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Le cene

di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca

Letteratura italiana Einaudi

Edizione di riferimento:

a cura di Riccardo Bruscagli, Salerno, Roma 1976

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Sommario
La introduzzione al novellare Prima cena Novella prima Novella seconda Novella terza Novella quarta Novella quinta Novella sesta Novella settima Novella ottava Novella nona Novella decima e ultima Seconda cena Introduzione Novella prima Novella seconda Novella terza Novella quarta Novella quinta Novella sesta Novella settima Novella ottava Novella nona Novella decima Terza cena Novella decima 1 8 8 16 22 29 34 49 58 65 72 76 84 84 86 101 119 132 155 172 184 196 206 215 226 226

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Sommario
Novelle magliabechiane [Novella I]. Della prima cena la nona favola [Novella II]. Della seconda cena la nona favola [Novella III] 268 274 292 319

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iv

LA INTRODUZZIONE AL NOVELLARE [1] Avevano gi gli anni della fruttifera incarnazione dellaltissimo figliuol di Maria Vergine il termine passato del MDXXXX, n si erano ancora al cinquanta condotti nel tempo dunque che per vicario di Cristo e per successore di Piero Pagolo terzo governava la santa Madre Chiesa, e Carlo quinto Cesare con eterna gloria allentava e stringeva il freno allo antico imperio dellinvitto popolo di Marte, e i Galli erano costoditi e retti allora da Francesco primo serenissimo re di Francia , [2] quando nella generosa e bellissima citt di Firenze, l nellultimo di gennaio, un giorno di festa doppo desinare, si trovarano in casa una non meno valorosa e nobile che ricca e bella donna vedova quattro giovani de i primi e pi gentili della terra, per passar tempo e trattenerse con un suo carnal fratello, che per lettere e per cortesia aveva pochi pari, non solo in Firenze, ma in tutta Toscana; perci che, oltre laltre sue vert, era musico perfetto, e una camera teneva fornita di canzonieri scelti e dogni sorte di strumenti lodevoli; sappiendo tutti quei gioveni, chi pi e chi meno, cantare e sonare. [3] Ora, mentre che essi e colle voci e co i suoni attendevano a darse piacere, si chiuse il tempo, e cominci per sorte a mettere una neve s folta, che in poco dora alz per tutto un buon sommesso; di maniera che i giovani, ci veggendo, lasciato il sonare e l cantare, di camera suscirono, e in un bellissimo cortile venuti, si diero a trastullarse colla neve. [4] La qual cosa sentendo la padrona di casa, la quale era avvenevole e manierosa, le cadde nellanimo di fare al fratello e a gli altri gioveni uno assalto piacevole; e prestamente chiam quattro gioveni donne, due sue figliastre, una sua nipote e una sua vicina, tutte quattro maritate, che per varie cagioni e per diversi rispetti si trovavano allora in casa seco, no-

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bili e belle tutte, leggiadre e graziose a meraviglia (le figliastre avevano i mariti loro, per negozi della mercatura, uno a Roma e laltro a Vinegia, quel della nipote era in ufizio e quel della vicina in villa), e disse: [5] Iho pensato, fanciulle mie care, che noi spacciatamente ce ne andiamo in sul tetto e facciamo in un tratto, con tutte le fantesche insieme, un numero grandissimo di palle di neve; e di poi alle finestre della corte ce ne andiamo e facciamo con esse a quei gioveni che tra loro combattano, una guerra terribile: essi si vorranno rivolgere e risponderci; ma, sendo di sotto, ne toccheranno tante, che pur una volta si troverranno malconci . [6] Piacque il parlar suo a tutte quante, s che di fatto si misero in assetto, e colle fanti andatesene in sul terrazzo e indi sopra il tetto, con prestezza grandissima tre vassoi e due gran paniere empierono di ben fatte e sode palle, e chetamente ne vennero alle finestre che rispondevono sopra il cortile, dove i gioveni, mal governi, tra loro combattevano ancora: e posato a pi dogni finestra il suo vassoio o la sua paniera, saffacciarano a un tratto succinte e sbracciate, e cominciarano di qua e di l a trarre confusamente a i giovani; i quali quanto meno se lo aspettavano, tanto pi parve loro il caso strano e meraviglioso. [7] E clti allo improvviso, in quel sbito, alzando il capo in su, non sappiendo risolverse, stavano fermi e guardavano; s che di buone pallate toccarono nelle tempie e nel viso, per lo petto e per tutta la persona. Pur poi, veggendo che le donne facevano daddovero, gridando e ridendo si rivolsero, e cominciarano insieme una scaramuccia la pi sollazzevole del mondo: ma i gioveni ne andavano col peggio, perch nel chinarse erano clti sconciamente, e nello schifare una palla, laltra gli veniva a investire; e spesse volte avvenne che alcuni di loro, sdrucciolando, caddero, onde otto o diece pallate toccavano a un tratto; di che le donne facevano meravigliosa festa: e per un terzo dora, quanto bast

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loro la neve, ebbero un piacere incomparabile. E di fatto, quella mancata, serrato le finestre se ne andarono a scaldarse e a mutarse, lasciando i gioveni nella corte a grido, tutti quanti imbrodolati e molli. [8] I gioveni, veggendo sparite le donne e le finestre serrate, subito, lasciato la impresa, se ne tornarano in camera; dove trovato acceso un buon fuoco, chi attese a rasciugarse, chi a farse scalzare, chi se ne entr nel letto, e furonvi di quelli che si ebbero a mutare per infino alla camicia. Ma, poi che essi furon rasciutti e riscaldati, non si potendo dar pace dello esser stati dalle donne cos malconci, pensarano di vendicarsene; e di concordia tornatisene chetamente nel cortile, sempierono tutti le mani e l seno di neve, e, credendosi trovar le donne sprovvedute intorno al fuoco, savviarano pian piano per assaltarle e fare le loro vendette: ma nel salir la scala non poterono tanto celarse, che da quelle non fussero e sentiti e veduti; s che, corse in uno stante, serrarano luscio della sala; onde i giovani, rimasti scherniti, se ne ritornarono in camera. [9] E per chegli era gi restato di nevicare, ragionavano dandare in qualche lato a spasso; e mentre che tra loro si disputava del luogo, cominci per sorte, come spesse volte veggiamo che la neve si converte in acqua, a piovere rovinosamente; di modo che si risolverono di tarse quivi per la sera: e fatto portare de i lumi, perch di gi sera rabbuiato, e raccendere il fuoco, si dierono a cantare certi madrigali a cinque voci di Verdelotto e dArcadelte. [10] Le donne, poi chelle ebbero scampato la mala ventura, attendendosi a scaldare, si ridevano di coloro; e nel ragionare insieme di cose piacevoli e allegre, udirono per ventura i giovani cantare, ma non discernevano altro che un poco darmonia; onde, disiderose dintender le parole, e massimamente alcune di loro che se ne intendevano e se ne dilettavano, deliberarano, per consentimento di tutte e daccordo che i gioveni si chiamassero:

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perci che tutti quanti, o per parentado o per vicinanza o per amicizia, erano domesticamente soliti praticare insieme; e cos la padrona fu fatta messaggera. [11] La qual cosa i gioveni accettarono pi che volentieri, e colla donna prestamente ne vennero contentissimi in sala, dove dallaltre donne furono onoratamente e con grandissima allegrezza e onest ricevuti. E, poi che essi ebbero cantati sei od otto madrigali con sodisfacimento e piacere non piccolo di tutta la brigata, si misero a sedere al fuoco; dove un di quei gioveni, avendo arrecato di camera un Centonovelle, e tenendolo cos sotto il braccio, fu domandato da una di quelle donne che libro egli fusse: alla quale colui rispose essere il pi bello e il pi utile che fusse mai stato composto. [12] Queste disse sono le favole di messer Giovanni Boccaccio, anzi di san Giovanni Boccadoro. E bene rispose unaltra di loro santo mi piacque! , e sogghign. E perch il giovane aveva bella voce e buona grazia nel leggere, fu dintorno pregato che qualcuna ne volesse dire a sua scelta; ma egli ricusando, voleva che altri leggesse prima: quando unaltra delle donne, ripigliando le parole, disse che trre si dovesse una giornata; e ciascuno leggendo la sua, atteso che essi erano diece, verrebbe a fornirse che a ogni uno toccherebbe la sua volta. [13] Piacque assai la proposta di costei; e cos mentre che si contendeva delle giornate, ch chi voleva la quinta, chi la terza, altri la sesta, altri la quarta e chi la settimana, venne voglia alla donna principale di mettere ad effetto un pensiero challora allora le era venuto nella fantasia. E senza dire altro, levatasi dal fuoco, se ne and in camera, e fattosi chiamare il servidore di casa e il famiglio, impose loro ordinatamente quel tanto che ella voleva che essi facessero; e tornatasene al suo luogo, l dove ancora, tra la compagnia, della giornata si disputava, con bella maniera e tutta festevole, cos prese a dire:

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[14] Poich la necessit, pi che l vostro senno o il nostro avvedimento, valorosi giovini e voi leggiadre fanciulle, ci ha qui insieme per la non pensata a ragionare stasera intorno a questo fuoco condotti, io sono forzata a chiedervi e pregarvi che mi facciate una grazia: voi uomini, dico, perci che le mie donne, tanta fidanza ho nella benignit e nella cortesia loro, so che non mancheranno di fare quel tanto che mi piacer . [15] Per la qual cosa, i giovini promettendo tutti e giurando di fare ogni cosa che per loro si potesse e che le tornasse commodo, ella seguitando disse: Voi udite come non pur piove, anzi diluvia il cielo; e per la grazia che far mi devete sar che, senza partirvi di qui altrimenti, vi degniate questa sera di cenar meco domesticamente, e col mio fratello e amicissimo vostro insieme: intanto la pioggia doverr fermarse; e quando bene ella seguitasse, gi a terreno sono tante camere fornite, che molti pi che voi non ste vi alloggerebbero agiatamente. [16] Ma intanto che lora ne venga del cenare, ho io pensato, quando vi piaccia, come passare allegramente il tempo; e questo sar, non leggendo le favole scritte del Boccaccio, ancora che n pi belle n pi gioconde n pi sentenziose se ne possono ritrovare; ma, trovandone e dicendone da noi, sguiti ogni uno la sua; le quali, se non saranno n tanto belle n tanto buone, non saranno anche n tanto viste n tanto udite, e per la novit e variet ne doveranno porgere, per una volta, con qualche utilit non poco piacere e contento; sendo tra noi delle persone ingegnose, soffistiche, astratte e capricciose. [17] E voi, giovini, avete tutti buone lettere dumanit, siete pratichi co i poeti, non solamente latini e toscani, ma greci altres, da non dover mancarvi invenzione o materia di dire: e le mie donne ancora singegneranno di farse onore. E, per dirne la verit, noi semo ora per Carnovale: nel qual tempo lecito a i religiosi di rallegrarsi; e i frati tra loro fanno al pallone, reci-

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tano comedie e, travestiti, suonano, ballano e cantano; e alle monache ancora non si disdice, nel rappresentare le feste, questi giorni vestirsi da uomini, colle berrette di velluto in testa, colle calze chiuse in gamba e colla spada al fianco. [18] Perch dunque a noi sar sconvenevole o disonesto il darci piacere novellando? Chi ce ne dir male con verit? Chi ce ne potr con ragione riprendere? Stasera gioved e, come voi sapete, non questaltro che verr, ma quellaltro di poi Berlingaccio: e per voglio e chieggiovi di grazia che questi altri due gioved sera vegnenti vi degniate di venire a cenare similmente con mio fratello e meco; perci che stasera, non avendo tempo a pensare, le nostre favole saranno piccole; ma queste altre due sere, avendo una settimana di tempo, mi parrebbe che nelluna si dovessero dir mezzane, e nellaltra, che sar la sera di Berlingaccio, grandi. [19] E cos ciascheduno di noi, dicendone una piccola, una mezzana e una grande, far di s prova nelle tre guise: oltre che il numero ternario tra gli altri perfettissimo, richiudendo in s principio, mezzo e fine . [20] Quanto il parlare della donna piacesse a gli uomini parimente e alle giovani donne, non che scriverlo a pieno, non si potrebbe pure immaginare im-parte; e ne fecero manifesto segno le parole, gli atti e i gesti di tutti quanti, che non pareva che per la letizia e per la gioia capessero in loro stessi; l onde la donna seguit, cos dicendo: [21] Egli mi pare di necessit che tutte le cose che si pigliono a fare, si debbano fare con qualche ordine, a fine che lo effetto ne sguiti per quello chelle son fatte; e per questo mi parrebbe, quanto a voi paresse, che non ci reggessimo non con re o con reina, ma che ci governassimo a guisa di republica: e mi parrebbe ancora, piacendo nondimeno a voi tutti quanti, che nello essere o prima o poi al novellare, che la sorte o la fortuna lo disponesse; [22] e che si togliessero tre borse, e che nelluna fussero

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scritti in plize i nomi vostri e nellaltra quelli di noi donne, e che nella terza due plize fussero solamente, una dicesse uomini e una donne, e che di questa ultima il primo tratto se ne traesse una; e di quel genere che ella fusse, si cavasse poi o della borsa degli uomini o di quella delle donne, e cos si seguitasse, or delluna or dellaltra traendo, per infino allultimo: e di mano immano, a chi toccasse, si acconciasse al fuoco per oridne a sedere; e al primo che esce, o donna od uomo, cos per questa sera .... [23] re, e guardare come la stessa vita, o pi. Ma lasciando oggimai questo ragionamento, prima che al novellare di questa sera si dia principio, mi rivolgo a te, Dio ottimo e grandissimo, che solo tutto sai e tutto puoi, pregandoti divotamente e di cuore, che per la tua infinita bont e clemenza mi conceda, e a tutti questi altri che doppo me diranno, tanto del tuo aiuto e della tua grazia, che la mia lingua e la loro non dica cosa niuna se non a tua lode a nostra consolazione. [24] E cos, venendo alla mia favola, la quale, per dare animo a tutti voi e mostrarvi come festevoli e gioconde si debbono raccontare, sar pi tosto che no alquanto lascivetta e allegra . E seguit dicendo:

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PRIMA CENA NOVELLA PRIMA


[1] Salvestro Bisdomini, credendosi portare al maestro lorina della moglie ammalata, gli porta quella della fante sana; e, per commessione del medico, usando seco il matrimonio, guarisce; e alla serva, che bisogno ne aveva, d marito.

[2] Non sono per molti anni passati, che in Firenze fu un valentissimo uomo medico, che si chiam maestro Mingo; il quale, gi sendo vecchio e dalle gotte tormentato, si stava in casa e per suo passatempo scriveva, a utilit delle persone, qualche volta alcune ricette. [3] Ora accadde che a un suo compare, chiamato Salvestro Bisdomini, si ammal la moglie; onde colui, avendo molti medici provato, e niuno avendone n saputo n potuto, non che guarire, conoscer pure la infermit di colei, se ne and finalmente al suo maestro Mingo, e gli cont della moglie tutta la malattia; e di pi gli disse come tutti i medici che lavevano veduta ne avevano fatta mala giustificanza. [4] Per lo che il maestro, dolente, disse al compare che molto gliene incresceva, e che avesse pacienza; perch il dolore della morte delle mogli era come le percosse del gomito, che ben chelle dolgano forte, passano via spacciatamente; e che non si sbigottisse, ch non gli ne era per mancare. Ma Salvestro, come colui che fuor di modo amava e cara teneva la donna, lo pregava pure che le desse e ordinasse qualche rimedio. [5] Il medico rispondendo diceva: Se io potessi pure venire a vederla, qualche riparo le faremmo noi; nondimeno arrecami domattina il segno, e se io vedr di poterle giovare, non mancar dellobligo mio ; e fattosi raccontare appunto, e informatosi meglio della malattia di colei, gli disse che quella orina ser-

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basse e arrecassegli che dalle diece ore in l fusse fatta dalla donna, sendo allora l allultimo di gennaio. [6] Della qual cosa molto ringraziato il maestro, si part contento Salvestro e tornossene a casa; e la sera medesima, poi chegli ebbe cenato, disse alla moglie come il segno di lei voleva la mattina vegnente portare al compare; e le fece intendere come bisognava quello dalle diece ore in l. [7] La donna, volonterosa di guarire, ne fu contenta; s che Salvestro impose a una fanticella giovane che essi avevano, di ventidue anni o in circa, che stesse intorno a cci avvertita e in orecchi; e acconciolle uno oriuolo di quelli col destatoio, e le comand che tosto sentito il romore badasse, e la prima orina che la donna facesse, mettesse e guardasse dentro uno orinale; e andatose in unaltra camera al letto, la lasci colla moglie in guardia, acci che, se nulla ancora le bisognasse, le potesse acconciamente servire, come era solita di fare. [8] Venne in tanto lora diputata, e loriuolo avendo fatto il bisogno, la fante, che Sandra aveva nome, vegliando tanto stette che a colei venne voglia dorinare; e raccoltola diligentemente, la mise nello orinale, il quale pose rasente una cassa, e gittsi sopra il lettuccio a dormire. [9] Ma venutone il giorno ed ella risentitasi per dare lorina al padrone, se egli la dimandasse, ne and ratta dove posto laveva; e trovato, non sapendo come, lorinale, forse da i topi o dalla gatta sospinto, che aveva dato la volta, e tutta sera rovesciato lorina, dolente e paurosa rimase; e non sapendo che scusa si pigliare, temendo di Salvestro, chera anzi che no sbito un pochetto e bizzarro, diliber, per non aver del romore o forse qualche picchiata, mettervi dentro la sua; e avendone voglia, pisciandovi, empi mezzo quello orinale. N stette guari che Salvestro venne e domandolle lorina; ed ella, come avete inteso, in cambio di quella della moglie inferma, la sua gli porse dentro lorinale.

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[10] Colui, non pensando altro, sotto il mantello mssoselo, ne and volando al medico suo compare; il quale, veggendo il segno, meraviglioso e ammirato ne rimase, a Salvestro dicendo: Costei non mi pare che abbia male alcuno . Colui diceva pure: Cos no llavessella! La meschina non si muove di letto . [11] Il medico, non veggendo in quella orina segno alcuno di malattia, al compare rivoltosi, disse, allegando certe sue ragioni e autorit dAvicenna, che laltra mattina voleva rivedere il segno; e cos restati, se ne and Salvestro alle sue faccende, lasciato il maestro di non poca meraviglia pieno. La sera intanto ne venne, e Salvestro, tornato a casa e cenato, alla serva medesima, ordinato il tutto, diede la cura, e andossene a dormire. [12] Ma poi, scoccato loriuolo e venuto il tempo e colei chiesto da orinare, e la Sandra riposto avendola, si ritorn a dormire; e a buon ora risentitasi, fra se stessa, pensando lentr paura a dosso, dubitando che il padrone nel portare lorina della moglie ammalata, ella non fusse dal medico conosciuta, e si pentiva forte daverla il primo tratto scambiata; temendo poi che Salvestro, adiratosi, non le facesse confessare il cacio, onde poi la cacciasse via o le desse qualche buona tentennata. [13] S che risolutasi, prese per miglior partito di gittar via quella, e di ripisciarvi unaltra volta; e levatasi prestamente, come disegnato aveva, cos fece. [14] Ella era di Casentino, e come voi sapete, ne i ventidue anni, basta, ma grossa della persona e compressa e alquanto brunetta; le carni aveva fresche e sode, ma nel viso colorita e accesa, gli occhi erano grossi, e pi tosto che no lagrimosi e in fuora, di modo che pareva che schizzar le volessero dalla testa, e che gittassero fuoco: uno scorzone da macinare a raccolta, e un cavallotto, vi so dire, da cavare altrui dogni fango. [15] Cos venu-

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tane lora, e Salvestro avendo chiesto e da lei avuto lorinale, se ne and al medico; il quale, via pi che prima meraviglioso, assai quella orina guardata e riguardata, n veggendo altro dntrovi che segno di caldezza, a Salvestro sorridendo disse: Compare, dimmi per tua fe, quant che tu non usasti con mgliata il matrimonio? Colui pensando che il maestro lo burlasse, rispose: Voi avete buon tempo . [16] Ma il medico pure ridomandandonelo, rispose essere pi di due mesi. Sta bene disse il maestro; e sopra ci pensato alquanto, si dispose di volere la terza volta riveder lorina, e gli disse: Compare, rallgrati, che io penso aver conosciuto la infermit della comare, ondio ho speranza agevolmente e con prestezza rendertela sana; s che domattina ritorna medesimamente col segno, e io ti ordiner quello che tu debba fare . [17] Partisse allegro Salvestro, e alla moglie port la buona novella, lietamente aspettando e con disio il giorno vegnente, per intendere il modo di ritornar sana la sua cara consorte. Cos la sera, cenato chegli ebbe, stette alquanto intorno alla donna, confortandola; e di poi, commesso il medesimo alla serva, allusanza se ne and al letto a riposare. [18] La Sandra, avendo il cervello a partito, perch non avesse a uscire scandolo, poi che due volte aveva fatto lo errore, seguit di farlo la terza, e a Salvestro la mattina diede la sua orina in vece a quella della moglie: il quale, quanto pi tosto potette, al maestro la port. [19] Ma il medico, pura e chiara veggendola al solito, se gli rivolse ridendo, e disse: Vien qua, Salvestro: a te conviene, se brami, come par che tu mostri, la salute di mgliata, usare seco il coito; perci che altro non veggio in lei di male, se non so-

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verchio di caldezza, n altra via o modo ci per sanarla, che il congiungersi; a che fare ti conforto, quanto pi tosto meglio, sforzandoti di servirla gagliardamente: e se questo non giova, fa conto chella sia spacciata . [20] Salvestro, intera fede prestando al medico, primesse di fare il bisogno; e lasciollo col nome di Dio, aspettando con grandissimo disiderio la notte, nella quale la salute della donna procacciar deveva, e ricoveralle la smarrita sanit. [21] Venne finalmente la sera; ed egli, fatto ordinar benissimo da cena, volle im-presenza della moglie mangiare, avendo fatto intorno al letto accomodare un quadro; e con un suo compagno, uomo piacevole e faceto, motteggiando sempre, cen allegramente. Alla fine, dato licenza al compagno, e alla fante detto che se ne andasse a dormire in camera sua, e solo rimasto, in presenza della donna si cominci a spogliare, burlando e ridendo tuttavia. [22] La moglie, meravigliosa non meno che timida, attendeva pure la fine di quello che far volesse il marito; il quale, restato come Dio lo fece, se le coric al lato, e cominci di fatto, toccandola e stringendola, ad abbracciarla e a baciarla. A cui la donna, quasi sbigottita, ci veggendo e sentendo, disse: [23] Ohim! Salvestro, e che vuol dir questo? Sareste voi mai uscito del cervello? Che ci che voi volete fare? Colui, rispondendo, diceva pure: Sta ferma, non dubitare, pazzerella: io procaccio tuttavia di guarirti . E volle, questo detto, acconciarse per salirle addosso; ma colei, alzando la voce, prese a dire: Ohim, traditore! A questo modo volete ammazzarmi? E non potete avere pacienza tanto che da se stessa mi uccida la malattia, che sar tosto, senza volere affrettarmi con s strano mezzo la morte?

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[24] Come! rispose Salvestro io cerco mantenerti in vita, anima mia dolce: questa la medicina al tuo male: cos mi ha comesso il compar nostro maestro Mingo, ch sai quanto egli sia intendente fra gli altri medici; e per non dubitare: sta cheta e salda. Ohim che io ho la tua salute in mano! Acconciati pure, dolce mio bene, a riceverla tutta, a fine che, prestamente guarita, esca di questo letto . [25] Colei, gridando pure e scotendosi, non rifinava di riprenderlo e di garrirlo; ma sendo debolissima, dalla forza e da i preghi del marito si lasci finalmente vincere, di modo che il santo matrimonio adempierono: e la donna, avendo propostosi di stare immobile, come se di marmo fusse stata, non potette far poi che non si dimenasse, e ben le parve, come il marito la strinse, che le mettesse, comegli aveva detto, la salute in corpo; perch n un tratto sent dileguarse il rincrescimento e laffanno della febbre, la gravezza e la debolezza del capo, e la lassezza e la stanchezza delle membra, e tornar tutta scarica e leggera, e col seme generativo gittare insieme la zinghinaia e tutto il malore. E cos amenduni, fornito il primo scontro, alquanto presano riposo e lena. [26] Ma Salvestro, avendo a mente le parole del medico, si messe in ordine per fare il secondo assalto; doppo il quale non molto stette, che il terzo menarano a fine, s che stanchi a dormire si recarono; e la donna, che venti notti inanzi non aveva mai potuto chiudere occhi, saddorment incontanente, e per otto ore non si svegli mai, n si sarebbe svegliata ancora, se non che, frugandola ilmarito, al quarto assalto dierono la stretta che gi era d alto; e la donna si raddorment, e dorm poscia per infino a terza. [27] Salvestro, levatosi, le port al letto di sua mano confezzione e trebbiano, come se ella fusse stata di parto: la quale pi mangi e pi di voglia la mattina, che per lo adietro non aveva fatto in otto giorni; di che lietissimo il marito ne and al medico, e ogni cosa gli rac-

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cont per filo e per segno: onde il medico ne rimase consolato, e confortollo che seguitasse. [28] Salvestro, da lui partitosi, poi che egli ebbe recato a fine certe sue faccende, in su lora se ne torn a desinare; e avendo fatto cuocere un buono e grasso cappone, colla sua cara moglie desin allegramente; la quale, riavuto il gusto, quella volta mangi da sana e bevve da malata. La sera poi, molto ben cenato, se ne and col suo marito al letto, non pi dolente e paurosa, ma lieta e sicura della medicina. [29] Cos Salvestro allusato medicandola, e facendole fare buona vita, per non tenervi pi a tedio, in quattro o in sei giorni si usc del letto, e in meno di diece ritorn fresca e colorita, e quanto mai per lo addietro fusse stata, sana e bella. Della qual cosa col marito insieme contentissima, ringraziava Dio e la buona avvertenza e il vero conoscimento del medico suo compare, che, di quasi morta, renduto le aveva con s dolce mezzo la prospera sanit. [30] In questo mentre, venutone il Carnovale, accadde che una sera doppo cena, sendo Salvestro e la moglie al fuoco, lieti e pieni di festa canciando e ridendo, la Sandra, veduto che lo scambio dellorina era stato la salvezza della padrona e il conforto del marito, ogni cosa, come era seguito, particolarmente raccont loro; di che meravigliandosi, tanto risero la sera, intorno a cci pensando, che dolevono loro gli occhi. [31] E Salvestro, non fu prima giorno, che ne and a casa il medico e gli narr ordinatamente il tutto; il quale, stupito e quasi fuor di s, considerava il bel caso che era nato; e come non volendo, anzi quasi per nuocere alla donna, colei fusse stata cagione di giovarle, e veramente della sanit sua: e avendo riso un pezzo anchegli, a ognuno che a casa gli capitava, come per un miracolo raccontava questa piacevolezza: e nelle sue ricette scrisse che a tutte le malattie delle donne, che fussero da i sedici infino a i cinquanta anni, quando non si trovasse altro rimedio, e

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che da i medici fussero state disfidate, il coito essere atto e potentissimo a renderle in breve tempo sane; adducendo questo per esempio che nelle sue cure gli era intervenuto. [32] E a Salvestro fece intendere che la sua fante, che di tanto bene gli era stata cagione, bisogno grandissimo aveva di marito; e che, senza, potrebbe agevolmente incorrere in qualche strana e pericolosa infermit. Onde Salvestro, per ristorarla del benefazio ricevuto, la diede per moglie a uno figliastro dun suo lavoratore da San Martin la Palma, giovane di prima barba; uno scuriscione, vi so dire, che le scosse la polvere e le ritrov le congenture.

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NOVELLA SECONDA
[1] Un giovane ricco e nobile per vendicarse con un suo pedagogo gli fa una beffa, di maniera che colui ne perde il membro virile; e lieto poi se ne torna a Lione.

[2] Non potevano restare le donne e i gioveni di ridere della piacevole novella di Ghiacinto, molto lodando la ricetta del medico intorno alle incurabili malattie delle femmine; ma, sappiendo Amaranta a lei dover toccare la seconda volta, cos sciogliendo le parole, vezzosamente prese a dire: [3] Veramente che Ghiacinto si pu dire che, per la prima, una favola ci abbia raccontato: e io, per me, nho preso piacere e avutone contento meraviglioso; e cos mi pare che a tutti voi sia intervenuto, se i segni di fuori possono o della letizia o del dolore di dentro fare alcuna fede. L onde io sono diliberata, immitandolo, lasciarne una chio naveva nella fantasia, e unaltra raccontarne venutami or ora nella mente, che non credo che vi piaccia meno, n meno vi faccia ridere . E cominci cos dicendo: [4] Amerigo Ubaldi, come voi bene potete sapere, fu ne i tempi suoi leggiadro, accorto e piacevol giovane quanto altro che fusse mai in Firenze; il quale per mala ventura, vivente suo padre, ebbe nella sua fanciullezza per guardia un pedagogo, il pi importuno e ritroso che fusse gi mai, oltre lo essere ignorante e goffo; il quale, lasciamo andare lo accompagnarlo alla scuola e il ritornarlo a casa, non se gli voleva mai levar dintorno: tal che il povero fanciullo non poteva favellar parola, che il pedante no lla volesse intendere. [5] Che pi? Messer lo precettore non aveva altro struggimento che menarselo dietro e stargli appresso, e lo guardava comuna fanciulla in casa, faccendo intendere al padre quanto fusse da

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tenerlo in riguardo, e non gli lasciar pigliar pratiche; perci che i giovani erano pi che mai scorretti e vlti a i vizi, e per conseguente inimici delle vert. Tanto che al fanciulletto, per paura del padre, conveniva conversare e praticare con compagni sempre o con amici del pedagogo, che per lo pi erano tutti o castellani o contadini: pensate dunque voi, che costumi o buone creanze apparar poteva! E in questa maniera lo tenne da gli undici per infino a i diciassette anni. [6] Ma di poi, morendo a Lione uno suo zio, e il padre sendo cagionevole e attempato, fu costretto andar l egli per una eredit grandissima, dove stette diece anni; e praticando a suo piacere con alcuni fiorentini che vi erano pari suoi, giovani nobili e gentili, s fecesi in breve costumato e valoroso; e, come colui chaveva spirito, divenne intendente ed esperto nella mercatura. Ma in qusto mentre, morendogli quaggiuso il padre, fu forzato tornarsene a Firenze, dove trov il pedagogo pi bello che mai, che due suoi fratellini si menava dietro. [7] Ma poi chegli ebbe le sue cose acconce e divisate in guisa che stavano bene, volendo a Lione tornarsene, diliber innanzi tratto di voler cacciar via il pedante che tanto in odio aveva, considerando quanto tristamente consumar gli avesse fatto la sua pi fresca e pi fiorita etade senza un piacere o uno spasso al mondo, e liberare i frategli da cos fatta soggettitudine e gagliofferia: ma prima qualche beffa rilevata fargli, onde per sempre si avesse a ricordar di lui. [8] E seco pensando, gli cadde nellanimo una fargliene, collo aiuto di certi suo compagni e amici, che gli sconterebbe gran parte degli avuti piaceri. E rimasti quel che di fare intendevano, faccendosi per sorte allora una comedia nel palagio de i Pitti dalla compagnia del Lauro e Amerigo sendovi stato invitato, vi men seco il pedagogo, che lebbe molto caro. [9] Ma poi che essi ebbero cenato, e che la commedia fu fornita di recitarse, Amerigo col precettore e con un

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suo compagno si partirono, e in verso il Ponte Vecchio presero la via, per andarsene a casa dove egli stavano, nel quartieri di San Giovanni; e cos passando per Porsantamaria, e in sul canto di Vacchereccia giunti, una botteguzza videro, che vi stava uno di questi che mettono le punte alle stringhe; dirimpetto al quale Amerigo fermatosi, ridendo, disse al compagno: [10] Di questo botteghino padrone un vecchietto, come tu puoi sapere, ritroso, arabico, il pi fastidioso e l pi fantastico uomo del mondo: io voglio che noi ve gli pisciamo dentro, e tutto colle masserizie insieme gliene scompisciamo, accioch domattina poi egli abbia di che rammaricarse . [11] E, cos detto, per un fesso chera al cominciare dello sportello, come se stato fusse fatto a posta, messe lo schizzatoio, e forse fece le vista di pisciare, e doppo lui il compagno fece il simigliante. S che, voltosi Amerigo al pedagogo, disse: Deh! maestro, per vostra f, guardate se voi naveste voglia, perch tutta gli empiamo la bottega di piscio, acci che domattina egli levi il romor grande, e arrovellandosi dia che ridere a tutta la vicinanza . [12] Il pedante, veggendo lanimo suo, disse che si sforzerebbe; e ponzato alquanto, sdilacciandosi la brachetta, cacci mano al pisciatoio; e come i due prima avn fatto, lo messe per quel buco e cominci a strosciare. [13] Era l dentro il Piloto, un uomo piacevole e facetissimo, il quale aveva ordinato il tutto; e sentito benissimo tutte quante le loro parole, poi che egli conobbe quello essere il precettore, stando alla posta, con un capo chegli aveva dun luccio secco nelle mani, che i denti ispessi, lunghi e aguzzati aveva il modo che parevan lesine, pi che mezzo di cotale prese in un tratto a colui; e strinse cos piacevolmente, che da lun canto allaltro gli ne trafisse, soffiando e miagolando come se propriamen-

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te una gatta stata fusse, la quale egli sapeva meglio contraffare che altro umo del mondo. [14] Per la qual cosa il pedagogo messe un muglio grandissimo, dicendo: Ohim! Cristo, aiutami . E pensando certamente quella dovere essere una gatta, che preso in bocca gli teneva il naturale, disse quasi piangendo: O Amerigo, misericordia! aiuto! ohim, chio son diserto! Una gatta mi si attaccata al membro, e hammelo morto e trafitto, e per disgrazia no llo lascia: io non so come mi fare: ohim! consigliatemi in qualche modo . [15] Amerigo e il compagno avevano tanta voglia di ridere che non potevano parlare, perci che il Piloto simigliava troppo bene un gattone in fregola; l onde il pedante cominci a dire: Micia, micia, micia, micina mia ; e in tanto tentava se ella gli lasciasse quella cosa, e tiravalo a s pian piano. [16] Come il Piloto sentiva tirare, cos miagolando gli dava una stretta, e trafiggevagliene; e il pedagogo succiava e sospirava, e ritornava a dire: Micia, micia , in quella guisa propio, e con quella affezzione, come se in grembo lavesse avuta e ligiatole la coda; e im-parte tirava a s un pochetto, e colui lo riserrava rimiangolando, e soffiava nella guisa che una gatta tal volta tener si vede in bocca uccello o carne, che altri se le accosta per torgliele. [17] Cos stando il precettore come sentito avete, Amerigo e l compagno, mostrando avergli compassione, fecero non so che cenno: onde din sul canto di borgo Santo Appostolo uscirono quattro, pieno avendo le mani di frombole; e cominciarano a tirare alla volta di costoro. Amerigo e lamico suo non stettero a dire che ci dato, ma, secondo lordine, si dierono di fatto a fuggire. [18] Il pedante, rimasto preso e attaccato per lo uncino da crre i fichi, non sapeva che farse; e coloro traevano a distesa, e gli davano nelle schiene e ne i fianchi le

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maggiori sassate del mondo; onde il pedagogo, per non toccarne una nella testa, che lo ponesse in terra, diliber di strigarse e disvilupparse da quello impaccio e da quella noia, andassine ci che volesse. E dato una grandissima stratta alla persona, il piuolo con che Diogene piantava gli uomini strapp per forza, e cav di bocca a quel maladetto luccio, ma fieramente scorticato e guasto; perci che tutta la fava vi rimase e parte ancora del baccello che tutto filava sangue: [19] e gridato quanto della gola gli usciva: Ohim! io son morto! , con esso in mano, piangendo dolorosissimamente, si cacci correndo a fuggire, che pareva che ne lo portasse il trentamila paia di diavoli; avute avendo parecchi sassate delle buone, a casa giunse quasi allotta dAmerigo. A cui, dolente quanto mai poteva, mostr tutto diserto e guasto il membro, dicendo colle lagrime in su gli occhi: [20] Ohim! egli restato mezzo tra i denti di quella maladetta gatta, e mi bisogn tirarlo per forza, se non che coloro mi arebbero lapidato e concio peggio che non fu santo Stefano ; e dolevasi molto bene de i fianchi e delle rene. [21] Quanta gioia Amerigo e il compagno avessero mentre che il pedante queste cose raccontava, non da domandare; pure il meglio che seppero si sforzarono di racconsolarlo, non potendo qualche volta tenerse di non ridere. Ma perch gli era gi tardi, se ne andarono al letto, lasciando il precettore che non restava di guaire; e cos fece infino il giorno; il quale venuto, perchegli era un solenne gaglioffo, se ne and, per non spendere, allo spedale, dove mostr a i medici il suo male; e narratone il modo e la cagione, tutti gli fece insieme meravigliare e ridere: nondimeno gli ebbero grandissima compassione, giudicandolo male di non piccola importanza. [22] Onde il pedagogo si rimase quivi per alcun giorno, non avendo ardire di tornare a casa, acci che la padrona e madre degli scolari non avesse a vedere s brutta sciagu-

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ra. Ma in capo di pochi giorni, o fusse la inavvertenza o la straccurataggine o il poco sapere de medici, o fusse pure la malignit della ferita, quel poco che retato gli era di quella faccenda infradiciando, fu bisogno, se campar volle la vita, tagliar via. La qual cosa fatto, di corto guar, ma rimase, sotto il pettiglione, come la palma della mano; e se orinar volle, fu necessario un cannellino dottone; salvo che gli rimase una borsa s grande e sterminata, che di leggeri arebbe fatto la cuffia a ogni gran capo di toro. [23] Ma volendo ritornarsene a casa i padroni, fu dalla madre de suoi discepoli, dicendogli una grandissima villania e faccendogli suo conto e pagatolo, cacciato di subito via, come aveva ordinato Amerigo. Per la qual cosa il pedante, sbigottito, fuor di quella casa trovandosi, della quale prima gli pareva esser padrone, e senza naturale, diliber di non stare pi al secolo, e fecesi romito del sacco. [24] Amerigo, che il terzo d doppo che al pedagogo segu lorribil caso se ne era andato a Lione, fu dal compagno del tutto pienamente ragguagliato; della qual cosa seco stesso fece meravigliosa festa, parendogli che la beffa avesse avuto miglior fine che saputo non arebbe domandare, mille volte raccontandola in mille luoghi, che a pi di mille dette pi di mille volte materia da ridere.

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NOVELLA TERZA
[1] Lo Scheggia collaiuto del Monaco e del Pilucca fa una beffa a Geri Chiaramontesi, di maniera che disperato e sconosciuto si parte di Firenze, dove non ritorna mai se non vecchio.

[2] Se la favola di Ghiacinto aveva fatto ridere la brigata, questa dAmaranta no lla fece rider meno; pure a qualcuno incresceva del misero pedante, parendogli che Amerigo avesse messo un po troppa mazza; per lo che Florido, che doppo la donna sedeva, con allegra fronte e quasi ridendo, disse: La novella raccontata me nha fatto tornare una nella memoria, dove una beffa similmente si contiene, ma fatta a uno che era solito di farne a gli altri, e per gli stette tanto meglio . [3] Fu dunque in Firenze, al tempo dello Scheggia, del Monaco e del Pilucca, che furono compagni e amici grandissimi, faceti e astuti e gran maestri di beffare altrui, un certo Geri Chiaramontesi, nobile e assai bene stante, ma sturato e sagace quanto alcuno altro uomo che fusse allora nella nostra citt; e non fu mai persona niuna che pi di lui si dilettasse di fare beffe e giostrare altrui. E qualche volta, anzi bene spesso, si trovava co i tre sopradetti compagni a desinare e a cena in casa messer Mario Tornaquinci, cavaliero spron doro assai ricco e onorevole; e a suoi d aveva fatto loro mille giarde e natte senza che mai potesse venir lor fatto di vendicarsene; della qual cosa era lo Scheggia sopratutto scontentissimo, e sempre seco stesso mulinava cntrogli. [4] E cos, tra laltre, ritrovandosi una sera in camera del cavalieri sopradetto e cicaleccio intorno a un buon fuoco, perci che gli era nel cuor del verno, e avendo in fra loro di molte e varie cose ragionato, disse Geri allo Scheggia:

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Eccoti uno scudo doro; e va ora in casa la Pellegrina Bolognese (che era in quei tempi una famosa cortigiana) cos vestito come tu sei: ma tigniti, o con lo inchiostro o con altro, solamente le mani e l viso, e dalle questo paio di guanti senza dirle cosa alcuna . [5] Rispose lo Scheggia allora e disse: Eccone un paio a voi, e andate tutto armato darme bianca con una roncola in spalla infino in bottega di Ceccherino merciaio; il quale stava allora in sul canto di Vecchereccia, dove si ragunavano quasi tutti i primi e i pi ricchi giovani di Firenze. Di grazia ridendo rispose Geri da pur qua gli scudi. [6] Son contento rispose lo Scheggia ma udite: io voglio che a quelle persone che vi saranno, mostrandovi adirato, facciate una gran bravata, minacciando di volerle tutte tagliare a pezzi. Lascia pur fae a me seguit Geri: venghino pure i danari . Allora lo Scheggia si cav due scudi nuovi della borsa, e disse: Eccogli im-pegno qui al cavalieri: fornito che voi arete lopera , siansi vostri . [7] Geri, allegro, pensando di cavargli delle mani due fiorini (che lo aveva pi caro che da un altro diece, per poter poi schernirlo e uccellarlo a suo piacere), cominci subito a fare aiutarse vestire larmadura, sendone allora tante in casa il cavalieri charebbero armati cento compagni; perci chegli era amico grandissimo di Lorenzo vecchio de Medici, che governava Firenze [8]. In questo mentre che Geri sarmava, lo Scheggia, chiamato il Monaco, e l Pilucca da parte, disse loro quel che far dovessero, e avvigli fuori, e cianciando col cavalieri stava a vedere armar colui, il quale fu fornito dassettarse appunto che sonavano le due ore. Nel fine, allacciatosi lelmo, si mise la roncola in spalla e tir via alla volta del-

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la bottega di Ceccherino; ma camminar gli conveniva adagio, s per lo peso dellarme, e s rispetto a gli stinieri; perci che, sendogli alquanto lunghetti, gli mpedivono lo alzare e il muovere il piede. [9] Intanto il Monaco e il Pilucca erano andati a far lufizio, luno in bottega del merciaio e laltro in su la scuola del Grechetto, che insegnava allora schermire nella torre vicina a Mercato Vecchio; i quali in presenza alle persone affermavano con giuramento Geri Chiaramontesi essere uscito del cervello (cos stati indettati dallo Scheggia), e che in casa egli aveva voluto ammazzar la madre, e in un pozzo gettato tutte le masserizie di camera; e come in casa il cavalieri dei Tornaquinci sera armato tutto darme bianca, e preso una roncola aveva fatto fuggire ognuno. [10] E il Pilucca, chera andato alla scuola della scherma, disse chegli aveva nella fine detto che voleva andare a bottega a bastonare Ceccherino di santa ragione; tal che la maggior parte di quei giovani si partirono per veder questa festa, non avendo molto a grado quel merciaio, per lo essere egli arrogante, prosuntuoso, ignorante e dappoco; e una linguaccia aveva la pi traditora di Firenze; pappatore e leccatore, non dico: nondimeno con tutto ci aveva sempre la bottega piena di giovani nobili e onorati, a i quali il Monaco raccontava anchegli le meraviglie e le pazzie di Geri. [11] Il quale da casa il cavalier partitosi, che stava da Santa Maria Novella, non senza meraviglia e riso di chiunque lo vedeva sera condotto gi alla bottega di Ceccherino: nella quale a prima giunta dato una spinta grandissima, e spalancato lo sportello, entr furiosamente dentro cos armato, nella guisa che voi avete inteso; e gridando: Ahi traditori, voi siete morti! , inalber la roncola. [12] Coloro, per la sbita venuta, per la vista delle armi, per lo grido delle parole minacciose, e per veder la roncola per laria, ebbero tutti una grandissima paura; e di fatto chi si fugg nel fondaco, chi si nascose nella mo-

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stra, chi ricover sotto le panche e sotto il desco, chi gridava, chi minacciava, chi garriva, chi si raccomandava: un trambusto era, il maggiore del mondo. [13] Lo Scheggia, che gli era venuto dietro sempre alla seconda, subito che lo vide vicino alla bottega di Ceccherino, simosse a corsa e ne and volando in Porta Rossa, dove faceva arte di lana Agnolo Chiaramontesi suo zio, uomo vechio e cittadin riputato e di buon credito; e gli disse che corresse tosto in bottega di Ceccherin merciaio, dove Geri, che era uscito di s e impazzato, si trovava tutto armato e con una roncola in mano, acci che egli non facesse qualche gran male. [14] Agnolo, che non avendo figliuoli voleva grandissimo bene al nipote, rispose: Ohim! Che mi di tu? Il vero disse lo Scheggia, e soggiunse: Tosto, ohim! tosto, venite via; ma chiamate quattro o sei di quei vostri lavoranti di palco, a fine che si pigli e leghisi, e cos legato si conduca a casa: dove stando al buio tre o quattro giorni, che niuno li favelli, ritorner agevolmente in cervello . [15] Colui, non gli parendo e non essendo uomo da esser burlato, credette troppo bene alle parole dello Scheggia; e sbito, chiamati sei tra battilani e divettini, de i pi giovani e pi gagliardi, con due paia di funi ne and via battendo alla bottega di Ceccherino, quindi poco lontana; dove trov Geri, che aveva condotto coloro per mala via, e stavano colle febbri di non toccar qualche tentennata. [16] E Geri, gongolando fra s, faceva loro una tagliata e uno squartamento che si sarebbe disdetto al Bevilacqua, girando intorno con quella roncola, ma guardando sempre a crre dove potesse far loro assai paura e poco danno. Quando il zio, entrato dentro, avendolo di fuori conosciuto alla voce, se gli scagli di fatto addosso; e messagli la mano in su la roncola, grid:

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[17] Sta forte: che vuoi tu far nipote mio? E a coloro, che menati aveva seco, vltosi, disse: Su, voi: toglietegli larme, tosto gittatelo in terra e legatelo prestamente . Coloro se gli scagliarano subito addosso; e presolo, chi per le gambe, chi per le braccia e chi per lo collo, lo distesero in un tempo in su lammattonato, che egli non ebbe agio a fatica di poter raccr lalito; e gridando ad alta voce: Che fate voi, traditori! Io non son pazzo! , potette rangolare, ch essi gli legarano le braccia e le gambe di maniera, che non poteva pur dar crollo: e trovato una scala, ve lo accomadarano sopra, legato avendolo suvi di buona sorte, acci che egli non se ne gittasse a terra. [18] Lo Scheggia, da parte recatosi, e udendolo in quella guisa guaire, minacciare e bestemmiare, aveva una alegrezza s fatta che egli non capriva nella pelle. Le genti, cherano fuggite e nascostesi, sentendo e veggendo che gli era legato il pazzo, si facevano avanti; e riguardandolo da presso, a tutte ne incresceva, e lo dimostravano chiaramente co i gesti e colle parole. [19] Pensate voi se Geri dunque, superbissimo di natura e bizzarro, si rodeva dentro: e non restando di gridare n di minacciare, non se ne accorgendo faceva il suo peggio. Agnolo, fatto pigliar la scala da quei suoi garzoni e lavoranti, e gittatogli una cappa sopra, ne lo fece portare a casa, dove il Monaco correndo era andato, e ragguagliato dogni cosa la madre, dalla quale piangendo fu ricevuto; ed ella e l zio lo fecero mettere in camera principale sopra il letto, cos legato comegli era, dispostisi per infino alla mattina non gli dire e non gli dare niente, e di poi, chiamati i medici, governarsene secondo che vedranno il bisogno: cos per consiglio dello Scheggia fu conchiuso, e ognuno doppo si part. [20] Erasi intanto sparto di questo fatto la voce per tutto Firenze, e lo Scheggia e i compagni lieti se ne andarano a trovare il cavaliere, al quale ordinatamente tut-

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to il successo raccontarono, che nebbe allegrezza e gioia grandissima. E perch gi erano quattro ore sonate, si stettero seco a cena, senza avere colui dintorno che rompesse loro la testa. [21] Restato dunque solo e al buio in su quel letto legato come fusse pazzo, il male accorto Geri, cavato lelmo e gli stinieri solamente, e coperto benissimo nondimeno, stette buona pezza cheto; e seco stesso discorso e ripensato la cosa molto bene, fu certo come per opera dello Scheggia era condotto in quel termine, e dal zio e dalla madre, anzi da tutto Firenze, tenuto per pazzo: onde da tanto dolore e cos fatto dispiacere fu soprappreso, che, se egli fusse stato libero, arebbe o a s o ad altri fatto qualche gran male. [22] Cos senza dormire e pien di rabbia sendo dimorato infino a mezza notte, fu assaltato dalla fame e dalla sete; per lo che, gridando quanto egli ne aveva nella gola, non restava di chiamare or la madre or la serva, che gli portassero da mangiare e da bere: ma potette arrovellarse, ch elle fecero sembiante sempre mai di no llo sentire. La mattina poi, a due ore di giorno, o in circa, venne il zio in compagnia dun suo fratel cugino, frate di San Marco, e di due medici, allora i primi della citt. [23] E aperto la camera, avendo la madre un lume in mano, trovarono Geri dove la sera lo avevono lasciato; il quale dal disagio del tanto gridare, dal non avere n mangiato n bevuto n dormito, era indebolito di sorte, che egli era tornato mansueto come uno agnellino: alla venuta de i quali, alzando la testa, umanamente gli salut, e appresso gli preg che fussero contenti, senza repricargli altro, dascoltarlo cento parole e di udire le sue ragioni. [24] Onde Agnolo e gli altri cortesemente risposto che dicesse ci che egli volesse, egli incominci: e fattosi da capo, ordinatamente narr loro tutta la cosa di punto in punto, affermando come lo Scheggia lo aveva tradito, e fattolo tenere e legare per matto; e poi soggiunse: Se voi volete chiarirvi affatto, andate cost in casa il

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cavaliere de Torniquinci nostro vicino, e vedrete che egli ha ancora i duoi scudi in diposito . [25] Il zio e i medici, udendolo favellar s saviamente, e dir cos bene le sue ragioni, giudicarano che egli dicesse la verit, conoscendosi assai bene chi fusse lo Scheggia. Pur, per certificarse meglio, Agnolo, il frate e uno di quei medici, andatisene al cavaliere, trovarano esser vero tutto quello che Geri aveva detto: e di pi disse loro messer Mario come lo Scheggia e i compagni, cenato la sera seco, ne avevano fatto le maggiori risa del mondo. [26] S che, ritornati in uno stante, il zio si vergognava; e di sua mano scioltolo e disarmatolo e chiestoli perdono, tutta la broda versava addosso allo Scheggia, contro al quale si accese di sdegno e di collora grandissima. Geri, dolente fuor di modo, fece tosto accendere un gran fuoco; e ringraziati e licenziati tutti coloro, si fece portare da mangiare: e fatto che egli ebbe una buona collezione, se ne and nel letto a riposare, ch naveva bisogno. [27] La cosa gi, per bocca de i tre compagni e dei medici, si sapeva per tutto Firenze s come ella era seguita appunto; e ne and per infino a gli orecchi del Magnifico, il quale, mandato per lo Scheggia, volle intendere ogni particolarit: il che poi risapendo Geri, venne in tanta disperazione, che egli fu tutto tentato di dar loro, e massimamente allo Scheggia, un monte di bastonate, e vendicarsene per quella via. [28] Ma poi, considerando che egli ne aveva fatte tante a loro e ad altri, che troppa vergogna e forse danno gliene risulterebbe, diliber di guidarla per altro verso; e senza fare intendere a persona viva, fuor che alla madre, se ne and a Roma e quindi a Napoli, dove si pose per scrivano duna nave, della quale poi in processo di tempo dovent padrone; e non torn mai a Firenze se non vecchio, che la cosa sera sdimenticata. Lo Scheggia, riavuti i due fiorini dal cavaliere, attese co i compagni a far buon tempo, lietissimo soprattutto di aversi levato colui dinanzi a gli occhi.

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NOVELLA QUARTA
[1] Giannetto della Torre, con accorte parole trafiggendo la insolenza dun prosuntuoso, gli fa conoscere la sua arroganza, e libera s e altri.

[2] Tosto che Florido, fornendo le parole, diede fine alla sua novella, risa e commendata da ciascuno, Galatea, non men bella e vaga che cortese e piacevole, con leggiadra favella, seguitando, disse: Vezzose donne e vertuosi giovani, poscia che a me conviene ora colla mia novella trattenervi, prendendo occasione dalle tue sopradette, una ve ne raccontar anchio duna beffa, ma non tanto rigida quanto la prima, e meno villana che la seconda, dove altro non accadde che parole e risa, per fare accorto e avvertito un prosuntuoso dello errore suo . E soggiunse dicendo: [3] I beoni, i pappatori, i tavernieri, e quegli finalmente che non attendono ad altro che a empiere il ventre, e che fanno professione e dintendersi de i vini e di conoscere i buoni bocconi, come voi dovete sapere, la maggior parte sono di non troppo buna vita e poveri: perci che, stando tutto il giorno in su le taverne, consumerebbero, come si dice, la Turpea di Roma; e cos son quasi tutti rovinati e falliti, trovandosi in capo dellanno aver pegno il fiorino per diece lire. [4] Ritrovandosi dunque questi tali spesso insieme a desco molle, beendo e mangiando, a far buona cera, avviene che quando per lo troppo tosto o per lo soverchio bere e mangiare, per le parti di sopra o per quelle di sotto senza rispetto alcuno sventolare si sentono, hanno un cotal proverbio o ribobolo, dicendo sempre: Alla barba di chi non ha debito , sendo certissimi di non offendere nessuno di loro, n altri ancora che livi intorno fussero. [5] Onde a questo proposito vi dico che nella nostra

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citt gi furono alcuni giovani in una compagnia, nobili e ricchi e costumati, i quali usavano spesso, ora in casa uno, ora in casa un altro, cenare allegramente, pi per ritrovarse insieme e ragionare, che per cura o sollecitudine dempire il corpo dottimi vini e di preziose vivande; non per che non stessero onoratamente e da par loro. [6] Ed erano appunto tanti, che, faccendo ognuno la sua cena, tutta ingombravano la settimana, che a ciascuno toccava la sua volta; e di poi, ripigliando, continovavano dimano i mmano; e a colui che faceva la cena era lecito solamente poter menare chi gli veniva bene: a gli altri conveniva andar soli. [7] Ora accadde che, sendo la prima volta stato invitato un giovine, amico di tutti, Dionigi nominato, senze esser poi da nessuno altro stato rinvitato, non lasciava mai di non rappresentarse: e per sorte era il pi ignorante e prosuntuoso giovine di Firenze, e colui che i pi deboli e sciocchi ragionamenti aveva che uomo del mondo; e per dispetto sempre tener voleva il campanuzzo in mano, n diceva altro mai se non che il non aver debito faceva solo gli uomini felici, e come non si pu trovare n il maggior contento n la maggior dolcezza; e che egli ringraziava Dio che si trovava senza avere un debito al mondo, n mai averne fatto, n animo mai di volerne fare. [8] E ogni volta che eglino si ritrovavano insieme faceva una filastrocca lunga lunga di questo suo non aver debito, che troppo gran fastidio arrecava a gli orechi di coloro; di modo che egli era venuto a tutti in odio, e lo avevano pi a noia che l mal del capo. [9] Nondimeno per lo esser egli figliuolo dun gran cittadino e in quegli tempi assai riputato, niuno ardiva di dirli cosa alcuna alla scoperta, bench mille bottoni avessero sputato e mille volte datogli attraverso: ma egli, o non intendendo o faccendo le vista di non intendere, badava a tirrare inanzi: onde tutti ne stavano dolorosi e malcontenti, aspet-

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tando pure che da lui venisse la discrezione, che nella fine, vergognandosi, si levasse loro dintorno. [10] Ora avvenne che, toccandola volta a un giovane che si faceva chiamare Giannetto della Torre, avveduto molto e faceto, fece seco pensiero di far prova di levarsi colui dinanzi a ogni modo: e fra s pensato quel tanto che fare intorno a ci volesse, trovato uno de i compagni suoi, e il tutto conferitogli, lo preg che aiutar lo volesse, e mostrgli ci che a fare e a dire aveva. [II] Cos venutane lora della cena, e i giovani ragunatisi al luogo diputato, quasi in sul porsi a tavola eccoti giungnere allusanza, senza essere stato invitato, il buon Dionigi, con una prosopopea come se egli fusse stato il padrone di tutti; e arrogantemente, rompendo loro i ragionamenti, entr in su le sue cicalerie. [12] Ma Giannetto, sendo le vivande a ordine, fece dar lacqua alle mani; e Dionigi il primo si pone a mensa, e arrecssi di dentro, dirimpetto appunto a una porta dun giardino, donde spirava sempre un soave venticello, acci che la freschezza di quello di temperasse alquanto il soverchio caldo, sendo appunto allora nel colmo della state. [13] Egli era molto bel cero, e aveva una delle belle, ben composte e coltivate barbe che fussero, non pure in Firenze ma in tutta Toscana, nera e assai lunga. Ed essendo poi gli altri di mano i mmano a tavola postisi, e mangiando gi i poponi, Dionigi, avendone tolto una fetta e bevuto un tratto, come colui che non troppo gli andavano a grado, cominci favellando a entrare in su la beatitudine del non avere n mai avere avuto debito; e sera appunto dirizzato in su la pesta, quando Giannetto, dato locchio al compagno, cominci a turarsi il naso, e cos fece colui; i quali a bella posta savevano messo i mmezzo Dionigi. Onde luno prese a dire: [14] Che puzzo sentio? Rispose laltro: Il pi corrotto che si sentisse gi mai: egli non sa di

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tanto tristo odore un carnaio, e ne disgrazio l dietro Mercato Vecchio . I compagni, meravigliandosi, non sentendo altro odore che soliti fussero, stavano, guardandosi lun laltro, come smemorati, attendendo che fine dovesse avere la cosa; quando Dionigi, quasi in collora, veggendo coloro turarse il naso, e cos sottocchi guardar pure inverso lui, disse: [15] Sarei mai io che putissi? che voi mi guardate cos fiso? Se io non credessi che voi ve ne adiraste rispose Giannetto con licenza nondimeno di questi altri buon compagni, direi veramente la cagione di questo tanto puzzo . Allora Dionigi, come colui che era tutto il giorno in sul corpo alle dame, lascivetto e snello, tutto profummato e pulito, rispose: Di, di, di pure: non aver rispetto alcuno . [16] Soggiunse dunque Giannetto: Poich vi piace, io la dir , e seguit: Cotesta barba quella che tanto pute, e s corrottamente. Perch? rispose Dionigi , e che vuol dire? Ascoltatemi, e intenderetelo soggiunse colui; e disse: [17] Tutti coloro che frequentano le taverne e che vi si trovano continovamente a bere e a mangiare, i pi sono uomini di pessimi costumi, disonesti e sporchi, e, con reverenza della tavola, non hanno riguardo alcuno di lasciare andare o da basso o da alto; anzi vituperosamente danno aiuto e forza a i rutti e alle coregge, alla fine delle quali quasi sempre dicono: Alla barba di chi non ha debito. [18] Ora dunque, secondo le parole vostre, non avendo voi debito n mai avutone, credo veramente che voi siate solo in Firenze; e cos, avendo tanto folta e bella barba, tutte le coloro vituperose bestemmie vi vengono, e nella vostra barba giungono, e vi si appiccano di maniera che non vi pelo che non abbia il suo

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rutto e la sua coreggia. Onde ella pute tanto di reciticcio e di merda, che non vi si pu stare appresso: [19] s che non vi meravigliate pi del nostro turarci il naso; e fareste bene, per onor di voi prima, e poi per benefizio nostro, a non vi ritrovar pi alle nostre cene; se gi voi non veniste o raso o veramente con debito . [20] Alla fine delle cui parole tanto abbondarano le risa alla brigata, che vi fu pi duno che si ebbe a levar da tavola e sfibbiarse; e a pi duno vennero gi le larime da gli occhi, veggendo massimamente star Dionigi che pareva uno orso, e non poteva per la collora e per la rabbia risponder parola; e veggendo parimente ognuno ridere, cheto cheto si lev da tavola, avendo fatto un capo come un cestone; [21] e preso la cappa, senza dir nulla a persona, sdegnoso sand con Dio, non sendo ancor venute in tavola le insalate: e tanto fu lo sdegno e lodio che egli ne prese, che per lo inanzi non si volle mai pi trovare con esso loro, e non favell mai a nessuno, e massimamente a Giannetto. [22] I giovani lietamente finirono di cenare, e colle risa fornito doppo i loro piacevoli ragionamenti, se ne tornarano alle loro case allegri e contenti, che con s bella burla e piacevole invenzione mordendo e riprendendo Giannetto leggiadramente la ignoranza e la prosunzione di Dionigi, tolto avesse loro da gli orecchi cos fatta seccaggine.

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NOVELLA QUINTA
[1] Guglielmo Grimaldi una notte, ferito, corre in casa Fazio orafo, e quivi si muore: al quale Fazio maliziosamente ruba una grossa somma di ducati, e, sotterratolo segretamente, finge, perchegli era anche alchimista, daver fatto ariento, e vassene con esso in Francia; e fatto sembiante daverlo venduto, in Pisa ricchissimo torna. Poi per gelosia della moglie accusato, perde la vita, ed ella doppo ammazza i figliuoli e se stessa.

[2] Non s tosto si tacque Galatea, alla fine venuta della sua corta favola, ma piaciuta per altro e lodata da tutti, che Leandro, girato gli occhi intorno e dolcemente la lieta brigata rimirato: Cortesi fanciulle disse e voi innamorati giovani, poich il Cielo ha voluto (forse dal nome fitto col quale voi mi chiamate, atteso che chi lebbe daddovero capit male mentre che, notando, andava alla casa della sua amata donna) o altra qualsivoglia cagione, che io, contro a mia voglia, degli sfortunati avvenimenti altrui e infelici faccia primieramente fede, sono contento, con una delle mie novelle, un doloroso e compassionevol caso e veramente degno delle vostre lagrime farvi udire, fiero e spaventevole quanto altro forse, o pi, che intervenisse gi mai. [3] E quantunque egli non accadesse n in Grecia n in Roma n a persone dalta progenie o di regale stirpe, pure cos fu appunto come io ve lo raccontar: e vedrete che nelle umili e basse case, cos come ne i superbi palagi e sotto i dorati tetti, il furore tragico ancora alberga; e per cagione duna femmina, ancora che ella non fusse n imperadrice n reina n principessa, disperata e sanguinosa morte del marito, de i figliuoli e di se stessa nacque. Ascoltatemi dunque . E cominci dicendo: [4] Leggesi nelle storie pisane come anticamente venne ad abitare in Pisa Guglielmo Grimaldi, confinato da Genova per le parti: il quale, giovine ancora di ventidue

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anni, con non molti danari, tolto una casetta a ppigione e sottilmente vivendo, cominci a prestare a usura. [5] Nella quale arte guadagnando assai, e spendendo poco, in breve tempo dovent ricco: e perseverando, in spazio di tempo ricchissimo si fece, sempre co i denari crescendogli insieme la voglia di guadagnare: intanto che, vecchio trovandosi con parecchi migliaia di fiorini, non aveva mai mutato casa, e per masserizia tuttavia stato solo, e questi suoi denari, non fidando a persona, guardava in casa con mirabile diligenza, e cotanto amore aveva posto loro, che non arebbe con uno scudo campato un uomo da morte a vita: di maniera che egli era mal voluto e odiato da tutta Pisa. [6] Ora, menando questa vita Guglielmo, accadde che una sera, avendo egli con certi suoi cenato fuor di casa sua, nel tornarsene poi, sendo di notte un buon pezzo e buio come in gola, fu o per malevoglienza, o clto in cambio , affrontato e ferito dun pugnale sopra la poppa manca: onde il poverello, sentitosi ferito, si misse a fuggire. In quello stante si ruppe appunto il tempo, e cominci a piovere rovinosamente; intanto che, avendo egli corso pi duna balestrata e gi tutto molle, veduto uno uscio aperto e l dentro risplendere un gran fuoco, entr in quella casa. [7] Nella quale stava un Fazio orafo, ma di poco tempo sera dato allalchimia, dietro alla quale consumato aveva gran parte delle sue sostanze, cercando di fare del piombo e del peltro ariento fine; e questa sera, acceso un grandissimo fuoco, attendeva a fondere, e per lo caldo, sendo allora di state, teneva luscio aperto: s che, sentito il calpestio di colui, si volse di fatto e, conosciutolo, subito gli disse: [8] Guglielmo, che fate voi qui a questotta e a questo tempaccio strano? Ohim rispose Guglielmo , male: io sono stato assaltato e ferito, n so da chi n perch ; e il dire que-

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ste parole, il posarsi a sedere e il passar di questa vita fu tutto una cosa medesima. [9] Fazio, veggendolo cadere, maraviglioso e pauroso fuor di modo, si mise a sfibbiargli lo stomaco e a sollevare e a chiamar Guglielmo, pensando essergli venuto qualche sfinimento. Ma, no llo sentendo muovere n battergli polso e trovatogli poi la ferita nel petto e di quella, per la malignit, non uscito quasi sangue, ebbe per certo che egli fusse, come egli era veramente, morto: tal che sbigottito corse incontanente alluscio per chiamar la vicinanza, ritrovandosi per sorte in casa solo, perci che la moglie con due suoi figliolini maschi di cinque anni o in circa, nati a un corpo, era a casa suo padre andata, che stava per morire. [10] Ma poi, sentendo fortemente piovere e tonare e non veggendosi per le strade un testimonio per medicina, dubitando di non essere udito, si rest: e mutato in un tratto proposito, serr luscio e tornssene in casa. E la prima cosa aperse la scarsella di colui, per vedere come vera drento danari; e trovovvi quattro lire di moneta, e tra molto ciarpame di pochissimo valore un gran mazzo di chiavi, le quali si avvis dovere aprire luscio da via e dipoi tutte le stanze, le casse e i forzieri di casa Guglielmo; il quale, secondo la publica fama, pensava essere ricchissimo, e soprattutto di danari secchi, e quegli avere appresso di s. [11] L onde, sopra ci discorrendo e pensando, gli venne nella mente, come colui che astuto e sagacissimo era, di fare un bellissimo colpo alla vita sua, e seco stesso disse: Deh! perch non vo io con queste chiavi or ora a casa costui, dove son certo che non persona nata? Chi mi vietr dunque che io non prenda tutti i suoi danari e chetamente gli arrechi qui in casa mia? [12] Egli, per mia buona sorte, piove, anzi rovina il cielo: la qual cosa fa che niuno (oltre che gli gi valica mezza notte) vadia attorno, anzi ognuno si sta rinchiuso al coperto, e dorme nelle pi riposte stanze della casa. Io sono in questa casa

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solo; e colui che ha ferito Guglielmo dovette, dato che gli ebbe, fuggir via e nasconderse, e di ragione no llo ar veduto entrare qua entro: e se io so tacere, e di questo fatto non ragionar mai con uomo vivente, chi potr mai pensare che Guglielmo Grimaldi sia capitato qua ferito, e in questa guisa morto? Domenedio ce lha mandato per mio bene. [13] E chi sa anche, se dicendo io di questa cosa la stessa verit, mi fusse creduto? Forse si penser che io labbia morto per rubarlo, e poscia mi sia mancato lanimo. Chi mi sicura che io non sia preso e posto al martro? E come potr giustificarmi? E questi ministri della giustizia sono rigidissimi, intanto che io potrei toccarne qualche strappatella di fune e forse peggio ancora. [14] Che far dunque? In fine egli meglio risolversi a tentare la fortuna, la quale si dice che aiuta gli audaci, e vedere se io potessi una volta uscire daffanni . [15] E questo detto, tolto un buon feltro addosso e un gran cappello in capo, le chiavi in seno e una lanterna in mano, piovendo, tonando e balenando sempre, si misse in via; e in poco dora arriv alla casa di Guglielmo non troppo indi lontana, e con due di quelle chiavi, le maggiori, aperse luscio, e il primo volo fece in camera: la quale aperta, se ne and alla volta dun cassone grandissimo, e tante chiavi prov che egli lo aperse; [16] e drentro vi vide due forzieri, i quali con gran fatica aperti, luno trov pieno di dorure, come anella, catene, maniglie, e gioie e perle di grandissima valuta; nellaltro erano quattro sacchetti pieni di ducati doro traboccanti, sopra ognuno dei quali era scritto una pliza, e cucita, che dieva: Tre mila scudi doro ben conti. [17] Onde Fazio allegro e volonteroso prese solo quel forzieretto, temendo forse che le dorure e le gioie non gli fussero state a qualche tempo riconosciute, lasciando stare ogni altra cosa rassettata al luogo suo; e riserrato e racconcio il tutto come trovato aveva, se ne usc di casa col-

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le chiavi a cintola e con quel forziere in capo, e tornossene alla sua abitazione, senza essere stato veduto da persona: [18] la qual cosa gli succedette agevolmente rispetto al tempo, che di quellanno non era ancora stato il peggiore, piovendo tuttavia quanto dal cielo ne poteva venire, con baleni e con grandissimi tuoni. [19] Fazio la prima cosa, poi che fu al sicuro in casa sua, mise il forziero in camera e mutssi tutto; e perchegli era aitante e gagliardo della persona, prese subito di peso colui morto, e andssene con esso nella volta e con strumenti a ci in un canto di quella cav e fece una fossa quattro braccia a dentro e tre lunga e due larga, e Guglielmo, cos come egli era vestito e colle chiavi insieme, vi pose dentro e ricoperse colla terra medesima; la quale rappian e rassod molto bene, e vi mise sopra certi calcinacci cheran l in un canto, in guisa tale che quel luogo non pareva mai stato tcco. [20] E poscia tornato in camera e aperto il forziero e sopra un desco rovesciato uno di quelli sacchetti, si accert quegli esser tutti quanti fiorini doro, e gli abbagliarono mezza la vista; e cos gli altri sacchetti guardati e pesati, trov che gli erano, come diceva la scritta, tremila per sacchetto. Onde, pieno dallegrezza e di gioia, rilegatigli molto bene, gli pose n uno armadio dun suo scrittoio, e serrgli; e il forziero miso in sul fuoco, prima che se ne partisse vide ridotto in cenere; e lasciato i fornegli, il piombo e le bocce a bandiera, se ne and a dormire, che appunto era restato di piovere, e cominciatosi a far giorno: e per ristoro della passata notte, dorm per infino a vespro. [21] Di poi, levatosi, se ne and in piazza e in Banchi, per udire se nulla si dicesse di Guglielmo; del quale non sent ragionare n quel giorno n il secondo. Il terzo poi, non comparendo Guglielmo ne i luoghi per le faccende ordinati, si cominci a mormorare tra la gente e a dubitare, veggendosi serrati della sua casa gli usci e le finestre, che qualche male non gli fusse intervenuto. [22]

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Quegli amici suoi, co i quali cenato ultimamente aveva, ne davano, per infino che da loro si part, vera relazione: da indi in l non si sapeva, n quel che fatto avesse, n dove stato si fusse. [23] Per la qual cosa la Corte, non si riveggendo Guglielmo, dobitando che non fusse in casa morto, fece da i suoi ministri aprire per forza luscio ed entrar dentro; dove, eccetto che Guglielmo, ogni cosa trovarono ordinatamente al luogo suo: di che meravigliarsi, im-presenza di testimoni, tutti gli usci, le casse e i forzieri, non si trovando alcuna chiave, collo aiuto de i magnani aperti furono, e tutte le robe scritte, dalla cassetta delle dorure in fuori e i libri, che furono portati alla Corte e posti a buona guardia: e cos rimase la casa. [24] E prestamente andarono bandi scurissimi per averne notizia, promettendo premio grandissimo a chi lo notificasse o morto o vivo; ma ogni cosa fu invano, ch per un tempo non se ne seppe mai niente; di maniera che in capo a tre mesi, non sendo quivi chi lo redasse, e avendo allora i genovesi inimicizia e guerra grandissima co i pisani, per lo che non vi sarebbero venuti i parenti, la Corte si ingomber tutte le sustanze state di Guglielmo, faccendosi gran meraviglia per ognuno che non si fusse trovato denari. [25] E alcuni si pensarano che egli si fusse andato con Dio con essi; e altri, che gli avesse sotterrati o nascosi in qualche luogo strano; e molti, che la Corte non gli avesse voluti appalesare. [26] Fazio in questo mentre era stato chetissimo sempre; e veggendo andare le cose di bene in meglio, lietissimo viveva, sendo di buona pezza tornato a casa la moglie co i figliuoli; alla quale nondimeno non aveva detto cosa del mondo, e cos aveva in animo di fare; il che sarebbe stato la ventura sua, dove il contrario fu la sua rovina, della moglie e de i figliuoli. [27] Ora, sendosi la cosa di Guglielmo addormentata e gi non se ne ragionando pi, Fazio dette voce fuori davere fatto parecchi pani dariento, e di volere andare a vendergli in

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Francia: della qual cosa si ridevano la maggior parte degli uomini, come di colui che gi due volte sera affaticato in vano, e aveva gittato via la fatica, il tempo e la spesa, perci che al farne il saggio non aveva mai retto al martello; [28] e gli amici e i parenti suoi sopratutto ne lo sconsigliavano, dicendo che ne facesse quivi il paragone, e se buono riuscisse a tutta prova, cos in Pisa come a Parigi vender lo potrebbe, dove, non riuscendo, come si pensavano, non arebbe quel disagio n quella spesa. [29] Ma niente rilevava, ch Fazio era disposto dandare a ogni modo, e non voleva altrimenti farne il saggio quivi, sapendo questa volta che lo ariento suo era ottimo. E fingendo che gli mancassero danari da condursi, aveva impegnato uno suo poderetto per cento fiorini (ch cinquanta ne bisognavano a lui, e cinquanta disegnava lasciarne alla moglie per vivere infino a tanto che egli tornasse), e gi, lasciando dire ognuno, si era pattuito con una nave rauga che partiva allora per alla volta di Marsilia. Il che sentendo la donna, cominci a far romore e a pianger seco, dicendogli: [30] Dunque, o marito mio, mi lascerete voi sola con due bambini a questo modo? e andrete consumando quel poco che ci restato, acci che i vostri figliuoli e io ci moiamo di fame? Che maladetto sia lalchimia, e chi ve la mise per lo capo! Quanto stavamo noi meglio, quando voi attendevate a far larte dello orafo e a lavorare! [31] Fazio attendeva pure a consolarla e a confortarla, e le prometteva tanto bene alla tornata che era una meraviglia; ma ella, rispondendogli, diceva pure: Se cotesto ariento fine e buono, cos sar egli buono e fine qui come in Francia, e in quel medesimo modo lo venderete: ma voi ve ne andate per non ci tornar mai pi, e logori questi cinquanta ducati che mi lasciate, ne converr, misera me!, con questi figliolini andare accat-

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tando ; e non faceva n giorno n notte mai altro che piagnere e rammaricarse. [32] Onde a Fazio, che lamava e teneva cara quanto gli occhi stessi e la propria vita, venne tanta piet di lei e compassione, che un giorno dietro mangiare, chiamatola in camera sola, per rallegrarla e consolarla, ogni cosa, fattosi da capo, intorno a i casi di Guglielmo particolarmente le narr; e presola per la mano, la men nello scrittoio, e le fece vedere quei sacchetti tutti pieni di ducati doro. [33] La quale, come si meravigliasse e quanta allegrezza avesse, non che raccontar con parole, non si poterebbe pure immaginare col pensiero, mille volte per la soverchia letizia abbracciando e baciando il diletto sposo; il quale con lungo giro di parole, mostratole come tacere sopra ogni altra cosa le bisognava, le disse quello che intendeva di fare, e la vita poi felicissima e beata che alla tornata sua ordinar voleva: il che piacendo sommamente alla donna, li diede licenza allegramente, con questo che egli tornasse pi tosto che potesse. [34] Fazio, ordinato colla sua Pippa il tutto, laltra mattina, fatto fare una buona cassa nuova e forte con un serrame doppio e gagliardo, vi misse nel fondo tre di quei sacchetti (lasciato laltro, per i casi che potessero intervenire, in guardia alla sua moglie) e spravi dodici o quattordici di quei pani di mestura di piombo, di peltro e di ariento vivo e daltra materia, la fece condurre alla nave, contro la voglia del suocero, degli altri parenti e di tutti gli amici, e della donna ancora che fingeva di piangerli dietro. [35] E tutta Pisa si burlava e rideva di lui; e certi che lo conoscevano ingegnoso e accorto per lo adietro, si pensavano che egli avesse dato la volta e impazzato, come molti, in quella maladizione della alchimia. La nave, dato le vele al vento, chera prospero, si part al suo viaggio. [36] La Pippa, faccendo le vista dessere restata malcontenta, attendeva a provveder la casa e governare i figliuoli. La nave al tempo debito ar-

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riv a Marsilia, dove una notte Fazio gett in mare tutti quei pani dellalchimia; e uscitosi di nave colla sua cassa, se ne and co i vetturali insieme a Lione; dove stato alquanti giorni, mise mano a i suoi sacchetti, e a una delle prime banche che vi fussero annoverati i suoi denari, se ne fece fare due lettere di cambio per Pisa, una alla ragione de i Lanfranchi, laltra al banco de i Gualandi; e una lettera scrisse alla moglie, come seco era rimasto, avvisandola avere venduto il suo ariento e di corto tornare a Pisa ricco. [37] La quale lettera la Pippa fece leggere prima a suo padre e poi a gli altri parenti e amici di Fazio, i quali tutti si meravigliavano, e molti no llo credevano, aspettandosi lopposito. Fazio, doppo non molto, colle sue lettere di pagamento si part di Lione, e andnne a Marsilia; e indi sopra una nave buscana carica di grano salito, si condusse a Livorno, e di quivi a Pisa. [38] E la prima cosa se ne and a vicitare la moglie e i figliuoli, e pieno di gioia e dallegrezza abbracciava e baciava ognuno che gli scontrava per la strada, dicendo che collaiuto di Dio era tornato ricco, sendo lariento suo riuscito finissimo e a ogni paragone. E andatosene colle lettere di credenza in Banchi da Gualandi e da i Lanfranchi, gli furono rimessi e annoverati nove mila ducati doro; e tutti se gli fece portare a casa con meraviglia e piacere de i parenti e degli amici, i quali non si saziavano daccarezzarlo e di fargli festa, lodando estremamente la sua vert. [39] Fazio, ricchissimo, da par suo, ritrovandosi, veggendo che tutta Pisa oggimai credeva che della alchimia fusse uscito la sua ricchezza, fece pensiero di valersene e cominciarla a spendere; e prima riscosse il suo poderetto, e poi comper una bellissima casa dirimpetto alla sua e quattro possessioni delle migliori che fussero nel contado di Pisa. [40] Comper ancora per dumila scudi dufizi a Roma, e duemila ne pose in su n un fondaco a diece per cento; di maniera che egli stava come un prin-

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cipe, e abitando la casa nuova aveva preso due serve e duoi servidori, e teneva due cavalcature, una per s e laltra per la donna; e onoratissimamente vestiti i figliuoli, si viveva colla sua Pippia pacificamente in lieta e riposata vita. [41] La Pippa, che non era solita, in tanta roba e in tante dilicatezze ritrovandosi, insuperbita, deliber condursi in casa una vecchierella sua conoscente e seco una sua figlioletta di sedici in diciassette anni, bellissima a meraviglia: e fece tanto che Fazio ne fu contento, dicendogli che la fanciulla, per cucire, tagliare e lavorare camce e scuffie era il proposito appunto e il bisogno della casa; e cos col suo marito e co i figliuoli viveva contenta in lieta e dolce pace. [42] Ma la fortuna invidiosa, che sempre fu nemica de i contenti e de i mondani piaceri, ordin in guisa che la letizia loro in dolore, la dolcezza in amaritudine, e il riso in pianto prestamente si rivolse; perci che Fazio si innamor ardentissimamente della Maddalena, che cos si chiamava la figliuola di quella vecchierella; e cercando con ogni opportuno rimedio di venire allo intento suo, fece tanto che con preghi e con danari corroppe la vecchia poverissima; di modo che la figliuola conobbe carnalmente. [43] E continovando la cosa pur senza saputa della donna, di giorno in giorno a Fazio cresceva lo amore; avendo dato la fede sua a lei e alla madre di tosto maritarla con bonissima dote, attendeva a darsi piacere e buon tempo; e ancora che tuttavia spendesse qualche fiorinello, segretamente si godeva la sua Maddalena. [44] Ma non potettono tanto cautamente governarse che la Pippa non se ne avvedesse: di che col marito prima ebbe di sconce e di strane parole, ma poi pi villanamente colla vecchia e colla Maddalena procedette; e doppo desinare, un giorno che Fazio era andato fuori, colle loro robe ne le mand con Dio, avendo detto loro una villania da cani. [45] Di che Fazio le fece grandissimo romore, e a casa loro le cominci a provvedere, cre-

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scendogli sempre pi di mano i mmano il disordinato desiderio; e colla moglie stava sempre in litigi e n guerra, perch, no lle dando egli pi noia la notte, come prima far soleva, andando il giorno a scaricar le some colla sua Maddalena, era colei in troppa rabbia per la gelosia e per lo sdegno salita; tal che in quella casa non si poteva pi stare per le grida e i rimbotti della donna. [46] Onde Fazio, grarritola, confortatola e pi volte minacciatola, e niente giovando, per dar luogo al furor di lei e al suo cocentissimo amore, se ne and in villa, e vi fece la sua Maddalena e la madre venire; dove, senza essergli rotto la testa dalla importuna e sazievol moglie, allegrissimo badava a cavarsi le sue voglie. [47] Della qual cosa la Pippa rest s dolorosa e malcontenta, che altro non faceva mai n giorno n notte che piangere e sospirare, del disleal marito, della disonesta vecchia e della odiata fanciulla dolendosi e rammaricandosi. Ed essendo gi passato un mese, e Fazio non tornando, n facendo segno di voler tornare, colla sua innamorata trastullandosi, con diletto incomparabile e con immensa gioia consumava il tempo. [48] Il che sapendo la Pippa, fuor di modo e sopra ogni guisa umana dolente, in tanta collora, furore e rabbia contro le donne e lo sposo suo si accese, che, disperata, non pensando al danno che riuscir ne le poteva, si dispose e diliber di accusare il marito, che non guadagnati dallalchimia, ma rubato aveva i denari a Guglielmo Grimaldi, i quali di Francia aveva finto di portare dellariento venduto: In questo modo dicendo gastigher lo ingrato sposo e le nemiche femmine . [49] E senza altro pensare, infuriata, allora allora si misse a ordine, e senza trre compagnia di serve, sola, portata dal furore, se ne and, chera quasi sera, dentro a uno Magistrato che giustizia teneva, come nella citt nostra gli Otto di guardia e di bala: al quale fece intendere tutti i casi del marito, cos come da lui lerano stati

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raccontati, dicendo che andassero a vedere, che Guglielmo era sotterrato nella volta della casa vecchia; e disegn loro il luogo appunto. [50] Il Magistrato fece il primo tratto ritenere la donna, pensando chesser potesse e non esser la verit; e mandarano segretamente e con prestezza, e trovarano, in quanto al morto Guglielmo, cos essere come la Pippia aveva detto; e la notte stessa fecero andare la famiglia del bargello, che nel letto, colla sua amorosa ghiacendo, Fazio, che non se lo aspettava, furiosametne presero, e inanzi al giorno in Pisa e in prigione condussero. [51] Il quale maninconoso infino al d stette; e di poi, venuto alla esamina, nulla voleva confessare; ma coloro gli fecero venire inanzi la moglie, alla cui vista egli grid ad alta voce, dicendo: Ben mi sta ; e a lei rivolto, disse: Il troppo amore che io ti portai mha qui condotto ; e al Magistrato poscia rivoltosi, tutto il caso, cos come veramente era seguito, raccont. [52] Ma coloro, spaventandolo e minacciandolo sempre, gli dissero che fermamente tenevano che Guglielmo maliziosamente da lui fusse stato ferito e ammazzato, per rubargli i suoi danari e godersegli, come per infino allora gli era riuscito: e incrudeliti, messolo alla tortura, tanti martiri e tanti gli dierono che, inanzi che da lui si partissero, ogni cosa, come a lor piacque, gli fecero confessare. Per lo che diede il Magistrato sentenza che laltra mattina, faccendo le cerche maggiori per Pisa, fusse attanagliato finalmente, e squartato vivo. E subitamente tutti i beni di Fazio incorporarono. [53] E Guglielmo, cavato di quella volta, fecero sotterrare in sagrato, con meraviglia e stupore grandissimo di chiunque lo vide; e senza indugio mandarono in villa a pigliare la possessione de i poderi, dove fu cacciato ognuno fuori; e la Maddalena e la madre se ne tornarono in Pisa alla loro casetta povere e sconsolate. [54] La Pippa, sendo stata licenziata, se ne torn verso casa, credendosi, come prima, essere la bella madonna; ma di gran lunga

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ne rimase ingannata, perch le fantesche, i servidori e i figliolini trov fuori dalla famiglia della corte essere stati cacciati: onde con essi, dolorosa a morte, nella sua vta casa se ne entr, tardi piangendo e dolendosi, accorta del suo errore. [55] La novella si sparse intanto per tutta Pisa; tal che ognuno restava attonito e pieno di meraviglia, biasimando non meno la scellerata astuzia dellalchimista, che la iniqua ingratitudine della perfida moglie. E il padre e alcuni parenti che a vicitarla erano andati, tutti la riprendevono e proverbiavano rigidamente, protestandole che co i suoi figliuoli insieme si morrebbe di fame, cos crudele avendo fatto e inumano tradimento al povero suo marito; per la qual cosa malcontenta e piangendo lasciatola avevano. [56] Venne laltra mattina: e allora deputata, sopra un carro, lo infelicissimo Fazio, fatto per tutta Pisa le cerche maggiori, in piazza condotto, sopra un palchetto a posta fatto, bestemmiando sempre s e la iniqua moglie, dal manigoldo in presenza di tutto il popolo fu squartato; e dipoi insieme ridotto, e sopra il medesimo palchetto acconcio fu disteso, che quivi tutto lavanzo del giorno stesse, a esempio de i rei e malvagi uomini. [57] La Pippa, avuto le tristissime novelle, quanto pi esser si possa dolorosa, priva trovandosi, per la sua rabbia e gelosia, del marito e della roba, si dispose da se stessa del commesso peccato pigliarse la penitenza; e arrabbiata, pensato avendo quel che far voleva, quando la maggior parte delle persone era a desinare, co i suoi figlioletti, prsone uno da ogni mano, piangendo, inverso piazza preso il cammino, quelle poche genti che la riscontravano, conoscendola, la biasimavano e riprendevono e lasciavano andare. [58] E cos in piazza appi del palchetto arrivata, pochissime persone vi trov intorno; e se tra quelle poche era chi la conoscesse, non sapendo quello che far si voleva, le davano la via. Ed ella, pian-

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gendo sempre, co i figliuoli la crudelissima scala sal, e fingendo sopra il palchetto dabbracciare e piangere il morto suo sposo, era dintorno aspramente ripresa, dicendo: [59] Pessima femmina! Ella piange ora quello chella ha voluto, e da se stessa procacciatosi . La Pippa, avendosi fitto lugna nel viso e stracciatosi i capelli, tuttavia piangendo e baciando il viso del morto marito, fece i teneri figliolini chinare, dicendo: Abbracciate e baciate lo sventurato babbo ; i quali, piangendo, tutto il popolo lagrimar facevono. [60] Ma la cruda madre in questa, cavatofuori del seno un bene arrotato e pungente coltello, luno de i figliuoli in un tratto percosse nella gola, e lo scann di fatto; e pi rabbiosa che percossa vipera, in un attimo allaltro vltasi, il medesimo fece, cos tosto che la brigata a ffatica se ne accorse; e furiosamente in s rivoltasi, nella canna della gola il tinto coltello tutto si mise; e scannatasi, morendo a dosso a i figliuoli e al morto marito cadde morta. [61] Le persone cherano quivi intorno, ci veggendo, lass gridando corsero, e i due miseri fratellini a la disperata madre trovarono che davono i tratti, sgozzati a guisa di semplici agnelli. Il romore e le grida sbito si levarano altissime, e per tutta Pisa si sparse in un tratto la crudele novella; tal che le genti, piangendo, correvono l per vedere uno cos spaventoso e orribilissimo spettacolo: dove il padre e la madre con due loro cos begli e biondi figliolini empiamente feriti, e crudelissimamente insanguinati, morti, luno sopra laltro attraversati, ghiacevono. [62] Ceda Tebe e Siracusa, Argo, Micena e Atene, ceda Troia e Roma alla infelice e sfortunata Pisa, fonte, ricetto, albergo e madre della crudelt. I pianti, i lamenti e le strida intanto erano tali e cos fatte per tutta la citt, che pareva che dovesse finire il mondo: e soprattuto doleva a i popoli la morte de duoi innocenti fratellini, che senza colpa o peccato, troppo inumana-

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mente del paterno sangue e di quello dellempia madre tinti e macchiati, in terra morti stavano, in guisa che pareva che dormissero; [63] avendo la tenera gola aperta e di quella caldo e rossissimo sangue gemendo, tanta ne i petti de i riguardanti e doglia e compassione mettevano, che chi ritenere avesse potuto le lagrime e l pianto, o sasso o ferro, pi tosto che corpo umano, si sarebbe potuto perci che il crudo e scellerato spettacolo arebbe potuto destare alcuno spirito di piet nella crudeltade stessa. [64] Quivi alcuni amici e parenti di Fazio e della Pippa, con licenza della Giustizia, il marito e la moglie fecero mettere in una bara; e perch essi erano morti disperati, non in luogo sagro, ma lungo le mura gli mandaro a seppellire; ma i due fratellini, con dolore inestimabile di tutti i pisani, in Santa Caterina sotterrati furono.

