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Universit di Brescia Facolt di Economia

DISPENSE DI ECONOMIA POLITICA

Prof. Giulio PALERMO Tel 030 29 88 824 Fax 030 29 88 837 palermo@eco.unibs.it http://www.eco.unibs.it/~palermo

ANNO ACCADEMICO 2008-09

PREMESSA

Un insegnante di economia che si rispetti dovrebbe innanzi tutto selezionare con la massima cura gli argomenti degni di essere insegnati, dando spazio a quelli pi utili alla comprensione (e alla risoluzione) dei problemi economici, senza scendere a compromessi con quanto insegnano i colleghi (soprattutto quelli per i quali non ha alcun rispetto scientifico). In questo corso, invece, io scendo a compromessi e, siccome la cosa non mi piace, provo ad offrire qualche giustificazione. Ai fini della comprensione delle dinamiche del capitalismo, la microeconomia, ad esempio, non ha granch da insegnare. Non solo si tratta di una teoria incapace di risolvere le questioni che essa stessa pone, ma proprio le questioni che pone hanno poco a che fare con quelli che, secondo me, sono i problemi del mondo economico. In definitiva, questa teoria si riduce ad un'apologia (peraltro contraddittoria) del capitalismo, nella sua versione ultraliberista, e poco pi. Eppure anch'io, come molti, la insegno. Il processo di omologazione degli insegnamenti economici, guidato dalle universit americane e dai loro think tank liberisti ha ormai prodotto un forte conformismo scientifico in cui l'autonomia scientifica dell'insegnante si riduce alla scelta del manuale pi accattivante sul piano formale, essendo i contenuti per lo pi standardizzati. E anche qui, come fan tutti, io pure suggerisco il manuale di turno, scegliendolo tra quelli che vanno per la maggiore e limitandomi giusto a minimizzare il danno. Il problema infatti che, stando cos le cose, uno studente che segua un percorso troppo diverso dal cammino omologante ha pi problemi che vantaggi. Nella misura in cui i temi alternativi su cui ha riflettuto siano veramente utili alla comprensione del mondo, si trova certo in posizione vantaggiosa rispetto ai suoi colleghi ben omologati. Ma, nel suo percorso di studi incontrer ostacoli maggiori, non avendo a disposizione quel corpo di conoscenze che invece la maggior parte degli altri insegnanti assumeranno per noto. Se la mia difesa si fermasse qui non avrebbe avuto senso scrivere questa premessa. Sono infatti ben cosciente del fatto che accettare un simile compromesso significa partecipare

attivamente al processo di omologazione scientifica. Se dunque ho scelto di insegnare anch'io molti degli argomenti tipici dei corsi di microeconomia e macroeconomia, perch mi sono riservato il diritto di evidenziarne i limiti, le contraddizioni, le falsit, le premesse ideologiche e le implicazioni perverse, criticando il manuale, come si dovrebbe fare con ogni testo sacro. La demistificazione della teoria economica aiuta infatti, secondo me, a riflettere, a scoprire l'essenza che si cela dietro l'apparenza, a ricercare le proprie priorit scientifiche. Questa la sola ragione per me valida per insegnare la teoria dominante. Certo sottraggo spazio e tempo agli argomenti che, secondo me, sono pi direttamente utili a capire quelli che io considero i problemi economici pi gravi. Ma, anche per una questione di umilt scientifica, non credo che il vero problema sia di far passare i miei messaggi o quelli degli economisti che, secondo me, meglio centrano il problema. Credo invece che esista una sola difesa, individuale e collettiva, contro i processi di omologazione e indottrinamento, quale che ne sia l'ideologia fondante: lo studio critico. Per questo il programma che ho da offrire, anche se fatico ad ammetterlo, frutto di duri compromessi e, ciononostante, ne sono soddisfatto. Ma forse, senza tutte queste giustificazioni, la verit pi semplice: come molti dei miei colleghi, anch'io non sono un insegnante degno di rispetto. Sar lo spirito critico dello studente a giudicare.

PROGRAMMA DEL CORSO

DESCRIZIONE DEL CORSO Le scuole di pensiero economico esistenti adottano definizioni diverse delleconomia politica. In senso generale, leconomia politica studia i rapporti di produzione e distribuzione del reddito e della ricchezza nella societ. Secondo limpostazione dominante, leconomia politica si suddivide nella microeconomia e nella macroeconomia. Queste due discipline, in realt, hanno origini storiche diverse e sviluppano concezioni teoriche in gran parte incompatibili tra loro. La microeconomia ha origine verso la fine del XIX secolo dal contributo di tre economisti, Lon Walras, Stanley William Jevons e Carl Menger, oggi riconosciuti come i fondatori della scuola neoclassica. Tale scuola, divenuta ormai egemonica a livello accademico, sviluppa una concezione liberista delleconomia, secondo la quale lo stato deve limitare al massimo il proprio intervento nelleconomia, lasciando il massimo spazio alle relazioni di mercato. Dal punto di vista teorico, la microeconomia si occupa del singolo consumatore e della singola impresa. Attraverso il modello di equilibrio economico generale e leconomia del benessere, essa offre un quadro normativo per valutare lefficienza delle diverse forme di organizzazione dei mercati. La macroeconomia prende invece ispirazione dallopera delleconomista inglese John Maynard Keynes, vissuto nel XX secolo. Essa sviluppa una concezione del sistema capitalista come sistema instabile e si pone come obiettivo la sua regolazione attraverso interventi diretti dello stato. Dal punto di vista teorico, la macroeconomia si concentra sulle relazioni tra le variabili economiche aggregate, come la produzione, i consumi, gli investimenti e il reddito nazionale. Essa offre un quadro interpretativo direttamente applicabile ai problemi di politica economica. La nascita delleconomia politica tuttavia antecedente sia alla microeconomia, sia alla macroeconomia. Essa ha origine nel XVII secolo con il contributo degli economisti

classici e riceve un nuovo impulso critico nel XIX secolo con lopera di Karl Marx. Per dar conto di questi diversi approcci, il corso si suddivide in tre parti: l'economia classica e marxiana, la macroeconomia e la microeconomia.

REQUISITI INDISPENSABILI Il corso non richiede alcuna propedeuticit.

OBIETTIVI Il corso si propone di favorire la comprensione degli aspetti economici della societ capitalista e di mettere in luce sia gli interessi comuni, sia quelli contrapposti che si intrecciano nei processi economici e politici. Particolare importanza data alla critica teorica come strumento attivo per sviluppare una propria interpretazione dei problemi economici.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE 1. Giulio Palermo, Dispense di Economia politica (le stai leggendo) 2. Giulio Palermo, Il Mito del Mercato Globale, Manifestolibri [pp. 9-43, 64-118]. 3. AA.VV., Letture di economia classica e marxiana I testi indicati sono scaricabili dal sito http://www.eco.unibs.it/~palermo oppure possono essere reperiti presso le librerie la matricola e club. La dispensa al punto 1 raccoglie tutto il materiale discusso in aula. Essa sintetizza e commenta i seguenti testi (cui si rimanda per chiarimenti ed approfondimenti): 1. John Sloman, Elementi di economia, Il Mulino. [Esclusa la terza parte]. 2. Mario Cassetti, Concorrenza, valore e crescita: modelli di economia classica, Franco Angeli. [Esclusi i paragrafi contrassegnati con lasterisco]. 3. Alessandro Roncaglia, Lineamenti di economia politica, Laterza [Solo i paragrafi 111].
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4. Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino. [Solo appendici 2 e 3 e glossario]. Il testo al punto 2 una sorta di contro-manuale critico della microeconomia. La dispensa al punto 3 raccoglie varie letture, tra cui le parti dei libri di Cassetti e Roncaglia che utilizziamo nel corso. Il manuale di riferimento il libro di Sloman. Su richiesta saranno date indicazioni alternative in lingua inglese o francese per gli studenti con problemi linguistici.

METODO DIDATTICO Lezioni in aula Esercitazioni Seminari Assistenza individuale dopo le lezioni e nellorario di ricevimento NB: Tutti i servizi didattici sono aperti anche ai non iscritti al corso o alla facolt.

VALUTAZIONE La valutazione si basa su una prova finale scritta. Leventuale uso di libri o appunti durante lesame sar deciso allinizio del corso di comune accordo con gli studenti. comunque facolt di ogni studente richiedere una prova integrativa orale.

SERVIZI IN LINGUA STRANIERA Attivit di assistenza studenti anche in lingua inglese e francese Possibilit di sostenere lesame in lingua inglese o francese.

INDICE

INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO 1. 2. 3. Cenni di storia del pensiero economico Dal feudalesimo al capitalismo Limpostazione moderna allo studio delleconomia I. ECONOMIA CLASSICA E MARXIANA 1. 2. 3. 4. La concorrenza La concorrenza come meccanismo di armonia sociale in Adam Smith La concorrenza e il conflitto tra capitalisti e proprietari terrieri in David Ricardo Concorrenza, sfruttamento e alienazione in Karl Marx II. MACROECONOMIA 1. 2. 3. 4. Problematiche macroeconomiche La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale Moneta e politica monetaria Il modello IS-LM III. MICROECONOMIA 1. 2. 3. 4. 5. Introduzione Domanda individuale e domanda di mercato Elasticit e aggiustamento dei mercati Offerta dellimpresa e offerta di mercato Forme di mercato

INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO

1.

Cenni di storia del pensiero economico [Bibliografia di riferimento: Roncaglia, paragrafi 1-7] LA NASCITA DELLECONOMIA POLITICA CLASSICA

Il termine economia politica viene dal greco: okos = casa, nmos = legge, plis sono le citt stato dellantica Grecia. La nascita delleconomia politica come scienza autonoma si deve, secondo alcuni storici del pensiero economico, a William Petty, nel XVII secolo: il suo obiettivo di descrivere, non di giudicare, il funzionamento della societ, misurando i fenomeni economici e individuando leggi economiche, cio relazioni sistematiche tra i diversi aspetti della realt economica che operano indipendentemente dalla volont dei soggetti economici. Petty usa i termini di aritmetica politica o anatomia politica.

Molti storici individuano nello scozzese Adam Smith (XVIII secolo), pi che in Petty, la nascita delleconomia politica classica. Nella rappresentazione di Smith, la societ divisa in tre classi sociali: capitalisti, proprietari terrieri e lavoratori. Il reddito nazionale, cio il valore di quello che viene prodotto in un anno nelleconomia, si distribuisce tra le tre classi sociali sotto forma di profitti, rendite e salari. Secondo Smith, i rapporti tra classi sociali non sono conflittuali, ma armonici. Il mercato lo strumento che permette di conciliare il perseguimento dellinteresse personale con la desiderabilit sociale.

Secondo leconomista inglese David Ricardo (tra il XVIII e il XIX secolo) il compito principale delleconomia politica lo studio delle leggi che regolano la distribuzione del reddito tra le classi sociali. A differenza di Smith, Ricardo considera i rapporti tra classi sociali come necessariamente conflittuali e, nello scontro capitalisti proprietari terrieri, prende posizione in difesa dei capitalisti.

Marx (XIX secolo) sviluppa la visione conflittuale della societ, schierandosi apertamente dal lato dei lavoratori. La sua critica riguarda non solo il capitalismo, ma anche la rappresentazione che ne fornisce leconomia politica borghese. Oltre a cercare di spiegare i meccanismi di funzionamento del sistema economico, Marx cerca di spiegare anche le ragioni per cui gli economisti tendono a rappresentarlo sposando il punto di vista delle classi dominanti.

In generale, secondo la definizione degli economisti classici, leconomia politica una scienza sociale che studia le caratteristiche di un sistema sociale dal punto di vista della produzione, distribuzione e impiego del reddito. LA RIVOLUZIONE MARGINALISTA E LA MICROECONOMIA [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 5]

Nel 1870, compaiono tre testi di autori di diverse nazionalit, Lon Walras, Stanley William Jevons (fondatori della scuola neoclassica) e Carl Menger (fondatore della scuola austriaca) che diventano rapidamente i nuovi riferimenti teorici in materia economica, soppiantando gli approcci ricardiano e marxiano, allora assai diffusi.

Il cambiamento radicale a livello teorico e metodologico rispetto allapproccio classico e marxiano porta a definire questa svolta teorica come una rivoluzione scientifica: la rivoluzione marginalista.

Il termine marginalista fa riferimento alluso del calcolo differenziale come metodo universale di analisi delle questioni economiche. Secondo un importante economista e storico del pensiero economico, Joseph Schumpeter, ci che accomuna la scuola neoclassica e quella austriaca il rifiuto dellapproccio classico e marxiano basato sulla teoria oggettiva del valore e la proposta di una teoria del valore di tipo soggettivo. Luso del calcolo differenziale invece sviluppato unicamente dalla scuola neoclassica, dato che la scuola austriaca mantiene una posizione critica nei confronti del formalismo matematico. Da questo punto di vista sarebbe pi corretto parlare di rivoluzione soggettivista, piuttosto che marginalista.

Lapproccio marginalista-soggettivista si basa su due aspetti fondamentali: (1) lutilit soggettiva come fondamento della teoria del valore; (2) lipotesi che i soli soggetti economici rilevanti siano gli individui, il che significa che tutte le proposizioni economiche devono essere costruite a partire da postulati riguardanti le regole di

comportamento individuali (non c posto per soggetti aggregati quali le classi sociali, centrali nellimpostazione classica). Rispetto allimpostazione classica, basata sul concetto di classi sociali (e, in particolare nelle teorie di Ricardo e di Marx in cui tale rapporto di natura conflittuale), la scuola marginalista implica un cambiamento radicale di prospettiva in cui apparentemente non esiste alcun conflitto di interessi, ma un comune interesse allo scambio da parte di tutti gli individui. Lobiettivo economico per eccellenza diventa la soddisfazione del consumatore (dato il suo potere dacquisto). Lindividuo conta quindi innanzi tutto in quanto consumatore e non, come ad esempio nella teoria marxista, in quanto lavoratore. Secondo questa impostazione, un sistema economico che funziona bene un sistema in cui gli individui che hanno soldi per comprare trovano sul mercato i beni che essi desiderano. Il fatto che altri individui possono non avere mezzi per esprimere sul mercato i propri bisogni non incide sulla valutazione del buon funzionamento del sistema. Le ragioni dellaffermazione dellapproccio marginalista-soggettivista possono essere ricondotte, da una parte, ai problemi interni incontrati dalle teorie ricardiana e marxiana e, dallaltra, alle implicazioni politiche di queste teorie (in particolare di quella di Marx), le quali evidenziano gli aspetti conflittuali dei rapporti economici e politici del capitalismo con importanti implicazioni rivoluzionarie. Di fatto nel decennio 1870-80 diversi paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia) e gli Stati Uniti sono attraversati da moti rivoluzionari, seguiti da violente repressioni. In questo clima, gli ambienti accademici e borghesi accettano con favore la nuova impostazione basata su un rifiuto netto della teoria oggettiva del valore e i concetti ad essa legati di sfruttamento, e lotta di classe. Come nota Maurice Dobb, dei tre economisti protagonisti della rivoluzione soggettivista, solo Jevons pienamente cosciente della portata politica del nuovo approccio. Secondo una celebre definizione della scuola marginalista, leconomia la scienza che studia la condotta umana come relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi (Lionel Robbins). Mentre i desideri umani sono illimitati, le risorse disponibili per soddisfare tali desideri sono limitate. Tutti i problemi economici sono problemi di scarsit. Leconomia si occupa di stabilire il modo migliore per ottenere un certo scopo utilizzando le risorse scarse a disposizione. Con questa definizione, leconomia perde il suo carattere di scienza essenzialmente storica (nel senso che le diverse forme di organizzazione economica nei diversi contesti storici

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funzionano secondo principi e meccanismi diversi) per diventare, o almeno pretendere di diventare, una scienza universale valida, al pari delle scienze esatte quali la matematica o la fisica. Un tipico esempio di questo approccio economico il problema del consumatore che dispone di un certo reddito e deve decidere come impiegarlo per soddisfare al meglio i suoi bisogni e le sue preferenze. Un altro esempio il problema del produttore che deve decidere cosa e quanto produrre, che tecnica produttiva utilizzare nella ricerca del massimo profitto, utilizzando un certo capitale iniziale. LA RIVOLUZIONE KEYNESIANA E LA MACROECONOMIA Dal 1870 agli anni 20, il dibattito economico caratterizzato da una certa tranquillit che vede il consolidarsi della teoria neoclassica come scuola di pensiero dominante. I problemi economici degli anni 20 la deflazione, la caduta salariale, la disoccupazione e la crisi economica, accentuatasi tra il 1929 e il 1932 producono forti polemiche teoriche che portano allaffermazione della teoria di John Maynard Keynes. Dal punto di vista teorico, la rivoluzione keynesiana non pu essere posta sullo stesso piano di quella marginalista. Essa infatti non si basa su un cambiamento profondo della struttura concettuale della teoria dominante, quanto piuttosto sulla proposta di un diverso modo di gestire i problemi economici del tempo. La teoria di Keynes non si oppone alla teoria del valore e della distribuzione allora in vigore (quella neoclassica-marginalista); anzi si muove al suo interno, contestandone tuttavia un aspetto fondamentale: lassunto del pieno impiego delle risorse produttive (in particolare, del pieno impiego della forza lavoro disponibile). NB: nel linguaggio delleconomia ortodossa (non marxiana), la forza lavoro lofferta di lavoro, cio la popolazione in et lavorativa occupata o in cerca di occupazione. Sebbene la teoria neoclassica riconosca la possibilit di attriti che impediscano il raggiungimento dellequilibrio di pieno impiego, si suppone comunque che il sistema tenda verso di esso. Limplicazione di politica economica che periodi prolungati di disoccupazione non possono che dipendere da un livello troppo alto dei salari rispetto al livello dequilibrio di piena occupazione. Keynes contesta questa proposizione sostenendo che non esistono tendenze necessarie a muovere il sistema dei prezzi verso lequilibrio di piena occupazione e che lequilibrio pu invece fissarsi a qualsiasi livello di produzione e di occupazione.

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Rispetto allapproccio neoclassico basato sullanalisi del comportamento dei singoli soggetti economici come premessa indispensabile per discutere tutti i fenomeni economici, Keynes sposta laccento sullanalisi di variabili aggregate quali il consumo, loccupazione e il reddito nazionale. In questo senso la teoria keynesiana costituisce il fondamento di quella che in termini moderni si chiama macroeconomia, contrapponendosi alla teoria neoclassica che mantiene un approccio di tipo microeconomico.

La teoria keynesiana si afferma soprattutto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, con politiche di forte intervento pubblico nella maggior parte dei paesi occidentali. Anche a livello accademico, si delinea cos una separazione tra due filoni di ricerca: la microeconomia e la macroeconomia. In realt la distinzione indica soprattutto che ci troviamo di fronte a due approcci diversi alla scienza economica, lapproccio marginalista e quello keynesiano. I moderni libri di testo li presentano come complementari, ma in realt essi nascono e si sviluppano come antagonistici. LE LEGGI ECONOMICHE NELLE DIVERSE IMPOSTAZIONI METODOLOGICHE

Una fondamentale differenza tra lapproccio classico e quello marginalista riguarda il metodo danalisi. Secondo la scuola classica, la societ si modifica nel tempo ed perci naturale studiare societ diverse nello spazio e nel tempo secondo teorie diverse. Le leggi economiche che leconomia politica cerca cambiano infatti anchesse nelle diverse forme sociali (o, secondo la terminologia di Marx, che leconomista che pi ha insistito sul carattere storico delle diverse forme di organizzazione della societ, modi di produzione). Le leggi di funzionamento della societ schiavistica sono diverse da quelle della societ feudale, da quelle della societ capitalista e da quelle della societ socialista.

Secondo lapproccio marginalista invece, anche se le forme sociali cambiano nel tempo, il problema economico di fondo rimane sempre lo stesso in ogni societ e in ogni epoca: come utilizzare nel migliore dei modi le risorse a propria disposizione. Si tratta evidentemente di domande diverse che vengono sollevate dai due approcci, ognuna delle quali porta ad assumere determinate ipotesi come punto di partenza dellanalisi. Come vedremo, nella teoria marginalista si insiste sul ruolo delle preferenze individuali, le quali determinano i criteri di scelta allinterno di un ventaglio di opzioni disponibili. Questo porta ad assumere sia le preferenze, sia il set di scelte a disposizione di ciascun soggetto come un dato da cui partire, non come fenomeni da spiegare.

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Il fatto che i diversi approcci teorici si pongano domande diverse rende difficile parlare di progresso teorico come nelle altre scienze. IDEOLOGIA E TEORIA ECONOMICA

Parallelamente allaffermazione dellapproccio marginalista si sviluppa la convinzione che la teoria economica debba essere estranea ad ogni tipo di giudizio di valore. Questo porta alla distinzione netta tra economia positiva ed economia normativa: la prima produce analisi descrittive (di ci che ), mentre la seconda produce analisi prescrittive (di ci che dovrebbe essere secondo particolari posizioni etiche).

Secondo questa impostazione, solo a livello normativo necessario introdurre giudizi di valore, mentre nellanalisi positiva la teoria non riflette altro che giudizi di fatto. Questa distinzione ha dato luogo ad un lungo dibattito nel quale si evidenziato come la stessa economia positiva, non possa considerarsi estranea alla visione ideologica e ai giudizi di valore delleconomista. Come sostiene leconomista svedese Gunnar Myrdal, premio Nobel nel 1974, loggettivit nella ricerca sociale non pu mai essere assoluta e universale poich necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema da analizzare e nella scelta degli strumenti danalisi (ma a volte anche nelle conclusioni teoriche), le convinzioni e i valori del teorico, i quali non possono considerarsi al di sopra delle parti.

Le categorie analitiche di qualsiasi teoria positiva riflettono necessariamente una particolare visione del mondo. Non possibile immaginare una teoria economica che sia indipendente da una particolare visione del mondo poich leconomista egli stesso parte della societ che studia e la posizione che egli ricopre nella societ influisce necessariamente sul suo modo di vedere le cose, di individuare i problemi economici e di definire le priorit della ricerca teorica.

Loggettivit nella ricerca sociale non pu mai essere assoluta e universale poich necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema da analizzare e nella scelta degli strumenti danalisi (ma a volte anche nelle conclusioni teoriche), le convinzioni e i valori del teorico, i quali, in un mondo fatto di interessi contrastanti, non possono in alcun modo considerarsi al di sopra delle parti.

Spesso, tuttavia, la visione (di parte) delle teorie economiche presentata dai loro sostenitori come se fosse invece super partes, cio come se si trattasse di un punto di vista neutrale, unanimemente condivisibile, ispirato al semplice perseguimento del bene

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comune. Il problema che, il bene comune, ammesso che esista in una societ fatta di interessi contrastanti quale il capitalismo, non facilmente identificabile. Da un punto di vista marxista, la teoria economica borghese non affatto neutrale ma riflette semplicemente la visione, le aspirazioni e le preoccupazioni della classe dominante del capitalismo: la borghesia. Il motivo per cui le proposizioni della teoria borghese appaiono neutrali sul piano dei valori che implicitamente la teoria prende per dato il sistema capitalista e sposa il punto di vista della sua classe dominante. Secondo Marx ed Engels la storia dei rapporti economici storia di lotta di classe e, cos come la societ evolve secondo gli interessi contrastanti delle diverse classi sociali, la morale stessa sempre una morale di classe. Chiaramente, secondo lapproccio marxista, la classe dominante che ha interesse a presentare la propria morale come eterna e universale ed sempre la classe dominante che ha interesse a rivendicare la neutralit della propria visione dei rapporti economici sostenendo che la (propria) teoria si fonda sul principio del bene comune.

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2.

Dal feudalesimo al capitalismo [Bibliografia di riferimento: Roncaglia, paragrafi 8-11]

Nel corso tratteremo spesso del mercato. Il mercato pu essere definito come il luogo nel quale avvengono le transazioni economiche, gli scambi di merci contro denaro. Nella teoria economica, il termine non si riferisce necessariamente a particolari luoghi fisici, bens indica una rete di relazioni tra operatori economici, anche distanti tra loro, che scambiano uno stesso tipo di bene.

Il mercato esiste da molto tempo ed presente anche in societ come la Grecia antica, o nellepoca feudale. Ma rispetto a quellepoca il ruolo del mercato nella societ profondamente cambiato. Nella societ capitalista, che loggetto principale del nostro studio, il mercato svolge un ruolo primario nei processi di produzione e distribuzione delle risorse. Rispetto alla forma sociale che ha preceduto il capitalismo la societ feudale i rapporti di mercato hanno subito uno sviluppo enorme trasformando le relazioni sociali sia da un punto di vista quantitativo, sia qualitativo.

Per comprendere meglio il ruolo del mercato nelle diverse forme sociali, analizziamo, seppure in termini molto generali, lorganizzazione della societ feudale e il ruolo che in essa svolgeva il mercato.

Tre classi sociali: nobilt, clero e servi della gleba. I nobili detengono il potere politico. I servi della gleba sono obbligati a fornire le corves, ossia devono dedicare parte del loro tempo di lavoro ai nobili, ai quali va tutto il prodotto delle terre padronali (fondi dominici). I servi della gleba pagano inoltre le decime al clero, che sono una forma di tassa pari a circa un decimo del prodotto. Quello che rimane utilizzato dal servo della gleba e la sua famiglia per il sostentamento. Lattivit economica tutta organizzata attorno al nobile e il suo castello dal quale domina le terre circostanti. Le famiglie nobiliari costituiscono in gran parte unit produttive autosufficienti.

Il mercato riguarda solo una parte minima degli scambi che avvengono nella societ e riguarda quasi esclusivamente scambi che non sono strettamente necessari alla sopravvivenza delle singole unit produttive e alla riproduzione del sistema. I servi della gleba consumano direttamente il prodotto delle terre servili e non hanno modo di entrare in possesso di denaro. Le decime sono pagate in natura. I nobili ottengono il prodotto delle terre padronali in natura e solo una parte di questo viene scambiato sul mercato per

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lo pi in cambio di prodotti manufatti provenienti da artigiani che vivono nelle vicinanze del castello, nel dominio del nobile; unaltra parte viene invece da lontano (pietre preziose, spezie, tessuti). La transizione al capitalismo avvenuta con tempi diversi nei diversi paesi. Prima in Olanda e in Inghilterra intorno al XVII secolo, pi lentamente in altri paesi. Fattori che hanno inciso sul processo di transizione: 1. Crescita degli scambi, crescita delle citt (in cui si sviluppa lartigianato e in cui si riversano i servi della gleba che fuggono dalle campagne). 2. Sviluppo dei commerci a lunga distanza (che aumenta i desideri dei nobili, i beni oggetto di scambio sul mercato e lo sfruttamento dei servi della gleba, dando luogo a rivolte e fughe di massa dalle campagne). 3. Nascita del putting out system (sistema di lavoro a domicilio in cui il mercante porta ai suoi lavoranti le materie prime e poi ritira il prodotto pagando in forma di denaro un salario al livello di sussistenza). 4. Prima rivoluzione agricola (inizio XVIII secolo). Si diffonde lallevamento del bestiame e del pascolo. Diminuisce il numero di lavoratori agricoli allontanando i servi della gleba dalle terre che fino ad allora avevano coltivato. Le terre vengono recintate permettendo ai nobili di ottenere maggiori redditi grazie alle nuove tecnologie agricole. Nasce cos la propriet privata della terra (il dominio politico del nobile sulla regione si trasforma in un diritto esclusivo allo sfruttamento economico della terra) e quello che Marx chiamer lesercito industriale di riserva (esercito di potenziali lavoratori disponibili per quei mercanti che decidono di sviluppare una propria attivit manifatturiera). Si instaura cos il rapporto di lavoro salariato e la separazione tra lavoratore e propriet dei mezzi di produzione. I cambiamenti non sono solo quantitativi, ma anche qualitativi: i fenomeni descritti modificano infatti le istituzioni stesse che regolano linterazione sociale, portando alla scomparsa delle istituzioni feudali e allinstaurarsi di istituzioni capitalistiche. Il capitalismo si regge sul rapporto di lavoro salariato. Lestendersi dei rapporti di mercato supera gradualmente gli scambi occasionali di particolari beni e il mercato tende a diventare la principale istituzione che regola i rapporti tra i cittadini. Al mercato non vanno pi soltanto le eccedenze rispetto alle capacit di autoconsumo, come nel feudalesimo. La vendita sul mercato diventa invece lobiettivo stesso della produzione. Il

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progressivo estendersi dei mercati tende ad abbracciare sempre nuovi aspetti dei rapporti sociali. Ma il vero salto qualitativo si ha con lemergere del mercato del lavoro, in cui possibile comprare e vendere le prestazioni lavorative, e con laffermarsi della compravendita della forza lavoro come principale forma di produzione delle merci. Questa trasformazione modifica sostanzialmente i rapporti sociali facendo dipendere lesistenza di ampi strati della popolazione i lavoratori dai rapporti di mercato. Il processo di emersione del mercato del lavoro particolarmente violento ed importante ricordare che tanto nella letteratura marxista, quanto in quella non marxista, gli storici hanno evidenziato la resistenza della societ civile allinstaurazione dei rapporti di mercato. Affinch infatti potesse crearsi un mercato del lavoro, fu necessaria lespropriazione dei lavoratori i quali, mentre si liberavano dei vincoli imposti dalle istituzioni feudali, si trovavano al tempo stesso privi di qualsiasi mezzo per sopravvivere e furono quindi costretti a vendere la propria forza lavoro al miglior offerente. Con la trasformazione della forza lavoro in merce da scambiarsi sul mercato, la vita stessa dei lavoratori diventa soggetta alle dinamiche imposte dalle leggi del mercato, le quali si affermano indipendentemente dalla volont e dai desideri dei singoli soggetti economici. La separazione tra lavoro e mezzi di produzione quindi la caratteristica fondamentale delle societ capitaliste. La divisione in classi sociali che viene a prevalere in tre classi: capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri. I capitalisti sono i proprietari dei mezzi di produzione, pagano un salario ai lavoratori e sono proprietari del prodotto del processo produttivo. La vendita sul mercato di tale prodotto, in condizioni normali, consente al capitalista di ottenere un profitto. I proprietari terrieri ottengono una rendita come remunerazione dellaffitto della terra. I lavoratori ottengono un salario in forma monetaria che spendono nellacquisto di beni necessari alla sussistenza. Questa divisione in classi ovviamente evolve nel tempo e assume configurazioni diverse nei diversi contesti: ad esempio diversi individui possono percepire redditi in parte da capitale e in parte da lavoro e le dimensioni delle tre classi possono essere assai diverse se si confrontano diversi periodi o diversi paesi. In particolare il ruolo dei proprietari terrieri diminuito notevolmente nel corso della storia del capitalismo e la struttura interna della classe capitalista diventata pi articolata, con la separazione pi o meno netta tra

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capitale industriale e capitale finanziario. La divisione in classi sociali rimane comunque il tratto distintivo del modo di produzione capitalistico che loggetto del nostro corso. Fattori che hanno inciso sullaumento di produttivit nello sviluppo del capitalismo: 1. Invenzione della macchina a vapore che costituisce laspetto principale della rivoluzione industriale basata sul sistema di fabbrica che consente una stretta sorveglianza del capitalista-imprenditore sui lavoratori (disciplina, orari rigidi, ritmi di lavoro controllati). 2. Seconda rivoluzione agricola basata sullintroduzione delle macchine nel lavoro dei campi e sulluso dei fertilizzanti artificiali ottenuti grazie ai progressi della chimica. 3. Produzione su larga scala dellenergia elettrica e suo utilizzo in numerosi campi (illuminazione, forza motrice per i macchinari industriali). 4. Pi di recente: micreoelettronica e informatica che permettono lo sviluppo dellautomatizzazione e modificano i rapporti di lavoro nelle fabbriche e negli uffici. 5. Trasporti: passaggio dalla diligenza al treno, dalle navi a vela a quelle a vapore, diffusione dellautomobile e del trasporto aereo. 6. Comunicazioni: telegrafo e telefono, radio e televisione, fax e posta elettronica.

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3. Limpostazione moderna allo studio delleconomia [Bibliografia di riferimento: Sloman, introduzione] IL PROBLEMA ECONOMICO Limpostazione di fondo dei moderni manuali di economia quella dellapproccio marginalista integrato con la teoria keynesiana. Nel menzionare i problemi economici si parla di moneta, produzione, consumo, ma non si parla invece di distribuzione del reddito, la quale, come abbiamo visto, il grande tema degli economisti classici, n delle questioni di sfruttamento e alienazione, care a Marx. Il problema economico fondamentale la scarsit e tutte le questioni economiche sono presentate in termini di equilibrio tra domanda e offerta. Nella microeconomia i concetti di domanda e di offerta sono riferiti ai singoli individui, nella macroeconomia la domanda e lofferta sono invece concetti aggregati, che si riferiscono cio ad aggregati di individui. Microeconomia. La microeconomia studia il comportamento dei singoli soggetti (consumatori, imprese) e da esso deriva le leggi di funzionamento della societ nel suo complesso. Ogni societ, implicitamente o esplicitamente, effettua tre tipi di scelte: quali beni produrre, come produrli, per chi produrli. La microeconomia risponde a queste domande prendendo come punto di partenza le scelte individuali e valutandole dal punto di vista individualistico. Macroeconomia. La macroeconomia studia invece direttamente il comportamento di aggregati, come il reddito nazionale, gli investimenti, i consumi e i problemi che si affrontano sono quelli dellinflazione, della crescita della produzione, della disoccupazione, dellequilibrio della bilancia dei pagamenti. LA FRONTIERA DELLE POSSIBILIT PRODUTTIVE Consideriamo un sistema semplificato in cui esistono solo due beni x1 e x2. Se tutte le risorse produttive esistenti (lavoro, capitale, terra) fossero utilizzate per produrre x1, utilizzando le tecniche pi efficiente, si otterrebbero 7 milioni di unit di x1. Alternativamente, se tutte le risorse fossero utilizzate per produrre x2, si otterrebbero ottenendo 8 milioni di unit di x2. esistono poi tutta una serie di casi intermedi in cui parte delle risorse utilizzata per produrre x1 e parte utilizzata per produrre x2. Linsieme delle combinazioni di x1 e x2 che possono essere realizzate efficientemente con le risorse

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esistenti prende il nome di frontiera delle possibilit produttive. Tale insieme pu essere rappresentato graficamente come una curva decrescente sul piano cartesiano (x1, x2). Il concetto di frontiera delle possibilit produttive pu essere utilizzato per esprimere alcuni concetti tipici della microeconomia e della macroeconomia. In microeconomia, si parla di costo-opportunit. Come vedremo, secondo lapproccio microeconomico, ogni scelta comporta il sacrificio delle altre alternative possibili. La migliore alternativa tra quelle scartate costituisce il costo-opportunit della scelta. In questo caso il costo opportunit esprime il numero di unit di x1 cui si deve rinunciare per incrementare di ununit la produzione di x2. Secondo unipotesi diffusa, la frontiera delle possibilit produttive concava, il che significa che il costo-opportunit crescente. In macroeconomia, il concetto di frontiera delle possibilit produttive pu essere utilizzato per evidenziare i problemi di un sottoutilizzo delle risorse produttive. In tal caso, il sistema non riesce a realizzare combinazioni produttive sulla frontiera e porta invece alla produzione di punti interni alla frontiera. LO SCAMBIO DI MERCATO COME FENOMENO NATURALE Tutto questo apparato teorico, comprendente la macroeconomia e la microeconomia, si basa sullipotesi che gli individui abbiano una propensione naturale a scambiare e a perseguire il guadagno personale e che i rapporti di mercato emergano spontaneamente come risposta a tali propensioni naturali. Questo modo di vedere le cose non esente da critiche. 1. Che la scarsit sia un problema universale caratteristico di tutte le societ un fatto contestato dagli storici economici i quali evidenziano invece come la scarsit sia un fenomeno tipico della societ capitalista per due ragioni: primo, col balzo in avanti nella produzione della ricchezza realizzato con lavvento del capitalismo si avuto parallelamente un balzo in avanti nella produzione della povert; secondo, la scarsit delle risorse definita in relazione allipotesi di bisogni illimitati, i quali tuttavia nelle societ precapitalistiche erano di fatto limitati e determinati da fattori legati alla tradizione. 2. La stessa ipotesi fondamentale delleconomia ortodossa secondo cui la societ di mercato nasca dalla propensione naturale delluomo allo scambio (come riteneva Smith e come ritengono gli economisti neoclassici) non trova alcun riscontro storico: come sostiene lo storico economico Karl Polanyi gli atti individuali di baratto erano

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del tutto eccezionali nelle societ primitive e nei grandi imperi come lantico Egitto, Roma, la Cina e lEuropa medievale, i quali si basavano invece su meccanismi sociali di distribuzione indipendenti dallo scambio diretto tra singoli soggetti. 3. La propensione allo scambio, che lindividuo della societ capitalista percepisce come naturale, si sviluppa invece solo col procedere del capitalismo. Partire dallo scambio isolato come fondamento del mercato dunque un falso storico. 4. Lo stesso commercio a lunga distanza non era affatto basato sul mercato e lo scambio di equivalenti, bens sulla rapina, lespropriazione violenta, il colonialismo. In altri casi, gli scambi avvenivano senza alcun meccanismo di do ut des, ma semplicemente in forma di dono. 5. Lipotesi che il movente dellattivit economica sia il guadagno personale anchessa storicamente falsa e pu essere considerata valida soltanto allinterno dellinterazione sociale di tipo capitalistico.

