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I sanniti e le guerre sannitiche


Le Origini - La Prima Guerra Sannitica tregliaonline.it SANNITI SECONDA GUERRA SANNITICA E LE FORCHE CAUDINE (Prima Parte) sanniti.info SANNITI SECONDA GUERRA SANNITICA (Seconda Parte) sanniti.info Antonio Manzo: Tito Livio storico della terza guerra sannitica asmvpiedimonte.altervista.org Archive All Download Newest Become an Instapaper Subscriber for just $1/month to get up to 50 articles at a time and support Instapapers development. Visit the Account section of Instapaper.com to subscribe.
Le Origini - La Prima Guerra Sannitica

tregliaonline.it Archive Like & Archive Like LA PRIMA GUERRA SANNITICA PREFAZIONE La descrizione delle guerre sannitiche fornita da Livio abbastanza confusa. A generare maggiormente confusione hanno contribuito i vari storici che hanno analizzato le vicende di tale guerra. Ci sono due fattori che fanno da perno alla critica degli storici al testo liviano; per prima cosa Livio a volte descrive delle vicende in modo molto simile ad altre riferite ad anni successivi, per questo messa in discussione la veridicit degli eventi riferiti agli anni precedenti. In secondo luogo Livio narra gli eventi con atteggiamento filoromano, ovvero esalta in modo eccessivo le vittorie romane, sminuendo quelle sannite. Anche nelle vicende pi nefaste dei Romani, come lepisodio delle forche caudine, Livio trova sempre il modo di rendere poco drammatiche le vicende. La narrazione evidentemente pi poetica e aulica quando si riferisce a vittorie riportate dal popolo romano. Tutto ci facilmente comprensibile se si pensa che Livio scrive al tempo di Augusto che vedeva Roma padrona di un vasto impero. Una narrazione di stile attico avrebbe reso sicuramente meno gloriosa la storia di Roma ed avrebbe potuto metterlo in cattiva luce al cospetto dellimperatore. LA PRIMA GUERRA SANNITICA (343 - 341 a.C) Nel IV secolo a.C sia i Romani che i Sanniti stavano attuando una politica di espansione attorno alle terre loro limitrofe, per cui si cre un clima di guerra fredda tra i due popoli. I Sanniti puntavano a nord alla conquista della valle del Liri (vicino Cassino) mentre a sud miravano ai territori fertilissimi della vicina Campania. Lo scontro con i Romani fu inevitabile ma entrambi si resero conto che, facendosi guerra, avrebbero indebolite le loro difese facilitando cos un eventuale attacco da parte delle popolazioni nemiche. Fu per questo motivo che, nel 354 a.C., fu stipulato tra Romani e la Lega Sannitica un trattato che sanciva un confine di espansione: il fiume Liri. Nessuno doveva oltrepassare quel limite, altrimenti il trattato sarebbe decaduto e si sarebbe tornati alle armi. E vero che il territorio del Liri era occupato ancora dai Volsci ma questi erano un popolo in fase di decadenza e non costituivano, pertanto,

un solido freno a una possibile espansione romana o sannita. Il conflitto scoppi invece riguardo ad una zona su cui non cerano accordi precedenti, la Campania settentrionale. Infatti, il territorio di Teanum Sidicinum (Teano), abitato dai Sidicini, costituiva per i Sanniti un punto di collegamento tra il Sannio e la Campania settentrionale, fatto che lo rendeva appetibile ad essi. Nel 343 a.C. i Sanniti iniziarono a minacciare i Sidicini, gente di lingua osca, che allarmati, chiesero aiuto ai Campani. Siccome i Sanniti non gradirono lintromissione dei Campani, mossero contro di loro occupando tutti i territori attorno alla citt di Capua (odierna Santa Maria C.V.) che faceva capo alla Lega campana. I Campani, a loro volta allarmati, chiesero lintervento dei Romani i quali erano restii ad intervenire a causa del precedente trattato del 354 a.C. Il timore di un ulteriore rafforzamento della Lega Sannitica indusse i Romani a inviare lesercito a Capua. Iniziava cos la prima guerra sannitica che vide coinvolti entrambi i consoli del 343 a.C: M. Valerio Corvo fu il primo a scontrarsi coi Sanniti e, dopo una dura battaglia, riusc a sconfiggerli in territorio campano. Laltro console, A. Cornelio Cosso, nel tentativo di invadere il Sannio, cadde in unimboscata vicino a Saticula ma riusc a salvarsi dalla disfatta. Le vicende relative a questo conflitto non sono molto chiare; di certo, si pu affermare che esse si svolsero nel territorio limitrofo a Capua, perch nel 343 a.C. era molto pi probabile che i Romani potessero avere la meglio sui Sanniti in pianura che in una zona montagnosa. Poich lagro trebulano confinava col territorio di Capua, ragionevole pensare che i soldati di Trebula abbiano costituito per loccasione una barriera difensiva o che abbiano partecipato direttamente al conflitto. Al termine del conflitto fu ripristinato il vecchio trattato con qualche modifica. Infatti, la Campania settentrionale pass sotto il controllo romano, mentre ai Sanniti fu lasciato il territorio di Teano, che permetteva il controllo per laccesso alle fertili terre della Campania. I Sanniti assediano Teanum Sidicinum e Capua (da E.T. Salmon) GUERRA LATINA I vari popoli che abitavano tra il Lazio e la Campania mal sopportavano di essere stati stretti nella morsa costituita dai Romani e Sanniti. Pertanto, Aurunci, Volsci, Sidicini, Latini e Campani si coalizzarono per muovere guerra ai Romani e Sanniti (guerra latina, 340 - 338 a.C.). Questa volta i Romani e i Sanniti, in virt del trattato stipulato alla fine della prima guerra sannitica, unirono le loro forze contro la coalizione nemica, sconfiggendola alle pendici della Roccamonfina che allora era un vulcano spento. In seguito al conflitto sicuramente i Sanniti ripristinarono la loro supremazia sui Sidicini mentre i Romani si appropriavano di molti territori appartenuti ai popoli nemici. Molte citt latine furono incorporate nello stato romano per cui erano governate direttamente da Roma mentre i popoli non di lingua latina furono trattati in modo diverso: siccome i loro territori erano lontani da Roma, ed era pertanto difficile governarli direttamente, furono trasformati in cives sine suffragio. Vale a dire che dal punto di vista amministrativo erano indipendenti, ma non potevano prendere decisioni in campo politico, n potevano pensare di adottare una politica di espansione. Avevano evitato di essere assoggettati dai Sanniti ma inevitabilmente si scelsero un nuovo padrone: i Romani.

SANNITI SECONDA GUERRA SANNITICA E LE FORCHE CAUDINE (Prima Parte)

sanniti.info Archive Like & Archive Like Storia dei Sanniti - La seconda guerra sannitica. LA SECONDA GUERRA SANNITICA dal 326 al 304 a.C. (Prima Parte) Quella che viene denominata seconda Guerra Sannitica fu un periodo darmi non del tutto chiaro e

descritto confusamente dagli storici romani. Quel che invece era sicuro che ambedue i popoli erano coscienti allepoca di rivaleggiare per legemonia sullItalia peninsulare. Dopo gli accordi siglati nel 341 a.C., sia i Sanniti che i Romani attraversarono un periodo di pace ed unione dintenti, portandoli finanche a combattere insieme contro le popolazioni latine ribelli (Guerra Latina 340-338 a.C.) al nuovo stato delle cose che i due popoli egemonici avevano discusso e convenuto nellaccordo siglato. Anche se avevano combattuto insieme, Romani e Sanniti si temevano vicendevolmente, conoscendo luno la forza ed il potere di scontro dimostrato in guerra dallaltro. Per questo motivo i Romani, consapevoli che lobiettivo da raggiungere era identico e che lespandersi verso il sud dellItalia contrastava gli interessi dei Sanniti, cercarono lamicizia e lalleanza di altre popolazioni in caso di ulteriori conflitti, tanto da spingersi in profondit nella pianura campana fino alle falde del Vesuvio. Infatti, per neutralizzare la predominanza della colonia sannitica di Teanum in quel territorio, fondarono poco distante da questa, nel 334 a.C., la colonia latina di Cales. Antica mappa della valle caudina (2) Inoltre, per rafforzare il controllo nel sud della penisola, strinsero accordi con Alessandro il Molosso (1), chiamato da Taranto a succedere ad Archidamo di Sparta. I Sanniti si sentirono accerchiati sempre pi da una morsa cos ben congegnata tanto che nel 328 a.C. dovettero subire lonta della fondazione della colonia della nuova Fregellae (la citt volsca era stata conquistata e distrutta dai Sanniti - Fregellae era situata vicino lodierna Ceprano), sulla sponda sinistra del fiume Liri, cio la sponda che secondo il trattato di pace stipulato tra i due popoli doveva essere di pertinenza esclusiva dei Sanniti. Tentarono pi volte per via diplomatica di fermare lintreccio di nuove alleanze che Roma andava imbastendo per parare eventuali loro minacce ma, visti tanti tentativi andati a vuoto, iniziarono anchessi ad usare la stessa tattica, tessere reti di alleanze per contrastare glintenti romani. Prospetto della Valle Caudina dalla parte del Sannio (3). In quel periodo si coalizzarono con alcune citt della Campania, per lo pi di lingua osca, come Nuceria, Nola e Napoli. Questultima oltre che osca era principalmente greca ed quindi da supporre che solo le fazioni osche furono alleate dei Sanniti. Nel 327 a.C. la situazione precipit con la morte in battaglia di Alessandro il Molosso contro i Lucani. I Sanniti, liberatisi da una minaccia che manteneva in costante allerta i loro eserciti nel sud della penisola, si scrollarono di dosso anche la morsa a cui i Romani li avevano costretti e trasferirono subito parte delle forze militari in area caudina, rafforzando cos la loro presenza ed inoltrandosi sempre pi frequentemente nel territorio campano. A Napoli intanto la fazione sannita aveva conquistato il potere dellassise civica ed un esercito di 6000 guerrieri aveva occupato la citt. Ben presto per, la fazione greca del governo partenopeo entr in Guerriero sannita (IV - III sec. a.C.) contrasto con gli elementi sanniti, tanto da iniziare ad intrecciare contatti segreti con i Romani. Poco tempo dopo il senato dellUrbe, dietro richiesta proprio della fazione greca, invi a sud di Roma tutte le truppe che ancora disponeva, comandate dai Consoli Lucio Cornelio Lentulo e da Quinto Publilio Filone. Questultimo si attest nei pressi dellager napoletano attendendo il momento propizio per entrare in azione. Infatti, i demarchi napoletani Carilao e Ninfio, i Principes Civitati, con uno stratagemma riuscirono a far allontanare la guarnigione sannita dalla citt aprendo cos le porte ai Romani. Laltro Console, Cornelio Lentulo, con unazione di copertura si schier nella valle del Volturno arginando cos ogni possibile aiuto che poteva arrivare dal territorio del Sannio. La guarnigione sannita, accortasi dellinganno, non pot fare altro che ripiegare, essendo in forte svantaggio numerico. Cos nel 326 a.C. Napoli entr saldamente a far parte della sfera dinfluenza romana, siglando con loro un favorevole trattato di alleanza. Questazione, insieme alla fondazione di Fregellae ed allo stanziamento di un esercito romano nella valle del Volturno, cio a ridosso del territorio sannita, costituirono le cause della rottura dellantico trattato del 354 a.C. tra i due popoli, lo stesso confermato e riveduto nel 341 a.C., ed il conseguente inizio di una nuova fase di ostilit.