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NOVELLA SESTA
[1] Il prete da San Felice a Ema, col voler darle un papero, conosce carnalmente e inganna la Mea: di poi, ritornando, da lei ingannato; e perdendo il papero e i capponi, doloroso, non potendo ire a suoi piedi, ne portato a casa.

[2] Non accorti avvedimenti, non pronte risposte, non audaci parole, non arguti motti, non scempia goffaggine, non goffa scempiezza, non faceta invenzione, non piacevole o stravagante fine, non la letizia e il contento, ma focosi sdegni, feroci accenti dira, ingiuriose parole, angosciosi lamenti, rabbiosa gelosia, gelosa rabbia, crudele invenzione, disperato e inumano fine, il dispiacere e il dolore, avevono questa volta da i begli occhi delle vaghe giovani tirato in abbondanza gi le lagrime e bagnato loro le colorite guance e il dilicato seno. N di piangere ancora si potevano tenere, molto biasimando la malvagia femmina; quando Siringa, che seguitar deveva, rasciugatisi gli occhi, prese cos a favellare: [3] Pietose donne e voi altri, certamente che egli non stato fuor di proposito i mmezzo a tanto zucchero e mle alquanto dalo e dassenzio mescolare, a fine che per la amaritudine sia meglio conosciuta la dolcezza; perci che i contrari posti insieme, le cose buone e belle di bont e di bellezza in infinito accrescono. Per questa cagione dunque io mi rendo certa che, se le passate novelle della presente sera vi tornarete nella memoria, quanto pi questa vha dato doglia e malinconia, tanto vi accresceranno gioia e contento: e ancora io ho speranza che la mia favola, la quale sar tutta ridente e lieta, maggiore allegrezza e conforto vi porga . E cos detto, con un dolce riso soavemente la lingua sciolse. [4] Come voi dovete sapere, usanza stata sempre mai nel nostro contado che i preti della villa, quando

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per avventura la festa alla lor chiesa, invitano tutti i preti loro vicini: per lo che, avendo il prete del Portico, tra laltre, una volta la festa, tutti i preti da lui chiamati vi concorsero; tra i quali vi fu un ser Agostino, che ufiziava a San Filice a Ema, poco indi lontano. Il quale, mentre che la messa grande solennemente si cantava, vide per sorte nella chiesa una bella giovine e manierosa, e domandato livi ntorno chi ella fusse, gli fu risposto essere quindi popolana: e, perch ella gli andava molto per la fantasia, poco ad altro, fuor che a mirarla e vagheggiarla, attese la mattina. [5] Avvenne poi che, detto lufizio e fornite le messe, tutte le persone di chiesa partitesi, se ne andarano a desinare, e cos fecero i preti. In sul vespro poi ser Agostino, uscendo cos fuori in su la strada per via di diporto, vide per buona ventura in sul suo uscio sedersi la giovane che veduto la mattina in chiesa aveva (la quale si faceva chiamare la Mea, moglie duno muratore) che in compagnia dellaltre donne vicine si stava al fresco e a motteggiare. Per la qual cosa, chiamato il prete della chiesa, lo prese a domandar di lei e della sua condizione: il quale gli rispose essere tutta piacevole e buona compagna, eccetto che co i preti; i quali, che che se ne fusse la cagione, aveva pi in odio che l mal del capo, e non voleva, non che far lo piacere, ma pur sentirgli ricordare. [6] Gran meraviglia se ne fece ser Agostino, e fra s dispose di caricargliene a ogni modo, dicendo seco medesimo: Io so che tu ci hai a lasciar la pelle, vogli tu o no . E perch ella non avesse cagione di conoscerlo per prete, se gli lev, bench malvolentieri, dintorno; ma di lontano la riguardava pure sottecchi, che non pareva suo fatto; e quanto pi la mirava, tanto pi gli cresceva il disiderio di possederla. [7] In questo mentre ne venne il vespro e di poi la compieta, che la Mea non entr mai in chiesa, tanto che, fornito gli ufizi e la festa, ser Agostino, fatto collezione grossamente con gli altri preti, prese licenza e tornssene a San

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Felice a Ema; dove non faceva altro mai che pensare alla sua innamorata e il modo che tener dovesse per poterle favellare che non fusse da lei per prete conosciuto; e poscia cercare di venire a gli attenti suoi. [8] E perchegli era scaltro e maliziosetto, gli cadde nellanimo di tentare una via da dovergli agevolmente riuscire, per contentar i desideri suoi; e un luned in su le ventiun ora, travestitosi a guisa di villano, sparpagliatosi la barba, con una cuffia bianca e un cappelletto di paglia in testa, preso un bello e grasso papero in collo, nascosamente si part di casa, e per tragetti se ne venne alla strada, poco di sopra al Portico; e preso la via verso Firenze, se ne veniva adagio adagio, fermandosi a ogni passo, tanto che di lontano vide la Mea in su luscio sedersi e nettare la insalata. [9] Onde, affrettando il cammino, se le ferm al dirimpetto, guardandola cos alla semplice: par che la Mea, veduto questo gonzo cos fiso rimirarla, lo domand se quel papero chegli aveva in braccio si vendeva. Non si vende rispose il prete. Donamelo dunque disse la donna, che era favellante. Questo si potrebbe fare rispose ser Agostino ; entriamo in casa, e saremo daccordo . [10] La Mea, chera di buona cucina, aocchiato quel paperone chera grosso e bianco, alla bella prima si rizz collinsalata in grembo e misse colui dentro e serr luscio. Come il prete si vide in terreno e luscio serrato, disse alla Mea: Udite, madonna: questo papero che voi vedete s bianco e bello, io lo portava a loste; pure a voi non si pu negare, se voi mi darete delle cose vostre ; e nella fine rimasero insieme che ella gliene desse una abbracciatura, e che il papero fusse suo. [11] E cos la Mea, parendole un cotal sollucherone

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cresciuto inanzi al tempo, se lo cacci sotto; e, fornito che gli ebbero ambeduoi la danza; si lev su la donna e disse a colui: Tu te ne puoi andare a tua posta, ch il papero mio . Il mal prete rispose: No no, voi no llavete guadagnato ancora; perci che quello che io deveva aver da voi, avete voi avuto da me; poich stando di sopra, ste stato voi luomo, e io la donna, trovandomi di sotto, ed essere stato cavalcato . [12] La Mea fece bocca da ridere e disse: Io tho inteso ; e perch il sere lera riuscito meglio che di paruta, sendo giovane ancora, grande della persona e morbido, se lo tir volentieri addosso; s che, fornito la seconda ballata, pose le mani ser Agostino di fatto in sul papero e disse alla donna: Mona Voi, ancor vi bisogna, se voi lo volete, star sotto unaltra volta, perch questa dora sconta quella di prima, e semo appunto pagati e del pari: a questaltra volta s bene che voi arete, e giustamente, guadagnato il papero . [13] La Mea, che per infino allora se ne era riso e recatoselo in burla; se questa cosa le parve strana, non da domandarne; e, voltatasegli con un mal viso, disse: Non ti vergogni tu, villan tirchio? Chi pensi tu aver trovato, qualche femmina di partito? Ribaldone, egli ti debbe piacer lunto! Dallo qua, e vatti con Dio . E vllegnene starpare di mano; ma il prete lo teneva forte; e accostatosi alluscio, lo aperse, e voleva fuggirsene, e non che colei se gli par inanzi, e cominci a dirgli villania, e colui a risponderle. [14] In questa accadde appunto che, fuori dogni sua usanza, giunse quivi il marito della Mea, e sentendogli quistionare, dato una spinta alluscio, entr in casa; e veggendo la moglie con quel contadino alle mani, disse:

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Che diavol gridi tu, Mea? Che domine hai tu che fare con cotesto villano? A cui, senza aspettar altro, rispose subito ser Agostino e disse: Sappiate, uomo dabbene, che io mercatai con questa donna trenta soldi questo papero, e di tanto restammo daccordo nella via: ora ella qui in casa me ne vorrebbe dare diciotto. Tu menti per la gola soggiunse la Mea; e parendole ottimo modo a ricoprire il suo fallo col marito, seguit dicendo: Io te ne voleva pur dare venti, e cos facemmo i patti. E io dico trenta rispose il prete. [15] Per la qual cosa il marito di lei disse: Deh, Mea, lacialo andare in malora! Tu diresti pari ed egli caffo, e non verreste mai a conchiusione: hai tu paura che tabbiano a mancare i paperi? Vadiasene col maln che Domenedio gli dia soggiunse la Mea ; che egli non troverr mai pi chi gli faccia quel che gli ho fattio . Il prete, partendosi di casa, disse: E tu non troverra mai pi altri, che abbia s grasso e s grosso papero ; e allegro fuor di modo, se ne torn a casa, che da persona no fu conosciuto. [16] Il marito, non avendo bene intesto le parole della Mea, le disse: E che gli hai fu fatto per? Egli era pi presso al dovere di te; e se egli lo porta in Firenze, ne caver de soldi pi di quaranta . E cos, tolto di casa quel che gli bisognava, se ne torn a lavorare, e la Mea a nettar la insalata, piena tutta di stizza e di dolore, che da un villano a quel modo fusse stata beffata. [17] Passarono intanto otto o diece d, che ser Agostino, pensando alla sua Mea, che gli era riuscita meglio che pensato non savea, si dispose di tornare a vicitarla, e veder se egli potesse colpir seco di nuovo, ma non co-

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me prima a macca; anzi, pentito al tutto di quel che fatto aveva, in quel modo medesimo vestito da contadino, tolse il papero stesso e un paio di buoni e grassi capponi, con animo di darle luno per lo benefizio ricevuto, e gli altri per quello che egli sperava di ricevere, e far seco la pace. [18] E cos un giorno in su lora medesima sfugiascamente se ne venne alla strada per la via del Galluzzo, e cos inverso Firenze pianamente camminando, a ppoco a ppoco si condusse al Portico; e quindi dalla casa della sua Mea passando, la vide per buona sorte appunto alla finestra, ed ella lui, e conobbelo subito; e al papero e a i capponi si avvis troppo bene dello animo suo. Per la qual cosa, dispostasi alla vendetta, veggendo che da lui era guardata, rise e accennollo cos colla mano, e levosse n un tratto dalla finestra, e a un suo amante che per ventura aveva in casa e che pure allora sera stato un pezzo seco, disse quello che far dovesse, e con esso lui sceso la scala e nascosolo nella volta, se ne venne e aperse luscio. [19] Il prete era gi comparito e postosi al dirimpetto; s che a prima giunta salut la Mea e disse: Io sono venuto a portarvi il vostro papero, e questi capponi ancora, se voi gli vorrete . La donna ghignando gli rispose: Tu sii il molto ben vento; passa drento col buon anno, che io mi sono meravigliata che tu abbi penato tanto a tornarmi a vedere . Ser Agostino entr in casa allegrissimo; e la Mea di fatto serr la porta e presolo per la mano, non come laltra volta a basso, ma su in camera lo men; dove postisi a sedere, il prete per sua scusa cos prese a dire: [20] Egli vero, buona donna, che laltra volta che io ci fui, con esso voi mi portai un poco alla salvatica e quasi villanamente, ma se colui non sopravveniva, io vi lasciava il papero senza fallo alcuno; ma pensando chesser dovesse vostro marito, comesser deveva, feci cos

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per lo meglio, ch mi parve assai buono spediente per lonore vostro e per la salute mia. Ma ora son tornato a fare il debito mio: eccovi inanzi tratto il papero; e i capponi saranno anche vostri, perchio ho disegnato che noi siamo amici, e tuttavia vi arrecher quando una cosa e quando unaltra. Io ho de i pippioni, delle pollastre, del cacio, de capretti; e sempre mai, secondo le stagioni, vi verr a vicitare colle man piene . [21] Rise la Mea, e rispose dicendo: Io non credo che mai pi alla sua vita ci tornasse quello sciatto di mio marito a quellotta; ma vedi, tu mi facesti montare la luna, di maniera che io tarei manicato senza sale . E, questo detto, prese il papero e i capponi che il prete le lasci volentieri, pensando che ella si fusse rappacificata; e messegli n uno armadio dicendo: Or ora fo ci che tu vuoi . [22] Ma in quella chella tornava a lui, fatto non so che cenno, sentirono battere luscio rovinosamente; perci che colui, uscendo daguato, aveva aperto luscio pian piano, e di fuori trovandosi, picchiava a pi potere; per lo che la donna, fattasi alla finestra e tirato la testa prestamente a s, disse quasi piangendo: Io son morta: ohim! che questo un mio fratello, il pi disperato e crudele uomo che sia nel mondo . E volta a ser Agostino disse: Entra tsto in questa camera, ch guai a te e me se ti vedesse meco ; e in un tratto fece le vista di tirar la corda, e spinse il prete nella camera e, messo nelluscio di quella un chiavistellino, si fece in capo di scala, dicendo forte, acci che colui intendesse: Ben sia venuto per mille volte il mio carissimo fratello . [23] Colui, ammaestrato, cos rispose con voce alta e minacciante: E tu per cento mila sii la mal trovata: vedi che io tho pur giunta questo tratto, ch tu pensavi che io fussi

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mille miglia lontano: dove , malvagia femmina, quel traditor del tuo amante che ardisce di fare alla casa nostra tanto disonore? Dove egli, ribalda, che io voglio ammazzar te e lui? La Mea, piangendo e gridando, diceva: Fratel mio, misericordia: io non ho persona in casa. S, hai bene seguit colui: io lo troverr ben io . [24] E sendo famiglio del podest del Galluzzo, aveva cavato fuori la spada e arrotavala su per lo ammatonato, soffiando e sbuffando tuttavia. Per la qual cosa venne a ser Agostino in un subito tanta paura, che egli fu per venirsi meno; perci che la Mea, piangendo e raccomandandosi, e colui bestemmiando e minacciandola, fingevano troppo bene; ma nella fine colui, dato un calcio nelluscio della camera, disse gridando: Apri qui, ch io vo veder chi ci , e passarlo fuor fuori con questa spada . [25] Il prete, sentito dimenar luscio e udite le colui parole, non stette a dir che ci dato; ma parendogli tuttavia sentir passarsi da banda a banda, si gitt da una finestra alta forse venti braccia, che dietro alla casa riusciva sopra una vigna, e poco manc chei non rimanesse infilzato sopra un palo; pure dette in terra, ma di sorte che si ruppe un ginocchio e sconciosse un pi malamente. [26] Pure tanta fu la paura, che egli si stette cheto come olio; e non si reggendo in su le gambe, carponi se ne and tra vite e vite, tanto che pi duna balestrata si discost dalla casa. Come coloro sentirono il romore del salto, subito apersono la camera; ed entrati dentro e veduto la fine, non cercarano pi oltre, ma cascarano ambedue nelle maggiori risa del mondo e andaransene a vedere il papero e i capponi, cherano buoni e grassi; e la Mea non capriva nelle cuoia per lallegrezza, parendole essersi vendicata a misura di carboni. [27] E sia certo ogni uno che non cosa nel mondo che tanto piaccia e contenti quanto la vendetta, e massi-

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mamente alle donne. Il misero ser Agostino, carpon carponi, doloroso e tremante, tanto adoper , che si condusse alla strada, e nascoso stette per infino alla sera, tanto che per avventura vide passare il mugnaio che macinava alla pescaia dEma, suo amico e vicino; il quale, chiamato con bassa voce e datoseli a conoscere, preg che sopra un mulo lo mettesse e a casa ne lo portasse. Il mugnaio, meravigliandosi, senza volere altrimenti intender la cagione come quivi, a quellotta, e in qual modo si fusse condotto, sopra un mulo lo pose; e increscendogliene fuor di modo, a casa sua lo condusse; e come il prete lo preg, non disse mai niente a persona. [28] Ser Agostino alla fante e alla madre poi trov certa sua scusa dello essere uscito a quella foggia travestito, e cos della rottura del ginocchio e della isvoltura del piede, che nebbe assai, parechi e parecchi settimane; e al mugnaio ancora fece credere certa sua invenzione, tal che di molto tempo stette la cosa che non si seppe; e non si sarebbe saputa mai, se non che ser Agostino, gi vecchio, morto la Mea e l marito, la disse pi volte a la raccontava per via di favola.

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NOVELLA SETTIMA
[1] Prete Piero da Siena, mentre vuole beffare un cherico fiorentino, da lui beffato in guisa che egli vi mette la vita.

[2] Aveva Siringa colla sua novella fatto pi volte arrossire e ridere le donne, e parimente e a loro e ai gioveni addolcito il cuore e racconsolato lanimo; e pi lo arebbe fatto se messer lo prete non si fusse, saltando, fattomale alcuno; solamente messovi, che ben gli stava, il papero e i capponi. Ma Fileno, sentendola gi tacere e sappiendo a lui toccare il dover dire, cos con dolce favella a ragionare incominci: Leggiadre donne e voi generosi giovani, io voglio colla mia favola farvi sentire una beffa fatta da un fiorentino a un sanese, il quale cercava di beffar lui, e perci non da increscerne troppo, ancora che male ne capitasse; perch chi si diletta di far frode, non si de lamentar saltri lo nganna; e disse: [3] In Prato, non so gi se di Toscana ragionevol citt o pure bellissimo castello, fu, non ha gran tempo, un messere Mico da Siena, priore nella Pieve principale: il quale aveva seco un suo nipote, anchegli prete, ma giovane tanto che non diceva ancor messa, solo era ordinato a Pstola e a Vangelo; e un altro chericotto teneva ancora a fare i servigi della sagrestia e della chiesa, che per essere da Firenze lo chiamavano il Fiorentino. [4] Il quale, ancora che fusse giovanetto, era nondimeno sagace e malizioso e bizzarretto alquanto: tal che con prete Piero, ch cos si faceva chiamare il nipote del detto priore, stava sempre in litigi e in quistione: di che messer Mico aveva grandissimo dispiacere; e se non fusse stato che dal Fiorentino si trovava ben servito, per liberarse da cos fatta seccaggine, venti volte larebbe cacciato via; e col nipote pi volte nebbe di sconce e di cattive paro-

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le, mettendo ogni diligenza per tenergli daccordo e in pace. Ma nulla rilevava nella fine, perci che il sanese, veggendosi padrone, di troppo laltro superchiar voleva, e colui non gliene rispiarmava una maladetta. [5] Ora prete Piero, avendo in animo di voler fare una beffa daddovero al Fiorentino, sendogli venuta un giorno una bellissima occasione, diliber di fargliene la notte: e cos la sera, poi che gli ebbe cenato e che ognuno se ne fu andato a dormire, stette tanto alla posta aspettando (perci che solo in una camera dormiva al lato a quella del zio), che tempo gli parve di dar cominciamento a quello che di fare intendeva. [6] E partitosi tuto solo di camera, se ne venne chetamente in chiesa, e aperse una sepoltura, dove era stata sotterrata il giorno una fanciulletta, chera morta in sei ore per lo avere mangiato funghi velenosi; e cavatola fuori e ricoperto lo avello, la prese in spalla, e portatola dietro allaltar grande, dove venivono allora le funi delle campane, la leg con suoi artifici alla fune di quella campana che livi a poco doveva il Fiorentino sonare per dare segno di mattutino; e congegnolla appunto, che nel dare egli la prima stratta, gli venivono appunto i piedi di quella morta a percuotere nella testa: e cos fatto, si part di quivi, e rasente luscio del chiostro, onde passar doveva il Fiorentino, si nascose, aspettando quello che riuscirne dovesse. [7] Vennene intanto lora diputata; e il Fiorentino, levatosi al solito senza accendere altrimenti lume, perci chegli vera pratico e mille volte trovato aveva le campane al buio, l se ne and sicuramente. E come egli giunse, dette di piglio al canapo di quella pi grossa che sonava mattutino, e nel dar la stratta allo ingiuso, i piedi di colei gli vennero a dare per istianco in sul capo e strisciarangli gi per la tempia sinistra in su la manca spalla: per la qual cosa il Fiorentino mise un muglio grandissimo, dicendo: Cristo, aiutami ; e lasciato con furia la

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fune della campana, tremando e gridando si diede a fuggire. [8] Prete Piero, udite le strida e sentitolo correre, sindovin la cosa avere avuto effetto; l onde, contento a meraviglia, serr la porta onde colui era entrato, acci che non potendo per essa ritornarsene, trovandola chiusa, pi sospettasse e avesse maggior paura; e questo fatto, tutto ridente e dallegrezza pieno se ne torn alla sua camera a dormire. Il Fiorentino, mezzo fuor di s, giunse spaventato alluscio, e trovatolo chiuso, fu per cader morto; e si cacci tentoni a correr per la chiesa alla volta della porta principale che riusciva in su la piazza; e di fatto, cavatone il chiavistello, laperse e se ne usc fuori, che per sorte era la notte il pi bel lume di luna che fusse stato quellanno. [9] S che fermatosi, e non veggendosi persona dietro, si rassicur alquanto, e fra se stesso cominci a pensare che cosa potesse essere stata quella che se gli era avvolta fra le tempie e l collo; e poi, ricordatosi che luscio da lui lasciato aperto era stato serrato, prese a dubitare fortemente che prete Piero non gli avesse fatto delle sue; e nella fine conchiuse questo dovere essergli veramente intervenuto per opera di lui. [10] S che, volendosene accertare, tolse un moccolo di candela, che sempre ne portava seco, e accesolo alla lampana del Sagramento, se ne and dietro allaltare; e guardando cos in cagnesco, vide ciondolare colei morta e legata per le chiome alla fune della campana grossa, e conobbela ubito alle trecce lunghe e bionde e a una ghirlanda che ella aveva in testa di diversi fiori; per la qual cosa, spiccatola diligentemente, ancora che con gran fatica, se la mise in collo e condussela al suo avello, per risotterrarvela, e starsi poi sempre cheto, per non dare quel piacere a prete Piero. [11] Ma poi che egli lebbe aperto, gli cadde nella mente di poter fare un bellissimo tratto, bench assai malagevole e molto pericoloso; e quivi lasciato la morta,

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uscendo fuori, perchegli era assai destro e gagliardo, tanto fece che egli sal per un muro sopra un tetto; e indi scese nel chiostro e aperse luscio della chiesa, che colui serrato aveva, e andatosene alla porta grande, la riserr a chiavistello; e doppo, postosi quella morta a dosso, se nne venne pian piano, tanto che alla camera di prete Piero giunse; e posto la morta leggermente in terra, si mise in orecchi a canto alluscio per udir quello che colui facesse, e lo sent russare fortemente. Di che oltre a misura contento, ma pi per lo aver trovato luscio socchiuso, stato lasciato da prete Piero a bella posta per lo caldo grande, e cos la finestra della camera, sendo allora nel cuore della state; [12] onde gli nacque nuovo disiderio di voler tentare pi inanzi; s che, ripresa colei in su le braccia, pian piano e chetamente entr nella camera e accostatosi al letto, quella morta gli pose a ghiacere a canto, e partissi; e quindi poco lontano si pose in agguato, per vedere e udire quanto di ci seguisse. [13] Prete Piero, per lo disagio ricevuto e per lo essere la sera soprastato, era entrato in un grave e profondissimo sonno; pure in sul far del d si risent, e rivoltatosi per lo letto, non ben desto ancora, pose appunto la mano in sul viso di colei; e trovatolo morbido e freddo pi che marmo, la tir subito a s, e pieno di miraviglia e di paura aperse in un tratto gli occhi, e quella morta vide; e tornatogli nella memoria quel che fatto aveva, dubitando non colei fusse venuta quivi per istrangolarlo, in uno stante gli venne tanta paura che egli si gitt subitamente a terra del letto, e in camicia fuggendo, si usc di camera; e non restando di correre, pur sempre gridando, giunse per lo verone in capo duna scala che scendeva in terreno; [14] e tanta fu la fretta che egli aveva di dileguarse che tutta la tombol da imo a sommo, e nel cadere si ruppe un braccio e infransesi un fianco e in due od in tre lati si spezz la testa. S che, senza poterse muovere, laggi disteso in terra, gridava i mmodo che egli introna-

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va tutta quella canonica; tanto che il priore, il famiglio e la serva corsero, chi mezzo vestito e chi in camicia, e prete Piero trovarono a pi di quella scala, che non restava di guaire e di rammaricarse. [15] In questo mentre, avendo il Fiorentino ogni cosa veduto, e come tutti di casa erano corsi al romore, sera uscito dagguato; e andantosene in camera di colui, prese prestamente la morta e per la via di l, senza essere stato veduto n da loro n daltrui, se ne corse in chiesa e colei risotterr nel suo avello, e racconciolle per infino la ghirlanda in testa, di sorte che non pareva mai che di quindi fusse stata mossa; e se ne and a sonare lAvemaria, che gi era d alto. [16] Messer Mico, giunto dove il nipote ghiaceva tutto percosso, non meno dolente che meraviglioso, poi che dalla fante e dal servidore aiutato lo fece rizzare, lo venne domandando perch cos fusse caduto e che ne fusse stato cagione. Ma prete Piero, nulla rispondendo, attendeva a dolerse e a rammaricarse; per lo che il priore, veggendolo s malconcio e tutto il viso e il capo sangue, fece dal famiglio chiamare il Fiorentino, che di gi aveva cominciato a sonare a messa, e mandllo per un medico, il migliore che fusse in Prato. [17] Intanto, confortandolo sempre, in camera ne lo voleva fare portare a braccia; per la qual cosa ogni altro luogo lo portassero; e riposatosi alquanto in camera de forestieri, narr loro la cagione tutta del suo male, e quello che sera trovato al capezzale. L onde il famiglio, chera animoso, l corse prestamente, e non trovandovi n fanciulla morta, n segno alcuno chella vi fusse stata, gi se ne torn con dire che egli doveva aver sognato, perch nel letto suo non era persona n morta n viva. [18] Intanto alle grida erano compariti alcuni preti vicini; e sentito il caso e veduto il tutto, affermavano veramente che gli era paruto fra il sonno vederla e sentirla, e che senza fallo aveva sognato. Colui, diperandosi e per la meraviglia e per lo duolo delle percosse, si fece nella

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sua camera portare; e colei non trovandovi, che ve gli pareva indubitamente aver lasciata, fu da via maggior duolo e meraviglia soprappreso: cotale che, sbigottito, non sapeva pi che si dire n che si fare. [19] Comparse intanto il medico col Fiorentino; il quale, di fuori maninconoso e dentro allegrissimo, mostrava che molto gliene increscesse. Ma di poi che prete Piero fu medicato, ch, per dirne il vero, non aveva troppo gran male, egli diliber di chiarirse affatto della cosa; e in presenza di tutti, tutto quello che per far paura al Fiorentino operato aveva e quello che gliene era intervenuto, pregando il zio el cherico che fussero contenti di volergli perdonare, appales. Quivi meravigliandosi ciascuno, rispose il Fiorentino dicendo: [20] Perdoniti Dio, ch a me questa notte non hai tu fatto n paura n cosa niuna che io sappia ; e raccontato come son prima mattutino, e di poi, tornatosene al letto, in sul far del d lAvemaria, e mentre che doppo sonava a messa sent le grida e il famiglio che lo venne a chiamare, Come! disse prete Piero; e da capo fattosi, ogni cosa per filo e per segno raccont. Il Fiorentino, ristringendosi nelle spalle, faceva le meraviglie; di modo che colui, fattosi condurre in chiesa e indi alla sepoltura, e fattola scoprire, la morta fanciulla vi trov dentro, che non pareva pure stata tocca di nulla. [21] Per la qual cosa gli crebbero in mille doppi la meraviglia e il dolore, e quasi stupido e trassecolato si fece ricondurre al letto; dove, pensando sempre a questo fatto, tanto gli sopraggiunse e la doglia e la maninconia, che poco mangiava e poco o niente dormiva; di maniera che, o fusse la novit del caso o gli omori maninconici, la rabbia o la frenesia, o pure il diavolo che lo accecasse, un giorno fra gli altri, chegli era rimasto in camera solo, si gitt a capo innanzi a terra duna finestra che riusciva in una corte, dove battendo in su le lastre, si sfracell, e mor che non batt polso. [22] Di che rimase

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scontento fuor di modo e dolorosissimo messer Mico; e non avendo pi a chi lasciare, rinunzi la prioria e tornossene a Siena, tenendo per fermo, come anche la maggior parte delle persone, che il nipote fusse stato ammaliato. Il Fiorentino fu costretto anchegli partirse; e venutosene a Firenze, si acconci per cherico il sagrestia in Sam-Piero Maggiore; dove poi in processo di tempo raccont pi di mille volte questa storia per novella, perci che altrimenti non si sarebbe mai potuto risapere.

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NOVELLA OTTAVA
[1] Uno abate dellordine di Badia, passando per Firenze, vicita San Lorenzo per vedere le figure e la libreria di Michel Agnolo, dove, per sua ignoranza e prosunzione, il Tasso fa legare per pazzo.

[2] Taceva gi Fileno, sbrigatosi della sua favola, della quale molto si ragionava tra la brigata, lodando fuor di modo il subito accorgimento del Fiorentino, quando Lidia, che dietro gli veniva, senza fare altre parole disse: Anchio, belle donne, vi voglio nella mia novella una beffa raccontare, la quale non credo che vi abbia a piacere n a far rider meno delle narrate ; e seguit: [3] Non sono ancora molti anni, che per Firenze pass uno abate lombardo che andava a Roma, frate dellordine di Badia, mentre che Ippolito de Medici era ancora giovanetto e alla costodia del cardinale di Cortona, il quale in nome di papa Clemente governava la citt. Ora a questo abate, stando alloggiato in Santa Trnita, un giorno tra gli altri venne voglia dandare a vedere nella sagrestia nuova di San Lorenzo le figure di Michelagnolo; e partitosi con due de suoi frati e con due altri della regola accompagnato, l se ne and; [4] dove il priore di detta chiesa, perch la sagrestia era serrata, fece chiamare il Tasso (che cos per soprannome era detto un giovine che ne teneva le chiavi, ministro di Michelagnolo, che lavorava allora il palco della libreria) che venne spacciatamente; a cui il priore disse: Sarai contento di mostrare a questo valentuomo la sagrestia e la libreria; e dagli ad intendere dove e come hanno a star le figure, chi elle sono, e a che fine fatte . [5] Il Tasso, risposto che volentieri, savvi innanzi, e lo abate e gli altri frati ditrogli; tanto che in sagrestia nuova gli condusse, dove il venerando padre dimand di molte cose, delle quali tutte il Tasso gli dette notizia.

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Cos lo abate, avendo veduto e ben considerato ogni cosa a suo agio, disse a un suo compagno: Per certo che queste non sono se non buone figure, per quel che si pu giudicare; ma io mi pensava che elle fussero altrimenti e stessero in altra guisa, e non mi sono riuscite a gran pezza a quello che io mimmaginava. Vedi che questo Michelagnolo non per uno Dio in terra, come dice la plebe? Di vero che le figure che sono in casa i conti Peppoli non perderebbero niente appresso queste, che dovettero essere di mano di Noddo o di qualche scarpellino . [6] Il Tasso, udendo le colui parole, quantunque ognuno gli rendesse onore e gli desse del messere e del reverendo, lo giudic subito un solenne brodaiuolo, e fu tutto tentato di rispondergli in gramatica, di quella sua fine, che non intesa n da lui n da altri; pur poi si ritenne per lo meglio. Alla fine di quivi partitisi per andare a vedere la libreria, passando per la chiesa, domand labate il Tasso quanto tempo era che la fusse fatta e chi nera stato lo architettore; e il Tasso gli disse ogni cosa. Per che lo abate rispose e disse: [7] Questa chiesa, alla fe, non mi dispiace; ma non da agguagliarla in parte alcuna al nostro San ... di Bologna . Il Tasso fu per ridere allora; e s la collora la vinse, che non si potette tenere che non dicesse: Padre, se voi ste cos intendente e dotto nelle lettere sagre come voi ste nella scultura e nellarchitettura, per certo che voi dovete essere un gran baccelliere in teologia . Il frate montone non intese, e disse: Io son pure maestro, la Dio grazia . [8] E cos ragionando, poi che essi furono usciti di chiesa e saliti in su i chiostri di sopra, arrivarano dove era una scaletta di legname che saliva alla libreria, su per la quale si misero inanzi i frati, doppo lo abate, e lulti-

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mo era il Tasso. E cos salendo adagio adagio, vennero vlti gli occhi allabate inverso la cupola; per lo che fermatosi a mezzo la scala, si pose intentamente a rimirarla; e restato col Tasso solo, perci che i frati erano di gi saliti nella libreria, disse: [9] Questa cupola ha tanta fama per luniverso, ch una meraviglia. Ah! rispose il Tasso padre, non egli con ragione? Dove trovate voi in tutto il mondo uno edifizio simile? Ma la lanterna, sopratutto, miracolosa e senza pari . Onde lo abate, quasi sdegnato, rispose dicendoli: S, a detto tuo e di voi altri fiorentini; ma io ho inteso dire da persone degne di fede che la cupola di Norcia e pi bella assai, e fatta con maggiore artifizio . Il Tasso non ne volle pi: e vennegli in un tratto tanta rabbia e tanta stizza, che rotto ogni freno di pacienza e di riverenza, messer lo abate prese ne i fianchi, gridando ad alta voce, e tirollo allo indietro di maniera che tutta tombolar gli fece quella scala; ed egli artatamente lasciatosegli cadere addosso, fu quasi per isbonzolarlo; e cos addssogli, cominci a gridare: [10] Aiuto, aiuto, correte, correte qua, che questo frate impazzato e vuolsi gittare a ttera di questi chiostri . Per la qual cosa alcuni suoi garzoni che lavoravano in una stanza quivi dallato, subito usciron fuori e viddero il Tasso addosso allo abate, che non restava di chieder aiuto e delle funi; e im-parte serrava e stringeva colui, e di sorte gridando lo intronava, che egli non poteva dir parola che fussi inteso. Cos, avendogli i lavoranti suoi portato prestamente un paio di funi, e da quegli aiutato, le braccia e i piedi, anzi tutta la persona, i mmodo legarano al frate, che a gran fatica dimenar si poteva; e a ffuria presolo di peso, lo portarono in una camera di l entro, e quivi in terra disteso e serrato al buio lo lasciarano. [11] I compagni dello abate erano corsi al romore; e

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perchegli erano gi dentro e occupati in guardar la libreria, non potettero giungere in sul fatto, ma arrivarano appunto che coloro legato lo menavano via; onde dolorosi, gridando fortemente, addomandavano la cagione, perch e dove portato avessero cos legato il loro abate. A cui il Tasso rispondendo, affermava con giuramento che, se egli non fusse stato presto a tenerlo, che si sarebbe gittato a terra di quel chiostro, e che per suo bene lo aveva legato e fatto mettere al buio; acci che, non si svagando, pi tosto e pi agevolmente ritornasse in s, perchegli era uscito fuori de i gangheri. I frati, pur gridando, con certe persone che erano quivi corse al romore, si rammaricavano e chiedevano il loro abate. [12] Il Tasso intanto, dato un canto im-pagamento, fugg via colla chiave della camera dove era serrato il frate; e andatosene nel Chiassolino, dove trovato il Piloto e l Tribolo e altri suoi amici e compagni a bere, cont loro per ordine tutto quello che con messer lo frate gli era intervenuto, che tutti gli fece smascellare delle risa. Lo abate doloroso, col trovandosi nel modo di sopra mstrovi, e non sapendo per che cagione, era s fuor di se stesso che egli non poteva ancora discernere bene se egli era lui o pure un altro, o se egli dormiva o era desto; perch in cos poco spazio era successo il caso, che gli pareva ancor sognare; e quasi smemorato, pensava pure come il fatto fusse andato. [13] Ma sentendosi nella fine tutto fiacco e macero e dolersi fieramente le reni, e trovandosi legato che dar non poteva crollo, e rinchiuso si pu dire in prigione, cominci a gridare e a strider s forte che pareva che egli avesse il fuoco a i piedi, cotal che egli intronava tutto quel convento. Per la qual cosa i suoi frati, gridando anchessi, domandavano della chiave e del Tasso; il quale non trovandosi, e gi il priore di San Lorenzo corso al romore, fece tosto mandare per un magnano e apr la camera, dove lo abate si trov mezzo morto; il quale, tosto dislegato e levato da terra, gridan-

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do sempre: Io son morto , fu da i suoi frati portato a braccia in camera del priore; [14] e quivi, non senza grande sdegno e dolore, avendo a tutti narrato come stava appunto la cosa, gridando: Ragione e giustizia , non si poteva dar pace che gli uomini dabbene e religiosi par sui fussero da un artefice a quella guisa bistrattati; e minacciava, non chaltro, di farlo intendere al papa. Il priore ne ebbe dispiacere grandissimo, e accnciolo in un cataletto, ne lo fece portare a Santa Trnita; il quale per la via non fece mai altro che guaire e rammaricarse, come colui che aveva di che. [15] Ma nel convento fu poi il rammaricho grande, e per sorte vi si abbatt a essere il generale; il quale, inteso come il fatto stava, infuriato corse al cardinale, a cui parve molto strana e brutta la cosa. E di fatto fe intendere al vicario che facesse davere il Tasso nelle mani: per la qual cosa, e per commessione degli Otto, fu messo tutta la famiglia del bargello in opera, cercandolo come se fusse stato il maggior ladro del mondo. Il che risapendo il Tasso, prese per ispediente, sendo gi lAvemaria sonata, dandarsene in Palazzo, dove da messere Amerigo da San Miniato, suo amico e favorito del cardinale, fu nascoso. [16] La sera, poi che monsignore ebbe cenato insieme col Magnifico, sendo ancora a tavola e di questa cosa ragionando, molto biasimava e minacciava il Tasso, con dire che a i forestieri e religiosi saveva ad aver rispetto. Ma il Magnifico lo difendeva dicendo: La cosa non sar poi cos comella si dice, e bisogna intendere laltra parte . Il che udendo messere Amerigo, mand a dire al Tasso che uscisse dagguato e che venisse via, ch allora era tempo di favellare. Il quale tosto quivi comparse, e trattosi di testa, fece riverenza a monsignore e al Magnifico, e poscia prese a favellare, cos dicendo: [17] Io son vento, monsignore, inanzi alla signoria vostra, per giustificarmi di quello che con un certo frate

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m oggi intervenuto; per lo che voi avete dato comissione che io sia preso come uno assassino di strada . E fattosi da capo, tutto ordinatamente, ma non come era seguto appunto, raccont il caso, con tanta grazia e con tante acconce parole, che il cardinale stesso fu forzato a ridere: pur con un fiero sguardo se gli volt e disse: [18] I suoi frati la narrano in un altro modo, e affermano che lo abate dice che tu lo tirarsi a tterra di quella scala, e che tu lo facesti legare, e per pi scorno serrarlo al buio, e andstitene colla chiave . Monsignore rispose il Tasso , io vi dico che gli pazzo, e allora gliene prese un capriccio de buoni; e se io non era presto, egli si gittava giuso e rompeva, come test vi dissi, il collo. Non ne dubitate punto che gli matto spacciato; e che sia la verit, giudicate voi se uomo gi mai che avesse puro e sano intelletto direbbe che la cupola di Norcia fusse pi bella e fatta con maggior disegno che la nostra di Santa Maria del Fiore. [19] Certamente rispose allora il Magnifico che per questa parola sola egli meritava i canapi, non che le funi: il Tasso ha mille ragioni, e credo per me che quel frate, non che pazzo affatto, sia anche spiritato; e per tanto vo pigliar a difender la sua causa, e domani esssere inanzi al vicario per suo proccuratore ; e al Tasso voltosi, quasi ridendo, disse: Vattene a cena, e domattina per tempo trnati allusanza a lavorare, e lasciane la briga a me ; e da duoi staffieri lo fece accompagnare infino a casa. [20] Il cardinale, che era valente uomo, conoscendo il voler del Magnifico, mand prestamente a far intender al vicario e al capitano che lasciassero stare il Tasso. I frati, non avendo potuto avere laltro giorno udienza, per lo meglio si tacquero, e allo abate dierono ad intendere come il Tasso, oltre lo avere avuto quattro tratti di fune, era stato confinato in galea per due anni: la qual

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cosa sommamente gli piacque; e ivi a pochi giorni guarito, se ne and al suo viaggio.

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NOVELLA NONA
[1] Brancazio Malespini, passando innanzi giorno di fuori della porta alla Giustizia, ha per cosa di nullo valore s gran paura, che egli ne fu per morire.

[2] Silvano, veggendo Lidia essere venuta a fine della sua novella, mentre che tutti o dellignoranza o dellarroganza di messer lo abate e della piacevole resoluzzione del Tasso ridevano, ridendo anchegli, cos prese a dire: Ornate donne e amorosi goveni, io voglio, scambio di ridere, farvi colla mia favola meravigliare, raccontandovi una paura che ebbe un giovine innamorato, de nostri fiorentini, mentre che una notte tornava dalla sua dama, per la quale egli fu vicino al perderne la persona . E soggiunse: [3] Giovan Francesco del Bianco, il quale fu ne i tempi suoi uno uomo veramente qualificato, di saldo giudizio, ma sopra tutto bellissimo ragionatore (e quegli era che sapeva meglio che alcuno altro raccontare un caso intervenuto, magnifica presenza avendo, gran memoria, buona voce e ottima pronunzia), soleva spesso, tra gli altri suoi bellissimi ragionamenti, narrare come in Firenze fu gi un giovane chiamato Brancazio Malespini; il quale, s come della maggior parte de i giovani avviene, era innamorato duna bellissima donna, che stava a Ricorboli, poco fuori della porta a San Niccol, moglie dun buono uomo della contrada, il quale faceva una fornace. [4] Onde spesso accadeva che il detto Brancazio si ghiaceva con esso lei, mentre che il marito stava la notte a sollecitar le cotte de i mattoni e della calcina: cos bene aveva saputo governarse e guidare il suo amore. E perch di ci n lo sposo n alcuno vicino a sospettare avesse, la sera per lo sportello della porta a San Niccol se ne usciva, e le matina due ore inanzi giorno passava la Nave a Rovezzano, avendosi fatto amico, col pagar be-

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nissimo, il passeggere; e di poi rasente la riva dArno se ne veniva alla porta alla Giustizia, e quindi lungo le mura tirando, alla porta alla Croce se ne andava; e per lo sportello, che in quelli tempi si apriva a ogni otta, se ne entrava in Firenze, e se ne andava a riposare a casa sua, che persona del mondo no larebbe mai potuto appostare. [5] Ora accadde, tra laltre, che una volta, tornando egli dalla sua innamorata, e passato avendo la Nave e lungo Arno camminando, gli parve, dirimpetto sendo appunto alle forche, udire una voce che dicesse, come dire: Ora pro eo; per lo che fermatosi, gir gli occhi verso le forche, e veder gli parve sopra quelle tre o quattro, come direste, uomini, ciondolare a guisa dimpiccati. S che, stando in fra due, non sapeva che farse, perci che, sendo unora il meno inanzi giorno, e laria fosca e senza lume di luna, non bene scorger poteva se quelle fussero ombre o cose vere. Ma in quello mentre ud con sommessa voce unaltra volta dire: Ora pro eo; e gli parve vedere un certo che dimenarse in cima della scala. [6] Per la qual cosa egli, chera animoso e sempre sera fatto beffe di spiriti, di malie, dincanti e di diavoli, fra s disse: Dunque sar io cos pusillanimo e vile, che io non mi chiarisca di questa cosa? Onde poi sempre abbia a sospettare e temere una ombra vana? E questo detto, preso la via verso le forche, e camminando arditamente l giunse in un tratto, e sal in sul pratello. [7] Era in quel tempo in Firenze una femmina pazza che si chiamava la Biliorsa, la quale, per disgrazia trovandosi la notte, come spesso era usata, fuor della citt, e capitata quivi ntorno vicino alla Giustizia, aveva clto per quei campi, sendo allora del mese dagosto, forse diece o dodici zucche; e, come se fussero stati uomini, le aveva condotte a pi della scala delle forche; e, a una a una su tirandole, le impiccava, faccendo a un tratto il boia e quei che confortano. [8] E avendole clte co i

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gambi quanto pi lunghi aveva potuto, due o tre volte le faceva dare al legno, e le lasciava a quel modo appiccate dondolare, parendole fare un giuoco bellissimo. E appunto quando Brancazio era salito voleva dare la pinta a una, ma si ferm, gridando a colui: Aspetta, oh! Aspetta, che io impiccher anche te ; e per la fretta si lasci cadere la zucca di mano, e cominci a scender la scala, leggiara e destra come una gatta. Brancazio, udito la voce e sentito il colpo della zucca in terra, e veggendo colei scender s furiosamente, fu a un tratto da tanta e cos fatta paura preso, stimandola forse il diavolo daddovero o la versiera, che gli mancarono subito le forze, fermandosegli e agghiacciandosegli per le vene il sangue; cotal che in terra cadde, come se propriamente fusse stato morto. [9] La Biliorsa, poi che fu scesa la scala, volendo Brancazio cos tramortito condurre su per la scala, come fatto aveva le zucche, le venne fallito il pensiero, perci che a gran pena muover lo poteva: onde, scintasi il grembiule, gli ne avvolse alla gola, e tanto lo tir, che al primo scaglione lo condusse; e quivi lo lasci legato, non se ne dando altra cura. E poi che fornito ebbe dimpiccare laltre zucche, se ne and, come la guidava la fortuna o la sua pazzia, in altra parte. [10] Fecesi intanto giorno, e i lavoratori dei campi levatisi, e altre persone per la strada passando che givono alla citt questa cosa veggendo, ognuno fuor di modo si meravigliava, perci che le forche parevano una festa; laonde alcuni, faccendosi pi presso, ebbero veduto Brancazio, cos al primo scaglione legato che sembrava morto. Per la qual cosa, spargendosi per tutto la novella e infiniti popoli correndovi, fu finalmente riconosciuto e da ciascuno tenuto per morto; ma non sapevano e non potevano gi immaginarse da chi n come quivi fusse stato condotto, grandissima meraviglia faccendosi di quelle zucche. [11] Era intanto correndo l venuto suo padre da molte persone accompagnato; il quale pian-

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gendo fatto pigliare il corpo del figliuolo e alla chiesa del Tempio portare, messo in sul letto del prete, spogliare tutto lo fece e molto ben guardare in ogni parte del corpo; onde uno medico, che vi era venuto in fretta, trovatolo alquanto caldo sotto la poppa manca, disse: Costui ancor vivo . E fattolo assettare in uno cataletto, lo fece portare in Firenze a una stufa; e quivi, missolo in una stanza caldissima, con acqua fredda, con aceto e con malvaga e altri suoi argomenti tanto lo spruzz e stropiccillo, che finalmente lo fece rinvenire. [12] Il quale rinvenuto, stette pi dunora inanzi chegli parlasse, e pi di tre che non rispondeva a proposito e non sapeva in qual mondo si fusse. S che, fattolo il padre portare a casa, fu bisogno cavargli sangue, e medicarlo parecchi e parecchi settimane, prima che guarito fusse: e nel guarire rest tutto sbucciato e mondo, e non gli rimase addosso n un capello n un pelo, chi lo avesse voluto per medicina; ma peggio ancora, che mentre egli visse non gli rimessero gi mai, tal chegli pareva la pi strana e contraffatta cosa che fusse mai per lo adietro stata veduta, e non sarebbe stato mai uomo che lo avesse riconosciuto, come interviene ora a coloro che hanno quella spezie pazza di mal franzese che si chiama pelatina; e questo solamente gli accadde per la paura. [13] E se non che la sera torn la Biliorsa in sul tramontar del sole a spiccare quelle zucche, onde fu veduta e quindi agevolmente trovato la cosa, a Brancazio non arebbe tutto il mondo cavato della testa che non fusse stato il diavolo veramente quel chegli vide, e che qualche negromante, incantatore, stregone o maliardo non avesse poi quegli uomini, che gli parevano impiccati, fatti convertire in zucche.

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NOVELLA DECIMA E ULTIMA


[1] Ser Anastagio vecchio, senza cagione alcuna, diventa geloso della moglie giovane; la quale di ci accortasi, sdegnata, con uno suo amante opera di modo che ella viene a gli attenti suoi; e per disgrazia accaduta al marito piglia poi lo amante per suo sposo.

[2] Avendo gi Silvano fornito la sua novella, molto piaciuta e lodata assai da i giovani e dalle donne, Cintia, che sola, avendo tutti gli altri, restava a novellare, con voce dolce e sonora incominci, cos favellando, a dire: Che favola dunque, gentilissime donne e graziosi giovani, potr io raccontare gi mai, che abbia, non pure in tutto, ma in s parte alcuna di bello o di buono, sendo state le raccontate da voi tanto belle e tanto buone? Nondimeno, sciogliendomi dallobbligo mio, mngegner di sodisfarvi il pi che io potr e il meglio che saperr, dimostrandovi in che modo una buna donna fece morire il marito di quel male che egli si and pazzamente cercando . [3] Nella nostra citt medesimamente fu, non ha gran tempo, un notaio che si chiam ser Anastagio dalla Pieve. Costui venne in Firenze piccolo, e stette per pedagogo in casa gli Strozzi, e dipoi crescendo si matricol; e cominciato al palagio del Podest a guadagnare, venne col tempo ricco; e quasi vecchio affatto, non avendo a chi lasciare, diliber di tr moglie. E non si curando di dote, ebbe per ventura una fanciulla giovane, nobile e bella, la quale era da lui, in fura che nel letto, contentata di tutte quante le cose che ella sapeva chiedere e domandare; perci che il sere nera invaghito e innamoratone di maniera che egli nera diventato il pi geloso uomo del mondo, e pi sollecitudine e cura teneva in ben guardarla che nello acquistare crientoli e in cercare di rogare contratti. [4] La fanciulla, che Fiammetta si chia-

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mava, si accorse in poco tempo della perversa mente e della paura del marito; laonde, e perch ella era di gentil sangue e danimo generoso, si sdegn in guisa tale, che ella si pose in cuore di fargli quello, per tal cagione, che altrimenti non arebbe mai pensato di fare. E accortasi che un medico suo vicino, di poco tornato da Parigi dove era stato a studio, uomo di trentacinque anni o in circa, assai leggiadro e grazioso, la vegheggiava stranamente, cominci a fargli lieto viso; della qual cosa il medico allegro fuor di modo, le passava da casa pi spesso; ed ella faccendogli sempre miglior cera, avvenne che di lui sinnamor. [5] Cos amando lun laltro, niuna cosa desideravano con pi ardente voglia che di ritrovarse insieme; ma non ne potevano venire a capo, per cagione duna fante vecchia che il sere teneva in casa, non ad altro fine, se non acci che il giorno le facesse la guardia. La notte egli poi la guardava da se stesso; di che la Fiammetta e il suo maestro Giulio, che cos aveva nome il medico, vivevano pessimamente contenti. [6] Pure la giovine, come colei che le strignevano i cintolini, si diliber di trovar via e modo a i suoi piaceri; e venutole nella fantasia uno nuovo accorgimento per esser col suo medico e trastullarse con esso lui, ne lo fece per via di lettere accorto; e restati insieme di quanto per volevano, una notte in sul primo sonno la buona femmina cominci fortemente a gridare e a dire: Oh, ser Anastagio! O marito mio, io muoio, io muoio! Ohim, aiutatemi, per lo amor di Dio! [7] Ser Anastagio, destosi, di subito salt fuor dal letto in camicia; e chiamato le serve, corsero prestamente l colla lucerna accesa a confortar colei, che non restava di guaire e di rammaricarse, dicendo che si sentiva dolere il corpo e gonfiare le budella. Coloro, scaldandole panni e foglie di cavolo, non sapevano pi che farse, veggendo che nulla giovava, e lei rinforzare nel duolo e nelle strida, con dire:

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Misera! Poverina me! Oh, marito mio caro! Io scoppio, io scoppio; marito mio dolce, aiutatemi, aiutatemi, vi prego ; e faceva i pi pazzi occhi che si vedesser mai. [8] Ser Anastagio, lagrimando per la tenerezza, e dubitando che ella non gli morisse fra mano, diliber dandare dal medico; e per darle qualche conforto lo disse alla donna. A cui ella rispose: Ohim! Fate tosto, marito mio buono, per lo amor di Dio! Tosto, dico, ch voi non sarete a tempo. Non dubitare soggiunse il sere , ch per far pi spacciatamente io voglio andar qui, vlto il canto, per maestro Giulio nostro vicino. Ben sapete seguit la Fiammetta , non indugiate: ohim! che io muoio, se egli non viene prestamente a darmi in qualche modo aiuto . [9] Il notaio non stette a dire che ci dato, ma si part subitamente; e senza troppo picchiare, gli fu risposto dal medico, che stava alla posta; cotal che in un tratto comparsero in camera, dove colei si disperava. Il maestro salutatola e confortatola a prima giunta, e dipoi toccola molto bene e brancicatola per tutto, voltatosi al marito disse: Costei, o ella ha mangiato qualche cosa velenosa, o veramente la donna del corpo la travaglia. A voi bisogna, se campar la volete, andare allo spezial delle Stelle per uno lattovaro che io vi ordiner, e al veleno e al mal della madre prefettissimo e appropriatissimo rimedio. [10] Questa poca cosa rispose il sere, e soggiunse: Guardate che io sia a otta. Non dubitate disse il maestro , ch io le ordiner intanto una pittima casalinga, e faregliene queste serve ed io. Ora uscianne disse ser Anastagio; s che portato da scrivere, il maestro gli fece una composizione stravagante, e mandllo volando a quello speziale, che stava a

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casa e bottega, ed egli rimase intorno alla Fiammetta, che tuttavia gridava; ma comella sent serrare luscio al marito, cominci, stridendo pi forte, a rinforzare la voce, e fingendo che il dolore le crescesse tuttavia, intronava tutta quelle casa. [11] Per la qual cosa il medico disse alle fantesche, che recavano olio e farina per la pittima, che far le voleva un incanto, non veggendo altro modo per tenerla viva; e voltatosi loro, comand che tosto gli portassero un bicchere di vino e uno dacqua: il che prestamente fu fatto. Onde il medico, presogli da ogni mano uno e faccendo le vista di dire sopra luno e laltro non so che parole, gli porse alla Fiammetta, il vino dalla man ritta, e lacqua dalla mancina, e dissele che beesse quattro sorsi delluno e quattro dellaltra; [12] e a quelle serve fece intendere che, se tenere in vita volevano la padrona loro, bisognava che elle andassero subitamente, una in sul pi alto e laltra nel pi basso luogo della casa, a dire quattro corone ognuna a riverenza de i quattro Vangelisti; e repric loro che avvertissero a dirle adagio e intere, e che non si partissero per niente, se prima no llavessero fornite. Le serve se lo credettero fermamente; e ancora che spiacevole paresse loro, senza pensare altro, stimandosi guarire la padrona, che gridando tuttavia ad alta voce pareva che ella fusse a ogni ora per dare i tratti, e la vecchia se ne and nella volta, e la giovane in sul tetto, ognuna colla sua corona. [13] Ma tosto che elle ebbero il pi fuor della camera, maestro Giulio, lasciato il vino e lacqua e glincanti da parte, e la buona femmina le grida e i rammarichii, quel piacere insieme lun dellaltro presero, che leggermente stimar vi potete: ed ebbonne lagio, perci che, stando ser Anastagio invia Fiesolana, inanzi che l fusse e dallo speziale sbrigato, stette una buona pezza, e misse tanto tempo i mmezzo, che egli non pens gi mai di trovar la moglie viva; di maniera che messer lo medico colla sua

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bellissima Fiammetta aveva corso tre volte in chintana, con piacere immenso e meraviglioso delluna e dellaltra parte. [14] Ma, parendo loro otta o che le serve o che il notaio tornare dovessero, si acconci la donna come se ella dormisse, e il medico si pose ginocchioni, fingendo di leggere in su certi suoi scartafacci; quando le fantesche fornito avendo di dire le corone, luna della volta e laltra din sul tetto quasi a unotta tornando, entr la vecchia prima in camera per vedere a che termine fusse la padrona; ma veduto il medico ginocchioni in terra borbottare, e lei nel letto ghiacere ferma e cheta che sembrava dormire, dubitando che ella non fusse morta, volla gridando far romore; ma fu tosto dal maestro ritenuta e dettole che tacesse, ch la madonna era guarita, e dormendo si riposava. [15] E di poi, dimandato lei e quellaltra, che di gi era entrata in camera, se elle avevano fornito di dire le corone, ed esse risposto di s, si lev dritto im-piedi appunto che ser Anastagio picchiava luscio, al quale da una delle fanti fu prestamente aperto; onde egli compar n un tratto in camera tutto furioso e affannato col lattovaro, temendo di non trovare la donna passata di questa vita. A cui tosto maestro Giulio disse: La vostra moglie sta come una perla; e per la grazia di Dio guarita; s che non ci pi bisogno di medicine ; e raccontgli il tutto, e come, non avendo altro rimedio, fu forzato ricorrere aglincanti. [16] Colei intanto, fingendo di svegliarse, tutta allegra e ridente, volta al marito disse: O marito mio dolcissimo, fate conto daver riavuto la vostra Fiammetta dalla fossa, e rendetene grazie a messer Domenedio prima, e doppo cost a maestro Giulio . Per la qual cosa se Anastagio non restava di ringraziare Domenedio e il medico, e tutto pieno di letizia voleva pur dare al maestro un fiorino doro; ma il medico, ri-

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spondendo che di tali medicamenti non era mai solito pigliar danari, doppo molte offerte e ringraziamenti, tolse da loro ultimamente licenza e andssene a casa sua. Il sere colla moglie, fattone andare le serve al letto, lietissimi si missero a dormire. [17] La mattina, avendo faccenda ser Anastagio al Proconsolo, per certe cause che egli aveva alle mani dimportanza, si lev per tempo, lasciando riposare la donna; la quale, per lo travaglio della passata notte, pensava che bisogno grandissimo ne dovesse avere. E vestitosi spacciatamente per andar via, nello scender la scala, come volle la sua disavventura, inciampando dal primo scaglione in fuori la tombol tutta quanta: dove, tra le altre percosse, batt una tempia di sorte che egli si venne meno. [18] Per lo che le serve corsero amendune al romore, e cos la Fiammetta; e andatene giuso, lo trovarano in terra stramazzato, e tutto sanguinoso a lato allo orecchio sinistro, in guisa tale che esse si pensarano fermamente che egli fusse morto; e piangendo levarono il romore grande. Dove tutta corse la vicinanza, e prestamente il sere, cos percosso e sanguinoso, portarano sopra il letto, e mandarano per due cerusici, i primi di Firenze; e tanto con acqua fredda e con aceto gli stropicciarono i polsi, che gli ritornarano gli smarriti spiriti, appunto che i medici giunsero; i quali, molto bene vedutolo e tentatogli la rottura, lo fecero spacciato, dicendo che lo facessero confessare, ch ve ne era per poco. [19] Non domandate quanto cordoglio faceva, e quanto dolore mostrava laverne la Fiammetta; la qual cosa dava pi noia e pena al marito, che non faceva il male stesso; s che, prima accnciosi dellanima, fece poi testamento; e non avendo parenti che legittimamente lo redassero; lasci liberamente ogni cosa alla moglie, e di tutti i suoi beni mobili e immobili la fece erede principale e senza obligo e carico niuno, per mostrarle apertamente lo amore ardentissmo e incomparabile che egli le

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portava. [20] Della qual cosa lietissima dentro la Fiammetta, pareva che, piangendo, per gli occhi colle lagrime insieme mandar fuori volesse lanima; cotal che ser Anastagio, sdimenticatosi di s, era forzato a confortar e racconsalar lei. E dicendole che ella rimaneva ricca, la pregava e domandavale solo una grazia: e questo era, o che ella mai non si rimaritasse, e doppo la morte lasciasse ogni cosa a glInnocenti; o che, rimaritandosi, al primo figliuol maschio che le nascesse ponesse nome Anastagio, acci che ella avesse cagione di doverse lungo tempo ricordar di lui. La moglie, piangendo sempre, ogni cosa largamente gli prometteva; onde il sere, peggiorando forte, perd la sera, al tramontar del sole, la favella, e la notte medesima si mor. [21] La Fiammetta, fatto grandissimo cordoglio con suo padre, chera venuto a vederla, e co i fratelli, laltro giorno lo fece onoratissimamente seppellire; e alla fante vecchia, che era stata gran tempo in casa, dette, oltre al salario, una buona mancia, e mandnnela; quella giovane marit. Ed ella, sendo restata ricca, e giovine trovandosi, dispose, contro la voglia del padre e di tutti i suoi, di rimaritarsi; e ricordandosi, anzi sempre davanti gli occhi avendo il suo maestro Giulio, e trovatolo nelle prove damore valoroso e franco cavaliero, con esso lui segretamente teneva strettissima pratica. [22] Il quale non meno di lei, per ogni rispetto, desiderava le nozze; tanto che nella fine si conchiusero in quello pi onesto modo che si potette; onde poi lungo tempo, godendo, vissero insieme ricchissimi e contenti, crescendo sempre in avere e in figliuoli. E la Fiammetta poi a lungo e tempo osserv in questo la fede al marito, per che al suo primo figliuolo maschio fece per nome Anastagio. [1] Fornito che ebbe Cintia la sua novella, che tutta la brigata aveva fatto ridere se non che lo sfortunato accidente del notaio, troppo pi che voluto non arebbero,

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gli fece contristare, grandissima compassione avendogli nondimeno molte lode attribuirono alla sagace femmina e al bun medico. Ma non vi restando pi altri a dover dire, Amaranta, ripigliando le parole, soavemente prese a favellare, cos dicendo: Poich, collo aiuto di Colui che pu e sa tutte le cose, noi avemo dato finimento alle favole di questa prima sera, a me pare che per alquanto di tempo chi vuole possa andare a fare quel che ben gli viene e che pi gli aggrada, e torni prestamente, a fine che cenare possiamo, sendone oggimai venuto lotta . [2] Piacque assai e fu lodata da ciascuno la sua pensata; per lo che, chiamati i servidori e le fantesche e fatto accendere de i lumi, i giovani se ne andarono nelle stanze di terreno, e le donne con Amaranta nella sua camera e nelle altre in su la sala; dove, doppo non molto, quando uno e quando un altro comparsero tutti quanti, e la tavola trovarono apparecchiata. S che, dato lacqua alle mani, ma prima preso un buon caldo, si posero, le donne di dentro e i giovani di fuori, a mensa; alla quale splendidamente dottime vivande e di priziosi vini serviti furono. [3] Dove, poi che essi ebbero cenato allegramente, ragionatosi alquanto sopra le raccontate novelle, se ne tornarano al fuoco; e quivi riscaldatisi, e delle due cene vegnenti favellato a bastanza, si risolverono di cominciare laltro gioved sera a novellare pi a buon otta. E rimasti dessere insieme inanzi lAvemaria, le donne, preso onestamente licenzia da i giovani, se ne andarano con Amaranta alle loro camere; e i giovani, scese le scale, altri rimasero a dormire con Fileno, altri, da i servidori con torce accompagnati, se ne tornarano alle loro case.
IL FINE DELLA PRIMA CENA

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SECONDA CENA INTRODUZIONE [1] Tanta avevano parimente i giovani e le vaghe donne bramosa voglia e ardentissimo desiderio di ritrovarse insieme a novellare, che quella settimana era paruta loro un anno; ma poi che il gioved ne venne, tutti quanti allora deputata si trovarono al terminato luogo. L onde, quando tempo le parve, Amaranta, avendo fatto accendere un gran fuoco e acconciare intorno a quello le sedie per ordine, con le sue donne tutta lieta uscendo di camera, in sala se ne venne, e subito fece al servidore chiamare i giovani, i quali sapeva che nelle stanze di terreno dimoravano aspettando. [2] S che tutti volonterosi e allegri ivi comparsero in un tratto, e doppo che essi ebbero salutato e fatto reverenza alle donne, Amaranta, postasi nel primo luogo, fece sedere doppo lei Florido, poi Galatea e gli altri, di mano in mano secondo che lordine seguitava. [3] Ella era grande e ben fatta della persona, aveva bellezza ne laspetto, maest nella fronte, dolcezza negli occhi, grazia nella bocca, gravit nelle parole, e leggiadria e suavit negli atti e ne movimenti; e acconcia a ornata semplicemente, e in quelle maniera per in casa usano dacconciarsi e dornarsi le nostre vedove, con un fazzoletto sottile in capo e uno al collo, e sopra alla gamurra una zimarretta nera medesimamente, ma fatta con maestria nondimeno, e di panno finissimo; tanto che, a mirarla intentamente, pi tosto a i risguardanti rassembrava dea celeste e divina che donna terrena e mortale. [4] La quale, poscia che girato ebbe leggiadramente gli occhi intorno e guardato alquanto la lieta brigata in viso, cos, tacendo ognuno, prese a dire:

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Perch le novelle di questa sera dovendo esser maggiori che quelle dellaltra passata, io giudico che quanto pi tosto si d loro cominciamento, vertuosissimi giovani e graziose fanciulle, tanto sia meglio; a fin che poi non mancasse il tempo, e che la cena, oltre il guastarsi, non se ne avesse a ire in l un pezzo di notte, contro la volont di tutti: e perci, senza usarvi altri rettorici colori o farvi altri proemi, verr prestamente alleffetto. [5] Ma prima a imitazione di Ghia ... sia ... invocando laiuto di sopra, prego lui facitore e mantenitore di tutte le cose che ne dia grazia a ciascuno che tutto quello che da noi si ragiona questa sera ...., torni a gloria del Suo altissimo ... ora alla mia novella, dico:

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NOVELLA PRIMA
[1] Lazzero di maestro Basilio da Milano va a vedere pescare Gabbriello suo vicino e affoga: onde Gabbriello, per la somiglianza che seco avea, si fa lui; e levato il romore, dice essere affogato Gabbriello; e come se Lazzero fusse, diventa padrone di tutta la sua robba, e doppo per modo di compassione sposando unaltra volta la moglie, secoo e con i figlioli, commendato da ognuno, lietamente lungo tempo vive.

[2] Pisa anticamente, come leggendo avete potuto intendere e mille volte ragionando ancora udito dire, fu delle populate e benestanti citt, non solo di Toscana, ma di tutta Italia; ed era da molti suoi cittadini nobili e valorosi e ricchissimi abitata. Gran tempo dunque innanzi che sotto il dominio e forze fiorentine venisse, vi capit per sorte un dottore milanese, che veniva di Parigi, dove studiato e apparato aveva larte della medicina; e come volle la fortuna, alquanto ivi fermatosi, prese a curare alcuni gentiluomini, a i quali in breve tempo, come piacque a Dio, rend la smarrita sanit: a tale che, salendo egli di mano in mano in credito, in riputazione e in guadagno, e piacendogli la citt e i costumi e modi degli abitatori, deliber di non tornarsene altrimenti in Milano, ma quivi fermarsi. [3] E per che a casa non aveva lasciato se non la madre gi vecchia, e di lei, pochi giorni innanzi che a Pisa capitasse, auto novelle come passata era di questa vita, di l levato ogni speranza, in Pisa la messe, ed elessela per sua abitazione; dove medicando, in poco tempo e con molta utilit ricco divenne: e si faceva chiamare maestro Basilio da Milano. [4] Per la qual cosa avenne che alcuni pisani cercarono di dargli moglie, e glienarrecarono molte per le mani prima che egli si contentasse. Alla fine una gliene piacque che n padre n madre avea, di nobil sangue, ma povera, e solo una casa gli diede per dote, nella quale il

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maestro, allegrissimo, fatto le nozze e menatola, si torn ad abitare; dove in roba e in figlioli crescendo, molti anni insieme lietamente menarono la vita. Ebbero tre figlioli maschi e una femina, la quale in Pisa, al tempo, onoratamente maritarono, e al maggiore dei loro figlioli diedero donna; il minore attendeva alle lettere, perci che il mezzano, che Lazzero aveva nome, pi tempo per imparare sera invano affaticato, poco dilettandosene, e pigro ancora e duro lingegno avendo. [5] Era molto maninconico di natura, astratto e solitario, e di pochissime parole, e tanto caparbio, che quando egli diceva una volta di no, tutto il mondo non larebbe potuto rimuovere. Onde il padre, cos goffo, e zotico e provno conoscendolo, dispose di levarselo dinanzi, e lo mand a stare in villa, dove, poco lontano dalla citt, quattro belle possessioni comprate aveva; alle quali egli lietamente dimorando si vivea, pi assai piacendoli i contadineschi che i cosumi civili. [6] Ma passati dieci anni che maestro Basilio ne avea mandato Lazzero in contado, venne in Pisa una strana e pericolosa malattia, che le persone infermavono dunardentissima febbre, e si addormentavano di fatto, e cos dormendo senza mai poterse destare si morivano, e per vantaggio sappiccava come la peste. [7] Il maestro, desideroso, come gli altri medici, del guadagno, fu de primi che ne medicassero; tanto che in poche volte se gli attacc la iniqua e velenosa infermit, di sorte che non gli valsero sciroppi o medicine, ch in poche ore lo uccise: e tanto fu crudele e contagiosa che a gli altri di casa sappicc di modo che per non contarvi minutamente ogni particularit tutti quanti luno doppo laltro mand sotterra, e solo una fantesca vecchia vi rimase viva; e cos per tutta Pisa fece grandissimo danno, e larebbe fatto maggiore, se non che molte genti se ne partirono. Ma poi venutone tempo nuovo, cess la mala influenza del mortifero morbo, che in quelli tempi e da quelli tali fu detto il mal del vermo, e le persone rassicu-

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rate, alla citt ritornando, ripresero le medesime faccende e i soliti esercizi. [8] Fu chiamato Lazzero in Pisa alla grandissima e ricchissima eredit; il quale, entrato in possessione, solo un famiglio con la vechia fantesca prese di pi, e rafferm il fattore che attendeva a i poderi e alle ricolte. Tutta la terra cerc in un tratto di dargli moglie, non guardando alla rozzezza n alla caparbiet sua; ma egli risolutamente rispondendo che voleva star quattro anni senza, e che poi ci penserebbe, non gliene fu mai pi poi detto parola, sapendosi per ognuno la sua natura. Egli, attendendo a far buona vita, non si voleva con uomo nato adimesticare, anzi fuggiva pi la conversazione, che i diavoli la croce. [9] Stavagli al dirimpetto a casa per sorte un pover uomo, che si chiamava Gabbriello, con la moglie, che Santa aveva nome, e con due figlioli, luno maschio di cinque e laltra femina di tre anni, n altro avevano che una picciola casetta. Ma Gabbriello, il padre, era ottimo pescatore e uccellatore, e maestro di far reti e gabbie perfetto; e cos de sudori del pescare e delluccellare il meglio che poteva sosteneva s e la sua famiglia, collo aiuto nondimeno della moglie, che tesseva panni lini. [10] Era, come volle Dio, questo Gabbriello tanto somigliante a Lazzaro nel viso, che pareva una maraviglia. Ambi erano di pel rosso, la barba avevano duna grandezza, a una foggia, e dun colore medesimo, tal che sembravano nati a un corpo; e non solo di persona e di statura conformi, ma erano dun tempo, e come ho detto, di maniera si somigliavano che, sendo stati vestiti a una guisa luno da laltro saputo conoscere, e la moglie stessa ne sera rimasta ingannata; e solamente le vestimenta vi ponevano la differenza, perci che questi di rozzo panno e quegli di finissimo vestiva. [11] Lazzaro adunque, veggendo nel suo vicino tanta somiglianza di se stesso, pens che da gran cosa venisse, n dover potere esser senza ragione: e comincissi a dimesticar

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seco, e a lui e alla moglie mandare spesso da mangiare e da bere; e sovente invitava Gabbriello a desinare e a cena, e insieme avevano mille ragionamenti; e gli faceva credere colui le pi belle cose del mondo; perci che, quantunque dumile nazione e povero fusse, era non di meno astuto e sagacissimo, e sapevagli andare a i versi, trattenerlo e piaggiarlo di modo, che Lazzero non sapeva viver senza lui. [12] Cos una volta fra laltre, avendolo seco a desinare, gi fornite le vivande pi grosse, entrarono ragionando in sul pescare, e avendogli mostro Gabbriello diversi modi di pescagioni, vennero sopra il tuffarsi con le vangaiole a collo; e di questo modo disse tanto bene e come gli era tanto utile e dilettoso, che a Lazzaro venne voglia grandissima di vedere in che maniera si potesse pescare tuffandosi, e si pigliassero cos grossi pesci, non pure colla rete e colle mani, ma con la bocca ancora, e ne preg caldamente il pescatore: al quale rispose Gabbriello che a ogni sua posta era apparecchiato, se bene egli volesse allora; perci che, essendo nel cuore della estate, agevolmente ne lo poteva servire. [13] S che rimasero daccordo dandarvi subito, e levatisi da tavola, si uscirono di casa; e Gabbriello, tolte le vangaiole, con Lazzaro insieme se nand fuori della porte a mare sopra Arno, rasente una palafitta che reggeva un argine, dove erano infiniti alberi e ontani che altamente stendendosi a laria, sotto, dolce e fresca ombra facevano; e quivi giunti, Gabbriello disse a Lazzero che si ponesse a sedere al rezzo e lo stesse a vedere. E spogliatosi nudo si acconci le reti alle braccia, e Lazzero in su la riva messosi, sedendo, aspettava quello che far dovessi. [14] Ma tosto Gabbriello entrato nel fiume, e sotto lacqua tuffatosi, perch di quelle reti era maestro eccellente, non stette guari che a galla tornando, nelle vangaiuole aveva otto o dieci pesciotti, tutti di buona fatta. Parve a colui un miracolo, veggendo come sotto lacqua cos bene si

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pigliavano: onde gli nacque subito nel pensiero ardentissima voglia di veder meglio, e per lo cocente sole, il quale, sendo a mezzo il cielo, dirittamente fervia la terra, di modo che i raggi suoi parevono di fuoco, pens ancora di rinfrescarse; [15] e aiutandolo Gabbriello si spogli, e da colui fu menato dove era acqua a ffatica a ginocchio, in luogo che piacevolmente correva al cominciare del fondo; e quivi lasciatolo, gli disse che pi avanti non venisse che un palo che alquanto sopravanzava gli altri; e mostratogliene, si diede a seguitare la pescagione. Lazzero guazzando sentiva dolcezza incomparabile, rinfrescandosi tutto quanto, stando a veder colui che sempre tornava in su con le reti e con le mani piene di pesci, e pi duna volta per piacevolezza se ne metteva uno in bocca; [16] intanto che Lazzero, maravigliandosi fuor di modo, pens che sotto lacqua si potesse veder lume, non sendosi egli gi mai tuffato, immaginandosi al buio non esser mai possibile pigliarsi tanti pesci. E volendo chiarirsi come Gabbriello faceva a pigliargli, un tratto che colui si tuff, anche egli messe il capo, senza pensare altro, e lasciossi andar sotto lacqua, e per meglio accertarsi vicino al palo venne; [17] il quale, come se di piombo stato fusse, se nand al fondo, e non avendo arte n di ritenere lalito n di notare, gli parve strana cosa, e cercava, dimenandosi, di tornare in suso: ed entrandogli lacqua non solo per bocca, ma per li orecchi e per il naso, ed egli scotendosi pure, invano tentava duscirne; perci che quanto pi si dimenava, tanto pi la corsia lo guidava nel sopra capo, di modo che in breve lo sbalord. [18] Gabbriello, in una gran buca di quella palafitta entrato, dove lacqua gli dava a punto al bellico, perch molti pesci vi sentiva, per empierne ben le vangaiuole non si curava uscirne cos tosto; onde il misero Lazzero, venuto mezzo morto due e tre volte a galla, alla quarta

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non ritorn pi in suso, e affogando, miseramente forn la vita. [19] Gabbriello, avendo presi quei pesci che gli parevano abbastanza, con la rete piena ne venne fuori, e allegro si volse per veder Lazzero; ma in qua e in l girando gli occhi e non lo veggendo in alcun luogo, meraviglioso e pauroso divenne; e cos attonito stando, in su le verde riva vide i panni suoi; di che forte turbato, e pi che prima doloroso e malcontento, cominci a guardarne per lacqua, e a punto vidde alla fine del fondo il morto corpo essere dalla corsia stato gittato alla proda. [20] S che di fatto dolente e tremante l corse, e trovato Lazzero affogato, fu da tanto dolore e da cos paura soprapreso, che quasi mancatogli ogni sentimento, immobile a guisa dun sasso venne; e cos stato alquanto e sopra ci pensando, non sapeva risolversi a nulla, temendo nel dire la verit che la gente non dicesse che da lui fusse stato affogato per rubbarlo; pure fatto della necessit virt, e per la disperazione diventato ardito, si deliber di mandare ad effetto un pensiero che allora allora gli era caduto nellanimo. [21] E non vi essendo testimoni intorno, perch al fresco o a dormire era la maggior parte delle persone, la prima cosa messe i pesci e le reti aveva in una cassetta per ci fatta; e di poi prese il morto corpo di Lazzero in spalla, e ancora che grave fusse, in su lumida riva lo condusse e fra la verde e rigogliosa erbetta lo pose, e cavatosi le mutande, il primo tratto le gli messe, e di poi avendosi sciolto le reti, alle braccia de laffogato Lazzero le leg fortemente; [22] e di nuovo presolo, e con lui ne lacqua tuffatosi, e al fondo condottolo, gli attacc e avvolse le vangaiuole a un palo, e in guisa attraverslle che con gran fatica si potevono sviluppare; e in su ritornato e nella riva salito, la camicia prima, e di poi successivamente tutti i panni infino alle scarpette di colui si messe, e si pose a sedere, avendo disegnato di far prova e di

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tentare la fortuna, prima per salvarsi, e poscia per vedere se una volta uscir poteva di stento, e provare se il cotanto somigliar Lazzero gli potesse esser cagione di somma felicit e di perpetuo bene. [23] E perch egli era saputo e animoso, parendogli otta di dar principio alla non meno pericolosa che ardita impresa, e a gridare incominci, come se Lazzero fusse, e a dire: O buona gente, aiuto, aiuto: ohim! Correte qua, e soccorrete il povero pescatore, che non ritorna a galla! [24] E gridando quanto della gola gli usciva, tanto disse che il mugnaio l vicino con non so quanti contadini l corsero al romore, e Gabbriello grossamente parlando ben per contrafar Lazzero, quasi piangendo fece loro intendere come il pescatore, sendosi tuffato molte volte, e molti pesci avendo preso, lultima era stato quasi unora sotto lacqua, per lo che egli dubitava forte che non fusse affogato; e domandatogli coloro per me dove tuffato sera, mostr loro il palo, al quale aveva avvolto Lazzero nel modo che sapete. [25] Il mugnaio, amicissimo di Gabbriello, si spogli subito, e perch egli era bonissimo notatore, si tuff a pi di quel palo, e in un tratto trov colui morto intrnogli avviluppato; e cercato avendo di tirarlo seco, non laveva potuto scirre; e pien di dolore in su torn, gridando: [26] Ohim! che il meschino a pi di questo palo con le reti avvoltosi, senza dubbio niuno affogato e morto! I compagni sbigottiti mostravono, con parole e con gesti, che fuor di modo ne dolessi loro, e duoi spogliatisene col mugnaio insieme tanto fecero, che lo affogato corpo ripescarono, e fuor dellacqua in su la riva condussero, avendo alle braccia mezze stracciate e rotte le vangaiuole, quelle incolpando che, per essersi attaccate, gli fussero stato cagione di disperata morte. [27] E cos, spargendosi la novella intorno, venne un prete vicino, e

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finalmente in una bara messo, fu portato a una chiesicciuola poco quindi lontana, e nel mezzo posto, acci che vedere e segnare lo potesse la brigata, tenuto da ognuno per Gabbriello. [28] Era gi la trista nuova entrata in Pisa e gi agli orecchi della sfortunata sua donna venuta, la quale piangendo con i due figliolini l corse, da alquanti suoi pi stretti parenti e vicini accompagnata; e il non suo marito cos morto nella chiesicciuola veduto, credendolo desso veramente, se gli avvent di fatto al viso, e piangendo e stridendo non si saziava di baciarlo e dabbracciarlo, e addssogli gridando, scinta e scapigliata, non restava di dolersi e di rammaricarsi con i suoi figliolini che tanto teneramente piangevano, chogni persona dintorno per la piet e compassione lacrimava. [29] Onde Gabbriello, come colui che molto bene voleva alla sua donna e a i figlioli, non poteva tenere il pianto, troppo di loro increscendosi; e cos, per confortare lafflitta e maninconica moglie, tenendo un cappello di Lazzaro quasi in su gli occhi, e al viso un fazzoletto per rasciugarsi le lagrime, da lei a da ciascheduno Lazzero tenuto, con voce roca disse in presenza di tutto il popolo: [30] O donna, non ti disperare, non piangere, chio non sono per abbandonarti; con ci sia cosa che per mio amore tuo marito e per darmi piacere oggi a pescare contro sua voglia si mettesse, a me pare della sua morte e del danno tuo essere stato in parte cagione; per ti voglio aiutare sempre, e a te e a i tuoi figlioli dare le spese: s che resta oggimai di piagnere e datti pace, tornandotene a casa, ch mentre che io viver non ti mancher mai cosa alcuna; e se io muoio ti lascer in modo che, da tua pari, ti potrai chiamar contenta ; [31] e questa ultima parola disse piangendo e signozzando, come che della morte di Gabbriello e del danno di lei gli increscesse fuor di misura; e cos, come se Lazzero fusse, se nand molto laudato e commendato dalla gente.

