prospettiva che vede
Elm, Italienische Eremitengemeinschaften cit., pp. 550, 557558; Van Luijk, Gli eremiti neri cit., pp. 34-35, 70 e 94-95. 91 Mattei, Il processo cit., pp. 65-71. 92 Golinelli, Dal santo del potere cit., p. 62; Canetti, Giovanni Bono cit., p. 733; Robertini, Giovanni Bono cit., p. 863.
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limpiego dei notai nella certificazione del soprannaturale93. Non solo. La considerazione dei notai permetter, nuovamente, di richiamare il ruolo centrale avuto nella conduzione del processo per la canonizzazione di Giovanni Bono da parte delle istituzioni ecclesiastiche mantovane, ed in specie dei presuli. Individui qualificati come notai sono coinvolti nel negotium di Giovanni Bono a diverso titolo e come tali figurano nella relativa documentazione94, tuttavia, un grado di coinvolgimento specifico attiene ai notai Bonaventura figlio del magister Mauro e Lanfranco da Bergamo. Bonaventura figlio del magister Mauro il notaio che come detto presiedette allavvio del processo il 27 luglio 1251. Egli assistette alla apertura e alla lettura delle lettere papali, lettere che provvide a trascrivere allinizio del quaterno che apre il dossier processuale95. Il giorno dopo inizi a raccogliere per iscritto le deposizioni giurate dei testimoni: tredici frati eremiti e sei laici. Tali testimonianze inerenti come si gi osservato i miracoli compiuti in vita dal canonizzando, vennero redatte su di due quaterni al termine di ognuno dei quali Bonaventura appose il suo signum e la sua sottoscrizione nella quale dichiara di essere notaio del sacro palazzo. Le scarne notizie biografiche disponibili fanno del notaio Bonaventura un professionista legato al capitolo della cattedraQuello dellutilizzo del notaio per la certificazione dei miracoli una problematica il cui rilievo stato posto in evidenza in modo particolare da S. Boesch Gajano, Uso e abuso del miracolo nella cultura altomedioevale, in Les fonctions des saints dans le monde occidental (IIIe-XIIIe sicle). Actes du colloque (Rome, 27-29 octobre 1988), Roma, 1991, pp. 109-122: p. 114; Ead., Dalla storiografia alla storia, in Miracoli. Dai segni alla storia, a cura di S. Boesch Gajano e M. Modica, Roma, 2000, pp. 215-233: p. 227. In generale, sullimpiego del notaio nellambito dei processi di canonizzazione si rinvia a Vauchez, La saintet cit., pp. 53, 54, 75, 106, 481, 536. Ma si veda ora il volume Notai, miracoli e culto dei santi cit.. 94 Gardoni, Signa sanctitatis cit., pp. 320-321. 95 ASMn, AG, b. 3305, c. <1r>.
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le mantovana96. Pi abbondanti sono le nostre informazioni riguardanti Lanfranco da Bergamo, attestato per la prima volta nellanno 124597, quando Antonio, figlio di Lanfranco notaio qui fuit de Pergamo, ottiene dal vescovo Iacopo un beneficio nella pieve di Santa Maria di Castiglione Mantovano. Nellestate del 1251, come si visto, intervenne nella registrazione delle testimonianze rese nel corso del processo di canonizzazione, mentre qualche mese pi tardi rog in una occasione per degli ufficiali del comune cittadino preposti al recupero delle propriet comunali usurpate98. Dal 1254 inizia a redigere documenti per il presule Martino impiegando nella relativa completio la qualifica di notarius episcopi99. Da quanto detto si evince innanzitutto che i notai Bonaventura e Lanfranco erano stati reclutati localmente: non appartenevano n agli ambienti della curia pontificia, n erano legati al vescovo di Modena Alberto, che pure a Mantova giunse con al seguito un suo scriptor del quale ignoriamo qualsiasi coinvolgimento nellopera di scritturazione della documentazione processuale prodotta in quel periodo. La scelta venne di certo suggerita, se non effettuata, dalle forze locali. Scelta da non reputarsi casuale, anzi. Entrambi erano pubblici notai. Entrambi erano legati o lo erano stati alle principali istituzioni mantovane che si erano fatte carico della promozione del culto di Giovanni Bono: episcopio, capitolo, comune. I pochi dati disponibili lo ricordiamo convergono nel dare di Bonaventura limmagine di un notaio che aveva avuto relazioni con il capitolo della cattedrale ed in particolare con il preposito Giovanni, membro della commissione. Ricordiamo inoltre che i testi le cui deposizioni furono messe per iscritto da Bonaventura vennero ascoltati allinterno degli edifici canonicali. Il notaio Lanfranco
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Gardoni, Signa sanctitatis cit., pp. 322-323. ASDMn, MV, Registro 3, c. 113r, <1245> aprile 22. 98 ASMn, OC, b. 6, n. 78, 1251 dicembre 29. 99 ASMn, OC, b. 7, 1254 dicembre 7.

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era un magister che aveva operato dapprima per conto del comune cittadino e che pass poi al servizio del vescovado proprio a partire dagli anni di episcopato di Iacopo da CastellArquato: il vescovo che promosse la canonizzazione di Giovanni Bono. Ne consegue che il loro coinvolgimento devessere letto alla luce di tali relazioni privilegiate. Legami che evidenziano la fiducia che in essi quelle istituzioni riponevano. Si deve supporre che essi ebbero modo di distinguersi per il possesso di specifiche competenze culturali e tecniche, come evidenzia soprattutto il caso di Lanfranco: dopo essere stato reclutato dagli ufficiali del comune cittadino pass a lavorare nel palazzo vescovile dove ebbe modo di contribuire in modo considerevole alla realizzazione di una specifica tipologia documentale, i registri vescovili100. Bonaventura e Lanfranco vanno quindi annoverati fra quei notai che nel corso del Duecento molte istituzioni ecclesiastiche scelsero come referenti privilegiati per la realizzazione della loro documentazione. Le maggiori di esse avevano costituito o stavano per dar vita a relazioni tendenti al funzionariato, sino a formare delle vere e proprie quipe di specialisti ad esse legati da vincoli duraturi. Negli anni centrali del tredicesimo secolo lo stesso episcopio mantovano stava dando una fisionomia precisa a quel gruppo di notai che aveva legato a s sino a farne un embrionale nucleo di burocrazia. Insomma, i notai Bonaventura e Lanfranco erano personaggi noti e professionisti affidabili, dotati delle competenze necessarie per affrontare la verbalizzazione delle deposizioni di decine di testimoni. Orbene, se a questo punto possiamo ritenere piuttosto evidenti le motivazioni che indussero ad optare per quei due notai, resta da far luce sul perch i tre commissari incaricati dal pontefice di indagare sul frate mantovano morto in odore di santit ritennero necessario ser100

Per tutto ci che attiene ai registri vescovili, si veda qui il ca-

pitolo I.

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virsi dellopera di due pubblici notai. Una scelta che certamente dovette essere sollecitata da precise ragioni quale soluzione di specifiche esigenze. Le mansioni affidate ai due notai sono esplicitate nelle loro sottoscrizioni. Bonaventura dichiara di aver agito ex mandato dei commissari per conto dei quali fece giurare i testi raccogliendone e scrivendone diligentemente le dichiarazioni cos come era stato a loro indicato da Innocenzo IV. Lanfranco dice daver eseguito il suo lavoro, ovvero daver fatto giurare i testi e aver provveduto alla scritturazione delle loro deposizioni su comando iussu degli inquirenti. Deposizioni alle quali, come egli ritiene opportuno specificare ulteriormente, diede pubblica forma dietro specifico mandato degli stessi commissari. Sappiamo altres che Lanfranco assieme ai commissari accertava la veridicit di quanto i testimoni dichiaravano. Nella deposizione del priore provinciale della Lombardia che asser dessere stato sanato al tempo della traslazione di Giovanni Bono da una terribile malattia che aveva deturpato il suo corpo, il notaio Lanfranco inserisce un inciso nel quale afferma che quanto dichiarato dal teste era da reputarsi vero perch egli stesso, unitamente agli inquirenti pontifici, ne osserv il corpo nudo sul quale non era rimasta nessuna traccia di quel male101 . Attraverso il ricorso a specifici verbi precettivi102 , dunque, i due notai esplicitano la loro subordinazione a101 AASS, Octobris, IX, frate Lanfranco priore provinciale in Lombardia, 109: (...) quod quidem verum est, prout ego notarius et d. A. episcopus venerabilis Mutinensis et prior S. Marci vidimus manifeste aliqua non esse signa in corpore ipsius testis occasione prdicta; cum idem nobis suum corpus honeste nudatum plenius demonstrasset. 102 Sono gli stessi verbi impiegati per connotare il rapporto di dipendenza del notaio pubblico dalle istituzioni comunali non meno che da quelle ecclesiastiche; in proposito si confrontino Fissore, La diplomatica del documento comunale cit., p. 229; Id., Alle origini del documento comunale cit., pp. 39-60; Id., Vescovi e notai cit., p. 867-923, pp. 885, 895-897, 900-905; Carbonetti Venditelli, Per un contributo alla storia del documento comunale cit., p. 119.