Veduta della Valle Caudina presa dal vero (1875)(4). I primi anni di guerra, tra il 326 ed il 322 a.C., passarono tra violente scaramucce e piccoli scontri per attestare le rispettive posizioni, sicuramente nel territorio della Campania settentrionale tra il medio Liri ed il medio Volturno. Nessuno dei due eserciti prevalse nettamente sullaltro. Degno di nota fu il tentativo effettuato dai Sanniti di bloccare lunico accesso che i Romani utilizzavano per entrare in Campania dal nord, cio dalla zona di Fondi e Gaeta. Riuscirono a sbaragliare il presidio romano e ad attestarsi per breve tempo nella zona. Purtroppo senza un adeguato appoggio tattico dovettero cedere ben presto la postazione conquistata. LE FORCHE CAUDINE Per porre fine a questo periodo di stallo e per cercare una possente vittoria sui Sanniti in modo da piegarli alla resa, anche perch esausti delle tattiche di guerriglia basate sulle incursioni rapide e violente che non davano la possibilit di difendersi adeguatamente, nel 321 a.C. Roma invi i Consoli Tito Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino, a capo di un esercito forte di 20.000 uomini, nella zona dei Sanniti caudini in modo da tagliare fuori dal conflitto le aree a ridosso della Campania per poi proseguire contro Malies (Benevento) e quindi gli Irpini, cos da infliggere una pesante sconfitta ai Sanniti tanto da indurli a chiedere la pace. Di conseguenza, ciascun Console guid la propria legione verso Calatia da dove sarebbero dovuti avanzare insieme verso i Caudini, aggirando il versante meridionale del Monte Taburno. Intanto i Sanniti, osservando le mosse delle legioni romane dallalto delle loro fortificazioni, riuscirono ad intuire quali fossero le intenzioni dei due Consoli romani. Interpretando le descrizioni liviane, la marcia verso Malies fu incentivata dai Sanniti stessi che, per allontanare le schiere romane dalla zona di Calatia, travestirono alcuni soldati da pastori e li mandarono insieme ai pastori veri con le loro greggi a pascolare nei pressi dellaccampamento romano. Una volta stanziatisi nellarea, avrebbero fatto circolare la falsa voce che Luceria era stata presa dassedio dai Sanniti e che entro pochi giorni sarebbe capitolata. Luceria era allepoca un caposaldo dellalleanza romana con gli Apuli da cui dipendeva il controllo di quelle terre. Pianta delle Forche Caudine (4). Subito i due consoli levarono le tende degli accampamenti per marciare in aiuto alla cittadina assediata, scegliendo di percorrere un itinerario imprudente ma pi corto rispetto a quello pi sicuro. In questo modo la marcia sarebbe risultata pi spedita ed i tempi di percorrenza sarebbero stati dimezzati. Questo tragitto prevedeva lattraversamento di terreni acquitrinosi e di una stretta gola dalle pareti irte e boscose che li avrebbe portati subito nei pressi di Malies, per poi procedere in direzione di Luceria. A capo della Lega Sannitica vi era in quel periodo un Meddix Tuticus di grande arguzia militare, Gavio Ponzio, che subito colloc lesercito sannita nei pressi di quella gola posta lungo lasse di spostamento dei Romani, bloccandone luscita verso Caudium con massi ad alberi divelti. Quando entrambe le legioni vi furono entrate, Ponzio ne ostru anche lo stretto ingresso dalla parte di Calatia. I Romani si accorsero della trappola solo quando videro luscita della vallata bloccata e tutte le alture circostanti presidiate dai Sanniti. Il percorso attraverso la valle di Caudio (5). Infatti, per pura negligenza o per troppa fiducia nelle proprie forze, lavanguardia e la retroguardia romana si accorsero in ritardo che le uscite dalla gola erano state ostruite. E probabile anche che i due Consoli romani avessero sottovalutato il nemico contro cui dovevano battersi, forse perch ancora troppo giovani e privi di una adeguata esperienza di guerra contro i Sanniti. Lo sgomento fu grande quando, calata la notte, i Romani si videro circondati dai fuochi contigui degli accampamenti nemici, formati dalle ndocce, una sorta di grandi torce che i Sanniti usavano in caso sia di spostamenti notturni e sia per illuminare gli accampamenti (6). Per alcuni giorni tentarono di aprirsi la strada combattendo, ma

vennero sistematicamente rigettati a valle dalle schiere sannite. Cos i due Consoli costatarono che non rimaneva loro altro che la resa. Questa fu la disfatta delle Forche Caudine, una delle pi famose ed al tempo stesso delle pi elusive negli annali della Repubblica romana. Gavio Ponzio era dellidea di sterminare le legioni bloccate nella gola, in modo da provocare una pesante perdita a Roma in termini di uomini ed armamento e costituire cos i presupposti di un periodo di pace, dato che dopo una batosta simile lUrbe sarebbe sicuramente scesa a pi miti consigli. Ma sia al Meddix sannita che ai suoi uomini pi vicini era noto che, una volta sterminato il grosso delle forze militari romane, si sarebbero sicuramente ridestati focolai di insurrezione di quelle genti latine soggiogate da ambedue i popoli solo pochi anni addietro e con molta difficolt. Alla storia passato che sia a Gavio Ponzio che ai suoi uomini ripugnava il fatto di dover dare una morte cos ignominosa a tanti guerrieri. Chiesero cos il parere ad un grande del Sannio, Erennio Ponzio, padre di Gavio, famoso e stimato Meddix Tuticus, amico del matematico Archita (Tiranno di Taranto) e del filosofo Platone (7). Le Forche Caudine secondo la descrizione di Appiano (4). Ormai anziano, venne condotto sul luogo e, dopo aver visto tale disfatta dei Romani, consigli al figlio di lasciarli andare poich tale mortificazione avrebbe lasciato un grande segno nellanimo di quelle genti. Lonta del rilascio ignominioso di due Consoli con le proprie legioni sarebbe stata per Roma una sconfitta maggiore delluccisione di tanti guerrieri. Gavio Ponzio, esortato anche dai suoi uomini, segu i consigli del padre e rilasci i soldati romani dopo averli fatti passare sotto un giogo di lance spogli delle armi e vestiti della sola tunica (8). A corredo di questo fatto fu stilato tra il Meddix sannita ed i Consoli a nome di Roma, un nuovo trattato di pace che reiterava quello di ventanni prima infranto dagli stessi Romani. A garanzia della firma e quindi della ratifica del trattato da parte del Senato romano, 600 cavalieri, il fiore della nobile giovent romana, sarebbero stati trattenuti fino al buon esito della vicenda. I Sanniti osservano i Romani mentre passano sotto il giogo (9). I Consoli con le loro legioni ripararono subito in territorio amico, tornando con grande clamore a Roma. Che il trattato sia stato firmato e che gli ostaggi tornarono sani e salvi a Roma si evince dai cinque anni di pace che seguirono le vicende delle Forche Caudine. Il bottino di guerra dei Sanniti fu enorme: oltre larmamentario di due intere legioni romane con cavalli e carri, anche un trattato di pace molto favorevole. Dovette essere abbastanza arduo per Roma risalire subito la china che tale vicenda impresse, specialmente nellanimo pi che nella sostanza. Ma i Romani fecero tesoro di tale sconfitta migliorando larmamento e le tattiche di guerra dei propri eserciti. Adottarono subito il pilum, cio la saunia dei Sanniti, la corta lancia utilizzata in guerra e lo scudo ovale rastremato nella parte superiore, lo scutum. Adottarono le loro tecniche di guerriglia e le contromisure ad esse, sfruttando in modo migliore la cavalleria. Studiarono la loro tattica di scontro in campo aperto e la migliorarono, snellendo le legioni e rendendole pi veloci ed incisive. Dalla parte politica, molte furono le alleanze ed i contatti diplomatici intercorsi tra i Romani e le popolazioni delle Puglie ed altri piccoli popoli limitrofi al Sannio. Dopo cinque anni i Romani, questa volta pi agguerriti che mai, si ripresentarono di nuovo al cospetto dei Sanniti. Anche i Sanniti, dal canto loro, durante la pace caudina si preoccuparono di rafforzare le proprie posizioni. Consolidarono il loro controllo sulla riva sinistra del fiume Liri, quella di loro pertinenza, e prestarono il loro appoggio ai movimenti antiromani che fermentavano nella regione alla destra del fiume. Migliorarono la situazione nella Campania centrale e meridionale controllando Nola, Nuceria Alfaterna, Stabie, Pompei ed Herculaneum. Inoltre ebbero contatti diplomatici con gli Etruschi e con le popolazioni limitrofe ai territori nord di Roma. I Sanniti sapevano che il confronto con Roma aveva solo subito una pausa. NOTE

(1) Alessandro il Molosso era il fratello di Olimpia, madre di Alessandro Magno. (2) La Valle Caudina e SantAgata dei Goti in un particolare della Carta delle Reali Cacce di Terra di Lavoro e loro adjacenze disegnata da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni nellanno 1784. Disegno ad inchiostro nero, acquerello, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. (3) Tavola con il Prospetto della Valle Caudina dalla parte del Sannio, disegnata da D. de Laurentiis, incisa da C. Pignatari e contenuta nel volume di Francesco Daniele Le Forche Caudine illustrate edito a Caserta nel 1778 e conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. (4) Incisione tratta dal libro di Pasquale Albino Ricordi storici e monumentali del Sannio Pentro e della Frentania - Campobasso Tip. De Nigris 1879 (5) Le frecce rosse indicano il tragitto che i due Consoli romani avevano pensato di effettuare per arrivare a Malies (Benevento) e che in parte hanno percorso. Le linee gialle indicano le posizioni che i Sanniti occuparono sulle alture prospicienti lo stretto passaggio di Caudio, aspettando che ambedue gli eserciti consolari si inoltrassero nella vallata. (6) Le NDOCCE erano delle grandi fiaccole, alcune lunghe anche pi di tre metri, formate da un fascio (di forma conica) di grossa legna con, allinterno, arbusti secchi di ginestra misti a rami e foglie secche, amalgamati con resina dalbero, compressi per bene in modo da bruciare lentamente. Il loro fuoco era potente e la luce era visibile da molto lontano. Ancora oggi, nel paese di Agnone (IS), alla vigilia di Natale e, da qualche tempo a questa parte, anche l8 Dicembre (Immacolata Concezione) di ogni anno, viene celebrata la NDOCCIATA, la festa della luce di chiara derivazione pagana, dove una processione di cento e pi uomini che indossano il tradizionale mantello nero, con una serie di ndocce sistemate a ventaglio e portate a spalla, sfilano per il centro storico della citt. Le attuali ndocce sono composte da unintelaiatura di legno di abete bianco con allinterno ginestre secche che bruciano sprigionando una forte luce. La cerimonia molto suggestiva e culmina con un grande fal dove vengono bruciate tutte le ndocce che hanno sfilato. Questa cerimonia stata presentata in Vaticano e celebrata davanti al Papa in piazza San Pietro l8 Dicembre 1996. (7) Lincontro amichevole e di studio tra il pitagorico Archita, Platone e il sannita Ponzio avvenuto a Taranto, una notizia narrata dal tarantino Nearco a Catone e riportata nel Cato maior di Cicerone (12, 39-41): Pertanto nulla cos detestabile quanto il piacere, se vero che esso, quando troppo intenso e duraturo, spegne ogni lume dello spirito. Queste parole disse Archita a Caio Ponzio Sannita, padre di colui dal quale i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio furono sconfitti nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, nostro ospite, che era rimasto fedele al popolo Romano, diceva di averle apprese dai suoi avi, essendo poi stato presente a quel discorso Platone di Atene, che, come mi risulta, era venuto a Taranto quando erano consoli Lucio Camillo e Appio Claudio. Cicerone d il praenomen Caius (lo stesso di Ponzio figlio) anzich Herennius, che quello dato da Livio. E molto probabile che Cicerone non attingeva alla tradizione annalistica e per non essere frainteso ha precisato che si trattava del padre e non del figlio. (8) Sul mensile FOCUS di Maggio 2001, nella rubbrica Domande e Risposte viene pubblicata la risposta alla domanda Perch si dice passare sotto le forche caudine?. La redazione del mensile cos risponde: La frase significa subire una grave umiliazione o una prova mortificante. Il modo di dire risale allantica Roma e precisamente alla seconda Guerra Sannitica. Nel 321 a.C. gli uomini dellesercito romano, sconfitti nella gola di Caudio vicina allodierna Benevento, subirono la mortificazione di dover passare disarmati sotto un giogo di lance, davanti ai vincitori Oltrech morale, la pena fu pure fisica: infatti i Romani, Consoli in testa, vennero sodomizzati. Lepisodio sembra essere lorigine del modo di dire che associa la fortuna alle dimensioni del sedere: chi aveva un grosso ano soffriva meno la violenza dei Sanniti ed era perci pi fortunato degli altri. Questultima parte non confortata da fonti storiche ma si basa sulla frase riportata da Tito Livio affermante che i Romani furono mortificati sia nel