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[32] La Santa, avendosi stracco gli occhi per lo troppo lacrimare, e la lingua per lo soverchio rammarivarsi, venuta gi lora di seppellire il morto corpo, da parenti accompagnata se ne torn in Pisa alla sua abitazione, confortata alquanto dalle parole di colui, che fermamente pensava esser Lazzero suo vicino. [33] Gabbriello, che Lazzero somigliava e sera fatto lui, gi per Lazzero in casa Lazzero entrato, perch tutti i costumi suoi, sendo familiarissimo di casa, molto ben sapeva, senza salutare se nera andato in una ricca camera, che sopra un bellissimo giardino rispondeva; e cavato le chiavi della scarsella del morto padrone, cominci ad aprire tutti i cassoni e le casse; [34] e trovato nuove chiavicine, forzieri, cassette, scannelli e cassettini aperse; dove trov, senza larazzerie, panni lani e lini, di velluto e daltro drappo molte ricche robe che del padre medico e de i fratelli dellaffogato Lazzero erano state. Ma sopra tutto quel che gli fu pi caro, furono, lasciando da parte le doriere e le gioie, forse dumila fiorini doro e da quattrocento di moneta; di che lietissimo non capiva in se stesso per la allegrezza, pensando sempre come far dovesse per meglio poterse celare a quegli di casa, e farse tenere per Lazzero. [35] Cos, sapendo ottimamente la natura di lui, in su lora della cena si usc di camera quasi piangendo. Il famiglio e la serva, che la sciagura della Santa intesa avevano, e come si diceva Lazzero esserne stato in buona parte cagione, si crederono che il Gabbriello lagrimasse; ma egli, chiamato il servitore, fece trgli sei coppie di pane, ed empiergli due fiaschi di vino, e con la met della cena lo mand alla Santa: di che la meschina poco si rallegr, non facendo mai altro che piagnere. [36] Il famiglio ritornato, dette ordine di cenare, e Gabbriello poco mangiando, per pi Lazzero somigliare, da tavola finalmente si part senza altramente favellare, e serrssene in camera allusanza di colui, donde non usciva mai se non la mattina a terza. Al servo e

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alla fantesca parve che gli avesse alquanto cambiato cera e favella; ma pensavano che fusse per lo dolore dello strano caso del povero pescatore; e a lusanza cenato, quando parve loro tempo, se ne andarono al letto. [37] La Santa, dolorosa, mangiato alquanto con i suoi figliolini, da non so che suoi parenti consolata, che buona speranza le dierono, veduto la profenda da colui mandatale, se ne and a dormire, e i parenti presero licenzia. [38] La notte Gabbriello, pi cose volgendosi per la fantasia, non chiuse quasi mai occhio, e allegrissimo la mattina si lev a lotta di Lazzero, e sapendo lusanza, il meglio che sapeva imitandolo, si passava il tempo, non lasciando mancar niente alla sua Santa. Ma, sendogli ridetto dal servitore che ella non restava di lamentarse e di piagnere, come colui che quanto altro marito che amasse mai moglie teneramente lamava, troppo dolendosi del suo dolore, pens di racconsolarla; [39] ed essendosi risoluto di quanto fare intendeva, un giorno dietro mangiare se nand a lei dentro la sua casa; e perch gli era di poco seguito il caso, la trov da un suo fratel cugino accompagnata. Onde egli fattole intendere che parlar li voleva per cosa dimportanza, colui, sapendo la carit che egli le faceva, per non turbarlo, subitamente prese da lei comiato, dicendole che ascoltasse il piatoso suo vicino. [40] Gabbrielo, tosto che colui fu partito, serr luscio, e in una sola piccola cameretta terrena entrato, accenn alla Santa che l andasse; la quale, dubitando forse dellonore, a quel modo sola rimasta, non si sapeva risolvere se col dentro andare o restar quivi dovesse; pur poi, pensando allutile e la benefizio che da colui traeva e aspettava di trarre, preso per la mano il maggior de suoi figliolini, in camera se ne and; dove colui sopra un lettuccio (nel quale sempre, quando era stacco, posar si soleva il marito) trov a ghiacere: meravigliosa si ferm. [41] Gabbriello, veduto seco il figliolino, con un ghigno della purit della sua donna ralle-

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grandosi, e a lei rivolto, una parola che era molto usato di dire le disse; di che la Santa pi che mai maravigliandosi, stava tutta sospesa; quando Gabbriello, preso in collo il figliolino e baciandolo, disse: Tua madre, non conoscendo, piagne la tua ventura, e la felicit di lei e del suo marito . [42] Pure di lui, come picciolin fusse, non fidandosi, con esso in collo in sala se ne venne; e da quel altro messolo, datogli non so quanti quattrini, lo lasci che si trastullasse; e la moglie, che pensando alle dette parole quasi riconosciuto lavea, tornato, luscio della camera serr a stanghetta; [43] e iscopertosele, ci che fatto avea ogni cosa per oridne li narr; di che la donna fuor dogni guisa umana si rend lieta, certificata per molte cose che tra loro due erano segretissime; e gioiosa, non si saziava di stringerlo e dabbracciarlo, tanti baci per lallegrezza rendendogli, vivo trovatolo, quanti per lo dolore dati gli aveva, morto credutolo. [44] E piangendo insieme teneramente per soverchia letizia, lun de laltro le lacrime beveano; tanto che la Santa, per meglio accertarse volle, e per ristoro della passata amaritudine, il colmo della dolcezza gustare con il caro suo marito il quale non se ne mostr punto schifo, forse maggior voglia di lei avendone: e cos la donna, pi a quello che a niuna altra cosa, lo conobbe veramente per Gabbriello pescatore, suo legittimo sposo. [45] Ma poi che essi ebbero presosi piacere, e ragionato assai, avvertendola Gabbriello le disse che fingere le bisognava, non meno che tacere; e le mostr quanto felice essere poteva la vita loro, raccontandole di nuovo le ricchezze che trovato avea: e narratole tutto quello che egli intendeva di fare, che molto le piacque, si usc seco di camera. [46] La Santa, fingendo di piangere, a punto quando Gabbriello fu fuor de luscio e a mezzo la strada disse, da molti sentita: Io vi raccomando questi bambolini .

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Colui, dicendo che non dubitasse, si torn in casa, pensando come pi acconciamente menar potesse ad effetto i suoi pensieri e colorire i suoi disegni. [47] Venne la sera, ed egli, osservati i modi cominciati, fornito di cenare, senza dire altro andatosene in camera, si messe nel letto per dormire; e quasi tutta la notte sopra quello che di fare intendeva pensando, poco o niente potette chiudere occhio; e non s tosto apparse lalba in oriente, che levatosi nand alla chiesa di Santa Caterina, nella quale abitava allora un venerabile religioso, divoto e buono, e da tutti i pisani tenuto un santarello; [48] il quale fatto chiamare, che frate Angelico aveva nome, gli disse che bisogno aveva grandissimo di favellargli, per consigliarse seco dun importante caso e strano che gli era intervenuto. Il buon padre misericordioso, ancorch non avesse sua conoscenza, lo men in camera; il quale, faccendosi Lazzero di maestro Basilio da Milano, come colui che benissimo la sapeva, tutta gli narr la sua geneologia, e come per la passata mortalit solo rimanesse, e laltre cose pi di mano in mano; tanto che a Gabbriello venne, e gli raccont tutto quello che intorno a ci accaduto fusse; [49] e gli dette a credere come per vedere pescare lo menasse contra a sua voglia; e come poi, pescando per fargli piacere, affogasse, del danno che ne risultava alla moglie e ai figlioli, perci che, non avendo bene alcuno n solo n mobile, del guadagno del padre vivevano; [50] e parendogli essere del danno loro e della morte di lui in gran parte cagione, gli disse come si sentiva al cuore gravoso peso e molto carica la coscienza. Per, come da Dio ispirato, disposto aveva, non ostante che ella fusse povera e di bassa condizione, di trre la Santa per moglie, quando ella se ne contentasse e anco i parenti suoi, e del morto pescatore pigliare i figlioli, come se da lui stati generati fussero, per allevarli e custodirli per suoi, e al paragone degli altri figlioli che di lui nascer potessero lasciargli eredi: in

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questo modo pensandosi agevolmente dover poter trovar perdono appo Iddio e commendazione appresso li uomini. [51] Al padre spirituale parendo questa unopera pietosissima, e veggendo il santo suo proponimento, lo confort assai, e consiglillo alquanto pi tosto poteva mandarlo ad effetto, dicendogli che, se ci faceva, certissimo fusse della misericordia del Signore. [52] Gabbriello, per aver pi presto e pronto laiuto suo, aperto una borsa, gli rovesci inanzi trenta lire di moneta dariento, dicendo che voleva che tre luned alla fila facesse cantare le messe di san Ghirigoro per lanima del morto pescatore; alla cui dolce vista, ancor che santissimo, si rallegr tutto quanto il venerando frate; e preso i danari, disse: [53] Figliolo, le messe si cominceranno il primo luned: ci resta solo il matrimonio, al quale quanto so il meglio e quanto posso, il pi ti conforto; e non guardare n a ricchezze n a nobilt, perch di quelle non hai da curarti, sendo ricchissimo per la grazia di Dio, e di questa non di far conto, poich tutti quanti nati siamo dun padre e duna madre medesima, e che la vera nobilt sono le virt e il temere Dio; di che non ha bisogno la giovane, ch ben la conosco, e i suoi parenti bonissima parte. [54] Io non son qui per altro rispose Gabbriello , s che io vi prego che voi mi mettiate per la via. Quando vorreste tu darli lanello? disse il frate. Oggi, sella se ne contentasse rispose colui. [55] Al nome di Dio rispose il padre , lascia un po fare a me: vattene in casa e di l non ti partire, ch inanzi desinare spero che si faranno queste benedette nozze. S, che io ve ne prego disse Gabbriello , e mi vi raccomando . E auto la benedizione, di camera del frate si usc, e

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lietissimo a casa se ne torn, aspettando che la cosa avesse, secondo lo intento suo, effetto felicissimo. [56] Il padre santo, riposto le trenta lire, prese una compagnia e se nand a trovare un zio dello Santa che era calzolaio, e cos un suo fratel cugino, barbiere: e narrato loro il tutto, se ne andarono insieme a trovare a casa la Santa. E fattole intendere ogni cosa, mal volentieri fingeva darrecarvisi; [57] pure coloro tanto la pregarono, mostrandole per molte ragioni questa essere la ventura sua e de i sua figlioli, che ella acconsent; e quasi piangendo disse che non lo faceva per altro che per lo commodo e utile dei suoi figliolini, e ancora perch Lazzero simigliava tutto il suo Gabbriello. [58] Volete voi altro, per dir brevemente? che la mattina medesima tanto si adoper il buon frate che in presenza di pi testimoni e del notaio, sendo tutti andati in casa Lazzero, Gabbriello la seconda volta, allegrissimo, dette in persona di Lazzero alla Santa lo anello; la quale, gi spogliatasi la nera, sera duna vesta ricca e bellissima adorna, che fu della moglie del fratello dellaffogato Lazzero, fra molte altre scelta, che a punto pareva tagliata a suo dosso. [59] E cos la mattina fecero un bellissimo desinare, e la sera una splendidissima cena: la quale fornita, presero licenza i convitati, e gli sposi se ne andarono al letto; dove lieti insieme ragionando, della semplicit del frate, della credulit de parenti e de vicini e di tutte le persone si ridevano oltre a modo, della felicissima ventura loro rallegrandosi; e gioiosi attesero la notte a trastullarsi e darsi piacere. [60] La fante e il famiglio, avendo veduto far s gran spendio, si maravigliavano, dandone cagione alle nozze, poco contentidi questo parentado. Gli sposi, levatisi tardi la matina, avendo bevuta luova fresche, visitati da i parenti della Santa, fecero un suntuoso convito, e cos a stare in festa durarono quattro giorni, avendo Gabbriello onorevolmente rivestiti i figlioli. [61] La Santa, veggendosi di terra essere volata al cielo, e dellin-

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ferno salita in paradiso, deliber, col suo marito consigliatasi, di crescere servitori, il che molto piacque a Gabbriello; e pi si dispose per ogni buon rispetto di mandarne quei che verano; e chiamatogli un giorno, fece loro le parole, e alla serva vecchia che gran tempo era stata in casa, oltre il suo dovere, don trecento lire per maritar una sua nipote; [62] e cos al famiglio, che di poco vera venuto, dette ancora, doppo il salario, una buona mancia, e mandnnegli in pace, che se andarono lietissimi e contenti. E rifornito la casa di nuove fantesche e servidori, con la sua due volte moglie lungo tempo visse poi pacificamente in lieta e riposata vita, due altri figlioli maschi avendo; ai quali trovato un casato nuovo, gli fece chiamare de Fortunati: della cui stirpe nacquero poi molti uomini eccellenti e nellarmi e nelle lettere.

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NOVELLA SECONDA
[1] Mariotto, tessitore camaldolese detto Falananna, avendo voglia grandissima di morire, servito dalla moglie e dal Berna amante di lei; e credendosi veramente esser morto, ne va alla fossa: intanto sentendosi dire villania si rizza; e quelli che lo portano, impauriti, lasciano andar la bara in terra: onde egli, fuggendosi, per nuovo e strano accidente casca in Arno e arde, e la moglie piglia il Berna per marito.

[2] Non meno aveva fatto ridere la favola dAmaranta che maravigliare la brigata, parendo a tutti aver udito un caso il pi stravagante e nuovo che si udisse gi mai; n si potevano saziare le donne e i giovani di commendare lo accorgimento e la sagacit del pescatore; quando Florido, che seguitar doveva, disse: [3] Veramente che il novellare di questa sera ha auto cominciamento con un favola cotale, che Dio voglia che tutte laltre brutte non paiano; pure io, piacevoli donne, una ne voglio raccontare, che se ella non sar cotanto bella e maravigliosa quanto la passata, fia il meno pi faceta e ridicolosa, e per tanto pi gioconda e allegra; sicch acconciatevi tutti quanti gli orecchi e la bocca, quegli per udire, e questa per ridere . E soggiunse: [4] La peste del quarantaotto, la mora de Bianchi cio, credo certamente che ugnun di voi abbia sentito ricordare, quella che con tanta facondia ed eleganza scrive nel principio del suo Decamerone il dignissimo messer Giovan Boccaccio, pi maravigliosa e pi celebrata e di pi spavento piena per lo essere da cos granduomo con s mirabil arte stata raccontata, che per la mortalit e per lo danno, ancorch grandissimo, che gli abitatori de i nostri paesi in quei tempi ne ricevessero, da non compararse in alcun modo alla nostra del ventisette: [5] nostra, dico, per essere stata a nostro tempo, e perch ciascuno di noi se ne pu agevolmente ricordare: perci

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che questa dur pi anni che quella mesi; e se in quella morivono gli uomini a decine, in questa a centinaia; se nella loro i morti andavano a sotterrarse nelle bare, nella nostra eran portati nelle carra. [6] Ma perchio so che voi s bene comio, sendovi presenti quasi tutti ritrovati, se non mille volte uditolo dire, non mi distender altrimenti in raccontare il dolore delle passate miserie nostre; e cos, per ritornare a quello chio vo narrarvi, dico che cessata questinfluenza prima del quarantotto, e le persone rassicurate e gi tornate nella citt, e riprese le usate faccende e i soliti essercizi, era in Camaldoli un tessitore di panni lani, come voi sapete che l abitavano, restato, di quattordici che egli erano in famiglia, solo e assai benestante. [7] Per la qual cosa gli fu dato moglie, con la quale stette dieci anni che mai non ebbe figliolo; pur poi ingravidando, partor al tempo un bambino maschio, del quale il padre ed ella fecero maravigliosa festa. [8] E perch egli nacque in domenica mattina a buonora, e la sera mandatosi a battezzare, non sendo le gabelle del sale aperte, tenne poi sempre e molto bene del dolce; e posengli nome Mariotto; e per non aver altri che lui, ed essendo anche maschio, ed eglino per esser nel grado loro si pu dire ricchi, lallevarono e nutrirono in tante delicatezze e con tanti vezzi, che si sara disdetto se stato fusse figliol del conte dOrmignacca. [9] Il padre, quando egli fu in et, lo mand a scuola, acci che egli imparasse a leggere e a scrivere; e perch disegnato avea di ringentilirsi, far lo voleva studiare, a fine che notaio o procuratore o giudice venisse; e poscia dargli una moglie nobile, fargli far larme, e trovargli un casato, acci che poi egli fusse una persona da bene. [10] Ma il detto Mariotto era di cos grossa pasta e tanto tondo di pelo, che in otto anni o poco meno che egli stette a scuola, non potette, non che a compitare, imparar mai lABC: onde molte volte avendo detto il maestro che quivi si perdevano il tempo e i danari, perch s grosso

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cervellaccio aveva, che gli era come a dibatter lacqua nel mortaio a voler che egli imparasse, il padre disperato lo lev da leggere e messelo al telaio: il che quantunque poco ben li riuscisse, pure lo faceva manco male assai. [11] Cos questo mostro quanto pi andava in l tanto pi doventava grosso e rozzo, e con gli anni insieme gli crescevano la dappocaggine e la goffezza; e certi detti che da bambino imparati avea, non gli erano mai potuti uscir della mente, come al padre e alla madre dire babbo e mamma, il pane chiamava pappa, e bombo il vino; [12] a e quattrini diceva dindi,e ciccia alla carne; e quando egli voleva dir dormire o andare a letto, sempre diceva a far la nanna: e non vi fu mai ordine che il padre o la madre, n con preghi, n con doni, n con minacce, n con busse ne lo potessero far rimanere. [13] E gi diciotto anni quando gli mor la madre aveva, che mai non favellava in altro modo; tal che suo padre nera forte mal contento, e i fanciulli l della contrada, i compagni e i vicini gli avevano posto nome Falananna e non lo chiamavano altrimenti. Ed erasi cos per Camaldoli divulgato questo soprannome, che pochissimi lo conoscevano per Mariotto, ed era il sollazzo e l passatempo di quel paese: [14] ugnuno Falananna qui e Falananna qua, si pigliava di lui piacere e delle sue castronerie; perci che, semplicissimo, diceva e credeva cose tanto sciocche e goffe e fuori dogni convenevolezza umana, che pi tosto animal domestico che uomo stimar si sarebbe potuto. [15] Cerc molte volte il padre di dargli donna, n mai gli era venuto fatto; pure, avendone una apostata che gli piaceva e gli pareva il proposito, pens di farla chiedere per questo suo fantoccio; ma in questo mezzo accadde, come volle Dio, chegli si inferm e morssi. [16] Rimasto adunque Falananna solo, con molta roba, con casa e telaia, non avendo n di padre n da lato di madre parenti, gli amici e i vicini gli furono a dosso, e

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gli dierono moglie; e per disgrazia fu delle sue pari camaldolese, una bella e valorosa giovane, ed era chiamata la Mante, dassai molto, e pratica nel tessere. Ma, perch ella era povera, a questo scimunito la fecero trre senza dote; e ne men seco la madre, che mona Antonia si chiamava, una vecchiarella tutta pietosa e amorevole: e cos tutti insieme, lavorando, menavano assai tranquilla e riposata vita. [17] Ma perch la Mante, come io vho detto, era bella e avvenente, aveva di molti vagheggini; e tutta notte intorno alluscio lera cantato e sonato, e fattole le pi galanti serenate del mondo. Ma ella, posto locchio addosso a un giovane che si faceva chiamare il Berna, tutti quanti gli altri scherniva; e perch il suo Falananna in tutte le cose era debole, cos ne i servigi delle donne debolissimo ritrovandosi, pens come savia procacciarsi, e che il Berna sopperisse dove mancava il marito: perci che, sendo prosperosa e gagliarda, non poteva stare a beccatelle. [18] S che ragionatone con la madre, fece tanto che di lei pietosa venne, e dissele: Figliola mia, lascia pur far a me, non ti dar pensiero, ch io ti far tosto contenta . E itasene a trovare il suo amante, che pi di lei lo desiderava, dettono ordine fra loro che il Berna da mezza notte in l, facendo certo segno, venisse a cavare la figliola daffanno. Il quale non manc di niente; e a lora deputata, fatto il cenno, fu da mona Antonia messo in casa, e di poi nel letto a canto alla sua Mante; [19] ed essi avevano senza pi un letto di quegli a lantica, tanto agiato e cos grande che tutti tre stavano da un capezzale, senza toccarsi a un braccio, la Mante nel mezzo, da una proda la madre, e da laltra il marito. Il Berna, tra mona Antonia e la figliola entrato a punto che Falananna dormiva, non stette a far troppi convenevoli, che alla disperata le sal a dosso. [20] Alla buona femmina pareva un altro scherzo quel del Berna, e sentire altra gioia e conforto, che col suo marito non era usata di sentire; per

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la qual cosa a dimenarse e a scuotere, a sospirare e a mugolare cominci fortemente; per che Falananna, che leggermente dormiva, si dest, e sentendo il cullamento e il dolce rammaricho, sendogli coloro presso a meno dun filar dembrici, distese la mano, e il Berna trov in su la sua cavalla, che camminar la faceva per le poste. [21] Ondegli, credendo lui esser la madre, disse: Mona Antonia, che fate voi? ohim! guardate a non mi impregnar mgliama . Mona Antonia, che si stava vegliando in su la proda sua, quanto pi poteva contenta del contento della figliola, udito Falananna, per riparare che del Berna non saccorgessi, accost il capo rasente quel della Mante; e cos favellando gli rispose: Non aver pensiero chio te la ingrossi, no. Ohim trista! che io le fo le fregagioni rasente in bellico; perch la poverina stata per morire, cos grande stretta le ha dato da un poco in qua e d la donna del corpo! udite come ella si rammarica! [22] Erano coloro a punto, allora che mona Antonia cotali parole dicea, nel colmo delle beatitudine amorosa; e perci la Mante due volte per la soverchia dolcezza disse: Ohim, ohimi, io muoio, io muoio! Per che Falananna cominci a gridare: Aspetta, aspetta, chio vadi per lo prete: aspetta moglie mia, non morire ancora: ohim, che tu ti confessi prima! [23] E sera gi gittato del letto, e cercava, sendovi buio, per accendere il lume; quando la Mante, ci udendo, disse: Marito mio, ringraziato sia santa Nafissa divota della donna del corpo: io sono guarita, io sono risuscitata, ritornatevi nel letto, non dubitate, ch io non ho pi male nissuno . [24] Il Berna, avendo anche egli sgocciolato il barlet-

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to, se le era levato da dosso, e tra la madre e lei entrato; ma mona Antonia, passandogli di sopra, si messe in mezzo la figliola; e chiamato di nuovo Falananna al letto, nel suo lato lo rimesse, dicendo che tra lui e la Mante era entrata, acci che per la notte, avendo ella cos grave stretta auto, non avesse cagione di darle noia. [25] Bene avete fatto rispose colui, e bad a dormire; ma la Mante con il suo Berna non attese mai ad altro la notte, che giucare alle braccia, e qualche volta avenne che ella messe lui di sotto. [26] Ma la mala vecchia, che stava in orecchi, sentito una campana al Carmine, che suona unora inanzi giorno, fece levare il Berna da lamoroso gioco; il quale malvolentieri dalla sua Mante si part, stanco forse, ma non gi sazio; e andssene a casa sua, non troppo quindi lontana, a riposarsi e a dormire, senza essere stato veduto da persona. La Mante, per ristoro della passata notte, dorm per infino a nona sonata. [27] Falananna a lora consueta per tempo si lev la mattina e andnne a lusato lavoro, e cos mona Antonia ragionando insieme della mala notte che la Mante aveva auta: di che si dolse Falananna molto, e lod assai che mona Antonia non lavesse chiamata, acci che, riposandosi, dormire a suo piacere potesse. [28] La buona vecchia lo confort che egli andasse a cercar delle uova fresche, dicendogli che molto erano appropriate al dolore della donna del corpo; per che colui, lasciato il lavorare, si part, e tanto cerc che ne arrec a casa una serqua. Mon Antonia, datone bere quattro in su la terza alla figliola, la lasci poscia dormire un sonnellino; e doppo, sendone venuto gi lora, la chiam a desinare, che si sentiva come una spada. Di che troppo contento rimase Falananna, e desinato allegrissimi si tornarono al telaio. [29] La notte il Berna venne medesimamente, e cos molti giorni e mesi continovarono la danza, dandosi insieme un tempo di paradiso. Ora accadde che, sendone

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venuto la Quaresima, Falananna, che era un buon cristianello e divoto, andava ogni domenica mattina alla predica; [30] e tra laltre, una volta la ud in Santo Spirito da un frate, il quale tanto e tanto disse, e con tante ragioni e autorit prov che questa vita non era vita, anzi una vera morte, e che noi, mentre vivevamo in questo misero mondo, eravamo veramente morti, e che chi moriva, di l cominciava a vivere una vita senza affanni, dolce e suave, e senza aspettare mai pi la morte, pure che in grazia si morisse di messer Domenedio, e che questo solo avveniva a i fedeli cristiani; e cos tante altre cose disse di questa vita, che fu una maraviglia. [31] Per la qual cosa a Falananna venne cos gran voglia di morire, che egli non trovava loco: e gi della vita era capitale inimico doventato, e a casa ritornatosene, non faceva mai altro che dire se non che vorrebbe morire, a ogni parola dicendo: O morte dolce, o morte benedetta, o morte santa, quando verrai tu per me, che io possi cominciare a vivere in quella vita che mai non si muore? [32] Ed era questo alla Mante e alla madre cos gran fastidio a sostenere e rincrescimento, che elle erano mezze fuor di loro, e non sapevano pi come si fare a sopportare tanta seccaggine. Egli aveva dismesso il lavorare, e tutte le faccende di casa, solo attendendo a voler morire; e rammaricavasi sovente della morte, pregandola di cuore che lo dovesse uccidere. [33] La moglie e mona Antonia gli avevano insegnato mille modi, ma niuno gnenera piaciuto. Alla fine, di questa faccenda consigliatesi col Berna, deliberarono di farlo morire a ogni modo; e sendo restati insieme di quel che far doveano, una mattina la Mante, sendo gi vicina la settimana santa, gli disse come ella sera confessata in Ogni santi da un fra Bartolo, buona e divota persona, a cui tutta raccontato avea la sua sciagura, e la voglia che aveva il marito di morire; [34] e gli soggiunse come il venerabil padre, per sola piet e per lamor di Dio, se le offerse, se

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bisognasse, daiutargli venire la morte; e che in breve, purchei voglia, lo far morire, come a Milano e a Napoli ne aveva fatto molti altri. A cui tutto lieto rispose Falananna, e disse: [35] Come si far? e quando fia questo? Agevolmente, e quando noi vorremo. Domane si vuole soggiunse colui mandare per questo frate. Al nome di Dio seguit la moglie, e gli disse: La prima cosa e vi convien mandare pel notaio, e far testamento. Cos si faccia rispose Falananna, tutto dallegrezza pieno. [36] E cos, fatto venire un notaio, come se da i medici fusse stato sfidato, tutte le sue sustanze lasci per testamento alla donna doppo la morte sua. La qual cosa avendo inteso il Berna, gli piacque fuor di modo, e lo giudic bonissimo principio dottima fine, aspettando con sommo piacere che la Mante facesse il rimanente; [37] la quale, secondo lordine, fingendo daver favellato a fra Bartolo, un giorno subito doppo mangiare fece entrare il suo Falananna nel letto, avendolo avertito, per commessione del frate, che parlasse poco, e in voce sommessa e quasi piangendo a ognuno dicesse che grandissimo male si sentisse, e che gi fusse vicino alla morte, e se niuno gli ragionasse di medicare, rispondesse che non voleva n medico n medicine. [38] E cos lasciatolo, se ne and alle finestre; e piangendo cominci gridando a dire al vicinato: Ohim! trista la vita mia! E come ho io a fare? Il mio marito nel letto malato, e s gravemente, chio non credo che egli sia vivo domattina . Onde la vicinanza corse l tutta, e nel letto trovato Falananna languire e rammaricarse come se egli avesse laffanno della morte, ugnuno il meglio che sapeva lo confortava; ed egli, a tutti rispondendo: Io sono spacciato, io sono morto , nulla intender voleva di medicar-

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se; per che i vicini confortavano la Mante che mandasse per il confessoro. [39] Onde la Mante chiamata la madre, che sapeva il tutto, le fece prestamente mettere la cioppa, e la mand ratta dove in un luogo segreto aspettava il Berna; il quale, avendo un abito da un frate dOgni Santi suo parente accattato, se lo era vestito; e perch egli aveva a ffatica segnato le guance da i primi fiori, una barba nera procacciato avea, e al mento acconcissela di tal maniera, che chi non lavesse saputo, non larebbe conosciuto mai; [40] e allegro dietro a mona Antonia aviatosi, tanto camminorono, che alla casa di Falananna giunsero; alla cui venuta, facendogli tutti riverenza come a sommo religioso, la casa sgombrarono, pensando che lammalato dovesse confessare. [41] Il Berna, a uso di frate in camera entrando, salut a prima giunta Falananna, e dicendo: Il Signore sia con esso teco , lo benedisse. Falananna si volle rizzare per fargli onore, ma frate Berna, contrafacendo un po la voce, gli disse che stesse gi e caldo il pi che poteva. A cui rispose Falananna, e disse: O non ste voi colui che mi volete insegnar morire, acci che tosto risuciti poi in quella vita dove mai mai non si muore? S sono, che sia benedetto rispose il frate. Disse allora Falananna: Ors cavianne le mani; cominciate oramai col nomine Domini . [42] Il padre spirituale, fattagli la confessione generale, gli diede lassoluzione, e la penitenza disse che voleva che facesse la moglie per lui; e in sua presenza chiamatola le impose che, per sodisfazione dei peccati del marito, ella dovesse digiunare ognanno la vigilia di Berlingaccio, mentre che ella vivea: [43] e di pi, che ella accendesse alla imagine di santa Befana ognanno ancora quattro candele a riverenza delle Quattro Tempora; di che si mostr colui fortemente contento, e fece giurare

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alla moglie che ella non mancherebbe di far la detta penitenza. [44] Ma il padre soggiunse, e disse: Guai a lei, se ella non la facesse a punto, ch ella se nandrebbe come traditora gi ne labisso . Disse Falananna, e al frate rivolto, lo preg che sollecitasse il morire, ch gli pareva millanni ogni momento duscire di quellimpaccio. A cui il frate disse: [45] Ora ascoltami, che sia santo. Tu hai la prima cosa a chiuder gli occhi per sempre, e non mai pi aprirgli, e lvate affatto il pensiero di questo mondo, n per cosa che tu odi, o che ti sia fatta, hai a favellare o far sentimento alcuno; e cos, tosto che tu abbi chiusi gli occhi, mgliata lever un gran pianto: io non mi partir, avendo scusa lecita di rimanere; [46] e mentre che le donne la conforteranno, stando in sala, mona Antonia e io, lavandoti prima, una veste ti metteremo lunga, che ti verr a coprire il viso e i piedi; e metterenti in mezzo della camera con un candelliere a capo, drntovi una candela accesa benedetta, a fine che la gente ti possa segnare; e di poi daremo ordine domandasera, che i frati del Carmine e i preti di San Friano ti portino, detto la compieta, a sotterrare. [47] S rispose Falananna , si vuole anco farlo intendere alla compagnia; e che mi mandino la veste, e venghino per me, e poi alla sepoltura, come al compare, mi cantino O fratel nostro. Ben sai seguit il Berna questo si far a ogni modo ; e sogginse: [48] I becchini, messo che taranno nella bara, e alla fossa condotto, e cantato, e fatto tutte le cerimonie, ti guideranno e metterannoti ne lavello, e quivi ti lasceranno; dove stato ventiquattro ore, lanima tua voler, e non prima, in Paradiso; ma abbi avvertenza che tu sentirai, infino a tanto che quel tempo non sia fornito, tutte quante le cose, come se fu fussi vivo; s che non favellare, e non far mai senso alcuno; per che nello star cheto

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e fermo sacquista tutto il merito. [49] Ma se tu facessi cosa alcuna da vivo, subito cascheresti nel profondo del baratro infernale: e perch quelli sciagurati becchini non hanno una discrezione al mondo, potrebbon forse, nel metterti giuso ne lavello, darti qualche stretta, o percuoterti qualche membro, come gli stinchi, le gomita o l capo, tal che ne potresti sentire dolore e non piccolo; e tu zitto e cheto; perci che quanto maggior pena sentirai di qua, tanto di l pi gusterai maggiore il contento . [50] Falananna, avendo bene ogni cosa compreso, rispose che stessi sicurissimo che non mancherebbe di niente e non uscirebbe del suo comandamento; ma avendo una grandissima fame, fe intendere alla moglie che gli portasse da mangiare; e al frate vlto, disse che era disposto di volere morire satollo; [51] per che la Mante gli arrec un gran tegame di lenti riconce, e una coppia di pane grandissimo, poco minor di quello che fanno in contado i nostri lavoratori, con un gran boccale di vino; il quale Falananna tutto bevve, e tutte le lenti mangi con uno e mezzo di quei pani cos grandi, come se mai pi non avesse n a bere n a mangiare: e poi disse: [52] Acconciatemi come vi pare, ch io muoio pi conteno mille volte, ora chio muoio a corpo pieno . Il Berna acconcillo sopra il letto, e serratogli gli occhi, avendo certi moccoli accesi in mano, borbottando fece le viste di dire alcune orazione, e gli disse: Falananna, tu sei morto . Subito la Mante messo un grande strido cominci a piangere amaramente, e dire: O marito mio, o marito mio dolce, tu mhai lasciata sola! [53] Frate Berna, infino in su luscio venuto, finse, udito le grida, di tornare a confortar colei; i vicini, sentito il piano, gran parte duomini e di femine andarono

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per confortarla, la quale in sala faceva un lamento incredibile. Il frate e mona Antonia, entrati soli in camera piangendo, Falananna vivo permorto din sul letto levarono; e come i morti lavatolo, dun lenzuolaccio gli fecero una lunghissima veste che gli copriva i piedi, le mani e il viso, acci che il colore non gli avessi scoperti; [54] e postolo sopra un tappeto in mezzo la camera, con un Crocifisso al capo e un candellieri a piedi, dntrovi una candela benedetta accesa, apersono luscio, a fine che la brigata lo potesse segnare. [55] Era sempre mai Falananna, senza far motto o sentimento alcuno, stato fermissimo, di che frate Berna lietissimo stava; ma venute le persone in camera, lacrimando lo segnavano, domandando maravigliose perch cos gli avessero turato il viso. Perch gli era s trasfigurato rispose il frate Berna e brutto, che gli arebbe fatto paura a chi lavesse guardato . [56] Messero queste parole paura e i circustanti che ei non fusse morto di qualche cattivo malaccio e che si appiccasse, s che tutti quanti stavano in cagnesco, leggermente a messer lo frate ogni cosa credendo. Ma, sendone gi sopravenuta la notte, fu la casa sgombra, e solo alcuni pochi parenti della Mante vi restarono, e il padre spirituale che lo guardava, con un libbro in mano, fingendo di leggergli salmi e orazioni; e quando fu tempo, cenarono dun gran vantaggio. [57] Ma venutane la mattina, fecero intendere a i fratelli che mandassero la veste, ch Falananna era morto, e gli invitarono per la sera doppo compieta alle esequie. Venne subitamente la veste, la quale da mona Antonia e dal Berna gli fu messa sopra quella chegli aveva, e la capperuccia su la faccia gli venne doppiamente a coprire il viso; e cos tutto il giorno vennero uomini e donne a consolar la Mante e a segnare il marito, increscendone a tutti. [58] Ciascuno diceva:

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Dio gli perdoni! Il che Falananna udendo, maraviglioso piacere e contento sentiva, pensandosi certamente desser morto. Ma poi che vespro non solo fu detto, ma la compieta, vennero, secondo lordine, i preti di San Friano e i frati del Carmino coi fratelli della compagnia di san Cristofano, che cos era intitolata (la quale era appiccata col convento medesimamente del Carmino, dove i frati fecero poi, ed vvi ancora, un refettorio), della quale gli uomini erano tutti tessitori; e nel mezzo a punto avevano fatto fare un grandissimo avello, nel quale chiunque moriva di loro si sotterrava. [59] Il che venne molto a proposito al Berna e alla Mante, perci che quel sepolcro avea una lapida gravissima e congegnata in modo, che n alzare n aprire si poteva, se non da chi fusse stato di fuori; e per questo il Berna fra s diceva: Se egli ventra, converr che, o per amore o per forza, che egli vi muoia drento, non vi si ragunando coloro che una volta il mese . [60] Ma poi che i frati e i preti, passando da luscio, ebbero auto la cera, andorono i becchini per il corpo. Che diresti voi che Falananna, avendo auto grandissima voglia di far le sue cose e forse due ore sconcacatosi, e gran pezzo avendola ritenuta, nella fine, non potendo altro fare, laveva lasciata andare, e avendo le lenti riconce fatto operazione, come se egli avesse preso scamonea, avea gittato un catino di ribalderia; la quale per essere stata alquanto rattenuta, tanto putiva, e s corottamente, che non si poteva star per lo puzzo in quella camera. [61] E cos, tosto che furono drntovi i becchini, e che lo presero, turandosi il naso dissero a coloro che erano ivi intorno: O diavolo, non dovete averlo zaffato voi: in malora, non sentite voi come egli pute? Vedete chei cola: ohim! voi dovete esser poco pratichi . [62] E cos a malincorpo portandolo, quasi ammorbati, lo posero nella bara; onde i fratelli, sendo gi i pre-

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ti e i frati forniti di passare, comportando il meglio che potevano il triste odore, levato se lavevano di spalla, e dietro la croce seguitavano di camminare. [63] Ora avvenne, camminando, che ei giunsero sul canto al Lione; e in su la svolta a punto capitati, tutte le genti, come usanza, dimandavano chi fusse il morto; alle quali era risposto esser Falananna; tanto che a ciascuno ne incresceva, dicendo: Dio abbia auto lanima sua . [64] Ma un certo suo conoscente e amico, intesolo anchegli, e veggendolo portare a seppellire, poco discreto, anzi adirato, disse: Ahi ribaldo giuntatore! Egli se ne va con tre lire di mio: e sai che io non gnene prestai di contanti? Tristo ladro, abbisele sopra lanima! E disse queste parole tanto forte, che Falananna intese: il quale, o per non andar con quel carico, o parendogli essere a torto o troppo ingiuriato, dato una stratta alle mani, e di quelle sviluppatosi, si stracci prestamente e alzssi quel pannaccio che gli nascondeva il viso; [65] e rittosi a sedere sopra la bara, a colui che tuttavia oltraggiandolo andava rivolto, disse: Ahi sciagurato! Queste parole si dicono a morti? Tristo! Che non me gli aver chiesti quando ero vivo? O andare a mgliama, che tarebbe pagato? Quelli che lo portavano udite le parole, spaventati, lasciorono andare la bara, e colui fu per spiritare. Falananna, sendo caduto con la bara in terra, gridava pure a coloro, che erano spaventati: [66] Non dubitate frategli, io son morto, io son morto, fate pur luffizio vostro conducendomi a lavello ; e assettatosi come prima nella bara a ghiacere, gridava pure. Portatemi via a sotterrare, portatemi via, chio son morto . [67] Le grida quivi intorno si levarono grandissime:

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chi fuggiva, chi si nascondeva, chi si segnava. La croce, che era gi preso alla porta della chiesa, si ferm, e colui pur gridava: Seppellitemi, seppellitemi, chio son morto . Ma alcuni della compagnia, conoscendo assai bene la sua natura, se gli accostarono, e con alcuni torchi lo cominciarono a frucare dicendo: Scelerato, ribaldo, che cosa questa? [68] Falananna diceva pur gridando: Sotterratemi, io son morto, che siate impiccati per la gola! Sotterratemi per lamore di Dio . Onde coloro, presi quei torchi capo piedi, lo cominciarono a bastonare e dargli di buone picchiate. Falananna, sentendo le percosse, cominci a stridere e guaire, e sviluppandosi il capo e i piedi, perch coloro non gli rompessino il dosso, si usc della bara, e correndo gridava: [69] Ahi traditori, traditori, voi mavete risucitato! perci che avendo auto una bastonata in su la testa, gli grondava il sangue per lo viso e per lo petto; onde, pensandosi desser vivo, diceva pure: Traditori, a questo modo si fa riuscitare i morti? Io me ne voglio andare alla Ragione . [70] Per la qual cosa la gente dintorno, uditolo, la maggior parte lo stimarono impazzato affatto o spiritato; e i fanciulli, preso della mota e de sassi, cominciarono, gridando Al pazzo, al pazzo, a dargli la caccia; onde egli, spaventato, si messe a correre e a fuggire in verso il Carmino, ed essi ditrogli, gridando sempre Al pazzo, al pazzo, per la piazza del Carmino lo seguitarono. [71] Falananna, sbigottito e spaventato, non sapendo dove, a correre e a fuggire attendeva, pur sempre gridando, e lasciando per donde egli passava le persone maravigliose e smarrite, veggendolo in quella guisa vestito. Il quale, cos fuggendo, era capitato in sul canto del ponte alla Carraia; e seguitando il cammino, impau-

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rito per lo romore e per lo strepito de populi, in verso il ponte sindirizz; e tuttavia da i sassi e dalle strida accompagnato, su per lo ponte prese la strada; [72] dove, quasi alla fine giunto, trov un carro nel mezzo della via, e non so che some di paglia, e muli e asini carichi di rena, in modo che tutto ingombravano il sentiero, n vi era luogo rimasto donde passar si potesse, se prima il carro e laltre bestie, passando, non avessero aperta la strada. [73] Onde Falananna, sendo spronato dreto dalle frombole e dalla paura delle grida, sal in su le sponde per far pi tosto; ma, come volle la sua sciagura, o per la fretta o perch quei pannacci se gli avviluppassero fra i piedi o come ella sandasse, sdrucciolando se nand in Arno. [74] Era in quel tempo venuto in Firenze un fiammingo, grandissimo maestro di far fuochi lavorati; ed essendo stato alla Signoria e al gonfalonieri, si era vantato di fare e mostrar segni de larte sua miracolosi. E a punto il giorno, per loro commessione, due dei Dieci di guerra e due de i collegi e altri uomini nobili e riputati della citt erano andati per vedere dun certo olio artifiziato la prova, che ardeva subito che egli toccava lacqua; e al ponte a Santa Trnita venuti, aveva quel maestro duna sua ampolla ne lacqua dArno lolio gittato; [75] il quale, tosto che lebbe tocca, cos si avamp e accese, in buono spazio sallarg; di che i fiorentini nostri tutti restarono stupiti e meravigliosi. [76] E cos per lacqua sparso se nandava, secondo il corso, gi per quella ardendo, e a punto era la met passato il ponte alla Carraia sotto lultima pila, quando Falananna cadendo ne lacqua giunse, e per sorte nel mezzo dette di quello olio ardente; il quale, come se colui fusse stato impeciato, se gli attacc a dosso. Falananna, avendo, con laiuto de lacqua e poi della rena, ricevuto poco danno della percossa, ancor che fusse andato per fino al fondo, era tornato a galla e rittosi in piede, per che lac-

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qua gli dava a punto al bellico. [77] Ma veggendo e pi sentendo la fiamma che lardeva, cominci a stridere e a gridare quanto gli usciva della gola, e con le mani saiutava quanto poteva, gittandosi de lacqua a dosso; e cos facevano le genti, che per la Porticciola erano corse in buona quantit per aiutarlo. Ma quanto pi cercavano ammorzargli e spegnerli quelle fiamme, tanto pi gnene accendevano; [78] s che il pover uomo attendeva a guaire e a urlare con s alta voce, che risonando gi per lo corso dellacque, si sara potuto sentire agevolmente per infino a Peretola; e dimenandosi e scontorcendosi in quelle fiamme, sembrava una di quelle anime che mette Dante ne lInferno. Ma ardendolo il fuoco, e consumandolo a poco a poco, gli tolse la vita. [79] Le persone che erano andate per dargli aiuto, lo avevano intanto e con funi e con legni tirato alla riva; nientedimeno non restava dardere ancora, perch quanto pi acqua gittandogli a dosso per ispegnere adoperavano, tanto pi gli accendevono e nutrivongli il fuoco, di modo che egli era di gi quasi tutto consumato e arso, e sarebbe arso e consumatosi affatto, se non che il fiammingo, corso al romore, si fece dare de lolio ordinario, e spargendognene per tutto, fece in un subito cessare lardore, e spegner totalmente la fiamma, con grandissimo stupore di tutti coloro che lo viddero. Ma Falananna rimase di sorte, che pareva un ceppo di pero verde, abbronzato e arsiccio. [80] La Mante, il Berna e mona Antonia, avendo inteso come Falananna era riusucitato e corso via, dolenti, dora in ora lo aspettavano a casa; e a punto frate Berna se ne voleva andare, quando venne lor per la nuova come egli era cascato in Arno e arso. La qual cosa, e per la voglia e per la maraviglia, a prima giunta poco credevano; ma tuttavia sentendo rinforzare la cosa, il Berna cos come gli era da frate, per certificarsi, si mosse; e arrivato al ponte alla Carraia e gi sceso, vidde il misero Falananna cos abbronzato e arso, che dogni altra cosa avea

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sembianza da uomo in fuori; [81] e piangendo con li occhi e ridendo col cuore, se ne torn a confortare la Mante e mona Antonia, che gi da i loro parenti erano state visitate e consolate dun tanto orrendo e spaventoso caso; il quale a ognuno che lo intendeva, pareva, s come gli era, stupendo e maravigliosissimo, non si potendo acconciare ne lanimo chun uomo potesse cascare in Arno e ardere. [82] Pure poi, intendendo il modo, ne restarono sodisfatti, increscendo a ciascuno della nuova e non mai pi udita sciagura di Falananna; molti pensando che ci gli fusse avvenuto per opera di streghe, chi per forza dincanti e di malie, altri per arte di negromanzia, e alcuni per illusione diabolica: pure la maggior parte delli uomini si accordava che dalla sua scempiezza e pazzia incomparabile fusse derivato il tutto. [83] La Mente doppo pochi giorni, sendo per virt del testamento doventata padrona della robba di colui, con volunt della madre e de parenti tolse per sposo il Berna, e publicamente fece le nozze: col quale visse poi gran tempo allegramente, crescendo sempre in roba e in figlioli alla barba di Falananna, il quale, come avete udito, casc in Arno e arse. Il che sendosi di poi messo in proverbio, durato per infino a i tempi nostri; onde ancora a certo proposito si dice: Casc in Arno e arse.

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NOVELLA TERZA
[1] La Lisabetta delli Uberti, innamorata, toglie per marito un giovane povero ma virtuoso, e alla madre, che la voleva maritare riccamente, lo fa intendere: onde colei, adirata, cerca di disfare il parentado: intanto la fanciulla, fingendo un certo suo sogno, collo aiuto dun frate viene, con buona grazia della madre, agli attenti suoi.

[2] Se mai in questa sera o ne laltra passata le donne ugualmente e i giovani avevono riso di voglia, questa novella di Florido gli aveva fatto ridere di cuore e daddovero; n di ridere si potevono ancor tenere, bench a qualcuno per le risa dolessero gli occhi e l petto; e pi arebbero riso, se il fine veramente troppo crudele e disperato di Falananna non gli avese rattemperati un poco, stimandolo nondimeno cos valente levaceci, come si fusse, o pi, maestro Simone da Villa e Calandrino. [3] Ma Galatea, a cui toccava la volta, fornito di ridere, cos graziosamente a favellare incominci: Nella mia novella, costumati giovani e voi oneste donne, non saranno gi casi n tanto faceti n tanto piacevoli quanto nella passata; ma uno accorgimento e uno spediente preso da una fanciulla innamorata intendo di raccontarvi, cotale che, sio non minganno, maraviglia non piccola vi arrecher, veggendo farle maggior conto della bont e della virt, che delle ricchezze, delle grandezze, degli onori e de i favori del mondo . E soggiunse: [4] Mona Laldomine degli Uberti, donna nobile e ricchissima della nostra citt, rimase vedova con una sua figliola chiamata Lisabetta, virtuosa non pure, ma bellissima a maraviglia. Era costei da molti giovani nobili e ricchi amata e vagheggiata: ed essendo oggimai nel tempo di doversi maritare, per consequente chiesta alla madre mille volte ogni giorno, non tanto per le qualit sue

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lodevoli e per le bellezze, quanto per la dote grandissima che ella aveva, e per la speranza della eredit. [5] Ma la madre, per la gran voglia che la figliola fusse ben maritata, non si sapeva risolvere a cui dar la volesse, cercandone un marito giovane, bello, ricco, nobile, discreto e costumato; di maniera che a ciascuno mancava sempre alcuna delle parti sopradette; e non si poteva abbattere a suo modo. [6] In questo mentre la Lisabetta sera ardentissimamente innamorata dun giovane che le stava a casa a lato, chiamato Alessandro, per ogni altro rispetto riguardevole, salvo che egli era povero, e, secondo la vulgare oppenione, non troppo nobile, ma onorato e benvoluto da ognuno che lo conosceva. E perch egli non aveva n padre n madre n fratelli n sorelle, solo con una fantesca vivendo, attendeva agli studi delle buone lettere; e perci si stava la maggior parte del tempo in casa; dove la Lisabetta, per vederlo, veniva spesso in sul terrazzo o a una sua finestra, che quasi tutta la casetta di colui scoprivano. [7] L onde Alessandro, che era saggio e accorto, in poco tempo si avvidde della cosa, e per tal modo ricevette lei nel cuore, che ad altro n d n notte pensar non potea; e maggiormente poi che dalla fanciulla gli furono gittate non so che lettere, tanto ben composte e con tanta facondia, che gli arrecarono grandissima maraviglia, e gli raddoppiarano in mille doppi lamore; massimamente udendo il bene incomparabile che ella diceva di volergli. [8] Per la qual cosa seco stesso pensando, gli parve di tentare, e vedere se ella volesse essere sua sposa, e segretamente fare il parentado; il quale, fatto che fia, converr pure che sia fatto; dicendo: Se ci mi avviene, chi di me viver poi in questo mondo o pi felice o pi beato? [9] E subito le scrisse una lettera, dove le apriva tutto lanimo suo. La Lisabetta, senza troppo pensarvi, si risolv tosto a volerlo, avendo inteso, oltre a loppenion sua, per bocca duomini intendenti

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quanta egli avessi in s dottrina e giudizio, e quante ottime qualit si trovassero in lui, giudicandolo non pure buono dispensatore e mantenitore, ma ottimo accrescitore delle sue ricchezze; [10] di modo che, avendogli avvisato quel tanto che far dovesse, laltra notte Alessandro, salendo din sul suo tetto con lo aiuto duna scala in sul terrazzo di lei, la trov, secondo lordine, tutta lieta che laspettava; e quivi, di molte e varie cose ragionato, altro per allora non le fece che baciarla e darle lanello, lasciando, come ella volle, la cura a lei di scoprire il parentado; e cos contentissimi lun da laltro si partirono. [11] Mona Laldomine intanto si risolvette a voler dar la Lisabetta a Bindo, figliolo di messer Geri Spina, un de primi cittadini allora di Firenze; ancor che in lui pochissime delle condizioni che ella voleva si ritrovassero. Ma la Lisabetta, che il tutto aveva inteso, anticipato il tempo, una sera doppo cena alla madre raccont di punto in punto ordinatamente quel tutto che tra lei e Alessandro fusse occorso; [12] di che mona Laldomine adirata, fece romor grande, e che non pensasse mai che il parentado andasse innanzi, e che non voleva a patto nessuno; e la mattina per tempo la men seco e lascilla nel Monastero; e tornata a casa, mand per messer Geri, e narrgli ogni cosa, e tra loro disegnarono di fargnene renunziare a ogni modo, se non per amore, per forza; e di scrivere a Roma, e cavar dal Papa per via di danari lettere al vicario, che sotto pena di scomunicazione facciano stornare il parentado. [13] La voce si sparse per Firenze, n daltro per allora non si ragionava; e Alessandro, doloroso a morte, pensava fermamente non aver a far altrimenti le nozze con la sua dolcissima Lisabetta; e gi gli aveva fatto favellare messer Geri, e sbigottitolo di maniera che egli stesso non sapeva che farsi; e pure, inanzi che altro seguitasse, arebbe voluto intendere la oppenione della fanciulla. [14] La qual non potendo uscire del Monastero, n avendo commodit di poter

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mandar n imbasciate n lettere al suo Alessandro, dubitava che egli non stessi fermo, e che per paura non si conducesse a renunziarla, sapendo benissimo lautorit e la potenza di messer Geri; di che ella viveva pessimamente contenta, e giorno e notte pensava di metter a effetto il desiderio suo, e mille partiti e mille modi ognora si rivolgeva per la fantasia. [15] Pure uno tra gli altri si deliber di provare: e per questo alla badessa disse che la coscienza la stimulava ognora a lasciar andar quel Alessandro povero, e fare la volunt della madre, togliendo Bindo ricchissimo; e che era contante, considerato avendo meglio i fatti sua, di far quello che piaceva a mona Laldomine. La badessa ne fu allegrissima, e subito alla madre di lei lo fece intendere; la quale tutta lieta se ne venne al Monastero, e con grande affezione abbracciato e baciato la figliola, la sera medesima ne la rimen a casa; avendo in animo la mattina vegnente mandar per messer Geri, e seco disporre e ordinare che le nozze si facessero quanto pi tosto si potessero. [16] Ma la Lisabetta, per colorire tutto quello che ella aveva disegnato, dormendo in una anticamera, come tosto vidde per gli spiragli della finestra essere apparito lalba, si lev e vestsse e ne venne subito in camera della madre, e tutta spavantata e con voce tremante disse: [17] Madre mia cara, io ho fatto or ora un sogno che mi ha tutta quanta sbigottita: uh! uh! Signore, un sogno chio tremo a verga a verga per la paura. Omb, che vuoi tu chio ne facci? rispose mona Laldomine. Non vi pensar pi: non sai tu che il proverbio dice che i sogni non son veri, e che i pensier non riescono? Ohim! disse la Lisabetta , voi non sapete che cose io ho veduto! E dicovi che le appartengono anche a voi; per vorrei che noi ci pensassimo. [18] E che pensamento vuoi tu farci? soggiunse la

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madre; e venne a punto a cadere dove la Lisabetta voleva, dicendole: Se tu pur vuoi, io mander per fra Zaccheria nostro confessoro, che mezzo santo, ed un gran maestro di interpretare questi sogni. Deh s, per quanto ben vi voglio , seguit la Lisabetta , mandate per lui, che mi par mille anni desser fuor di questo travaglio . [19] L onde mona Laldomine, chiamato una delle fantesche, le imprese che a Santa Croce andasse, e da sua parte dicesse a fra Zaccheria, che venisse allora allora infino a casa per cosa di grandissima importanza. Era questo frate un religioso dottima fama, e pi ripieno assai di bont che di dottrina, persona semplice e divota; [20] il quale, udito la imbasciata, se ne venne prestamente a casa mona Laldomine, e la trov in camera con la figliola, che lo attendevono; le quali, fattosegli incontro con riverenza, onoratamente lo ricevettero; e fattolo porre a sedere, ed elleno arrecatesegli al dirimpetto, aspettandolo in compagno in sala, cominci cos mona Laldomine a dire: [21] Padre, non vi maravigliate chio abbia cos per tempo e in fretta mandato per voi; perci che qui la Lisabetta mia ha fatto un sogno, che lha tutta quanta impaurita; e cos vorrebbe averne il vostro giudizio, e che voi glielo interpretasse. [22] Sorella mia rispose il frate , io far, per piacervi, conlaiuto di Dio, ci che io sapr, e quanto da Lui mi sar spirato; dicendovi primamente che gli pazzia a por molta cura, o dar troppa credenza a i sogni, perci che quasi sempre son falsi; n si vorrebbe anche farsene beffe affatto, o dispregiargli del tutto, perch qualche volta son veri; [23] e ce ne fanno fede in pi luoghi il Vecchio e il Nuovo Testamento, come si legge di Faraone delle sette vacche magre e delle sette grasse, e cos delle spighe. E ancora santo Luca dice ne lEvangelio che a Giuseppe apparve lAngelo in sogno, e gli

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comand che con la Vergine e con Cristo se ne fuggisse in Egitto, allora che Erode cercava dammazzarlo : e voltosi alla fanciulla, disse che cominciasse la sua visione. [24] Per la qual cosa la Lisabetta, abbassati gli occhi a terra, pregato prima fra Zaccheria e la madre che, per fino che ella non avesse fornito di dire, che fussero contenti di non le rompere le parole, con voce tremante cos a dire incominci: [25] Iarsera, andatamene a letto pi tardi chel solito, mi accadde che, entrata in vari pensieri e diversi, non potetti per buono spazio aver forza di chiuder mai occhio; pure l vicino al giorno finalmente maddormentai; e dormendo, mi pareva dessere in su le rive dArno, fuor della porta a San Friano, le quali vedeva tutte fiorite, e sopra la verde e minutissima erbetta sedermi sotto il primo alberetto alla dolce ombra. [26] E rimirando lacque, quanto mai purissime e chiare, con dolce mormorio andarsene tranquillamente alla china, sentiva maraviglioso piacere e contento; quando mi viddi inanzi a gli occhi un carro grandissimo comparire, mezzo bianco come lavorio e mezzo nero a guisa de lebano. Dal lato destro era una grandissima colomba, bianca come la neve, e dal sinistro un smisurato corbo nero a similitudine di brace spenta, che nel modo che i nostri carri fanno i cavalli e i buoi, quello tiravano. [27] Nel mezzo a punto desso era posto una sedia, la met bianca e laltra nera, come tutto il restante del carro miracolosamente lavorata, nella quale io, mentre che quasi trasognata rimirava, non so n da chi n come, fui posta a sedere; ma non vi fui cos tosto dentro, che la candida colomba e il tetro corbo, spiegando lali, pi veloci assai chel vento se ne girono per laria volando; e poggiando allo ins, tutti i cieli mi parve che passassero. [28] Ora, lasciando indietro le maraviglie chio vi viddi, mi guidarono, a modo nostro, in uno spaziosissimo salotto tutto tondo; e postomi nel mezzo, a pi duna grandissima palla mi lascia-

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rono, intorno alla quale tre gradi stavano di bellissimi giovani; i primi di verde erano vestiti, di bianco i secondi, e i terzi di rosso. Cos quivi condotta ritrovandomi, maravigliosa e timorosa aspettava quel che seguir ne dovesse: quando quella grandissima palla scoppiando saperse, e restvvi una sedia altissima, che pareva chardesse, e suvi un giovane a sedere, pur di fuoco vestito e di fiamme accese incoronato. [29] Ma quanto egli volse in verso me il viso, gli occhi miei debolissimi non poterno sufferire tanta luce, perci che mille volte era pi risplendente che quel del sole; onde abbagliati, mi fu forza chinargli a terra; e per buono spazio tenendogli chiusi, maccorsi poi, girandogli intorno, che dal soverchio splendore era cieca divenuta. [30] Quando, con voce che pareva dun terribilissimo tuono, udii dire una parola non mai pi da me udita, n mai credo nel mondo favellata; onde subito, non veggendo da chi, mi sentii portare; e doppo lunga pezza per aria aggiratomi, fui in terra posta, secondo che brancolando mi pareva sentire, sopra uno erboso prato; e di fatto una voce umana udii, che disse: [31] Figliola, non dubitare, aspetta, che tosto riarai il vedere. Al suono delle cui dolcissime parole voltomi e risponder volendo, non potetti quel chaveva ne lanimo far noto con la lingua; e di cieca, mi conobbi ancora essere mutola diventata; e non meno dolente che paurosa, attendeva ci che nella fine esser di me doveva; quando da persona viva mi fu presa la mia destra, e dettomi: Distenditi in terra quanto sei lunga. [32] E io obbediente cos fatto, arrivai con la fronte alle fresche sponde duna fontana; e distendendomivi drento la mano, mi comand colui che gli occhi mi toccassi, e con le santissime acque mi lavassi tutta la faccia; e subito (o cosa miracolosa!) riebbi la vista; e girato gli occhi intorno, fui da cos maraviglioso stupore sopragiunta, che per lallegrezza e per la gioia pareva che l core mi volesse saltar del petto, veggendomi dinanzi a un cos divoto

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eremita, daspetto venusto e severo. [33] Il volto aveva squalido e macilente, gli occhi dolci e gravi, la barba folta e lunga per infino al petto, le chiome distese e sopra le spalle cadenti: i peli de luna, e de laltra i capelli, sembravano fila di purissimo e sottile tirato: le vestimenta erano lunghissime e finissime del color della lana: cinto nel mezzo con due fila di flessibili giunchi, in testa aveva di pacifica oliva leggieri e vaga ghirlandetta: dogni onor certo, e riverenza degno. [34] Il prato dove io sedeva era di molle e cos verde erbetta, che alquanto pendeva in bruno, distinto per tutto e variato da mille diverse maniere di soavissimi fiori; e quanto locchio mio scarico poteva vedere intorno, tanto durava, e forse pi assai, la lietissima pianura, senza esservi lbori di sorte alcuna. [35] Il cielo di sopra si scorgea lucente e chiarissimo, senza stelle, luna o sole. Sedevasi la persona divina sopra un rilevato seggio, che era un sasso vivo circondato di ellera: da ogni banda veder vi si poteva una non gi troppo grande, ma vaga e dilettosa fontana, non da dotte o maestrevoli mani artificiosamente di marmo o dalabrastro fabbricata, ma dalla ingegnosa natura puramente produtta: le sponde de luna erono di freschi e rugiadosi gigli, laltra le aveva di pallide e sanguigne viole; lacque della prima sembravano molle e tenero latte, quelle della seconda parevano di finissimo e nero inchiostro. [36] Ora, mentre io rimirava intento le dette cose, il santo vecchio mi benedisse, e in uno stante mi ritorn la favella; ondio, inginocchiatomeli a piedi adorando, il meglio chio sapeva gli rendeva grazie; quando egli, rompendomi le parole, disse: Abbia cura, e diligentemente attendi a quel chio fo, perch ogni cosa sar fatto a tuo ammaestramento. [37] E sendo in mezzo le due fontane, con la sua destra un sasso piccoletto prese, e nella fonte che guardava a loriente lo gitt: ma non s tosto le bianchissime acque da lui percosse furono, che di quelle si vidde uscire un bambino biancoso e ricciuti-

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no, di razzi, di stelle e di vivo splendor circundato, cantando e ridendo, in verso il cielo tutto allegro salire: e come se egli avessi lali, in su volando, and tanto alto, chio lo perdei di vista. [38] E doppo con la sinistra mano un altro sassetto prese, e nellaltra fonte a loccidente volta gittatolo, subito da quello la caliginosa acqua tocca, si vidde visibilmente uscire un altro bambino livido ed enfiato tutto quanto, e intorniato di ruote di fiamma accesa; e come segli ardesse, si scontorceva e dimenava. In un tratto, apertasi la terra, dinanzi a gli occhi miei si fece una caverna profondissima nella quale, gridando e stridendo, quel bambino si messe allo ingi precipitando; ma prestamente inghiottitolo, si serr la fessura e ritorn la terra al pari, e come prima erbosa e colorita. [39] Allora luomo di Dio, chiamatomi, che quasi semiviva stava sopra le vedute maravigliose cose pensando, disse: Figliola, se tu farai quel chio ti dir, alla fine della vita lanima tua, volando, se nandr come il bambino che usc di quella fontana; e mostrmmi quella di latte, e poi soggiunse: Se tu romperai il mio e di Dio comandamento, con laltro che di questa altra usc, nel profondo de lInferno si ritrover a perpetuo supplizio condennata, insieme con quella di tua madre. [40] Ondio, fra paura e speranza dolorosa e allegra, cos risposi: Servo di Dio, comandate pure, chio son per fare tutto quel che piace a voi e al mio Signore. Ed egli mi disse: A Dio piace che tu prenda per tuo sposo Alessandro Torelli, s come legittimamente, lasciando ognaltro parentado; e di pi, che tu dia al primo sacerdote che ti verr inanzi, trecento lire; le quali egli doni poi per lamor di Dio a una fanciulla povera, che sabbia a maritare. E questo detto, il prato, le fonti, il santo eremita, col sonno insieme, sparvero in un tratto via da gli occhi miei, e cos mi risvegliai . [41] E qui si tacque. Fra Zaccheria, che quasi una mezza ora era stato intentissimo alle colei parole, e piena

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fede prestandole, non pensando che una cos tenera fanciulla avesse potuto da se stessa mai trovare e ordinare una cos fatta trama, stupito e maraviglioso, ogni cosa minutamente considerato, si volse a mona Laldomine, che gi sera crucciata e voleva gridare con la figliola, e disse che di grazia tacesse; [42] e particolarmente dalla Lisabetta si fece narrare quanto tra lei e Alessandro seguitato fusse; e sapendo come di nuovo ella si doveva maritre a Bindo, e per via del Papa fare stornare il primo e vero parentado, si pens che Domenedio per questa cagione lavesse fatta sognare. [43] Per la qual cosa voltosi a racconsolare mona Laldomine, le fece una bella predichetta sopra il matrimonio, e nella fine conchiuse a lei e alla Lisabetta che il parentado con Alessandro non si poteva per modo alcuno disfare, perci che veramente egli era sposo della fanciulla: dicendo che quello che ha congiunto Dio, luomo non pu n debbe separare, e che le forzi e le legge del matrimonio sono pi forti e maggiori che per aventura molti non si danno ad intendere. [44] E tornando al sogno, tutto lespose loro parte per parte, confermando ne lultimo quelle due fontane, luna bianca essere lo stato dellinnocenza e della grazia, laltra nera quella della malizia e del peccato, significando loro, che se elle non facevano la volunt di Dio, alla fine della vita se nanderebbono nel profondo dello Inferno; in modo che a mona Laldomine pareva gi essere nelle mani di Malebranche, e stava mezza sbigottiticcia. [45] Il buon padre, sapendo che se la Lisabetta non rimaneva a Alessandro, la limosina delle trecento lire andrebbe alla Grascia, aiutava quanto egli poteva la cosa, ancorch la fusse ragionevolissima; e avendo Alessandro per giovane studioso e letterato non solo, ma per costumato e buono, persuadeva mona Laldomine a dargliela a ogni modo, dicendole che le virt in questo mondo erano le vere ricchezze, e di poi che la sua figliola, sendo da per s ricchissima, non aveva bisogno duomo ricco,

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ma duomo bene, che sapesse e mantenere, e accrescere le ricchezze, usandole liberamente, quando la occasione venisse, e secondo il bisogno; [46] e che a questo fare non si poteva trovar giovane in tutto Firenze pi al proposito dAlessandro; tanto che nella fine fece capace alla vecchia esser cosa non pure onesta, ma giustissima dargli la Lisabetta, o per dir meglio confermargliene, poich per volont di messer Domenedio se laveva gi tolta; anzi, che facendo altrimenti, come detto avea, procurava la sua dannazione e della figliuola insieme. [47] E ne lultimo disse e fece tanto, che a mona Laldomine non rimase altro scrupolo nella mente, che licenziar messer Geri, il quale sapeva avere scritto a Roma, favellatone al vicario e a tutti i magistrati, e messo sottosopra Firenze. Onde cos, modestamente favellando, a fra Zaccheria rispose: [48] Voi mavete tanto bene saputo persuadere e con la esposizione del sogno e con le ragione; e di poi fattomi toccar con mano che lanima mia, della qual pi conto tengo che di tutte laltre cose, con quella della mia figliola se ne aderebbe a Casa maladetta; io son contenta di far ci che voi volete; ma non so gi come farmi a licenziar messer Geri, e me gli pare usare troppa grande scortesia, anzi ingiurarlo . [49] A cui cos rispose il frate: Madonna, dove ne va lonor di Dio e la salute de lanima, non bisognano avere n sospetti n rispetti; e se vi piace, io per carit andr a trovarlo, e so chio lo far restar contento e vostro amico. Ohim di grazia rispose la donna chio ve ne prego; e voglio che tutto questo parentado si guidi per le vostre mani, e che voi siate quello che prima lo facciate intendere a Alessandro . [50] La Lisabetta, queste parole cos fatte udendo, aveva tanta allegrezza, che ella non capiva in se stessa: e alla madre rivoltasi cos disse:

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Egli si vuole che inanzi ogni altra cosa, le trecento lire sieno date al padre spirituale per farne la limosina a quella povera fanciulla che si mariti. [51] Ben dicesti soggiunse il frate , perch nel mondo non si pu far cosa pi accetta a Dio che lopere della misericordia; e sapete che appunto io ho una mia nipote cugina, bene allevata e di buoni costumi, che son due anni che larebbe voluto marito, e solamente restato per non aver dote; perci che suo padre, sendo tessitore e avendo la moglie e altri figlioli, a pena che gli possa guadagnar tanto, che dia lor le spese; certamente opera pietosamente sar questa . [52] Per la qual cosa mona Laldomine, fatto una plizza al frate che le trecento lire gli fusser pagate al banco de Peruzzi, lo preg che doppo fussi contento di far lopera con messer Geri. [53] Fra Zaccheria, tutto allegro, si part da loro che rimasero lietissime, e massimamente la Lisabetta. E la prima cosa che fece il buon padre, fu il riscuotere i danari e portarsegli a casa, de i quali poi a luogo e tempo ne marit quella sua nipote: e quando tempo gli parve se ne and a trovar messer Geri, al quale fatto un proemio grandissimo, lo tir alle voglie sue, come colui che si lasciava vincere colle ragioni, avendo nel frate divozione e fiducia grandissima. [54] Onde fra Zaccheria, ringraziatolo sommamente, se ne venne a trovar le donne che lo aspettavano; e narrato loro il tutto, fece chiamare Alessandro, il quale pure allora era tornato a desinare. E poi che egli con allegrezza infinita fu comparito, il buon padre, fattoselo sedere al dirimpetto in compagnia alle donne, gli fece un bellissimo discorso di tutto quello che era intervenuto; e poi gli disse come la sera, ordinato uno splendidissimo convito, voleva che in presenza de gli amici e de parenti sposassi la Lisabetta. [55] E cos restati daccordo, desinarono quivi per la mattina. La sera poscia fecero le nozze belle e magnifiche, dove in pre-

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senza del parentado Alessandro publicamente dette lo anello alla fanciulla, e dorm la notte seco. La qual cosa spargendosi per Firenze, piacque generalemente a ognuno, e ne furono lodate assai la madre e la figliola. [56] Alessandro, della sua povera e piccola casetta uscito, e in quella ricchissima e grande entrato, si messe al govenro, non abbandonando per gli studi, di maniera che in poco tempo si fece ricchissimo e virtuosissimo: in guisa tale appar magnifico, saggio, e onorato cittadino, che la Republica per casi dimportanza se ne serv pi volte dentro e fuori; e cos crescendo in onore, in roba e in figlioli, non senza piacere e contento grandissimo di mona Laldomine, gran tempo visse. [57] E cos lo avvedimento duna fanciulla innamorata vinse la malvagit della fortuna, e procacci a s contento meraviglioso, diletto e gioia, e al marito piacere incomparabile, commodo e onore; utilit infinita, fama e gloria alla sua patria.

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NOVELLA QUARTA
[1] Lo Scheggia, il Pilucca e il Monaco danno a credere a Giansimone berrettaio di fargli per forza dincanti andar dreto la sua innamorata. Giansimone per certificarse chiedendo di vedere qualche segno, gliene mostrano uno che lo sbigottisce: e non gli piacendo di seguitare, operano di sorte che da lui cavano venticinque ducati, de quali fanno un pezzo buona cera.

[2] Tosto che Galatea venne a fine della sua favola, non troppo risa, ma lodata assai da ciascuno, Leandro, che doppo lei seguitava, piacevolmente a favellare incominci, dicendo: Poich la sera passata mi convenne, come volle la fortuna, bellissime donne e voi cortesi giovani, farvi, narrando glinfelici e sfortunati avvenimenti altrui, attristare e piangere, io aveva pensato con una mia novella, questa sera, rallegrandovi e facendovi altrettanto ridere; ma Florido mha furato le mosse, e non so come test mi si verr fatto, poich tanto della sua vi rallegraste e rideste: nondimeno ho speranza di rallegrarvi e di farvi ridere anchio . [3] Lo Scheggia e l Pilucca, come voi potete avere inteso, furono gi compagni astuti e faceti, e uomini di buon tempo, e dellarte loro ragionevoli maestri, ch luno fu orafo e laltro scultore; e ben che fussero anzi che no poveri, erano nemici cordiali della fatica: facendo la miglior cera del mondo e non si dando pensiero di cosa niuna, allegramente vivevano. [4] Tenevano costoro per sorte amicizia dun certo Giansimone berrettaio, uomo di grosso ingegno, ma benestante; il quale allora faceva la bottega in sul canto de Pecori, e in un fondachetto di quella teneva ragunata, e massimamente il verno; dove spesso lo Scheggia e il Pilucca venivano a passar tempo, giucandovisi alcuna volta a tavole solamente, e a germini; e oltre ancora il chiacchierarvisi, vi si beeva

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spesso qualche fiasco: [5] e perch lo Scheggia era leggiadro parlatore, e trovatore di bellissime invenzione, spesse volte raccontava qualche cosa degli spiriti e degli incanti, che piacere e maraviglia non piccola dava agli ascoltatori. [6] Era innamorato in quel tempo il detto Giansimone duna vedova sua vicina, bellissima fuor di modo; ma sendo ella nobile e onestissima, e convenevolmente abbondante dei beni della fortuna, ne viveva malcontento. E non sapendo egli come venire a fine di questo suo amore, pens, non avendo altro rimedio, per forza dincanti e non altrimenti dover poterne crre il desiato frutto: e chiamato un giorno poterne crre il desiato frutto: e chiamato un giorno lo Scheggia, in cui aveva grandissima fede, gli narr e aperse tutto il desiderio suo, e doppo gli chiese e consiglio e aiuto, prima avendolo fatto giurare di tacere. [7] Lo Scheggia gli disse che agevolmente si farebbe ogni cosa, ma che bisognava conferirlo al Pilucca, il quale aveva un suo amico, chiamato Zoroastro, che faceva fare i diavoli ci che gli pareva e piaceva. Giansimone risposto avendo che di tutto era contento, rimasero laltra sera di cenare insieme pure in casa Giansimone, e di consultare e deliberare ci che fusse da fare intorno a questo suo amore. [8] Lo Scheggia allegrissimo, tosto che da lui fu partito, trov il Pilucca, e ogni cosa per ordine gli disse, di che fecero insieme maravigliosa festa, pensando, oltre il piacere, cavare utile non piccolo: e restati quel che far volevano, ne andorono alle faccende. [9] Laltra sera poi (sendo per Ogni Santi) a buon ora si rappresentarono a bottega di Giansimone, dal quale furono doppo non molto menati a casa, dove fatto aveva ordinare una splendida cena; e, poi che essi ebbero mangiato le frutte, fattone andar le donne in camera, caddero sopra il ragionamento di Giansimone e del suo amore. Per lo che lo Scheggia preg il Pilucca, che fusse

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contento di volere pregar Zoroastro, che con glincanti suoi gli piacesse doperar s che Giansimone godesse la sua innamorata, e fargliene possedere, come a infiniti altri uomini da bene par sua aveva gi fatto. [10] Il Pilucca detto di fare ogni sforzo, e che domani gli tornerebbe a rispondere, pensando fermamente darrecargli buone novelle, da lui utimamente presero licenza; il quale rimase tutto consolato e lieto, parendogli millanni di trovarsi con la sua vedova. [11] I dua compagni, fatti var propositi, se ne andorono al letto; e la mattina andati a trovar quel Zoroastro amico loro, gli contarono tutta la trama; la quale molto piacendogli, perch di simil tresche era desiderosissimo, disse loro molte cose, e molti modi trovarono insieme da farlo trarre e rimaner goffo; e consultato che il Pilucca landassi a trovare, e gli dicesse che il negromante era contento di fare ogni suo piacere con questo, che egli voleva venticinque ducati inanzi, si partirono da Zoroastro, e il Pilucca andatosene a bottega del tutto ragguagli Giansimone; [12] al quale parve molto strano i venticinque fiorini, e lo avergli a dare inanzi; e non si risolvendo cos allora, rispose al Pilucca che fusse con lo Scheggia, e che insieme venissero, ch gli aspettava a desinare, dove si risolverebbe, perch non voleva far nulla senza il consiglio dello Scheggia. [13] Piacque assai questa cosa al Pilucca, e trovato lo Scheggia, che lo aspettava in Santa Reparata, ogni cosa gli narr; di che egli fu contentissimo. E andatisi a spasso un buon pezzo, in su lora del mangiare se ne andorono da Giansimone; il quale come gli vidde si fece loro incontro, e presogli per la mano, a desinare (ch stava allora in via Fiesolana) ne gli men. Ma poi che essi ebbero fornito di mangiare, ragionato della cosa de lincanto e dello incantatore per buono spazio, Giansimone non si voleva recare a que venticinque ducati, e maggiormente dovengogli dare in prima. [14] Pure lo Scheggia, dicendogli che il negromante farebbe di modo

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che la sua donna non potrebbe vivere senza lui, fece tanto che egli acconsent con questo intento, che inanzi che i danari si pagassero, voleva veder segno de larte sua, onde potesse sperare di ritrovarse con la sua innamorata. [15] Ben sapete rispose lo Scheggia egli bene onesto e vi far veder cosa che vi maraviglierete, e vi renderete sicuro del tutto; ma avete voi pensato il modo, come vi volete trovar la prima volta seco? Ditemi. Non io ancora rispose Giansimone. [16] Disse il Pilucca: Egli sar bene che il primo tratto ve la faccia in su la mezza notte venire al letto, e che ignuda ve la metta a lato, e che di poi la faccia in modo innamorar di voi, che ella non vegga altro Dio, e si consumi e strugga de fatti vostri, come il sale ne lacqua: e lo far in guisa, che ella vi verr dietro pi che i pecorini al pane insalato. [17] Tu lhai carpita soggiunse Giansimone , non si poteva pensar meglio; a cotesto modo si faccia: ma prima che io conti la moneta, qualche segno intendo di vedere, non perch io non mi fidi di voi e di lui, ma per non parere una persona fatta a gangheri, anzi mostrare dessere un uomo e non unombra, e per andare in tutte le cose giustificato; del che lo incantatore mi terr molto da pi. [18] Egli non vi si pu apporre seguit lo Scheggia , cos ben favellate; e per non domandasera, laltra, che domenica, noi insieme ce nandremo a trovarlo a casa, l dove egli sta in Gualfonda, e vedrete miracoli . E cos molte altre cose ragionato, restati utimamente di ritrovarsi la domenica sera in Santa Maria Novella, se ne usciron fuori, e Giansimone lieto se ne and a bottega, e i duo compagni a trovar Zeroastro. [19] Il quale era uomo di trentasei in quaranta anni, di grande e di ben fatta persona, di colore ulivigno, nel

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viso burbero e di fiera guardatura, con la barba nera arruffata e lunga quasi insino al petto, ghiribizzoso molto e fantastico. Avea dato opera allalchimia; era ito dreto, e andava tuttavia, alla baia delli incanti; aveva sigilli, caratteri, filattere, pentacoli, campane, bocce, e fornelli di varie sorti da stillare erbe, terra, metalli, pietre e legni; [20] aveva ancora carte non nata, occhi di lupo cervieri, bava di cane arrabbiato, spina di pesce colombo, ossa di morti, capresti dimpiccati, pugnali e spade che avevano ammazzati uomini, la cravicola e il coltello di Salamone, ed erbe e semi colti a vari tempi della luna e sotto varie costellazioni, e mille altre chiacchiere e favole da far paura agli sciocchi. [21] Attendeva a lastrologia, alla finosomia, alla chiromanzia, e cento altre baiacce. Credeva molto alle streghe, ma soprattutto agli spiriti andava dietro; e con tutto ci non aveva mai potuto vedere n far cosa che trapassare lordine della natura, bench mille scerpelloni e novellacce intorno a ci raccontasse, e di far crederle singegnasse alle persone: [22] e non avendo n padre n madre, e assai benestante sendo, gli conveniva stare il pi del tempo solo in casa, non trovando per la paura n serva n famiglio che volesse star seco; e di questo infra s maravigliosamente godeva, e praticando poco, andando a caso con la barba avviluppata, senza mai pettinarse, sudicio sempre e sporco, era tenuto dalla plebe un gran filosofo e negromante. [23] Lo Scheggia e il Pilucca erano suoi amicissimi, e sapevono a dua once quanto egli pesava, e a quanti d era San Biagio; s che trovatolo, gli narrarono la convegna fatta con Giansimone, e da i venticinque ducati che dar doveva inanzi, con questo che veder voleva qualche segno da poterse assicurare che la cosa fusse per riuscire; e gli dissero nella fine tutto quello che gli erano restati seco. [24] Zoroastro nondimeno era astutissimo; e molti modi, prima per fargli vedere il segno, e doppo circa a lamore di colui trovati, ed eglino ancora infiniti dettine,

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rimasero daccordo e terminarono quel che far dovevano; e la domenica sera disse loro Zoroastro che gli aspetterebbe quivi in casa del tutto provveduto. E coloro partitisi allegrissimi, che parecchi giorni e settimane arebbero da spendere alla barba di Giansimone, attesero, infino al termine dato, a loro spassi e altri badalucchi. [25] Giansimone, veggendo ogni mattina la sua vedovoccia grassa e fresca, si consumava e si struggeva come la neve al sole, mille anni parendogli di tirarsela a dosso, dicendo spesso tra s: Ahi traditoraccia, cagna paterina, tu non mhai guardato diritto ancora una volta sola, poscia che io di te minnamorai: ma egli verr tempo che io te la far piagnere a caldocchi! Lascia pur far a me; se io ti metto il branchino a dosso, per lo corpo dAnticristo, che tu mel saprai dire . E veggendo spesso ora lo Scheggia e ora il Pilucca, non restava di raccomandarse, e di ricordar loro i fatti suoi. [26] Venne finalmente la domenica, e Giansimone non ebbe cos tosto desinato, che egli se nand in Santa Maria Novella, e udvvi il vespro, la compieta e le laude; s che uscendo, in su la porta a punto riscontr i duoi compagni, sendo gi vicino al sonar lAve Maria: e i quali dato la buona sera, disse: Io cominciava a dubitare; voi ste venuti s tardi! Non tardi, no rispose il Pilucca , noi restammo dandare in su la mezza ora . [27] E cos, dato un po di volta, si condussero a punto a casa colui che laria cominciava a imbrunire; e picchiato due volte, fu tirato loro la corda; e fattosi Zoroastro in capo di scala con un candelliere in mano, fece loro lume, ed essi, montato la scala e in sala compariti, furono da lui con lieto viso ricevuti; e postisi a sedere, favellando, entrarono in diversi ragionamenti, tutti di diavoli e di spiriti. [28] Finalmente il Pilucca, rivolte le parole a Zoroastro, disse: Costui quel uom da bene innamorato, di cui vho

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parlato; ed venuto per veder segno della vostra arte, e di poi far quel tanto che noi vorremo . Rivolse allora Zoroastro gli occhi spaventati in verso Giansimone, e con una guardatura s fiera, che tutto lo fece riscuotere, e gli disse: [29] Sia col buon anno, io sono apparecchiato a far ci che vuole per amor vostro, e non so gi altri fuor di voi che mi conducesse a far questo; ma voi ste tanto miei amici chio non posso n debbo in cosa niuna, che per me far si possa, mancarvi . [30] E lasciatogli in sala, dicendo che tornerebbe allora allora, se nand in una camera e vestssi un camice bianchissimo e lungo per infino in terra, e si cinse nel mezzo con un cordone rosso; in testa si messe un elmo circondato da una ghirlanda di serpi contrafatte, ma con tanto artifizio che parevono vive, e nella man sinistra prese un vaso di marmo, e con la destra una spugna, legata a un stinco di morto; e cos divisato se ne venne in sala: alla cui giunta, quanto coloro ebbero allegrezza e gioia, tanto ebbe paura e doglia Giansimone, e anzi che no si pentiva desservi venuto. [31] Zoroastro, posto in terra la spugna e l vaso, disse loro che non dubitassero di cosa che essi udissero o vedessero, e che non ricordassero mai n Dio n Santi; e poscia cavatosi un libriccino di seno, finse, borbottando pian piano, di leggere cose alte e profonde; e inginocchiato, talora baciando la terra, e guardando alcuna volta il cielo, per un quarto dora fece i pi strani giuochi del mondo; [32] e di poi fornito aperse il vaso, che era pieno di verzino, e tuffvvi dentro la spugna, dicendo un po fortetto: Con questo sangue di dragone faccio il cerchio di Plutone . E fece un gran giro, di modo che teneva i dua terzi della sala, e inginocchiatosi nel mezzo, e baciato tre volte la terra, disse a loro che chiedessero che segno volevano. [33] Allora il Pilucca, rivoltosi a Giansimone, che

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tremava come foglia, lo domand che segno gli piaceva pi daltro di vedere. Giansimone disse allo Scheggia rivoltosi, che guardasse un poco egli; per lo che egli e il Pilucca trovato avendone parecchi, niuno piacendogliene, per lo essere qual di poco momento, qual di troppo, quel pericoloso, questo contra la fede, non si sapeva risolvere; quando Zoroastro, quasi ridendo, disse: [34] Io ho pensato di farvi vedere una cosa piacevole e da ridere, nondimeno di non poco valore; e questo chio veggio il Monaco, amico di tutti noi, che a punto in sul canto di Mercato Vecchio, ed ancora in pianelle e in mantello e n cappuccio: io voglio per forza e vert della arte mia farlo incontanente venir qui dentro in questo cerchio . Il che dallo Scheggia e dal Pilucca lodato, piacque molto a Giansimone; e disse che lo aveva troppo caro, perch a punto egli era suo compare. [35] Era questo Monaco sensale scritto a larte della seta, ma attendeva a pi cose: egli faceva parentadi, egli appigionava case, dava a maschio e femina, e arebbe anco a un bisogno fatto qualche scrocchietto: persona dallegra vita, ballatore e cantatore, e bonissimo sonator darpe, un omaccino vi so dire da bosco e da riviera, amico grandissimo, come ho detto, di Zeroastro, dello Scheggia e del Pilucca; [36] da i quali avendo inteso il tutto intorno a i casi di Giansimone, e daccordo con esso loro, se ne era la sera venuto quivi in casa Zoroastro, divisato come avete inteso. E pi con dua cesti di lattuga infilati e un mazzo di radici; e mentre che coloro, picchiando, erano entrati dentro, sera messo ritto in su la sponda di fuori della finestra da via. [37] E bench vi stesse con gran disagio, pure stava in modo che cader non poteva; e Zeroastro acconcio aveva la finestra e messo la nottola, in maniera che pareva che ella fusse, ma non era, serrata, e per ogni poco di sospinta si sarebbe aperta. Il Monaco dunque in cotal guisa stando, per un bucolino fatto a posta vedeva