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I ECONOMIA CLASSICA E MARXIANA

1.

La concorrenza [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 1]

Il concetto di concorrenza e la teoria economica. Due fattori generali determinano la concorrenza: 1. lesistenza di un beneficio scarso, insufficiente a soddisfare tutti i partecipanti allinterazione sociale; 2. un atteggiamento conflittuale, non solidale, tra soggetti interscambiabili tra loro.

I rapporti tra interesse personale e benessere sociale costituiscono linterrogativo fondamentale della ricerca economica e le diverse teorie della concorrenza forniscono risposte diverse a tale interrogativo.

Non essendoci nessuna istituzione che coordina esplicitamente le decisioni individuali di produzione e di consumo, come mai il risultato empirico non il caos? La risposta di Smith che la concorrenza un meccanismo che tende a rendere coerenti (ex post) le decisioni individuali ed perci grazie alla concorrenza se nel sistema di mercato le decisioni individuali si ricompongono in modo armonioso.

La risposta che daranno in modo in parte diverso Marx e Keynes che il fatto che nel capitalismo non si generi il caos non completamente vero, visto che tutti i sistemi capitalisti sono caratterizzati da ricorrenti crisi e difficolt di impiegare tutte le risorse disponibili. Secondo Marx e Keynes, queste difficolt dipendono dai limiti stessi della concorrenza come meccanismo dominante di coordinamento delle decisioni individuali.

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2.

La concorrenza come meccanismo di armonia sociale in Adam Smith [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 2]

Due opere principali: Teoria dei sentimenti morali e Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (comunemente chiamato La ricchezza delle nazioni). Il teorema della mano invisibile: linterazione tra individui egoisti che perseguono il proprio interesse personale produce risultati economici socialmente desiderabili a patto che non ci siano barriere economiche o restrizioni istituzionali al perseguimento delle attivit economiche e alloperare della concorrenza.

Il concetto di sovrappi e la teoria del valore. Consideriamo un processo produttivo in cui si produce grano a mezzo di grano e lavoro: alb a = quantit di grano immessa nel processo produttivo; l = quantit di lavoro immessa nel processo produttivo; b = quantit di grano ottenuta dal processo produttivo. Indichiamo con w il salario per unit di lavoro espresso in termini di grano, o saggio di salario (reale) e assumiamo che esso sia un dato del problema e che sia fissato al livello di sussistenza del lavoratore. S = b (a + wl) S il sovrappi, cio la parte del prodotto che eccede la necessit di sussistenza dei lavoratori e la ricostituzione dei mezzi di produzione. Il sovrappi pu essere consumato dai capitalisti e dai proprietari terrieri o pu essere reinvestito. In questultimo caso si ha un sistema in espansione in cui la produzione aumenta di anno in anno (produzione su scala allargata).

La capacit di produrre un sovrappi deriva dal lavoro, non dalla terra come ritenevano i fisiocrati. Il lavoro la fonte della ricchezza.

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Lestendersi della divisione del lavoro la principale causa dellaumento della produttivit del lavoro. Il sovrappi si forma in tutti i settori e la sua dimensione dipende dal grado di sviluppo dalla divisione del lavoro. In un sistema in cui si producono beni di diversa natura si pone un problema nella misurazione del sovrappi: i beni prodotti (output) e i beni utilizzati come mezzi di produzione (input) possono essere diversi il che rende problematico determinare il sovrappi in termini fisici e rapportarlo ai mezzi di produzione per ottenere una misura del saggio di profitto. (NB: anche in presenza di input e output comprendenti lo stesso insieme di beni, sufficiente che la composizione delloutput e quella dellinput siano diverse a impedire una misurazione del saggio di profitto in termini fisici).

Esprimendo i diversi input e output in termini di valore possibile misurare il sovrappi e calcolare il saggio di profitto. Problema del valore: come si determina il valore delle merci? Valore duso e valore di scambio: il valore duso la propriet di un bene di soddisfare un dato bisogno; il valore di scambio il rapporto con cui una quantit di un bene si scambia sul mercato con quantit di altri beni (prezzo relativo).

Lavoro contenuto. Smith: In ogni tempo e luogo caro ci che costa molto lavoro, a buon mercato ci che si pu avere con pochissimo lavoro. Consideriamo un modello grano standardizzato (in cui cio i parametri siano definiti in modo tale che loutput sia pari ad ununit): al1 a = quantit di grano immessa nel processo produttivo; l = quantit di lavoro immessa nel processo produttivo; b = 1 (si ottiene ununit di grano dal processo produttivo).

Si pu utilizzare anche la seguente notazione pi compatta: [a, l] 1 con a < 1 come condizione affinch il processo sia vitale.

Introduciamo lipotesi di rendimenti di scala costanti:

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[a, l]

per > 0.

Con queste ipotesi, determiniamo il lavoro contenuto in ununit di grano: [a, l] 1 [a2, al] a [a3, a2l] a2 [an, an-1l] an-1 si tratta di una serie geometrica di ragione a, la quale pari a l/(1 a), se, come nel nostro caso, a < 1:

= l + al + a2l + a3l + + an-1l + = l/(1 a)


Come si vede il lavoro contenuto () maggiore del semplice lavoro diretto (l). Secondo Smith il concetto di lavoro contenuto tiene conto solo dei redditi da lavoro, ma non tiene conto del profitto e della rendita, i quali sono centrali nel capitalismo. Se infatti tutto il valore prodotto dal lavoro andasse al lavoratore in forma di salario, non ci sarebbe spazio per il profitto e la rendita. Affinch possano esistere altre categorie di reddito accanto al salario, il prezzo del bene non pu essere pari ai salari pagati per produrre il bene stesso. NB: nella teoria classica per profitto non si intende la remunerazione del capitalista per la sua attivit di direzione e coordinamento del processo produttivo, bens si intende la quota di reddito di cui il capitalista si appropria in virt dellaver anticipato il capitale. per questo, come vedremo in un attimo, che nel definire il saggio di profitto si rapporta il profitto al capitale anticipato. Lavoro comandato. Il valore di una merce determinato dal lavoro che essa pu acquistare (non dal lavoro che occorso per produrla): com = p/w. w il saggio di salario monetario: quantit di moneta per unit di lavoro (w = wp). Smith si riferisce allo scambio di merci contro lavoro, lo scambio capitalistico per eccellenza, quello tra capitalisti e lavoratori.

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Che relazione esiste tra e com ? Vogliamo dimostrare che < com. Il lavoro che si pu acquistare vendendo una merce maggiore del lavoro occorso per produrla. La ragione che il prezzo della merce pu scomporsi in tre componenti: la parte che remunera il lavoro (salario), quella che remunera il capitale (profitto) e quella che remunera la terra (rendita). Solo nel caso in cui tutto il reddito ricavato dalla vendita del prodotto andasse interamente al lavoro, il lavoro comandato sarebbe uguale al lavoro contenuto. Qualora invece esistano parti del valore prodotto che sono attribuite al capitalista (il profitto) o al proprietario terriero (la rendita), il reddito del lavoratore (il salario) non pu che diminuire. In questo modo, il capitalista che vende al prezzo p una merce che contiene ore di lavoro, riceve una quantit di denaro superiore rispetto a quella necessaria a remunerare il lavoro. Questo significa che la quantit di lavoro che il capitalista comanda (com) superiore al lavoro contenuto nella merce ().

Consideriamo la relazione tra e com in termini analitici. Tralasciando per semplicit la rendita, il prezzo pu essere espresso come somma dei costi sostenuti per produrre la merce, pi un profitto di cui si appropria il capitalista (avendo egli anticipato i mezzi di produzione). Ricavi costi + profitti In termini unitari (dividendo per q): p costi unitari + profitti unitari. Per avere una misura del guadagno del capitalista, il profitto viene riferito alla quantit di capitale anticipato. Si definisce allora il saggio del profitto (r): r = profitti / valore del capitale anticipato. Il prezzo pu allora essere espresso cos: p = (pa + wl)(1 + r)

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dove: (pa + wl) il costo unitario e r(pa + wl) il profitto unitario [NB: nel testo di Cassetti c un errore di battitura a pag. 22. Non (pa + w) il costo unitario e r(pa + w) il profitto unitario]. Per confrontare e com conviene riscrivere lequazione del prezzo come segue: p = (pa + wl)(1 + r) = pa(1 + r) + wl(1 + r) Consideriamo ora il lavoro comandato:

com = p/w = (p/w)a(1 + r) + l(1 + r)


(p/w) [1 a(1 + r)] = l(1 + r) (p/w) = l(1 + r) / [1 a(1 + r)] = l / [1/(1 + r) a] Ricordando che = l/(1 a) e che 1/(1 + r) < 1, segue che:

1. com
2. com = solo se r = 0. Si noti che il lavoro comandato pu fare da misura del valore di scambio delle merci ma non pu spiegare questultimo poich esso dipende da p e w che sono altri valori di scambio. Il lavoro comandato non pu quindi risolvere il problema del valore inteso come problema di determinare gli elementi che fanno s che una merce abbia un certo valore: se per determinare il valore di scambio di una merce (il prezzo) si deve gi conoscere il suo prezzo, la teoria risulta contraddittoria e il ragionamento diventa circolare. La questione che il lavoro contenuto e il lavoro comandato rispondono a due interrogativi diversi: con il concetto di lavoro contenuto si tenta di spiegare il valore di scambio delle merci (i loro prezzi); con il concetto di lavoro comandato si fornisce invece semplicemente una misura alternativa (rispetto a quella monetaria) del valore di scambio delle merci. Questa distinzione non chiara in Smith, il quale invece propone di utilizzare il lavoro comandato anche come teoria del valore di scambio delle merci. A tale scopo Smith elabora una teoria additiva del valore secondo cui le tre componenti del prezzo (salario unitario, profitto unitario e rendita unitaria) gravitano attorno ai loro livelli naturali.

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Il prezzo che consente di pagare i salari, i profitti e le rendite ai loro saggi naturali prende il nome di prezzo naturale, che si distingue dal prezzo di mercato il quale il prezzo effettivo prevalente sul mercato. Il prezzo naturale forma loggetto dellanalisi di Smith poich verso di esso che il sistema gravita continuamente. Lo scopo quindi quello di distillare le forze dominanti e persistenti che muovono il sistema economico, astraendo dai fattori secondari e contingenti che influiscono giorno per giorno sui prezzi di mercato.

Il salario naturale determinato dal livello di sussistenza dei lavoratori. Quando il salario reale differisce dal salario naturale entrano in gioco due tipi di meccanismi: fattori istituzionali (diverse capacit di coalizzarsi e di condurre un conflitto da parte dei lavoratori e dei capitalisti) e fattori demografici (nel breve periodo i salari sono stimolati dalla domanda, il che fa aumentare la popolazione riportando il salario verso il livello di sussistenza). Il salario naturale perci quel livello del salario che consente alla domanda e allofferta di lavoro di crescere allo stesso tasso. La teoria del salario di Smith, per molti versi, anticipa la teoria della popolazione di Malthus.

Per effetto della concorrenza tra i capitalisti, se esiste libert nel trasferire i capitali da un ramo produttivo allaltro, il tasso di profitto tender ad uguagliarsi in tutti i settori. La concorrenza tra acquirenti e tra venditori assicura che il prezzo di mercato graviti attorno al prezzo naturale (breve periodo). La concorrenza tra i capitalisti assicura luniformit del saggio di profitto (lungo periodo). La possibilit che il prezzo effettivo si mantenga ad un livello superiore rispetto al prezzo naturale (e che i saggi di profitto non siano uniformi) dipende dallesistenza di asimmetrie informative (segreti che impediscano ai capitalisti di conoscere i saggi di profitto in tutti i settori) e regolamentazioni dei mercati (che istituzionalizzino il monopolio o comunque restringano la concorrenza ad un numero limitato di partecipanti).

La libera circolazione del lavoro e del capitale spinge i salari e i profitti verso i loro saggi naturali e fa tendere il prezzo di mercato verso il prezzo naturale. Il mercato tende quindi ad autoregolarsi. La ricerca del guadagno personale il fattore trainante del sistema.

Non esiste in Smith una vera e propria teoria del livello naturale della rendita. In ogni caso, dal punto di vista della determinazione del valore di una merce, il problema della teoria dei prezzi naturali che salario, profitto e rendita sono essi stessi dei valori.

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3.

La concorrenza e il conflitto tra capitalisti e proprietari terrieri in David Ricardo [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 3]

Approvazione delle leggi sul grano nel 1816: tariffe doganali che impediscono di fatto limportazione di derrate alimentari pi a buon mercato allestero. Questo tiene alta la rendita a scapito dei profitti (essendo i salari gi al livello di sussistenza).

Abolizione delle leggi sul grano nel 1846: egemonia politica della borghesia. Per Ricardo il problema fondamentale delleconomia politica la determinazione delle leggi che regolano la distribuzione del reddito tra le classi sociali. Secondo Ricardo il saggio di profitto dellintera economia dipende dal saggio di profitto del settore agricolo, nel quale si producono i beni di sussistenza che costituiscono il salario dei lavoratori.

Per determinare il saggio di profitto nel settore agricolo, si deve determinare innanzi tutto la rendita agricola. MODELLO GRANO: esistono terre con diversi gradi di fertilit. La produttivit in termini di grano si misura sulle ordinate, mentre sulle ascisse si misura la quantit di lavoro utilizzata su ciascuna terra.

MODELLO GRANO (SENZA RENDITA)


G

A w WA LA L1

WB LB L2

WC LC L3

WD LD L4 L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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LA = L1 il numero di lavoratori sulla terra A. LB = L2 L1 il numero di lavoratori sulla terra B. LA GA la produzione complessiva sulla terra A. LB GB la produzione complessiva sulla terra B. Il saggio di salario reale w sia dato e fissato al livello di sussistenza. Monte salari (Wi): ammontare dei salari pagati ai lavoratori della terra i (i = A, B, C, D). Essendo dato il saggio di salario reale w, il monte salari pari a: WA = LA w WB = LB w Monte profitti (i): ammontare dei profitti ottenuti sulla terra i (i = A, B, C, D). Se non ci fossero rendite:

A = (GA w) LA B = (GB w) LB
il saggio di profitto sarebbe pi alto per le terre pi fertili: rA > rB > rC > rD dove ri = i/Wi , i = A, B, C, D (i e Wi sono rispettivamente il profitto totale e il capitale anticipato sulla terra i). Tuttavia, la concorrenza tra capitalisti per ottenere le terre pi fertili porter questi ad offrire affitti pi elevati, il che, nel lungo periodo, imporr un saggio di profitto unico su tutte le terre (quello prevalente sulla terra meno fertile, chiamata anche terra marginale):

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rA = rB = rC = rD. La rendita fondiaria sar perci maggiore sulle terre pi fertili e poi via via minore, fino ad essere nulla sulla terra marginale.

MODELLO GRANO
G

RA A w WA L1

RB

RC C D

WB L2

WC L3

WD L4 L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Grazie allipotesi che la produzione di grano richiede come input solo grano e lavoro (e non anche altre merci) possibile calcolare il sovrappi agricolo in termini fisici e, rapportandolo al grano usato come input, il saggio di profitto. Una volta determinato il saggio di profitto nel settore agricolo (in termini fisici, senza conoscere i prezzi delle merci), la concorrenza tra capitalisti porter questo saggio di profitto ad estendersi anche allindustria, determinando il prezzo relativo tra grano e prodotti industriali. In altri termini il valore di scambio tra grano e prodotti industriali sar fissato al livello che garantisce luniformit del saggio di profitto nei diversi settori.

Da un punto di vista dinamico, se si immagina che col procedere dello sviluppo economico vengano coltivate terre via via meno fertili, il saggio di profitto nellagricoltura tender a diminuire progressivamente (poich compresso tra un saggio di salario dato e una rendita unitaria crescente), facendo diminuire il saggio di profitto dellintera economia. Inoltre il fatto che le rendite (che tendono ad aumentare col procedere dello sviluppo) siano destinate al consumo o allinvestimento improduttivo

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sottrae risorse utilizzabili per laccumulazione del capitale, il quale costituisce il motore dello sviluppo. In questo modo leconomia tende verso la stato stazionario (stato in cui il tasso di crescita delleconomia pari a zero). Questa prospettiva pu tuttavia essere allontanata dal progresso tecnico, al quale comunque Ricardo non assegna unimportanza particolare.

TENDENZA VERSO LO STATO STAZIONARIO


G

RA A WA L1

RB B WB L2

RC C WC L3

RD D WD L4 E WE L5 L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Vediamo in termini formali come si determinano le variabili distributive e i prezzi. MODELLO GRANO: si abbiano tre tipi di terra (A, B, C) caratterizzati da livelli crescenti di produttivit su cui si utilizzano tecnologie a rendimenti di scala costanti. [ai, li] 1 i = A, B, C.

Terra A: [aA = 0.3, lA = 0.10] 1 Terra B: [aB = 0.3, lB = 0.15] 1 Terra C: [aC = 0.3, lC = 0.20] 1 In assenza di rendite, i prezzi sarebbero i seguenti: p = (pai + wli)(1 + ri)
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i = A, B, C

e i saggi di profitto sarebbero: ri = [p (pai + wli)] / (pai + wli) Il salario reale w sia pari a 2 unit di grano: w = 2. Ponendo p = 1 ( w = w = 2): rA = 100 % rB = 66 % rC = 43 %. i = A, B, C.

La concorrenza tuttavia impone luniformit dei saggi di profitto pari a quello sulla terra marginale (la terra C): rA = rB = rC = 43 %. La rendita sulle terre A e B sar data perci da:

i = p (pai + wli)(1 + rBi)


MODELLO
GRANO-FERRO.

i = A, B.

Supponiamo ora che accanto al settore agricolo che produce

grano esista un settore industriale che produce ferro. Supponiamo anche che il grano sia utilizzato come mezzo di produzione del ferro, mentre il ferro non sia utilizzato nella produzione del grano. Possiamo allora rappresentare il sistema economico con due espressioni relative al processo di produzione di grano (sulla terra marginale) e al processo di produzione di ferro: [a11, l1] 1 unit di grano [a12, l2] 1 unit di ferro dove a11 e a12 sono rispettivamente le quantit di grano necessarie a produrre ununit di grano e ununit di ferro. Il sistema dei prezzi allora il seguente:

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p1 = (p1a11 + wl1)(1 + r) p2 = (p1a12 + wl2)(1 + r) Il sistema contiene tre incognite (p1, p2 e r, mentre w dato). Fissiamo il prezzo del grano pari a 1. 1 = (a11 + wl1)(1 + r) p2 = (a12 + wl2)(1 + r) Lidea di Ricardo, ricordiamolo, che il saggio di profitto dellintero settore agricolo quello determinato sulla terra marginale (dove pu essere calcolato in termini fisici) e che esso, per effetto della concorrenza tra i capitalisti nei diversi settori produttivi, si estenda allintera economia. In effetti, con le ipotesi introdotte possibile determinare r dalla sola prima equazione e poi sostituirlo nella seconda equazione per determinare p2. r = [1 (a11 + wl1)] / (a11 + wl1) p2 = (a12 + wl2) / (a11 + wl1) Come si vede, con la coltivazione di terre meno fertili, scende il saggio di profitto nel settore agricolo (r) e, per lipotesi di uniformit del saggio di profitto nelleconomia, scende il prezzo del ferro (p2). MODELLO
DI

SRAFFA. Si tratta di una generalizzazione del modello di Ricardo in cui

ambedue i settori utilizzano come mezzi di produzione merci prodotte in ambedue i settori (in realt nel modello di Sraffa si considerano n merci). Questo fa cadere la possibilit di determinare il saggio di profitto in termini fisici (nel solo settore agricolo) prima della determinazione dei prezzi relativi poich ora loutput (il grano) e gli input (il grano e il ferro) sono beni eterogenei. Con le ipotesi di Sraffa, il sistema diventa: p1 = (p1a11 + p2a21 + wl1)(1 + r) p2 = (p1a12 + p2a22 + wl2)(1 + r)

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A questo punto il saggio di profitto (r) deve essere determinato simultaneamente ai prezzi relativi (p1 e p2). Sraffa, a differenza di Ricardo, non tratta il saggio di salario (w) come fissato al livello di sussistenza. Fissando p1 = 1, rimangono tre incognite e due equazioni. Si hanno allora due possibilit: 1. Fissando w (come faceva Ricardo), si determinano p2 e r 2. Fissando r, si determinano p2 e w.

In ogni caso, si dimostra che tra w e r esiste una relazione monotona inversa. Questo risultato generalizza il risultato di Ricardo che, ricordiamolo, era basato su un modello ad un solo bene (grano). La determinazione esatta delle due variabili distributive dipende per da fattori esterni al modello (quali la forza contrattuale delle parti sociali).

Questo risultato evidenzia la natura conflittuale dei rapporti tra classi sociali e si contrappone allidea di Smith secondo cui la concorrenza un processo di interazione armoniosa che conduce al bene comune.

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4.

Concorrenza, sfruttamento e alienazione in Karl Marx [Bibliografia di riferimento: Napoleoni; Cassetti, capitolo 4] IL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTA

Secondo Marx, tutte le societ divise in classi sono caratterizzate da rapporti di sfruttamento (della classe che si appropria dei frutti del lavoro sulla classe che lavora). La specificit del capitalismo rispetto agli altri modi di produzione non sta nellesistenza in esso della propriet privata e del mercato, ma nellestensione della propriet privata e del mercato alla sfera produttiva: il modo di produzione capitalista si regge sul lavoro salariato, il quale presuppone la propriet privata dei mezzi di produzione e la mercificazione della forza lavoro (la sua trasformazione in merce).

Il lavoro salariato si basa sulla concorrenza tra lavoratori liberi. Ma, come sottolinea Marx, si tratta di una doppia libert, tutta particolare: i lavoratori sono (1) liberi di vendere la propria forza lavoro sul mercato e (2) liberi, nel senso di non avere pi vincoli rispetto alla terra e ai mezzi produzione da cui, nel rapporto feudale, traevano sostentamento.

La libert giuridica di disporre di se stessi si affianca cos alla necessit economica di vendere se stessi. Laltra faccia della medaglia di questa libert lobbligo di cercarsi un padrone a cui vendere liberamente la propria forza lavoro. Questi sono i due aspetti contraddittori della libert economica dei rapporti capitalistici.

Nella concezione marxiana, la libert personale e luguaglianza giuridica, in presenza di unasimmetria economica (il monopolio di classe della propriet dei mezzi di produzione) sono i presupposti stessi dello sfruttamento.

Anzi, storicamente, proprio la condizione di libert giuridica, associata alla privazione del lavoratore della propriet dei mezzi di produzione, che consente (giuridicamente) e impone (economicamente) ai lavoratori di vendere la propria forza lavoro come condizione di sopravvivenza. IL CAPITALISMO COME SISTEMA MISTIFICATO

Nel capitalismo, l'uguaglianza nei rapporti giuridici offusca l'asimmetria di classe nei rapporti economici.

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Scopo dell'indagine scientifica allora spiegare le condizioni storiche di origine e di sviluppo del capitalismo e svelare l'essenza economica dei rapporti di sfruttamento, che si nascondono dietro l'apparenza del libero scambio. LA CRITICA DELL'ECONOMIA POLITICA

Invece di svelare l'essenza asimmetrica dei rapporti sociali, l'economia borghese presenta i rapporti capitalistici come rapporti naturali ed eterni. Le condizioni capitalistiche sono cos analizzate come se fossero universali, invece che come condizioni storiche transitorie. L'economia politica finisce cos per presentare il sistema esistente come espressione di rapporti necessari e immutabili. PRODUZIONE, CIRCOLAZIONE E SFRUTTAMENTO

Per quanto riguarda lo sfruttamento, la critica marxiana delleconomia politica borghese riguarda laver trascurato il processo produttivo, riducendo lanalisi economica allo studio del processo di circolazione. Questo impedisce di cogliere lorigine dello sfruttamento nella sfera produttiva e porta a ricercarne le cause nello scambio ineguale nella sfera della circolazione (monopolio, asimmetrie giuridiche, eccetera).

Lo sfruttamento, secondo Marx, nasce invece nella sfera della produzione, non in quella della circolazione. TEORIA DEL VALORE-LAVORO

Marx utilizza il concetto di lavoro contenuto come fondamento del valore di scambio. LAVORO E FORZA LAVORO

A differenza degli economisti che lo precedono, Marx distingue tra forza lavoro e lavoro. La forza lavoro linsieme di capacit fisiche ed intellettuali impiegate dai lavoratori nel processo produttivo, il quale si distingue dal lavoro effettivamente erogato.

Quello che il capitalista acquista dal lavoratore la forza lavoro, non il lavoro. La forza lavoro la sola merce da cui possibile estrarre lavoro ed perci la sola merce che ha il potere di creare valore.

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Come per ogni altra merce utilizzata come input nella produzione, lobiettivo del capitalista quello di sfruttarne al meglio (in termini qualitativi) e al massimo (in termini quantitativi) il suo utilizzo nel processo produttivo.

Lestrazione della massima quantit di lavoro dalla forza lavoro uno degli obiettivi del capitalista esattamente come suo obiettivo estrarre la massima quantit di ferro da una miniera di ferro. LA COMPRAVENDITA DELLA FORZA LAVORO

Nel capitalismo, il processo di produzione necessariamente preceduto da un momento importante nella sfera della circolazione: lacquisto della forza lavoro da parte del capitalista. Questa compra-vendita, come la compra-vendita di qualsiasi altra merce, avviene ad un prezzo (il salario) esattamente equivalente al valore della forza lavoro (cio al lavoro contenuto nei beni che il lavoratore deve consumare per conservarsi e mantenersi). Si tratta dunque di uno scambio di equivalenti.

Nel processo produttivo vero e proprio, il capitalista estrae poi dalla forza lavoro acquistata il lavoro che serve a valorizzare il capitale accumulato. Qui il capitalista entra in possesso di una quantit di lavoro maggiore di quella che ha pagato poich la durata della giornata lavorativa superiore al tempo di lavoro necessario a produrre i beni che formano il salario del lavoratore.

Quando si completato il processo produttivo, il capitalista ha ottenuto dal lavoratore pi lavoro di quello che gli ha anticipato in forma di salario: lo scambio dunque tra entit disuguali. VALORE D'USO E VALORE DI SCAMBIO DELLA FORZA LAVORO

Il valore duso della forza lavoro, ossia il valore che si ottiene dall'uso della forza lavoro, il lavoro incorporato nei beni prodotti dal lavoratore. Tuttavia il suo valore di scambio (il salario) fissato, in base alla concorrenza tra i lavoratori, al livello di sussistenza.

La differenza tra il valore duso della forza lavoro e il suo valore di scambio definisce il plusvalore.

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PLUSVALORE E SFRUTTAMENTO Il plusvalore si crea perch il lavoratore lavora per un numero di ore maggiore rispetto alle ore di lavoro necessarie a produrre i beni salario che riceve come remunerazione del suo lavoro. Tale lavoro addizionale prende il nome di pluslavoro. Lesistenza di un pluslavoro descrive la condizione di sfruttamento del lavoratore. Nella produzione capitalistica, il pluslavoro viene appropriato dal capitalista in forma di profitto. Mentre il pluslavoro comune a tutte le societ divise in classi, il plusvalore (cio il pluslavoro trasformato in valore di scambio) tipico della societ capitalista. Il valore aggiuntivo di cui si appropria il capitalista dipende dalla peculiarit della forza lavoro rispetto a tutte le altre merci: la forza lavoro la sola merce capace di creare valore. LEGGE DEL VALORE E SFRUTTAMENTO Lo sfruttamento capitalistico non affatto una violazione della legge generale del valore (il valore-lavoro). Alloperaio non affatto pagato meno di quello che gli spetti secondo la teoria del valore. Al contrario, proprio il fatto che il capitalista acquista la forza lavoro pagandola al suo valore che gli consente di ottenere un profitto, mettendola a lavoro per un periodo superiore a quello necessario a reintegrare i mezzi di sussistenza che formano il salario reale. IL VALORE DELLE MERCI M=C+l M = C + V+ S C = capitale costante o lavoro morto (lavoro indiretto contenuto nel bene). Il capitale costante dato dallinsieme dei mezzi di produzione prodotti in un tempo precedente a quello del processo produttivo in esame. Il suo valore quindi quello che si incorpora in tali mezzi di produzione e viene trasferito nel valore della merce prodotta. l = V + S = lavoro diretto o lavoro vivo. Il lavoro diretto si suddivide in lavoro necessario, o capitale variabile (V), e plusvalore (S). Il capitale variabile (V) dato dai beni salario che remunerano la forza lavoro del lavoratore. Il suo valore quindi quello che si incorpora nei beni che il lavoratore riceve

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in forma di salario. Questa parte del capitale chiamata variabile perch il valore che produce supera il proprio valore: tralasciando per un momento il capitale costante, C, il capitalista anticipa il capitale variabile V, il quale produce un valore pari a V + S). Questo accade perch il lavoratore lavora per un tempo superiore a quello strettamente necessario a riprodurre i beni che formano il suo salario. Il plusvalore (S) definito dalla differenza tra il valore prodotto dal lavoro diretto (l) e il lavoro necessario (V). Tale differenza (S = l V) lespressione in valore del pluslavoro effettuato dal lavoratore. Il rapporto tra plusvalore (S) e capitale variabile (V) definisce il saggio di plusvalore o saggio di sfruttamento:

=S/V
Marx definisce inoltre la composizione organica del capitale come il rapporto tra capitale costante (valore dei mezzi di produzione) e capitale variabile (valore dei salari dei lavoratori): COC = C / V Quando i capitali costante e variabile sono esaminati nei loro aspetti materiali (invece che in termini di valore) tale rapporto prende il nome di composizione tecnica del capitale. Il saggio di profitto dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo anticipato: r = S / (C + V) Esempio. Consideriamo un processo produttivo in cui si produce 1 chilo di grano al giorno, con una giornata lavorativa di 8 ore (prendiamo la giornata lavorativa come unit temporale di riferimento). Un chilo di grano incorpora dunque 8 ore di lavoro diretto [l = 8]. In aggiunta a queste 8 ore di lavoro diretto, supponiamo che siano necessarie altre 4 ore di lavoro indiretto, incorporato nel grano utilizzato come semente, o capitale costante [C = 4].