fisico che nello spirito. (9) Lillustrazione tratta da: Enzo Biagi - Storia di Roma a fumetti - Edizioni Mondadori De Agostini - Novara 1988

sanniti.info Archive Like & Archive Like SANNITI SECONDA GUERRA SANNITICA (Seconda Parte) sanniti.info Archive Like & Archive Like Storia dei Sanniti - La seconda guerra sannitica. LA SECONDA GUERRA SANNITICA (Seconda Parte) I cinque anni di Pace Caudina servirono ai Romani per riorganizzare lesercito ma anche per sistemare meglio le difese dellUrbe e del suo territorio per far fronte ad un eventuale attacco dei Sanniti, cosa che tutti i cittadini temevano. Ma ci non avvenne perch, in quel periodo storico, ai Sanniti interessava la Campania e le sue fertili terre, per altro molto pi vicine al Sannio di quanto lo fosse la pianura romana. Spingersi verso lUrbe non rientrava, al momento, nelle loro mire espansionistiche. Tito Livio ha scritto nei suoi Annales di una immediata risposta che gli eserciti romani effettuarono contro i Sanniti per ripagarli dellonta subita alle Forche Caudine. Tutto ci scaturito dalla fantasia dellannalista padovano, per i noti motivi di cui abbiamo gi scritto nelle pagine precedenti, anche perch di questa presunta rappresaglia non se ne trovano tracce sia nella redazione dei Fasti Consolari sia negli scritti di Roma - Conquista del Lazio e dellItalia centrale (390 - 283 a.C.) altri storici ed annalisti di quel periodo. E vero invece che i Romani aumentarono lattivit diplomatica con il tessere una nuova rete fatta di alleanze e compiacenze proprio a ridosso dei territori sannitici tanto che, prima del 316 a.C., alcune cittadine sia apule che peligne entrarono nella loro sfera dinfluenza, aprendo cos a Roma un varco verso lAdriatico. In questo stesso periodo gli eserciti consolari dovettero fronteggiare una violenta ribellione dei Volsci, insorti contro la decisione di inviare coloni dallUrbe nella loro citt di Satricum ed in altri insediamenti di loro pertinenza situati nei territori del fiume Liri. I Romani dovettero fare affidamento a tutto il loro sangue freddo per intervenire con lesercito in una zona come quella del Liri fortemente presidiata dai Sanniti. Ed i Sanniti non si fecero sfuggire loccasione. Subito inviarono truppe in aiuto dei loro coloni nella valle del Liri ed attaccarono Plistica, altra comunit filoromana ubicata nello stesso territorio. La seconda Guerra Sannitica era ripresa. Il fronte del 315 a.C. si rivel troppo dispersivo per le forze romane. Gli eserciti consolari erano impegnati con Papirio Cursore in Apulia, Publilio Filone in Campania e Quinto Fabio Rulliano a Satricum e nella valle del Liri. Sia in Apulia che a Satricum i romani ebbero la meglio ma, in Campania, i Sanniti sconfissero lesercito di Publilio Filone e puntarono a nord verso il Lazio. A capo di questo esercito meddicheo vi era Gavio Ponzio, leroe delle Forche Caudine. Avvertito della disfatta di Filone, Quinto Fabio Rulliano, che era il pi vicino per intercettare lesercito sannita, dovette assumersi larduo compito di fermare le schiere di Gavio Ponzio. Il Console Rulliano decise cos di tagliare la strada al Meddix, impedendogli di risalire il Lazio e per questo motivo si preoccup di presidiare il percorso pi interno alla penisola (quello che in seguito divenne la Via Latina), lasciando che il suo Magister Equitum Quinto Aulio Cerretano presidiasse il percorso costiero (quello che in seguito divenne la Via Appia) accampandosi presso Tarracina (Terracina), in seguito definite le Termopili dItalia. Le frecce gialle indicano il percorso effettuato da Gavio Ponzio. 1 - Le schiere di

Quinto Fabio Rulliano. 2 - Le schiere di Quinto Aulio Cerretano. 3 - Le schiere sannite di Marco Fannio. Gavio Ponzio raggiunse la zona settentrionale della pianura campana molto rapidamente e dovette decidere se puntare subito verso Roma passando per la valle del fiume Sacco oppure chiudere il passaggio ai Romani, precludendogli lintero sud della penisola presidiando la gola tra i monti Ausoni e gli Aurunci. Il condottiero sannita decise per questa seconda soluzione e si trov di fronte le schiere di Aulio Cerretano a Lautule (vicino lodierna Itri). Lo scontro fu lungo ed aspro ed i Sanniti, per lo pi gli stessi guerrieri reduci dalle battaglie vittoriose delle Forche Caudine, ebbero la meglio. Lo stesso Aulio Cerretano cadde durante il combattimento. Con questa vittoria i Sanniti tagliarono in due il Lazio. Subito dopo Gavio Ponzio ed il suo esercito si spostarono verso i territori settentrionali prossimi a Roma, mettendo a ferro e fuoco molte citt del Lazio ed arrivando fino ad Ardea. Nel frattempo gli ambasciatori sanniti fecero opera di persuazione nei territori meridionali, convincendo gli Aurunci ed i Campani ad insorgere contro i Romani. Quinto Fabio Rulliano, dopo la disfatta di Lautule, si era precipitato a Roma con lintero esercito per difenderla, lasciando totalmente sguarnita lintera valle del Liri e, di conseguenza, lasciando campo libero alle schiere dei Sanniti. Un altro grande condottiero del Sannio, Marco Fannio, condusse la campagna del Liri conquistando subito Sora ed altre localit a nord del fiume. In conseguenza della vittoriosa campagna del 315 a.C., non fu difficile per i Sanniti far insorgere contro i Romani molte delle popolazioni del centro Italia soggiogate al potere dellUrbe. Guerriero sannita (310 a.C.)(1) In questo modo ogni contatto con lApulia e con le altre forze militari presenti in quei luoghi fu interdetto a Roma che, intanto, temeva per un possibile assedio sannita sotto le sue mura. Gli eserciti consolari presidiarono subito tutti i passaggi ed i varchi che conducevano alla citt. I Sanniti, dal canto loro, cercarono di coinvolgere gli Etruschi ad attaccare il Lazio da nord ma senza successo. Segu un periodo cesellato di piccoli scontri con cui i Sanniti si attestarono meglio nel sud del Lazio. A Roma, come sempre nei periodi di estremo pericolo per la Repubblica, vennero indette nuove elezioni per rafforzare il potere politico e militare. Caio Menio, Peteio Libone, Quinto Fabio Massimo Rulliano e Caio Sulpicio Longo furono gli uomini che condussero le operazioni militari e riorganizzarono le difese della citt. Rafforzarono i loro eserciti e si prepararono agli scontri con i Sanniti. In quel periodo, per, accaddero alcuni episodi che distolsero i Sanniti nel perpetuare le azioni di guerra nei territori del Lazio meridionale. Le forze del Sannio schierate nel sud dellItalia si trovarono, di colpo, sotto pressione a causa di uno dei tanti mercenari provenienti dalle altre sponde dellAdriatico. Acrotato, figlio del re di Sparta, invitato da Siracusa e da altre citt siciliane per scacciare il tiranno Agatocle, si era fermato a Taranto impensierendo non poco le schiere sannite. Marco Fannio e Q. Fabio Massimo. Necropoli dellEsquilino (2). Restituzione grafica dellaffresco dellEsquilino (2). Temendo che i Romani e le loro forze che ancora stanziavano in Apulia, potessero coinvolgere il condottiero Agatocle contro i loro insediamenti, i Sanniti sguarnirono di forze il basso Lazio per arginare leventuale attacco dal meridione da parte dellUrbe e del suo nuovo alleato. Lesercito di Gavio Ponzio si spost quindi a sud lasciando alle forze di Marco Fannio il controllo del territorio laziale. I Romani, approfittando dellinaspettato impoverimento delle forze sannite, organizzarono una controffensiva nel tentativo di conquistare di nuovo le posizioni perdute nel Lazio meridionale. Mentre Caio Menio controllava la situazione a Roma, i Consoli Quinto Fabio Massimo Rulliano e Caio Sulpicio Longo riunirono gli eserciti ed attaccarono le forze sannite a Terracina, sbaragliando la guarnigione e proseguendo verso i territori degli Aurunci e degli Ausoni, facendo pagar cara la loro rivolta contro

lUrbe massacrando lintera popolazione. Nel 313 a.C. gli eserciti consolari comandati sempre da Quinto Fabio Massimo Rulliano ma con Caio Giunio Bruto al suo fianco, riconquistarono Fraegelle ed il territorio del Liri, spingendosi oltre e conquistando Cales, Calatia, Atella, fino a Saticula e Nola. Per presidiare il territorio riconquistato dellAger Romanus e della Campania Settentrionale, i Romani istituirono le nuove colonie di Suessa e Saticula, questultima un tempo sannita. Nel 312 a.C. il Console Marco Valerio Massimo riconquist Sora ed insedi ad Interamna Lirenas, nei pressi della confluenza del fiume Liri con il fiume Gari (che insieme formano il fiume Garigliano), una colonia latina. Consolidate ormai le posizioni, i Romani iniziarono un lungo riesamine della sitazione che aveva portato la Repubblica ai limiti della catastrofe. Furono messi sotto accusa i Patrizi che avevano auspicato prima ed appoggiato poi lespansione verso sud, con linevitabile scontro con i Sanniti. Caddero molte teste tra le quali quella del Console Caio Menio. Alla fine del 312 a.C. gli Etruschi, convinti della debolezza che le guerre contro i Sanniti avevano apportato allintero apparato bellico romano, scesero in guerra aprendo cos un altro fronte che gli eserciti consolari ebbero difficolt a difendere. La guerra si prolung per diverso tempo, con scontri anche molto cruenti tra i due schieramenti fino a quando, nel 310 a.C., Quinto Fabio Massimo Rulliano accerchi le milizie etrusche e, con la tattica dei manipoli imparata dai Sanniti, sbaragli le falangi nemiche, annientandone cos lintero esercito. Nello stesso periodo i Sanniti sferrarono un pesante attacco in Apulia contro i Romani e questi, per alleggerire la pressione su quel campo di battaglia aprendo un nuovo fronte, inviarono un intero esercito con a capo il Console Caio Marcio Rutilo nel Sannio occidentale. Ma ad Allifae le forze romane ebbero un pesante crollo e dovettero attestarsi e fortificarsi aspettando aiuti esterni. A trarre dimpaccio Rutilo accorse lamico Lucio Papirio Cursore che, con una veloce azione, riusc a salvare lesercito arroccato riparando subito nel Lazio. Per tre anni, cio fino al 307 a.C., gli eserciti dei due popoli si affrontarono con fasi di gloria alterne e senza che nulla di importante fosse realmente condotto a termine. Intanto tra le schiere sannite cominciava a farsi strada un giovane condottiero di eccezionale abilit, Stazio Gellio, che dimostr subito il suo talento militare adottando, per la difesa, la strategia dei Tratturi. Infatti riusciva a presidiare qualsiasi luogo del Sannio facendo percorrere agli eserciti meddchei i percorsi tratturali utilizzati per la transumanza, che attraversavano il territorio in lungo ed in largo e che univano tutti i luoghi abitati sanniti, anche i pi lontani. Nel 306 a.C. i Sanniti al comando di Stazio Gellio, con una grande azione di forza, riconquistarono Calatia, Nola ed altre citt campane. Altre forze sannite oltrepassarono il Liri e riconquistarono Sora spingendosi di nuovo verso Roma. Con unabile mossa diplomatica, riuscrono ad occupare le citt di Anagna (Anagni) e Frusino (Frosinone) facendo anche insorgere alcune fazioni filosannitiche degli Equi. Roma si trov cos di nuovo sullorlo del panico nel dover affrontare, per lennesima volta, il timore di un attacco sannita sotto le sue mura. Il Console Quinto Marcio Tremulo organizz le difese esterne dellUrbe insediando un forte esercito nella valle del fiume Sacco e sedando con le armi gli spiriti antiromani delle cittadine vicino Roma conquistate dai Sanniti. Scontro tra Romani e Sanniti (3). Un altro Console, Publio Cornelio Arvina, si attest nella Campania settentrionale riconquistando Calatia e tenendo sotto controllo lintero territorio. Nel 305 a.C. i Sanniti tentarono limpresa di riconquistare il Campus Stellatis, nel territorio campano settentrionale sotto il controllo dei Romani. I loro spostamenti furono per rivelati da elementi infiltrati da Roma nel territorio a ridosso del confine con il Sannio, un metodo che i Romani iniziarono ad utilizzare per venir subito a conoscenza dei diversi spostamenti militari avversari. Ormai Roma aveva disseminato le aree di confine prossime al Sannio di colonie latine che partecipavano attivamente al controllo del territorio. I Sanniti furono infatti sbaragliati dagli eserciti consolari di Lucio Postumio Megello e di Tiberio Minucio Augurino con laiuto degli abitanti di Saticula, Suessa Aurunca, Cales e forse Interamna Lirenas.