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e udiva ci che in sala si faceva e diceva, aspettando il termine dato con allegrezza grandissima. [38] Laonde Zoroastro, riprese le parole, disse: Or tempo che io vi chiarisca . E soggiunse: Il nostro Monaco si accostato a uno insalataio; oh, egli domanda per comprare . E, stato un poco, dice: Egli ha tolto dua cesti di lattuga e un mazzo di radici. Oh! oh! eco che colui gli ne infila. Oh! ora gli cambia un grosso per dargli lavanzo, perci che la insalata e le radici montano sei danari . [39] E cos detto, si distese in terra bocconi e disse non so che parole: doppo, rittosi in piedi e fatto dua tomboli, si arrec da un canto del cerchio inginocchioni, e guardando fiso nel vaso, come fatto avea, disse: Il Monaco nostro ha gi riavuto il resto, e vassene con la insalata verso Pellicceria, per andarsene a casa; ma in questo istante io lho fato invisibilmente alzare a i diavoli da terra: oh eccolo, che gli gi sopra il Vescovado! [40] Oh egli vien bene! Egli gi sopra la piazza di Madonna; oh ora sopra la vecchia di Santa Maria Novella, test entra in Gualfonda: oh eccolo a mezza la strada: oh egli ci gi presso a men di cinquanta braccia: oh eccolo eccolo eccolo qui rasente la finestra! Or ora sar nel cerchio . [41] E questa ultima parola fornita, il Monaco, che stava alla posta, dato una spinta alla finestra, quasi volando salt nel mezzo del cerchio, in pianelle, in mantello e in cappuccio, e con linsalata e con le radici in mano: e subito messe un grandissimo strido, e cominci a gridare quanto gliene usciva della gola. [42] A Giansimone, ci veggendo, venne in un tratto tanta maraviglia e paura, che egli fu vicino al cader morto; e voleva pur favellare, ma non poteva riaver le parole, e per la grandissima e inusitata paura se gli smosse il corpo di modo, che tutte empi le calze. [43] Lo Scheggia gli diceva pure:

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Che dite Giansimone? non questo segno chiarissimo che egli pu con le demonia ci che egli vuole? Il Monaco gridando ad alta voce diceva: Ahi traditori! Che cosa questa? Fassi cos a gli uomini da bene? E il Pilucca attendeva a confortarlo e racconsolarlo. Ma lo Scheggia e Zeroastro intorno a Giansimone stando, e veggendolo non parlare, e nel viso venuto di colore di cenere, dubitarono forte di lui, e lo presero sotto le braccia, ch gli era a sedere, e cominciaronlo a passeggiare per la sala. [44] Ma egli, riavuto alquanto lo spirito e le parole, cominci tremando a dire: Andianne, andianne, che mi par millanni dessere a casa ; e batteva di sorte tremando i denti, che pi settimane poi se ne sent. Onde lo Scheggia, presolo per la mano, senza dir altro savvi alla volta della scala; [45] ma non fu andato dua passi, che savvidde, colando Giansimone tuttavia, che egli doveva aver piene le calze; per lo che rivoltosegli disse: Giansimone, io dir che voi vi siate cacato sotto? Egli lo vedrebbe Cimabue rispose il Pilucca , che nacque cieco: non senti tu come ei pute? [46] A cui disse Giansimone: Io mi maraviglio di non avere cacato lanima, non vo dire il cuore. Ohimi! io sono stato per spiritare. Per fia buono che voi vandiate a mutare soggiunse Zoroastro , acci che colando voi non ammorbaste questa casa; e poi a bel agio ci rivedremo . [47] E cos lo Scheggia se nand seco, lasciando il Monaco che tuttavia si rammaricava, e il Pilucca intrnogli fingendo di rappacificarlo; e lo lasci a casa, che mai non aveva voluto rispondergli a proposito, anzi per tutta la via non aveva mai fatto altro che guaire e sospirare; e finalmente lo Scheggia, picchiatogli luscio e dentro serratolo, se ne torn in casa Zoroastro a i compagni;

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i quali tutta sera risono, e cenato quivi, ridendo se ne tornarono ognuno a casa sua. [48] Giansimone, poi che fu in casa, cominci di terreno a chiamar la moglie e la fante, dicendo che prestamente mettessero a fuoco dellacqua, ch grandissimo bisogno avea di lavarse. La donna, sentendolo putire e veggendolo cas scolorato nel viso, disse: Marito mio, che cosa strana v egli intervenuto? O voi parete disotterrato! che vuol dire? [49] A cui rispose Giansimone: Certe doglie di corpo, che mi son venute si subite con una uscita rovinosa di sorte, che io sono stato per morire; per lo che venendomene ratto a casa, rinforzandomi per la via il dolore, non avendo altro rimedio, fui costretto lasciarla andare nelle calze . La moglie, che era dassai femmina, cavategliene e, dalla serva aiutata, lavatolo molto bene, lo messe, comegli volle, nel letto, senza cenare altrimenti; dove, rammaricandosi, in tutta notte non chiuse mai occhi; ma in sul far del giorno, cominciandogli a far freddo, gli prese una buona febbre. [50] Lo Scheggia, la mattina per tempo levatosi, e trovato il Pilucca, ne androno in su la terza da bottega di Giansimone, dove intesero lui sentirsi di mala voglia: della qual cosa dolorosi, lo Scheggia, che aveva pi domestichezza seco, lo and a trovare, e lo trov nel letto che pareva morto; laonde gli disse, acci che la cosa non si avesse a saper per Firenze, che voleva che si medicasse, e che gli voleva procacciare il medico. [51] E chi troverrai? disse Giansimone. Mestro Samuello ebreo rispose lo Scheggia: che in quelli tempi era il miglior medico di tutta Italia. E perch la cosa non andasse in lungo, si part allora allora; e trovato il medico, che era molto suo amico, gli narr, fattosi da principio sino alla fine, tutta la malattia di Giansimone. [52] Il che da lui ascoltato non senza grandissime risa, ne and prestamente con lo Scheggia a ve-

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der lo ammalato, al quale fece subito trarre otto o diece once del pi travagliato e rimescolato sangue che si fusse mai veduto; e gli disse: Giansimone, non dubitare: tu sei guarito . E per dirla in poche parole, facendogli far vita scelta e buona, in otto o in dieci giorni lo cav del letto, guarito a un tratto de la febbre e de lamore. [53] Per la qual cosa, andatolo un giorno a veder lo Scheggia, che per ancora non era uscito di casa, parendogli strano di perdere i venticinque ducati, ragionando cadde sopra il suo amore, e gli disse cos: O Giansimone, ora che voi ste guarito per grazia di Dio, e il segno veduto avete, di maniera che agevolmente potete creder Zoroastro esser per dovervi servire, altro non manca ora che i danari, e darassi finimento a lopera; e quando vi piace, potrete tenere nuda nelle braccia la vostra vedovotta, che alle sante guagnele un fonfone da darvi drento per non diviso e alla spensierata . [54] A cui Giansimone, dimenando la testa, rispose: Sozio, io ti ringrazio, e il negromante ancora: e per dirti brevemente, io non mi voglio impacciare n con diavoli n con spiriti. Ohimi! io tremo ancora, quando io mi ricordo del Monaco, che compar quivi portato per laria mezzo morto, e non si vidde da chi! Io ti giuro sopra la fede mia, che m uscito intra fine fatto tutto lo amore di corpo, e della vedova non mi curo pi niente; anzi, come io vi penso, mi viene a stomaco, considerando che ella stata cagione quasi della mia morte. [55] Oh che vecchia paura ebbio per un tratto! E mi sarricciano i capelli quando io vi penso; s che pertanto licenza e ringrazia Zoroastro . Lo Scheggia, udito le colui parole, divent piccino piccino, e gli parve aver pisciato nel vaglio, fra s dicendo: Vedi che ella non andr cos a vanga, come noi ci

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pensavamo? [56] E parendogli rimanere scornato, cos gli rispose dicendo: Ohim Giansimone, e che quello che voi mi dite? guardate che il negromante non si crucci; che diavol di pensiero il vostro? Voi andate cercando Maria per Ravenna: io dubito fortemente che, come Zoroastro intenda questo di voi, che egli non sadiri tenendosi uccellato, e che poi non vi faccia qualche stran giuoco. Bella cosa, e da uomini da bene, mancar delle parole sue! Che bisognava fargli far il segno, se voi avevate in animo di non seguitare avanti? Tant, Giansimone, egli non da correrla cos a furia: se egli vi fa doventare qualche animalaccio, voi avete fatto poi una bella faccenda . [57] Colui era gi per la paura doventato nel viso come un panno lavato, e rispondendo allo Scheggia, disse: Per lo sangue di tutti i maritri, che fo giuro dassassino, che domattina la prima cosa io me ne voglio andar agli Otto, e contare il caso, e poi farmi bello e sodare: e non so chi mi tiene chio non vadia or ora . Tosto che lo Scheggia sent ricordar gli Otto, divent nel viso di sei colori, e fra s disse: Qui non tempo da batter in camicia: faccin che il diavolo non andasse a processione . [58] E a colui rivolto, dolcemente prese a favellare e disse: Voi ora, Giansimone, entrate ben ne linfinito, e non vorrei per mille fiorini doro in benefizio vostro, che Zoroastro sapesse quel che voi avete detto. Oh, non sapete voi che lUffizio degli Otto ha potere sopra gli uomini e non sopra i demoni? Egli ha mille modi di farvi, quando voglia gnene venisse, capitar male, che non si saperrebbe mai. [59] Ma io ho pensato, perch gli gentile, cortese e liberale, che voi gli facciate un presente di non troppa spesa: quattro paia di capponi, otto di pippion grossi, dieci fiaschi di qualche buon vino che vendono i Giugni, sei raviggioli e sessanta pere spine, e per dua zanaiuoli gliene mandiate a donare. [60] Egli ar

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pi caro e amer pi questa vostra amorevolezza e liberalit che cento ducati; e vedrete che egli mander a ringraziarvi, e cos verrete a mantenervelo amico; e se voi fate altrimenti, voi pescate pel proconsolo, e daretevi della scure sul pi . [61] Piacque la cosa molto a Giansimone, e disse: Io voglio che tu sia quello che gnene presenti per mia parte e mi scusi, ch sai il tutto, e ringraziandolo senza fine me gli raccomandi. Io son contento rispose lo Scheggia , e so certo che io lo far rimanere sodisfatto, e vostro amico. Sodisfatto, ho io ben caro che rimanga soggiunse Giansimone , ma della sua amicizia non mi curo punto ; e fatto il conto quanti danari montava la robba che lo Scheggia aveva divisato, gli dette colui la moneta. [62] Per la qual cosa lo Scheggia, andatosene in Mercato Vecchio, prese dua zanaioli pratichi, e uno ne mand a comprare il vino, e laltro caric al pollaiolo, che ebbe capponi grassi e belli, e cos i pippioni; e tosto che il zanaiuolo fu tornato col vino, comperato le frutte, fece la via da casa Giansimone, e chiamatolo, gli ne fece dare una occhiata cos dalla finestra; e disse: Io me ne vo col. Va disse Giansimone , che Dio voglia che tu facci buon opera . [63] Partssi dunque lo Scheggia e co i zanaioli dreto se ne and a casa Zoroastro, a cui narr ridendo tutti i ragionamenti di Giansimone: della qual cosa allegrissimo Zoroastro, avendo fatto posare e scaricare i zanaioli, fece dar ordine di pelare e di apparecchiare per la sera, e non si volse altrimenti partire da casa per stare dintorno a zanaioli, acci che il pasto andasse di ncchera. [64] Ma lo Scheggia si part per trovare il Monaco e il Pilucca; i quali finalmente trovati, raccont loro il tutto, di che molto contenti restarono, parendo loro nondimeno tristissimo baratto i venticinque ducati con una ce-

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nuzza tignosa, e massimamente il Pilucca; e non sarebbe stato forte a patto veruno, se non avessi inteso degli Otto. [65] Nella fine, rimasti di trovarse in casa Zoroastro la sera per cenare insieme alle spese del Crocifisso, lo Scheggia gli lasci, e andssene a trovar Giansimone, e per parte di Zoroastro gli fece mille ringraziamenti, mille offerte e mille proferte; e di poi se ne torn a casa di Zoroastro, per stare intorno e acconciare gli arrosti, e fargli cuocere a suo senno, sendo pi della gola, che san Francesco del cordiglio; dove a lora diputata vennero il Pilucca e l Monaco. [66] E fattosi festa insieme, e molto riso de casi di Giansimone, si posero finalmente a tavola; alla quale, da un famiglio di Zoroastro e da i zanaioli serviti delle vivande che voi sapete, bene acconce e stagionate, stettero co i pi pari, e fecero uno scotto da prelati con quel vino che smagliava. Ma poi, venuti dove pi assai del ragionare che de i cibi si piglia diletto e conforto, il Pilucca, come colui che gli stavano quei venticinque ducati in sul cuore, non potendola sgozzare cos a un tratto, cominci a dire: [67] Per Dio, che questi capponi e questi pippioni sono stati saporiti e delicati, e non mi pare mai aver mangiato i miglior raviggioli, n bevuto il pi prezioso vino . A cui Zoroastro rispose: Per domandasera ho fatto serbare la met dogni cosa, s che noi potrn cenare s ben come stasera; e se tu avevi tanta pacienza, io vi arei invitati a ogni modo. [68] Io ne era certissimo seguit il Pilucca , e non diceva per cotesto, ma perch il mangiare a macca mi piace sempre pi il doppio; e per vorrei che noi ordinassimo qualche involtura, qualche tranello, che noi gittassimo qualche rete a dosso a Giansimone, da potergli cavar delle mani que venticinque ducati: considera-

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te, per vostra fe, quante cos fatte cene elle sarebbono: io vi so dire chio doventerei di sei centinaia. [69] Che non su? disse il Monaco. E che vi parrebbe egli di fare? soggiunse lo Scheggia. S che da Zoroastro e dagli altri in poco dora molti modi da farlo trarre narrati furono, fra i quali a uno trovato dal Pilucca sattennero, come pi riuscibile e meno pericoloso, il quale successe poi loro felicemente, come tosto intenderete. E restati ultimamente di quel che far volevano, da Zoroastro presono licenzia, e se nandorono a dormire. [70] La mattina per tempo il Pilucca, per dar principio a dover colorire il trovato disegno, scritto e contrafatto una richiesta, tolse uno di quei suoi lavoranti de lOpera di Santa Maria del Fiore, l dove era capomaestro, il quale era scarpellino, di poco tornato da Roma, con un barbetta affummicata che tutto pareva un birro; e messogli una spadaccia ai fianchi, lo mand a casa Giansimone, avvertitolo e insegnatogli quel che egli avesse a dire e a fare. [71] Il quale, picchiato a luscio ed entrato drento, se nand in camera, guidato dalla serva, e la plizza pose in mano a Giansimone, il quale domandando donde e da chi ella veniva, gli fu da colui risposto: Leggi e vedralo ; e cos detto senza altro, dimenato un tratto la coltella, acci che Giansimone la vedesse, dette la volta indietro. [72] Giansimone, udendo cos pessima risposta, e veggendo a colui larme, sindovin subito che fusse un messo; e doloroso, deliberato a punto di levarsi, cos nel letto, sendo aperto la finestra, quella richiesta lesse, la quale cos diceva: Per parte e comandamento del reverendissimo vicario de larcivescovo di Firenze si comanda a te Giansimone berrettaio, che veduta la presente ti debba infra tre ore rappresentare nella cancelleria di

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detto Vescovado, sotto pena di scomunicazione e di cento fiorini doro. [73] E nella sottoscritta, sapendolo, messo aveva il Pilucca il nome del cancelliere, e acconcilla con un suggello scancellaticcio, che non si scorgeva quello che vi fusse impresso, quasi fatto in fretta, come si usa talvolta. Rimase pieno di maraviglia e di doglia Giansimone, fra s pensando che cosa esser potesse questo; e intanto, fattosi dalla donna portare i panni e aiutare, si vest, sendo risoluto duscir la mattina fuori a ogni modo; e disse: [74] Vedi che io uscir di casa per qualcosa! Che diavolo ho io a far col vicario? Io so pure chio non ho a divider nulla n con preti n con frati n con monache; io non la posso intendere . Intanto lo Scheggia, che stava alla posta, temendo che non uscisse fuori, picchi luscio, e fugli aperto; ma non fu prima in camera che cominci quasi piangendo a dire: [75] Or sin noi ben rovinati da dovero: qui non ci pi riparo. Oh infelici! Oh miseri noi! Chi lo arebbe mai stimato? Infine, se io scampo di questa, mai pi non mimpaccio n con maliardi n con stregoni: che maladetti sieno i negromanti, e la negromanzia! Lo aveva pi volte pregato Giansimone che dir gli volesse la cagione del suo rammaricho; ma lo Scheggia, seguitando il suo ragionamento, non gli aveva mai risposto. [76] Onde colui, sentendogli ricordare negromanti, grid: Scheggia, di grazia, dimmi ci che tu hai di male, e che ti fa guaire. Una cosa rispose tosto lo Scheggia che non pu esser peggio, cos per me come per voi. Ohim! che sar di nuovo? disse Giansimone. E voleva mostrargli la richiesta, quando lo Scheggia disse: Vedete voi? Questa una citazione del vicario.

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Ohim! rispose Giansimone , eccone unaltra. Da questo vien ora seguit lo Scheggia della mia e della vostra rovina. E in che modo? soggiunse Giansimone. Narrami tosto, narrami, come sta la cosa . [77] Onde lo Scheggia cos mestamente favellando prese a dire: Il Monaco vostro compare, portato, come voi sapete, per laria da i diavoli, non ha mai restato, come colui che fuor di modo gli preme la cosa, tanto che dal Pilucca ha inteso il caso a punto a punto, e come voi e io ne semo principal cagione, e che tutto fu fatto perch voi vedeste il segno; della qual cosa il Monaco adirato e colloroso, se nand iarsera a trovare il vicario, e gli cont il caso, e il Pilucca rafferm e testific per la verit in suo favore. [78] Laonde il vicario, parendogli la cosa brutta, subito volle far fare le richieste; ma perch gli era tardi, e non vi essendo il cancelliere, indugi a stamattina. Cos ho inteso or ora da un prete che sta col vicario, molto mio amico; s che voi vedete dove noi ci troviamo. per questa cos gran cosa rispose Giansimone che tu debba pigliarne tanto dispiacere, e aver tanta paura? Che abbin noi per fatto? [79] Che abbin fatto? soggiunse lo Scheggia. Voi lo sentirete; abbin fatto contro la fede: la prima cosa, a credere agli incanti e cercare per via di diavoli di vituperare una nobile e costumata donna; e doppo, fatto portare pericolo al Monaco della vita, sendo venuto per laria tanta via, cosa ancora che per la paura egli spiritasse, o che il diavolo gli entrasse a dosso: tutte cose che importano la vita. [80] E rendetevi certo che se noi ci rappresentiamo, tosto sarn messi in prigione; e confessando la cosa, portin pericolo del fuoco; ma avendo la riprova, non possin negare, e il meno che ce ne intervenga, sar stare in gogna, o andare in su uno asino con una buona condennagione; o forse, toltoci tutta la roba,

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confinati in un fondo di torre per sempre, o forse peggio. Ohimi! Vi par poco questo? [81] E nella fine di queste ultime parole artificiosamente si lasci cadere tante lacrime dagli occhi che fu una maraviglia: E dove piangendo diceva anderai, ahi misero Scheggia? Va ora a comprare la casa: se tu avessi test i danari maneschi, potresti tu fuggirtene come far il negromante, tosto che egli intender il caso, ch son certo che non vorr aspettare questa polzzola al forame . [82] Giansimone, considerato le parole, veduto gli atti, i gesti e le lacrime di colui, si credette fermamente cos esser la verit, e gli venne pi paura che egli avesse gi mai, parendogli tuttavia esser nelle mani de birri; s che piangendo cominci a bestemmiare e maladire il suo amore, la vedova, i negromanti e la negromanzia, e allo Scheggia rivolto, disse: [83] Il Pilucca e Zeroastro come faranno? Il Pilucca rispose lo Scheggia daccordo con il Monaco, e uscirssene per spia: Zoroastro si piglier per un gherone, e andrssene altrove; e poi egli ha mille modi da scamparla, e da farla anco scampare a noi. Che non vai tu a pregarlo che sia contento daiutarci disse Giansimone e scamparci da questa furia? Ohimi! che mi pare stare peggio che prima. [84] E bene rispose lo Scheggia so che si pu dire che voi siate cascato della padella nella brace; ma non che faccia gli andr io inanzi, avendogli mancato de i venticinque fiorini, che si pensava fermamente, avendo fatto vedervi il segno, davergli guadagnati? E bench egli abbia auto il presente, pensate che egli se ne ricorda, e che gli debbano stare sul cuore . [85] Disse allora Giansimone: Oh Dio! se egli ci libera in qualche modo da questa involtura, darngnene infin da ora: che domin sar mai? Io non sono atto a disperarmi.

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Piacciati, Signor mio, che egli sia contento! rispose lo Scheggia, alzando le mani al cielo: test test voglio andare a trovarlo, ma con questo che voi non vi ridiciate poi, ch noi saremmo pericolati. [86] No, no, non ci pensare soggiunse colui. Ohimi, aver a stare a discrezion di preti! Di fatto mi chiarirebbono eretico, e condannerebbonmi al fuoco; e se io ci mettessi tutto lavere e lo stato mio, parrebbe lor farmi piacere; va pur via, che Dio ti accompagni! Partssi dunque prestamente lo Scheggia, pi che fusse gi mai allegro; e poco dilungatosi dalla casa, non bad guari che egli ritorn, fingendo daver favellato al negromante; e a Giansimone disse come egli era contento di far ogni cosa, ma che voleva prima i danari, e che egli aveva mille modi da liberargli. [87] Giansimone, come che molto gli dolesse lo spendere, pure per non aver a comparire e cimentarsi inanzi al vicario, e oltre al danno che egli pensava che gliene potesse venire, troppo gli dispiaceva che questo fatto si avesse a spargere per la citt: onde allo Scheggia volto, disse: I danari sono in quella cassa che tu vedi, al suo piacere: portagliene a tua posta; ma inanzi che gli abbia nelle mani, io voglio intendere in che modo, e come egli ci vuole scampare, e per che via; perch io non vorrei entrare in un pelago maggiore. [88] Bene e saviamente parlate rispose lo Scheggia ; io me nandr correndo a trovarlo, e fattomi narrare il modo che tener vuole a salvarci, tosto me ne tornar a voi con la risposta; intanto annoverate i danari, che io non abbia a badare. Tanto far disse Giansimone a punto ora che mgliama ita alla messa; e tu ingegnati di tornar ratto, che mi par mille anni ogni momento desser fuori di questo intrigo . [89] Per la qual cosa lo Scheggia si part subitamente,

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e caminando di letizia pieno, se ne and volando a casa Zoroastro; e lo trov col Piluca insieme che laspettavano, e si struggevano intendere come passassero le cose, temendo che la lepre non desse a dietro; ma da lui poscia inteso il tutto, tanta allegrezza avevano, che non capivano nelle cuoia. [90] Utimamente, avendo lo Scheggia bevuto un buon tratto del buon vin della sera, e fatto un asso, se ne venne quasi correndo in casa Giansimone, il quale trov in camera che lo aspettava, fornito avendo dannoverare i danari; e gli disse doppo il saluto: [91] Il modo che vuol tener Zoroastro per liberarci, tra molti che potuti ne arebbe mettere in opera, Giansimone, questo. Egli favellando col suo spirito, che egli ha costretto nella ampolla, ha da lui inteso come solo il Pilucca, il Monaco, il vicario e il cancelliere sanno, e non altri, la cosa a punto; e ancora che il cancelliere abbia fatto le citazioni, nondimeno non lha scritte al libbro, perch non le usano scrivere se non quando altri comparisce, o passato il tempo che comparire si doverra. [92] Per la qual cosa egli ha fatto quattro immagini di cera verde, per ugnun di loro una, e ha mandato or ora un demonio costretto nello inferno al fiume di Lete per una guastada di quel acqua incantata; con la quale bagnate tre volte, e di poi strutte e arse le immagini, coloro si sdimenticheranno subito ogni cosa intorno a i casi vostri, n mai alla vita loro se ne ricorderanno, se ben vivessero millanni; e se o voi o io ne dicessimo nulla, il Pilucca e il Monaco ci terrebbano pazzi. [93] Il vicario e il cancelliere, non sendo chi ricordi loro n chi solleciti la causa, ed eglino avendosi sdimenticato il tutto, e non lavendo scritta al libbro delle querele, non seguiteranno pi oltre; e cos verr a essere come se non fusse mai stato: e questi si chiama lo incanto de loblio . Grandi cose e maravigliose parevano queste a Giansimone, ma molto maggiori stimava, credendolo fermamente, lo essere il Monaco volando per laria venuto in

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casa Zoroastro; s che, dato fede alle simulate parole dello Scheggia, disse: [94] I danari son cost in sul cassone in quella federa; togli a tua posta. Ma come farem noi, che non sono altro che ventidua fiorini, perch di venticinque che gli erano, tre ne ho tra il medicarmi e il presente spesi? Al nome di Dio rispose lo Scheggia , acci che lindugio non pigliassi vizio, egli me ne pare andar tanto bene che io gli accatter da un mio amico banchieri e mettergli di mio; che diavol sar mai? Per questo non resti. Tu fari bene disse Giansimone e come tu gnene arai dati e che lo incanto sia fornito, tornami a ragguagliare . [95] Cos lo Scheggia preso quella federa dove erano i danari, tutto oro e ariento, lietissimo part da colui, e andnne battendo a i due compagni che lattendevano; i quali, veduto i danari, e inteso de i tre ducati che vi mancavano, quello che lo Scheggia detto avea, ridendo e di gioia pieni consultarono di farne, quanto duravano, buon tempo e lieta cera; [96] e ordinato che il Pilucca andasse per il Monaco, e che bene mandasse l da desinare dove tutti si avevono a rivedere, se ne torn lo Scheggia a Giansimone, a cui disse a prima giunta: State sicuro, Giansimone; ogni cosa acconcio . E seguit: [97] Io accattai i tre fiorini che mancavano, me nandai volando al negromante, e trovai a punto il diavolo, che aveva arrecata lacqua: s che tosto, veduto egli i danari, bagn le immagini, e di poi le messe tutte e quattro sopra un gran fuoco che egli aveva acceso di carboni darcipresso; le quali in un istante si strussero e consumaronsi. Zoroastro, fattosi arrecare allora un gran catino dacqua incantata, dicendo non so che parole, spense ogni cosa, e a me disse: Va via a tua posta, e non temer pi di nulla. [98] Io, ringraziatolo, subito mi partii; e nel venire a casa vostra riscontrai a punto dal canto de Pazzi il Monaco, il quale, facendomi il miglior

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viso del mondo, mi disse: A Dio, dove prima non mi soleva favellare, anzi mi faceva sempre viso di matrigna . [99] Quanto rimanesse contento Giansimone, non da domandare; e allo Scheggia disse: Credi tu che, se Zoroastro avesse fatto una immagine per me, chio me lo fussi anchio sdimenticato? S, sareste rispose lo Scheggia , statene voi in dubio? Io voglio dunque seguit Giansimone che tu ritorni a lui, e fcciagliene fare; e costi ci che vuole: purch io mi sdimentichi questa cosa, io sar il pi contento uomo che viva . [100] A cui rispose lo Scheggia dicendo: Maladetta sia tanta stracurataggine! Voi potevate pure dirmelo dianzi. Egli sarebbe ora troppo grande impania a far ritornare il diavolo, e ricostringerlo: non vi basta egli esser libero? E poi io non vorrei anche tanto infastidirlo, e che egli mi avesse poi a dire chio fussi carne grassa; e anche non vo pi tentare la fortuna n con spiriti n con incanti, n con incantatori impacciarmi mai pi; s che pertanto abbiate pacienza. [101] Tu di anco il vero rispose Giansimone ; la cosa andata ben troppo . E cos avuti simili altri ragionamenti, lo lasci lo Scheggia in pace; e andssene a casa Zoroastro, dove lo aspettavono i compagni, e ragguagliatogli, desin con esso loro allegramente. Laltro giorno poi, uscendo Giansimone fuori, e trovati il Monaco e l Pilucca, fu certissimo della oblivione; ma poi in spazio di tempo scalzandogli alcuna volta e sottraendogli, ed essi novissimi e maravigliosi mostrandosi, faceva le pi grasse risa del mondo. Ma i quattro compagni, lasciatolo con la beffa e col danno, lungo tempo sguazzarono alle sue spese.

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NOVELLA QUINTA
[1] Currado, signore gi della antica Fiesole, accortosi che il figliolo si ghiaceva con la moglie, sdegnato, gli fa ambedui asprissimamente morire; e lui doppo per la soverchia crudelt dal popolo ammazzato.

[2] Venuto Leandro finalmente a capo della sua assai ben lunga novella, ma non gi per la sua lunghezza rincresciuta punto, anzi piaciuta molto e commendata sommamente, nella quale fuor di modo aveva fatto ridere pi volte la brigata: laonde Siringa, che seguitar lo doveva, quasi ridendo prese a dire: Certamente che Leandro con la sua favola nha attenuto la promessa, cotanto stata giocosa e allegra! La qual cosa, sallo Dio, che anchio mi vorrei poter ingegnar di fare; pur, poich non piace al Cielo, mingegner di farvi per avventura tanto piagnere, quanto egli vha fatto ridere, e forse pi, raccontandovi un caso infelicissimo di due amanti, degno veramente delle vostre lagrime . [3] Fiesole, come oggi sia rovinata e disfatta, fu gi nobile e bellissima citt, e piena cos di case, e di palagi e di temp, come di abitatori. Nel tempo adunque che per li suo principi si reggeva e governava, e che in letizia e in pace viveva, uno ne ebbe, tra gli altri, chiamato Currado, signore giusto e liberale, e tenuto caro e amato molto da i suoi cittadini: il quale, avendo gi li cinquanta anni passati, si dispose di pigliar donna, ancorch altra ne avesse auta, ma di parecchi anni morta, e un figliolo maschio di sedici anni lasciatogli chiamato Sergio, bellissimo a maraviglia. [4] Questo Currado, di moglie desideroso, molte trovandone e autone per le mani, una ne prese finalmente, figliola di Lucio Attilio cittadin romano, che, per commession della Repubblica e del Senato di Roma, reggeva allora in Pisa, in quel tempo chiamata

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Alfea, e amministrava la giustizia. E per buona sorte fu una delle belle giovane che si trovassero allora in Italia, detta per nome Tiberia, molto pi convenevole moglie del figliuolo per la sua tenera et, nel pi verde tempo trovandosi ella della sua giovinezza. [5] Feronsi le nozze onorevoli e grandi, come alla qualit e al grado loro si conveniva. Cos Currado vivendo allegramente si passava il tempo, e alla sua donna altro non mancava, se non che troppo di rado e male aveva di quello che tutte le femmine maritate desiderano; nondimeno, onestissima essendo, non mostrava di curarsene. [6] E cos, forniti di passare due anni, e Sergio cresciuto, e ogni giorno trovandosi continuamente a mangiare e a bere e a ragionare senza sospetto alcuno con la matrigna, se ne invagh e accese di maniera, che non aveva mai altro bene n conforto, se non quanto egli la vedeva, o con lei parlava; e cos dora in ora e di giorno in giorno crescendogli entro il petto il fuoco e lamorosa fiamma, si condusse a tale, non volendo scoprirlo a persona viva, che egli se ne ammal, e di sorte indebol, che fu forzato starsene nel letto. [7] Quanto di ci Currado avesse dispiacere e maninconia, non da domandare. Egli fece prestamente venire i miglior medici che si trovassero, ma da quelli non si conoscendo la sua malattia, molti rimedi vani ordinati furono; ma nulla giovando, n di cosa alcuna pigliando conforto, anzi peggiorando sempre, fu da loro sfidato e abbandonato, dicendo al padre lui non avere rimedio alcuno alla salute sua. [8] Currado, dolorosissimo, mille volte domandato il figliolo della cagione del suo male, altra risposta non aveva mai potuto avere, se non che si sentiva mancare a poco a poco. Madonna Tiberia ancor ella ne aveva dolore grandissimo, non sapendo essere della sua malattia vera e sola cagione. Sergio, proposto avendosi, tacendo, di morire, a tale era gi condotto, che non voleva pi pigliare niente; per la qual cosa una vecchia stata sua balia, tor-

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nando una mattina indreto con il mangiare, si riscontr nella principessa, a cui ella disse: [9] Madonna, poco ci della vita di Sergio: egli non ha stamani voluto solamente trre un boccone: vedete chio gli levo la vivanda dinanzi come io la gli portai . Tiberia, increscendone oltre a modo, disse alla balia: Dalla un po qua a me: veggiamo sio sapessi far meglio di te . E preso la scodella in mano, se nand ratta nella camera dove il quasi morto Sergio si diaceva; e pietosamente salutatolo, lo preg dolcemente che per suo amore fusse contento di voler mangiare, e nel cucchiaio avendo messo un po di minestrina, gliene accost alle labbra. [10] Sergio, che la sera dinanzi poco, e la mattina niente aveva voluto pigliare, sentite avendo le colei parole, aperse senza altro pensare la bocca, e cominci a mangiare di cos fatta maniera, che tutto si tranguggi il desinare, di che tutti i circustanti si maravigliavono; e Tiberia, ringraziatolo e confortatolo molto, allegrissima si part da lui. Venne la sera, ed ella fece il simigliante; e Sergio non sapendo e non potento disdirle, ancorch di morire fusse deliberato, pure mangiava, e vedevasi rallegrare alquanto, e massimamente quando la principessa gli stava dintorno; [11] e cos in quattro o sei volte fu conosciuto chiaramente lui aver preso grandissimo miglioramento. La qual cosa veggendo il padre, maravigliosamente gli piaceva, e ogni giorno faceva fare orazione e sacrifizio a suoi dii, pregando la moglie che non gli rincrescesse far opera cos pietosa, dando il cibo e la vita al suo figliolo. [12] Ma la balia, pi saggia di tutti, come colei chera molto pratica, si avvis troppo bene onde fussi venuto che da la matrigna avessi cos preso il cibo, e cos poi perseverato nel mangiare e nel riaversi: s che, andatasene alla principessa, gli disse: Madonna, egli mi pare che voi siate cos accorta e

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saggia, e cos vi succedano bene e prosperamente le cose, quanto ad altra donna chio conoscessi gi mai; [13] per io voglio che voi diciate a Sergio come il giorno della festa di Mercurio, che ci vicina a otto d, voi vogliate fare al giardino un bellissimo convito, e che voi areste desiderio che egli vi fusse; e pregatelo poscia per vostro amore, che egli si sforzi di guarire, a fin che ritrovar vi si possa per farvi questa grazia; e vedrete soggiunse colei che egli ritorner sano come mai fu . [14] La principessa, mossa da buon zelo, la mattina vegnente, poi che ella ebbe datoli mangiare, lo richiese e preg di tutto quello che dalla balia gli era stato detto; a cui Sergio timidamente rispose: Madonna, io ve ne ringrazio; e tanto grande il desiderio che io ho di servirvi, che io credo che gli dii mi aiuteranno, a fin chio possa di questo compiacervi; e vivendo ancora sempre onorarvi e obbedirvi, e non mi fia mai fatica spender questa vita per voi, come colui che lho da voi ricevuta ; e qui si tacque. Della qual cosa la principessa rendutegli prima le debite grazie, prese comiato. [15] La balia, ogni parola udita avendo, e nel viso fisamente guardatolo, fu certissima per verissimi segni, lamore che alla matrigna portava essere del suo male prima, e poscia della salute sua stato cagione. E cos, venuto il d che esser doveva vigilia del giorno del convito, e gi Sergio tornato in buon essere, e tutta la casa lietissima, se nand Tiberia, e a Currado ogni cosa narr per ordine; il quale, contentissimo, fece tosto apparecchiare per laltro giorno di fuori al giardino, in nome della donna, il convito, quanto pi si poteva splendidissimo. [16] Tiberia, avendo invitato quaranta delle prime e delle pi belle giovani di Fiesole, laltro d in su la terza se nand poco fuor della terra, dove un bellissimo palagio avevano con un vaghissimo giardino; il quale sopra la sommit del monte risedendo, vedeva il chiaro Arno bagnare il fertilissimo piano: scorgevansi indi molte ville,

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castella e citt; dove arrivata con la sua compagnia si pose ad aspettare il marito e il figliastro, lietamente per lo dilettoso giardino diportandosi; al quale doppo non molto Currado e Sergio giunsero accompagnati nobilmente, dove con onore grandissimo onestamente ricevuti dalle donne furono. [17] Utimamente, dato lacqua alle mani e andati a tavola, di finissime vivande e di ottimi vini graziosamente furono serviti; e di poi a cantare, a sonare e a ballare si diedero. Era tornato cos colorito e bello Sergio, che ognuno se ne maravigliava; e alla principessa, riguardandolo, pareva pi leggiadro assai e pi manieroso che prima, e si gloriava di averlo tolto dalla morte e a cos lieto stato condotto. Sergio, sempre prssole, con parole e con fatti acconciamente le dava favore; [18] e fiso mirandola, tal contento gli pareva sentire che cambiato non larebbe con quello che in Paradiso si pensa che sentino lanime beate. Ma venutone poi la sera, montati a cavallo, tutti nella citt se ne tornarono. [19] Tiberia, veggendo di giorno in giorno, e di mese in mese crescere cos la bellezza come la grazia in Sergio, e lui esserle affezionatissimo, non se naccorgendo, s fieramente se naccese e innamor, che viver non poteva; e non le parendo conferirlo n di fargliene intendere, altro non faceva, quando veduta non era, che piagnere e rammaricarsi, tra se stessa dicendo sovente: [20] Misera, tu cercasti bene per colui, per cui ora s tormentata vivi; levasti lo affano e la doglia a chi ti affligge e ti addolora; tu hai procacciato la salute a chi ora cagione della tua infirmit; hai dato la vita a chi ti fa morire. Quanto era il meglio, ahi lassa! per te non esser mai nata, che vivere a questo modo infelice! E di chi innamorata ti sei? Come, senza gravissimo peccato, in che modo, senza grandissima vergogna, puoi tu recare a fine i desideri tuoi? Sfortunata! leva, leva, leva a fatto lanimo da questo illecito amore, e volgi la mente a pi lodata impresa,

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se brami fuggire perpetuo vituperio e sempiterno danno de lanima tua . [21] Ma poi, tornandole nella memoria la divina bellezza, i leggiadri costumi e le suavi e oneste parole de lamato giovane, tutta cangiata da lesser di prima, diceva seco: Come potr io mai non amare, non gradire, non onorare e non adorare la maest, la costumatezza, la suavit e bellezza del viso, degli atti, della favella, e insieme di tutta la persona di colui, che per mio bene, per mio riposo, per mio conforto e per mia pace il cielo, i fati, la fortuna, e Amore produssero? [22] Io non posso, n debbo oppormi alle celesti disposizioni; che fo io per? amo giovane uno giovane, cosa ordinaria e naturalissima. Di quante altre ho io udito e letto li amori disonesti e sceleratissimi? Lascio i parenti con parenti; ma che dir io de fratelli con le sorelle, e dei padri con le figliole? Costui, sa bene si guarda, drittamente non ha che fare meco cosa del mondo. Di che mi spavento dunque, di che dubito, lassa? [23] Che temo, ohim? perch non apro, perch non scuopro, perch non gli fo io chiaro la voglia, il dolore e gli affanni miei? Egli gentile e cortese; e oltre a questo mi obligatissimo, e mille volte mi si offerto, e dettomi che il maggior desiderio che egli abbia in questo mondo, di farmi piacere e servizio: perch resto io dunque? chi mi tiene? a che tardo io di trovarlo? [24] Deh! come credio che della mia freddezza, della mia diffidenza e del mio poco animo si dorr e mi riprender! Come pensio, che udendo i miei lamenti e veggendo le mie lacrime, si attristi e addolori? E io, di me inimica, ministra del mio danno, ancor peno, ancor bado a fargliene intendere. Gi veder parmi aperte quelle braccia, gi da loromi sento strignere, gi dalla sua dolce bocca la mia sento amorosamente baciare . [25] E in questo cos fatto pensiero dimorando, poco meno di dolcezza sentiva che se stata fusse in fatto; e rittasi co-

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me se trovar lo volessi, i passi mosse, ma si ritenne poi col dire: Se per disgrazia, ognaltra cosa di me pensando, si sdegnasse, e per onore del padre, dove ora per onestissima donna begninamente mi riverisce e ama, per disonesta poi mi schernisse e odiasse? Trista la vita mia, dove mi troverrei? Sforzata sarei, fuor di speranza al tutto, da me stessa uccidermi . E cos, per non arroger peggio a male, si stava pascendo gli occhi e gli orecchi di vedere e dudire il suo caro Sergio. [26] Da laltra parte il giovan non men di lei doloroso, ancorch per suo amore gli piacesse il vivere, nondimeno arebbe voluto crre i desiati frutti amorosi: quantunque la reverenza del padre, la grandezza del peccato, e il debito de lonest in gran parte nel ritraessero: pure le insuperabili forze damore a tale lo avevan condotto, che se potuto avesse, e che piaciuto fosse alla donna, come ho detto, saziato arebbe le sue bramose voglie: [27] e a luno e a laltra era assai dalleggiamento alle loro gravi pene il vedersi, il ragionare, il conversare, e il mangiare e il bere continuamente insieme. E cos, dun volere e dun animo essendo, desiderando e bramando il medesimo, agghiacciano nel fuoco e ardano nel ghiaccio, e in mezzo al mare, per non distender la mano a prender de lacqua, muoiono di sete. [28] Pure, rassicurandosi a ppoco a poco, avvenne che un giorno, che Currado era andato a caccia per non tornar se non la sera, soli ritrovandosi in camera della donna, e duna in altra cosa ragionando, caddero sopra le malattie. Laonde Sergio disse: Madonna, la mia passata fu ben terribile, e di certo mi arebbe guidato a morte, se lo aiuto vostro badava troppo a soccorrermi: s che io, come pi volte gi vi ho detto, posso dire daver per voi la vita. [29] Mal guiderdone disse la donna me ne rendi, poscia che me non aiuti, che sto poco men male che stessi tu, quando da me aiutato fusti.

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Ohim! rispose Sergio. Dio ve ne guardi! E che male avete voi? E in che modo vi posso dar io aita? Grandissimo disse la principessa , e in te solo sta la salute mia, e solo tu, e non altri, liberar mi puoi. [30] Volessi Dio che io potessi farvi servizio o benefizio, ch voi vedresti che io non sono ingrato seguit Sergio , n mi sara fatica mettermi alla morte mille volte al giorno per voi: dite, comandate pure, chio sono apparecchiato e prontissimo a i comandi vostri . Tiberia, queste parole cos affettuose udendo, volendo rispondere, o fusse lallegrezza o il dolore o la paura o la speranza o la dolcezza o lamaritudine, li manc la voce, e divent come di marmo immobile: pure li occhi fecero in buona parte luffizio della lingua, i quali intante lacrime abbondarono, che di poco pi fatto arano, se lavesse auto una fonte viva nella testa. [31] Sergio, maravigliandosi, e per compassione e per tenerezza anchegli lacrimando e piangendo, il meglio che sapeva e che poteva la confortava e racconsolava; e parte con il grembiule di lei le rasciugava le colorite guance, tuttavia pregandola che non dubitasse di nulla e che li scoprissi la cagione de suoi amarissimi dolori. Tiberia veggendo le lacrime, e i pietosi ricordi de lamato giovane udendo, meglio in s ritornata, roppe il freno alla timidezza, e, riaute le parole, nel miglior modo che seppe li aperse e li narr tutto il suo amore; e indi lo preg caldamente che di lei gli venisse compassione, e glincrescessi della vita e della giovinezza sua. [32] Non fece Sergio come gi Ipolito alla sua bella matrigna; anzi, poich il cielo largo e benigna la fortuna li avevano posto inanzi tanto e cos fatto bene, non meno di lei desiderandolo, sdimenticatosi de lonore del padre, aperse le braccia, poich soli erano e la camera serrata, e teneramente stringendole il collo, le baci dolcemente la rosata bocca; ed ella lui ancora, affettuosamente stringendolo, abbracci e baci; e inanzi che si

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spiccassero, cento caldi baci lun laltro dierono: [33] ma pure poi, lasciatisi, cominci Sergio, e da capo fattosi, le cont ordinatamente lorigine prima della sua malattia, e la cagione doppo della sua salvezza, e come pi che mai acceso, e di lei innamorato viveva. Se colei fu contenta, udir non potendo cosa che pi le aggradassi, non vi dico niente; ma di nuovo riabbracciatisi, se nandarono sopra il letto, e prima che di quindi si partissero, lun da laltro presero maraviglioso piacere e diletto, di amore gustando lultima e la pi suave dolcezza. [34] Ma poi che per buono spazio trastullati si furono, dato ordine come pi sicuramente e con pi agio trovare insieme si dovessero, prese Sergio da lei licenzia, e pi che mai allegro e contento si diede a suoi altri piaceri. Tiberia tanta letizia aveva, e tanta contentezza ne lanimo sentiva, che ella temeva forte non venisse meno per la soverchia dolcezza, pi ritrovandosi con lamato suo figliastro, provato avendo quanta fusse differenza, nelli assalti damore, da un giovane a un vecchio, e da uno amante al marito, che le pareva maggiore che il bianco dal nero, che il giorno dalla notte, e che le cose vere da quelle che si sognano. [35] E cos rassettato intanto il letto, acci che nulla si paressi, si usc della camera, e andatosene alle sue damigelle, sopravenne intanto la sera; e poi che in casa si fu cenato per ognuno, se nand Currado, tornato da caccia, primo a dormire al solito in una camera separata da quella della donna; [36] perci che in altra si dormiva ella in su la sala, e quando il principe usar voleva seco il matrimonio, bench di rado fusse, aveva per usanza di venir sempre la mattina in sul far del giorno, avendo da i medici inteso che in quel otta dava meno disagio e noia alla persona, che di niuno altro tempo; e se gli era di verno, si metteva una veste lunga foderata, se di state, una di zendalo leggerissima; e avendo la chiave solo egli, senza picchiare altrimenti, aprendo se nandava a lei; e fatto il bisogno, per la me-

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desima via se ne andava al suo letto. [37] Madonna Tiberia, dalle sue cameriere scalzata e acconcia, sola si coricava: ed esse in unaltra camera se ne andavano a dormire, e la mattina, se ella non avessi chiamato, non sareno state ardite di entrare l drento. Per la qual cosa Sergio rimasto era seco, che la notte, quando ognuno nel pelagio sentissi dormire, solo e cheto se ne venissi sopra un verone, dove a punto riusciva la finestra della anticamera, la quale aperta troverebbe; e che di quindi sceso ne lanticamera, per luscio, che medesimamente aperto lascerebbe, se ne venisse a trovarla al letto: poi passata mezza notte, se ne ritornasse alla camera sua. [38] Or, poi che ogni cosa fu cheto per la casa, Sergio, parendogli tempo, si usc di camera tutto solo, e andssene in sul verone; e perch la finestra era un poco alta, prese una lancia, o picca che ella si fusse, fra una massa che ivi erano in terra rasente un muro, e appoggiatola alla sponda, sendo destro e forte della persona, su vi sal a cavalcioni; s che tirato la lancia da laltra parte, per essa leggermente scese ne lanticamera, e per luscio alla donna se nand, che nel letto con desiderio grandissimo lo aspettava. [39] Dalla quale come fusse lietamente ricevuto non da domandare: s che buona parte della notte abbracciati stettero con tanto piacere dambedue le parti, con quanto maggiore immaginar si possa. Ma quando parve lor tempo, si part Sergio, e cos come era venuto, se nand, serrato la finestra, e rimesso la lancia fra laltre: e cos continuando, si diedero forse dua mesi il miglior tempo che mai avessero alla lor vita. [40] Ma la fortuna, nemica de beni umani, disturbatrice de i piaceri terreni, e contraria alle voglie de mortali, in guisa si contrapose alla lor gioia, che dove i pi felici che si trovassero al mondo, in breve furono i pi miseri. Perci che, sendosi una volta infra laltre ritrovati insieme, n tanto spazio ancora auto avendo, che fornito avessero la prima danza damore, avvenne che fuor

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dogni suo costume Currado, per qual si fusse cagione levatosi, venne per pigliar il solito piacere con la moglie, fuor de lusanza sua, cinque o sei ore il meno; e a luscio arrivato, e la chiave presa per aprire, non gli venne fatto, perch volger non la potette mai, usando ogni volta colei che lo amante seco aveva, mettervi la bietta. [41] Per la qual cosa dimenando e scotendo la porta Currado quanto pi poteva, fu dalla donna e dal figliolo udito; i quali, come che gran paura avessero, pure, sendo su lultimo fornire . . . . la dolcitudine amorosa, e di fatto non restando colui di trempellare a luscio, saltarono del letto, e Sergio ratto se nand per la via usata, rassettato e racconcio al suo luogo ogni cosa. [42] Tiberia, come fuor di camera lo vide, serrato luscio, fece vista di destarsi allora; e disse con alta voce: Chi la? A cui rispose Currado, anzi che no sospettando alquanto: Apri, che son io. La donna, udito la voce, tosto corse ad aprirgli, dicendo: Ben venga il mio signore . Alla quale Currado disse: Perch cos metteresti tu iarsera la bietta? (udito avendo cavargliene) egli non suol per essere tuo costume . [43] Tiberia certa scusa debole ritrovando, lo fece pi insospettire: ma prestamente nel letto ritornatasene, aspettava che il marito andasse da lei; il quale per la camera guardando, come volle la disgrazia, in su la cassa a pi del letto (con ci sia cosa che nella camera sempre per usanza ardesse una torcia di cera bianca) vide un cappelletto alla greca di drappo rosso con un cordone intorno intorno doro; il quale conobbe senza dubio alcuno essere del figliolo, da lui quivi la notte per la paura e per la fretta lasciato. [44] Onde, tutto cambiato, si

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pens in che modo essere andata dovesse intorno a ci la bisogna; ma, come savio, deliberando di chiarirse a fatto, e poscia farne aspra vendetta, non volle allora far romore: e come se cosa niuna veduto avesse, si messe a canto alla sua donna, la quale astutamente toccando per tutto, le sent sotto la poppa manca battere fortemente il cuore, onde fu come certo; s che per la passione e per la rabbia non poteva star nelle cuoia; pure, per non darle cagione che sospettar potesse, di simulare ingegnandosi, si sforzava di farle carezze, come era solito. [45] Ma con tutto ci, avendo egli il tarlo che rodeva, stette per infino al giorno, che mai non potette pigliare di lei piacere; ma, deliberato avendo di partirsi, disse: Donna, non ti maravigliare se io non ho potuto n a te n a me sodisfare, perci che io mi sento di mala voglia, e vennicci cos fuor de lordine, per veder se si potesse passare via certo dolore di stomaco che mi noia; ma nulla giova: per rimanti in pace, ch io voglio alla mia camera tornarmene . E detto questo, da lei si part, non pensando gi colei che di niente accorto si fusse; anzi, per lo essere egli vecchio e cagionevole, alle sue parole credette, e si acconci per dormire. [46] La mattina, molto ben tardi poi levatasi, e veduto il cappello, rest dolorosissima, non pensando per che il marito lavesse veduto; e nascosolo, chiam le sue damigelle in camera. Il principe di gelosia, di rabbia, e dodio pieno nel letto ritornato, non potette gi mai dormire, sempre pensando al disonore e a loltraggio che gli facevano la moglie e il figliolo; e riandando le passate cose, fra s disse: [47] Ora conoschio troppo bene che significar volevano tanto amore, tanta benevolenza, tanta pace e tante carezze. Io gi mai non me lo sarei potuto immaginare; e chi penserebbe che il proprio figliolo gli ardisse di fare cos fatto dispiacere al padre, come a me fa il mio, e la infedel consorte? La mia benignit,

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laffezione e lamore che io ho portato, maggior gi mai che padre a figliolo e che marito a moglie portasse, non meritava questo da loro; ma poich essi se lo hanno cercato, io gli gasticher per s fatta maniera, che saranno esempio eterno e spaventevole di quanti adulteri furono gi mai . [48] E sempre pensava il modo che pi agevolmente crgli potesse insieme, mostrando tuttavia lieta cera: e sforzandosi dessere allegro, si lev; e venutone lotta, si messe a desinare, cianciando e motteggiando a lusanza: di che la moglie e l figliolo avevano maraviglioso piacere, pensando che niuno sospetto avesse preso. Per la qual cosa doppo desinare Sergio se nand, come era solito, in camera a passar tempo e a trattener la matrigna; e soli essendo, ragionando della passata notte, gli fu dalla donna renduto il cappello, il quale si aveva per la furia sdimenticato, n se nera avveduto ancora. Della qual cosa il giovane maraviglioso, divotamente Dio ringrazi, che veduto non lavesse il padre. [49] Venutane la notte, Currado, che pensato aveva via di giungerli, solo, stette in aguatto per infino al giorno vicino alla camera del figliolo: e nulla n sent, con ci sia che la notte non fusse venuto bene a Sergio, forse per la passata paura, di ritrovarse con la donna. Ma laltra notte, a lora solita uscendosi egli di camera con i medesimi termini, alla sua donna se nand, non pensando esser veduto da persona; ma Currado, che sera messo alla porta, ogni cosa veduto avendo, colloroso e disperato, per dar principio al suo crudelissimo proponimento, se nand ratto a trovare il portinaio; [50] e fattosi aprire, non cammin cento passi che egli arriv alla casa del bargello, e fattolo chiamare, gli comand che prestamente si armasse e pigliasse la maggior parte de suoi uomini con il manigoldo, e che lo seguitasse; il quale, ubbidientissimo, con minor romor che fusse possibile fece il suo comandamento; e doppo che furono ar-

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rivati in sul verone, e appoggiato una scala alla finestra de lanticamera, la quale aveva fatta tr loro Currado, egli prima, e di poi il capitano e laltra canaglia di mano in mano, entrarono dentro, e con torchi accesi e lanterne in camera della donna correndo se nandarono, e arrivarono che gli amanti dormivano abbracciati insieme. [51] E prima il disperato vecchio giunse al letto con la turba, che da loro fusse sentito; il quale, tirato la coperta, con orgogliose voce gridando minacciosamente disse: Questo dunque, lonore che tu, mio figliolo, e tu, mia donna, mi fate? Ma rendetevi certi che tosto ne patirete la penitenza . [52] Come quei meschini rimanessero, voi ve lo potete pensare. Essi furono da s fatta paura, maraviglia e doglia in un tratto soprapresi, che mesti e sbigottiti restarono; e come se di legno fussero, non che altro, non respiravano. Il principe, seguitando le parole, disse alla famiglia del bargello: Tosto legate a questi traditori le mani e i piedi . [53] Della qual cosa fu prestamente obbedito; e di poi chiamato il giustiziere, prima a Sergio, che strettamente chiedeva mercede e divotamente si raccomandava, veggente la donna, fece cavar gli occhi; e poi per viva forza di tanaglie tagliar la lingua; e doppo, gridando sempre, li fece mozzare le mani e i piedi. Tanta venne in un punto e cos fatta doglia a Tiberia, ci veggendo del suo caro amante, che lanima, costretta a viva forza, abbandonasse i sensi, si dipart dal tormentoso corpo, e con gli spiriti and vagando attorno. [54] Currado, per la rabbia diventato insano e furioso, facendo il simigliante fare a lei, e vedendola stramortita, acci che pi pena sentisse, la fece tanto con aceto rosato e acqua fredda e malvaga stropicciare, che ella rinvenne. Egli, come respirare la vide, perch piacere non avesse di rammaricarse, comand che trattata fusse come il figlio-

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lo; e di poi ambedue gli fece porre sopra lo sfortunato letto insieme, dicendo: [55] Dove con tanto vostro piacere e contento in mia vergogna e oltraggio viveste felicemente, voglio che con dispiacere e dolore per mia vendetta miseramente moriate . E, questo detto, fece uscir tutti li sbirri e il bargello di camera, e serrato luscio, e licenziatogli, attendeva per la sala a passeggiare, indurato s nella crudelt, che egli non si sentiva a pena desser uomo. [56] Il bargello e la famiglia sua, ancor che inumani fussero, pure incresceva loro della crudelissima morte de i dua giovani, biasimando la troppa severa giustizia di Currado. I poveri e sfortunati amanti, senza lingua e senza occhi, senza mani e senza piedi trovandosi, e ugualmente per sette parti del corpo a ciascuno uscendo il sangue, erano alfine quasi venuti alla fine della vita loro. [57] Nondimeno, udite lultime parole di Currado, e sentito sgombrare la camera e serrar luscio, al tasto serano trovati, e con i mozziconi abbracciatisi, luna bocca a laltra accostando, e ristringendosi il pi che potevano insieme, dolorosamente la morte aspettavano. [58] Deh! considerate, pietose donne, se mai udiste o leggeste il pi crudel, il pi disperato, o il pi inumano caso di questo? Dove gi mai, dove i pi scelerati del mondo con tanta acerba pena, con tanto amaro duolo, e con tanto dispietato supplizio si punirono, quanto costoro? In qual parte de luniverso gi mai due traditori o assassini di strada, con pi tormento, con maggior agonia, e con pi fiero martre condotti a morte furono di questi due? [59] Come non saperse la terra? Come non caddero le stelle? Come non rovin il cielo al terribile, empio e sceleratissimo spettacolo? Qual mauro, qual turco, qual tartaro, qual lestrignone, qual furia infernale, quel demonio si sara immaginato mai, non che mandato a effetto, una cos crudele e spaventosa morte? Ahi sfor-

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tunati e miseri amanti! [60] A voi non pure ne lultimo vostro fine non fu concesso potervi rammaricare, e sfogando dolervi, n confortare, n consigliar lun laltro; ma vi fu tolto il vedervi stante insieme, ultimo conforto di chi muore. Ahi infelicissimi! In voi altro che toccar sangue con sangue, e intensa e infinita passione non ebbe luogo. Almen Venere pietosa lanime vostre accoglia, e nel terzo ciel guidandole, vi dia grazia di sempre stare insieme, come merita il vostro ferventissimo amore. [61] Venutone gi lalba, e nel palagio tutta la famiglia levatasi, e avendo inteso lorribil caso, tutti piangendo amaramente si rammaricavano del lor signore: e fra gli altri la balia di Sergio (che fu di quelli che viddero, e da Currado cacciata fuor di camera) nera ita nella Piazza gridando e stridendo s dolorosamente, che molti udendola dubitarono che al principe non fusse qualche male intervenuto. [62] Ma sentendo la cosa, e di mano in mano per la citt spargendosi, tanto a ogni uomo ne incresceva, che non vera chi tener potesse le lagrime, molto riprendendo e aggravando Currado: e una gran parte de maggiori e de pi nobili cittadini nandarono al Palagio, per veder con occhi lacerbissima crudelt; e salliti le scale per entrare in camera, furono dal principe ritenuti. [63] Ma tanto crebbero in numero, che fecero forza a luscio; ed entrati drento, trovarono i dua amanti tutti sangue, e gi la donna passata, e pochissima vita restava al giovane: quando, spaventati e sbigottiti per la inaudita e incomparabile inumanit, tutti a un tratto gridando, dissero Currado esser degnissimo di morte; [64] e fuori uscendo, in meno dunora con esso loro concorse tutta la terra, e tanto ne increbbe a ciascuno, che il popolo si lev a romore, e gridando: Ammazza, ammazza il tiranno crudelissimo! nandarono al palagio forse dumila; e Currado, che se lo indovinava, tardi del suo furore pentito, presono, che sera nascoso in una buca da grano, dicendo che pi non meritava e pi non

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era degno di stato, n di reggere; [65] e quasi mossi dalla divina giustizia, graffiandogli il viso e pelandogli la barba, lo condussero in Piazza; e a un palo legatolo, a furia di popolo, preso delle pietre, lo lapidarono, e tante sassate gli diedero che in breve non solo lo uccisero, ma lo conciarono e consumarono di sorte, che non sara mai stato riconosciuto per uomo, non saziandosi uomini e donne, giovani e vecchi di trarre, tanto che tutto lo ricopersero con i sassi; di modo che pareva maturato, anzi sotterrato, in un monte di pietre. [66] E nel Palagio andatisene, i due sventurati amanti onoratamente secondo lusanza loro seppellirono: e laltro giorno i primi e i pi vecchi cittadini, nel palagio ragunatisi, non sendo chi succedessi alla signoria, per non aver Currado lasciato erede, saviamente ordinando, di principato la ridussero a republica; e cos stette tanto, che finalmente da i Romani fu disfatta.

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NOVELLA SESTA
[1] Lo Scheggia e il Pilucca con dua lor compagni fanno una beffa al Guasparri del Calandra, onde egli fu per spiritare: poi con bellissimo modo gli cavano un rubin di mano, il quale da lui ricomperato, si sguazzano i danari.

[2] Se le donne e i giovani avevano per cagione delle raccontate novelle riso mai, questa ultima di Siringa gli aveva fatto tanto piangere e lacrimare, che di piangere ancora e di lacrimare non si potevano tenere: tanto de i due sfortunati amanti incresceva loro, fuor di modo della inusitata e crudelissima morte dolendosi e maravigliandosi, trovata da quello scellerato vecchio. Pure gli racconsolava in parte il fine che dai suoi gli fu meritamente fatto fare: quando Fileno, rasciutti gli occhi, cos pietosamente disse: [3] Se io considero bene alla passata novella e al bisogno nostro, a me conviene, discrete donne, lasciare indreto una favola che io avevo per le mani, e unaltra dirne, che via maggiormente rallegri e porga diletto e gioia alla brigata tutta piena di doglia e di compassione, nella quale il Pilucca e lo Scheggia e gli altri compagni sintervengono . E seguit: [4] In Firenze fu gi un buono uomo chiamato Guasparri del Calandra, che faceva battiloro, assai buon maestro di quel arte, ma persona per altro bonaria e di grosso ingegno. Costui, per via della moglie sendo doventato ricco, perci che ella era rimasta erede del fratello che le aveva lasciato dua bon poderi in quel di Prato e dua case in Firenze, abbandonato la bottega, attendeva a darse piacere e buon tempo, non avendo se non un figliolo maschio di cinque in sei anni, e la donna in termine di non doverne far pi. [5] Per la qual cosa preso aveva strettissima amicizia dello Scheggia, e conseguentemente del Pilucca, del Monaco e di Zoroastro,

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e piacendogli la loro conversazione, perci che, come voi sapete, erano uomini spensierati e di lieta vita, si trovava spesso con esso loro a cena nella stanza del Pilucca, che stava a casa nella via della Scala, dove era un bellissimo orto, da mangiarvi la sera di state sotto una verdissima e folta pregola al fresco. [6] E perch questo Guasparri faceva professione dintendersi de i vini e di provedergli buoni, coloro, in questo dandogli la soia e lodandolo molto, lo avevano eletto di comune consentimento sopra il vino. La qual cosa Guasparri recandosi a grande onore, per non mostrarse ingrato di tanto benefizio e di s gran maggioranza, tutto il vino che si beeva fra loro, e da lui proveduto, voleva che fussi di sovvallo e a sue spese, e a ogni ora visitava tutte le taverne di Firenze per trovarlo buono, e sodisfare a i compagni, e sempre ne conduceva di due o di tre sorti. [7] Laltre vivande poi tutte andavano per errata: e lo Scheggia era proveditore, e teneva diligente conto, e quei compagnoni attendevono a succiare, che parevono moscioni, mettendo Guasparri in cielo; e Zoroastro diceva pure che non conobbe mai uomo avere il miglior gusto, e il Pilucca affermava lui essere disceso dalla schiatta di Bacco; tanto che il detto Guasparri si stimava desser qualche gran cosa. [8] E cos doppo cena sempre la sera cicalando, avevano i pi nuovi e strani ragionamenti del mondo, dove consumavano mezza la notte, favellando spesso delle streghe, degli incanti, degli spiriti, e di morti. Delle quali cose Guasparri avendo paura grandissima, mostrava non curarle, e si faceva ardito e gagliardo, dicendo fra laltre, che in quel altro mondo i morti avevan fatica di vivere, non che venire a far paura, o male alcuno a questi di qua: della qual cosa sendosi coloro aveduti, ne avevano trastullo e piacer grandissimo. [9] Ora, andando cos la cosa e trovandosi ogni sera insieme allorto del Pilucca, sendo allora di state, e Guasparri procacciando il vino a lusanza, accadde che un

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suo parente, trovatolo un giorno, come invidioso del commodo e del ben di coloro, cominci a riprenderlo che egli spendeva, anzi gittava via il suo, ed era uccellato; e che lo Scheggia, il Pilucca e gli altri lo trombettavano e ridevansene per tutto Firenze, e che egli era da ognuno mostro a dito per goffo e per corrivo; [10] di maniera che Guasparri, pensando cos essere la verit, deliber di levarsi per qualche giorno dalla lor compagnia, e andssene in villa senza dir nulla a persona, dove egli aveva la brigata, cio la moglie e il figliolo, e una serva. [11] I compagni, non lo ritrovando, parevano smarriti, e ne cercavano con grande instanzia, e massimamente lo Scheggia e Zoroastro; i quali doppo sei o otto giorni, intendendo come egli era andato in villa, si maravigliavano che egli non avessi lor detto nulla; e dubitavano tutti di quello, di non ritrovarsi insieme ogni sera a lusanza, facendo buona cera e giulleria. [12] Intanto a Guasparri venne a fastidio lo state in villa, e se ne torn a Firenze: il quale, come dal Pilucca fu veduto, fattogli una gran festa, subito fu invitato per la sera, dicendoli: Oh come hai ben fatto a tornare, perci che da poi in qua che ti partisti, io non ho mai bevuto vino che mi sia piaciuto! Ma Guasparri rispostogli che non poteva venire, fu dimandato dal Pilucca della cagione; [13] ed egli non sapendo dirgliene, n trovare scusa che buona fusse, fu tanto nella fine contaminato, che gli disse, morendosi di voglia di tornar con esso loro, che verrebbe volentieri, ma che non voleva pi provedere il vino, e metterlo a macca; e narrgli tutto quello che dal parente suo gli era stato detto. [14] Il Pilucca, ci udito, ridendo di fuori e di dentro malissimo contento, gli disse, per non parer, che la sera venisse a ogni modo, e che al far del conto non spenderebbe se non quel tanto che gli altri, pensando senza alcun fallo ricondurlo a poco a poco alla medesima usanza. E cos, venutone la sera, e il Pilucca trovato

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i compagni e ragguagliatigli, restarono maninconosi; pur, mostrando allegrezza, Guasparri ricevettero con lieto viso, e feciongli mille carezze e caccabaldole, e cos seguitarono non so che sere. [15] Ma nella fine, veggendo che Guasparri non usciva a fiato, avendolo tutti insieme e privatamente tentato pi volte e per pi vie, parve a Zoroastro che fussi da levarselo dinanzi, dicendo che non era cosa conveniente che egli usasse con esso loro del pari; e cos affermavano tutti, e deliberarono di fargli qualche beffa di sorte che da s stesso si pigliasse licenzia, trovando qualche modo da farlo trarre, e cavargli o danari o qualchaltra cosa dalle mani. [16] E sapendo la paura che gli aveva inestimabile delli spiriti e particularmente de i morti, vi si fondarono sopra; e restati daccordo di tutto quello che da fare intendevano, messero segretamente in opera certi amici dello Scheggia e di Zoroastro, che si avevono preso la cura della beffa. [17] Aveva Guasparri la sua casa in borgo Stella, s che ogni sera che co i compagni si ritrovava, per ritornarsene gli conveniva passare il ponte alla Carraia: n in detta casa stava persona, se non egli a dormire, desinando la mattina sempre o allosteria o a casa amici o parenti. Abitava per sorte a canto a lui un certo Meino tessitore di drappi, amico grande dello Scheggia, per la cui casa si poteva entrare agevolmente in quella di Guasaparri; s che lo Scheggia tanto aveva fatto e tanto pregatolo, che Meino era restato di fare quanto egli voleva. [18] In questo mentre, venutone il giorno, la cui notte si doveva fare a Guasparri la beffa, avendo ogni cosa ordinato e messo in assetto, lo Scheggia e Zoroastro la sera si trovarono con i compagni al solito, dove cenarono di santa ragione; e doppo, a sommo studio entrato il Pilucca in su gli spiriti, e cos Zoroastro, tanto dissero e delle streghe e de morti e della tregenda e de diavoli, che a Guasparri entr sospetto grandissimo de laversene a ire a casa solo; [19] e se non fusse stato per non si mostrare

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timido e pauroso, arebbe richiesto qualcheduno di loro, che lo avessero accompagnato e restatosi abergo seco; e fu tutto quanto tentato di non si partire, e di dormir quivi. [20] Ma venutane gi lora deputata, fece Zoroastro, acci che Guasparri se nandasse, trovare i germini, il qual gioco colui aveva pi in odio che la peste; s che Guasparri fu forzato partire, che era mezza notte. Ma come egli ebbe il pi fuor della soglia, subito gli usc dreto lo Scheggia pian piano; e vedendolo andarsene diritto da Santa Maria Novella, donde poi volgeva per la via de Fossi, e indi passava il ponte, se nand per via Nuova, e quasi correndo, per borgo Ogni Santi giunse in sul ponte alla Carraia, che colui non era ancora a mezza via; [21] e trovato i compagni che lo attendevano, fece lor cominciare a dar ordine, ed egli si nascose drento alla chiesina di Santo Antonio, in su la sponda dArno che arrivava a Santa Trnita. [22] Era allora di settembre e buissimo, per buona sorte, come in gola. Di l da mezzo il ponte alla Carraia in su le prime pile erano venuti i due compagni per ordine di Zoroastro e dello Scheggia, come avete inteso; i quali avevano una mezza picca per uno, in cima della quale era un po di legno atraversato, che veniva a far croce, alla quale due lenzuoli lunghissimi e bianchi con certa increspatura stavano accomodati. [23] E in su la vetta della croce era una mascheraccia contrafatta, la pi spaventosa cosa del mondo, la quale scambio di occhi aveva dua lucerne di fuoco lavorato, e cos una per la bocca, che ardevon tutte, e gittavano una fiamma verdiccia molto orribile a vedere; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso stiacciato, mento auguzzo, e con una capeglieraccia nera e arruffata, che arebbe messo paura, non che a Cuio e al Bevilacqua, ma a Rodomonte e al conte Orlando. [24] E cos in su quelle pile vote che riescono in Arno rasente le sponde, luno di qua e laltro di l stavano cos divisati in aguatto e alla

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posta: e questi animalacci cos fatti erano allora chiamati da loro cuccubeoni. [25] Guasparri, avendo il pensiero a quegli indiavolamenti e stregherie, ne veniva adagio e sospettoso, tanto che alla fine arriv alla coscia del ponte; il quale tosto che lo Scheggia vide comparito, fece cenno con un fistio sordo, di maniera che coloro a poco a poco rizzato quel bastone gli entrarono sotto, alzandolo tuttavia suavemente: quando, su per lo ponte camminando, a Guasparri, volgendo gli occhi, venne veduto quella cosa contrafatta e spaventosa alzarse pian piano, onde fu da tanta e cos fatta paura sopragiunto, che tutte le forze gli mancarono a un tratto, salvo che egli grid fortemente: Cristo, aiutami! [26] e rimase quasi immobile, guardando quella maraviglia per trasecolato, che ne lultimo erano cresciuti quanto mai potevano, e di qua luno e di l laltro mettevano il ponte in mezzo, di sorte che a Guasparri pareva che gli uscissero dArno, e giudicavagli maggiori che campanili; e cos stordito e pauroso fuor dogni guisa umana, si credeva senza fallo avere inanzi agli occhi il trentamila paia di diavoli. [27] E parendogli che a poco a poco se gli avvicinassero, temendo non essere da loro inghiottito, gridando unaltra volta: Cristo, aiutami! si messe a fuggire per la via che egli fatto avea, n mai si volse indietro fino a tanto che egli non fu arrivato a casa il Pilucca; [28] dove, picchiando a pi potere, fece tanto che coloro stimatosi quello che era gli apersono, aspettandolo a gloria: a i quali giunto, per la paura e per la furia del correre, non poteva raccr lalito n sprimer parola; e si lasci ire ansando in su una panca, che non poteva pi. [29] Lo Scheggia, ogni cosa avendo veduto, fuggito Guasparri, pien dallegrezza corse a i compagni; e di fatto gli mand a casa Meino, per fornire il rimanere de lopera e dare compimento alla beffa; ed egli di buon passo se ne venne a casa il Pilucca, dove Guasparri, riau-

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to il fiato e rassicurato un poco, era nella loggia andatosene e raccontava a coloro le maraviglie, e diceva le pi strane e pazze cose che sudissero mai. [30] E coloro, facendosene beffe e uccellandolo, lo facevano disperare: quando lo Scheggia, fingendo duscire duna di quelle camere da far suo agio, anche egli, ascoltando Guasparri, se ne rideva: di modo che, volesse il Cielo o no, tutti affermavano che Guasparri gli tirava su, e gli voleva far corrivi. [31] Pure colui, tremando tuttavia, giurava e affermava che cos era, e che venissero a vederlo; in guisa tale che coloro si missero seco in via, sempre dicendo, o che egli aveva le travergole, o che gli voleva far Calandrini o Grassi legnaioli; tanto che al ponte alla Carraia giunsero, dove, guardato e riguardato, non seppero mai veder niente. [32] A Guasparri non pareva possibile, e pur mostrando il loco, diceva come gli erano usciti dArno, e che eglin sopravanzavano le sponde di cento braccia, tutte e due bianchi come la neve, e che gli avevan solamente gli occhi e tutto il viso di fuoco, mille volte pi brutti e terribili che lorco, la tregenda e la versiera. [33] Ma Zoroastro dettogli mezza villania, che ancora non voleva restar di burlargli, e che con gli amici non susavano quei termini, e cos gli altri mostratisi adiraticci, se ne andarono daccordo a fornir la partita de i germini, facendosi beffe di colui con dire che egli aveva beuto troppo. [34] Guasparri, sendo di l da mezzo il ponte, e veduto la guardia (ch gi si era levato la luna), che di borgo San Friano venendo, se ne andava per lo Fondaccio, lasci coloro volentieri, e quasi correndo se ne venne verso il bargello, parendogli essere accompagnato e sicuro, tanto che sospettar lo fece, e aspettllo e cercllo, e non gli trovando arme, lo lasci ire pe i fatti suoi. [35] Guasparri, gi presso a casa, andava pensando se gli era bene a dormir solo; e fu tutto tentato per andar di l dArno a starse con un suo parente: pur poi, parutogli

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tardi, se ne and a casa, e tolto la chiave, aperse luscio, ed entr dentro. Lusanza di Guasparri per quella stagione era di dormire in una camera terrena, che rispondeva in su la loggia; la quale Meino con un compagno, per commessione di Zoroastro e dello Scheggia, aveva tutta quanta intorno intorno parata a nero con certe tele accattate dalla compagnia dellOsso, che servono per la Settimana Santa e per lo giorno de Morti, dipinte di croci, dossa e di capi di morti; [36] e a una cornice che la girava dintorno intorno appiccato avevano pi di mille candeline di cera bianca e tutte quante accese, tal che rendevano un splendore maraviglioso; e nel mezzo dello spazzo sopra un tappeto diaceva uno, vestito di bianco a uso di battuto, acconcio le mani e piedi in guisa che pareva un morto, pieno ogni cosa dintorno di fiori e di foglie di melagrancio; da capo aveva un Crocifisso e dua candele benedette accese, da poterlo segnare, chi avesse voluto. [37] Cos divisato la camera nella foggia che inteso avete, lavevano riserrata, che niente si pareva. Guasparri, poi che fu dentro, secondo la sua consuetudine se ne and al buio alla camera per andarsene al letto, il quale poi il giorno gli rifaceva sempre una sua vicina; ma come, volgendo la campanella, egli aperse luscio, subito vide lo splendore, il parato de lossa e il morto disteso in terra: [38] onde da tanta paura, da tanta maraviglia, da tanto dolore fu preso, percosso e avvinto, che subito sbalordito cadde in su la soglia de luscio ginocchioni, che non potette per la paura e per la doglia formar parola. [39] Ma poi, fatto della necessit fortezza o disperazione, rittosi in un tratto e tirato a s luscio di camera, forse temendo che quel morto non gli corresse dietro, susc fuor di casa prestamente, e la dette a gambe, e per la fretta non si ricord di serrar la porta da via; e correndo a pi potere, non aveva altro nella mente, che morti, spiriti, diavoli, fantasime e streghe, millanni parendogli di trovare i compagni; tal che, passando il

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ponte alla Carraia, non si avvidde de i cuccubeoni, che prima gli avevan dato tanto terrore e spavento: cos la maggior paura caccia sempre le minore. [40] Meino e i compagni, che stavano alla posta, tosto che Guasparri fu fuor delluscio, come era stato loro ordinato, spacciatamente spegnendo tutti i lumicini, e sparecchiando e ravviluppando le tele dipinte, il tappeto, il Crocifisso, le candele e ognaltra cosa rabballinarono e portaron via, e rassettarono al luogo loro; e racconcio la camera, come lera prima n pi n meno, e serratola, se ne adarono a casa Meino. [41] Ma perch Guasparri aveva lasciato aperto, acci che egli non fussi stato rubbato, uno di loro, che non pareva suo fatto, stava a far la guardia, bench gli era in su una otta che non si trovava fuori nessuno. Intanto Guasparri era correndo arrivato a casa il Pilucca, e battendo la porta, non restava di gridare; quando coloro, che lo aspettavano, corsono l con gran fretta e allegrezza per aprirgli; [42] e, sentito la voce, il Pilucca prima disse: Che saranno, Guasparri, delle tue girandole? A cui rispose Guasparri gridando: Ohim! Pilucca e voi, fratelli miei, misericordia, aiuto! Io ho pieno la casa tutta di spiriti e di morti, e credo che vi sia drento tutto il Limbo e tutto lInferno ; e raccont loro ci che egli aveva veduto. [43] Zoroastro e i compagni, fingendo di non gli credere, e dicendo che egli gli voleva uccellare di nuovo, gli facevano rinnegar la fede; perci che egli, pur narrando le maraviglie, affermando e giurando, gli pregava che dovessero e volessero andar seco di grazia e per lamor di Dio, per chiarirsi prima, e poi per consigliarlo e aiutarlo in cos fatto bisogno e in tanta necessit. [44] E questo dicendo, tuttavia tremava di sorte che Zoroastro disse: Guasparri mio, egli non dubbio alcuno, cos ben ti saviene il fingere, che se noi non fussimo pur dianzi sta-

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ti dileggiati e burlati da te, che ora noi non ti credessimo; ma tu puoi fare e dire a tua posta, che noi non semo pi per crederti, e non ci befferai altrimenti . [45] Guasparri, giurando al corpo e al sangue che non gli beffava, ma che diceva da miglior senno che egli avesse, si disperava, promettendo che, se non era cos la verit, che voleva che gli cavassino gli occhi di testa. A cui rispondendo Zoroastro disse: Se tu hai, come tu mostri, cos voglia che noi venghiamo e vediamo, il cavarti gli occhi non serve a nulla; ma dammi pegno cotesto rubino che tu hai in dito; [46] e se la cosa sta come tu dii, e che in camera tua sieno i lumicini, i morti e le maraviglie, te lo voglio rendere graziosamente; ma se glinterviene come del ponte alla Carraia, che non vi sia niente, e come io credo, che sintenda per noi guadagnato, e a te si rimanghino gli occhi, che son troppo cara merce, e da non arristiarla cos per poco . [47] Subito, di allegrezza pieno, rispose Guasparri: Io son contento : e dettegli lanello; il quale gli era capitato nelle mani per conto della eredit, che se ne sarebbeno auti dalla sera alla mattina venticinque o trenta ducati doro; e cos restati daccordo, il Pilucca, lo Scheggia, il Monaco e Zoroastro si missero in via, e tanto camminarono che in borgo Stella giunsero; e a prima giunta lo Scheggia, vedendo luscio aperto, disse: [48] Io ho paura, Guasparri, che non ti sia stato vto la casa. Ohim! rispose Guasparri , io non mavviddi, per la fretta e la paura, di serrare! E cos, temendo di andare inanzi, dise al Pilucca: Va l tu . Ma perch vi era buio, il Monaco, che aveva una lanterna accesa, fattosi inanzi disse: Venitene, via . [49] Guasparri, tremando e quasi sbigottito, si era messo dreto a tutti, come colui che aveva di che temere;

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ma poi che giunti furono a luscio della camera, il Monaco, per parere, stava su le continenze; onde Zoroastro, fattosi inanzi, girando la campanella, aperse in un tratto, e la camera trov e vidde starsi nel modo usato; s che di fatto ridendo disse: [50] Lanello guadagnato per noi. Guasparri, guarda qua: dove sono i lumicini, i morti, gli spiriti e i diavoli che tu dicevi? Io credetti avere a vedere la bocca de lInferno . Se mai uomo alcuno per alcuna nuova e maravigliosa cosa rest per tempo alcuno attonito e stupefatto, Guasparri fu desso. [51] Egli non sapeva bene in qual mondo si fussi, e se quelle cose che egli aveva vedute, se egli le aveva vedute, o se gli era tropo paruto vedere, o se egli pure le aveva sognate; e sbalordito e quasi affatto fuor di s, riguardava pur la camera, e veggendo ogni cosa al suo luogo, non aveva ardire di favellare n di rispondere a coloro, che tuttavia lo proverbiavano con dire: [52] Ben dicevamo noi che tu ti burlavi, e che tu facevi per farcene unaltra, e poi domane vantartene e uccellarci per tutto Firenze? Ma in fe di Dio, che luccellato rimarrai tu, se gi non falso questo anello . E con questi s fatti e con altri rimbrotti, non restavano di riprenderlo e di garrirlo, tanto che egli umilmente pregandogli che fussero contenti di tacere, rimase di ricomprare il rubino venticinque ducati, a fin che questo fatto non si spargesse per la citt; [53] la qual cosa fuor di modo piacque a i compagni; e perch egli aveva paura a dormir solo, lo Scheggia rimase albergo seco, il Monaco se nand a casa sua, e Zoroastro col Pilucca. La notte il misero Guasparri non potette mai chiuder occhi, ch sempre gli pareva di vedere le passate cose; e fra s ripensandovi, non se ne poteva dar pace; intanto che, facendosi d chiaro, si lev senza aver mai dormito punto, e cos lo Scheggia, il quale nand a casa il Pilucca; e

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Guasparri a procacciar i danari per riscuoter lanello, acci che la cosa andasse segreta. [54] Il che fatto, e riscosso da Zoroastro il suo rubino, se ne and in villa a starse con la moglie, per veder se gli potesse uscire quella fantasia della testa; dove il terzo giorno ammal di sorte, che egli se ne fu per morire: pur poi guarito, tutto si scortic, come se egli avesse beuto veleno; tanto fu fiera e possente la paura. Zoroastro, lo Scheggia e i compagni, auto que venticinque fiorini, attesero quanto ei durarono, a sguazzare e far la miglior vita del mondo, ridendosi e burlandosi di quel buono omiciatto di Guasparri. [55] Il quale, tornato lOgni Santi in Firenze, per star con lanimo riposato e senza sospetto vend la casa si borgo Stella, e comperonne unaltra da San Pier Maggiore, dove coloro in capo di pochi mesi gli fecero unaltra burla, della quale avedutosi per opera di quel suo parente, e da lui ammaestrato, per li suoi consigli finalmente lasci in tutto e per tutto la pratica loro.

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NOVELLA SETTIMA
[1] Taddeo pedagogo, innamorato duna fanciulla nobile, le manda una lettera damore, la quale venuta in mano al fratello, lo fa, rispondendogli in nome della sirocchia, venire in casa di notte; dove, con lo aiuto di certi suoi compagni, gli fa una beffa, di maniera che il pedante quasi morto e vituperato affatto si fugg di Firenze.