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Il lavoro totale necessario alla produzione di 1 chilo di grano (M) allora pari a 12 ore. In altri termini, 1 chilo di grano incorpora 12 ore di lavoro e quindi vale 12 ore di lavoro. Il salario reale giornaliero, per una giornata lavorativa di 8 ore, sia pari a 1/2 di chilo di grano. Allora, il lavoro necessario a riprodurre la giornata lavorativa del lavoratore (fatta di 8 ore) pari a 6 ore [V = 6]. In altri termini, il mezzo chilo di grano che il lavoratore riceve come remunerazione della giornata lavorativa, o capitale variabile, incorpora (vale) 6 ore di lavoro. Il plusvalore (S) dunque pari a due ore di lavoro, cio alla differenza tra le 8 ore di lavoro della giornata lavorativa del lavoratore (l) e le 6 ore di capitale variabile [S = l V = 8 6]. Il saggio di sfruttamento () risulta quindi pari a [S / V = 2/8]. Con questi dati, lequazione del valore (M = C + V + S) la seguente: 12 = 4 + 6 + 2. PLUSVALORE, PROFITTO E SFRUTTAMENTO Esaminiamo la relazione tra saggio di profitto e saggio di sfruttamento: r = S / (C + V) r = (S/V) / (C/V + V/V) r = / (COC + 1) Dal confronto tra r e , Marx ricava tre proposizioni: 1. r > 0 > 0 2. r ; r = solo se C = 0 (ossia se non esiste capitale costante) 3. r cresce al crescere di . LA TRASFORMAZIONE DEI VALORI IN PREZZI Se i beni si scambiassero secondo i loro valori contenuti, in presenza di processi produttivi a diversa composizione organica del capitale, ma con uno stesso valore del capitale anticipato (C + V), il plusvalore (S) risulterebbe differente nei diversi settori. Infatti, per lipotesi di concorrenza tra i lavoratori, il saggio di sfruttamento () tende ad essere uniforme nei vari settori economici, il che significa che il plusvalore generato in ogni settore proporzionale al capitale variabile anticipato (S = V). Ma, allora, se diverso il

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plusvalore, diverso anche il tasso di profitto (r) nei vari settori, visto che per ipotesi il capitale totale anticipato nei diversi settori lo stesso. La concorrenza tra capitalisti impone invece luniformit del saggio di profitto. Infatti il capitalista nel decidere i propri investimenti guarda al saggio di profitto, cio al profitto per unit di capitale investito [S / (C + V)], e la concorrenza tra capitalisti tende a rendere tale saggio uniforme. Perci, se i settori hanno diverse composizioni organiche del capitale (Ci / Vi Cj / Vj), affinch possa realizzarsi un saggio del profitto uniforme [Si / (Ci + Vi) = Sj / (Cj + Vj)] il rapporto di scambio tra i beni (pi / pj) non pu riflettere il rapporto tra i lavori contenuti (Mi / Mj). In altre parole i prezzi pi e pj non possono coincidere semplicemente con i valori contenuti Mi e Mj, bens devono divergere da essi, in modo tale da garantire luniformit del saggio di profitto (ri = rJ). Il fatto che i prezzi relativi siano uguali ai valori relativi solo in una circostanza molto particolare (quella in cui la composizione organica del capitale sia la stessa nei due settori) significa che, in generale, le merci non possono scambiarsi secondo i loro lavori contenuti. Lo stesso problema pu essere posto affermando che, in ipotesi di composizioni organiche del capitale diverse nei due settori, se le merci si scambiassero secondo i loro lavori contenuti, non potrebbe realizzarsi luniformit del saggio del profitto. Nello schema marxiano, infatti, luniformit del saggio di profitto richiede che il prezzo del bene prodotto nel settore a pi alta composizione organica del capitale sia maggiore del lavoro contenuto nel bene stesso e che, viceversa il prezzo del bene prodotto nel settore a pi bassa composizione organica del capitale sia minore del lavoro contenuto nel bene stesso. LA SOLUZIONE MARXIANA Marx ritiene che il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione possa essere risolto mantenendo la derivazione del sistema dei prezzi a partire dal sistema dei valori (operazione centrale nella metodologia marxiana) e analizzando il trasferimento di plusvalore dai settori a bassa composizione organica del capitale verso i settori a pi alta composizione organica del capitale come condizione necessaria per il livellamento dei saggi di profitto settoriali. Definendo C / V come la composizione media del capitale dellintera economia, Marx raggiunge le seguenti conclusioni: 1. se Ci / Vi > C / V pi > Mi ; se Ci / Vi < C / V pi < Mi.

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2. Trattandosi di una pura redistribuzione intersettoriale del plusvalore: i profitti totali sono uguali al plusvalore totale. 3. Il valore complessivo delle merci rimane invariato se misurato in termini di lavoro incorporato o di prezzi di produzione. LERRORE DI MARX E LA SOLUZIONE CORRETTA Nella letteratura marxista e non marxista, il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione oggetto di acceso dibattito. Secondo linterpretazione standard di tale dibattito, le tre conclusioni di Marx sono errate a causa di unincoerenza logica dovuta al fatto che nelle equazioni di Marx i prezzi di produzione vengono introdotti per valutare gli output del processo produttivo, ma non anche gli input (come se, in Marx, gli input venissero pagati ai valori invece che ai prezzi di produzione). La soluzione corretta del problema passa dunque per lapplicazione dei prezzi di produzione anche agli input (il primo economista a proporre tale modifica leconomista russo Dmitriev, la proposta poi sviluppata da Von Bortkiewicz e da Sraffa). Tuttavia, in tal caso, non c alcun bisogno di partire dai valori-lavoro: i prezzi possono essere applicati direttamente alle quantit fisiche delle merci, il che fa cadere la logica marxiana secondo cui i valori precedono logicamente i prezzi e ne sono la causa profonda. La teoria del valore-lavoro sarebbe in tal caso semplicemente sbagliata e inutile. IL PROBLEMA DELLA TRASFORMAZIONE NEL DIBATTITO TEORICO Il dibattito sul problema della trasformazione svolge un ruolo cruciale nel confronto tra approccio marxista e approcci alternativi. Secondo i critici pi radicali della teoria marxista, il problema della trasformazione sufficiente a far cadere lintero edificio teorico marxiano. Una posizione meno radicale e pi coerente consiste nel lasciar cadere le implicazioni dellimpianto marxiano basate sulla teoria del valore-lavoro conservando tutte le altri parti della teoria marxiana e marxista che non dipendono da tale teoria (alienazione, lotta di classe, crisi, contraddizioni del capitalismo, materialismo storico, imperialismo, ). Una terza linea, quella della trasformazione corretta, consiste nel modificare lanalisi marxiana dello sfruttamento sulla base della trasformazione di Von Bortkievicz e di Sraffa, evidenziando comunque la contrapposizione di interessi tra la classe sociale dei lavoratori e quella dei capitalisti. Ricordiamo infatti che, se si segue questimpostazione,

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valgono i risultati di Sraffa secondo cui esiste una relazione inversa tra saggio di salario e saggio di profitto. Contro queste posizioni, alcuni economisti marxisti difendono la trasformazione marxiana sostenendo che essa non incorpori alcuna incoerenza logica e che, al contrario, il vizio logico sta in chi critica la teoria marxiana senza capirne la logica. Questi economisti sostengono che la soluzione di Von Bortkievicz Sraffa risponde in realt ad una domanda diversa da quella posta da Marx e che, invece, rispetto alla problematica marxiana, la trasformazione pu essere risolta in modo coerente mantenendo la centralit della teoria del valore-lavoro. ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA E CRISI La teoria marxiana del salario basata sullesercito industriale di riserva. Nei periodi di espansione della domanda e della produzione, la concorrenza tra i capitalisti per accaparrarsi i lavoratori fa crescere i salari. Laumento del prezzo della forza lavoro, facendo diminuire il tasso di profitto, rallenta laccumulazione del capitale. Il ciclo si inverte e si ha la crisi, la quale non deriva da sproporzioni nella crescita dei diversi settori, ma dal fatto che la produzione realizzata non riesce ad essere venduta ai prezzi che i capitalisti si attendevano. Con la crisi, diminuisce la domanda di lavoro e si riforma lesercito industriale di riserva, ponendo le basi per una nuova fase di accumulazione. Nel corso di questi cicli si modificano i rapporti tra le classi sociali: la formazione di associazioni dei lavoratori e dei padroni modifica i rapporti di forza esistenti e pu allontanare il salario dal livello di sussistenza; inoltre il progresso tecnico, in periodi di crescita salariale, tende a risparmiare lavoro. La spiegazione marxiana della crisi, come crisi generale del sistema economico, radicalmente diversa dalle spiegazioni ortodosse che si basano sul presupposto che tutto il reddito percepito dagli agenti del sistema economico sia speso. Secondo questultima spiegazione, infatti, una caduta della domanda in un settore deve necessariamente accompagnarsi ad una crescita della domanda in altri settori (dato che si esclude la possibilit che il denaro possa essere tesaurizzato nel periodo corrente per essere speso in periodi futuri), cosicch la crisi non sarebbe mai generale, ma solo settoriale.

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PRODUZIONE CAPITALISTICA E ALIENAZIONE Nella critica del capitalismo, accanto al problema dello sfruttamento, Marx si sofferma sull'alienazione derivante dal processo di mercificazione. Il processo produttivo ha due aspetti: processo lavorativo e processo di valorizzazione. Nel processo lavorativo, il lavoratore utilizza i mezzi di produzione (materie prime, macchine, eccetera) per produrre valori duso, ossia beni utili a soddisfare determinati bisogni. Nel processo di valorizzazione, lo scopo della produzione la produzione di valori di scambio. Qui non loperaio che utilizza i mezzi di produzione, ma sono questi ultimi che utilizzano loperaio. Primo tipo di alienazione: i mezzi di produzione sono di propriet altrui. Nel sistema capitalista, il lavoratore produce beni che non gli appartengono; la sua vita dipende cos da fattori esterni, che il lavoratore non controlla e che, attraverso il meccanismo concorrenziale (che schiaccia il salario vero la sussistenza), si ritorcono contro il lavoratore stesso. Secondo tipo di alienazione: il lavoro non usa gli strumenti per i propri fini, ma esso stesso strumento di valorizzazione dei mezzi di produzione. La finalit ultima del sistema diventa la produzione di valori di scambio e la valorizzazione del capitale (la ricerca del profitto); il lavoro solo il mezzo attraverso cui questo fine viene realizzato.

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II MACROECONOMIA

1. Problematiche macroeconomiche [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 7] OBIETTIVI MACROECONOMICI La macroeconomia si occupa di quattro temi fondamentali: la crescita del prodotto, loccupazione, linflazione e i rapporti internazionali. A ciascun tema corrisponde un obiettivo di politica economica: crescita continua e stabile, piena occupazione, stabilit dei prezzi, equilibrio della bilancia dei pagamenti. Val la pena di notare che rispetto alla problematica degli economisti classici e di Marx i problemi affrontati sono completamente diversi: non si parla pi di distribuzione del reddito, di classi sociali, di sfruttamento, di alienazione del lavoratore. Per analizzare questi quattro obiettivi macroeconomici, consideriamo le componenti della domanda aggregata. La domanda aggregata data dalla spesa totale per lacquisto di beni e servizi effettuata dalleconomia in un dato periodo: Yd = C + I + G + X Yd: Domanda aggregata C: Consumo delle famiglie I: Investimenti delle imprese G: spesa pubblica X: Esportazioni

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Attraverso gli strumenti di politica economica a disposizione del governo e della banca centrale possibile influenzare queste quattro variabili ed influire cos sugli obiettivi di politica economica. IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO

Per evidenziare i legami tra le componenti della domanda aggregata consideriamo il flusso circolare del reddito. I soggetti che vengono posti al centro dellanalisi sono le imprese e le famiglie. Tali soggetti sono in relazione tra loro attraverso rapporti di mercato. 1. Imprese famiglie: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese (i beni passano dalle imprese alle famiglie). 2. Famiglie imprese: la moneta passa dalle famiglie alle imprese. 3. Famiglie imprese: le imprese domandano luso dei fattori di produzione alle famiglie (i servizi dei fattori di produzione passano dalle famiglie alle imprese). 4. Imprese famiglie: la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite, dividendi e interessi.

Introduciamo ora il settore bancario, il settore pubblico e il settore estero. Concentriamoci sui flussi di moneta. Riconsideriamo innanzi tutto il flusso diretto tra imprese e famiglie: 1. Famiglie Imprese: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese (la moneta passa dalle famiglie alle imprese); 2. Imprese Famiglie: le imprese domandano luso dei fattori di produzione alle famiglie (la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite, dividendi e interessi).

Introduciamo ora i flussi indiretti tra famiglie e imprese mediati dal settore bancario (S, I), il settore pubblico (T, G) e il settore estero (M, X). Rispetto ai redditi ricevuti dalle famiglie, solo una parte ritorna alle imprese (nazionali) sotto forma di spesa in consumi (C). Il resto esce dal flusso diretto secondo tre modalit di prelievo: risparmio (S), tassazione (T) e importazioni (M). 4. Risparmio netto (S). Il risparmio delle famiglie viene depositato presso le banche. Esistono ovviamente anche flussi dalle banche verso le famiglie (prestiti alle famiglie). Per risparmio netto si intende il flusso netto dalle famiglie alle banche.

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5. Imposte nette (T). Le famiglie e le imprese pagano le imposte al governo. Esistono comunque anche flussi dallo stato alle famiglie e alle imprese: i trasferimenti. Per imposte nette si intende il flusso netto pagato dalle famiglie e dalle imprese. 6. Importazioni (M). Parte dei beni di consumo acquistati proviene da imprese residenti allestero. Inoltre parte dei beni prodotti allinterno contengono componenti importate. Daltra parte, oltre ai consumi delle famiglie, la domanda che si rivolge ai beni prodotti dalle imprese nazionali deriva anche da fonti esterne al flusso ristretto del reddito. Le immissioni nel flusso ristretto sono di tre tipi: 1. Investimenti (I). Gli investimenti delle imprese comprendono gli acquisti in macchinari e impianti e le scorte di prodotti finiti, fattori produttivi e semilavorati. 2. Spesa pubblica (G). Lo stato oltre a effettuare trasferimenti alle famiglie e alle imprese (che rientrano nella voce imposte nette) acquista beni e servizi dalle imprese per costruire scuole, strade, ospedali, eccetera. 3. Esportazioni (X). Parte della produzione delle imprese nazionali acquistata da soggetti residenti allestero.

IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO


IMMISSIONI X

IMPRESE
I

Pagamento dei fattori

FLUSSO RISTRETTO

Consumo di beni e servizi prodotti internamente

Banche ecc.

Settore pubblico

Estero

FAMIGLIE
PRELIEVI

T M

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Lequilibrio si ha quando i prelievi uguagliano le immissioni: S+T+M=I+G+X

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Questo non significa che debba essere anche: (S = I) (T = G) (M = X)

Le decisioni di investimento e di risparmio sono prese da soggetti diversi quindi non detto che risparmio ed investimento debbano uguagliarsi ex ante, cio come variabili programmate (S = I). Allo stesso modo, lo stato non deve necessariamente avere una politica di bilancio in pareggio (T = G), n la domanda programmata di beni di importazione deve necessariamente uguagliare quella di beni di esportazione (M = X).

Torniamo ai quattro obiettivi di politica economica. Se le immissioni ex ante risultano superiori ai prelievi ex ante si ha una domanda aggiuntiva (rispetto alla domanda di beni di consumo delle famiglie) che si rivolge alle imprese nazionali. Questo far aumentare la produzione delle imprese e il reddito nazionale. Quindi si avr: 1. Crescita del prodotto. 2. Aumento delloccupazione (si ipotizza che esista una relazione diretta tra produzione e occupazione). 3. Inflazione (si suppone che le imprese nel tentativo di espandere la produzione incontrino costi crescenti soprattutto quando sono vicine al pieno utilizzo della capacit produttiva). 4. Peggioramento del saldo della bilancia dei pagamenti: se era in pareggio tender ad andare in deficit a causa della maggiore domanda di beni di importazione (si ipotizza che le importazioni aumentino allaumentare del reddito mentre le esportazioni siano esogene e dipendenti dalla domanda mondiale; inoltre, se si in regime di cambi fissi, linflazione interna rende i prodotti nazionali meno competitivi facendo diminuire le esportazioni).

Processo daggiustamento. Se le immissioni ex ante (I, G, X) superano i prelievi ex ante (S, T, M) si in disequilibrio: questo porta ad un aumento del reddito nazionale, al quale si accompagna non solo un aumento della spesa in consumi (C) delle famiglie, ma anche un aumento dei risparmi (S), delle tasse (T) e delle importazioni (M), che tender a riportare in equilibrio leconomia.

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CONTABILIT NAZIONALE [Bibliografia di riferimento: Blanchard, appendice 2] Le variabili macroeconomiche considerate trovano una definizione precisa nella contabilit nazionale. In particolare, qui ci concentriamo sul concetto di reddito. Esistono diverse definizione e misure del reddito di uneconomia. Il prodotto interno lordo (PIL) definito come il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti dai fattori di produzione situati in un dato paese, in un dato periodo di tempo (un anno). NB: nel calcolare il PIL si devono sommare i valori dei soli beni e servizi finali, non anche di quelli intermedi (altrimenti si avrebbero problemi di doppio conteggio). Alternativamente il PIL pu essere calcolato secondo il metodo del valore aggiunto: si considerano tutti i beni e servizi (finali e intermedi), ma per ciascun bene o servizio non si considera il suo valore totale, bens solo il suo valore aggiunto (definito come differenza tra il suo prezzo di mercato e il valore dei beni occorsi alla sua produzione). Se invece di far riferimento ai soggetti presenti, si considerano i soggetti residenti nel paese, si parla di prodotto nazionale lordo (PNL). Ad esempio i profitti di uno stabilimento di propriet statunitense situato in Giappone non rientrano nel PIL statunitense, ma nel PNL. La relazione che lega PNL e PIL la seguente: PNL = PIL + redditi dei fattori nazionali situati allestero redditi dei fattori esteri situati nel paese Per passare dal prodotto lordo al prodotto netto (PIN o PNN), si deve sottrarre dal primo lammortamento del capitale (o consumo di capitale fisso). Ad esempio a partire dal PNL, si ottiene il PNN secondo la seguente relazione: PNN = PNL consumo di capitale fisso Il reddito nazionale definito come il reddito che origina dalla produzione di beni e servizi da parte dei residenti di un dato paese. Esso si ottiene sottraendo le imposte indirette dal PNN e aggiungendo i trasferimenti ricevuti dalle imprese. La relazione che lega reddito nazionale e PNN la seguente:

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Reddito nazionale = PNN imposte indirette + trasferimenti Considerando il flusso circolare del reddito, il reddito nazionale corrisponde anche alla somma di tutti i redditi percepiti dai soggetti residenti in un dato paese: redditi da lavoro (in gran parte salari e stipendi), redditi da lavoro autonomo (redditi delle persone che svolgono un lavoro indipendente), profitti di impresa (differenza tra ricavi e costi), interessi pagati dalle imprese, e rendite (redditi da propriet immobiliari). Reddito nazionale = redditi da lavoro + profitti + interessi + rendite Il calcolo del PIL (e di tutti gli altri aggregati) pu essere fatto a prezzi correnti (PIL nominale) o a prezzi costanti (PIL reale). Nel primo caso si applicano alle quantit prodotte i prezzi di mercato dellanno corrente, nel secondo caso si considerano i prezzi esistenti in un anno base preso come riferimento. Nel confronto tra il PIL in due periodi diversi, il metodo a prezzi costanti consente di isolare le variazioni delle quantit prodotte, astraendo dalle variazioni dei prezzi. Sempre in riferimento al flusso circolare del reddito, come abbiamo visto, il PIL pu essere analizzato dal punto di vista della domanda: domanda di beni di consumo, di beni di investimento, spesa pubblica e domanda estera netta (esportazioni importazioni). PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica + esportazioni nette PRIMO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: CRESCITA Crescita effettiva e potenziale. La crescita effettiva riguarda il prodotto interno lordo (valore dei beni e servizi prodotti in un anno nel territorio di un certo paese) o, secondo unaltra definizione, il prodotto nazionale lordo (valore dei beni e servizi prodotti in un anno da soggetti economici residenti in un certo paese). La crescita potenziale riguarda la capacit produttiva delleconomia (il prodotto potenziale). Nel breve periodo la crescita dipende dalle variazioni della domanda aggregata. Nel lungo periodo, la crescita effettiva deve essere sostenuta anche da unadeguata crescita del prodotto potenziale (altrimenti la crescita della domanda si scarica sui prezzi generando inflazione).

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Secondo una rappresentazione diffusa, landamento della produzione pu essere scomposto in una componente ciclica e una componente di trend. Il ciclo viene descritto come susseguirsi di ripresa, boom, rallentamento, recessione. Tuttavia la variabilit nella durata e nella dimensione delle fasi rende problematico individuare i cicli in concreto. Ex post, peraltro, anche un processo tipo random walk (cio un processo in cui di periodo in periodo la crescita della produzione varia in modo completamente aleatorio) pu essere descritto come susseguirsi di cicli di diversa durata ed ampiezza. Inoltre la teoria non spiega landamento ciclico ma si limita a descriverlo.

Il trend determinato dalla crescita potenziale, la quale dipende dallaumento delle risorse disponibili (capitale, lavoro, terra e materie prime) e dalla loro produttivit. Capitale. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta lo stock di capitale. Ipotizziamo che il rapporto capitale / prodotto (K / Y) sia costante e pari a k: k=K/Y Allora sar costante e pari a k anche il suo rapporto incrementale (K / Y): k = (K / Y) Sia i la proporzione del reddito nazionale investita: i = I / Y = K / Y Sia s la proporzione del reddito nazionale risparmiata: s=S/Y Ipotizziamo che tutto il risparmio sia investito: S=I Il tasso di crescita del prodotto (g = Y / Y) allora il seguente:

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g = Y / Y = (Y / K)(K / Y) = (Y / K)(I / Y) = i / k = s / k Lavoro. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta la popolazione attiva (o forza lavoro): popolazione attiva = occupati + persone in cerca di occupazione La popolazione attiva aumenta (1) se aumenta il tasso di partecipazione e (2) se aumenta la popolazione totale: tasso di partecipazione = popolazione attiva / popolazione totale Terra e materie prime. Il prodotto potenziale aumenta se aumentano le risorse disponibili. Secondo Sloman la scoperta di materie prime, come ad esempio il petrolio, una questione di fortuna. Produttivit dei fattori. Date le quantit dei fattori, il prodotto potenziale aumenta se aumentano le loro produttivit. Secondo unipotesi diffusa, quando aumenta la disponibilit di un solo fattore produttivo mentre gli altri rimangono fissi, il prodotto aumenta ma a tassi decrescenti (produttivit marginale decrescente). Questo fa diminuire il tasso di rendimento del fattore in questione. Questipotesi prende il nome di legge della produttivit marginale decrescente. Politiche in favore della crescita. Le politiche di domanda influiscono sul livello e sulla composizione della domanda aggregata. Le politiche di offerta influiscono sul prodotto potenziale. SECONDO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: OCCUPAZIONE Si definiscono disoccupate le persone in et lavorativa che sono senza lavoro ma che vorrebbero lavorare alle condizioni di mercato esistenti (nelle definizioni statistiche pi importanti si aggiunge anche la condizione che le persone siano alla ricerca attiva di un lavoro). Come abbiamo visto, si definisce forza lavoro linsieme delle persone occupate e delle persone disoccupate. Il tasso di disoccupazione il rapporto tra disoccupati e forza lavoro. Misure della disoccupazione.

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1. In Italia la definizione ufficiale di disoccupazione quella dellISTAT (Istituto nazionale di statistica): disoccupato chi ha pi di 15 anni e dichiara di non aver lavorato neanche unora in un dato periodo, ma di essere comunque in cerca di lavoro e di essere disposto ad accettare un lavoro se gliene viene offerta la possibilit. 2. Disoccupazione di diritto: numero di persone che ricevono sussidi di disoccupazione (nei paesi in cui esiste quest'istituto). 3. Tasso di disoccupazione standardizzato. Indice statistico calcolato dallILO (International Labour Office) e dallOCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Si dice standardizzato perch applica la stessa definizione ai diversi paesi per i quali calcolato. Offerta di lavoro (SL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di lavoratori (l) disposti ad accettare un lavoro (curva crescente). Domanda di lavoro (DL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di lavoratori (l) che le imprese sono disposte ad impiegare (curva decrescente). Equilibrio: lincontro tra le due curve determina il livello di occupazione (le) e il salario dequilibrio (we).

IL MERCATO DEL LAVORO

Salario reale medio

Offerta di lavoro (SL)


numero di lavoratori disposti ad accettare un lavoro per un dato salario reale

SL

Domanda di lavoro (DL)


numero di lavoratori che le imprese sono disposte ad assumere a un dato salario reale

we

EQUILIBRIO SUL MERCATO DEL LAVORO DL le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Disoccupazione di disequilibrio: quando lofferta superiore alla domanda e il salario rigido (e rimane quindi ad un valore superiore a we). In tal caso si ha l < le (cio disoccupazione).
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1. Disoccupazione da salario reale. I sindacati, ammesso che siano uniti, col loro potere di mercato impongono un salario superiore a quello dellequilibrio concorrenziale. Graficamente, il monopolio nellofferta di lavoro permette al sindacato di scegliere un particolare punto della curva di domanda di lavoro: se il sindacato fissa w ad un livello superiore a we (sulla curva di domanda di lavoro) si ha disoccupazione (l < le).

DISOCCUPAZIONE DA SALARIO REALE TROPPO ALTO


Salario reale medio
DISOCCUPAZIONE DI DISEQUILIBRIO

SL

In corrispondenza del livello di salario reale w1 loccupazione pari a l1 l1 < le

w1 we DL l1 le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

NB: simmetricamente, anche se nella maggior parte dei manuali (tra i quali lo Sloman) non si dice, si pu avere disoccupazione anche se i salari sono troppo bassi a causa del potere di mercato delle associazioni padronali. Graficamente, il monopolio nella domanda di lavoro permette alle associazioni padronali di scegliere un particolare punto della curva di offerta di lavoro: se Confindustria fissa w ad un livello inferiore a we (sulla curva dofferta di lavoro) si ha un livello di occupazione inferiore a quello dequilibrio (l < le).

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SOTTO-OCCUPAZIONE DA SALARIO REALE TROPPO BASSO


Salario reale medio

SL

In corrispondenza del livello di salario reale w1 le imprese assumono un numero di lavoratori pari a l1 l1 < le

we w1 DL l1 le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. Disoccupazione da carenza di domanda. Nelle fasi recessive del ciclo economico le imprese riducono la produzione e loccupazione. 3. Disoccupazione da crescita dellofferta di lavoro. Se aumenta lofferta di lavoro, il salario dequilibrio diminuisce. Se c rigidit verso il basso nei salari si ha disoccupazione. Disoccupazione dequilibrio: si introduce una terza curva rappresentante il numero di persone che cercano un lavoro ma che non per questo sono disposte ad accettare un lavoro esistente (N); la differenza tra N e SL indica il numero di persone che cercano un lavoro ma che non sono disposte ad accettare un lavoro esistente. La disoccupazione dequilibrio viene chiamata anche disoccupazione naturale (cosa ci sia di naturale non chiaro). 1. Disoccupazione frizionale. Persone che perdono il lavoro e ne cercano uno nuovo ma preferiscono non accettare il primo impiego che gli viene offerto nella speranza di trovarne uno migliore (problema di informazione). Si tratta di disoccupazione dequilibrio nel senso che gli individui che cercano lavoro, scelgono di non accettare un lavoro esistente. 2. Disoccupazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale delleconomia si modifica la domanda di lavoro nei vari settori. A livello aggregato la domanda e lofferta di lavoro possono anche rimanere invariate, ma viene comunque meno la corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro nei singoli settori. Questo pu accadere a causa di variazioni nella composizione della domanda o nelle tecniche di

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produzione che tendono a sostituire lavoro con macchine (in questo caso si ha una diminuzione netta della domanda di lavoro e si parla di disoccupazione tecnologica). Quando la disoccupazione strutturale si manifesta in particolari aree territoriali si parla di disoccupazione regionale. 3. Disoccupazione stagionale. In alcuni settori la domanda di lavoro legata a fattori stagionali.

DISOCCUPAZIONE DI EQUILIBRIO

Salario reale medio

Al salario dequilibrio alcuni lavoratori non sono disposti a lavorare e preferiscono attendere un posto migliore

SL

DISOCCUPAZIONE DI EQUILIBRIO

we

La disoccupazione di equilibrio pari alla differenza tra forza lavoro totale (N) e offerta di lavoro

DL le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

TERZO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: INFLAZIONE Il tasso di inflazione misura laumento percentuale dei prezzi. 1. Inflazione da domanda. La causa sono aumenti continui della domanda, ai quali le imprese rispondono aumentando in parte la produzione e in parte i prezzi (secondo linclinazione della curva dofferta). Graficamente: spostamento verso destra della curva di domanda aggregata (per ogni livello del prezzo la quantit domandata maggiore) e conseguente movimento lungo la curva dofferta aggregata.

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INFLAZIONE DA DOMANDA

p Yo p2 p1

Quanto pi inclinata la curva dofferta aggregata, tanto pi aumenti della domanda si riflettono in aumenti dei prezzi, con un impatto modesto sulla produzione

Yd2 Yd1 Y1 Y2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. Inflazione da costi. La causa sono aumenti continui dei costi di produzione, i quali si traducono in parte in aumenti dei prezzi e in parte in diminuzioni della quantit dequilibrio (secondo linclinazione della curva di domanda). Graficamente: spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata (la stessa quantit deve ora essere venduta ad un prezzo pi alto per recuperare i maggiori costi) e conseguente movimento lungo la curva di domanda aggregata.

INFLAZIONE DA COSTI

Yo2 Yo1

Quanto pi inclinata la curva di domanda aggregata, tanto pi gli spostamenti della curva dofferta si scaricano sui prezzi, con un impatto modesto sulla produzione

p2 p1 Yd Y2 Y1 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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3. Inflazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale delleconomia (perch si modifica la struttura della domanda e/o quella dellofferta) alcune industrie registrano eccessi di domanda e altre eccessi dofferta. Nelle prime si registrer un aumento dei prezzi (e della produzione) e nelle seconde una diminuzione dei prezzi (e della produzione). Limpatto relativo sui prezzi e sulla produzione dipende dallelasticit delle curve dofferta dei vari settori. A livello aggregato si possono quindi avere tanto aumenti quanto diminuzioni dellindice aggregato dei prezzi. 4. Aspettative di inflazione. Linflazione corrente dipende inoltre dal tasso atteso di inflazione il quale viene incorporato nei contratti. Il tasso di inflazione risulta importante nel determinare il tasso di interesse reale. Con un tasso di interesse (nominale) del 10%, dando a prestito un euro, se ne riceve dopo un anno 1,1. Tuttavia, dal punto di vista dei beni che si possono acquistare, se anche i prezzi sono aumentati del 10%, in termini reali, non si ottenuto alcun interesse (nel senso che il potere dacquisto di 1,1 euro fra un anno lo stesso di un euro oggi). La relazione che lega tasso di interesse reale (definito in termini dei beni che si possono acquistare), tasso di interesse nominale (definito in termini monetari) e tasso di inflazione la seguente: tasso di interesse reale = tasso di interesse nominale tasso di inflazione Considerando linflazione attesa invece di quella effettiva si ottiene lequazione di Fisher: tasso di interesse reale atteso = tasso di interesse nominale tasso atteso di inflazione

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2.

La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 8] LA SCUOLA KEYNESIANA E IL PROBLEMA DELLA DOMANDA AGGREGATA

La scuola keynesiana nasce negli anni trenta nel contesto della riflessione sulle cause della grande depressione. Keynes, in aperta polemica con la teoria allora (e tuttora) dominante secondo cui le cause della disoccupazione erano da individuarsi in un livello eccessivamente alto del salario reale, ritiene che le cause della depressione siano nella carenza della domanda aggregata.

Secondo Keynes, leconomia si era avvolta in un circolo vizioso: la domanda aggregata era bassa perch era basso il livello del reddito; il reddito era basso perch i salari e loccupazione erano bassi; salari e occupazione erano bassi perch era basso il livello della produzione; la produzione era bassa perch erano bassi i consumi e la domanda in generale.

La soluzione proposta da Keynes consiste nellinterrompere tale circolo vizioso attraverso interventi volti ad aumentare la domanda aggregata ad esempio aumentando la spesa pubblica o riducendo le tasse (politiche fiscali espansive). LA LEGGE DI SAY E LA DOMANDA EFFETTIVA

I liberisti della scuola austriaca e neoclassica insistevano sulla validit della cosiddetta legge di Say. La legge di Say afferma che lofferta crea da s la propria domanda. Lidea prende forma considerando uneconomia di baratto. In uneconomia di baratto, lo scambio del bene X avviene direttamente con il bene Y. Dire che ad un dato livello del prezzo relativo tra i due beni pX / pY vi un eccesso di offerta per il bene X lo stesso che dire che, a quel livello del prezzo, vi un eccesso di domanda del bene Y (in altri termini, al prezzo corrente, pX / pY, ci sono pi persone che hanno il bene X e che vorrebbero scambiarlo col bene Y di quante non siano le persone che hanno il bene Y e vorrebbero scambiarlo col bene X). Leccesso di offerta di un bene necessariamente un eccesso di domanda per un altro bene.

La legge di Say implica che non ci pu essere disoccupazione involontaria poich una carenza di domanda in un settore si accompagna sempre ad unabbondanza di domanda in

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un altro settore, di conseguenza, i lavoratori espulsi dal settore in contrazione possono essere occupati nel settore in espansione. In uneconomia monetaria, i beni non si scambiano direttamente tra loro, ma con moneta. In tal caso la legge di Say vale soltanto se gli individui che vendono il bene X spendono tutta la moneta che ricevono per acquistare il bene Y. Se viceversa la moneta viene risparmiata (in vista di spese future), leccesso di offerta del bene X pu non comportare alcun eccesso di domanda per il bene Y (semplicemente perch quelli che hanno venduto il bene X, invece di comprare il bene Y, preferiscono tenersi i soldi in forma liquida). A livello aggregato viene quindi meno la condizione che garantisce che lofferta aggregata e la domanda aggregata si uguaglino. La legge di Say vale dunque solo nel caso particolare in cui non c tesaurizzazione della moneta. In un sistema in cui la moneta svolge un ruolo essenziale come riserva di valore, la tesi di Say non valida ed possibile che si verifichino crisi da insufficienza della domanda aggregata. Say un economista francese di fine Settecento fortemente criticato da Marx. Questultimo evidenzia che, in uneconomia monetaria, luguaglianza tra domanda aggregata e offerta aggregata non affatto garantita proprio per via della possibilit di tesaurizzazione della moneta (teoria marxiana della crisi). Keynes sviluppa la critica attraverso il principio della domanda effettiva. Secondo tale principio il livello del prodotto (e quindi delloccupazione) dipende dal livello della domanda aggregata. Non la domanda che si adegua allofferta come sostenuto da Say, bens lofferta che si adegua alla domanda. Le ipotesi di fondo su cui si basa il principio della domanda effettiva sono due: 1. il mercato dei beni non caratterizzato da concorrenza perfetta; 2. le imprese tendono a tenere i prezzi fissi (adeguando piuttosto la produzione alle variazioni della domanda). Con queste ipotesi la curva dofferta risulta orizzontale (p = p) e variazioni della domanda aggregata (Yd) si scaricano interamente sulle quantit dequilibrio della produzione (Yo) e non sui prezzi.