Nel frattempo i due Consoli romani, dopo lo scontro con le forze sannite, erano venuti a conoscenza che il Meddix Stazio Gellio si era ritirato a Bovianum con il grosso del suo esercito. Partendo dalla zona dellattuale Teano, Minucio e Postumio penetrarono nel Sannio dalla parte del versante sud del Matese ma con percorsi diversi, ponendo sempre gli accampamenti a breve distanza tra loro. Minucio, dopo essersi addentrato nella valle del Lete e dopo aver proseguito in direzione di Bovianum passando per Letino ed il Lago del Matese fino a Sella Perrone, affront le difese sannite poste a guardia dello stretto passaggio che conduceva verso la pianura dove era ubicata la capitale pentra. Le schiere di Bovianum difesero strenuamente limpervia gola naturale, aiutati anche dalle truppe di Stazio Gellio. Nella battaglia morirono ambedue i comandanti, sia il Console romano Tiberio Minucio sia il Meddix sannita Stazio Gellio (4). Il comando dellesercito romano e delle operazioni in quella zona venne rilevato dal Console Marco Fulvio Curvo Petino. Il percorso seguito dai Consoli Tiberio Minucio (in blu) e Lucio Postumio (in rosso) nella presa di Bovianum del 305 a.C. Postumio si scontr con le forze nemiche presso Tifernum (forse lodierna Faicchio). Ambedue i Consoli ebbero la meglio sulle schiere sannite e puntarono verso Bovianum cingendola dassedio. Nello stesso momento altri contingenti romani mossero nel Sannio settentrionale riuscendo a riconquistare Sora ed Arpinum penetrando a fondo nel territorio e minacciando cos Venafrum, Aquilonia ed Aesernia. Nel frattempo i Consoli Petino e Postumio, ricevute notizie delle vittorie ottenute dagli eserciti romani nel nord del Sannio, forzarono lassedio a Bovianum riuscendo ad avere la meglio sulle forze dei Sanniti pentri. Gli scontri tra i due eserciti furono molto duri ma alla fine il Console Marco Fulvio Curvo Petino entr trionfante in Bovianum. Fanteria romana in battaglia (IV-III secolo a.C.)(5) Decapitati del comando e delle forze migliori, con la capitale Bovianum depredata e distrutta, i Sanniti poco tempo dopo, nel 304 a.C., scesero a pi miti consigli con i Romani, sottoscrivendo il solito trattato di pace discusso con i Fetiales che Roma gli aveva proposto. Essi erano anche allarmati per la situazione nel sud del Sannio, dove si profilava la minaccia dellennesimo condottiero mercenario doltre Adriatico, Cleonimo di Sparta, che arrivava chiamato da Taranto. Peraltro anche i Romani premevano per un trattato di pace con i Sanniti, esausti dopo cos tanti anni di cruente battaglie. Erano per consapevoli che tutte le roccaforti sannite erano rimaste intatte come quasi del tutto intatto era rimasto lintero territorio del Sannio. Avevano infierito sui vertici di comando ma non sullanimo e tantomeno sulla forza dei Sanniti. Anche se fortemente voluta dai Romani ed infine sopraggiunta, la pace non sarebbe durata a lungo. Avevano ormai fortificato lAger Romano con la costruzione di numerose colonie, costituendo quindi uninsormontabile barriera a difesa dellUrbe. Ma di fronte avevano i Sanniti, quelli che pi volte erano arrivati fin quasi sotto le mura di Roma, quelli da cui avevano imparato larte della guerra moderna, della nuova tattica della cavalleria, dei manipoli, delle azioni veloci e sfuggenti, della lotta corpo a corpo con le diverse armi corte. I Romani non potevano fidarsi dei Sanniti, ed i Sanniti non sopportavano la morsa in cui i Romani li stavano chiudendo. Con la stipula del trattato di pace, i Sanniti perdevano lintera valle del Liri, ogni possibile controllo su tutta la Campania e su met del territorio dei Caudini. Subito dopo la stipula del trattato di pace i Romani rafforzarono i controlli su molte aree a ridosso del confine con il Sannio, come per Atina che, seppure ancora sannita ed assorta nel lavoro di estrazione del ferro dalle montagne della Meta, aveva guarnigioni romane disseminate nel suo territorio. Comunque il cuore del Sannio era salvo, il territorio tra i monti delle Mainarde e la pianura di Malies (Benevento) era rimasto intatto, la capitale Bovianum era stata riconsegnata ai cittadini sanniti. Deve essere stato con un misto di frustrazione, timori e calcolo che i Sanniti conclusero la pace nel 304 a.C., diventando ancora una volta amici di Roma. Cavaliere sannita durante le guerre contro Roma (IV-III secolo a.C.)(6) NOTE

(1) Miniatura di guerriero sannita del 310 a.C. secondo la Ares Mythologic. (2) Affresco di pittura parietale tombale rappresentante un episodio delle Guerre Sannitiche. Dimensioni 87,5 x 45 cm. Necropoli arcaica dellEsquilino - Musei Capitolini - Roma. In quattro registri, divisi soltando da una linea sottile, sono illustrati la resa di una citt, le trattative tra due capi militari ed una battaglia. Cosa particolarmente importante, i nomi dei personaggi principali sono scritti accanto alle figure: supponiamo cos che la figura di sannita con la scritta M.FAN possa essere il Meddix Marco Fannio che intorno al 315 a.C. comand le schiere sannite nelle operazioni di guerra contro Roma. Con la scritta Q. FABIO possiamo identificare Quinto Fabio Massimo Rulliano, Dictator nel 315 a.C. e cinque volte Console (nel 322, 310, 308, 297 e 295 a.C.), generale romano che combatt nella seconda Guerra Sannitica. Il condottiero sannita Marco Fannio, abbigliato in modo adeguato al suo rango, coperto da una pelliccia (leone o montone) compare due volte. Nel registro in alto indossa un elmo tipo Montefortino con penne daquila, due schinieri e sembra portare uno scudo ovale. Nel registro in basso, il Meddix appare nello stesso atteggiamento, con la pelliccia ma solo con gli schinieri. Il comandante romano Quinto Fabio, che appare anchesso in ambedue i registri, avvolto nella sola toga e stringe nella mano destra una lancia. Si pu fare anche unipotesi sullautore delle pitture: lunico artista a noi noto di quel periodo ed anche lunico appartenuto a famiglia nobile, Fabio Pittore, che trasmise il suo cognome derivato dalla professione ad un ramo della famiglia. Questi visse proprio negli anni della seconda Guerra Sannitica, quando decor con pitture il tempio della Salute sul Quirinale, dedicato nel 303 a.C. proprio da un generale che aveva trionfato sui Sanniti. Non quindi impossibile che Fabio Pittore, parente di Q. Fabio Rulliano, abbia eseguito la decorazione dipinta sulla tomba dellEsquilino. (3) Miniatura di combattimento tra un fante romano ed uno sannita secondo la Andrea Miniatures. (4) Secondo Tito Livio, il Console Minucio fu ucciso in battaglia ed il comandante Stazio Gellio fu preso prigioniero e, al seguito del trionfo di Marco Fulvio Curvo Petino, portato a Roma in catene, esposto al pubblico ludibrio e decapitato sul foro. Secondo altri, il comandante sannita cadde in battaglia combattendo le schiere romane, negli scontri che videro la morte anche del Console Tiberio Minucio. E probabile che il Meddix sannita possa aver realmente trovato la morte in battaglia, perch il fatto stesso che le schiere romane ebbero la meglio su quelle sannite che stavano per sopraffarle, potrebbe significare uneffettiva perdita di comando anche delle forze sannite dovuta alla morte del loro condottiero. (5) Disegno della Zvezda Reproductions. (6) Ricostruzione in miniatura realizzata da Maurizio Bruno e Danilo Cartacci, tratta dal sito web dellassociazione culturale La Ruota del Tempo.

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Antonio Manzo: Tito Livio storico della terza guerra sannitica

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TITO Livio storico della terza guerra sannitica


nella regione matesina e del Medio Volturno del prof. Antonio Manzo Come nel saggio sulla seconda guerra sannitica[1] seguimmo criteri che miravano a lumeggiare particolari momenti dun capitolo di storia locale con la scorta di Tito Livio, cos nel presente nostro intendimento non discostarci dalle medesime finalit e dalla medesima fonte. Oltre al fatto che il racconto liviano costituisce il documento letterario pi ampio per ricostruire la trama delle guerre sannitiche, lo storico patavino, per elevatezza dingegno e per nobilt di carattere, suscita in noi il pi vivo rispetto e trova la critica odierna concorde almeno nel giudicare positivamente la sua narrazione dei fatti svolta su base annalistica; inoltre, talune notizie, proprio perch scarne o poco elaborate, ci appaiono non prive di credibile genuinit[2]. Alla fine della seconda guerra, nel 304 a.C., Romani e Sanniti si riconciliarono e rinnovarono il trattato[3], da cui in precedenza erano stati legati con Roma ed in base al quale i popoli romano e sannita vengono ora a trovarsi nuovamente sul piano di perfetta parit. I Sanniti, pur conservando la loro sovranit ed indipendenza, subivano tuttavia una perdita di territorio nellalto corso del fiume Liri e cosa ancor pi grave e degna di rilievo perdevano lOltrevolturno, vedendo in tal modo ridotta ed esautorata ogni loro ingerenza nella Campania. Di Allifae non sappiamo pi nulla, per quanto il De Sanctis[4] la ritenga annessa allo stato romano; va, in proposito, considerato che i Fasti Triumphales registrano il trionfo de Aequis di P. Sempronio Sofo ed il trionfo de Samnitibus di P. Sulpicio Saverrione, mentre Livio (9, 45, 1) ricorda che sotto il loro consolato vengono a Roma ambasciatori sanniti a chiedere la pace, e Diodoro (20, 101, 5 e 20) neppure fa menzione di vittorie sui Sanniti nel 404, per quanto non tralasci la vittoria di P. Sempronio Sofo sugli Equi. In dipendenza di ci, il Pais[5] nota opportunamente che dal racconto di Livio risulta forse implicitamente la stessa versione sul trionfo dei due consoli, laddove in Diodoro si celebrano esclusivamente le gesta ed il trionfo di P. Sempronio Sofo. Conclusa la pace, entravano, viceversa, nellorbita romana o rinnovavano con Roma i loro trattati dellalleanza tutte le trib abruzzesi rivierasche (Marrucini, Marsi, Peligni e Frentani)[6]. Nel corso del 303 Roma attese al consolidamento delle sue posizioni sia estendendo la cittadinanza a centri come Arpinum e Trebula[7], sia privando di un terzo del loro territorio le popolazioni, che, come i Frusinates (abitanti di Frusino, lodierna Frosinone), avevano partecipato e sostenuto la ribellione degli Ernici. Tale operazione, che saldava intorno al Sannio una cintura di sicurezza, e leffettivo bisogno di terre ubertose da parte dei Sanniti determinarono in essi uno stato di disagio e, conseguentemente, lacuirsi della loro insofferenza. Pertanto, verso la fine del 299, la ripresa delle ostilit sembrava cosa certa (Samnites arma et rebellionem spectare: 10, 11, 7) ed i Romani ne ebbero notizia dai Piceni, ai quali proprio allora era stata concesso il foedus damicizia che essi avevano richiesto. Ma linizio vero e proprio dello stato di guerra fu determinato dalle continue scorrerie dei Sanniti nel territorio dei Lucani[8]. Questi, infatti, mandano unambasceria a chiedere alleanza e protezione ai Romani, che laccordano e immediatamente dopo impongono ai Sanniti di sgomberare i territori da loro occupati in Lucania[9]. Al rifiuto di accondiscendere a tale richiesta si ha nel 298 la ripresa delle ostilit, la cui conduzione fu affidata ai consoli dellanno, L. Cornelio Scipione Barbato e Cn. Fulvio Massimo[10], che operarono su due fronti, verso lEtruria e verso il Sannio, con lintento qui di proteggere gli alleati Lucani ed Apuli, nonch di impedire ai Sanniti di congiungersi con gli Etruschi. Il primo combatt unincerta battaglia in Etruria ed oper anche nel Sannio[11]; laltro, pur avendo in animo di sviluppare