[2] La favola di Fileno, tutta giocosa e lieta, in buona parte aveva raddolcito lamaritudine e lasprezza della passata, e confortato il cuore e lanimo, e rasserenato gli occhi e l viso cos delle donne come dei giovani. Per la qual cosa Lidia, che doppo Fileno sedeva, cos, donesto rossore avendo alquanto tinto le guance, con bella e leggiadra maniera a favellare incominci: [3] Dilettose donne e onoratissimi giovani, la beffa che tu fatta a Guasparri del Calandra mha fatto tornare a memoria una novella, anzi forse una storia, che io sentii gi raccontare al mio avolo, poco inanzi che di questa vita si partisse; che ben sapete quanto meglio che altro uomo egli le raccontasse; nella quale una beffe similmente fatta a un pedagogo si contiene: la quale, se io non minganno, credo che vabbia a dar materia da rallegrarvi e da ridere quanto la passata e pi . E seguit dicendo: [4] In casa Tommaso Alberighi, uomo tra gli altri cittadini fiorentini ne i tempi suoi dottima fama e valoroso, stette gi un pedagogo che si menava dreto a insegnava a due sua figlioletti, il cui nome fu Taddeo, dun castelluzzo del Valdarno nostro di sopra, il quale, non ostante lo essere villano, dappoco, povero, senza virt e brutto, sinnamor duna nobile e bellissima fanciulla, vicina alla casa del suo padrone, per nome chiamata Fiammetta. [5] E passando egli per questa cagione assai sovente da luscio di lei, cominci a vagheggiarla fiera-

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mente, come se fusse stato qualche bel cero, o figliolo dalcun ricco o gran cittadino; di che la fanciulla onestissima non saccorgendo, non teneva cura; onde il pedagogo si disperava, non gli parendo in questo suo amore aver altra malagevolezza, che di farlo sapere alla sua innamorata, stimandosi tanto grazioso e leggiadro, che tosto che la fanciulla sapesse essere amata da lui, fusse forzata senza fallo niuno a compiacergli. [6] Onde egli deliber fare una lettera amatoria, e mandargliela; e cos avendola scritta, appost una domenica mattina per tempo che la serva tornasse dalla messa, e chiamatala da parte, con lusinghe e con promesse la preg che per sua parte alla fanciulla presentasse la lettera. La fante, che che si fusse la cagione, forse odiando il pedante, non alla Fiammetta, ma a un suo fratello la pose in mano. [7] Il fratello, che era ardito e superbo, come colui che era giovane, nobile e ricco, poi che ebbe la lettera, e ogni cosa ben compreso, cominci a bestemmiare che pareva arrabbiato, e voleva andare allora allora a romper le braccia al pedagogo; ma in quella giunse un suo amico carissimo, che Lamberto aveva nome: il quale, veggendolo cos in collora, disse: [8] Agolante (ch cos si chiamava il giovine), e questo? Che vuol dire tanta ira? A cui Agolante rispose, non restando di maladire: Se tu sapessi quel che mha fatto un pedante poltrone! E che tha fatto? rispose Lamberto. [9] stato tanto sfacciato e prosuntuoso soggiunse Agolante che gli bastato lanimo di scrivere una lettera damore e mandarla alla mia sorella; e quivi, come se egli fusse signore, se le ffera e prffera, e indi la prega che abbia di lui piet e compassione, trovando modo tosto di consolarlo. Ecco la lettera: leggi, se tu udisti mai la pi disonesta pedanteria. Io fo voto a Dio

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che, prima che vada sotto il sole, dargli tante mazzate, che io me lo lasci a i piedi. [10] Deh, no disse Lamberto ; se io fussi in te, me ne governerei per altra via; perci che, correndo tu a furia a dargli del bastone, i colpi non si danno a patti, s che agevolmente potresti rompergli la testa e ammazzarlo; e che arest fatto poi? Perduto la roba e la patria, e per chi? per un gaglioffo, sciagurato pedante fracido, che non val la vita sua dua man di noccioli . [11] Agolante, ancor che egli fusse pien di stizza e superbissimo di natura, conoscendo le colui parole verissime, rispose: Io son contento di fare a tuo modo; ma dimmi, che modo terresti tu, che senza alcun pericolo questo asino indiscreto si gastigasse? Allora disse Lamberto: La prima cosa, senza che la fanciulla ne intendesse altro, ma bene in nome di lei, darei risposta a questa lettera, e per la fante medesima la manderei al pedaggio, dandogli qualche poco di speranza: chi son certo risponder. [12] Cos di lettera in lettera opererei, facendo tu le vista dessere andato di fuori, che la Fiammetta gli darebbe la posta, e lo farebbe venire qui in casa; dove in suo scambio troverebbe cosa, di che tutto il tempo della vita sua ne sarebbe dolente: faregli una beffa, che se ne direbbe per tutta Italia! [13] Piacque tanto il parlar di Lamberto ad Agolante, che di fatto rimesse in lui ogni cosa, e lo preg caldamente che pensasse di fargli qualche giarda rilevata, di che se navesse a dir millanni; e chiamata la serva, gli disse che facesse tutte quelle cose che da Lamberto imposte le fussero, senza mancar di nulla. Lamberto, letto e riletto la lettera, e molto consideratola, laltra mattina le fece la risposta; e datala alla fante, le commesse che per parte della Fiammetta al pedagogo la portasse: [14] il quale ne fece grandissima festa, ma molto maggior as-

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sai, poi che letta lebbe, udendo le dolci parole della sua innamorata, e non meno esser da lei amato, che egli amasse lei, e che quando ella potesse, gli ne mostrerebbe tal segno che egli ne resterebbe certissimo; ma lo pregava bene che per onor di lei fusse contento di non passarle troppo da casa, n anche fermarsi troppo a mirarla; e se ella non ci facesse buona cera, e qualche volta facesse sembiante di non lo vedere, non si maravigliasse, perci che tutto faceva a buon fine. [15] Le qual cose tutte Lamberto artatamente scrisse, acci che il pedante non sospettasse se ella nel passare non lo guardasse, come intervenir gli soleva. Taddeo non stette molto che unaltra lettera le riscrisse, alla quale in nome della fanciulla da Lamberto gli fu risposto, sempre dandogli speranza grandissima; e cos tanto, scrivendo e rispondendo, and la bisogna, che Taddeo, non potendo pi stare alle mosse, quasi in modo di comandarle la richiese che trovar desse modo oggimai di farlo lieto. [16] L onde a Lamberto parendo tempo dutimar la cosa, gli rispose, e disse che prima non poteva che dellaltra settimana, dovendo Agolante suo fratello cavalcare fuor di Firenze per dimorare parecchi giorni e settimane; e che allora le ne far intendere, s che pi lettere non accadevano. [17] Quanta allegrezza il pedagogo avesse, non da domandare: egli non credeva mai tanto vivere, che tener potesse stretta nelle braccia la sua bellissima Fiammetta; e non potendosi tenere, passava spesso da luscio suo, e alcuna volta, veggendola alla finestra e considerando che ella non lo guardava, come colei che non lo conosceva, diceva fra esso: [18] Oh come saggia e astuta costei! Come sa ella fingere! Per Dio, che ella una femmina che ne vanno poche per dozzina! Oh che aria angelica! che viso di cherubino! che carni dalabastro! Le Lamie, le Driade e le Nape non hanno a far niente seco . E tanta fu la smania che egli ne menava, che compose in sua lode ballate e sonetti (la pi ribalda cosa

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non si vidde mai) e uno capitolo, che non arebbono mangiato i cani; e ogni cosa mandato alla Fiammetta aveva; di che i giovani facevano le maggior risa del mondo. [19] Ma Lamberto, per fornire la trama, e dare al pedante frutte di frate Alberigo, ragionato ogni cosa che di fare intendeva con Agolante, una mattina per tempo gli fece far veduta dandarsene in villa, dove egli aveva le sue possessioni, nella Valdelsa; e fu veduto da tutto il vicinato cavalcare, e per buona sorte lo vidde anche Taddeo. Pensate dunque quanta letizia egli avesse; e cos poco appresso venne la serva, e per ordine di Lamberto in nome della Fiammetta gli present una letterina. [20] Ilpedagogo, tutto ridente e allegro, la prese, e ghignando si part da lei; e inteso che egli ebbe il tutto, fu il pi contento uomo che fusse gi mai. Il tenore della lettera era questo, che la sera in su le quattro ore (sendo l vicino a Carnovale) egli venisse intorno a luscio; e guardato che persona non lo vedesse, facesse cenno con batter tre volte le mani insieme; ed ella, stando alla posta, gli aprirebbe, dove infino quasi al giorno si trastullerebbono; e poscia andar se ne potrebbe. [21] Venne intanto la sera, e Taddeo fece intendere a casa come cenare e dormire gli conveniva la notte con un suo zio, che era prete in San Pier Gattolini; e il gaglioffo se nand a spasso infino a tre ore, e dipoi solo alla taverna; e cenato che egli ebbe a grandagio savvi verso la casa della Fiammetta; e come gli sent le quattro ore, accostatosi a luscio pian piano, fece il cenno, che niuno passava per la strada. [22] La fante, che stava in orecchi, come aveva ordinato Lamberto, gli aperse di fatto, e lo messe drento pianamente, e gli disse: Maestro, la Fiammetta ancora con la madre al fuoco; e per mentre che ella bada a irsene al letto, che pu stare oggimai poco, voi entrerrete in questa camera qua terrena, e aspetterete; dove, tosto che ella possa, verr a

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consolarvi; e quivi starete poi parecchie ore a scherzare . [23] Piacque la cosa molto al pedagogo, e avvissele dreto: la serva, arrivata alla camera, aperse; s che tramenduni entrati dentro, ella gli disse: Taddeo, voi vedete, questa una bella e ben fornita camera, e pur oggi mettemmo in su questo letto un paio di lenzuola bianche: voi potete spogliarvi e aspettarcela drento . [24] Lod sommamente Taddeo il cosiglio della fante, fra s dicendo: Per santa Maria, che costei una pratica femmina: dove posso io meglio aspettarla, che qui entro? E dette della mano in sul letto, e a colei voltosi, disse: Lo aviso tuo mi piace . E fattosi tirar le calze e lasciarse la lucerna, le dette licenzia; la quale gli disse ne lultimo: Vedete, maestro, di questa camera non ha la chiave se non la fanciulla, e perci niuno, come io ar serrato, ci potr pi entrare: s che il primo che aprir, sar la vostra Fiammetta. Uh, uh, in buon ora, io ve la raccomando; guardate a non la disertare: ah ah, ella pur giovanina e tenerina . [25] E in questo dire serr luscio e tir via, tra s dicendo: Al cul larai . Il pedagogo, ridendo, aveva gi pensata la risposta, quando si vide restato solo; e fornitosi di spogliare, pi allegro che mai fusse alla sua vita, se ne ricover nel letto, aspettando con grandissimo desiderio la sua Fiammetta, stimandosi daver la migliore e la pi gioconda notte che egli avesse gi mai: ed egli ar la pi trista e la pi dolorosa. [26] La fante, tosto che luscio della camera ebbe serrato, e dntrovi il pedagogo, che non se nera accorto, se ne era andata in unaltra camera a mezza scala, dove erano Agolante, che la sera al tardi, lasciato il cavallo poco

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lontano dalla citt in casa un suo amico, se ne era a piede per unaltra porta tornato nascosamente in Firenze, Lamberto e quattro altri lor compagni, che quivi cenato avevano per far la beffa al pedagogo, dogni cosa ben proveduti che faceva lor di mestieri: i quali, poi che dalla fante intesero il pedante essere entrato nel letto, fecero maravigliosa festa, e alla serva dissero che se nandasse a dormire, non vi sendo pi di lei bisogno. [27] I giovani, postisi a novellare e a ridere, badarono tanto che sonarono le sette ore; le quali udite, Lamberto cominci a mettersi in assetto con i compagni. Il pedante, veggendo penar tanto a venir la sua Fiammetta, cominci anzich no a dubitare, non gi di beffa niuna, ma che alla fanciulla non fusse intervenuto qualche strano accidente; poi fra s diceva: [28] Ella tanto saggia e accurata, che prima che a me ne venga, vorr sentire addormentata la madre: questo certo la fa soprastare, acci che con pi agio e con lanimo scarico ella si possa poi una buona pezza dimorar meco . E stava in orecchi di tal maniera, che ogni cosellina che egli sentiva, gli pareva che la Fiammetta fusse, che lo venisse a consolare. [29] Lamberto, che gi sera messo in ordine, avendo la chiave, con i compagni alla camera dove aspettava il pedante se ne venne. Ed egli erano travestiti tutti con vesti bianche da battuti, e quattro di loro avevano una scorreggia di sovatto in mano per uno, e gli altri due, dua torce accese. [30] Come Taddeo sent toccar luscio, e conobbe il volger della chiave, tutto si rallegr, a rizzssi in sul letto a sedere con le braccia aperte, pensando che come ella fusse dentro, che ella se li gittasse al collo; e aveva fatto disegno di darle un tratto la stretta, prima che ella si fusse spogliata: tanto si sentiva tirare dalla volunt e dal desiderio! [31] Ma come coloro vidde cos travestiti, fu da tanto dolore e da cos fatto spavento sopragiunto, che egli non seppe in su quel subito pigliare schermo niuno, e quasi stupido e immobile era

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venuto. Coloro, entrati drento e riserrato luscio, presero in un tratto la sargia e il coltrone, e scagliaronlo a mezza la camera; e tutti quattro quei delle scorregge comincorono, tacendo sempre, a battere e frustare il misero pedagogo, quanto uscire poteva loro delle braccia. [32] Taddeo, ci veggendo, e molto pi sentendo, gridava piangendo e chiedendo perdono e misericordia, e si raccomandava a pi potere; e coloro attendevano a chioccarlo, chi di qua, chi di l, chi di sopra e chi di sotto, in modo che il meschinello gi tutto livido, veggendo che il pregare e il raccomandarsi non giovava, si scagli del letto: [33] ed eglino sempre ditrogli battendolo; tanto che li dierono forse quattromila scorreggiate, di sorte che egli era tutto rotto e tutto sangue; e per lo affanno del gridare e per il duolo delle battiture era per modo fiacco e macero, che egli stava in terra come morto; tal che io non credo che altruomo fusse gi mai s malconcio. [34] Onde coloro, non gi sazi ma stanchi in parte, restarono di flagellarlo; e senza aver fatto gi mai parola, legatogli le mani e i piedi con due di quelle scorregge, a fine che da se stesso non si ammazzasse o si facesse qualche male scherzo, lo lasciarono legato in mezzo alla camera, e tolti tutti i panni suoi, per infino la camicia e le pianelle, se ne tornarono nella prima camera, dove gongolando facevano le maggiori e le pi grasse risa che fusser mai state sentite, dicendo ognuno Io so che gli dover uscire il ruzzo e lo amore della testa . [35] Erano tra costoro il Piloto e l Tribolo, i pi faceti e i maggior maestri di far burle e natte che si trovassero allora in Firenze: i quali di stucco, di stoppa e di cenci avevan composto un uomo che alla statura, e al viso massimamente, somigliava tutto il pedante, avendo di nuovo fatto una maschera a posta; il quale vestito poi minutamente di tutti i panni suoi, tutto miniato pareva lui. [36] I giovani, mentre che gli aspettavano il tempo per dar finimento alla beffe, si messero a bere e a cian-

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ciare. Il pedagogo, poi che solo fu restato cos lacero e percosso, malediva divotamente il suo amore, la Fiammetta e il giorno che nacque, senza speranza davere mai a uscire delle mani a coloro, se non morto; ch ben per fermo teneva che il fratello di lei, saputo avendolo, ordinato avesse ogni cosa; e doloroso, non potendo quindi muoversi, faceva il pi dirotto cordoglio che si udisse gi mai, aspettando dora in ora la morte. [37] Ma poi che le dodici ore sonate furono, e che un servitore di Lamberto port loro novelle come la guardia sera riposta, cos come essi erano vestiti da battuti, con quel pedante contrafatto, se ne andarono in camera dove avevano lasciato Taddeo: il quale fatto rizzare, scioltogli prima avendo le mani e i piedi, cos ignudo e sanguinoso, legatogli una benda a gli occhi, menarono fuori di casa. [38] Il poverello per la paura no ardiva di favellare, avendo veduto loro a canto i pugnali, temendo non di meno che coloro lo guidassero ad Arno; i quali, giunti che furono in Mercato Vecchio, quel pedagogo contrafatto messo in gogna alla colonna, e acconciaronlo in guisa che di lontano un pochetto sembrava proprio vivo; e una scritta gli attaccarono al collo, che diceva a lettere dappigionasi: PER AVER FALSATO LA SODDOMIA; [39] e di fatto sciolsero gli occhi a Taddeo, accennandolo che guardasse se si riconoscesse. Il che mirando il pedagogo, ebbe tanto dispiacere e dolore, che egli fu per gridare: pur si ritenne, temendo di peggio, e gli parve maravigliosa cosa di vedere uno viso che tanto somigliasse il suo; ma il cappello, il saione, il gabbano, le calze e le pianelle conobbe egli esser le sue proprie. [40] Pensate dunque voi che cuore fusse il suo, stimando, tosto che si faceva giorno, desser riconosciuto dalla gente e che lo abbia a intendere e vedere il padrone; ma coloro, tosto rilegatogli la benda al viso, perci che lalba cominciava a biancheggiare, lo menarono via, e lo condussero nel chiasso di messer Bivigliano, in casa un di loro;

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e legatogli di nuovo le mani e i piedi, lo messero in una stalla, ed essi se ne andarono a riposare. [41] Vennene intanto il giorno chiaro, onde dalle persone che prima andavano alle botteghe fu veduto il pedagogo, s che si faceva ognuno ridendo maraviglia grande; ma non sapendo come, n perch, n da chi quivi fusse stato messo, non si ardiva persona a toccarlo, restando molti dappresso ingannati, che di discosto lo avevano stimato vivo; ma non stette guari che vi capitarono alcuni che lo raffigurarono, e riconobbero i panni. [42] Onde si sparse la voce per Firenze, tanto che in meno di due ore vi si ragunarono pi di duemila persone, e non rimase n scolar n maestro n studiante n dottore, che veder non lo volesse; parendo a ciascuno il pi nuovo e il pi strano caso che mai stato sentito si fusse; e tutti coloro che avevano sua conoscenza, vedute le spoglie di Taddeo indosso a quel contrafatto, facevano del pedante cattiva giustificanza. [43] Vennevi fra gli altri Tommaso suo padrone, e gnene increbbe fuor di modo; n per tanto od egli od altri, suoi amici o parenti, si ardirono a farlo levare, non si potendo immaginare da chi quivi n a che fine fusse stato posto; ma dintrnogli diceva ognuno la sua; e tra gli altri il Piloto e l Tribolo, Lamberto e Agolante, che rivestiti si erano e l venuti, dicevano, mescolati tra la gente, le pi belle cose e le pi nuove favole del mondo; tal che loro appresso facevono ridere ognuno, burlando e motteggiando sopra gli altri pedagoghi. [44] Ma cos stando, fu la cosa rapportata agli Otto; onde tosto ragunati, fecero andare un bando scurissimo contro a chi avesse posto il pedagogo in gogna, e subito da i famigli loro lo fecero levare e portarlo via. Il che Lamberto e i compagni udito e veduto, se ne tornarono al chiasso di messer Bivigliano, e nella stalla trovarono il pedante, che voltolandosi intorno sera tutto quanto per lo freddo ricoperto nel letame; e sendosi rimesse le vesti

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da battuti, lo fecero quindi uscire, avendogli prima tutti di concordia pisciato in sul viso e per tutto il dosso. [45] E il Piloto, avendo una torcia accesa in mano, gli ficc fuoco nella barba e ne i capelli, che quasi tuto gli arse il mostaccio e il capo, di maniera che le vesciche gli alzarono nelle gote, per la testa e nel collo s fattamente, che lo trasfigurarono in guisa, che non larebbe conosciuto sua madre che lo fece; e pareva la pi strana bestia che fusse mai stata veduta, e buon per lui che ebbe gli occhi fasciati, ch egli accecava senza dubbio alcuno. [46] Ultimamente a luscio condottolo, e dal viso levatagli la benda, gli diede il Tasso una spinta, e mandllo fuori a mezza la strada, tutto livido, sanguinoso e arsiccio; e in un tempo serr la porta. Che direste voi, che allora era a punto cominciato a piovere s rovinosamente che pareva che nel cielo fusse il mare? [47] Per la qual cosa, trovandosi Taddeo e veggendosi fuori, non conobbe in quello stante in qual via si fusse; pure deliber di non fermarsi, avenga che lacqua ne venisse giuso a barili; e fu intanto la fortuna s piacevole alla beffa, che, rispetto al mal tempo, niuno lo vidde uscire di casa; onde egli per buona sorte in verso la piazza prese la strada; [48] ed essendo ignudo come Dio lo fece, pareva per s fatte le battiture dipinto e vergato a rosso e pagonazzo; e come egli giunse in sul canto, riconobbe tosto dove egli era; e disperato, non sapendo in qual parte si rifuggire, non curando n acqua n altro, si diede a correre per lo mezzo della piazza. [49] Le genti che nella loggia e sotto il tetto de i Pisani erano fuggiti la pioggia, veggendo costui, lo stimarono pazzo publico; e maggiormente che, volendo con prestezza fuggire, prima che la piazza attraversato avesse casc in terra, sdrucciolando per la fretta, pi di dieci volte, e i maggiori e i pi vecchi cimbottoli che si vedessero mai; e passando da il canto delli Antellesi, fu veduto e considerato da presso, ma non fu gi conosciuto da nissuno; [50] e cos correndo tuttavia, arriv in

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San Martino, dove i fattori se gli avviarono gridando dreto: Al pazzo, al pazzo! Para, para! Piglia, piglia! , e gittando fuori delle botteghe camati e cofani, tentavano darrestargli il corso e di ritenerlo: e vi so dire che gli giov il piovere, perch i fattori e i fanciulli larebbono morto. [51] Ma poi che egli fu giunto alla strada maestra, si mise a correre verso San Pier Maggiore, sempre da lacqua e dalle grida accompagnato; e tanto corse finalmente, che egli usc fuori della porta alla Croce; e inanzi che egli restasse o si fermasse gi mai, fu veduto passare il Ponte a Sieve, lasciando di risa e di maraviglia pieno ovunque egli passava; ma da indi in l non si seppe gi mai quello che se ne avvenisse. [52] Agolante e Lamberto, poscia che fu spiovuto, se ne andorono in Palagio, e a un zio de luno e a un parente de laltro, che per buona ventura erano degli Otto, fattosi da capo, ogni cosa particularmente del pedagogo raccontarano; e per fede della verit mostrarono loro quattro lettere di sua mano. Onde coloro, parlatone co i compagni dentro lUffizio, doppo lavergli sgridato e ripresi, gli licenziarono dal Magistrato; ed essi lietissimi per Firenze la beffa raccontando interamente, facevano ridere ognuno che gli ascoltava.

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NOVELLA OTTAVA
[1] Un prete di contado sinnamora duna fanciulla nobile sua populana; la quale da lui sollecitata, non volendo far la voglia sua, lo dice a i fratelli; i quali gli fanno una beffa nella quale, fra gli altri danni, gli rubano danari e altro; di poi lo lasciano legato per li granelli a uno arcipresso; egli astutamente dogni cosa si libera, e dalla gente tenuto migliore che prima.

[2] Silvano, che attentamente la novella di Lidia ascoltato avea, della quale sommo piacere e diletto aveva preso la brigata, e risone molte volte e molte, sentendola esser fornita, cominci quasi ridendo e disse: [3] Che direte voi, delicata donne e voi altri, che la favola chio ho pensato di raccontarvi somiglia tanto alla passata, chio sono stato per lasciarla indietro e narrarvene unaltra? E lo farei certamente, se non che il fine differentissimo, e per ci di raccontarlavi intendo a ogni modo: e udirete come un buon prete seppe con astuzia e sagacit una manifesta vergogna e gravoso danno, non pure schifare, ma rivolgerlesi in onore e in utilit . E seguit: [4] Dovete dunque sapere che in Firenze furono gi due fratelli di casa nobile e antica, il nome de i quali e cos il casato per lo migliore si tace. Costoro sendo, colpa della malvagia fortuna, poveri diventati, con una sorella che sola aveano si ridussero a stare in contado a un loro piccolo poderetto, ma s vicino alla citt, che senza troppa fatica ogni sera vandavano, e ogni mattina ne venivano a lavorare, stando amenduni a lArte della Lana a uno esercizio che si chiama rivedere; e quindi traendo molto buon guadagno, reggevano la casa e la vita loro assai commodamente. [5] Era la casa loro in villa presso alla chiesa, nella quale ufiziava allora un certo prete, che era stato prima pedagogo, poi birro e doppo frate, il pi tristo e il maggior ipocrito che fusse gi mai. Il quale,

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veggendo spesso quella fanciulla, che era bella e fresca, si innamor di lei; e come de laltre aveva fatto sempre, si pens godere fermamente di questo suo amore; [6] e cos, sapendo lo stato suo e de i fratelli, con dare non so che danari, corroppe una fante vecchia che gli avevano in casa; la quale per sua parte aveva fatte di molte ambasciate alla fanciulla, la quale, ancor che fusse bisognosa, non volle per mai por cura a sue novelle, e alla serva rispondeva che gli facessi intendere che badasse a altro; perci che mai da lei non era per aver cosa chegli desiderasse. [7] Messer lo prete, che sapeva che per lo primo colpo non cade lalbero, e che bisogna perseverare, chi vuole aver vittoria, non restava di sollecitarla e molestarla, proferendogli Roma e toma, come se egli fusse stato il primo prelato di cristianit. Per la qual cosa la giovane deliber di dirlo a i fratelli: i quali intesolo, avendo detto una grandissima villania alla serva, la commendarono assai, e si disposero fra loro di darne al prete s fatta gastigatoia che gli dovessi uscire per sempre lo amore e il ruzzo della testa. [8] E fecero alla fante intendere che dicesse al sere, per parte della fanciulla, come ella era disposta a fare ogni suo piacere, ma che non poteva prima che i fratelli andassero alla fiera a Prato la sera della vigilia della Donna, che veniva a essere ivi a quattro giorni, e allora lo attenderebbe dalle due ore di notte in l. Quanto il prete avesse caro limbasciata, non si potrebbe raccontar gi mai. [9] Intanto i dua fratelli andavano ordinando tutto quello che di fare intendevano per dare al prete lofferta; e come fu venuto il giorno della vigilia della Madonna, fecero veduta la mattina per tempo alla vicinanza di andare alla fiera; e poi la sera al tardi, mandatene la sorella a casa una vedova lor parente, che era venuta per starsi tutto il settembre in villa, non guari lontana dalla loro possessione, eglino segretamente, come laria fu fatta buia, se ne entrarono in casa, menato con esso

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loro un compagno e grandissimo amico. [10] Il sere aveva atteso il giorno per cagione della festa a spazzare e parare un pochetto la chiesa, e di poi mandato il cherico a Firenze a casa un prete suo familiare, acci che la mattina poi a laprire della porta ne venisse seco, per avere in cotal d e per cotal festivit una messa pi, e in parte per rimanere la notte solo, e con pi consolazione e agio seguire il suo piacere, sicuro che il cherico non potesser sturbarlo o avvederse di niente. [11] Ora, quando tempo gli parve, avendo prima molto ben cenato, travestito si usc di casa per luscio de lorto; e per una vigna calatosi, pervenne n un fossatello, e per quindi se ne and alla casa della fanciulla; dove, secondo lordine picchiato pianamente luscio, vide cos al barlume farse il minor fratello alla finestra; il quale, non avendo ancor barba, sera messo un fazzoletto al collo con una rete in capo di quelle della sirocchia, cotal che proprio pareva lei; e ghignando un pochetto si lev tosto, come se egli andassi per aprirgli; e venutone a luscio, cos al buio ne aperse la met. [12] Il sere, non temendo di cosa del mondo, pensandosi i fratelli essere a Prato, subito entr dentro, e colui prestamente serr luscio; e perch in terreno non era lume, credendolo il prete fermamente la fanciulla, di fatto gli volle gittare le braccia al collo per abbracciarla e baciarla; ma il giovane gli dette una spinta s piacevole, che il domine se nand per terra disteso quanto egli era lungo. Per la qual cosa gridando: [13] Ohim vita mia, che fai tu? Che vuol dir questo? , sent aprir luscio della camera terrena, e viddene uscire laltro fratello e il compagno con un candellieri in man per uno. Allo arrivo de quali, se gli fu dolente e maraviglioso non da domandare, e maggiormente veggendo che la fanciulla era diventata mastio; e conobbe subitamente quelli essere i fratelli, onde si tenne morto: al quale il maggiore a prima giunta disse la maggiore e la

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pi rilevata villania, che si dicesse mai a niuno reo uomo, svergognandolo e vituperandolo a pi potere. [14] Il misero prete non faceva altro che domandar perdono e mercede, raccomandandosi, e offerendosi a far tutta quella penitenzia che piaceva loro. Ma il fratello minore, levatosi in collera, avendo una spada ignuda in mano, cos altamente e con viso turbatissimo li disse: [15] Io non so chi mi tiene chio non vi passi fuor fuori. Ecco bella costumanza dottimo religioso! Questi sono gli ammaestramenti e i ricordi buoni che voi date alle anime che sono alla vostra custodia? A questo modo, in questa foggia si vengono a visitare le sue populane? Non vi vergognate, pretaccio vituperoso, venire in casa gli uomini da bene e svergognar le loro famiglie e ingannare le semplice fanciulle? Ben vi credeste aver questa notte favorevole e propizia alle vostre disoneste voglie de libidinosi pensieri, ma in cambio di far nozze, voi vi troverete a un mortorio . [16] E detto questo, gli comand, se non voleva che gli cacciasse quella spada ne fianchi, che si spogliasse. L onde il prete, tristo e doloroso, tremando cominci a cavarsi la gabbanella, e poi le calze, e di mano in mano fino alla camicia. Allora il maggior fratello, presolo di peso, lo distese rovescio sopra una tavola; e a guisa di quelli che si hanno a castrare o a cavare la pietra, lo legarono con funi strettissimamente; [17] e preso la sua scarsella e una lanterna, quivi lo lasciarono solo al buio e andaronse verso la chiesa; alla quale giunti, tolto la chiave, apersero prestamente la porta del chiostro, e indi se ne andarono in casa il prete; e con la lanterna facendo lume, tutti gli usci, tutte le casse e i cassoni gli apersono. [18] E tra le altre cose pi care, in una cassettina trovarono un sacchetto dove erano dugento fiorini doro che ardevano, e in un altro sacchettino forse da otto o dieci di moneta; i quali tutti tolsero, e certi panni lini e lani di pi valuta. Il resto delle masserizie avvilupparono e git-

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tarono sottosopra, aprendo le coltrice e i piumacci; e tutte le stoviglie ruppero, e cos i bicchieri: versando aceto, olio, sale e farina, fecero il maggior guazzabuglio del mondo, tutte le stanze di mano in mano mettendo a saccomanno. [19] E di poi tutti tre carichi de denari e de panni pi fini e delle masserizie pi care, riserrato ogni cosa, se ne tornarono a casa; dove trovarono il sere pieno di dolore e di paura, pensandosi non avere a uscire dalle lor mani con la vita. Ma, veggendoli tornar carichi de denari e della roba sua, fu da tanta e da cos fatta doglia sopragiunto, che egli fu per morire, e poi per gridare; pure si ritenne, temendo di peggio. [20] I tre compagni, poi che scarichi furono, e i danari riposti in luogo sicuro, dislegarono il prete, e cos nudo lo cavarono di casa, il quale mal volentieri si moveva, dubitando di qualche cattivo scherzo; ma coloro con le spade in mano e con i pugnali minacciando ducciderlo, lo fecero ben tosto camminare, e condussonlo alla sua chiesa; [21] e per luscio del chiostro entrati in sul prato, ne andarono a uno arcipresso, che nel mezzo a punto risedeva: legarono il prete con le schene volte al pedale e con le braccia ritte a lins; di maniera che con gran fatica, non che da s, ma da altrui non sarebbe stato potuto scirre; e dal bellico in giuso libero, delle gambe e de i piedi poteva fare a suo modo, i quali a due dita toccavono terra. [22] E di poi il fratello minore, che era destro come un gatto, con un buon pezzo di corda rinforzata portata a quel effetto, gli leg i granelli; e su per quello arcipresso salendo, alla fine del pedale arriv a i rami, a un de i quali accomod e leg la detta corda, e temperlla di sorte tirata, che a colui conveniva stare rappreso e raggricchiato stranamente, se egli non voleva sentir dolore e pena incomparabile. E cos avendolo lasciato in una attitudine pazza e stravagante, se ne scese a terra, e col fratello e col compagno, riserrato luscio, se ne torn a casa a dormire.

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[23] Il sere, trovandosi ignudo come Domenedio lo fece, e legato in quella guisa, quanto avesse noia, dispiacere e dolore non si potrebbe immaginare, non che ridire, pensando che, come giorno si facesse, desser trovato e veduto da tutti quanti i sua populani: pure, come tristo e scaltro, pens una nuova malizia, e racconfortsse alquanto; nondimeno sofferiva doglia immensa. Essendo stato legato quivi quasi tre ore con pena e con disagio inestimabile, non potendo pi tenerse in su le ginocchia e rannicchiato, gli fu forza lasciarsi andar giuso e posare a fatto i piedi in terra. [24] Per la qual cosa la borsa se gli svelse, e allunggli un buon sommesso; onde s fatta stretta ebbe a i granelli, che per la doglia grandissima si venne meno, e stette quasi unora tramortito. Pur poi senza acqua fresca, aceto o malvaga, o essere stropicciato, rinvenne; [25] e rinvenuto, seco stesso fece un grandissimo cordoglio; e gi venendone il giorno, s gran freddo gli sopragiunse, che egli batteva i denti di tal sorte che lungo tempo di poi se ne dolse. [26] I populani, non avendo sentito lAvemaria, e non udendo sonare a messa, si maravigliavano fortemente: e di gi sera levato il sole, e molta gente, uomini e donne, si erano ragunati in sul cimitero e sotto lolmo, facendo le maraviglie che la chiesa non sapriva, e non si trovava il prete. E gi alcuni suoi amici erano andati dietro la chiesa a casa a picchiar luscio e chiamarlo, quando giunse il cherico in compagnia del cappellano; e avendo inteso il tutto, maravigliosi e dolorosi, veduto serrati gli usci e le finestre, dubitarono che il prete non fusse o da s morto, o da altri stato amazzato in casa. [27] E accordatosi con alquanti populani de i primi, e cittadini e contadini, che di gi erano compariti molti per udir messa, messano la porta del chiostro, che era debole, a lieva, e cavatola de i gangheri, entrarono drento a furia maschi e femine, e viddero incontinente il povero sere

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nella guisa che voi sapete, che si doleva e rammaricava fuor di modo. [28] Quanta maraviglia avessero quivi i populi a prima giunta, veggendo uno spettacolo cos fatto, si pu meglio immaginare col pensiero, che esprimerlo con le parole. Egli fu conosciuto subitamente, perci che come ei vide il populo, cos cominci a gridare quanto della gola gli usciva: Misericordia e aiuto, per lamor di Dio! [29] L onde molti buoni uomini l corseno con il suo cherico prestamente, e domandatolo come quivi stato fusse legato e da chi, non rispondeva altro che: Misericordia e aiuto, per lamor di Dio . Per la qual cosa da coloro tagliategli le fune tutte che egli aveva dintorno, fu spiccato da quello arcipresso, e gittatogli un mantello a dosso, fu portato di peso in casa: ma trovato ogni cosa sottosopra e sgominato, e la coltrice aperta, lo posero in su la materassa a riposarse, e per sua commessione si partirono. [30] Quel cappellano che venuto era di Firenze intanto disse la messa; e quivi ognuno si doleva e si maravigliava, e pareva millanni a tutti di sapere chi avesse fatto tanto scorno e danno al loro prete, e non si volevono a patto veruno partire, avendo inteso dal cherico come egli voleva dir laltra messa, e manifestare la populo ogni cosa. E cos, poi che buona pezza il misero prete si fu riposato, dolente si lev e vestssi: e pi dappresso considerato il suo male, fece grandissimo lamento e rammaricho. [31] Pure quel tanto che gli era caduto ne lanimo di fare per suo onore e utilit cominci a mandare a effetto; e chiamato il cherico che lo aiutasse (ch per la borsa, che gli era diventata grande a maraviglia, a fatica poteva muovere i passi), si condusse in sagrestia; e paratosi il meglio chei potette, ne venne in chiesa a dire laltra messa. La quale poi che fu fornita, egli voltatosi in verso il populo, che con silenzio e attenzione grandissi-

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ma lo ascoltava, cos pietosamente e con voce sommessa cominci a dire: [32] Tutte quante le cose, populo mio diletto, che qua gi a noi mortali avengono, o buone o ree che elle si siano, con consentimento si de pensare che avvenire debbano, e con volont de laltissimo Dio; e per noi sempre ringraziare ne lo dovemo. E se bene alcuna volta ci paiono tristissime, e che ci arrechino e perdita e disonore, devemo nondimeno giudicare e credere che avenute ci siano per lo nostro migliore, da lui venendoci, che solo sapiente, solo potente e solo giusto. [33] Ora io di tutto quello che mi occorso questa notte, ancora che con mio gravissimo danno sia, ne lo ringrazio, e accettolo per lo meglio, con ci sia che peggio assai occorrer mi fusse potuto. E cos, populo mio amatissimo, sappi come tutte le vigilie della Madonna io sono usato, fatto il primo sonno, levarmi, e per due ore fare certe mie orazione. [34] E questa notte, mentre che io orava, vennero per disgrazia, n so donde n come, tre nimici di Dio, cio tre diavoli bruttissimi e spaventosi, con un mazzo di serpi per uno in mano; e a prima giunta fattomi una paura grandissima, mi dettero forse cento serpate, che tutte mi fiaccarono lossa di sorte chio non credo mai n che santo Antonio n san Niccolaio da Tollentino o altri santi fussero mai da quegli tanto mal conci, quanto sono stato io. [35] E di poi, spogliatomi ignudo, mi condussero nel chiostro, e mi fecero quello scherzo, legandomi, che voi vedeste; ritornati in casa a ogni cosa mi dettero la volta, aprironmi le coltrice, versaronmi la farina, e il vino e lolio, e rupponmi le stoviglie. Ma quello che peggio, apertomi e rottomi tutte le casse e i cassoni, mi hanno rubato un sacchetto, dove erano drento ben dugento ducati, che doppo tanti anni, stentando, mi aveva di limosine, di messe, di confessioni e delle entrate della chiesa avanzate; [36] cosa non intervenuta mai pi, chio abbia inteso, e me ne maraviglio fortemente; ch io

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non arei pensato gi mai che i diavoli fussero ladri: de i quali danari io avevo designato a punto di fare una tavola allo altar maggiore, dove fusse dipinto quando la Madonna va in cielo, e un bel pergamo di pietra. [37] Ora sendo rimasto povero, come voi potete vedere, e stroppiato si pu dire, perci chio non sar mai pi buono, mi vi raccomando in carit e per la passione del Signore; e vi ricordo che i diavoli non fanno mai male se non alle buone persone e da bene, come nel divinissimo libro de i Santi Padri si pu leggere di milluomini giusti e santi . [38] E cos tanto disse e si raccomand, che gli uomini e le donne correvono a gara a fargli la limosina; e ne increbbe a tutti, pensando verissime le sue parole, e massimamente veggendogli la casa s rabbaruffata e lui s mal concio; di maniera che in meno di quattro giorni il populo di farina, di vino e di tutte le altre grasce gli empi in due cotanti la casa; e cos le donne di fazzoletti, camicie e lenzuola. [39] E ogni domenica per usanza la brigata gli faceva doppo la messa una bonissima limosina; tal che non passarono due anni interi, che egli ritorn in su sua danari; perci che egli si aveva acquistato per tutto nome di mezzo santo, e aveva dato ad intendere alla gente che con certe sue orazione cavava lanime di Purgatorio; e cos procacciatosi credito grandissimo, si viveva grassamente, salvo che la borsa gli allung quasi infino alle ginocchia, e gli convenne poi sempre portare il brachiere. [40] I dua fratelli e il compagno la mattina medesima se ne andarono a Prato alla fiera, dove tutto il giorno furono veduti; ma poi che tornati a casa furono, insieme con la fanciulla inteso come il prete si era governato della beffa, si maravigliarono fuor di modo e della astuzia sua e della semplicit delle persone; pure allegri se ne tacquero, e la sorella, con quei dugento fiorini doro e con una mezza casetta che egli avevano in Firenze, mari-

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tarono ad un buono e ricco artefice, che sempre stette poi bene. [41] Ed eglino con quel lor compagno alle spese del sere fecero parecchi e parecchi volte insieme buona cera, ridendosi e maravigliandosi sempre pi di mano in mano, veggendo il prete andare di bene in meglio; il quale non fu mai tanto ardito, che ne dicesse o facesse dir loro parola; anzi, veggendogli, gli salutava e gli accarezzava pi che prima. [42] Pur poi in spazio di molti anni, morto il maggiore fratello e la fante vecchia, il minore lo ridisse: ma non gli fu creduto, e bench giurando lo affermassi, e allegassi il compagno per testimonio, raccontando come il fatto era andato per isgannare quei populi, senza essergli presta fede, fu tenuto invidioso e mala lingua. Cos con la sagacit e col suo ingegno il buon prete seppe fuggire danno e vergogna non piccola: ma per sempre si ricord, e uscgli del capo lo amore delle femmine.

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NOVELLA NONA
[1] Neri Filipetri, amico e compagno di Giorgio di messer Giorgio, gli contamina una sua innamorata lasciatagli in custodia, onde da lei ributtato e ripreso; per lo che Giorgio di poi, tornato, per vendicarsene gli fa una beffa, della quale egli esce a bene, salvo che per sempre ne perd la donna da lui amata.

[2] Grandemente a tutti aveva dato piacere e diletto la favola detta, e mentre che da loro era sommamente lodata la sagacit e lastuzia del prete, che in mezzo a tante avversit seppe risolversi e pigliare cos buono spediente, Cintia, che novellare doveva, cos vezzosamente prese a dire: Nobili donne, io vi voglio con una mia novelletta fare intendere un caso generoso ma stravagante, che di vero avvenne in una terra di Lombardia. E disse: [3] In Milano, grande e ricca citt di Lombardia, furono gi due compagni nobili e benestanti, luno de quali fu chiamato Neri Filipetri, e laltro Giorgio di messer Giorgio; e tra loro si volevano cos gran bene, come se fussero stati fratelli carnali, o pi; e per ventura tutti due erano innamorati, e felicemente dello amor loro godevano, e senza occultarsi niente, ogni cosa sapevano luno dellaltro. Ma Giorgio, che era innamorato pi altamente, e di una gentil donna vedova, con pi fatica e periculo si conduceva a lei: Neri non aveva troppa difficult, per lo essere la innamorata sua figliola duno artefice. [4] Ora accadde che dovendo andar Giorgio infino a Roma per faccende importanti, e starvi al meno quattro o sei mesi, trovandosi una notte fra laltre con la sua donna, il tutto li disse della sua partita; e indi preglla caldamente che fusse contenta di tener fermo lamore in verso di lui, come egli lo terrebbe in verso di lei, e che qualche volta si degnase di scrivergli; [5] e mostrlle a cui dar le lettere dovesse, cio a Neri, il quale ella sapeva

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essere suo amicissimo; e che egli medesimamente per le sue mane li scriverebbe, insegnando a detto Neri il modo di segretamente venire a lei: e che ella in suo scambio lo ricevesse, e con esso lui conferissi tutti i casi suoi; e se di nulla avesse bisogno, ordiner seco che dogni cosa sia servita. [6] La donna, che grandissimo bene voleva al giovane, dolendosi fuor di modo di rimaner senza lui, gli promesse che tutto farebbe, e che non ar mai altro contento se non quanto con Neri faveller, o legger sue lettere. Parole furono molte da luna parte e da laltra; finalmente Giorgio, preso da lei licenzia, non senza molte lacrime si part. [7] Laltro giorno, dovendo andar via, chiam Neri da parte; ogni cosa che restato era con la sua donna li narr ordinatamente, e poscia pregllo che quello in benefizio suo operasse, che egli per lui, quando venisse loccasione, volentieri opererebbe. Neri, contentissimo, ogni cosa promesse di fare con diligenzia; per la qual cosa, insegnatoli Giorgio la via che tener dovea per ritrovarse con la sua vedova, abbracciatolo e baciatolo mont a cavallo, e andssene alla volta di Roma. [8] Neri, rimasto solo, attendeva con la sua innamorata a darsi piacere e buon tempo. Ma la prima volta che Giorgio li scrisse, se ne and la notte a trovare mona Oretta, ch cos si chiamava la vedova, e presentlle le lettere del compagno, dicendole, doppo alquante ceremonie fatte fra loro, che la terza notte tornerebbe per la risposta. Cos seco soggiornato per buono spazio, e domandatola se ella voleva niente, si part da lei. [9] Cos andando tre o quattro volte, e ogni volta due ore il meno con esso lei cianciando e motteggiando, allegra e piacevole fuor di modo trovandola, gnene venne capriccio; e senza ricordarse pi di Giorgio o daltro, pens di provare se per alcun mezzo recar la potesse a fare il suo volere, fra s dicendo: [10] Se ella savia, come io credo, e come ella doverebbe essere, ella non lascer il bene

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che la fortuna le pone inanzi: n per questo voglio cercare di trla al suo Giorgio, al quale, non lo risapendo egli gi mai, non si fa ingiuria niuna . E cos con questa speranza, credendosi avere la donna in un pugno, una notte che lettere le portava del suo Giorgio, doppo alquanti ragionamenti si condusse ad aprirle lanimo suo, fattole prima un lunghissimo proemio: [11] la qual cosa udendo la donna, che nobile era e di animo generoso, gli rispose altamente, e sdegnosa li disse la maggior villania e la pi rilevata che a ogni reo uomo fusse mai stato detta. L onde Neri, doloroso e pentito de lerror suo, si messe a chiederle perdonanza, e a pregarla per Dio che a Giorgio non volesse scriverne, o alla tornata dire cosa alcuna, per non volere esser cagione di partire lamicizia loro prima e doppo di qualche grave scandolo, che agevolissimamente nascer ne potrebbe. [12] La donna, che era saggia, conoscendo che altro che danno, cos per lei come per altrui, ridicendolo, uscir non ne poteva, gli rispose che lo farebbe senza alcun fallo: non gi che la sua malvagit lo meritasse, ma per la sua buona natura e per lonore di lei; e che, se egli pensava di usar pi seco di cos fatti modi, che non le capitasse inanzi. Neri, fattole mille giuri e giuramenti, e chiestole mille volte perdono, lodava molto il suo proponimento; e parendogli ultimamente averla rappacificata, la lasci con Dio e la tenne poi sempre per saggia e per constante innamorata; e continuando a lusanza di portarle e di ricevere da lei lettere, una sera, non si aspettando, torn in su la notte Giorgio, a punto in sul serrar della porta. [13] Il che sapendosi tra i parenti e gli amici, venne a visitarlo Neri, e la sera cen seco; e di poi sendo rimasti soli, cominci Giorgio a ragionare e domandare della sua carissima donna; la quale, perci che affaticato e stracco sentendosi, non volle andare a visitare per la notte. [14] S che Neri, rispondendogli e ragguagliandolo, molte cose intorno alle lodi della sua Oretta li diceva; e come colui

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che era maliziosetto, volendo, se nulla fussi, pigliare i passi inanzi, perci che di lei alquanto temeva che la sua mala intenzione allo amico non rivelassi, li venne a dire che per vedere solamente come ella fusse fedele lavesse tentata e ingegnatosi di recarla a fare i suoi piaceri, con animo nondimeno che, se ella acconsentiva, di garrirla e di riprenderla asprissimamente; ma negando, s come ella fece, commendarla e lodarla sommamente, e per donna savia e continente averla sempre. [15] Dispiacque molto, ancora che poco lo mostrasse, questo fatto a Giorgio, e parvegli atto di non troppo buono amico; pure finse di non se ne curare, ma non si potette tanto contenere che, rivoltatosegli cos con un sghignuzzo adiraticcio, non li dicesse: Amico, dimmi un poco: se ella avesse acconsentito, come sarebbe andato la bisogna? [16] A cui rispose Neri: Prima mi sarei lasciato trarre il cuore del petto che farti cos fatto oltraggio. Tu hai bene a dire a cotesto modo, ora che non ti riuscito soggiunse Giorgio. Dunque disse Neri , io sono da te tenuto in un concerto tale, e pensi questo di me? [17] E cominci, giurando, a fare le maggiore scuse che mai fussero udite. Per la qual cosa Giorgio, che mal contento lo vedeva, fece sembiante di crederli; e avvertllo che unaltra volta con li amici si guardasse di non incorrere in cose simili; di poi, forniti per la sera i ragionamenti, se ne andarano a dormire. [18] La mattina poi a bel agio vidde Giorgio la sua bella e cara donna, ed ella lui; s che, fattisi di lontano allegra e lieta cera quanto pi farsi poteva, pareva lor millanni che si facesse notte; la quale poi che fu venuta, Giorgio, quando tempo li parve, se ne and a lei, che con grandissimo desiderio lo attendeva; e a prima giunta gittatoli le braccia al collo, disse:

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Bene stia il sostegno della mia vita . [19] E poi che baciati si furono, e alquanto di Roma ragionato, se nandarono al letto, e quivi lun de laltro si goderono buona pezza. Poi, quando venne il tempo, se ne torn Giorgio a casa sua unora il meno inanzi giorno, e la sua Oretta si rimase a dormire. Maraviglissi molto il giovane che la donna non gli avesse detto nulla di Neri; ma pi nebbe maraviglia, quando, ritrovatosi seco otto o dieci volte, non gnenaveva ragionato mai, come colei che conosceva che il dirlo non poteva altro che nuocere; ed egli, per non le dare manenconia e dispiacere, non le naveva detto nulla, e cos era risoluto di fare per lavvenire. [20] Ma con Neri teneva bene un po di colloruzza, messosi ne lanimo di fargliene una a ogni modo; e col di verno una sera, sapendo egli che Neri era andato a starsi con la sua innamorata, se nand a trovare il padre di lei, che faceva speziale; e tiratolo da parte, doppo un certo suo trovato, li venne a dire come la figliola aveva un giovane suo amante in camera. Il vecchio, che Martinozzo aveva nome, non lo voleva credere a verun patto; pure Giorgio tanto disse, e tanti segni li dette, che chiamato un suo figliolo in verso casa se nand furioso e pieno di rabbia; e a punto a luscio giunse, che un altro suo figliolo arriv, che tornava a cena, sendo gi vicino alle tre ore. [21] Era costui notaio, e si chiamava ser Michele: al quale subitamente Martinozzo narr come la sua buona sorella aveva in camera un amico, il quale la sera ventra a lunora di notte, e stavvi per insino quasi a giorno; e di poi la buona femmina ne lo manda fuori per la finestra de lorto; ch cos Giorgio, che lo sapeva da Neri, raccontato li aveva. [22] Parve questa mala cosa a ser Michele; pure tra loro consigliatisi di pigliarlo, entrarono in casa pianamente: e serrato quella finestra, presero loro armi e corsero tutti e tre nella camera della fanciulla, nella quale

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non erano prima soliti entrar gi mai; e gridando, apersono luscio, e sotto il letto trovarono nascoso Neri; il quale, veggendo larmi, di fatto si scoperse e disse il nome. [23] Per la qual cosa Martinozzo, non potendosi contenere, li disse una grandissima villania, e li fece intendere utimamente che se di quindi uscir voleva con la vita li conveniva sposar la figliola. E a mala pena disse mi tengo chio non ti passi il petto con questa partigiana . [24] Neri, veggendo la mala parata, rispose che farebbe ogni cosa; l onde il vecchio fatto chiamare la Francesca, che piangendo sera uscita di camera, la quale contentissima davere il giovane per marito, fu da Neri, dandole lanello in presenza di tutti, sposata: e ser Michele distese la scritta, e fecela soscrivere da Neri, e di poi daccordo e lieti se nandarono a cena. [25] La quale con gran piacere di tutti fornita, se ne volle Neri la sera andare a casa rimasti per laltro giorno di far le nozze publice et magnifice; e da ser Michele e dal fratello fu accompagnato infino alla sua abitazione. I quali poscia, a casa ritornando, fecero con il padre maravigliosa festa; il quale allegro diceva: [26] Vedi che pure una volta la fortuna mi ha voluto aiutare, e voi, figliuoli miei, ancora: e ci conveniva, per farli la dote, vendere il podere o la casa; e Dio sa poi come noi laveremmo acconcia; e ora lavemo maritata a un giovane ricco e nobile senza dote niuna: ors, tutto il male non sar nostro: lodato sia Dio, che egli ar pure, come si dice, lavorato il suo campo, e forbitosi con i cenci suoi! [27] E cos, pieno di gioia, con questi e simili altri detti, e nand con i figlioli finalmente a dormire; e la mattina per tempo levatosi, corse subitamente a casa un fratello gi della sua moglie, che Bartolo aveva nome, e trovollo ancora nel letto; a cui con allegrezza disse: Sta su tosto, lvati, che io ho maritato la Francesca,

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a fine che tu mi consigli e aiuti ordinare le nozze, che si hanno a fare oggi . Bartolo, con fretta lavatosi, gli domand a chi data lavessi. [28] A un nobile e ricco giovane rispose Martinozzo , quanto altro che ne sia in questa citt; e per dirtela a un tratto, Neri Filipetri suo marito. Di tu disse Bartolo Neri di messer Tommaso Filipetri? S in buon ora rispose Martinozzo. Guarda a non pigliare errore disse Bartolo. Come errore? seguit colui; e per fargnene capace, gli narr ordinatamente il tutto. [29] Il che udendo Bartolo, cominci a gridare: Tu sei stato ingannato e vituperato: ahi misero, o non sai tu che cotesto Neri ha moglie e figlioli? Come figliuoli e moglie? rispose Martinozzo . Oh questa sarebbe bella ora! Neri ha la moglie in casa e dua figliolini rispose Bartolo , uno mastio e una femmina: son io scilinguato? Ohim! soggiunse Martinozzo Io sono rovinato e svergognato a un tratto, se cos ; ma io ho paura che tu non farnetichi . Bartolo, gi vestitosi, gli rispose dicendo: Andianne fuori, e vedremo chi farneticher di noi . [30] E partitisi di casa, ne andarono a domandare, e da pi persone degne di fede entesero come era la verit che Neri aveva donna e figlioli. Bene era vero che, avendola tolta egli a Roma giovinetto, e l autone dua figlioli, non si sapeva molto per la terra; e maggiormente perch, poi che da lui fu condotta in Milano, era stata malata duna fistola, e nel letto sempre mai. [31] Ora Martinozzo, certificato, se nand, consigliato dal parente, a casa; e avertiti i figlioli che tacessero, scoprendo loro lo inganno e loltraggio che eglino ave-

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vano ricevuto da Neri, e con Bartolo si messe in via per trovarlo in casa; e per ventura si abbatterono chegli voleva a punto uscir fuori; s che, da parte tiratolo, cominci Martinozzo a dolersi molto della vergogna e della ingiuria che esso Neri aveva fatto alla casa sua, con dire che egli non era cosa da uomini da bene vituperar le buone fanciulle; e di poi, avendo moglie, trne de laltre; e minacci dicendo che gli era caso de larcivescovo. [32] Neri, scusatosi prima, e doppo con ottime parole procedendo, disse che il vagheggiare le belle giovane e il cercare di possedere il suo amore fu sempre usanza di gentiluomini; e soggiunse dicendo: Io non voglio negare che errore non abbia commesso a trre quello che rendere volendo, non potrei gi mai; non di meno non li ho usato forza alcuna, e di pari voglia e consentimento avemo luno de laltro preso piacere, cosa ordinaria e naturalissima; e non cos grave il peccato, come per aventura lo fanno molti. [33] Egli ben vero che avendo altra moglie io non doveva mai acconsentire di trla; ma la paura chio ebbi, veggendovi con larme, e minacciarmi, me lo fecen fare; e i contratti e le scritte che son fatti per timore e forzatamente non son validi e non tengono: e per a quel mi condussi che voi vedeste, e dissi di s, lasciando la cura a voi di sapere se io avevo moglie o no; di che voi anche non mi dimandaste. [34] Pure quello che fatto non pu essere non fatto: qui bisogna provedere per lo inanzi; e perch voi veggiate chio porto grandisimo amore, e voglio infinito bene alla fanciulla, vi conforto a tacere di tutto quello che iarsera intervenne, e quanto pi tosto potete, maritarla; e trovato che voi arete lo sposo, io mi obbligo di darvi cinquecento ducati per aiutarvi di farle buona dote, a fine che in buon luogo la possiate mettere: e di tutte quelle cose che sono occorse, e che occorreranno tra lei e me, non ragionare mai con persona viva, per quanto io ho caro la grazia di Dio . E qui si tacque.

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[35] Parve a coloro che egli avesse favellato bene e saviamente, s che renduteli infinite grazie, da lui si partirono. Martinozzo raccontato poi a figlioli lanimo di Neri, se la passarono leggermente; e cercarono di acconciare la Francesca, la quale, inteso il fatto, sdegno grandissimo e odio immortale ne concepette con il suo amante, e da quivi inanzi non lo guard mai diritto in viso. [36] Ma prima che passasse un mese intero, trovato avendo un buon uomo che voleva donna, il padre e i fratelli li dierono la Francesca con patti di ottocento ducati doro per dote: pensando mettervene trecento di loro solamente, lo avanzo speravano cavare da Neri; il quale andarono a trovare, e Martinozzo, dicendoli che aveva allogata la figliola, li domand la promessa. [37] Neri, avendo poco il capo a mantenergliene, li disse che lo rivedrebbe; e lo menava per la lunga. Nella fine li disse che pensato aveva, per onore della fanciulla, non volere darli altrimenti i cinquecento ducati, acci che le genti non avessero a sospettare. [38] Martinozzo, non possendo mostrare niente, n pure rammaricarsene, per non svergognar la fanciulla e s, malcontento co i figlioli, per non arrogere male a male, prese per partito di starsene cheto; e per lo essere Neri gentiluomo, si tenne di beato che egli se ne tacesse: e se egli volle che lo sposo menassi la Francesca, gli convenne vender la casa e darli ottocento fiorini. [39] Neri, di questa cosa poi veduto la fine, con Giorgio suo segretamente ogni cosa confer, dolendosi molto di aver perduto la sua innamorata; ma per altro, parendogli un bel caso, scambiato il tempo, il luogo e i nomi, lo raccont poi mille volte per favola.

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NOVELLA DECIMA
[1] Mona Mea viene a Firenze per la dote della Pippa, sua figliola, maritata a Beco dal Poggio, il quale non avendo ella seco, consigliata che meni in quello scambio Nencio dellUlivello, il quale dalla padrona poi messo a dormire colla Pippa; la qual cosa poi risaputa, Beco sadira con le donne, e falle richiedere in Vescovado; onde poi il prete della villa accomoda il tutto.

[2] Tosto che Cintia pose fine alla sua corta novella, piaciuta e commendata molto, Ghiacinto, che solo restava a novellare, con ridenti occhi cos a favellare incominci, dicendo: Io, dolcissime donne e voi splendidissimi giovani, pigliando da Cintia esempio, mi spedir prestamente; perci che ella, che saggia e avveduta, debbe conoscere il tempo gi dover passare de landare a cena; la qual cosa io per me non arei saputo conoscere, perci che tanto mi piace e mi contenta il novellare, che per infino a domattina starei senza mangiare e senza bere, che non me ne sentirei punto; ma per dirne il vero, la mia favola corta da se stessa, e pi mha aiutato in questo la fortuna che il senno . E soggiunse: [3] In via Ghibellina stette, gi gran tempo, una vedova de Chiaramontesi, che ebbe nome mona Margherita; la quale prese da piccola una contadinella per serva, con patti che poi, cresciuta e venuta nel tempo conveniente, ella lavesse a maritare: e rimase daccordo con i sua di darle cento cinquanta lire di piccioli per dota. [4] Ora accadde che costei crescendo, e gi fattasi da marito, fu venuto per lei dalla madre e menatane in Mugello, donde elle erano, con lincenzia nondimeno di mona Margherita, la quale aveva detto loro che la dote era a ogni loro piacere, pur che elle trovassero sposo recipiente. Mona Mea (ch cos si faceva chiamare la madre di

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colei) seco menatane la figliola, fece intender per lo paese che maritar la voleva: e perch ella aveva assai buona dote, ed era anche vegnentoccia e aitante della persona, ebbe di molti mariti in un tratto per le mani. [5] Pure a un giovane, che si chiamava Beco Dal Poggio, la dette con la dote sopra detta; e la sera medesima che ella ebbe lanello, Beco volle dormir seco, fra pochi giorni disegnando di venire per la dote alla vedova in Firenze. [6] Ma in questo mezzo gli venne voglia dandare alla fiera di Dicomano, per provvedersi di panni per s e per la sposa; onde alla suocera e alla moglie disse che da loro andassero a mona Margherita, e facessersi dare la dote, e ne la recassero a casa; perci che egli starebbe tre o quattro giorni a tornare; e partsse, e andnne alla fiera. [7] Mona Mea e la figliola laltra mattina a una gradotta si missero in via, e in su la nona arrivarono [...] dove uffiziava un prete, che fu gi loro parrocchiano, molto bene e amorevole persona; s che seco, come era costume quasi di tutti i paesani, si posarono, e dal sere molto bene veduti furono, tanto che vi stettero a desinare. [8] Eravi per sorte capitato a punto la mattina un loro vicino, che di Firenze veniva per tornare in su, Nencio chiamato dellUlivello; e poi che essi ebbero desinato, sendo ancora a tavola, prese a domandare il prete che buone faccende facessero venire mona Mea a Firenze; ed ella gli rispose come per la dove andava della figliola sua che maritata aveva, e dissegli a chi. [9] Il sere li disse ridendo: O dove Beco? E andato alla fiera rispose la donna a Dicomano: che importa egli che ci sia o no? Importa soggiunse ser Augustino (ch cos era il nome del prete) , che voi vi perderesti i passi; perci che, se la padrona non vede il marito, non vorr pagare i danari, come ragionevole. [10]

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Noi abbiamo dunque fatto una bella faccenda disse la Pippa (ch cos era chiamata la sposa) , e converrcci aspettare Beco che torni, e andarvi insieme: che maladetta sia tanta stracurataggine! Deh! disse il prete , io voglio insegnarvi che voi non sarete venuti invano: menate con esso voi qui Nencio, il quale so che per farvi piacere verr volentieri; e dite che egli sia il marito: colei, non lo avendo mai veduto, crederr agevolmente, e vi conter la moneta . [11] Piacque a mona Mea molto questa cosa, e Nencio, per far servizio al prete e alle donne, accett semplicemente, non pensando che ne dovesse altro seguire. Cos senza indugiare presero la via verso Firenze, e alla casa finalmente della vedova arrivati, furono da lei ricevuti lietamente: per lo che mona Mea con brevit le disse, come Nencio era il marito della Pippa, e che venuti erano per la dote. [12] A cui graziosamente, avendo prima toccato la mano a gli sposi, rispose mona Margherita che era molto bene contenta; e subito mand la serva per uno che faceva le sue faccende, acci che da colui fussero annoverati loro i danari, e spediti prestamente, a fine che se ne potessero andare; e intanto ordin loro da merenda, molto rallegrandosi con la Pippa e con Nencio, il quale ella pensava suo marito, dicendogli che egli aveva una buona e bene allevata figliuola, e che le facesse vezzi; della qual cosa Nencio si sforzava di mostrarse lieto. [13] Venne alla fine, gran pezzo aspettato, colui che faceva i fatti della vedova; a cui ella, raccontato il tutto, disse che centocinquanta lire bisognavano per soddisfare alla Pippa, pagandole quivi al marito per conto della dote che guadagnato aveva. [14] Colui, di fatto partitosi, ne and al banco per arrecare seco i danari; ma tornato prestamente, disse loro che trovato non vi aveva il cassiere; onde bisognava che elle avessero pazienzia per fino alla mattina, che a grandotta gli spedi-

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rebbe. Per lo che mona Margherita, ripigliando le parole, disse: [15] Egli a ogni modo s tardi, che voi non vi condurreste a casa che sarebbe mezza notte; per fia meglio che voi vi stiate questa sera meco: ben ci sar tanta casa che vi doverr dar ricetto; non dubito che voi dovete essere stracchi. La cosa non pu venire pi a proposito, perch anchio mi goder un poco la mia Pippa, che Dio sa quando pi la rivedr; perci che, avendomela allevata, le porto amore e affezione come a figliola . Della qual cosa mona Mea e la fanciulla, non pensando pi oltre, insieme con Nencio furono contente. [16] Venne la sera, e la vedova fatto intanto avendo ordinare la cena, si messero a tavola, e con gran festa cenarono; ma in su landarsene al letto si sbigottirono bene mona Mea e la Pippa, avendo inteso che mona Margherita fatto aveva acconciare un letto in camera terrena, dove disegnava che stessero li sposi; e mona Mea albergare dovea con la fante su di sopra. Del che Nencio tanto contento e letizia avea, quanto coloro dolore e dispiacere. [17] Mona Mea, avendo fatto molte parole, con dire che dormir voleva con la figliola, ma tutte dalla vedova statole riprovate, dicendole che non si richiedeva, e che era cosa sconvenevole, e che Nencio le farebbe buona compagnia cos in Firenze come in villa, fu sforzata mona Mea, per paura che colei non si accorgesse Nencio non essere marito della figliola, ed esserne colta e tenuta bugiarda, acconsentire, e si avvi con Nencio e con la Pippa in camera; [18] dove giunta, si gitt ginocchioni a i piedi di Nencio, pregandolo per lamor di Dio che fusse contento di non dir niente alla figliola per quella notte; il che Nencio li promesse sopra la fede sua. L onde colei allegra se ne torn in sala, e con la serva se nand a dormire; e cos fece mona Margherita. [19]

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Nencio, poi che fu partito mona Mea, serr luscio molto bene di drento, e comincissi a spogliare, guardando tuttavia la Pippa, che stava in contegno e soghignava, mostrando anzi che no che dormir volesse vestita, non facendo segno alcuno di sfibbiarsi: ma Nencio, dettole che non la manicherebbe, nella fine seppe tanto ciurmarla che, spogliatasi in un tratto, se nentr nel letto inanzi a lui; onde egli allegro, spento il lume, se le corc a canto. [20] E cos stati alquanto ambedui senza favellare, cominci Nencio a distendere un pi, e venne a toccarle un fianco; per che la Pippa, senza altro dire, gli ne graffi cos leggermente; per lo che Nencio la prese a solleticare, ed ella lui; tanto che, scherzando scherzando, il compagnone le sal adosso, e senza far mai parola di lei prese, e la fanciulla di lui, quel piacere e quel contento che lun de laltro pigliano insieme marito e moglie. [21] Ma poi che Nencio scese, fu la Pippa prima a favellare, e quasi ridendo disse: Ehi, Nencio, a questo modo osservi la fede e i giuramenti che promettesti a mia madre? Io non larei mai creduto; e stretti ferma non per altro, che per vedere se tu eri tanto tristo; ma io ho caro daverti conosciuto per unaltra volta . [22] Alla quale Nencio rispose dicendo: Io non ho rotto fede, n fatto ingiuria a persona: egli vero chio promessi a tua madre di non ti dir nulla, e cos le ho attenuto: che ti ho io detto? Tu me hai fatto disse la Pippa. Oh! io non le promessi di non fare rispose Nencio; e accortosi che li piaceva luntume, cos alla mutola le caric unaltra volta la balestra, e doppo attesero a dormire. La mattina poscia, per tempo risentiti, due altre volte presero insieme il medesimo piacere, datosi tra loro la fede di non ne favellar mai. [23] Intanto sera levato mona Mea, e da mona Margherita aute avea dua coppie duova fresche per portarle

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alli sposi; la quale le prese per non parere, e reclle loro, ancora che ella pensasse che elle non bisognassero; e nella camera entrata, trov la figliola che sera a punto fornita di vestire, ma Nencio era ancora nel letto. [24] A i quali ella ridendo cos disse: Vedete se mona Margherita donna da bene e amorevole: ella vi manda infino a luova fresche, credendosi che voi abbiate bisogno di ristoro. Ma dimmi un poco tu disse alla fanciulla : che compagnia stanotte ti ha fatto Nencio? Buonissima rispose la Pippa , egli non uscito punto di quello che egli vi promesse; tanto che io me ne lodo intra fine fatta, e songli obbligata sempre. [25] Dio gliene rimeriti rispose mona Mea e facciagliene valevole a lanima; ma che fo io di queste uova in mano? Date qua disse Nencio , io me le ber, acci che la cosa paia pi vera ; e fattosene dare una coppia, se le succi in un tratto; e voleva inghiottire anco laltra, quando la Pippa disse: Ehi, gola! Questa altra voglio io per me ; e toltola di mano alla madre, se la bevve. [26] E cos le donne, lasciato Nencio che si fornissi di vestire, si avviarono in sala; dove stettero poco, che comparse colui con i danari, e a Nencio, che era gi venuto su, annover come a sposo, centocinquanta lire di buona moneta per pagamento della dote della Pippa, serva di mona Margherita; e cos scrisse al libbro e partsse. [27] Mona Mea, messo quei danari in una federa che recato aveva seco, e bevuto alquanto ella, la Pippa e Nencio, e fatto le parole, da mona Margherita si partirono allegri e lieti; e di compagnia, senza aver fatto motto al prete, perch trovato in casa non lavevano, in Mugello se ne tornarono, e ugnuno se nand a casa sua; avendo nondimeno ringraziato prima mona Mea e la figliola Nencio del servizio che fatto loro aveva.

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[28] In capo di dua giorni torn poi Beco dalla fiera, e trovato la suocera che aveva riscosso la dote, contento, non cerc altro, attendendo alle faccende e a goder la sua Pippa. Ma venutone poi il San Giovanni, e venendo a Firenze per arrecare a loste un paio di paperi, accadde per sorte che il giorno dinanzi a punto egli se nera andato nella Val dElsa a starsi con un suo fratello, che era in uffizio a Certaldo, e, menatone tutta la brigata, trov serrata la casa. [29] E non sapendo che farsi di quei paperi, disegn di portarli a donare a mona Margherita, padrona gi della sua Pippa, ch bene sapeva il nome e dove ella stava a casa, parendogli che ella si fusse portata liberamente a dar la dote alla moglie senza lui, seco dicendo: Pure la conoscer e far in parte lobbligo mio ; e cos si misse in via; e giunto, picchi luscio. [30] La fante, vedutolo con quei paperi in braccio, disse a mona Margherita: Gli un contadino e tir la corda. Beco, arrivato in sala, fece un bello inchino, e salutato mona Margherita disse: Io sono il marito della vostra colei, che vi porto a donare questi paperi, acci che voi gli godiate per nostro amore . [31] A cui la donna, molto bene in viso guardatolo, rispose: Buon uomo, guarda a non avere errato il nome, o smarrito la casa; chi ti manda, o dove hai tu a ire? Disse allora Beco: Non ste voi mona Margherita Chiaramontesi, che allevasti gi la Pippa, e non sono ancora dieci mesi passati che voi le deste centocinquanta lire per la dote? S, sono rispose la vedova. [32] Dunque io sono il marito soggiunse Beco. Come! seguit la donna . Il marito non se tu gi della mia Pippa. Perch non sono? disse Beco . Io so pure che sta-

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notte i dorm seco e stamattina la lasciai in casa che elle si voleva lavare il capo, per farsi bella questo San Giovanni. [33] Come domine replic mona Margherita quasi adirata sei tu il marito suo? Io so pure che quando la Pippa venne per la dote, che egli era seco, ed era daltra fatta che tu non sei: io lo viddi pure, e so ancora che la sera gli messi a dormire insieme, e so pure che la mattina colui se ne port la dote con mona Mea madre della fanciulla . [34] Per la qual cosa Beco, gridando ad alta voce, disse: Ohim, chio sono stato ingannato! e pi a bel agio poi con mona Margherita favellando, e dogni cosa minutamente informandosi, fu certo, e al tempo e alla persona e al viso e al nome, che colui che per marito della Pippa in suo scambio si fece credere, era stato Nencio de lUlivello. [35] Ma questo glimportava poco, rispetto a lavere dormito con esso lei a solo a solo; e gli pareva, e cos alla vedova, la pi nuova e la pi strana cosa del mondo. Pure, lasciato quivi i paperi, senza aver voluto n mangiare n bere, si part pien di rabbia e di gelosia, e tanto cammin che la sera giunse a casa; e alla prima che se gli fece inanzi, che fu mona Mea, disse una grandissima villania, e cos ancora alla moglie, che tosto quivi comparse. [36] Le buone femmine, scusando, dicevano che dal prete consigliate furono, e che Nencio non fece altro che dormire con la Pippa. Ma Beco non si poteva racconsolare, parendogli che elle lo avessero vituperato; e venne in tanta collera che egli prese un bastone per romper loro le braccia; pure poi si ritenne per paura della Giustizia, ma le cacci ben fuori dicendo che se nandassero a casa loro, ch non voleva quella vergnogna presso; e serrato molto bene luscio, se nand al letto senza cenare. [37] Le donne, dolorose, se ne andarono poco quivi lontano a casa un fratello di mona Mea. Beco la notte

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non potette mai chiudere occhio, alla sua Pippa pensando; e fra s conchiuse di non la voler pi, e dandarsene in Vescovado, e far richieder Nencio per adultero; e cos, come la mattina fu giorno, salt fuor del letto, e portato pi da disordinato furore che da cagione ragionevole, savvi gridando verso Firenze; e per tutta la via, e con tutte le persone che egli riscontrava, si doleva della moglie; e giunto utimamente in Vescovado, pose laccusa. [38] Per la qual cosa il giorno medesimo fu richiesto Nencio de lUlivello e la Pippa; s che laltra mattina inanzi nona furono in Firenze per difendersi, risoluti insieme di negar sempre, e di dire al vicario che Nencio fusse dormito nella sua proda, e cos la fanciulla, a uso di fratello e di sorella. E gi sendo comapariti in Vescovado per entrar drento, viddero a punto ser Augustino, che quivi era venuto per certe sue faccende; delle quali spedito, si maravigli di vedere in quel luogo Nencio e colei, e gli dimand perch quivi fussero. [39] Per lo che Nencio gli narr di punto in punto tutta la cosa: di che non potette fare il sere che non ridesse; e veduto Beco in quel luogo per la medesima cagione, lo tir da parte e ripreselo aspramente della sua stolta impresa, e che cos si fussi lasciato vincere dalla stizza, con dirgli come Nencio ogni cosa aveva fatto per bene, e per far piacere a lui e alle donne, e che egli non aveva a far niente in quel conto con la Pippa, e che di questo ne stessi sopra la fede sua, perci che la Quaresima passata avea confessato Nencio; [40] e mostratogli poi per mille ragioni che egli era pazzo e come, in tutti i modi che la cosa riuscisse, non gliene poteva avvenire se non male, e fece tanto nella fine, che lo condusse a perdonare alla Pippa e a far pace con Nencio. [41] E di poi entrato dentro al vicario, con cui teneva stretta domestichezza, oper di maniera che coloro furono licenziati, e daccordo se nandaron poi alla sua chiesa a star tutti la sera. Ma Beco, non potendo sgozzare a fatto quella dormita che Nencio aveva

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fatto con la moglie, stava anzich no ingrugnatetto un poco. [42] onde ser Augustino, per quietar la cosa rappatumargli da dovero, si fece promettere con giuramento a Nencio che, come egli avesse donna, che Beco avesse a dir nulla, ma solamente per poter rispondere alle persone: [43] Se Nencio dorm con la mia, e io ho dormito con la sua moglie ; e cos verrebbe a non esser vantaggio tra loro. E fatto di nuovo una buona paciozza, lasciato il prete col buon anno, se ne andaron la mattina, e ognuno se ne torn a casa sua; e per fino che Beco visse Nencio non tolse mai moglie, tenendo per fermo che la sua non dovesse esser meglio che la Pippa. [1] Con grande attenzione e molte risa fu ascoltata la novella di Ghiacinto, la quale fornita, Amaranta, sorridendo, prestamente si lev in piedi e chiam i famigli e le fantesche; e fatto in un tratto accendere dei lumi, se ne and con le donne nelle camere di sopra, e i giovani col fratello in quelle dabbasso. [2] E poi che alquanto ebbero badato a loro comodit, e quelle e questi ne vennero allegrissimi in sala; deve non solamente le mense trovarono apparecchiate, ma le vivande messe in punto; s che, preso un caldo e lavatisi le mani, si missero a tavola, dove lietamente cenarono. [3] E poscia, levate le tovaglie e lasciato solamente il finocchio e l vino, ragionarono per buono pezzo della maggiore e della minore bellezza e piacevolezza delle raccontate novelle; e poi se ne andarono al fuoco, tutti quanti ripieni di gioia e di contento. [4] E perch le novelle della vegnente sera dovevano esser grandi, ordinarono di cominciare pi per tempo un poco, e di dirne cinque inanzi e cinque doppo cena, non si disdicendo la notte di Berlingaccio vegliare un pezzo e andarsene al letto pi tardi del solito; [5] e di poi le donne, a lusanza fatto le debite cerimonie e preso comiato da i giovani, con Amaranta alle loro camere se ne andarono al letto, e cos fecero i giovani, perci che

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alcuni rimasero a dormir quivi, e alcuni bene accompagnati se ne tornarono alle lor case.

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TERZA CENA NOVELLA DECIMA


[1] Lorenzo vecchio de Medici da due travestiti fa condurre maestro Manente ubriaco, una sera dopo cena, segretamente nel suo palagio, e quivi e altrove lo tiene, senza sapere egli dove sia, lungo tempo al buio, faccendogli portar mangiare da due immascherati: dopo, per via del Monaco buffone, d a credere alle persone lui esser morto di peste; perciocch, cavato di casa sua un morto, in suo scambio lo fa sotterrare. [2] Il Magnifico poi con modo stravagante manda via maestro Manente; il quale finalmente, creduto morto da ognuno, arriva in Firenze, dove la moglie, pensando che fusse lanima sua, lo caccia via come se fusse lo spirito; e dalla gente avuto la corsa, trova solo Burchiello che lo riconosce; e piatendo prima la moglie in Vescovado, e poi alli Otto, rimesso la causa in Lorenzo; il quale fatto venire Nepo da Galatrona, fa veder alle persone ogni cosa essere intervenuta al medico per forza dincanti; sicch, riavuta la donna, maestro Manente piglia per suo avvocato san Cipriano.