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gli incaricati pontifici. A costoro va ascritta la scelta di dare pubblica forma alle deposizioni testimoniali raccolte nel corso dellinchiesta da essi svolta. Nella scelta adottata dai commissari pontifici saremmo tentati di leggere la risposta a quella specifica indicazione presente nelle summenzionate lettere papali in base alle quali i commissari avrebbero dovuto far s che le deposizioni testimoniali fossero fedelmente raccolte e messe per iscritto. Evidentemente si ritenne che tale fedelt potesse essere garantita dallutilizzo di notai pubblici e fidati. Accadde cos che il mezzo pi idoneo per sanzionare i signa sanctitatis attribuiti a Giovanni Bono venne individuato nel ricorso ai signa notarii. evidente che al notaio pubblico si riconosceva pienamente la prerogativa di poter dare veste giuridica a testimonianze vertenti su eventi reputati soprannaturali. Si tratta del riconoscimento di una prerogativa che non peculiare del caso in esame. Fra i possibili termini di confronto vale la pena ricordare almeno la documentazione relativa allindagine in partibus sulla santit del vescovo Giovanni Cacciafronte103, che si segnala anche per lessere la prima inchiesta nota svoltasi in sedi diverse104. Importa qui rilevare che gli inquirenti si affidarono allopera di pubblici notai, ed in particolare mettere in evidenza come le attestationes et inquisiciones del 1224105 super vita et honestate et miraculis, che raccolgono testimonianze relative a quattro miracoli, rechino la completio di due notai: entrambi dichiarano di aver agito dietro specifico incarico della commissione pontificia, incarico che i due professionisti esplicitano ricorrendo a due diversi verbi
103 La documentazione si trova edita in A. Schiavo, Della vita e dei tempi del b. Cacciafronte cremonese Vescovo di Mantova e poi di Vicenza, Vicenza, 1866: linchiesta cremonese alle pp. 239-243, le deposizioni vicentine alle pp. 244-250. 104 Vauchez, La saintet cit., p. 52. 105 Si faccia riferimento alla pi recente edizione del documento, giunto in copia autentica del secolo XIV, in I documenti dellArchivio capitolare di Vicenza cit., n. 34, 1224 gennaio, Vicenza.

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precettivi. Un ulteriore caso assai eloquente rappresentato dalla documentazione prodotta per attestare le numerose guarigioni miracolose verificatesi sulla tomba di Antonio detto il Pellegrino106 a breve distanza dalla sua morte avvenuta nel gennaio del 1267107 , in presa diretta108 , sul luogo e al momento del loro manifestarsi: un caso del tutto isolato, probabilmente unico nel suo genere, che esprime anche una eloquente alleanza tra attestazione documentaria e scrittura agiografica109. La scelta di ricorrere a dei pubblici notai per dare veste giuridica e oggettivit alle testimonianze rese per la canonizzazione di Giovanni Bono nel 1251 non devessere dunque reputato un evento eccezionale. Una specificit va semmai individuata nei notai scelti, che lo si mostrato erano legati alle istituzioni promotrici di quel negotium. Ma v una ulteriore e assai peculiare specificit sulla quale conviene indugiare. Per farlo dobbiamo ritornare sulla figura del magister Lanfranco da Bergamo. Egli
Si faccia riferimento ad A. Rigon, Laltro Antonio. Devozione e patriottismo comunale nella genesi e nella diffusione del culto per il beato Antonio il Pellegrino (1267), in Id., Dal Libro alla folla cit., pp.192-212 (gi edito con il titolo Dvotion et patriotisme communal dans la gense et la diffusion dun culte: le bienheureux Antoine de Padue surnomm le Pellegrino, in Faire croire. Modalits de la diffusion et de la rception des messages religieux du XIIe XVe sicles, Roma, 1981, pp. 259-278). 107 Lintero dossier documentario relativo ai miracoli di Antonio il Pellegrino edito in Per Andr Vauchez. I miracoli di Antonio il Pellegrino da Padova (1267-1270), a cura di D. Gallo, Padova, 2003. Si veda Rigon, Laltro Antonio cit., pp. 197-198, dove si afferma che era il comune cittadino a organizzare e a sostenere il culto pubblico del Pellegrino, a dare carattere di festa cittadina alla ricorrenza del beato, a custodirne la memoria, a conservare la raccolta dei miracoli, garantita dalla publica fides del notaio e per questo fornita di autenticit. 108 Per Andr Vauchez. I miracoli di Antonio il Pellegrino da Padova cit., p. 7. 109 Per Andr Vauchez. I miracoli di Antonio il Pellegrino da Padova cit., p. 12.
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come s detto era un notaio di pubblica nomina la cui carriera risulta essere stata scandita dal servizio svolto per il comune cittadino e per lepiscopio. Anzi, proprio la sua appartenenza alla ristretta cerchia dei notai funzionari dei vescovi sembrerebbe costituirne il tratto connotante. A lui, in quanto pubblico notaio, i membri della commissione pontificia affidarono lincarico di far giurare una sessantina di testi, di metterne per iscritto le deposizioni e di darvi pubblica forma. La sua presenza negli atti inerenti al negotium di Giovanni Bono non si limita tuttavia esclusivamente a questo suo impegno meramente professionale. Lanfranco lultimo teste a deporre nel 1251. Egli narra di un improvviso malore che una notte colp la figlia Anna. Di fronte alla disperazione della madre che ne temeva la morte, Lanfranco ricorse al potere taumaturgico di Giovanni Bono e delle sue reliquie e ne invoc il soccorso. Anna si salv e il padre ne attribu la guarigione miracolosa a quel santo frate eremita alla cui santificazione intese contribuire mediante la sua deposizione. Della figura di Lanfranco emerge dunque la dimensione propria delluomo di fede, oltre a quella propria del pubblico professionista. La rapida e lucida descrizione degli avvenimenti, il loro succedersi, lascia intuire langoscia di un padre e di una madre; ci proietta in un vissuto del tutto privato. Lanfranco fu lunico a rendere testimonianza di quel miracolo. N la figlia n la moglie comparvero davanti alla commissione. Nessun vicino di casa, nessun conoscente venne ascoltato per corroborare le sue affermazioni. Ai commissari, diversamente da quanto era accaduto per gli altri miracoli, bast evidentemente la sua testimonianza. Del resto era quella la testimonianza di un notaio, ovvero di un uomo degno di fede. Ma non sono solo questi i motivi che rendono peculiare questo caso. Fu lo stesso Lanfranco a mettere per iscritto il suo racconto che rese in prima persona. Racconto cui fece seguire la sua sottoscrizione notarile. Lanfranco diede insomma validit giuridica alla sua deposizione; convalid il miracolo di

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zione; convalid il miracolo di cui fu testimone con il suo signum notarile; sottrasse alla dimensione soggettiva e privata il fatto occorso alla figlia Anna rendendolo pubblico. Ebbene, la posizione del notaio Lanfranco non si pu non definire quantomeno anomala. Di Lanfranco si evidenzia cos, in tutta la sua problematicit e contraddittoriet, il coinvolgimento nel processo di canonizzazione di Giovanni Bono nella duplice dimensione di uomo e di professionista; di uomo di fede e di persona pubblica.