la sua azione contro il massiccio del Matese con un attacco frontale ed una manovra diversiva dal Sud, vide il suo disegno frustrato dal fatto che lungo i confini meridionali del Sannio si guerreggiava da un pezzo. Il console Fulvio, allora, ricorse ad un attacco dal Nord, che agevolato dallalleanza con le popolazioni rivierasche dellAbruzzo, fu coronato dalla vittoria. Cn. Fulvi consulis clara pugna in Samnio, scrive Livio (10, 12, 9), ad Bovianum haudquaquam ambiguae victoriae fuit. Bovianum inde adgressus ne cita multo post Aufidenam vi cepit. Lo storico patavino si riferisce, verisimilmente, a Bovianum vetus, lodierna Pietrabbondante, sita, come laltra localit a cui oggi fa riscontro Alfedena, nel territorio dei Saraceni. Precisazione non inutile, codesta, in quanto ultimamente A. La Regina[12] ha sostenuto che priva di fondamento lidentificazione di Pietrabbondante, con Bovianum vetus e che sono tutte relative allodierna Boiano le testimonianze antiche su Bovianum. Anche in merito allazione militare non v accordo nella critica: menzioniamo, per tutti, il De Sanctis, per il quale la vittoria presso Boiano e la presa di questa citt probabilmente una reduplicazione delle gesta del console M. Fulvio nel 305[13], in quanto poco probabile che si possa conquistare la capitale dei nemici, sita nel cuore del Sannio pentro, tanto pi che con la caduta di Bovianum, caput Pentrorum Samnitium (9, 31, 4), aveva praticamente avuto termine la seconda guerra sannitica. Rilievo giustissimo e tale da fugare ora ogni dubbio sulla identificazione di Bovianum con Pietrabbondante. Ma in favore dellidentificazione possibile addurre anche un altro fatto. Allinizio della terza guerra sannitica Bovianum dei Pentri doveva essere tornata in mano dei Sanniti, se, come vedremo pi avanti, fra le mura di questa citt essi trovarono rifugio, nel 293, dopo la sfortunata battaglia di Aquilonia. Tutto, comunque, lascia pensare che la campagna del 298 fu sfortunata per i Sanniti o, quanto meno, che essi furono messi in difficolt dalla rapida e decisa azione dei Romani. Sei i sanniti avvertirono la necessit di migliorare organizzativamente la futura condotta delle ostilit, ai Romani il 297 si presentava come un anno ancor pi difficile, in quanto che si profilava una guerra anche in Etruria. Mentre per, i consoli Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure stavano accordandosi circa la divisione del comando, ogni loro indugio nella scelta fu rotto dalle notizie di pace sul fronte etrusco ed entrambi quindi mossero alla volta del Sannio. Al fine di rendere pi agevole per le proprie truppe il servizio di vettovagliamento e di lasciare il nemico maggiormente incerto sulla zona, dove si sarebbero svolte le operazioni militari (10, 14, 4), Q. Fabio Rulliano penetra nel Sannio dalla parte di Sora (lomonima odierna cittadina laziale, sulla riva destra del Liri), ivi ponendo la base delle sue attivit; e P. Decio Mure si porta con lesercito nel territorio dei Sidicini, il cui centro principale era Teanum (oggi Teano). Entrambi i consoli divisero i loro uomini in piccoli distaccamenti per misura precauzionale, nonch per maggiore agevolezza tattico-manovriera, dovendo operare in un territorio accidentato. Inoltre, prima di darsi allopera di devastazione e di saccheggio, essi mandano ad esplorare una zona pi vasta di quella prevista per i loro movimenti, onde evitare spiacevoli sorprese da parte del nemico. Nel corso di tali spostamenti, Decio punt verso la vallata del calore e Fabio si diresse verso il territorio alifano: grazie alla sua accortezza e vigilanza nel condurre la marcia pot sfuggire ad un attacco di sorpresa che i Sanniti avevano predisposto schierandosi in una valle fuori mano, nei pressi di Tifernum nel territorio dove sera gi combattuto nel 305[14]. Ipotesi non lontane dal vero fanno ritenere che si trattasse dun oppidum che portava lo stesso nome del massiccio del Matese (Tifernus mons)[15], sito dove una via montana immetteva nella Campania. pensabile, infatti, che, oltre alla normale via attraverso il Matese (Alfe-Castello-S.Gregorio-Lago-Perrone-Guardiaregia)[16], esistesse un altro itinerario, che partendo da Saepinum [17] sfiorava il territorio di Guardiaregia e le falde sud-orientali del monte Mutria, toccava il territorio di Pietraroia e di Cerreto, proseguiva attraverso la valle del fiume Tiferno e raggiungeva, infine, il piano nei pressi di Faicchio. Qui i Sanniti costruirono imponenti fortificazioni, le cui tracce sono ancor oggi visibili sulle pendici meridionali di monte Acero e troverebbero riscontro con le costruzioni monte Cila[18]. Il console Fabio, dunque, fa marciare i suoi uomini a reparti affiancati, per essere pronto ad ogni

manovra dattacco, e fa procedere in posizione arretrata le salmerie protette da una piccola scorta. I Sanniti, allora, che pur hanno visto sfumare il fattore sorpresa e diminuire, nel contempo, le probabilit di vittoria, scendono verso il piano per dare battaglia e fortunae se maiore animo quam spe committunt (10, 14, 8). Magnifica e significativa pennellata: Livio ci fa capite quale era lo stato danimo dei Sanniti, ma pi ancora la realt delle loro condizioni. Senza voler usare unimmagine iperbolica, per essi, ormai, si trattava di vita o di morte; cera nei loro cuori la consapevolezza di chi sta per affrontare il combattimento che avrebbe deciso per la sopravvivenza stesa della patria libera ed indipendente. Per questo il loro impegno e la loro combattivit furono tanto accaniti, da impensierire il comando romano, che fa pervenire un efficacissimo messaggio ai suoi reparti di cavalleria. Fabio cerca di far leva sui suoi uomini suscitandone lo spirito di corpo, ma non si nasconde il timore che neppure la carica di cavalleria possa dare il vantaggio sperato. Bisognava ricorrere anche allastuzia. Egli, allora, comanda a Scipione, il console dellano precedente, di mettersi a capo degli hastati, che venivano cos distolti con un audace gesto dalla posizione che occupavano nello schieramento della legione[19], e di guidarli con la maggior cautela possibile sulle balze circostanti la zona dello scontro, alle spalle del nemico. Come gi previsto e paventato, la carica della cavalleria non riusc a sfondare la fronte dei Sanniti, che passano ad attaccare con maggior violenza per la fiducia riaccesa nei loro animi del primo successo, ma vengono arrestati dalle forze fresche dei triarii che il console aveva fatto avanzare; inoltre, quando meno essi se laspettavano, vedono le insegne di nuove truppe che venivano gi dai monti e sentono il loro grido di battaglia. In vero, per, i Sanniti furono atterriti non tanto dallo spavento che potevano realmente incutere quelle poche truppe apparse sulle alture, quanto dallinganno (error) che giungesse lesercito del console P. Decio Mure. Daltra parte, questo medesimo error, che Fabio non tralascia di accreditare presso i suoi, infonde coraggio ai Romani ed ogni soldato grida pieno desultanza. Per i Sanniti il crollo: si danno alla fuga e si disperdono rapidamente salvandosi su per le balze del Matese in quanto non serano allontanati molto dallimbocco della valle.. Dallo svolgimento della battaglia possiamo anche arguire che laltro console aveva proseguito la sua marcia, ma, conosciute le intenzione dei Sanniti, si sposta verso Sud-Est, attraversa il Volturno e procede lungo la riva sinistra del Calore. Tali dovettero essere i movimenti, determinati dal comportamento degli Apuli [20], che erano stati indotti alla ribellione dai sanniti e marciavano ora in direzione di Maleventum [21]. Decio, dunque, li affronta senza indugio e, avendo agito con risoluta decisione, riesce a metterli in fuga. Che le cose, siano andate in questo modo non difficile ammettere; altrimenti riesce incomprensibile spiegarsi la presenza degli Apuli a Maleventum [22]. Il successo ottenuto dai Romani induce il console a proseguire la sua marcia allinterno del Sannio; ed una volta congiuntosi con il collega, entrambi si danno per cinque mesi ad unazione di guerriglia, che, se da un lato porta alla devastazione di vaste zone, dallaltro non frutta il raggiungimento di interessanti obiettivi militari. Livio registra la conquista di Cimetra (probabilmente lodierna Cusano, ma forse meglio non volerne precisare lubicazione e annoverarla fra i tanti centri del Sannio scomparsi per sempre dopo questa guerra di distruzione). Arriviamo cos allanno 296: furono eletti i nuovi consoli nelle persone di Appio Claudio e di Lucio Volumnio, mentre ai consoli usciti di carica fu prorogato limperium [23] per sei mesi, affinch continuassero le operazioni nel Sannio. E cos P. Decio Mure, da solo in quanto il collega Fabio sera recato a Roma per i comizi elettorali, sconvolse le contrade sannitiche con una sistematica opera devastatrice e con azioni di guerriglia. Secondo Livio, Decio avrebbe costretto lesercito nemico ad uscire dal suo territorio ed a rifugiarsi in Etruria (10, 16, 2 sg.): ma questa, come pure altre notizie da lui registrate per il 296, sembrano poco attendibili. Le cose, in realt, dovettero andare diversamente, perch probabile che un esercito sannita, al comando di Gellio Egnazio, sia stato mandato di proposito in Etruria, per unirsi col alle altre forze (specialmente Galli e Sabini, oltre agli Etruschi), che si accingevano a costituire una grande coalizione antiromana. Accettando codesta versione dei fatti, dobbiamo pensare che i Sanniti delle contrade meridionali, il cui occhio avido si volgeva alle pianure