[3] Era Chiacinto venuto a fine della sua novella, che non poco aveva rallegrato e fatto ridere la brigata, quando Amaranta, a cui solamente restava il carico del dovere novellare, vezzosamente favellando prese a dire: Io, leggiadrissime fanciulle e voi graziosissimi giovani, intendo con una mia favola di raccontarvi una beffa, la quale, ancorch guidata non fosse n dallo Sgheggia, n da Zoroastro, n da niuno de compagni, credo che non vi dover parere men bella, n meno artifiziosa che nessun altra che da noi in questa o in altra sera raccontata sia, fatta dal Magnifico Lorenzo vecchio de Medici ad un medico de pi prosontuosi del mondo, come tosto intenderete. [4] Nella quale tanti nuovi accidenti intervennero, tanti vari casi nacquero, tanti strani avveni-

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menti occorsero, che se mai vi maravigliaste e rideste, questa volta vi maraviglierete e riderete . E soggiunse: [5] Lorenzo vecchio de Medici, senza che altro ve ne dica, dovete certo sapere che di quanti uomini eccellenti, non pure virtuosi, ma amatori e premiatori delle virt furono giammai nel mondo gloriosi, egli fu uno veramente, e forse il primo. Ne tempi suoi dunque si ritrovava in Firenze un medico, chiamato maestro Manente dalla Pieve a Santo Stefano, fisico e cerusico, ma pi per pratica che per scienza dotto, uomo nel vero piacevole molto e faceto, ma tanto insolente e prosontuoso che non si poteva seco. [6] E fra laltre cose gli piaceva straordinariamente il vino, e faceva professione dintendersene, e di bevitore; e spesse volte, senzessere invitato, se nandava a destinare e cena col Magnifico; a cui era venuto per la sua improntitudine e insolenza tanto in fastidio e noia, che non poteva patire di vederlo, e seco stesso deliberato aveva di fargli una beffa rilevata, in modo che egli per un pezzo non avesse, e forse mai pi, a capitargli innanzi. [7] E tra laltre una sera, avendo inteso come il detto maestro Manente aveva tanto bevuto nellosteria delle Bertucce, che egli si era imbriacato di sorte che egli non si reggeva in piedi, sicch loste, volendo serrare la bottega, laveva fatto portare da i garzoni fuori di peso, avendolo i compagni abbandonato, e postolo su un pancone di quelle botteghe da San Martino, dove egli si era addormentato di maniera che non larebbono desto le bombarde, russando che pareva un ghiro, gli parve tempo accomodatissimo alla sua voglia: [8] e fatto le viste di non avere inteso colui che ne ragionava, mostr di avere altra faccenda; e fingendo di volere andarsene a letto, perch era pure assai ben tardi ed egli dormendo poco per natura, era sempre mai mezza notte prima chei se nandasse a riposare , e fatto segretamente chiamare

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duoi suoi fidatissimi staffieri, impose loro quello avessero a fare. [9] I quali, uscendo di palazzo impappaficati e sconosciuti, ne andarono per commissione di Lorenzo in San Martino, dove nella guisa sopraddetta trovarono maestro Manente addormentato; sicch presolo, perciocch essi erano gagliardi e baliosi, lo posarono ritto in terra, e imbavagliaronlo; e quasi di peso portandolo, camminarono con esso via. [10] Il medico, cotto non meno dal sonno che dal vino, sentendosi menar via, pens di certo che fussero i garzoni delloste, o suoi compagni o amici, che lo conducessero a casa; e cos, dormiglioso ed ebro quanto mai potesse essere un uomo, si lasciava guidare dove a coloro veniva bene; i quali, aggiratisi un pezzo per Firenze, ultimamente arrivati al palazzo de Medici, guardato di non esser veduti, per luscio di dietro entrarono nel cortile, dove trovarono il Magnifico tutto solo, che gli attendeva con allegrezza inestimabile. [11] E saliti insieme le prime scale, in una soffitta in mezzo la casa entrarono, e indi in camera segretissima; dove sopra un letto sprimacciato posto maestro Manente per commissione di Lorenzo, cos, turati, lo spogliarono in camicia che a mala pena sentito aveva, ed era stato quasi come avere spogliato un morto; e portati via tutti quanti i suoi panni, lo lasciarono l entro serrato molto bene. [12] Il Magnifico, avendo di nuovo comandato che tacessero, e riposto i panni del medico, gli mand subitamente a casa il Monaco buffone, il quale meglio che altro uomo del mondo sapeva contraffare tutte le persone alla favella; il quale, tosto comparso alla sua presenza, fu da Lorenzo menato in camera; e licenziato li staffieri, che se nandarono a dormire, mostr al Monaco quanto desiderava che facesse, e andssene tutto lieto a letto. [13] Il Monaco, tolto tutti i panni del maestro, se ne torn segretamente a casa; e spogliato i suoi, se ne vest tutto quanto da capo a piedi; e uscitosi di casa, senza dir

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nulla a persona se ne and, che gi suonava mattutino per tutto, a casa maestro Manente, che stava allora nella via de Fossi; e perch gli era di settembre, aveva la brigata nella villa del Mugello, cio la moglie, un figlioletto e la serva; [14] ed egli si stava in Firenze solo, n si tornava in casa se non a dormire, mangiando sempre alla taverna con i compagni e in casa con gli amici. S che il Monaco, vestito de suoi panni, avendo la scarsella e dntrovi la chiave, aperse agevolmente; e serrato molto bene luscio, allegrissimo di far la voglia del Magnifico e insieme di burlare il medico, se ne and a letto. [15] Venne intanto il giorno; e il Monaco, poi che egli sebbe dormito sino a terza, si lev a vestirsi i panni del maestro: si messe una zimarraccia sopra il giubbone e un cappellaccio in capo, e contraffacendo la voce del medico chiam dalla finestra della corte una sua vicina, dicendo che si sentiva un poco di mala voglia, e che gli doleva un poco la gola, la quale a bella posta si aveva fasciata con stoppa e lana sucida. [16] Era allora in Firenze sospetticcio di peste, e se ne erano scoperte in quei giorni alcune case; per la qual cosa, colei, dubitandone, lo domand quello che egli voleva. Il Monaco, chiestole una coppia duova fresche e un po di fuoco, se le raccomand; e fingendo colle parole e con li atti di non si poter reggere pi ritto, si lev dalla finestra. Quella buona donna, trovato luova e l fuoco, gli fece intendere, chiamatolo pi volte, che gliene poserebbe in su luscio da via, e che egli si andasse per esse; e cos fece. [17] Colui, lieto, come fusse maestro Manente se ne venne alluscio con quella zimarraccia e con quel cappellone di colui in su gli occhi; e preso le uova e l fuoco, se ne torn in casa, che non pareva che potesse pi reggere la persona, tutto avendo fasciato la gola; per il che in vero quasi tutti i vicini, e tutti dolorosi, pensarono che egli dovesse avere il gavocciolo. [18] La voce subitamente si sparse per la citt; onde

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un fratello della moglie di maestro Manente, che era orafo, chiamato Niccolaio, ne venne volando per intendere come andasse il fatto; e picchiato alluscio e ripicchiato, non li era mai stato risposto, perciocch il Monaco faceva formica di sorbo; ma la vicinanza gli diceva come senza dubbio il medico era appestato. Ma in su quellora, che non pareva suo fatto, a punto vi pass Lorenzo a cavallo in compagnia di molti gentiluomini; e veduto ivi ragunata di gente, domand ci che volesse dire. [19] Allora gli rispose lorafo come si dubitava forte che maestro Manente non fusse in pericolo di peste; e narrgli per ordine ci che insino allora seguto fusse. Il Magnifico disse che gli era bene mettervi chicchessia che lo governasse; e a Niccolaio fece intendere che da sua parte andasse a Santa Maria Nuova, e facessesi dare a messere un servigiale pratico e sufficiente. [20] Onde lorafo si part volando, e fatto allo spedalingo limbasciata, ebbe un servigiale che Lorenzo aveva indettato e informato di quanto far dovesse; e appunto giunse che il Magnifico Lorenzo, dato una giravolta, gli aspettava sul canto di borgo Ognissanti; s che cavalcato alla volta loro, finse di fare i patti con quel servigiale, raccomandandoli caldamente maestro Manente; e di fatto lo fece entrare in casa, avendo fatto aprire luscio a un magnano. [21] Laonde colui, stato alquanto, si fece alla finestra, e disse come il medico aveva nella gola un gavocciolo come una pesca, e che egli non si poteva muovere di sul letto, dove giaceva mezzo morto, ma che non mancarebbe daiutarlo. Onde Lorenzo, dato commissione allorafo che conducesse da mangiare per lui e per lammalato, e fatto mettere alluscio la banda, ei se nand al suo viaggio, mostrando alle parole e a i gesti che molto gliene increscesse. [22] E l servigiale se ne torn al Monaco, che ridendo impazziva dellallegrezza; e avendo dallorafo avuto roba in chiocca, e in casa avendo trova-

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to carne secca, spillarono una botticina che vi era di buon vino, e per la sera fecero un fianco da papi. [23] In questo mentre maestro Manente, avendo dormito una notte e un d, si era desto; e trovatosi nel letto e al buio, non sapeva immaginarsi dove egli si fusse, o in casa sua o daltri; e seco medesimo pensando, si ricordava come nelle Bertucce aveva ultimamente bevuto con Burchiello, col Succia e col Biondo sensale; e di poi essendosi addormentato, gli pareva essere stato menato a casa sua; [24] per, gettatosi del letto, cos tentoni se ne and dove egli pensava che fusse una finestra; ma non la trovandovi, si dava brancolando alla cerca, tanto che gli venne trovato un uscio del necessario: s che quivi orin, perch ne aveva bisogno grandissimo, e fece suo agio, e raggirandosi per la camera, se ne torn finalmente a letto, pauroso e pieno di strana maraviglia, non sappiendo egli stesso in qual mondo si fusse; e seco medesimo riandava tutte le cose che gli erano intervenute. [25] Ma, cominciandogli a venir fame, fu pi volte tentato di chiamare; pur poi, dalla paura ritenuto, si taceva, aspettando quel che seguir dovesse dei fatti suoi. Lorenzo in questo mentre avea ordinato ci che di fare intendeva, e segretamente i due staffieri travestiti con due abiti da frati di quei bianchi infino in terra, e in testa messo un capone per uno, di quelli della via de Servi, che par che ridino, il quale dava loro infino in su le spalle, cavati con le vesti da frati di guardaroba, dove erano infiniti altri abiti di pi varie sorti, e cos delle maschere ancora, che avevano servito per le feste del Carnesciale; [26] e luno aveva una spada ignuda dalla mano destra, e dalla sinistra una gran torcia bianca accesa; e laltro portato avea seco duoi fiaschi di buon vino, e in una tovagliuola rinvolte due coppie di pane, e due grassi capponi freddi, e un pezzo di vitella arrosto, e frutte, secondo che richiedeva la stagione; e fecegli andar chetamente alla camera nella quale era rinchiuso il medico. [27] I quali, perciocch la

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detta camera si serrava di fuori, toccarono fuoriosamente un chiavistello, e apersero in un tratto; ed entrati dentro, riserrarono luscio subitamente; e quel della spada e della torcia sarrec rasente la porta, acci che il medico non fusse corso l per aprire. Come maestro Manente sent toccar luscio e dimenare il chiavistello si riscosse tutto quanto, e rizzssi a sedere in sul letto; ma tosto che egli vide coloro dentro cos stranamente vestiti, e a luno rilucer la spada, fu da tanta meraviglia e paura soprapreso che ei volle gridare, e morgli la parola in bocca. [28] E attonito e pieno di stupore, temendo fortemente della vita, attendeva quello che dovesse avvenire di lui; quando egli vide laltro, che aveva la roba da mangiare, distender quella tovagliuola sopra un desco, che era dirimpetto al letto, e dipoi porvi suso il pane, la carne, il vino, cos i fiaschi e tutte laltre cose da toccar col dente, e accennargli che andasse a mangiare. [29] Laonde il medico, che vedeva la fame nellaria, si rizz ritto, e cos come era in camicia e scalzo savvi in verso le vivande; ma colui, mostratogli un palandrano e un paio di pianelle che erano in su uno lettuccio, fece con cenni tanto, che maestro Manente si misse luno e laltro, e cominci a mangiare con la maggior voglia del mondo. [30] Allora coloro, aperto luscio, n un baleno suscirono di camera; e serratolo dentro a chiavistello, lo lasciarono senza lume, e se ne andarono a spogliarsi e a ragguagliare il Magnifico. Maestro Manente, trovata la bocca al buio, con quei capponi e con quella vitella, e beendo al fiasco, alz il fianco miracolosamente, fra s dicendo: Tutto il mal non si sar mio: or sia che vuole, io so che sio ho a morire, che io morr oggimai a corpo pieno . [31] E rassettato cos il meglio che egli potette le reliquie avanzate, le rinvolse in quella tovagliuola, e tornssene al letto, parendogli strano lo essere qui solo al buio, e non sapere dove, n come, n da cui vi fosse stato condotto, n

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quando se ne avesse a uscire; pure, ricordandosi di quei caponi di carnesciale che ridevano, rideva anchegli fra se stesso, piacendogli molto la buona provvisione. [32] E sopra tutto il vino lodava assai, avendone bevuto poco men dun fiasco; e sperando fermamente queste cose dovergli esser fatte da suoi amici, teneva per certo di tosto avere quindi a uscire e ritornarsene al mondo; e cos con questi dolci pensieri si addorment. [33] La mattina per tempo il servigiale, fattosi alla finestra, disse pubblicamente alla vicinanza e allorafo come la notte il maestro sera riposato comodamente, e che il gavocciolo veniva innanzi, e che egli, aiutandolo con le farinate, vaveva buona speranza. Venuta la sera, il Magnifico, per seguitar la beffa, sendosegli porto bellissima occasione e molto al proposito, fece intendere al Monaco e al servigiale quel tanto che far dovessero; [34] e questo fu che il giorno in su la terza un cozzone che si chiamava il Franciosino, maneggiando e correndo un cavallo in su la piazza di Santa Maria Novella, venne a cadere con esso insieme; e come si andasse il fatto, egli roppe il collo, e il cavallo non si fece male alcuno. [35] Onde le persone, correndo l per aiutarlo rizzare, trovarono che egli non aveva sentimento; perci, presolo di peso, lo portarono l presso nello spedale di San Pagolo; e spogliatolo per vedere di rinvenirlo, lo trovarono morto, e diniccolato il collo. Per la qual cosa, fatto danari di quei pochi panni che egli aveva addosso, alcuni suoi amici, per lo essere forestiere, a i frati di Santa Maria Novella dopo il vespro lo fecero sotterrare, che per sorte lo messero in un di quelli avelli fuori in su le scalee dirimpetto alla porta principale della chiesa. [36] Il Monaco e il compagno avendo inteso lanimo di Lorenzo, la sera in su lAvemaria si fece il servigiale gridando alla finestra, con dire che al medico era venuto un accidente di maniera grave, che egli ne dubitava, e che quel gavocciolo gli aveva s stretto la gola che ei non poteva a mala

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pena raccrre lalito, non che favellare. [37] Per la qual cosa comparendo quivi il cognato, volea pur fargli fare testamento, ma il servigiale gli disse che per allora non vi era ordine; e cos restarono daccordo che la mattina, sentendosi egli da ci, di fargli far testamento, confessarlo e communicarlo. [38] Venne intanto la notte, e come furono passati i due terzi, e i due staffieri, andatisene segretamente per commissione del Magnifico in sul cimitero di Santa Maria Novella, di quello avello nel quale era stato sotterrato il giorno cavarono il Franciosino; e levatoselo in spalla, lo portarono nella via de Fossi a casa maestro Manente; e il Monaco e il servigiale, che aspettavano alluscio, lo presero chetamente e lo misero drento, e gli staffieri se ne andarono, non sendo stati veduti da persona. [39] Il Monaco e il servigiale, fatto un gran fuoco e bevuto molto bene, fecero a colui morto una veste dun bel lenzuolo nuovo; e fasciatogli la gola con stoppa unta, e fattogli con le battiture il volto enfiato e livido, lo acconciarono disteso sopra una tavola nel mezzo del terreno; messogli un berrettone in testa che soleva portare le pasque maestro Manente, e copertolo tutto di foglie di melarancio, se ne andarono a dormire. [40] Ma non s tosto fu venuto il giorno, che il servigiale, piangendo, fece intendere al vicinato e a chi passava per la via come maestro Manente in sul fare del d era passato da questa vita presente; s che in un tratto si sparse per Firenze la voce; onde lorafo, avendolo inteso, corse l subito, e dal servigiale seppe particolarmente il tutto. E perch non vi era altro rimedio, consultarono di farlo la sera sotterrare; e cos lorafo lo fece intendere alli uffiziali della sanit, e restarono per le ventitr ore, avendolo anco fatto sapere ai frati di Santa Maria Novella e ai preti di San Pagolo, tanto che al tempo deputato fu ognuno a ordine. [41] E i becchini degli ammorbati, poi che i frati e i preti del populo furono

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passati, lontani un buon pezzo seguitando dietro, di casa e di terreno presono il Franciosino cozzone in cambio di maestro Manente medico, stimandolo lui indubitatamente; e cos da ciascuno che lo vide fu tenuto, parendo bene a tutti quanti trasfigurato; ma ci pensavano che cagionato fusse dalla malattia, dicendo lun laltro: Guarda come egli chiazzato: so dir che egli stato del fine . [42] E cos senza intrare in chiesa, dove i frati e i preti, cantanto ancora, facevano le solite cirimonie, nel primo avello che trovarono sopra le scale lo gittarono a capo innanzi; e riserratolo, se ne andarono alle loro faccende, stati veduti da mille persone, che turandosi il naso, e fiutando chi aceto e chi fiori o erbe, erano stati di lontano a riguardare lesequie di maestro Manente, creduto lui veramente da ciascuno. [43] E fu loro agevole a contraffarlo, perciocch allora tutti gli uomini andavano rasi; e poi il vederlo uscir di casa sua, e con quel berrettone che gli copriva mezzo il viso, non ne fece dubitare a persona. Lorafo, poi che il morto fu uscito di casa e sotterrato, raccomand la casa e la roba al servigiale; e partssi per mandargli da cena e del buono, affine che con pi diligenza e amore facessi il debito; [44] e cos mand uno a posta alla sorella, che le dicesse che non venisse altrimenti in Firenze, perch il marito era di gi morto e sotterrato, e che lasciasse a lui il pensiero e la cura della casa, e di quello che vi era drento; e che, dandosi pace, attendesse a vivere allegramente, allevando con affezione quel suo piccolo figliuolino. [45] Venne la notte, e il Monaco, poi che egli ebbe cenato molto bene, avendo cura di non esser veduto, lasci solo il servigiale, e andssene chetamente a casa sua; e il giorno poi, trovato Lorenzo, ridendo insieme della beffa che succedeva miracolosamente, ordinarono tutto quello che far si dovesse per recarla a fine. [46] E cos, passati quattro o sei giorni, non sendo per mancato di far portare da mangiare grassamente al

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medico sera e mattina da quei due travestiti con quei dua caponi che ridevano, nel modo medesimo della prima volta, una mattina quattro ore innanzi giorno, per commessione del Magnifico, fu aperta la camera da quei dua caponi. [47] E fatto levare il medico, cos accennandolo li fecero vestire una camiciuola di suguantone rosso, e cos un paio di calzoni lunghi alla marinaresca del medesimo panno; e messogli un cappelletto in testa alla greca, gli cacciarono le manette; e gittatogli quel palandrano in capo, e ravviluppatoglielo in modo che veder non poteva lume, lo cavarono di quella camera e guidaronlo nel cortile, tanto doloroso e s pieno di paura che egli tremava di maniera che pareva che gli pigliasse la quarantana; [48] e cos alzatolo di peso, lo missero in una lettiga, la quale portavano due muli gagliardissimi; e serratola molto bene, in guisa che di dentro aprir non si poteva, lo avviarono in verso la porta alla Croce, guidandola i due staffieri vestiti con i panni ordinari; allo arrivo de quali ella fu subito aperta, s che camminarono via allegramente. [49] Maestro Manente, sentendosi portare, e non sapendo n da chi n dove, stava pauroso e pieno di meraviglia: ma udendo poi, facendosi giorno, le voci dei contadini e il calpestio delle bestie, dubitava di non sognare; pure, ingegnandosi di far buon cuore, confortava se stesso. [50] Coloro, senza favellar mai che sentirgli potesse, attesero a camminare; e cos, avendone portato, andando, e ritti, quando parve lor tempo fecero colizione, tanto che in su la mezza notte arrivarono appunto allermo di Camaldoli, dove dal guardiano che stava alla porta lietamente ricevuti furono; e di fatto missero drento la lettiga, e adagiarono i muli; poi dal frate furono menati per la sua camera in una anticameretta, e dindi duno scrittoio in un salottino, dove il guardiano aveva fatto rimurare la finestra e mettere un letticciuolo e una tavoletta con un deschetto. [51] Eravi per sorte il cam-

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mino e il necessario, e riusciva questa stanzetta sopra una ripa profondissima e diserta, dove non capitavano mai n uomini n animali, posta nella pi remota parte del convento; s che di quivi non si sentiva mai romore, se non di venti e di tuoni, e qualche campanetta sonare lAvemaria o a messa, e chiamare i frati a desinare o a cena: giudicato dalli staffieri luogo accomodatissimo. [52] S che di fatto andati nella foresteria, dove lasciato avevano la lettiga, colui ne trassero mezzo morto di fame e di sete, senza il disagio e la paura, di sorte che appena si reggeva in su le gambe; e ravviluppatogli il capo, quasi di peso lo condussero in quel salotto; e postolo sopra il letto a sedere, non gli avendo ancor cavato le manette, lo lasciarono stare; [53] e usciti di quindi, se ne andarono in camera del guardiano, dove per suo comandamento vennero subito due conversi, acciocch, veggendo, imparar potessero quel tanto che egli avessero a fare nel governare e dar mangiare e maestro Manente, non ostante che dal Magnifico ne avessero avuto particolarmente avviso. [54] Gli staffieri intanto si erano vestiti gli abiti che portati avevano, con glistessi caponi da ridere, con la spada e con la torcia; e finalmente nellistesso modo che facevano a Firenze al medico portarono da mangiare una grossa cena, che fatto aveva apparecchiare il frate. Subito che maestro Manente vide apparire quei due caponi nella solita guisa, si rallegr tutto quanto; e quello delle vivande, tosto che egli lebbe distese in su la tavoletta, and alla volta sua, e cavgli le manette, accennandolo che andasse a far lusanza. Maestro Manente, affamato e assetato, si cal che parve un marangone, mangiando e beendo a pi potere. [55] Allora coloro, aperto luscio, ne uscirono in un tratto e lasciaronlo al buio. I conversi, per veder bene ogni cosa, se nerano andati sul palco di sopra, e levatone un mattone pian piano, e per quella fessura avevano veduto laggiuso ogni

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cosa minutamente; e venutine ove erano gli sfattieri che si spogliavano, da loro ebbeno gli abiti e tutte le altre bzziche; e di poi mangiato alquanto e rinfrescati, sendo tutti quanti stracchi e sonnacchiosi, se ne andarono a riposare. [56] La mattina, non per troppo a buon otta levatosi gli staffieri, feciono colizione; e ricordato al guardiano e ai conversi che tenessero sempre i medesimi termini nel portargli sera e mattina la provenda, preso licenzia, se ne tornarono con la lettiga a Firenze, e pienamente dogni cosa ragguagliarono il Magnifico, che ne prese piacere e contento grandissimo. [57] Venne intanto il tempo che il servigiale ebbe fornito la guardia, s che, pagato dallorafo, e consegnatoli la roba, se ne torn a Santa Maria Nuova, e la moglie di maestro Manente se ne torn a Firenze vestitasi da vedova; e con il suo figliuolino e con la serva, avendo fornito di piagnere la morte del marito, si viveva assai commodamente. [58] I frati conversi, come veduto avevano, ogni sera e ogni mattina portavano in sur unotta da mangiare al medico; il quale, per non poter fare altro, attendeva solamente a empiere il ventre e a dormire, non veggendo mai lume, se non quando coloro gli portavan la vettovaglia. E non sapendo immaginarse ove egli fusse, n chi fossero coloro che lo servivano, temeva di non essere in qualche palazzo incantato: pure attendeva a mangiare e bere a macca, e a far gran sonni e, quando egli era desto, castelli in aria. [59] In questo mezzo accadde a Lorenzo, per certe faccende di grandissima importanza intorno al reggimento e al governo della citt, partirsi di Firenze, dove stette parecchi mesi a ritornare; e di poi occupato da negozi importantissimi, stette un pezzo che non si ricordava pi di maestro Manente; se non che un giorno, fra gli altri, gli venne veduto per sorte a cavallo uno di quelli monachi di Camaldoli che fanno le faccende del convento; e di fatto gli torn nella mente, e ricordssi del

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medico. [60] Sicch, fattolo chiamare e da lui inteso come laltra mattina si partiva per tornarsene allermo, gli fece il Magnifico una lettera e imposegli che per sua parte la presentasse al guardiano. Il monaco la prese reverentemente e disse che lo farebbe molto volentieri; e cos poi a luogo e tempo fece. [61] Erano in questo mentre accadute varie cose: prima, la moglie di Manente si era, in capo di sei mesi, rimaritata a un Michelangelo orafo, compagno di Niccolaio fratello di lei, il quale ne laveva molto consigliata e pregatola strettamente, avendo in su questo parentado raffermo la compagnia per dieci anni; per la qual cosa Niccolaio si era toranto secon in casa, accordatosi con i Pupilli a tenere il putto; e preso le masserizie per inventario si viveva allegramente con la sua Brigida, ch cos aveva nome la donna, e di gi laveva ingravidata. [62] Il guardiano, udendo che il Magnifico si era partito senza avergli fatto intendere altro, seguitava lordine; e perch molto glincresceva di maestro Manente, come ne venne il freddo lo provvidde di brace, facendogliene portare parecchi sacca, e votargliene in un canto della stanza da quei caponi che lo servivano, e accendegliene nel camino; e ancora gli fece portare pianelle e panni da vestire e da coprirsi sul letto. [63] E cos avendo fatto bucare il palco di sopra, gli fece acconciare una lampanetta, che d e notte sempre stava accesa, di maniera che rendeva la stanza alquanto luminosa. Laonde il medico scorgeva quello che egli mangiava e ci che egli faceva, tanto che, per rimeritare in parte coloro che gli facevano quel comodo, ancora che non sapesse chi egli si fossero, cantava sovente certe canzonette che egli era solito cantare a desco molle in compagnia de suoi beoni, e diceva qualche volta improvviso. [64] E perch egli aveva bella voce e buona pronunzia, recitava spesso certe stanze di Lorenzo, che nuovamente erano uscite fuora, chiamate Selve dAmore; di che pigliavano i conversi e l guardia-

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no, che solamente poteano udirlo, maraviglioso piacere e contento. E cos in questa guisa sandava trattenendo il meglio che egli poteva, quasi affatto perduta la speranza di aver mai pi a rivedere il sole. [65] Venne intanto colui che port la lettera del Magnifico al padre guardiano, per la quale egli intese pienamente tutta la voglia e lordine di Lorenzo; ch il giorno medesimo ai conversi impose che la notte medesima due o tre ore innanzi giorno menassero via colui, e disse loro dove, e come, e in che modo lo lasciassero. I quali, quando tempo fu, vestiti alla maniera usata, ne andarono al medico; e fattolo levare del letto, coi cenni lo condussero a vestirse quellabito alla marinaresca; e di poi, messogli le manette e un mantellaccio con un capperuccione infino al mento, lo menaron via. [66] Maestro Manente a questa volta pens che fusse venuto il termine alla vita sua, e di non aver mai pi a mangiar pane; e doloroso fuor di modo, per non far peggio, lasciava guidarsi da coloro. I quali, due ore o pi, fortemente camminato avevano per boschi sempre e per tragetti, tanto che si condussero vicini alla Vernia, dove al pedale dun grandissimo abeto in una profondissima valle legarono con le vitalbe il medico. [67] E di poi cavatogli quel mantellaccio di dosso, gli tirarono il cappelletto in su gli occhi, e trattogli le manette nel modo divisato, lo lasciarono legato a quellarboro e fuggiron via come vento; e per gli medesimi tragetti, bench spento avessero la torcia, se ne tornarono a Camaldoli, senza essere stati veduti da persona niuna. [68] Maestro Manente, solo rimaso e legato lentamente, ancora che paurosissimo, stato alquanto in orecchi e non sentendo romore n strepito nessuno cominci a tirare le mani a s, e agevolmente ruppe quella vitalba; s che di fatto levatosi il cappello din su gli occhi, e alzandogli in suso, vide tra albero e albero una parte del cielo stellato; onde, allegro e maraviglioso, co-

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nobbe fermamente dessere al largo e allo scoperto. [69] E rigirando gli occhi pi fissamente, perch gi si cominciava a far d, vide gli abeti intrnosi e lerba sotto i piedi; per lo che egli fu certo dessere in un bosco: pur, temendo di qualche cosa nuova e strana, stava fermo e cheto, cotal che a gran pena respirava per non esser sentito, parendogli sempre vedersi addosso quei caponi da far ridere, che gli rimettessero le manette e rimenassinlo via. [70] Pur poi, facendosi giorno alto e chiaro, e gi cominciando il sole coi lucenti raggi suoi a illuminar per tutto, e non veggendosi intorno n uomini n animali, su per uno stretto sentiero si diede a camminare in verso lerta, per uscir di quella valle, conoscendo veramente dessere ritornato al mondo. Ma egli non and oltre un quarto di miglio, che in su la cima arrivato del monte capit in una strada molto frequentata, per la quale vide venire verso s un vetturale con tre muli carichi di biada; [71] sicch, fattosegli incontro, e domandatolo del paese e come si chiamava il luogo dove egli era, gli fu da colui risposto prestamente esser la Vernia; e poi gli disse: Diavol, che tu sia cieco, non vedi tu l San Francesco? E mostrgli la chiesa l sopra il monte, vicnagli a poco pi di due balestrate. [72] Maestro Manente, ringraziatolo, riconobbe subito il paese, perch pi volte con i sua amici vera stato a sollazzo; e rendendo grazie a Dio, lev le mani al cielo, che gli pareva esser rinato; e preso la via in su la man destra, se ne and alla volta del convento vestito con quei panni rossi che pareva un marinaio: dove giunto a buon ora, trov esservi venuto un gentiluomo milanese di Firenze a spasso, con un suo compagno pur di Milano, e co cavalli e servidori, per visitare quei luoghi santi dove fece penitenzia il devoto san Francesco. [73] E perch la sera dinanzi si era, sdrucciolando, aperto un piede, onde poi raffreddato, la notte gli era cominciato a enfiare e dolere in guisa che la

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mattina non lo poteva muovere, n per la pena toccarlosi a fatica, sicch restar nel letto gli convenne, e appunto per i conforti de frati voleva mandare a Bibbiena per un medico; [74] quando maestro Manente, salutatogli, prima udito la cagione del male di quel gentiluomo, disse loro che non bisognava mandare altrimenti per medici, e che dava a lui il core, prima in termine dun ottavo dora di levargli il dolore, e poi che laltro giorno vegnente sarebbe guarito affatto. [75] Maestro Manente, ancora che fosse vestito stranamente, aveva bella presenza nondimeno e buona favella, di sorte che il milanese gli credette; per la qual cosa, facendosi egli arrecare da i frati dellolio rosato e della polvere di mortine, fattogli prima la medicina dellaperto, e rimessogli losso al luogo suo, gli unse molto bene e impolvergli il piede, e fascigliene strettamente: [76] gli fece restare subito il duolo, tanto che la notte colui dorm riposatamente, che la notte passata non aveva mai potuto chiudere occhi, di modo che la mattina, levatosi, si trov libero in guisa che egli posava non pure il piede in terra, ma camminava agevolmente; s che, fatto sellare i cavalli, e bevuto un tratto con i frati, don due ducati di moneta al medico e si part per la volta di Firenze. [77] Maestro Manente, allegro, fatto anchegli carit con i frati, tolse comiato da loro e prese la via verso Mugello per andarsene alla sua villa, dove, camminando gagliardamente, giunse la sera appunto al tramontar del sole; s che, chiamato ad alta voce il lavoratore per nome, gli fu tosto da un contadinello risposto che egli era tornato in un altro podere discosto un buon pezzo. [78] Parve al medico questa risposta strana, non si potendo dar pace che la moglie senza suo consentimento gli avesse dato licenza e allogato di nuovo; pure a colui disse che chiamasse suo padre, al quale fece intendere come egli era amico grandissimo delloste suo, e perci lo pregava che per la sera fusse contento di volergli dare allog-

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gio. Il contadino, veggendolo vestito in quella foggia, ebbe anzi che no sospetto, e non si risolveva a rispondere. [79] Ma maestro Manente seppe tanto ben dire e persuaderlo, che egli fu contento, e lo accett, riconfortato che egli non gli vedeva arme addosso, fatto avendo pensiero nondimeno di mandarlo alla capanna: cos, menatolo in casa, sendo apparecchiato il desco, cenarono magramente. [80] Maestro Manente, deliberato di non scoprirsi, non domandava di nulla in quanto al podere e alla moglie; ma veggendo col sopra una tavoletta calamaio e fogli, perci che colui era rettore del popolo, chiese da scrivere, e fugli portato; s che egli fece una lettera alla moglie brevemente, e voltatosi a quel contadinello giovane, disse: Io ti dar un carlino, e vo che domattina per tempo tu vada a Firenze e dia questa lettera in mano alla tua ostessa, e farai poscia quanto ella ti dir . [81] Colui, con licenza del padre, fu contento; e menatone il medico alla paglia, lo serr nella capanna. Maestro Manente, sopportando con pazienza, diceva seco stesso: Domani mi ti caverai tu la berretta, e arai di grazia, di servirmi ; e acconcissi fra quella paglia il meglio che potette, attendendo a dormire. [82] La mattina, tosto che egli cominci a biancheggiar laria, quel contadinello, avuto avendo la sera il carlino e la lettera, prese la via verso Firenze; e giunse in sullora del desinare a casa loste, e a mona Brigida present la lettera di colui; la quale da lei prestamente aperta, le parve di conoscer la mano del suo primo marito; ma poi leggendola fu da tanto dolore e da cos fatta maraviglia soprappresa, che ella fu per venirsi meno, e non sapeva in qual mondo ella si fosse. [83] E domandato il contadinello del tempo, della statura e delleffigie delluomo che glielaveva mandata, si fece pi maraviglia, e maggior dolore gli venne; sicch spacciatamente mand la fante a bottega per Michelagnolo. Il quale ve-

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nuto, e letto la lettera, fu anche egli della sua opinione, che quello simigliasse, anzi fusse tutto miniato lo scritto di maestro Manente; ma sapiendo di certo lui esser morto, sapeva anco di certo lo scritto esser daltra persona. [84] E di fatto giudic colui un mariuolo, il quale tentava di giuntarla per cos strana via; perciocch il contenuto della lettera era questo, che alla sua carissima consorte faceva intendere come, doppo vari e strani casi, stato pi dun anno rinchiuso, con paura tuttavia della vita, era finalmente per miracolo di Dio uscito dal pericolo, e che a bocca poi le raccontarebbe particolarmente il tutto; [85] e che per allora le bastasse sapere come in villa si trovava vivo e sano, e le mandava pregando che subitamente, spargendo per Firenze la novella, gli mandasse la mula, il saione e il palandrano da acqua, gli stivali grossi e il cappello, e che facesse sapere al lavoratore nuovo come egli era loste, sendo maestro Manente suo marito, acciocch gli fusse aperto la casa per potere a suo agio riposare la notte, e che laltra mattina per tempo ne verrebbe a Firenze a consolarla. [86] Michelangiolo dunque, colloroso e pien di stizza, rispose in nome della donna, e fecegli una lettera che cantava, minacciandolo, se tosto non si andasse con Dio, e che andarebbe lassuso e darebbegli un carico di mazzate, o vi mandarebbe il bargello: oltre che a bocca disse a quel villanello che dicesse a suo padre che lo cacciasse via con il malanno. Il contadinello si part subito, e Michelagnolo si torn a bottega, lasciando la Brigida dolorosa e piena di stupore. [87] La mattina maestro Manente se nera andato a spasso infino allUccellatoio, che vi erano tre miglia da casa sua; e senza darsi a conoscere alloste, che era suo amico, anzi dicendo di essere albenese, desin seco allegramente ridendo e gongolando fra se stesso. E di poi la sera allegrissimo, tornatosene verso casa, pensando femamente daver a esser riconosciuto per padrone, aveva

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in animo di far tirare il collo a un paio di capponcelli, che la mattina aveva veduto andar beccando su per laia. [88] Ma non s tosto fu giunto, che il villanello, che era gi tornato, se gli fece incontro; e senza riverenza, anzi con mala cera gli porse la lettera, la quale non aveva soprascritta n sugellatura: del che si meravigli a prima giunta e contristsse molto maestro Manente, e parvegli principio di doloroso fine; ma poi, leggendola tutta quanta, per lo stupore e per la doglia rimase attonito e sbalordito, cotal che ei non pareva n morto n vivo. [89] Intanto giunse il vecchio lavoratore, che dal figliuolo per parte delloste aveva avuto la imbasciata; e a colui disse rigidamente che facesse pensiero di alloggiare altrove per la sera, perci che il padrone gli aveva fatto comandamento che subito ne lo mandasse con Dio. [90] Maestro Manente, doloroso fuor di modo, sentendo da colui darse licenzia, dal quale allarrivo della lettera pensava di avere a essere riconosciuto per signore, umanamente rispose che se ne anderebbe; e dubitando di non esser diventato un altro, o che non si trovasse pi dun maestro Manente, preg quel contadino che gli dicesse il nome del suo oste; dal quale gli fu risposto che si chiamava Michele Agnolo orafo, e la moglie mona Brigida. A cui, seguitando, il medico domand se quella mona Brigida aveva avuti pi mariti, e se ella aveva figliuoli. [91] S rispose il villano , ella aveva prima un medico, che si faceva chiamare, per quel chio nodo, maestro Manente, che dicono che mor di morbo, e lascille un figliuoletto che ha nome Sandrino. Ohim! soggiunse il medico , che mi di tu? E comincillo minutamente a domandare dogni particolarit; ma il lavoratore gli rispose che non gli sapeva dir altro, sendo di Casentino, e tornato lagosto in sul podere. [92] Maestro Manente, deliberato di non se gli far conoscere per tale, perch egli era ancora pi di due ore di giorno, lasciatolo, si misse a camminare alla volta

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di Firenze, seco pensando che la moglie e i parenti, credendosi per qualche strano avviso lui dovere esser morto, si fussero condotti a quel termine; perci che molto bene conosceva Michele Agnolo orafo, compagno del cognato. [93] E fra s, camminando di forza, faceva mille pensieri, tanto che la sera assai ben tardi arriv allosteria della Pietra al Migliaio, lontana un miglio dalla citt; s che per la sera alloggi quivi, dove solamente mangiando una coppia duova affogate, se ne and al letto, nel quale di qua e di l voltandosi non potette mai chiudere occhi. [94] Ma levatosi la mattina per tempo, pagato loste, pian piano se ne venne a Firenze, e se ne entr dentro nella guisa di sopra narratovi, talch non era conosciuto da persona, ancora che molti conoscenti e suoi amici riscontrasse per strada. S che, aggiratosi per mezzo Firenze, venne a capitare nella via de Fossi, e vide appunto la moglie e l figliuolino entrare in casa, che tornavano dalla messa; e sendo certo che da lei era stato veduto, ma non fatto segno alcuno di consocerlo, mut pensiero: [95] e dove egli era venuto per favellarle, se nand a Santa Croce a trovare un maestro Sebastiano, suo confessoro, pensandolo dover essere buon mezzano, che la moglie lo riconoscesse, avendo in animo di conferirgli ogni cosa che gli era occorso e consigliarsene seco; ma dimandatone in convento, gli fu risposto che gli era andato a stare a Bologna; per la qual cosa, quasi disperato, non sapeva che farsi. [96] Cos, aggirandosi per Piazza, per Mercato Nuovo e Vecchio, e riscontrato avendo, fra gli altri conoscenti e amici, il Biondo sensale, Feo tamburino, maestro Zanobi della Barba, Leonardo sellaio, e da nessuno stato riconosciuto, se nera mezzo sbigottito. Pure, sendo gi ora di desinare, se ne and alle Bertucce, dove faceva il vino Amadore, gi suo amicissimo, a cui chiese di grazia di voler la mattina desinar seco, e cos fece; ma nellultimo del desinare gli disse Amadore

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che gli pareva averlo veduto altra volta, ma che non si ricordava gi dove. [97] Al quale maestro Manente risposte che era agevol cosa, sendo egli stato gran tempo in Firenze e con maestro Agostino alle stufe di piazza Padella, dove, venendo da Livorno e non gli piacendo il navicare, voleva ritornarsi a stare. E cos di una parola in unaltra, ragionando di varie cose, fornirono di desinare; e senza essersi dato a conoscere, accordato loste, se nand maestro Manente, doloroso e quasi stupido che colui non lavesse riconosciuto, deliberato di favellare la sera a ogni modo alla moglie. [98] E cos si trattenne a spasso tanto che gli parve otta, e se ne venne a casa sua che erano venti tre ore e mezzo; e picchiato forte due volte luscio, si fece la donna a vedere chi era. A cui rispose il medico: Son io, Brigida mia cara, apri. E chi ste voi? soggiunse colei. Maestro Manente, per non avere a favellar forte, di modo che udisse tutta la vicinanza, rispose: Vien giuso e intenderalo . [99] La Brigida sentendo la voce, e parendogli anche al viso maestro Manente, ricordatasi della lettera, non volle andare a basso altrimenti, dubitando di qualche cosa strana; e disse a colui: Ditemi di cost chi voi siete, e ci che voi cercate. Non lo vedi tu? rispose il medico , sono maestro Manente, il tuo vero e legittimo sposo, e te cerco che sei mia moglie. Maestro Manente mio sposo non ste voi gi, perch egli morto e sotterrato disse la donna. [100] Come, Brigida! Morto? Io non morii mai rispose il medico; e soggiunse: Aprimi, di grazia: non mi conosci tu, anima mia dolce? Son io per s trasfigurato? Deh! Aprimi, se tu vuoi, e vedrai chio son vivo. Eh, che? seguit la Brigida ; voi dovete esser quel tristo che mi scriveste la lettera ieri mattina: andate-

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vi con Dio in malora, che se il mio marito vi ci trova, guai a voi . [101] Erasi ragunato nella via gi un monte di persone per volere intendere questa novit: fattisi tutti i vicini intorno alle finestre, ognuno diceva la sua. Onde mona Dorotea pinzochera, che le stava dirimpetto a corda, disse alla Brigida, avendo inteso da primo ogni cosa: Guarda, figliuola mia, che questa sar lanima del tuo maestro Manente, che andar quivi oltre faccendo penitenzia; e per lo somiglia tutto al viso e alla favella: chiamala un poco, domandala e scongiurala se ella vuole nulla da te . [102] Per la qual cosa la Brigida, credendolo mezzo mezzo, cominci con voce pietosa a dire: O anima devota, hai tu nulla sopra coscienzia? Vuoi tu lufizio de morti? Hai tu a sodisfare boto niuno? Di pur ci che tu vuoi, anima benedetta, e vatti con Dio . A maestro Manente, ci udendo, venne quasi voglia di ridere, dicendo pure che era vivo, e che ella gli aprisse, ch voleva certificarla. [103] Ma colei seguitando di domandare se ella voleva le messe di san Ghirigoro, e segnarsi, e cos madonna Dorotea diceva anchella: Anima dIddio, se tu sei nel Purgatorio, dillo, ch la tua buona moglie piglier per te il giubbileo e caverttene . [104] E faccendosi i maggior crocioni del mondo, diceva a ogni poco requiescat in pace; di modo che quivi intorno ognuno si cominc a segnare e discostarsi e stare in cagnesco, che gi vi si ea ragunato un nugolo di popoli. [105] Laonde, veggendo il medico che la Brigida pi non lascoltava, anzi con la pinzochera insieme faceva un segnarsi e un cinguettare maravigliso, deliber dandarsene, perci che la gente riforzava tuttavia, e dubitava di non ricevere anche qualche male scherzo; e senzaltro prese la strada verso Santa Maria Novella di buon passo, talch tutte quante le persone da quella

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parte, segnandosi a pi potere, si dierono a gridare e a fuggire, non altrimenti che se da dovero avessero veduto un morto risuscitare. [106] Per lo che maestro Manente, voltato dove stanno ora i Sommai, la dette per la via del Moro; e a mezzo volgendo per quelle viuzze, quasi correndo, perci che gli era gi buiccio, fece tanto che egli arriv da Santa Trnita, e indi per Portarossa se nand alle Bertucce, tuttavia guardando se gli veniva dietro il popolo; e malcontento, non avendo altro rimedio, pensava dandarsene la mattina e di ricorrere al vicario. [107] Ma volendo far prova se Burchiello, tanto suo amico, e il Biondo lo riconoscessero, disse ad Amadore, postoli in mano parecchi arienti, che arebbe caro la sera, se fosse possibile, di dar cena a Burchiello e al Biondo sensale in sua compagnia. S, sar bene rispose loste , lascia pur fare a me . E dato ordine alla cucina, preso il mantello, se nand a San Giovanni, dove trov il Biondo; [108] e menllo seco, dicendo che voleva la sera darli cena in compagnia dun forestiero e di Burchiello; il quale trovarono a casa e bottega nel Garbo: con cui poche parole bisognarono a svolgerlo, perci che, come glintese davere a cenare a macca, nebbe pi voglia di loro; s che allun ora si trovarono tutti nelle Bertucce, sendo l dottobre vicino AllOgnissanti. [109] Burchiello a prima giunta gli parve di riconoscere maestro Manente, e maggiormente udendolo poi favellare: il quale Burchiello fece gratissima accoglienza, dicendoli come della sua fama innamorato, per torvarsi seco, era stato forzato di richieder loste che lo invitasse a cena, e darli in compagnia il Biondo, tanto buon compagno e tanto suo amico. [110] Burchiello lo ringrazi assai, e cos in una stanza separata e ordinata per loro si missero a tavola; dove per aspettare certi pippion grossi e tordi che si stagionassero, entrarono in vari

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ragionamenti, nei quali maestro Manente compose loro una favola della vita sua, e come fusse quivi capitato. [111] Aveva gi Burchiello detto al Biondo che non aveva mai veduto uomini somigliarsi tanto, quanto facevano lui e maestro Manente; e li soggiunse: Se io non sapessi di certo lui esser morto, direi che e fosse desso senza dubbio alcuno ; e il simile confermava il Biondo. [112] Intanto loste, sendo gi ogni cosa in ordine, fece venire linsalate e l pane con due fiaschi di vino che smagliava. Sicch, lasciati i ragionamenti, si dierono a mangiare, sedendo di dentro Burchiello e Amadore, e di fuori maestro Manente e l Biondo; e cos cenando teneva Burchiello sempre locchio addosso al medico, e nel bere la prima volta, li vide fare lusanza di maestro Manente, che sempre due bicchieri beeva pretto alla fila in su linsalata, e dopo lannacquava ogni volta; di che si maravigli fuor di modo. [113] Ma poi, venendo i pippioni e i tordi in tavola, dove al primo tratto spicc a quelli e mangissi i capi, i quali sommamente gli piacevano di tutti quanti gli animali, fu tutto quanto tentato di scoprirsi; pur poi si ristette, per certificarsi meglio. [114] Ora, venendone le frutte, che furono pere sementine, uve sancolombane, e raviggiuoli bellissimi, fu certo affatto; perci che il medico, mangiato pere e uve solamente, aveva fornito la cena senza avere mai tocco raviggiuoli, ancora che coloro gliene avessero lodati assai, come colui che non ne mangiava avendoli tanto in dispetto e a schifo, che prima arebbe mangiatosi delle mani; il che sapeva ottimamente Burchiello. [115] S che, certissimo oramai, quasi ridendo li prese la mano sinistra, e mandatoli alquanto in suso la manica della camiciuola, li venne a vedere rasente il polso una voglia di porco salvatico; onde disse ad alta voce: Tu sei maestro Manente, e non puoi pi nasconderti ; e gittatoli le braccia al collo, labbracci e bacillo.

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[116] Il Biondo e loste, spaventati e ritiratisi alquanto indietro, istavano a vedere quel che diceva colui. Il quale rispose: Tu solo, Burchiello, tra tanti amici e parenti mi hai riconosciuto: io son, come tu hai detto, maestro Manente, e non morii mai, come crede mgliama e tutto Firenze . Erano coloro diventati bianchi come cenere: Amadore si segnava, e l Biondo, gridando, si voleva fuggire; e ne temevano, come si fa delli spiriti e de morti, quando si vedessero risuscitati. [117] Ma Burchiello disse loro: Non abbiate paura: palpatelo e toccatelo. Gli spiriti e morti non hanno n polpe n osse, come vedete aver a lui: oltre chegli ha mangiato e beuto in vostra presenza . Maestro Manente diceva pure: Io son vivo, non dubitate, non temete, fratelli, ch io non ho gi mai provato la morte; e di grazia ascoltatemi, che io vi voglio far sentire una delle pi maravigliose cose che si udissero giammai, poi che fu chiaro il sole . [118] E con Burchiello tanto fece e disse, che loste e l Biondo si riassicurarono un poco. Onde, chiamati i garzoni, e fatto levare via di tavola ogni cosa, eccetto che il vino e il finocchio, e detto loro che cenassero, e non venissero suso altrimenti se non fossero chiamati bene, attentamente ascoltando, tutti desiderosissimi dudir cose nuove, cominci a favellare maestro Manente; e fattosi da principio poi chegli fu lasciato addormentato in sul pancone, ordinatamente raccont tutto quello che per infino allora gli era intervenuto, talch pi volte gli aveva fatti maravigliare e ridere insieme. [119] Ma poi chegli ebbe fornito il suo ragionamento, Burchiello, che era cima duomo, subito disse: Questa stata trama del Magnifico Lorenzo . Coloro tutti si contrapponevano, dicendo ci esserli avvenuto per via di streghe e di mala e per forza din-

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canti. Ma Burchiello, stando nel suo proposito, diceva pure: [120] Ognuno non conosce quel cervello: non sapete voi chegli non comincia impresa che egli non finisca, e non ha mai fatto disegno che egli non abbia colorito? E non gli venne mai voglia che e non se la cavasse? Egli il diavolo laver a far con chi sa, pu e vuole . E seguit rivolto a maestro Manente: [121] Io me lindovinai sempre, perch egli ti avessi a fare una burla simile, dallora in qua, che dicendo seco improvviso a Careggi, tu li facesti quella villania: maestro Manente, i prncipi son prncipi, e fanno di cos fatte cose spesso a nostri pari, quando vogliamo stare con esso loro a tu per tu . [122] Il medico si scusava con dire che le Muse hanno il campo libero, e che aveva mille ragioni; ma, considerando la cosa in s e le parole di Burchiello, ne venne a dubitare, e crederle un certo che. Ma poi che essi ebbero per buono spazio ragionato sopra i casi di maestro Manente, egli si fece narrar da loro tutto quello che era seguto intorno alla peste e alluomo che in vece di lui era di casa sua uscito morto col gavocciolo nella gola; della qual cosa non si poteva dar pace, e coloro vi si aggiravano di cervello, n Burchiello vi poteva trovare stiva. [123] Ma nella fine, facendosi tardi, chiese parere e consiglio con esso loro maestro Manente, in che modo si avesse a governare di questa involtura, parendoli troppo strano avere a perdere le carni e la roba; ma poi che molte vie e modi da coloro trovati furono, restorono che il medico se ne dovesse andare in Vescovado. Nellultimo, preso luno dallaltro licenzia, maestro Manente se nand a stare con Burchiello; perci che gli altri non erano ancor ben chiari, e avevanne, anzi che no, un po di pauriccia. [124] In questo stante era tornato a casa Michelagnolo, e dalla Brigida avuto ragguaglio di tutto il seguto, affermandoli di certo averle paruto sentire la favella e ve-

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dere il viso di maestro Manente, che si conformava colla opinione di mona Dorotea, che ella fusse lanima sua che avesse bisogno di qualche bene per uscire di Purgatorio. Che anima, che Purgatorio di tu? rispose Michelagnolo . Balorda! Costui un tristo e un mariuolo, e facesti da savia a non gli aprire . [125] Pur, maraviglioso fuor di modo, non si poteva immaginare a che fine colui se lo facesse e dove egli si volesse nellultimo riuscire, ognaltra cosa stimando fuor che maestro Manente potesse esser mai risuscitato e vivo; e per fermo teneva che colui, non sendogli riuscito il primo disegno, non si dovesse lasciar pi rivedere. [126] La mattina a buon ora, avendo Burchiello fatto levare maestro Manente, la prima cosa li fece lavar la testa e raderlo secondo lusanza di quei tempi; e di poi, vestito dal capo a i piedi de suoi panni, che parevano proprio stati tagliati a suo dosso, se ne usc seco fuori per farlo vedere e conoscere alla gente. Andato a Santa Maria del Fiore, alla Nonziata, in Mercato Vecchi e Nuovo, e in Piazza, fu veduto da tutto il popolo, e da molti conosciuto e fattoli motto, sendosi di gi sparsa la fama, per bocca del Biondo e dAmadore, comegli era vivo e rivoleva la moglie e la roba. [127] Avevanlo veduto Niccolaio e Michelagnolo, ed era veramente paruto lor desso; pur, sapendo chegli era morto, si riconfortavano che egli non poteva essere; e avendo inteso come se ne voleva andare in Vescovado, serano apparecchiati alla difesa, ed erano andati agli uffiziali della peste, al libro della sagrestia di Santa Maria Novella, allo speziale donde si lev la cera, ai becchini e alla vicinanza, e fattosi far fede come maestro Manente in casa sua era morto di morbo e sotterrato. [128] Era per Firenze questo fatto a tutte quante le persone maraviglioso, e molti che lavevano veduto andare alla fossa restarono stupiti, temendo di qualche ca-

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so strano. Maestro Manente, poi che egli fu tornato a casa, e chegli ebbe desinato, se nand con Burchiello in Vescovado, e al vicario cont tutta la querela, nella fine della quale chiedeva di riavere la moglie. [129] Il vicario, parendoli cosa maravigliosa, per intenderne la verit fece citare laltra parte; sicch, udendo le ragioni di Niccolaio e di Michelagnolo, e veggendo tante fedi e di tanti uomini da bene, rimase sbalordito e confuso; e poich in tal causa vi si era intervenuto un morto, non potendo rinvenir n dalluna parte n dallaltra chi egli si fusse stato, n come entrato in casa del medico, ebbe per certo che tra loro fosse nato omicidio, e loro fece segretamente intendere alli Otto; i quali, prestamente mandatali la famiglia, li trov che quistionavano ancora, s che tutti li prese, dal Burchiello in fuori, e ne li men al Bargello. [130] La mattina, poi che lUffizio fu ragunato, si fecero il primo tratto venire innanzi maestro Manente, e cominciaronlo a minacciare aspramente di volergli dare della fune se non dicesse loro la verit. Per la qual cosa maestro Manente, fattosi da principio, distintamente per infino alla fine disse loro tutto quello che gli era intervenuto, di maniera che da sei volte in su gli aveva fatti ridere. [131] Di poi, fattolo rimettere in prigione, mandarono per Niccolaio, il quale raccont loro la verit di quanto egli sapeva; e da Michelagnolo inteso anche il simile, e per certificazione delle loro parole mostravano le fedi, pensando certo che l morto fusse stato maestro Manente. Ma sentendo gli Otto del servigiale che vera stato a governarlo e a smorbar la casa, si pensarono poter trovare il bandolo agevolmente di questa matassa scompigliata, e mandarono di fatto un lor famiglio correndo a Santa Maria Nuova per lui. [132] Ma dallo stesso famiglio intendendo poi come il detto servigiale, avendo fatto quistione con un altro, e feritolo con un paio di forbice nel viso, se nera per paura di messere andato con Dio, n mai sera saputo dove si fusse arriva-

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to, rimasero pi confusi che prima. [133] Vedete se alla beffa successe ogni cosa felicemente! Laonde gli Otto, fatto rimettere coloro in prigione, commessero ai loro ministri che diligentemente riscontrassero quelle fedi, e per quanto si poteva, ricercassero ancora se maestro Manente aveva detto la verit; i quali in capo di due o tre giorni rapportarono come tutti avevan detto il vero; per la qual cosa lUffizio ne stava malcontento e pi meraviglioso che mai. [134] In questo tanto Burchiello, per aiutar maestro Manente, aveva trovato a casa uno de principali di quel Magistrato, e suo e del medico grandissimo amico; e narratogli come quella era trama del Magnifico Lorenzo, e come tutto fatto aveva per fare al maestro quella bella beffa (e dissegli a che fine), e per pi ragione mostratogliene, fece tanto che lo tir nella sua opinione, conchiudendo fra s che per niuno altro modo che per via di Lorenzo non potesse in Firenze essere intervenuto un caso simile. [135] Per la qual cosa, parlando una mattina nellUffizio sopra questa causa, disse che li pareva fusse bene scriverne al Magnifico, che si trovava al Poggio, e rimetterla in lui, per lo essere querela tanto intricata, e malagevole a darvi sentenzia sopra che buona fusse. Piacque a tutti quanti sommamente questo suo parere, dicendo che, oltre laverne egli piacere grandissimo, e ser appunto giudice ottimo di s fatte cause. [136] Cos daccordo commisero al cancelliere che dogni cosa per infino allora occorsa in cotal causa minutamente lo ragguagliasse, e come la lite era rimessa nella sua Magnificenza; e tanto fu fatto, e il giorno medesimo mandarono la lettera; e fattisi venire i prigioni innanzi, comandarono loro che niuno fusse ardito dappressarsi a cento braccia nella via de Fossi, n di favellare alla Brigida sotto pena delle forche, infino a tanto che la lite non fusse giudicata, la quale avevano rimessa nel Magnifico, che tosto sarebbe nella citt, e li licenziaro-

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no: i quali, pagato le spese, se nandarono alle lor faccende, sperando ciascuno che la sentenza dovesse venire in suo favore. [137] Sendosi dunque questa cosa divulgata per tutto Firenze, ognuno faceva le maraviglie; e la Brigida mesta e malcotenta quanto ella poteva, le pareva millanni di vederne la fine. Maestro Manente, tornandosi con Burchiello, attendeva a medicare; e cos gli orafi allarte loro. [138] Il Magnifico, avendo avuto la lettera degli Otto, aveva tanto riso e tanto, che gli era stato una maraviglia, parendogli che la burla avesse avuto pi bello e lieto fine mille volte che saputo non si sarebbe immaginare; e nebbe unallegrezza a cielo. [139] Ma poi, in capo a otto o dieci giorni tornato in Firenze, and il giorno medesimo maestro Manente per visitarlo, ma non potette aver udienza, e il simile era intervenuto agli orafi. Il secondo giorno poi vi ritorn maestro Manente, e lo trov appunto a tavola, che appunto aveva fornito di desinare; alla cui giunta il Magnifico, dentro tutto lieto, mostr di fuori stupore e maraviglia grandissima, e disse con alta voce: Maestro Manente, io non credetti vederti mai pi, avendo inteso per cosa certa che tu eri morto; n ancora sono certificato affatto se tu sei desso o un altro, o se hai addosso qualche corpo fantastico . [140] Il medico, con dir che non era mai morto, e che era quel medesimo che sempre mai fu, voleva pure, accostandosi, inginocchiarsi per baciarli la mano; quando il Magnifico disse: Sta discosto, bstiti per ora che, se tu sei maestro Manente vivo e vero, tu sia il molto ben venuto: se altrimente, il contrario . Il medico volle allora cominciare a narrarli il caso, ma Lorenzo li disse che non era tempo allora; e poi soggiunse: Stasera dalle ventiquattro ore in l taspetto in ca-

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mera per udire le tue ragioni ; e cos ancora gli fece intendere che vi sarebbono gli avversari suoi. [141] Maestro Manente, ringraziatolo, reverentemente prese da lui licenza; e ritornatosene a casa, dogni cosa ragguagli Burchiello, il quale fra s ridendo diceva: Io so che l, come si dice, caduta in grembo al zio: vedete, il Magnifico ar la Pasqua in domenica . Pure, dubbioso ancora, non sapeva immaginarsene la fine. [142] Venne la sera intanto; e gli orafi, avendo avuto comandamento di rappresentarsi, erano gi compariti, e passeggiavano per le logge aspettando desser chiamati, quando arriv maestro Manente; la qual cosa avendo inteso Lorenzo, se nand nella camera principale in compagnia dalquanti cittadini e primi di Firenze, tutti amici e conoscenti del medico. E fatto intendere alle parti, fece prima metter dentro Niccolaio e poi Michelagnolo, e posti tutti a due insieme, e udite le loro ragioni, e veduto le fedi, feciono sembianti grandissimi di maravigliarsi. [143] Nellultimo, andati fuori, entr dentro maestro Manente; il quale, fattosi da capo, ordinatamente raccont loro il vero di quanto gli era occorso, senza levarne o porvi niente; della qual cosa tutti coloro che udeno, insieme col Magnifico, avevano fatto le maggior maraviglie e le maggiori risa del mondo; n per lo molto meravigliarsi e ridere che avessero fatto, non si potevano contenere di non si meravigliare n di non ridere. [144] Ma poi che Lorenzo ebbe fatto ridire a maestro Manente la cosa due o tre volte, fece chiamar drento gli orafi, e per un pezzo ebbe il pi bello e l maggior passatempo che egli avesse alla vita sua; perciocch, infocolati e adirati, si erano dette villanie da cani. Intanto comparse quivi il vicario, avendolo mandato a chiamare il Magnifico; s che da tutti fattoli reverenzia, se lo misse Lorenzo a sedere a canto, e seguit di favellare, cos dicendo: [145] Messer lo vicario, perch io so che voi sapete

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la differenza che hanno fra loro questi uomini da bene, come colui che lavete udita, non istar a replicarvene altro, se non che, sendo io stato eletto dalli spettabili signori Otto giudice di quella, altro non mi resta, a doverne dare la sentenza, se non chiarirmi che maestro Manente non morisse mai, e che questo che noi aviamo non sia qualche corpo fantastico incantato, o qualche spirito diabolico; il che a voi sappartiene di vedere e dintendere. Oh! In che modo? rispose il vicario. [146] Dirvvelo io soggiunse Lorenzo, e disse: Col farlo scongiurare a certi frati che cavano li spiriti, con metterli adosso reliquie appartenenti alle male. Bene avete parlato rispose messer lo vicario ; datemi tempo sei o otto giorni a provvedere; e se di poi egli regger al martello, si potr sicuramente metter per vivo e per desso . Voleva maestro Manente ripigliare le parole, quando il Magnifico, confermato la intenzione del vicario, e detto che, come avesse fatto lesperienza, che sentenzierebbe, si lev in piedi, e licenziato ognuno se nand con quelli gentiluomini che erano seco a cena, ridendo e motteggiando sempre di questa cosa stravagante. [147] Laltro giorno il vicario, che era buono e devoto cristiano e dolcissimo religioso, fece intendere a tutto larcivescovado, a preti e frati che avessero reliquie bone a far fuggir diavoli e a cacciar spiriti, che fra sei giorni le conducessero in Firenze in Santa Maria Maggiore sotto pena della sua indignazione. Per la terra allora non si parlava daltro, se non di questa novit; e cos agli orafi come a maestro Manente pareva millanni di esserne fuora. Lorenzo in questo mentre aveva fatto venire in Firenze Nepo vecchio da Galatrona, stregone e maliardo in quei tempi eccellentissimo; e fagli intendere quello che avea da fare, lo teneva in Palazzo per servirsene ad ora e tempo. [148] Erano gi della citt e del contado

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comparite in Santa Maria Maggiore tante reliquie, che era una meraviglia. Gi venuto il giorno deputato, e maestro Manente comparito, non saspettava se non il vicario; il quale doppo vespro venne, accompagnato da forse trenta religiosi e pi reputati di Firenze; e postosi nel mezzo della chiesa a sedere sopra una sedia preparatali, si fece venire innanzi maestro Manente, e porlo ginocchioni. [149] Ma poi che da due frati di San Marco gli fu cantato sopra vangeli, salmi, inni, orazioni, e gittatoli addosso acqua benedetta e incenso, di mano in mano e preti e frati gli fecero toccare le loro reliquie; ma ogni cosa era in vano, perch il medico non si mutava di nulla, anzi, faccendo riverenzia a tutti quanti, ringraziava Iddio, e raccomandavasi al vicario che oggimai lo liberasse. [150] Era la chiesa piena e pinza per ogni verso di persone, che tutte aspettavano le meraviglie; quando un fratacchione, che era venuto da Valombrosa, giovane e gagliardo, e cavatore di spiriti per eccellenzia, fattosi innanzi, disse: Lasciate fare un poco a me, che tosto vi dir segli spiritato o no . [151] E legatoli molto ben le mani, gli messe a dosso di nuovo il mantellino di san Filippo, e l cominci a domandarlo e scongiurarlo, e il medico sempre rispondergli a proposito; ma perch in quella scongiurazione il frate diceva cose da far ridere le pietre, venne per disgrazia a maestro Manente ghignato un pochetto; per lo che il frate subito disse: Io lho! E detteli due ceffatoni da maestro. [152] Se uno disse nimico di Dio: tu ti hai a uscire a ogni modo . Maestro Manente non gli pareva giuoco, e gridava pure: Scongiura quanto tu vuoi . Ma quel fratacchione, dandogli tuttavia pugna nel petto e nei fianchi, diceva pure: Ahi spirito maligno, tu nuscirai a tuo dispetto!

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Il medico, non potendo aiutarsi con altro che con la lingua, gridava: [153] Ahi frataccio traditore, a questo modo si fa agli uomini da bene? Non ti vergogni, poltrone, ubriaco, battere in questa guisa un mio pari? Per lo corpo, chio me ne vendicher . Il frate, sentendolo bestemmiare, se gli avvent addosso; e gittatolo in terra, gli pose i piedi sul corpo e le mani alla gola; e lo arebbe affogato, se non che maestro Manente si cominci a raccomandare per lamore di Dio; onde messer lo frate, levatogli le mani da dosso, pens che egli volessi uscire, e comincilli a dire: Che segno mi darai tu? [154] Allora il Monaco che per commissione del Magnifico era con Nepo in chiesa venuto e mescolatosi fra la gente, gli disse che gli era tempo. Subito Nepo, gridando ad alta voce, disse: Discostatevi, discostatevi, uomini da bene, fatemi largo, chio vengo per favellare al vicario, e per iscoprire la verit . [155] Sentita quella voce, e udite le parole, e veduto laspetto delluomo, il quale era grande della persona e ben fatto, di carnagione tanto ulivigna che pendeva in bruno, aveva il capo calvo, il viso affilato e macilente, la barba bruna e lunga per infino al petto, e vestito di rozzi e stravaganti panni, ognuno ripieno di maraviglia e di paura gli diede volentieri la strada; [156] tanto che, condottosi inanzi al vicario, fece levare quel frate dintorno a maestro Manente, che gli parve risuscitare, e di poi parl in questa guisa, dicendo: Acciocch la verit, come piace a Dio, sia manifesta a tutti, sappiate come maestro Manente cost non mor mai; e tutto quello gli intervenuto, stato per arte magica, per virt diabolica e per opra mia, che sono Nepo di Galatrona, il quale fo fare alle demonia ci che mi pare e piace. [157] E cos io fui quello che lo feci, mentre

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chegli dormiva in San Martino, portar dai diavoli in un palazzo incantato; e nel modo appunto che da lui avete udito, lo tenni per infino che una mattina in sul far del giorno lo feci lasciare nei boschi di Vernia; avendo fatto a uno spirito folletto pigliare un corpo aereo simile al suo, e fingere che fusse maestro Manente ammalato di peste; e finalmente mortosi, fu invece di lui sotterrato; onde di poi ne nacquero tutti quanti degli accidenti che voi vi sapete. [158] Tutte queste cose ho fatte fare io, per far questa burla e questo scorno a maestro Manente, in vendetta duna ingiuria ricevuta gi nella Pieve a San Stefano da suo padre, non avendo potuto mai valermene seco per cagione dun breve, il quale egli portava sempre addosso, in cui era scritta lorazione di san Cipriano. E perch voi conosciate che le mie parole sono verissime, andate ora a scoprire lavello dove fu sotterrato colui che fu creduto il medico; e se voi non vedete segni manifesti della verit di quel che io vho favellato, tenetemi per un bugiardo e per un giuntatore, e fatemi mozzare il capo . [159] Erano il vicario e tutte laltre persone state attentissime al colui ragionamento, e maestro Manente colloroso e pien di paura lo guardava a stracciasacco e come trasognato, e cos tutto il popolo gli teneva gli occhi addosso. Per la qual cosa il vicario, volendosi chiarire affatto, e veder la fine di questa girandola, impose a due frati di San Marco e a due di Santa Croce che andassero prestamente a scoprire quel benedetto avello; i quali tosto mettendosi in via, furono da molti altri frati e preti e secolari in gran numero seguitati. [160] Nepo si era restato in chiesa presso al vicario e al maestro Manente; i quali, mezzo mezzo impauritine, non si arrischiavano a guardarlo fiso in volto, dubitando colla maggior parte un altro Simon Mago o un nuovo Malagigi. Intanto camminando erano giunti i frati e laltra gente in sul cimiterio di Santa Maria Novella; e fatto chia-

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mare il sagrestano, si fecero insegnare lavello nel quale si pensavano fusse stato seppellito il corpo del medico. [161] Aveva la mattina, innanzi giorno unora, il Monaco per commessione del Magnifico arrecato da Careggi un colombo nero come la pece, il pi fiero e il maggior volatore che si fusse veduto mai; e s bene sapeva ritrovar la colombaia, che gli era tornato fino dArezzo e da Pisa, il quale, guardato che nessuno lo vedesse, aveva messo in quella sepoltura, la quale egli conosceva benissimo, e riserratala poi di modo, che pareva che ella fusse stata dieci anni senza essere mai stata aperta. [162] Sicch il sopradetto sagrestano, attaccatovi luncino, tir su la lapida, e in presenza di pi di mille persone scoperchi lavello; onde quel colombo, che aveva nome Carbone, sendo stato parecchi ore al buio e senza beccare, veduto il lume, n un tratto, volando, prese il volo allo in su, e si usc della sepoltura; e visibilmente poggiando in verso il cielo, and tanto alto, che egli scoperse Careggi, e docciando poi si difil a quella volta, dove fu in meno dun ottavo dora: della qual cosa ebbero i circostanti tanta meraviglia e tanto spavento, che ciascuno, gridando: Ges, misericordia , correva e non sapeva dove. [163] Il sagrestano per la paura cadde allindietro, e tirsse la lapida addosso, che tutta glinfranse una coscia, della quale stette poi molti giorni e settimane impacciato. I frati e una gran parte della gente correvano verso Santa Maria Maggiore, gridando: Miracolo, miracolo . Chi diceva che nera uscito uno spirito, e in forma di scoiattolo, ma che egli aveva lalie; e chi un serpente, e che gli aveva gittato fuoco; altri volevano che fosse stato un demonio convertito in pipistrello; ma la maggior parte affermava essere stato un diavolino; ed eravi chi diceva daverli veduto la cornicina e i pi doca. [164] In Santa Maria Maggiore, dove aspettava il vicario e maestro Manente e una grandissima moltitudine,

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giunse una turba, quasi correndo, di religiosi e di secolari, gridando tutti ad una voce: Miracolo, miracolo ; s che la calca intorno loro si fece grandissima: ognuno si ficcava innanzi per intendere la verit del caso. [165] In questo mentre Nepo, accostatosi verso la porta del fianco, fattogli spalla dalli staffieri e dal Monaco, tra gente e gente si usc di chiesa, che persona non se ne accorse; e montato sopra un buon ronzino che apposta lo aspettava, tir via, e se ne torn a casa sua, come era ordinato. Il vicario, poi che dai frati ebbe inteso minutamente il tutto, attonito e smarrito guardava intorno segli vedeva Nepo; e non lo veggendo, cominci a gridare che se ne cercasse, e che egli fusse preso, perch lo voleva fare ardere come vero stregone, maliardo e incantatore; ma, non si trovando in nessun lato, fu creduto che per arte magica fusse sparito. [166] Per la qual cosa il vicario, licenziato tutti i preti e i frati, e detto loro che se ne riportassero le loro reliquie; se ne and in compagnia di maestro Manente verso Palazzo per trovare il Magnifico. Burchiello con certi suoi amici sera stato in disparte; e veduto e considerato ogni cosa, avea tanto riso, che gli dolevano le mascella, e massimamente quando messer lo frate forbottava maestro Manente. [167] I due compagni orafi, meravigliosi e scontentissimi, sendo stati presenti a tutto il seguto, e veduto il vicario andarne a Palazzo, se gli erano avviati dietro per vedere se potevano uscire di questo laberinto. [168] Il magnifico aveva dora in ora avuto il ragguaglio minutamente dogni particolarit, che con alquanti gentiluomini e amici suoi pi cari non si poteva tenere ancor di ridere, quando sent che egli era il vicario che veniva a vederlo; il quale come apparir lo vide, cominci a gridare che voleva la famiglia del bargello per mandare a pigliar Nepo da Galatrona. Lorenzo, faccendosi nuovo, si fece ogni cosa ridire, e poi soggiunse:

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Messer lo vicario, andiamo adagio, di grazia, ai casi di Nepo: ma che dite voi di maestro Manente? [169] Dico rispose il vicario che non ci pi dubbio veruno chegli desso certo, e non mor mai. Ora dunque disse il Magnifico ed io vo dar la sentenza, acciocch oggimai questi poveri uomini eschino di cos fatto ginepraio . E fatto chiamare, ch gli aveva veduti, Niccolaio e Michelagnolo, alla presenza del vicario e di molti uomini virtuosi e onorati, fece loro abbracciare e baciare maestro Manente; e fecero insieme una bella piciozza, scusandosi ciascuno, e versando tutta la broda addosso a Nepo. [170] E di poi sentenzi il Magnifico in questo modo: che per tutto il vegnente giorno Michelagnolo dovesse aver cavato tutte le robe, che egli vi port, di casa maestro Manente; e che la Brigida con quattro camicie solamente, colla gammurra e colla cioppa se ne andasse a stare a casa il fratello per infino a tanto che ella partorisse; e che di poi, fatto il bambino, stesse in arbitrio di Michelagnolo a trlo o no; e non lo volendo, lo potesse pigliare il medico: [171] se non, si mandi agli Innocenti; e che le spese del parto in tutti i quanti i modi vadano addosso a Michelagnolo, e che il maestro si torni a casa sua a goder col figliuolo; e che di poi, uscita di parto la Brigida, ed entrata in santo, si torni a maestro Manente, e che maestro Manente la debba ripigliare per buona e per cara. [172] Piacque generalmente a ognuno questa sentenza, e ne fu commendato molto il Magnifico da tutte le persone che la intesero; onde gli orafi e l medico, ringraziatolo sommamente, si partirono allegrissimi; e la sera daccordo cenarono tutti quanti insieme con la Brigida in casa pure di maestro Manente in compagnia di Burchiello, col quale se ne and poi a dormire il medico. [173] Messer lo vicario, rimasto col Magnifico, voleva pure che si mandasse a pigliar Nepo per abbruciarlo; ma

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Lorenzo avendoli detto chegli era meglio assai starsene cheto, perci che, facendone impresa, non riuscirebbe loro, avendo egli mille modi e mille vie per fuggirsi e non si lasciar pigliare, come farsi invisibile, diventar uccello, convertirsi in serpente, e simili infinite altre cose da farli rimanere scherniti, [174] con ci sia cosa che a quella casata da Galatrona abbia Domenedio data questa potest a qualche buon fine, non conosciuto ancora dagli uomini; e come si portava ancor pericolo grandissimo da Nepo, che veggendo e considerando la lor mala intenzione, non gli facesse ammutolire, stralunar gli occhi, o torcer la bocca, o far venir loro il parletico o qualche altro malaccio; [175] onde il vicario, che era, come avete inteso, bonario e di dolce condizione, concorse subito nella sua openione, scusandosi con dire che non sapeva tanto in l, e che egli era ottimamente fatto di non ne favellar mai pi; e con questa resoluzione lasciato il Magnifico, non senza gran paura di qualche strana malattia, se ne torn alle sue case, e mai pi alla vita sua non fu sentito ragionare di Nepo n in bene n in male. [176] Il giorno vegnente cav tutte le sue robe Michelagnolo di casa maestro Manente, e la Brigida se ne and a casa il fratello; s che al medico rimasero liberamente tutte le sue sostanze, e il giorno medesimo se ne torn a abitare in casa sua col figliuolino, che gliene pareva aver trovato. In quel tempo non si faceva altro in Firenze che ragionare di questa cosa; e ne acquist sopra tutto Nepo onore e fama inestimabile, e dalla plebe massimamente fu tenuto grandissimo negromante. [177] Maestro Manente credendosi veramente che la cosa fussi passata come aveva raccontato Nepo, trovandosi a ragionamento, diceva spesso: Tal pera mangia il padre, che al figliuolo allega i denti . Il qual detto, riducendosi poi in proverbio, durato per infino a tempi nostri; e non vi fu mai ordine che egli credesse altrimenti, bench, non pur Burchiello, ma il Magnifico poi, in

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processo di tempo, il Monaco e gli staffieri dicessero per tutto come fusse andata la beffa. [178] Anzi, impaurito, aveva comperato di molte orazioni di san Cipriano, e le portava continovamente addosso, e cos faceva portare alla sua Brigida, perci che al tempo partor poi la Brigida un bambino maschio; il quale fu poscia da Michelagnolo preso e allevato per infino in dieci anni, e doppo, mortogli suo padre, fu fatto da i suoi fraticino in Santa Maria Novella; e col tempo venne molto litterato, e divent un solenne predicatore; e per gli suoi arguti motti e dolci piacevolezze fu chiamato dalla gente fra Succhiello. [179] Maestro Manente colla sua Brigida attese a godere, crescendo in roba e in figliuoli; e ogni anno, mentre che visse, celebr la festivit di san Cipriano, e fu sempre suo divoto. [1] Con grandissima attenzione, e con non piccola contentezza avevano ascoltato i giovani e le donne la lunga novella dAmaranta, ma non per questo autone mai niuno rincrescimento; anzi stranamente era piaciuta a tutti quanti, affermando, con pace del Pilucca, dello Sgheggia e dellaltra compagnia, questa portare il vanto di tutte quante laltre beffe. Ma la bellissima Amaranta, veggendo gi esser venuta lora di dover dar finimento alla veglia, in cotal guisa parlando, disse: [2] Poich le cene son passate, e le novelle fornite, e che il nostro proponimento, collaiuto del Re altissimo delle stelle, condutto avemo al fine da noi desiderato, giudico essere ottimamente fatto che ce ne andiamo tutti quanti a dormire, sendo gi buona, anzi grandissima parte della notte trapassata . [3] La qual cosa lodata sommamente da tutti, si rizz ella in piedi; e chiamato i famigli e le serve, accenn loro quello che far dovessero; e poscia sorridendo, cos seguit di dire: Carissimi giovani e voi amatissime fanciulle, innanzi

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che noi ce ne andiamo a letto, ancorch sia tardi, mi parrebbe, per servar la costuma di tal notte, che si dovesse prima pusignare un poco per chi voglia ne avesse; perci che, se bene si riguarda, tanto tempo ha che noi cenammo che si cenerebbe quasi unaltra volta ; il che molto lodarono i giovani, e piacque loro assai. [4] Intanto comparsono, portati da servidori, tre grandissimi piatti di stagno sopra tre scaldavivande, pieni di freschi e bene acconci tartufi; laonde i giovani, che si pensavano avere o migliacci bianchi o erbolati, o veramente torta, marzapane o simile altra confezione, cose tutte rustichevoli e che tolgono il sapore al vino, si rallegrarono fuor di modo; e tosto levatisi dal fuoco, cominciarono a mangiare di quei tartufi, e a bere di santa ragione. [5] Ma niuna delle donne, o fusse perch voglia non avesse, o perch non facesse lor male, o pure per onest, non ve ne fu chi ne volesse assaggiare, ancora che i giovani ne le pregassero strettamente. Solo due di loro bevvero un mezzo bicchiere tra acqua e vino; e poscia con Amaranta, tolto da loro onestamente congedo, gli lasciarono a tavola, e andaronsene nelle loro camere a riposare. I giovani, fatto un buono striscio a tartufi, e bevuto di voglia, chi volle, rest a dormire con Fileno, gli altri con buona compagnia se ne tornarono alle loro case.

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NOVELLE MAGLIABECHIANE

IL LASCA A MASACCIO DI CALORIGNA

[1] Per due cagioni principalmente ti mando or ora, Masaccio di Calorigna, tre delle mie favole, per indirizzarti ancora, quanto tempo fia, il resto. La prima perch, avendo tu veduto e letto il tutto, sai linvenzione e il modo che io tengo nel disporle. [2] T noto e chiarissimo, perch pi tosto di verno, si pu dire, e di notte, un miglio o poco pi longi dalla nostra citt, dentro a un bello e riguardevol salotto dun ben posto e agiato palazzo, intorno al fuoco ardente in legno secco di pino e di ulivo, che nel fin della primavera o al principio della state, e mezzo il giorno sopra la verde e minutissima erbetta, al suave odore di mille diverse maniere di vaghi fiori, vicino a qualche limpida e freschissima fontana, alla dolce ombra di verdissimi allori e di pannocchiuti arcipressi, raccontate fussino. [3] Sai il luogo dove e come le cinque giovani inamorate donne co i loro amanti si ragunassino. Sai il modo con il quale a novellare si conducessino. Sai lordine che la vezzosa donna mirabilmente, con il giovane che in sorte compagno li venne, stabilisse. Sai come le cene primieramente sordinassino; come per passare con manco noia e pi che potessino il tempo, cinque novelle innanzi e cinque doppo cena consultorono che si dicessino. [4] Sai come, cenato, poi ognuno de i giovani con lamata sua donna in una separata e ben fornita camera se ne andassino a riposare. Sai poi a che otta si levassino la mattina, quel che innanzi e doppo desinare facessino, tanto che al novellare ritornassino, e finalmente, sai da il principio alla fine tutta la invenzione. [5] Questa addunque la prima cagione e principale

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che io te le mando; perci che, avendo voluto ad altri indirizzarle, mera forza tutto il principio, riscrivere, che, oltre alla noia e al disagio non piccolo, mi sarei sturbato e stoltomi da una gi incominciata, anzi da me quasi che fornita opera, che tratta della geneologia delle fate fiesolane; [6] dove eroicamente canto larme e lamore e la vita e la morte del grande Argonauto fondatore della famosissima citt di Fiesole, secondo la istoria di Beniam Giudeo, scritta da lui in idioma arabesco, e da Cecco dAscoli tradotta in lingua pratese, stata venduta nel trentasette da un nipote di Scaramuccia Usso sei soldi a Fiera Fredda e comperata da lAnimuccia Tiraloro, garzone di mio fratello, e da lui finalmente il d di san Biagio donatami; la quale ora guardo e tengo come le cose de Santi. [7] La seconda cagione , perch le persone non possin dire che io faccia come molti, che molte composizioni a molti molte volte indirizzino, aspettandone premio o mercede, pensando rendersi grati e benevoli quei tali, e che loro obligati ne restino; ma quasi sempre zappono in acqua, e fondano in rena. [8] Ora io, a te indirizzandole, che sei il pi inumano, ingrato, scortese e sconoscente uomo che nascesse mai, far chiaro ognuno che senza speranza di remunerazione o dobligazione alcuna te le abbia mandate. Inccamene addunque, fammi dietro le fiche, di di loro e di me il peggio che sai e puoi; per che io ti disgrazierei, se tu me ne sapessi grado n grazia. [9] Sguita pure la tua maligna e pessima natura, ch non per altro che per fare, quantio pi posso, onore e piacere alla ingratitudine te le mando, a onta e dispetto della cortesia; ma con patto e condizione per che tu, come cosa tua e che da te solo dependa, le indirizzi e doni a lo Stradino. Il che son certo volentieri farai, per la reverenza che tu porti al suo scrittoio, e perch lo Stradino di tanto buona natura e di cos dolcissima condizione, che non solo a chi li fa benefizio e piacere ha obligo, ma si vegognerebbe a non ri-

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munerarlo a doppio; [10] e per quello chio nho inteso, se ben molti di bellezza, di nobilt, di scienzia e di ricchezza lhanno superato, nessuno gi mai lo vinse di liberalit. E cos tu, venendo ad obligartelo, sarai guidardonato di quelle cose e remunerato, che non solamente senza obligo averne hai riceute, ma nhai saputo e sane il mal grado e la mala grazia a chi te lha donate; [11] e io in questa guisa verr doppiamente a disonorare, oltraggiare e confondere la cortesia; e tu potrai darti vanto davere onorato, onorando lo Stradino, il pi onorevole, il pi benigno, amorevole, costumato, continente, cattolico, religioiso, liberale, pietoso e giusto uomo del mondo; e non solo amatore, ma oltre alle forze sue premiatore delle virt; bench la fortuna, inimica de i buoni, non labbia mai favorito secondo i meriti, che meriterebbe dessere un gran personaggio. [12] Anzi lha sempre, come colei che a gli animosi fatti male saccorda, perseguitato; e non solamente non li ha lasciato acquistare, ma ha permesso chegli abbia perduto, senza sua colpa, buona parte de i beni paterni; ed egli, non altramente che Giob, ogni cosa pazientemente sopporta; e non li duol di s, perch, grazia di Dio, bench non li avanzi non gli manca niente; ma gli incresce de i miseri virtuosi, che la maggio parte si muoiono di fame; poich oggid, colpa dellavarizia, povera e nuda va filosofia. [13] Ma sopra tutto laffrigge e preme e li sa male de gli amici di Febo, che s meschinamente stentano, avendo anchegli beuto qualche sorsetto dellacqua incantata che fa sognare spesso altrui senza dormire; e li vorrebbe poter sovvenire, sostentare, e con parole e con fatti aiutandoli, confortare e inanimire alla magnanima loro impresa; e se le forze uguali alle voglie li rispondessino, o dellantico Augusto di nuovo Mecenate mostrerrebbe in questo nostro pessino secolo effetti chiarissimi. [14] Oh degli uomini altero e raro mostro! Egli, non tanto per amar le virt e quegli che le posseggano, ma

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per loperare virtuosamente, fa parere stolti i sette Savi di Grecia: egli non fece mai ad altri quello che ei non volessi per s: lo Stradino in una notte sola, trovandosi in nave da gli adirati venti in mezzo alle tempestose onde marine aggirato, fece ottantaquattro boti divar e hagli tutti adempiuti e soddisfatti. Guarda cose che sono queste, Masaccio! e se le fanno parer bestie i miracoli! [15] Lo Stradino, trovatosi mille volte a dormire con i pi belli giovani di Firenze, e nel pi bel fiore de gli anni loro, non ebbon mai forza n il mondo n la carne n il diavolo n il caldo delle lenzuola, che peggio che la versiera, corrompere quella salda mente; ch sempre si lev la mattina da canto a quelli immaculato e ntatto; e cos, uomo essendo, ha operato operazioni angeliche. [16] O vero, o dolce, o santissimo amore! Questo quel divino del quale parla Platone, onde sempre stato inamorato lo Stradino; e in quanto a pudicizia e continenzia, tenghinsi i Romani senza astio Scipione; abbinsi i Greci senza sdegno Ipolito, e gli ebrei si tolghino senza invidia Josefe; perci che altra palma, altra corona, altro maggior pregio di loro merita il nostro Stradino; [17] come puote facilmente giudicare ognuno che sanamente considera, ma molto meglio chi per pruova ha conosciuto quanto sia pi odoroso lalito de i giovani, e con quanta maggiore forza tiri che non fa quel delle donne. [18] Dunque lo Stradino solo al mondo, come vorrebbono essere le commedie: immagine di verit, essempio di costumi e specchio di vita; e pi, cronica del tempo e tromba della verit. Oh buono, oh pietoso, oh giusto, oh tre volte Stradino beato! Oh Masaccio, ecco che io mi fermo, perch delle celesti lode sue certamente egli meglio tacere assai che dirne poco; e forse che il Cielo colloroso si disdegna ancora, che a dir di lui lingua mortal prosontuosa vegna. [19] Sia contento adunque, non per amor mio ma per i meriti suoi, queste mie tre favole mandarli: tre dico,

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perch sendomi risoluto di dieci, trenta comporne, ognuna della sua decina porter il segno e dar il saggio. E questo fo per mostrare che nel modo che sta quella grande di Bartolomeo, la quale tu sai per che stran modo muscissi delle mani, come la sia, le mezzane e le piccole so fare; cos volendo dieci grandi comporne, dieci mezzane e dieci piccole, la pi grande delle maggiori, la maggior delle mezzane e la men corta delle piccole ti mando, tutte e tre amorose. [20] Una in allegrezza e in gioia a uso di commedia, unaltra a guisa di tragedia in amaritudine e in dolore fornisce: laltra in dolce e in amaro, in pianto e in riso fornendo; terr delluno e dellaltro modo; avvisandoti che lo Stradino non preghi che con la sua autorit le difenda, n che per loro faccia questione o dica solamente una parola. [21] Non che io pensi che labbino sopra laltre composizioni privilegio, e che non sia di loro fatto come di tutte laltre state composte insino a ora; perch io so molto bene che anora vivono, e forse pi belle che mai, lignoranza, la prosunzione, linvidia e la malevolenzia; ma non me ne curo, e non ne volterei la mano sotto sopra. Chi non le vuol, le lasci stare; e a chi le non piacciono, le sputi: elle non son per farsi leggere a nessuno a forza; e se non basta a i letterati, e gli squisiti, a linguacciuti, a gli sputasenno e a i cacasentenzie, graffiarle, morderle, trafiggerle, lacerarle e dilaniarle, scrtichinle, strghinle e strngolinle, perch manco mi possono giovare le lode che nuocere i biasimi. [22] Ma se di loro mi vien mai qualcosa nelle mani, noi faremo a farcela: tu sai che io ho la lingua anchio. Ma certaltri che stanno passeggiando grave, e gonfiando in su le continenze, n mai di loro si vede e ode cosa alcuna, non si dieno ad intendere, per far ceffo e grifo a ci che ei veggono e sentono, farmi credere cheglino intendino e che io gli abbia, come molti sciocchi, per litterati e giudiziosi; perch io gli tengo per dappochi e grossissimi.

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[23] Deh! Vedi cosa gi gi, dove io mera lasciato trascorrere! Masaccio, utimatamente abbia cura a farle trascrivere, e componci o facci comporre, levandone questa, qualchaltra cosa innanzi, acci che tale ragionamento non sia udito da altri che da te; e mandale tostamente allo Stradino, accio che sotto il suo glorioso nome si manifestino alle genti.