3. Ideologia religiosa e propaganda politica 3.1. Una devozione collettiva per un culto civico Nellautunno del 1249 Giovanni Bono fece ritorno nella citt che laveva visto nascere dove, comegli aveva profetizzato, sarebbe morto110. Fu un viaggio scandito da eventi miracolosi111. Giunto a Mantova si stabil presso il convento di Santa Agnese dove spir nel mese di ottobre. Il trapasso fu contrassegnato dal manifestarsi di fenomeni soprannaturali112 . In breve tempo la notizia della morte di Giovanni Bono si diffuse richiamando presso il suo corpo numerosi fedeli113 . Un testimone asserisce che totum commune Mantue ibat et ivit ita honorifice ad ecclesiam Sancte Agnetis114. Una testimone dice che tanta era la multitudo gentium euntium, et tantus concursus propter publicam famam dicti fratris, quod ipsa nullo modo dicere posset115. Santa Agnese divenne cos il centro
AASS, Octobris, IX, fra Michele, 43, 44; Bonvicino, 249. AASS, Octobris, IX, fra Bonaventura 92, 93. 112 AASS, Octobris, IX, fra Bonaventura 92, 93. 113 AASS, Octobris, IX, Lazzarino del fu Umberto da Peschiera, 104; Dondedeo, 317; prete Bartolomeo, 319; fra Gerato, 320. 114 AASS, Octobris, IX, Bonaggiunta, 321. 115 AASS, Octobris, IX, Boniuga, 324.
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dirradiazione di una devozione che ebbe lo si gi ricordato la sua massima manifestazione nel maggio del 1251116, quando quel santo corpo venne elevato e traslato allinterno della chiesa e riposto in unarca117. I pi giovani abitanti della citt, seguiti da molte altre persone, vi si diressero gioiosi e festosi recando un enorme cero a forma di candelabro con un gran numero di candele accese. Saputolo, il priore ed i frati di Santa Agnese gli si fecero incontro. Durante il tragitto le candele si spensero ed i presenti se ne dolsero alquanto. Il corteo prosegu ugualmente e quando entr in chiesa tutte le candele, miracolosamente, si riaccesero. Tutti ne rimasero stupiti e innalzarono canti e lodi al Signore118. Tali eloquenti testimonianze evocano la corale devozione dei Mantovani verso quel santo frate, e paiono preludere al preciso obiettivo di farne un culto civico. Difficile dare un volto ai quei fedeli che gremivano gli spazi circostanti il corpo e la tomba di Giovanni Bono119. In essi ravvisabile lintera collettivit che con quellimpeto di devozione esprimeva il suo bisogno di santit. lecito ritenere che tale bisogno fu assunto ed orientato dalle istituzioni cittadine in risposta a precise i116 Nonostante presenza del santo corpo, Santa Agnese non sembra aver mai assunto il profilo proprio di un santuario; si veda in proposito Lieux sacrs, lieux de culte, sanctuaires. Approches terminologiques, mthodologiques, historiques et monographiques, sous la direction dAndr Vauchez, Roma, 2000, ed in particolare le Conclusioni di S. Boesch Gajano, alle pp. 399-405. 117 Sui corpi santi si vedano Auprs des saints corps et mes. Linhumation ad sanctos dans la chrtient dOrient et dOccident du IIIe au VIIIe sicle, a cura di Y. Duval, Paris, 1988; A. Vauchez, La tomba, la morte e il destino del corpo, in Id., Esperienze religiose cit., pp. 237-246. 118 AASS, Octobris, IX, Giovannino, 450; Ottobella, 451; fra Pietricciolo, 452; Barile, 453. 119 Della provenienza geografica e sociale dei miracolati tratta Golinelli, Dal santo del potere cit., pp. 58-60; Id., Unagiografia per la storia. Miracolati e testimoni nei processi di canonizzazione e nelle raccolte di miracoli, in Ovidio Capitani: quaranta anni per la storia medioevale, a cura di M.C. De Matteis, Bologna, 2003, pp. 100-104.