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IL PRINCIPIO DELLA DOMANDA EFFETTIVA

La domanda aggregata determina il livello di produzione di equilibrio delleconomia


Yd Y*

Yo Yd1 Y** Yd, Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Il meccanismo di aggiustamento che porta lofferta ad adeguarsi alla domanda il seguente: se la produzione inferiore al livello dequilibrio di produzione (Y < Y*) si ha un eccesso di domanda (Yd > Yo); le imprese utilizzano le scorte; nel periodo successivo esse vorranno ricostituire il livello di scorte desiderato e aumenteranno quindi la produzione finch (Y = Y*). Il punto che tale processo daggiustamento assicura che la quantit offerta si adegui alla quantit domandata ma non che la domanda sia ad un livello sufficiente ad occupare tutte le risorse disponibili. LA FUNZIONE KEYNESIANA DEL CONSUMO

Secondo Keynes la principale variabile da cui dipende il livello di consumo (C) delle famiglie il reddito corrente: C = C(Yo) Assumiamo, per semplicit, una funzione lineare: C = a + bYo a > 0; 0 < b < 1

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FUNZIONE DEL CONSUMO LINEARE C=a+bYo


C

a>0, 0<b<1

b a

Yo

a: consumo di sussistenza b: propensione marginale Elementi di economia, Il Mulino, 2002 Sloman, al consumo

Lintercetta (a) indica il consumo di sussistenza. Il coefficiente angolare (b) la propensione marginale al consumo (PMGC): PMGC = dC / dYo = b Definiamo inoltre la propensione media al consumo (PMEC): PMEC = C / Y = a / Y + b Essendo il risparmio (S) la differenza tra il reddito e il consumo (S = Yo C), la definizione di una particolare funzione del consumo definisce anche una particolare funzione del risparmio: S = Yo C = Yo a bYo = a + (1 b)Yo

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FUNZIONE DEL RISPARMIO LINEARE S=YoC= Yo abYo=a+(1b)Yo


S

a>0, 0<b<1

(1b) a

Yo

a: risparmio di sussistenza 1b: propensione marginale al risparmio

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Lintercetta (a) indica il risparmio di sussistenza (negativo). Il coefficiente angolare (1 b) la propensione marginale al risparmio (PMGS): PMGS = dS / dYo = 1 b La propensione media al risparmio (PMES) : PMES = S / Y = a / Y + (1 b) IL MOLTIPLICATORE Il modello del moltiplicatore, nella sua formulazione generale, si basa su tre principi teorici: 1. Il principio della domanda effettiva (p = p; Yo = Yd = Y) 2. Lequazione della domanda aggregata (Yd = C + I + G + X) 3. La funzione del consumo (C = C(Yo)). Per semplicit facciamo le seguenti ipotesi: 1. I = I (linvestimento esogeno e pari al livello I)

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2. G = G (la spesa pubblica esogena e pari al livello G) 3. X = 0 (si tratta cio di uneconomia chiusa) 4. C = a + bYo (funzione del consumo lineare). Il modello del moltiplicatore allora il seguente: Yo = Yd = Y Yd = C + I + G C = a + bYo Sostituendo: Y = a + bY + I + G Da cui si ricava il reddito dequilibrio: Y* = [1 / (1 b)](a + I + G) Indichiamo con m il moltiplicatore e con A e la domanda aggregata esogena: m = 1 / (1 b) A=a+I+G Il reddito dequilibrio allora dato dalla seguente equazione: Y* = mA 1 < m < +

Il principio del moltiplicatore pu essere enunciato come segue: un aumento esogeno della domanda aggregata produce un aumento proporzionalmente maggiore nel reddito dequilibrio (m > 1).
Y* = mA

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Dal punto di vista economico, si immagini un aumento della domanda esogena A pari a 1 euro volto alla costruzione di un ponte (il discorso lo stesso sia se la domanda aumenta a causa di un aumento esogeno della spesa pubblica G, sia se aumenta a causa di un aumento esogeno degli investimenti privati I): A = 1. Questaumento della domanda di 1 euro si traduce in un aumento del reddito dei lavoratori assunti per la costruzione del ponte e di tutti quanti vendano allo stato o allimpresa privata le risorse necessarie per la costruzione del ponte. Complessivamente, il reddito delle famiglie aumenta dunque anchesso di 1 euro. Secondo la funzione del consumo, una parte di questaumento di reddito delle famiglie, pari a un euro, sar consumata (b), mentre la restante parte sar risparmiata (1 b). La parte b spesa in consumo a sua volta produrr un aumento della produzione di b euro (e ritorner alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore aumento del reddito pari a b euro (essendo b < 1, questo nuovo aumento di reddito inferiore ad un euro). E il processo continua. Una parte (b) di questulteriore aumento di reddito delle famiglie, di b euro, sar consumata (b2 euro), mentre la restante parte sar risparmiata ((1 b)b euro). I b2 euro spesi in consumo a loro volta produrranno un aumento della produzione di b2 euro (e ritorneranno alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore aumento del reddito pari a b2 euro (essendo b < 1, questulteriore aumento di reddito inferiore al precedente: b2 < b). Il processo continua producendo un aumento totale del reddito pari a: Y = 1 + b + b2 + b3 + + bn + Si tratta di una serie geometria di ragione b, la quale pari a 1/(1 b) se, come nel nostro caso, b < 1. Y = 1 + b + b2 + b3 + + bn + = 1/(1 b)

Dal punto di vista grafico, il modello del moltiplicatore pu essere rappresentato riportando sugli assi cartesiani lofferta (asse orizzontale) e la domanda (asse verticale) aggregate. La bisettrice del primo quadrante (retta a 45) indica il luogo dei punti in cui vale lequilibrio D = O. La funzione di domanda aggregata rappresentata dalla retta di

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intercetta pari ad A e coefficiente angolare pari a b. Lintersezione tra la retta di domanda aggregata e la retta a 45 determina il reddito dequilibrio.

DERIVAZIONE GRAFICA DELLEQUILIBRIO (RETTA A 45)

Yd Yd=Yo Yd

Y*

Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Una variazione (verticale) della domanda esogena (A) produce una variazione (orizzontale) pi che proporzionale nel reddito dequilibrio.

IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE (RETTA A 45)


Yd

Un aumento della domanda aggregata esogena (da A0 a A1) determina un aumento proporzionalmente maggiore del reddito (da Y* a Y**) Y* = mA 1 < m < +

Yd1 Yd0 A1 A0 Yd=Yo Y* Y** Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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Un modo alternativo di analizzare il modello del moltiplicatore si basa sulla funzione del risparmio (invece che sulla funzione del consumo). Riconsideriamo la condizione dequilibrio e sostituiamo S al posto di Yo C: Yo = Yd = C + I + G Yo C = I + G S=I+G La condizione dequilibrio allora la seguente: a + (1b)Yo = I + G

Dal punto di vista grafico, questo diverso modo di guardare al moltiplicatore pu essere rappresentato tramite la funzione del risparmio e le funzioni esogene degli investimenti e della spesa pubblica:

DERIVAZIONE GRAFICA DELLEQUILIBRIO (S=I)

S I+G S I+G Y* Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE (S=I)


S I+G S I1 + G1 I0 + G0 a Y* Y** Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LA POLITICA FISCALE Le politiche fiscali (variazioni esogene di G e/o di T) che fanno aumentare il reddito dequilibrio costituiscono interventi espansivi, quelle che lo fanno diminuire, interventi restrittivi. Un aumento della spesa pubblica (G) produce una traslazione verso lalto della retta di domanda aggregata e un conseguente aumento pi che proporzionale del reddito dequilibrio. NB: si suppone che laumento della spesa pubblica, G, sia finanziato senza influire sulle variabili che compaiono esplicitamente nel modello. Ad esempio si pu immaginare che la spesa pubblica aggiuntiva sia finanziata stampando moneta e che questo non abbia alcun impatto sul livello dei prezzi (i quali sono per ipotesi fissi nel modello), n sulle variabili finanziarie (come ad esempio il tasso dinteresse) le quali potrebbero avere effetti di ritorno sulle variabili contemplate esplicitamente nel modello. Un aumento delle imposte (T) fa diminuire il reddito dequilibrio. In presenza di tasse, il consumo dipende dal reddito disponibile (Yd), cio dal reddito al netto del prelievo fiscale. Il reddito disponibile si definisce come segue: Yd = Y T La funzione del consumo prende allora la seguente forma:
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C = a + bYd C = a + b(Y T) Esistono diverse forme di tassazione. La forma pi semplice (dal punto di vista del modello teorico) quella in somma fissa, secondo la quale si suppone il livello di tassazione (T) sia fissato esogenamente dallo stato in modo del tutto indipendente dalle altre variabili del modello (come ad esempio il reddito): T = T. Forme di tassazione pi realistiche sono quella proporzionale e progressiva rispetto al reddito. Nel primo caso il livello della tassazione aumenta proporzionalmente al reddito: T = tY; nel secondo caso aumenta pi che proporzionalmente: se t1, t2, , tn sono le aliquote di imposta sui diversi scaglioni di reddito ordinati in senso crescente, la tassazione progressiva tale che t1 < t2 < < tn. Nel nostro modello, per semplicit, assumiamo una tassazione in somma fissa (T = T). La funzione del consumo allora: C = a + b(Y T) Introduciamo ora questa funzione del consumo, in cui abbiamo esplicitato le tasse T, nel modello del moltiplicatore: Y = a + b(Y T) + I + G Il reddito dequilibrio ora il seguente: Y* = [1 / (1 b)](a + I + G bT) Limpatto sul reddito dequilibrio di una variazione della spesa pubblica [1 / (1 b)] maggiore dellimpatto di una variazione del prelievo fiscale [b / (1 b)]. Consideriamo due interventi espansivi di uguale portata, uno aumentando la spesa pubblica, laltro diminuendo le tasse. Sia G = 1 (la spesa pubblica aumenta di 1 euro). Si ha allora un effetto diretto sulla domanda aggregata pari a 1 euro, cui seguono gli effetti moltiplicativi indiretti (b + b2

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+ b3 + ) causati dallaumento del reddito delle famiglie (i quali, sommati alleffetto diretto, producono alla fine un aumento del reddito di 1 / (1 b) euro). Sia ora T = 1 (le tasse si riducono di 1 euro). Qui non si ha alcun effetto diretto sulla domanda aggregata; si hanno solo gli effetti indiretti (b + b2 + b3 + ) generati dallaumento del reddito disponibile (producendo alla fine un aumento del reddito pari a b / (1 b) euro). Rispetto al caso in cui aumenta la spesa pubblica, viene ora meno laumento diretto della domanda aggregata di 1 euro. Leffetto sul reddito di un aumento della spesa pubblica di 1 unit, 1 / (1 b), quindi superiore a quello della riduzione dellimposizione fiscale di 1 unit, b / (1 b): 1 / (1 b) > b / (1 b) il primo effetto superiore al secondo di 1 unit. IL BILANCIO DELLO STATO Dal punto di vista del bilancio dello stato una politica espansiva (aumento della spesa pubblica e/o riduzione delle imposte) implica un peggioramento del saldo di bilancio (G T). Lammontare del disavanzo determina il fabbisogno finanziario del settore pubblico (cio lammontare di risorse necessarie a finanziare il disavanzo). Per finanziare il disavanzo di bilancio lo stato deve emettere titoli del debito pubblico che possono essere acquistati dalla banca centrale (in questo caso, la banca centrale emette moneta) o dai privati. In questo secondo caso, lo stato negli anni successivi dovr pagare gli interessi sul debito accumulato. Il saldo di bilancio pu allora essere espresso dalla seguente relazione: BS = T G rB Dove r il tasso di interesse sul debito, B lo stock di titoli del debito pubblico in circolazione e (T G) lavanzo primario. IL MOLTIPLICATORE DEL BILANCIO IN PAREGGIO Consideriamo ora, come caso particolare del modello del moltiplicatore, lipotesi in cui il bilancio dello stato rimane in pareggio (G = T). Sostituendo nellequazione della domanda aggregata (G = T):

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Y = a + b(Y G) + I + G Il reddito dequilibrio il seguente: Y* = [1 / (1 b)](a + I) + G Il moltiplicatore risulta pari a 1: un aumento di 1 euro di spesa pubblica finanziato con un aumento di 1 euro di prelievo fiscale aumenta esattamente di 1 euro il reddito dequilibrio (gli ulteriori effetti moltiplicativi sulla domanda sono annullati dallaumento dellimposizione fiscale). NB: Il reddito aumenta senza alcun impatto sul bilancio dello stato. Questo significa che la politica fiscale pu aumentare il reddito e loccupazione senza produrre alcun deficit di bilancio pubblico: se lo stato vuole aumentare il reddito di 100 euro, deve aumentare simultaneamente tasse e spesa pubblica di 100 euro. La diminuzione delle tasse, invece, perde i suoi effetti espansivi in un contesto in cui lo stato non possa andare in deficit: in tale contesto, la riduzione delle tasse dovr infatti essere accompagnata da una riduzione anche della spesa pubblica, con un effetto complessivo restrittivo sul reddito e sulloccupazione. LE VARIAZIONI DEI PREZZI Il modello del moltiplicatore considerato a prezzi fissi. Si suppone cio che le variazioni della domanda si traducano interamente in variazione della produzione. Questipotesi plausibile quando esistono molte risorse inutilizzate. Quando le imprese operano a livelli prossimi al pieno impiego della capacit produttiva (Ypo), gli aumenti della domanda tendono a scaricarsi in aumenti dei prezzi. Graficamente come se assumessimo che i prezzi non varino finch la domanda inferiore al reddito di pieno impiego (curva dofferta orizzontale per 0 Y < Ypo) e che poi ogni ulteriore aumento di domanda si scarichi interamente sui prezzi, lasciando invariata la produzione (curva dofferta verticale per Y = Ypo)

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LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA NEL MODELLO KEYNESIANO

Per livelli di produzione inferiori al reddito di piena occupazione, i prezzi rimangono fissi Dopodich laumento della domanda produce solo aumenti dei prezzi

Ypo Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

In generale, piuttosto che ipotizzare una curva dofferta ad angolo, si pu supporre che questa sia inclinata positivamente (e che linclinazione aumenti allaumentare della produzione) e che, quindi, le variazioni della domanda producano variazioni sia nella quantit prodotta, sia nei prezzi.

LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA

Quando la produzione lontana dalla piena occupazione, incrementi di domanda provocano forti aumenti della produzione e aumenti contenuti dei prezzi. Avvicinandosi al pieno impiego i prezzi aumentano sempre di pi

Ypo Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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In tal caso, il moltiplicatore minore rispetto al modello a prezzi fissi poich gli aumenti della domanda aggregata si traducono solo in parte in aumenti della produzione (laltra parte si traduce in aumenti dei prezzi).

VARIAZIONI DELLA DOMANDA E CURVE DOFFERTA


p Yo

Yo Yd Y* Y** Yd1 Yd, Yo Y* Yd Y** Yd1 Yd, Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LA CURVA DI PHILLIPS Relazione empirica (inversa) tra tasso di aumento dei salari e tasso di disoccupazione. Dato che nel periodo considerato da Phillips (18611957 per lInghilterra) il tasso di crescita dei salari rimase mediamente superiore di circa il 2% al tasso di crescita dei prezzi, possibile individuare una relazione inversa anche tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione (rispetto alla curva con il tasso di aumento dei salari, la curva con il tasso dinflazione sta pi in basso).

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LA CURVA DI PHILLIPS

Curva di Phillips (sui prezzi): Relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione

Tasso di inflazione

Curva di Phillips: relazione inversa tra tasso di crescita dei salari e tasso di disoccupazione

Curva di Phillips (salari) Curva di Phillips (prezzi) Disoccupazione

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

NB: la produttivit del lavoro aumenta continuamente nel tempo per effetto del progresso tecnico, di conseguenza aumenti dei salari superiori agli aumenti dei prezzi non intaccano necessariamente la crescita dei profitti. Ad esempio, con una crescita annua della produttivit del 10%, se i salari crescono del 7% e i prezzi del 5%, i profitti crescono dell8%: i ricavi aumentano infatti del 15% (a parit di quantit di lavoro utilizzata, loutput cresce del 10%, e viene inoltre venduto ad un prezzo pi alto del 5%) mentre i costi aumentano del 7%; quindi i profitti aumentano dell8%. In generale, quindi, in presenza di progresso tecnico, affinch la distribuzione tra salari e profitti rimanga invariata, i salari devono crescere ad un tasso superiore al tasso dinflazione, beneficiando cos, assieme a profitti, degli aumenti di produttivit.

Dal punto di vista dello schema domanda aggregata offerta aggregata, la curva di Phillips pu essere interpretata come la conseguenza di spostamenti della curva di domanda in presenza di una curva dofferta crescente: quando aumenta la domanda, diminuisce la disoccupazione e aumenta linflazione; il contrario accade quando la domanda diminuisce (spostamenti lungo la curva di Phillips). Gli spostamenti della curva sarebbero invece legati ai fattori esogeni dello schema domanda aggregata offerta aggregata: disoccupazione frizionale e strutturale, inflazione da costi da costi e strutturale, aspettative.

Lipotesi che esistesse una curva di Phillips relativamente stabile nella realt ha suggerito che esistesse un ventaglio di combinazioni inflazione disoccupazione nellambito del

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quale i governi potessero scegliere, attraverso opportune politiche economiche, la combinazione ritenuta ideale. Tale ipotesi si dimostrata infondata alla luce dellaumento congiunto dei tassi dinflazione e di disoccupazione nella maggior parte dei paesi capitalisti occidentali negli anni 80 (laumento contemporaneo dellinflazione e della disoccupazione prende il nome di stagflazione, dallinglese stagflation). Una possibile spiegazione che la curva di Phillips si sia spostata nel tempo. LACCELERATORE Nella teoria del moltiplicatore le variazioni del reddito sono ricondotte a variazioni della domanda. In particolare le variazioni esogene degli investimenti (legate alle aspettative dei capitalisti) sono una delle principali cause dellalternarsi di periodi di espansione e recessione. Accanto alle variazioni della domanda possibile introdurre anche i cambiamenti nelle condizioni dellofferta per spiegare la dinamica della produzione. La teoria dellacceleratore spiega il livello dei nuovi investimenti facendolo dipendere dal tasso di crescita della produzione: gli investimenti (lasciando da parte quelli necessari a rimpiazzare il capitale che diventa obsoleto) aumentano la capacit produttiva. A fronte di un aumento della domanda (che gli investitori considerano duraturo) si avr dunque un aumento degli investimenti e della capacit produttiva. Mentre il livello della produzione varia lentamente nel tempo, il suo tasso di crescita (da cui secondo questo modello dipendono le variazioni degli investimenti) varia in misura molto maggiore. Questo spiega lalta volatilit degli investimenti. La teoria dellacceleratore pu allora essere enunciata affermando che le variazioni degli investimenti sono molto pi accentuate di quelle del reddito nazionale. Facendo interagire il principio del moltiplicatore e quello dellacceleratore si producono effetti cumulati sul ciclo economico: 1. Le variazioni del reddito producono effetti accentuati sugli investimenti (acceleratore); 2. Le variazioni degli investimenti producono aumenti proporzionalmente maggiori nel reddito (moltiplicatore). 3. Le risultanti variazioni del reddito si riflettono nuovamente sugli investimenti attraverso lacceleratore, e cos via.

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IL CICLO ECONOMICO Le scorte variano in senso anticiclico rispetto alla dinamica della produzione. Di fronte ad aumenti della domanda, le imprese rispondono innanzi tutto utilizzando le scorte di magazzino accumulate. Solo quando laumento di domanda dovesse confermarsi duraturo (cio quando il livello delle scorte desiderato dovesse scendere troppo) esse saranno disposte ad aumentare la capacit produttiva. NB: dal punto di vista contabile, le scorte sono considerate come una componente degli investimenti, per cui laumento delle scorte nelle fasi recessive del ciclo appare in contabilit come un investimento. Fattori che incidono sul persistere delle fasi espansive e recessive: 1. Il processo daggiustamento nel flusso circolare del reddito prende tempo; 2. Linterazione tra moltiplicatore e acceleratore produce effetti cumulati. Fattori che incidono sullinversione del ciclo: 1. Nelle fasi espansive, il raggiungimento del pieno utilizzo della capacit produttiva impedisce, nel breve periodo, ulteriori aumenti della produzione ( necessario investire per ampliare ulteriormente la capacit produttiva, il che richiede tempo). 2. Nelle fasi recessive, il consumo di sussistenza delle famiglie garantisce un livello minimo di domanda al di sotto del quale il consumo non scende ulteriormente. 3. Secondo il principio dellacceleratore, gli aumenti degli investimenti devono essere sostenuti da una crescita sempre maggiore del consumo. Se la crescita del consumo rallenta, gli investimenti diminuiranno e il ciclo tender ad invertirsi. 4. Nel corso del ciclo, la politica economica interviene spesso in senso anticlico comprimendo la domanda nelle fasi espansive (per impedire effetti inflazionistici) ed espandendola nelle fasi recessive (per impedire una caduta della domanda e un aumento della disoccupazione). Le politiche di stabilizzazione dellandamento della produzione attorno al suo trend prendono il nome di politiche di fine tuning. Accanto alle politiche di fine tuning, lattenuazione del ciclo dipende dallesistenza di stabilizzatori automatici: 1. Una tassazione dipendente dal reddito (invece di quella completamente esogena ipotizzata nel nostro modello semplificato) implica un aumento del gettito fiscale nelle fasi espansive (poich aumenta il reddito) e una diminuzione nelle fasi recessive. Questo riduce le variazione del reddito disponibile (da cui dipendono i consumi) rispetto alle variazioni del reddito e attenua gli effetti moltiplicativi.

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2. Un altro stabilizzatore automatico costituito dai sussidi di disoccupazione i quali sostengono la domanda nelle fasi recessive del ciclo.

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3.

Moneta e politica monetaria [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 9] FUNZIONI DELLA MONETA

Mezzo di scambio: strumento accettato per convenzione o per forza legale come mezzo di pagamento. Unit di conto: unit di misura dei prezzi di beni, servizi e attivit finanziarie. Riserva di valore: strumento per trasferire nel tempo potere dacquisto. IL SISTEMA FINANZIARIO

Le banche 1. Banche commerciali: si rivolgono ad un pubblico indistinto; 2. Banche daffari (o di investimento): forniscono linee di credito alle imprese.

Passivit bancarie (debiti delle banche nei confronti di quanti abbiano depositato i propri risparmi). 1. Depositi a vista: depositi che possono essere prelevati senza penale (per esempio depositi in conto corrente). 2. Depositi vincolati: depositi che possono essere prelevati solo con un preavviso e/o pagando una penale (per esempio libretti di risparmio). 3. Certificati di deposito: prodotti finanziari emessi e gestiti dalle banche sui quali esiste un mercato secondario nel quale possono essere scambiati. 4. Pronti contro termine: contratto di compravendita di titoli con cui una parte vende (a pronti) un certo prodotto finanziario (per esempio titoli del debito pubblico) e lo ricompra ad una scadenza fissata (a termine).

Attivit bancarie (crediti delle banche nei confronti di terzi). 1. Circolante: contante tenuto per soddisfare le richieste quotidiane dei clienti. 2. Conto corrente presso la banca centrale: conto utilizzato per le operazioni sul mercato interbancario. 3. Prestiti a breve termine: prestiti monetari concessi principalmente ad altre istituzioni finanziarie; nel caso dei pronti contro termine, titoli acquisiti in cambio del prestito a pronti che saranno restituiti allo scadere del prestito (tali titoli sono denominati repo).

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4. Prestiti a lungo termine: prestiti alle famiglie e alle imprese a scadenza fissa, scoperti e mutui; titoli acquistati come investimento (ad esempio del debito pubblico). Redditivit e liquidit: La redditivit misura la capacit di fare profitti (lucrando sul differenziale tra il tasso di interesse ricevuto sui prestiti e quello pagato sui depositi) e viene generalmente rapportata al denaro raccolto o al valore dellattivo. La liquidit misura la facilit e i costi con cui unattivit pu essere convertita in moneta; il tasso di liquidit il rapporto tra attivit liquide e attivit totali. In genere le attivit pi redditizie sono anche le meno liquide. La banca centrale 1. Vigilanza sul sistema bancario: la banca centrale controlla che le banche e le istituzioni finanziarie operino in modo efficiente (con un adeguato tasso di liquidit) e nel rispetto della normativa bancaria. Inoltre ha compiti di ispezione e stabilisce la percentuale di riserve obbligatorie che le banche devono tenere come garanzia di liquidit. Infine svolge la funzione di prestatore di ultima istanza per garantire unadeguata offerta di moneta da parte delle banche. Nel Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), tali compiti sono svolti dalle banche centrali dei singoli paesi. 2. Offerta di moneta e politica monetaria. In molti paesi la banca centrale operava in stretta collaborazione col governo (il che permetteva un coordinamento stretto tra politica fiscale e monetaria); recentemente venutosi affermandosi il principio dellindipendenza della banca centrale (principio cui si ispira anche la Banca Centrale Europea), secondo il quale la politica monetaria competenza solo della banca centrale (la quale non sottoposta ad alcun controllo politico popolare). Come strumenti di attuazione della politica monetaria, la banca centrale ha il monopolio nellemissione di banconote, agisce come banca per il governo (organizza le emissioni di titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro e decide in che misura finanziare i deficit pubblici emettendo moneta) e per le banche (le quali tengono dei conti per le compensazioni sul mercato interbancario). Attraverso il controllo dei tassi dinteresse ufficiali (il tasso di sconto innanzi tutto) e la gestione dellemissione e dellacquisto dei titoli del debito pubblico e di altri strumenti finanziari influisce sui tassi dinteresse di mercato e sulla quantit di moneta. Attraverso il controllo delle riserve valutarie influisce sui tassi di cambio.

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LOFFERTA DI MONETA Base monetaria (o moneta ad alto potenziale): circolante. M3 (o moneta in senso ampio): circolante + depositi. Moltiplicazione della moneta (o dei depositi). Supponiamo che le banche abbiano un tasso di liquidit desiderato pari a l (per ogni euro di depositi, una frazione l tenuta come riserva e la frazione (1 l) data in prestito). Ipotizziamo ora che la spesa pubblica aumenti di 1 euro pagando con assegni emessi sul conto del Tesoro presso la banca centrale. I beneficiari di tali assegni li depositeranno presso una banca. La banca ha ora un eccesso di liquidit e cercher quindi di prestare una frazione, pari a (1 l), di tali depositi aggiuntivi. Quando le famiglie o le imprese spendono gli (1 l) euro presi a prestito, i venditori depositeranno presso una banca gli (1 l) euro ricevuti e la banca vorr a questo punto darne in prestito una frazione pari a (1 l): essa dar quindi a prestito una cifra pari a (1 l)2 euro. Il processo continua producendo un aumento totale dei depositi pari a 1 + (1 l) + (1 l)2 + (1 l)3 + + (1 l)n + = 1/l Si tratta di una serie geometria di ragione (1 l), la quale pari a 1/l se, come nel nostro caso, (1 l) < 1. Il moltiplicatore dei depositi (1/l) dunque pari allinverso del tasso di liquidit (l). Le ipotesi su cui si basa tale calcolo sono (1) che il tasso di liquidit desiderato dalle banche rimanga invariato nel tempo, (2) che i clienti delle banche prendano a prestito tutto lammontare che le banche desiderano dare in prestito senza alcun impatto sul tasso dinteresse, (3) che tutti i fondi presi a prestito tornino al sistema bancario in forma di depositi. Le determinanti dellofferta di moneta. 1. Tasso di liquidit delle banche: le riduzioni nel tempo del tasso di liquidit (a seguito dello sviluppo di pagamenti con assegni, bancomat, eccetera) aumentano il moltiplicatore della moneta. 2. Flussi dallestero: un surplus di bilancia dei pagamenti produce un afflusso di capitali che vanno ad aumentare lofferta di moneta. 3. Disavanzi del settore pubblico: quando lo stato registra un disavanzo deve finanziarsi emettendo titoli del debito pubblico. Se i titoli sono acquistati dalla banca centrale si ha un aumento nella quantit di moneta (la banca centrale apre un credito allo stato per

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il valore dei titoli emessi; quando lo stato spende questa somma, si ha un aumento della moneta, il quale genera ulteriori aumenti attraverso il processo di moltiplicazione dei depositi). Se sono invece acquistati dal settore privato lofferta di moneta non varia poich laumento della moneta nelle mani del settore pubblico compensata da una diminuzione di pari entit di quella nelle mani del settore privato. 4. Tasso dinteresse: nella misura in cui la banca centrale sia in grado di controllare completamente lofferta di moneta, la curva dofferta di moneta verticale.

OFFERTA DI MONETA ESOGENA

Tasso di interesse

Mo

Lofferta di moneta non dipende dal tasso di interesse

Offerta di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Qualora invece le banche siano invogliate ad aumentare i prestiti (e quindi la quantit di moneta) al crescere del tasso dinteresse, la banca centrale non ha un controllo pieno sullofferta di moneta. In tal caso, la curva dofferta di moneta (Mo) crescente rispetto al tasso dinteresse.

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OFFERTA DI MONETA ENDOGENA

Tasso di interesse

Lofferta di moneta cresce al crescere del tasso dinteresse

Mo

Offerta di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Negli sviluppi futuri, tuttavia, per semplicit assumeremo che lofferta di moneta sia completamente esogena e che non dipenda dal tasso dinteresse. Essa sar quindi espressa dalla seguente funzione [cf. Sloman, cap. 10]: Mo = M LA DOMANDA DI MONETA Keynes distingue tre motivi che spingono a detenere moneta. 1. Movente transazionale. Si detiene moneta per effettuare le transazioni ordinarie. La domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito. 2. Movente precauzionale. Si detiene moneta per fronteggiare spese impreviste. La domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito. Gli scopi transazionale e precauzionale portano a domandare moneta per la sua funzione di mezzo di scambio. Tale domanda di moneta nota come saldo monetario attivo. 3. Movente speculativo. Si detiene moneta per poter cogliere le opportunit di guadagno acquistando titoli quando il loro prezzo basso e vendendoli quando alto. Per semplicit, dora in avanti supponiamo che lunica alternativa al detenere moneta in forma liquida sia acquistare attivit finanziarie (per esempio obbligazioni). Questo significa che lequilibrio sul mercato della moneta implica lequilibrio sul mercato delle obbligazioni e viceversa (nel senso che se la quantit di moneta detenuta quella

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desiderata, anche la quantit di obbligazioni detenuta necessariamente quella desiderata). Quanto maggiore il guadagno che si pu ottenere da unobbligazione, tanto minore la quantit di moneta che si vuole detenere a scopo speculativo. Perci la domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (inversamente) dal tasso dinteresse: quando il tasso dinteresse alto, gli individui preferiscono detenere titoli piuttosto che moneta (i titoli sono meno liquidi della moneta, ma pagano un interesse che invece la moneta non paga); quando invece il tasso dinteresse basso, gli individui preferiscono tenere moneta piuttosto che titoli (poich gli svantaggi della minore liquidit dei titoli rispetto alla moneta rimangono gli stessi, mentre i vantaggi della maggiore redditivit diminuiscono). Tale domanda di moneta nota come saldo monetario inattivo. La domanda totale di moneta (Md) data dalla somma delle domande di moneta per questi tre moventi. Essa dipende quindi inversamente dal tasso dinteresse e positivamente dal reddito. Mantenendo fisso il reddito, la domanda di moneta pu essere rappresentata come una curva decrescente rispetto al tasso dinteresse. Tale curva prende il nome di preferenza per la liquidit. Un aumento del reddito produce uno spostamento verso destra della curva della preferenza per la liquidit.

LA PREFERENZA PER LA LIQUIDIT

Decrescente rispetto a r Una variazione del tasso di interesse provoca un movimento lungo la curva Una variazione del reddito provoca uno spostamento della curva

Y1>Y0

Md1 Md0

Domanda di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Se, per semplicit, assumiamo una funzione lineare, la curva di domanda di moneta pu essere espressa dalla seguente retta nel piano (r, Y) [cf. Sloman, cap. 10]:

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Md = fY gr

f > 0, g > 0

Relazione tra prezzo di un titolo e tasso dinteresse [cf. Sloman, cap. 10] Nella teoria keynesiana il motivo per cui la domanda di moneta per scopi speculativi varia inversamente al variare del tasso dinteresse leggermente diverso da quello visto sopra. Secondo Keynes, gli operatori dei mercati finanziari ritengono che esista un prezzo normale delle obbligazioni. Keynes assume dunque che essi comprino obbligazioni quando il prezzo di mercato inferiore a tale prezzo e le vendano in caso contrario. Daltra parte, il prezzo di mercato di unobbligazione, cio la sua quotazione in borsa, q, legata al tasso dinteresse da una relazione inversa. Infatti, consideriamo unobbligazione che garantisce un rimborso di 100 euro dopo un anno. Supponiamo che il suo prezzo oggi sia paria a 95 euro. Se compriamo oggi lobbligazione e la teniamo un anno, il tasso dinteresse, r, che ne ricaviamo sar pari al 5,26%: r = (100 95) / 95 = 0,0526 In generale, indicando con VN il valore nominale dellobbligazione (la somma di denaro che il soggetto che emette lobbligazione si impegna a pagare alla scadenza), la relazione che esiste tra il prezzo di un titolo, q, e il tasso dinteresse che esso fornisce la seguente: r = (VN q) / q Questo significa che quanto maggiore il prezzo del titolo, tanto minore il tasso dinteresse effettivo pagato dal titolo stesso. Alla luce di questa relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso dinteresse, se gli operatori ritengono che esista un valore normale cui la quotazione dellobbligazione tende, essi venderanno obbligazioni (cio domanderanno moneta) quando il loro prezzo alto (pi alto del prezzo normale), e cio quando il tasso dinteresse basso (pi basso del tasso dinteresse normale), e viceversa.

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LEQUILIBRIO Lequilibrio sul mercato della moneta si ha quando lofferta uguaglia la domanda (Mo = Md) [cf. Sloman, cap. 10]: M = fY gr

LEQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA

Mo

re Md Me M

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Il processo daggiustamento. Se il tasso dinteresse fosse superiore a quello dequilibrio, si avrebbe un eccesso di offerta di moneta e gli individui cercherebbero di acquistare titoli. Questo farebbe aumentare il prezzo dei titoli e scendere il loro tasso di rendimento (cio il tasso dinteresse), riportando il sistema verso lequilibrio.

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IL PROCESSO DAGGIUSTAMENTO

r1>re: eccesso di offerta di moneta. Gli individui acquistano obbligazioni

ECCESSO DI OFFERTA

Mo

Il prezzo delle obbligazioni aumenta e il tasso di interesse diminuisce

r1 re Md Me M

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Gli spostamenti delle curve di offerta e/o di domanda di moneta determinano nuove quantit di moneta e tassi dinteresse dequilibrio. Mercato delle valute. Luguaglianza tra domanda e offerta di una valuta rispetto alle altre valute determina il tasso di cambio. Quando la domanda di una valuta supera la sua offerta si ha un apprezzamento del suo tasso di cambio e viceversa.