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[NOVELLA I]

DELLA PRIMA CENA LA NONA FAVOLA [1] Tosto che Galatea, fornendo le dolcissime parole, diede fine alla sua cortissima novella, Florido, giovane non pi bello che meno cortese e piacevole, col leggiadra maniera, quasi ridendo, cos favellando prese a dire: Vaghe donne, e voi cortesi giovani, poscia che a me conviene con la mia novella ora trattenervi, innanzi che al principio venga, non vi sia grave ascoltarmi alquante parole ... [2] nostra dico per essere stata ne i nostri tempi, e perch ciascuno di noi se ne pu facilmente ricordare, perch questa dur pi anni che quella mesi; in quella se gli uomini morivano a decine, in questa e centinaia; se nella loro i morti andavono a sotterrarsi nelle bare, nella nostra erano portati nelle carra, e se gli avevano quaranta becchini, a noi quattrocento non bastavano. [3] Ma perch io so che voi s ben come io sendovi presenti quasi tutti ritrovati, se non mille volte uditolo dire, non mi distender altrimenti in raccontare i dolori e le passate miserie nostre; e cos per ritornare a quello che io voglio narrarvi, dico che, cessato quella mala infruenza prima del quarantotto, e le persone rassicurate e gi tornate nella citt, e riprese lusate faccende e gli eserciz, era in Camaldoli un tessitore di panni lani come voi sapete che l abitano, restato, di quattordici che gli erano in famiglia, solo, e assai bene stante; [4] per la qual cosa gli fu dato moglie, con la quale stette dieci anni che non ebbe figliuoli; pure poi singravid, e al tempo partor uno bambino maschio, del quale il padre e la

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madre feciono maravigliosa festa; e perch ei nacque in domenica mattina a buon ora, e la sera mandatosi a battezzare, non sendo le gabelle del sale aperte, tenne poi sempre e molto bene del dolce: e posonli nome Mariotto, e per non avere altri che lui, ed essendo anco maschio, ed eglino per essere nel grado loro si pu dire ricchi, lo allevarono in tante delicatezze, e con tanti lez, che sera bastato se fosse stato figliuolo del conte dOrmignacca. [5] Il padre, quando egli fu in et, lo mand alla scuola, acci che gli imparassi a leggere e a scrivere; e perch disegnato aveva di ringentilirlo, fare lo voleva studiare, acci che o notaio o giudice venisse, e poscia dargli una moglie nobile, fargli fare larme, e trovargli un casato, acci che poi egli fosse una persona da bene. Ma il detto Mariotto era di cos grossa pasta e tanto tondo di pelo, che in dieci anni o poco manco che egli stette a scuola non potette, non che a compitare, imparare mai lABC. [6] Onde mille volte avendo detto il maestro che quivi si perdevano il tempo e i denari, perch s grosso cervellaccio avea che gli era come dibattere lacqua nel mortaio, a volere che egli imparassi; per la qual cosa il padre disperato lo lev da leggere e messelo al telaio: il che quantunque poco bene li riuscisse, pure lo facea manco male assai. [7] Cos questo mostro quanto pi andava in l, tanto pi diventava goffo, e con gli anni insieme li cresceva la dappocaggine e la scempiezza; e certi detti che da bambino imparati aveva, come al padre e alla madre babbo e mamma, il pane chiamava pappo e bombo il vino; a i quattrini diceva dindi e ciccia alla carne, e quando egli voleva dire dormireo andare al letto, sempre diceva a fare la nanna; e non vi fu mai ordine, che il padre o la madre, con preghi, con doni, con minacce o con busse ne lo potessino fare rimanere. [8] E gi diciotto anni quando li mor la madre avea, che mai non favellava in altro modo; tal che il padre nera forte mal contento, e i fanciulli l della

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contrada, i compagni e i vicini li avevano posto nome Falananna, e non lo chiamavano altrimenti; ed erasi cos per Camaldoli divulgato questo cognome, che pochi lo conoscevano per Mariotto, ed era il sollazzo di quel paese, ognuno Falananna qui, e Falananna qua, si pigliava di lui piacere e delle sue castronaggini; [9] perci che sempricissimo diceva, faceva e credeva cose tanto sciocche e goffe e cos fuori dogni convenevolezza umana, che pi tosto animale dimestico che uomo stimare si sara potuto. Cerc molte volte il padre di dargli moglie, e avendone una appostata che gli piaceva assai e li pareva il proposito, pens di farla chiedere per questo suo fantoccio; ma in questo mezzo accadde, come volle Dio, che egli si inferm e morssi. [10] Rimasto adunque Falananna solo, con molta roba, con casa e telaia, non avendo n di padre n di madre parenti, gli amici del padre e i vicini gli furono addosso, e li dierono donna; e per disgrazia fu delle sue pari camaldolesi, una bella e valorosa giovane: ed era chiamata la Mante, dassai molto e pratica nel tessere; ma perch lera povera, a questo scimunito la feceno trre senza dote, e ne men di pi seco la madre, che mona Antonia si chiamava, una vecchicciuola tutta pietosa e amorevole; e cos tutti insieme lavorando, si vivevano felicemente. [11] Ma perch la Mante, come si vi ho detto, era bella e manierosa, aveva di molti vagheggini, e tutta la notte intorno a luscio lera cantato e sonato e fattole le pi galanti serenate del mondo; ma ella, posto locchio addosso a un giovane che si faceva chiamare il Berna, tutti gli altri scherniva; e perch il suo Falananna, come in tutte le cose era debole, cos ne i servigi delle donne debolissimo ritrovandosi, pens come savia procacciarsi, e che il Berna sopperisse dove mancava il marito; [12] perci che, sendo prosperosa e gagliarda, non poteva stare a beccatelle; s che, ragionatone con la madre, fece tanto che di lei pietosa venne, dicendole:

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Lascia fare a me, figliuola mia, non ti dare pensiero, ch io ti far tosto contenta . [13] E itasene a trovare lamente, che pi di lei lo desiderava, detteno ordine fra loro che il Berna da mezza notte in l, faccendo certo cenno, venisse a cavare la figliuola daffanno. Il quale non manc di niente, e allora deputata, fatto il cenno, fu da mona Antonia messo in casa, e di poi nel letto accanto alla sua Mante. [14] Egli avevano senza pi un letto di quegli allantica, tanto agiato e cos grande che tutti a tre stavano da un capezzale senza toccarsi a uno braccio, la Mante nel mezzo, da una proda la madre, da laltra il marito. Il Berna fra la madre e la figliuola entrato a punto che Falananna dormiva, non stette a fare troppi convenevoli, n fu bisogno stropicciargli n grattargli il pettignone; perch non cos tosto la rugiadosa e morbida sua Mante fu da lui tocca e palpata, che li venne la resurrezione della carne, e abbraciandola e baciandola li mont alla disperata a dosso. [15] Alla buona femmina pareva un altro scherzo quel del Berna, e sentire altra gioia e conforto che con il suo marito non era usata, perch non mica le grattava o le stuzzicava il formicaio, ma dentro entrando gagliardamente tutte le ritrovava le crespe, ricercando ogni pi secreto luogo; per la qual cosa a dimenarsi e a scuotersi, a sospirare e a mugolare cominci fortemente. [16] Per che Falananna, che leggermente dormiva, si dest, e sentendo il cullamento e il dolce ramaricho, sendoli coloro presso a meno dun filare dembrici, distese la mano, e il Berna trov in su la sua cavalla che camminare la faceva per le poste; ondegli credendo che la fosse la madre, disse: Mona Antonia, che fave voi? Ohim! Guardate a non mimpregnare mgliama . [17] Mona Antonia, che si stava vegliando in su la proda, quanto pi poteva contenta del contento della figliuola, udito Falananna, per riparare che del Berna non

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saccorgesse, accost il capo rasente a quello della Mante, e cos parlandoli rispose: Non avere pensiero che io te la ingrossi; ohim trista! Che io le fo le fregagioni rasente il bellico, perch la poverina stata per morire, cos grande stretta le ha dato e d la donna del corpo! Udite come la si rammarica! [18] Erono coloro a punto allora che mona Antonia tale parole dicea, poco di Falananna curandosi, nel colmo della beatitudine amorosa, e perci la Mante due volte per la soverchia dolcezza disse: Ohimi, ohimi, io muoio, io muoio! Per che Falananna a gridare cominci: Aspetta, aspetta che io vada per il prete, aspetta, non morire ancora; ohim che tu ti confessi prima! [19] E sera gi gittato del letto, e cercava, sendovi buio, per accendere il lume; quando la Mante, riaute le forze, disse: Marito mio, ringraziata sia santa Cristina divota della donna del corpo, io sono risucitata; non dubitate, ritornatevi nel letto, che io non ho pi male . Il Berna avendo anchegli sgocciolato il barletto, se li era levato da dosso, e fra la madre e lei entrato; ma mona Antonia passando si messe in mezzo la figliuola, e chiamato di nuovo Falananna a letto, nel suo lato lo rimesse, dicendo che fra lui e la Mante era entrata, acci che per la notte, avendo ella cos grande stretta auta, non avesse cagione di darle noia. [20] Bene avete fatto rispose colui, e attese a raddormentarsi; ma la Mante con il suo Berna non fece mai ad altro tutta la notte che giucare alle braccia, e qualche volta avvenne che la mand lui di sotto. Ma la mala vecchia che stava in orecchi, sentito una campana al Carmino, che sonava due ore innanzi al giorno, fece levare il Berna da lamoroso gioco; il quale mal volentieri da la sua Mante si part, stanco forse ma

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non gi sazio, e andssene a casa sua non troppo quindi lontana, a riposare, senza essere n da Falananna n da altri stato veduto. La Mante ancora per ristoro della passata notte dorm per insino a nona. [21] Falananna allora consueta per tempo si lev la mattina, e andnne allusato lavoro, e cos mona Antonia, ragionando insieme de la mala notte che la Mante aveva auta, di che si dolse Falananna molto e lod assai che la non lavesse chiamata, acci che riposandosi dormire a suo piacere potessi. Mona Antonia lo confort che andasse a cercare delluova fresche, dicendo che molto erano appropriate al dolore e alla donna del corpo; per che colui, lasciato il lavorare, si part, e tanto cerc che ne arrec una serqua. [22] La madre, datone bere quattro in su la terza alla figliuola, la lasci dormire poi un sonnellino, e la chiam, sendone gi lotta, a desinare, che si sentiva come una perla; di che troppo contento rimase Falananna, e desinato, allegrissimi si ritornorono al telaio. [23] La notte il Berna venne medesimamente, e cos molti giorni e mesi continuorono la danza, dandosi insieme un tempo di paradiso. Ora accadde che sendone venuta la quaresima, Falananna, che era un buono cristianello e devoto, andava ogni domenica mattina alla predica, e fra laltre una volta lud in Santo Spirito, da un frate che tanto e tanto disse, e con tante ragioni e autorit prov che questa vita era vera morte; [24] e che noi, mentre vivavamo in questo misero mondo, eravamo veramente morti, e che la vera vita era nellaltro mondo di l, e come tosto di qua uno moriva, di l cominciava a vivere una vita senza affanni, dolce e soave, senza aspettare pi la morte, pure che in grazia morisse di messer Domenedio, e che questo solo avveniva a i fedeli cristiani; e cos tante altre cose disse di questa vita che fu una maraviglia: tal che a Falananna era venuto cos gran voglia di morire che ei non trovava luogo, e gi della vita era capitale inimico diventato; [25] e a casa ritornatosi,

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non faceva che dire altro mai se non che vorrebbe morire, a ogni parola dicendo: O morte dolce, o morte benedetta, o morte santa, quando verrai tu per me, che io possa cominciare a vivere in quella vita che mai non muore? Ed era questo alla Mante e a mona Antonia cos gran fastidio a sostenere, e rincrescimento, che lerono mezze fuori di loro, e non sapevano pi come si fare. [26] Egli aveva dismesso il lavoro e le faccende tutte di casa, solo attendendo a volere morire, e rammaricarsi della morte, pregandola che luccidesse. La moglie li aveva insegnato mille modi, ma nessuno ne li era piaciuto; alla fine, di questa faccenda con il suo Berna consigliatasi, deliberorno di farlo morire ad ogni modo. [27] Ed essendo restati quello che fare dovessino, una mattina la Mante gli disse (sendo gi vicina la Settimana Santa), come la sera confessata in Santa Maria Novella a uno frate Bartolo, molto devoto e buono, a cui tutta raccont la sua sciagura, e la voglia che aveva il marito di volere morire; e li disse come il venerabil padre, per piet e per lamore di Dio, se li offerse, se bisognasse, di aiutarli venire la morte, e che in breve (pur che ei voglia) lo far morire, come a Milano e a Napoli ne aveva fatto molti altri; a cui tutto lieto rispose Falananna: [28] E come far? E quando fia questo? Rispose la Mante: Agevolmente, e quando noi vorremo. Egli mi ha detto, se voi volete, che io glielo faccia intendere, e che verr ad ogni nostra posta. Domani, se vuole soggiunse colui. Al nome di Dio seguit la moglie; e li disse: Egli vi conviene mandare prima per il notaio, e fare testamento. Cos si faccia rispose il marito; e fatto venire uno notaio, come se da i medici fossi stato sfidato, tutte le

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sue sufficienze lasci alla sua donna liberamente doppo la morte sua. [29] Il Berna, avendo questo udito, molto li piacque, e giudic buon principio dottima fine, aspettando con allegrezza infinita che la donna facesse il rimanente. La quale, secondo lordine, fingendo daver parlato a fra Bartolo, un giorno subito doppo mangiare fece entrare il suo Falananna nel letto, avendolo avvertito che favellassi roco, e in voce sommessa, quasi piangendo, a ognuno dicessi che gravissimo male si sentisse; e che gi ne fosse vicino alla morte; e che, se nessuno li ragionassi di medico, rispondessi che non voleva n medici n medicine; [30] e cos lasciatolo se ne and alla finestra, e piangendo cominci gridando a dire al vicinato: Ohim! Sciagurata la vita mia! E come ho io a fare? Il mio marito nel letto malato, e s gravemente che io non credo sia vivo domandassera . Onde la vicinanza corse l tutta, e nel letto trovatolo languire e rammaricarsi, come se egli avesse laffanno della morte, ognuno il meglio che sapea lo confortava, ed egli a tutti rispondendo: [31] Io sono spacciato, io son morto; egli non ci riparo a i casi miei , nulla intendere volea di medicarsi. Di che i vicini confortavano la Mante che andassi per il confessoro: onde la Mante chiamata la madre, che sapeva il tutto, li fece tostamente mettere la cioppa, e la mand ratta dove in luogo secreto aspettava il Berna; [32] il quale, avendo una tonica da i frati della Navicella accattata, vestita se lera, e perch gli aveva a fatica segnato il volto da i primi fiori, una barba nera procacciata aveva ancora, e al mento acconciosela di tal maniera, che chi non lavessi saputo, non lara conosciuto mai; e allegro dietro a mona Antonia avviatosi, tanto camminorono che alla casa di Falananna giunsono. [33] Alla cui venuta, faccendoli tutti riverenza come a sommo religioso, la casa sgomberorono, pensando che lammalato do-

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vesse confessare. Il Berna, a uso di frate, in camera entrando salut a prima giunta Falananna, e dicendo: Messer Domenedio sia teco lo benedisse. Falananna si volle rizzare per farli onore, ma il frate Berna, contrafacendo un poco la voce, li disse che stessi caldo il pi che potea; a cui rispose Falananna: [34] O non ste voi quello che mi volete insegnare morire, per risucitarmi poi in quella vita di l dove mai non si muore? S, sono, che sia benedetto rispose il frate; a cui Falananna soggiunse: Or su, cavianne le mani, cominciate oramai col nome Domini . [35] Il padre, fattoli la confessione generale, li diede la assoluzione, e la penitenzia disse che voleva che la facessi la moglie per lui; e in sua presenza chiamatola, le impose per soddisfazione de i peccati del marito, che la digiunasse ognanno per la vigilia di Berlingaccio, mentre che la viveva, e di pi accendesse alla immagine di santa Befana quattro candele ognanno ancora, a riverenza delle Quattro Tempora; di che si mostr colui fortemente contento; [36] e fece giurare alla moglie che la farebbe la penitenza per lui; ma il frate soggiunse: Guai a lei se la mancasse di niente, ch la se ne anderebbe come traditora a fare compagnia a lanima di Giuda in culo a Setanasso. Hai tu inteso? disse Falananna, e al padre voltosi lo preg che sollecitasse il morire, ch li pareva millanni uscire di questo impaccio. [37] A cui rispose il frate. Ascoltami, che sia santo; tu hai la prima cosa a chiudere gli occhi per sempre e non mai pi aprirgli, e levare affatto il pensiero di questo mondo, n per cosa che tu oda o che ti sia fatta hai a favellare o fare senso alcuno. [38] Cos, tosto che tu abbia chiusi gli occhi, mgliata lever un gran pianto; io non mi partir, avendo scusa

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lecita di rimanere, e mentre che le donne la conforteranno, stando ella in sala, mona Antonia e io, lavandoti prima, una veste ti metteremo lunga che ti verr a coprire il viso e i piedi, e metterenti in mezzo della camera, con uno candellieri al capo, drntovi una candela accesa benedetta, acci che la gente ti possa segnare; e di poi daremo ordine domandassera che i frati del Carmine, detto la compieta, ti portino a sotterrare. [39] S rispose Falananna egli si vuole anco farlo intendere alla compagnia, e che mi mandino la veste, e vanghino per me, e poi alla sepultura, come al compare, mi cantino O fratel nostro. Ben sai seguit il Berna , questo si far ad ognimodo ; e soggiunse: [40] I becchini, messo che taranno nella bara, e alla chiesa condotto, e cantato, e fatto tutte le cerimonie, ti guideranno e metterannoti nellavello, e quivi ti lasceranno; dove stato ventiquattro ore, lanima tua, e non prima, voler nel paradiso: ma abbia avvertenza che tu sentirai, insino a tanto che quel tempo non sia fornito, tutte le cose come se tu fossi vivo, s che non favellare e non far mai sentimento alcuno, per che nello star cheto e fermo sacquista tutto il merito; [41] ma se tu facessi atto, o parlassi, o facessi altra cosa da vivi, subito cascheresti nel profondo dellabisso; e perch quegli sciagurati becchini non hanno una discrezione al mondo, potrebbon forse nel metterti gi nellavello qualche membro percuoterti, come gli stinchi, le braccia, il capo, che ne potresti sentire dolore e non piccolo; e tu zitto e chiotto, perci che quanto maggior pena sentirai, tanto sar poi maggiore il contento . [42] Falananna, avendo bene ogni cosa compreso, rispose che stessino sicurissimi che non mancherebbe di niente, e non uscirebbe del suo comandamento; ma avendo una grandissima fame, alla moglie fece intendere che li portasse da mangiare, e al frate voltosi disse che era disposto di volere morire satollo; [43] per che la

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Mante li arrec un gran tegame di lenti riconce e una coppia di pane grandissimo, poco minore di quello che fanno i nostri lavoratori, e un gran boccale di vino; il quale Falananna tutto bevve, e tutte le lenti mangi con uno e mezzo di quei pani cos grandi, come se mai pi non avessi n a bere n a mangiare. [44] Poi disse: Acconciatemi come vi pare, che io muoio contenuto pi mille volte ora, poich io muoio a corpo pieno . Il frate, accnciolo sopra il letto e serratoli gli occhi, avendo certi moccoli accesi in mano, borbottando fece le vista di dire alcune orazioni, e li disse: Tu sei morto . Subito la Mante, messo un grande strido, cominci a piangere amaramente e dire: O marito mio, o marito mio dolce, tu mi hai lasciata sola! [45] Il padre, insino in su la porta venuto, fece la vista, udito le grida, di tornare a confortare colei; i vicini, sentito il pianto, grande parte duomini e di femmine, e alcuni suoi parenti vennero per confortarla; la quale in sala faceva un lamento incredibile. [46] Il frate e mona Antonia giunti in camera, piangendo, Falananna vivo per morto din su il letto levorono, e come i corpi morti lavatolo, dun lenzuolaccio li feciono una lunghissima vesta, che li copriva i piedi, le mani e il viso, acci che il colore non li avessi scoperti; e postoli un crocifisso al capo e un candelliere, dntrovi una candela benedetta accesa, in mezzo della camera posatolo, apersono luscio acci che la brigata lo potessi segnare. [47] Era sempre mai Falananna, senza fare motto o senso alcuno, stato fermissimo, di che frate Berna lietissimo stava; ma venute le persone in camera, lacrimando lo segnavono, dimandando maravigliose perch cos li avessero turato il viso; a cui rispose il frate: Perch gli era cos trasfigurato e brutto che li arebbe fatto paura a chi lavesse guardato .

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[48] Mossono quelle parole paura a i circustanti che ei non fosse morte di qualche cattivo malaccio, e che sappiccassi, s che tutti stavano in cagnesco, leggermente al padre spirituale ogni cosa credendo; e cos gran pezzo badatovi e gi sopravvenuta la notte, fu la casa sgomberata, e solo alcuni pochi parenti della Mante vi restarono, e il frate che lo guardava con il libro in mano fingendo di leggerli salmi e orazioni: e quando fu tempo cenorono di gran vantaggio. [49] Ma venutone la mattina, feciono intendere a i fratelli che mandassino la veste, ch Falananna era morto, e li invitorono per la sera, doppo compieta, allonoranza. Venne subitamente la veste, la quale da mona Antonia e frate Berna gli fu messa sopra quella che egli avea, e la capperuccia in su la faccia li venne doppiamente a turare il viso. [50] Cos tutto il giorno vennono uomini e donne a confortare la Mante, e a segnare il marito; increscendone a tutti, diceva ciascuno: Dio li perdoni , il che Falananna udendo, maraviglioso contento sentiva, pesandosi certamente essere morto. Ma poi che ei desinorono, e che vespro non solo fu detto, ma la compieta, secondo lordine vennero i frati del Carmino per portarlo a seppellire, con la compagnia di san Cristofano, ch cos si chiamava (la quale era appiccata col convento medesimo del Carmino, dove i frati feciono poi, ed vvi ancora, un refettorio), della quale i fratelli erano tutti tessitori; [51] e nel mezzo a punto avevono fatto fare un grandissimo avello nel quale chi moriva di loro si sotterrava; il che venne molto a pproposito al Berna e alla Mante; perci che quello sepolcro aveva una lapida gravissima, e in modo congegnata che n alzare n aprire si poteva se non da chi fosse stato di fuori; e perci il Berna fra s dicea: Se ei ventra, converr per amore o per forza che ei vi muoia, non vi si ragunando coloro se non una volta il mese . [52] Ma poi che i frati, passando dalla porta, ebbono auto la cera, andarono i becchini per il corpo. Che dire-

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te voi che Falananna avendo auto grandissima voglia di fare le sue cose, e forse due ore sconcacatosi, gran pezza avendola ritenuta, nella fine non potendo altro fare laveva lasciata andare; e avendo le lenti riconce fatto operazione, come se egli avessi preso scamonea, aveva gittato un catino di rubalderia: la quale, per essere stata alquanto ritenuta, tanto putiva e s corrottamente che non si poteva stare per il puzzo in quella camera; [53] ma tosto che furono dentro i becchini e che lo presano, turandosi il naso, dissono a coloro che erano intorno: O diavolo, voi non dovete averlo zaffato; in mal ora, non sentite voi come ei pute? Vedete che ei cola; ohim! Voi ste poco pratichi . E cos a male in corpo portandolo, quasi ammorbati lo posano nella bara; onde i fratelli, sendo gi forniti i frati di passare, comportando il meglio che potevano il puzzo, levato se lavevano in spalla e dietro la croce seguivano. [54] Ora avvenne, camminando, che giunsono in su il canto a Lione, e in su la svolta a punto capitati, tutte le genti, come usanza, dimandavano chi fosse il morto: a cui era risposto essere Falananna. A ognuno ne incresceva dicendo: Dio abbia auto lanima sua ; ma un suo conoscente e amico, intesolo anchegli, e vedutolo portare a seppellirsi, poco discreto, disse adirato: Ahi rubaldo, giuntatore! Egli se ne va con tre lire di mio: e sai che io non gli ne prestai contanti? Tristo ladro! Abbisele sopra lanima . [55] E disse queste parole tanto forte che Falananna intese, il quale o per non andare con quel carico, o parendogli esser a torto o troppo ingiuriato, dette una stratta a le mani, e di quelle sviluppatosi, si stracci subitamente e alzssi quel pannaccio che li nascondeva il viso, e rittosi a sedere sopra la bara, a colui che oltraggiandolo ciarlava ancora rivolto, disse: Ahi sciagurato! Queste parole si dicono a i morti?

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Tristo! E che non me gli aver chiesti quando io era vivo? O andare a mogliama che tarebbe pagato? [56] Quei che lo portavono udito le parole, spaventati lasciorono andare la bara, e colui fu per ispiritare. Falananna, sendo caduto con la bara in terra, cridava pure a coloro, che erano spaventati; Non temete, non dubitate, io son morto, io son morto: fate pure lufizio vostro, conducendomi allavello ; e assettatosi come prima a giacere nella bara, gridava pure: Portatemi via a seppellire, portatemi via, che io son morto . [57] Le grida ivi intorno si levorono altissime; chi fuggiva, chi si nascondeva, chi si segnava; la croce, che era gi presso alla porta della chiesa, si ferm; i frati restati di cantare quasi ognuno, stupiti consideravono questa meraviglia; e colui pur gridava; ma alcuni della compagnia conoscendo assai bene la sua natura, se li accostorono, e con certi torchi lo comincioro a frugare, dicendo: Scellerato ribaldo, che cosa questa? [58] Falananna diceva pure gridando: Io sono morto, sotterratemi, sotterratemi per lamore di Dio! Ma coloro preso quei torchi capopiedi, lo cominciorono a bastonare e dargli di buone picchiate; onde Falananna, sentendo le percosse, cominci a stridere e guaire, e sviluppandosi il capo e i piedi, perch coloro non li rompessino il dosso, si usc della bara, e correndo gridava: [59] Ahi traditori, traditori! Voi mi avete risucitato ; perci che avendo auto una bastonata in su la testa, li grondava il sangue per il viso, e per il petto; onde pensandosi essere vivo, diceva pure: Traditori, a questo modo si fa: risucitare chi morto? Io me ne voglio andare alla Ragione . Per che le genti dintorno uditolo, la maggior parte lo

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stimorono impazzito affatto o spiritato; e i fanciulli preso della mota e de sassi, cominciorono a darli la caccia; [60] ondegli spaventato si messe a correre e a fuggire in verso il Carmino, ed eglino ditroli traendo e gridando sempre: Al pazzo, al pazzo , per la piazza del Carmine lo seguitorono. Falananna, sbigottito e spaventato, non sapendo dove, a correre e a fuggire gridando attendeva, lasciando dove egli passava le persone attonite e smarrite, veggendolo in quella guisa vestito. [61] E cos fuggendo capitato in su il canto del ponte alla Carraia, e seguitando il cammino impaurito per il romore e per lo strepito, in verso il ponte si indirizz, e sempre da sassi e da strida accompagnato, su per il ponte prese la strada; ma quasi alla fine giunto, trov un carro nel mezzo della via e non so che some di paglia, e muli e asini carichi di rena, in modo che tutto ingombravono il sentiero, n vi era luogo rimasto donde passare potesse, se prima il carro e laltre bestie, passando, non avessero aperta la strada; [62] onde Falananna, sendo spronato dietro da le frombole e da la paura del rompre, salse in su le sponde per far pi tosto; ma come volle la fortuna, o per la fretta o perch quei pannacci se li inviluppassino fra i piedi, o come la sandassi, sdrucciolando se ne and in Arno. [63] Era in quel tempo venuto in Fiorenza uno fiammingo, grandissimo maestro di fare fuochi lavorati, e di molte e varie sorti; ed essendo stato alla Signoria e al gonfalonieri, sera vantato di fare e di mostrare segni dellarte sua miracolosi, e a punto il giorno per loro commissione duoi de i Dieci di guerra e duoi di collegio e altri uomini nobili della citt erono iti per vedere dun certo olio artifiziato la prova, che ardeva subito che toccava lacqua. [64] E al ponte a Santa Trnita venuti, aveva quel maestro duna sua ampolla ne lacqua dArno lolio gittato, il quale, tosto che lebbe tocca, cos si avvamp e accese, come se da fuoco, sanitrio o zolfo stato tocco fosse; e ardendo, in buon spazio si allarg, di che i

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fiorentini nostri tutti rimanendo stupiti stavono, e maravigliosi; e cos per lacqua sparso se ne andava secondo il corso gi per quella ardendo. [65] E a punto era la met passato il ponte alla Carraia sotto la prima pila, quando Falananna cadendo ne lacque giunse, e per sorte nel mezzo dette di quellolio ardente, il quale, s come colui fussi stato impeciato, se gli attacc a dosso. Falananna sendo al fondo pervenuto, e per il colpo in su tornato, avendo, per cagione dellacqua, della caduta poco male riceuto; e rizzatosi, perch lacqua gli dava a fatica al petto, sentendosi e veggendosi ardere come un panello, cominci dimenandosi e scotendosi a stridere e a urlare di modo che facilmente sara stato sentito da Peretola; [66] e quel fuoco avvampando, quanto pi nellacqua si tuffava tanto pi prendea vigore e ringagliardiva; tal che le persone sentendo le strida, e veggendo il fuoco, che veramente colui ardendo consumava, mossi da piet e compassione corsono per quella porticella, e con mazze e sassi e altri strumenti mandandoli acqua a dosso per spegnerlo, pi laccendevano, cotal che Falananna in quella fiamma scomatendosi e gridando, una di quella anime parea che mette Dante nellInferno; [67] tanto che in breve consumato e morto, fu tirato finalmente alla proda concio di tal maniera che non sara stato mai chi per uomo lavessi conosciuto, anzi pareva un ceppo verde di pero abbronzato; e si sara consumato affatto, non trovando coloro via di levargli il fuoco da dosso, se non che vi corse il fiammingo, e fattoli gittare sopra de lolio, lo ammorz in un tratto e spensegli la fiamma. [68] La Mante e mona Antonia, che ogni cosa avevano inteso, e come il loro Falananna era risucitato, e corso via fuggendo de la bara, dolorose ad ora ad ora in casa lo aspettavono; ma tostamente fu portato loro le nuove, come gli era cascato in Arno e arso; e cos le genti tutte, che questa maraviglia intendevano, correndo al ponte andavono, e inteso il modo, a ognuno fuor di mi-

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sura ne increscea: e cos per tutta la citt si divulg in un tratto, come gli era cascato uno in Arno e arso. [69] E parendo un miracolo alle persone, pure, intendendo come, ne rimanevano soddisfatti, molto della colui disgrazia loro increscendo; e per pi mesi fu grandissima disputa in Fiorenza di questo fatto: chi tenea che uno spirito folletto li fussi entrato a dosso; altri dicevano essere stato il demonio; alcuni opera di streghe e di malie; e molti da la iscempiezza e dalla sua pazzia tutto fussi venuto, e che non mai morisse se non nel fuoco; bench la Mante afferm sempre il contrario, e che veramente egli fosse morto; e mona Antonia ne rendeva ancora buona testimonianza. [70] Ma finalmente essendo stato veduto da infiniti morto e arso, la Mante, non troppi giorni stata vedova, il suo Berna prese per marito; il quale, dietro uscendo alla bara, se ne era andato a il luogo secreto dove prima sera vestito; e spogliatosi quegli, e i suoi panni messosi, al ponte era corso mostrando gran maraviglia dello sfortunato caso di Falananna. [71] Ma nella fine sendosi con la Mante maritato, con mona Antonia insieme, ricchi, si pu dire, molti anni allegramente vissono alla barba del povero Falananna; che, come voi avete udito, casc in Arno e arse; e da indi in qua in volgar detto riduttosi, sempre si disse poi, e si dice ancora a certo proposito: Casc in Arno e arse. [1] Non potevano restare le donne di ridere della piacevole novella di Florido, bench molto dolessi loro della disgrazia strana, e del nuovo e quasi incredibile caso di Falananna; e molto intorno a ci favellatosi, Amaranta, vezzosamente, sapendo essere a s restato solamente il carico, sciogliendo le parole cos disse: [2] Veramente che Florido si pu dire che ci abbia una favola racconto; e io per me ho via pi contento e piacere presone che di tutte le altre, in un certo modo, insino a qui narrate; e cos mi pare che a tutti voi sia in-

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tervenuto, se i gesti e gli atti esteriori o de la letizia o del dolore intrinsico far possono alcuna fede; [3] l onde io sono deliberata, immitandolo, lasciarne una che io aveva nella fantasia, e unaltra raccontarne che m venuta or ora in mente, che non credo che vi piaccia meno della sua, n meno vi faccia ridere . E cos lietamente incominci dicendo: Medesimamente nella nostra citt ......

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[NOVELLA II] DELLA SECONDA CENA LA NONA FAVOLA [1] Non s tosto tacque Silvio alla fine venuto della sua favola, piaciuta ugualmente e commendata da tutti, che Leandro, girato gli occhi intorno e dolcemente la lieta brigata rimirando: Oneste donne disse , e voi costumati giovani, poi che il Cielo ha voluto che piangendo io faccia, contro mia voglia, degli sfortunati avvenimenti altrui e infelici fede, sono contento, con una delle mie novelle, uno doloroso e compassionevole caso, e certamente degno delle vostre lacrime, dimostrarvi, fiero e spaventoso forse quanto altro o pi che ne intervenissi gi mai. [2] E bench non accadessi in Grecia o in Roma, e a persone dalta progenie o di reale stirpe, pure cos fu a punto come io ve lo dir; e vederete che nelle umili e basse case, cos come ne i superbi edificii e ne i dorati tetti, il furore tragico ancora alberga; e per cagione duna donna, quantunque la non fosse figliuola dimperadore, regina o principessa, disperata e sanguinosa morte di se stessa prima, del marito e de i figliuoli nacque. Ascoltatemi adunque ; e cominci dicendo: [3] Pisa anticamente come voi leggendo avete potuto intendere, e mille volte ragionando ancora udito dire fu delle popolate e bene stanti citt, non solo dItalia ma di tutta lEuropa; ed era da molti suoi cittadini nobili, valorosi e ricchissimi abitata. Gran tempo adunque innanzi che sotto al dominio e a le forze fiorentine venisse, vi capit per sorte uno medico melanese che veniva da Parigi, dove studiato e aparato aveva larte della medicina; [4] e come volle la fortuna alquanto l fermatosi,

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prese a curare alcuni, e tanto felicemente gli succedette, che in breve tempo, come piacque a Dio, rend loro la perduta sanit: onde salendo di mano di mano in credito, in riputazione e in guadagno, e piacendoli la citt e i modi e i costumi de gli abitatori, deliber non tornare altrimenti in Milano, ma quivi fermarsi: [5] e perch a casa niente aveva lasciato se non la madre gi vecchia, e di lei, pochi giorni innanzi che a Pisa capitassi, auto novelle come passata era di questa vita, di l levato ogni speranza, in Pisa la messe, ed elessela per sua abitazione; dove, medicando, in poco tempo con molta utilit in buono credito venne, e continuando larte sua, in non troppi anni divent ricchissimo: e si chiamava mastro Basilio da Milano. [6] Onde avvenne che alcuni cittadini pisani cercarono di dargli moglie, e gliene recorno molte innanzi, prima che si contentassi; alla fine una ne li piacque, che n padre n madre avea, di nobile casato, ma povera, e solo una casa li diede per dote, bella e fornita. Cos fattosi le nozze, in casa lei allegro si torn; dove in roba e in figliuoli crescendo, molti anni insieme lietamente menorono la vita. [7] Ebbono tre figliuoli masti e una femmina, la quale in Pisa, al tempo, onoratamente maritorono, e al maggiore de i loro figliuoli dierono donna; il minore attendeva alle lettere: perch il mezzano, che Lazzero aveva nome, pi tempo per imparare sera invano affaticato, poco dilettandosene, e pigro ancora e grossissimo ingegno avendo. [8] Era molto malinconico di natura, astratto e solitario, di pochissime parole e sopra tutto caparbio, ch quando egli diceva di no una volta, tutto il mondo non lara fatto dir s; onde il padre cos goffo, zotico, e provno conoscendolo, dispose levarselo dinanzi e lo mand a star in villa, dove, poco lontano da la citt, quattro belle possessioni avea comperate, alle quali egli lietamente dimorando si vivea, pi assai piacendoli i contadineschi che li costumi civili. [9] Ma passati

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dieci anni che mastro Basilio ne avea mandato Lazzero in contado, venne in Pisa una strana e perigliosa malattia, che le persone infermavono duna ardentissima febbre, e si addormentavono, e cos dormendo, senza mai potersi destare si morivano e appiccavasi come la peste. [10] Il maestro, cupido, come tutti i medici, del guadagno, fu de i primi che ne medicassino; tanto che in poche volte se li attacc la iniqua e velenosa malattia di sorte che non li valsero sciroppi o medicine, ch in poche ore lo uccise; e tanto fu crudele e contagiosa che a gli altri di casa si appicc di modo, che per non contarvi minutamente ogni particularit tutti luno doppo laltro mand sotto terra, e solo una fantesca vecchia vi rimase viva. [11] E cos per tutta Pisa fece grandissimo danno, e lara fatto maggiore, se non che molte genti se ne partirono; ma poi venutone il tempo nuovo, cess la mala infruenza del mortifero morbo, che in quelli tempi e da quelli tali fu detto il male del vermo; e le persone rassicurate, alla citt ritornando, ripresano le medesime faccende e i soliti esercizi. [12] Fu chiamato Lazzero in Pisa alla grandissima e ricchissima eredit: ed entrato in possessione, solo un famiglio sopra pi con la vecchia fantesca prese, e rafferm il fattore che attendeva a i poderi e alle ricolte. E tutta la citt cerc in un tratto per darli moglie, non guardando alla rozzezza n alla caparbit sua; ma egli, risolutamente rispondendo che voleva stare quattranni senza, e poi ci penserebbe sopra, non gli ne fu poi mai detto parola, sapendosi la sua natura: ed egli, faccendo buona cera, non si voleva con uomo nato accompagnare, anzi fuggiva pi le pratiche che i diavoli la croce. [13] Stavagli al dirimpetto a casa per sorte un povero uomo, che si chiamava Gabriello con la moglie che Santa aveva nome, e con duoi figliuoli, luno mastio di cinque e laltra femmina di sette anni, n altro avevano che una piccola casetta; ma Gabriello il padre era ottimo pe-

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scatore e uccellatore, e maestro di fare reti e gabbie perfetto, e cos de i suoi lavorii del pescare e delluccellare il meglio che poteva sostentava s e la sua famigluola, con laiuto nondimeno della moglie, che tesseva panni lini. [14] Era come volle Dio questo Gabbriello tanto simigliante a Lazzero nel viso che pareva una maraviglia; amboduoi erano di pelo rosso, la barba avevano duna grandezza e dun colore medesimo, tal che sembravono nati a un corpo; e non solo la persona e la statura conformissima ancora, ma erano dun tempo e, come ho detto, di maniera si simigliavono che, sendo stati vestiti a una foggia medesima, non sara stato chi gli avessi potuto conoscere, e la moglie stessa ne sara rimasta ingannata; e solamente le vestimenta, di rozzo panno de luno e di finissimo dellaltro, vi ponevano la differenzia. [15] Lazzero, veggendo nel suo vicino tanta simiglianza di se stesso, pens che da gran cosa venisse, n dovessi essere senza cagione; e comincissi a dimesticare con quello, e a lui e alla moglie mandare spesso da mangiare e da bere, e cos spesse volte Gabriello invitava a desinare e a cena seco; e insieme avevano mille ragionamenti, e li faceva credere colui le pi belle cose del mondo, ch, bench dumile nazione e povero fosse, era nondimeno astuto e sagacissimo, e sapevagli andare a i versi, trattenerlo e piaggiarlo, di modo che Lazzero non sapea vivere senza lui. [16] E cos una volta fra laltre, avendolo seco a desinare, sendo finito le vivande pi grosse, entrorono ragionando in su il pescare, e avendoli Gabbriello mostro diversi modi di pescagioni, vennero in su il tuffarsi, e di questo modo disse tanto bene, e come gli era cos utile e dilettoso, che a Lazzero venne voglia grandissima di vedere in che maniera si pescava tuffandosi, e si pigliassino cos grossi pesci non solo con le mani, ma con la bocca ancora, e ne preg caldamente il pescatore. [17] A cui rispose Gabriello che a sua posta era apparecchiato, se

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bene egli volessi allora; perci che, sendo nel mezzo della state, agevolmente ne lo potea servire. S che rimasero daccordo di andarvi allora, e levatosi da tavola si uscirono di casa, e Gabbriello, tolto le vangaiuole a collo, con Lazzero insieme se ne andarono fuori della porta a mare, rasente una palafitta che reggeva uno argine, dove erano infiniti alberi e ontani, che altamente stendendosi, a loro sotto, dolce e fresca ombra facevano. [18] E quivi giunti, Gabbriello disse a Lazzero che si ponessi a sedere al rezzo e lo stesse a vedere. E spogliatosi nudo, si acconci le reti a le braccia, e Lazzero, in su la riva postosi, sedendo aspettava quel che fare dovessi. Ma tosto Gabbriello entrato in Arno, e sotto lacqua tuffandosi, perch di quelle reti era perfetto maestro, non stette troppo che, a galla tornando, nelle vangaiuole aveva da otto o dieci pesciotti, cos di buona fatta. [19] Parve a colui uno miracolo, veggendo come sotto lacqua cos bene si pigliavono, onde li nacque subito nel pensiero ardente voglia di vedere meglio; e per il concente sole che, sendo a mezzo il cielo, dirittamente feriva la terra, di modo che i raggi suoi parevano di fuoco, pens ancora di rinfrescarsi; e aiutandolo Gabbriello si spogli, e da lui fu menato dove era a ffatica acqua al ginocchio, in luogo che piacevolmente correva in su il cominciamento del fondo; e quivi lasciatolo, li disse che pi avanti non venissi che un palo che li mostr, che alquanto sopravanzava gli altri; e lasciatolo, si diede al seguitare la pescagione. [20] Lazzero guazzando sentiva dolcezza incomparabile rinfrescandosi tutto, stando a vedere colui che sempre tornava in su con le mani e con le reti piene di pesci, e alcuna volta per piacevolezza se ne metteva uno in bocca; tal che Lazzero, maravigliandosi molto, pens forse che sotto lacqua vedere si dovesse lume, non sendo mai uso tuffarsi, immaginandosi al buio non essere mai possibile potere pigliare tanti pesci; [21] e volendo vedere come ei facessi a pigliargli, un tratto che colui si tuff,

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anchegli, senza pensar altro, misse il capo e lascissi andare sotto lacqua; e per meglio accertarsi vicino al palo venne, s che tosto, come se di piombo fosse stato, se ne and al fondo, e non avendo arte di notare n di ritenere lalito, li parve strana cosa, e cercava dimenandosi di tornare in suso; ma entrandoli lacqua non solo per bocca, ma per gli occhi e per gli orecchi, ed egli scotendosi pure, invano tentava duscirne; perch quanto pi si dimenava, tanto pi la corsia lo guidava nel sopra capo, di modo che in breve lo sbalord. [22] Gabbriello, in una buca di quella palafitta entrato dove lacqua li dava a pena al bellico, perch molti pesci vi sentiva, per empiere ben la rete non si curava uscirne cos tosto; onde il povero Lazzero, venuto mezzo morto due o tre volte a galla, alla quarta non ritorn pi in suso; e affogando miseramente forn la vita. [23] Gabbriello avendo preso quei pesci che ei volse, tosto con la rete piena ne venne fuori, e in una cassetta per ci fatta messoli, allegro si volt per vedere Lazzero; e in qua e in l volgendo gli occhi, e non lo veggendo in alcun lato, maraviglioso e pauroso venne; e cos attonito stando, in su lerbosa riva vidde i panni suoi; di che forte malcontento e pi che prima doloroso, cominci a guardarne per lacqua, e a punto vidde alla fine del fondo il morto corpo essere da la corsia stato gittato alla proda. [24] E di fatto dolente e tremante l corse, e trovatolo morto, fu da tanto dolore e da cos fatta paura soprapreso, che quasi di pietra immobile venne: e cos stato alquanto, non sapea che farsi, temendo che la gente non dicessi che da lui non fussi stato affogato per rubarlo: e cos fra la speranza e il timore stando, molte e varie cose rivolgendosi per la fantasia, divenne per la disperazione ardito, e della necessit fatto virt si deliber di mandare ad effetto un pensiero che allora allora gli era caduto nellanimo. [25] E non vi essendo testimoni intorno, perch, es-

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sendo in su il vespro, o al fresco o a dormire era la maggior parte delle persone, la prima cosa prese il morto corpo di Lazzero in spalla, e ancora che grave fosse, in su lumida riva lo condusse, e fra la verde e rigogliosa erba lo pose; e cavatosi le mutande, il primo tratto le gli misse, e di poi, avendosi sciolte le reti, alle braccia dellaffogato Lazzero le leg fortemente; [26] e di nuovo presolo e con lui nellacqua tuffatosi, e al fondo condottolo, gli attacc e avvolse le reti a un palo, e in guisa intravers, che a gran fatica si potevano sviluppare; e in su ritornato e nella riva salito, la camicia prima, e di poi successivamente tutti i panni insino alle scarpette di colui si misse, e si pose a sedere, avendo disegnato di far prova e di tentare la fortuna, prima per salvarsi, e poi per vedere se un tratto uscire potea di stenti e vedere se il cotanto simigliare Lazzero li potessi essere cagione di somma felicit e di perpetuo bene. [27] E perch gli era saputo e animoso, parendogli otta di dare principio alla non manco pericolosa che ardita impresa, a gridare cominci come se Lazzero fosse, e a dire: O buona gente, aiuto, ohim! Correte qua a ripescare il misero pescatore, che non ritorna a galla! ; e gridando quanto da la bocca li usciva, tanto disse che il mugnaio l vicino con non so quanti contadini l corsano al romore; [28] ed egli, grossamente parlando per bene contraffare Lazzero, quasi piangendo fece loro intendere come Gabbriello, sendosi tuffato molte volte, e molti pesci avendo presi, lultima era stato quasi unora sotto lacqua, per il che dubitava forte che non fosse affogato, e dimandatoli coloro per me dove tuffato sera, mostr loro il palo al quale avvolto aveva Lazzero. [29] Il mugnaio, amicissimo di Gabbriello, si spogli subito, e perch gli era bonissimo notatore si tuff a pi di quel palo, e in un tratto trov colui morto intrnogli avviluppato; e cercato avendo di tirarlo seco, non lave-

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va potuto scirre, e pieno di dolore in su torn gridando: Ohim! Che il meschino qui a pi di questo palo con la rete avvoltosi, senza dubbio affogato e morto . [30] I compagni sbigottiti con parole e con gesti mostravono che fuor di modo ne dolessi loro, e duoi, spogliatosene, con il mugnaio insieme tuffandosi tanto fecero che laffogato corpo ripescorono, e fuor dellacqua condussono, avendo alle braccia mezze stracciate e rotte le vangaiuole, quelle incolpando che, per essersi attaccate, li fossono state cagione di disperata morte: [31] e cos spargendosi intorno la nuova, venne un prete vicino, e finalmente in una bara messo, fu portato a una chiesicciuola poco quindi lontana, e con uno lenzuolaccio fattoli una vestaccia, in mezzo della chiesa fu posto, acci che vedere e segnarlo potessi la brigata, tenuto da tutti per Gabriello. [32] Era gi la trista novella in Pisa entrata, e gi alli orecchi della sfortunata sua donna venuta, la quale piangendo con i duoi figliolini l corse, da alquanti suoi pi stretti parenti e vicini accompagnata; e il non suo marito cos morto nella chiesicciuola veduto, credutolo desso certamente, se gli avvent di fatto al viso, e piangendo non si saziava di baciarlo e dabbracciarlo, e addssoli stridendo scinta e scapigliata non restava di dolersi e rammaricarsi con i duoi figliolini, che tanto teneramente piangevano che ognuno dintorno per la piet e compassione lacrimava: [33] de il che Gabbriello, come colui che molto bene voleva alla donna e a i figliuoli, non poteva tenere il pianto, troppo di loro increscendoli; e cos per confortare la malinconosa moglie, tenendo un cappello di colui quasi in su gli occhi, e al viso un suo fazzoletto per rasciugarsi le lacrime, da lei e da tutti per Lazzero tenuto, con voce roca disse in presenza di tutto il popolo: [34] O donna, non ti disperare, non piangere, ch

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io non sono per abbandonarti; con ci sia cosa che per mio amore e per darmi piacere tuo marito oggi a pescare contro a sua voglia si mettesse, a me pare della sua morte e del danno tuo essere stato in parte cagione; per ti voglio aiutare sempre, e a te e a i tuoi figliuoli dare le spese: [35] s che non piangere pi, datti pace, e tornatene a casa, che mentre che io vivo non ti mancher mai cosa alcuna, e se io muoio ti lascer in modo che da tue pari ti potrai chiamare contenta ; e questa ultima parola disse singhiozzando e piangendo, come della morte di colui e del danno di lei gli increscesse; e cos come Lazzero fosse, a casa di Lazzero se ne and, molto laudato e commendato da la gente. [36] La Santa, avendo stracchisi gli occhi per il troppo lacrimare e la lingua per il molto dolersi, venuta gi lora di seppellire il morto, da i parenti accompagnata se ne torn in Pisa alla sua abitazione, confortata alquanto da le parole di colui che fermemente pensava essere Lazzero suo vicino. [37] Gabbriello, che Lazzero simigliava e sera fatto lui, e gi per Lazzero in casa Lazzero entrato, perch tutti i costumi, sendo familiare e pratico di casa, molto bene sapea, senza salutare se nera ito in una ricca camera, che sopra un bel giardino riusciva, e cavato le chiavi della scarsella del morto padrone cominci ad aprire tutti i cassoni e casse, e trovato nuove chiavicine, forzieri, cassette, scannelli e cassettini aperse in quantit, dove trov, senza larazzerie e i panni lini, di velluto e di dammasco molte vestimenta, e molte di panno finissimo ancora, che del padre medico e de i fratelli di Lazzero erano state. [38] Ma sopra tutto quel che li fu pi caro, furono, senza le catene e lanella e le gioie, forse dumilia ducati doro, e da quattrocento di moneta, onde lietissimo non capriva in s per lallegrezza, pensando pure come meglio operare potesse per celarsi e farsi tenere per Lazzero a quei di casa: ma sapendo molto bene la natura di colui, in su lotta della cena susc di

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camera quasi piangendo. [39] Il famiglio e la serva, che la sciagura della Santa intesa avevano, e come si diceva lui esserne stato in buona parte cagione, si credevano che di lui piangesse; ma egli, chiamato il servo, fece trgli sei coppie di pane, e empgli duoi fiaschi di vino, e con la met della cena lo mand alla Santa; di che la meschina poco si rallegr, non faccendo mai altro che piagnere. [40] Il famiglio ritornato diede ordine di cenare, e colui poco mangiando per pi Lazzero simigliare, da tavola utimamente si part senza altramente favellare, e serrssene in camera a lusanza di colui, donde non usciva mai se non la mattina a terza. Al famiglio e a la fantesca pareva che gli avesse mutato un poco cera e favella, ma pensavono che fusse per il dolore dello strano caso del povero pescatore, e a lusanza cenato, se ne andorono al letto. [41] La Santa, dolorosa, alquanto con i suoi figliolini mangiato, da non so che suoi parenti consolata che buona speranza li dierono, veduto la sera venir s fatta profenda, se ne and per dormire a letto, e i parenti presero licenzia. [42] La notte Gabbriello pi cose pensando di fare, allegro la mattina si lev a lotta solita di Lazzero, e sapendo lusanza sua, il meglio che poteva immitandolo si passava il tempo, non lasciando mancare niente a la sua Santa: ma sendoli ridetto dal servo che la non restava di piangere, come colui che quantaltro marito che amasse mai mogliera teneramente lamava, troppo dolendoli del suo dolore, pens di racconsolarla: [43] e sendosi risoluto quello che fare intendeva, un giorno doppo desinare se ne and a lei dentro a la casa sua; e perch gli era di poco seguito il caso, la trov da un suo fratello cugino accompagnata; ondegli, fattoli intendere che parlare gli voleva per cosa dimportanza, colui, sapendo la carit che li faceva, per non sturbarlo prese da lei licenza, dicendo che ascoltasse il pietoso suo vicino. [44] Gabriello tosto che ei fu partito serr luscio, e in una picciola

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camera terrena entrato accenn la Santa che l andasse; la quale, dubitando, forse dellonor suo, a quel modo solo rimasa, non si sapeva ben risolvere se l dentro andare o restare quivi dovesse: pur poi pensando al benefizio e lutile che da colui aspettava, preso per le mani il maggiore de suoi figliuoli, l dentro se ne and; dove colui sopra il lettuccio dove posare sempre, quando era stracco, si soleva il marito, trov giacersi, e maravigliosa si ferm. [45] Quando Gabbriello, veduto il figliolino seco, ghign, della purit della sua donna rallegrandosi; e a lei rivolto una parola che molto usato era dire le disse: di che la donna pi maravigliandosi, manco sapea che dirsi; quando Gabbriello, preso in collo il figliolino, baciandolo disse: Tua madre, non conoscendo, piange la tua ventura e la felicit del suo marito . [46] Pure di lui, bench piccolino fosse, non fidandosi, con esso in collo in sala se ne and, e da quellaltro messolo, datoli non so quanti quattrini, li lasci che si trastullassero, e a la moglie, che pensando a le dette parole quasi riconosciuto lavea, tornato, luscio della camera serr, e scopertosile, ci che fatto aveva ogni cosa per ordine le narr; di che la donna fuor dogni guisa umana si rend lieta, certificata per molte cose che fra loro duoi erano segretissime, e per uno segno massimamente che il marito aveva cos fatto, che di leggieri scambiare non si poteva. [47] Gioiosa non si saziava di stringerlo e dabbracciarlo, tanti baci per lallegrezza rendendoli, vivo trovatolo, quanti per il dolore dati li aveva, morto credutolo; e piangendo per la tenerezza, luno dellaltro le lacrime beevano; tanto che la Santa, per meglio accertarsi se cos bene a le parole rispondevano i fatti, volle, e per il ristoro della passata amaritudine, il colmo della dolcezza gustare con il caro suo marito, il quale non se ne mostr punto schifo, forse maggior voglia di lei avendone: e cos la donna pi a quello che a

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nessuna altra cosa lo conobbe essere Gabbriello veramente, suo legittimo marito. [48] Ma poi che gli ebbono presosi piacere e ragionato assai, lavvert Gabbriello che fingere le bisognava non manco che tacere, e le mostr quanto felice essere poteva la vita loro, raccontandole le ricchezze che trovate avesse: e narratole quello che di fare intendeva, che molto li piacque, si uscirono di camera. [49] La Santa, fingendo di piangere, a punto quando Gabbriello fu fuor della porta e a mezzo la strada disse, da molti sentita: Io vi raccomando questi bambolini ; colui, dicendole che non dubitasse, si torn in casa, pensando come pi accomodatamente menar potessi ad effetto i suoi pensieri. [50] Venne la sera ed egli, osservato i modi cominciati, fornito di cenare si misse nel letto per dormire; e quasi tutta le notte sopra quel che fare intendea pensando, poco o niente chiuse occhi. E non s tosto apparse lalba in oriente, che levatosi ne and alla chiesa di Santa Caterina, nella quale abitava allora un venerabile padre, veramente religioso e buono, e da tutti i pisani tenuto uno santerello; e fattolo chiamare, che frate Angelico aveva nome, li disse che bisogno avea grandissimo di favellargli, per consigliarsi seco duno importante caso e strano che gli era intervenuto. [51] Il buono padre misericordioso, ancor che non avesse sua conoscenza, lo men in camera; e faccendosi Lazzero di maestro Basilio da Melano, come colui che ben la sapeva, tutta li narr la sua geneologia, e prima come per la passata mortalit solo rimanesse, e laltre cose poi di mano in mano, tanto che a Gabbriello venne, e li raccont tutto quello chintorno a ci accaduto fosse, e li dette a credere come per veder pescare lo menasse contro a sua voglia, e come poi, pescando per fargli piacere, affogasse, e del danno che ne resultava alla moglie e ai figliuoli, perch, non avendo alcuno bene sodo, del guadagno del padre vivevano;

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[52] e parendoli essere del danno loro e de la morte di lui in gran parte cagione, li disse come si sentiva al cuore gravissimo peso e carica la coscienzia; per non restava di provedere e daiutargli di tutto quello che alla vita loro bisognasse. Lo confort il padre molto, dicendoli che il sovvenirgli appresso di Dio gli era di grandissimo merito, ma che seguitasse e perseverasse in carit, e non dubitasse, che la misericordia di Dio ha le braccia lunghissime; [53] e se bene il pescatore era affogato, egli menato non laveva per farlo morire, ma per pigliare piacere della sua pescagione: s che, aiutando e sovvenendo la donna e i figliuoli, sicurissimo fosse della misericordia e bont di Dio. Io sono contento rispose Gabbriello che insino a qui bastassino le limosine che io ho loro fatte; ma udite, questo ora dove importa, e ascoltare quello che io vo narrarvi, che mi raccapriccio a pensarlo. Non temere, figliuolo, disse frate Angelico , sguita arditamente . [54] Onde colui repigliando le parole, cos cominci a dire: Questa notte passata non potetti mai chiudere occhi, tanto sopra ci pensando grandissima passione sentiva; e cos, da vari pensieri e diversi tormentato, vicino al giorno finalmente maddormentai; e dormendo, mi pareva essere in su quella riva dArno dove gi stetti a vedere pescare quello poverello, e veggendolo n pi n meno come allora tuffandosi pigliare gran quantit di pesci, ne aveva maraviglioso piacere; [55] quando mi viddi avanti a gli occhi uno carro grandissimo comparito, mezzo bianco come lavorio, e mezzo nero e guisa di brace spenta; da il lato destro era una grandissima colomba come la neve bianca, e dal sinistro uno smisurato corbo nero a similitudine de lebano, che nel modo che i nostri carri fanno i cavalli e i buoi, quello tiravono: [56] nel mezzo appunto era posto una sedia, la met bianca e

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laltra nera, come tutto il resto del carro miracolosamente lavorata, dove io mentre che stupito remirava, non so da chi n come fui posto a sedere: ma non vi fui cos tosto dentro che la candida colomba e il tetro corbo, spiegando lali pi veloci assai che l vento, se ne girono per laria volando, e poggiando a lo in su, tutti i cieli mi parve che passassino. [57] Ma lasciando indietro le maraviglie che io vidi, mi guidarono a modo nostro in uno spaziosissimo salotto tondo, e postomi nel mezzo, a pi duna grandissima palla mi lasciorono; intorno alla quale tre gradi stavono di bellissimi giovani; i primi di verde erano vestiti, di bianco i secondi, e i terzi di rosso. Cos quivi condotto trovandomi, maraviglioso aspettava quello che seguire dovesse, quando quella grandissima palla scoppi e saperse, e restvvi una sedia altissima che parea che ardesse, e suvvi un giovane a sedere, pure di fuoco vestito e di fiamme accese incoronato. [58] Ma qundo egli volse inverso me la faccia, locchio mio debilissimo non potette soffrire tanta luce, perci che mille volte era pi fulgida e splendida che quella del sole: ondio, abbassatoli e in terra guardando, mi accorsi tosto che dal soverchio splendore era cieco diventato: quando con voce che parve duno terribilissimo tuono udi dire una parola non mai pi da me udita, n mai credo nel mondo favellata; [59] onde subito, non veggendo da chi, mi senti portare, e doppo buon spazio per laria aggiratomi, fui in terra posto sopra uno erboso prato, secondo che mi pareva (brancolando con le mani) sentire; ed eccoti una voce umana udi che disse: Figliuolo, non dubitare; aspetta, che tosto riarai il vedere: [60] al suono delle cui dolcissime parole voltomi, e rispondere volendo, non potetti quello che io aveva nellanimo fare noto con la lingua, e di cieco mi conobbi ancora essere muto diventato; e non meno dolente che pauroso, attendeva ci che nella fine essere di me doveva, quando da persona viva mi fu presa la mia destra, e

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dettomi: Distenditi in terra quanto sei lungo. [61] E io obbediente cos fatto, appunto arrivai alle fresche sponde duna fontana, e distendendomivi dentro la mano, mi comand colui che gli occhi mi toccasse, e con le santissime acque mi lavassi tutta la faccia, e subito, oh cosa miracolosa!, riebbi la vista; e girato gli occhi intorno, fu da cos maraviglioso stupore sopraggiunto che per la dolcezza e per la gioia parea che il core mi volesse saltare del petto, veggendomi innanzi a uno cos devoto e venerabile eremita, daspetto venusto e severo. [62] La faccia aveva squalida e macilente, gli occhi dolci e gravi, la barba folta e lunga sino al petto, le chiome distese e sopra le spalle cadenti; i peli delluna, e dellaltra i capelli sembravono fila di purissimo argento tirato, le vestimenta lunghissime erano, e sottilissime, del colore della luna, cinto nel mezzo con dua fila di fressibili giunchi; in testa aveva di pacifica uliva leggieri e vaga ghirlandetta: dogni onore certo e reverenza degno. [63] Il prato dove io sedeva era di minuta e cos verde erbetta, che alquanto pendeva in bruno, destinto per tutto e variato da mille diverse maniere di soavissimi fiori; e quanto locchio mio scarico poteva vedere intorno, tanto durava, e forse pi assai, la lieta pianura senza esservi arbori di sorte alcuna; il cielo di sopra si scorgea lucente e chiarissimo senza stelle, luna o sole. [64] Sedevasi la persona divina sopra un rilevato seggio, che era uno sasso vivo circundato dedera; da ogni banda vedere si potea una non gi troppo grande, ma vaga e dilettosa fonte, non da dotte o maestrevoli mani artificiosamente di marmo o dalabastro fabbricata, ma da la ingegnosa natura puramente prodotta; le sponde delluna erano di freschi e rugiadosi gigli, laltre laveva di pallide e sanguigne viole: lacque della prima sembravono molle e tenero latte, quelle de la seconda parevano di finissimo e negro inchiostro. [65] Ora mentre che io rimirava intento le detto cose; il santo vecchio mi benedisse, e in uno stante mi ritorn la

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favella; ondio inginocchiatomili a i piedi, adorando, il meglio che io sapeva li rendeva grazie, quano egli rompendomi le parole disse: Abbia cura e diligentemente attendi a quello che io fo, perch sar fatto a tuo amaestramento. [66] E sedendo in mezzo alle due fontane, con la destra un sasso piccoletto prese, e ne la fonte che guardava a loriente lo gitt; ma non s tosto le bianchissime acque percosse, che di quelle si vidde uscire un bambino bianco e ricciutino, di razzi e di stelle e di vivo splendore circundato, cantando e ridendo in vero il cielo salire, e come avessi lale, in su volando, and tantalto che io lo persi di vista; [67] e doppo con la sinistra mano un altro sassetto prese, e nellaltra fonte sinistra alloccidente volta gittatolo, subito tocca la caligginosa acqua, si vide visibilmente uscire un altro bambino livido ed enfiato, e intorniato di ruote di fiamma accesa, e come se egli ardesse si storcea e dimenava; e in uno tratto apertasi la terra, dinanzi a gli occhi miei si fece una caverna profondissima; nella quale gridando e stridendo quel bambino si misse allo in gi precipitando; ma tostamente inghiottitolo, si riserr la fessura e ritorn la terra la pari, e come prima erbosa e colorita. [68] Allora luomo di Dio chiamatomi, che quasi semivivo stava sopra le vedute e maravigliose cose pensando, disse: Figliuolo, se tu farai quel che io ti dir, alla fine della vita lanima tua volando se ne andr come il bambino che usc di quella fonte, e mostrmmi con la santa mano quella di latte, e poi soggiunse: Se tu romperai il mio e di Dio comandamento, con laltro che di quellaltra usc, nel profondo dellinferno, cadendo, si ritrover a perpetuo supplizio condennata. [69] Ondio, fra paura e speranza doloroso e allegro, cos risposi: Servo di Dio, comandate pure, ch io sono per fare ci che piace a voi e al mio Signore. Ed egli mi disse: La prima cosa ti conviene, svegliato che sarai, trre sessanta lire e andartene a una persona religiosa che io ti metter nel pensiero, e a

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lei consegnarle, e dirle che la met ne doni al convento, e che dellaltra faccia liberamente la volont sua, ma ordini che tre luned alla fila si cantino le messe di santo Gregorio, e faccisi uno ufizio solenne per lanima del pescatore che, a le tue cagioni morendo, ora si truova nel purgatorio; [70] e di poi ti bisogna legittimamente sposare la donna che fu del morto Gabriello, e come fare debbe marito a moglie, trattarla e onorarla, e pigliare ancora i duoi suoi piccoli figliolini e, come se di te nati fossino, amargli e custodirgli: e volendo obbedire al mio comandamento, andrai tosto a trovare il padre spirituale che io ti mostrerr, e consigliati seco e attienti al suo parere, ch farai bene. [71] Io appunto risponder volea che era contentissimo quando, insieme col sonno, il prato, le fonti e il santo eremita sparvano da gli occhi miei; ma ritrovatomi nel letto attonito e smarrito, pi volte riandai e rivolsimi per la fantasia le vedute e dette cose, e tra s e il no dimorato gran pezza, alla fine spaventato mi disposi di seguire quello che mi era stato comandato. E cos sono a voi venuto, perch, tosto che io fui desto, a voi si volse il mio pensiero; e bench io altrimenti che per fama non vi conoschi, spero che per piet e carit non mi abbandonerete. [72] Frate Angelico, che quasi una mezzora intentissimo era stato alle parole di colui, e piena fede prestandoli, stupito e maraviglioso, ogni cosa considerato, rispose che tutto era seguito per volont di Dio, e che non li mancherebbe del suo consiglio; ed espostogli prima tutto e interpretato il sogno, lo confort ad ubbidienza: a cui rispondendo Gabbriello, disse: Perch voi veggiate se io sono disposto a ci, ecco che io ho portatovi intanto le sessanta lire ; e scosso una borsa, gliene rovesci innanzi tutte, e di moneta dargento; alla cui dolce vista, ancora che santissimo, si rallegr tutto il padre spirituale; e preso i danari, disse: [73] Figliuolo, le messe si cominceranno il primo

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luned; ci resta solo il matrimonio, al quale ti conforto: e non guardare a ricchezza o nobilt, perch delluna non hai da curarti, sendo ricchissimo per la grazia di Dio, e dellaltra non di fare conto, poi che tutti a principio nati siamo dun padre e duna madre, e la vera nobilt son le virt e il temere Dio, di che nha costei, ch io ben la conosco, e i suoi parenti bonissima parte. Io non sono qui per altro rispose colui , si che io vi prego che mi mettiate per la via. [74] Quando vorresti tu darle lanello? seguit il frate. Oggi, se la se ne contentasse soggiunse Gabbriello , tanta paura mi fece quel bambino affogato, che stridendo se ne and a Casa calda. Al nome di Dio rispose il padre , lascia un poco fare a me; vattene in casa e di l non ti partire, che avanti desinare spero che si faranno queste benedette nozze. [75] S, che io ve ne prego rispose Gabriello e mi vi raccomando . E auto la benedizione, di camera del frate si usc, e lietissimo in casa se ne torn, aspettando che la cosa avessi secondo lintento suo effetto felicissimo. [76] Il frate, riposti i danari, prese una compagnia e se ne and a trovare un zio della Santa che era calzolaio, e cos un suo fratello cugino, barbiere; e narrato loro ogni cosa, ne andarono insieme a trovare a casa la Santa; e fattole intendere il tutto, male volentieri fingeva darrecarvisi. Pure coloro tanto la pregorono, mostrandole per mille ragioni questessere la ventura sua e de suoi figliuoli, che la vi si arrec, e quasi piangendo disse che non lo faceva per altro che per il commodo e lutile de i suoi figliolini, e ancora perch molto Lazzero simigliava il suo Gabbriello. [77] Volete voi altro? Per dirvi brevemente, che la mattina medesima tanto si adoper il frate con i parenti di lei, che in presenza di pi testimoni e del notaio, sendo tutti andati in casa di Lazzero, Gabbriello

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la seconda volta, allegrissimo, dette in persona di Lazzero a la sua Santa lanello, la quale, gi spogliatosi la nera, si era duna vesta ricca e bellissima addorna, che fu della moglie del fratello dellaffogato Lazzero, fra molte altre scelta che a punto parea tagliata a suo dosso. [78] E cos la mattina fecero un bellissimo desinare, e la sera una splendidissima cena, la quale fornita, presano licenza i convitati, e li sposi se ne andorono al letto, dove lieti insieme ragionando, della semplicit del frate, della credulit de parenti e de vicini e di tutte le persone si ridevano, oltre a modo della felicissima ventura loro rallegrandosi; e gioiosi attesano la notte a darsi piacere, non conoscendo di quanto male e incomparabile danno sar loro cagione lavere ingannato gli uomini e dispregiato Idio. [79] La fante e il famiglio, avendo veduto fare s grande spendio, si pensavono che fusse rispetto a le nozze, non troppo contenti di questo parentado. Gli sposi levatosi tardi la mattina, avendo beuto luova fresche, visitati da i parenti della Santa, fecero ancora per la mattina un suntuoso convito, e cos a stare in festa durorono tre o quattro giorni. [80] Avendo Gabbriello onorevolmente rivestiti i figliuoli, si viveva con la sua due volte moglie pacificamente in lieta e riposata vita; la Santa, veggendosi di terra essere volata al cielo, e dellinferno salita in paradiso, in tante delizie e in tanta roba trovandosi, insuperbita si dispose fornire la casa di nuovi servidori; e fatto intendere al marito che quelli non li piacevano, fu forzato colui mandarli via, e chiamatoli un giorno fece loro le parole; e a la serva vecchia, che gran tempo vera stata, dette dugento lire per maritare una sua figliuola, e cos ancora al famiglio, che di poco vera venuto, oltre al salario don una buona mancia, e mandonneli in pace. [81] La Santa, due serve avendo trovate e uno servidore, non contenta deliber condursi in casa ancora una vecchicciuola sua conoscente con una sua figlioletta bellissima di sedici o diciassette anni; e fece tan-

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to che Gabbriello ne fu contento, dicendoli che la fanciulla per cucire e tagliare e lavorare benissimo camicie e gorgiere era il proposito e il bisogno della casa; e cos con il suo Gabbriello dimorando, come una signora vivea, e tutta Pisa ne le aveva invidia, dicendo che la morte del marito lera stata felicissima vita, e cos de i suoi figliuoli. [82] E se ne faceva un dire grandissimo, parendo a molti cosa male fatta, dicendo colui averlo consentito per pazzia: alcuni stimavono per misericordia, e altri che imburiassato dal frate, per le sue persuasioni a ci fare si fosse condotto; pure, non avendo colui parenti, non ne li era da persona rotto la testa. [83] Gabbriello nondimeno, faccendo le vista non sentire niente, poco usciva fuori, e dove egli era conosciuto si ingegnava di fare e di immitare quanto pi potea i modi di Lazzero; ma, tornato a gli orecchi al frate come molti lo incaricavono, fece una domenica mattina nel Duomo, che a punto vera la sagra, per giustificarsi una devotissima predica, nella quale tutto il sogno di Gabbriello raccont: [84] e lo espose e interpret di maniera, dandoli cos bella allegoria, che poco meglio ara fatto il mio frate Giovanni da Lanciolina, dicendo che cosa fosse il carro e la sedia bianca e nera, e assomigliando i duoi uccelli che lo tiravano e, come voi sapete, tutte laltre cose di mano in mano; tanto che le pi persone si pensorono che fusse stato veramente uno miracolo, e ne restorono soddisfattissimi. [85] Gabriello con i figliuoli e con la moglie si attendeva a vivere in somma gioia: ma la fortuna invidiosa, che sempre fu nimica de i contenti e de i mondani piaceri, ordin di modo che la letizia loro in dolore, la dolcezza in amaritudine e il riso in pianto si rivolse; per che Gabbriello ardentissimamente si innamor della Maddalena, ch cos si chiamava la figliuola di quella vecchicciuola amica della Santa, la quale per compassione in casa si avevano raccettata; [86] e cercando con ogni

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industria colui di venire allintento suo, oper tanto con preghi e con danari con la madre, che era poverissima, che la figliuola conobbe carnalmente; e continuando la cosa, di giorno in giorno a Gabbriello cresceva lamore; ed egli, bench qualche ducato spendessi, attendeva a darsi piacere e buon tempo, e senza che nessuno lo sapessi si godeva la sua Maddalena. [87] Ma non potettono cos segretamente governarsi che la Santa non se ne avvedessi; di che con Gabbriello prima ebbe di sconce e strane parole, ma pi villanamente con la vecchia e con la Maddalena processe: e un giorno doppo desinare, che Gabriello era ito fuori, con le loro cose le mand via, avendo detto loro una villania da cani. [88] Di che, tornato, Gabbriello fece grandissimo romore, e a casa loro le cominci a provvedere, crescendoli di mano in mano il disordinato desiderio: e con la moglie stava sempre in litigi e in guerra, perch non le dando pi noia la notte, come fare solea, andando il giorno a scaricare le some alla sua Maddalena, era colei in troppa rabbia per la gelosia e per lo sdegno salita, tal che in quella casa non si poteva stare per le grida. [89] Onde Gabbriello garritola, confortatola, ripresola e pi volte minacciatola, e niente giovando, per dare luogo al furore di lei e al suo cocentissimo amore se ne and in villa, e vi fece la sua Madalena e la madre venire; dove senza esserli rotta la fantasia dalla importuna e sazievole moglie, allegrissimo, piacere si dava e buon tempo. Della qual cosa la Santa rest s dolorosa e mal contenta, che altro non faceva mai che sospirare e piagnere, del disleale marito e della disonesta madre e della odiata fanciulla dolendosi. [90] E sendo gi passato un mese, e Grabbriello non tornando n faccendo segno di tornare, con la sua innamorata trastullandosi, e avendo ogni giorno la Santa nuove della buona cera che insieme facevano, fuori il modo e sopra ogni guisa uman dolente, di tanta collora, furore, rabbia e odio incontro a lei e al marito si accese, che disperata,

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non pensando al danno che riuscire ne le potea, si dispose e deliber daccusare il marito, e manifestare come Gabbriello da Figline pescatore, e non Lazzero fosse; In questo modo dicendo gastigher il crudele marito e le nimiche femmine . [91] E senza altro pensare, infuriata, allora allora si misse la cioppa, e senza trre compagnia di serve, sola portata dal furore se ne and, che era quasi sera, dentro a uno Magistrato che giustizia teneva, come nella citt nostra gli Otto di guardia e bala; a i quali fece intendere tutti i casi del marito, affermando che Gabbriello e non Lazzero fosse; e per verificargli disse loro del contrassegno di che restare ingannati non potevano, e che tutto lerrore era venuto per il tanto simigliarsi. [92] Il segno era questo, che a Gabbriello poco tempo innanzi enfiato e guasto un granello, fu forza, volendo fuggire la morte, cavarselo, s che nella borsa si vedea una margine grandissima, e solo avea un granello. Il Magistrato fece ritenere la donna, pensando che esser potessi e non essere la verit; e la notte stessa mandorono la famiglia del bargello, che, nel letto con la sua amorosa giacendo, Gabbriello che non se lo aspettava presono, e innanzi al giorno in Pisa e in prigione condussono. Il quale malinconoso insino al giorno stette, e di poi venuto allesamine nulla voleva confessare, anzi come insensato a guisa di Lazzero rispondea. [93] Ma coloro gli feciono venire innanzi la moglie, alla cui vista grid ad alta voce, ficendo: Bene mi sta ; e a lei rivolto disse: Il troppo amore che io ti portai mha qui condotto ; e al Magistrato rivolto, tutto il caso cos veramente comera seguito, raccont. Ma coloro dellavere uccellato il fraticello semplicetto e schernito Cristo due volte, avendo reiterato il santo matrimonio con la stessa donna, ripresolo, e spaventatolo minacciandolo sempre, li dissono che fermamente te-

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nevano che Lazzero da lui maliziosamente fossi stato affogato e morto per rubargli con la similitudine, come gli era riuscito, e godersi le sue ricchezze: [94] e incrudeliti, messolo alla tortura, tanti martri e tanti gli dierono che innanzi da lui si partissino ogni cosa come a loro piacque confess, e daverlo astutamente affogato e morto per dare quello che insino a quivi li era riuscito per la tanta simiglianza. [95] Per il che dette il Magistrato la sentenza: che laltra mattina, faccendo le cerche maggiori per Pisa, giustiziato aspramente fosse; e per non avere il morto affogato Lazzero erede, tutta la sua robba ingomberorono, mandando in villa a pigliare le possessioni, dove fu cacciato ognuno fuori: s che la Madalena e la madre se ne tornarono a la loro casetta povere e sconsolate. [96] La Santa, sendo stata licenziata, se ne torn verso casa, credendosi come prima essere la bella madonna; ma ne rest di molto ingannata, perch le serve e i figliolini trov fuori de la famiglia della Giustizia essere stati cacciati, onde dolorosa nella sua vota casa se ne entr, tardi piangendo e dolendosi, accorta dellerrore suo. [97] La novella si sparse intanto per Pisa, tal che ognuno stupiva attonito e maraviglioso; ma sopra tutto il frate non si poteva dare pace, dicendo che lavere dispregiato la santa fede, e lessarsi fatto beffe di messer Domenedio laveva a quel termine condotto: e cos tutti i Pisani biasimavano non manco la malignit e lastuzia de lo scellerato pescatore, che lingratitudine e la iniquit della perfida moglie; [98] e alcuni parenti, che a vicitarla erano andati, tutti la riprendevano e proverbiavono, protestandoli che con i suoi figliuoli di fame si morrebbe, cos crudele avendo fatto e inumano tradimento al povero marito; di che malcontenta e piangendo lasciata lavevano. [99] Venne laltra mattina: e allora deputata, sopra uno carro, lo infelicissimo Gabriello, senza colpa, si pu

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dire, e per Pisa fatto le cerche maggiori, e in pi parti attanagliato, in piazza ricondotto sopra uno palchetto a posta fatto, bestemmiando sempre s e la iniqua moglie, da il maestro giustiziere fu in presenza del popolo squartato; e di poi insieme ridotto, sopra il medesimo palchetto acconcio fu disteso, che quivi tuto lavanzo del giorno stessi, ad esempio de rei e malvagi uomini. [100] La Santa, auto le triste novelle fuori di speranza al tutto, mille volte e mille pentitasi invano, priva trovandosi a le sue cagioni del marito e della roba, si dispose da se stessa del commesso peccato pigliare la penitenza; e arrabbiata, pensato avendo quello che fare volesse, quando la maggior parte delle persone erano a desinare, con i suoi duoi figliolini, presone uno da ogni mano, piangendo in verso piazza sinvi. [101] Quelle poche persone che la vedevano, conoscendola, la biasimavono e riprendevano e lasciavono andare; e cos in piazza a i pi del palchetto arrivata, pochissima gente vi trov intorno, e se fra quei pochi era chi la conoscessi, non sapendo quello che fare volessi, le davono la via; ed ella, piangendo sempre, con i duoi figliolini la crudelissima scala sal e fingendo dabbracciare e piangere il morto marito, era dintorno aspramente ripresa, dicendo: Pessima femmina, la piange quello che lha voluto, e da se stessa procacciatosi . [102] Ella, avendosi fitto lugne nel viso, e stracciatosi i capelli, chinatasi a terra, e il morto marito baciando, fece i teneri figliuoli chinare ancora dicendo: Abbracciate e baciate il povero babbo ; i quali piangendo tutto il popolo lacrimare facevano: ma la cruda madre, in questo, cavato fuori del seno uno bene arrotato e tagliente coltello, la figlioletta maggiore in un tratto percosse nella gola e subitamente la scann, e arrabbiata, in uno attimo al maschio voltasi, il medesimo fece, cos tosto che la brigata a ffatica se ne accorse, e furiosamente in s rivoltasi, ne la canna della gola il tinto coltello tutto misse, e

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scannatasi morendo addosso al morto marito cadde morta. [103] Quelle poche persone questo veggendo, ad alta voce gridando, lass corsano, e i duoi miseri fratelli e la sventurata madre trovorono che davono i tratti, scannati a guisa di semplici agnelli. Il romore e le grida si levorono grandissime per tutto Pisa, e si sparse in uno tratto la crudel novella, s che le genti piangendo correvano per vedere uno cos spaventoso e crudelissimo spettacolo. [104] Pensate che pietade e che cordoglio, il padre e la madre vedere con i duoi loro cos begli e biondi figliolini crudelmente feriti e orribilmente insanguinati, morti luno sopra laltro attraversati giacere! Ceda Cizia, Grecia, ceda Troia e Roma e lempia e scelerata Pisa, fonte, ricetto, albergo e madre della crudelt. [105] I pianti, i lamenti e le strida intanto erano tali per tutta la citt che parea che fossi fornito il mondo; e sopra tutto a i popoli dolea la morte de duoi innocenti scannati fratellini, che senza colpa o peccato, troppo inumanamente da il paterno sangue e da quel dellempia madre tinti e macchiati, in terra morti stavano, che pare che dormissino; [106] avendo la tenera gola aperta, e di quella caldo e rossissimo sangue gemendo, tanta ne i petti de riguardanti e dogli e compassione mettevano, che chi ritenuto avesse le lacrime e il pianto, o sasso o ferro pi tosto che corpo umano dire si sara potuto: perci che lo inumano, crudo e scellerato spettacolo ara potuto destare alcuno sprito di piet nella crudeltade stessa. [107] Quivi alcuni conoscenti e amici di Gabbriello e parenti della Santa, con licenzia della Giustizia, il marito e la moglie fecero porre in una bara; e perch morti erano disperati, sendosi luna uccisa da se stessa, e laltro, sempre dolendoso della donna con dire che moriva a torto, bestemmiando insino a lultimo, non si era mai voluto raccomandare n a Dio n a santi, furono reputati indegni di essere sotterrati in luogo sacro, e per lungo le mura li

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portorono a seppellire; ma i duoi fratellini con dolore inestimabile di tutti i pisani in Santa Caterina sotterrati furono. [108] Ora voi avete veduto quanto la gelosia, lo sdegno, lodio e la rabbia in petto femminile abbia valore e potenza; e chi donna alcuna offende, certissimo stia a qualche tempo della vendetta; e bench mille volte faccia pace, e che teco mille volte abbia riso, mangiato e dormito, non dimentica mai lingiuria, n mai, come luomo, liberamente perdona, n vale per essergli amico, parente o fratello, perch al padre, al marito e a i figliuoli, con danno e infamia incomparabile mille volte hanno nuciuto, come per la favola detta lo essempio avete potuto comprendere. [109] E per ogni uomo consiglio che si ingegni di non fare oltraggio o dispiacere a donne, anzi con ogni studio si sforzi accarezzarle, e tanto maggiormente, quanto pi gli sono amiche o propinque per parentado, o per matrimonio congiunte. [1] Non occorti avvedimenti, non pronte risposte, non audaci parole, non arguti motti, non scempia goffaggine, non goffa scempiezza, non faceta invenzione, non piacevole o stravagante fine, non la letizia n il contento, ma focosi sdegni, feroci accenti dira, ingiuriose parole, angosciosi lamenti, rabbiosa gelosia, gelosa rabbia, crudele invenzione, dispietato e inumano fine, il dolore e il dispiacere avevano questa volta da i begli occhi delle vaghe giovani tirato in abbondanza gi le lacrime e bagnate loro le delicate guance e il morbido seno: n di piangere ancora si potevano tenere; quando Fileno che seguitare doveva, rasciuttosi gli occhi, prese favellando cos a dire: [2] Pietose e benigne donne, e voi altri ancora, certamente egli non fu fuor di proposito in mezzo a tanto zucchero e mle alquanto dassenzio e dallo mescolare, acci che per lamaritudine sia meglio conosciuta la

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dolcezza; per che li contrarii diminuendo laltre, le cose belle e buone di bont e di bellezza in infinito accrescano: per questa cagione mi rendo certo che se le passate novelle della presente Cena vi tornerete nella memoria, quanto questa vi ha pi dato tormento, tanto pi vi accresceranno il contento e la gioia; e ancora io ho speranza che la mia, la quale sar tutta ridente e lieta, maggiore allegrezza e conforto vi porga . E cos detto con un dolce riso soavemente in questa guida cominciando disse: Nel tempo della felice memoria di Leone decimo fu in Roma uno giudeo ecc.

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[NOVELLA III]

... [1] Fu addunque, non ha gran tempo, nella magnanima citt nostra uno Bartolomeo degli Avveduti, cittadino assai nobile, e de i beni della fortuna molto pi che di cervello abbondevole. Costui (s come spesso interviene che a uno uomo qualificato e da bene tocca per consorte una bestia) sort, per grazia o per disgrazia che si fossi, una delle pi belle, gentili e costumate giovani che si trovassino in quelli tempi, non solo in Fiorenza, ma in tutta Toscana. [2] La quale, bellissima a maraviglia, era da molti, i primi e i pi ricchi della terra, amata e vagheggiata; ma per la costumatezza e continenza sua veggendosi indarno affaticare, perch n un riso solo n da lui uno lieto sguardo avere possendo, fuori di speranza abbandonavono la impresa. [3] Pure fra gli altri uno assai pi leggiadro e grazioso giovanetto, pi caldamento delle lodevoli bellezze, de i costumi e della sua grazia acceso, non spaventato dalla durezza, pi giorni e mesi continu di seguitare lanimosa traccia, come quegli che il core piagato avea da veri e pungentissimi strali dAmore. [4] Costui era nominato Ruberto Frigoli, e con un suo fedele amico e compagno che si chiamava Arrighetto, sagace e astutissimo, a cui lamore suo tutto scoperto e conferito avea, operava con ogni opportuno rimedio e per ogni verso di venire al desiato amoroso fine: e molte vie e modi tentati avevano, senza mai esserne riusciti alcuno. [5] Era il detto Bartolomeo colla donna Ginevra, ch cos nome avea, e colla serva solo in casa; n altri aveva-

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no che uno figliuolino duno anno, o incirca, a balia nel Mugello; e bench Bartolomeo fosse anzi che no vecchietto alquanto, era nondimeno rubizzo, proSperoso e gagliardo, e massimo ne i servigi delle donne, delle quali era molto amico: e quantunque il vino di casa sua ottimo fosse, andava spesso lo altrui procacciando. [6] Nondimeno sempre, o che ei lo facessi per gelosia o per sciocchezza o per quale altra si voglia cagione, sempre a casa sua fare volea le nozze, e per tale servigio teneva ordinata una camera terrena. Aveva la casa sua, come molte ne sono, luscio di dietro, che in una non troppo onesta strada riusciva; [7] nella quale, dirimpettole a corda, abitava una dimandata la Baliaccia, la quale faceva, come susa dire, dogni lana un peso, ma soprattutto ruffiana eccellente, e sempre aveva la casa piena: quivi capitavono fante sviate, fanciulle mal capitate, donne a spregnare, puttane forestiere cotal che sempre si trovava fornita di robe nuove. [8] Usava spesso Bartolomeo, per una finestra duna sua stanza, dove teneva colombi, guardare, e la sala della detta balia tutta scopriva; e quando per avventura qualche viso allegro vedea, o cosa che li andasse per la fantasia, si pattuiva con colei, e se la menava albergo, faccendole di notte e per luscio di dietro entrare, e innanzi al giorno uscire: e questo gli avveniva due o almanco una volta la settimana; faccendo alla moglie creder che per sanit cos solo dormire usava. [9] Ma Ruberto non solamente, come fanno i solleciti amanti, spiava tutti gli andamenti della donna sua, ma quelli del marito ancora; e sapendo come spesso per via di quella balia si giacea con qualche scanfarda, per dare compimento a i desideri suoi, si aveva fatto amica la Baliaccia, con lo aiuto nondimanco di Arrighetto, senza il quale non ara mosso uno piede: [10] e avendole pi volte pieno le mani, da lei in questa loro amorosa pratica avevano avuto e consiglio e aiuto; perci che Arrighetto ordinato avea uno astuto e scaltrito avvedimento: il qua-

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le avendo auto buono il principio, sperava migliore il mezzo e ottima la fine. [11] E molti giorni innanzi avevano cavato dellAntella, villa da Fiorenza lontana circa sei miglia, dove erano due possessioni dArrighetto, una contadinella, che per colpa del proprio marito era di poco capitata male, e per via del prete venuta nelle mani di Arrighetto, da lui molto bene veduta e accarezzata, perci che giovane era e assai ragionevole. [12] Questa tale di poi artatamente messa avevano in casa quella Biliaccia, e non ad altro effetto, se non acci che Bartolomeo se ne innamorassi, per venire e colorire i loro pensati disegni, avendo informato la balia che dicesse, dimandatonela Bartolomeo, che la fosse gentildonna romana, e come Lucrezia, a similitudine di quella antica, si chiamasse, e che solo a stanza di Arrighetto stessi. [13] Aveva per sorte di nuovo Ruberto a casa una sorella, divenuta rede per la morte del suo marito; e se ne aveva quasi tutte le masserizie portate, e, fra le altre, molte vesti di pi sorte drappo, anella, catene, delle quali alcune volte vestire facevano la detta fanciulla, la quale per forza di liscio, delle ricche e varie veste che tagliate a punto pareano a suo dosso, per le anella, per le catene, sembrava molto pi nobile e bella; [14] e imparato quello che fare dovesse, faceva a Bartolomeo, quando a le finestre per mirare veniva, con gli occhi e con gli atti i maggiori favori del mondo; tal che troppo bene riusc loro il pensiero, e se ne accese Bartolomeo di sorte, che non trovava luogo n d n notte, massimamente avendo inteso da la balia lei esser gentildonna romana, ch con una sua lunga filastroccola leggermente credere glielo fece. [15] E avendo pi volte cerco di dormire seco, come solito era con laltre, fu sempre ributtato da la balia e spaventato, col dire che solo a posta dArrighetto stava; che, per essere ricco e nobile, non le lasciava mancare cosa alcuna, ondella temea di non dispiacerle; [16] e di

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Arrighetto ancora dubitava, che risapendolo non le facesse qualche strano giuoco, talch Bartolomeo non aveva altro refrigerio che starsi alla finestra, e, quando egli poteva, mirarla; e pure non restava di pregare la balia che non guardassi a danari, e che gliela facesse avere seco a dormire una notte almeno. [17] La balia, ammaestrata, gli rispondea pure che era impossibile; ma pure un giorno, quando tempo parve a i giovani, da loro instrutta, a Bartolomeo disse come, mossa da i preghi e dalla compassione di lui, andassine ci che volessi, ad ogni modo parlare voleva alla Lucrezia in suo favore e veder dove la trovasse: di che Bartolomeo contento gli dette non so quanti danari; e offertolene degli altri, si part da lei tutto allegro. [18] E favelllatone con i duoi compagni la balia, e ammaestrata da quelli, il giorno vegnente, trovato Bartolomeo, fingendo, gli narr come favellato avea per suo conto alla fanciulla, e come cortesemente risposto le aveva che era per fare quello che la volessi, pure che la cosa andassi secreta, e che Arrighetto non lo risapessi; ma che aspettava il tempo, e questo sarebbe, quando Arrighetto andassi di fuori e la lasciasse sola. [19] Piacque molto la imbasciata della balia a Bartolomeo; e offertoseli di nuovo, prese licenza, e stavasi aspettando questa beata notte con maggior desiderio che gli imprigionati qualche buona nuova, onde liberati esser possino da la carcere: di che Ruberto e Arrighetto gioivano oltre a modo. [20] L onde una mattina per loro commessione aspett la balia che Bartolomeo uscisse di casa, e li disse, doppo le salutazioni, come Arrighetto sera partito allora allora per andare in villa di Ruberto suo compagno, e per lo meno vi star duoi o tre giorni; e per non allungar la cosa, gli fece la balia intendere come la fanciulla voleva la sera venire a starsi seco, con questo che le donassi dieci ducati, e volevagli innanzi. [21] Parve a Bartolomeo toccare il cielo col dito e li rispose:

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Balia, non dubitare, tutto sono qui doro, e mostrlle la scarsella; e rimasono daccordo che la sera venente in su lunora, come soliti erano, venissi per luscio di dietro; e si partirono ognuno alle faccende sue. And Bartolomeo in chiesa prima a far certe sue devozioni, di poi ordin, passando di Mercato, per desinare molto bene, e per la sera una grossa cena; [22] e ne and al barbieri, e si rase ancora, acci che pi giovane a la sua fanciulla e morbido paresse; e poi che egli ebbe desinato, si messe a dormire, per potere meglio stare la notte vigilante e desto nella battaglia damore. [23] Ma, dormito a bastanza, si lev e andssene a la finestra che erano quasi ventun ora, cercando se vedere potessi colei che morire lo facea; ed ella al solito se gli mostrava per limbicco, accennandoli e ridendoli spesso, di tal maniera che troppo gran contento ne pigliava Bartolomeo, e vi sara stato un giorno intero intero, che non gli sara paruto unora; la moglie si pensava che gli stessi a dare beccare o vagheggiare i colombi. [24] Ma quando parve tempo, giunse Arrighetto a la porta (veggendo che Bartolomeo lo vedeva) con un ragazzo dietro, abbaruffato nel viso e tutto furioso, battendo quanto pi forte potea; tal che tosto li fu tirato la corda, ed egli con una spinta entr dentro furiosamente. Bartolomeo, ammirato e mal contento, questo veggendo, la giudic trista vigilia di pessima festa, e dolente si pose ad aspettarne il fine; [25] quando, doppo non molto, uscire vide di casa Arrighetto, soffiando che pareva uno istrice: ditroli il ragazzo con un fardello di panni sotto il braccio e uno in capo; seguitava dipoi la fanciulla, la quale, ammaestrata, teneva il fazzoletto in su gli occhi, come se la piangesse la morte di sua madre. [26] Bartolomeo da la finestra ogni cosa veduto aveva, tanto che per la doglia non sapea che farsi, poscia che tutto il suo bene se nera partito, n sapeva dove cercarselo, e millanni li pareva di rivedere la balia: per

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che, itosene a luscio, attendea solo se vedere la potesse; ma ella, non prima scortolo da i fessi della impannata, che nella strada ne venne, fingendo andare fuori per altra faccenda. [27] Ma tosto Bartolomeo la chiam, e quasi piangendo le disse: Balia, che cosa questa che io ho veduto? O tu non mi dici nulla? Dove n ita la speranza mia, il mio bene, il mio conforto, la vita, anzi lanima mia? Ohim! rispose la balia. Naffe! Io non lo so; ma ben si pu pensare per lei non troppo bene, perci che colui parea disperato, anzi arrabbiato; e bestemmiando sempre le disse che pigliasse i panni e tutte le cose sue, e caritcaone quel famiglio, le comand che lo seguitasse. [28]La poverina non sapea per la paura in quale mondo la si fosse, e no possendo resisterli, fu costretta fare la voglia sua, n ebbe pure tanto agio che la mi dicessi a fatica A Dio; e come voi vedeste, quasi piangendo se ne part. E non disse dove menara se la volesse, o che se ne volessi fare? Bartolomeo seguit. [29] Messer no la balia rispose; e soggiunse, battendo prima luna mano con laltra: Oh meschinella, in quali mani capiterai tu! Dio lo sa! E pure meriteresti ogni bene: uh, uh, sventura! Ella pure giovinetta: che santa Marinella da Fossombrone le sia in prottezione e la guardi da tutti i pericoli in acqua e in terra! [30] Come in acqua? dissegli , dunque si ha da partire di Firenze e solcare la marina? Ohim, trista la vita mia! Oh, che fia poi di me? No, no rispose la balia , no, no; io non dico per questo che labbia a navicare, ma feci per fare lorazione generale . E fingendo allora daver fretta, gli domand se egli voleva altro da lei. [31] Ohim! dissegli , hai tu cos tosto sdimenticato quello che era ordinato questa notte? E che io mi aveva a trovare paradiso?