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stanze religiose non meno che ideologiche. Non si pu infatti non pensare che dietro quella tumultuosa esplosione di fede non vi fossero gli eremiti di Santa Agnese, per i quali il possesso di quel corpo santo era motivo di indubbio prestigio, ma anche lepiscopio, il capitolo cattedrale ed il comune, ovvero le forze che vedremo farsi carico della promozione della canonizzazione di Giovanni Bono. Si deve a questo fare riferimento al coevo contesto sociale e politico della citt di Mantova e ricordare ancora una volta che Mantova nello scacchiere politico padano in quel torno di tempo occupava una posizione di aperta avversione al partito imperiale e alle forze locali che lo sostenevano120. Nemica della vicina Verona, dove capeggiavano i sostenitori dellimperatore, ed in particolare Ezzelino da Romano121 , Mantova accoglieva i transfughi veronesi122 . Comune e Chiesa locale sembrano essere in quel torno di tempo concordemente schierati con il papato, che aveva posto sulla cattedra vescovile mantovana suoi fidati rappresentanti. Comune e Chiesa locale sostengono il diffondersi e laffermarsi di un culto che ben si presta a divenire veicolo di un preciso programma politico i cui princpi ispiratori si proiettano nella vita, nelle virt e nei miracoli di Giovanni Bono. Egli, infatti, emerge dal ricordo di quanti lo videro agire e lo conobbero e ci soprattutto durante la seconda fase dellinchiesta come figura emblematica di difensore
Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 186-188. Dobbligo il rimando agli studi raccolti in Nuovi studi ezzeliniani cit.. 122 Basti dire che a Mantova trovarono riparo i vescovi di Verona Iacopo da Breganze e Gerardo Cossadoca. Questultimo, che fu familiare di Guglielmo Fieschi, il cardinale protettore dei Giamboniti, compare al fianco del vescovo di Mantova Martino. In proposito si confrontino Ronzani, Vescovi, capitoli e strategie famigliari cit., p. 129; Varanini, La Chiesa veronese cit., pp. 14-15; De Sandre Gasparini, La vita religiosa cit., pp. 82-83; Ead., Ezzelino e la Chiesa veronese, in Nuovi studi ezzeliniani cit., II, pp. 434-435; Lucca, Nascita, regolamentazione cit., p. 23.
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dellortodossia propugnata dal papato123, ovvero come avversario degli eretici e dei loro fautori124. Ecco il perch del particolare risalto dato alla sua ostilit nei confronti di Federico II, dei suoi rappresentanti e dei suoi sostenitori, tutti compresi entro la categoria degli eterodossi125. Non a caso si narra che Giovani Bono convert un eretico mantovano, il magister carpentarius Giacomino, figlio di eretici126 . La valenza che il culto verso Giovanni Bono rivestiva in quegli anni centrali del Duecento per la citt di Mantova, traspare nitidamente anche da una ulteriore testimonianza. Il rimando va alleloquente deposizione del mercante mantovano Florio de Bataliis, rilasciata il 5 agosto 1251127. Egli narra che, mentre con altri mercanti era in viaggio verso Brescia, fu assalito da un gruppo di cavalieri nemici e condotto a Peschiera, dove venne rinchiuso nelle carceri. Per volere di Ezzelino fu in seguito
Vauchez, La saintet cit., pp. 128-129 e p. 506. Merlo, Militare per Cristo contro gli eretici cit., p. 21; Piazza, Heretici ... in presenti exterminati cit., pp. 21-39; Id., Affinch ... costituzioni di tal genere siano ovunque osservate cit., pp. 425-458. 125 Orioli, Eresia e ghibellinismo cit., pp. 420-229; Merlo, Federico II, gli eretici, i frati cit., pp. 99-123. 126 AASS, Octobris, IX, Giacomino, 228. 127 AASS, Octobris, IX, deposizione resa da Florio; su tale episodio aveva gi richiamato lattenzione C. Cipolla, Appunti ecceliniani, Atti del R. Istituto Veneto di Scienze lettere ed arti, 70 (1911), pp. 401-420. Ricordiamo altres che un frate nella sua deposizione asserisce daver visto ed udito quando dictus frater Joannes Bonus loquebatur fratribus suis, quibus dicebat quod essent boni homines et quod crederent et servarent et tenerent fidem sanct Roman Ecclesi sicut ipsa credit et tenet, et respuebat et confundebat omnes hreticos, Gazaros, Patarenos, et excommunicatos, et vicarios et nuncios Frederici quondam imperatoris missos Csenam (AASS, Octobris, IX, testimonianza di frate Giacomino). Tale testimonianza stata considerata anche da P. Golinelli, Da santi ad eretici. Culto dei santi e propaganda politica tra Due e Trecento, in La propaganda politica nel basso medioevo, Atti del XXXVIII Convegno storico internazionale (Todi, 14-17 ottobre 2001), Spoleto, 2002, pp. 471-510, a p. 483.
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trasferito a Verona. L preg Giovanni Bono, il quale esaud le sue richieste, liberandolo prodigiosamente dalla prigionia. Il mercante riferisce che dopo la fuga a lungo nuot nellAdige, sino a ritornare sano e salvo a Mantova. I fatti sarebbero avvenuti pochi giorni prima che il teste rilasciasse la sua deposizione. Il fine della narrazione evidente: esaltare le virt di Giovannibono intervenuto in favore di un uomo caduto prigioniero di Ezzelino, il perfido alleato di Federico II, entrambi nemici della Chiesa e di Mantova, e per questo entrambi accusati deresia. Ecco il perch del particolare risalto dato alla ostilit del canonizzando nei confronti di Federico II, dei suoi rappresentanti e dei suoi sostenitori, tutti compresi entro la categoria degli eterodossi128. Ancora. Un omonimo frate asserisce di aver visto ed udito quando dictus frater Joannes Bonus loquebatur fratribus suis, quibus dicebat quod essent boni homines et quod crederent et servarent et tenerent fidem sanct Roman Ecclesi sicut ipsa credit et tenet, et respuebat et confundebat omnes hreticos, Gazaros, Patarenos, et excommunicatos, et vicarios et nuncios Frederici quondam imperatoris missos Csenam129. Questi riferimenti hanno levidente fine di esaltare il potere del canonizzando contro le forze delleretico
Cfr. R. Orioli, Eresia e ghibellinismo, in Federico II e le citt italiane, a cura di P. Toubert, A. Paravicini Bagliani, Palermo, 1995, pp. 420-229; G. G. Merlo, Federico II, gli eretici, i frati, in Id., Contro gli eretici. La coercizione allortodossia prima dellInquisizione, Bologna, 1996, pp. 99-123 (anche in Federico II e le nuove culture, Spoleto, 1995, pp. 45-67). Per quanto riguarda lopera di propaganda antiimperiale si ricorda il contributo di G. Barone, La propaganda antiimperiale nellItalia federiciana: lazione degli Ordini mendicanti, in Ead., Da frate Elia agli Spirituali, Milano, 1999, pp. 161-172 (gi in Federico II e le citt italiane cit., pp. 278289). 129 AASS, Octobris, IX, fra Giacomino, 313. Il passo stato segnalato anche da Golinelli, Da santi ad eretici. Culto dei santi e propaganda politica tra Due e Trecento, in La propaganda politica nel basso medioevo cit., pp. 471-510: p.483.
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Ezzelino, in tutte le testimonianze addotte si lega allaffermazione dellortodossia e dellimpegno antiereticale del canonizzando unesplicita sottolineatura del valore politico (contro Federico II e il ghibellinismo) della sua azione, e quindi del culto che si voleva promuovere: il culto diviene mezzo di propaganda politica130. La lotta alleresia e la difesa della Chiesa sono elementi che orientano il culto di Giovanni Bono verso il consolidamento di una marcata coscienza guelfa. Del resto che il culto dei santi fosse strumento di propaganda e di lotta funzionale alla diffusione di sentimenti antighibellini a favore della pars Ecclesiae fenomeno noto e che vanta vari esempi131. Possiamo allora rimarcare ulteriormente la pregnanza ideologica di molte delle azioni miracolose attribuite a Giovanni Bono. La finalit ovvia: esaltare il potere del santo contro le forze degli eretici nemici della Chiesa. quindi chiara la volont di fare di quel culto un mezzo di propaganda politica132. La lotta alleresia e la difesa della Chiesa parrebbero costituire degli elementi che orientano il culto di Giovanni Bono verso il consolidamento di una marcata coscienza guelfa in ambito mantovano. Del resto, che il culto dei santi fosse uno strumento di propaganda e di lotta funzionale alla diffusione di sentimenti antighibellini a favore della pars Ecclesie fenomeno noto e che vanta vari esempi133.
Golinelli, Da santi ad eretici cit., pp. 483-484. J.-C. Maire Vigueur, Religione e politica nella propaganda pontificia (Italia comunale, prima met del XIII secolo), in Le forme della propaganda politica cit., pp. 65-83: pp. 71-72; Golinelli, Da santi ad eretici, p. 480, ove si sottolinea che la lotta contro leresia divenne un elemento caratterizzante la santit del XIII secolo; Alberzoni, Citt, vescovi e papato cit., pp. 154-155. Pi in generale sulla funzione dei santi e dei loro culti si veda il volume Les fonctions des saints dans le monde occidental (IIIe-XIIIe sicle), Actes du colloque (Rome, 27-29 octobre 1988), Roma, 1991. 132 Golinelli, Da santi ad eretici cit., p. 484. 133 J.-C. Maire Vigueur, Religione e politica nella propaganda pontificia (Italia comunale, prima met del XIII secolo), in Le forme
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Questo era daltronde un orientamento del tutto consono con le scelte politiche assunte dalla citt in quegli anni. Comune e Chiesa locale erano concordemente schierati con il papato. Comune e Chiesa locale sostenevano il diffondersi e laffermarsi di un culto che ben si prestava a divenire veicolo di un preciso programma politico i cui princip ispiratori si proiettavano nella vita, nelle virt e nei miracoli di Giovanni Bono. 3.2. Il linguaggio delle immagini Del significato che il culto per Giovanni Bono dovette assumere la vita sociale e politica oltre che religiosa nella Mantova di met Duecento si ha una inequivocabile ed emblematica testimonianza iconografica. Allinterno dei palazzi del comune, tra vari affreschi risalenti ad epoche diverse134, in alcuni lacerti di argomento religioso del secolo XIII, compare per almeno due volte limmagine di Giovanni Bono135 . In un caso egli
della propaganda politica nel Due e Trecento. Atti del Convegno (Trieste, 2-5 marzo 1993), a cura di P. Cammarosano, Roma, 1994, pp. 65-83: pp. 71-72; Golinelli, Da santi ad eretici cit., p. 480, ove si sottolinea che la lotta contro leresia divenne un elemento caratterizzante la santit del XIII secolo; Alberzoni, Citt, vescovi e papato cit., pp. 154-155. Pi in generale sulla funzione dei santi e dei loro culti si veda il volume Les fonctions des saints dans le monde occidental (IIIe-XIIIe sicle), Actes du colloque (Rome, 27-29 octobre 1988), Roma, 1991. 134 G. Paccagnini, La pittura, in Mantova. Le arti, I, Il medioevo, Mantova, 1960, pp. 256-257; A. Calzona, La rotonda e il palatium di Matilde, Parma, 1991, pp. 98-116; G. Giovannoni, Un ciclo di affreschi della prima crociata nel Palazzo della Ragione a Mantova?, in I poteri dei Canossa da Reggio Emilia allEuropa, Atti del Convegno internazionale di studi (Reggio Emilia-Carpineti, 29-31 ottobre 1992), a cura di P. Golinelli, Bologna, 1994, pp. 363-366; Matilde, Mantova e i palazzi del borgo. I ritrovati affreschi del Palazzo della Ragione e del Palazzetto dellabate, Mantova, 1995. 135 Relativamente alle rappresentazioni iconografiche dei santi si rimanda a D. Rigaux, Par la grce du pinceau. Canonisation et image

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viene ritratto davanti a san Pietro, nellaltro davanti alla Madonna136. Lautore vi appose la sua firma: Grixopolus pictor Pa(....)sis depinxi hoc opus. Poco si sa allo stato attuale delle indagini di quegli affreschi ed ancora meno del loro autore, per il quale sino ad oggi non sembra sia stato possibile reperire alcunaltra attestazione, ma che si ritiene debba essere stato attivo anche nel cantiere del Battistero parmense137. Qualche incertezza sussisterebbe anche in merito alla loro datazione. La costruzione del palazzo138 sarebbe da porre seaux derniers sicle du Moyen Age, in Santit, culti agiografia. Temi e prospettive, Atti del I Convegno di studio dellAssociazione italiana per lo studio della santit, dei culti e dellagiografia (Roma, 24-26 ottobre 1996), a cura di S. Boesch Gajano, Roma, 1997, pp. 275-295, e bibliografia ivi citata; A. Vauchez, Le immagini sante: rappresentazioni iconografiche e manifestazioni del sacro, in Id., Santi, profeti e visionari, Bologna, 2000, pp. 81-94; Id., Cenerentola in paradiso: culto e iconografia della beata Panesia/Panacea nella diocesi di Novara (fine XIV-met XVI secolo), in Id., Esperienze religiose, pp. 163-179; F. Bisogni, Il pubblico di san Nicola da Tolentino: le voci e i volti, in Il pubblico dei santi. Forme e livelli di ricezione dei messaggi agiografici, Atti del III Convegno di studio dellAssociazione italiana per lo studio della santit, dei culti e dellagiografia (Verona, 22-24 ottobre 1998), a cura di P. Golinelli, Roma, 2000, pp. 227-250. 136 Sarebbe interessante indagare sulla valenza e sulla incidenza locale del culto mariano qui affiancato, in un significativo accostamento iconografico, a quello per Giovanni Bono, e dei suoi possibili risvolti propagandistici: Maire Vigueur, Religione e politica cit., pp. 67-71 e bibliografia ivi citata. 137 Ci si limita qui a rinviare a Paccagnini, La pittura cit., pp. 256-257; Calzona, La rotonda cit., p. 107; E. Datei, Grixopolo pictor, in Matilde, Mantova cit., pp. 72-76, e alla bibliografia ivi citata. 138 S. Davari, I palazzi dellantico comune di Mantova e gli incendi da essi subiti, Mantova, 1974 (ristampa di un articolo apparso nel 1888); Id., Notizie storico topografiche della citt di Mantova nei secoli XIII, XIV e XV, Mantova, 1975 (edito per la prima volta nel 1897); Calzona, La rotonda cit., pp. 41-96; F. Fantini DOnofrio, I luoghi del governo comunale, in Matilde, Mantova cit., pp. 156-182. Per una visione generale: G. Soldi Rondinini, Evoluzione politicosociale e forme urbanistiche nella Padania dei secoli XII-XIII: i palazzi pubblici, in La pace di Costanza (1183). Un difficile equilibrio di poteri fra societ italiana ed impero, Atti del Convegno (MilanoPiacenza, 27-30 aprile 1983), Bologna, 1984, pp. 85-98; G. Andenna,