Relazione tra tasso dinteresse e tasso di cambio. Se a partire da una situazione dequilibrio sul mercato delle valute, il tasso dinteresse interno sale [scende] rispetto a quello estero, i titoli interni diventano relativamente pi [meno] profittevoli di quelli esteri; questo provoca un aumento di domanda per la valuta nazionale [estera], un afflusso [deflusso] di capitali e un apprezzamento [deprezzamento] del tasso di cambio. LA POLITICA MONETARIA

Gli obiettivi e le strategie della politica monetaria sono notevolmente cambiati nel corso del tempo. Nel periodo che va dal dopoguerra agli anni 70 predominava limpostazione keynesiana, secondo cui la politica fiscale era il principale strumento di politica economica, mentre la politica monetaria doveva accomodare le scelte di politica fiscale, mantenendo stabili i tassi di interesse. A partire dagli anni 70 e, con maggior forza negli anni di Reagan e Thatcher negli Stati Uniti e in Gran Bretagna rispettivamente (anni 80), si afferma limpostazione liberista, secondo la quale il contenimento dellinflazione lobiettivo primario della politica monetaria. A livello istituzionale, tale principio trova la
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sua espressione pi forte nel Trattato dellUnione Europea, firmato a Maastricht nel 1992, che, tra le altre cose, istituisce la BCE, assegnandole come obiettivo prioritario la stabilit dei prezzi (definita come aumento dellindice dei prezzi al consumo per larea delleuro inferiore al 2%); tutti gli altri obiettivi della BCE sono definiti in termini vaghi e possono essere perseguiti solo se compatibili con lobiettivo della stabilit dei prezzi. Tre categorie di intervento attraverso cui la banca centrale determina la politica monetaria 1. Controllo dellofferta di moneta. La banca centrale pu controllare la base monetaria agendo sul credito concesso alle banche. Questo pu essere fatto attraverso tre canali principali. (1) Le operazioni di mercato aperto sono vendite o acquisti di titoli del debito pubblico da parte della banca centrale sul mercato: quando la banca centrale vende titoli, gli acquirenti pagano tali titoli con moneta riducendo cos la quantit di moneta in circolazione nel sistema. Attraverso operazioni di mercato aperto, la banca centrale pu anche cambiare la struttura dei titoli del debito pubblico detenuti (ad esempio vendendo quelli a breve e acquistando quelli a lunga), influendo cos sul grado di liquidit dei titoli in circolazione presso il settore privato. (2) Il coefficiente di riserva obbligatoria un deposito che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale e che le banche non possono utilizzare senza il consenso della banca centrale (tale deposito quindi illiquido): variando il coefficiente di riserva obbligatoria la banca centrale influisce sul moltiplicatore della moneta e sulla capacit delle banche di concedere prestiti. (3) La banca centrale pu fornire prestiti alle banche commerciali a tassi di interesse inferiori a quelli di mercato: variando lo stock di moneta disponibile per tali prestiti la banca centrale pu quindi modificare lofferta di moneta. 2. Controllo dei tassi dinteresse. Il controllo dei tassi dinteresse avviene (1) attraverso la definizione dei tassi di riferimento (il tasso di sconto o altri tassi di rifinanziamento delle banche presso la banca centrale) e (2) attraverso interventi diretti sul mercato monetario, in particolare mediante operazioni di pronti contro termine. Va notato che nella realt esistono diversi tassi dinteresse a seconda della scadenza temporale (i quali producono effetti diversi sulle variabili macroeconomiche reali, in particolare sugli investimenti di breve e di lungo periodo). Quindi, attraverso operazioni di mercato aperto, la banca centrale pu influire anche sulla struttura temporale dei tassi dinteresse: ad esempio, vendendo titoli a breve e acquistando titoli a lunga, la banca centrale pu ridurre i tassi dinteresse a lungo termine facendo salire quelli a breve termine.
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3. Razionamento del credito. La banca centrale pu razionare il credito e influire cos sul moltiplicatore della moneta (1) imponendo alle banche di limitare i prestiti (per esempio limitandoli a quelli meno rischiosi), (2) fissando un ammontare minimo dei depositi, o (3) fissando dei tempi massimi di restituzione dei prestiti. Nella realt, spesso la banca centrale attua la propria politica nei confronti delle banche attraverso strumenti di pressione piuttosto che di coercizione. Lefficacia della politica monetaria dipende (1) dagli strumenti di controllo sui tentativi delle banche di eludere (o evadere) eventuali forme di razionamento del credito, (2) dalla sensibilit della domanda di moneta alle variazioni dei tassi dinteresse, (3) dalle aspettative degli operatori (in particolare, di fronte ad aspettative pessimistiche degli investitori, la riduzione dei tassi potrebbe non essere sufficiente ad aumentare il livello degli investimenti).

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4.

Il modello IS-LM [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 10] LA LOGICA DEL MODELLO

Il modello IS-LM non altro che unanalisi congiunta del mercato dei beni e del mercato della moneta. Rispetto allanalisi dei due mercati considerati separatamente, dobbiamo innanzi tutto estendere lanalisi del mercato dei beni esplicitando le variabili da cui dipendono gli investimenti (per semplicit nel capitolo 8 avevamo supposto che essi fossero completamente esogeni). Dopodich possibile considerare congiuntamente i due mercati per determinare le condizioni dellequilibrio macroeconomico.

In tutto il modello, per semplicit continueremo a supporre che i prezzi siano fissi (inflazione pari a zero). LA FUNZIONE DEGLI INVESTIMENTI

Si suppone che gli investimenti dipendano negativamente dal tasso dinteresse. Tale ipotesi giustificata dal fatto che il tasso dinteresse un costo per le imprese che prendono a prestito i fondi per finanziare gli investimenti (per le imprese che finanziano gli investimenti con fondi propri il tasso dinteresse rappresenta comunque un costoopportunit). Una seconda determinate degli investimenti data dalle aspettative degli investitori (gli animal spirits nel linguaggio di Keynes). Considerando la forma funzionale lineare, la funzione degli investimenti pu allora essere espressa dalla seguente: I = I dr LEQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI: LA CURVA IS d>0

La curva IS rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato dei beni in equilibrio. Rispetto allanalisi svolta nel capitolo 8, dobbiamo ora completare lanalisi del mercato dei beni introducendo esplicitamente la funzione degli investimenti. Il modello dunque il seguente: Yo = Yd = Y

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Yd = C + I + G C = a + bYo I = I dr Sostituendo: Y = a + bY + I dr + G Da cui si ricava il reddito dequilibrio: Y* = [1 / (1 b)](a + I + G) [d / (1 b)]r Come si vede, a differenza della formula ottenuta nel capitolo 3 (in cui non si teneva conto del tasso dinteresse), il reddito dequilibrio dipende ora anche dal tasso dinteresse: per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce lequilibrio sul mercato dei beni.

DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA IS


I, S E1 E2 S I1 I2 Y r r2 r1 E2 E1 IS Y2 Y1 Y

Al tasso dinteresse r1 corrispondono gli investimenti I1 e il reddito Y1 Al tasso dinteresse r2 (r2>r1) corrispondono gli investimenti I2 (I2<I1) e il reddito Y2 (Y2<Y1)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono lequilibrio sul mercato dei beni possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di intercetta

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[a + I + G) / d] e coefficiente angolare [(1 b) / d]. Infatti, esplicitando il tasso dinteresse r si ottiene: r* = (a + I + G) / d [(1 b) / d]Y Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti: ponendo r = 0: ponendo Y = 0: Y = [1 / (1 b)](a + I + G) r = (a + I + G) / d

LA CURVA IS
r (a + I + G) / d IS

(1 b) / d

[1 / (1 b)](a + I + G)
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Linclinazione della IS. Linclinazione negativa dipende dal fatto che un aumento del tasso dinteresse implica una diminuzione degli investimenti: per mantenere lequilibrio, alla diminuzione della domanda si deve accompagnare una diminuzione dellofferta e del reddito. La IS tanto pi piatta, quanto maggiori sono i parametri d e b. 1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilit degli investimenti alle variazioni del tasso dinteresse (un valore di d elevato) significa che un aumento unitario del tasso dinteresse produce una forte caduta degli investimenti (cio della domanda) e, quindi (per lipotesi dequilibrio), dellofferta e del reddito.

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2. Nel caso del parametro b, una forte sensibilit del consumo alle variazioni del reddito (un valore di b elevato) implica un forte effetto moltiplicativo. Un aumento unitario del tasso dinteresse produce una certa diminuzione degli investimenti (determinato dal parametro d) e, se leffetto moltiplicativo alto (se cio il valore di b elevato), limpatto sulla domanda e sul reddito forte. Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva IS indicano combinazioni (Y, r) con valori di r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso dinteresse (pi alto del livello dequilibrio), la domanda di beni dinvestimento minore di quella che garantirebbe lequilibrio sul mercato dei beni. Si ha dunque un eccesso dofferta. Simmetricamente nei punti al di sotto della curva IS si ha un eccesso di domanda di beni.

DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI


Punto W: per un dato valore di Y, il tasso di interesse troppo basso la domanda di investimenti dunque troppo alta rispetto a quella che garantisce lequilibrio c eccesso di domanda di beni Punto K: per un dato Y, il tasso di interesse troppo alto la domanda di investimenti troppo bassa rispetto a quella dequilibrio c eccesso di offerta di beni

r K ECCESSO DI OFFERTA W ECCESSO DI DOMANDA Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Spostamenti della curva IS. Se aumenta [diminuisce] una delle componenti esogene della domanda la curva IS si sposta verso destra [sinistra]: per ogni livello del tasso dinteresse, un aumento della componente esogena della domanda (ad esempio di G) produce un aumento del reddito dequilibrio pari al moltiplicatore keynesiano: Y = 1/(1 b)

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GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA IS


Un aumento della componente esogena della domanda (ad esempio di G) provoca uno spostamento della curva IS verso destra pari a [1/(1 b)] G Una diminuzione provoca uno spostamento verso sinistra dello stesso ammontare

G>0

G<0

IS1 IS2 IS Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LEQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA: LA CURVA LM Come abbiamo visto, se si suppone che lunica alternativa al detenere moneta in forma liquida acquistare obbligazioni, lequilibrio sul mercato della moneta implica lequilibrio sul mercato delle obbligazioni e viceversa. Questo risultato pu essere visto come una conseguenza della legge di Walras, secondo la quale in un sistema composto da n mercati, se n1 mercati sono in equilibrio, in equilibrio anche lennesimo mercato. NB: nel testo (Sloman) la legge di Walras viene richiamata a sproposito, sostenendo che se due dei tre mercati (moneta, obbligazioni e beni) sono in equilibrio, lo anche il terzo. Questo non vero: se il mercato della moneta in equilibrio, come si detto, lo anche il mercato delle obbligazioni; ma questo non significa che lo sia anche il mercato dei beni. La curva LM rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato della moneta (e, quindi, quello delle obbligazioni) in equilibrio. Come abbiamo visto nel capitolo 9, la condizione dequilibrio sul mercato della moneta (e delle obbligazioni) la seguente: M = fY gr Esplicitando Y, si ricava il reddito dequilibrio: Y* = M / f + (g / f)r

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Per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce lequilibrio sul mercato della moneta.

DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA LM

Mo Md2 Md 1 E1 E2

LM

r2 r1

E2 E1

Y1

Y2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono lequilibrio sul mercato della moneta possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di intercetta [(M / g)] e coefficiente angolare [f / g]. Infatti, esplicitando il tasso dinteresse r si ottiene: r* = (M / g) + (f / g)Y Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti: ponendo r = 0: ponendo Y = 0: Y=M/f r = (M / g)

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LA CURVA LM

r LM f/g

M/f (M / g)
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Linclinazione della LM. Linclinazione positiva dipende dal fatto che un aumento del tasso dinteresse implica una diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo (perch aumenta la domanda di obbligazioni); dato che lofferta di moneta per ipotesi fissa (poich esogena), per mantenere lequilibrio sul mercato della moneta necessario che aumenti la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale, cio necessario che aumenti il reddito dequilibrio. La LM tanto pi piatta, quanto maggiore il parametro g e quanto minore il parametro f. 1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilit della domanda di moneta alle variazioni del tasso dinteresse (un valore di g elevato) significa che un aumento unitario del tasso dinteresse produce una forte caduta della domanda di moneta a scopo speculativo, la quale per essere compensata da un aumento di pari entit della domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale richiede un forte aumento del reddito. 2. Simmetricamente, una forte sensibilit della domanda di moneta (a scopo transazionale e precauzionale) alle variazioni del reddito (un valore di f elevato) significa che, di fronte ad un aumento unitario del tasso dinteresse (che produce una certa diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo), sufficiente un piccolo aumento del reddito a compensare la diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo.

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Trappola della liquidit. Un caso particolare importante si ha quando la LM (o, un suo tratto) orizzontale. In questo caso, le variazioni della quantit di moneta non producono alcuna variazione nel tasso dinteresse dequilibrio: al tasso dinteresse dequilibrio corrispondono infiniti livelli di reddito dequilibrio.

LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDIT

Il reddito cos basso che tutti sono disponibili a detenere una qualsiasi quantit di moneta offerta in forma liquida

LM rmin

Y0

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva LM indicano combinazioni (Y, r) con valori di r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso dinteresse (pi alto del livello dequilibrio), la domanda di moneta minore di quella che garantirebbe lequilibrio sul mercato della moneta (perch la domanda di moneta a scopo speculativo troppo bassa). Si ha dunque un eccesso dofferta di moneta. Simmetricamente nei punti al di sotto della curva LM si ha un eccesso di domanda di moneta.

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DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA


Punto W: per un dato valore di Y, il tasso di interesse troppo basso la domanda di moneta con movente speculativo troppo alta rispetto a quella che garantisce lequilibrio c eccesso di domanda di moneta Punto K: per un dato Y, il tasso di interesse troppo alto la domanda di moneta con movente speculativo troppo bassa rispetto a quella di equilibrio c eccesso di offerta di moneta

r K
ECCESSO DI OFFERTA

W ECCESSO DI DOMANDA Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Spostamenti della curva LM. Se aumenta [diminuisce] lofferta di moneta, M, (la sola variabile esogena nel mercato della moneta) la curva LM si sposta verso destra [sinistra]: per ogni livello del tasso dinteresse (cio per ogni livello della domanda di moneta a scopo speculativo), un aumento di M, produce un eccesso di offerta di moneta, al livello del reddito corrente; affinch si ristabilisca lequilibrio sul mercato della moneta si deve avere un aumento anche nella domanda di moneta (a scopo transazionale e precauzionale), il che significa che deve aumentare il reddito dequilibrio. Y = (1/ f)

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SPOSTAMENTI DELLA CURVA LM

Un aumento dellofferta di moneta provoca uno spostamento della curva LM verso destra pari a Y = (1/ f) M Una diminuzione provoca uno spostamento verso sinistra dello stesso ammontare

LM2 LM LM1

M<0

M>0

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LEQUILIBRIO MACROECONOMICO: LINTERSEZIONE IS-LM Lintersezione tra la curva IS e la curva LM determina il livello dequilibrio del reddito (Y*) e del tasso dinteresse (r*). Dal punto di vista analitico, si tratta di risolvere il sistema composto dalle due equazioni che descrivono lequilibrio del mercato dei beni (IS) e della moneta (LM). IS: LM: Y = a + bY + I dr + G M = fY gr

Risolvendo il sistema rispetto a Y e r: Y* = {1 / [1 b + (df / g)]}[A + (dM / g)] r* = {(f / g) / [1 b + (df / g)]}A {(1 b) / [g(1 b) + df]}M dove: A = a + I + G

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DERIVAZIONE GRAFICA DELLEQUILIBRIO

Lequilibrio si trova in corrispondenza dellintersezione tra le curve IS e LM. Nel punto E, sia il mercato dei beni, sia quello della moneta sono in equilibrio
r*

LM

E IS Y* Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Esistenza dellequilibrio. Lesistenza di un punto di intersezione tra la IS e la LM garantita dalle diverse inclinazioni delle due curve. Lesistenza di un punto dequilibrio non implica tuttavia che esso si stabilisca ad un livello di reddito compatibile con la piena occupazione dei fattori produttivi.

Stabilit dellequilibrio. Nei punti che non appartengono alle curve IS e LM si suppone che esistano dei meccanismi capaci di condurre il sistema verso lequilibrio. 1. Nei punti al di sopra della IS (in cui c eccesso dofferta di beni), le scorte delle imprese tendono ad aumentare; laumento indesiderato delle scorte incentiva le imprese a ridurre la produzione, il che fa diminuire il reddito e riporta il sistema verso la IS. Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di beni, il reddito tende ad aumentare. 2. Nei punti al di sopra della LM (in cui c eccesso dofferta di moneta o, il che lo stesso, eccesso di domanda di titoli), gli operatori accumulano titoli; questo fa salire il loro prezzo e fa scendere il tasso dinteresse, riportando il sistema verso la LM. Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di moneta, il tasso dinteresse tende ad aumentare. Spesso si suppone che laggiustamento sui mercati finanziari sia pi rapido di quello sul mercato dei beni. In tal caso il sistema si porta dapprima sulla curva LM, per poi spostarsi lungo tale curva fino ll)intersezione con la curva IS.

100

ST A B IL IT D E L LE Q U ILIB R IO
K : eccesso di offerta di beni e di m oneta. r dim inuisce rapidam ente K (equilibrio sul m ercato della m oneta) K : eccesso di dom anda di beni. Y aum enta gradualm ente E (equilibrio anche sul m ercato dei beni)

LM

E K' IS Y

N B : nel processo K ' E , lungo la LM , r aum enta, com prim endo la dom anda di m oneta a scopo speculativo e com pensando cos laum ento di dom anda di m oneta a scopo precauzionale e transazionale generato dallaum ento di Y
S lom an , E le m e nti d i eco nom ia, Il M ulino , 20 02

POLITICHE FISCALI E MONETARIE Gli effetti della politica fiscale e monetaria sul reddito e sul tasso dinteresse sono descritti dalle condizioni dequilibrio del modello IS-LM. Riconsideriamo lequazione del reddito dequilibrio nella seguente forma: Y* = {1 / [1 b + (df / g)]}A + {(d / g) / [1 b + (df / g)]} M La politica fiscale, G, opera attraverso il moltiplicatore {1 / [1 b + (df / g)]}: un aumento unitario della spesa esogena, A (la quale comprende la spesa pubblica G) aumenta il reddito di un ammontare pari a tale moltiplicatore. NB: in questa versione s\emplificata del modello IS-LM, non abbiamo esplicitato limposizione fiscale T.

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LA POLITICA FISCALE
r LM E3 r3 r1 E1 E2 IS2 IS1 Ye1 Ye3 Y2 Y

Un aumento di G sposta la IS verso destra: IS1 IS2 Y aumenta r aumenta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

La politica monetaria, M, opera attraverso il moltiplicatore {(d / g) / [1 b + (df / g)]}: un aumento unitario dellofferta di moneta aumenta il reddito di un ammontare pari a tale moltiplicatore.

LA POLITICA MONETARIA

r LM1 r1 r2 E1 E2 LM2

Un aumento di M sposta la LM verso destra: LM1 LM2 Y aumenta r si riduce

IS Ye1 Ye2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Politica fiscale e spiazzamento. Rispetto al modello del moltiplicatore considerato nel capitolo 8 (senza linterazione del mercato della moneta), leffetto di un aumento esogeno

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della spesa pubblica, G, sul reddito (cio il moltiplicatore della domanda esogena, A) ora inferiore. Dal punto di vista matematico, il moltiplicatore diminuito poich il suo denominatore aumentato di una quantit positiva pari a df / g. Dal punto di vista economico, questo dipende dal fatto che gli aumenti della spesa pubblica o, pi in generale, gli aumenti della domanda esogena (spostamenti della IS verso destra), mentre fanno aumentare il reddito, provocano anche un aumento del tasso dinteresse (lungo la LM). Questo avviene perch, al crescere del reddito, aumenta la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale; per ottenere questa maggiore liquidit (dato che lofferta di moneta fissa) gli operatori vendono titoli, facendone diminuire il prezzo e facendo aumentare il tasso dinteresse. Sul mercato dei beni, laumento del tasso dinteresse comprime (spiazza) gli investimenti privati, riducendo leffetto espansivo sulla domanda.

POLITICA FISCALE E SPIAZZAMENTO


A seguito di un aumento di G, secondo il modello del moltiplicatore (in cui si ipotizza la costanza di r), Y dovrebbe aumentare da Ye1 a Y2 Sul mercato della moneta, per, laumento di Y fa aumentare r. Sul mercato dei beni, questo comprime I e riduce in parte leffetto espansivo su Y. Il sistema si porta in Ye3
r LM E3 r3 r1 E1 E2 IS2 IS1 Ye1 Ye3 Y2 Y

Laumento di G ha spiazzato in partedi economia, Il Mulino, 2002 I Sloman, Elementi

Nei casi limite in cui la LM verticale (la domanda di moneta a scopo speculativo non varia al variare del tasso dinteresse [g = 0], oppure la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale infinitamente sensibile alle variazioni del reddito [f = ], caso questultimo scarsamente significativo sul piano economico) o la IS orizzontale (gli investimenti sono infinitamente sensibili alle variazioni del tasso dinteresse [d = ], oppure tutto il reddito consumato [b = 1]), lo spiazzamento totale: un aumento della

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spesa pubblica riduce di un pari ammontare gli investimenti privati lasciando invariato il reddito dequilibrio. In generale, leffetto spiazzamento degli investimenti privati forte quando maggiore linclinazione della LM quanto minore linclinazione della IS.

LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO (LINCLINAZIONE DELLA LM)


r r LM E2 E1 IS2 IS1 Ye1 Ye2 Y Ye1Ye2 IS2 IS1 Y

LM

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO (LINCLINAZIONE DELLA IS)


r r LM E2 E1 IS2 IS1 Ye1 Ye2 Y Y Ye1 IS1 E2 LM

E1 IS2 Ye2 Y Y [1/(1 b)] G

[1/(1 b)] G

I: Spiazzamento

I: Spiazzamento

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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Il coordinamento della politica monetaria e fiscale. Al fine di evitare (o, semplicemente, ridurre) leffetto spiazzamento provocato da una politica fiscale espansiva (G > 0), la banca centrale pu attuare una politica monetaria anchessa espansiva (M > 0) volta ad impedire laumento dei tassi dinteresse da cui dipende lo spiazzamento degli investimenti privati. Dal punto di vista grafico, si ha uno spostamento sia della IS, sia della LM, con un forte impatto sul reddito e un impatto ridotto (o, se le politiche sono ben coordinate, nullo) sul tasso dinteresse. Dal punto di vista economico, nel momento in cui laumento del reddito provocato dalla politica fiscale espansiva fa salire la domanda di moneta, la banca centrale soddisfa tale incremento aumentando lofferta di moneta e impedendo quindi che il tasso dinteresse aumenti (il fatto che la banca centrale adegui lofferta di moneta alle variazioni della domanda di moneta porta a definire una simile politica monetaria accomodante).

COORDINAMENTO DELLA POLITICA FISCALE E MONETARIA


G>0, M>0 La politica fiscale espansiva accompagnata da una politica monetaria espansiva
r LM1 LM2

r1

E1

E2 IS1

Laumento del tasso di interesse viene neutralizzato dallaumento dellofferta di moneta

IS2 Ye2 Y

Ye1

Leffetto spiazzamento neutralizzato da una politica monetaria accomodante


Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Politica monetaria e trappola della liquidit. Nel caso limite in cui la LM orizzontale (la domanda di moneta a scopo speculativo infinitamente sensibile al tasso dinteresse [g = ], oppure la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale non varia al variare del reddito [f = 0], la politica monetaria risulta del tutto inefficace. Infatti, gli aumenti nellofferta di moneta (M > 0) spostano la LM verso destra; tuttavia, essendo la LM orizzontale, non si ha alcuna modificazione della configurazione dequilibrio.
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Viceversa, in tal caso, lefficacia della politica fiscale massima poich le variazioni della spesa pubblica non producono alcun impatto sul tasso dinteresse (spiazzamento nullo) e il moltiplicatore viene a coincidere con quello calcolato nel capitolo 8 (in cui non si teneva conto del mercato della moneta, cio si ragionava a parit di tasso dinteresse).

VISIONE KEYNESIANA E TRAPPOLA DELLA LIQUIDIT

Se la LM orizzontale, la politica monetaria inefficace e lunico strumento efficace la politica fiscale

LM LM1 rmin IS Y* Y*1 IS1 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Le visioni keynesiana e monetarista. Il caso appena visto, di una LM orizzontale, corrisponde alla posizione keynesiana nel dibattito sullo stato delleconomia durante la crisi degli anni 30. Il caso opposto, di una LM verticale, corrisponde invece alla posizione della scuola monetarista secondo cui le politiche fiscali espansive non producono alcun effetto di rilievo sul reddito e fanno soltanto aumentare il tasso dinteresse, spiazzando gli investimenti privati. Secondo i monetaristi dunque, la politica monetaria lo strumento pi efficace per incidere sul reddito dequilibrio.

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LA VISIONE MONETARISTA
r LM LM1

Se la LM verticale, la politica fiscale inefficace e lunico strumento efficace la politica monetaria

r*1 r* r*2 IS Y* Y*1 Y IS1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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III MICROECONOMIA

1.

Introduzione [Bibliografia di riferimento: Sloman, introduzione, capitolo 1, capitolo 2] RAZIONALIT E SCELTE ECONOMICHE

La microeconomia studia le scelte individuali in condizioni di scarsit: dati gli obiettivi del decisore, gli strumenti a sua disposizione sono limitati. Con questa concezione del problema economico, diventano importanti i seguenti concetti. 1. Costo opportunit. In ogni problema decisionale, una scelta comporta il sacrificio delle altre alternative possibili. La migliore alternativa tra quelle scartate costituisce il costo-opportunit della scelta. 2. Costi e benefici totali e razionalit ottimizzante. Ogni scelta comporta dei costi e dei benefici. Gli insiemi dei costi e dei benefici associati alla scelta costituiscono i costi e i benefici totali. Una scelta razionale quando massimizza la differenza tra benefici totali e costi totali. Il criterio di razionalit quindi un criterio di massimizzazione. 3. Costi e benefici marginali. Nel caso di scelte di tipo quantitativo (quanta pasta mangiare, quante ore studiare), si definiscono costi e benefici marginali, i costi e i benefici aggiuntivi che si presentano quando si aumenta di una quantit infinitesimale un dato livello di scelta. Dal punto di vista matematico, si tratta delle derivate delle funzioni dei costi totali e dei benefici totali.

Razionalit e analisi marginale. Dal punto di vista matematico, nella maggior parte dei problemi che tratteremo, le funzioni dei costi e dei benefici totali saranno derivabili e soddisferanno opportune condizioni di convessit (cio sulla derivata seconda). Con queste ipotesi, condizione necessaria e sufficiente per la massimizzazione della differenza tra i benefici e i costi totali luguaglianza tra i benefici e i costi marginali. Per questo motivo lanalisi marginale svolge un ruolo di primaria importanza nei problemi di

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ottimizzazione (con il termine ottimizzazione si intende in senso generico sia la massimizzazione che la minimizzazione). Dal punto di vista economico, questo significa che, dovendo decidere, ad esempio, quanto riso mangiare, il consumatore razionale confronta il beneficio che gli apporterebbe il consumo di un ulteriore chicco di riso (beneficio marginale) con il suo costo (costo marginale). Se il beneficio marginale superiore al costo marginale, significa che conveniente mangiare il chicco di riso aggiuntivo (il che significa che la quantit di riso che stava consumando in precedenza non era ottimale). Se invece il costo di un ulteriore chicco di riso superiore al suo beneficio, allora non conviene aumentare il consumo di riso. Anzi, probabilmente vale la pena di verificare se non convenga ridurre la quantit da consumare. Operativamente: se, ad un dato livello di consumo, il beneficio marginale superiore al costo marginale, conviene aumentare la quantit consumata; se invece il costo marginale superiore al beneficio marginale, conviene diminuire la quantit consumata. Solo quando costo marginale e beneficio marginale sono uguali, si determina la quantit ottima da consumare. DOMANDA E OFFERTA Il meccanismo dei prezzi: il prezzo (dei beni finali e dei fattori di produzione) tende ad aumentare quando, al prezzo corrente, la quantit domandata supera la quantit offerta, e diminuisce in caso contrario. Il meccanismo dei prezzi opera come sistema di segnali (un aumento del prezzo indica che si verificato un aumento della domanda e/o una diminuzione dellofferta) e di incentivi (gli aumenti del prezzo incentivano le imprese ad espandere la produzione e i consumatori a ridurre i consumi riportando il sistema verso lequilibrio tra domanda e offerta). Interdipendenza dei mercati dei beni e dei fattori: le variazioni della domanda di beni producono effetti sulla produzione e si riversano cos sul mercato dei fattori di produzione. Interdipendenza e interesse pubblico: la mano invisibile. La concorrenza perfetta: nella definizione ortodossa si tratta semplicemente di una forma di mercato in cui le imprese devono prendere il prezzo per dato (se provassero ad alzare il prezzo perderebbero tutti i clienti). Si tratta di unastrazione che non ha un riscontro reale e che viene presentata come modello ideale. Ma: ideale per chi? Perch si d tanta importanza ad un modello irrealista? Vedremo che la risposta sta nelle implicazioni

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normative che si cerca di trarre dalla concorrenza perfetta, le quali permettono di capire per chi effettivamente ideale vivere in un mondo interamente regolato da mercati perfettamente concorrenziali. La domanda: relazione tra quantit domandata e prezzo. Si rappresenta come una curva di domanda. La curva costruita tenendo ferme le altre determinanti della domanda (gusti, beni sostituti e complementari, reddito e sua distribuzione, aspettative). Quando varia il prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un movimento lungo la curva. Quando varia una delle altre componenti si ha uno spostamento dellintera curva. Lofferta: relazione tra quantit offerta e prezzo. Si rappresenta come una curva di offerta. La curva costruita tenendo ferme le altre determinanti dellofferta (costi di produzione, redditivit dei beni alternativi, redditivit dei beni in produzione congiunta, aspettative). Quando varia il prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un movimento lungo la curva. Quando varia una delle altre componenti si ha uno spostamento dellintera curva. Lequilibrio: quantit e prezzo dequilibrio come intersezione delle curve di domanda e di offerta (lequilibrio una situazione in cui nessuno ha incentivo a cambiare strategia). Spostamento verso un nuovo equilibrio a seguito di uno spostamento della curva di domanda (ad esempio un aumento): al prezzo corrente si ha un eccesso di domanda, il prezzo tende ad aumentare (movimento lungo la curva dofferta). Se invece si sposta la curva dofferta (ad esempio aumenta), al prezzo corrente si ha un eccesso dofferta, il prezzo tende a diminuire (movimento lungo la curva di domanda). ECONOMIA DI MERCATO E ECONOMIA PIANIFICATA Nelleconomia di mercato, la produzione affidata alliniziativa privata. Le decisioni relative ai beni da produrre e in quali quantit e la scelta delle tecniche da utilizzare sono prese dalle imprese, le quali hanno per obiettivo la massimizzazione del profitto. La produzione non quindi direttamente finalizzata alla soddisfazione dei bisogni della popolazione, bens alla vendita sul mercato. La possibilit di soddisfare i propri bisogni rimane invece subordinata al potere dacquisto di ciascuno sul mercato. In tale sistema, lo stato tuttaltro che assente: infatti, senza lo stato che fissa le regole (e ne garantisce il rispetto) allinterno delle quali le parti sociali e i singoli individui stipulano i contratti, un sistema di mercato non potrebbe funzionare. Lo stato inoltre interviene in forme e gradi diversi nella produzione di particolari beni e servizi attraverso interventi diretti e di regolamentazione, incide sui prezzi relativi e sui redditi attraverso sussidi, trasferimenti e

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imposte, influisce sulla struttura dei consumi attraverso la legislazione, la sovvenzione o la fornitura diretta di alcuni beni e servizi, partecipa alla contrattazione tra le parti sociali e sorveglia la dinamica delle variabili macroeconomiche e finanziarie (inflazione, disoccupazione, saldo della bilancia dei pagamenti, tassi dinteresse, tassi di cambio). Per questo motivo, i sistemi di mercato con una forte presenza dello stato nelleconomia sono anche detti economie miste. Nelleconomia pianificata, invece, tutte le decisioni di produzione e distribuzione sono prese dallo stato o, comunque da agenzie pubbliche. La centralizzazione nelle decisioni di produzione e distribuzione non va confusa con la privazione delle libert economiche. La scelta dei beni da produrre e dei criteri per distribuirli tra la popolazione pu essere il risultato di diverse procedure di aggregazione delle preferenze individuali. Tali procedure possono essere di tipo dittatoriale (un pianificatore con pieni poteri stabilisce le priorit nella produzione e i criteri di distribuzione del prodotto) o democratico (i cittadini, attraverso opportuni modelli di voto e di partecipazione politica, esprimono le loro preferenze, determinando cos gli obiettivi economici della societ). Quello che centralizzato invece il piano di produzione dellintera economia (i beni da produrre, gli scambi tra imprese necessari alla realizzazione del piano, le tecniche di produzione pi idonee), una volta stabiliti gli obiettivi della produzione. Critiche degli economisti liberisti alleconomia pianificata: 1. Raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione. 2. Uso inefficiente delle risorse in assenza di prezzi di mercato che segnalino la scarsit relativa di ciascuna risorsa. 3. Carenza di incentivi per i lavoratori e per i dirigenti. 4. Riduzione delle libert individuali perch il lavoratore non pu scegliere dove lavorare, i consumatori non possono scegliere cosa consumare. Questi problemi, secondo i critici della pianificazione, sarebbero la causa della crisi economica e del crollo politico dellUnione Sovietica e dei paesi del blocco comunista. Repliche dei sostenitori della pianificazione: 1. Se il problema fosse la raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione, questo dovrebbe riguardare anche la pianificazione capitalista. Infatti, la centralizzazione dellinformazione e la pianificazione sono proprio gli strumenti delle imprese che operano sul mercato. Le pi grandi multinazionali hanno bilanci superiori a quelli di interi paesi e realizzano profitti secondo quelli che sono considerati i pi alti criteri di efficienza economica. I moderni sistemi capitalisti non sono basati su
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scambi tra agenti isolati, come i modelli della teoria neoclassica suppongono, bens su imprese ad alta concentrazione del capitale che pianificano tutto: produzione, vendita, commercializzazione, trasporto, variabili finanziarie, assistenza alla clientela, carriere interne, rapporti con le altre imprese, rapporti con lo stato. Il confronto tra capitalismo e socialismo non ha niente a che vedere col confronto tra modello centralizzato e modello decentralizzato. Quello che differenzia i due sistemi che le imprese capitalistiche (e i loro profitti) sono private mentre le imprese socialiste (i loro mezzi di produzione e i loro prodotti) sono pubbliche. 2. Le moderne tecniche di pianificazione forniscono un sistema di indicatori di scarsit (chiamati anche prezzi ombra) che possono essere utilizzati per risolvere i problemi di efficienza nelluso delle risorse, fornendo la stessa informazione in merito alle scarsit delle varie risorse fornita dai prezzi di mercato nel sistema capitalista. 3. Se si sostiene che limpresa socialista meno produttiva di quella capitalista per via dei minori incentivi legati alla performance, questo equivale ad ammettere che limpresa capitalista sfrutta maggiormente i lavoratori, ossia che i maggiori livelli di produttivit sono ottenuti tramite maggiori sforzi da parte dei lavoratori, cio tramite un aumento dellinput lavoro, il che non ha niente a che vedere con lefficienza, la quale presuppone che il massimo delloutput sia ottenuto a parit di input. 4. Nel capitalismo, la vera asimmetria tra capitalista e lavoratore: il capitalista sceglie se lavorare o meno, il lavoratore sceglie invece solo per chi lavorare, ma comunque obbligato a trovarsi qualcuno per cui lavorare. Nel socialismo questa asimmetria non esiste. Per quanto riguarda la libert di scelta nel consumo, non affatto detto che nel sistema pianificato i consumatori non possano conservare dei gradi di libert nella scelta dei beni da consumare. La priorit tuttavia nella soddisfazione dei bisogni primari di tutta la popolazione (alimentazione, abitazione, salute) e poi di quelli via via superiori (istruzione, trasporti, cultura, sport, arte); solo, una volta assicurata la soddisfazione dei bisogni, si pone il problema delle preferenze individuali per i diversi beni di consumo. Nel capitalismo invece il diverso potere dacquisto dei cittadini che determina i gradi di libert di ciascuno nelle scelte di consumo, senza alcuna garanzia che i bisogni di tutti siano effettivamente soddisfatti. Le cause del crollo dei sistemi socialisti vanno ricercate nellinsostenibilit dei costi della guerra fredda, nelliperespansione dellUnione Sovietica ben oltre i confini della propria capacit economica e nelle specifiche strategie di sviluppo dellUnione Sovietica e dei suoi satelliti. Questi problemi devono essere analizzati in ottica storica e non possono
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essere banalizzati nel confronto astratto tra modello centralizzato e modello decentralizzato. NB: il linguaggio economico della teoria dominante carico di valenze ideologiche e di mistificazioni. Parlare di libere scelte individuali, libera economia di mercato e libero mercato privo di senso. Al contrario, (1) le scelte individuali non sono affatto libere, bens vincolate: come abbiamo visto, nei problemi di scelta individuale, si suppone che, dati gli obiettivi del decisore, gli strumenti a sua disposizione siano limitati, il che significa che la scelta avviene necessariamente allinterno di una serie di vincoli e non perci mai libera (e, come vedremo, i vincoli economici dei diversi soggetti che interagiscono nel mercato sono molto diversi fra loro). (2) Associare leconomia di mercato alla libert individuale un falso storico: al contrario gli esempi passati e presenti di economie di mercato non democratiche o addirittura dittatoriali sono numerosi. (3) Cosa significhi, infine, lespressione libero mercato tuttaltro che chiaro: la libert pu essere delle persone, non delle istituzioni che regolano le loro interazioni e, come abbiamo visto, le scelte individuali non sono mai completamente libere. Se invece per libero mercato si intende il principio che il meccanismo di mercato lasciato libero di operare, allora non si capisce che senso abbia farne una questione normativa, visto che esistono meccanismi che se lasciati liberi di operare non portano alla libert individuale, bens al suo opposto (il meccanismo nazista di relazioni razziali, se fosse stato lasciato libero di operare, avrebbe portato allo sterminio completo degli ebrei). In definitiva, lassociazione dellidea di libert allinterazione di mercato solo il frutto dellideologia liberista da cui trae ispirazione la teoria neoclassica. Vantaggi delle economie di mercato secondo gli economisti liberisti: 1. Non c bisogno di tanta burocrazia. 2. Se i mercati sono concorrenziali nessuno ha tanto potere di mercato. 3. Le imprese pi efficienti vengono meglio remunerate e permettono la migliore soddisfazione del consumatore. Svantaggi delle economie di mercato secondo i critici del liberismo: 1. La concorrenza spesso limitata. 2. La produzione che massimizza il profitto pu avere effetti collaterali indesiderabili (ad esempio linquinamento o gli incidenti sul lavoro). 3. Instabilit macroeconomica (con ricorrenti periodi di crisi) dovuta alla mancanza di un coordinamento centralizzato nella produzione.