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Misser no gli rispose la colei , ma che volete voi fare, se il cento paia di diavoli ci s intraversato, e hacci messo e la coda e le corna? Bisogna avere pacienza: qui non altro rimedio . [32] E voleva pure partirsi, ma Bartolomeo ritenendola disse: O non sai tu come io sono malconcio de fatti suoi? non vedi tu dove io sono condotto, e che io non posso vivere, se tu non mi dai qualche conforto? Ors, lasciate fare a me disse ella , e non dubitate, perch io conosco quel famiglio con chi la n ita, e non rester di cercarne tanto che io lo trovi, e da lui mi informer del tutto; [33] e se ci sar modo, state sicuro che io far tutto quello che sia possibile in vostro favore ; e impromessoli tornare quanto pi tosto potea con la risposta, si part lasciando Bartolomeo di dolore pieno e malenconia, che se ne ritorn in casa. [34] Arrighetto, quando per la fanciulla a casa la Baliaccia venne, aveva seco menato uno servo duno suo zio, che si chiamava Marco Cimurri, il quale con la moglie e la brigata se nera ito di fuori a uno suo piccolo loghicciuolo, ma per altro assai piacevole e bello, posto nella villa di Settignano, quattro miglia lungi dalla citt; e aveva lasciato il detto famiglio in guardia della casa, che da Arrighetto richiestone, per essere nipote del padrone, prestata gnene aveva, e in quella con Ruberto disegnato avea di finire il lavoro cominciato. [35]Era la detta casa di l dal Carmino in una via solitaria, ma per altro dilettosa e bella e capace di stanze accommodate, e quivi guidato avevano la femmina e ordinato suntuosamente da cena. Ruberto non capiva in s per la letizia, sperando trovarsi di corto con madonna Ginevra, e di farsela amica per sempre; e venuto la sera, egli, Arrighetto, il servidore e la fanciulla cenorono allegramente; e di poi, ragionatosi per buono spazio sopra la materia loro, se ne andarono a letto. [36] Ma Bartolomeo per il

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contrario non potette la sera pignere gi boccone e li diceva la moglie spesso: Che buona ventura avete voi? dorrebbonvi mai i denti, che pare che voi non possiate inghiottire? No risposegli , questo mi viene per non eser ito fuori oggi doppo desinare, e non avere smaltito niente, bont di quei maladetti colombi. [37] Naffe! disse madonna Ginevra , voi non avete mai altra faccenda che stare loro dintorno: e pare che siano la bottega vostra. Gli la verit Bartolomeo rispose; e cos ragionando, quando tempo parve loro, se ne andorono per dormire: ma entrato nel letto Bartolomeo non potette quasi mai la notte chiudere occhi, sempre pensando a la sua innamorata e alla disgrazia che il giorno aveva auta, di sorte che non faceva altro mai che sospirare. [38] Onde la moglie, sentendolo cos rammaricare, li diceva: Che domine avete voi? Che cosa questa? Sentitevi voi dolere in alcuno luogo? Egli rispondea: Io non ho nulla ; e sospirava e rammaricavasi. La donna, tenera del marito, lo pregava pure che le scoprisse la cagione de i suoi tanti sospiri e s lunghi rammarichi; ed egli, dicendo sempre che nulla aveva, stette tanto che il nuovo giorno apparse; [39] e levatosi, ne and a una chiesetta vicina a pochi passi a la casa sua, dove la balia, per dare fine a lopera, lo aspettava, sapendo lusanza sua; n prima messe il pi dentro alla soglia, che la se gli fece innanzi e salutllo, dicendo con lieto aspetto e quasi ridendo: [40] Dio vi contenti . Sindovin di fatto Bartlomeo che portare li dovessi buone novelle, e tiratola da luno de canti le disse: Come, balia mia dolce, sei qui cos per tempo? Per servirvi risposella , e ne vedrete ora la prova.

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Ohim! balia cara, sguita tosto, cavami dellinferno: dimmi, che hai tu fatto di buono? Ho fatto tanto soggiunse la balia che voi non saperreste addomandare meglio . [41] E cominci: Come io vi dissi, quello servidore era mio conoscente; e tanto ieri, dipoi che lasciato vebbi, di qua e di l mi avvolsi, che in su la piazza di Santo Lorenzo, al tardi, lo riscontrai, e duna parola in unaltra lo condussi dove io volsi; e per dirvi brevemente, mi disse come Arrighetto lev di casa mia la fanciulla per non spendere, avendo dove tenerla senza spesa alcuna, in casa del zio, padrone del detto servo, per avere egli tutta la brigata in villa. [42] Ma la cagione dellessere disperato e arrabbiato veniva per aversi giucato venticinque scudi; e mi disse pi oltre che Arrighetto cavalc allora allora in Valdelsa al luogo di Ruberto Frigoli suo compagno, dove star forse parecchi giorni : la quale cosa piacque molto a Bartolomeo. [43] E li soggiunse dipoi come tanto ciurmare lo seppe, che la men in casa, dove favell a la fanciulla, e la ritrov del medesimo animo, e che era per fare tutto quello che la volesse; onde chiamato il ragazzo che in guardia laveva, disse che tanto feciono con buone parole e con promesse, che di grazia acconsent a le voglie loro. [44] Ohim! che io spasimo, io mi vengo meno, io muoio per lallegrezza disse allora Bartolomeo : finisci, finisci tosto quel che ne seguit. Duoi ducati disse ella gli promissi, s che a voi ne bisognano dodici, e sarete contento, e puossi fare il matrimonio a posta vostra, pure che venghino i danari. Ma c un dubbio solo, che la non vuole venire di notte tanta via per sospetto della guardia, non avendo bullettino; [45] e per non essere vista non verrebbe di giorno, non tanto per paura di lei, quanto per lonore vostro; s che vi conviene venire a casa sua.

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Non ne fare pensiero rispose egli ; prima morire che lasciare la casa e mgliama sola . [46] A cui la balia disse: Io me lo stimai sempre. Che cosa? disse Bartolomeo. Che voi non fuste innamorato da dovero risposella. Ed egli soggiunse: Io credetti oggimai che tu sapessi la natura mia: non consideri tu che quante io ne ho mai aute per tua cagione, lho tutte menate in casa mia? N per altro tengo la camera terrena apparecchiata; s che per tanto, se tu non hai operato altramente, tu mhai servito e acconcio per il d delle feste . [47] Gli risposte colei allora: Dico bene io che voi non ste innamorato, e che voi simulate, e sono tute ciance e ciurmerie le vostre . A cui egli rispose: Volessi Iddio che tu dicessi la verit, e ti avessi a pagare una gonnella! La balia, che sapeva ove a condurre lavea, diceva pur su, e lo faceva disperare, fingendo di adirarsi e di partirsi a rotta; ed egli, ritenendola, la pregava pure che vedessi se trovare si potessi altra via; ma ella tanto lo seppe aggirare e contaminarlo, che da se stesso dette nella ragna, e le disse: [48] Balia, io ho pensato un modo; perch la casa di Marco Cimurri posta di l dal Carmine in una via solitaria e che non vi passa quasi persona, di condurmi l tra la nona e l vespro, quando la maggior parte della gente a desinare e a dormire, s che agevolmente mi verr fatto lo entrare senza essere veduto, e cos la sera al tardi uscire . [49] Fece la balia alcuna difficult, pur poi vi si arrec, e consultorono di fare cos, che Bartolomeo, desinato un poco a buon ora, portato seco i dodici ducati, ne venissi in San Friano, dove sarebbe la balia, e quivi

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conchiuderebbono il tutto: e lasciaronsi. Bartolomeo ne and a le solite devozioni, e la balia a trovare Arrighetto che sera levato allora, e raccontlli tutta la cosa per ordine; di che egli e Ruberto feciono maravigliosa festa;e per quella mattina desin quivi la balia, e di poi ne and nella detta chiesa ad aspettare il vecchio. [50] Ruberto in sala si messe in aguato, e Arrighetto si nascose dreto a un canto non molto lungi da la casa: il ragazzo e la fanciulla, ammaestrati, si stavono per la loggia e per la corte, aspettando che la cosa avessi il fine che desideravono. [51] In questo mentre, sendo Bartolomeo a casa ritornato, e desinato a buon ora, con la maggiore allegrezza del mondo si part di casa, e si avvi passo passo inverso San Friano; dove giunto con la grazia di Dio, trov colei che lo attendeva; e, parlandovi brevemente, auto i dodici ducati, finse la balia dandare a portargli a la fanciulla, e darne duoi al famiglio; e disse a Bartolomeo che lo aspettassi, n di quivi si partissi, se prima non tornassi a riferirli. [52] Rest adunque Bartolomeo di gioia pieno e di contento, e la balia ne and come era lordine; e trovato Arrighetto, li annover i dodici scudi, tutti doro. Alla quale ne diede quattro Arrighetto, e le impose che dicesse a Bartlomeo che ne venissi a sua posta; ed ella cos fece, e trovatolo in San Friano che laspettava, gli disse che andassi quando ben gli veniva, e che altro non vera pi da fare; e gli fece intendere come luscio sarebbe in modo che serrato parrebbe, e che egli, veduto il bello, senza picchiare pignesse, e che gli cederebbe. [53] Cos informato, si part Bartolomeo, che per la letizia la camicia non diceva al culo vienne; e la balia se ne torn a casa a condurre de gli altri lavori. [54] Quando, doppo poco intervallo, giunse a la tanto desiderata casa Bartolomeo, e, come la balia disse, trov luscio; e guardato prima molto bene se persona lo vedessi, entr dentro allegramente; e serrato la porta da vero, ne and

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per il terreno, tanto che giunse in una bella loggia, dove era uno spazioso cortile, e vidde subito la fanciulla sedersi rasente una porta, donde sentrava in uno vago giardino. [55] Ma ella prima non lebbe scorto, che tutta ridente si rizz, e con dolce maniere lo ricevette; e presolo per la mano, lo condusse in una splendida camera terrena; e baciatolo un tratto, li cav il lucco di dosso, e sopra un lettuccio se lo fece sedere a canto, dimostrandoli le maggiori carezze del mondo. [56] Bartolomeo, non sendo uso forse, o non sapendo fare cortigianerie e cirimonie, deliber venire tosto a mezza spada; e gittatosele adosso, baciandola e succiandola, cominci a volere alzarle i panni. Quando, tiratosi indietro, la fanciulla con un riso li disse. [57] Dunque, Bartolomeo, volete voi farlo a uso di vetturale? Io voglio una grazia da voi, prima che pi oltre si vada. Chiedi pure rispose lietamente Bartolomeo. La fanciulla disse: La grazia questa: che, poich la fortuna benigna ci ha prestato tanto favore che insieme ritrovare ci possiamo, facciamola onorevole almeno; e per voglio che ce ne andiamo a letto per pi vostra e mia consolazione, dove ignudi nati palpare e toccare per tutto ci possiamo. E a mio giudizio sar doppia la gioia e il contento . [58] Restnne soddisfatto assai Bartolomeo, dicendo: Deh come, anima mia dolce, hai tu pensato bene! e cominci di fatto a isfibbiarsi e cavarsi il giubbone. La femmina li voleva aiutare tirare le calza, ma egli quasi adirato disse: Non piaccia a Dio, n voglia, che io patisca dalla regina della vita mia essere scalzato . [59] La fanciulla ne rimase lieta, perci che, da s faccendo, pi tempo metterebbe in mezzo: pure alla fine, spogliato in camicia, la se gli gitt al collo; e baciatolo alla franciosa, ne lo fece andare a letto; e fingendo, nel cavarsi una veste leggieri che aveva di drappo verde, non potere scirre uno aghetto, si dimenava e trattenevasi il

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meglio che poteva: quando due volte, luna doppo laltra, fieramente battuta fu la porta. [60] Chi sar ora? dissella. Sia chi vuole rispose Bartolomeo , fa pur tosto tu : ma colui raddoppiando il picchiare, mostrava che entrare volesse dentro. In questo venne il ragazzo, ammaestrato, a luscio della camera, e disse senza entrare dentro: Madonna, gli picchiato . A cui ella presto rispose: Va, vedi chi ; e se ti fussi domandato dArrighetto, di che ei non in casa . [61] Il ragazzo tosto ne and alla porta, n prima lebbe aperta, informato del tutto, che correndo ritorn a la camera, e disse: Madonna, ruinati siamo, ohim!, ch gli Arrighetto a cavallo con il compagno ; e corse via, come se per riceverli e per aiutarli smontare andassi. [62] Quando Bartolome sent nominare Arrighetto, gli entr tanta paura a dosso, che cominci a tremare a verga a verga, e non poteva quasi per laffanno raccr lalito. Ma la fanciulla piangendo gli disse: Ohim! Tosto, tosto uscite qua, venite tosto, che io vi nasconda, acci che noi scampin la vita almeno . [63] Per la qual cosa subito salt del letto sbigottito; ed ella presolo per la mano, cos in camicia lo condusse per una anticamera in uno necessario, e li disse che quivi stesse sicuramente, ch, come pi tosto avesse lagio, verrebbe per lui; e quivi lo lasci nella guisa che pensare vi potete. [64] Arrighetto non entr prima con il cavallo in casa, che Ruberto scese la scala, e seco entrato in camera, cominci fortemente a rammaricarsi, acci che Bartolomeo sentisse, fingendo essere stato gravemente nella testa ferito: e Arrighetto con parole accomodate lo confortava, e nella fine, mostrato daverlo messo nel let-

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to, simul dandare per il medico; e con prestezza della camera uscitosi, finse, aprendo e riserrando luscio da via, di uscire di casa. [65] La fanciulla intanto ne and a Bartolomeo, e raccontare le volea quello che da se stesso aveva udito; onde egli a lei rivolto, le dimand come egli stava, e da che venne la quistione, e chi ferito lavesse; ed ella gli rispose non avere cos bene inteso, ma che il colpo era nel capo e come Arrighetto era ito per il medico. [66] A cui Bartolomeo disse: Ben lo sentii, ma dimmi, che hai tu fatto de panni miei che rimasono in su il lettuccio? Gli ho riposti disse la fancilla nel cassone, e sono sicuri ; e dicendoli di nuovo che, come pi tosto potesse, verrebbe a consolarlo e cavarlo di quivi, si part. [67] In questo mentre Arrighetto, fingendo davere seco il medico, picchiato luscio da via e dentro entrato, in camera venendo e fatto a il ragazzo contraffare la voce, di stoppa e duova ragionando, facevano un gran romore; e cos stati alquanto, si partirono, e commessono alla fanciulla tutto quello che fare dovesse. [68] E dipoi, preso il lucco e le pianelle di Bartolomeo, se ne andorono in Mercato: e trovato uno zanaiuolo, gli insegnorono dove stava madonna Ginevra, e li dissono che le dicesse, datole il lucco per segno, che non aspettasse il marito a cena, e che li desse la cappa e il cappello, che per la sera stare si voleva con il compare; e che avvertisse a non mettere il chiavistello ne luscio, e che se ne andasse a letto a sua posta. [69] Il zanaiuolo del tutto pienamente informato ne and a la casa di Bartolomeo, e fece la imbasciata alla moglie; la quale, veggendo e conoscendo il lucco, gli credette assolutamente, e rimbrottando, li dette, come ei chiese, la cappa e il cappello. Il zanaiuolo tostamente ritorn dove laspettavono i duoi compagni, e lasciato loro la cappa e il cappello, se ne and a fare i servigi; ed eglino se ne ritornorono allegri a casa. [70] La fanciulla intanto era tornata a rivedere Barto-

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lomeo, e li aveva fatto credere come la sera alle due ore, o la mattina innanzi al giorno, se ne andrebbe a casa sua Ruberto; e datoli che portato avea, un pane e un boccale dacqua, lo confortava il meglio che sapeva e poteva, e che non dubitasse, e che non temesse, e che, se bene sopportava un poco per lei, lo ristorerebbe a doppio. [71] E tuttavia parea che la tremasse e che per la paura e per la fretta dire non potesse la centesima parte di quello che avea nellanimo; di che Bartlomeo avvedutosi, le diceva pure che andasse tosto via, acci che Arrighetto non sospettasse, e che la cosa non venissi scoperta, onde poi non avessi a nascere qualche grave scandolo. [72] Ella, fingendo di piangere, dicea: Ohime! che voi dite il vero: trista la vita mia, se nulla intervenissi: per abbiate pacienza e state allegro, che io verr per voi tosto che io possa. S, che io te ne prego, e mi ti raccomando rispose Bartolomeo; ed ella, riconfortatolo di nuovo, si part. [73] Cenorono intanto i duoi compagni con la fanciulla insieme; e discorse molte cose, e fatti diversi ragionamenti, si levorono da tavola e andoronsene per il giardino diportandosi al fresco, essendo quanto essere pi poteano i caldi maggiori. Bartolomeo, fatto mille propositi, li parve avere voglia di mangiare; e dato di mano a quel pane, ne lev a fatica duoi bocconi; e poi, preso il boccale, credendo vino, trov acqua pura; e bench gli paressi strano, pure, scusando la fanciulla, si pens che altro fare potuto non avesse; e con estrema pazienza si messe ad aspettare la colomba: ma questa volta li verr il corbo. [74] Arrighetto e Ruberto, fatto andarsene in una camera in palco la fanciulla a letto, e cos il famiglio ancora, si partirono di casa a punto che sonavono le tre ore, e andoronsene difilati alla abitazione di Bartolomeo; e come giunti furono sandorono aggirando intorno a la casa un pezzo: e consigliatosi e discorso di nuovo gli anda-

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menti loro, sendo gi le quattro vicine, cav Ruberto la chiave della scarsella di Bartolomeo che seco cinta portata avea, e in dosso la cappa e in testa il cappello; e aperto pianamente luscio, dicendo A Dio ad Arrighetto, e abbracciatolo e baciatolo, se ne entr in casa la sua madonna Ginevra, serrato diligentemente la porta. [75] Arrighetto non si part cos allora, anzi si stesse quivi dintorno, per riparare, se nulla accadesse; ma tosto che Ruberto fu in casa come disegnato aveva toccando sempre il muro and tanto che trov la scala; salendo sempre senza fare alcuno strepito, giunse in una assai spaziosa sala, e risguardando intorno, stava ammirato. [76] Aveva madonna Ginevra per il caldo lasciato non solo le finestre di sala aperte, ma luscio di camera ancora, e quello duna anticamera altres, e una finestra che riusciva in una corte similmente, acci che, entrato il sereno e lumido della notte, temperasse alquanto il soverchio caldo, e le desse cagione di potere meglio e pi riposatamente dormire. [77] Ma sendo stato Ruberto alquanto sopra di s, e veduto ed esaminato ogni cosa benissimo, ne and alla volta della camera arditamente; perci che la donna lasciato aveva acceso la lucerna, e dentro alla soglia delluscio dellanticamera pstola, cotal che mezza la camera luminosa rendea, e laltra parte, dovera il letto, restava scura; ma non per tanto che non si scorgessi un poco dalbore annacquaticcio. [78] Ma non prima messe dentro il piede Ruberto, che la donna vide a traverso il letto giacersi, coperta da le ginocchia insino a la cintura, onde i piedi piccoli e bianchissimi e il rugiadoso e candidissimo petto mostrava. Ruberto, fiso mirandola, sentiva una dolcezza incomparabile; ed essendoli chiaro lonest e la continenza sua, e conoscendola nobile danimo e di sangue, non potette fare che a prima giunta non temessi alquanto; e li fu per marcare il cuore, pensando a quel che riuscire ne potea, quandella, non vo-

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lendo e gridando, avesse fatto romore. [79] Pur poi, considerato quanto tempo speso avea, e quanto avea desiderato questa felice notte a cui sera finalmente condotto, si dispose, assicurato e inanimito da Amore, seguitare e fare quel per chei vera venuto, o morire: e pestando un poco fortetto lammattonato, si pose a quel buiccio sopra un forziero a sedere; e come volle la fortuna, si misse apunto dove scalzare si solea Bartolomeo. [80] La donna per il romore si dest, e sonnacchiosa, alzati gli occhi cos al barlume, vedere gli parve il suo Bartolomeo; per che li disse, stizzosa e mezza addormentaticcia: A questotta si torna? E perch non essere dormito in camera terrena, come solete spesso? Certo lavete fatto per dispetto; ma ors, ors, al nome di Dio, io ve ne pagher bene: venitene a letto, uscitene, che gli mezza notte oramai . [81] E cos dette queste parole fra il sonno, dato una volta, si raddorment; di chi Ruberto, non avendole mai risposto, e veggendo cos prosperamente andare la cosa, si rallegr molto; e rimasto in camicia, spense di fatto la lucerna, e cos al tasto trovato il letto, si coric allato a la sua madonna Ginevra: [82] e quasi tremando la cominci a toccare, e vegendo che la stava ferma, seguit avanti, distendendo le mani per il bianco corpo, e fra le morbide cosce attraversando le gambe, posto il viso sopra il delicato petto, baciandola e stringendola; e perch la giaceva per il lato, cos leggermente spintola, cadere la fece rovescio. [83] Per che risentita, e gi trovatoselo adosso, non ben dormendo n ben veghiando, anzi che no sdegnosetta, cos disse: Oh voi ste rincrescevole! Naffe! Gli a punto stanotte il maggiore caldo che sia stato questanno ancora, e a voi per sorte venuto voglia de fichi fiori: voi potavate pure indugiare a domattina per il fresco. Che crede-

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te voi fare poi in tutto in tutto? Ben lavevate in sommo . [84] Ruberto, gioiendo oltre a modo del parlare suo, aveva gi messo il cavallo per dritto sentiero, e gi incominciato a spronarlo arditamente. A la buona femmina parendo pi che lusato gagliarda e forte la bestia del marito, quantunque, racchetasi, di dormire fingesse, che non pareva suo fatto, saiutava pi che la poteva [85] e avendo gi Ruberto, con grande di madonna Ginevra, ma con maggiore sua consolazione, un miglio cavalcato, pens la donna che a lusanza smontare volessi, e per quella notte fornire il viaggio. [86] Ma sentendolo ancora in su le staffe, quasi ammirata aspettava quello che seguirene dovesse; quando Ruberto, riposato e preso alquanto di lena, riprese il cammino di tale maniera, che pi fresco e gagliardo che prima e pi valoroso mostrava esserli tra le gambe il destriero; di che la donna maravigliata, per i passi veloci, per la grandezza e gagliarda sua, conobbe tosto che altro cavallo essere dovea che quel del marito. [87] E certificata, avendo tocco per tutto il giovine, che senza barba, ma per dire meglio, con le caluggine trovatolo, e pi morbido e delicato cento volte del suo Bartolomeo, volle, gridando e dibattendosi, farli fermare il corso; ma non potette, dalla soverchia dolcezza ritenuta e impedita: perch, mentre che la dubitava, cavalcando era gi Ruberto presso alla fine venuto; [88] e a lei, quando dellinganno saccorse, cominciava a punto da le schiene a partirsi quella materia la quale poi per ordine della natura discendendo a basso, e soavemente per le manco oneste parti del corpo uscendo fuora, fa per il contento e la gioia torcere altrui la bocca, stralunare gli occhi, e sospirando dolcemente andarsene quasi nellaltro mondo. [89] Ma finito a unotta con la donna di camminare Ruberto il secondo miglio, messe quella un fiero grido, e a un tempo diede una stratta grandissima per gittarsi a

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terra del letto; ma le venne fallito il pensiero, perci che colui, dubitandone, strettissimamente la tenea; e le misse di fatto luna mano a la bocca, acci che gridare non potesse, confortandola e consolandola sempre con il migliore modo che sapea e potea, ch scotendo e dibattendosi, attendeva a ramaricarsi e dolersi. [90] Ed egli pure le dicea: Non dubitate, non temete, anima mia, io sono il maggiore amico, il pi fedele servo che voi abbiate ; e dissele il nome, e appresso mille altre parole affettuose e care che li dettava Amore: e tanto seppe ben dire e ben fare, che ella riconsolatasi e rassicuratasi un poco, intendere volle tutta la trama. [91] Ed egli, fattosi da il principio, ordinatamente li narr infino a la fine, e in qual modo a punto come inagannato aveano Bartolomeo, e dove a quellora si trovava; e di poi li soggiunse i dolori, gli affanni, i martri, le passioni, lamaritudini, i disagi, i pericoli che, amando, per lei sostenuti e portati avea, e sospirando e lacrimando sempre li domandava perdono e mercede; [92] ed ella rispondendoli, ma cos da il pianto interrotte parole, che intendere non si potevano: onde Ruberto, stringendosela al petto, non cessava di racconsolarla. Per che la donna restato alquanto di piangere, seguit colui il suo ragionamento, e le disse in questa guisa: [93] Madonna Ginevra, la cosa qui, e tornare a dietro, non che il mondo, far non la potrebbe il cielo; n io penso per questo avervi fatto oltraggio o dispiacere, perci che io ho cercato quello che lecito a cercare a ognuno: ho cerco di fuggire la morte, la quale fuggire cercano non solo gli uomini, ma gli animali irrazionali; perch senza la dimestichezza vostra era impossibile che molto lungo tempo restassi in vita. [94] Ma se pure voi pensaste che io avessi oltraggiatovi, o fatto contro al debito e al dritto ragionevole, datemi quella penitenza in ci che conveniente vi pare, e prendere di me quella

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vendetta che pi severa e pi aspra credete ; [95] e soggiunse di poi, piangendo pi caldamente: O voi mi avete a donare la grazia e il vostro amore prima che di questa casa eschi, o veramente a essere s cortese almeno che mi doniate la morte: e quando ci, crudelissima, mi negherete, da me stesso mi uccider ; e qui si tacque. [96] La donna, avendo udito e ottimamente considerato tutte le parole del giovane, cos li rispose: Scortese e ingrato che tu sei! Come, se gli vero quello che tu detto mhai, e che cos mi ami e tanto bene mi voglia, t egli bastato lanimo di privarmi e trmi quello che, se ben volendo, rendere non mi potresti?[97] Avevi, se vere sono le tue parole, a cercare lonore e lutil mio, e tu hai fatto lopposito; per, dispietato, crudele e mendace dire ti posso; ma bene pietoso e umano ti chiamer, se mi farai tanta grazia, che, come dellonore e dogni mio bene, mi privi ancora di vita . E piangendo dirottamente, con spessi e ardentissimi sospiri interroppe il parlare, e se gli lasci cadere con il viso sopra il petto, tutto di lacrime bagnadognene. [98] La strinse allora Ruberto, teneramente abbracciandola e baciandola: Come! Regina e donna della mia vita, credete voi disse che cos rigido e spietato sia, che di mia mano ministrassi tanto inumano e scelerato ufizio? E a chi? A colei che sopra tutte le cose amo, onoro, reverisco e adoro? A colei a cui sola piacer bramo? A colei dove il riposo, il conforto, la gioia e la pace mia alberga? A colei nel cui candido petto lanima e il cor mio vive? A colei senza la quale, pi tosto che vivere, mille volte eleggerei la morte? [99] Cessi addunque, ohim! cessi in voi cos fatta credenza: pi tosto in me, Giove irato, tu i fulmini spenda, prima, non vo dire che io commetta, ma che io abbia un minimo pensiero di potere, non in voi cos brutto e abbominevole eccesso commettere, ma di torcervi solamente un capello .

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[100] Era stata attenta la donna al suo lungo e piatoso ragionamento; ch mille altre affettuose parole disse, le quali, per non tanto tediarvi, si lasciono a dietro, che tutte penetrato le avevono il cuore; perci che, tornatole nella mente il giovane, che avendolo visto e considerato, molto bene lo conoscea, potette la chiara bellezza, la florida giovent, le lacrimose parole, i pietosi affetti, laudace animosit, il sottile ingegno, ma sopra tutto la gagliardia e la possanza del valoroso suo cavallo mettere nellindurato e diacciato petto di lei alcuna scintilla dellamoroso fuoco; [101] e acceso si sentiva ardere il cuore, e soavemente da non mai pi gustata gioia e da disusata dolcezza consumare, e le pareva sentire quel bene che si spera nel paradiso: e perci spesse volte nel parlar suo e a certe otte lo strinse amorosamente; alcuna volta affettuosamente baciandolo, lo succiava; quando allargava la via a i sospiri, e caldamente li mandava fuori, che ben parea che dal vivo e dal profondo del cuore nascessino. L onde prese animo Ruberto, ardire e conforto grandissimo; e mutato di pensiero, in cotal modo, abbracciatola prima e baciatola, a favellare le prese: [102] Madonna, perch tutte le cose che a noi mortali accaggiano, o buone o ree che le siano, da il volere divino procedano (perci che senza la volont di Dio non si muove fronda, e chi cerca di contrapporsi, o si rammarica di quello che intervenuto li sia, repugna alla celeste infinita potenza e si duole senza ragione, perch di tutte le cose in tutti i modi lodare si debbe e ringraziare quella, ancora che non fossono cos secondo la voglia nostra, pigliandole sempre per il meglio), perci ho pensato che noi viviamo per pi rispetti: [103] prima, per concordarci con la superna Bont; di poi, perch morendo morremmo in disgrazia di Dio con nostro incomparabil danno e con vitupero eterno del sangue e de i parenti nostri. Ma, vivendo, facilmente racquistare potremo la divina grazia, di s larga e pi atta al perdonare

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sempre, che noi pronti al peccato: salveremo agevolmente lonore, che perso una volta, non si racquista mai: [104] darnci cagione, vivendo, di vivere sempre in somma gioia e felicit, se vi degnerete di accettarmi, non per signore o padrone, ma per unico vostro amante e fedele servitore. E se tanto tempo per voi, tanta doglia, tanti affanni e martre ho sopportati, tante querele ho fatte, tante lacrime sparte, che arebbano addolcito non solo de gli uomini i pi ostinati e selvaggi cori, ma le rabbiose tigre e gli adirati orsi; [105] deh! sostegno dolce dellafflitta vita mia, spogliatevi oramai il sospetto e la durezza, e daffezione e di piet vestita, guidardonate la mia lunga servit, rendete qualche sussidio e mercede alla pura fede mia; e ora che benigno ci concede il cielo, prendete di me, comio di voi, piacere e conforto, e come io faccio voi, strignete, abbracciate e baciate me . [106] E dicendo queste ultime parole, la strinse, abbraccilla e bacilla; ma nel baciare, avendo ella il viso tutto bagnato e molle, gran parte delle sue dolci lagrime bevve: ed ella lui ancora stringendo e baciando, per buono spazio sterono senza mai parlare; quando la donna, ardentissimamente sospirando, ruppe il silenzio, di gi avendola Amore sottoposta al suavissimo giogo suo, e con tai note la lingua sciolse: [107] So bene, ingrato giovane, che tante parole, tanti preghi, tante lacrime, tanti singulti, tanti pianti, tante promesse, tanti giuri, non tanto per il bene e amore che tu mi porti, quanto che per aver da me quel che tu brami, fatti sono; e di qui a non molto, sendoti cavato le tue voglie, che pi tosto disordinati appetiti di lussuria che fermi stabilimenti di legittima amicizia chiamare si possono, non solo schernita e di te priva mi lascerai, ma ti vanterai davermi fatto e detto; onde io ne sar dipoi mostrata a dito per tutta la citt: e questo il merito condegno e il guidardone di noi altre poverelle e misere femmine. [108] Pur sia come vuole: io non posso, incau-

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ta giovane, n al Cielo, n al fatale mio destino, n a i sagaci e astuti avvedimenti, n alla bellezza, n alla grazia tua, n alle incomparabili forze dAmore resistere; e per senza altro contrasto, tutta mi vi do e dono, e lui per mio dio, e te per mio signore accetto . [109] Era, rispondendo, Ruberto per fare un lungo proemio; ma nella fine, avendolo baciato in bocca, saccorse quella avere desiderio grandissimo di camminare un altro miglio, stuzzicandoli tuttavia e stropicciandoli il cavallo: onde desideroso di compiacerle, cominci lieto a mettersi in punto, e dare ordine di servirla e contentarla. [110] In questo mentre era stato alquanto Arrighetto in orecchi, se nulla sentisse, e non avendo n strepito n romore, udito le sei ore, dispose di partirse; e avvissene inverso casa. [111] Ora ascoltatemi e udite di grazia quel che fatto intanto avea la Fortuna invidiosa e pazza. Accadde che Marco Cimurri, zio dArrighetto, padrone della casa dove fatto avevano il lavoro, e nella quale aspettava Bartolomeo, si dispose, sendo gi vicina la solennit principale di santo Giovanni Batista, tornare in Fiorenza per vedere le feste solite; e senza averlo fatto intendere altramente al suo famiglio, questo giorno in su le ventidue ore, fatto sellare due cavalcature che gli avea, si part, sopra luna egli e in su laltra la moglie, e la fante in groppa, e alla staffa un suo villano. [112] E camminando a bellagio, giunsono alla porta alla Croce in su il serrare; e passando per quella, ne vennero per la strada maestra, e dirimpetto a Santo Ambruogio viddero in su luscio duna sua casa il marito della sorella di Marco; e salutatosi, com lusanza, voleva colui dire a punto loro come la donna aveva le doglie, e che tuttavia gridava, quando una voce sentirono che disse: [113] Buon pro vi faccia, Tommaso: voi avete auto il bambino maschio . Onde, per la sbita buona nuova e per lallegrezza,

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Marco e la moglie furono sforzato smontare, e ne andorono in casa il parente a fare i soliti convenevoli con la donna di parto; e dipoi intorno al bambino, a trovare le fasce, le pezze, e a dir questa, e ora a fare quellaltra cosa, tanto badorono, che gi sera fatto buio, onde da Tommaso ritenuti furono, e convenne loro cenare quivi, ancora che non volessino. [114] Ma cenato, e dipoi per alquanto ragionato, prese da il cognato, Marco, e da la sorella licenza; e rimontati a cavallo, dette loro Tommaso uno suo manifattore con una torcia che li accompagnasse, perci che il contadino alla porta lasciati li aveva, e a Settignano ritornato se nera, per essere pi sollecito a le faccende. Rimase la fante per la sera con la donna di parto, acci che, se a nulla bisognasse laiuto suo, potesse sopperire; [115] onde, camminando Marco con la moglie, arrivarono a punto a lo scocco delle tre ore in su il canto alle Rondine, e cos seguitando tanto andorono, che giunsono alla casa loro; e picchiato colui che aveva la torcia una volta e due, aiut scavalcare Marco. [116] E sentito quei di casa il romore, si fece tosto il ragazzo alla finestra di sopra pianamente, e conosciuto il messere e la madonna, rest come morto; e senza altrimenti rispondere loro, corse subito, e fece levare la fanciulla e mettersi con furia il gammurrino: e pens di cacciarla fuori con Bartolomeo insieme, ma per la fretta e per la paura, non restando coloro di battere alla porta, lei, senza ricordarsi di Bartolomeo, per luscio dellorto ne mand con Dio; e con prestezza corse ad aprire, e raccolsegli come si conveniva, faccendo scusa con il dormire dellavere badato tanto. [117] Entr in casa Marco con la moglie, che di gi era scavalcata; e acceso una lucerna da colui della torcia, gli dierono licenzia, ed egli se ne torn donde venuto era; e messo nella stalla e governato le cavalcature, Marco se ne and in camera terrena, dove la moglie stracchiccia lo aspettava; e senza fare altro, spogliati, se ne andorono a letto.

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[118] Aveva Bartolomeo sentito il romore de i cavagli, e il cicalamento delle persone; onde si pens che fossono li parenti che venuti fossero per Ruberto, e ne lo avessino menato a casa sua; e per lieto aspettava che la fanciulla venisse a cavarlo oramai fuori di quel cesso e ristorarlo; e con questo pensiero, sedendo in capo dellagiamento, si stava sonniferando, e li parea tuttavia abbracciare la sua Lucrezia. [119] Eransi per la stracchezza Marco e la moglie addormentati, e per buono spazio dormito, quando destasi la donna con una gran voglia di uscire del corpo, si lev; e sapendo molto bene la via, quantunque al buio, ritrov il necessario. Ma levatosi gi la luna, e battendo allincontro in una faccia di muro bianchissima, riverberando per la finestruola, entrava l dentro un certo chiarore bigiccio, che si vedeano, ma non ben discerneano le cose. [120] Onde colei, come lusciolino aperse, vidde in su luno de canti sedersi dormendo in camicia Bartolomeo, che lo credette certamente il marito, che per fare suo agio levato si fosse, e per fuggire il caldo quivi postosi e addormentatosi di poi; perci che gran voglia ne avea, attese a fare le faccende sue: ,a per il ponzare, dormendo leggermente, si dest Bartolomeo; [121] e distendendole braccia trov la donna, e credutola la sua innamorata, senza altro dire cominci a toccarla e baciarla, perci che secondo la costuma sua era nuda venuta; ed essendo vaga di cos fatte cose, stava ferma; pure, avendo finito suo agio, si rizz e nettssi. Bartolomeo, avendo ritto la ventura, voleva quivi darle la stretta, ma la donna, che bramava farlo con pi commodo, presagli con mano quella cosa, si avviava in verso camera; [122] onde Bartolomeo disse: Che vuoi tu fare, Lucrezia? La donna, fra il sonno, sentendo chiamarsi per il suo nome non avvert e non conobbe la voce, n temendo di cosa alcuna, ma volonterosa forse di ingravidare, per partorire poi come la parente il bambino mastio, gli ri-

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spose con le mani; e datogli cos leggermente una stretta al manico, affrett i passi verso il letto. [123] Bartolomeo, non dubitando niente, disse fra s: Costei vuol fare fatti e non parole ; e lietissimo si lasciava guidare. E cos taciti giunsono al letto, e sopra gittativisi, si misse, credendo il marito, colei adosso Bartolomeo; e cominciando lamoroso ballo, dimenando lun laltro quanto pi poteano, e faccendo alquanto romore, si dest Marco, e sentendo lansare, lo scuotersi, il mugolare e il sospirare che ei facevano, disse fra s: [124] Che diavolo quello che io odo? Sognerei io mai? E ascoltando pure (sendeglino in sul dar gli onori), raddoppiare sentiva il succiarsi e lo scotimento; per, rizzatosi in su il letto a sedere, stese la mano, e trov Bartolomeo che lavorava il suo podere; e come uno pazzo cominci a gridare: Lucrezia, che fai tu? Che cosa questa? Ohim! Non ti vergogni tu? Oltreggiarmi e vituperarmi cos in mia presenza? A questo modo a me si fa? [125] Avevano gi gli operai finito di lavorare uno magolato: quando, udito quella voce, stup luno e ismemor laltra, e furono ambiduoi per cascare morti; ma la donna, come arrabbiata, dato una spinta a Bartolomeo, se gli lev dappresso, tuttavia gridando: Ohim! Marco mio, dove ste voi? Io sono ingannata: chi questo traditore che ci ha cos svergognati? [126] Marco sera gittato de il letto gi, e corso a luscio, acci che colui non fuggisse; e gridando ad alta voce tutta la casa rimbombava, cotal che si lev il ragazzo con furia; e sentito cos sconciamente chiamarsi, si ricord subito di Bartolomeo, onde si tenne per morto. [127] Pur poi, per la soverchia paura fatto ardito, si messe in animo di dire che mai non lavessi conosciuto, e che non sapea chi si fosse; e con questa deliberazione ne venne con il lume dove gridava il padrone, che

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rinforzando alla venuta sua la voce, disse minacciando a Bartolomeo: [128] Chi sei tu? Chi tha condotto qua, dimmi, e a che fare? E bench il lume sgombrassi le tenebre di tutta la camera, non conobbe gi marco Bartolomeo per non avere seco dimestichezza, n mai favellatogli. Gli rispose cos, tremando, Bartolomeo: Dimandatene il ragazzo vostro, che sa ogni cosa, ed egli vi ragguaglier del tutto . [129] A cui disse il famiglio, che non sapea quello che si favellasse, e che non lo conoscea, e che mai pi non laveva visto. Come! soggiunse Bartolomeo , nieghi tu questo? Non sai tu de la balia? Non avesti tu per mio conto i duoi ducati, sopra i dieci che io detti per ritrovarmi con la miaLucrezia? Ohim! E dove son io capitato? [130] Il servo voltantosi al messere, li disse: Costui farnetica: io non so quello che si dica di ducati . E Bartolomeo diceva: Ahi, tristo giuntatore, tu sai pure come la cosa ita, e se madonna Lucrezia ha riceuto i danari, e il favore che la mi fece, quando ci venni tra la nona e il vespro, e dipoi quello che ci sturb . [131] Il ragazzo, facendo le maraviglie, diceva pur che gli era pazzo o ubbriaco; ma Marco sentendoli nominare la moglie, e come dicea daverle favellato, e che la gli aveva fatto il giorno tanti favori, essendo certo che ei mentiva, saccese in tanta rabbia che preso la mazza del letto, bench sottil fosse, li dette forse cinquanta bastonate, dicendo sempre mai: [132] Ribaldo, ladro traditore! Bartolomeo, raccontando la cosa come la stava a punto, cercava pure di scusarsi; ma colui, non lascoltando, gridava tuttavia, dicendo:

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Ahi, ladro manigoldo, io non vo fare la vendetta da me, per non perdere le valide mie ragioni gastigandoti, ma ti porr bene in mano della Giustizia . [133] E cos detto, corse per un paio di funi, che egli sapea a posta, ed egli e il famiglio gli legarono le mani e i piedi; e lasciatolo in terra, si vest subito, e si dispose dandare allora allora per la famiglia del bargello; e cos legato lo lasci in guardia del ragazzo e della moglie, la quale per la vergogna non avea mai cavato il viso di sotto il lenzuolo, e nand via correndo inverso la piazza de i Signori. [134] Giunse Arrighetto a punto a casa quando Marco lev il romore; e quasi smemorato e fuor di s, si ferm a luscio, tenendo fisso lorecchio, tal che sentito gridare aveva Bartolomeo, e di poi, sentendo camminare forte alla volta della porta, sera tirato un pochetto lontano alla sboccatura duno canto; e veduto uscire Marco di casa cos infuriato, non lo conobbe, ma quasi fuor di s stava a vedere se altri uscissi. [135] La donna di Marco, animosa e prudente, salt tosto del letto fuori, che il marito si part; e chiamato il ragazzo, si fece dire la cosa come la stava a punto; e sendo del tutto informata, pens di salvarsi lonore e di liberare Bartolomeo: onde a quello ragazzo voltasi, disse che se ne faceva la sua voglia lo farebbe il pi tristo e dolente uomo del mondo; ma quando laiutasse, oltre che sempre gliene resterebbe obligata, lui, che in ci errato avea, lei e Bartolomeo da ogni danno e pericolo scamperebbe. [136] Il famiglio rispose che era presto per fare ogni caso, in aiutarla, che possibile fosse. Allora la donna, senza pi pensare, disse: Dislega tostamente colui ; ed egli cos fece; ed ella, presolo per la mano, lo men alla porta, dicendoli come da la prigione lo liberava, e li toglieva vergogna e spesa non piccola; e li disse che se ne andassi con Dio, e che si guardassi di non favellare mai di quello che la notte in-

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tervenuto gli era; ch se la ne sentissi nulla, lo farebbe ammazzare. [137] A cui rispose Bartolomeo: State sicura, perch pi di voi bramo che non si sappia mai ; e ringraziatola, se ne part; e la donna, serrato luscio, torn in camera, e rifatto il letto, entr da il capezzale dove era solita, e da la banda di sotto fece gittarsi il ragazzo, acci che vi restasse la forma. [138] E fattoli rassettare le funi a luogo loro, e cos la mazza del letto, li disse quello che fare dovesse; ed egli, acceso una lucernina dottone, la pose cos rasente luscio fuori della camera; e lassatolo aperto, se ne and dove imposto gli aveva la padrona per fornire la incominciata danza. [139] Aveva Arrighetto medesimamente veduto uscire Bartolomeo; ma per avere addosso un pezzaccio di carpta che gli aveva dato la donna, acci che, rscontrolo per disgrazia il marito, conosciuto non lavessi, non lo raffigur; e di tal cosa stupefatto e attonito, non sapea che farsi; pure determin di non si scoprire e di vederne la fine. [140] Era in questo mentre Marco giunto al Bargello, e trovato appunto il capitano che tornava con una parte della guardia, se li fece incontro, e brevemente li disse come saveva trovato in casa un malfattore e preso e legatolo; che lo pregava che contento fosse di venire o mandare per lui, e menarlo in prigione, acci che secondo la colpa fosse punito. Il capitano con i compagni, caldo e volonteroso di fare preda, e massimo a man salva, allegramente si mosse in persona, e con otto o dieci de i suoi pi fidati masnadieri; e tanto con Marco camminorono che a casa giunsono. [141] Alla quale picchiato e una volta e quattro e sei, e non essendo chi rispondessi, stava Marco strabiliato, ma pi di lui Arrighetto ci vedendo: pure picchiato pi volte e scosso la porta, si fece il ragazzo, instrutto, alle finestre di sopra in camicia, e gridando disse:

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Chi l? A cui Marco rispose: Apri, dico spcciati in malora. [142] A bellagio soggiunse colui , io voglio prima sapere chi voi ste, e dipoi dimandarne il padrone, perch questa otta straordinaria. Eh! apri, apri, che ci hai stracco, col malanno seguit Marco. Bemb il rispose il famiglio , ditemi chi voi ste; e dipoi, fattolo intendere al messere, far quello che ei vorr . [143] Al capitano pareva il caso troppo strano, e diceva pure: Voi arete scambiato luscio. Diavolo, che io non conosca la casa mia! li rispose Marco;e gridando chiam colui per nome, e minacciatolo fortemente gli fece intendere chi gli era. A cui tosto il ragazzo rispose: Perdonatemi, io non vi aveva conosciuto: eccomi ratto a voi ; e correndo ne venne e aperse la porta. [144] Marco gridando diceva: Briccone, furfante, tu mhai obbedito bene ; e perch la luna risplendea come se di giorno fosse, battendo nella corte, mostrava aperto la via; onde quasi correndo si mossono tutti, e Marco innanzi; e preso la lucerna in mano, entr con furia in camera, dove legato trovare pensava Bartolomeo, dicendo: Dove sei, ladro, traditore? Ma, non lo trovando ove lasciato lo avea, e veggendo la moglie nel letto queta starsi, fu da cos nuova meraviglia preso che non sapeva se si era vivo o morto: pure ad alta voce disse: Che avete voi fatto di quello tristo? [145] La moglie, come se da profondissimo sonno si svegliasse, paurosa alz la testa; e girando gli occhi intorno, cominci a gridare:

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Misericordia, ohim! Signore, aiutatemi: o marito mio, o marito mio, che gente questa? A cui Marco disse: Taci, taci, non dubitare, dimmi dov colui . Ella piangendo, raccomandandosi a Dio e a i santi, diceva pure: O marito mio, che vuol dire questo? Ed egli: Niente, ti dico: insegnami, se tu vuoi, quello ladro che noi dianzi pigliammo e legammo. Che ladro dite voi? Ohim, quelle spade! Io sono mezza morta! soggiunse la mogliera. [146] Il bargello, veggendo questa cosa, li pareva vedere una commedia, e da lun canto ne rideva; dallaltro, parendoli essere uccellato, ne stava colloroso e pieno di sdegno; e vlto a Marco, disse: Tu mi pari fuori di te: dov il prigione che tu mhai detto? [147] Marco, non sapendo che rispondersi, dimandava pure la donna quel che fatto navesse; e cerco la camera a minuto, lanticamera, lo scrittoio e il necessario, infuriato gridava a lei e al ragazzo, ed eglino rispondeano che non sapeano quello che ei si cicalasse, e che pareva loro fuor de i gangheri. [148] Come! a luno e allaltra rivoltosi disse egli , non sapete voi colui che dianzi pigliammo e legammo; il quale lasciatovi in guardia, ne andai per la famiglia, acci che lo pigliassino, onde punito fosse poi secondo i demeriti: e qui in terra lo lassai in guisa che muovere non si potea, senza esserli dato aiuto, non che fuggire? La moglie, inarcando le ciglia, alzando gli occhi al cielo, stringendosi nelle spalle, distendendo le braccia, faceva le maggiori maraviglie del mondo; [149] e che non sapea n di ladro, n di pigliare, n di legare, e che li pareva che egli farneticasse: ma ben che si ricordava che tornati iersera di villa stracchi, se ne andarono a letto, e che egli (mostratogli la forma) disse che da pi del letto

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coricato sera; ed ella, adormentatasi, non sera prima che allora risentita; e cos il famiglio similmente affermava. [150] De il che Marco in tanta ira, stizza, collora e rabbia saccese, che contro alla moglie disse: Ahi! ribalda vacca, tu ti di pure ricordare del disonore che insieme mi faceste; ma che possio credere, poich tu lo nieghi, se non che fosse di tuo consentimento: e sai se la faceva la schifa! E che sia il vero, vedi che tu ne lhai mandato, per vituperarmi affatto . Ma gridando, saffoltava in modo che intendere non si potea chiaramente quel che dicesse; e bench madonna Lucrezia lo intendessi benissimo, fece nondimeno le vista che non dicessi a lei. [151] Spiacque tanto al bargello questa cosa, pensando essere stato aggirato e schernito, che bestemmiando si volse a Marco, e gli disse: Sciagurato, tristo! non ti vergogni trattare in questa guisa gli uomini da bene par miei? [152] Marco, scusandosi, incolpava la donna e il servidore: eglino rispondeano che gli era obriaco o fuor di s, e che egli diceva cose da essere legato. Colui allora venne in tanto impeto di rabbia, che si mosse per battere il famiglio; ma il capitano, interponendosi, gnene viet, e credendo certamente alla donna e al servitore, non potette avere pi pacienza; ma cacciato mano dette a Marco, che pure ciarlava ancora, forse venti bastonate fra il capo e il collo, dicendoli: [153] Furfante, poltrone; impara a uccellare i tuoi pari ; e colloroso, vlto a gli sbirri, disse: Pigliate questo pezzo di manigoldo . Subito coloro gli messono le mani a dosso: a Marco pareva questo uno strano giuoco, e si raccomandava e chiedeva perdono, gridando in modo che pareva castrato. Il capitano, tirato fuori mezza la spada, lo minacci daltrettante bastonate; ondegli tosto si racchet, e in mezzo alla turba susc di casa, e andnne dove pensava

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mandare altrui. [154] Rimase la donna con il famiglio sola, e lieta che la cosa avesse auto migliore principio che la non desiderava. Arrighetto, parte delle cose successe inteso e parte vedutone, per vederne la fine, sandava avvolgendo e girando intorno alla casa con la fantasia in mille luoghi, tanto che fu veduto e conosciuto da la femmina; la quale tosto che dal ragazzo per luscio dellorto fu cacciata fuori, sera ricoverata in una buca di volta; e scopertaseli, li aveva ogni cosa che sapeva detto. [155] Di che mal contento stava, quanto poteva, e doloroso Arrighetto; e veduto nellultimo uscire quella canaglia, non si sara immaginato mai la cagione; onde, quasi disperato, si stava aspettando ove dovessi riuscire la cosa. Il bargello, fatto mettere Marco in prigione, sendo presso allotto ore, se ne and a dormire. [156] Ruberto in questo mezzo con la graziosa sua madonna Ginevra non solo il miglio fornito di camminare aveano, ma uno e un altro appresso, e fra loro ordinato il modo di convenirsi altre volte e ritrovarsi insieme a cos amoroso e dolce cammino. Quando Bartolomeo, da la moglie di Marco sciolto e mandato via, camminando era arrivato alla casa sua; ma vergognandosi, non sapea che farsi, poich, non avendo chiave, picchiare li conveniva; e fra s diceva: Che diavol dir mgliama, veggendomi cos? Almen che sia, avessio o sapessi ritrovare qualche scusa! [157] E cos infra due si pose a sedere sopra il muricciuolo, e cominci a pensare intorno alla sua impresa; e dimoratovi per buono spazio, e conosciuto il pericolo, si rallegrava come del male non li avesse fatto il peggio che potesse la fortuna; e li sapeva buono ancora quella abbracciatura, ma si doleva bene del disagio auto, ma pi di quelle bastonate. [158] Pur, cos stando, essendosi raffreddo e cominciando ad avvicinarsi il giorno, avendo poco o niente adosso, li cominci a fare freddiccio; onde si dispose di picchiare ad ogni modo, e preso la campanella, batt forse venti volte

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senza che li fosse mai risposto. [159] Ma ci sentendo madonna Ginevra, chiam il suo Ruberto che a punto chiuso avea gli occhi, e andatone cheti in sala, non si feciono alla finestra, ma per il buco, avendo quella casa lo sporto, conobbe la donna (bench fussi strafigurato) senza alcun dubbio Bartolomeo; e veggendolo con quella carpitaccia a dosso e in camicia, si maravigli; e volta a Ruberto, disse: Io sono morta . [160] Ruberto non potea immaginarsi in che modo e a quellotta egli fosse quivi, e alla donna rispose che non dubitasse; e lasciatolo picchiare quanto ei voleva, molte cose sopra ci consultorno: poi si risolverno a questo che io vi dir. Chiam con consentimento di Ruberto madonna Ginevra la fante, la quale sapea che non gli era per mancare, certa per mille pruove; e brevemente li narr il tutto, e di poi quello che a fare avesse. [161] La serva, ubbidiente e volonterosa di servire la madonna, ne and di fatto alla finestra e a colui che tanto picchiato avea disse: Chi ? Sono Bartolomeo, il tuo padrone rispose egli tosto ; vien gi e aprimi . Non stette a simulare di non conoscerlo la fante, ma come dalla donna ammaestrata, corse subito ad aprilli; e veggendolo in quello abito, maravigliosa gli dimand della cagione. [162] Non sapea che rispondere Bartolomeo, ma dimand quel che facesse la moglie. Dorme, mi credio rispose colei , e forse bello e desta, chi lo sa? E veggendovi vos travestito, oltra alla vergogna vostra, le darete grandissimo dolore. In nome di Dio, donde uscite voi cos malconcio? Dove diavol vi siate voi fitto? Voi mi parete, presso chio non lo dissi, uno di questi birboni sciagurati, che vanno accattando i tozzi in malora . [163] Bartolomeo, vergognandosi pure, non sapea

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che risponderle n che farsi, e colei lo rimbottava tuttavia dicendo: Io non vorrei per buona cosa che madonna vi vedesse in questa forma. Omb, io conosco che tu dici la verit rispose egli ; ma come vuoi tu che io faccia? Che voi facciate in modo soggiunse la fante che la non vi veggia in s strano abito. Consigliami, aiutami seguit Bartolomeo , e dammi il modo, per lamore di Dio . [164] Rispose ella: A voi bisogna andarvene in camera terrena vostra, e l nascondervi, e tanto stare che la vadia alla messa; e io subito arrecatovi nuovi panni, vi vestirete a bellagio; e forse che voi non ste fornito pi che doppiamente! Dipoi faretevi vedere vostra posta. Ahim! Bartolomeo rispose ; credi tu che io avessi indugiato tanto? Ma, non avendo la scarsella che vi dentro la chiave, non posso entrarvi, e luscio cos forte e sodo che non bisogna pensare a romperlo. [165] Non dubitate disse la serva , io ho trovato la via: entrerrete nella soffitta, e quivi, in su il lettuccio dove si pone il pane a lievitare dormendo, vi starete tanto che madonna Ginevra vada alle solite devozioni; e io, tosto che lar il piede fuori della soglia, ne verr a voi, e faremo il medesimo effetto . Piacque a Bartolomeo la pensata di colei, e subito se nandarono nella detta soffitta; e morendosi egli di sonno, e non li faccendo anco troppo caldo, si pose a diacere in su il lettuccio, e la fante gli messe addosso, sopra la carpita, il telo con che si cuopre il pane, dicendo: Che sar mai? Torrne questaltra volta un altro di bucato . [166] E cos lo lasci, copertolo molto bene; e perch pi sicuro stessi, messe nelluscio il chiavistello; e ritornata alla padrona, ogni cosa li raccont, che proprio co-

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me la desiderava era successo il fatto, dicendo: Innanzi che egli nesca, sar Ruberto fuori ; e licenziata la fante, se ne ritorn con il suo Ruberto a letto. [167] La moglie di Marco Cimurri in questo mentre, volendo condurre a fine il suo pensiero, mandato aveva il ragazzo, quando tempo li parve, a casa un suo fratello che si chiamava Palmieri degli Armilei, uomo bravo e temuto molto in quelli tempi; ed era dassai credito, e stato conestavole nelle prime guerre di Pisa; e gli disse che li facesse intendere come lavea grandissimo bisogno di favellargli, e per cosa di non piccola importanza, e che tosto venissi a lei senza manco alcuno, perch nandava a un tratto lonore e la roba: e questo fece perch pi presto venisse. [168] E cos, uscendo fuori il ragazzo per questo servizio, dovendo ire a trovarlo dove gli stava a San Felice in Piazza, pass da il canto di sopra, dove era in aguato Arrighetto, da il quale subito conosciuto, fu tostamente chiamato; e per brevemente dirvi, ogni cosa da il principio alla fine ordinatamente li raccont. [169] Turbssi Arrighetto, e li parve il caso pericoloso e di molta importanza; e sopra tutto li dispiacque che Bartolomeo, non volendo, avessi cos scioccamente fatto le corna al zio. E licenziato il famiglio, avendosi fatto dare la chiave, disse alla fanciulla che laspettasse; e aperto luscio, ne and da madonna Lucrezia, da la quale fu aspramente garrito e ripreso. [170] Pure, scusatosi e chiestoli mille volte perdono, intese da lei il modo che pensato avea, che ne rimase sodisfattissimo; e commendatola e lodatola molto dellastuto suo avvedimento, tolto le calze e il giubbone e laltre cose tutte di Bartolomeo, che serrate erano nel cassone, acci che non mai Marco avesse onde sospettare, da lei si accommiat; e tornato alla femmine disse che, come sentisse sonare al Carmino, che poco stare potea, se ne andassi in chiera, ma di poi fattosi giorno, a bellagio a casa la Baliaccia se ne ritornasse.

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[171] Rest malcontenta e paurosa la fanciulla; ma pure obbediente fece quanto egli limpose. Si part Arrighetto, e andssene verso la casa di Bartolomeo per intendere che di lei avvenuto fosse e quel che avesse fatto Ruberto suo. [172] In questo mentre aveva il ragazzo trovato Palmieri, il fratello di madonna Lucrezia, picchiato prima gran pezza; e fattoli la imbasciata, anzi dettoli quasi le parole formate sue, sera egli furiosamente levato; e vestitosi, ne and subito a trovarla, ed entrato in casa, fu da la sorella quasi piangendo riceuto: e dogliosa li raccont e feceli credere una sua favola, dicendo primamente che da un certo tempo in qua il suo Marco aveva cominciato a levarsi in sogno, e come spesse volte si vestiva e andava non solo per la camera, ma per tutta la casa a processione; e che, ritornando similmente e rispogliandosi, senza destarsi, se ne tornava nel letto, n si ricordava la mattina di quel che la notte fatto avesse. [173] Poi soggiune come la cagione che per lui mandato aveva era che la note medesima il buono suo marito aveva fatto lusanza, ma straordinariamente, perch sognando si pensava ella che paruto gli fussi vedere uno che nel proprio letto, e in presenza di lui, lei sua donna svergognasse; ondegli levatosi, gli parea chiamare il ragazzo; e che arrivato con il lume, colui pigliassino e legassino, e cos legato poi lasciarcelo in guardia, e vestitosi andarne per il bargello. [174] Ma cos uscito di casa, e camminando e sognando cotal cosa, si dovette, mi credio (perch altramente stare non puote), svegliarsi per la via; e invasato e inebbriato e nel sonno e nel pensiero, trovandosi cos vestito, si dovette credere per vero tutto quel che veduto avea in sogno; e seguitato la falsa immaginazione, ne and al capitano e lo men qua con forse dieci de suoi uomini, promettendoli dare preso colui che pensava fermamente avere lasciato in casa legato. [175] Ma tosto che arrivati e entrati dentro furono, che non poca paura

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ci feciono prima con il battere, anzi col quasi rovinare la porta, doppo con il venire in camera infuriati, per ci che destami fui per ispiritare veggendo la camera piena di gente con larme, Marco, cercando di quel che trovare non potea, comici come pazzo a gridare, e gridando dire a me e al famiglio: Dov colui? Che navete voi fatto?. [176] Noi, non sapendo quello chei si dicesse, stavamo strasecolati; ed egli pure saffaticava e gridava; ma perch il bargello parendogli, come era la verit, che non sapessi quello che si favellassi mostrava che non gnene sapessi troppo bene, e lo minacciava dellerrore, egli per sua scusazione raccont tutta la filastroccola che io vi ho narrata, per vera tenendola; e disse per insino a quelle parole che toccorono non solo a lui e a me lonore, ma a tutto il parentado nostro e suo. [177] Ondio non ebbi pazienza, e rispondendo turbata li dissi poco meno che il nome suo: e avendo il testimonio del famiglio presente, lo feci restare una pecora, onde il capitano, parendoli essere stato uccellato, li diede prima con la spada non so che picchiate. Ferllo egli? disse Palmieri. Messer no rispose il ragazzo , che le furono piattonate . [178] Seguit la donna, come dipoi in tanta collora venne, che in cambio di quellaltro pigliare lo fece, e menarnelo in prigione. Ora voi vedete soggiunse colei egli non pu fare che non me ne incresca, e massimo essendo egli innocente; per vi prego che prima che si facci giorno per nostro onore cavare lo facciate della carcere, acci che di poi non se ne abbia ad empiere Firenze, ch oltre al danno, sara maggiore assai la vergogna . [179] Sorrise alquanto, al finire delle parole sue, Palmieri, e avendo ben compreso il tutto, disse alla sirocchia che non dubitasse; e partssi da lei bestemmiando, e ne and battendo al bargello: e fattolo per sua parte

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chiamare, perci che conoscente era e amico suo grandissimo, tostamente venne; e li fece intendere per quello che venuto l fussi. [180] Di che si scus gagliardamente il capitano, come non sapea che parente suo fosse; e ripriclli parte di quello che era seguito, e della mattezza di colui: ma Palmieri tosto gli mozz le parole, dicendoli che fatto aveva il debito suo, e a lui il dovere, per s scioccamente teneva i sogni per veri. [181] Intanto comparse Marco uscito di cameraccia, in su la sala; e fatto lieta cera e inchino a Palmieri, che di gi ringraziato aveva il capitano, seco si part; ma tosto che usciti furono dal palazzo, cominci Marco a dolersi, e narrare cos comera la cosa a punto. [182] Quando Palmieri, vltosegli con un viso brusco, sdegnosamente gli disse una villania da cani; e narratoli tutto quello che la sorella detto gli avea, svillaneggiandolo e minacciandolo sempre, lo racchet di modo che non sapea se sera al mondo; e pensando che la potessi stare in quella guisa, rest fra s sospeso e in gran confusione, e massimamente quando li disse sdegnoso Palmieri: Sciagurato, furfante, asin battezzato, tu non la meriti: dunque in presenza di tanti fare oltraggio e disonore, non solo a te e a lei, ch la pi onorata e costumata donna del mondo, ma vergogna e ingiuria a tutto il tuo e nostro parentado? Matto da catene! [183] Non aveva ardire Marco, non pure daprire la bocca, udendo tai parole, ma di alzare gli occhi verso il cielo; e cos pensieroso e stupido tacendo, seguit Palmieri: Se non che io ho rispetto e allonore della Lucrezia e al mio, ti farei accorto per sempre come si trattino gli imbriachi e i pazzi come tu: ma al nome di Dio, riga diritto per lavvenire, vedi, riga diritto, e sarai salvo ; e cos per tutta la strada non rest mai di garrirlo, ammunirlo, riprenderlo e minacciarlo. [184] Ma il pi bello fu, quando in sul far del giorno

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a casa giunsono, la villania rilevata che li disse la donna; e li andava per insino con le dita in su gli occhi; ed egli meschino, tacendo sempre, quasi fuori di se stesso parea, e non sapeva in qual mondo si fusse. Ma Palmieri, fattogli una ammunizione rigidissima, lo condusse a tale che accusando s del tutto peccatore, piangendo chiese perdonanza a lui e alla moglie, e promesse loro di non parlarne mai. [185] Madonna Lucrezia li perdon benignamente, e presolo per la mano, con licenzia del fratello se ne andorono a letto. Palmieri, chiamato il famiglio, li protest che, se mai di ci sentissi cosa alcuna che da lui venisse, li taglierebbe un braccio; e ricordato alla sirocchia che, quando il marito se ne andava a letto unaltra volta, che di dentro serrassi la camera in modo che non intervenisse pi loro di cos fatti casi, e confortato alquanto Marco, si part in su lora a punto quando che il chiaro sole, cavato fuori del Gange la splendida faccia, a rischiarare comincia e a riscaldare il mondo, e ne and a fare i fatti suoi. [186] Marco e la moglie, fatto prima la pace di Marcone, dormirono per ristoro della passata notte insino a nona, e dipoi si levorono, come se propriamente Marco sognato avesse; per che, o fusse per paura, o fosse per astuzia, o che pure li paressi da vero essere stato il sogno, visse di poi con la moglie daccordo sempre e pacificamente. [187] Era, intanto che queste cose seguitorono, Arrighetto giunto a casa Barlotomeo; e aggiratosi intorno a luscio un pezzo e fatto pi volte un cenno che tra lui era e il compagno, fu da Ruberto finalmente conosciuto; e con licenza della donna apertoli, fu da loro pienamente informato dogni cosa, ed egli medesimamente ragguagli loro del tutto; [188] e discorso e ragionato assai sopra il successo, determinorono per consiglio dArrighetto di fare a Bartolomeo una natta, che si pensassi e per fermo tenessi davere sognato: e gli ordinorono una matassa cotale, che non seppe mai ritrovarne il bandolo: e

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ne gli riusc tanto danno, che non se lo sarebbono immaginato mai. [189] E a questo effetto, sendo gi cominciato a imbiancar laria e per tutto apparita lalba, susc di casa Arrighetto: e itosene allo speziale della Palla perch litterato era e di sottolissimo ingegno ordin di pi composizioni una polvere che da uno ebreo, sendo in Studio a Padova, apparata e sperimentata aveva; la quale era possente, per ogni dramma che uomo ne pigliasse, farlo dormire unora, di maniera che non che le bombarde e i tuoni, ma abbruciandolo il fuoco, non si sara, se non fornito il tempo, desto mai; [190] e accncione per quattro ore, accordato lo speziale se ne tornava, quando, alluscire di bottega, vidde il ragazzo di Marco suo zio che per commissione di madonna Lucrezia ne andava a Santo Ambruogio a casa la donna di parto a farle certe imbasciate e a dire alla fante che tornasse; [191] e chiamatolo Arrighetto, gli fu da lui, per dirvi in breve, tutto il fatto narrato di punto in punto; e come Marco nella fine, chiamatosi colpevole, addomand perdono alla moglie e al cognato; e come, partitosi Palmieri, se ne andarono daccordo e in pace al letto. [192] Restnne allegro Arrighetto, e licenziato il famiglio al suo viaggio, se ne torn a casa, dove laspettavono la giovane e il compagno; ed entrato per luscio di dietro, diede a madonna Ginevra la polvere, che, chiamato la fante, ammaestrata di quanto fare dovesse, ne and ratta a la stanza dovera Bartolomeo; e aperto luscio, trov a punto che dormito il primo sonno risvegliato sera, e fra s riandava tutte le cose della passata notte. [193] Quando, veduto la serva, la domand tosto quel che faceva la moglie; ed ella rispose come la non sera ancora levata. Deh! dissegli , per tua fe, arrecami qualche cosa da mangiare, che io non mi posso pi reggere; e di poi stia e dorma quanto le pare e piace . E la fante a lui:

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Egli non suole per essere vostra usanza dasciolvere: voi non doveste forse iersera cenare. No dissegli ; spcciati un poco. S, lasciatemi andare risposella prima che la si levi, acci che per disgrazia la non mi vedessi ; [194] e cos detto, se ne usc fuori, e preso un pane, del formaggio e una mezza torta che era avanzata loro la sera, ritornata, in su una cassa gliene pose e disse: Cominciate a mangiare, mentre che io vo per il vino; e avendo il boccale, finse dandare nella volta, e riserrato luscio ritorn in sala: dove Arrighetto, preso un bicchieri ed empiutolo di vino, tutta la polvere vi aveva messo; e rimenatola e diguazzatola molto bene, gliele rivers nella metadella, e a lei disse che avesse avvertenza a rimettervelo tutto. [195] Ella, lavato il bicchiere, ne and dove laspettava Bartolomeo, che avendo mangiato alquanto affogava per la sete; e pensando che la venisse dalla botte, preso subito il bicchiere, le disse: Mesci tosto . Ella rivesciato tutto e isgocciolato il boccale, a ffatica empi il bicchieri. A cui disse Bartolomeo: Odi qua: che avevi tu paura forse che io non mi imbriacassi? Io so che non ne avanzer: ora va, e ritorna per anche : [196] e cos detto, a un fiato si bevve tutto quel vino che non ne rest gocciola; e oltre che la polvere era sottilmente lavorata e anzi che no dolce, per la sete e la stanchezza non arebbe conosciuto la sena. [197] Ma tosto che nel stomaco lebbe, cominci la composizione a fare lopera solita, e non se ne accorgendo casc in su la cassa addomentato; e la fante, attinto il vino, ritornando lo ritrov dormire, e certificatasi prima, corse a dirlo alla padrona, la quale subito con i duoi compagni si messe per dare fine al rimanente dellopera; e giunti nella soffitta, lo trovorono che morto parea: [198]La moglie, veggendolo in quella guisa, si maravigli, e non

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pot fare che non le dolesse: pur poi disse che ben gli sta. Fossi stato contento alle cose sue, e non andare cos scioccamente cercando laltrui: non son io per contraffatta, n cos vecchia, che far lo dovesse ; e voltatosi a Ruberto dise: Non dichio la verit? Come! Se voi dite la verit? Anzi ste tale le fu risposto dal suo amante che non uomo nel mondo cos ricco, nobile o virtuoso che non si dovesse tenere, avendovi per consorte, felice e beatissimo . [199] E voleva seguire pi oltre con le sue lode, quando Arrighetto: Finite disse , finite: non tanti convenevoli; e aiutatemi di qui levarlo . E cos come ordinato avevano, chi per le gambe, chi per le braccia, altri per il collo presolo, lo portarono in camera sua terrena; perch, avendo portato la scarsella Arrighetto con tutti gli altri suoi addobbamenti, e vestitogli lo stesso giubbone e le medesime calze, in quel modo proprio che gli stava di giorno lo posano a giacere sopra il letto, e in su uno desco l vicino messono il lucco, e appresso la scarsella. [200] E per dare pi colore alla disegnata opera, e perch pi verisimile fosse, auti da madonna Ginevra quattro ducati della medesima stampa di quegli che dati aveano alla balia, con gli otto che rimasono ad Arrighetto, dodici scudi vi messono dentro, i propri quasi che cavati navea Bartolomeo; e assettato ogni cosa, i duoi giovani, avendo avvertito e ammaestrata la donna e la fante di quello che seguire dovessino, serrato la camera, per luscio di dietro senza essere veduti da persona si partirono, e ne andorono a casa Ruberto e si messono a dormire, perci che tutta dua ne avevano di bisogno e non piccolo. [201] La donna rimase alle sue faccende, e allusanza ne and alla chiesa; e fatto le sue devozioni se ne torn, aspettando che il marito si destasse. Ma tosto che le

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quattrore passorono, e che la polvere ebbe fornito la operazione, si risvegli Bartolomeo: n prima aperse gli occhi, sendo la finestra aperta, che riconosciuto ebbe la camera sua; e maravigliatosi, pensava pure come o quando quivi venuto o stato portato fosse. [202] E di poi il vedersi vestito, e de i panni suoi per insino alle pianelle, gli accrebbe tanto di maraviglia e di stupore che ei non conosceva se ei sera desto o se ei sognava, o se sera vivo o morto, o se pure Bartolomeo o un altro. E stato alquanto, infra s disse (molto bene guardato e considerato ogni cosa) [203] Io so che io sono Bartolomeo, e so anco che io non sogno: per certo che questa la mia camera, questo il letto, questi che io ho indosso sono i panni miei; ma chi me gli abbia messi, o qui guidatomi, non so io gi, quando esser doverrei nella soffitta ; e alzato cos la testa, scorse sopra il desco posato il suo lucco; e rittosi tosto e guardatolo dapresso, fu certissimo essere lo stesso che portato aveva il giorno; e ancora allato gli vidde la scarsella. [204] Di che stupito, non sapea che farsi; e postosi in su il lettuccio, tutte le cose seguite riand, infra s dicendo: Non dettio alla Baliaccia ieri dodici ducati? Non andai io per giacermi con la mia Lucrezia? E in su il buono disturbati, non fui io nascosto nellagiamento? Non vi stettio parecchi ore? Non abbracciai io per cos strano modo, in cambio suo, la moglie di Marco? Non fu io, accortosi il marito dellerrore, preso da loro e legato, e bastonato prima di tal maniera che ancora mi dolgan le reni? [205] Non finse quel tristo del servo di non mi avere mai visto? Non mi fece scirre e libermmi nellultimo la donna? Non vennio a casa mia e, picchiato un pezzo, mi fu dalla serva risposto; poi, dubitando di mgliama, non entra io per consiglio della fante ne la soffitta? Non promessella di venirmi a chiamare tosto che la Ginevra andassi alla messa? Non erio, avendo lasciato i panni tutti in casa Marco Cimuri, in camicia? [206] Ora come sono io in camera

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terrena, e de gli stessi panni vestito? Che cosa stupenda questa e non mai pi udita? Che risanare storpiati, che ralluminare ciechi! Questi sono i miracoli . E quanto pi sopra ci pensava, tanto pi maravigliosa cosa gli parea; e poi in altra parte rivolto il pensiero, diceva: [207] Forse mi sar egli paruto e ar sognato tutte queste cose. Ma come? I danari non si spendano dormendo ; e corso alla scarsella e cerco, ve li trov dentro, tutti doro e i medesimi si pu dire. Onde vie pi che prima maravigliato, disse: [208] O io non sono Bartolomeo, o io sono impazzato, o veramente sono stato affatturato e guasto; ma se lo dicesse il Cielo, io sono pure in casa mia, questo il lucco pure, e questa la mia scarsella, dentro ci sono i dodici ducati, che dati alla Baliaccia aver mi credea. Io so pure che io sono desto, e non mi pare essere pazzo, e non credo anche essere stato ammaliato, e so pure che io son desso, e so che io sono in casa mia: [209] io lo veggio, io lo conosco, io ne son certisssimo; ma per qual via, o in che modo, o chi mi ci abbia condotto, non posso io immaginarmi gi: io so che non per Spirito Santo, ch io non lo merito: n anche per arte diabolica, perch il demonio fa sempre male, e questo mi pare il contrario . [210] E cos parlava da s e pensava le pi strane immaginazioni del mondo, quando la serva, ammaestrata, sapendo che gli era desto, lo chiam fortemente dicendo: Oramai, Bartolomeo, levatevi, chegli n otta: madonna Ginevra vuol desinare . [211] Bartolomeo, stupefatto, stette alquanto sospeso; pur le rispose: Ordinate, che io ne vengo ora : e fra s non sapea che farsi; ma nella fine si dispose dandare a desinare, ma non dire cosa alcuna, per vedere se da loro uscissi niente; e itosene in sala, dove erano in punto le vivande, lavatosi le mani, ne and a tavola, ma per il dolore, per

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la passione, per la novit e per la maraviglia non mangiava n beeva, ma stava come trasognato e semivivo: anzi sembrava Lazzaro uscito del monumento. [212] Per che la moglie disse: Egli non maraviglia che voi non traspognate boccone, avendo dormito tanto; oh non avesse voi bevuto oppio! E che buona ventura volle dire che iersera, tornato pi tardi assai del solito, non voleste cenare? Anzi gittatovi cos vestito in su il letto, cominciasti a dormire; e a noi, che pur vi chiamammo, diceste che risposare vi volavate, e che serrassimo luscio, e che senza pi infastidirvi da noi cenassimo; e noi cos facemmo: [213] e di poi la fante andatosene a letto, vaspetta io tre ore grosse e scoccolate; ma non venendo, andatomi a letto, per stracca mi addormentai, e risentitami stamani per tempo ne venni gi, e aperto luscio, di voi dubitando, vi trovai vestito dormire a traverso a letto, tanto bene e cos riposatamente quanto vi vedessi mai. [214] Di che contenta, serrato luscio me ne tornai a le faccende mie, aspettando pure che voi vi levaste; ma poi, venuta lora del desinare, per ci, acci che il tanto dormire non vi facesse danno, da la serva chiamare vi feci: ora non per troppo da maravigliarsi se voi non avete appetito . [215] Era stato alle parole attento Bartolomeo, che tanto stupore gli arrecorono, che senza parlare si lev da tavola e andssene, per chiarirsi meglio, a vedere nella soffitta se la carpita e il telo e il materasso, come si credeva, ritrovasse; ma trovato (ch la donna, astutissima, provveduto avea) tutta la stanza piena di lino e di stoppa, cotal che pareva che stato vi fosse pettinato un mese, fu per ismemorare. [216] E doloroso e maraviglioso si usc di casa, per certificarsi affatto, e andatosene di l da lArno pass da la casa di Marco, e per sorte trov luscio serrato, ma sospettando, non vi bad troppo e non dimand di niente; e ritornatosene in verso casa, da luscio di dietro se ne and; e veduto le finestre della Ba-

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liaccia serrate, di lei dimandato, da una vicina gli fu risposto (indettata da la balia e da Arrighetto), come il giorno dinanzi con la sua fanciulla in villa dun suo amico era ita. [217] Rimase pi che mai attonito Bartolomeo e ismarrito, e stava pure in dubbio se gli era o no; pure, venuta la sera, se ne torn in casa, e senza cenare, andatosene a letto, sopra ci pensando non trov mai luogo. Ora affermando, or negando, ora dalla speranza e dal desio, ora dalla paura e dalla doglia assalito, non poteva in un s dimorare troppo; e cos, senza mai chiudere occhi trapass tutta quella notte, e la mattina di buon ora levatosi e sdimenticato le solite orazioni, sand per Fiorenza aggirando, guardando tutte le cose con certa maraviglia, come se stato fusse forestiero; anzi affisava altrui gli occhi a dosso, cotal che ei pareva spiritato; e cos, senza altramente desinare o tornare a casa, consum tutto il giorno. [218] La sera, come volle la fortuna, si ritrov in borgo Ogni Santi, e camminando avanti arriv in sul Prato circa lunora e mezzo; e come smemorato, non si ricordando pi n della casa n della moglie, cominci lungo le mura a spasseggiare in gi e in su ratto ratto, e cos dur insino a mezza notte; [219] e arebbe durato insino al giorno, mi credio, se non che la debolezza e la stanchezza, per non avere in tre giorni, si pu dire, mangiato niente, e per lessersi aggirato e affaticato molto, tanto poterono in lui che perder gli fecero le forze corporali: cotal che, indebolito, casc in piana terra. [220] Ma la novit, ma maraviglia, lo stupore, la doglia e la malinconia (che fu peggiore assai) perder gli ferono poi quelle dellanima e dellintelletto: e cos in terra tutto lavanzo della notte spese ridendo. Ma la mattina in sul levare del sole cominci a dire e fare le pi diverse e nuove pazzie che si udissero mai; talch, sendo conosciuto, fu dagli amici e da i parenti a casa e alla donna condotto, che ne rest come stimare vi potete, e molti giorni serrato lo

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tenne; ma poi, accortasi che gli era pazzo agevole e sollazzevole, lo lasci andare per tutte la casa a sua consolazione. [221] Il quale, fuori del mangiare e del bere, altro non faceva mai che ridere, rispondendo sempre al contrario di ogni cosa; e della moglie aveva cos fatta paura, che a un volgere docchi e a una parola sola tremare tutto lo faceva da il capo a i piedi, e sarebbe, per modo di parlare, ricoverato non che altro in un guscio di noce; e questo quello che le piaceva sopra ogni altra cosa. [222] E perch lera dassai e valorosa, prese il governo della casa e fece tostamente tornare il figliolino, che nel Mugello tenea, con la balia insieme, attendendo alla vita sua pi che a se medesima; e avendo tolto un fattore, lo teneva alle possessioni, e attendeva a vivere onoratamente e da gentildonna da bene; di maniera che tutte le persone per la pi prudente, vertuosa ed onesta donna di Fiorenza la lodavano. [223] Ed ella da il primo giorno che dette la volta il marito, sempre dorm con il suo Ruberto, perci che, avendo fra loro ordinato, e con laiuto della fante, ogni notte si trovavono insieme, che non che fussi visto non dette mai da sospettarne ad uomo, cos diligentemente e segretamente si seppe governare; perci che non mai di giorno passare si vidde per quella contrada, n mai a chiese n a feste dove andassi la donna fu veduto. [224] Il contrario de gli amanti doggid, i quali non hanno altra boria se non che si sappia che sono innamorati della tale e della quale, e come gli spagnuoli e i napoletani pi si contentano assai del parere che dellessere: onde spesse volte avviene che con tanti passamenti dalle case e seguitamenti dalle chiese danno biasimo di mala sorte e carico ad alcune giovani, che lo sa Dio e Nostra Donna. [225] Ors, questo basti per ora: solamente vo dirvi come madonna Ginevra con il suo Ruberto, senza mai dare che dire a persona, molti e molti anni felicemente goderono del loro amore.

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