alifana e di Terra di Lavoro oltre tutto per bisogno di aree coltivabili e per interessi commerciali, dovettero assumersi il compito di difendere la patria comune. Ma la loro resistenza non pot, evidentemente, essere salda e parecchie citt dovettero cedere alle truppe romane. Decio, infatti, occup Murgentia, che Livio indica come una validam urbem (10, 17, 3)[24], Romulea [25] e Ferentinum [26]. Livio (10, 17, 11 sg.) ci parla anche di altre fonti, che o attribuivano a Fabio Rulliano unimportanza maggiore facendolo leroe di Ferentinum e di Romulea [27] o davano la gloria dei fatti darme ai nuovi consoli; e precisa pure che taluni annalisti facevano riferimento solamente ad uno di essi, a L. Volumnio. I Sanniti, comunque, accettarono di buon animo, almeno in apparenza, la perdita delle citt su menzionate e dei relativi territori: essi speravano, cos facendo, di distrarre lattenzione dei Romani, mentre volevano soltanto guadagnare tempo, in attesa che sul fronte etrusco gli eventi maturassero in loro favore e li consigliassero ad operare con decisione nella zona a Nord-Ovest di Tifernum, ovvero in quello che potremmo chiamare lo scacchiere alifano-matesino. E tale disegno ebbe, almeno in parte, un positivo esito nel corso dellanno seguente. Va, inoltre, tenuto presente che gi sul finire della proroga dellimperium a Fabio Rulliano e a Decio Mure la situazione si era fatta pericolosa per Roma. Mentre i proconsoli operavano nella zona lucano-irpina a causa della defezione di alcune trib ed i consoli erano impegnati in Etruria, i Sanniti passano in Campania attraverso il territorio dei Vescini, che si estendeva sulla sinistra del Liri fino alle pendici del Monte Massico,e per lager Falernus, compreso nella parte settentrionale della Campania sulla destra del Volturno: lincursione era stata messa in atto certamente attraverso il territorio di Alife e di Riardo. La notizia delle devastazioni operate dai Sanniti induce il console Volumnio a cambiare itinerario e ad accorrere in difesa degli alleati. Giunto nel territorio di Cales [28], egli si rende conto del danno subito da quelle popolazioni. Dalla loro voce, infatti, apprende che i nemici, procedevano lentamente nella loro marcia di ritorno, in quanto resa difficile dalla preda che si tiravano dietro, e che avevano in animo di fare una seconda spedizione. Volumnio, allora, per avere una conferma di tali notizia, invia, in diverse direzioni, suoi cavalieri col mandato di fare qualche prigioniero: viene cos a sapere che i Sanniti serano accampati presso il fiume Volturno e che circa la mezzanotte avrebbero ripreso la marcia verso le loro terre. Il comandante romano, prima che facesse giorno, compie una marcia davvicinamento al nemico e manda alcuni dei suoi, che conoscevano la lingua osca, parlata dai Sanniti, a spiarne le mosse. Il loro compito facilitato dalla confusione e dal disordine: i reparti sanniti si erano gi messi in marcia, ma con pochi armati, in quanto la maggior parte era rimasta indietro per accompagnare le salmerie, che stavano allora uscendo dallaccampamento. E un esercito lento e non solo perch impacciato nei movimenti, ma anche per la mancanza di disciplina: ognuno pensava alle cose proprie, per non dire che era piuttosto scarso il necessario collegamento fra i singoli e fra i reparti. E Livio non manca di farci notare al momento opportuno che codesta deficienza caratterizzava, in maniera evidente, linferiorit dei Sanniti, laddove la disciplina era sempre il fattore che caratterizzava e determinava la vittoria dei Romani. Il console muove allassalto nel momento pi opportuno, quando meno il nemico se laspettava, per cui la battaglia, fin dal primo momento, si pu dire decisa in favore dei Romani. Il comandante sannita ed un buon numero di suoi uomini vengono fatti prigionieri; nel contempo, sono liberati i prigionieri romani ed recuperata tutta la preda. Siccome si trattava di oggetti e di materiale sottratti a popolazioni alleate, ogni cosa viene restituita ai legittimi proprietari. Era, intanto, giunta lepoca dei comizi consolari e Volumnio fu chiamato a Roma per convocarli, in quanto egli era il console in quel momento meno impegnato nelle azioni belliche. Dietro suo suggerimento, furono eletti, con una scelta veramente intelligente, due uomini la cui perizia militare si era in precedenza dimostrata efficiente, L. Fabio e P. Decio; Appio Claudio fu fatto pretore e Volumnio, per decreto del senato, continu a tenere, come proconsole, il comando del suo esercito nel Sannio (Liv. 10, 22, 9). Le operazioni del 295 furono assai complesse: per quelle a Nord, nellEtruria (battagli di

Sentinum, Sassoferrato), Livio si dilunga in particolareggiate descrizioni (10, 22-29)[29]; ma, esulando quei fatti nel nostro argomento, passiamo ad analizzare quanto avvenuto sul fronte meridionale. Quivi troviamo in azione il proconsole Volumnio, che sconfigge un esercito sannita e lo volge in fuga dopo di averlo costretto a ritirarsi sulle giogaie del Matese: cos comportandosi egli dimostra di non essere stato intimorito da quei luoghi aspri (non deterritus iniquitate loci: 10, 30, 7). La decisa e rapida mossa del comandante romano stronc ogni velleit offensiva dei Sanniti, che erano scesi dai monti del Matese attraverso la valle del Titerno con la speranza, se la loro manovra non fosse stata subito notata, di piombare su Capua (lodierna S. Maria Capua Vetere) marciando lungo la catena dei Tifata. Essi, tuttavia, non desistettero alla idea di invadere la pianura campana. Anzi, proprio mentre si combatteva sui campi di Sentinum, o subito dopo, si registra unattiva ripresa delle operazioni da parte dei Sanniti. Dalla regione dei Pentri, questa volta, mossero verisimilmente due eserciti. Luno scende al piano servendosi della via che da Bovianum, attraverso il Matese, me[] mianumque (10, 31, 2); laltro si porta ad operare in Aeserninum [30] quaeque Volturno adiacent flumini (ibid), ovvero nel territorio del corso superiore del Volturno ed in tutta la regione bagnata dal fiume. Il pretore Appio Claudio, con lesercito di Decio Mure, il console morto valorosamente nella battaglia si Sentinum, corse ad affrontare i Sanniti nella zona di Aesernia [31]; il proconsole Volumnio, intanto, si porta a contrastare la marcia dei Sanniti che dilagavano nel territorio vessino e falerno. La manovra romana costringe i Sanniti ad indietreggiare verso il territorio caleno (Cales) e stellatine (Tremula) per non restare chiusi in una morsa e staccati dalle loro basi di rifornimento. Nellager Stellatis le forze contrapposte si scontrano col massimo accanimento (infestissimis animis: 10, 31, 6): i Romani erano esasperati di combattere contro un nemico, che non aveva mancato di riprendere le armi con ostinato impegno dopo ogni sconfitta; i Sanniti, di contro, erano consapevoli di lottare per lultima speranza (ad ultimam spem: ibid). La vittoria arrise alle armi romane, ma va riscontrato che i Sanniti avevano fatto di tutto per avere la meglio e grande era stato il loro sforzo, in questo teatro operativo, in quanto si erano proposti di trovare un punto debole nella difesa avversaria e di volgere in loro favore le sorti ormai compromesse della guerra con la conquista delle fertili terre site tra la via Appia e il Volturno. Ma a nulla vale tale impegno perch le superstiti forze sannite sono costrette a risalire la pianura e si disperdono sui contrafforti del Matese, dove i Romani, per quanto vincitori, si trovarono nellimpossibilit di seguirle e, conseguentemente, di veder risolto come speravano il problema della piena sicurezza dei confini campani. Va, inoltre, sottolineato un altro fatto. I Sanniti, durante lo sfortunato combattimento nellAeserninum sperimentarono che la vallata superiore del Volturno offriva lopportunit di invadere la Campania con una certa agevolezza di movimenti, perch nella zona pianeggiante la marcia risultava facile ed i rifornimenti erano assicurati, mentre, in caso di ritirata, era possibile arretrare su comode posizioni naturali e difficilmente espugnabili anche da un esercito efficiente come poteva esere quello romano. In dipendenza di ci, i Sanniti spostano il loro campo dazione nella vallata del Volturno e del Liri, da dove si poteva prendere alle spalle tutta la fertile pianura campana, che ad essi appariva sempre come un irraggiungibile miraggio. Lo stato maggiore romano non sottovalut il pericolo che si correva e fu in grado di correre ai ripari per fronteggiare quella minaccia anche grazie al fatto che lEtruria era in assoluta calma. La condotta della campagna di guerra per il 294 fu, perci, suggerita ai nuovi consoli da quella finalit. Anche il senato sera reso conto della situazione ed aveva decretato che tanto L. Postumio Megello quanto M. Attilio Regolo operassero nel Sannio, avendo acquisito la convinzione che su quel fronte esisteva il problema da affrontare e da risolvere, tanto pi che a Roma correva voce che i Sanniti avevano messo in piedi tre eserciti: con uno essi pensavano di suscitare, se non anche di fare nuovamente guerra in Etruria; col secondo ripetere loperazione di saccheggio e di devastazione gi attuata in Campania nellanno precedente; col terzo di difendere il territorio nazionale. Mentre Postumio trattenuto a Roma da una malattia, il collega fatto partire senza indugi perch il senato aveva stabilito di attaccare i Sanniti nelle loro sedi, prima che ne uscissero. Ma tale

operazione frustrata dallesercito avversario gi in movimento. Come per un tacito accordo, scrive Livio (10, 32, 4), le forze contrapposte vennero a contatto in un punto tale, da cui i Romani non riuscivano a penetrare nel patrio suolo dei Sanniti e questi non potevano invadere n le regioni sottomesse a Roma n i territori dei suoi alleati. Col favore della nebbia, che si mantiene fino a giorno inoltrato (ci troviamo, verisimilmente, nella valle del Liri oppure allimbocco della valle del Rapido), i Sanniti attaccano il campo romano: dapprima la sorpresa blocca qualsiasi azione tendente a sventare la manovra, ma, in un secondo momento, i Romani riescono ad arrestare il nemico per poi ricacciarlo dallaccampamento. I Sanniti, per sono imbaldanziti dal parziale successo e continuano la loro pressione fino allarrivo di Postumio, che per quanto ancora malfermo in salute, era stato mandato in tutta fretta col suo esercito. I due consoli per vie diverse (diversi consules: 10, 33, 10) si danno allopera devastatrice nonch si impegnano ad operare contro citt nemiche. Per Postumio ha inizio ora la sua campagna a cui la sorte non manca di arridere. Dopo aspri combattimenti, egli si impadron di Milionia [32] e prese possesso di Feritrium, citt abbandonata in un tempo anteriore dai suoi abitanti; lo stesso avvenne anche per altri centri urbani. Le cose non andarono altrettanto per Attilio, che, spostatosi col suo esercito verso Sud, venne battuto presso Luceria; ma in un secondo momento, dopo di aver sia pure a stento riorganizzato lesercito, riusc ad ottenere la vittoria. I Sanniti cercano di occupare la colonia latina di Interamna, posta tra il Liri e Casinum (citt laziale sul fiume Casinus, con una rocca dove oggi si erge la famosa abbazia di Montecassino), ma falliscono nel loro intento e per giunta, mentre si allontanavano con la preda raccolta nel territorio, si imbattono nelle truppe di Attilio, reduce dallApulia, e sono sconfitti. Lasciato lesercito ad il console vittorioso si porta a Roma per presiedere i comizi e per celebrare il trionfo, che per gli fu negato a causa delle perdite subite e perch, dopo la seconda battaglia presso Luceria, aveva fatto passare sotto il giogo i prigionieri sanniti sine pactione (10, 36, 19). Lignominia del giogo, infatti, doveva essere accettata dal nemico nelle condizioni di resa quale riscatto della vita a prezzo del disonore; altrimenti, il far passare sotto il giogo dei prigionieri catturati con le armi in pugno era atto irregolare, senza significato e non poteva essere accolto dal senato. Nel 293 furono consoli Sp. Carvilio e L. Papirio Cursore. Il caso volle che i Sanniti scendessero in campo con lo stesso animo e con lo stesso apparato di armi del 310, quando erano stati vinti dal padre di Papirio[33]. La sconfitta dellanno precedente aveva acuito nel loro animo il fermo proposito di prendersi una rivincita, per cui ora adunano nella citt di Aquilonia [34] ben quarantamila uomini arruolati per tutto il Sannio con una circoscrizione fatta in maniera inusitata, oltre che severa. Il giovane, infatti, che non si fosse presentato alladunanza o che si fosse allontanato senza il permesso del suo comandante sarebbe stato sacrificato a Giove. A questo punto Livio (10, 38, 5 sgg.) ci fa sapere che il giuramento dei soldati si svolse secondo un rituale, le cui formule erano state lette in un antico libro di lino[35]. La recluta veniva fatta avvicinare allaltare pi come vittima che come partecipe della cerimonia (sacri particeps) per suscitare in lui il sacro timore; poi, gli veniva imposto il segreto con una formula di giuramento orribile per la maledizione (execrationem) che conteneva[36]. In caso di inadempienza, tale maledizione non si limitava alla vita (caput) di chi giurava, ma coinvolgeva la sua famiglia e la sua discendenza, che si sarebbe venuta a trovare esclusa per sempre dalla comunit religiosa e civile del popolo sannita. Vengono, quindi designati per nome dieci giovani tra i pi eminenti e ad essi dato lincarico di scegliersi ciascuno un compagno (vir virum legerent), il quale a sua volta se ne sarebbe scelto un altro e cos di seguito fino a raggiungere il numero di sedicimila. Il vantaggio di un siffatto modo singolare di arruolamento consisteva soprattutto, sul fatto di poter allestire reparti molto bene affiatati e legati anche dal vincolo dellamicizia. Oltre questo esercito, detto linteato, perch il recinto dove si svolse il giuramento era stato coperto con tela (linteis contectus)[37], anche un altro contingente sannita di truppe scelte si accamp nei pressi di Aquilonia, nec corporum specie nec gloria belli nec apparatu linteatae legioni dispar (10, 38, 13). In campo romano, il console Sp. Carvilio prese il comando delle legioni lasciate ad Interamna da M. Attilio e con esse occup Amiternum, oppidum di una certa importanza se loperazione cost ai