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condo una fonte cronachistica nellanno 1250139, il che indurrebbe a collocare la realizzazione di tutti i dipinti in esso presenti in un periodo successivo, sennonch in studi recenti si proposto di retrodatare la realizzazione di quelledificio di pi dun secolo140. Un documento notarile recentemente portato alla luce ha offerto nuovi elementi di riflessione. Si tratta di un atto del dicembre 1252 nel quale compare Grixopulus pinctor Parmensis141; rogato nel palazzo vescovile, ne attore il vescovo di Mantova Martino da Parma. Tale attestazione consente di consolidare lo spessore storico della figura di Grisopolo. Ma non solo. Permette di datarne con certezza la presenza in Mantova e di conoscerne la familiarit con il presule locale: lanno coincide significativamente con il periodo in cui il processo di canonizzazione di Giovanni Bono ancora in corso e, si badi, lepiscopio una delle istituzioni promotrici di quel processo. La realizzazione degli affreschi in cui compare Giovanni Bono potrebbe quindi essere collocata proprio in quel periodo, realizzazione cui il vescovo probabilmente non fu del tutto estraneo. La presenza dellimmagine di Giovanni Bono nel palazzo del comune142 sembrerebbe dunque assumere una
La simbologia del potere nelle citt comunali lombarde: i palazzi pubblici, in Le forme della propaganda politica nel Due e Trecento cit., pp. 369-393. 139 Annales Mantuani, ad annum. 140 Giovannoni, Un ciclo di affreschi cit., pp. 363-364; Id., Gli affreschi e la crociata, in Matilde, Mantova cit., pp. 49-54. 141 ASDMn, MV, Registro 4, c. 12r, <1252> dicembre 2. 142 Sullimpiego di immagini nei palazzi comunali con scopi di propaganda politica si vedano G. Ortalli, Pingatur in palatio. La pittura infamante nei secoli XIII-XVI, Roma, 1979; M.M. Donato, Cose morali, e anche appartenenti secondo e luoghi: per lo studio della pittura politica nel tardo medioevo toscano, in Le forme della propaganda politica nel Due e Trecento cit., pp. 491-517; G. Andenna, La storia contemporanea in et comunale: lesecrazione degli avversari e lesaltazione della signoria nel linguaggio figurativo. Lesempio bresciano, in Il senso della storia nella cultura medievale

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valenza del tutto particolare inserendosi in un preciso e condiviso programma di propaganda religiosa e politica143. Comune ed episcopio partecipano ad uno stesso disegno: promuovere il culto di Giovanni Bono. Un culto perfettamente rispondente alle esigenze di entrambi: Giovanni Bono lo ribadiamo localmente reputato un modello di santit144 rispondente agli ideali religiosi nonch politici che in quel frangente erano propri sia delle istituzioni ecclesiastiche sia di quelle laiche. Del resto abbiamo gi avuto modo di mostrare che Giovanni Bono viene presentato s come il santo eremita taumaturgo145 , ma anche come colui che si scaglia contro gli eretici, ovvero contro i nemici della pars Ecclesiae, contro Federico II ed i suoi fautori. E Mantova in quel periodo una delle roccaforti degli avversari dellimpero146. Quelle immagini, insomma, permettono di fare della devozione verso Giovanni Bono un culto civico147 , culto per il qua-

italiana (1100-1350), Atti del XIV Convegno (Pistoia, 14-17 maggio 1993), Pistoia, 1995, pp. 345-360. 143 Golinelli, Da santi ad eretici cit., pp. 506-509. 144 Modelli di santit e modelli di comportamento. Contrasti, intersezioni, complementarit, a cura di G. Barone, M. Caffiero, F. Scorza Barcellona, Torino, 1994. 145 P. Golinelli, Santi taumaturghi nellItalia medievale, in Per Vito Fumagalli. Terra, uomini, istituzioni medievali, a cura di M. Montanari e A. Vasina, Bologna, 2000, pp. 339-355. 146 Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 185-189. 147 Per il ruolo svolto dai comuni cittadini nella promozione dei culti dei santi si rimanda al volume La religion civique lpoque mdivale et moderne (Chrtient et Islam), Actes du colloque (Nanterre, 21-23 juin 1993), a cura di A. Vuchez, Roma, 1995; e, per qualche singolo esempio, a A.M. Orselli, Vita religiosa nella citt medievale italiana tra dimensione ecclesiastica e cristianesimo civico. Una esemplificazione, Annali dellistituto storico italo-germanico in Trento, VII (1981), pp. 361-398; A. Vauchez, Patrocinio dei santi e religione civica nellItalia comunale, in Id., I laici nel medioevo cit., pp. 187-206; Id., La religione civica, in Id., Esperienze religiose nel medioevo cit., pp. 247-252.

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le, peraltro, i Mantovani erano alla ricerca di un riconoscimento ufficiale148. A spingerci verso uninterpretazione tutta guelfa del ciclo pittorico realizzato da Grixopulus nel Palazzo della Ragione, non la sola presenza della figura di Giovanni Bono. Occorre a tale riguardo accennare almeno alla significativa presenza in esso della Madonna. Ebbene, il culto verso la Vergine parrebbe potersi collocare tra gli elementi qualificanti della coscienza guelfa.149. Sarebbe perci quanto mai auspicabile unindagine che permetta di far luce sul valore che il culto mariano assunse in quegli anni anche a Mantova, giacch gli indizi di una qualche forma di sostegno data dai vescovi locali verso quel culto non sono assenti. Basti qui rammentare che durante lepiscopato di Iacopo si ebbero alcune fondazioni religiose dedicate proprio a Maria150, ma anche che lospedale che sar eretto in conformit alle sue volont testamentarie dal suo successore, il vescovo Martino, verr nondimeno dedicato a Maria151. Alla luce di tutto ci, possiamo lecitamente proporre una lettura degli affreschi realizzati da Grixopulus nel Palazzo della Ragione di Mantova in stretta aderenza al quadro test delineato e del tutto consona con la situazione sociale e politica coeva. Liconografia specchio fedele di un culto; nella fattispecie del culto per Giovannibono. Si detto che lui a costituire una sorta di filo conduttore dellintero ciclo. La
Non sembra fuori luogo ricordare che nei trecenteschi statuti bonacolsiani prevista lelargizione da parte del comune di elemosine ai fratres di Santa Agnese ma anche che il podest cum tota sua curia ire debeat ad Sanctam Agnetem cum cereis precedentibus, cum trumbatoribus et trumbis, prima die mensis maiy expensis comunis Mantue et facere preconari quod omnes milites et pedites et omnes boni viri vadant ad missam Sancte Agnetis: Statuti bonacolsiani, a cura di E. Dezza, A.M. Lorenzoni, M. Vaini, con un saggio inedito di P. Torelli, Mantova, 2002, p. 305. 149 Maire Vigueur, Religione e politica cit., p. 68. 150 Cenci, Le Clarisse cit., pp. 18-19. 151 Gardoni, Episcopus et potestas cit., pp. 185-186.
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sua ascesa al cielo, il suo ingresso in Paradiso e la sua presenza a lato della Madre di Dio in trono, non potevano non colpire i contemporanei. Quelle immagini non possono non essere intese come rappresentazioni liminali: rappresentano una sorta di soglia tra la sfera umana e quella ultraterrena152. Lelemento di congiunzione fra le due dimensioni costituito da colui che si voleva fosse riconosciuto come santo, Giovanni Bono. Un santo presentato nel suo viaggio verso il Regno dei cieli, quasi a voler suggerire nello spettatore la demarcazione fra due modalit desistenza, quella dello spettatore e quella del nuovo santo per lappunto. Il ciclo tende a esaltare la gloria nei cieli di Giovanni Bono, il suo un viaggio verso la gloria eterna. Dobbiamo immaginare limpatto emotivo che le grandi immagini avevano sul popolo della citt e quindi sul popolo dei fedeli. Va osservato che non si in presenza di una iconografia agiografica, non si ritrae la vita del santo153. Le immagini dipinte sembrano avere uno scopo pi elevato rispetto alla sola esaltazione della vita terrena di colui che si voleva fosse iscritto nel catalogo dei santi: rimandano ad un pi ampio progetto in cui il testo dipinto, il culto locale e popolare verso Giovanni Bono, diviene il pretesto per veicolare messaggi ideologici pi ampi, universali diremmo. evidente che lintera rappresentazione mirava ad additare il frate mantovano quale modello da seguire, un modello che corrispondeva pienamente alle istanze propagandate in quegli anni dalla pars Ecclesie in aperto contrasto con lideologia imperiale: non a caso bene ribadirlo durante il processo di canonizzazione Giovanni Bono presentato come il nemico degli amici di Federico II! Quellaffresco sembra pertanto un invito ad emulare una persona ecceBacci, Leffige sacra cit., p. 233-234. Per un singolo esempio si veda A. Vauchez, Cenerentola in paradiso: culto e iconografia della beata Panesia/Panacea nella diocesi di Novara (fine XIV-met XVI secolo), in Id. Esperienze religiose cit., pp. 163-179.
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zionale e benedetta da Dio154 ; se ne esalta la gloria delocalizzandone cos il culto che viene perci inserito entro un progetto universale155. Si badi, nel caso specifico si tratta di uniconografia posta, volutamente e programmaticamente, in un luogo pubblico156 , anzi, il luogo pubblico per eccellenza potremmo dire: il palazzo ove si riunivano i pubblici consigli cittadini, dove erano posti i banchi dei giudici deputati ad amministrare la giustizia. Per quanto nel rapporto fra luoghi e immagini non sussista una meccanica corrispondenza fra tipologie dei luoghi e dei messaggi, non possiamo sottovalutare il significato che la collocazione del ciclo del pittore Grixopulus in uno dei luoghi simbolo del sistema amministrativo della citt sottintende157 : la testimonianza pi eloquente dello sforzo pubblico di propagandare il culto del frate eremita, di farne un culto civico158, e quindi di condividerne il valore politico e ideologico. Non tutto. Lopera offre loccasione per richiamare lattenzione sullimpiego anche da parte del comune mantovano del linguaggio figurato159, che proprio a