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4. Incoraggiando il perseguimento dellinteresse individuale, linterazione di mercato incentiva comportamenti egoistici e sviluppa lindividualismo, il che, secondo alcuni, pu essere condannato su un piano morale. TEORIA DELLE DECISIONI E MICROECONOMIA Lottica consequenzialista. Il comportamento individuale rappresentato come un problema di scelta tra diverse azioni possibili, considerando unicamente le conseguenze economiche di ciascuna azione. Il primo passo nellanalisi della scelta la definizione dellinsieme delle conseguenze economiche associate a ciascuna azione possibile (insieme delle alternative economiche possibili). Una volta determinato linsieme delle alternative economiche possibili, la scelta di una particolare azione si basa sulla valutazione delle diverse alternative economiche secondo gli obiettivi che il decisore si prefigge. Uninterpretazione di tipo positivo (o descrittivo) di questa teoria delle decisioni consiste nel supporre che gli agenti economici agiscano effettivamente secondo un criterio di razionalit ottimizzante. Secondo uninterpretazione di tipo normativo (o prescrittivo), la teoria neoclassica delle decisioni fornisce i criteri che un decisore razionale dovrebbe seguire per massimizzare la realizzazione dei propri obiettivi. La microeconomia si sviluppa secondo linterpretazione positiva della teoria delle decisioni. Questo significa che la teoria assume un potere esplicativo della realt solo nella misura in cui si possa verosimilmente ritenere che gli agenti si comportino secondo criteri di scelta ottimizzanti (o, almeno, secondo comportamenti che possano essere approssimati da criteri ottimizzanti). Viceversa, tutti gli sviluppi in senso descrittivo della teoria neoclassica cadono non appena si prendano in considerazione agenti con comportamenti ispirati a criteri di razionalit diversi dalla pura ottimizzazione. Le due principali applicazioni microeconomiche della teoria ottimizzante delle decisioni si hanno nel campo della teoria del consumo e della teoria della produzione. Nei due casi, si tratta dunque di esplicitare linsieme delle alternative economiche possibili e gli obiettivi del decisore.

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2.

Domanda individuale e domanda di mercato [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 2] LINSIEME DELLE ALTERNATIVE POSSIBILI: LA RETTA DI BILANCIO

Per poter descrivere il comportamento del consumatore come risultato di scelte ottimizzanti si deve innanzi tutto determinare linsieme delle alternative di consumo possibili. La definizione di tale insieme equivale alla determinazione dei vincoli allinterno dei quali il consumatore pu operare la propria scelta.

Se non esistessero possibilit di scambio tra gli agenti economici, le alternative di consumo di ciascun individuo sarebbero determinate dalle sue dotazioni iniziali e dalla sua capacit di trasformare le risorse naturali in beni di consumo. Cos, un individuo che disponesse di un paniere di beni A costituito di quattro libri e tre litri di latte (che pu essere rappresentato con la notazione A = (4, 3)), potrebbe consumare al massimo quattro libri e tre litri di latte. Questo significa che il paniere A definirebbe il suo vincolo di consumo.

Dal punto di vista grafico, riportando sugli assi cartesiani le quantit dei due beni, i diversi panieri possono essere rappresentati come punti nel piano: se sullasse orizzontale riportiamo il numero di libri e sullasse verticale i litri di latte, il paniere A, costituito di quattro libri e tre litri di latte, rappresentato dal punto di coordinate (4, 3).

Se invece esiste la possibilit di scambiare i beni sul mercato, le alternative di consumo aumentano poich oltre al paniere A, il consumatore pu ottenere panieri diversi, vendendo parte dei libri e del latte e acquistando altri beni. Ovviamente linsieme delle alternative di consumo possibili dipende in tal caso, oltre che dalle dotazioni iniziali (i quattro libri e i tre litri di latte) dai prezzi di mercato. Per semplicit, nellanalisi dello scambio di mercato, i beni sono considerati come perfettamente divisibili (si suppone cio che sia possibile acquistare e vendere anche frazioni infinitesime di libri).

In generale, i vincoli possono essere distinti in vincoli fisici e vincoli economici. I primi sono quei vincoli di consumo che non possono essere superati neanche attraverso linterazione economica. I secondi sono invece quei vincoli di consumo che si determinano attraverso linterazione economica. Nellanalisi della scelta del consumatore lunico vincolo che prenderemo in esame di natura economica ed il vincolo di bilancio.

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Vincolo di bilancio. Si tratta delle limitazioni al consumo imposte dal potere dacquisto di un dato reddito monetario. Supponiamo che il prezzo di mercato di un libro sia di 1 e quello del latte di 2 al litro e supponiamo anche che il consumatore non possa influire in nessun modo su tali prezzi (il che, come vedremo, equivale a supporre che il mercato sia perfettamente concorrenziale dal lato della domanda). Con un reddito monetario di 10 , se il consumatore volesse consumare solo libri, potrebbe consumarne al massimo 10, se volesse consumare solo latte, potrebbe consumarne 5 litri, altrimenti potrebbe consumare una combinazione di libri e latte. Indicando i due beni con x1 e x2, e i loro prezzi con p1 e p2, le diverse combinazioni dei due beni che il consumatore pu acquistare con il reddito monetario m sono determinate dalla seguente disequazione: x1 p1 + x2 p2 m Se il consumatore decide di spendere interamente il suo reddito monetario m, le diverse quantit dei beni x1 e x2 che egli pu acquistare sono determinate dalla seguente equazione: x1 p1 + x2 p2 = m Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (x2, x1), la cui equazione esplicita rispetto a x1 la seguente: x1 = m / p1 (p2 / p1) x2 Tale retta prende il nome di retta di bilancio. Lintersezione con lasse delle x2 data da: x 2 = m / p2 ottenuta ponendo x1 = 0

Lintersezione con lasse delle x1 data da: x 1 = m / p1 ottenuta ponendo x2 = 0

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RETTA DI BILANCIO
x1

m / p1

- p2 / p1

m / p2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/9

Considerando la disequazione invece dellequazione, linsieme delle alternative di consumo possibili dato dalla regione triangolare compresa tra la retta di bilancio e gli assi cartesiani.

INSIEME DELLE SCELTE POSSIBILI


x1

B: Se il consumatore spende tutto il suo reddito (S = m), la sua scelta si situa sulla retta di bilancio A: Se il consumatore non spende tutto il suo reddito (S < m), la sua scelta si situa allinterno del triangolo scuro C: Il consumatore ha un reddito insufficiente ad acquistare punti esterni al triangolo scuro (S > m)

C B A

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/9

Se aumenta il reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di bilancio si sposta verso lalto.

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VARIAZIONE DEL REDDITO NOMINALE


x1

m2 < m0 < m1

m1/p1 m0/p1 m2/p1

m2/p2

m0/p2

m1/p2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/14

Se aumenta il prezzo p1, a parit di prezzo p2 e di reddito monetario m, la retta di bilancio ruota verso linterno facendo perno sul punto di intersezione con lasse x2.

VARIAZIONE DI p1
x1

p21 < p01 < p11

m/p21 m/p01 m/p11

m/p2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/16

Se aumenta il prezzo p2, a parit di prezzo p1 e di reddito monetario m, la retta di bilancio ruota verso linterno facendo perno sul punto di intersezione con lasse x1.

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VARIAZIONE DI p2
x1

p22 < p02 < p12

m/p1

m/p12

m/p02

m/p22

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/17

Economicamente, il fatto che la retta di bilancio ruota verso linterno quando aumenta uno dei due prezzi significa che il vincolo di bilancio diventa pi stringente: laumento di uno dei due prezzi riduce infatti le possibilit complessive dacquisto del consumatore. LA FUNZIONE OBIETTIVO: LUTILIT DEL CONSUMATORE

Una volta individuato linsieme delle alternative possibili (determinato dal vincolo di bilancio) si devono specificare i criteri scelta allinterno di questinsieme. Lipotesi di fondo che il consumatore tragga unutilit dal consumo dei beni. La funzione obiettivo del consumatore dunque la sua funzione dutilit, che egli cercher di massimizzare compatibilmente con le proprie risorse monetarie. La scelta di consumo ottima allinterno dellinsieme delle scelte possibili quella che massimizza la funzione dutilit del consumatore.

La funzione dutilit una funzione che fa corrispondere ad ogni paniere di beni un numero reale indicante appunto lutilit che il consumatore ricava dal consumo di quel particolare paniere di beni.

Dal punto di vista matematico, se i beni esistenti sono in numero di n, la funzione dutilit semplicemente una funzione di n variabili. U = U (x1, x2, , xn)
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Negli sviluppi analitici, per semplicit, restringeremo lanalisi a due soli beni di consumo. U = U (x1, x2) Su questa funzione dutilit possibile definire i concetti di utilit marginale (UMG) e di utilit media (UME) rispetto a ciascuno dei due beni. Lutilit marginale rispetto a x1 (o a x2) la derivata parziale della funzione rispetto a x1 (o a x2); lutilit media rispetto a x1 (o x2) il rapporto tra lutilit totale e la quantit consumata di x1 (o di x2) UMG1 = U / x1 UMG2 = U / x2 UME1 = U / x1 UME2 = U / x2

Sulla funzione dutilit possibile imporre un certo numero di restrizioni. Ad esempio, come vedremo, si suppone in genere che tale funzione sia crescente rispetto a ciascuna variabile, il che significa assumere che, se il consumo di un qualsiasi bene aumenta, aumenta anche lutilit totale del consumatore.

Ogni particolare specificazione matematica della funzione dutilit implica particolari tipi di preferenze del consumatore per i diversi beni che compongono i panieri di consumo. Consideriamo due semplici esempi di funzioni dutilit lineari: U = 7x1 + 2x2 U = x1 + 10x2 La prima funzione dutilit implica che se il consumo del bene x1 aumenta di ununit, lutilit complessiva del consumatore aumenta di 7 punti, mentre un aumento del consumo di ununit del bene x2 comporta un aumento dellutilit complessiva di soli 2 punti; questo significa che il consumatore assegna unimportanza maggiore ad ununit di x1 rispetto ad ununit di x2, ossia il consumatore preferisce ununit di x1 rispetto x2. Nella seconda funzione dutilit, invece, il consumatore preferisce x2 a x1: un aumento del

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consumo di ununit del bene x1 comporta un aumento dellutilit complessiva di 1 punto, mentre un aumento del consumo di ununit del bene x2 comporta un aumento dellutilit complessiva di 10 punti. In generale, con funzioni di utilit pi complesse dal punto di vista matematico, la preferenza relativa per un bene o per laltro non pu essere stabilita in via assoluta, bens dipende anche dalle quantit che si consumano dei due beni. In genere, assumiamo che lutilit di ununit del bene sia alta quando disponiamo di poche unit del bene stesso e vada diminuendo a mano a mano che la disponibilit del bene stesso aumenta: se disponiamo di tre mele e ce ne offrono una quarta, lutilit aumenta notevolmente; se viceversa disponiamo di trenta chili di mele e ce ne offrono unaltra ancora lutilit aumenta solo di poco. Secondo un approccio largamente diffuso, piuttosto che sviluppare lanalisi a partire dalle propriet della funzione dutilit, possibile analizzare il comportamento del consumatore a partire da particolari ipotesi sulle sue preferenze. Pi precisamente, secondo lapproccio assiomatico alla teoria del consumatore, si definiscono una serie di assiomi sulla struttura delle preferenze del consumatore, i quali costituiscono i principi fondamentali che regolano le sue scelte di consumo. Relazioni di preferenze. Ipotizziamo innanzi tutto che il consumatore sia in grado di ordinare le diverse alternative di consumo possibili (i diversi panieri cui pu accedere). Dati due panieri A e B, se il consumatore preferisce strettamente A a B, scriviamo A > B; se il consumatore indifferente tra A e B, scriviamo A B; infine, se il consumatore preferisce debolmente A a B (se cio egli ritiene che A almeno tanto buono quanto B), scriviamo A B. Imponiamo inoltre i seguenti assiomi sulle preferenze del consumatore. 1. Completezza. Assumiamo che il consumatore sia in grado di ordinare tutte le alternative a sua disposizione: presi due panieri qualsiasi, A e B, il consumatore sempre in grado di stabilire (1) se A B, (2) se B A, o (3) se entrambe le precedenti condizioni sono vere, se cio A B. 2. Transitivit. Assumiamo anche che se il consumatore preferisce debolmente il paniere A al paniere B (A B), e il paniere B al paniere C (B C), allora egli preferisce anche il paniere A al paniere C (A C). 3. Monotonicit. Assumiamo che tra due panieri A e B identici tra loro in tutto meno che per il fatto che il paniere A contiene una quantit maggiore di uno o pi beni rispetto al

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paniere B, il consumatore preferisce A a B (A B). In altri termini il consumatore preferisce sempre avere a disposizione una maggiore quantit di ciascun bene. 4. Convessit. Dati due panieri A e B indifferenti fra loro, assumiamo che tutti i panieri ottenuti come combinazione lineare dei due panieri A e B siano preferiti ai due panieri in questione. NB (definizione di combinazione lineare): un punto C una combinazione lineare di A e B se pu essere ottenuto come C = A + (1 ) B [con (0, 1)]. Ad esempio se un consumatore indifferente tra un piatto di riso e un piatto di pasta (e le sue preferenze rispettano lassioma di convessit), piuttosto che un piatto intero delluno o dellaltro, egli dovrebbe preferire un piatto con un po delluno e un po dellaltro (ad esempio met e met, o un terzo di pasta e due terzi di riso). La logica di tale assioma la seguente: quando il consumatore possiede x1 in abbondanza, egli disposto ad accettare una grande riduzione del consumo di x1 pur di ottenere un aumento unitario del consumo di x2; viceversa, quando la disponibilit di x1 scarsa (cio quando x1 relativamente prezioso per il consumatore), egli sar disposto a cedere solo una piccola quantit di x1 in cambio di ununit di x2. Lassioma di completezza e quello di transitivit sono assolutamente necessari alla costruzione dellintera teoria del consumatore. Gli assiomi di monotonicit e di convessit possono invece in alcuni casi essere attenuati senza che ci comporti la caduta dellintera costruzione analitica. Gli assiomi introdotti hanno delle precise implicazioni grafiche. In particolare, gli assiomi di completezza, monotonicit e convessit sono di immediata interpretazione. 1. Completezza. Presi due punti qualsiasi A e B del piano, il consumatore in grado di confrontarli e stabilire se A B, B A, o A B. 2. Monotonicit. Considerando il punto del piano A, il consumatore preferisce tutti i punti che si trovano a nord-est, mentre preferisce A a tutti i punti che si trovano a sudovest. La monotonicit implica infatti che il consumatore preferisce ad A tutti i panieri che contengono la stessa quantit di un bene e una quantit maggiore dellaltro bene, mentre preferisce A a tutti i panieri che contengono la stessa quantit di un bene e una quantit minore dellaltro bene. 3. Convessit. Presi due punti A e B indifferenti tra loro, tutti i punti sul segmento che unisce A e B sono preferiti sia ad A che a B. NB: dal punto di vista grafico, tutte le combinazioni lineari di due punti qualsiasi sono rappresentate dal segmento che unisce i due punti.

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Curve di indifferenza. Una curva di indifferenza definita come il luogo dei punti del piano cartesiano A, B, C, rispetto ai quali il consumatore indifferente (A B C ). In pratica, una curva di indifferenza si ottiene unendo tutti i punti (tutti i panieri di beni) che forniscono al consumatore uno stesso livello di utilit.

CURVA DI INDIFFERENZA

x1

Luogo dei panieri indifferenti secondo le preferenze del consumatore

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/21

Ovviamente non esiste ununica curva di indifferenza, ma ne esistono tante: una per ogni diverso livello di utilit del consumatore.

123

MAPPA DI INDIFFERENZA

x1 I2 I1

I3

x2
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/22

Gli assiomi sulle preferenze conferiscono alle curve dindifferenza le seguenti propriet. 1. Completezza. Ciascun punto del piano appartiene ad una curva dindifferenza. 2. Monotonicit [in senso stretto]. Le curve di indifferenza sono decrescenti. Il fatto che, preso il punto A, il consumatore preferisce [in senso forte] tutti i punti che si trovano a nord-est impedisce che la curva di indifferenza passante per il punto A possa passare anche per punti a nord-est di A (cio impedisce che sia crescente o, pi precisamente, impedisce che sia non decrescente). Al contrario, se aumenta la disponibilit di un bene, affinch il consumatore rimanga indifferente, deve necessariamente diminuire la disponibilit dellaltro bene. Questo significa anche tutti i punti al di sopra di una curva di indifferenza sono preferiti ai punti della curva di indifferenza, mentre i punti sulla curva sono preferiti a quelli al di sotto della curva.

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CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI INDIFFERENZA (1)

x1

A>B>C
A B C

Per lassioma di monotonicit, i panieri sulle curve di indifferenza pi lontane dallorigine sono preferiti a quelli pi vicini allorigine
x2
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/22

3. Transitivit. Le curve dindifferenza non si intersecano mai. Supponiamo per assurdo che per il punto A passino due curve di indifferenza distinte I1 e I2. Questo significa che il punto A dovrebbe essere indifferente sia ai punti sulla I1, sia ai punti sulla I2. Ma allora, per la transitivit della relazione di indifferenza, anche gli altri punti sulla I1 e sulla I2 dovrebbero essere indifferenti tra loro, il che contraddice lipotesi che I1 e I2 siano due curve di indifferenza distinte.

CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI INDIFFERENZA (2)


Due curve di indifferenza non si intersecano mai
x1 A

Per assurdo: se A ~ C eB~C => A ~ B (transitivit) Il che contraddice A > B (monotonicit)

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/23

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4. Convessit. Le curve di indifferenza sono convesse. Funzione dutilit e curve di indifferenza. Dal punto di vista matematico, le curve di indifferenza si ricavano a partire dalla funzione dutilit. Si consideri la funzione dutilit U = U (x1, x2) e si fissi un certo livello di utilit U = U. Lequazione U = U (x1, x2) definisce il luogo di punti che forniscono lutilit U. I valori di x1 e x2 che soddisfano lequazione determinano quindi i punti della curva di indifferenza di livello U. Saggio marginale di sostituzione. Se, a partire da un particolare paniere di coordinate (x2, x1), si aumenta di ununit il consumo del bene x2, affinch lutilit del consumatore rimanga invariata, necessario ridurre di un certo ammontare il consumo del bene x1. Il saggio marginale di sostituzione (SMS) indica la quantit del bene x1 cui si deve rinunciare per compensare esattamente un aumento infinitesimale del consumo del bene x2 (in modo tale cio che lutilit del consumatore resti invariata). Supponiamo, ad esempio, che le quantit x1 e x2 forniscano il livello di utilit U. Immaginiamo ora di aumentare di una quantit x1 la quantit del bene x1; questo comporter un aumento del livello di utilit. Diminuendo di unopportuna quantit il bene x2 sar comunque possibile riportare lutilit al livello iniziale U. Questo significa che il nuovo punto (x1 + x1, x2 x2) appartiene alla stessa curva di indifferenza del punto (x1, x2) e il rapporto ( x2 / x1) misura la sostituzione tra i due beni che lascia invariato il livello di utilit.

SAGGIO MARGINALE DI SOSTITUZIONE


x1

x11 x12

Una riduzione di x1 riduce lutilit del consumatore. Per ritornare sulla curva di indifferenza originaria, si deve aumentare il consumo di x2
x21 x21

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/25

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In termini analitici, si tratta di calcolare il differenziale totale della funzione dutilit (che indica la variazione totale dellutilit quando x1 e x2 aumentano simultaneamente di quantit infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cio che le variazioni di x1 e x2 siano tali da compensarsi esattamente dal punto di vista dellutilit). Il differenziale totale dato dalla seguente espressione: dU = (U / x1) dx1 + (U / x2) dx2 = UMG1 dx1 + UMG2 dx2 Ponendo dU = 0, si impone che il livello di utilit rimanga costante e si determina cos in che misura il consumo di un bene deve diminuire per compensare laumento del consumo dellaltro bene, muovendosi lungo una stessa curva di indifferenza: dU = UMG1 dx1 + UMG2 dx2 = 0 dx1 / dx2 = (UMG2 / UMG1) La misura (dx1 / dx2) prende il nome di saggio marginale di sostituzione. Matematicamente, esso determinato dal rapporto tra le utilit marginali rispetto a x2 e x1 cambiato di segno: SMS = dx1/ dx2 = (UMG2 / UMG1) Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata della curva di indifferenza. Dal punto di vista grafico, esso rappresentato dalla tangente alla curva di indifferenza. opportuno notare che il saggio marginale di sostituzione una misura puntuale della sostituibilit tra i beni. In generale infatti linclinazione della curva di indifferenza pu variare lungo la curva stessa.

In generale, assumeremo che le curve di indifferenza siano convesse, il che significa che il saggio marginale di sostituzione varia al variare della disponibilit relativa dei due beni. Consideriamo tuttavia due eccezioni. 1. Beni sostituti. Se le curve di indifferenza sono lineari, i beni sono perfettamente sostituti. La quantit del bene x1 cui si deve rinunciare per compensare laumento del consumo del bene x2 la stessa indipendentemente dal fatto che si disponga di una grande quantit o di una piccola quantit del bene x2.

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Il saggio marginale di sostituzione in tal caso lo stesso in ogni punto della curva di indifferenza (si noti che non rispettato lassioma di convessit). Supponiamo, ad esempio, che io che possiedo un chilo di fragole e una sola ciliegia sia pronto a rinunciare a due fragole per ottenere una ciliegia aggiuntiva. Allora, se per me fragole e ciliegie sono perfette sostitute, io considerer due fragole come equivalenti a una ciliegia, anche quando possiedo due sole fragole e tre chili di ciliegie. Per molti consumatori, esempi di beni sostituti, anche se non perfetti, sono il caff e il t, la pasta e il riso, le fragole e le ciliegie. Da quanto detto, un consumatore che consideri due beni come perfettamente sostituti ha preferenze che non rispettano lassioma di convessit.

BENI PERFETTI SOSTITUTI


x1

curve di indifferenza lineari

Il SMS costante
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/27

2. Beni complementi. Due beni sono perfetti complementi quando lutilit del consumatore aumenta solo se la disponibilit dei due beni aumenta simultaneamente; se invece aumenta la disponibilit di uno solo dei due beni, lutilit resta invariata. Un esempio di beni di questo tipo sono gli sci e gli attacchi: se, invece di avere un paio di sci e un paio di attacchi, si ha un paio di sci e due paia di attacchi, lutilit non cambia (stiamo escludendo il fatto che, siccome gli attacchi possono rompersi, pu essere comunque meglio averne un paio in pi). Lutilit invece aumenta se aumentano simultaneamente sia gli sci che gli attacchi. In questo caso si ha una violazione dellassioma di monotonicit stretta e le curve di indifferenza sono a forma di L (cio

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non sono decrescenti). Esempi di beni complementi, anche se non perfetti, possono essere il caff e lo zucchero, il tabacco e le cartine.

BENI PERFETTI COMPLEMENTI


Curve di indifferenza con un punto angoloso
x1

Laumento di un solo bene non permette di spostarsi su una curva di indifferenza pi lontana dallorigine. necessario invece che aumentino entrambi in date proporzioni.
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/28

x2

LOTTIMO DEL CONSUMATORE La scelta ottima del consumatore si ottiene massimizzando il livello di utilit, compatibilmente con il vincolo di bilancio. Dal punto di vista grafico, questo problema di massimizzazione vincolata equivale alla scelta del punto allinterno dellinsieme delle alternative possibili (che rispetti cio il vincolo di bilancio) che appartiene alla curva di indifferenza pi a nord-est possibile (che fornisce cio lutilit massima). Per lipotesi di monotonicit, il punto ottimo si trover sulla retta di bilancio e non al di sotto di essa. Infatti tutti i panieri al di sotto della retta di bilancio contengono meno beni di quelli sulla retta e il loro consumo fornisce quindi unutilit minore. Se rispettato anche lassioma di convessit (il quale tuttavia, come abbiamo visto, piuttosto forte), la scelta ottima determinata dal punto di tangenza tra la retta di bilancio e la curva di indifferenza pi a nord-est possibile.

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LOTTIMO DEL CONSUMATORE


x1

per lassioma di monotonicit lottimo sta sulla retta di bilancio lottimo sta sulla curva di indifferenza pi lontana dallorigine

B x*1 A

C x*2 x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/29

Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo determinato dalla seguente condizione: SMS = dx1 / dx2 = (p2 / p1) Tale condizione esprime appunto la tangenza tra la retta di bilancio di coefficiente angolare (p2 / p1) e la curva di indifferenza di inclinazione dx1 / dx2.

Dal punto di vista economico questo significa che la valutazione soggettiva dellimportanza relativa dei beni espressa dal consumatore coincide con la valutazione oggettiva del mercato rappresentata dal rapporto dei prezzi. Ricordando che il SMS esprime il rapporto tra le utilit marginali col segno cambiato, la condizione di ottimo pu infatti scriversi anche nel modo seguente: UMG2 / UMG1 = p2 / p1 Per chiarire il significato di questa condizione, supponiamo che i due beni abbiano lo stesso prezzo (p2 = p1). Allora, se con un dato paniere di consumo, lutilit che il consumatore trae da ununit aggiuntiva del bene x2 fosse maggiore dellutilit che egli trae da ununit aggiuntiva del bene x1 (UMG2 > UMG1), egli potrebbe comprare ununit del bene x2 e vendere ununit del bene x1 aumentando cos la propria utilit (continuando comunque a rispettare il proprio vincolo di bilancio, dato che i due beni hanno, per ipotesi,

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lo stesso prezzo). Se, viceversa, si avesse UMG2 < UMG1, allora il consumatore potrebbe aumentare la propria utilit vendendo x2 e comprando x1. Nel punto di ottimo si suppone che tutte le possibilit di aumentare lutilit attraverso operazioni di questo tipo siano state sfruttate e che quindi debba essere UMG2 = UMG1. La condizione di ottimo SMS = (p2 / p1) pu essere utilizzata nella maggior parte dei problemi di massimizzazione dellutilit del consumatore. Esistono tuttavia diversi casi in cui la determinazione del paniere ottimo non pu ottenersi sfruttando la suddetta condizione. Qui ne consideriamo due: 1. Soluzioni dangolo: se lungo tutte le curve di indifferenza il SMS sempre maggiore o sempre minore del rapporto dei prezzi, la massimizzazione dellutilit si ottiene consumando solo il bene x1 o solo il bene x2.

SOLUZIONI DANGOLO (1)


Il saggio marginale di sostituzione sempre maggiore del prezzo relativo
x1

Il consumatore ha una predilezione talmente forte per il bene x1 che non disposto a scambiarlo al prezzo di mercato esistente

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/35

131

SOLUZIONE DANGOLO (2)


x1

Beni perfetti sostituti

Il consumatore consuma solo il bene per cui maggiore il rapporto tra prezzo e grado di soddisfazione
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/36

2. Curve di indifferenza non derivabili: se le curve di indifferenza non sono derivabili (come nel caso di beni perfetti sostituti), non possibile calcolare il SMS per cui, ovviamente, la condizione di ottimo non pu essere espressa in termini del SMS.

SOLUZIONI DANGOLO (3)


x1

Beni perfetti complementi

Lottimo si ha nel punto angoloso della curva di indifferenza (dove non ci sono sprechi dei due beni)
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/37

NB: nei casi in cui la soluzione ottima non pu essere calcolata sfruttando la condizione SMS = (p2 / p1), questo non significa che lottimo non esiste o che non pu essere

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determinato. La regola generale rimane quella della determinazione del punto sulla retta di bilancio che appartiene alla curva di indifferenza pi a nord-est possibile. Riassumendo, il problema di ottimo del consumatore si basa su due dati: la retta di bilancio e le preferenze. La retta di bilancio a sua volta dipende da due fattori: il reddito e i prezzi relativi. Le variazioni del reddito e dei prezzi relativi producono spostamenti della retta di bilancio e quindi, se le preferenze del consumatore si suppongono date, del paniere ottimo scelto dal consumatore. Si noti che il problema di ottimo del consumatore pu essere impostato anche in modo simmetrico rispetto al procedimento seguito. Si pu cio definire linsieme delle alternative possibili come linsieme di punti appartenente ad una certa curva di indifferenza e la funzione obiettivo come la retta di bilancio. In tal caso piuttosto che cercare di massimizzare lutilit dato un vincolo di spesa, il problema del consumatore consiste nel minimizzare la spesa dato il vincolo di raggiungere un determinato livello di utilit. Questo secondo modo di analizzare la scelta ottima del consumatore prende il nome di problema duale, mentre il problema che abbiamo sviluppato chiamato problema primale. Dal punto di vista grafico, invece di ricercare il punto di una data retta di bilancio che appartiene alla curva di indifferenza pi a nord-est possibile (problema primale), si dovr cercare il punto di una data curva di indifferenza che appartiene alla retta di bilancio pi a sud-ovest possibile (problema duale). Le condizioni analitiche di ottimo rimangono le stesse. In caso di convessit, ad esempio, si verifica facilmente che lottimo raggiunto nel punto di tangenza tra la retta di bilancio e la curva di indifferenza. GLI EFFETTI DELLE VARIAZIONI DI REDDITO Come abbiamo visto, al variare del reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di bilancio si sposta mantenendo invariato il coefficiente angolare. Questo porta alla determinazione di un nuovo punto di ottimo del consumatore.

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GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO (BENI NORMALI)


x1

aumentano sia x*1 sia x*2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/39

In generale, gli incrementi di reddito producono aumenti nel consumo di entrambi i beni. La misura in cui aumentano i due beni dipende dalla forma delle curve di indifferenza. In alcuni casi, tuttavia, con determinate curve di indifferenza, laumento del reddito pu provocare un forte aumento del consumo di un bene e una diminuzione del consumo dellaltro. Ad esempio, al crescere del reddito i beni di bassa qualit vengono sostituiti da beni di qualit superiore, cosicch il loro consumo totale pu diminuire invece che aumentare.

Quando il consumo di un bene diminuisce allaumentare del reddito, il bene si dice inferiore. I beni il cui consumo aumenta allaumentare del reddito si dicono invece normali o superiori.

134

GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO (BENI INFERIORI)


x1

aumenta x*1 diminuisce x*2 il bene x2 un bene inferiore

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/40

Si noti che, in un sistema in cui sono presenti solo due beni, non possibile che ambedue siano inferiori. Infatti la riduzione del consumo del bene inferiore si spiega soltanto ipotizzando che esso sia sostituito con altri beni, il che significa che il consumo dellaltro bene deve necessariamente aumentare (e in misura considerevole) allaumentare del reddito. In generale se nel sistema ci sono n beni, al massimo n1 di essi possono essere inferiori e almeno uno deve essere normale.

Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il reddito monetario m, si ottiene il sentiero di espansione del reddito (SER) [gli assi cartesiani riportano i due beni x1 e x2]. Il SER ha inclinazione positiva se i due beni sono entrambi normali. Se il bene x1 inferiore esso avr un tratto a pendenza negativa. Se il bene x2 ad essere inferiore, il SER avr un tratto in cui ritorna indietro.

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SENTIERO DI ESPANSIONE DEL REDDITO (SER)


Luogo dei punti di ottimo al variare del reddito
x1

SER

Indica come variano le quantit domandate dei due beni al variare del reddito del consumatore
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/41

La curva di Engel rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del reddito [gli assi cartesiani riportano il bene x1 e il reddito monetario m]. La curva di Engel crescente per i beni normali e decrescente per i beni inferiori.

CURVA DI ENGEL
m

Relazione tra la quantit domandata di un bene e il livello del reddito del consumatore

crescente per i beni normali


decrescente per i beni inferiori
x

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/42

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GLI EFFETTI DELLE VARIAZIONI DEI PREZZI Come abbiamo visto, al variare del prezzo p1, rimanendo costante il prezzo p2 e il reddito monetario m, la retta di bilancio si sposta facendo perno sul punto di intersezione con lasse x2. Questo porta alla determinazione di un nuovo punto di ottimo del consumatore con nuovi livelli di consumo di x1 e x2. Effetto sostituzione e effetto reddito. Leffetto dellaumento del prezzo p1 pu essere scomposto in due componenti: (1) laumento del prezzo p1, a parit di reddito monetario, produce una riduzione del reddito reale, il che diminuisce le possibilit complessive di consumo (linsieme delle alternative di consumo possibili si restringe) [effetto reddito]; (2) laumento del prezzo p1, a parit del prezzo p2, fa aumentare il prezzo relativo p1/p2, il che rende il bene x2 pi a buon mercato rispetto al bene x1 e porta a diminuire il consumo di x1 a vantaggio di quello di x2 [effetto sostituzione]. Leffetto reddito e leffetto sostituzione possono essere quantificati secondo due criteri diversi. Sia E1 il punto di equilibrio prima della variazione del prezzo (ottenuto come tangenza della curva di indifferenza I1 e della retta di bilancio R1) e E2 il punto di equilibrio dopo la variazione del prezzo (ottenuto come tangenza della curva di indifferenza I2 e della retta di bilancio R2). 1. Compensazione di Hicks. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa inclinazione della R2 e tangente alla I1. Si indichi con E3 tale punto di tangenza. La differenza tra il punto E3 e il punto E1 misura leffetto sostituzione, cio quella variazione del consumo di x1 (lungo la curva di indifferenza I1) dovuta al solo fatto che cambiato il prezzo relativo (indipendente cio dal fatto che la variazione del prezzo p1, facendo variare il reddito reale, permette in realt di spostarsi su una nuova curva di indifferenza). La differenza tra il punto E2 e il punto E3 isola invece leffetto reddito: dati i prezzi relativi (quelli vigenti dopo laumento di p1), la variazione del consumo di x1 dal punto E2 al punto E3 imputabile solo ad una variazione del reddito.

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COMPENSAZIONE DI HICKS
x1

Confronto a utilit costante

E1 E3

E2

I2 I1
EFFETTO DI SOSTITUZIONE

R1 R3 EFFETTO DI REDDITO
cap. 2/48

R2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. Compensazione di Slutsky. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa inclinazione della R2 e passante per il punto E1. Si indichi con E3 il punto teorico di ottimo che si avrebbe con questa nuova retta di bilancio R3 e si indichi con I3 la nuova curva di indifferenza tangente a tale retta. La differenza tra il punto E3 e il punto E1 misura leffetto sostituzione, cio quella variazione del consumo di x1 (lungo la retta di bilancio teorica R3 che mantiene invariato il reddito reale che si aveva in E1) dovuta al solo fatto che cambiato il prezzo relativo. La differenza tra il punto E2 e il punto E3 isola invece leffetto reddito: dati i prezzi relativi (quelli vigenti dopo laumento di p1), la variazione del consumo di x1 dal punto E2 al punto E3 imputabile solo ad una variazione del reddito.

138

COMPENSAZIONE DI SLUTSKY
x1

Confronto a potere dacquisto costante

E1 E3

E2

I2 I1
EFFETTO DI SOSTITUZIONE

I3 x2

R1 R3 EFFETTO DI REDDITO
cap. 2/49

R2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Nei due casi, la variazione del consumo di x1 causata da una variazione del prezzo p1 (E2 E1) viene scomposta in due componenti: leffetto reddito (E2 E3) e leffetto sostituzione (E3 E1): (E2 E1) = (E2 E3) + (E3 E1) In generale, allaumentare del prezzo p1, il consumo del bene x1 diminuisce. Infatti, (1) leffetto sostituzione necessariamente implica una diminuzione del consumo di x1 a vantaggio di x2; (2) leffetto reddito anche, in generale, tende a ridurre il consumo di x1. Tuttavia fa eccezione il caso in cui x1 sia un bene inferiore. In tal caso, infatti, la diminuzione del reddito fa aumentare il consumo di x1. Questo significa che, nel caso di un bene inferiore, se laumento del consumo causato dalleffetto reddito maggiore della diminuzione del consumo causata dalleffetto sostituzione, il consumo complessivo di x1 potrebbe anche aumentare allaumentare del prezzo p1. I beni il cui consumo varia nella stessa direzione delle variazioni del loro prezzo si dicono beni di Giffen. Si noti, che affinch un bene sia di Giffen esso deve essere necessariamente un bene inferiore (altrimenti, leffetto reddito rinforzerebbe leffetto sostituzione). Tuttavia non tutti i beni inferiori sono anche beni di Giffen (infatti, non solo necessario che leffetto

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reddito vada in senso opposto rispetto alleffetto sostituzione, ma esso deve anche essere pi forte del secondo). Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il prezzo p1, si ottiene il sentiero di espansione del prezzo p1 (SEP1) [gli assi cartesiani riportano i due beni x1 e x2]. Ripetendo lo stesso esercizio per il prezzo p2 si ottiene il sentiero di espansione del prezzo p2 (SEP2).

SENTIERO DI ESPANSIONE DEL PREZZO (SEP2)


x1

SEP
Luogo dei punti di ottimo al variare del prezzo di uno dei beni

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/51

La curva di domanda rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del suo prezzo [gli assi cartesiani riportano il bene x1 e il prezzo p1]. La curva di domanda crescente solo nel caso di beni di Giffen; altrimenti decrescente. NB: la possibilit teorica di curve di domanda crescenti costituisce un serio problema (molto spesso sottovalutato) per la coerenza interna dellintera teoria: come si visto, affinch la teoria della domanda possa avere un potere esplicativo della realt necessario interpretarla in senso descrittivo. A questo riguardo, la verifica empirica che stabilisce se effettivamente la teoria pu essere considerata valida o meno. Se la teoria stabilisse inequivocabilmente che la curva di domanda deve essere decrescente, sarebbe possibile utilizzare le stime empiriche sulle curve di domanda reali per accettare o rigettare la teoria. Al contrario, visto che la teoria della domanda compatibile anche con curve crescenti, viene meno la stessa possibilit di dimostrare che la teoria non valida e la sua accettazione diventa un atto di fede.

140

FUNZIONE DI DOMANDA INDIVIDUALE


x1

Relazione tra la quantit Domandata di un bene al suo prezzo

p1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/52

Finora abbiamo considerato solo variazioni del consumo di un bene prodotte da variazione del prezzo del bene stesso. comunque possibile considerare anche gli effetti delle variazioni del prezzo di un bene sul consumo dellaltro bene. Si parla in tal caso di effetto incrociato della variazione del prezzo. DOMANDA DI MERCATO E SURPLUS DEI CONSUMATORI

La curva di domanda indica, per ogni livello del prezzo, la quantit del bene che un consumatore desidera consumare. Se, per ogni livello del prezzo, si sommano le quantit del bene che ciascun consumatore desidera consumare si ottiene la curva di domanda di mercato. Essa indica, per ogni livello del prezzo, la quantit totale del bene che i consumatori desiderano consumare. Dal punto di vista grafico, essa la somma orizzontale delle curve di domanda individuali.

Dal punto di vista matematico, la curva di domanda una funzione che mette in relazione prezzo e quantit. Pi precisamente, per ogni prezzo, essa determina la quantit domandata. allora possibile considerare la funzione di domanda inversa come relazione tra quantit e prezzo: per ogni quantit, essa determina il prezzo al quale il consumatore disposto ad acquistare quella quantit. Dal punto di vista matematico, la funzione di domanda inversa si ottiene semplicemente esplicitando il prezzo in funzione delle quantit.

141

FUNZIONE DI DOMANDA INVERSA


p1

Inversa della funzione di domanda


p1

fornisce una misura della disponibilit a pagare del consumatore per ottenere una determinata quantit del bene
x1 x1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/54

Surplus del consumatore. Consideriamo un bene che possibile domandare solo in quantit discrete e ipotizziamo che ciascun consumatore possa solo scegliere, per ogni livello del prezzo, se domandare ununit del bene o se non domandarlo affatto. Questo permette di determinare un prezzo di riserva, come prezzo massimo che il consumatore disposto a pagare per avere ununit del bene. Ipotizziamo inoltre che i consumatori abbiano diversi prezzi di riserva e ordiniamo i consumatori da quello con il prezzo di riserva pi alto a quello con il prezzo di riserva pi basso. Una volta che si determina un certo prezzo sul mercato, solo i consumatori con un prezzo di riserva almeno pari al prezzo di mercato acquisteranno il bene, mentre quelli con un prezzo di riserva pi basso non lo acquisteranno. Tra i consumatori che acquistano il bene, ce ne saranno comunque alcuni con prezzi di riserva pi alti del prezzo di mercato. La differenza tra il loro prezzo di riserva e il prezzo di mercato viene chiamata surplus del consumatore. Con le ipotesi introdotte il surplus totale dei consumatori dato dallarea compresa tra la curva di domanda e il livello del prezzo di mercato.

142

IL SURPLUS DEL CONSUMATORE


p

Per un consumatore: differenza tra prezzo di riserva e prezzo di mercato (p) Per il mercato: somma del surplus di tutti i consumatori (area compresa tra la funzione di domanda inversa e il prezzo di mercato)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 2/56

Lintroduzione del concetto di surplus del consumatore serve a dare un contenuto normativo alla teoria (come vedremo infatti, il bene comune sar definito come la massimizzazione del surplus totale e lobiettivo della societ sar di massimizzare la soddisfazione del consumatore), contravvenendo allinterpretazione puramente positiva fin qui seguita.

143

3.

Elasticit e aggiustamento dei mercati [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 3] SIGNIFICATO MATEMATICO

Data una qualsiasi funzione Y = f (X), lelasticit si definisce nel modo seguente: e = (dY / Y) / (dX / X)

Il valore di e misura di quanto varia in termini percentuali la variabile dipendente (la Y) a fronte di una variazione delluno per cento della variabile indipendente (la X). In generale, lelasticit non la stessa in ogni punto della funzione, ma varia lungo la funzione. Lelasticit di una funzione in un particolare punto dipende da due fattori: (1) linclinazione della curva, (2) la posizione del punto nel piano cartesiano. SIGNIFICATO ECONOMICO

In campo economico, la variabile dipendente la quantit (Q) e quella indipendente il prezzo (p). La definizione prende allora la seguente forma. e = (dQ / Q) / (dp / p)

Tale definizione si applica tanto alla funzione di domanda (nel qual caso la indichiamo con ) quanto alla funzione dofferta (e in questo caso la indichiamo con ). Nel caso della domanda, essendo la curva inclinata negativamente (a parte il caso di beni di Giffen), come convenzione, lelasticit si definisce col segno invertito (in modo tale che il suo valore sia sempre positivo): Elasticit della domanda: Elasticit dellofferta:

= (dQD / QD) / (dp / p) = (dQS / QS) / (dp / p)

Sia per la domanda che per lofferta, il valore dellelasticit dipende dai seguenti fattori: 1. pendenza bassa e alta (in risposta ad una variazione data del prezzo si ha una forte variazione della quantit).

144

2. punto vicino allasse p e alta (sullasse p: e = ). 3. punto vicino allasse Q e bassa (sullasse Q: e = 0).

ELASTICIT DELLA DOMANDA (INCLINAZIONE DELLA CURVA)


p

p1 p2 : laumento della quantit maggiore sulla curva D2 (meno inclinata e pi elastica) che sulla curva D1

p1 p2 D2 D1 Q1 Q2 Q3 Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 3/3

ELASTICIT DELLOFFERTA (INCLINAZIONE DELLA CURVA)


p S1

S2 p1 p2

p1 p2 : La diminuzione delle quantit maggiore sulla curva S2 (meno inclinata e pi elastica) che sulla curva S1

Q2

Q3

Q1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 3/3

145

ELASTICIT DELLA DOMANDA E DELLOFFERTA (INTERSEZIONI CON GLI ASSI)


p = S

=0 = D Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 3/3

Una curva di dice elastica se e > 1 e anelastica se e < 1: 1. e > 1. A fronte di una variazione del prezzo delluno per cento, la variazione percentuale della quantit maggiore delluno per cento. 2. e < 1. A fronte di una variazione del prezzo delluno per cento, la variazione percentuale della quantit minore delluno per cento. 3. e = 1. A fronte di una variazione del prezzo delluno per cento, la variazione percentuale della quantit delluno per cento.

Nel caso della domanda, il punto in cui = 1 particolarmente significativo dal punto di vista della spesa complessiva del consumatore. Considerando un bene x normale (non di Giffen), con una curva di domanda decrescente, spostandosi dal punto A al punto B, a destra di A, aumenta la quantit e diminuisce il prezzo. Laumento della quantit domandata tende a far aumentare la spesa complessiva del consumatore per il bene x; tuttavia, la diminuzione del prezzo tende a far diminuire la spesa del consumatore. Dire che lelasticit alta (superiore a uno) significa dire che la variazione percentuale della quantit forte (cio superiore alla variazione percentuale del prezzo), il che fa aumentare la spesa del consumatore di pi di quanto non la faccia diminuire il fatto che il prezzo diminuito: 1. Effetto quantit: Q Spesa del consumatore per il bene x

146

2. Effetto prezzo:

Spesa del consumatore per il bene x

Se >1, leffetto quantit maggiore delleffetto prezzo la spesa del consumatore aumenta quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda. Lo stesso ragionamento pu essere fatto considerando il punto di vista delle imprese che vendono il bene x. Infatti alla spesa dei consumatori per lacquisto del bene x, corrispondono i ricavi delle imprese per la vendita del bene x. Quindi, dal punto di vista delle imprese, quando ci si sposta dal punto A al punto B, laumento della quantit venduta tende a far aumentare i ricavi complessivi; tuttavia, la diminuzione del prezzo tende a farli diminuire. Se lelasticit alta (superiore a uno) significa che la variazione percentuale della quantit superiore alla variazione percentuale del prezzo e leffetto netto quindi un aumento dei ricavi delle imprese: 1. Effetto quantit: Q 2. Effetto prezzo: p Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x

Se >1, leffetto quantit maggiore delleffetto prezzo i ricavi delle imprese aumentano quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda.

SPESA TOTALE DEI CONSUMATORI E RICAVI TOTALI DELLE IMPRESE


La spesa totale per lacquisto di un bene data dal prezzo di acquisto moltiplicato per la quantit acquistata. Dal punto di vista delle imprese, la spesa totale dei consumatori corrisponde al ricavo totale

S = pQ = RT
SPESA DEI CONSUMATORI RICAVI DELLE IMPRESE Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/8

147

CURVA DI DOMANDA ANELASTICA

Di fronte ad una variazione di p la risposta di Q meno che proporzionale

La spesa varia nella stessa direzione del prezzo


D Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/11

CURVA DI DOMANDA ELASTICA

Di fronte ad una variazione di p la risposta di Q pi che proporzionale

La spesa varia nella stessa direzione delle quantit


D Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/11

ESEMPI Funzione di domanda lineare: allintersezione con lasse p, = ; andando verso destra, lelasticit decresce ed pari a zero nel punto di intersezione con lasse Q. Nel punto medio si ha = 1. Funzione di domanda lineare perfettamente anelastica: retta verticale. Funzione di domanda lineare perfettamente elastica: retta orizzontale.

148

Funzione di domanda ad elasticit unitaria in tutti i punti: iperbole equilatera.

CURVE DI DOMANDA PARTICOLARI


p

Domanda perfettamente elastica: || = +


Q1 p Q2 Q

Domanda perfettamente anelastica: || = 0


Q p

Domanda ad elasticit unitaria: || = 1


Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/12

Funzione dofferta lineare. Si hanno due casi a seconda che lintercetta sia positiva o negativa (nel caso della domanda, lintercetta sempre positiva): 1. Intercetta positiva. Allintersezione con lasse p, = ; andando verso destra, lelasticit decresce e tende a 1 quando Q (quindi > 1 sempre) 2. Intercetta negativa. Allintersezione con lasse Q, = 0; andando verso destra, lelasticit cresce e tende a 1 quando Q (quindi < 1 sempre)

149

CURVE DI DOMANDA E DI OFFERTA LINEARI


p = S1 S2

=1

= =0 D

=0

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 3/3

ALTRE ELASTICIT Elasticit della domanda al reddito. Dal punto di vista matematico, si definisce come segue:

m = (dQD / QD) / (dm / m)


Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda a fronte di una variazione delluno per cento del reddito monetario m. Elasticit incrociata della domanda. Dal punto di vista matematico, si definisce come segue:

m = (dQD1 / QD1) / (dp2 / p2)


Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda del bene x1 a fronte di una variazione delluno per cento del prezzo del bene x2. DETERMINANTI DELLE ELASTICIT Elasticit della domanda al prezzo: 1. Numero di beni sostituti e grado di sostituibilit. 2. Porzione di reddito spesa nel bene.
150

3. Orizzonte temporale. Quanto pi esteso il periodo considerato, tanto maggiore la reazione in termini di quantit piuttosto che di prezzo (e quindi tanto maggiore lelasticit). Elasticit dellofferta al prezzo: 1. Ampiezza dellaumento dei costi in seguito allaumento della produzione. 2. Orizzonte temporale. Elasticit della domanda al reddito: 1. Grado di necessit del bene (beni normali, beni inferiori). 2. Livello di reddito. Elasticit incrociata della domanda: 1. Grado di sostituibilit o di complementarit tra i due beni. SPECULAZIONE, RISCHIO E INCERTEZZA In un contesto in cui i prezzi cambiano da un periodo allaltro, le decisioni di acquisto e di vendita nel periodo corrente si basano sulle aspettative riguardanti i prezzi futuri. I comportamenti basati sulle aspettative di prezzo volti a massimizzare il guadagno si dicono speculativi. La speculazione stabilizzante quando gli operatori credono che una variazione del prezzo sia solo temporanea (vendono quando i prezzi salgono e comprano quando scendono, attenuando le fluttuazioni del prezzo) ed destabilizzante se credono invece che essa sar seguita da ulteriori variazioni nello stesso senso (comprano quando i prezzi salgono e vendono quando scendono, amplificando le fluttuazioni del prezzo). Si parla di situazioni di rischio quando la probabilit di un dato evento nota (il lancio di un dado). Si parla invece di situazioni di incertezza quando la probabilit non nota (passare lesame di economia politica). Dal punto di vista economico, le scorte sono in alcuni casi un utile strumento per far fronte allincertezza. Si deve tuttavia tener conto che esse hanno anche un costo. PREZZI CONTROLLATI Nei mercati perfettamente concorrenziali il prezzo che si determina tale da uguagliare la quantit offerta e la quantit domandata. In alcuni casi, tuttavia, il governo pu intervenire per modificare il prezzo fissando un prezzo superiore o inferiore a quello di mercato. Se il

151

prezzo viene fissato ad un livello superiore si determina un eccesso dofferta. Se invece viene fissato ad un livello inferiore si determina un eccesso di domanda.

PREZZI CONTROLLATI
PREZZO MINIMO
p
ECCESSO DI OFFERTA

PREZZO MASSIMO
p S S

pmin pe pe pmax D QD QS Q
ECCESSO DI DOMANDA

QS

QD

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

cap. 3/41

Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo minimo: 1. Proteggere i redditi dei produttori. 2. Creare un surplus. 3. Impedire che i redditi dei lavoratori scendano al di sotto di un certo livello

Per mantenere il prezzo ad un livello superiore a quello di mercato, il governo ha diversi strumenti: 1. Acquistare il surplus 2. Ridurre lofferta imponendo delle quote massime di produzione 3. Aumentare la domanda attraverso trasferimenti e incentivi o imponendo tasse sui beni sostituti.

Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo massimo: 1. Questioni di equit distributiva (permettere lacquisto anche ai pi poveri). Lo svantaggio, secondo Sloman, che in tal caso vige il principio chi prima arriva, meglio alloggia. Il fatto, tuttavia, che con i prezzi di mercato vale invece il principio chi ha pi soldi, meglio alloggia. In presenza di scarsit, necessariamente si determina un razionamento dei beni. Il razionamento del mercato non neutrale come non lo sono gli altri tipi di razionamento: in un caso alloggia meglio chi arriva

152

per primo, nellaltro chi ha pi soldi. Un secondo svantaggio, sempre secondo Sloman, che tenderebbe a formarsi un mercato nero dove i consumatori pi ricchi riuscirebbero comunque ad accaparrarsi i beni a danno dei pi bisognosi. Non si capisce per perch questo sia uno svantaggio rispetto al mercato ordinario, visto che in questultimo laccaparramento dei beni da parte dei pi ricchi (anche se meno bisognosi) avviene nella perfetta legalit ed considerato addirittura la condizione di efficienza dellintero sistema. La differenza semmai che nel caso del mercato nero, si tratta di un illecito che pu essere perseguito, mentre nel caso del mercato ordinario (senza controlli sui prezzi) esso perfettamente legale. Per mantenere il prezzo ad un livello inferiore a quello di mercato, il governo ha diversi strumenti: 1. Incoraggiare lofferta attraverso trasferimenti o sgravi fiscali 2. Ridurre la domanda favorendo beni alternativi o controllando i redditi.

153

4.

Offerta dellimpresa e offerta di mercato [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 4] COSTI, RICAVI E PROFITTI

Assumiamo che lobiettivo dellimpresa sia la massimizzazione dei profitti. I profitti sono determinati dalla differenza tra i ricavi e i costi. Al variare della quantit prodotta, q, variano sia i costi totali dellimpresa, sia i suoi ricavi totali. Lobiettivo dellimpresa quindi di determinare la quantit ottima da produrre in modo tale da massimizzare i profitti totali.

Per quanto riguarda i ricavi, introduciamo unipotesi assai forte, secondo la quale limpresa riesce a vendere qualsiasi livello di produzione essa realizzi. Dal punto di vista dei costi si pone invece un problema aggiuntivo: per ogni livello di produzione che limpresa intende realizzare, si deve determinare il modo pi economico di combinare gli input, cos da minimizzare i costi di produzione. Si hanno quindi due problemi distinti: 1. Determinare la combinazione ottima dei fattori di produzione per ogni possibile livello di produzione q (problema di minimizzazione dei costi). 2. Determinare il livello ottimo di produzione q in modo tale da rendere massima la differenza tra ricavi e costi (problema di massimizzazione dei profitti). In altri termini, per poter massimizzare i profitti necessario, non solo che limpresa determini la quantit ottima da produrre ma anche che la produca al costo pi basso possibile.

Dal punto di vista matematico, i costi totali, i ricavi totali e i profitti totali sono funzioni della quantit prodotta. Costi totali: Ricavi totali: Profitti totali: CT = CT(q) RT = RT(q)

= (q) = RT(q) CT(q)

A partire da queste funzioni, possibile definire le rispettive funzioni medie e marginali. Costi medi: Ricavi medi: CME = CT / q RME = RT / q

154

Profitti medi: Costi marginali: Ricavi marginali: Profitti marginali:

ME = / q
CMG = CT / q RMG = RT / q

MG = / q

Costi, ricavi e profitti medi indicano rispettivamente il costo, il ricavo e il profitto per unit di prodotto che si ottengono quando si produce una quantit pari a q. Costi, ricavi e profitti marginali indicano invece laumento del costo, del ricavo e del profitto quando la quantit prodotta aumenta di ununit (dal livello q passa al livello q+1). Matematicamente, si tratta della derivata delle funzioni del costo, del ricavo e del profitto totali. COSTI Si suppone che esistano due soli input, lavoro (L) e capitale (K). I costi totali (CT) sono allora determinati dalla spesa che limpresa sostiene per lacquisto di questi due input. CT = wL + rK dove w e r sono i prezzi del lavoro e del capitale rispettivamente. Assumiamo che i mercati dei fattori di produzione (L e K) siano caratterizzati da concorrenza perfetta dal lato della domanda e che, quindi, limpresa non possa in nessun modo influire sui prezzi w e r. Tale ipotesi, anche se poco realistica, non sar abbandonata mai. Per poter di analizzare come variano i costi dellimpresa al variare delle quantit prodotta, dobbiamo innanzi tutto determinare come varia la quantit prodotta al variare delle quantit di input utilizzate. A tale scopo definiamo il concetto di funzione di produzione. Combinando opportunamente i due input si ottiene loutput (q), secondo la seguente funzione di produzione: q = q (L, K) A partire dalla funzione di produzione, possibile definire le produttivit medie e marginali del lavoro e del capitale:

155

Produttivit media del lavoro: Produttivit media del capitale: Produttivit marginale del lavoro: Produttivit marginale del capitale:

PMEL = q / L PMEK = q / K PMGL = q / L PMGK = q / K

La produttivit media del lavoro (o del capitale) indica la quantit di prodotto per unit di lavoro (o di capitale). Le produttivit marginali indicano di quanto aumenta il prodotto quando luso di uno dei due fattori viene aumentato di ununit. In generale, i fattori di produzione possono essere distinti in fattori fissi e fattori variabili. I primi sono quelli che non possono essere variati in un certo arco di tempo preso come riferimento (nel nostro caso semplificato a due soli fattori, il capitale); i secondi possono invece essere utilizzati in quantit variabili anche nellarco di tempo considerato (il lavoro). Definiamo allora breve periodo larco di tempo in cui possono essere variati solo i fattori variabili e lungo periodo un arco di tempo sufficientemente lungo in cui pu essere variata la quantit di tutti i fattori di produzione. COSTI DI BREVE PERIODO La quantit di capitale impiegata, K, data e loutput, q, pu essere variato solo impiegando quantit diverse di lavoro, L. La funzione di produzione diventa in questo caso dipendente solo da L. q = q (L) In questo caso il problema della minimizzazione dei costi banale poich limpresa non ha alcun margine di manovra sul modo di ottenere un certo livello di produzione q. Come vedremo, tale problema invece complesso nel lungo periodo poich in quel caso uno stesso livello di produzione q pu essere ottenuto con combinazioni diverse di L e K, il che solleva la questione di determinare la particolare combinazione (L, K) pi economica per limpresa. Secondo unipotesi comunemente accettata, quando si combinano quantit crescenti di un fattore variabile con una quantit costante del fattore fisso, loutput cresce in misura

156

sempre minore. Tale ipotesi prende il nome di legge della produttivit marginale decrescente. Dal punto di vista grafico, questa ipotesi implica che la curva della produttivit marginale del lavoro, PMGL, abbia un tratto decrescente. Pi in particolare, supporremo che la PMGL sia prima crescente (per bassi livelli di output, incrementi nella quantit di L danno luogo ad incrementi crescenti di q poich, ad esempio, dato un impianto di una certa dimensione, K, limpiego di quantit molto piccole di L non permette di utilizzarlo al meglio) e poi decrescente (per la legge della produttivit marginale decrescente). In termini della funzione di produzione questo equivale a dire che essa sia prima convessa e poi concava (nella figura, il cambio di concavit si ha nel punto di flesso: A). In generale si suppone che la funzione di produzione sia sempre crescente, ossia che allaumentare delle quantit di input loutput aumenti (seppure in misura via via decrescente). Sloman, tuttavia, ipotizza che oltre un certo limite (punto C), non solo dosi aggiuntive di un input smettono di avere effetti positivi sulla produzione, ma finiscono addirittura per diminuirla. In tal caso, la produttivit marginale diventa negativa. La curva della produttivit media si suppone anchessa prima crescente e poi decrescente. Graficamente, la produttivit media rappresentata dallinclinazione del segmento che unisce lorigine ai vari punti della funzione di produzione. Tale inclinazione aumenta inizialmente, raggiunge un massimo in B e poi diminuisce.

PRODUTTIVIT MEDIA
q
B

PMEL: crescente fino a B (punto in cui il rapporto q/L massimo); decrescente in seguito

L PMEL

PMEL L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

157

Dal punto di vista matematico, vale la seguente regola generale: se una curva media prima crescente e poi decrescente (o, viceversa, prima decrescente e poi crescente), la corrispondente curva marginale anchessa prima crescente e poi decrescente (o, viceversa, prima decrescente e poi crescente). Inoltre la curva marginale interseca sempre la curva media nel punto di massimo (o di minimo) di questultima.

FUNZIONE DI PRODUZIONE E PRODUTTIVIT MEDIA E MARGINALE


q
B C

PMGL: crescente fino ad A (punto di flesso della funzione di produzione); decrescente in seguito; negativa dopo C (punto di massimo della funzione di produzione) PMEL: crescente fino a B (punto di maggiore inclinazione del rapporto q/L); poi decrescente

L PMEL PMGL
A

PMEL
C
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

L PMGL

Una volta determinata la quantit di L che deve essere utilizzata per ottenere una certa quantit di q (ricordiamo che nel breve periodo la quantit di K data e non pu essere modificata), possibile analizzare come variano i costi totali al variare della quantit da produrre (q).

Abbiamo visto che il costo totale pu essere espresso dalla seguente relazione: CT = wL + rK NB: il fatto che la quantit di K sia data nel breve periodo non toglie che essa deve essere comunque pagata al prezzo r.

Pi in generale il costo totale (CT) determinato dalla somma dei costi variabili (CV) e dei costi fissi (CF). CT = CV + CF
158

NB: dato che tutti i tipi di costi variano in generale al variare della quantit prodotta, sarebbe pi corretto scrivere CT(q), CV(q) e CF(q). Per brevit, dora in avanti, non esplicitiamo la variabile indipendente (che sempre la q). NB: in base alle ipotesi semplificatrici introdotte secondo cui esistono due soli input, valgono le due seguenti relazioni: CV = wL CF = rK Come per i costi totali, possibile definire anche i costi variabili medi e i costi fissi medi. Costi variabili medi: Costi fissi medi: CVME = CV / q CFME = CF / q

Come per i costi totali, vale inoltre la seguente equazione: CME = CVME + CFME

Una volta noti CV e CF, le formule presentate consentono di ricavare tutti gli altri tipi di costi: CT, CME, CMG, CFME, CVME. Le curve dei costi presentano diversi andamenti al variare di q. 1. CF. Retta orizzontale. 2. CV. Curva crescente, prima concava (si ipotizza che a livelli bassi di output il fattore fisso non possa essere utilizzato al meglio), poi convessa (per la legge della produttivit marginale decrescente). 3. CT. Curva con lo stesso andamento della CV, ma traslata verso lalto di un ammontare pari a CF. 4. CME. Andamento a U: a livelli bassi di output il fattore fisso non viene utilizzato al meglio ed perci possibile risparmiare sul costo unitario aumentando la produzione; oltre un certo livello di produzione entra tuttavia in gioco la legge della produttivit marginale decrescente.

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5. CMG. Andamento a U per gli stessi motivi della CME. Come abbiamo gi visto, dal punto di vista matematico, si tratta di una legge generale: se una curva media ha andamento a U, la corrispondente curva marginale anchessa a U. Inoltre la curva marginale interseca sempre la curva media nel punto di minimo di questultima. 6. CFME. Curva decrescente perch i costi fissi vengono ripartiti su un numero crescente di prodotti. 7. CVME. Andamento a U per gli stessi motivi della CME.

COSTO TOTALE, MEDIO E MARGINALE


CT CV CT A A CF q CMG C B A
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

CMG: decrescente fino ad A (punto di flesso della CT e della CV); crescente in seguito. Interseca la CVME e la CME nei loro punti di minimo (punti B e C). CFME: sempre decrescente

CF

CV

CME CMG

CME CVME

CFME q

COSTI DI LUNGO PERIODO Nel lungo periodo, per definizione, tutti i fattori sono variabili. La distinzione tra CF e CV dunque non si pone e ci concentriamo unicamente sul costo medio di lungo periodo (CMELP) e il costo marginale di lungo periodo (CMGLP). Come vedremo, secondo la teoria neoclassica, entrambe queste curve dei costi hanno un andamento a U. Prima di analizzare i costi, dobbiamo per discutere le ipotesi riguardanti la tecnologia. A differenza del breve periodo la quantit q dipende ora sia dalla quantit di L sia da quella di K. q = q (L, K)

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Ora che ambedue gli input possono essere variati, probabile che al variare della quantit da produrre si renda conveniente variare le proporzioni di capitale e lavoro utilizzate. Il procedimento che seguiamo per determinare la combinazione ottima di L e K analogo a quello seguito nellanalisi della scelta del consumatore. Ricordiamo che il problema del consumatore poteva essere definito come consistente nel determinare la combinazione ottima di x1 e x2 che consentiva di massimizzare lutilit, dato un certo vincolo di spesa. Il procedimento per la soluzione di tale problema portava a determinare la retta di bilancio e le curve di indifferenza. Nel caso del produttore, il problema consiste nel determinare la combinazione ottima di L e K che consente di minimizzare i costi per ottenere un certo livello di produzione. Tale procedimento porta a determinare la retta di isocosto e gli isoquanti.

NB: Ricordiamo che nellanalisi del problema del consumatore era possibile definire due impostazioni simmetriche: massimizzare lutilit dato un vincolo di spesa (problema primale) oppure minimizzare la spesa per ottenere un certo livello di utilit (problema duale). Nellanalisi del problema del produttore sviluppiamo limpostazione duale, cio cerchiamo di minimizzare i costi dato il vincolo di ottenimento di un certo livello di produzione. Anche in questo caso comunque possibile definire un problema simmetrico consistente nella massimizzazione del livello di produzione dato un vincolo di spesa per lacquisto degli input. Come nel caso del consumatore, la soluzione ottima non cambia. LINSIEME DELLE ALTERNATIVE POSSIBILI: GLI ISOQUANTI

Secondo un procedimento simile a quello introdotto nellanalisi delle scelte del consumatore, introduciamo una serie di ipotesi sulla funzione di produzione (nella teoria del consumatore le ipotesi riguardavano le relazioni di preferenze e la funzione dutilit).

Assumiamo in particolare che uno stesso livello di produzione q possa essere ottenuto utilizzando quantit variabili dei fattori di produzione (ad esempio tanto K e poco L oppure tanto L e poco K).