Sanniti duemilaottocento morti e quattromiladuecentosettanta prigionieri, ma non identificabile con unantica citt sabina sita nei pressi del fiume Pescara, che ancor oggi nella valle aquilana chiamasi Aterno (Aternus), e della quale esistono le rovine presso il villaggio di S. Vittorino, perch Livio ci fa sapere che Carvilio mosse alla volta del Sannio (in Samnium profectus: 10, 39, 2) n ci sono dubbi sulla tradizione del testo. Laltro console arruolato un nuovo esercito, espugn Duronia, citt di incerta ubicazione, ma sita verisimilmente nel territorio dei Pentri. Entrambi i comandanti romani passano, quindi, allopera devastatrice nel Sannio occidentale e specialmente nel territorio di Atina, centro dei Volsci e perci corrispondente allomonima cittadina in provincia di Frosinone: cos facendo, giungono Carvilio a Cominium [38] e Papirio ad Aquilonia, ubi summa rei Samnitium erat (10, 39, 5). Nei pressi di questa citt n si sospese del tutto il guerreggiare n si attacc con impegno: i due consoli si tengono giornalmente informati di qualunque avvenimento, per quanto anche la vigilanza di Carvilio fosse rivolta pi ad Aquilonia che a Cominium, consapevole che le operazioni militari avrebbero ivi assunto un carattere decisivo (maiore discrimine: 10, 39, 7). Papirio, quando ravvis lopportunit di dare battaglia al nemico, si accord col collega, affinch questi muovesse contemporaneamente allattacco di Cominium per impedire laccorrere di rinforzi ad Aquilonia. N omise, dimostrando il suo fine intuito desperto comandante, di tenere alto il morale dei suoi uomini, che potevano essere impressionati dallapparato militare dei nemici. Le parole del console sortirono leffetto voluto nellanimo dei soldati, che sono presi da un violento ardore combattivo. Livio si sofferma anche a descrivere gli auspici, i preparativi alla battaglia e lo schieramento delle truppe; senza tralasciare di aggiungere qualche pennellata intesa a fissare gli stati danimo delle due parti in campo: Romanos ira, spes, ardor certaminis avidos hostium sanguinis in proelium rapit; Samnitium magnam partem necessitas ac religio invitos magis quam inferre pugnam cogit (10, 41, 1). La battaglia infuria ed i Sanniti riescono a mala pena a sostenere limpeto travolgente delle legioni romane; di rincalzo ecco apparire Sp. Nauzio (altri annalisti tramandano il nome di Ottavio Mecio) con le truppe ausiliarie, che sollevano un polverone non giustificato dal numero effettivo dei soldati. Era un espediente, infatti: si trattava degli addetti al trasporto dei bagagli (calones), che procedevano a dorso di mulo trascinandosi rami frondosi. Anche la visibilit era ridotta a causa della polvere che essi facevano sollevare. Sembrava, visto da lontano, un vero esercito in marcia, del quale si distinguevano in prima fila armi ed insegne, con la cavalleria in posizione arretrata. Lespediente ben congegnato raggiunse il suo scopo, tanto vero che fefellit non Samnites modo sed etiam Romanos (10, 41, 6). Il console Papiro cap al volo la situazione e con scaltra perspicacia non fece che confermare lerrore dei suoi. A gran voce, in modo che i Sanniti potessero udire, e ripetutamente gridava che Cominium era caduta e che si stava avvicinando laltro console vincitore; in pi andava dicendo ai suoi uomini che bisognava risolvere il combattimento, a tutti i costi, prima che la vittoria non si potesse attribuire allintervento dellaltro esercito. Perci egli d alla cavalleria il segnale di muovere alla carica: provolat eques, scrive Livio (10, 41, 9) usando un singolare collettivo corrispondente ad un plurale italiano, come si incontra pi frequentemente in poesia che in prosa, ed un verbo che indica propriamente luscir volando, donde lo slanciarsi in avanti; e se ne vedono le conseguenze: Infestis cuspidibus in medium agmen hostium ruit perruptique ordines, quacumque impetum dedit (ibid.). Il nemico sbaragliato: la fanteria dei Sanniti trov riparo nellaccampamento o in Aquilonia, mentre nobilitas equitesque Bovianum perfugerunt (10, 41, 11). Che si tratti di Bovianum Undecimanorum, lodierna Boiano, non c dubbio ed approvato da quanto scrive anche Dionigi dAlicarnasso (17, 18, 4), che muovere il console da Aquilonia verso la regione dei Pentri; inoltre, la cosa confermerebbe che Livio, quando in precedenza ha parlato di Bovianum (10, 12, 9), si riferiva allodierna Pietrabbondante. Ma vediamo i fatti in particolare: L. Volumnio occupa laccampamento nemico prima che L. Scipione (nel citato elogio non si accenna a questa battaglia) espugnasse Aquilonia, dove la resistenza maggiore, perch la citt offriva, con le sue mura, una buona difesa. Sul far della sera anche Aquilonia cade nelle mani dei Romani, ma il console, che non aveva potuto seguire tutti gli avvenimenti e si

preoccupava di radunare i reparti essendo prossima la notte, ritiene opportuno, per timore di insidie, di non prendere possesso della citt. Col favore delle tenebre i Sanniti superstiti al sanguinoso scontro (Livio 10, 42, 5) ci parla di 20.340 morti) riescono a sfuggire allaccerchiamento attraverso una porta che sapriva nel tratto di mura non ancora conquistate dai Romani. Con eguale fortuna si svolsero, per il console Carvilio, le operazioni sotto Cominium che venne in tal modo conquistata (10, 43, 1 sgg.). Le truppe sannite inviate in aiuto alla citt non intervengono nel combattimento e, per quanto incalzate dai Romani, riuscirono almeno in parte a rifugiarsi incolumi a Bovianum (10, 43, 15). La battaglia di Aquilonia e di Cominium un avvenimento importante della storia di Roma e Livio ce lo fa intendere a chiare parole, ponendo sullo stesso piano L. Papirio Cursore figlio, vincitore di Aquilonia, e L. Papirio Cursore padre, da lui proclamato superiore ad Alessandro Magno (9, 17,8 e 13). E, dunque, un errore fra praticamente terminare la terza guerra sannitica con la battaglia di Sentinum del 295, perch tale scontro non fu determinante n valse a fiaccare la potenza dei Sanniti. E il comportamento ufficiale di Roma sottolinea M. Jacobelli[39] - il primo a farci comprendere che la battaglia di Sentino devessere riguardata come una tappa e la nostra come una meta. Solo dopo di essa infatti annota Livio che lannuncio dei consoli fu ascoltato nella Curia e nellassemblea del popolo con giubilo immenso, e la pubblica esultanza fu solennizzata con una supplicatio di quattro giorni a gara con la partecipazione privata (10, 45, 1). I due consoli vincitori decidono, quindi, di sottomettere la regione, per cui procedono alla conquista delle citt sannite ed alla distruzione dei centri pi importanti. Carvilio opera vittoriosamente contro Velia, Palumbinum ed Herculaneum (tutte localit per noi sconosciute e difficilmente ubicabili); Papirio dirige su Saepinum (lodierna Terravecchia di Sepino), dove incontra una certa resistenza. Strinse, allora, i Sanniti in un assedio vero e proprio, conclusosi con lespugnazione della citt ed una strage di grandi proporzioni. Linverno sospese le operazioni militari. Papirio celebr uno splendido trionfo de Samnitibus, con una cerimonia straordinaria per quei tempi, e condusse lesercito a svernare nel territorio di Vescia, sulla sinistra del Liri ai confini del Sannio. Anche Carvilio celebra a Roma il trionfo de Samnitibus, per quanto abbia conluso il suo consolato con una vittoria in Etruria e con la pacificazione dei Fallisci (le rovine della loro capitale, Falerii, sono visibili presso Civita Castellana). Con lindicazione dei consoli per il 292, Q. Fabio Massimo Gurgite e Giunio Bruto Sceva, e con brevi cenni introduttivi sui costumi e sui culti dei Greci si chiude la prima decade dellopera storica di Tito Livio. Il caso ci ha privati della seconda decade, per cui non possediamo nel racconto diretto del Nostro gli ultimi avvenimenti e la conclusione del pluridecennale duello di Roma con i Sanniti: ricorriamo, per le nostre notizie, alle Periochae [40] e ad altre fonti storiche (Eutropio e Paolo Orosio). La grave sconfitta subita nellanno precedente dai Sanniti non ebbe leffetto che i Romani speravano ed il 292 trova il loro esercito in piena efficienza bellica, anzi, in grado di battere[41] le truppe di M. Fabio Gurgite. La sconfitta dovette essere abbastanza grave, se in senato si discusse sulla opportunit di togliere il comando dellesercito al console vinto, che fu salvo per le preghiere del glorioso padre Fabio Rulliano, impegnatosi a riprendere le armi ed a restare accanto al figlio in qualit di legato. E la presenza del vecchio guerriero avrebbe rovesciato la posizione fino al punto di procurare una grande vittoria romana con la cattura dello stesso duce sannita Caio Ponzio (il figlio del vincitore di Caudium), che Fabio Gurgite pot portare seco nella sua pompa trionfale (vd. C.I.L. 12, 127; Liv. per. 11) e che venne poco dopo trucidato. Nel 291 sono registrate la espugnazione di alcuni luoghi del Sannio e limportante conquista di Venusta (lodierna Venosa, in Puglia), con successiva deduzione di una solida colonia, superiore per numero a tutte le precedenti (ci tramandata la cifra di ben 20mila coloni, in grado di dominare la regione circostante, nonch di evitare che potessero ancora una volta riunirsi le popolazioni a Nord e a Sud di Roma, come era avvenuto prima della battaglia di Sentinum. Nel 290, la guerra tra i Romani e i Sanniti viene ripresa, ad opera dei consoli Manio Curio Dentato e P. Cornelio Rufino, con linvasione delleroico Sannio, che sistematicamente devastato da occidente ad oriente[42]. Finalmente conclusa la pace e, dopo circa mezzo secolo, ha termine la guerra.