Bacci, Leffige sacra cit., p. 223. Vauchez, La saintet cit., pp. 524-529. 156 Ortalli, Comunicare con le figure cit., pp. 494-495. 157 Ortalli, Comunicare con le figure cit., p. 496. 158 Per il ruolo svolto dai comuni cittadini nella promozione dei culti dei santi si rimanda al volume La religion civique lpoque mdivale et moderne (Chrtient et Islam). Actes du colloque (Nanterre, 21-23 juin 1993), a cura di A. Vauchez, Roma, 1995; e, per qualche singolo esempio, a A. M. Orselli, Vita religiosa nella citt medievale italiana tra dimensione ecclesiastica e cristianesimo civico. Una esemplificazione, Annali dellistituto storico italogermanico in Trento, VII (1981), pp. 361-398; A. Vauchez, Patrocinio dei santi e religione civica nellItalia comunale, in Id., I laici nel medioevo: pratiche ed esperienze religiose, Milano, 1989, pp. 187-206; Id., La religione civica, in Id., Esperienze religiose nel medioevo cit., pp. 247-252. 159 E. Artifoni, Retorica e organizzazione del linguaggio politico nel Duecento italiano, in Le forme della propaganda cit., pp. 157-182; Ortalli, Comunicare con le figure cit., p. 516.
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partire dal Duecento si diffonde sempre pi160. Si dischiude cos uno squarcio interessante sulluso delle immagini dipinte che il gruppo dirigente mantovano fece a met secolo XIII in una sede del potere pubblico161 . V unaltra annotazione da fare al riguardo. Quel ciclo s posto in un luogo pubblico, ma non in uno spazio aperto, quale una piazza o una porta della citt o sulle mura esterne del palazzo comunale, bens al suo interno, quasi a voler suggerire forse pi che un restringimento dei destinatari del messaggio di cui era portatore, che era destinato prima di tutto ad un pubblico specifico, ad un ben determinato settore della collettivit162, quello che pi di altri partecipava alla vita pubblica della citt, influenzandone le scelte politiche163 .
160 Si ricorda a titolo desempio la scena di pittura infamante del salone del Broletto di Brescia con la lunga teoria dei cavalieri espulsi dalla citt: G. Ortalli, Limmagine infamante e il sistema dellinsulto nellItalia dei comuni, in Lezioni di metodo. Studi in onore di Lionello Luppi, a cura di L. Olivato, G. Barbieri, Vicenza, 2002, pp. 332-340; G. Andenna, La storia contemporanea in et comunale: lesecrazione degli avversari e lesaltazione della signoria nel linguaggio figurativo. Lesempio bresciano, in Il senso della storia nella cultura medievale italiana (1100-1350), Pistoia, 1995, pp. 345-360; Ortalli, Comunicare con le figure cit., p. 500. 161 questo un tema che andrebbe ripreso entro una pi ampia considerazione di tutti i lacerti pittorici presenti allinterno del Palazzo della Ragione. Si rammenta al riguardo che sulla parete opposta a quella dipinta da Grixopulus, sono visibili parti di affreschi anchessi databili alla met del secolo XIII, con i quali, stando a quanto sino ad ora noto, si volle celebrare una vittoria politica del comune mantovano: si confrontino per ora Calzona, La rotonda cit., p. 106; E. Datei, Il pellegrinaggio, in Matilde, Mantova e i palazzi del borgo cit., pp. 107-110; F. Fantini DOnofrio, Le iscrizioni della parete dingresso, in Matilde, Mantova e i palazzi del borgo cit., pp. 142149; per il contesto sociale e politico si veda Vaini, Dal comune alla signoria cit., pp. 193-194. Un cenno presente anche in M.C. MILLER, The Bishops Place. Architecture ant Authority in Medieval Italy, Ithaca, New York, 2000, p. 205. 162 Ortalli, Comunicare con le figure cit., p. 498. 163 Si veda ora G. Ortalli, Luoghi e messaggi per lesercizio del potere negli anni dellesperimentazioni istituzionali, in Pensiero e sperimentazioni cit., 761-800.

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APPENDICE DOCUMENTARIA

1. <1232> dicembre 18, Mantova, nella curia episcopale Uberto chierico di San Michele di Parma, delegato vescovile alle cause matrimoniali, emette sentenza nella causa vertente fra Parisia e Simone.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 2, c. 111r [I]. Ed. Gardoni, Un officiale episcopale cit., n. 1.

IN Christi nomine. Ego Ubertus clericus de Sancto Michahele Parmen(sis) auctoritate delegationis in me facte generaliter ad causas matrimoniales a d(omi)no Guidocto Dei gratia episcopo Mantuan(o), veluti patet ex publico instrumento confecto a Raimondo notario infrascripto, cognoscens de ca(usa) matrimonii que vertebatur (a) inter d(omi)nam Parixiam ex una parte et Symonem eius virum filium d(omi)ni Oddonis Bellegoti ex altera, que talis erat: dicebat enim dicta d(omi)na Parixia, iuramento astricta, et ponebat contra dictum (b) Simonum quod quamvis eam desponsasset et carnaliter cognovisset ac eam tamquam legittimam uxorem tractasset, tamen, quia postquam (c) eam accepit in uxorem, cognovit aliam mulierem carnaliter nomine Ricaffinam et publice tenet eam, unde petebat (d) separationem thori; et quod cogatur ei restituere dotem suam, ut postulat ordo iuris. Ad quod ipse Simonus sic respondebat dicens quod quamvis eam Parixiam desponsasset et carnaliter cognovisset ac eam tamquam legittimam uxorem tractasset et quamvis etiam dictam Ricafinam carnaliter cognovisset, non t(ame)n debet sepationem (e) thori inter eos celebrari nec ei ob hoc debet (f) restituere dotem suam. Unde, postmodum productis quibusdam testibus s(upe)r predictis a domina Parixia supradicta (g), terminum (h) peremptorie statui