Isoquanto. Un isoquanto definito come il luogo dei punti nel piano (L, K) che danno luogo allo stesso livello di produzione. In pratica, un isoquanto si ottiene unendo tutti i punti (tutte le diverse combinazioni di L e K) che danno luogo ad uno stesso livello di produzione.

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ISOQUANTI
K

Luogo delle combinazioni (L, K) che consentono di ottenere uno stesso livello di produzione q0
L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Ovviamente non esiste un unico isoquanto, ma ne esistono tanti: uno per ogni diverso livello di produzione.

MAPPA DI ISOQUANTI

A isoquanti pi lontani dallorigine corrispondono livelli di produzione maggiori (q2>q1>q0)

q2 q1 q0 L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Le ipotesi sulla funzione di produzione conferiscono agli isoquanti le seguenti propriet: 1. Completezza. A ciascun punto del piano appartiene un isoquanto.

162

2. Monotonicit. Gli isoquanti sono decrescenti. Lipotesi che la produzione aumenti quando aumenta la quantit di uno dei due input implica che per mantenere invariato il livello di produzione deve diminuire limpiego dellaltro input. Questo significa anche tutti i punti al di sopra di un isoquanto danno luogo ad una produzione maggiore, mentre quelli sotto lisoquanto danno luogo a livelli di produzione inferiori. In altri termini, agli isoquanti pi lontani dallorigine corrispondono livelli crescenti di produzione. 3. Definizione di funzione. Gli isoquanti non si intersecano mai. Supponiamo per assurdo che per il punto A passino due isoquanti distinti q1 e q2. Questo significa che il punto A dovrebbe dar luogo a due livelli di produzione distinti, il che contraddice lipotesi che la funzione di produzione sia ben definita, ossia che associ ad ogni punto del piano (K, L) un unico valore q. 4. Convessit. Gli isoquanti sono convessi. Se vale la legge della produttivit marginale decrescente, quando limpresa utilizza tanto K e poco L, essa pu ridurre di molto lutilizzo di K (il che d comunque luogo ad una caduta relativamente modesta della produzione), compensando tale caduta della produzione con un aumento anche piccolo di L (il quale, essendo utilizzato in quantit ancora scarsa, d un grande contributo alla produzione). Funzione di produzione e isoquanti. Dal punto di vista matematico, gli isoquanti si ricavano a partire dalla funzione di produzione esattamente con lo stesso procedimento con cui si ricavano le curve di indifferenza dalla funzione dutilit. Si consideri la funzione di produzione q = q (L, K) e si fissi un certo livello di produzione q = q. Lequazione q = q (L, K) definisce il luogo di punti che forniscono la produzione q. I valori di L e K che soddisfano lequazione determinano quindi i punti dellisoquanto di livello q. Saggio tecnico (marginale) di sostituzione. Se, a partire da un particolare punto di coordinate (L, K), si aumenta di ununit limpiego di L, affinch la produzione rimanga invariata, necessario ridurre di un certo ammontare limpiego di K. Il saggio tecnico (marginale) di sostituzione (STS) indica di quanto si deve diminuire la quantit del fattore K per compensare esattamente un aumento infinitesimale dellimpiego di L (in modo tale cio che il livello di produzione resti invariato). In termini analitici, si tratta di calcolare il differenziale totale della funzione di produzione (che indica la variazione totale della produzione quando L e K aumentano simultaneamente di quantit infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cio che le variazioni di L e K siano
163

tali da compensarsi esattamente dal punto di vista della produzione). Il differenziale totale dato dalla seguente espressione: dq = (q / L) dL + (q / K) dK = PMGL dL + PMGK dK Ponendo dq = 0, si impone che il livello di produzione rimanga costante e si determina cos in che misura limpiego di un fattore deve diminuire per compensare laumento dellimpiego dellaltro fattore, muovendosi lungo uno stesso isoquanto: dq = PMGL dL + PMGK dK = 0 dK / dL = (PMGL / PMGK) La misura (dK / dL) prende il nome di saggio tecnico (marginale) di sostituzione. Matematicamente, esso determinato dal rapporto tra le produttivit marginali dei due fattori cambiato di segno: STS = dK/ dL = (PMGL / PMGK) Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata dellisoquanto. Dal punto di vista grafico, esso rappresentato dalla tangente allisoquanto. Come per le curve di indifferenza, notiamo che il saggio tecnico (marginale) di sostituzione una misura puntuale della sostituibilit tra i fattori. In generale infatti linclinazione dellisoquanto varia lungo lisoquanto stesso. LA FUNZIONE OBIETTIVO: LE RETTE DI ISOCOSTO Riconsideriamo la funzione del costo totale: CT = wL + rK Per lipotesi di concorrenza perfetta sul mercato dei fattori di produzione, w e r sono dei parametri (dati sui quali limpresa non ha alcun controllo). Fissato un certo livello del costo totale, CT, allora possibile determinare tutte le diverse combinazioni di L e K che, acquistate ai prezzi (w, r), comportano un costo totale pari a CT. Tali combinazioni sono quelle che soddisfano la seguente equazione:
164

CT = wL + rK Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (L, K), la cui equazione esplicita rispetto a K la seguente: K = (w/r)L + CT/r Tale retta prende il nome di retta di isocosto. Lintersezione con lasse L data da: L = CT / w Lintersezione con lasse K data da: K = CT / r ottenuta ponendo L = 0 ottenuta ponendo K = 0

ISOCOSTI
K CT0/r

w/r

CT0/w

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

165

MAPPA DI ISOCOSTI
K

A rette di isocosto pi lontane dallorigine corrispondono livelli di costo maggiore per limpresa

L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Se aumenta il costo totale CT, a prezzi dei fattori costanti, la retta di isocosto si sposta verso lalto. Se aumenta r (il prezzo del fattore K), a parit di w e di costo totale CT, la retta di isocosto ruota verso linterno facendo perno sul punto di intersezione con lasse L. Se aumenta w (il prezzo del fattore L), a parit di r e di costo totale CT, la retta di isocosto ruota verso linterno facendo perno sul punto di intersezione con lasse K. LA MINIMIZZAZIONE DEI COSTI NEL LUNGO PERIODO

La scelta ottima del produttore si ottiene minimizzando i costi, compatibilmente con il vincolo di ottenere un certo livello di produzione. Per lipotesi di convessit degli isoquanti, il punto di ottimo determinata dalla condizione di tangenza tra lisoquanto e la retta di isocosto pi a sud-ovest possibile.

166

LA COMBINAZIONE OTTIMA DEGLI INPUT


Dato il livello di produzione q*, la combinazione dei fattori pi economica (L*, K*), cui corrisponde un costo totale pari a CT*
K

K*

E CT* L* L q*

Dato il costo totale CT*, il livello di produzione massimo che si pu ottenere q*

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo determinato dalla seguente condizione (che esprime appunto la tangenza tra lisoquanto, di inclinazione dK / dL, e la retta di isocosto, di coefficiente angolare (w / r)): STS = (w / r) Ricordando la definizione del STS, tale condizione pu scriversi anche nella seguente forma (uguaglianza delle produttivit marginali ponderate): (PMGL / w) = (PMGK / r) LE CURVE DI COSTO DI LUNGO PERIODO Una volta determinata la combinazione ottima di L e K per ogni livello di q possibile determinare le curve del costo totale, medio e marginale in funzione di q. Dora in avanti supponiamo quindi che ogni livello di produzione che limpresa intenda produrre sia ottenuto avendo opportunamente risolto il problema di minimizzare i costi (ossia di determinare la combinazione (L, K) pi economica) e ci concentriamo sullandamento dei costi al variare della quantit che limpresa intende produrre.

167

Si parla di rendimenti di scala costanti, crescenti o decrescenti quando raddoppiando gli input, loutput aumenta del doppio, di pi del doppio o di meno del doppio.

A tali concetti si collegano quelli di economie e diseconomie di scala. Le prime si realizzano quando i costi medi (cio i costi per unit di prodotto) diminuiscono allaumentare della scala di produzione (la curva dei costi medi sar quindi decrescente). Le seconde quando i costi per unit di prodotto aumentano allaumentare della scala di produzione (curva dei costi medi crescente).

Mentre il concetto di rendimenti di scala si riferisce strettamente alla struttura tecnologica, il concetto di economie di scala coinvolge anche i costi degli input, i quali potrebbero variare anchessi al variare della quantit prodotta. Ad esempio una grande impresa potrebbe riuscire ad approvvigionarsi a costi inferiori rispetto ad una piccola impresa e questo potrebbe essere sufficiente a ridurre i costi per unit di prodotto anche in presenza di una tecnologia a rendimenti di scala costanti (semplicemente la grande impresa paga di meno gli input).

Ragioni dellinsorgenza di economie di scala: specializzazione e divisione del lavoro, indivisibilit, principio del contenitore, maggiore efficienza dei macchinari grandi, prodotti congiunti, produzione a stadi successivi, economie di organizzazione, economie finanziarie.

Ragioni dellinsorgenza di diseconomie di scala: problemi di coordinamento, difficolt di controllo dei lavoratori sul posto di lavoro, maggiori capacit dei lavoratori di organizzarsi in difesa dei propri diritti, aumento del conflitto nelle relazioni tra le parti sociali.

Accanto alle economie e diseconomie di scala, che riguardano la singola impresa, si parla di economie e diseconomie esterne quando i costi medi per le imprese che producono uno stesso bene allinterno di un certo settore (di unindustria) diminuiscono o aumentano al crescere delle dimensioni dellindustria.

Ragioni dellinsorgenza di economie esterne: maggiori disponibilit di lavoratori specializzati, crescita dei servizi (finanziari, di commercializzazione, eccetera) di supporto allindustria, infrastrutture.

Ragioni dellinsorgenza di diseconomie esterne: determinati fattori di produzione potrebbero diventare scarsi ed aumentare di prezzo.

168

Le curve dei costi di lungo periodo presentano andamenti a U al variare di q. In particolare, si ipotizza che i prezzi dei fattori siano dati (cio che il mercato dei fattori sia perfettamente concorrenziale), che lo stato della tecnologia sia anchesso dato e che limpresa scelga sempre la combinazione ottima dei fattori per ogni livello di produzione. 1. CMELP. Si ipotizza che per bassi livelli di q prevalgano le economie di scala e che oltre un certo livello di produzione prevalgano le diseconomie di scala.

IL COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO

Costo ECONOMIE DI SCALA COSTI COSTANTI


q1 q2 q

Fino al livello di produzione q1 prevalgono le economie di scala Nel tratto compreso tra q1 e q2 si hanno costi medi costanti A partire dal livello di produzione q2 prevalgono le diseconomie di scala

DISECONOMIE DI SCALA

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

La CMELP pu essere vista anche come linviluppo dellinsieme delle CME.

169

RELAZIONE TRA CURVE DI COSTO MEDIO DI BREVE E DI LUNGO PERIODO


Nel lungo periodo limpresa pu scegliere limpianto pi idoneo al livello di produzione da realizzare (ad ogni impianto corrisponde una CMEBP). Per ogni livello di produzione, limpresa sceglie limpianto migliore e la sua intensit ottima di utilizzo

CMEBP1

Costi

CMEBP2

CMEBP3 CMELP

CMEBP4

La CMELP rappresenta linviluppo inferiore delle CMEBP


Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. CMGLP. Landamento a U dipende dallipotesi di andamento a U della CMELP. Inoltre, la CMGLP interseca la CMELP nel punto di minimo di questultima.

COSTI MEDI E MARGINALI DI LUNGO PERIODO


La CMGLP sta sotto la CMELP quando questa decrescente; sta sopra quando crescente

Costi

Costi

Costi

CMGLP Costi CMGLP

CMELP CMGLP q

CMELP = CMGLP

CMELP CMELP q q q

Economie di scala

Costi costanti

Diseconomie di scala

Forma a U

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

RICAVI Il ricavo totale dellimpresa determinato dal prodotto tra prezzo di vendita (p) e quantit venduta (q). Il prezzo di vendita dipende dalla forma del mercato in cui opera limpresa.

170

In generale, infatti, variando la quantit offerta, limpresa potrebbe incidere sul prezzo di vendita. Il prezzo quindi una funzione della quantit offerta. RT = p(q) q La misura in cui unimpresa pu incidere sul prezzo di vendita definisce il suo potere di mercato. Tale potere di mercato determinato dallelasticit della domanda che limpresa ha di fronte. NB: si potrebbe avere potere di mercato anche dal lato della domanda. Se, ad esempio, la domanda fosse caratterizzata da condizioni di monopsonio (un solo consumatore) questi, variando la quantit domandata, potrebbe incidere sul prezzo dacquisto. In tutta lanalisi supporremmo tuttavia che la domanda sia caratterizzata da condizioni di concorrenza perfetta. La curva di domanda dellintero mercato si suppone sempre decrescente. Essa risulta dallaggregazione delle domande individuali (cap. 2). NB: per ipotesi stiamo escludendo il caso di beni di Giffen. La curva di domanda di mercato coincide con la curva di domanda della singola impresa solo nel caso di monopolio (caso in cui sul mercato opera una sola impresa e, quindi, tutta la domanda del mercato si rivolge alla sola impresa esistente). In generale, per conoscere la curva di domanda dellimpresa si deve conoscere la forma di mercato in cui limpresa opera. Una volta nota la curva di domanda che una singola impresa ha di fronte, possibile conoscere le sue curve dei ricavi. La curva di domanda della singola impresa coincide infatti con i suoi ricavi medi: per ogni livello del prezzo, tutte le unit che i consumatori domandano allimpresa sono, dal punto di vista dellimpresa, unit vendute. D = RME Quindi, una volta nota la curva di domanda dellimpresa, nota anche la curva del suo ricavo medio e a partire da questa possibile derivare anche il ricavo totale e il ricavo marginale. RT = RME q

171

RMG = RT / q PROFITTI La massimizzazione dei profitti totali si ottiene producendo la quantit q* che massimizza la differenza tra ricavi totali e costi totali.

(q) = RT(q) CT(q)


Per determinare il livello ottimo di produzione, q*, si possono utilizzare le curve dei ricavi e dei costi marginali. Dato un qualsiasi livello di produzione q, se RMG(q) > CMG(q), allora conviene aumentare la quantit prodotta: il ricavo aggiuntivo che si ottiene producendo ununit aggiuntiva infatti maggiore del suo costo (il che significa che il livello di produzione q non ottimale). Se, viceversa, RMG(q) < CMG(q), allora conviene ridurre la quantit prodotta: il ricavo aggiuntivo che si ottiene producendo ununit aggiuntiva minore del suo costo (il che significa, di nuovo, che il livello di produzione q non ottimale). Il livello di produzione ottimo perci, il valore di q* tale che: RMG(q*) = CMG(q*) I profitti totali corrispondenti al livello di produzione ottimo q* sono determinati dalla differenza tra il ricavo totale e il costo totale corrispondenti al valore q*:

(q*) = RT(q*) CT(q*)


Tale differenza pu essere espressa anche in termini delle curve dei ricavi e dei costi medi:

(q*) = [p(q*) CME(q*)]q


NB: in realt, il profitto normale dellimpresa (inteso come il profitto che il capitalista potrebbe ottenere investendo il proprio capitale in unaltra attivit, cio il costoopportunit dellinvestimento) incluso nella curva dei costi. Quello che fin qui abbiamo

172

chiamato profitto (il rettangolo appena determinato) perci in realt un extra-profitto, ossia un profitto aggiuntivo rispetto al profitto normale. Si deve anche notare che, nel breve periodo, limpresa pu trovare conveniente produrre anche in perdita (cio ad un livello di produzione tale che RME < CME) a patto che sia in grado di recuperare almeno i costi variabili (RME CVME): i costi fissi ormai sono stati sostenuti e producendo ad un livello tale che il ricavo medio superiore al costo variabile medio almeno si minimizzano le perdite. Nel lungo periodo invece limpresa esce dal mercato se non recupera interamente i costi medi (RME CMELP).

173

5.

Forme di mercato [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 5] GRADO DI CONCORRENZA

Sulla base (1) del numero di imprese presenti nel mercato, (2) delle barriere allentrata e (3) della natura del prodotto possibile distinguere quattro forme di mercato dal lato dellofferta: concorrenza perfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio e monopolio. In tutto il capitolo supporremo invece che dal lato della domanda ci sia concorrenza perfetta tra i consumatori. Ricordiamo inoltre che, nel determinare i costi dellimpresa, abbiamo supposto che questa sia in concorrenza perfetta con le altre imprese nellacquisto dei fattori di produzione e che non abbia perci alcun potere di influire sui prezzi dei fattori.

Le quattro forme di mercato hanno implicazioni diverse in termini della curva di domanda cui fanno fronte le imprese, il che porta le imprese ad avere comportamenti diversi a seconda della struttura di mercato. A sua volta, la diversa condotta delle imprese produce diversi risultati economici, innanzi tutto in termini di profitti. La logica quindi la seguente: Struttura Condotta Performance CONCORRENZA PERFETTA

Definizione: mercato caratterizzato da un numero molto elevato di imprese, un identico prodotto, una conoscenza perfetta e la piena libert di entrata e di uscita nel mercato. Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di fronte la singola impresa orizzontale e limpresa price-taker (la quantit offerta dallimpresa irrilevante rispetto allofferta totale del mercato e il prezzo dunque non varia al variare della quantit prodotta). Limpresa non ha allora alcun potere di mercato e il prezzo semplicemente un parametro che limpresa prende per dato nelle sue decisioni di produzione.

La curva di domanda e la curva del ricavo medio sono due rette orizzontali al livello p. RME = D = p

Ricordando le relazioni tra le curve dei ricavi totali, medi e marginali:

174

RT = RME q = pq RMG = RT / q = p Il ricavo totale una retta crescente di coefficiente angolare p e intercetta nulla. Il ricavo marginale una retta orizzontale al livello p coincidente con la retta del ricavo medio (e con la curva di domanda). Ricordando che la condizione per la massimizzazione dei profitti CMG = RMG, limpresa massimizza il profitto producendo la quantit, q* tale che p = CMG. Al livello di produzione ottimo, possibile che limpresa realizzi extraprofitti (se p > CME) o che sia in perdita (se CVME < p < CME). Tale situazione costituisce un equilibrio di breve periodo. Essa tuttavia non sostenibile anche nel lungo periodo.

EQUILIBRIO DELLIMPRESA CONCORRENZIALE NEL BREVE PERIODO


p CMG CME pe RME = RMG = pe

Curva di domanda dellimpresa orizzontale al livello pe. Profitto massimo nel punto RMG = p = CMG In corrispondenza di qe limpresa consegue un extra-profitto (area tratteggiata)

qe

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

A livello dellintera industria, il prezzo e la quantit dequilibrio, p e Qe, si ottengono dallintersezione delle curve di domanda e di offerta dellindustria (con inclinazione negativa la prima e positiva la seconda).

175

EQUILIBRIO CONCORRENZIALE DELLINDUSTRIA NEL BREVE PERIODO


p S

Il prezzo di equilibrio (pe) dato dallintersezione tra le curve di domanda e di offerta del mercato

pe D Qe Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Nel breve periodo, la curva di offerta dellimpresa (cio la relazione che esprime per ogni livello del prezzo, la quantit offerta dallimpresa) coincide con la curva del costo marginale nel tratto in cui questa giace al di sopra della curva del costo medio. Infatti, per ogni livello di p, la quantit ottima da produrre si ottiene proprio imponendo la condizione p = CMG.

CURVA DOFFERTA DELLIMPRESA NEL BREVE PERIODO


La curva dofferta dellimpresa,(s) coincide con il CMG (nel tratto in cui questo superiore al CVME)

CMG

p3 p2 p1 D1

CVME D3 D2 Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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Nel lungo periodo, se limpresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano nel mercato, la quantit totale prodotta aumenta, il prezzo si riduce e gli extraprofitti scompaiono. Simmetricamente, se le imprese sono in perdita, escono dal mercato, la quantit si riduce e il prezzo sale fino al livello sufficiente a coprire i costi medi. Nel lungo periodo quindi oltre alla condizione CMG = RMG, si stabilisce la condizione CME = RME la quale indica lassenza di extraprofitti.

LEQUILIBRIO DELLIMPRESA CONCORRENZIALE NEL LUNGO PERIODO


In presenza di extra-profitti (RME > CME), nuove imprese entrano nellindustria aumenta lofferta diminuisce il prezzo spariscono gli extraprofitti
p S1 SL p1 pL D Q qL q

p CMELP RME RME

Industria

Impresa

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Inoltre, si ha anche RMG = RME (poich entrambe sono uguali a p) e, quindi, CMG = CME. Allora, dato che una curva marginale interseca sempre la sua curva media nel punto di minimo di questultima, luguaglianza CMG = CME implica che il livello di produzione ottimo di lungo periodo quello per il quale il costo medio minimo.

Le posizioni di equilibrio di breve e di lungo periodo sono dunque caratterizzate dalle seguenti eguaglianze: Breve periodo: Lungo periodo: POTERE DI MERCATO CMG = RMG = RME CMELP = CME = CMG = RMG = RME

In tutte le forme di mercato diverse dalla concorrenza perfetta, la singola impresa ha un certo potere di mercato. La curva di domanda che limpresa ha di fronte inclinata
177

negativamente: riducendo la quantit offerta limpresa pu ottenere un prezzo pi alto. Quanto pi inclinata la curva di domanda che ha di fronte limpresa, tanto maggiore il suo potere di mercato, ossia il potere di influire sul prezzo variando la quantit offerta. A differenza del caso concorrenziale, in cui il ricavo medio dellimpresa non dipende dalla quantit prodotta, ora il ricavo medio (cio la domanda che si rivolge allimpresa) una funzione (decrescente) di q: RME = p(q) Anche nella funzione del ricavo totale, quindi, il prezzo non pi un parametro, ma funzione della quantit prodotta: RT = p(q) q La curva del ricavo totale crescente nei tratti in cui lelasticit della domanda maggiore di uno. Se la curva di domanda che ha di fronte limpresa ha un tratto in cui lelasticit minore di uno la RT diventa decrescente (allaumentare della quantit, il ricavo diminuisce).

RICAVI TOTALI, MEDI E MARGINALI DI UNIMPRESA CON POTERE DI MERCATO


RME RMG RMG

Ricavo medio: coincide con il prezzo (curva di domanda) Ricavo marginale: positivo se la domanda elastica; negativo se la domanda anelastica; nullo se lelasticit pari a 1. Ricavo totale: crescente finch RMG>0; decrescente quando RMG<0

>1
A (=1) <1 p = RME q

RT RT

q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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Matematicamente, la curva del ricavo marginale si ottiene derivando la funzione del ricavo totale: RMG = RT / q = [p(q) q] / q = p + (p / q)q Ricordando la formula dellelasticit della domanda, = (q / p)(p / q), la RMG pu essere espressa in funzione dellelasticit della domanda: RMG = p [1 (1/)] Se assumiamo che la curva di domanda che limpresa ha di fronte lineare, la RMG anchessa lineare e si trova sotto la RME.

Una volta noti i ricavi e i costi, la massimizzazione dei profitti avviene individuando la quantit q* che massimizza la loro differenza. Dal punto di vista grafico, si tratta di determinare il valore di q*, che rende massima la distanza verticale tra la RT(q) e la CT(q).

MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI (COSTI E RICAVI TOTALI)

= RT CT

RT CT

CT RT

Il profitto massimo dove massima la differenza tra ricavo e costo totale

q*

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Sfruttando la condizione di ottimo RMG = CMG, la quantit ottima q* si ottiene come intersezione tra la RMG e la CMG.

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MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI (COSTI E RICAVI MARGINALI)


RMG CMG CMG

q*: punto di massimo profitto: RMG = CMG


q* RMG q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Una volta trovata la quantit ottima da produrre, q*, lammontare totale dei profitti dato dallarea del rettangolo avente per base la quantit q* e per altezza il profitto medio (cio la differenza tra la RME e la CME).

PROFITTO MASSIMO (COSTI E RICAVI MEDI)

Quantit ottima da produrre: CMG = RMG => q*


Ricavi, costi

CMG CME

Profitto massimo (area del rettangolo tratteggiato): [RME(q*) CME(q*)]q*

RME q* RMG q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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MONOPOLIO Definizione: mercato in cui presente una sola impresa grazie allesistenza di barriere allentrata. La curva di domanda dellindustria coincide allora con la curva di domanda dellimpresa monopolistica. Essa quindi decrescente. Le barriere allentrata possono essere determinate da diversi fattori: 1. Economie di scala (monopolio naturale). Le curve dei costi medi e marginali sono decrescenti. 2. Differenziazione del prodotto e fedelt al marchio. 3. Superiorit tecnologica (che presuppone informazione imperfetta). 4. Propriet e controllo di importanti fattori di produzione o delle reti di vendita. 5. Protezione legale. Dato che la curva di domanda dellindustria coincide con quella dellimpresa, essa coincide anche con la curva dei ricavi medi dellimpresa (RME). Se assumiamo che la curva di domanda lineare, la RMG anchessa lineare e sta sotto la RME. Nel breve periodo, come nel lungo periodo, limpresa massimizza il profitto producendo la quantit, q* tale che: CMG = RMG. A tale livello di produzione, limpresa monopolista percepisce extraprofitti, i quali sono duraturi poich esistono, per ipotesi, barriere allentrata che impediscono alle altre imprese di espandere la produzione.

EQUILIBRIO DI MONOPOLIO NEL BREVE E NEL LUNGO PERIODO


p CMG CME

La curva di domanda dellimpresa coincide con la domanda di mercato Qm

pm

RMG Qm

D = RME Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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Rispetto al caso concorrenziale, se i costi sono gli stessi, il prezzo si stabilisce ad un livello pi alto e la quantit venduta minore.

CONFRONTO TRA CONCORRENZA E MONOPOLIO A PARIT DI COSTI


p CMG pm pc M C

1.

2.

nel breve periodo, la concorrenza perfetta produce una quantit maggiore a un prezzo inferiore nel lungo periodo, i prezzi di concorrenza perfetta sono al livello minimo possibile

RMG D Qm Qc Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di economie di scala, esso riesce a produrre a costi minori (il che potrebbe portare ad un prezzo pi basso). Quando i costi di entrata e di uscita da parte di potenziali rivali con la stessa tecnologia sono nulli, un mercato si dice perfettamente contendibile. Secondo la teoria dei mercati contendibili, un monopolista tende a comportarsi come se fosse in concorrenza perfetta, fissando il prezzo ad un livello sufficiente a coprire i costi medi, ma non tale da generare extraprofitti (in caso contrario, la concorrenza potenziale diventerebbe effettiva, con lentrata di nuove imprese sul mercato). Lipotesi di perfetta contendibilit, come quella di perfetta concorrenza spesso poco plausibile. CONCORRENZA MONOPOLISTICA

Definizione: mercato in cui non ci sono barriere allentrata, ma il prodotto delle imprese presenti differenziato. Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di fronte la singola impresa decrescente pur essendo piuttosto elastica (limpresa ha un certo potere di mercato, ma se aumenta troppo il prezzo i propri clienti si rivolgono alle imprese concorrenti).

182

Nel breve periodo, come sempre, limpresa massimizza il profitto producendo la quantit, q* tale che RMG = CMG. A tale livello di produzione, limpresa pu ottenere extraprofitti (se p > CME).

EQUILIBRIO DI CONCORRENZA MONOPOLISTICA NEL BREVE PERIODO


p CMG CME pB

Lextra-profitto (area tratteggiata) tanto pi elevato quanto meno elastica la domanda la differenziazione del prodotto aumenta gli extra-profitti

RMG qB

pB Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Nel lungo periodo, tuttavia, se limpresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano nel mercato, la curva di domanda della singola impresa si sposta verso sinistra e gli extraprofitti scompaiono. Lincentivo allentrata di nuove imprese cessa quando la curva di domanda diventa tangente alla CMELP (il che implica assenza di extraprofitti). Nel lungo periodo si hanno dunque le seguenti eguaglianze: p = CMELP RMG = CMGLP

183

EQUILIBRIO DI CONCORRENZA MONOPOLISTICA NEL LUNGO PERIODO


CMGLP p CMELP

Gli extra-profitti di breve periodo incoraggiano lentrata di nuove imprese nellindustria la domanda delle imprese gi operanti si riduce spariscono gli extra-profitti (tangenza tra la domanda e il costo medio)

pB pL RMG QL Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Rispetto alla concorrenza perfetta il prezzo di lungo periodo si stabilisce ad un livello pi alto e la quantit venduta minore. Inoltre la quantit prodotta non tale da minimizzare il CMELP.

CONFRONTO TRA CONCORRENZA MONOPOLISTICA E CONCORRENZA PERFETTA A PARIT DI COSTI


p CMELP

1.

2.

La concorrenza monopolistica produce una quantit minore a un prezzo superiore non viene minimizzato il CMELP

p2

CM C pc L

pcmL q2 q1 Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Rispetto al monopolio, se i costi sono gli stessi, il prezzo di lungo periodo pi basso e la quantit venduta maggiore. Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di economie di

184

scala, esso riesce a produrre a costi minori (il che potrebbe portare ad un prezzo pi basso). OLIGOPOLIO Definizione: mercato in cui ci sono barriere allentrata e in cui le imprese esistenti interagiscono in modo strategico. Esistono diversi tipi di oligopolio: le barriere allentrata possono derivare da una superiorit tecnologica con un prodotto omogeneo (oligopolio concentrato), oppure possono derivare dalla differenziazione del prodotto (oligopolio differenziato). Secondo la forma dellinterazione strategica tra le imprese possibile distinguere comportamenti collusivi e comportamenti competitivi. Un accordo formale di collusione prende il nome di cartello. Se tutte le imprese dellindustria aderiscono al cartello, questultimo si comporta come se fosse un unico monopolista: fissa la quantit ottima secondo la condizione RMG = CMG e il prezzo corrispondente in base alla curva di domanda. Una volta fissata la quantit globale da produrre, la quota di produzione di ciascuna impresa stabilita da accordi espliciti tra le imprese.

EQUILIBRIO DI OLIGOPOLIO COLLUSIVO

Le imprese del cartello determinano q* e p* come in monopolio e poi si spartiscono il mercato tramite lassegnazione di quote

CMGcartello p*

RMGindustria q*

Dindustria q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

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In alcuni casi, i cartelli sono vietati dalla normativa anti-trust. In tal caso sono possibili collusioni tacite. Un esempio diffuso la leadership di prezzo dellimpresa dominante: limpresa leader fissa il prezzo ad un livello tale da garantire extraprofitti e le altre imprese si adeguano (senza tentare di guadagnare quote di mercato attraverso politiche ribassiste che genererebbero ritorsioni e diminuzioni dei profitti di tutte le imprese del settore). Un altro esempio di collusione tacita la prassi di fissare il prezzo sulla base del costo medio (pi un certo margine di profitto) evitando cos la concorrenza di prezzo. In generale, costituiscono una collusione tacita tutte le regole di comportamento implicite volte a proteggere gli interessi generali delle imprese del settore.

La stabilit di un accordo collusivo dipende dai vantaggi che possono avere le imprese a rompere laccordo. Loligopolio non collusivo spesso studiato attraverso la teoria dei giochi. Per ogni strategia di un giocatore (per ogni scelta possibile), il guadagno (o, nei termini della teoria dei giochi, il pay-off) dipende dalla strategia degli altri giocatori. La teoria dei giochi considera allora gli effetti di possibili strategie. 1. Strategia del maximin. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore calcola il pay-off minimo (quello corrispondente allipotesi pi pessimistica in merito alla risposta dellaltro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello pi grande. 2. Strategia del maximax. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore calcola il pay-off massimo (quello corrispondente allipotesi pi ottimistica in merito alla risposta dellaltro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello pi grande.

Si definisce strategia dominante una strategia che garantisce il pay-off massimo indipendentemente dalla strategia del rivale. Una situazione in cui ambedue i giocatori giocano una strategia dominante definisce un equilibrio di Nash. In altri termini un equilibrio di Nash una situazione in cui a nessun giocatore conviene cambiare strategia unilateralmente.

Nel caso della curva di domanda a gomito, ciascun oligopolista utilizza la strategia del maximin: di fronte alla possibilit di abbassare il prezzo, loligopolista suppone che anche i rivali faranno lo stesso, il che implicher un modesto aumento della quantit venduta (secondo linclinazione della curva di domanda dellindustria); nel caso invece di un aumento del prezzo, egli suppone che gli altri non lo seguiranno, il che implicher una forte caduta della quantit venduta a vantaggio dei rivali. Secondo questa teoria, dunque, i prezzi tendono a rimanere stabili nei mercati oligopolistici.

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CURVA DI DOMANDA A GOMITO IN OLIGOPOLIO NON COLLUSIVO

Se un oligopolista abbassa il prezzo, i rivali lo seguono: le quote di mercato restano invariate (curva piatta) Se invece alza il prezzo, i rivali non lo seguono e perde molti clienti (curva inclinata)

p1 D q1 q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Lequilibrio di Nash non coincide necessariamente con la situazione ottimale per i due giocatori. In alcuni casi, infatti, se i giocatori potessero accordarsi e determinare una strategia comune (come negli accordi collusivi), essi potrebbero migliorare entrambi il proprio pay-off rispetto allequilibrio di Nash. Un esempio di questo tipo sono le situazioni tipo dilemma del prigioniero.

Il prezzo di oligopolio in generale pi alto del prezzo di concorrenza e pi basso del prezzo di monopolio. Discriminazione di prezzo. Si ha discriminazione del prezzo quando limpresa riesce a praticare prezzi diversi ai diversi consumatori. Ovviamente la possibilit di discriminazione del prezzo un vantaggio per le imprese (infatti, alla peggio, limpresa potrebbe sempre fissare un prezzo unico).

Si ha discriminazione di primo grado (discriminazione perfetta) quando limpresa riesce a vendere ogni unit del bene al prezzo massimo che ciascun consumatore disposto a pagare.

Si ha discriminazione di secondo grado quando limpresa applica prezzi diversi ai clienti in base alla quantit acquistata da questi ultimi. Si ha discriminazione di terzo grado quando i consumatori possono essere raggruppati in diversi segmenti (maschi e femmine, consumatori privati e imprese, giovani e anziani) a ciascuno dei quali viene praticato un prezzo diverso.
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Il caso ideale (per limpresa), ovviamente quello di discriminazione di primo grado. Nel caso di discriminazione del terzo grado, dal punto di vista dei consumatori, alcuni potrebbero trarne un vantaggio (quelli che hanno una bassa disponibilit a pagare e che, con il prezzo unico, rimarrebbero esclusi dal consumo); altri tuttavia saranno svantaggiati (quelli con un alta disponibilit a pagare, che finiscono per pagare un prezzo pi alto di quello che prevarrebbe con il prezzo unico). A livello globale, quello che certo che si ha una diminuzione del surplus globale dei consumatori e un aumento dei profitti delle imprese.

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