Il merito attribuito al console Curio Dentato, le cui vittoriose imprese sembra si siano svolte piuttosto nel paese dei Sabini. La nuova pace fu fatta sulla base dellantica alleanza, pace abbastanza mite e che non comportava condizioni umilianti per i Sanniti, i quali ebbero s a lamentare qualche lieve menomazione territoriale (la citt di Atina e forse anche quella di Venafrum furono incorporate nello stato romano), ma rest ferma la clausola che sanciva lindipendenza della Confederazione sannita. Riconoscimento teoricamente valido, ma svuotato a poco a poco dogni significato: i Sanniti, ormai circondati da tre parti da paesi romani, o alleati di Roma, e disperando di avere aiuti esterni, si rassegnarono, non senza altre prove di forza, alla supremazia romana. Milano, 31 Ottobre 1967 Home Page Antonio Manzo

[1] Il saggio si legge in Annuario 1966 dellAssociazione Storica del Sannio Alifano, pp. 114127; per la sua favorevole accoglienza della critica, vd. in Rivista di Studi Classici 15, 1967. [2] Non manca ancor oggi di stupire quanto ebbe a scrivere un illustre storico che cio nellopera di Livio non c sfoggio di pensiero, e nulla pi mediocre delle sue considerazioni politiche, militari, religiose. Incapace come pochi tra gli storici di rappresentarsi un fatto nel reale suo svolgersi, ma abile parimenti a giudicare bene dun dato statistico, a farsi unidea chiara del contendere dei partiti o dellandamento di una battaglia, a intendere bene il valore di una formula giuridica, tutto ci che ne suoi personaggi sembra vivo non ha che una vita artificiale e retorica (cos G. De Sanctis, Storia dei Romani I Firenze 1956, p. 38). Di contro, con vera gioia ed intimo soddisfacimento, leggiamo quanto rileva un acuto e fine interprete della letteratura latina: Livio rimane sempre lo storico pi grande dellet augustea, il ricercatore e lespositore eloquentissimo della verit, come lo defin Tacito (Ann. 4, 34), cogliendo ad un tempo la sua personalit di storico e di scrittore, che quanto dire di storico-artista (vd. B. Riposati, Storia della Letteratura Latina Milano-Roma 1965, p. 391). [3] Livio (9, 45, 4) lo ricorda come foedus antiquum. [4] Vd G. De Sanctis, op. cit., II, p. 323. [5] Vd. E. Pais, Fasti Triumphales Populi Romani Roma 1920. Parte Prima: Introduzione storica, p. 61 sg. [6] Circa i Frentani, mentre Diodoro (20, 101) ci fa sapere che essi nel 304 erano gi con Roma, Livio (9, 45, 18) ci informa che essi, insieme con i Marrucini, Marsi e Peligni, chiesero a Roma pace ed amicizia in quellanno, vedendo esaudito il loro desiderio. Si tratta, forse, di due notizie non in contrasto, ma che riguardano due momenti diversi. [7] In tal modo, gli abitanti di Arpinum, citt nel territorio dei Volsci tra la Campania ed il Sannio, patria di Cicerone e di Mario, e quelli di Trebula, localit sita a destra del Volturno, dove oggi sorge il villaggio di Treglia, compreso nel comune di Pontelatone in provincia di Caserta (vd. la monografia Trebula Baliniense di M. Fusco, uscita a Caserta, in seconda edizione, nel 1954 e riassunta negli Atti del I Congresso di Studi Ciceroniani I Roma 1961, p. 125), furono direttamente incorporati nello stato romano con la forma della civitas sine suffragio. [8] I Lucani erano di stirpe sannitica ed occupavano, pressa poco, lodierna Lucania. Durante la prima guerra sannitica dopo che i Romani ebbero conquistato Neapolis, Livio ci fa sapere ma la notizia non priva di dubbio che i Lucani strinsero spontaneamente alleanza con i Romani (8, 25, 2); in seguito, essi si ribellarono e tutto induce a ritenere che nel corso della seconda guerra i Lucani militassero al fianco dei Sanniti: Livio, infatti, registra che nel 317 i Romani operarono contro di essi (in Lucanos

perrectum: 9, 20, 9). [9] Da Livio (10, 12, 2) apprendiamo che ci fu secondo la prassi, linvio dei fetiales, ovvero di quei sacerdoti, eletti a vita in numero di venti per cooptatio, ai quali spettava losservanza e lesercizio del ius fetiale. Lintervento dei fetiales serve a due scopi: a garantire che latto sia regolare e che il trattato sar osservato dalle parti contraenti; a significare che il trattato (foedus) non solamente lopera personale di un comandante, ma costituisce anche un atto riconosciuto dai pubblici poteri. Sullargomento, con acume e dottrina, scrisse R. Paribeni, redigendo la voce foedus-fetiales, nel Dizionario Epigrafico di Antichit Romane di E. De Ruggiero. [10] La notazione de Samnitibus, contenuta nei Fasti Triumphales del 299, , secondo ogni probabilit, da correggere in de Sabineis. E ci non solo per ragioni toponomastiche, ma anche perch non da escludersi che operazioni militari dei Sanniti, nel 299, abbiano colto di sorpresa i Romani e procurato loro non vittorie, bens insuccessi. Vd. G. Beloch in Riv. di Storia Antica 9, 1994, p. 277. [11] Delle imprese di Scipione Barbato ci mette al corrente liscrizione posta sul suo sepolcro (vd. C.I.L. I, 6, 7), dandoci per anche notizie in contrasto con i Fasti e con il racconto liviano. In merito, si ricordi che le iscrizioni funerarie hanno generalmente un tono elogiativo e che quella di Scipione, per di pi, fu composta almeno mezzo secolo dopo che i fatti serano svolti. [12] Vd. Le iscrizioni osche di Pietrabbondante in Rhein. Mus. 109, 1966, p. 282. [13] Vd. op. cit., 2, p. 335. [14] Vd. in proposito il nostro saggio nel citato Annuario 1966, p. 125 (p. 14 dellestratto). [15] Largomento stato trattato, con precisione e dovizia di particolari da G. Verrecchia in Samnium 30, 1957, p. 67 sgg. [16] Vd. ancora il nostro saggio in Annuario 1966, p. 118 (p. 7 dellestratto). [17] Il Maiuri ritenne potersi riconoscere la Sepino sannitica nellodierna Terravecchia (presso Sepino), di cui restano pochi avanzi della cinta muraria a struttura di poligonale primitivo (vd. in Notizie Scavi 51, 1926, p. 250, fig. 4 e ibid. 52, 1927, p. 453. [18] Vd. A. maiuri, Piedimonte dAlife, Resti di mura poligonali in Notizie Scavi 52, 1927, pp. 450-454. [19] Hastati erano detti, nellesercito romano, i soldati che formavano la prima linea dello schieramento; la seconda era costituita dai principes e la terza di triarii: se lassalto degli hastati veniva respinto, essi ripiegavano sulla linea dei principes, oppure questi venivano condotti nella prima linea, e, se neppur essi erano capaci di resistere alla pressione nemica, venivano fatti avanzare i triarii. [20] Gli Apuli erano, forse, affini per stirpe agli Osci ed occupavano il territorio del Gargano. Essi vennero in contatto con i Romani durante la seconda guerra sannitica: da alleati che erano, in seguito si ribellarono, ma furono vinti e definitivamente sottomessi dai Romani nel 317 a.C. [21] Citt degli Irpini, sul fiume Calore; fu poi detta Beneventum (oggi Benevento) dai Romani dopo la vittoria su Pirro nel 275 a.C. [22] Cos, infatti, reputa il De Sanctis op. cit., 2. p. 335. [23] Ai consoli usciti di carica poteva essere proposto di mantenere la suprema autorit militare e giudiziaria (imperium): essi prendevano, allora, il titolo di proconsoli e la loro autorit continuava ad essere quella propria del console, ma poteva essere esercitata solamente fuori di Roma e nello specifico ambito ad essi affidato. [24] Il Verrecchia (in Samnium 30, 1957, p. 194) pensa che si tratti della odierna Morcone; certamente una citt dei Pentri e non sita nella zona delle Murge, come vogliono taluni autori. (vd. G. De Sanctis, op. cit., II, p. 335 e bibl. ivi cit.). [25] Citt dei Pentri, identificabile con lodierna Morra. Gli Itineraria, di et imperiale, ricordano la localit ad Romuleam sita a cinque miglia da Aquilonia, sulla cui ubicazione vd. a p. , e Aec(u)lanum, citt degli Irpini del Sannio, e corrispondente allodierna Mirabella Eclano in provincia di Avellino. [26] Localit dellalta Irpinia, ma dimprecisata ubicazione; non si tratta che di omonima con

centri dellEtruria meridionale, del Lazio e del territorio degli Ernici. [27] Va ricordato, e gi fu messo in evidenza da B. Bruno La terza guerra sannitica negli Studi di Storia Antica del Beloch, fasc. 6, Roma 1906, p. 33, che in Fabio Rulliano si possono cogliere alcuni tratti propri del suo grande omonimo che frener un giorno la audacia di Annibale. [28] Cales (odierna Calvi) fu conquistata nel 335 a.C. dal console M. Valerio Corvo, che ne riport il trionfo (Liv. 8, 16). Lanno dopo, la citt dei Calessi diventa sede di una colonia latina ed per lungo tempo il centro del dominio romano in Campania, nonch sede del questore incaricato della giurisdizione di tutta lItalia Meridionale romana. [29] Una delle conclusioni pi notevoli che la Bruno (nel cit. vol.) trae dallanalisi dei fatti quella di ritenere non i Sanniti, ma i Sabini presenti nella battaglia di Sentino accanto agli Etruschi ed ai Galli. Si nel giusto, forse, ritenendo che lesercito sannita guidato da Gallio Egnazio non doveva essere poi tanto numeroso, anche se degno di rilievo per la figura del suo comandante, al quale fu affidato il comando in capo delle forze coalizzate contro Roma comprendenti Etruschi, Galli, Sabini e Sanniti, mentre gli Umbri se ne erano rimasti tranquilli; Roma, infatti, era alleata con una loro potente citt, Camerino. [30] Laccenno alla discesa dei Sanniti nel territorio di Isernia, citt sannita, interessante, perch in tutta la prima deca di Tito Livio non esiste altro riferimento alla citt suddetta. Pu solo dirsi che nel 295 a.C. Aesernia era sotto il dominio dei Sanniti, i quali avevano verisimilmente violato la sua neutralit per necessit belliche. [31] Nel citato saggio della Bruno di parecchio sfrondata la gloria di Appio Claudio, pretore nel 295; inoltre, limmolazione dei Decii, riprodotta ben tre volte nelle cronache romane, non n affermata n contraddetta (op. cit., p. 37, n. 1). [32] Che si tratti dellomonima citt dei Marsi non par possibile: o bisogna pensare ad una citt per noi sconosciuta o la sua grafia va corretta in Aquilonia, come vuole G. Verrecchia, in Samnium 30, 1957, pp. 202-222. [33] Si tratta del grande L. Papirio Cursore, figlio di Spurio e nipote di Lucio, cinque volte console e due volte dittatore, celebre per le lotte vittoriosamente svolte contro i Sanniti. Va, tuttavia, sottolineato che Papirio console nel 293 somiglia, per alcune circostanze della sua vita, al padre (vd. Liv. 9, 40, 1). [34] Lubicazione di questa citt stata pensata nel territorio degli Irpini, al confine dellApulia, sulla via Appia, ed identificata con la odierna Macedonia; altri la spostano nei pressi di Campobasso, altri perfino a Nord di Roma. Sono intervenuti anche studiosi locali, che hanno cercato di precisare con opportune circostanziate indicazioni: G. Verrecchia (in Samnium 30, 1957, p. 208 sg.) ritiene Aquilonia sita su uno sperone roccioso delle propaggini meridionali delle Mainarde, versante orientale, e corrispondente allodierna Montaquila; per M. Jacobelli, (Ritrovate le citt di Aquilonia e Cominium Ed. Consiglio della Valle di Cominio 1965, p. 7 sg) Aquilonia si trovava su unaltura denominata Rocca degli Alberi, nel territorio di Picinisco. Par certo, dunque, che era una citt del Sannio, non lungi dal corso superiore del Volturno. [35] Se ricordino, in proposito i Libri Linteati conservati nel tempio di Iuno Moneta. [36] Vd. il giuramento dei Fetiales: Inde Iovem testem facit: Si ego ingiuste impieque illos homines illasque res dedier mihi exposco, tum patriae compotem me numquam siris esse (Liv. 1, 32, 7). [37] Vd. Paul. Fest. 102, 15 Lindsay: Legio Samnitium linteata appellata est, quod Samnites intrantes singuli ad aram velis linteis circumdatam non cessuros se Romano militi iuraverant. [38] Altra citt dei Volsci, forse a Nord di Atina, lungo il confine sannita. [39] Vd. op. cit., p. 5. [40] Col titolo di T. Livii Periochae omnium librorum ab Urbe condita ci giunto un riassunto dellopera liviana (mancano, tuttavia, i libri 136 e 137), probabilmente gi un riassunto fatto in epoca imperiale, di unepitome compilata forse nel II secolo dopo Cristo.

[41] La sconfitta romana attestata da pi fonti: Liv. per. 11; Eutr. 2, 9, 3; Oros. 3, 22, 6-12. Vd. De Sanctis op. cit., II, p. 344. [42] Vd. G. De Sanctis, op. cit., II, p. 345 e bibl. ivi cit. ? Il nome di grafia incerta e la ubicazione sconosciuta; a meno che, come opina il Verrecchia, op. cit., non si tratti di Venafrum. Interamna,? asmvpiedimonte.altervista.org Archive Like & Archive Like Archive All Download Newest Become an Instapaper Subscriber for just $1/month to get up to 50 articles at a time and support Instapapers development. Visit the Account section of Instapaper.com to subscribe.