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partibus supradictis ut venirent coram me ad [sniam] sententiam audiendam et verum tamen idem (i) Simo(nus) pluries citatus a me legittime et peremptorie litteris et nuntio (j) in ipso termino coram me (com)parere (con)te(m)psit (k), unde visis et cognitis rationibus, confessionibus et alegationisbus utriusque partis et diligenter inspectis (l) et s(upe)r hiis habito consilio sapientium per illas rationes quas vidi et cognovi, dico et [sniando] sententiando pronuntio separationem thori esse inter partes predictas d(omi)nam (m) Parixiam (n) videlicet et Simonum antedictos. Lata fuit hec sententia die XIIII exeunte decemb(ri), presentibus domino Iohanne Caldere, Bellino notario, Zanino de Ulmeda, Pegoloto de Ribaldis de Burgonovo et aliis, in curia Episcopatus Mantue prope portam (o).
(a) vertebatur con segno abbreviativo finale superfluo depennato. (b) Segue d(omin)um depennato. (c) postquam con t corretta da s. (d) petebat con t corretta su b. (e) separationem con lettera abrasa fra le lettere o ed e. (f) debet aggiunto in interlinea con segno richiamo. (g) Segue segno dinterpunzione depennato. (h) terminum con lettera n corretta su altra lettera. (i) verum tamen idem corretto su lettere erase. (j) pluries citatus a me legittime et peremptorie litteris et nuntio aggiunto in interlinea con segno di richiamo. (k) Seguono alcune parole erase alcune delle quali poste nellinterlinea. (l) et diligenter inspectis aggiunto in interlinea. (m) dominam aggiunto in interlinea con segno di richiamo. (n) Parixiam con le lettere ri aggiunte in interlinea. (o) Da lata sino a portam aggiunta di altra mano.

2. <1237> dicembre 4, Mantova Il vescovo di Mantova Iacopo nomina Uberto chierico di San Michele di Parma suo vicario affidandogli la gestione di tutte le cause matrimoniali et ussurarum.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 1v [I]. Ed. Gardoni, Un officiale episcopale cit., n. 2.

Appendice documentaria

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Item die veneris quarto intrante dece(m)bri, in quodam caminata episcopatus Mant(ue), in presentia d(omi)norum Guigelmi iudicis de Ca(m)pitello, Iohannis iudicis Provincialis, atque magistri Septem camerarii d(omi)ni episcopi Mant(ue) testibus. Ibi d(omi)nus Iacobus miseratione divina Mant(ue) episcopus fecit constituit et ordinavit d(omi)num Ubertum clericum (a) ecclesie Sancti Michaelis de Parma presente, suum certum nuncium ac vicarium et eum in suum locum possuit comitendo ei (b) specialiter ad cognoscendum et determinandum omnes causas matrimonialium et ussurarum et aliarum rerum generaliter (c) que sub eo venerint ex aliqua causa, et a faciendum et conplendum (d) omnia ea que in predictis et circa predicta (e) oportuna et necessaria erunt, promittens per stipull(atione) se perpetuo observaturum omnia ea que per ipsum d(omi)num Ubertum in his facta et cellebrata erunt tamquam ipse presens ea fecisset vel presens ad esset. Actum est hoc anno domini .M.CC.XXXVII. indit(ione) decima.
(a) Segue depennato s(anc)ti. (b) Nel manoscritto convte(n)do ei aggiunto in interlinea. (c) generaliter, lettura dubbia, aggiunto in interlinea. (d) Segue depennato in omnibus in e. (e) Segue depennato facta et cellebrata.

3. <1237> dicembre 7, Mantova, nel palazzo episcopale Uberto chierico di San Michele di Parma, vicario vescovile, emette sentenza nella causa vertente fra Bonifacio figlio del magister Raimondo e Mariabona del fu Passara Grossolani.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 3r [I].

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Cum EGO Ubertus clericus ecclesie Sancti Michaelis de Parma vicarius d(omi)ni Iacobi Man(tue) episcopi constitutus cognoscens c(aus)am matrimoni que vertebatur inter Bonefacium filium Ugolini magistri Raimondi ex una parte et d(omi)nam Mariabonam filiam condam d(omi)ni Passare de Grosolanis et d(omi)num Botazolum Vicecomitem eius procuratorem ex altera. Dicebat enim dictus Bonefacius se nunquam desponssasse nec in uxorem suam accepisse ipsam dominam Mariabonam neque carnaliter cognovisse eam. Ex adverso respondebatur a (a) dicta d(omi)na Mariabona predictum (b) Bonefacium (c) eam desponssasse (d) et eius legitimam uxorem accepisse. Unde vissis et cognitis rationibus et allegationibus partium et super his habito (e) sapientum consilio, sic dico et in scriptis sententiando pronuntio cum (f) nichil sit ab utroque parte in his probatum sit nullum matrimonium nec sponssalia esse inter eos. Lata est hec sent(entia) in quodam pallatio episcopatus Mant(ue), die lune septimo intrante decemb(ri) (g), in presen(tia) d(omi)ni Sempreboni iudicis et Iohannis de Bellagera de Sancta Maria de Boscho et Gandulfini de Rivalcharo et Alberti de Palea testibus. M.CC.XXX.VII. indic(tione) decima.
(a) a aggiunto in interlinea con segno di richiamo. (b) predictu(m) con segno di abbreviazione finale per predictu(s) corretto con segno abbreviativo per m. (c) Bonefaciu(m) con segno di abbreviazione finale per Bonefaciu(s) poi corretto in abbreviazione per m. (d) In A alla parola desponsasse fanno seguito alcune lettere depennate. (e) Segue depennato inspectis. (f) Segue depennato ed espunto nullum sostituito da nichil sit aggiunto in interlinea. (g) decemb(ri) con lettera d corretta su i.

Appendice documentaria

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4. <1237> dicembre 18, Mantova, in una camera dellepiscopio Il vescovo di Mantova Iacopo commette al priore di San Marco il compito dindagare sulla elezione dellarciprete della pieve di San Pietro di Castellucchio.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 4v, [I]. Ed. Gardoni, Domus seu religio cit., n. 3.

Die veneris .XIIII. exeunte decembri, in quodam camera episcopatus Mant(ue), in presentia d(omi)ni dom pre Lafranchi archipresbiteri plebis de Scorzarolo et d(omi)ni Guidonis de Zena clerici ecclesie Sancte Marie in Gariverto et d(omi)ni Alberti Flacazovi et Benvegnuti de Gero de Scorzarolo testium. Ibi d(omi)nus Iacobus miseratione divina Mant(ue) episcopus, dedit et comissit vice suas d(omi)ni priori de Sancto Marcho specialiter super eo quod ipse d(omi)nus prior possit ac debeat congregare insimul capitullum et clericos plebis Sancti Petri de Castelluc(ulo) (a) ita ut ipsi debeant videre si ille archipresbiter qui electus erat in dicta plebe est conveniens, quod ipse d(omi)nus prior debeat eum confirmare. .M.CC.XXXVII., inditione X.
(a) Segue depennato et si ipse d(omi)nus prior.

5. 1239 gennaio 8, Mantova Il legato apostolico Gregorio da Montelongo nomina il frate penitente Raimondo de Agalono procuratore e amministratore della domus delle pauperes mulieres dellordine di San Damiano di Assisi edificata presso Mantova grazie ad una precedente donazione di Zannebono del fu Ruffino al cardinale Rinaldo dOstia.

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a).
Imbreviatura: ASDMn, MV, registro 9, c. 7v [I] Ed.: Gardoni, Per notarios suos cit., n. 2/a.

Anno millesimo CCXXXVIIII, indicione XII. Die sabati octavo intrante ianuario. In civitate Mantue, in quadam camera domini episcopi Mantue. In presentia domini Iacobi Dei gratia episcopi Mantuani [..........] prioris Sancti Vithi de Mantua et fratris Petri de Obizonibus eiusdem confratris et domini Azonis Confanoneri canonici Mantue atque domini Pacis de Garda fratris penitentie et aliorum testium. Ibi cum dominus Zamboninus quondam domini Ruffini de Mantua fecisse (a) donationem inter vivos domino Rainaldo Dei gratia Ostiensi et Velletrensi episcopo tunc apostolice sedis legato nomine Romane ecclesie recipienti de omni eo quod habebat in loco et terratorio de Camposomario ad domum relligionis edificandam pauperibus mulieribus ordinis sancti Damiani de Assissio secundum quod manifeste apparebat in quodam publico instrumento ab Ellacato Corculo notario civi Brixiensi confecto a me notario visso et lecto, domo predicta iam prediffi[....] aput Mantuam in loco Tegeti et primario lapide ibi posito ad honorem Dei et beati Francischi, dominus Gregorius de Montelongo apostolice sedis legatus [............] fecit constituit et ordinavit dominum Raimondum de Agalono fratrem de penitencia presentem nuntium rectorem [.....] defensorem illi domo nominatim ad regendum et aministrandum ac gubernandum omnes res et bona ipsius domus et ad defendendum ipsam domum et res et possessiones ipsius domus ubique et ad recipiendum sorores et confratres in ipsa domo secundum quod sibi videbitur et quod posset domus comode sustinere et ad omnia alia facienda et condenda que in predictis et circa predicta vissa fuerint ipsi domo utilia et necessaria salvo tamen et reservato honore et reverentia domini

Appendice documentaria

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pape in omnibus et per omnia ita tamen quod valeant et teneant donec fuerit voluntas ipsius domini pape.
(a) Segue depennato datum et.

b). Originale: ASMi, PF, b. 225, n. 247 [A]. Ed.: Gardoni, Per notarios suos cit., n. 2/b. Ed. parziale: CENCI, Le Clarisse cit., pp. 45-46. In Christi nomine. Die sabatti octavo intrante ianuario. In civitate Mantuan(a), in quadam camera domini episcopi, in presentia domini Iacobi venerabilis Mantuan(ensis) | episcopi et domini Girardi prioris fratrum Sancti Vithi de Mantua et fratris Petri de Obizonibus eiusdem confratris et domini Azonis Confanoneri (a) canonici Mantue atque domini Pacis de Gar|da fratris penitentie et aliorum testium. Cum dominus Za(m)boninus condam domini Rufini de Mantua fecisset donationem inter vivos domino Ranaldo Dei gr(ati)a Hostiensi et Velle|trensi tunc apostolice sedis legato nomine Romane ecclesie recipienti de omni eo quod habebat in loco et terratorio de Ca(m)posumario ad domum rellegionis edi|ficandam pauperibus mulieribus ordinis sancti Damiani de Asissio secundum quod manifeste apparebat in quodam publico (b) instrumento a Bellacato Corculo notario | civi Brixiensi confecto a me notario visso et lecto, domo predicta iam edifficata aput Mantuam in loco Tegeti et primario lapide ibi posito ad honorem Dei | et beati Fra(n)cischi, d(omi)nus Gregorius de Montelongo apostolice sedis legatus (c) vice ac nomine Romane ecclesie fecit constituit et ordinavit dominum Raimondum | de Agalono fratrem de penitentia presentem procuratorem nuntium actorem ac defessorem illi domo nominatim ad regendum et ami-

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nistrandum ac gubernandum omnes res et | bona ipsius domus et ad defendendum (d) ipsam domum et res et possessiones ipsius domus [.....] et ad recipiendum sorores et confratres in ipsa domo secundum quod sibi videbitur quod posset | domus comode sustinere. Et ad omnia alia facienda et complenda que in predictis et circa predicta vissa fuerint ipsi dom[ui u]tilia et necessaria, salvo tamen et reser|vato honorem et reverentia domini pape in omnibus et per omnia. Ita tamen quod valeant et teneant donec fuerit voluntas ipsius domini pape. Actum est hoc (e) anno domini millesimo CC.XXXVIIII., indit(ione) duodecima. (SN) EGO Lafranchus Brixiensis sacri palacii notarius interfui et rogatus scripsi.
(a) A (Con)fanoner con omissione del segno abbreviativo. (b) A publio. (c) seguono f ed e principiata anticipazione di fecit. (d) A defendum. (e) h corretta su altra lettera principiata.

6. <1245> giugno 10, Mantova, nel palazzo episcopale <Il vescovo di Mantova Iacopo> istituisce Delacorra chierico della chiesa di Santa Maria de Aquadrucio.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 115r [I]. Sul margine: Clerici Sancte Marie de Aquadrucio.

Die dominico X intrante iunio, in palatio episcopatus Mantue, in presentia domini Iacobi archipresbiteri plebis de Pigog(naga) et domini Guidonis de Zena clerici domini episcopi Mantue, atque Iohannis Morandi clerici testibus rogatis. Instituit Delacoram in clericum et fratrem ecclesie Sancte Marie de Aquadrucio et eum de ipsa fraternitatem investivit presente *** presbitero eiusdem ecclesie.

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7. <1245 dicembre 6>, <Mantova, nel palazzo vescovile> Il vescovo di Mantova Iacopo invalida laccogliemento effettuato da Corradino prete della chiesa di Santa Maria Sopra Porta del nipote Corradino a chierico della stessa chiesa.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 120r, [I]. Sul margine si legge la seguente annotazione: Cassationem factam de clerico recepto in ecclesia Sancte Marie Supra Porte.

Eo die et loco. In presentia Dondedei presbiteri de Prestinaria et Iohannis Morandi clerici testibus rogatis. Ibi dominus Iacobus Dei gratia venerabilis episcopus Mantue, cassavit et iritavit receptionem factam a Conrado presbitero ecclesie Sancte Marie Super Porte de Conradino nepote eiusdem presbiteri in clericum predicte ecclesie, cum dictus presbiter eum receperit in clericum sine verbo et conscientia predicti domini episcopi. Insuper idem dominus episcopus excomunicavit eundem presbiterum si amplius reciperit aliquem fratrem sive clericum in dicta ecclesia sine eiusdem verbo et conscientia. 8. <1245 dicembre 7>, Mantova, nel palazzo episcopale Il vescovo di Mantova Iacopo sospende dallufficio e dal beneficio Ottobono prete della chiesa di San Iacopo accusato di aver commesso numerosi crimini nella sua pieve.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 3, c. 120v [I].

Eo die in palatio episcopatus Mantue, presentibus domini Philipi de Saviola canonici Mantue, domini Iacobi de

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Denariis vicarii domini electi Parmensis et domini Dondedei presbiteri de Prestinaria, atque Iohannis Porcarii servienti domini episcopi testibus rogatis. Nos Iacobus miseratione divinam episcopus Mantue suspendimus ab officio et benefitio Ottobonum presbiterum Sancti Iacobi de Mantua quia infamatus est ex variis et diversis criminibus aput plebem suam. 9. <1249> febbraio 22, Mantova, nel palazzo episcopale Il vescovo di Mantova Iacopo conferma lelezione di Alberto a priore della domus di San Marco di Mantova.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 9, c. 18r [I]. In margine: Qualiter dominus episcopus confirmavit priorem Sancti Marci.

Die lune septimo exeunte februario, in palatio episcopatus Mantue, in presentia domini Guilielmi iudicis de Campitello, do(m) Girardi prioris Sancti Viti de Mantua, domini Petri de Obizonibus eiusdem prioris confratris, domini Iacobi de Scanio fratris Sancti Marchi de Mantua, atque domini Guidonis de Zena clerici episcopi Mantue et aliorum testium rogatorum. Ibi dominus Iacobus Dei gratia venerabilis Mant(ue) episcopus confirmavit do(m) Albertum in priorem et aministratorem domus relegiose Sancti Marchi de Mantua secundum electionem de eo a confratribus predicte domus factam. 10. <1251> dicembre 7, Mantova, nel palazzo del vescovo Valentino de Valentinis de Bagnolo e la moglie Iacopa fanno atto di oblazione e professando i voti di castit, ob-

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bedienza e povert, avutone il consenso dal vescovo di Mantova Iacopo, entrano nel convento di San Matteo.
Imbreviatura: ASDMn, MV, Registro 9, c. 29v, [I]. Ed. Gardoni, Domus seu religio cit., n. 4.

Die iovis septimo intrante decembri, in palatio episcopatus Mantue. In presentia domini Iacobi archipresbiteri plebis de Pigog(naga), domini Bonefacii archipresbiteri plebis de Valegio et Farinerii parm(ensis) clerici atque Delacore clerici ecclesie Sancte Marie de Aquadrucio et aliorum testium. Ibi coram domino Iacobo Dei gratia Mant(ue) episcopo, Valentinus de Valentinis de Bagnolo absolvit d(om)nam Iacobam eius uxorem a servitute corporis et a qualibet alia servitute et a debito carnali quo ipsa tenebatur sibi et dedit ei licenciam intrandi relegionem et regulam Sancti Mathei et ipsa in(con)tinenti absolvit eundem virum suum a servitute et debito carnali quo ipsas tenetur et dedit sibi licenciam eodem modo intrandi eandem religionem, et quilibet eorum promiserunt inter se sibi ad invicem intrandi religionem predictam et observare regulam ipsius relegionis. Insuper promiserunt (a) unius alteri in eadem relegione perpetuam castitatem et obedientiam observare ren(untiando) omni proprio temporali. Quibus omnibus predictus dominus episcopus suam auctoritatem et decretum interposuit et eidem dedit licenciam intrandi relegionem predictam.
(a) Segue depennato inter se.